PAPA CELESTINO V CRITICA ALCUNI DEI SUOI BIOGRAFI.

       Sono Pietro, Pietro di Angelerio, la mia morte avvenne il 19 maggio dell’anno 1296, all’età di 87 anni essendo nato il lunedì del 29 giugno del 1209 nel castrum di Sant’Angelo Limosano sito nella Contea di Molise (Comitatus Molisii).

   Sono tante le biografie che mi hanno dedicato e, grazie soprattutto a due discepoli, Bartolomeo da Trasacco e Tommaso da Sulmona che mi hanno assistito fino alla morte, ad alcuni studiosi laici, ad eminentissimi cardinali, ad alcuni abati che nelle diverse epoche hanno guidato la congregazione da me fondata ed ai numerosi storici contemporanei, avete potuto conoscere quanto ho realizzato nella mia lunga e movimentata esistenza; altro che la pacifica vita eremitica che avevo sognato di condurre dopo avere abbandonato il monastero di Santa Maria in Faifoli!

   Dovrei essere lusingato, invece sono deluso: la qualità di quanto hanno scritto,  non è pari alla quantità!

   Un biografo di cui non ricordo il nome, ha giudico le biografie che mi hanno dedicato “tutte uguali”, paragonandole alla somiglianza tra i teschi sbiancati!

   Un esempio “macabro” che illustra con efficacia la superficialità della ricerca che ha generato e tramandato nei secoli delle notizie errate sulla mia vita, la negligenza di non aver valutato la veridicità dei documenti, il non aver controllato le fonti bibliografiche, la scarsa importanza che hanno dato e che danno agli indizi religiosi, storici e geografici tramandati  e, soprattutto, il non aver saputo (e non sanno) “fare di conto.

   Hanno saputo descrivere  la mia vita  con le loro più o meno condivisibili opinioni ed illustrato  diligentemente le opere che realizzai, per testimoniare il mio amore verso Dio e per stimolare l’umanità  a seguire il mio esempio per non abbandonare la “strada maestra”.

   Dove manca l’accordo e gli errori biografici continuano a resistere ancora oggi che si celebrano gli 800 anni della mia nascita?

  Sui miei dati anagrafici!   

   Non ho il diritto che sia accertata e divulgata la verità in occasione di questo storico evento?

   Siete voi che avete deciso di celebrarlo ed allora dimostrate un po’ di buona volontà, non nascondetevi dietro il proverbiale “scarica barile”, fate sì che ogni dubbio sia dissipato!

   I dati anagrafici che hanno creato il disaccordo tra i biografi sono: l’anno ed il luogo di nascita, l’esistenza di un “cognome” per i miei genitori.

   Marini (1630), più di altri autori, mi dedicò una voluminosa biografia composta di 550 pagine; gran parte delle sue dettagliate notizie,  furono “utilizzate” ed  in parte condivise da Telera (1648).

   Entrambi erano convinti che fossi nato nel 1215, concordarono nel ritenere che i miei genitori Angelerio e Maria non avessero un cognome; furono in disaccordo sul luogo della mia nascita: Marini era favorevole a Sant’Angelo Limosano, ricordando ed evidenziando numerosi indizi storici-geografici-religiosi che esamineremo in seguito, mentre Telera indicò la civitas di Isernia, unicamente sulla base di un Editto del 1289 di cui esiste una copia del XVII sec. non autenticata, scoperta da Telera, ma sconosciuta agli  storici isernini vissuti prima (1648) di lui.

   L’altro argomento che mi sta a cuore e che è stato tramandato da tutte le mie biografie è il viaggio che “fui costretto” a fare da L’Aquila a Napoli, dopo la mia ascesa al trono pontificio: Marini e Telera lo ricordarono, ma a pari di altri biografi antichi, ignoravano, scrissero una mia sosta nei giorni 14 e 15 di ottobre del 1294 nella civitas di Isernia, come ancora sostengono alcuni biografi contemporanei.

   Ho deciso questo colloquio con voi per mettere ordine alle notizie della mia vita perchè non siano più diffusi dei dati anagrafici che non mi appartengono e, soprattutto, perchè hanno generato anche una errata cronologia delle scelte più importanti della mia vita.

   In occasione della celebrazione del mio VIII centenario della nascita già hanno pubblicato due cronologie e perfino un “fumetto” della mia vita: sono le solite notizie che continuano a  ricordare (o perpetuare!) alcune date errate, nonostante i loro autori conoscano quelle più aderenti alla realtà degli avvenimenti!

   Così non si può andare più avanti!

   Più che indignato, perché l’indignazione non è nel mio DNA, sono deluso!

   Ho condotto personalmente una indagine per conoscere la fonte bibliografica che più di altre è stata consultata per le due cronologie, ho scoperto che è la biografia Celestino V, delle Edizioni Celestiniane 2004, scritta da Peter Herde  nel 1981.

   Lo storico tedesco più di altri autori si è impegnato per una biografia che non fosse “uno dei tanti teschi imbiancati”; ha proposto alcuni dei miei veri dati anagrafici, poi si è lasciato condizionare dalla “prudenza” ed è stato anche “vittima” involontaria di alcuni biografi contemporanei.

   Ha scritto: Pietro del Morrone, il futuro papa Celestino V, nacque nel 1209 o all’inizio del 1210, …, una Vita…,  gli attribuisce 87 anni al momento del suo decesso, il 19 maggio 1296.   .…. Probabilmente quando non aveva ancora venti anni, e cioè presumibilmente prima del 1230,  Pietro entrò nel monastero benedettino di S. Maria di Faifoli.                      

   Non condivido quella O, proposizione disgiuntiva, posta tra il 1209 ed il 1210 per indicare il mio anno di nascita: riconosco allo storico il merito di aver fatto emergere, dopo secoli, l’anno 1209, ma la “prudenza” gli ha suggerito di scrivere anche all’inizio del 1210 su cui, come vedremo, ha calcolato gli anni che ricordano alcune  mie  decisioni più importanti!

   Non condivido l’uso di 2 avverbi dubitativi per indicare l’anno in cui entrai per la prima volta nel monastero di Santa Maria in Faifoli: Probabilmente quando non aveva ancora venti anni, e cioè presumibilmente prima del   1230, Pietro entrò nel monastero benedettino di S. Maria di Faifoli.

   Le notizie tramandate dai biografi più antichi sono diverse.

   Petro de Aliaco (1326-1415): Ultra vicesimum suae aetatis annum.

   Autobiografia (1400): e così da un anno all’altro arrivò ad oltre venti anni.

   Tiraboschi  (1450): donde da un anno alaltro passando fin a vinti anni rimase a casa.

   Stefano di Lecce (1471-1474): giunse fino all’età di venti anni.

   Notturno Napolitano (1520): Hor sin venti anni a casa volse stare.

   Marini (1630): Arrivò donque Pietro in questa perplessione fino all’età di vinti anni in circa, come anco gli altri antichi scrissero ed aggiunse che quando abbandonai il monastero o la casa: Era all’hora il mese di Gennaio dell’anno del Signore millesimo dugentesimo trentesimo quinto, di sua età ventesimo.  

   La descrizione di Marini conferma che avevo 20 anni quando nel mese di gennaio partii per andare a Roma, ma fui costretto a fermarmi a Castel di Sangro; Marini, convinto che fossi nato nel 1215, datò quella partenza all’anno del Signore millesimo dugentesimo trentesimo quinto (1235), che ottenne sommando all’anno presunto della mia nascita i 20 anni  che avevo alla  partenza.    

   Da un errore, la verità: avevo compiuto 20 anni quando presi la decisione di partire per Roma.

   Marini ricordò con chiarezza un altro episodio:

   Onde più verisimili, anzi vero giudico, ch’egli de vinti anni partisse dal Monastero, come affermano altri, & è chiaramente detto dal Cardinale di San Giorgio nel luogo sopra citato. Onde siegue che scorsi i trè anni, i quali stette nel luogo sudetto, circa gli vintiquattro si facesse Sacerdote.

   Anche in questa descrizione, un “errore” conferma che avevo 20 anni quando partii dal monastero o da casa per vivere i primi 3 anni da eremita; dopo partii per Roma dove divenni sacerdote, ossia a 23 anni: non comprendo con quale calcolo matematico Marini ottenne vintiquattro, perchè sommando a 20 l’addende 3 si ottiene  23!

   Per concludere l’argomento, ricordo Telera (1648) che, pur avendo “copiato” Marini, cercò di essere “originale” e scrisse: essendo egli di 16 anni in circa   si condusse al monastero di S. Maria in Faifoli dell’Ordine Benedettino Diocesi di Benevento, e quivi vestì l’abito, fece il Noviziato, e a suo tempo la professione di Monaco. Ma consumati pochi anni  …. .

   Notate l’originalità di Telera: la maggioranza dei miei biografi sostenne che trascorsi esattamente 3 anni in quel monastero, lui li stimò di pochi anni, cosa che vedremo è condivisa  da Herde!

   Confermo che all’età di 20 anni, a differenza di quanto sostiene Herde, non entrai nel monastero di Faifoli; 20 anni era l’età che avevo quando abbandonai per sempre il mio paese di origine per recarmi a Roma; il destino volle che mi fermassi a Castel di Sangro dove iniziai il I periodo di eremitaggio della durata di 3 anni, come testimoniano le citate biografie.

   Entrai per la prima volta nel monastero di Santa Maria in Faifolis all’età di 16-17 anni, come confermò con certezza Marini in altre due descrizioni, dichiarando che avevo compiuto 17 anni, mentre Telera, bastian contrario, ricordò che ero d’anni 16 in circa.

   Il Concilio Tridentino nella sessione XXV, al capitolo 15, divulgò la legge universale che prescriveva un anno di noviziato da compiersi dopo il 16 anno di età: Professio non fiat nisi anno probationis exacto, & decimosexto aetatis completo.

   Vi cito alcuni  casi analoghi all’inizio del  mio noviziato:

   San Benedetto all’età di 17 anni, insieme con la sua nutrice Cirilla, si ritirò nella valle dell’Aniene; san Tommaso d’Aquino all’età di 17 anni entrò nell’Ordine mendicante fondato da san Domenico anche Dom Columba Marmion, medico ed abate benedettino, a 17 anni entrò nel seminario diocesano di Conlifle; il Beato Antonio Grassi era nato a Fermo il 13 novembre 1592, e fin da fanciullo aveva condotto una vita semplice ed austera, improntata a sincera devozione, educato dai Padri dell’Oratorio della sua città. Entrò in Congregazione l’11 ottobre 1609  (1609 – 1592 = 17) ed il 17 dicembre 1617 fu ordinato sacerdote. 

   Vissi per 3 anni nel monastero, dove ero entrato all’età di 17 anni, lo abbandonai all’età 20 anni, quindi correva l’anno 1229 perché, come vi dimostrerò, sono nato nel 1209; se fossi nato nell’anno 1210  sarebbe stato lanno 1230; se fosse il 1215 sarebbe stato il 1235, l’anno calcolato da Marini.

   Herde sostiene che Pietro potrebbe essere rimasto in monastero per qualche anno. Poi però a venti anni o poco più, quindi nel 1231 circa, o poco dopo, egli decise di diventare anacoreta. 

   Non condivido le dichiarazioni: potrebbe essere, per qualche anno, a venti anni o poco più, quindi nel 1231 circa, o poco dopo, perché al lettore ignaro creano solo confusione ed incertezze!

   Ho già ricordato l’opinione di Telera, anche lui sostenne che rimasi nel monastero pochi anni, mentre Herde quantifica in  qualche anno: in  realtà erano  stati 3 anni!

   Herde, abbiamo già visto in precedenza, ha dichiarato: a) Probabilmente quando non aveva ancora venti anni, e cioè presumibilmente prima del 1230,  Pietro entrò nel monastero benedettino di S. Maria di Faifoli; b) Poi però a venti anni o poco più, quindi nel 1231 circa, o poco dopo, egli decise di diventare anacoreta.

   Cercherò di fare un pò di chiarezza, confrontando le due citazioni (a e b), ma non sono in grado di poter dare un “valore numerico” alle espressioni non aveva ancora; presumibilmente prima; o poco più; circa, o poco dopo: prenderò in considerazione solo i numeri riportati dallo storico: 1230 anno dell’entrata in convento e 1231 l’anno di uscita; ergo, 1231 – 1230 = 1, sarei vissuto in monastero solo 1 anno, a dispetto delle tante biografie esaminate che tramandano 3 anni!

   Quando abbandonai il monastero o la mia casa correva l’anno 1229!

   Scrive Herde:  

   Così, “nel mese de zenaro”, … Pietro si avviò verso Roma, partendo dal suo luogo di nascita. ….  Così, alcuni giorni dopo, da Castel di Sangro si spostò sul monte Porrara … e qui condusse per tre anni vita eremitica. …. Trascorsi tre anni, egli si recò a Roma ….  Ciò deve essere  avvenuto nel 1233/34.

   Sono sorpreso,  lo storico tedesco ha trascurato di evidenziare la grande importanza che Marini diede al tempo  (una giornata intera di cammino + un’altra giornata fino l’ora nona) che impiegai per coprire la distanza tra il mio paese di origine e Castel di Sangro, prima tappa del  mio viaggio: è un dato che permette con certezza di identificare solo  Sant’Angelo Limosano! 

   Gli anni su cui  Herde e gli altri biografi concordano sono i 3 anni che vissi il mio I periodo di eremitaggio; non condivido la sua “ipotesi” del mio viaggio a Roma avvenuto nel 1233/34: sempre quell’ “incertezza” che ritengo disorienti e non soddisfi la voglia di sapere dei lettori!

   Abbiamo visto che ha scritto: quindi nel 1231 circa, o poco dopo, egli decise di diventare anacoreta   ….. e qui condusse per tre anni vita eremitica. 

   Non potendo dare un “valore numerico” alle citazioni circa, o poco dopo per effettuare una operazione di matematica, sommo all’anno 1231 solo tre anni di vita eremitica, si ottiene 1234!

   E’  lanno in cui, secondo Herde ed altri biografi, avrei terminato il I periodo di eremitaggio per andare a Roma.

   In verità vi dico che abbandonai Sant’Angelo Limosano nel 1229 e, avendo trascorso 3 anni in eremitaggio tra Castel di Sangro e Palena (Porrara), quando presi la decisione di partire per Roma correva l’anno 1232.

   Da Roma tornò nella sua terra natia, scrive Herde, aggiungendo: Forse durante il viaggio visitò a Subiaco la grotta del fondatore del suo ordine, san Benedetto.  Ancora Herde: Secondo la Vita in volgare, risalente al secolo XV, Pietro visse poi nel monastero benedettino di S. Giovanni in Venere presso San Vito Chietino, distante solo pochi chilometri dalla costa adriatica, dove venne istruito nella Regola di san Benedetto: “… e perseverando al monastero, che se giamava sancto Iane in Veneri per certo tempo ben istruto dela regula …”.  

   Lo storico tedesco conclude: Questa affermazione non è altrimenti verificabile, ma di per sé non inattendibile. (In nota 27 a pag. 283, precisa: Questa indicazione è assente sia nel TR che in ogni altra fonte,e come nel caso dell’indicazione del luogo di nascita di Pietro, dovrebbe rifarsi ad una tradizione orale dell’ordine. La sua attendibilità non è verificabile. Pietro potrebbe avere lì terminato il suo noviziato, cominciato a S. Maria in Faifolis). Poi pare che egli, con il permesso dell’abbate, si sia recato nel luogo in cui più di ogni altro esercitò la sua azione, il Monte Morrone, presso Sulmona. Tutto questo deve essere accaduto tra il 1235 e il 1240.   

   Da quanto letto, prendo in considerazione il 1235 e il 1240 proposti da Herde: almeno uno dei due anni dovrebbe corrispondere alla data in cui feci la scelta di vivere da eremita sul Morrone e poi sulla Maiella.

   Dimostrerò con una semplice operazione matematica di addizione che il 1235, il 1234 corrisponde alla data del mio arrivo e della decisione che presi quando giunsi nel luogo (MorroneMaiella) in cui più di ogni altro esercitai la mia azione, ovvero quando iniziai il II periodo di eremitaggio.    

   I numeri che propongo non sono stati scelti a caso, ma sono gli stessi tramandati dalle biografie più antiche.   

   Vita C (1303-1306): quem per sexaginta et quinque annos perpessus in paenitentia fuerat.  

   Petro de Aliaco: Per sexaginta quinque vitae suae (eremiticae) annos pertulerat, finem imponete disposti.

   Preciso che gli anni sexaginta et quinque o sexaginta quinque ricordati dalle due biografie, furono ottenuti sommando i 3 anni del I periodo di eremitaggio ai 62 anni del II periodo di eremitaggio.

   Marini, nonostante un errore che, come abbiamo esaminato, erano frequenti nelle sue descrizioni, ci diede un numero a noi già noto: Dal sessantesimo secondo, che egli considerava corrispondesse al principio della mia vita romita e solitaria, trascurando di conteggiare  anche i 3 anni  che erano stati i primi della mia vita eremitica  vissuta a Castel di Sangro-Palena.

   Voglio essere ancora più preciso; i miei anni di eremitaggio comprendevano due periodi  nel tempo e nello spazio: il I  fu di 3 anni trascorsi tra Castel di Sangro e Palena, il II  di 62 anni vissuti tra il Morrone, la Maiella ed altri luoghi,  tra cui un viaggio a Lione nel 1274 ed il ritorno al monastero di Faifoli nel 1276 come abate, per un totale di 65 anni, ovvero fino all’anno 1294  della mia elezione al papato.

   Telera confermò: Dopo averlo servito 65 anni in asprissime penitenze. 

    il 1235 e il 1240, proposti da Herde,  sommati ai 62 anni del II eremitaggio possono dare il risultato 1294, anno della mia elezione al papato:

         1235 + 62 = 1297.                       1240 + 62 = 1302.

   Lanno 1232  è la data della fine del I periodo di eremitaggio, del mio arrivo a Roma, della mia consacrazione sacerdotale, del mio ritorno alla vita eremitica con l’arrivo al Morrone- Maiella: 

                                  1232 + 62 = 1294.

 La matematica non è un’ opinione!

   Sieti riuscite a seguire questi semplici calcoli matematici?

   Ricapitolo per poter proseguire e completare le addizioni i cui risultati indicheranno l’anno della mia elezione e l’anno della mia morte:

   1209 + 17 + 3 + 3 + 62 = 1294  anno della mia elezione al papato, avvenuta come sapete a Perugia il 5 luglio; mi fu comunicata il 19 ed il 20 luglio abbandonai l’eremo per raggiungere  L’Aquila dove fui consacrato pontefice il 29 agosto 1294.

   Il 13 dicembre 1294 sottoscrissi la rinuncia, non il rifiuto al papato (vi esorto a leggere su internet la mia I intervista), poi divenni ostaggio, fuggiasco e prigioniero nel castello di Fumone dove rimasi fino alla morte che avvenne il 19 maggio 1296.

   E’ semplice calcolare il tempo che trascorsi dalla mia elezione alla morte: 2 anni e, per l’esattezza, meno 2 mesi !

   Ergo: 1209 + 17+ 3 + 3 + 62 = 1294  + 2  =  1296  mese più, mese meno, ma gli addendi presi in considerazione e che ho sottolineati, corrispondono agli anni ricordati dalle biografie più antiche e sono  gli unici compatibili con quanto accadde nella mia  lunga vita!

   Vi invito ad effettuare l’ultima operazione di matematica, una semplice sottrazione per calcolare anche quanti anni ho vissuto: 1296 – 1209 = 87  come ricorda la biografia conosciuta come Vita C.

   Vi  propongo una verifica per il 1210 ed il 1215  che ancora alcuni  dei miei biografi  preferiscono ritenere l’anno della mia nascita: ad ognuno sommiamo gli addendi-anni tramandati dalle antiche biografie: 17, 3, 3, 62 e 2 , otteniamo dei risultati difformi dal 1294, l’anno della mia elezione al papato ed il  1296, l’ anno della mia morte:

        1210  17  +  3  3  62  =  1295   2  =  1297.

        1215  17  +  3  3  62  =  1300   +  2  =  1302.

    Solo il 1209 è l’anno della mia nascita: l’unico addendo per quella semplice operazione di matematica!

   L’altro argomento che mi sta a cuore è il cognome de Leone attribuito a mia madre Maria da alcuni biografi, dal “fumetto” che mi è stato dedicato e da Herde che scrive:

   i suoi genitori si chiamavano Angelerio e Maria; il nome del padre è attestato anche in documenti (in nota: Il nome del padre è confermato anche da un documento di Carlo II d’Angiò del 5 settembre 1294, dove un fratello del papa Celestino V è chiamato “Nicolaus de Angeleri”; ed. G. U. Ciarlanti, Memorie istoriche del Sannio, IV, Campobasso 1823, pag. 151), Cfr Cantera, Cenni, p. 6, nt. 6.)

Lo  storico aggiunge: Stando agli autori antichi il cognome (cioè il patronimico) della madre era “di Leone”, “de Leone” o simili (in nota: Cfr. Spinelli, p. 3; già Marino, pag. 4, formulò critiche al riguardo.), cosa che non è verificabile nelle fonti del tempo e dovrebbe risalire a una tradizione più recente.

   La “carne a cuocere” è tanta, occorre procedere a piccoli passi!

   Il documento di Carlo II d’Angiò, citato da Herde, ricordava mio fratello Nicola, ma anche alcuni miei nipoti, che solo dopo la mia elezione adottarono il “cognome” de Angelerio o de Angeleri, ovvero il nome del nostro avo perché erano orgogliosi di essere conosciuti come miei consanguinei; nulla fu tramandato in merito al cognome di  mia madre Maria.

    La data della sua redazione 5 settembre 1294, così come ha riporta Herde, ossia poco dopo la mia elezione, è errata!

   Ciarlanti (1644) scrisse in merito:

   come nel Regist. del 1298. e 1299.  …, come nel Regist. del 1298. con la data in Napoli del 1. di Settembre (1298).

   Ero deceduto il 19 maggio 1294, ossia quattro anni prima che il re angioino concedesse ai miei eredi sì picciol non dono, ma gravoso assegnamento per servigio militare che avessero a fare.

   Cantera (1892) riportò dei precisi riferimenti bibliografici, Reg. Ang. N. 94 1298 D e n. 125 1302 E. f. 185, aggiungendo che si leggono accordate da re Carlo II della provvisioni a Nicola di Angelerio fratello, e a Guglielmo e Pietro Roberto di Angelerio nipoti del fu  Pp. Celestino V.

   Il documento, come confermò anche Cantera, fu redatto dopo la mia morte (fu Pp. Celestino V): non poteva avere la data del 5 settembre 1294; Cantera  in seguito si contraddisse (a ciò si deve l’imprecisione di Herder), aggiungendo a quanto già letto, che il re angioino il 5 settembre 1294 concesse un’annua provvisione ai fratelli ed ai  nipoti del papa.

   Marini (1630) più diligente, diede delle dettagliate informazioni, confermano che la redazione di quel documento avvenne dopo la mia morte:

   Mi avisa bene il Molto reverendo Padre Abbate D. Francesco d’Aielli d’haver letto nel Regio Archivio della Zecca di Napoli, dove si dice esser registrate molte cose antiche di quel Regno, in un libro Pergameno, che Carlo secondo Rè di Napoli doppò la morte di questo Santo Pietro, che fù Celestino Papa Quinto.

  Messo in ordine la data di quel documento, torniamo a parlare del cognome di mia madre: era una santa ed umile donna che non apparteneva all’aristocrazia del regno angioino, né era di nobili origini; non aveva un cognome!

   Stando agli autori antichi scrive Herde il cognome (cioè il patronimico) della madre era “di Leone”, “de Leone” o simili, (spiegando in nota: Cfr. Spinelli, p. 3; già Marino, pag. 4, formulò critiche al riguardo.), cosa che non è verificabile nelle fonti del tempo e dovrebbe risalire a una tradizione più recente.

   Le valutazioni adottate dallo storico tedesco destano la mia meraviglia: con “prudenza” e con “tanti dubbi” ha proposto le date più importanti della mia vita, mentre si dimostra “possibilista” nei riguardi del cognome di  mia madre!

   Gli autori antichi cui fa riferimento Herde ignoravano il cognome dei miei genitori:

   Opus Metricum ( J. C. Stefaneschi, 1296-1314): Et, quamqua humilis generis, pietate referti. Traditur undenus; matrem (in nota: Mater vacabatur Maria).

   Autobiografia (1400):  dei suoi genitori, i cui nomi sono Angelerio e Maria.

   Pedro de Aliaco (1326-1415): Fuerunt autem patri ejus, Angelerius nomine, ex Maria uxore sua.          

   Stefano di Lecce (1471-74): nato da ottimi genitori, Maria e Angelo, o, con termine come penso, corrotto, Angelerio.

   Notturno Napolitano (1520): il marito Angelerio si nomava Maria la Moglie.

   Tiraboschi (1400): El padre have nome angelerio e la madre have nome maria.

   Platina (1479)Celestino v. Fra Pietro de Murone, figliuolo d’Angelerio da Sulmona. 

   Bullario (1741): Coelestinus Quintus, antea Petrus  de Murrhone Monachus, filius Angelerii.

   Herde, consapevole che Marino, pag. 4, formulò critiche al riguardo, come ha potuto ritenere che la vexatia quaestio non è verificabile nelle fonti del tempo, visto che il cognome de Leone  era a tutti sconosciuto?

   Marini (1630) a tale proposito ci illumina:

   Angelerio hebbe nome il Padre del Santo, e Maria la Madre. Erano di mediocre fortuna, ma molto honorati nella patria loro, e timorati d’Idio; semplici e giusti; si essercitavano nelle opre della misericordia secòdo il poter e facoltà, che havevano; aggiungendo che la mia famiglia era numerosa e povera, quale era la loro, bastava uno, che non lavorasse ….; e che il Patrimonio non sarà bastevole per sostenerlo.

   Marini, forse avendo previsto delle “strane ipotesi” sui cognomi della mia famiglia, precisò:

    Il cognome della famiglia non fu scritto da alcuno, e se in alcuna scrittura si trova alcuno de i nipoti nominato di Angelerio, facilmente sarà il nome del Padre o dell’Avo, come si usa in quei paesi, ne i quali il nome del padre o dell’Avo serve per cognome: Et al nostro Pietro non fu apposto mai altro cognome overo agnome, che quello del Morrone, il quale fu acquistato da lui stesso, come si dirà appresso. L’insegne nondimeno, che si chiama Arma, al nostro Pietro si trova in tutte le sue imagini antiche attribuito un Leone rampante con una fascia a traverso dalla coscia al piede sinistro, essendo come appoggiato su il lato sinistro, sì come è descritto da tutti gli autori e in tutte le imagini.

   Il biografo, facendo riferimento al privilegio (se in alcuna scrittura) rilasciato a  mio fratello Nicola ed ai nostri nipoti Guglielmo e Pietro figli del defunto Roberto, evidenziò che solo dopo la mia elezione, fu utilizzato il cognome Angelerio per identificare i membri della mia famiglia: il “cognome” si originò come si usava all’epoca  dal  nome del Padre o dell’Avo.

   Il Leone rampante riprodotto nel mio stemma pontificio, non era in relazione con il cognome di mia madre! 

   Marini rispose ad un altro interrogativo: perché mi fu dato ed adottai il “cognome” da o del Morrone?

   Onde di là si divulgò per tutte le parti la fama di lui si celebre, che correva per tutto il mondo, e ne riportò il famosissimo cognome di Muroneo, e  fù sempre detto e chiamato Petro del Morrone, e non havendo mai fatta stima alcuna del suo cognome nativo, il quale sin’hora non si trova scritto.

   Mai descrizione fu più chiara, anche se esagerò con gli elogi nei miei confronti!

 Altri biografi scrissero:

   Ciarlanti (1640-44): da genitori timorati d’Iddio, semplici e giusti, chiamati Angelerio e Maria.

   Telera (1648): I Genitori di lui furono Angelerio e Maria.

   I cognomi Angeleriis e Leone attribuiti ai miei genitori a partire solo dal XIX secolo erano sconosciuti a tutti i biografi; Marini, come abbiamo visto, diligentemente descrisse i motivi.

   Tutte le biografie più antiche citano solo il nome dei miei genitori, Spinelli, unico tra i biografi ricordato da Herde, nel 1664, dopo circa 300200 anni dalla pubblicazioni delle biografie più antiche, scrisse:

   Hebbero in sorte Angelerio, e Maria de’ Leoni d’esser di sì gran pianta fortunate radici; nacque da due Leoni un’Agnello.

   Ritengo che de’ Leoni, diverso da de Leone di Herde, sia stato utilizzato da Spinelli come sostantivo figurativo plurale per descrivere e paragonare i miei genitori ai de’(i) Leoni, intesi come felini non riferito al cognome della mamma, infatti in quella descrizione mi paragonò ad  un’Agnello nato da due Leoni. 

   La “colorita” citazione di Spinelli (1664) mi fa tornare alla mente due descrizione analoghe di Marini (1630):

   1) Hebbe Angelerio da Maria sua moglie, a guisa del Patriarca Giacobbe, dodici figli;

  2) quando anche Angelerio Padre già molto vecchio si partì da questo carcere mondano andando à miglior vita, lasciando viva la moglie Maria con sette figliuoli. Tra quali all’ora era di cinque ò sei anni il fanciullo Pietro l’undecimo, e dall’hora come un altro Giuseppe pareva che la sua eccellente indole spirasse non so che del maturo & del religioso.

   Ricordate, le biografie che mi sono state dedicate sono più o meno “simili” tra loro: quanto scritto da Marini nel 1630 e da Spinelli nel 1664 lo confermano.   

   Spinelli “non poteva non conoscere “ Marini!

   Il primo biografo paragonò i miei genitori a due Leoni, mentre il secondo ritenne la mia famiglia “simile” a quella del buon Patriarca Giacobbe ed il sottoscritto, immeritatamente  fu assimilato al mite Giuseppe!

   Consentitemi di assolvere Spinelli, non intendeva dare il “cognome” de Leoni  a mia madre; perché solo a lei e non un “cognome” anche a mio padre?

   Ho dedicato la mia lunga vita alla salvezza del prossimo, ma ci sono dei peccatori che meritano la condanna!

  Iorio (1894) strumentalizzò quanto proposto da Spinelli e divulgò “urbi et orbi” l’esistenza di un decreto conosciuto come la Bolla del vescovo Dario, che solo lui scoprì, solo lui lesse e poi perse!

   Nessuno ha potuto testimoniare l’esistenza di quel documento! 

   Il cattivo seme della zizzania ne ha generato altri che hanno dato credito a quella scoperta.

   Confesso la mia ignoranza: ho sempre saputo che una bolla è promulgata da un papa o da un imperatore, non sapevo che anche il vescovo Dario avesse il potere per farlo:

   Darius, Aeserniensis civis, Episcopus ab anno 1208 ad annum 1222. Eius Praesulatus temporcirca annum 1215 hic –in Aeserniaortum habuit ab Angelerio de Angeleriis et Maria de Leone civitatis Aeserniae Petrus Caelestinus.

   Che delusione!

   Questa breve frase sarebbe una Bolla che per definizione, non dovrebbe rappresentare “un atto di grande importanza giuridica”?

   Sempre più incuriosito, ho cercato una conferma per ciò che scrisse Iorio anche nelle note bibliografiche:

   (vedi Marino op. cit. p. 4; Ciarlanti op. cit. vol. IV pg. 105 e Cantera op. cit. I).  Apprendiamo dal riferito brano che la madre si cognominasse de Leone, il che è riferito anche da Spinelli ed è notevole che l’arma che si attribuisce a questo pontefice è un leone rampante, e che coloro che in Isernia portano tuttora il cognome Leone sono additati come parenti  di S. Pietro Celestino.

   Iorio si prese gioco dell’intelligenza del lettore!

  Marini, come abbiamo avuto modo di esaminare, alla pag. 4 della biografia che mi dedicò, lo smentisce clamorosamente:

   Il cognome della famiglia non fu scritto da alcuno, e se in alcuna scrittura si trova alcuno de i nipoti nominato di Angelerio, facilmente sarà il nome del Padre o dell’Avo, come si usa in quei paesi, ne i quali il nome del padre o dell’Avo serve per cognome: Et al nostro Pietro non fu apposto mai altro cognome overo agnome, che quello del Morrone, il quale fu acquistato da lui stesso, come si dirà appresso.

   Ciarlanti vol. IV pg. 105, fece altrettanto:

   da genitori timorati d’Iddio, semplici e giusti, chiamati Angelerio e Maria: né per mio padre, né per mia madre  scrisse un “ cognome”!

   Telera, idem:

   il B. Pietro figlio di Angelerio e di Maria, poveri e semplici e per dare maggiore credibilità alla sua affermazione riportò in nota quanto detto di Marini: il nome del padre, Angelerio cioè, pare che nel progresso dei tempi fosse rimasto come cognome della famiglia.

   Il “cognome” che fu adottato dai miei consanguinei dopo la mia elezione al papato era il “nome” di Angelerio, nostro avo; “con buona pace” di Iorio e di quanti gli hanno dato credito!

   Spinelli era l’unico tra i biografi citati in nota da Iorio che avrebbe potuto essergli di  aiuto, ma sono sempre più convinto che quel de’ (i) Leoni, come già detto, sia stato utilizzato come un sostantivo figurativo.  

   Iorio perseguiva un unico fine: accreditare la mia nascita alla città di Isernia!

   Il  leone rampante  che adottai nello stemma pontificio non mi fu ispirato dal  de’ Leoni (non de Leone) cognome di mia madre, perché avrei dovuto diligentemente ed intelligentemente trovare una logica ispirazione nel “cognome” di mio padre, se lo avesse posseduto!

   Quanto tramandato da Iorio non era “farina del suo sacco” perché una diligente, quanto accurata indagine mi ha permesso di scoprire la fonte bibliografica che fu maldestramente “manipolata”: si tratta della descrizione che Ughelli (1642-64) riportò nella sua opera monumentale dedicata alla illustrazione delle diocesi esistenti in Italia (la diocesi di Isernia nel nostro caso), ed a quanto realizzato dai vescovi (all’epoca il vescovo di Isernia era Dario) durante il loro mandato. 

   Iorio:

   Darius, Aeserniensis civis, Episcopus ab anno 1208 ad annum 1222. Eius Praesulatus tempore circa annum 1215 hic –in Aeserniaortum habuit ab Angelerio de Angeleriis et Maria de Leone civitatis Aeserniae Petrus Caelestinus.

   Ughelli:

   15. DARIUS temporibus Innocentii III. itemque Honorii III. Aeserniensis fuit Episcopus, cujus prima mentio in monumentis habetur anno 1208. ultima vero anno 1221. sub quo natus est anno 1215. S. Petrus de Morone, postea Pontifex Max. sub nomine Coelestini Quinti.

   Confrontando le due citazioni, si nota che Iorio era solo interessato ad evidenziare la nascita di Pietro in Aesernia, visto il riferimento che fece alla civitatis Aesernia ed al cognome dei miei  genitori; Ughelli ricordò sì Darius per essere stato Aeserniensis fuit Episcopus, ma sapeva che non era Aeserniensis civis, come scrisse Iorio, né mise in relazione Aesernia con la nascita di Petrus Caelestinus.

   Secondo Ughelli, Darius fu vescovo di Isernia dal 1208 al 1221, mentre Iorio lo considerò in carica 1 anno di più, dal 1208 al 1222.

   Lascio che siate voi a giudicare!

   Giudicate anche quest’ultimo episodio: non è accaduto, ma alcuni autori “per forza” lo vogliono legare alla mia vita: sarei passato, avrei sostato e pernottato nella città di Isernia tra il 14 e 15 di ottobre del 1294!

   Considerando la mia età avanzata, dovrei credere di aver perso la memoria?

   Sono consapevole di non aver mai manifestato lavoglia o il “desiderio di visitare la nobile città di Isernia e nulla mi lega ad essa!

   More solito, vogliono “per forza” farmi nascere in quella civitas, invece sono nato nel castrum di Sant’Angelo Limosano; castrum, così i primi biografi definirono il mio paese di origine; se gli storici o gli studiosi contemporanei hanno la “capatosta” o fingono di “non capire”, la colpa non è mia!

   Veniamo ai fatti: dopo la mia elezione proclamata in L’Aquila il 29 agosto 1294, mi trattenni in quella città a me tanto cara, ed oggi ancora di più dopo il terremoto, fino al 5 ottobre quando con il re Carlo II ed alcuni cardinali iniziammo il trasferimento nella città di Napoli, divenuta la nuova sede papale.

   Perdonatemi, ma sfido chiunque a documentare la mia presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre!

   La “storiella” ebbe origine nel 1892 ad opera di Cantera che già in altre occasioni, diffuse notizie “false e tendenziose”: le lettere del vescovo Giacomo e l’editto del vescovo Roberto.

   Le lettere del vescovo Giacomo, quante: due, tre o  più?

   Che sorpresa: pare si trattasse di una sola lettera datata 1259 che Cantera aveva letto e poi  smarrito!

   Il testo, a detta di Cantera, riportava l’affermazione:  fr. Pietro da Isernia.

   Io, fra’ Pietro, non ero al corrente di quella origine!

   Cantera per sostenere la “sua” affermazione citò come fonte bibliografica Marini che aveva pubblicato  il testo completo di una lettera del vescovo Giacomo; Cantera pensò bene di non trascriverne il testo, ma ne “manipolò”    l’intestazione che era:

            Fr. Petri Eremitae Magellensis,    non   fr. Pietro da Isernia!

   Brevemente analizzerò anche l’editto del vescovo Roberto, prima di tornare a descrivere quel “famoso”, quanto faticoso viaggio verso la città di Napoli.

   Non esiste il testo originale dell’editto del vescovo Roberto, ma una copia, non autenticata, scritta con grafia del XVII secolo, ciò significa che c’è  ancora odore  di bruciato” o  di “imbroglio”, visto che abbiamo già esaminato altri documenti di  “dubbia” origine o esistiti solo per chi ebbe la “fortuna” di leggerli e poi perderli per sempre!

Nessuno ha mai testimoniato l’esistenza dell’originale dell’editto del vescovo Roberto che sarebbe stato redatto nel XIII secolo, epoca in cui vissi; ma ne esiste una copia che fu esibita, come hanno scritto alcuni studiosi isernini, dal mio biografo Telera  nel 1648, ma la copia era sconosciuta agli altri biografi ed a Ciarlanti, mio biografo, ma soprattutto era di origine isernina, sostenitore convinto della mia nascita nella sua città ed era stato arciprete della cattedrale di Isernia!

   Nella copia è scritto religiosi viri fratris Petre de Murrone huius civitatis Ysernie civis, quindi non ero nato in Isernia, come sarebbe stato più semplice e chiaro scrivere, ma ero  stato considerato solo cittadino di questa città d’Isernia.

   Non mi dilungo su questo argomento, mi permetto solo di far notare che il “falsario” non volle compromettersi più di tanto: avrebbe potuto chiaramente scrivere che ero nato in quella città, opportunamente mi definì un semplice cittadino di Isernia: uno stato giuridico che avrebbe potuto acquisire anche chi non vi fosse nato!

   Torniamo sull’episodio che più mi sta a cuore: cosa feci tra il 14 e 15 ottobre del 1294?  

   Il percorso di quel “famoso” quanto “faticoso” viaggio, le soste ed i pernottamenti in alcune città o nei centri meno importanti sono stati descritti con dovizia di particolari dalle cronache dell’epoca e sono testimoniati dalle disposizioni da me promulgate; dopo L’Aquila, giunsi a Sulmona, a Castel di Sangro, al monastero di Castel san Vincenzo, a San Germano-monastero di Montecassino, a Teano,  a Capua ed a Napoli, capitale del regno e sede papale.

   Le cronache dell’epoca tacciono, non esiste un documento che testimoni la mia presenza nella città di Isernia, né in altri luoghi; un silenzio di 4 giorni che iniziò il giorno 13 ottobre 1294, dopo il mio arrivo nel monastero di san Vincenzo e durò fino al 17 ottobre quando giunsi a San Germano.

   Tutte le biografie pubblicate prima del 1892, anno in cui fu diffusa la “clamorosa” ed “inedita” notizia di Cantera, confermano il viaggio che intrapresi alla volta della città di Napoli, ma non la mia presenza in Isernia!

   Potthast (1875) nel Regesta Pontificum Romanorum, trascrisse quanto accadde dal 5 luglio 1294 della mia elezione al papato fino alla mia morte del 19 maggio 1296; per quanto ci interessa: 29 agosto elezione; dal 30 agosto al 5 ottobre (doc.ti dal n. 23951 al n. 23989) ero a L’Aquila; dal 7 al 11 ottobre (doc.ti dal n. 23990 al n. 23995) ero a Sulmona; il giorno 12 ottobre (doc.to n. 23996) ero a Castel di Sangro; il giorno 13 ottobre (doc.to n. 23997) ero nel monastero di san Vincenzo al Volturno; il giorno 17 ottobre (doc.to n. 23998) ero a S. Germano; dal 23 ottobre al 28 (doc.ti dal n. 23999 al n. 24000) ero a Teano; il 3 novembre 1294 (doc.to n. 24001) ero a Capua ed il 13 novembre  1294 (doc.to n. 24002) ero nella città di Napoli.

   Avete letto qualcosa che testimoni la mia presenza nella città di Iserrnia?

   Cantera nel 1892, 17 anni dopo l’opera di Potthast, pubblicò una cronologia che, facendo tesoro di quanto già esaminato, fu arricchita con altre testimonianze di cui, ancora oggi, non è facile accertare la veridicità!

   Forse volle essere più “orignale” nel riferire notizie inedite, ma visto i suoi  metodi di ricerca ed alcuni risultati che abbiamo esaminato, avanzo dei seri dubbi sulla loro veridicità!

   Secondo Cantera il giorno 6 ottobre (per Potthast era il 5) ero ancora nella città de L’Aquila; poi scrisse: il dì 7 giunse a Sulmona ove si trattenne fino al dì 13  (per Photthast fino all’11 ottobre) detto mese.

   Il 13 ottobre, scrisse ancora Cantera, ma per Potthast era il 12, Celestino proseguì l’itinerario e da Sulmona passò a Castel di Sangro, nella quale terra vi si era recato pure il giorno precedente, ed indi nello stesso 13 ottobre visitò il convento di  S. Vimcenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine.

   Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.   ….   E nel dì 17 giunse a S.  Germano.

   Un attimo di pausa per fare chiarezza su quanto letto!

   Il giorno 13 ottobre, secondo Cantera ero a Sulmona, nello stesso giorno (13) ero presente a Castel di Sangro dove ero stato anche il giorno 12 e, sempre il giorno 13, ero nel monastero di san Vincenzo al Volturno.

   Potthast era di tutt’altro parere: dal 7 al 11 ottobre ero a Sulmona; il giorno 12 ottobre ero a Castel di Sangro; il giorno 13 ottobre ero nel monastero di san Vincenzo al Volturno.

   Non comprendo il motivo per cui, secondo Cantera, il 12 ottobre  avrei dovuto fare un viaggio di andata e ritorno da Sulmona a Castel di Sangro, percorrendo (SS. 17) circa 95 km. e poi il 13 ri-passare per Castel di Sangro per essere presente nel monastero di san Vincenzo al Volturno, dopo aver percorso circa 75 km. per una strada di montagna impervia e tortuosa, avevo ben  85 anni!

   Cantera non mi convince: come testimoniò diligentemente Potthast il 12 ottobre ero presente a Castel di Sangro ed impegnato a redimere la controversia tra l’abate del convento di Montevergine, appartenente all’ordine benedettino, ed il vescovo di Avellino; il giorno 13 partimmo da Castel di Sangro e, seguendo il percorso (SS. 158) da Alfedena a Pizzone, giungemmo dopo circa 30 km. al famoso monastero benedettino di san Vincenzo al Volturno dove fui costretto a portare a termine dei “gravosi” impegni: ero giunto nella tarda mattina, dopo un breve,  quanto faticoso viaggio; cercai di riposare un po’ a causa della mia età avanzata e poi, con i miei collaboratori,  nominammo un nuovo abate, nella persona di Nicola del mio Ordime morronese ; diedi  anche disposizione perché fossero concessi 15600 fiorini di oro ai mercanti della Camera Apostolica quale sussidio delle armate delle galee presenti in Terra Santa.

   Umanamente era impossibile che il giorno 14 ottobre potessi essere presente nella città di Isernia!

   In verità, mi trattenni qualche giorno di più nel monastero anche per concelebrare la  solenne cerimonia di elezione del nuovo abate Nicola; il giorno dell’arrivo, 13 ottobre, era mercoledì, giovedì 14 e venerdì 15 furono impieganti per la nomina dell’abate e la normale amministrazione, sabato 16 partimmo alla volta di San Germano per essere presenti la domenica 17 nel monastero di Montecassino per la celebrazione della santa messa ed alla nomina del nuovo abate Angelerio, il mio confratello.

   Nel descrivere il percorso dal monastero vulturnense a San Germano, vi invito a seguirlo su di una qualsiasi carta stradale: l’attuale SS. 158 fino al bivio di Roccaravindola, poi la SS. 85 che passa anche per la città di Venafro e fino a San Pietro in Fine, poi la Casilina per un totale di circa 56 km..

   Dove è Isernia in questo itinerario?

   La città non poteva essere interessata dal percorso di quel lungo viaggio che era stato programmato in base alle soste da effettuare; Cantera  cercò di “colmare” il silenzio delle cronache dell’epoca e le biografie che non ricordavano ciò che feci o che accadde  nei giorni 14, 15 e 16 di ottobre del 1294.

   Cantera ritenne opportuno approfittare di questo “vuoto” per “mischiare le carte e, per accreditare la “sua” verità della mia presenza nella città di Isernia, lo giustificò solo con la descrizione di un itinerario stradale; scrisse:   Per andare da Sulmona ad Isernia dovevasi transitare < per partes Vallis Oscure, Peschi, Rivingri et Foroli >.

   Per amore della verità il corteo che mi accompagnava partì, come già esaminato, non da Sulmona, ma da Castel di Sangro la mattina del 13 ottobre per raggiungere nella stessa giornata il monastero di san Vincenzo al Volturno, coprendo una distanza di 30 km ..

   L’itinerario proposto da Cantera si riferisce all’attuale SS. 17 che realmenete da Sulmona, Castel di Sangro, Rionero Sannitico e dopo il bivio di Forlì del Sannio raggiunge Isernia, per un totale di circa 35 km.; dopo avremmo potuto raggiungere  il monastero percorrendo l’attuale SS. 627 fino a Colli al Volturno e risalire la SS. 158 per un totale di circa 57 km..

   Stando all’itinerario proposto da Cantera, il giorno 13 ottobre avrei dovuto fare circa 27 km. in più per andare da Castel di Sangro (Cantera mi fece partire da Sulmona) al monastero vulturnese, sarei dovuto passato dapprima per Isernia, senza fare una sostapoi ri-tornarvi il giorno 14: vi sembra il viaggio di una persona normale?

   Cantera, nell’anno 1892, si “sforzò di far passare alla storia” la mia presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre; ma non è “strano” che, mentre per tutti gli altri luoghi da me visitati: Sulmona, Castel di Sangro, monastero di Castel San Vincenzo, San Germano-Montecassino, Teano, Capua e Napoli sono documentati uno o più avvenimenti, sia religiosi, politici o amministrativi, solo  durante la sosta in Isernia  non feci alcunchè!

   Cantera era l’unico, fortunatobiografo a conoscere lo straordinario avvenimento: papa Celestino V  in visita alla sua città natale!  

   Le cronache, le biografie antecedenti al 1892, tacciono in merito allo storico evento!

   Un esempio è illuminante: Ciarlanti mi dedicò una biografia intorno all’anno 1640, circa 252 anni  prima di Cantera; egli era stato arciprete della cattedrale di Isernia ed al pari di Cantera, era “convinto” della mia nascita in quella città.

   Ciarlanti ignorava lo straordinario avvenimento che avrebbe potuto descrivere per accreditare alla sua Isernia la mia nascita; solo per dovere di cronaca ricordò il mio viaggio da L’Aquila a Napoli, senza descrivere la sosta in Isernia!

   Al pari di Ciarlanti, anche  gli altri biografi  nulla scrissero in merito!

   Altri non furono così diligenti, Celidonio, Viti, Gasdia, Mattei, Colitto, Grano etc., non si preoccuparono di verificare quanto tramandato da Cantera, alcuni di essi, pur di sostenere le sue affermazioni, iniziarono una gara per “inventare” delle prove.

   Nessuno si preoccupò di consultare il Reg. Ang. N. 65 cit. ff. 52 a tergo. 53 a tergo: n. 73 cit. f. 32. citato nella bibliografia di Cantera, probabilmente si trovò ad affrontare le stesse difficoltà che mi hanno impedito di accertarne l’esistenza e la  verità!

   Pensarono di fare ben altro: si inventarono un dono che io avrei fatto alla “miacittà natale!

   Hanno sostenuto: E’ ben accetto dal Capitolo Cattedrale che soddisfatto dell’accoglienza riservatagli, donava a quel consesso due croci di argento di fattura longobarda-bizantina; qualche altro riferì che non si trattava di due, ma di una croce: quella croce argentea!

   Ciarlanti, conoscendo un’altra versione dell’avvenimento, scrisse: due croci ch’egli mandò alla sua Patria, che nel Duomo si conservano.

   Quante erano le croci? due croci di argento di fattura longobarda-bizantina od una?

   Le avrei donate  personalmente  o le avrei “mandate” alla mia Patria?

   La verità “venne a galla” in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra di cimeli e documenti custoditi nei luoghi che potevano vantare di essere stati testimoni della mia presenza.

   Nel catalogo della mostra dedicata alle Reliquie e Cimeli della città di Isernia si descrive solo una croce:  18.   Croce in argento dorato (alt. cm. 25 più base dello stesso metallo alta cm. 12). Di finissimo cesello e sbalzo: tempestata di pietre dure, rubini, lapislazzuli ed ametiste. Ha sui quattro bracci delicati smalti su fondo azzurro rappresentanti figure sacre. Nobilissima ispirazione dell’alta oreficeria, forse fiorentina. Seconda metà del sec. XIV. Proprietà del Capitolo Cattedrale di Isernia.

   La verità: si tratta di una croce non di fattura longobarda-bizantina, ma di Nobilissima ispirazione dell’alta oreficeria, forse fiorentina.

   E’ una croce che non mi apparteneva, avrei potuto donare a chicchesia perché non esisteva nel secolo XIII in cui vissi: era stata realizzata nella Seconda metà del sec. XIV!

   Una sola verità fu affermata da Ciarlanti: la croce descritta nel catalogo della mostra era ed è del Capitolo Cattedrale di Isernia!

   Non soddisfatti di quella “prova falsa”, pensarono di “sfruttare” anche  un documento cartaceo che era stato inviato da re Carlo II d’Angiò ad alcuni dei miei consanguinei: 

    Privilegio di Carlo II a favore di Nicola, Guglielmo e Pietro Angelario, rispettivamente fratello e nipoti di Celestino V, col quale si concedono 10 once d’oro al primo e 5 ai secondi, da riscuotersi sulla Bagliva di Foggia (Reg. ang. Anni 1298-1299; altro priv. In Sulmona 1 settembre 1298, ibid.).

   Fu riproposto in tempi moderni con queste considerazioni:

   Ad Isernia il Papa, con al seguito il re (o, per chi gradisce, al seguito del re), era giunto nel pomeriggio del 14 novembre (ad onor del vero era il 14 ottobre del 1294) e il giorno successivo, durante le cerimonie ed i festeggiamenti dedicati all’illustre ospite, Carlo (II d’Angiò) concesse un vitalizio di dieci once d’oro a Nicola Angelerio, fratello del Papa, mentre a due suoi nipoti, Guglielmo e Pietro, figli di Roberto Angelerio, assegnò una provvigione di cinque once ciascuno. E’ accertato dunque che i destinatari del vitalizio: a) fossero congiunti intimi di Celestino V; b) portassero il cognome Angelerio; c) risiedessero in Isernia (o nelle immediate vicinanze).   

   Il privilegio fu confermato da Ciarlanti ma, a differenza degli altri biografi “pro Isernia”, non fu messo in relazione con la mia presenza in Isernia nei giorni del 14 e 15 ottobre 1294.

   Ciarlanti lo datò esattamente al 1 settembre dell’anno 1298 e la sua redazione non avvenne in Isernia, ma nella città di Napoli:

   come nel Regist. del 1298. e 1299. e non potendo poi quegli (i parenti del papa) averle da Foggia, ce le assegnò sopra la bagliva di Sulmona, come nel Regist. del 1298. con la data in Napoli al 1. di Settembre; ed oltre di ciò pare, che anche probabilmente congetturar si possa dalle parole della propria scrittura, che sono queste:.B. Carolus II. etc. Secreto Aprutii, necnon Bajulis, et Cabellotis, seu Credenceriis Cabellae Bajulationis, et altorum Jurium Curiae nostrae ad ipsa Cabellam spectantium in Sulmona praesentibus, etc.  Pridem per patentes literas nostras Secreto Apuliae, nec non Bajulationis Fogiae tam praesentibns, quam futuris sub certa forma recolimus injunxisse, ut Nicolao de Angeleri fratri, ac Guillelmo, et Petro Roberti de Angeleri nepotis qu. Santissimi Patris Domini Celestini olim Sacrosanctae Romanae, ac universalis Ecclesiae Summi Pontificis, quibus, et eorum aeredibus ex eorum corporibus legitime descendentibus natis jam, et eziam nascituris inperpetuum, dicto scilicet Nicoalo de annuo redditu untiarum auri decem, et cui libet praedictorum Guillelmi, et Petri, de annuo redditu unciarum auri quinque percipiendo per eos in Terra, vel bonis fiscalibus Regni nostri existentibus ex mero nostro demanio, sibi quam primum ad id se facultas offerret per nostra Curiam assignandis sub debito militari servizio per eos per inde Curiae nostrae praestando contemplazione dicti Sanctissimi Pontificis, ac olim providimus gratiose, etc.

   Herde, fidandosi delle ricerche di Cantera e degli altri autori, ha scritto:

   Il 6 settembre il fratello di Celestino, Nicola di Angeleri, i suoi nipoti Giglielmo e Pietro Roberti di Angeleri e la loro discendenza ricevettero sovvenzioni finanziarie in cambio del loro impegno a prestare il servizio militare al re: il fratello 10 oncie, ciascuno dei nipoti 5 oncie all’anno (in nota: Cantera, p. 54, nt. 2.).

   Non era il 6 settembre, ma dando credito a Ciarlanti, il documento era stato redatto come nel Regist. dei 1298. con la data in Napoli al 1. di Settembre.

   Herde, sempre seguendo Cantera, ha scritto: 

   Poi passando per Isernia (in nota: Documenti di Carlo II del 14 e 15 ottobre. Cantera, Cenni, pag. 65, Kiesewetter, Itinerar p. 184) si giunse a San Germano dove le due corti sono attestate a partire dal 17 ottobre.

   Per quanto esaminato in precedenza, dichiaro di non essere stato nella città di Isernia nei giorni 14 (giovedì) e 15 ottobre (venerdì) dell’anno di nostro Signore 1294!

   A Herde va il merito di avere sostenuto e divulgato il mio luogo di nascita, anche se con prudenza e non con assoluta certezza:

 a)  Pur non potendolo affermare con assoluta certezza, è tuttavia molto probabile che S. Angelo Limosano sia stato il luogo di nascita di Pietro.

b) Pietro entrò nel monastero benedettino di S. Maria di Faifoli, situato nella sua Contea natìa di Molise; esso è vicino a Montagano, e distante pochi chilometri dal suo probabile luogo di nascita, S. Angelo Limosano, dal quale è diviso solo dalla Valle del Biferno ma è ancora visibile dal suo paese.

   La vicinanza di Sant’Angelo Limosano al monastero di Santa Maria in Faifoli, che si scorge a vista d’occhio ad est, come a nord-ovest si può ammirare la Maiella, avrebbe dovuto sempre rappresentare un valido indizio- testimonianza.

   L’arcivescovo metropolita di Campobasso-Bojano Gian Carlo Maria  Bregantini, nella cui diocesi si localizza il mio paese, giunto da poco nel Molise, prese possesso della arcidiocesi il 19 gennaio 2008; dopo una sopraluogo dove sorgeva il monastero di Santa Maria in  Faifolis, ha scritto l’interessante articolo “Sotto le querce di Faifoli”, pubblicato dal Messaggero di Sant’Antonio (luglio-agosto 2008): In questo monastero benedettino … e lui (Pietro di Angelerio) proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallata, Sant’Angelo Limosano.

   Il neo arcivescovo, nonostante i gravosi impegni all’inizio del suo insediamneto nel periodo da gennaio al luglio 2008, ebbe anche il tempo di leggere una delle mie biografie e convincersi che Sant’Angelo Limosano era il mio paese natale o fu la vicinanza e la vista ad “occhio nudo” da Faifoli di questo piccolo paese molisano?

  Un po’ di buon senso ha prevalso in Herde, molto di più nell’arcivescovo Bregantini!

   Bando all’incertezza, alla probabilità o alla prudenza: le miei più antiche biografie sono ricche di indizi religiosi, storici e geografici, che riassumo solo per non annoiarvi:

1)    Sono nato in un castrum e non in una civitas.

2)   Nacqui In la provincia de terra de noe (Terra di Lavoro) sotto al regnamo de napoli i uno castello che se chiama sancto angelo.

3)   Ero di Castel Sant’Angelo, contado di Molise, vicino a Limosano.

4)  Ero originario del territorio di Sant’Angelo, vicino al castello di Limosano e a Santa Maria in Faifolis.

   Marini scrisse:

a)   il luogo dove nacque Pietro, fu un Castello chiamato Sant’Angelo: Così hanno alcuni Manuscritti antichissimi, la prima parte dei quali si professa nel prologo, che fu lasciata scritto di mano da un Monaco di Santa vita discepolo del Santo & si ha che fu Beato Roberto de Sale. Et dal trattato, che scritto di mano del Santo medesimo delle cose passate nella sua fanciullezza, & nei primi anni della sua fanciullezza, & nei primi anni della sua conversione, fu trovato nella Cella di lui, Et anco dal progresso della vita, pare che il medesimo si possi facilmente raccogliere.

b)   Io tengo per certo che Pietro vivendo ancora la Madre, d’anni sedici in circa pigliasse l’habito e l’ordine di San Benedetto in qualche Monastero più vicino alla sua patria, il qual forse fù quello di Santa Maria in Faifoli nella Diocesi di Benevento, dove egli poi fù fatto Abbate.

c)   Mà doppò haver fatta una giornata,… passò avanti (Pietro di Angelerio), & il secondo giorno a hora di Nona (ore 15) arrivo ad un luogo chiamato Castel di Sangro. è  lontano da Esernia quindici miglia, che è strada di mezo un giorno. E di qua si può congetturare, che cosa si possa credere della patria e Monastero di questo nostro Santo.  

d)   E ciò supponendo per certo, dico col Fabro, che pigliò l’habito nel Monastero di Santa Maria in Faifoli posto nella Diocesi di Benevento, che forse era il più vicino alla sua patria, & alcuni manoscritti hanno in altra occasione, che era nella Provincia, d’onde egli era oriondo. …. Et essendo quel Monastero il più vicino alla sua patria, nella quale egli stette, finche si ritirò alla solitudine, non si può argomentare che pigliasse l’habito altrove.

e)    In oltre era stato già molto florido e celebre nella iurisditione o Diocesi di Benevento il Monastero detto Santa Maria in Faifoli …, & in esso haveva professato l’Ordine e la Regola del Padre San Benedetto: era posto nella Provincia, dalla quale egli stesso haveva Origine e dove era nato.

   Perché non hanno preso in considerazione e valutato quanto tramandato da Marini e da altri biografi?

        NON STANNO ABUSANDO DELLA VOSTRA BUONA FEDE?

     La polemica, con un po’ di buona volontà, si sarebbe potuta risolvere prima od evitarla!

    Vi esorto a non farmi attendere altri 800 anni per aggiornare i miei dati anagrafici!

                Vi benedico.          Pietro di Angelerio. 

 

 

 

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