PAPA CELESTINO V. QUANTO NON SI DEVE SAPERE.

   Nelle 11 diocesi dell’Abruzzo e del Molise si celebrano gli 800 anni della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, perchè le nuove generazioni possano conoscere il suo messaggio spirituale – religioso e le sue opere.

   Le manifestazioni sono iniziate nell’agosto del 2009 e termineranno nell’agosto del 2010; per l’occasione faranno da cornice all’evento gli incontri, i dibattiti, le mostre ed i concorsi per premiare gli studenti che presenteranno un elaborato che descriva in modo originale la figura del santo papa.

   Sarà una passerella  per chi vive nell’ombra, l’opportunità da prendere al volo per far conoscere il proprio pensiero e per arricchire il proprio “curriculum”.

   Ci illustreranno l’epoca in cui visse ed operò Pietro di Angelerio, la sua formazione religiosa e spirituale e non mancherà la discussione sulla secolare polemica: rinunciò o rifiutò per viltade  al papato?

   Iniziando dall’anno 1313 della sua canonizzazione, in poco meno di 700 anni si è perso il conto di quante relazioni sono state scritte, lette e pubblicate; ognuno ha potuto illustrare le proprie considerazione ed il rito sarà ripetuto in questa celebrazione, ma come dare fiducia a chi, anche in tempi recenti, ha dato prova con i propri scritti di negligenza nella ricerca ed ignoranza nella conoscenza della storia, della geografia e della distribuzione delle diocesi episcopali nel periodo svevo-angioino e non ha saputo “far di conto”?

   Illustreranno le loro ricerche e si “assolveranno”!

   Il “grande” assente dalle celebrazioni sarà il confronto tra i religiosi, gli studiosi e gli storici per fare chiarezza e ristabilire la verità:

1°) sul luogo;

2°) l’anno di nascita di Pietro di Angelerio;

3°) sul cognome dei genitori;

4°) sul suo stato patrimoniale;  

5°) cosa fece nelle giornate del 14 e 15 ottobre del 1294 quando si trasferì da L’Aquila a Napoli.

   Per altri 800 anni, degli “sprovveduti” credono e vogliono continuare a far credere all’ignaro lettore che papa Celestino V fosse nato nella civitas di Isernia tra il 1209 o il 1210, proponendo addirittura l’anno 1215; credono e vogliono far credere che il cognome del padre Angelerio era de Angeleriis e de Leone quello della madre Maria; credono e vogliono far credere che fosse proprietario di un fondo paterno e di una o due case nei pressi di Isernia e che nei giorni del 14 e 15 di ottobre del 1294 era presente in quella civitas.

   La Chiesa, promotrice ed organizzatrice delle manifestazioni, ritenendo che la vextata quaestio sia solo l’anno di nascita, non ha avuto la “bontà”, la “sensibilità” di inserire in agenda la discussione e l’esame degli altri argomenti che ancora creano dei dubbi agli storici ed agli studiosi che continuano a pubblicare le biografie più fantasiose.

   Ha sempre valutato di scarso interesse gli argomenti, giustificando ed “assolvendosi” con le motivazioni:

(a) Evitare liturgie campanilistiche.

(b) Un argomento che sta rischiando  di diventare stucchevole, asfittico e  noiosamente provinciale

(c) Questo argomento mi rimane del tutto indifferente.

(d) Noi prendiamo le distanze da questa discussione. Non c’interessa.

(e) Oggi si discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita.

      La Chiesa vuole insegnarci ed invita a conformarci alla vita spirituale e religiosa di papa Celestino V, disquisisce su ciò che hanno tramandato le biografie più antiche, ma incomprensibilmente, ignorando che le stesse tramandano degli indizi utili per risolvere le secolari polemiche, si sente autorizzata a diffondere dati e date non reali:

(1) in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215. Pietro Angelerio è nato nel Molise, è stato a Faifoli (Montagano) come chierico e come abate. La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia.

(2) Il suo nome era Pietro Angelerio. Nacque tra il 1209 e il 1215 nel Molise. I suoi genitori, Angelerio e Maria Leone.  

(3) Pietro Angeleri nasce nel 1209 o agli inizi del 1210. Com’è noto, il luogo di nascita è conteso tra Sant’Angelo Limosano e Isernia.

(4) S. Pietro Celestino (Pietro Angelerio o Pietro del Morrone) nasce in terra d’Isernia, nel Molise, tra il 1209 e il 1215, secondo una accreditata tradizione storiografica risalente a fonti contemporanee al santo. … quindi, il 14 e 15 ottobre è in Isernia, ove sono il fratello Nicola e i due nipoti Guglielmo e Pietro, figli del defunto fratello Roberto.

   Ritenendo le date “superflue”, fa “uso” arbitrario di alcuni documenti per accreditare a Celestino V degli episodi accaduti in altre circostanze.  

   Un invito agli uomini di Chiesa che si interessano/interesseranno di divulgare le biografie o le cronologie di Pietro da/del Morrone in occasione di questa eccezionale celebrazione: se vogliono continuare ad ignorare l’anno ed il luogo della nascita, il cognome dei genitori, il suo stato patrimoniale e come trascorse i giorni del 14 e 15 ottobre del 1294, giudicandoli liturgie campanilistiche, cose che interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita, non scrivano in merito; ad esempio, che “senso” ha scrivere nato nel 1209 o 1210 o 1215?

   Scrivano una biografia e la sua cronologia senza l’anno della nascita, senza l’età e gli anni che ricordano le scelte più importante della sua vita; solo il suo nome e quello dei genitori: scrivano è nato o nacque o nasce, non commetteranno errori e saranno  giudicati originali per il loro metodo di divulgarne la vita! 

     Non scrivano che il paese natale è Isernia o la terra di Isernia, o l’intera regione Molise; non scrivano che il cognome dei genitori era de Angeleriis per il padre e de Leone per la madre; non scrivano che fosse proprietario di un fondo paterno e di una o due case; non scrivano che nei giorni 14 e 15 di ottobre 1294 fosse in Isernia; non scrivano le date più importanti della sua vita: l’entrata in monastero, l’inizio del primo periodo di eremitaggio a Castel di Sangro e Palena, del secondo periodo sul Morrone e la Maiella, perché hanno tutte in comune un peccato originale: l’anno di nascita 1215.

   Prima di esaminare le testimonianze biografiche più antiche da cui gli studiosi, gli storici laici e presbiteri hanno conosciuto la vita e le opere di papa Celestino V, trascurando di dare il giusto valore agli indizi storici, geografici e religiosi che permettevano e permettono di risolvere quei dubbi secolari, è fondamentale conoscere la divisione politico-amministrativa del regno svevo-angioino e le giurisdizioni ecclesiastiche all’epoca in cui egli visse.  

   Con la riorganizzazione amministrativa del regno di Sicilia in epoca federiciana, i feudatari del Comitatus Molisii o contea di Molise dove nacque il santo papa, furono privati del potere giudiziario ed amministrativo perché fu demandato ai Justitiariati, istituiti in luogo delle Connestabile, i distretti amministrativi istituiti dai Normanni.

   Le province continentali normanne del ducato di Puglia, del principato di Capua e della Calabria furono divise in 10 province o Justitiariatii sul continente e 2 in Sicilia; fra quelle del continente c’erano lo Justitiariato Aprucii e lo Justitiariato Terra/ae  Laboris et Comitatus Molisii.

   Federico II, per un maggiore controllo delle province del regno, inviò alcune lettere al Justitiarium Terra/ae Laboris et Comitatus (contea) Molisii per sollecitare i feudatari ad un maggiore controllo dei sudditi perché non organizzassero atti di ribellione; era l’epoca in cui il giovane Pietro di Angelerio, dopo essere stato consacrato sacerdote a Roma, dal 1232 aveva iniziato il secondo periodo di eremitaggio tra il Morrone e la montagna della Maiella:

(1) Litterae responsales ad Laboris Terrae, eum commendantes de processu quem contra nomine comitatu Molisii (27.12.1239).

(2) Litterae responsales ad justitiarum Terrae Laboris de inquisitionibus factis contra suspectus in comitatu Molisii (21.2.1240).

    Con l’avvento dei d’Angiò per ragioni amministrative, il Regno (di Sicilia) venne suddiviso in nove province che rimasero sostanzialmente invariate fino al secolo scorso, quando l’Italia venne unificata. Queste province erano, sul continente: l’Abruzzo, sul confine nordorientale; la Terra di Lavoro e il Molise, a ovest; al centro il principato di Benevento; a  sud del Molise la Capitanata che è la vasta pianura a nord della Puglia attuale.

   Gran parte del territorio dell’attuale Molise denominato all’epoca Comitatus Molisii, con il territorio campano, detto Terra/ae Laboris, che per grandi linee corrispondeva a quello che era stato denominato Principato di Capua, costituivano un’unica provincia amministrativa denominata Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii, composta da 2 entità territoriali distinte ed autonome,.

   I confini territoriali del Comitatus Molisii rimasero immodificati e coincidevano con quelli stabiliti a Silva Marca nell’anno 1142, quando il re Ruggero II d’Altavilla riorganizzò il regno di Sicilia: la contea di Bojano prese il nome di Molise in ricordo della famiglia normanna dei MoulinsMolinis o Molisio.

   Il castrum  in cui era nato Pietro di Angelerio, il futuro papa Celestino V, con tutto il territorio ad esso pertinente era nel territorio del Comitatus Molisii, così come confermano i diplomi sottoscritti in epoca normanna-sveva, mentre i Registri della Cancelleria angioina con dovizia di particolari e solo per motivi amministrativi, a volte lo localizzavano nello Justitiariato di Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii o, vagamente, solo nello Justitiariato Terra/ae Laboris.

   Leggendo i Registri della Cancelleria Angioina, si nota che spesso i suoi redattori nell’elenco dei feudatari e dei feudi del Comitatus Molisii, utilizzarono solo il termine Terra/ae Laboris; non si riferivano al territorio omonimo, ma all’intera provincia amministrativa denominata Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii: Mentio Symonis de Sancto Angelo, domini castri Montis Agani  (Montagano) in Terra Laboris.

   Il castri Montis Agani, l’odierno Montagano in prov. di Campobasso, era un “feudo” pertinente amministrativamente alla provincia o Justitiariato Terra/ae Laboris, ma si localizzava nel territorio del Comitatus Molisii, non citato nella disposizione: non è mai esistito un castri Montis Agani nel territorio della Terra Laboris.

   Una citazione simile alla precedente è dell’anno 1276: ricorda la realtà politico-amministrativa all’epoca in cui Pietro da/del Morrone era abate del monastero di Santa Maria in Faifolis ed era perseguitato dal già citato Symonis de Sancto Angelo, domini castri Montis Agani: In Terra Laboris. Francisco de Sancto Agapito, dominis Luparie; per Terra Laboris non si voleva intendere il territorio, ma la provincia amministrativa o Justitiariato, la cui denominazione completa era Justitiariato Terre Laboris et Comitatus Molisii, il feudatario Francisco era signore del “feudo” di Luparie (Lupara, prov. Campobasso) che si localizzava unicamente nel territorio del Comitatus Molisii, omesso nella disposizione reale.

   Ancora un esempio più pertinente: Si ordina al Procuratore di T.(erra) di Lavoro e Principato di ricevere, per conto della R. Corte la consegna della terra di Boiano in T.(erra) di Lavoro da parte …: la terra di Boiano era amministrativamente dipendente dalla T.(erra) di Lavoro; anche in questo caso non era stato citato l’altra provincia denomina Comitatus Molisii, di cui la civitas di Bojano era stato il capoluogo fino all’anno 1270.

   D’altronde, tornando al 1239 ed al 1240, le lettere già esaminate che Federico II aveva inviato allo Iustitiariato di Terra Laboris  lo sollecitavano a prendere  provvedimenti nel Comitatu Molisii.

   E’ chiaro che all’epoca di Federico II e degli angioini in cui visse Pietro, esistevano 2 entità territoriali distinte ed autonome, la Terra/ae Laboris ed il Comitatus Molisii, entrambe costituivano un unico distretto amministrativo denominato Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii.

   Una disposizione dell’anno 1292 del re angioino in favore di Clemencie, regina di Ungheria e moglie del figlio primogenito Karoli, confermava che Sancti Angeli era un castrum amministrato dallo Justitiario di Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii, ma era sito nel territorio della contea di Molise: castri Sancti Angeli de Limosano et eiusdem feudi siti il territorio civitatis caserte de iustitiariatu Terre Laboris et Comitatus Molisii.

   Non corrisponde a vero quanto dichiarato da Bucci (2006): Nel XIII secolo (il distretto amministrativo del regno angioino denominato Terra di Lavoro) comprendeva i territori tra il litorale tirrenico e i distretti di Fondi, Ceprano, Sora, Atina, Cassino, Venafro, Castellone sul Volturno, Caiazzo, Capua, Caserta e Aversa ed è in questi distretti che va trovata la patria di Celestino V e quel castello di S. Angelo di cui parlano le fonti. Il che già esclude S. Angelo Limosano perché non c’è dubbio che quest’ultimo non si trova in Terra di Lavoro ma in terra Beneventana come è chiamata nelle fonti tutta la provincia e il ducato di Benevento, la Longobardia Minor. Ebbene in Terra di Lavoro ci sono due siti con il nome di S. Angelo: il primo S. Angelo di Rupe Canina oggi è S. Angelo vecchio tra Raviscanina e S. Angelo d’Alife; il secondo S. Angelo di Tidizio si trova vicino Cassino.

   Che in Terra di Lavoro, intesa come territorio, ci sono due siti con il nome di S. Angelo è verità assoluta, nessuno deve dubitare, ma se si intende la provincia amministrativa o Justitiariato denominato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii, i siti con il nome di S. Angelo sono in realtà quattro!

   L’essere siti nella provincia amministrativa o Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii è uno (indicato con a) degli otto indizi che scopriremo esaminando le biografie più antiche dedicate a papa Celestino V.

   Ai fini della nostra indagine è molto importante anche l’organizzazione della Chiesa nella contea di Molise o Comitatus Molisii: un inventario redatto nel 1241 nella civitas di Bojano, sede episcopale e capitale della contea di Molise, documenta che anche la civitas di Venafro, di Isernia, di Trivento e di Guardialfiera erano sede di diocesi.

   Il monastero di Santa Maria in Faifoli dove il giovane Pietro frequentò il noviziato per 3 anni, è l’indizio (b) utile per localizzare ed identificare il luogo della sua nascita; con la soppressione della diocesi di Limosano avvenuta nell’anno 1132, il monastero ed il vicino luogo della nascita, passarono sotto la giurisdizione della diocesi di Benevento, indizio (c).

   Marini (1630), uno dei biografi di cui esamineremo la pubblicazione, manifestò un dubbio per la localizzazione del monastero di Santa Maria in Faifolis: non hò però mai possuto sapere, dove precisamente fosse questo Monastero, se non che era nella Diocesi di Benevento, ma da buon uomo di Chiesa non ignorava che fosse nella giurisdizione della Diocesi di Benevento: una conoscenza che ancora oggi manca ad alcuni suoi autorevoli “colleghi” presbiteri!

   Le diocesi di Venafro ed Isernia erano suffraganee del metropolita di Capua, quelle di Bojano, Trivento e Guardialfiera erano del metropolita di Benevento: ciò giustifica nell’anno 1276 la nomina di fra’ Pietro da/del Morrone ad abate del monastero di Santa Maria in Faifoli da parte di Capodiferro, arcivescovo di Benevento.

   Nel territorio del Comitatus Molisii, all’epoca di Pietro di Angelerio, esistevano due castrum denominati Sant’Angelo: Sant’Angelo in Grotte e Sant’Angelo che le antiche carte geografiche scrivevano senza il toponimo Limosano: Sant’Angelo in Grotte non può aspirare ad essere il suo paese natale perché non era vicino al monastero di Santa Maria in Faifoli e soprattutto era ed è ancora oggi nella diocesi di Bojano.

   La polemica sul luogo di nascita di papa Celestino V si “trascina” dal lontano anno 1479, quella dell’anno di nascita dal 1630; nel 1894 fu inventato il cognome dei genitori; all’anno 1640-44 risale l’invenzione dell’esistenza di un fondo paterno nei pressi di Isernia, al 1896 l’esistenza di una o due case; risale al 1892 la “bufala” della sua presenza in Isernia nei giorni del 14 e 15 ottobre del 1294.

   Una polemica secolare che ha generato una cospicua pubblicazione di libri e di articoli, più di sostegno che di critica, mai un incontro o un dibattito che ponesse fine alla vexata quaestio.

   Se le pubblicazioni sono state tante, se dopo 800 anni si continua a polemizzare, se continuano a scrivere e pubblicare delle biografie e delle cronologie della sua vita che disinformano e disorientano i lettori, significa che il problema esite ed è sempre attuale: se ne ri/discute tutte le volte che si parla di Celestino V. 

   Non devono nascondere la testa sotto la sabbia, non devono comportarsi come Ponzio Pilato, ma avere il coraggio di affrontare quegli argomenti per risolvere definitivamente i dubbi: gli indizi esistono da sempre, ma è manca la volontà di prenderli in considerazione.

  La Chiesa, ancora oggi, non fa altro che rivolgersi agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare.  

   Perché nel futuro, quando proprio questa ricorrenza consente di organizzare un confronto tra gli studiosi e gli storici?

   Se ancora oggi ci troviamo, dopo 800 anni dalla nascita, con la secolare polemica, il peccato veniale è stato commesso da alcuni studiosi e da alcuni storici che non conoscevano/conoscono la storia, la geografia e le giurisdizioni ecclesiastiche dell’Italia svevo-angioina, fidandosi e  condividendo quanto scritto soprattutto da alcuni uomini di Chiesa, oggi imputati, dopo la morte di papa Celestino V.

   Il cardinale Jacopo Stefaneschi (1296 – 1314).

   Il frate (domenicano ?) F. Francisci Pipini (1270 – 1328).

   Il vescovo Guidonis (1261 – 1331).

   Il cardinale Petrus de Alliaco (1326 – 1415).

   Il benedettino A. Wion (1595).

   Lelio Marini (1630) (imputato e testimone), Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto.

   G. Vincenzo Ciarlanti (1640 – 44), arciprete della cattedrale di Isernia e vicario capitolare.    

   Celestino Telera (1640 – 1648), già abate Difinitore e poi abbate Generale della medesima Congregatione.

   Vincenzo Spinelli, abbate e Procuratore Generale de Celestioni (1664).

   Il Bullari Romano (1741).

   Mons. Giuseppe Celidonio (1852-1913).

   A. Pottasth nel Regesta Pontificum Romanorum (1874 – 1875).

   Il Liber Pontificalis (1892).

   A. M. Mattei Aeserniae Vicarium Generalem (1978).

   LAnnuario Pontificio fino all’edizione del 1997.

   Il vescovo di Isernia Di Filippo (1986).

   Lomelia “letta” da papa Giovanni Paolo II a Castelpetroso il 19 marzo del 1995.

   Il vescovo di Isernia Gemma (1996).

   Un santino di papa Celestino V distribuito (2005) nella Basilica Aquilana di Santa Maria di Collemaggio.

   In Internet (2010):portale” della Basilica di Collemaggio.  

   Don Claudio Palumbo (2008), canonico della cattedrale di Isernia e moderatore della curia; autore (?) di Cenni biografici di San Pietro Celestino V (2010) per la diocesi di Termoli-Larino.

   I testimoni che smentiscono e dimostrano che non tutti gli uomini di Chiesa sono imputabili:

   le biografie Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306).

   La Bolla di Canonizzazione (1313).

   LAutobiografia (1400).

   Il celestiniano Stefano Tiraboschi (1450).

   Stefano di Lecce (1471 – 74), celestiniano, professore di sacra teologia.

   Il poeta Antonio Simone Bugatti, detto Notturno Napolitano (1520).

   Il già citato Lelio Marini (1630).

   Larcivescovo della diocesi di Campobasso-Bojano, G. Carlo Bregantini (2008).

  Dal 1630, dopo Marini che risulta essere imputato, ma anche testimone attendibile, non c’è stato uno studioso ed uno storico che abbia saputo o voluto prendere in seria considerazione e valutare i tanti indizi che consentono di riscrivere e divulgare una biografia di Celestino V più aderente alla realtà.

   Alcuni biografi hanno tramandato delle notizie inventate di sana pianta, altri delle notizie incomplete, altri ancora hanno lasciato indizi storici, geografici e religiosi, che sono stati sottovalutati, se non addirittura ignorati anche dagli studiosi e dagli storici contemporanei.

   La Chiesa involontariamente (?), con i suoi improvvisati biografi proliferati in occasione della celebrazione del “compleanno” del papa, continua a disinformare, ma avendo l’autorità ed i mezzi, dovrebbe approfittare di questa ricorrenza per dare una risposta ferma, decisa e definitiva.

Il luogo della nascita.

  

   Gli autorevoli uomini di Chiesa che cosa hanno lasciato scritto?

   La polemica iniziò nel 1479 con Bartolomeo Sacchi, detto il Platina (1421–1481), abbreviatore di alcuni pontefici e direttore della Biblioteca Vaticana, la cui pubblicazione principale fu un breve trattato di “gastronomia”.

   Platina, con superficialità e leggerezza, senza una approfondita ricerca bibliografica, ma con cognizione di causa, ignorando quanto tramandato dai primi biografi, scrisse: Celestino Quinto, chiamato primo Pietro da Morone, fù de Isernia e visse heremita in un luoghetto solitario due miglia lungi da Sulmona.

   Il cardinale Jacopo Stefaneschi, circa 200 anni prima, tra il 1296 ed il 1314 nell’Opus Metricum aveva scritto: De prima vita Fr. Petri singulari exercitationis eremiticae rigore. Est locus Aprutii, cui profert accola nomen Molisium, patria huic quonda vel parte Laboris Terrae! Et, quamquam humilis generis, pietate referti.

   Il cardinale commise 2 errori: (a) il luogo di nascita non poteva essere considerato un locus dell’Abruzzo ed il nome (b) non poteva essere Molisium.

   precisazione: il luogo di nascita era localizzato nella provincia amministrativa del regno svevo-angioino detta Justitiariato Terra/ae Laboris et comitatus Molisii.  

   2° precisazione: con nomen Molisium, probabilmente voleva intendere il (comitatus) Molisium il cui territorio, al pari di quello della Laboris Terrae, era amministrato da un unico Justitiario.

   Possiamo perdonare al cardinale i due errori perché ci ha tramandato un indizio, ricordato da altri biografi con maggiori particolari, che consente di localizzzare ed identificare, senza ombra di dubbio, il luogo di nascita del papa: il viaggio che il giovane Pietro intraprese quando abbandonò la casa o il monastero di Santa Maria in Faifolis per andare a Castel di Sangro: Una  dies vacuum socium remeare coegit. Iste tamen processit iter: sed turbine tentus Substitit: ac eremo, fama prodente, cacumen Comperiens habitare virm, sub Saguine castro (Castel di Sangro).

     Il frate F. Francisci Pipini (1270 – 1328), bolognese scrisse nel Chronicon: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam provinciae Terrae-Laboris, vocatus prius Frater Petrus de Murono, de Ordine, qui a plerisque dicitur Sancti Damiani; precisazione: Celestino V non era oriundus prope Sulmonam, quella civitas era nello Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus, ma in quello dell’Aprutii: precisazione valida anche per il citato cardinale Stefaneschi.

   Le Tre biografie Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306), ma la Vita C che è stimata la più attendibile perché fu scritta da Bartolomeo da Trasacco e Tommaso da Sulmona, due dei discepoli più cari che stettero accanto a Pietro di Angelerio fino alla morte, ricorda: quod vocabatur Sancta Maria in Fayfolis, quod erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

   Sancta Maria in Fayfolis è il monastero in cui il giovane Pietro entrò all’età di 17 anni per il novizito e si trattene fino all’età di 20 anni; lo abbandonò perché deciso a condurre vita eremitica, tornandovi nell’anno 1276 con il titolo di abate conferitogli da Capodiferro, arcivescovo di Benevento.

   Il monastero di Santa Maria in Faifolis svolge un ruolo importante per la risoluzione di una delle polemiche: era nella provincia amministrativa del regno svevo-angioino denominata Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii dove ipse = Pietro di Angelerio, exstiterat oriundus e soprattutto, come vedremo e valuteremo, era prossimo alla località che gli aveva dato i natali.

   Il monastero ed il luogo di nascita, come già detto, erano nella stessa giurisdizione ecclesiastica: la diocesi di Benevento, indizio (c).

   Approfondendo l’indagine, avremo la conferma che se un luogo qualsiasi volesse pretendere di avere dato i natali a papa Celestino V, deve possedere questi tre requisiti: essere nel Comitatus Molisii (a) che con la Terra/ae Laboris (a) costituivano uno degli Justitiariatii del regno svevo-angioino; essere nelle vicinanze del monastero di Santa Maria in Faifolis (b), essere nella diocesi di Benevento (c).

   Bernardi Guidonis (1261 – 1331) francese, fu vescovo, scrittore ed inquisitore dell’ordine Domenicano, scrisse: COElestinus V. conversatione Heremita. Natione de terra laboris Oriundus prope Sulmona, inopinatè sanè eligitur ad Papatum VII. Kal. Mensis Julii anno Domini MCCXCIV.

   Guidonis, citando Natione de terra laboris, come era in uso nel XIII secolo, ritenne COElestinus V di Natione = di nascita della terra laboris, ovvero fu citato correttamente solo uno dei due territori amministrati da un unico Justitiario del regno, omettendo Comitatus Molisii, così come era nella dizione storicamente più completa corretta!

   Commise un errore, al pari di Pipini: la civitas di Sulmona era nello Justitiariato Aprutii, quindi non poteva essere presa in considerazione come il luogo di nascita del papa che, vale la pena ricordare sempre ai “distratti”, era amministrato dal Justitiario di Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii.

   La Bolla di Canonizzazione (1313) ricorda: O quam felix es Provincia & Terrae Laboris … .  B. igitur Petrus, de predicta provincia Terrae Laboris traxisse fertur originem, ex honestis  parentibus, Catholicis & devoti.

   Il testo è chiaro: non ricordava il paese natale di Pietro, ma evidenziava “vagamente” che traxisse fertur originem nella Provincia amministrativa denominata Terrae Laboris (a) che con il Comitatus Molisii (a), omesso nel testo, formavano un unico Justitiariato (a); nel prosieguo del testo fu commesso un errore: Caelestinus quintus praesidet. Hic Fr. Petrus de Morone antea dictus, natione Apulus, Monachu.

  Se de predicta provincia Terrae Laboris traxisse fertur originem, come poteva essere ritenuto natione Apulus?

   Nessuna meraviglia, la stessa “ignoranza” storica, geografica e religiosa che soppavvive ancora  ai nostri giorni, la troviamo nel M.G. H. Scriptorum, anno 1294: … fratrem Petrus de Morone, Yserniensis dyocesis, natione Appulus: Yserniensis dyocesis e natione Appulus  non sono tra loro compatibili!

   Petrus de Alliaco (1326 – 1415), cardinale francese, filosofo, teologo, astronomo, non volle smentire gli errori dei suoi predecessori: Fuit itaque vir eximia virtute laudabilis, re ac nomine Petrus, in petra, quae Christus est, … . Hic ergo de Abrutio in partibus Apuliae natus, spirutu qua carne.

   Secondo le conoscenze del cardinale, papa Celestino V era de Abrutio in partibus Apuliae.

   Questi sono gli esempi come nel XIII-XV secolo e non solo, ignorassero la divisione amministrativa del regno svevo-angioino; possiamo trovare una giustificazione per i due biografi di origine francese e per la Bolla di canonizzazione redatta in Francia, ma nessuna giustificazione per Pipini, il “buon” frate bolognese, o per chi ancora oggi, si permette una “libera”, quanto antistorica interpretazione di quanto hanno tramandato le biografie più antiche.

   L’Autobiografia (1400), che si vuole sia stata scritta dallo stesso Pietro da/del Morrone o da un suo confratello:  … eo quod in illo castro  clerici quasi nichil laborabant, non ha tramandato il nome del luogo di nascita, ma ha ricordato il suo assetto urbano ben definito: castrocastrum/castellum: una struttura che possiamo valutare come il quarto indizio (d) per selezionare i luoghi che si contendono la famosa nascita.

   L’Autobiografia ricordò, come lo Stefaneschi, anche il viaggio del giovane Pietro dal paese di origine o dal monastero di Faifoli a Castel di Sangro: Dopo un giorno di cammino, …. Così, rimase (Pietro) solo. Camminando per un altro giorno, all’ora nona (ore 15) giunse a Castel di Sangro.

   Il tempo  impiegato per raggiungere Castel di Sangro dal paese di origine o dal monastero è il quinto indizio (e) ricordato anche da Marini, che evidenzierà un sesto indizio: la distanza (f) tra le due località.

   Il celestiniano Stefano Tiraboschi da Bergamo, scrisse nella Vita del Santissimo Pietro Celestino Papa (1450): In la provintia de terra de noe sotto al regnamo de napoli i uno castello che se chiama sancto angelo nasce lo gratioso celestin de parenti catholia honesti e devoti. Uno homo ve quello castello molto veho e senza fioli … e dubioso e no era i quella patria nessun servo de dio.

   Due descrizioni che non ammettono dubbi, discussioni: nel regno di Napoli, al tempo di Pietro di Angelerio, non esistendo una provintia/Justitiariato denominato de terra de noe, dal “significato poetico” ancora tutto da scoprire e che ha generato le più fantasiose interpretazioni, ma stando con i “piedi per terra” si deve intendere esclusivamente la provintia /JustitiariatoTerra/ae Laboris et Comitatus Molisii (a) dove era sito il luogo di nascita de lo gratioso celestin.

   Tiraboschi, al contrario dei suoi predecessori, diede un nome al luogo di nascita: sancto angelo (g) e confermò che era un castrum/castello (d), così come ricordava l’Autobiografia.

   Gli indizi per selezionare i candidati che aspirano alla nascita del papa santo ora sono SETTE:

(a) essere nel Comitatus Molisii che con la Terra/ae Laboris costituivano uno degli Justitiariatii del regno svevo-angioino.

(b) essere nelle vicinanze del monastero di Santa Maria in Faifolis.

(c) essere nella diocesi di Benevento.

(d) essere un castrum/castellum.

(e) il tempo e la distanza (f) dal luogo di nascita o dal monastero di Santa Maria in Faifolis a Castel di Sangro.

(g) essere conosciuto con il nome di sancto angelo.

   Stefano di Lecce, celestiniano, professore di sacra teologia, nella Vita del Beatissimo Confessore Pietro Angelerio (1471 – 1474) scrisse: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado del Molise, vicino a Limosano. … si chiamava Santa Maria del Molise (corr.ne di Faifoli), vicino al castello di Limosano  e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.

   L’OTTAVO ed ultimo indizio: essere vicino al castello di Limosano (h), ci permette di rendere più selettiva la scelta tra i pretendenti.

   Il poeta Antonio Simone Bugatti, detto Notturno Napolitano scrisse: ad instatia dil Riverede e dignissimo padre Priore de celestini Don Alessandro da la Croce Bolognose, La santissima e miracolosa vita del glorioso Santo Pietro Celestino (1520): De la fertil provincia dil’Avoro  E una Citta  Lemusane appellata.

   Al poeta possiamo perdonare l’imprecisione nel ritennere il papa originario nella provincia dil’Avoro (corr.ne di Lavoro) conosciuta come Justitiariato Terra Laboris et Comitatus Molisii, corrispondente all’indizio (a), ma era in errore quando lo ritenne nato nella Citta chiamata Lemusane, ovvero Limosano, l’indizio (h), ricordato anche da Stefano di Lecce per essere stato un centro importante, già sede della diocesi omonima, ed era/è vicino a sancto angelo (g) (Sant’Angelo Limosano).

   Bugatti confermò anche l’indizio (e), ossia la durata del viaggio fatto da Pietro dal paese di origine a Castel di Sangro: Chio per me stando qui lagrime expergo: … . E caminato un giorno : piu di cento Volte: il compagno si rivolse adietro Che era di tal viaggio mal contento Dicendo non andiam piu inanti o’ Pietro Ma torniam: che lassando il proprio sangue … . Parti il compagno e Pietro sol restoe E tanto camino: che laltro giorno  A un castel come a Dio piacque arrivoe.

   Il benedettino A. Wion, nel Lignum vitae (1595) in cui pubblicò anche la Profezia dei Papi, nota come Profezia di San Malachia, scrisse semplicemente: qui Eserniae in Samnio loco humili natus, & Petrus de Morrone vocatus.

   L’autore non testimoniò con una nota bibliografica quando affermava in merito ad Eserniae: non poteva essere considerato un loco humili perchè all’epoca era una civitas!

   Lelio Marini, Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto, scrisse la biografia San Pietro del Morrone già Celestino Papa V (1630), composta di 550 pagine che, a buon diritto, può essere stimata la più completa per la ricchezza delle descrizioni storiche, geografiche e religiose: se fosse stata letta e valutata con attenzione e diligenza, avrebbe dato la possibilità allo studioso, allo storico ed alla Chiesa di scrivere la parola FINE alle secolari polemiche.

   Marini diligentemente dedicò 2 pagine della prefazione per illustrare l’obiettivo della sua pubblicazione, purtroppo sono tanti quelli che non l’hanno letta!

   Scrisse: Io donque desiderando di apportar giovamento con la verità, hò anco voluto accertare tutto quello dovrò dire, e perciò hò visto diligentemente quello che hanno scritto molti autori antichi di questo Santo; & havendo trovato, che niuno vi ha usata esattezza nel distinguere i tempi; nel dichiarare minutamente i successi nel spiegare le circostanze de i negotij, vi ho in tutto ciò usata io diligenza particolare. Ho visto questa Vita scritta da Dionigi Fabro Francese, già più di cento anni sono Priore del Monastero di nostri Celestini di Parigi, il quale professa haver cavato il tutto dal dottissimo teologo Pietro Alliacense Cardinale Vescovo Camercense.   …, & altri autori antichi e moderni, i quali hanno scritto molte cose vere di questo Santo, molte anco secondo l’opinione del volgo, ò la favolasa tradizione de gli antichi.

   Marini fu diligente nell’esaminare un gran numero di biografie dedicate al papa e ne ricordò gli autori ed i titoli, evidenziando in più di una occasione di avere avuto anche la possibilità di consultare Manuscritti antichissimi, ne i quali è scritta la Vita del Santo assai minutamente uno dei quali in carta pergamena fù trovato da me gli anni passati con occasione di visita nell’archivio del nostro Monastero di san Nicola de i Celestini di Bergamo. ….  Si hanno ancora presso nella nostra Congregazione molti altri Manoscritti antichissimi, de i quali in altra occasione io hò visto molti: e sono tenuti tutti fedelissimi per la conformità tra di loro e perché si vede essere stati scritti da i Discepoli del Santo stesso. .. . Hò visto ancora molte scritture autentiche, nelle quali si tratta di questo Santo, & che si conservano nell’amplissimo Archivio di Santo Spirito del Morrone, il qual io cercai tutto diligentemente à quest’effetto.

   Le fonti bibliografiche consultate da Marini furono tante, forse alcune di esse andarono smarrite già all’epoca e perciò sconosciute ad altri biografi; ricordò anche le opere che abbiamo esaminate e che hanno tramandato gli OTTO indizi per scoprire il luogo della nascita; purtroppo fu il primo biografo a ritenere il 1215 l’anno di nascita di Pietro da/del Morrone.

   Marini ricordò che già alla sua epoca La patria del Santo secondo l’opinione volgare fù Esernia antica & illustre Città de i Sanniti, ma aggiunse diligentemente: () Altri scrittori nondimeno hanno lasciata memoria, che il luogo dove nacque Pietro, fù un Castello (dchiamato Sant’Angelo (g): () così hanno alcuni Manuscritti antichissimi, la prima parte de i quali si professa nel prologo, che fù lasciata scritta di propria mano da un Monaco di Santa vita discepolo del Santo & si hà che fu il Beato Roberto de Sale. () Et dal trattato, che scritto di mano del Santo medesimo delle cose passate nella sua fanciulezza, & ne i primi anni della sua conversione, fù trovato nella Cella di lui, () Et anco dal progresso della vita, pare che il medesimo si possi facilmente raccogliere. Giacomo Caitano Cardinale di San Giorgio, scrive che la patria di Pietro fù un luogo d,Abruzzo chiamato Molisi, che è parte di Terra di Lavoro (a) …… e le terre soggette si chiamano il Contado di Molise (a). & nella bolla di Canonizatione si suppone la patria del Santo esser nella provincia di Terra di Lavoro (a), che perciò da Papa Clemente Quinto vien chiamata Felice. Apruzo chiamano anco tutto il regno hora detto di Napoli come anco Puglia.

   Marini, ricordò anche il poeta Notturno Napolitano: dice che la patria del Santo fù la Terra chiamata Limosano (h). La quale è nei medesimi confini & nel Contado di Molisi (a). Edonque cosa certa, che la Patria del nostro Santo Pietro fù nel Contado de Molisi (a), che è parte di terra di Lavoro (a), & in questo distretto stà posto il nominato (g) Castello (d), & anco la Città d’Esernia posta tra l’appennino.  

   Marini, sempre diligente, evidenziò che secondo l’opinione volgare la civitas di Esernia eraconsiderata il luogo di nascita di papa Celestino V, ma si trattava pur sempre de l’opinione volgare, ovvero della classe popolare, non quella degli studiosi, degli storici o quella degli altri storici che hanno lasciato memoria che il luogo dove nacque, fù un Castello chiamato Sant’Angelo o così hanno alcuni Manuscritti antichissimi o dal trattato, che scritto di mano del Santo medesimo o anco dal progresso della vita; nessuno di essi conosceva la civitas di Esernia!

   Ricordò il parere del cardinale Stefaneschi, che abbiamo già esaminato per l’imprecisione di giudicare la patria di Pietro di Angelerio un locus dell’Aprutii denominato Molisium, mentre all’epoca con quel toponimo esisteva il Comitatus nel cui territorio era sito un omonimo piccolo castrum/castellum, oggi Molise.

   Il cardinale, come già detto, con Molisium intendeva il Comitatus denominato Molisium (a) che vel parte Laboris Terrae (a) costituivano una provincia amministrativa unica: Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii.

   Marini ricordò le imprecisioni del poeta Notturno Napolitano, ma aggiunse una considerazione: la Patria del nostro Santo Pietro fù nel Contado de Molisi, che è parte di terra di Lavoro, & in questo distretto stà posto il nominato Castello, & anco la Città d’Esernia; per i distratti è bene evidenziare che il nominato Castello  era riferito all’odierno Sant’Angelo Limosano.

   Per gli increduli repetita iuvant: Marini evidenziò due (a e d) degli OTTO indizi  per localizzare il luogo di nascita: era nel Contado di Molise (a) che è parte di terra di Lavoro (a), ovvero due entità territoriali distinte che costituivano un unico Justitiariato del regno svevo-angioino, dove era sito il luogo di nascita che era un castrum/castellum (d) & anco la Città d’Esernia.

   Marini sapeva cosa era un castrum/castellum perchè lo citò in più occasioni, differenziandolo dalle altre forme insediative medioevale conosciute come civitas, castrum/castello, casale, villa e terre: () bastava uno che non lavorasse, perciò che i Chierici (come scrisse lo stesso Pietro) in quel Castello niente ò puoco lavorano; () Non vi era Città, non Castello, non Terra, non luogo alcuno; () Esernia antica & illustre Città e Castello chiamato Sant’Angelo; nominato Castello, & anco la Città d’Esernia.

   Sempre Marini: E per hora dirò, che Io tengo per certo che Pietro vivendo ancora la Madre, d’anni sedici in circa pigliasse l’habito e l’ordine di san Benedetto in qualche Monastero (b) più vicino alla sua patria, il qual forse fù quello di Santa Maria in Faifoli nella Diocesi di Benevento (c), dove egli poi fù fatto Abbate.

   Abbiamo la conferma che gli indizi contrassegnati con le lettere  (b) e (c), insieme agli altri SEI che conosciamo, ma che ancora  oggi sono sconosciuti e sottovalutati dagli studiosi, dagli storici e dalla Chiesa, sono fondamentali per localizzare ed identificare il luogo di nascita di papa Celestino V.

   Arrivò donque Pietro, prosegue Marini, in questa perplessione fino all’età di vinti anni in circa, come anco gli altri antichi scrisseroUsciamo dalla Patria, & andiamo lontano à servire à Dio. … Posto questo buon fondamento si mettono in viaggio gli doi giovani con questa santa resolutione: Mà doppò haver fatta una giornata (e) , …. Da quello donque abbandonato rimase solo (Pietro), e fatto anco più constante preso maggior’animo, passò più avanti, & il secondo giorno a hora Nona (ore 15) (e) arrivo ad un luogo chiamato Castel di Sangro. E’ posto questo Castello trà gli più alti gioghi dell’Appenino ……, è lontano da Esernia quindeci miglia (f) , che è strada di mezo un giorno (e). E di qua si può congetturare, che cosa si possi credere della patria e Monastero di questo nostro Santo.

   Marini diede molta importanza al tempo (e) di percorrenza e la distanza (f) perché si possi credere della patria e Monastero di questo nostro Santo; consultando una carta stradale è evidente che le considerazioni del biografo erano/sono sufficienti per risolvere ogni dubbio ed ogni incertezza.     

   Ancora oggi sono in molti a fare “orecchie da mercante” o vogliono emulare Ponzio Pilato!

 Per loro ripetiamo gli OTTO indizi:

(a) essere nel Comitatus Molisii che con la Terra/ae Laboris costituivano uno degli Justitiariatii del regno svevo-angioino;

(b) essere nelle vicinanze del monastero di Santa Maria in Faifolis;

(c) essere nella diocesi di Benevento;

(d) essere un castrum/castellum;

(e) essere lontani da Castel di Sangro una giornata + il secondo giorno a hora Nona (ore 15); 

(f) essere distanti più di  quindeci miglia  da Castel di Sangro; 

(g) essere conosciuto con il nome di sancto angelo;

(h) essere  vicino a Limosano.

   Per quanti fossero ancora “scettici”, Marini dovrebbe convincerli perché ricordò che gli indizi (b) e (c) erano conosciuti da un biografo suo predecessore ed erano stati tramandati da alcuni manuscritti: E cio supponendo per certo, dico col Fabro, che pigliò (il giovane Pietro) l’habito nel Monastero di Santa Maria in Faifoli (b) posto nella Diocesi di Benevento (c), che forse era il più vicino alla sua patria, & alcuni manuscritti hanno in altra occasione, che era nella Provincia (a), d’onde egli era oriondo.

   Come un “lento refrain” Marini ricordò altri 3 avvenimenti degni di nota:

   () Qual fosse il luogo, nel quale si fermò trè anni nel principio, quando si partì dalla patria e dal Monastero (b) per andare a Roma, l’habbiamo già detto, quando habbiamo spiegati i principij de’ suoi ritiramenti solitari.

   () In oltre era stato già molto florido e celebre nella iurisdittione o Diocesi di Benevento (c) il Monastero detto Santa Maria in Faifolis (b): ……; & era posto nella Provincia (a), dalla quale egli stesso haveva Origine e dove era nato, dal che si argomenta che ivi pigliò l’habito.

   () Egli (Capodiferro, arcivescovo di Benevento) perciò mosso per la Santità del nostro Padre San Pietro, sapendo che era nato in quel paese, e che non solamente haveva fatta la professione nel medesimo Ordine, ma anco in quel Monastero stesso (b), volse & operò che il Santo fosse fatto Abbate del medesimo luogo e Monastero (b).

   Poniamoci una domanda: Marini in più occasioni ritenne opportuno evidenziare la vicinanza del monastero di Santa Maria in Faifolis al luogo di nascita di papa Celestino V e che entrambi andavano localizzati ed identificati nella diocesi di Benevento; ma il castrum di Sant’Angelo Limosano che vanta di avergli dato i natali, era nella giurisdizione di quella diocesi?

   SI!

   castrum sancti Angeli, castellucium de Limosani, Ripa Limosani que vocatur Ripa comitis cum casali sancti Stephani de Ripa, castrorum Pimanum (cor.ne di Pignano) cum baronia sua … episcopatus Limosani fuit de provincia Beneventana.

   Il castrum di Sant’Angelo Limosano era stato dapprima nella giurisdizione della diocesi di Limosano, ma all’epoca di Pietro le due località erano nella diocesi metropolita di Benevento.

   Il documento ha una duplice importanza perché testimonia l’appartenenza della patria di Pietro e del monastero di Santa Maria in Faifolis alla giurisdizione della diocesi di Benevento e conferma che all’epoca il castrum/castellum non ancora assumeva il toponimo Limosano, assunto in epoca successiva per differenziarlo da altre località denominate Sant’Angelo site nel medesimo Contado di Molise.

   Sant’Angelo Limosano era un castrum/castellum, ma prima dell’avvento del dominio normanno nella contea longobarda di Boviano-Bobiano-Bojano di cui faceva parte, era conosciuto come: Vicus S. Angeli. Desertum etiam Vicum S. Angeli sec. VIII. obtinebant Cassinates, teste Leone Ostien loc. cit. Eius agrum alluit qui ibidem oritur fluvius Bifara (corr.ne di Biferno); ed all’indice Gattola aggiunse:

S. Angeli vicum a saeculo VIII. Obtinent Cassinates Nunc incolis destituitur. Ejus agrum alluit fluvius Bifara, probabilmente era un possedimento dell’abbazia di Montecassino e la presenza nel castrum di alcuni monaci benedettini spiegherebbe la vocazione e la scelta del giovane Pietro di seguirne la Regola.

   La civitas di Isernia era/è sede della diocesi omonima, all’epoca di Celestino V era suffraganea del metropolita di Capua, pertanto non è pertinente alle descrizioni  () e () già illustrate.

   G. Vincenzo Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia e vicario capitolare, nelle Memorie Istoriche del Sannio (1640 – 1644) scrisse: Si gloriano, e con ragione molti luoghi di queste parti di aver dato al Mondo uomini santi, e veri servi d’Iddio, che con le loro ottime operazioni hanno grandemente ajutato la S. Chiesa, e giovato non poco ai popoli. Ma più di tutte le altre può pregiarsi, e gloriarsi la Città d’Isernia, per aver partorito il Santissimo Pietro Sommo Pontefice chiamato Celestino V. tanto noto per tutto l’Universo. Hanno molti scritto la sua vita, gesti, morte, e miracoli, ed ultimamente il P.D. Lelio Marini più a lungo di tutti.

   Ciarlanti, pur affermando e dichiarando Hanno molti scritto la sua vita, gesti, morte, e miracoli, ed ultimamente il P.D. Lelio Marini più a lungo di tutti, ritenne opportuno di non dare credito, di riferire quanto tramandato da Marini, fece tesoro e valutò gli indizi tramandati, ritenendo opportuno di citare solo il cognome del biografo “per dovere di cronaca” e crearsi un “alibi”: nulla trascrisse di ciò che era stato tramandato.

   Ciarlanti aveva letto la biografia di Marini ed era conscio che nonfavoriva” Isernia.

   Ciarlanti scrisse: Era stato molto celebre un Monastero detto S. Maria in Faifoli de’ Monaci Benedettini nella Diocesi di Benevento, dal cui Abbate ad opinione del Marini, avea S. Pietro Celestino primieramente avuto l’abito di Religione, ed in esso professato l’ordine, e la Regola di S. Benedetto.

   Ritenendo utile solo scrivere: ad opinione del Marini, si creò un “alibi”: citò una fonte bibliografica, ma trascurò di ricordare, di giudicare e, se avesse voluto, anche di criticare quanto scritto da Marini; adottò uno “stile” che fu condiviso da altri studiosi, storici ed uomini di Chiesa di ogni epoca.

   Marini era stato molto chiaro: E per hora dirò, che Io tengo per certo che Pietro vivendo ancora la Madre, d’anni sedici in circa pigliasse l’habito e l’ordine di san Benedetto in qualche Monastero più vicino alla sua patria, il qual forse fù quello di Santa Maria in Faifoli nella Diocesi di Benevento, dove egli poi fù fatto Abbate.

   E cio supponendo per certo, dico col Fabro, che pigliò l’habito nel Monastero di Santa Maria in Faifoli posto nella Diocesi di Benevento, che forse era il più vicino alla sua patria, & alcuni manuscritti hanno in altra occasione, che era nella Provincia, d’onde egli era oriondo.

   Ciarlanti, dichiarando di aver letto Marini, perché evitò di ricordare i “dettagli” che evidenziavano la vicinanza del luogo di nascita al monastero di Santa Maria in Faifoli (b) e che entrambi erano nella diocesi di Benevento (c)?

   Perché Ciarlanti non ricordò il tempo (e) e la distanza (fdel viaggio effettuato dal giovane Pietro da la patria e Monastero a Castel di Sangro, che Marini ed altri biografi più antichi avevano tramandato con dovizia di particolari?

   Non erano favorevoli alla “suacittà natale!

   Celestino Telera, già abate Difinitore e poi abbate Generale della medesima Congregatione, dedicò al fondatore del suo ordine due pubblicazioni:

   S. Petri Caelestini PP. V opuscula omnia (1640):  … & fere prius Monachus, quam mundo adeleret, & (quod mirum) prius a saeculo relegatus, quam cum hominibus conversatus, de Matris alvo prodijt apud Aesernia Urbem.

    Historia sagre degli huomini illustri per santità. (1648): Nacque Pietro, detto del Morrone, ….. in Isernia, Città dei Sanniti; benchè altri, quanto alla Patria, diversamente, ma senz’appoggio di vere ragioni, stimassero; poiché negli antichi Ufficii della Chiesa, e nelle vite di lui, scritte dai più gravi Autori, leggiamo essere egli nato in quella Città .

   La biografia di Telera non era originale perché fu copiata da quella di Marini ed inoltre, adottando il “metodo” Ciarlante, non ricordò e valutò gli OTTO indizi che sicuramente conosceva, ma non favorivano la città di Isernia, bensì il castrum di Sant’Angelo Limosano.

   Telera, secondo S. Sticca, fu il primo biografo a pubblicare l’Autobiografia (1400), però non fece “tesoro” di quanto vi era scritto: il paese natale di Pietro di Angelerio era un castro, avendo scritto per due volte che Isernia era una Città, egli stesso avrebbe dovuto escluderla da ogni pretesa!

   Non fu la sola “distrazione” di Telera: l’Autobiografia aveva tramandato la durata (e) e Marini anche la distanza (f), del viaggio alla volta di Castel di Sangro perché li ritenne degli indizi “selettivi” per la scelta tra Isernia e Sant’Angelo Limosano: favorivano/favoriscono quest’ultima località.

   Telera, ignorando quanto evidenziato da Marini, scrisse: s’incamminarono insieme  (Pietro ed il compagno) di buon cuore; ma appena finita la prima giornata, l’incostante compagnio arrestò il corso …. Proseguì dunque senz’altro compagno il Santo giovanetto la strada, e arrivato alla terra di Castel di Sangro.

   Il biografo, aveva “copiato” l’episodio dall’Autobiografia e da Marini, ma dimenticò (?) il “particolare”, non di poco conto, che l’arrivo alla terra di Castel di Sangro  avvenne dopo il secondo giorno a hora Nona (ore 15); sappiamo bene che sia finita la prima giornata, sia il secondo giorno a hora Nona corrispondono durata complessiva del viaggio: è l’indizio (e) degli OTTO scoperti per conoscere il luogo di nascita di Pietro di Angelerio.

   Non era stato Telera a pubblicare per primo l’Autobiografia?

   Come mai non ricordò o non aveva letto che: Dopo un giorno di cammino, …. Così, rimase solo. Camminando per un altro giorno, all’ora nona (ore 15)  giunse a Castel di Sangro?

   Telera valutò utile ignorare la durata del viaggio, scrisse solo: e arrivato alla terra di Castel di Sangro!

   Telera per convincere il lettore citò solo: poiché negli antichi Ufficii della Chiesa, e nelle vite di lui, scritte dai più gravi Autori, leggiamo essere egli nato in quella Città (di Isernia); aveva letto Marini, ma ritenne opportuno evitare le dettagliate descrizioni e gli indizi che compromettevano le “sue” certezze.

   Nessuno può verificare quanto affermato da Telera perchè non fu diligente a stilare un elenco o ricordare i titoli degli antichi Ufficii della Chiesa e quale fossero le vite di lui scritte dai più gravi Autori, benchè altri, quanto alla Patria, diversamente, ma senz’appoggio di vere ragioni, stimassero.

   Solo parole, ma nessun riferimento bibliografico esplicativo!

   Potremmo pensare a Platina (1479) ed a Ciarlanti (1640 – 1644), due dei biografi che abbiamo esaminato e che scrissero prima di Telera, ma aveva ignorato gli altri autori che avevano tramandato dei precisi indizi che favorivano solo Sant’Angelo Limosano.

  Telera, al pari di Ciarlanti, era convinto che nessuno avrebbe verificato le sue affermazioni!

   Copiando il metodo adottato da Marini per redigere la prefazione della sua opera, Telera si creò un “alibi”, ricordando unicamente l’autore o il titolo, non il testo, di alcune fonti bibliografiche che abbiamo analizzato in precedenza: la Bolla di Clemente V che contiene la canonizzazione ed il compendio della Vita di lui. Il Poeta Notturno Napolitano. Il Bugatti. Il Lignum Vitae  del benedettino A. Wion. Dionisi Fabbri priore di Parigi (il Dionigi Fabro francese ricordato da Marini) e citò proprio Il Padre Marini con molta esattezza, ma non fecetesoro” di quanto aveva letto!

   Possibile che Telera, abate celestiniano, non conoscesse o non avesse letto le biografie più antiche: la Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306), l’Autobiografia (1400) che proprio lui aveva pubblicato per la prima volta e la biografia del celestiniano Stefano Tiraboschi da Bergamo (1450)?

  Possibile che Telera (1648) non avesse letto Stefano di Lecce, celestiniano e professore di sacra teologia (1471 – 1474) e quanto scritto da Marini (1630): alcuni Manuscritti antichissimi, la prima parte de i quali si professa nel prologo, che fù lasciata scritta di propria mano da un Monaco di Santa vita discepolo del Santo & si hà che fu il Beato Roberto de Sale, nonché il trattato, che scritto di mano del Santo medesimo delle cose passate nella sua fanciulezza, & ne i primi anni della sua conversione, fù trovato nella Cella di lui,  Et anco dal progresso della vita, pare che il medesimo si possi facilmente raccogliere, cioè che il paese natale era il castrum denominato sancto angelo?

   Marini, consapevole della polemica che stava forse montando già alla sua epoca tra il castrum di sancto angelo e la civitas di Isernia, dovuta all’incauta, quanta superficiale affermazione del Platina (1479), pensò di arricchire la sua biografia con diverse descrizioni = indizi che Telera, conoscendole, non prese in considerazione, criticò: preferì ignorare, utilizzando solo quelle che favorivano la sua opinione; fu in grado di proporre degli argomenti convincenti che fossero di supporto alla candidatura della città Isernia.

   Seppe diligentemente “attingere” da Marini, ma non ricordò la vicinanza del paese di origine (b) di Pietro al monastero di Santa Maria in Faifolis, scrisse: si condusse al Monastero di S. Maria in Faifoli dell’Ordine Benedettino Diocesi di Benevento, e quivi vestì l’abito; così quanti lessero e leggeranno le sue biografie, ignorarono/ignoreranno l’importante indizio (b).

   Telera, paladino della verità, conosceva ed aveva letto la Vita B e Vita C, scritte 300 anni prima, che riportavano: quod vocabatur Sancta Maria in Fayfolis, quod erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis e quanto scrisse Stefano di Lecce 200 anni prima: Santa Maria in Faifolis, vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.

   Importante è questo confronto tra ciò che scrissero Marini e Telera per ricordare la nomina di Pietro di Angelerio ad abate del monastero di Santa Maria in Faifolis.

   Marini (1630): Egli (Capiferro, arcivescovo di Benevento) perciò mosso per la Santità del nostro Padre San Pietro, sapendo che era nato in quel paese (Sant’Angelo Limosano), e che non solamente haveva fatta la professione nel medesimo Ordine, ma anco in quel Monastero stesso,volse & operò che il Santo fosse fatto Abbate del medesimo luogo (Sant’Angelo limosano) e Monastero.

   Telera (1648): … dal Monastero di S. Maria in Faifoli, e cercar (Pietro) all’anima sua maggiore perfezione, come a suo luogo si disse, mosse anche l’Arcivescovo di Benevento chiamato Monsignor Capiferro a desiderare qualche ristoro al già detto Monastero; né tutto ciò poteva da altri sperarsi, che da Pietro del Morrone, per aver egli nello stesso luogo professata la regola Benedettina. …. A lui dunque scrisse il Beneventano Arcivescovo, pregandolo di venire in persona per restituire all’antica disciplina quel Monastero di Faifoli.

   Telera conosceva quanto aveva scritto Marini, ma pensò “bene” di non motivare la scelta fatta da Capiferro perchè evidenziava che Pietro era nato in quel paese e non nella civitas di Isernia.

  Telera conosceva il luogo di nascita di papa Celestino V e conosceva tutte le biografie che lo confermavano, ma dovendo in qualche modo sostenere la sua convinzione, inventò, seguendo l’esempio di Ciarlanti, una prova: Il che (la nascita nella città di Isernia) molto più si fa chiaro da un Editto del 1289 (che si ritrova appresso quei Cittadini) in cui Roberto Vescovo d’Isernia, a persuasione di S. Pietro, quivi nominato Cittadino d’Isernia, eresse una Compagnia di persone devote per impiegarle in esercizi di carità verso gl’infermi e peregrini.

   L’Editto del 1289, era conosciuto solo da Telera che esibì non l’originale, ma una copia non autenticata, scritta con grafia del XVII secolo: l’avrebbe potuto scrivere lo stesso Telera o un suo confratello.

   La frase che interessava Telera era religiosi viri fratris Petre de Murrone huius civitatis Ysernie civis: è importante sottolineare che il testo dell’Editto non  dichiarava in modo esplicito che Petre de Murrone era nato nella civitas di Isernia, ma fu scelta una frase “contorta”: cittadino di questa città di Isernia; non sarebbe stato più semplice scrivere: frate Pietro da/del Morrone nato nella civitas di Isernia?

   In base al Diritto Romano, la cittadinanza si acquisiva non solo per la nascita, ma anche con la residenza

   Telera, l’unico scopritore della copia dell’Editto del 1289, sostenne che si ritrova appresso quei Cittadini: alcuni studiosi isernini hanno dichiarato e confermato che la pergamena è conservata nell’archivio Cap. Isernia Fasc. n. 1; non è l’originale, ma è una copia (?) non autenticata.

   L’Editto di Telera sosteneva che Roberto Vescovo d’Isernia eresse una Compagnia di persone devote per impiegarle in esercizi di carità verso gl’infermi e peregrini a persuasione di S. Pietro: non era necessaria la persuasione di Pietro da/del Morrone, l’intervento diretto di Roberto Vescovo d’Isernia, perchè in diverse località, grandi e piccolissime, all’epoca furono istituite delle fraternità, così testimoniano la Vita A e la Vita C (1303 – 1306), scritte 300 anni prima di Telera, con il titolo De augmentatine sui ordinis et de fraternitate.

   VITA A: Haec autem fraternitas multum in suo tempore crevit, in tantum, quod mirabile omnibus erat: in aliqua villa erant bene mille, in alia V°, et secundum qualitatem uniuscujusque crescebat confratrum numerus.

   VITA C: Haec autem fraternitas multum in suo tempore crevit in pluribus civitatibus, castris et villis, in tantum quod miraabile omnibus erat ; in aliqua enim illarum fere mille personae adhaeserant, et in alia quingentae, et in alia vero centum, et secundum qualitatem uniuscuiusque civitatis numerus crescebat confratrum.

   Petrus de Alliaco (1326 – 1415) in proposito fu più chiaro: Et, quia multi devoti seculares, habitum religionis assumere non valentes, societatem & participationem Ordinis habere zelabant, constituit quamdam Confraternitatem: in qua sub certis salutaribus observantiis, in pluribus civitatibus & locis, innumera utriusque sexus multitudo, in misericordiae aliarumque virtutum operibus proficiens, Christo & membris ejus pia exibebat obsequia. Sic Deus novellae vineae, quam per servum suum plantaverat, magnum in tam brevi tempore dare voluit incrementum, simulque multiplicavit gentem, & magnificavit laetitiam. Nam de hujus Religionis multiplicatione & magnificatione totus extultabat orbis, & virum Dei ac Fratres ejus, tanquam Sanctos, universus, exaltabat populus: quippe cum Deus non solum per eum, sed etiam per plurimos Fratrum suorum, multa & magna miracula sua mirabili gratia edere dignaretur.

   Marini, prima che fosse “scoperta” la copia dell’Editto di Telera, aveva già scritto: per far partecipi (per quanto si poteva) de’ meriti de suoi Religiosi e Monaci, ancora quelli, che non potevano ricevere, o portare l’habito Religioso del suo ordine Institui una compagnia ò Congregatione d’huomini laici e secolari, i quali secondo l’instituto & ordini del Santo, attendevano all’opre di pietà e di misericordia. La chiamavano fraternità perché quelli, che si scrivevano & annoveravano in quella compagnia, erano tenuti, stimati, e chiamati Fratelli non solamente tra di loro, ma ancora deli’ Ordini. Era constituito & ordinato dal Santo, che ogni giorno dicessero certe e determinate Orationi per i vivi, & i morti … .  Non vi era città, non Castello, non Terra, non luogo alcuno, dove con grande consenso de tutti non fosse accettata, il che pareva cosa meravigliosa: In alcuni luoghi si erano scritti à gara in questa fraternità mille persone, altrove cinquecento, altrove cento, più o meno secondo la grandeza e qualità de i luoghi: non era una prerogativa della città di Isernia!

   Telera non fece riferimento a quanto descritto nella Vita A, nella Vita C, a Petrus de Alliaco e da Marini: la sua biografia tace!

   Voleva “dare ad intendere” che l’istituzione della fraternità era avvenuta solo nella civitas di Isernia perché fra’ Pietro era cittadino di questa città di Isernia!

   L’esitenza dell’originale da cui fu tratta la copia non autenticata del XVII che è conservata nell’archivio Cap. Isernia Fasc. n. 1, è un mistero perché nessuno dei biografi di papa Celestino V, uno studioso di Isernia vissuto prima di Telera conosceva l’originale o la copia.

   La copia (l’originale neanche a parlarne!) era sconosciuta allo storico isernino Ciarlanti (1640 – 1644), arciprete della cattedrale e vicario capitolare che, pur avendo scritto della vita di papa Celestino V senza nascondere la convinzione della nascita in Isernia, al punto da “inventare” il possesso della famiglia di Angelerio di un fondo paterno in quella città, ignoraval’originale e l’esistenza della copia dell’Editto  del 1289  scoperta da Telera.    

   Era sconosciuta ad Ughelli (1642 – 1648) che fu sempre attento e scrupoloso nell’evidenziare con meticolose descrizioni, per ogni vescovo ricordato nella sua opera, gli avvenimenti più salienti accaduti durante la titolarità della diocesi. 

   Ughelli riportò questa brevissima notizia in merito alla presenza del vescovo Roberto nella diocesi di Isernia: Robertus anno 1287. cujus extat memoria etiam anno 1289. in Coenobio Monialium S. Clarae de Aesernia.

   Non vi era altro da ricordare per la titolarità del vescovo Roberto!

   Dopo lo scoop di Telera, altri studiosi, tra cui il Celidonio (1896), un altro uomo di Chiesa, accettarono e sostennero il testo dell’Editto. 

   La storia ci ha tramandato –scrisse Celidonio– che una di tali fraternità fu eretta nella sua patria d’origine, Isernia, da lui (fra’ Pietro) col Vescovo Roberto nel 1289; come si rileva da un documento. Era appunto, una compagnia di persone divote addette ad opere di carità verso infermi ed i pellegrini, fondata nella Chiesa della Concezione, che tuttora sussiste, con l’opera e la fatica del Religioso F. Pietro del Murrone, cittadino d’Isernia.

   Alcuni storici contemporanei hanno condiviso con il “beneficio di inventario” quanto scritto nell’Editto perchè non hanno mai avuta la possibilità di effettuare una perizia calligrafica del testo.

   Celestino Spinelli, Abbate è Procuratore Generale de Celestini, nella Vita Di S. Pietro del Morrone detto Celestino Quinto (1664) scrisse: Dodici sono le sue Provinzie (del regno di Napoli nel XIII sec.), quasi i dodici segni celesti, che dal Zodiaco di questo Cielo terreno alimentano trà le natie fertilità, co’ loro influssi l’età dell’oro; mà non v’è di essa niuna così superba, che non ceda la maggioranza (ne tra’l Mondo tutto, Regione così remota, che non l’applauda) alla Real Provinzia, che è la Reggia della metropoli, dico à Terra di lavoro, che per l’amenità più singolare del sito; per la fertilità più copiosa de i Campi; per lo commerzio numeroso del traffico; per la dovizia delle ricchezze; e per le gloriose imprese de’ Popoli, nommeno, che de’ Personaggi illustri; fù dà saggi antichi, non à caso, detta Campagna felice … . E’ in questa così imparadisata Provinzia frà le altre, nomata per preclara la Città d’Isernia, già tra’ Romani una delle più antiche, ed illustri Colonie: mà lasci homai gli antichi vanti, e di glòrie più vere, benche recenti, vada degnamente fastosa; quivi l’anno di gloria rimembranza 1215, mentre nel sovrano Trono del Divin Vicariato sedeva Innocenzo terzo, e dello scetro di Cesare, federico secondo Rè delle due Sicilie ……; evitiamo altre descrizioni poetiche e concludiamo: dico …. Di quel Pietro, ragiono, che per sovrano volere asceso al pontificato col nome di Celestino quinto.

   L’autore era a conoscenza che una delle dodici province amministrative o Justitariatii del regno federiciano era denominata Terra di lavoro o anche detta Campagna felice; evidenziava le sue ottime conoscenze storiche ignorate dai biografi contemporanei e confermava l’importanza dell’indizio (a), uno degli otto tramandati dalle biografie più antiche per localizzare ed identificare il luogo di nascita di Pietro di Angelerio: era nella provincia amministrativa o justitiariato Terra Laboris et Comitatus Molisii; più precisamente nel territorio del Comitatus Molisii, non ricordato da Spinelli, dove erano sia la civitas di Isernia, sia il castrum/castellum di Sant’Angelo Limosano, come aveva scritto Marini.

   Appare strano, al pari di quanto visto per Telera ed altri biografi, che Spinelli (1664) ignorasse gli indizi tramandati da Stefano di Lecce (1471 -1474), anche lui celestiniano e professore di sacra teologia e da Marini (1630) che prima di Telera e dello stesso Spinelli era stato Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto.

   Solo il 1215, l’anno di nascita di Pietro di Angelerio che Marini propose per primo, fu condiviso dai due abati-biografi e da altri studiosi, storici ed uomioni di Chiesa, antichi e contemporanei che però ignorarono gli altri  importanti indizi = descrizioni.

   Invidia tra abati – biografi?

   Nel Bullari Romano (1741) è scritto: Coelestinus Quintus, antea Petrus de Murrhone Monachus, filius Angelerii, patria Iserniensis; così scrisse l’amanuense, sic et simpliciter senza una testimonianza, una nota bibliografica che potesse aiutare il lettore per effettuare una verifica; una prassi adottata anche dall’Annuario Pontificio fino all’anno 1997: S. Celestino V, n. a Isernia, Pietro del Murrone; mentre dall’anno 1998 si legge: S. Celestino V, del Molise, Pietro del Murrone.

   La citazione delle due edizioni di un organo ufficiale della Santa Sede evidenzia che la Chiesa non ignorava, nè ignora la secolare polemica tra la civitas di Isernia ed il castrum di  Sant’Angelo Limosano.  

   Ha sostenuto la civitas di Isernia fino all’anno 1997, dall’anno 1998 l’ha esclusa e, pur di non dare al castrum di Sant’Angelo Limosano l’ambito riconoscimento, come Ponzio Pilato, ha sostituito il nome della città con un “generico” Molise, ovvero con il nome della Regione.

   Se in una competizione si esclude uno dei due concorrenti, la vittoria è concessa al secondo, non si può attribuire ad un terzo che non ha partecipato; indicare il nome della regione Molise, storicamente non è corretto: l’odierno territorio non corrisponde a quello che era pertinente al Comitatus Molisii o Contea di Molise; Pietro di Angelerio era nato nella contea di Molise!

   A. Pottasth nel Regesta Pontificum Romanorum (1874 – 1875) scrisse: Coelestinus V. 1294. Antea dictus Petrus de Murrhone, sic cognominatus a monte supra Sulmonem, ……. oriundus, patria Iserniensis, natione Apulus.

   Liber Pontificalis (1892): CELESTINUS V, conversatione heremitta, natione de terra Laboris, oriundus prope Sulmonen. ad ipsum, qui tunc erat in partibus Apulie seu Aprutii, in suo habitaculo colens Deum.

   Le due citazioni ricordano quanto già esaminato e tramandato da F. Francisco Pipini (1270 – 1328), bolognese: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam provinciae Terrae-Laboris, vocatus prius Frater Petrus de Murono, de Ordine, qui a plerisque dicitur Sancti Damiani; da Bernardi Guidonis (1261 – 1331), francese: COElestinus V. conversatione Heremita. Natione de terra laboris Oriundus prope Sulmona, inopinatè sanè eligitur ad Papatum VII. Kal. Mensis Julii anno Domini MCCXCIV ; e da Petrus de Alliaco (1326 – 1415), francese: Fuit itaque vir eximia virtute laudabilis, re ac nomine Petrus, in petra, quae Christus est, … . Hic ergo de Abrutio in partibus Apuliae natus, spirutu qua carne.  

   Sono cinque descrizioni che evidenziano una ignoranza sconcertante e soprattutto si contraddicono; la prima: oriundus, patria Iserniensis  e natione Apulusnon poteva essere natione Apulus perchè Isernia era nel territorio del Comitatus Molisii che con la Terra/ae Laboris costituivano un unico Justitiariato amministrativo distinto dall’Apulia.

   La seconda è una descrizione che crea maggiore confusione: Pietro poteva essere  considerato di natione de terra Laboris, se si voleva intende la provincia o lo Justitiariato amministrativo (vedi anche la Bolla di canonizzazione) di cui faceva parte anche il Comitatus Molisii dove erano localizzate sia Isernia che Sant’Angelo Limosano, ma oriundus prope Sulmonen non corrisponde alla realtà perchè non era nato a Sulmona, città degli Aprutii ed era fuori luogo Apulie seu Aprutii: Puglia e Abruzzi erano da sempre due territori distinti e separati proprio da gran parte del territorio del Comitatus Molisii.

   L’errore delle due citazioni ed anche delle tre precedentemente descritte, potrebbe essere stato causato dal testo di un privilegio, che esamineremo anche in seguito, sottoscritto dal re angioino: del 1298. e 1299. e non potendo poi quegli (i parenti del papa) averle da Foggia, ce le assegnò sopra la bagliva di Sulmona, come nel Regist. dei 1298. con la data in Napoli al 1. di Settembre; ed oltre di ciò pare, che anche probabilmente congetturar si possa dalle parole della propria scrittura, che sono queste:.B. Carolus II. etc. Secreto Aprutii, necnon Bajulis, et Cabellotis, seu Credenceriis Cabellae Bajulationis, et altorum Jurium Curiae nostrae ad ipsa Cabellam spectantium in Sulmona praesentibus, etc..

   Il privilegio fu rilasciato a Nicola, fratello del papa, ed ai nipoti: la citazione della città di Foggia pertinente alla regione dell’Apulie  e la città di Sulmona pertinente al Secreto Aprutii, potrebbero aver creato l’equivoco della loro appartenenza ad un’unica regione Apulie seu Aprutii.

  L’omelia letta da papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita a Castelpetroso (IS) (1995): Trovandomi poi vicino alla patria del mio venerato predecessore Celestino V, di cui si è celebrato lo scorso anno il settimo centenario dell’elezione al pontificato, invio un caro saluto alla Comunità diocesana di Isernia ed al suo Pastore, Mons. Andrea Gemma. Auspico di cuore che, seguendo l’esempio di San Celestino, essa cresca nella fedeltà a Cristo e nella testimonianza evangelica.

   “Dolce musica” per chi sostiene la nascita di San Celestino nella città di Isernia, ignorando che la maggior parte dei discorsi dei papi sono scritti dai loro più stretti collaboratori che, nel caso specifico, ignoravano l’argomento; infatti nel 1998, ossia 3 anni dopo l’autorevole lettura papale l’Annuario Pontificio, organo ufficiale della santa Sede, avrebbe escluso Isernia!

   Sul retro di un santino con approvazione ecclesiatica distribuito (2005)  nella Basilica Aquilana di Santa Maria di Collemaggio si legge: Pietro nacque in Isernia nel 1215.

   Contravvenendo a quanto è stato pubblicato dall’anno 1998 nell’Annuario Pontificio, l’autore del testo del santino ha ritenuto opportuno non scrivere del Molise.

   G. Carlo Bregantini, arcivescovo della diocesi di Campobasso-Bojano, dopo la visita pastorale (2008) alla chiesetta, unica testimonianza del monastero di Santa Maria in Faifolis ha scritto: In questo monastero benedettino, ….. , il giovane novizio Pietro di Morrone (futuro Celestino V), impara le materie filosofiche e letterarie. Siamo intorno al … e lui proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallata, Sant’Angelo Limosano.

   Bregantini, guidato dal buon senso, assente negli altri biografi, ha saputo valutare la vicinanza, che corrisponde all’indizio (b), dell’antico monastero all’odierno centro di Sant’Angelo Limosano, già castrum/castelum sancto angelo (d).

   In internet, nel portale della Basilica di Collemaggio (20/02/2010 ore 20:18:21) si legge: … in Isernia, penultimo di dodici figli di modesti agricoltori, nasceva Pietro, che fu chiamato Pietro da Isernia, fino a quando non ebbe fondato la famiglia monastica dei Celestini, e poi Pietro del Morrone.

   L’autore certamente è in buona fede e segue la moda: in Isernia nasceva Pietro, ma dimostra la sua ignoranza quando afferma che prima di recarsi sul Morrone il giovane era conosciuto come Pietro da Isernia; nessuna biografia ha tramandato questa BUFALA!

   Anche in questo caso l’autore, uomo di Chiesa ha scritto una bugia perché ha ignorato l’Annuario Pontificio del 1998!

   Dopo aver scoperto con l’attenta lettura delle biografie più antiche gli OTTO indizi storici, geografici e religiosi che permettono di localizzare ed identificare in Sant’Angelo Limosano il luogo di nascita di papa Celerstino V, appare “fuorviante” la risposta di Bucci (12. 2009) alla domanda: Ci dica almeno una cosa: Pietro Angelerio è nato a Isernia o a S. Angelo Limosano?

Le garantisco che non c’è nessuna fonte che attesti il luogo di nascita di Pietro Angelerio, detto anche Pietro del Morrone, diventato poi papa Celestino V. E ad attestarlo in modo incredibile c’è proprio la bolla di canonizzazione emessa nel 1313 da Clemente V ma preparata sei anni prima da Giacomo da Viterbo. Ebbene, quella bolla dice “o te felice Terra di lavoro che desti i natali al nostro santo“. Terra di lavoro“, dunque, che si identificava, a quel tempo nella metropolia di Capua comprendente tutta la terra d’oggi che è compresa nelle province di Caserta e di Isernia e il lembo capuano della provincia di Napoli. S. Angelo Limosano è terra beneventana ma da ciò non può dedursi che Pietro Angelerio sia nato a Isernia e nessun documento è in al senso.

   Le fonti più antiche, con i loro OTTO indizi, ci hanno permesso  in modo incredibile di scoprire il castrum e non la civitas, dove nacque il papa pentro-molisano; il testo della bolla di canonizzazione emessa nel 1313 da Clemente V, già esaminato, non ricordò il luogo della famosa nascita ed essendo stato divulgato nell’anno 1313, non poteva essere sconosciuto a Stefano Tiraboschi nel 1400 e a Stefano di Lecce nel 1471 – 1474 che indicarono in modo incredibile e senza dubbi Sant’Angelo (Limosano).

    Repetita iuvant.  Il testo della Bolla recitava: O quam felix es Provincia & Terrae Laboris ……. B. igitur Petrus, de predicta provincia Terrae Laboris traxisse fertur originem.

   Non faceva riferimento alla giurisdizione ecclesiastica, ma alla Provincia & Terrae Laboris, ovvero allo Justitiariato denominato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii (omesso nella citazione), una amministrazione unica per due territori distinti del regno svevo-angioino: lo Justitiario di Terra/ae Laboris  amministrava la magggior parte del territorio già Principato di Capua e quello pertinente al Comitatus Molisii in cui erano site sia la civitas di Isernia, sia il castrum di Sant’Angelo Limosano.

   Per la metropolia, ovvero la giurisdizione ecclesiastica, la diocesi di Venafro e quella della civitas di Isernia dipendevano dall’arcivescovo di  Capua, mentre il castrum di Sant’Angelo Limosano, il monastero di Santa Maria in Faifolis e la diocesi della civitas di Bojano, capoluogo della Comitatus Molisii, dipendevano dal metropolita di Benevento, tant’è vero che fu l’arcivescovo di Benevento a nominare fra’ Pietro da/del Morrone abate del monastero di Faifoli nel 1276, come scrisse diligentemente anche Marini: l’ordine di San Benedetto in qualche Monastero più vicino alla sua patria, il qual forse fù quello di Santa Maria in Faifoli nella Diocesi di Benevento, dove egli fu fatto Abbate; patria e Monastero nella Diocesi di Benevento.

   Tutti indizi storici – religiosi che escludono la civitas di Isernia o la “pretesa” di altre candidate!

   In verità la Bolla di canonizzazione ricordò, come già esaminato che: Hic Petrus de Morone antea dictus, natione Apulus; una gravissima imprecisione perché aveva ritenuto Hic Petrus de Morone antea dictus di natione Apulus: altro che attestarlo in modo incredibile il luogo di nascita!

   Don Claudio Palumbo, canonico della cattedrale di Isernia e moderatore della curia, in occasione della presentazione del volume Isernia e il suo Papa di Fernando Cefalogli il 28 marzo 2008, ha rilasciato questa intervista: <Si tratta di una pubblicazione che ho apprezzato sotto il duplice profilo di sacerdote e di studioso della storia della Chiesa, – ha spiegato don Palumbo – perché ha il merito di riprendere e riconsiderare seriamente la tesi della paternità isernina o iserniana della figura del Papa Santo>. Sulla questione dei natali di Celestino V è in atto, da tempo e in più sedi, un intricato dibattito. La tesi sostenuta dall’autore dello studio, Fernando Cefalogli, e sposata, a ragion veduta, dal canonico don Palumbo, è che non possa essere confutata l’origine pentra del Santo. <Se la Storia si mostra avara di notizie, – ha continuato il reverendoc’è una consolidata tradizione che offre conferme in tal senso. Inoltre dai registri della cancelleria Angioina questa tradizione viene sicuramente rafforzata>.

   Un uomo di Chiesa, pur rendendosi conto che Sulla questione dei natali di Celestino V è in atto, da tempo e in più sedi, un intricato dibattito, non attivandosi come sacerdote e di studioso della storia della Chiesa per la definitiva soluzione dell’intricato dibattito, ha alimentato la polemica con le sue affermazioni: non possa essere confutata l’origine pentra del Santo; nessuno può affermare il contrario: papa Celestino V era di origine pentra perché nacque nel territorio pentro, dove erano localizzate sia Isernia che Sant’Angelo Limosano; Palumbo ritiene che solo la provincia di Isernia fosse il territorio dei Pentri?

   Il Comitatus Molisii, a grandi linee, corrispondeva all’antico territorio dei Pentri, la cui capitale, Bovaianom=Bovianum=Boviano=Bobiano=Bojano, divenne anche capoluogo della Contea omonima che nel 1142 prese il nome di Molise in ricordo della famiglia comitale di origine normanna dei de Moulins=de Molinis=de Molisio.

  Una consolidata tradizione non dovrebbe essere più “invocata” perché fu “creata” sulla base dell’ignoranza = non conoscenza della storia, della geografia e della distribuzione delle diocesi episcopali del regno svevo- angioino, nonché su una superficiale, quanto affrettata lettura  delle biografie più antiche di Celestino V.

   Inoltre dai registri della cancelleria Angioina questa tradizione viene sicuramente rafforzata, prosegue Palumbo, perpetuando il “vizietto” di fare riferimento a documenti probanti senza illustrare il loro contenuto; un comodo metodo di proporre o inventarsi “qualcosa (?)” con lo scopo di “alimentare” e tenere in vita la consolidata tradizione .

   Nè studioso, storico e biografo di papa Celestino V ha trovato o troverà nei registri della cancelleria Angioina un argomento che confermi e rafforzi la consolidata tradizione.

   I registri della cancelleria Angioina evidenziano che il re angioino manifestò nell’anno 1292, quando Pietro da/del Morrone era in vita, solo il suo particolare interesse per il castrum di Sant’Angelo Limosano:

   (I) il re angioino Carlo II lo Zoppo: 756. – Pro regina Ungarie. Scriptum est. Tenore presentium notum facimus universis, tam presentibus, quam futuris, quod nos peticionibus Clemencie, regine Ungarie, consortis Karoli, primogeniti nostri (Carlo Martello), Dei gratia regis Ungarie, illustris principis Salernitani et honoris Montis Sancti Angeli domini, nurus nostre carissime, paterne dilectionis zelo benignus inclinati emptionem castri Sancti Angeli de Limosano et eiusdem feudi siti in territorio civitatis caserte de iustitiariatu Terre Laboris et Comitatus Molisii, facta per eandem reginam seu per alium eius nomine a corradino de aliace. … Datum Brinonie, anno Domini MCCXCII, die XVIII iulii V indicionis …. (Re. 59, f, 292).

(II) 37.- Si ha notizia  che la regina Clemeza costituì il giudice casertano Jacopo Diodati suo procuratore e camerario nei feudi di S. Angelo in Limosano e nel territorio di Caserta. ( Reg. 58, f. 267; reg. 92, f. 42).

   La donazione conferma, repetita iuvant per gli increduli, che Sant’Angelo Limosano era un castrum e si localizzava solo nello Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii, ed era sito nel territorio del Comitatus Molisii.

   QQd    QQuale era l’importanza del piccolo e sconosciuto feudo del castrum di Sant’Angelo Limosano, per essere oggetto di una donazione del re angioino alla regina di Ungheria, consorte del suo primogenito Carlo Martello?  

   A dare man forte al canonico della cattedrale di Isernia e moderatore della curia diocesana scese in campo un iserniano con questo “scoop”: documenti interessanti ed ancora inediti sono custoditi nella biblioteca di Montecassino ed aggiunse: L’Associazione “la Fraterna”, a breve inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

   La dichiarazione fu pubblicata il 13.04.2008, sono trascorsi 2 anni, probabilmente i ricercatori si sono persi nei lunghi corridoi della grande e meravigliosa biblioteca dell’abbazia!

   In attesa della scoperta (?) dei documenti interessanti ed ancora inediti, un Claudio Palumbo, forse l’autore già citato, ha curato per la diocesi di Termoli-Larino in occasione della presenza delle spoglie del papa nella città di Larino, la pubblicazione (2010) di notizie originali per accreditare la nascita alla città di Isernia, omettendo di citare le fonti bibliografiche consultate: Dopo un primo periodo di esperienza eremitica condotta, con la materna benedizione e sotto la guida di un eremita, lontano da casa, probabilmente tra i monti della Maiella – un suo fratello maggiore era stato dimesso per motivi non precisabili dal vicino monastero di S. Vito di Isernia ritroviamo Pietro in un altro monastero benedettino (S. Maria di Faifoli ?).

   In nessuna biografia pubblica nel passato e i biografi contemporanei hanno scritto che il fanciullo Pietro di Angelerio trascorse un primo periodo di esperienza eremitica condotta, con la materna benedizione e sotto la guida di un eremita, lontano da casa, probabilmente tra i monti della Maiella.   BUGIA!

   L’autore ha voluto essere originale, ma non ha dato una informazione utile per far conoscere al lettore l’origine della “formazione” religiosa di Pietro di Angelerio: Erano tàto dati alla pietà scrisse Marini, & inclinati al sevigio puro d’Idio i buoni genitori Angelerio, e Maria, che in tanto numero de figliuli desideravano grandemente, e chiedevano a Dio con preghiere, che alcuno d’essi si dedicasse al servigio divino in habito Clericale ò Monastico: non un pio desiderio, ma la volontà della madre di Pietro di avere in famiglia almeno uno dei 12 figli consacrato al Signore come “prete” o “monaco”, giammai  un eremita!  

   La buona madre, scrisse ancora Marini, haveva già dato ad ammaestrare il fanciullo Pietro nelle lettere … . In oltre era in quel luogo un’homo molto ricco, il quale s’ingegnava di distorre il fanciullo dallo studio delle lettere ….; ed ancora: La Madre perciò còtra la volontà de gli altri figliuoli maggiori diede de’ suoi propri beni al Maestro, accioche con maggiore diligèza ammaestrasse il suo fàciullo Pietro.

   Quanto letto smentisce Palumbo: ) non è esistito un primo periodo di esperienza eremitica; )con la materna benedizione e sotto la guida di un eremita; ) non lontano da casa, probabilmente tra i monti della Maiella!

   Il castrum natio fu lasciato per la prima volta da Pietro quando entrò per la prima volta nel monastero di Santa Maria in Faifolis all’età di 17 anni (1226) e solo dopo un’esperienza negativa durata 3 anni, decise di condurre vita eremitica (1229), non prima; Marini scrisse che avvenne: e doppò la morte di lei si risolvesse ritirarsi à far vita più solitaria e più stretta.

   Visse i primi 3 anni di eremitaggio presso Castel di Sangro e poi sui monti della Maiella di Palena-monte Porrara, fino all’anno 1232.

   Questa è la verità dei suoi primi anni di vita!

   Cos’altro ha “scoperto” Palumbo per sostenere la causa pro Isernia? un suo fratello maggiore era stato dimesso per motivi non precisabili dal vicino monastero di S. Vito di Isernia. 

   Lo scopo di questa inedita notizia è fin troppo palese: se il fratello aveva frequentato il vicino monastero di S. Vito di Isernia, il luogo della loro nascita non poteva che essere la civitas di  Isernia!

   Allo stato attuale si ignora la fonte bibliografica o il documento che possa accreditare l’affermazione di Palumbo: le biografie più antiche TACCIONO sulla presenza di un suo fratello maggiore in un monastero nei pressi di Isernia, ma sono ricche di particolari sulla triste vicenda del suo fratello maggiore che tutti i biografi, ad eccezione di Palumbo, hanno sempre ricordano come il secondo figlio  o secondo genito  o secondo figliuolo di Angelerio e Maria.

   Nell’Autobiografia datata 1400 si legge: A tal fine, avviarono (ad essere Chierico) il secondo figlio agli studi letterari; ma egli, pur essendo diventato un uomo molto bello e buono, a giudicare dalla vanità di questo mondo, non era tuttavia incline a servizio di Dio, come invece i suoi genitori avevano desiderato.  … , vedendo la buona donna che il figlio chierico non era religioso come essa aveva desiderato, …. .

   Marini circa 200 anni dopo scrisse che i genitori di Pietro cò la quale speràza allevato il facendolo con diligenza ammaestrare ne gli studi delle lettere: Ma questi né corrispose alla pia espettazione de’ suoi genitori, né si diede a gli offici di divotione.  Anzi fatto grande e robusto giovine si mostrò più tosto atto & inclinato alle cose del mòdo, che a gli offici, & essercitij Ecclesiastici & divini, e perciò i buoni parenti persero la speranza della perfetta riuscita di lui, perche se bene haveva preso l’habito Monastico, tuttavia non mostrava quel spirito e sollecitudine nelle cose spirituali, che l’habito richiedeva. …. . Si lagnava la buona Madre, vedendo quel suo secondo figliuolo già Clerico non riuscire spirituale, come ella desiderava, e sovente di cuore gemendo diceva, Misera me, che hò generati, partoriti, & allevati tanti figliuli, e non veggo alcun di loro buon servo d’Idio? E già che desperava del buon progresso del secondo, voltò l’animo verso Pietro ancora fanciullo di cinque, o sei anni. …. . Ne s’inganno ella (la madre di Pietro) certo, perché quello che era già Monaco in breve tempo, essendo ancora fanciullo Pietro, passò da questa vita.

    Adesso sappiamo di più e “meglio” di ciò che ha pubblicato il “biografo” della diocesi di Termoli-Larino: ha ricordato sì un suo fratello maggiore, per la precisione era il secondo figliuolo, ma non era stato dimesso per motivi non precisabili dal vicino monastero perché, avendo deciso di condurre una vita non da Clerico, deliberatamente abbandonò il monastero, passando poco dopo a “miglior vita”. 

   Le antiche biografie e i biografi contemporanei non indicarono il nome del monastero dove prese dimora lo sfortunato fratello di Pietro: non poteva che essere quello più vicino al suo luogo di nascita, il monastero di Santa Maria in Faifolis, che Pietro scelse per il noviziato; il monastero di S. Vito della valle o S. Vito de Valle, citato come S. Vito di Isernia da Palumbo senza una testimonianza che lo mettesse in relazione con i figli di Angelerio, era ubicato nella Piana tra Isernia e Macchia d’Isernia, pertinente alla diocesi di Isernia suffraganea della metropolita di Capua.

   Il lettore ignaro e con il desiderio di conoscere la realtà degli avvenimenti si trova disorientato di fronte ad affermazioni non sostenute da una attendibile fonte bibliografica.

  Il monastero di Santa Maria in Faifoli svolse un ruolo importantissimo per la formazione religiosa e spirituale del giovane Pietro: era ed è un indizio fondamentale per localizzare ed identificare il suo castrum di nascita: negare o dubitare per scopi campanilistici il ruolo svolto nella vita di Celestino V, è e sarà un inutile “sforzo”.

   Palumbo, senza un motivo storico, geografico e religioso, dubita di quella presenza: ritroviamo Pietro monaco in un altro monastero benedettino (S. Maria di Faifoli ?): lo ha scritto tra parentesi e con un punto interrogativo per rendere la “sua” notizia inattendibile, creando “confusione” all’ignaro lettore; egli non ha letto, consultato le biografie più antiche e quanto scritto da altri studiosi isernini.

   Se ha interesse ad apprendere può leggere in merito: le tre biografie Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306); Stefano di Lecce, celestiniano, professore di sacra teologia, che scrisse la Vita del Beatissimo Confessore Pietro Angelerio (1471 – 1474); Lelio Marini, Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto, che scrisse la biografia San Pietro del Morrone già Celestino Papa V (1630).

   Palumbo non dovrebbe dubitere del suo concittadino Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia e vicario capitolare, autore della Memorie Istoriche del Sannio (1640 – 1644); delle disposizioni di Capodiferro, arcivescovo di Benevento, quando nominò l’eremita fra’ Pietro abate del monastero dove aveva svolto il noviziato: Egli (Capodiferro, arcivescovo di Benevento) perciò mosso per la Santità del nostro Padre San Pietro, sapendo che era nato in quel paese, e che non solamente haveva fatta la professione nel medesimo Ordine, ma anco in quel Monastero stesso, volse & operò che il Santo fosse fatto Abbate del medesimo luogo e Monastero: il monastero era “sempre”, piaccia o no a Palumbo, quello di Santa Maria in Faifolis e l’anno della nomina era sicuramente il 1276 e non, come ha scritto: Circa gli anni 1275-1278 il Nostro è nel monastero di S. Maria di Faifoli … .

   Non dovrebbe dubitare di Ughelli, monaco cistercense, abate di Settimo Fiorentino e dell’abbazia delle Tre Fontane a Roma, che nella sua Italia Sacra (1642-1648), scrisse: Monasterium sanctae Mariae in Fayfolis, Beneventanae Diocesis, in quo idem Sanctus jamprimed habitum.

   Palumbo può documentarsi leggendo Telera, già abate Difinitore e poi abbate Generale della medesima Congregatione che dedicò al fondatore del suo ordine due pubblicazioni; per concludere, perchè sarebbe lungo anche l’elenco dei biografi contemporanei, abbiamo l’autorevole parere espresso dall’arcivescovo Gian Carlo Maria Bregantini, titolare della diocesi di Campobasso-Bojano, in occasione delle prima visita pastorale (2008) alla chiesetta di in Santa Maria in Faifolis, unica testimonianza dell’antico monastero: In questo monastero benedettino, ….. , il giovane novizio Pietro di Morrone (futuro Celestino V), impara le materie filosofiche e letterarie. Siamo intorno al … e lui proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallata, Sant’Angelo Limosano.

   Palumbo, in occasione della celebrazione degli 800 anni della nascita, non ha dato un contributo POSITIVO alla conoscenza della vita di papa Celestino V; positivo sarebbe stato il silenzio!

   La Chiesa, dopo secoli, dovrebbe prendere la decisione di mettere la parola FINE alla secolare polemica alimentata dai suoi stessi uomini e prendere in seria considerazione gli OTTO indizi che le più antiche biografie hanno tramandato e che permettono di rispondere alle OTTO domande:

(a) quale località era nel Comitatus Molisii che con la Terra/ae Laboris costituivano uno degli Justitiariatii del regno svevo-angioino?

   La civitas di Isernia e il castrum di Sant’Angelo Limosano.

(b) Quale località era nelle vicinanze del monastero di Santa Maria in Faifolis?

   Il castrum di Sant’Angelo Limosano.

(c) Quale località era nella diocesi di Benevento?

   Il castrum di Sant’Angelo Limosano.

(d) Quale località era un castrum/castellum?

   Il castrum di Sant’Angelo Limosano.

(e) Quale località era lontana una gionata + un secondo giorno fino alle ore 15 da Castelo di Sangro?

   Il castrum di Sant’Angelo Limosano.

(f) Quale località  dista più di quindici miglia da Castel di Sangro?

   Il castrum di Sant’Angelo Limosano.

(g) Quale località era denominata sancto angelo?

   Il castrum di Sant’Angelo Limosano.

(h) Quale località era vicino a Limosano?

  

SOLO E SEMPRE:  SANT’ANGELO LIMOSANO!

L’anno di nascita.

   Perché nell’anno 2009 sono iniziate le celebrazioni dell’VIII centenario della nascita di papa Celestino V?

   La risposta è data da una semplice operazione di matematica 2009 – 800 = 1209.

   La ricorrenza riaccende la polemica anche in merito alla valutazione dell’anno di nascita; una polemica originata da Marini nel lontano 1640 che, pur tramandando diligentemente gli indizi storici-geografici-religiosi che abbiamo esaminato per scoprite la località della nascita, commise l’errore di non aver saputo fare alcune operazioni di matematica per verificare se l’anno 1215 si conciliasse con le date che ricordano gli avvenimenti più importanti della lunga vita di papa Celestino V.   

   Marini scrisse: Nacque donque Pietro l’anno della salute humana Millesimo dugentesimo quintodecimo (il giorno & il mese non si trova scritto) essendo Sommo Pontefice nel governo di Sata Chiesa Papa Innocenzo Terzo.

   Da chi aveva appreso la notizia?

   NULLA scrisse in merito, a differenza dei tanti indizi che ha tramandato per localizzare ed identificare il luogo della nascita.

   L’errore di Marini (1630) fu condiviso da Ciarlanti (1640): Nacque nel 1215. da Genitori timorati d’Iddio; da Ughelli (1642 – 1648): 15. DARIUS …. sub quo natus est anno 1215. S. Petrus de Morone, postea Pontifex Max. sub nomine Coelestini Quinti e da Telera (1648): Nacque Pietro, detto del Morrone, l’anno di nostra salute 1215, sotto il pontificato d’Innocenzo III.

   La Chiesa, pur celebrando gli 800 della nascita, come per il luogo di origine, non ritiene opportuno dare una risposta precisa che possa porre fine anche a questa polemica: di chi sta celebrando gli 800 anni?

   Cari fratelli e sorelle, noi Arcivescovi e i Vescovi dell’Abruzzo e del Molise siamo lieti di annunciare che a San Pietro Celestino V viene dedicato uno speciale anno giubilare dal 28 agosto 2009 al 29 agosto 2010 in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215”.

   Se la matematica non è una opinione, l’operazione di “sottrazione” fatta in precedenza 2009 – 1209, conferma che Pietro di Angelerio era nato nel 1209, quindi si celebrano i suoi 800 anni; la Chiesa dimostra ancora una volta di non volere intervenire con chiarezza, chiama in causa di nuovo gli storici, ma non gli uomini di Chiesa che l’hanno collocata e la collocano al 1215; comodo “tirarsi” fuori dalla polemica e attribuire la “colpa” agli altri: il problema esiste, perché non promuove un incontro per risolvere dopo secoli l’incertezza, non di pochi mesi, ma di 6 anni?

   La volontà ed il buon senso ancora una volta sono assenti: a chi giova mantenere in vita anche questa sterile polemica?

   Qualcuno pensa che gli altri non sappiano leggere e non sappiano riconoscere e valutare anche gli indizi numerici tramandati dalle biografie più antiche e non sappiano eseguire alcune semplici operazioni di matematica?

   Le biografie più antiche sono ricche di indizi numerici che alcuni biografi hanno sottovalutato o interpretato in modo soggettivo, creando confusione.

   La VITA A (1303 – 1306) tramanda: anno M° CC° LXXXXVI°, XIX die maii, Vixit autem iste sanctus annis LXXXVI; la morte avvenne nel 1296 – 86 anni vissuti = 1210, anno della nascita.

   La VITA C (1303 – 1306): Anno Domini M°. CC°. LXXXX°. VI., vitae vero suae anno LXXX°.VII., die XIX mai: 1296 – 87 = 1209, anno di nascita. 

   Le due biografie concordano sul giorno del 19 maggio e sull’anno 1296 della morte, ma sono in disaccordo, non di 6 anni, ma “solo” di UN anno (86/87) su quelli vissuti, pertanto l’anno di nascita si colloca tra  1210 ed il 1209: la differenza è solo di UN anno, non di 6 anni.

   Il risultato permette di escludere con la “certezza della matematica” l’anno 1215 proposto nel lontano 1630 da Marini e da quanti continuano a condividere il suo errore.

   Il 1215 come avremo modo di verificare, non è l’addente idoneo per calcolare le date più significative della vita di papa Celestino V,è “compatibile” con il 1294 elezione al papato e con il 1296 anno della sua morte.

   Possiamo dare credito all’anno 1209 ricordato dalla Vita C perché è considerata la biografia più attendibile in quanto scritta da Bartolomeo da Trasacco e Tommaso da Sulmona, due dei discepoli più affezionati che rimasero al suo fianco fino alla morte?

   L’anno di nascita di Pietro di Angelerio si può ricalcolare leggendo la cronologia della sua vita dal momento in cui decise di entrare nel monastero di Santa Maria in Faifolis, il più vicino al suo castrum di Sant’Angelo Limosano.

   Quanti anni aveva quando entrò per la prima volta in monastero?

(I) Alcuni biografi non hanno indicato una età precisa, la stimarono tra il compimento del 16° anno di età ed il 17°.

(II) Altri hanno indicato “senza ombra di dubbio” i 17 anni o hanno scritto che li aveva compiuti, ovvero era nel 17° anno.

(III) Altri biografi non hanno ricordato l’età di ingresso nel monastero, preferendo ricordare i 20 compiuti (età di ingresso + anni di permanenza) da Pietro quando abbandonò la casa o il monastero per andare a Castel di Sangro.

   E’ bene tenere presente che ci troviamo di fronte ad approssimazioni di pochi mesi, non di 6 anni!

   Petro de Alliaco (1326-1415): ultra vicesimum (a) suae aetatis.

   L’Autobiografia (1400): e così da un anno all’altro arrivò ad oltre venti anni (a).                   

    Stefano Tiraboschi (1450): donde da un anno alaltro passando fin a vinti  anni (a) rimase i casa.  

   Stefano di Lecce (1471 -1474): (1) E rimase (nel monastero) per tre anni (b) con molti segni divini. (2) Trascorsi ormai tre anni (b) giunse fino all’età di venti anni  (a).              

   Notturno Napolitano (1520): Hor sin venti anni (a) a casa volse stare.   

   Marini (1630) ricordò in più di una occasione, ma non sempre in modo univoco, l’età del giovane Pietro quando entrò nel monastero e gli anni compiuti quando lo abbandonò: d’anni sedici in circa vi entrò; successivamente: Pigliato l’habito e l’Ordine di San Benedetto circa gli anni sedici ò diecisette (c) di sua età e vi stette trè anni (b) continui. Gli manuscritti sono diversi, perché alcuni dicono che nell’età d’anni diecisette (c) egli si ritirasse alla solitudine, onde seguirebbe che de vinti (a) si fosse fatto Sacerdote. Onde più verisimile, anzi vero giudico, ch’egli de vinti anni (a) partisse dal Monastero, come affermano altri, & è chiaramente detto dal Cardinale di San  Giorgio nel luogo sopra citato. E poi fece la professione cioè ne gli anni diecisette (c) della sua età, e vi perseverò fin’ alli vinti (a). Arrivò donque Pietro in questa perplessione fino all’età di vinti anni in circa (a), come anco gli altri antichi scrissero. Era all’hora il mese di Gennaio dell’anno del Signore millesimo dugentesimo trentesimo quinto, di sua età ventesimo (a) quando lasciò il monastero per intraprendere il viaggio verso Castel di Sangro.  

   Telera (1648), pur avendo “copiato” Marini, volle essere “originale”: essendo egli di 16 anni in circa  …  si condusse al monastero di S. Maria in Faifoli dell’Ordine Benedettino Diocesi di Benevento, e quivi vestì l’abito, fece il Noviziato, e a suo tempo la professione di Monaco. Ma consumati pochi anni.  

   Da quanto esaminato, risulta chiaro che le biografie concordano nel valutare che Pietro aveva compiuti 20 anni (a) quando abbandonò il monastero, dove si era trattenuto per 3 anni (b): aveva (203) 17 anni  (c) quando vi era entrato per la prima volta.

   Occorre averebuon sensoper dare un valore numerico alle affermazioni: ultra vicesimum (a) suae aetatis; oltre venti anni (a); fin a vinti  anni (a) rimase i casa; per tre anni (b) con molti segni divini. Trascorsi ormai tre anni (b) giunse fino all’età di venti anni  (a); sin venti anni (a) a casa volse stare; d’anni sedici in circa vi entrò; circa gli anni sedici ò diecisette (c) di sua età e vi stette trè anni (b) continui; nell’età d’anni diecisette (c); che de vinti; ch’egli de vinti anni (a) partisse dal Monastero; ne gli anni diecisette (c) della sua età, e vi perseverò fin’ alli vinti (a); fino all’età di vinti anni in circa (a); di sua età ventesimo (a).  

   Marini ricordò una sola volta d’anni sedici in circa e anni sedici ò diecisette come stimarne il valore?

   Potremmo ritenere sedici anni compiuti, quindi siamo nel 17°, considerato che il biografo per due volte ricordò esattamente anni diecisette; la conferma di questa età si ottiene prendendo in considerazione l’età che Pietro aveva quando abbandonò il monastero: ultra vicesimum (a);  oltre venti anni  (a); fin a vinti  anni (a) all’età di venti anni  (a); sin venti anni (a) a casa volse stare; che de vinti (a); ch’egli de vinti anni (a) partisse dal Monastero; e vi perseverò fin’ alli vinti (a); fino all’età di vinti anni in circa (a); di sua età ventesimo: se andò via a 20 anni e si era trattenuto esattamente 3 anni, così sapevano tutti i biografi, tranne Telera che al solito, per mischiare le carte, scrisse laconicamente Ma consumati pochi anni: l’ingresso in monastero, come sappiamo, avvenne all’età di 17 anni  (20 – 3).

   La conferma dell’età di ingresso in un monastero la troviamo nella consuetudine della Chiesa: era prassi entrare in un monastero dopo il compimento dei 16 anni, ovvero il novizio  doveva essere “nel” 17° anno.

   Nel De novitiis recipiendis, c. V ,13, si legge: Ad professionem vero ante decimum sextum aetatis annum et non nisi completo et continuato probationis anno Novitii clerici non admittantur  ( i  novizi chierici non devono essere ammessi alla Professione prima del sedicesimo anno e senza aver terminato un anno continuo di prova.).

   L’età di 17 anni fu confermata da Il Concilio Tridentino nella sessione XXV, al capitolo 15, divulgò la legge universale che prescriveva un anno di noviziato da compiersi dopo il 16 anno di età: Professio non fiat nisi anno probationis exacto, & decimosexto aetatis completo; ma non mancano nella storia casi simili a quello del giovane Pietro di Angelerio quando iniziò la vita religiosa.

   San Benedetto, fondatore dell’ordine monastico scelto dal giovane Pietro, all’età di 17 anni, insieme con la sua nutrice Cirilla, si ritirò nella valle dell’Aniene; san Tommaso d’Aquino all’età di 17 anni entrò nell’Ordine mendicante fondato da san Domenico anche Dom Columba Marmion, medico ed abate benedettino, a 17 anni entrò nel seminario diocesano di Conlifle; il Beato Antonio Grassi era nato a Fermo il 13 novembre 1592, e fin da fanciullo aveva condotto una vita semplice ed austera, improntata a sincera devozione, educato dai Padri dell’Oratorio della sua città. Entrò in Congregazione l’11 ottobre 1609  (1609 – 1592 = 17) ed il 17 dicembre 1617 fu ordinato sacerdote. 

   La nostra indagine continua: cosa fece il giovane Pietro all’età di 20 anni quando giunse a Castel di Sangro, dopo aver abbandonato la casa o il monastero?

   Nato nel 1209 + 20 compiuti = siamo nel 1229 quando iniziò il primo periodo di eremitaggio che durò 3 anni, vivendo tra Castel di Sangro e Palena-Porrara.

   Lasciamo parlare sempre le biografie più antiche:

   L’Autobiografia (1400): (I) e rimase lì per tre anni. (II) Dopo che egli ebbe trascorso tre anni in quel luogo (Castel di Sangro-Palena/Porrara).

   Stefano Tiraboschi (1450): Passato tre anni in la predita asperità.

   Marini (1630) è il biografo che più di altri arricchì la sua pubblicazione con maggiori particolari, peccato che non abbia saputo fare delle semplici operazioni di matematica per verificare la data di nascita e le date dei momenti più importanti della vita di papa CelestinoV:

(I) ivi nel primo si fermò per tre anni continui con difficoltà e patimenti maravigliosi.

(II) In quel tempo donque, nel quale hàbitò il sudetto luogo deserto, già si era sparsa per tutti i vicini popoli la fama della sua santità, in tre anni che ivi stette.

(III) Credo che nò volesse fermarsi più nel luogo sopranominato (Castel di Sangro-Palena/Porrara), dove tre anni còtinui haveva dimorato.

(IV) Qual fosse il luogo, nel quale si fermò trè anni nel principio, quando si partì della patria e dal Monastero per andare a Roma, l’habbiamo già detto, quando habbiamo spiegati i principij de’ suoi ritiramenti solitari.

   Telera (1648), seguendo “finalmente” Marini: (I) Ma fu anche in questo triennio fatto bersaglio delle tentazioni più gravi. (II) Compiti tre anni in questa dura penitenza.

   Pietro di Angelerio, giunto a Castel di Sangro e poi a Palena/Porrara all’età di 20 anni, dopo 3 anni del primo periodo di eremitaggio, decise di partire per Roma con il fermo proposito di essere consacrato sacerdote: aveva (20 + 3) 23 anni: correva l’anno 1232 quando giunse a Roma e  ripartì nello stesso anno per Sulmona.

   I “conti” che in seguito fece Marini non concordano con quanto abbiamo calcolato seguendo le sue informazione e quelle di altri biografi, perché scrisse: Onde siegue che scorsi i trè anni, i quali stette nel luogo sudetto (Castel di Sangro etc), circa li vintiquattro si facesse Sacerdote.

   Marini si contraddisse perché sappiamo che aveva scritto: Hò nodimeno io per certo, come hò gia detto, ch’egli conforme al desiderio della Madre giovinetto entrò nell’Ordine di San Benedetto, e poi vi fece la professione cioè ne li anni diecisette della sua età, e vi perseverò fin’alli vinti, e poi veden do di non poter fare il desiderato frutto della vita spirituale, si ritirò alla solitudine sopra narrata, ovvero visse per 3 anni il primo periodo di eremitaggio (vedi sopra): fin’alli vinti + i trè anni di eremitaggio = 23 anni.

   Rileggendo le altre biografie, abbiamo la conferma che la “matematica non è una opinione”: anni diecisette (+ 3) = fin’alli vinti + 3 (si ritirò alla solitudine sopra narrata) dà solo il risultato di 23 e non li vintiquattro proposti da Marini.

   Lasciata Roma, il frate-sacerdote Pietro di Angelerio non volle tornare al primo luogo di eremitaggio, ormai troppo conosciuto e frequentato, frequentò altri monasteri, preferì raggiungere la civitas di Sulmona e ritirarsi sull’aspro monte Morrone, per cui fu conosciuto come Pietro da/del Morrone: era sempre l’anno 1232.

   Quanti anni visse da eremita Pietro di Angelerio o Pietro da/del Morrone prima di diventare papa Celestino V nel 1294?

   La VITA C (1400) ritenuta essere la più attendibile attesta: quem per sexaginta et quinque annos perpessus in paenitentia fuerat, vellet quiescere, hoc modo diem illius clausit extremum, un totale di 65 anni.

   Petro de Alliaco (1326 – 1415): per sexaginta quinque vitae suae (eremiticae) annos pertulerat, finem imponete disposuit, in totale 65 anni.

   Le due biografie stimarono 65 anni, mentre Marini (1630), sempre attento nelle sue descrizioni, al riguardo non fu chiaro: Dal principio della sua vita romita e solitaria sessantesimo secondo; dalla prima habitazione del Morrone sessantesimo.

   Quanto proposto da Marini, sono numeri che ottenne avendo stimato la nascita nel 1215, un anno che già abbiamo escluso e che non si concilia con quanto esamineremo in seguito.

   Telera (1648) nell’occasione fu più preciso e concordò con le altre due biografie: Dopo averlo servito (Pietro) 65 anni in asprissime penitenze.

   I 65 anni vissuti in eremitaggio sono il totale di due periodi: 3 anni trascorsi tra Castel di Sangro e Palena/Porrara e 62 trascorsi sul Morrone, sulla Maiella, in viaggi (vedi Lione) ed anche la sua presenza come abate nel monastero di Santa Maria in Faifolis nell’anno 1276.

   Con gli indizi numerici tramandati dalle biografie più antiche, è possibile redigere la cronologia degli avvenimenti più salienti che interessarono Pietro da/del Morrone e calcolare anche l’anno di nascita.

   La matematica ci offre un valido aiuto con una serie di “sottrazioni”: elezione al pontificato nel 1294 – 62 anni vissuti sul Morrone-Maiella = 1232 che corrisponde all’anno in cui Pietro, tornato da Roma dove era stato consacrato sacerdote, arrivò a Sulmona e poi al Morrone.

   Prima del 1232, aveva trascorsi 3 da eremita tra Castel di Sangro e Palena, quindi vi era arrivato nel 1229, l’anno in cui abbandonò la casa o il monastero di Faifoli dove, come sappiamo aveva vissuto per 3 anni, quindi vi era entrato per il noviziato nel 1226 all’età di 17 anni: 1226 17 = 1209 anno di nascita, come ha tramandato la VITA C (1400).

   Con una serie di addizioni, utilizzando come addenti gli indizi numerici ricordati dalle biografie più antiche, si ha la dimostrazione matematica che il 1215 o un altro anno diverso dal 1209, danno una cronologia le cui date sono difformi dall’anno 1294 della elezione al papato e dall’anno  1296 della sua morte: 1215 + 17 = 1232 anno dell’ingresso in monastero + 3 di permanenza = 1235 anno di uscita dal monastero e presenza a Castel di Sangro-Palena + 3 anni del primo eremitaggio = 1238 anno della partenza per Roma, consacrazione sacerdotale ed arrivo al Morrone-Maiella + 62 anni del secondo eremitaggio = 1300 elezione al papato + 2 anni vissuti da papa, ostaggio, fuggiasco e prigioniero = 1302 anno della morte.

   Proprio non ci siamo!

   L’anno di nascita compatibile con l’anno 1294 e con il 1296  è solo il 1209!

   Rimane da far luce su altri argomenti che la Chiesa non ignora perchè furono inventati da alcuni suoi uomini od avallò quelli di altri studiosi o storici:

(I) un cognome dei genitori di Pietro;

(II) un fondo ed una o due case paterne in Isernia;

(III) la sua presenza nei giorni 14 e 15 ottobre in Isernia.

   Lo scopo era ed è sempre: sostenere la sua nascita nella civitas di Isernia!

     

Avevano  un cognome i genitori di papa Celestino V?

   Lasciamo sempre parlare le biografie più antiche:      

   Opus Metricum (J. C. Stefaneschi, 1296 – 1314): Et, quamqua humilis generis, pietate referti. Traditur undenus; matrem (in nota: Mater vacabatur Maria).

   L’Autobiografia (1400):  dei suoi genitori, i cui nomi sono Angelerio e Maria.

   Pedro de Alliaco (1326 – 1415): Fuerunt autem patri ejus, Angelerius nomine, ex Maria uxore sua.          

   Stefano di Lecce (1471 – 1474): nato da ottimi genitori, Maria e Angelo, o, con termine come penso, corrotto, Angelerio.

   Notturno Napolitano (1520): il marito Angelerio si nomava Maria la Moglie.

   Tiraboschi (1400): El padre have nome angelerio e la madre have nome maria.

   Platina (1479): Celestino v. Fra Pietro de Murone, figliuolo d’Angelerio da Sulmona

   Bullario (1741): Coelestinus Quintus, antea Petrus  de Murrhone Monachus, filius Angelerii.   

  Marini (1630) in proposito ci illumina: Angelerio hebbe nome il Padre del Santo, e Maria la Madre. Erano di mediocre fortuna, ma molto honorati nella patria loro, e timorati d’Idio; semplici e giusti; si essercitavano nelle opre della misericordia secòdo il poter e facoltà, che havevano; aggiungendo che la mia famiglia era numerosa e povera, quale era la loro, bastava uno, che non lavorasse ….; e che il Patrimonio non sarà bastevole per sostenerlo.

   Marini, forse prevedendo le “strane ipotesi” sui cognomi della famiglia di papa Celestino V, precisò: Il cognome della famiglia non fu scritto da alcuno, e se in alcuna scrittura si trova alcuno de i nipoti nominato di Angelerio, facilmente sarà il nome del Padre o dell’Avo, come si usa in quei paesi, ne i quali il nome del padre o dell’Avo serve per cognome: Et al nostro Pietro non fu apposto mai altro cognome overo agnome, che quello del Morrone, il quale fu acquistato da lui stesso, come si dirà appresso. L’insegne nondimeno, che si chiama Arma, al nostro Pietro si trova in tutte le sue imagini antiche attribuito un Leone rampante con una fascia a traverso dalla coscia al piede sinistro, essendo come appoggiato su il lato sinistro, sì come è descritto da tutti gli autori e in tutte le imagini.

   Marini rispose ad un altro interrogativo: perché Pietro di Angelerio adottò il cognome da o del Morrone?

   Onde di là si divulgò per tutte le parti la fama di lui si celebre, che correva per tutto il mondo, e ne riportò il famosissimo cognome di Muroneo, e  fù sempre detto e chiamato Petro del Morrone, e non havendo mai fatta stima alcuna del suo cognome nativo, il quale sin’hora non si trova scritto.

   Ciarlanti (1640 – 1644): da genitori timorati d’Iddio, semplici e giusti, chiamati Angelerio e Maria.

   Telera (1648): I Genitori di lui furono Angelerio e Maria.

   Nell’anno 1664 Spinelli, fu l’unico tra i biografi antichi che scrisse semplicemente: Hebbero in sorte Angelerio, e Maria de’ Leoni d’esser di sì gran pianta fortunate radici; nacque da due Leoni un’Agnello.

   Qualche storico contemporaneo ha ritenuto che de’ Leoni fosse il cognome della madre di Pietro, sconosciuto fino ad allora a tutti i biografi vissuti prima di Spinelli.

   Leggendo con attenzione la frase, appare chiaro che l’autore non intendeva dare un cognome a Maria, ma aveva fatto riferento ad entrambi i genitori e come era nel suo stile, volendo rendere più “poetica” la descrizione li paragonò a de’(i) Leoni, ricorrendo al sostantivo figurativo plurale de’ Leoni, tanto che ritenne Pietro un agnello  che nacque da due Leoni.  

   Dopo circa 200 anni dalla pubblicazione di quella “poetica” descrizione, ci fu chi volle “sfruttarla” per proporre una “bufala”: l’esistenza di due cognomi dei genitori di Celestino V.

   Iorio nel 1894, seguendo l’esempio di Telera con il suo Editto, dichiarò che aveva scoperto un documento, di averlo letto e poi di averlo smarrito: i biografi più antichi, gli studiosi e gli storici  ne ignoravano/ignorano la data della redazione, la sua esisteza e la conoscenza del testo.

   Iorio non propose il testo completo, ma una breve frase che ricordava (lo dimostrerà il confronto) una descrizione di (1642 – 1648) riportata circa 450 anni prima nella sua opera dedicata ad illustrare le diocesi esistenti in Italia (la diocesi di Isernia nel nostro caso) ed i loro vescovi (Dario nel mostro caso) e quanto era accaduto durate il loro mandato.

   Iorio: Darius, Aeserniensis civis, Episcopus ab anno 1208 ad annum 1222. Eius Praesulatus tempore circa annum 1215 hic –in Aesernia– ortum habuit ab Angelerio de Angeleriis et Maria de Leone civitatis Aeserniae Petrus Caelestinus.

   Ughelli: 15. DARIUS temporibus Innocentii III. itemque Honorii III. Aeserniensis fuit Episcopus, cujus prima mentio in monumentis habetur anno 1208. ultima vero anno 1221. sub quo natus est anno 1215. S. Petrus de Morone, postea Pontifex Max. sub nomine Coelestini Quinti.

   Confrontando le due frasi, si nota che Iorio, come aveva fatto Telera con il “suo” Editto, era interessato ad evidenziare la nascita di Pietro in Aesernia ed a far conoscere il cognome dei genitori; Ughelli non aveva trattato i due argomenti, ma ricordava che DARIUS era stato Aeserniensis fuit Episcopus e non Aeserniensis civis, come scrisse Iorio, riferì che Aesernia  era il luogo di nascita di Petrus Caelestinus, ma scrisse sub quo natus est anno 1215.

  La manipolazione di Iorio della descrizione di Ughelli risulta più evidente se si controlla il periodo della titolarità del vescovo Darius: per il primo durò dal 1208 al 1222, per il secondo, c’è da credergli, dal 1208 al 1221: 1 anno di meno; entrambi commisero l’errore di stimare la nascita di Pietro nell’anno 1215, inverosimile per quanto descritto in precedenza.

   Iorio, non soddisfatto di ciò che aveva proposto e per rendere credibile la sua “bufala”, aggiunse una nota bibliografica “inopportuna”: citava sia Marini che aveva scritto ben altro; sia lo storico isernino Ciarlanti che aveva scritto da genitori timorati d’Iddio, semplici e giusti, chiamati Angelerio e Maria; sia Cantera che aveva scritto: Fu il B. Pietro figlio di Angelerio e di Maria, poveri e semplici e lo stesso Spinelli di cui conosciamo il “poetico” ricordo.

   Iorio, “soddisfatto” per quanto fatto, dichiarò nella stessa nota bibliografica che lo stemma pontificio di Celestino V descriveva un leone rampante e che coloro che in Isernia portano il cognome Leone sono additati come parenti di S. Pietro Celestino.

   L’unico fine perseguito da Iorio è palese: voleva solo accreditare alla città di Isernia la nascita del santo papa!

   Se fosse vero quanto sosteneva nella sua nota bibliografica, resterà per sempre un mistero: perché Pietro da/del Morrone avrebbe scelto un leone rampante per lo stemma, quanto sarebbe stato più appropriato, per esempio, un “angelo” per ricordare  il cognome de Angeleriis (se fosse esistito) del padre?

   Celidonio (1896), condividendo l’ipotesi di Iorio sul luogo di nascita, manifestò qualche dubbio per il cognome, ma ne creò degli altri: I suoi genitori si chiamarono Angelerio e Maria. Quale fosse il loro cognome nessuno ce lo ha tramandato. E nol potevano, perché non l’ebbero, stantechè i cognomi, così comuni sotto l’impero romano, cessarono con esso. E nel secolo decimoterzo se tornarono in voga presso i nobili ed i feudatarii non usavano ancora presso del popolo minuto (era lo stato sociale della famiglia di Pietro) che seguitava a distinguersi dal nome del padre e del luogo natio. Il cognome quindi il nostro Pietro di Angelerio lo torrà dal nostro Morrone. Da Isernia la patria , dà genitori il nome, e da Sulmona ebbe il cognome: non un solo cognome, ma più di uno Pietro lo torrà in ordine di tempo e circostanze dal nostro Morrone, da Isernia la patria e da Sulmona ebbe il cognome!

   Complicando la ricerca della verità, Celidonio sostenne: Iorio dice che il cognome del santo giusto questo documento (la pergamena del vescovo Dario scoperta e persa da Iorio) fosse de Angeleriis da parte del padre, e de Leone da parte di madre. Noi però riteniamo, giusta le ragioni del Cantù, che Angelerio fosse il padre del padre del santo e Leone il padre della madre: e quindi gli avi suoi. E benchè nulla suffraghi la nostra testimonianza a quanto dice quel Sommo Storico pure avendo lungamente studiato il Processo informativo di S. Pier Celestino, abbiam potuto osservare che in presso a ducento nomi che vi si registrano, i titolati soltanto si cognominano per lo più dal titolo; gli altri poi e moltissimi, tutti dal nome del padre. Proprio quanto accerta il Sommo Storico.

   La verità fu tramandata da tutte le biografie (dal 1300 – al 1600): i genitori di papa Celestino V furono ricordati solo con il nome di battesimo: Angelerio e Maria, poveri, umile e timorati di Dio.

Lo stato patrimoniale di Pietro di Angelerio.

 

   L’Autobiografia (1400): Ordunque, dirò anzitutto dei mei genitori, i cui nomi sono Angelerio e Maria. Entrambi, come io credo, erano giusti davanti a Dio e molto lodati presso gli uomini: semplici, retti e timorati di Dio; umili e pacifici, non contraccambiavano il male con il amle, e molto volentieri davano ai poveri elemosine e ospitalità. …. . A tal fine, avviarono il secondo figlio agli studi letterari …. .  L’undicesimo figlio (Pietro) era di cinque o sei anni ….. . La madre allora, considerando ciò, disse dentro di sé: < Manderò questo figlio a studiare, …>). Perciò la madre, in contrasto con i figli, prese quanto le spettava dei beni familiari e lo diede a un maestro perché istruisse il ragazzo. …. . La mattina, poi alzandosi disse al figlio: < Figlio mio, prendi la falce, vai nel campo e cerca in esso …>.

   Pietro di Angelerio era nato in una famiglia “benestante”: davano ai poveri elemosine e ospitalità, avviarono il secondo figlio agli studi letterari, successivamente la madre aveva deciso Manderò questo figlio a studiare, si riferiva a Pietro L’undicesimo figlio che era di cinque o sei anni e per vedere realizzato il suo sogno: Perciò la madre, in contrasto con i figli, prese quanto le spettava dei beni familiari e lo diede a un maestro perché istruisse il ragazzo.

   Possedevano o conducevano in affitto un terreno: Figlio mio, prendi la falce, vai nel campo e cerca in esso.

   Tutto questo avveniva in un castrum/castellum, come testimoniano i biografi più antichi e l’Autobiografia: eo quod in illo castro clerici …. E invero in quel castro-castello;  il biografo, forse lo stesso Pietro, se la famiglia fosse stata originaria di Isernia, avrebbe ricordato la civitas!

   Ciarlante non disdegnò di inventare una prova per favorire Isernia: l’esistenza nella periferia della città, fuori dalle mura medievali, di un fondo paterno posseduto da Pietro su cui avrebbe fatto edificare un monastero nell’anno 1272: Tra questi tempi edificò il nostro S. Pietro Celestino sedici Monasteri per i suoi religiosi negli Abruzzi; ed in Campagna di Roma; ma in queste nostre parti n’edificò uno solamente, cioè quello d’Isernia sua patria sotto il titolo di S. Spirito poco meno di un miglio fuori della città, come si vede nelle lettere Apostoliche di Gregorio X, spedite a 22. di Marzo 1274. in Lione di Francia; aggiunse: L’edificò nel suo fondo paterno, per quanto si ha per antica tradizione, ma ben vero è, che vi abitò a lungo in diversi tempi.

   La “bufala di Ciarlanti fu accettata e sostenuta da diversi studiosi, fra i tanti anche Celidonio (1896), uomo di Chiesa: … Il Monistero di S. Spirito in Isernia fu costruito da F. Pietro sopra un fondo paterno; successivamente si scoprì che il fondo non era mai appartenuto alla famiglia di Pietro di Angelerio, ma era di proprietà del giudice Filippo Beneventi e Glorietta sua moglie: era una vigna sita fuori le mura medioevali della città di Isernia, nella località detta ponte dell’arco, su cui i veri proprietari avevano fatto costruire nell’anno 1272 una chiesa dedicata al S. Spirito.

   Dalla proprietà di un fondo paterno  all’invenzione anche di una  o due case  il passo fu breve!

   Iorio scrisse nel 1896: non che dalla non mai interrotta tradizione che addita tutt’ora ai passanti la casa di Pietro Celestino mercè la immagine del Santo posta ad un angolo di essa.

   Mattei Antonium Maria Mattei, Aeserniae Vicarium Generalem (1978): La lapide che vi fu apposta (sulla parete di una casa) nell’anno 1896, a ricordo del sesto centenario della morte del Santo, diceva così: … A S. Pietro Celestino cittadino d’Isernia nato in questo luogo secondo la testimonianza della tradizione … . La casa sorgeva in piazza Concezioneora piazza S. Pietro Celestino V . Purtroppo il bombardamento del 10-9-1943 distrusse casa e lapide; ai turisti che visitano la nostra città dobbiamo contentarci di indicare il luogo in cui sorgeva la casa di Celestino V.

   Iorio, poco convinto della sua ipotesi e per controbbattere a chi riteneva Pietro di Angelerio nato fuori le mura poste a difesa della civitas di Isernia, ma sempre nel suo territorio che di recente, vedi Palumbo (2010), chiamano terra di Isernia, fu costretto a precisare: Ma come salvare la tradizione che additava in Isernia sulle mura a nord della città la casa di S. Pietro Celestino? Nulla vieta di pensare che la famiglia di Angelerio () siasi trasferita a Isernia nell’infanzia di S. Pietro Celestino o anche si può supporre che, pur avendo domicilio abituale in campagna nel castello di S. Angelo, abbia posseduto una casa anche nella città di Isernia ove spesso si recava e si tratteneva.

   Propose un’ipotesi semplicistica ed antistorica, non si preoccupò tanto di cercare la verità, quanto di salvare la tradizione.

   Pietro di Angelerio, che tutti i biografi ricordano essere nato in un’umile famiglia composta da quattordici persone, antesignano della nostra civiltà del benessere, avrebbe posseduto due abitazioni: una in campagna nel castellum o castrum di Colle Sancti Angeli (Colli al Volturno o sulla collina presso Macchia d’Isernia), l’altra nella civitas di Isernia,  utilizzandole periodicamente per il proprio piacere.

   Le bugie hanno le gambe corte, perché D’Acunto (1987), studioso isernino scrisse: ….. quella cioè di far nascere a qualunque costo Celestino V nel rione Concezione, accanto alla Fontana Fraterna, era per noi completamente campata in aria. La “favola (non più la tradizione) che S. Celestino fosse nato in quel sito fu creata quando, nel secolo scorso, in occasione della ricorrenza della nascita del santo (a dire il vero si celebrava il centenario della morte), qualcuno fece costruire una edicola con una immagine del Santo su una casa (scelta a caso?) , accanto alla “Fraterna ” (fontana) in ricordo della “Fraterna” società di mutuo soccorso sorta a Isernia nel XIII secolo.

   Iorio nel 1894 aveva proposto un cognome ai genitori di Pietro sulla base di un documento che solo lui aveva scoperto, letto e smarrito; successivamente, visto che gli avevano dato credito, nel 1896 scoprì anche la casa natale che sfortunatamente andò distrutta con il bombardamento del 1943; domanda: come mai i biografi di papa Celestino V vissuti prima del 1943 non conoscevano l’esistenza di una casa in città ed una nella campagna di Isernia?

   Due vescovi titolari della diocesi di Isernia credettero a Iorio!

   Di Filippo (1986), in riferimento alla casa scrisse: quae, Petri Angelerii natalibus aedibus applicita, apud maiorem portam in superiore urbis parte posita erat.

  Gemma (1996) non volle essere da meno: sancti Caelestini V summi ponteficis, nostrae Aeserniae concivis sub nomine Petri Angelerii  e, riferendosi alla casa: quod situm est quo in loco, ut pie traditum est, paterna domus sita erat in qua Petrus Angelerius ortum habuisse dicitur.

    Entrambi ubicavano una sola casa nella zona “alta” della città, mentre secondo il parere di altri studiosi isernini era nella parte “bassa”, denominata rione Sant’Angelo!  

   Ciarlante (1640 – 1644), arciprete di Isernia, ignorando l’esistenza delle case, tacque!

   Eppure la casa doveva esistere alla sua epoca, considerato che fu distrutta nel 1943, 300 anni dopo la pubblicazione della sua breve biografia!

 

La presenza di papa Celestino V nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 nella  

    civitas di  Isernia.

  

   Nessuno dei più antichi biografi aveva ricordato la presenza di papa Celestino V in Isernia nel 14 e 15 ottobre 1294; la pubblicazione della biografia di Cantera nel 1892 diede risalto all’avvenimento: una presenza sconosciuta a Ciarlanti (1644) vissuto 250 anni prima, nativo di Isernia, storico ed arciprete della cattedrale della sua città, che avrebbe avuto più di un motivo per “strumentalizzarla”, essendo stato un convinto sostenitore della causa isernina.

   Le più antiche biografie non hanno tramandato una descrizione particolareggiata del viaggio da L’Aquila a Napoli, la presenza del papa in Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre  1294.

   Potthast si interessò all’argomento e ricostruì il percorso del viaggio in base ai documenti redatti dopo l’elezione del 29 agosto 1294: il papa si trattenne a L’Aquila fino al 5-6 ottobre, testimoniato dalla documentazione (1874 – 1875) che ricorda le disposizioni dal n. 23949 al n. 23989; dal 7 al 11 ottobre (doc.ti dal n. 23990 al n. 23995 vedi in seguito) fece sosta in monasterio S. Spiritus prope Sulmonam; il 12 ottobre era nel castellum o castrum di Castel di Sangro (doc. n. 23996) ed il 13 ottobre  (doc. n. 23997) era ap. Monasterium S. Vincentii de Vulturno; dal 17 al 22 ottobre (doc. n. 23998) sostò a S. Germano e poi Teano, Capua e Napoli.

   Potthast, al pari delle biografie più antiche, ignorava la presenza del papa nella civitas di Isernia: non esistevano, esistono documenti che possano confermarla.  

   Cantera (1892) dopo circa 20 anni, facendo tesoro delle ricerche di Potthast ed arricchendole con altri documenti di cui non sempre è accertabile l’esistenza, scrisse che il papa ed il re si trattennero nella città de L’Aquila fino al 6 ottobre 1294: Il dì 7 giunse a Sulmona, ove si trattenne fino al dì 13 detto mese. Il 13 ottobre Celestino proseguì l’itinerario e da Sulmona passò a Castel di Sangro, nella quale terra vi si era recato pure il giorno precedente, ed indi nello stesso dì 13 ottobre visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine. Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.  

   Cantera fu diligente nel riportare nel suo Regestro la numerazione dei documenti ed il loro contenuto che ci permettono di apprendere che il papa rimase nella città de L’Aquila dal giorno 17 agosto al 5 ottobre dell’anno 1294 (documenti dal n. I al n. LIV) e conoscere le numerose disposizioni impartite, ad esempio: le indulgenze concesse alla chiesa di S. Maria di Trivento, dell’Ordine di san Benedetto (doc. n. X, 2/IX/1294), al monastero di S. Spirito di Bucchianico, dell’Ordine di san Benedetto (doc. n. XXVI, 20/IX/1294); al monastero di S. Spirito di Sulmona ed a tutti gli altri monasteri ad esso soggetti (doc. XXXIX, 27/IX/1294), nonchè al monastero di S. Spirito di Lanciano dell’Ordine di san Benedetto, in diocesi di Chieti (doc. XLI, 27/IX/1294).

   Dal 7 al giorno 8, come da disposizione n. LV e n. LVI, il papa fu ospitato del Monastero di S. Spirito di Sulmona, e si trasferì nella stessa città di Sulmona lo stesso giorno 8 (documento n. LVII), dove rimase fino al giorno 11 (documento LXI vedi in seguito).

   Il giorno 12 il papa era a Castel di Sangro dove sottoscrisse il documento n. LXII: compone la questioni tra il monastero di Montevergine, e il vescovo di Avellino, circa il pagamento di un’annua libbra di cera, come censo dovuto al detto Vescovo.

   Il giorno 13 era presente nel Monastero di San Vincenzo al Volturno, come testimonia la disposizione n. LXIII.

   Cantera non fece caso che la suddetta descrizione contraddiceva quanto aveva in precedenza sostenuto: giunse a Sulmona, ove si trattenne fino al dì 13 detto mese. Il 13 ottobre Celestino proseguì l’itinerario e da Sulmona passò a Castel di Sangro, nella quale terra vi si era recato pure il giorno precedente: ritenne il papa il giorno 12 a Castel di Sangro, ma non proseguì, come scrisse Potthast, per il monastero di san Vincenzo al Volturno per essere presente il giorno 13; il papa sarebbe tornato a Sulmona per ripartite il 13, passare di nuovo per Castel di Sangro ed arrivare al monastero del Volturno.

   Il viaggio di andata e di ritorno tra Sulmona e Castel di Sangro suscita qualche dubbio se  consideriamo l’età avanzata del papa, aveva 85 anni, e la “fretta” del re angioino di arrivare al più presto a Napoli, capitale del suo regno.

   Il re aveva predisposto in precedenza un percorso più breve, dando disposizione per rendere sicuro e meno faticoso il viaggio, documentato proprio da Cantera: Il re Carlo II predispose il viaggio del Papa: scrisse al Giustiziere di Terra di Lavoro di effettuare interventi a Capua per accogliere il Papa prima dell’arrivo a Napoli. Ordinò (20 settembre) al Giustiziere di Abruzzo di preparare il frodo dovendo il pontefice e la Curia Romana recarsi a Napoli per via Sulmona e per la valle di Sora (in nota: … per iter Sulmonense alisque per iter vallis Soranae itinerantibus utenlilium.); il papa probabilmente fece modificare l’originario percorso che escludeva sia Sulmona, città a lui tanto cara dove aveva iniziato il secondo periodo di eremitaggio, sia Castel di Sangro, testimone del primo periodo di eremitaggio.

   Il percorso scelto dal re: L’AquilaValle soranaSan GermanoCassino TeanoCapuaNapoli era/è di circa km. 241, 4.

   Il percorso scelto dal papa: L’AquilaSulmona (sosta)Castel di Sangro (sosta) Alfedena-momastero san Vincenzo al Volturno (sosta) assommava a km. 148.7) + San Germano-Cassino (sosta)Teano (sosta)Capua (sosta)Napoli era/è di circa in totale km. 297, 1.

   L’affermazione di Cantera: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15, non è confermata da Potthast, dai documenti che lo stesso Cantera aveva diligentemente pubblicato, mentre esistono le testimonianze scritte a favore di altre località, ma non per  Isernia.

   In base ai documenti ed alle date riportate in essi, si può ricostruire il percorso seguito dal corteo papale-reale fino a San Germano e le soste effettuate: L’Aquila, Sulmona, Castel di Sangro, monastero di san Vincenzo al Volturno, San Germano…. .

   La civitas di Isernia era esclusa!

   Partendo da Castel di Sangro il giorno 13, e proseguendo per Alfedena e Pizzone per raggiungere il monastero di san Vincenzo al Volturno nel “più breve tempo possibile e con minori chilometri da percorrere”, furono percorsi circa 35.7 km..

   Cantera, dovendo fornire una testimonianza per sostenere quanto affermava, pensò bene di descrivere un altro itinerario che da L’AquilaSulmona, passando per Isernia, arrivava/arriva a Napoli: Per andare da Sulmona ad Isernia doveva transitare << per partes Vallis Oscure, Peschi, Rivinigri et Foroli >> e nel dì 17 giunse a S. Germano ed ivi deliberò di visitare il celebre Archicenobio di Monte Cassino ove restò fino al 20 ottobre 1294.  

   Il percorso che Cantera propose per giustificare la presenza del papa in Isernia era: L’Aquila Sulmona (sosta documentata) – Castel di Sangro (sosta documentata) – Isernia (giorno 13 solo in transito non documentato) – monastero san Vincenzo al Volturno (sosta il giorno 13 dopo km. 165.8, documentata) – Isernia (14-15 non documentata) – San Germano Cassino (documentata) – Teano (documentata) – Capua (sosta documentata) – Napoli era/è in totale di km. 316.2.

   L’itinerario proposto seguiva la SS 17, avrebbe raggiunto la civitas di Isernia, ma il corteo non avrebbe sostato, perché è bene ricordare era il giorno 13 ed il papa si sarebbe fermato nella civitas il 14 ed il 15; quindi avrebbe raggiunto il monastero vulturnense, passando per  Colli al Volturno.

   Il giorno dopo, 14 ottobre, il corteo avrebbe ripercoso la strada che, passando nuovamnete per Colli al Volturno, l’avrebbe riportato ad Isernia dove fino al 15 non avrebbe fatto NULLA, visto il silenzio delle biografie più antiche e delle cronache dell’epoca.

   Cantera, resosi conto della improponibilità del suo itinerario per accreditare l’affermazione: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15,  ritenne opportuno “sostenerla” con una nota bibliografica sconosciuta al suo predecessore Potthast: Reg. Ang. N. 65 cit. ff. 52 a tergo. 53 a tergo: n. 73 cit. f. 32., e si guardò bene dal trascriverne il testo completo; cosa che crea altri fondati dubbi visto che la bibliografica citata è difficile da verificare.

   Altri biografi contemporanei per giustificare la presenza del papa in Isernia, scrissero: Ad Isernia il Papa concesse un vitalizio di dieci once d’oro a Nicola Angelerio, fratello del Papa, mentre a due suoi nipoti, Guglielmo e Pietro, figli di Roberto Angelerio, assegnò una provvigione di cinque once ciascuno.  

  Cantera si era interessato a quella disposizione reale, ma interpretò il testo in due modi che si contraddicevano: (I) si leggono accordate da re Carlo II delle provvisioni a Nicola di Angelerio fratello, e a Guglielmo e Pietro Roberto di Angelerio nipoti del fu Pp. Celestino V, precisando in nota il riferimento bibliografico al Reg. Ang. n. 94 1298 D e n. 125 1302 E f. 185; quindi, il documento con la data del 1298 era posteriore di 4 anni alla morte del papa; successivamente aggiunse: (II) 5 settembre 1294 concesse un’annua provvisione ai fratelli e nipoti del papa: il papa era in vita perché morì nel 1296!

  Nella (I) descrizione il papa era deceduto visto che il documento esibito da Cantera recava la data Reg. Ang. n. 94 1298; nella (II) il papa viveva perché il documento ricordato da Cantera era datato  5 settembre 1294 , un mese, quello di settembre che non corrisponde ai giorni 14 e 15 di ottobre della presenza in Isernia!  

  Il documento doveva avere la data del 14 o del 15 ottobre 1294, ma Ciarlanti (1640-44), che avrebbe avuto più di un motivo per sostenerla, ignorava la storica presenza; a differenza di Cantera (1892) conosceva il testo del documento originale che non confermava la presenza del papa e la data era in realtà il 1 settembre dell’anno 1298, ossia 2 anni dopo la morte del papa e 4 anni dopo il viaggio L’Aquila-Napoli; inoltre la redazione del documento non era avvenuta in Isernia, ma nella città di Napoli.  

   Celidonio (1896) accettò, condivise e divulgò l’opinione di Cantera: Ai 14 Ottobre passò ad Isernia sua patria, e vi rimase il 15. Isernia ebbe certo a gloriarsi di rivedere tra le sue mura il povero figlio di Angelerio, diventato Sommo Pontefice.

   Cantera (1892) e Celidonio non potevano ignorare quanto conosceva ed aveva scritto Ciarlanti fin dal 1640-44, ovvero 250 anni prima: come nel Regist. del 1298. e 1299. e non potendo poi quegli (i parenti del papa) averle da Foggia,

ce le assegnò sopra la bagliva di Sulmona, come nel Regist. dei 1298. con la data in Napoli al 1. di Settembre; ed oltre di ciò pare, che anche probabilmente congetturar si possa dalle parole della propria scrittura, che sono queste:.B. Carolus II. etc. Secreto Aprutii, necnon Bajulis, et Cabellotis, seu Credenceriis Cabellae Bajulationis, et altorum Jurium Curiae nostrae ad ipsa Cabellam spectantium in Sulmona praesentibus, etc. Pridem per patentes literas nostras Secreto Apuliae, nec non Bajulationis Fogiae tam praesentibns, quam futuris sub certa forma recolimus injunxisse, ut Nicolao de Angeleri fratri, ac Guillelmo, et Petro Roberti de Angeleri nepotis quond. Santissimi Patris Domini Celestini olim Sacrosanctae Romanae, ac universalis Ecclesiae Summi Pontificis, quibus, et eorum aeredibus ex eorum corporibus legitime descendentibus natis jam, et eziam nascituris inperpetuum, dicto scilicet Nicoalo de annuo redditu untiarum auri decem, et cui libet praedictorum Guillelmi, et Petri, de annuo redditu unciarum auri quinque percipiendo per eos in Terra, vel bonis fiscalibus Regni nostri existentibus ex mero nostro demanio, sibi quam primum ad id se facultas offerret per nostra Curiam assignandis sub debito militari servizio per eos per inde Curiae nostrae praestando contemplazione dicti Sanctissimi Pontificis, ac olim providimus gratiose, etc.. Erano pure fratelli germani, e nipoti di tale Santissimo, e famosissimo Papa, a cui contemplazione il Re li fe sì picciol non dono, ma gravoso assegnamento per servigio militare che avessero a fare. Sicchè per questo, e per non darseli titolo alcuno, né di Spettabile, né di Provido, né di Circospetto, né in altro modo, conforme dà Re di quei tempi si onoravano, e si davano ad altri di minor fortuna; chiaramente a diveder si dà, che poveri, ed umilmente vivessero, e che dal loro potentissimo Pontefice non fossero aggranditi; ma né anche in mediocre stato riposti.  

   Viti, studioso isernino confermò (1972), smentendo Cantera, Celidonio ed altri studiosi e storici contemporanei, ciò che aveva scritto Ciarlanti: Privilegio di Carlo II a favore di Nicola, Guglielmo e Pietro Angelario, rispettivamente fratello e nipoti di Celestino V, col quale si concedono 10 once d’oro al primo e 5 ai secondi, da riscuotersi sulla Bagliva di Foggia (Reg. ang. Anni 12981299; altro priv. In Sulmona 1 settembre 1298, ibid.).  

   Marini (1630) aveva già illustrato la verità: Mi avisa si bene il Molto Reverendo Padre Abbate D. Francesco d’Ailli d’haver letto nel Regio Archivio della Zecca di Napoli, dove dice esser registrate molte cose antiche di quel regno, in un libro Pergameno, che Carlo secondo Rè di Napoli doppò la morte di questo nostro santo, donò una certa rèdita od entrata perpetua de danari ad un nepote del santo, il nome del quale dice di non ricordarsi, sopra la gabella della bagliva della Città di Sulmona, e sopra la dogana di Foggia, à devotione di questo Santo Pietro, che fù Celestino Papa Quinto.

   Il documento che tanti studiosi, storici e di recente anche uomini di Chiesa, hanno utilizzato “in modo improprio” per accreditare la presenza del papa in Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294, era stato scritto e divulgato a partire solo dall’anno 1296, ovvero dopo la morte del prigioniero Pietro di Angelerio.

   La presenza di papa Celestino V nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 nella civitas di Isernia è stata riproposta per l’VIII centenario della sua nascita, in occasione della presenza delle sue spoglie nella diocesi di Termoli-Larino; Palumbo (2010) ha scritto: Il 13 il papa è nell’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno, ove impose come abate un suo monaco, tale Nicola, quindi il 14 e 15 ottobre è in Isernia, ove sono il fratello Nicola e i due nipoti Guglielmo e Pietro, figli del defunto fratello Roberto, in favore dei quali il re assegnerà una pensione annua. Proseguendo per Venafro (probabilmente vi fece sosta il 16 nel locale monastero detto di S. Spirito a Maiella).

   Ecco il motivo per cui i biografi (?) di papa Celestino V ritengono superfluo indicare le date che ricordano gli avvenimenti più importanti della sua vita: come si può “usare” un documento che Cantera (1892)  ricordò nel Reg. Ang. n. 94 1298  o con la data del 5 settembre 1294; che l’isernino Ciarlanti (1640-44) ricordò essere il Regist. del 1298. e 1299  e che per l’isernino Viti (1972) era il Reg. ang. Anni 1298-1299; altro priv. In Sulmona 1 settembre 1298, ibid. , per sostenere una presenza in Isernia nell’anno 1294?

   Una sola certezza: hanno ingannato il lettore ignaro, pensando di farla franca!

   Pedissequamente, Palumbo ha riproposto con alcune imprecizioni un avvenimento che Ciarlanti nel 1640-44 e Viti nel 1972 avevano diligentemente documentato che non era in relazione con la “presunta” presenza del papa in Isernia.

   Ha scritto: fratello Nicola e i due nipoti Guglielmo e Pietro, figli del defunto fratello Roberto; la verità è che i due nipoti Guglielmo e Pietro Roberto erano figli del fratello Nicola, non figli del defunto fratello Roberto: fu scritto ut Nicolao de Angeleri fratri, ac Guillelmo, et Petro Roberti de Angeleri nepotis quond. Santissimi Patris Domini Celestini: quond.(am), avverbio latino, usato davanti al nome di un defunto ha il significato di “fu”, nel caso in esame il “fu” non era  riferito a Roberti de Angeleri, ma al Santissimi Patris Domini Celestini.

   Nella disposizione reale angioina era scritto data in Napoli al 1. di Settembre 1298, nulla a che fare con la “presenza” del papa in Isernia nel 1294; inoltre non si trattava di una pensione annua, ma di un compenso per gravoso assegnamento per servigio militare che avessero a fare.

   Alla data del 1. di Settembre 1298, ovvero a 2 anni dalla morte di Pietro di Angelerio ed ancora oggi, nulla si conosce del destino dei suoi congiunti: il fratello Nicola e i due nipoti Guglielmo e Pietro Roberto, figli di Nicola.

   Si potrebbe avanzare un ipotesi storicamente sostenibile visto che il documento ricorda la bagliva di Foggia e quella di Sulmona: il re Carlo II d’Angiò o un suo incaricato, pur non citando il paese di residenza dei congiunti del papa, sapevano che era il castrum di Sant’Angelo Limosano.

   Quel piccolo centro andava localizzato nel distretto amministrativo denominato Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii, ma per la bagliva dipendeva dalla città di Foggia sita nel Justitiarato Capitanate.

   Gli Angioini aveva conservato la precedente suddivisione del regno in provincie amministrative adottata dall’imperatore Ferderico II che, a sua volta, l’aveva ereditata dal re Ruggero II di Altavilla.

   Sulla base dell’antica suddivisione del regno normanno di Sicilia si conosce che i territori facenti parte della contea di Molise, posti al di là del confine segnato dalla Rocca del Principato (oggi Rocca di Oratino sulla destra del fiume Biferno), che comprendevano anche quelli pertinenti al castrum di Sant’Angelo Limosano, furono assegnati alla Connestabilia del ducato di Apulia.

   Il privilegio di Carlo II d’Angiò, disponendo il pagamento dell’assegno in favore di Nicola, fratello di Pietro di Angelerio, e dei suoi due figli Guglielmo e Pietro Roberto nella città di Foggia dove era il Baiolo, fa intendere che risiedevano nel castrum di Sant’Angelo Limosano.

   Il territorio pertinente alla civitas di Isernia, al pari di quello della civitas di Venafro e parte di quello della civitas di Bojano, pur facenti parte della contea di Molise, furono assegnati all’amministrazione della Connestabilia del principato di Capua: i consanguinei del papa non poteva risiedere nella civitas di Isernia, altrimenti avrebbero dovuto riscuotere dalla bagliva di Capua.

   Successivamente, visto che il pagamento del compenso fu trasferito da Foggia a Sulmona, è verosimile che i congiunti del papa si fossero trasferiti in quella città o nelle sue vicinenze per stare vicino al loro familiare o che vi fossero giunti  per risiedervi dopo la sua elezione al papato.

   Il documento trascritto integralmente da Ciarlanti e da Viti ricorda Foggia, Sulmona e Napoli.

   La civitas di Isernia era ancora una volta ignorata!

   Il Codice Diplomatico Celestiniano nei Regesti dei documenti (1249-1320) smentisce quanto sostenuto da Cantera, condiviso da Celidonio, da Palumbo e da altri studiosi e storici contemporanei.

   Il curatore dell’opera, esaminando il documento scritto in Sulmona con il  n.23995 in Potthast e ricordato da Cantera con il n. LXI, sulla base delle sue ricerche ha dichiarato che non dovrebbe essere datato 11 ottobre, ma 14 ottobre.  

   Il 14 e 15 ottobre, papa Celestino V non doveva essere presente in Isernia?

   La correzione della data dall11 al 14 ottobre, se confermata da altri studiosi, rappresenta un’ulteriore testionianza che il papa non era nella città di Isernia il giorno 14 (ed il 15)  e modificherebbe anche le date degli altri documenti che il Codice diplomatico Celestiniano, se ne ignorano i motivi, non ha preso in considerazione: sono il n. 23996 di Potthast ed il n. LXII di Cantera redatto il 12 ottobre in Castel di Sangro; il n. 23997 di Potthast  ed il n. LXIII di Cantera, redatto il 13 ottobre ap. Monasterium S. Vincentii de Vulturno.

   La presenza di papa Celestino V nel monastero di san Vincenzo al Volturno il giorno 13 ottobre 1294 è documentata dettagliatamente dal documento n. 23997 di Potthast e n. LXIII di Cantera: Assegna ai mercanti della Camera Apostolica 15600 fiorini di oro, depositati presso Bonifacio di Calamdrana, maestro generale dell’Ospedale di S. Giovanni di Gerusalemme di qua dal mare, destinato per sussidio delle armate delle galee in Terra Santa; inoltre dal Chronicon Vulturnense si apprende che nominò un nuovo abate: Nycolaus de ordine Murroni agente Caelestino papa V, 1294 … .

   Papa Celestino V, un uomo di 85 anni, arrivando il giorno 13 forse alle ore 12 o poco prima, nel monastero vulturnense dopo un viaggio per una strada impervia di montagna, avrebbe potuto nel poco tempo che gli restava prima del riposo notturno, redarre un importante documento, decidere, presenziare ed officiare una solenne, quanto faticosa cerimonia per l’elezione del nuovo abate e ripartire il giorno dopo per Isernia?

   Le cronache dell’epoca documentano e testimoniano che quando si effettuava una sosta ed un pernottamento il tempo del riposo veniva dedicato anche all’espletamento del gravoso impegno burocratico ed alle cerimonie religiose; questo è quanto accadde a Sulmona, a Castel di Sangro, nel monastero vulturnense, a San Germano e nel monastero di Montecassino, a Teano, a Capua ed a Napoli, sede del regno e nuova sede papale.  

   Nulla era accaduto nella civitas di Isernia!  

   La mancanza di notizie e di documenti per i giorni 14, 15 e 16 ottobre 1294, ovvero prima dell’arrivo a San Germano il giorno 17, offrì l’occasione di “inventare” la sua presenza nella città di Isernia.

   Non esistendo una prova che testimoniasse la presenza nel papa in Isernia e considerando che alcuni biografi avevano creduto all’esistenza di un fondo paterno, di una o due case dentro o fuori la città di Isernia, avendo “accettato” anche il testo di un Editto, ovvero di una copia non autenticata redatta dal vescovo Roberto nel 1289, perché non inventare  “qualcosa” che testimoniasse la sua presenza  in Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre del 1294?

   Ci pensò Gasdia nel 1960: Il 14 e 15 dimora ad Isernia. Alla cattedrale della sua patria il papa donò due croci, prezioso lavoro di argenteria bizantina e langobarda, che tuttora si custodiscono nel tesoro di quel duomo assieme con l’urna di san Nicandro ed altre poche argenterie. … .

   Altri sostenitori della causa isernina hanno condiviso il dono: E’ ben accetto dal Capitolo Cattedrale se soddisfatto dell’accoglienza riservatagli, donava a quel consesso due croci di argento di fattura longobarda-bizantina.

   Come accadde per l’esistenza della casa o di due case di Celestino V, altri autori contemporanei sostennero e divulgarono la notizia non di DUE, ma di UNA croce: quella croce argentea!

   Ciarlanti (1640-44), isernino e arciprete della cattedrale della sua città conosceva un’altra realtà: e due croci ch’egli mandò alla sua Patria (Isernia), che nel Duomo si conservano.

   Quante erano le croci? due croci di argento di fattura longobarda-bizantina o una quella croce argentea!

   Erano state donate personalmente dal papa durante la sua presenza del 14 e del 15, o le mandò  come scrisse l’arciprete isernino Ciarlanti?

   Se furono mandate significa che il papa non era nella città di Isernia il 14 ed il 15 ottobre!

   La verità venne a “galla” con le Celebrazioni Celestiniane. Mostra di cimeli e documenti custoditi nei luoghi che potevano “veramente” vantare la presenza  del papa.

   Nel catalogo della mostra dedicata alle Reliquie e Cimeli della città di Isernia si legge dell’esistenza di una croce: 18. Croce in argento dorato (alt. cm. 25 più base dello stesso metallo alta cm. 12). Di finissimo cesello e sbalzo: tempestata di pietre dure, rubini, lapislazzuli ed ametiste. Ha sui quattro bracci delicati smalti su fondo azzurro rappresentanti figure sacre. Nobilissima ispirazione dell’alta oreficeria, forse fiorentina. Seconda metà del sec. XIV. Proprietà del Capitolo Cattedrale di Isernia.

   Concludendo: si tratta di una croce NON di fattura longobarda-bizantina, ma Nobilissima ispirazione dell’alta oreficeria, forse fiorentina della Seconda metà del sec. XIV; ovvero,  quella croce NON poteva esistere nel secolo XIII in cui visse papa Celestino V!

   Un commento è superfluo!

   Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, solo per “sentito dire”  sapeva dell’esistenza della civitas di Isernia, visto che vi era un monastero del suo ordine; che vi fosse nato è impossibile e che vi sia stato nei giorni 14 e 15 di ottobre del 1294, non esitono testimonianze!

   Non solo la Chiesa, ma anche il Poligrafico – Zecca dello Stato, ha contribuito ad alimentare la secolare polemica!

   Le Poste italiane furono “sollecitate” ad emettere un francobollo commemorativo in occasione della ricorrenza dei 700 anni della morte di papa Celestino V (12961996), celebrata (?) nella città di Isernia.

   Trattandosi dell’anniversario della morte, sarebbe stato pertinente scrivere sul francobollo l’anno della morte 1296 ed il 1996 della celebrazione; fu scritto ISERNIA 1215 e FUMONE 1296, con quale scopo?

   Lo illustrò il vescovo Gemma in una omelia: un francobollo commemorativo emesso l’altro giorno dalle poste italiane. Il merito va anche ad alcuni dei nostri, i quali hanno lavorato egregiamente soprattutto al fine che il nome di Isernia apparisse nel francobollo, secondo il primario disegno. Cosa quest’ultima che è stata ostacolata fino all’ultimo momento, addirittura quando il francobollo era già stampato. Per fortuna – ci si lasci dire – la operazione è stata sventata e così il nome della nostra città, grazie a lui, a Pietro Celestino, percorrerà le vie di tutta Italia e del mondo, veicolato da quella passione filatelica che molti conoscono.

   Quanto spreco di denaro pubblico per una ambizione; come per il famoso francobollo “Gronchi rosa”, sapendo che la nascita di Pietro di Angelerio avvenne nell’anno 1209, il francobollo dedicatogli “farà” la fortuna di quanti lo posseggono!

   Se nella città di Isernia nell’anno 1996 erano tutti convinti, compreso il vescovo Gemma, che papa Celestino V era nato nell’anno 1215, di quale papa stanno celebrando gli 800 anni di nascita?

   Quello di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, nato nel castrum di Sant’Angelo Limosano il lunedì 29 giugno nell’anno 1209?

   Sono tanti gli uomini di Chiesa, gli storici e gli studiosi  che dovrebbero fare un esame di coscienza!

CRONOLOGIA ESSENZIALE INEDITA:

  

   Anno 1209 (lunedì 29 giugno)  

   Nacque da Angelerio e Maria, nel castrum sancti Angeli (od. Sant’Angelo Limosano), localizzato nel territorio della contea di Molise che con la Terra di Lavoro costituivano nel regno svevo-angioino un unico Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii), e nella diocesi di Benevento.

   Anno 1226.

   All’età di 17 anni entrò nel vicino monastero di Santa Maria in Faifoli per il noviziato, ma deluso dopo 3 anni della vita che si conduceva ed avendo deciso dopo la morte della madre di condurre una vita da eremita per “servire Dio in solitudine”, programmò un viaggio a Roma per essere consacrato sacerdote e “potere  dire messa”.

    Anno 1229.  

   All’età di 20 anni, dopo i 3 anni trascorsi nel monastero di Faifoli, in un freddo mese di gennaio partì dal paese di origine con un compagno più anziano che lo abbandonò dopo il primo giorno di cammino; rimasto solo, il giorno seguente giunse all’ora nona (ore 15) nel castrum di Castel di Sangro (che si localizzava nel Justitiariato Aprutii) per iniziare, trasferendosi sulle montagne più impervie della Maiella  (Porrara) nei pressi di Palena,  il I periodo di eremitaggio, terminato dopo 3 anni  per riprendere il viaggio verso Roma.

   Anno 1232.

   A Roma fra’ Pietro di Angelerio fu consacrato sacerdote e dopo un breve soggiorno volle riprendere la vita solitaria; non tornò nei luoghi del primo eremitaggio perché erano conosciuti e frequentati da troppi curiosi, da chi desiderava pregare in sua compagnia o da quanti volevano condividerne la vita ascetica.    

    Anno 1232.

   Tornato da Roma, raggiunse il monte Morrone presso la città di Sulmona per stabilirsi successivamente in altri luoghi impervi della Maiella, sempre per fuggire dalla gente.

   Per il regno angioino si era diffusa la sua fama di eremita ed il modo semplice di colloquiare con i fedeli e con i confratelli con cui divideva la solitudine, il suo modo di pregare, di fare sacrifici e la notizia dei suoi primi miracoli.  Resosi conto che il suo carisma influiva positivamente su quanti ne volevano seguire l’esempio, ripropose la scrupolosa osservanza dell’antica Regola benedettina che con il passare del tempo non era più seguita con diligenza ed impegno nella maggior parte dei monasteri, compreso quello di Santa Maria in Faifolis dove aveva vissuto i 3 anni di noviziato.

   Anno 1275.

   Tanti furono i fedeli che vennero incontro alle esigenze economiche di fra’ Pietro di Angelerio, preferendo donare a lui e non alle diocesi di appartenenza i loro beni; ciò procurò al povero Pietro la “persecuzione” dei vescovi, in particolare quello della diocesi di Chieti che preferiva “molto” più i beni terreni a quelli spirituali.

   La disponibilità economica permise di costruire delle nuove chiese e dei nuovi monasteri dedicati allo Spirito Santo, oltre a creare dei nuovi eremi per vivere in  solitudine  e per “godere” nella preghiera la presenza di Dio.

   Il crescente numero di discepoli e l’impossibilità di riorganizzare la vita che si conduceva nei monasteri benedettini, decise di fondare un nuovo Ordine monastico: i Celestini, detti anche Maiellesi o Morronesi.  

   Papa Gregorio X in occasione del II Concilio di Lione dell’anno 1274 aveva già sciolto gli altri Ordini istituiti dopo il IV concilio lateranense del 1215, ma fece eccezione per quello fondato da Pietro di Angelerio, conosciuto più come Pietro da/del Morrone, autorizzandolo ad aderire all’Ordine benedettino.

    Anno 1276.

   Pietro da/del Morrone, avendo dimostrato di possedere capacità spirituali ed “imprenditoriali”, fu nominato da Capodiferro, arcivescovo di Benevento, abate del monastero di Santa Maria in Faifoli che aveva già frequentato dall’anno 1226 al 1229.

   Anno 1294.

   Riorganizzata la vita religiosa di quel monastero, Pietro tornò alla vita monastica-eremitica tra le montagne dell’Abruzzo aquilano, visitando e risiedendo in alcuni dei “suoi” monasteri ed in nuovi eremi, fino alla sua elezione al pontificato avvenuta a Perugia il lunedì del  5 luglio 1294, dopo un lungo conclave iniziato la domenica del 18 ottobre 1293.  

   Con l’elezione, Pietro da/del Morrone aveva concluso il II periodo di eremitaggio durato 62 anni (dal 1232 al 1294) in privazioni, in preghiera, curando la fondazioni di chiese, di monasteri ed effettuando viaggi-pellegrinaggi.

   In totale furono 65 gli anni trascorsi da eremita e pellegrino: 3 anni tra Castel di Sangro e Palena, 62 anni sul Morrone e sulla Maiella.

   Con l’ elezione a pontefice la sua “carriera” ecclesiastica era davvero invidiabile: novizio, frate, eremita, abate, papa: fu proclamato pontefice nella città de L’Aquila nella basilica di Santa Maria di Collemaggio la domenica del 29 agosto 1294.

   Risiedendo nella città de L’Aquila fino al 5 ottobre, il mercoledì del 29 settembre 1294 emise la Bolla della Perdonanza per la remissione dei peccati per quanti avessero fatta una santa e completa confessione nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio durante la celebrazione dei vespri  della vigilia del giorno precedente e fino ai vespri del giorno della ricorrenza di san Giovanni decollato. 

   “Obbligato” come ostaggio del re angioino a risiedere con i cardinali nella città di Napoli capitale del regno, dalla città de L’Aquila, dal 6 ottobre, dovette sostenere all’età di 85 anni  un lungo, quanto faticoso viaggio che si concluse il 5 novembre 1294.

   Il lunedì del 13 dicembre 1294 prese la “sofferta” decisione: riunciò e non rifiutò il papato. La “sacra” nomina lo aveva posto all’apice della Chiesa Universale, ma la sua “carriera” umana avrebbe conosciuto  ben altre esperienze: sarebbe stato confinato, fuggiasco e prigioniero.

   Anno 1296.

   Confinato nel monastero di Montecassino per “disposizione” di papa Bonifacio VIII suo successore, alla mercè dei monaci a lui ostili per aver imposto la “riforma” dell’ordine, riuscì a fuggire e raggiunse l’eremo del Morrone per concludervi la vita terrena nella solitudine.

   Inseguito (1295), cercò inutilmente di riparare in oriente, culla dell’eremitaggio, ma a Vieste, riconosciuto da alcuni pescatori la cui gioia di incontrarlo aveva svelato la sua presenza e la sua identità ai persecutori inviati dal nuovo papa, fu imprigionato e rinchiuso in una torre del castello di Fumone, dove morì all’età di 87 anni, il sabato del 19 maggio 1296.

   Anno 1313.

   La sua “carriera” umana: frate, eremita, abate, papa, ostaggio, fuggiasco e prigioniero, si concluse il martedì del 15 maggio 1313 con la “nomina” più ambita da un credente, la proclamazione a santo: san Pietro Confessore.

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