PAPA CELESTINO V. 1^ INTERVISTA.

Con grande emozione e con immensa gioia ho il privilegio di scambiare “quattro chiacchiere” con il papa  del gran rifiuto:

Caro figlio, inizi l’intervista con una affermazione inopportuna; sarei tentato, ma il mio spirito ha sempre combattuto le tentazioni, di non rispondere più alle tue domande, però reputo necessario chiarire definitivamente questo secolare equivoco che mi perseguita!  

Non ho la pazienza di una volta e, con il perdono divino, non sopporto che la mia figura sia confusa con l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto

Non feci un rifiuto: quando dopo il 5 luglio 1294 si diffuse la notizia della mia elezione a pontefice, la vita che fin da fanciullo avevo dedicato alla preghiera ed alla ricerca di Dio fu stravolta, mi ritenevo indegno di ricoprire l’alta carica: non ero in grado di gestire le passioni e le tentazioni della mia vita, come potevo gestire l’umanità intera  

Non ritenendomi all’altezza di assolvere a sì gravoso incarico, convocai i confratelli ed i più fedeli discepoli per manifestare il mio fermo proposito di rifiutare quando mi sarebbe stata comunicata ufficialmente la nomina

Le mie intenzioni furono rese di dominio pubblico e generarono una insurrezione dei miei seguaci: mi incoraggiavano ad accettare, prevedendo che un mio rifiuto a sì gravoso incarico, avrebbe causato in tutto il mondo una eresia o uno scisma grande, con conseguenti gravi calamità per la Chiesa.  

Dovevo accettare per assecondare la volontà di Dio?  

Le esortazioni e l’incoraggiamento dei confratelli e di quanti mi venivano a far visita non mi avevano convinto: ero veramente spaventato al punto che tentai di fuggire dall’eremo in compagnia del giovane Roberto de Salla, mio affezionato discepolo.  

Vedendo che i luoghi intorno al mio eremo erano occupati da una moltitudine di fedeli che era pronta a bloccare ogni via di fuga e che a gran voce gridava: frà Pietro Papa, non volendo agire contro la volontà di Dio e per obbedire a quanto deliberato da Santa Chiesa, accettai !   

Accettai non rifiutai! 

Il testo della lettera di rinuncia che personalmente consegnai al collegio cardinalizio il 13 dicembre 1294 era chiaro e non poteva creare equivoci: rinunciavo per umiltà, per il desiderio di miglior vita, per non offendere la mia coscienza visto che il primo giuramento mi impegnava con Dio a condurre vita eremitica; per la debolezza del mio corpo, per la mia mancanza di sapere, nonché spinto dalla malignità del popolo e dei miei stessi collaboratori, per trovare il riposo e la consolazione del mio vivere passato, abbandonavo volontariamente e liberamente il papato e rinunciavo espressamente a sì gravoso mandato.  

Chi si sarebbero scandalizzato o avrebbe gridato alla “viltade” o giudicato un rifiuto le dimissioni o la rinuncia di papa Giovanni Paolo II ?  

L’aggravarsi della sua malattia non gli avrebbe permesso di continuare a svolgere il mandato di guida della Chiesa Universale. 

La polemica nei miei confronti, senza che il sommo Dante avesse colpa, è stata costruita ad arte: il mio pensiero era chiaro ed il Poeta si riferiva ad un personaggio che non ancora siete in grado di scoprire e che io non ti svelerò!  

Gli storici amano polemizzare fra loro, ne approfittano per scrivere libri e quindi ….  sai fin troppo bene cosa voglio dire!

Veniamo al presente: nel 2009 si celebra l’ VIII centenario  della sua nascita, ma il terremoto de L’Aquila  purtroppo ha anticipato la solenne inaugurazione:

   Il terremoto che ha colpito e gravemente danneggiata L’Aquila, città a me tanto cara, segue quello verificatosi a San Giuliano di Puglia, quello dell’Umbria, e gli altri che si sono verificati e che si verificheranno in ogni parte del mondo; ti ricordo tra le tante calamità naturali anche il recente alluvione di Messina.   

Caro figlio vogliamo per questo dare la colpa al buon Dio?  

Le calamità naturali non fanno parte del disegno che Egli predispose all’origine dell’Universo; il potere del Bene e quello del Male sono in continua competizione per conquistare per l’eternità l’essere umano.   

Le calamità naturali che provocano vittime innocenti sono opera del Male; il Bene che non può interferire con il potere del maligno, vi ha sempre offerto dei segnali di avvertimento che voi sottovalutate o ignorate.  

I terremoti sono anticipati quasi sempre da scosse di avvertimento: da quando e quante furono quelle percepite in Abruzzo?  

Non ci furono dei segnali di cedimento di alcune strutture?  

Quante volte le precipitazioni atmosferiche hanno compromesso i pendii dei monti e delle colline?  

Segnali che sono sempre stati sottovalutati ed ignorati!  

Perché dare la colpa a nostro Signore?  

Siete voi che in vario modo continuate a violentare la natura con il disboscamento delle montagne, con l‘abusivismo edilizio in terreni non idonei e con tanti altri interventi sconsiderati a tutti voi ben noti.  

La mia Aquila, nonostante le ferite, tornerà presto a volare!   Siete voi mortali di ogni angolo della Terra che dovete prevenire le azioni del Male, siete voi che dovete mettere in sicurezza tutto ciò che non è stato realizzato a norma ed impegnarvi a non pensare e desiderare solo il profitto!  

Ho sempre predicato e vi esorto a seguire l’esempio degli altri santi: la povertà e la carità  vi faranno meritare la grazia divina.

Perché scelse la vita eremitica?

   I miei genitori, Angelerio e Maria, desideravano che uno dei dodici figli prendesse i voti e diventasse chierico; il secondogenito cercò di esaudire il loro desiderio, divenne monaco dopo aver frequentato con poco interesse il monastero benedettino di Santa Maria in Faifolis, sito a meno di una giornata di cammino dal mio paese di origine.

   Lo scarso interesse che dimostrò nel frequentare il noviziato fu causato dalla vita dissoluta che si conduceva nel monastero: la Regola dettata dal nostro santo padre Benedetto non era più applicata e seguita con la diligenza e l’impegno di antica memoria.

   Il mio sfortunato fratello continuava a vivere fuori e dentro il monastero; presto morì e si ricongiunse con gli altri componenti della famiglia che lo avevano preceduto: mio padre, morto a tarda età e gli altri miei cinque fratelli e sorelle.

   Io, penultimo dei figli, vedendo soffrire mia madre per quelle perdite e quanto più per non poter avere in famiglia un diligente e santo “servo di Dio”, all’età di 17 anni entrai in quello stesso monastero per il noviziato e riuscii a resistervi per 3 anni. 

   Che grande delusione!

   Compresi ciò che aveva provato il mio sfortunato fratello: i confratelli dimostravano disinteresse per la preghiera, per la meditazione e per il lavoro che erano le fondamenta della regola benedettina!

  La scelta che feci di vivere una santa vita era stata influenzata proprio dalla vicinanza di quel monastero al mio piccolo paese di origine e poi, se giravo le spalle al monastero per guardare all’orizzonte opposto, scorgevo un’altra meta: la lontana montagna della Maiella.

   La vista quotidiana dal mio paese natio e di quella maestosa montagna che il sole di  estate colora di rosa ed il lungo inverno la rende bianca per la neve, sin da piccolo mi aveva affascinato, quanto i racconti dei pastori che periodicamente attraversavano il mio paese in occasione della transumanza delle loro greggi.

   Mi avevano raccontato che su quell’aspra montagna vivevano santi uomini eremiti che dedicavano la loro giornata alla preghiera, alla meditazione ed al bene dei più bisognosi: tutto ciò influì sulla mia formazione umana e spirituale.

   Rimasto affascinato dai loro racconti e ricordandoli durante i 3 anni trascorsi nel monastero, decisi con grande entusiasmo di dedicare la mia vita al servizio del Signore e del mio prossimo: giurai di essere eremita per vivere in solitudine ed in preghiera con l’unico scopo di sentirmi più vicino a Dio.

   Abbandonai il monastero e per sempre il mio paese natale all’età di 20 anni!

   Correva l’anno 1229.

   Decisi di giungere nella città di Roma per ricevere la consacrazione sacerdotale e potere celebrare la messa, ma dopo un cammino di due giorni una grande tempesta di pioggia e vento mi bloccò nel piccolo centro di Castel di Sangro.

   Interpretai quei fenomeni atmosferici come i segni della volontà di Dio che mi invitava a non proseguire il cammino, perciò decisi di iniziare l’eremitaggio nel territorio di quel paesino, per poi trasferimi nei pressi di Palena, sul monte Porrara, dove rimasi per 3 anni.

   Non avrei mai immaginato che la mia presenza avrebbe causato un via vai di gente di ogni ceto sociale che mi raggiungeva ovunque mi spostassi: per curiosità, per pregare con me o per condividere la mia solitudine.

   Alcuni, i più fedeli, rimasero delusi e si rattristavano perché non ancora potevo celebrare la messa; perciò mi incoraggiarono a riprendere il cammino verso la città di Roma, dove presto fui consacrato sacerdote.

   Correva l’anno 1232 .

   Non tornai nel mio primo eremo perché desideravo ferrmamente essere veramente solo con Dio; fuggii da tutta quella gente, ma era destino che non avrei mai potuto vivere in solitudine!

   Mi recai sulla montagna del Morrone, vicino la città di Sulmona; l’avevo scelta, preferendola ad altre, per l’asprezza e l’inaccessibilità dei luoghi dove intendevo vivere, ma ogni mio sforzo era vano!

   Ero un fiore che richiamava le api: più cercavo di allontanarmi, più ero seguito da gente sempre più numerosa, di ogni età e condizione sociale.

   La mia vita eremitica era fallita!

   Ne vuoi la prova?

   Papa Clemente V da Avignone, il 5 maggio 1313, mi proclamò santo, ma visto che ero stato pontefice per breve tempo, visto che ero stato eremita solo per qualche anno, decretò che fossi ricordato e celebrato non come papa, né come eremita, forse avrei preferito come martire degli eventi che mi coinvolsero nella lunga vita; decise che dovevo essere ricordato come San Pietro confessore: ero stato veramente tale!

   La salvezza del prossimo, attraverso la confessione, l’indulgenza e la penitenza, era lo scopo primario del mio programma: predicavo senza mai stancarmi e riuscivo con la sola forza della volontà a rimuovere gli ostacoli che mi impedivano di raggiungere il cuore degli uomini, vincendo anche l’asprezza dei luoghi per diffondere la parola di Dio.

   Rinunciai alla vita eremitica, ma con l’aiuto divino ebbi la capacità di istituire un nuovo ordine monastico che seguisse fedelmente la Regola che san Benedetto ci aveva invitato a seguire.

   Fui perseguitato allorquando il mio progetto stava cominciando a dare i suoi frutti e dovetti combattere per difendere quanto realizzato: dovetti effettuare un faticoso viaggio a piedi a Lione dove si era svolto tra i giorni del 7 maggio ed il 14 luglio del 1274 il II Concilio: in data 22 marzo 1275 mi fu rilasciata l’autorizzazione e l’approvazione per realizzare quanto mi era proposto.

   Lei non ha voluto che conoscessimo il nome del suo paese natale: una decisione maturata a seguito della  scelta di essere eremita?

   La decisione di vivere lontano dal mondo esigeva soprattutto il sacrificio di rinunciare, come vedi è un verbo che mi perseguita, per sempre ai familiari ed al luogo natio: il legame agli affetti più cari ed anche al luogo di nascita non doveva più fare parte della mia vita.

   Come ben sai, dopo l’abbandono del monastero di Santa Maria in Faifoli  nell’anno 1229 all’età di 20 anni, vi ritornai come abate con il compito di riorganizzarlo spiritualmente e materialmente; la mia nomina fu voluta nell’anno 1276 da Capodiferro, arcivescovo di Benevento.

   Avevo esortato i confratelli ed i miei discepoli a non ricordare nelle biografie il nome del mio paese natio; alcuni ritennero opportuno citarlo quando notarono che altri centri avevano iniziato ad accreditarsi la mia nascita.

   Lo fecero dopo la mia morte, timidamente per assecondare la mia volontà e fornendo solo particolari indizi: lo citarono con il termine di patria o di castrum; successivamente lasciarono delle chiare descrizioni “ambientali” che pochi studiosi hanno saputo valutare ed interpretare.

   Te ne ricordo solo alcuni, ma sono tanti: il luogo della mia nascita era vicino al monastero di Santa Maria in Faifolis, che era nella diocesi di Benevento, che distava una giornata intera di cammino a piedi più un’altra giornata fino all’ora nona, le vostre ore 15, dal castrum di Castel di Sangro, il centro dove mi fermai per iniziare il primo periodo di pellegrinaggio che 3 anni.

   Non sono delle descrizioni chiare per localizzare ed identificare il mio paese di origine?

   Se non ci arrivano, sono proprio di “coccio”!

   Si comportano peggio di San Tommaso, “crederanno se vedranno” il mio certificato di nascita!

   Visto l’insistenza di altri centri di accreditarsi la mia nascita, qualche discepolo, stufo di quella polemica, divulgò anche il nome del luogo della mia nascita: il castrum Sancto Angelo, ma l’ignoranza storica-geografica era ed è tanta, che  ancora oggi la verità è messa in dubbio!

   Fosse solo questo, potrei accettarlo perché le mie disposizioni involontariamente avevano causato quei dubbi, ma non avrei immaginato che degli studiosi, pur di accreditare la mia nascita alla civitas di Isernia, creassero delle prove false!

   Tra le tante, ricordo un documento che attribuiva ai miei poveri ed umili genitori due cognomi, così come era in uso nelle famiglie nobili: de Angeleriis per mio padre Angelerio e de Leone per mia madre Maria.

   Perdono a quei falsari anche questo peccato! 

   A questo punto, prendi buona nota, occorre che qualcuno, andando con coraggio contro corrente, cambi le date più importanti della mia cronologia perché furono calcolate avendo preso in considerazione l’anno di nascita nell’anno 1215.

   Ricorda ai più dubbiosi che sono nato nel 1209, nel 1226 entrai per la prima volta nel monastero di Santa Maria in Faifolis che abbandonai nel 1229 all’età di 20 anni, per iniziare l’eremitaggio tra Castel di Sangro e Palena, fino al 1232 quando, avendo compiuto i miei studi di teologia nel monastero di Faifoli, finalmente giunsi a Roma per essere consacrato sacerdote.

   Sempre nel 1232 arrivai al Morrone, presso Sulmona, poi alla Maiella dove, tra varie peregrinazioni, rimasi fino all’anno 1294, quando inaspettatamente mi fu comunicata l’elezione al papato; vissi ancora 2 anni da papa, fuggiasco e prigioniero, per morire a Fumone nel 1296.

   Questa era ed è la cronologia esatta degli avvenimenti più importanti della mia vita.

E’ soddisfatto di come procedono le celebrazioni del suo VIII Centenario della nascita?         

   La “diletta” L’Aquila ogni anno ricorda la mia salita al “trono” di Pietro e, soprattutto, celebra solennemente la  Perdonanza da me istituita per far sì che con una indulgenza plenaria tutti gli uomini, l’umanità intera, con un atto di pentimento sincero ed una semplice, quanto sentita confessione, possano riconciliarsi con Dio ed ambire alla vita Eterna.

   Altri centri, quali Fumone, Ferentino ed Isernia, con scadenza di 100 anni, hanno celebrato solo gli anniversari della mia morte, visto che le uniche date certe della mia lunga vita sono il 1294, l’anno della mia elezione al papato, ed il 1296, l’anno della morte: non hanno trovato un po’ di tempo da dedicare ad una seria ricerca che mettesse tutti d’accordo anche sull’anno della mia nascita!   

   Veramente è il caso di dire: “hanno dato i numeri”!

   Le biografie lasciate dai miei primi due affezionati discepoli che mi assistettero fino alla morte, tramandarono alcuni indizi che non sono stati presi in considerazione.

   Altri biografi, anche contemporanei, bravi nel descrivere quanto da me realizzato per testimoniare la grandezza e la bontà di Dio, non furono e non sono stati in grado di eseguire una semplice addizione che avrebbe permesso di scoprire come il 1215 non era nel modo più assoluto l’anno della mia nascita!

   Solo l’anno 1209 risulta essere l’addente che sommato a + 17 (anni entrata in monastero) + 3 (anni di noviziato) + 3 (anni del I periodo di eremitaggio) + 62 anni (del II periodo di eremitaggio) dà per risultato 1294, che corrisponde all’anno della mia elezione al papato; se poi sommiamo + 2 anni  (vissuti da pontefice, fuggiasco e prigioniero) si ottiene 1296, che corrisponde all’anno della mia morte avvenuta all’età di 87 anni, come fu scritto in una della mie prime biografie conosciuta come la Vita C; risultato che si ottiene con una elementare operazione di sottrazione: 1296 – 1209 = 87.

   Se la stessa addizione prendesse in considerazione l’anno 1215, sommandolo agli addenti che sono gli anni che ricordano le scelte più importanti della mia vita, 17+3+3+62, la mia elezione sarebbe avvenuta nel 1300 e (+ 2) sarei morto nel 1302!

   Chiaro?

   Mi compiaccio che finalmente qualcuno si sia ricordato di fare “un po’ di conti” esatti ed abbia saputo consigliare di non perdere l’occasione di celebrare per la prima volta, ripeto prima volta, anche l’anniversario della mia nascita!

   Non condivido la lettera che i vescovi della CEAM hanno inviato ai fedeli delle rispettive diocesi per comunicare la celebrazione dell’ VIII centenario della mia nascita: hanno ritenuto opportuno proclamarlo, denominandolo Anno Giubilare Celestiniano, il 29 agosto 2009, in occasione della celebrazione che ricorda la mia proclamazione a papa ed il 715° anniversario della Perdonanza.

 Sono a conoscenza ed approvo, che le manifestazioni programmate per l’evento si protrarranno anche nell’anno 2010 e  si concluderanno a L’Aquila il 29 di agosto dello stesso anno. 

   Valutando il testo di quella lettera e condividendo le finalità della celebrazione, non ti nascondo la delusione per quanto ancora una volta è stato dichiarato in merito all’anno della mia nascita, con la giustificazione: dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215, pur di non prendere una coraggiosa e direi storica decisione nell’affermare che, come ti ho già detto,  è solo 1209!

   Appare chiaro che il testo di quella lettera era il risultato di un compromesso!            

   Affermare successivamente che è nato nel Molise, dimostra la volontà di non urtare la suscettibilità di altri centri che pretendono di avermi dato i natali; deliberatamente continuano a creare confusione: io nacqui nella Contea di Molise, giusto come ha scritto Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, in occasione del XII Sinodo della sua diocesi, e più precisamente nel Comitatus Molisii, come all’epoca era conosciuta ed il cui territorio, corrispondendo a gran parte a quello posseduto dai Pentri, escludeva il territorio dei Frentani di Larino che oggi fa parte della regione Molise: non sono nato a Termoli, né a Guglionesi, etc. .

   Sempre per non urtare la suscettibilità di alcuni e senza un motivo particolare, hanno aggiunto: “La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia”!

   Ignoro, pur vivendo in un’altra “dimensione” che mi permette di conoscere tutto, quali e quanti siano i tanti luoghi dove è molto sentita la devozione al mio ricordo! 

Volendo stilare un elenco sono due, ripeto due, i luoghi della regione Molise dove si ricordano solo in occasione del 19 maggio: Isernia e Sant’Angelo Limosano!

   Mi hanno proclamato loro patrono o protettore: Sant’Angelo Limosano da tempi antichi, mentre Isernia solo in tempi recenti mi ha “adottato” per accreditarsi la mia nascita, sostituendomi al venerabile san Nicandro; come conferma anche un comunicato della Biblioteca Apostolica e dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche della Città del Vaticano datato maggio 2004, che precisa: (io), San Pietro Celestino Papa (Celestinus V Pontifex)  (sono) semplicemente compatrono secondario della Città dell’Isernia in Molise. Il principale (primis est)  è San Nicandro, martire de sec. IV, protector della medesima Città e della Diocesi. Ne fanno nitida fede Atti Sinodali nonché episcopali Acta Pastoralis ……”.

   Sono stato chiaro?

   Mi ha fatto piacere sapere che le mie sacre spoglie visiteranno diversi luoghi dell’Abruzzo e del Molise; spero che la mia presenza, il contatto con la gente “forte e gentile” delle due regioni a me tanto care, possano accrescere la loro  fede, la loro solidarietà, la loro concordia e la loro speranza di un futuro migliore per quanti si avvicineranno ad esse anche per la sola curiosità.

   Apprezzo lo sforzo e l’impegno di voi tutti per la migliore riuscita della celebrazione del mio anno giubilare, ma deploro quanti dichiarano: Oggi si discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi.  Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare”.

E’ una dichiarazione pilatesca che non condivido, al pari di quell’ augurio che sa  tanto di presa in giro!

   Quanti altri secoli dovrò attendere perché tutti possano riconoscere in Sant’Angelo Limosano il mio paese di nascita che avvenne nell’anno 1209?

   La celebrazione che mi state dedicando è propizia per riproporre il mio insegnamento religioso e l’invito a seguire il mio esempio di dedizione alla volontà di nostro Signore, ma non posso accettare che venga trascurato l’aspetto storico-anagrafico della mia vita: le date che continuate a proporre nella mia cronologia sono errate; né Angelerio, mio padre, e né Maria, mia madre, hanno avuto il cognome de Angeleriis e de Leone.

   Prevedo che saranno organizzati dei convegni per celebrarmi, è troppo se vi chiedo di dedicarne uno, della durata di mezza giornata, per fare finalmente luce sui miei dati anagrafici?

   Le biografie che mi furono dedicate alcuni anni dopo la mia morte sono ricche di indizi religiosi, storici e geografici, sta a voi saperli riconoscere, esaminare e selezionare con diligenza.

Pensi che stia chiedendo troppo?

   Se non dovessero manifestare la volontà di esaudire questo mio desiderio, li invito caldamente a descrivere la mia vita senza ricordare o fare riferimento al nome dei miei genitori, al mio paese di origine, ma soprattutto a non citate le date che hanno segnano i momenti più importanti delle mie scelte; sarà loro riconosciuto il merito di avere scritto una “storia” quanto mai originale!

Caro padre, vedo che il tempo che mi ha concesso per questa 3a intervista sta per terminare, vuole aggiungere un ultimo consiglio?

   Seguo con attenzione gli avvenimenti che stanno accadendo in questo scorcio dell’anno 2009; per molti aspetti sono simili a quelli che accadevano nell’epoca in cui vissi: discordie, lotte fratricide, sopraffazioni e sfruttamento dei più deboli, male distribuzione delle ricchezze, disprezzo per la natura.

   Soffro tantissimo nel vedere che le lotte per il potere continuano a dividervi: non più guelfi contro ghibellini, ma sinistra contro destra e centro e viceversa, avete cambiato solo i nomi degli schieramenti in lotta!

   La Chiesa cerca di non farsi coinvolgere come accadde alla mia epoca, fa il possibile per essere un arbitro imparziale perchè persegue unicamente la pace ed il benessere dell’umanità, che si può ottenere solo con una distribuzione più equa delle ricchezze.

   La storia, sempre ritenuta maestra di vita, in tanti secoli cosa ha insegnato?

   Continuate pure le vostre lotte fratricide, fortuna che i tempi sono cambiati altrimenti, come accadeva nella mia epoca, uno dei contendenti, pur di sopraffare l’altro, avrebbe chiamato in suo aiuto un re ed un esercito straniero!

Chissà se nel prossimo futuro qualche popolazione straniera non sappia approfittare delle vostre divisioni e realizzare una pacifica conquista della nostra bella Italia, così come accadde nell’epoca delle prime storiche  invasioni-migrazioni.

    Soffro nel vedere il “mio popolo” così diviso e soffro ancora di più nel constatare che  anche il nostro Signore non gode più del rispetto e della devozione che ogni essere umano dovrebbe manifestargli in ogni istante della sua vita.

   Avete messo in discussione persino la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici; vi descrivo cosa accadde alla mia morte!

   Avevo portata in me stesso, nel mio corpo, riproponendola anche nel mio stemma pontificio, la croce di Cristo, quella avevo sempre amato e, nell’abbandonare la vita terrena, con veemenza e fervore di spirito la mia anima corse nelle braccia del mio dilettissimo crocifisso Cristo Signore, che in segno di apprezzamento per quanto da me realizzato e la pazienza dimostrata in vita, il Signore medesimo volle dimostrarsi ed essere presente al mio capezzale con una risplendente croce.

   La croce fu vista da sin dal giorno prima della mia morte e per tutto il giorno seguente fino a quando il mio corpo fu trasferito a Ferentino: un croce piccola e risplendente di colore d’oro sospesa nell’aria davanti alla porta della mia “cella”.

   La presenza e la vista della croce mi fu di grande conforto nel momento del trapasso: in quell’ istante, in ogni epoca e sarà sempre così caro figlio, sono stati e saranno tanti coloro che chiederanno di vedere e di poter baciare una croce per ricevere il conforto ed il perdono per i peccati commessi.

   Rispettate e fate rispettare il simbolo del nostro credo!

   Il Signore è paziente, giustifica le vostre intemperanze; spera nel vostro ravvedimento e vi invita a seguire l’esempio di quanti come me gli hanno dedicato la vita in solitudine, in rinunce ed incessanti preghiere.

   Tramite la mia l’elezione al papato, come ti ho già detto, ma vale la pena ripetere, mi ispirò di istituire la Perdonanza perchè tutti, dico tutti, poveri e ricchi, nobili ed umili, bianchi o neri, possano ottenere la remissione dei peccati ed aspirare, anche dopo una vita non esemplare, a goderela presenza di Dio per l’eternità .

   Non pongo fine ai nostri incontri perchè penso di avere altri argomenti  da farti pubblicare! 

         Oreste Gentile

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