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“VER SACRUM”. ORIGINE DI UNA CITTA’: BOJANO. ORIGINE DI UNA TRIBU’: I PENTRI. ORIGINE DI UNA REGIONE: IL MOLISE

ottobre 24, 2010

 “Fibula ad arco serpeggiante  (). Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo”.

scoperta da G. Del Pinto.

Il reperto è il più antico rinvenuto nella pianura dove sorge l’attuale città di Bojano: testimonia la presenza di un popolo dalle origini ignote che lo realizzò o ne venne in possesso per uno scambio commerciale con una  delle popolazioni limitrofe.

Non è dato sapere chi fossero quei primi abitanti, molto probabilmente dovrebbero identificarsi con gli Aborigeni (termine che deriva per il loro stanziamento sui monti (è infatti tradizione arcade di prediligere i monti)), discendenti dagli Arcadi che, guidati da Enotro, detti perciò Enotri, si stanziarono nell’Italia meridionale dopo la loro migrazione trasmarina, prima dell’espansione degli Etruschi e della fondazione delle colonie greche nel corso dell’ VIII sec. a. C. .

Le favorevoli condizioni ambientali del vasto territorio pianeggiante posto alle falde nord del massiccio del Matese, l’acqua, i boschi e la stessa montagna, favorirono sin dalla preistoria l’insediamento umano che, potendo utilizzare anche i naturali percorsi dei tratturi utilizzati dagli animali (bovini, caprini, ovini, ed equini) in occasione dei loro spostamenti stagionali (transumanza), avrebbe avuto l’occasione di confrontarsi con le altre civiltà che andavano formandosi ed estendendosi nell’Italia centro-meridionale.

In età storica, un nuovo popolo, i Sabini, stanziati nel territorio dell’Italia centrale compreso tra le attuale città di Rieti, L’Aquila ed Ascoli Piceno, aveva preso il sopravvento sugli altri, ma l’alta natalità rese precaria la loro sopravvivenza.

 Ogni volta, infatti, che le città, causa l’eccesso demografico, si trovavano nelle condizioni di avere una produzione interna insufficiente rispetto al fabbisogno della collettività, oppure la terra, colpita dalla incostanza delle stagioni, rendeva meno del consueto, oppure un qualunque altro avvenimento, sia positivo che negativo, imponeva l’esigenza di limitare il numero degli abitanti, si dedicavano a una delle divinità tutti gli uomini nati in un determinato anno e con un equipaggiamento completo di armi venivano inviati fuori della loro patria. Questi dunque partivano come persone che non avrebbero più riavuto la terra patria, a meno che non se ne facessero un’altra ove fossero accolti in base ad amichevoli rapporti o per essersene impossessati con la guerra. Il dio cui i partenti erano consacrati pareva di solito assisterli favorevolmente, guidando il processo di colonizzazione oltre ogni umana aspettativa.

Il mondo italico  e romano più antico aveva praticato questo rituale chiamandolo ver sacrum (= primavera sacra): venivano dichiarati maledetti (sacer) tutto il bestiame e tutti i nati di una determinata primavera; costoro giunti al ventesimo anno, erano costretti a cercarsi un nuovo stanziamento. Nella ricerca di una nuova sede cercavano di interpretare la volontà divina così come si manifestava attraverso sue personificazioni, come il picchio, il lupo e il toro. Nel mondo centroitalico la divinità di questo rituale era Marte poiché questo dio non era solo il dio della guerra (e quindi della conquista di nuovi territori) ma, come è stato ora messo in rilievo da E. Simon, la sua caratteristica più antica era di donatore e rinnovatore della vita della comunità e la sua prosperità.

I Sabini si avvalsero di tale consuetudine e poiché i loro paesi avevano raggiunto un livello demografico troppo alto, non intendendo sopprimere nessuno della loro discendenza, delitto per loro non inferiore ad alcuno, consacrarono ad una divinità i nati di un determinato anno e quando raggiunsero l’età adulta li trapiantarono fuori della loro patria.

Il rituale della consacrazione agli dei di qualcosa o di qualcuno si celebrava per rendere la cosa o la persona (o il gruppo di persone) “sacra”, cioè di totale appartenenza alla divinità e quindi causa di maledizione per chi avesse continuato ad usarla o frequentarla.

 L’eccedenza (demografica) era sentita come insostenibile quando rappresentava un decimo del numero considerato ideale per il gruppo rispetto ad un territorio, che forse per la Roma primitiva era di 3.000 persone, per cui il numero dei 300 cives che venivano inviati per la deduzione delle colonie era connesso con una specie di razionalizzazione dell’antico ver sacrum.  

La periodica transumanza delle greggi dai pascoli degli altopiani e dei monti verso le pianure della costa adriatica e verso la vasta pianura della Daunia aveva offerto ai pastori e a quanti li accompagnavano per difenderli dagli attacchi dei predoni, l’opportunità di valutare le risorse dei territori che attraversavano e di sceglierli come loro futura residenza  nel caso fossero stati costretti a ricorrere al ver sacrum.  

Non è dato sapere se l’occupazione e lo stanziamento nei nuovi territori avvennero pacificamente o con le armi; è verosimile che, avendo stabilito con le popolazioni residenti un rapporto di amicizia e di alleanza in occasione della transumanza, avessero concordato la loro venuta ed una pacifica fusione per evitare un inutile spargimento di sangue.

Il ver sacrum doveva dare origine ad un nuovo popolo del tutto indipendente da quello di origine, e ad una nuova civiltà; uno scontro bellico avrebbe potuto decimare o avrebbe visto soccombere i giovani consacrati e reso inutile il loro sacrificio. Da dove partirono i giovani Sabini?      

Le fonti classiche ci hanno tramandato che quei giovani, detti Sabelli (piccoli Sabini), divisi in gruppi,  abbandonarono la pianura reatina e quella limitrofa alla città di COTILIA ed al lago omonimo (o palude, ritenuta sacra e con un isoletta che galleggiava, oggi, piana di San Vittorino-Terme di Cotilia), per seguire un animale-vessillo: il picchio, il lupo, il cavallo, che li guidarono verso i territori che gli dei e “ l’oracolo” avevano loro assegnati.

lago di Paterno o Cotilia.

piana di San Vittorino-terme di Cotilia.

piana di San Vittorino-terme di Cotilia.

piana di San Vittorino-terme di Cotilia.

   Lasciarono la vasta e fertile pianura che si estende alle falde dei monti Terminillo, Giano e Nutria, che i loro genitori utilizzavano per l’agricoltura ed il pascolo, ricca di acque e con un lago (o palude), circondata da umide colline e da altre montagne sulle cui sommità avevano costruite le loro città e le loro fortezze.   Erano a conoscenza che l’oracolo aveva predetto che nei nuovi insediamenti avrebbero trovato condizioni ambientali del tutto simili, se non addirittura migliori, per un rapido sviluppo da condividere con le popolazioni autoctone.

 
 

 

monte Terminillo, domina il territorio dei SABINI

monte Giano (sullo sfondo), il passo di Antrodoco (in fondo, basso) e la piana di San Vittorino-terme di Cotilia.

monte Nuria.

 

Erano a conoscenza che l’oracolo aveva predetto che nei nuovi insediamenti avrebbero trovato condizioni ambientali del tutto simili, se non addirittura migliori, per un rapido sviluppo da condividere con le popolazioni autoctone.

partendo dalla Sabina diedero origine ai "popoli italici".

Un gruppo di circa 7.000 giovani e giovane Sabelli, consacrati al dio Ares, abbandonarono la Sabina ed al comando di Comio Castronio, seguendo un toro, animale sacro ad Ares (verosimilmente il gruppo seguì un vessillo che raffigurava quell’animale), intrapresero un lungo viaggio verso il sud-est dell’Italia per giungere ad una meta segnata da un collis Samnius o colle chiamato Sacro.

 Comio Castronio conosceva la meta da raggiungere, nulla era stato lasciato al caso né all’improvvisazione; il loro ver sacrum aveva lo scopo di fondare una città che avrebbe rappresentato la città-madre di un nuovo popolo, di una nuova tribù che, a sua volta, avrebbe dato origine ad una nuova civiltà.

Il percorso seguito nella loro migrazione dovrebbe corrispondere al tratturo denominato oggi Pescasseroli-Candela, il cui tracciato, in epoca romana corrispondeva alla via Minucia (da Corfinio a Brindisi), ed oggi alla moderna S. S. 17 detta Appulo-Sannita, che si origina dal passo di Antrodoco e, attraversando L’Aquila, Sulmona, Castel di Sangro, Isernia, giunge dopo 207 km. a Bojano.  

I giovani Sabini, giunti alla meta, rimasero sbalorditi: nella vasta e fertile pianura ricca di acque e con una palude, circondata da umide colline e da montagne, alle falde nord del massiccio del Matese con le sue tre cime più elevate del Miletto, della Gallinola e del Mutria, avevano ritrovato le caratteristiche ambientali della loro terra di origine!

massicio del Matese, versante orientale, con la cima di monte Miletto domina la pianura di BOVAIANOM-BOVIANUM-BOJANO ed il territorio dei PENTRI..

massiccio del Matese versante orientale con le tre cime: monte Mutria (poco visibile in alto a ns.), monte Gallinola (al centro) e monte Miletto (a ds) che dominano i territori dei PENTRI, degli IRPINI e dei CAUDINI. Ricordano la "triade" dei monti SABINI: monte Terminillo, monte Giano e monte Nuria.

piana di san Vittorino, località di partenza dei Sabini-Sabelli.

piana di Bojano, località di arrivo dei Sabini-Sabelli: divennero Sanniti-PENTRI.

 Anche un lago o una palude nella pianura di Bojano, che ricordava ai giovani Sabini il lago di Cotilia? Alcuni indizi lo lasciano supporre.

localizzazione del "lago" o della "palude" (cerchio azzurro); il "tratturo" Pescasseroli-Candela (verde) devia in località detta "guado" (cerchio rosso); strada sannita-romana II-I sec. a.C. (rosso); mura di cinta di BOVAIANOM-BOVIANUM-BOJANO (giallo).

localizzazione del "lago" o della "palude" in località "paduli di sotto" (azzurro); necropoli (cerchio rosso); tratturo Pescasseroli-Candela (verde); strada sannita-romana (linea rossa).

particolare di un tratto delle mura di cinta sannita (presso chiesa sant'Erasmo) lato ovest che saliva lungo il pendio della montagna fino a CIVITA SUPERIORE.

  La recente scoperta del lastricato di una strada, presumibilmente del II-I sec. a. C., posto al di sotto del letto del fiume Biferno, dimostra che nel periodo italico e romano il fiume Tifernum non aveva alcuna relazione con la città di Bojano in quanto il suo percorso, modificatosi nel corso dei secoli per i terremoti, per le alluvioni e le frane, era differente da quello odierno che scorre per un lungo tratto sopra e lungo la strada l’antica strada che attraversava da est ad ovest l’antica città.

L’esistenza di un lago o di una palude in quest’ampia valle ai piedi del Matese; al pari dell’omonimo lago che ancora oggi esistente sul versante sud, si fonda sulla presenza dei toponimi guado, nei pressi dell’attuale ponte del torrente Callora, sito all’ingresso ovest della città, e di paduli (palude) di sotto, termine che localizza  l’area compresa tra il suddetto ponte, il tracciato ferroviario e la S.S. 17, fino alla strada che da Bojano conduce a Monteverde.

Nello stesso nome del fiume Tifernum  ,  si può ravvisare la parola pregreca tiphos, palude, e typhe, pianta palustre, riscontrata nell’ambito mediterraneo.

Su di una collina, oggi denominata Civita Superiore, dominata dal collis Samnius o  colle chiamato Sacro (oggi monte Crocella, già colle Pagano), fondarono Bovaianom (osco), Bovianum (latino), Boviano o Bobiano (medioevo), la città- madre di un nuovo popolo: i Pentri

BOVAIANOM-BOVIANUM-BOJANO con le tre "fortezze" (Appiano): 1° monte Crocella (in alto), 2° il primo insediamento "sabino-sabello" di BOVAIANOM, oggi CIVITA SUPERIORE, 3° "terrazzamento di località La Piaggia-san Michele.

dalla "fortificazione" di monte Crocella, CIVITA DI BOJANO, sede del primo insediamento sabino-sabello BOVAIANOM, acropoli di BOVAIANOM-BOVIANUM la città sannita-romana di pianura .

Il primo insediamento di BOVAIANOM si sviluppò anche su una serie di terrazzamenti paralleli che degradavano verso le falde della collina,  inglobando tra le mura di cinta il tratturo, mentre al di là di esse si estendevano la vasta pianura ed una palude.

La nuova metropoli godeva di due peculiarità non comuni alle altre città fondate dai Sabelli: Bovaianom, e non la tribù di cui fu la capitale, derivò il proprio nome dal “toro-bue”, animale sacro al dio Ares; infatti, il picchio diede il proprio nome al popolo dei Piceni; il lupo-hyrpus-lucus al popolo degli Irpini e dei Lucani; i Peligni lo derivarono dal loro condottiero; i Frentani ed i Caudini  da una città, etc. .

 I Pentri, al contrario, derivarono il nome dalla caratteristica dei loro insediamenti creati sulla sommità (dal celtico pen-) delle colline e dei monti, idonei per il rifugio e la difesa, per il controllo della pianura sottostante e delle vie di comunicazione, nonché per comunicare rapidamente fra loro di giorno con  i raggi riflessi del sole e di notte con il fumo e con il fuoco.

 La seconda peculiarità è rappresentata dalla posizione geografica di Bovaianom: risulta essere equidistante (circa 45 km. in linea d’aria) dalla città pentra di Alfedena, da Castel di Sangro (la romana Aufidena), dall’antico centro fortificato presso Montefalcone del Sannio, da Benevento, capitale degli Irpini, da Montesarchio, capitale dei Caudini, Casilinum (Capua), Capua (S. M. Capua Vetere), Teanum Sedicinum (Teano).un "cerchio magico"!L’occupazione del territorio e la costituzione della tribù pentra avvennero secondo un rituale prestabilito e consolidato in occasione degli altri ver sacrum: era necessario determinare i confini con i loro consanguinei che erano stati coinvolti nella stessa migrazione e scegliere i luoghi più idonei per fondare le altre città.

Dalla sommità (1.070 mt.) del collis Samnius o colle chiamato Sacro, scelto dall’oracolo che domina sia la collina, su cui sorse la loro capitale, che la sottostante pianura, i condottieri delle nuove tribù dei Marsi, dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani di Larino, degli Irpini, scelsero, in base alla loro particolare conformazione orografica, le cime delle montagne e delle colline per considerarli i capisaldi dei confini che avrebbero diviso per sempre il loro territorio da quello dei Pentri.

Sul collis Samnius o colle chiamato Sacro fu costruita una postazione militare in mura poligonali con massi calcarei rozzamente lavorati e, proprio perché visibile da tutto il territorio pentro, coordinava le comunicazioni tra le fortificazioni: probabilmente, era la fortezza o rocca  che nell’anno 89 a.C. Silla fece distruggere prima di attaccare Bovianum , la “secondacapitale degli insorti italici.

planimetria della "fortificazione" di monte Crocella.

monte Crocella: tratto di terrazzamento della "fortificazione", lato nord.

monte Crocella: tratto di terrazzamento della "fortificazione" lato ovest.

I nuovi insediamenti che vennero costruiti, fortificati con mura a doppia cortina in pietra calcarea non lavorati o di forma poligonale, posti sulla sommità delle colline e dei monti, erano ad una distanza di circa 8 km. in linea d’aria, in modo da rendere agevole il controllo del territorio e della vie di comunicazioni (i tratturi), ma soprattutto per facilitare la comunicazione visiva.

Oltre alla capitale Bovaianom, sorsero le attuali città di Venafro, Isernia, Trivento, Sepino (la sannita SAIPINS) ed altri centri che conosciamo oggi solo con i loro nomi attuali: Alfedena, Pietrabbondante, centro politico-religioso durate la guerra sociale, Capracotta, San Pietro Avellana, Schiavi d’Abruzzo, Montefalcone del Sannio, Cercemaggiore etc. .

  A difesa della capitale Bovaianom, a mo’di corona, sorsero le fortificazioni montane degli attuali centri: Roccamandolfi, Castelpetroso, Macchiagodena, Colledanchise, Guardiaregia, Campochiaro, San Polo Matese.

Era così nata una città-capitale: BOVAIANOM-BOVIANUM-BOJANO.

Era nata una tribù: i PENTRI.

 In epoca romana gli insediamenti di montagna furono trasferiti più a valle, mentre in epoca altomedievale e medioevale, tornarono ad occupare il loro originario sito.

Sorsero la civitas di Venafro, Isernia, Trivento, Limosano (civitas per un breve periodo), Sepino che, con la capitale Bojano furono anche le prime sedi episcopali, i cui confini ricalcavano quelli dei municipi romani.

 Gli altri centri che ancora oggi esistono nell’attuale regione Molise, erano considerati castrum, ovvero un insieme di abitazioni circondate da mura, con o senza un castrum=castellum, quale residenza del signore.

 Gli eventi storici che interessarono il territorio dei Pentri furono sempre legati ad una migrazione, più o meno pacifica, di altri popoli: Longobardi, Bulgari e Franchi.

 Gli ultimi che la storia ricorda sono i Normanni, a cui va il grande merito di aver dato un nuovo impulso economico e politico alle genti locali.

 La vasta “contea” creata con le imprese militari e politiche del normanno Rodolfo de Molinis (= Moulins) e dei suoi discendenti, partendo proprio dalla contea di Bojano e conquistando la contea di Venafro, quella di Isernia, la Terra Burrellensis, la contea di Trivento e una parte della contea di Larino, ricalcava a grandi linee gli antichi confini della tribù dei Pentri; tant’è che nell’anno 1142 la sua importanza economica, sociale e politica era tale da essere considerata la più importante e ricca del regno normanno di Sicilia di Ruggero II.

Essa, denominata dapprima contea di Bojano (1053-1142), prese il nome italianizzato del paese di origine (MOULINS) dei suoi conti normanni che era divenuto anche il loro “cognomine”: MOLISE.

Nell’anno 1142 era nata una regione: il MOLISE.

Oreste Gentile.

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LE MURA “CICLOPICHE” DI BOVAIANOM-BOVIANUM-BOJANO, CAPITALE DEI SANNITI PENTRI.

ottobre 22, 2010
 
   
Stemma della città di Bojano   (disegno prof. Nicola Patullo)
  
Tito Livio (fine I sec. a. C.), A.U.C., Avvenimenti del 311 a.C.: Boviano: era questa la capitale dei Sanniti Pentri, la città di gran lunga più ricca e fornita di armi e di uomini.

Appiano (fine I sec. a.C.), B. C., Avvenimenti del 89 a.C.: … . Era la città molto bella, e guardata da tre fortezze . Onde Silla mandò alcuni soldati innanzi: e comandò che si studiassero di insignorirsi d’una delle tre rocche, e poi facessero il cenno del fuoco. Veggendo Silla il fumo assaltò i nemici, e combattendo per lo spazio di tre ore continuare, prese la città. E queste cose furono fatte da Silla in quella state con una somma felicità.

 LE TRE Fortezze: Monte Crocella. Civita Superiore di Bojano. Località Piaggia-San Michele.

  

FORTEZZAdi Monte Crocella (mt. 1070 slm) (VIII a.C). 

                                               mura di terrazzamento nord lato.                           lato nord, visto dall’alto, ovest ad est.

                         vista dal basso.

                                                     

                           veduta lato sud- ovest

 

                           ingresso lato ovest: crollo delle mura.

 

                       particolare lato est

                            mura terrazzamento sud.

FORTEZZA CIVITA Superiore di Bojano. (mt. 700. S.l.m.). BOVAIANOM (VIII sec. a.C.), ACROPOLI di BOVIANUM (III sec. .a.C). 

BOVAIANOM. ACROPOLI di BOVIANUM, oggi CIVITA SUPERIORE.

 

BOVAIANOMBovianum: resti delle mura ciclopiche.

 (verde: tratturo Pescasseroli-Candela. giallo: Mura di cinta sannitiche-romane: A Presso Chiesa di Sant’Erasmo. B via Biferno e Larghetto Gentile. Rosso: Tratto di strada epoca romana (II sec a.C).

  

Tratto di mura di cinta presso chiesa di sant’Erasmo.

  Tratto Mura di via Biferno: Le mura ciclopiche della contrada Biferno. Alla radice del monte sul quale trovasi costruita Civita Superiore e principalmente nel rione Biferno, si osserva un lungo tratto di costruzione ciclopiche , tanto nel cortile della casa di abitazione degli eredi del fu Gennaro Gentile ed altri, nonchè nella casa di abitazione del sig. Mariangelo Gentile fu Achille, ed altre puranche , benchè di minore dimensioni in altri siti della città, ma sempre nella stessa direzione dall’Est all’Ovest, cioè secondo la linea delle radici predette . A questo fa eccezione un bel tratto, che si fa notare nel giardino Ducale posto a cavaliere e poco lungi dalla seconda abitazione anzi accennata, le pietre del quale, sono di minor mole ed anche la collocazione alquanto più regolare. Questo tratto presenta un angolo sporgente quasi fosse appartenuta ad una fortificazione di uno o più secoli indietro. Non vi è calce, nè altra specie di malta, irregolare la figura delle pietre ed industriosamente congegnate fra loro. Evidentemente fu adoperato lo squadro fenicio. (Nicola Marucci, Luci sannita, 1936).  

                                 veduta d’insieme.

 

                                             PARTICOLARI

 

 

  Tratto di mura Larghetto Gentile.

                                              Particolare

Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V. NELL’ VIII CENTENARIO DELLA NASCITA “IL GRAN RIFIUTO” DI DARE UNA RISPOSTA A 5 DOMANDE.

ottobre 20, 2010

Passata la festa, gabbato lo santo !

Le manifestazioni indette per celebrare gli 800 anni della nascita di papa Celestino V si sono concluse alla fine del mese di agosto u. s.; passata la festa hanno gabbato non tanto lo santo, quanto il fedele, il curioso, lo studioso e l’ignaro che, vista l’importanza della ricorrrenza, speravano di avere una risposta agli interrogativi, origine  delle secolari (circa 700 anni) polemiche campanilistiche:

quando e dove è nato papa Celestino VI genitori avevano un cognome?  Quale era lo stato patrimoniale?  Dove era nei giorni 14 e 15 ottobre dell’anno 1294 quando da L’Aquila si trasferì a Napoli?

L’iniziativa di celebrare gli 800 anni della nascita di papa Celestino V certamente non fu “ispirata” ai vescovi abruzzesi e molisani dallo Spirito Santo, ma suggerita da chi, dopo una attenta ricerca bibliografica e dopo alcuni semplici calcoli matematici, ha sempre affermato e sostenuto: Pietro di Angelerio era nato il (lunedì, 29 giugno) dell’anno 1209; morto il 19 maggio 1296, avrebbe compiuto il 29 giugno, a distanza di 35 giorni, 87 anni, come tramanda la Vita C scritta da due discepoli che lo assistettero fino alla morte.

Il papa NON era nato in Isernia, i genitori NON avevano un cognome; NON possedevano una casa in Isernia; il papa nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 NON era presente nella città di Isernia.

Le certezze che si basano su semplici calcoli matematici, su una diligente lettura delle biografie più antiche e su una attenta valutazione degli indizi storici, geografici e religiosi, non hanno vinto l’incredulità dei vescovi abruzzesi e molisani (C.E.A.M.): celebravano sì gli 800 anni della nascita, ma nella lettera indirizzata ai fedeli,  basando il loro giudizio sul parere di alcuni storici  (non citati), dichiaravano che papa Celestino V poteva  essere nato anche nel 1210, nel 1211, nel 1212, nel 1213, nel 1214 o nel 1215; allora, perché tanta fretta di celebrare nel 1209?

L’attenta lettura delle biografie più antiche ed una semplice addizione e qualche sottrazione, avrebbe permesso loro di ottenere un solo risultato: 1209!

In un anno di celebrazioni non hanno ritenuto opportuno di dedicare un po’ di tempo per rispondere alle 5 (cinque) domande; i “tabù”, stando ad una dichiarazione di mons. Angelo Spina, vescovo della diocesi di Sulmona-Valva, nominato presidente del comitato scientifico per le manifestazioni celebrative, avrebbero dovuto “resistere” nel tempo.

Il comitato scientifico, ha dichiarato mons. Spina, avrebbe sì affrontato le tematiche di carattere storico-culturale-spirituale riguardanti San Pietro Celestino, ma per quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel prossimo futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita, che continua ad affascinarci…. .

Il comitato scientifico nel promuovere 5 convegni per illustrare 29 relazioni, ha giudicato che a nessuno degli storici e degli studiosi invitati fosse richiesta una relazione che sarebbe stata giudicata “originale” ed “inedita” perchè avrebbe potuto darci indicazioni più chiare su quanto crea ancora dubbi sulla vita terrena di papa Celestino V.

Quale prossimo futuro!

La ricorrenza degli 800 anni della nascita di papa Celestino V era l’occasione per dare delle risposte chiare. Gli argomenti che non sono stati trattati dai relatori, gli argomenti che dovrebbero essere illustrati nel prossimo futuro come ha dichiarato il presidente del comitato scientifico, sono stati illustrati proprio da alcuni membri del comitato scientifico e pubblicati con ampia diffusione in occasione delle celebrazioni.

Il comitato era così composto: 1. Mons. Angelo Spina, vescovo di Sulmona, presidente; 2. Don Claudio Palumbo, vicario generale della diocesi di Isernia e docente di Storia della Chiesa presso l’ITAM; 3. P. Quirino Salomone OFM, responsabile del centro Studi Celestino de L’Aquila; 4. Prof. Luigi Pellegrini OFM, responsabile Capp. Docente di Storia Medioevale; 5. Prof. Onorato Bucci, docente di Diritto Romano e Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche Università del Molise; 6. Dott.ssa Maria Grazia Del Fuoco, ricercatrice di Storia Medievale, Università “G. D’Annuzio” Chieti-Pescara; 7. Prof.ssa Stefania Di Carlo, ricercatrice e docente Istituto di Scienze Religiose di L’Aquila

L’autore di un testo (mons. Spina?) pubblicato dalla diocesi di Sulmona-Valva si “autorizzò”, visto che non esistevano, a dare i cognomi ai genitori di papa Celestino V.

Don Claudio Palumbo non aveva interesse ad una relazione che risolvesse la vexata quaestio perché avrebbe chiarito e data una risposta ai 5 (cinque) interrogati e messo fine alle “speculazionicampanilistiche fondate su una antistorica tradizione. Il docente in più occasioni aveva manifestato le sue certezze, a dispetto di quanto hanno tramandato le biografie più antiche; colse l’occasione della  ricorrenza per “autorizzarsi”, quale membro del comitato scientifico, a pubblicare vecchie BUFALE per sostenere la nascita in Isernia , l’ esistenza della casa natale e la presenza del papa nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre del 1294!

Non aveva interesse per quanto aveva pubblicato prima di essere nominato membro del comitato e quanto ha dichiarato in occasione delle celebrazioni il prof. Onorato Bucci che, oltre ad essere uno stimato docente universitario, è “priore” della confraternita la “Fraterna” di Isernia.

Don Palumbo ed il prof. Bucci, due illustri studiosi; a differenza degli altri membri del comitato scientifico e di altri illustri relatori, possono vantare di essere stati relatori, coordinatori ed attori delle conclusioni dei convegni per 7 volte in 4 convegni. 

La prof.ssa Stefania Di Carlo, a differenza dei due docenti citati, può essere giudicata con gli altri quattro membri del comitato scientifico, “neutrale” alla secolare polemica causata dai 5 (cinque) interrogativi, poi si scopre che Dal 2008 collabora come docente con don Claudio Palumbo nelle cattedre di Storia della Chiesa anticamedievale nonchè moderna e contemporanea presso l’istituto Superiore di Scienze religiose “Fides et Ratio” di L’Aquila, aggregato alla pontificia Università Lateranense. Non era “neutrale” e lo ha dimostrato in occasione della presentazione (luglio 2010) della ristampa della “Vita C”, voluta dall’Archeoclub di Trasacco per ricordare l’autore, il frate Bartolomeo, loro illustre concittadino ed uno fra i discepoli prediletti  che condivise la prigionia ed  assistette Pietro di Angelerio fino alla morte. La docente ha riproposto quanto sostenuto da don Palumbo nelle sue pubblicazione; ha ignorato la distanza di Isernia e di Sant’Angelo Limosano da Castel di Sangro, una distanza che è “determinate” per localizzare ed identificare il luogo di nascita di papa Celestino V; ha dato una “valutazione” errata al documento della badessa Filippa di Euricella: NON è una prova a favore di Isernia, NE’ il testo che ha ricordato concorda con l’ORIGINALE trascritto nel Codice Diplomatico Celestiniano.

Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel prossimo futuro possano darci indicazioni più chiare, questo l’ augurio espresso dal presidente del comitato scientifico e condiviso dagli altri membri: il santo e l’ ignaro, gabbati, aspetteranno le celebrazioni dei 900 anni della nascita di papa Celestino V per potere finalmente conoscere le risposte degli studiosi e degli storici!

Oreste Gentile.

VIII CENTENARIO NASCITA PAPA CELESTINO V: UN COMITATO SCIENTIFICO “AD USUM DELPHINI”!

ottobre 13, 2010

Per descrivere meglio il metodo adottato dal comitato scientifico creato ad  hoc dalla C. E. A. M. (Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisanaper organizzare i convegni e la scelta delle relazioni pertinenti alla vita di papa Celestino V in occasione del suo VIII centenario della nascita, oltre al proverbio citato nel titolo, possiamo  anche citare Cicero pro domo sua.

L’iniziativa di celebrare gli 800 anni della nascita di papa Celestino V certamente non fu “ispirata” ai vescovi abruzzesi e molisani dallo Spirito Santo, tanto amato dal papa molisano, ma suggerita da chi, dopo una attenta ricerca bibliografica e dopo alcuni semplici calcoli aritmetici, aveva affermato e sostenuto: Pietro di Angelerio era nato il (lunedì, 29 giugno) dell’anno 1209; morto il 19 maggio 1296, avrebbe compiuto il 29 giugno, a distanza di 35 giorni, 87 anni, così come tramanda la Vita C scritta da due discepoli che lo assistettero fino alla morte. 

In uno dei 5 convegni si sarebbe potuto-dovuto affrontare anche le tematiche  che per circa 700 anni hanno dato vita ad inutili polemiche campanilistiche sull’anno e sul luogo di nascita, il cognome dei genitori, il loro stato patrimoniale e dove fosse papa Celestino V il giorno 14 e 15 ottobre dell’anno 1294; avremmo potuto avere una risposta definitiva e poter scrivere la parola FINE . 

Il comitato scintifico, a detta  del presidente mons. Angelo Spina vescovo di Sulmona-Valva, era stato istituito per affrontare le tematiche di carattere storico-culturale-spirituale riguardanti San Pietro Celestino. 

 Una sua successiva (settembre-ottobre 2009) dichiarazione non lasciava alcuna speranza a chi si era prodigato perché quegli argomenti fossero oggetto di un confronto tra studiosi: Oggi si discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri  luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perchè ciò che ci sta a cuore è la sua vita, che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane  

Il testo era CHIARISSIMO: il comitato scientifico, avendo giudicato più importante discutere “unicamente” la sua vita (?), che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane, riteneva inutile, nè opportuno un confronto tra gli storici e gli studiosi  perchè potessero dare una risposta a quelle tematiche che ancora sollevano dubbi e polemiche campanilistiche. 

Nel corso delle celebrazioni, alcuni membri del comitato scientifico hanno dato prova di avere sottovalutato o di ignorare  quanto tramandato da tutte le biografie più antiche: con le loro pubblicazioni hanno ritenuto giusto diffondere urbi et orbi, un cognome per i genitori di papa Celestino V, l’esistenza della sua casa natale nella città di Isernia e la sua presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294. 

Il comitato scientifico era composto: 1. Mons. Angelo Spina, vescovo di Sulmona, Presidente; 2. Don Claudio Palumbo, vicario generale della diocesi di Isernia e Docente di Storia della Chiesa presso l’ITAM; 3. P. Quirino Salomone OFM, Responsabile del centro Studi Celestino de L’Aquila; 4. Prof. Luigi Pellegrini OFM, Responsabile Capp. Docente di Storia Medioevale; 5. Prof. Onorato Bucci, Docente di Diritto Romano e Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche Università del Molise; 6. Dott.ssa Maria Grazia Del Fuoco, ricercatrice di Storia Medievale, Università “G. D’Annuzio” Chieti-Pescara; 7. Prof. Stefania Di Carlo, Ricercatrice e docente Istituto di Scienze Religiose di L’Aquila. 

Docenti e studiosi di indubbia fama, ma perché alcuni suoi membri non avevano interesse a fare luce sulle ombre che resistono da 700 anni, mentre hanno voluto divulgare solo le loro convinzioni 

Don Claudio Palumbo, vicario generale della diocesi di Isernia e Docente di Storia della Chiesa presso l’ITAM  ed il Prof. Onorato Bucci, Docente di Diritto Romano e Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche Università del Molise, membri del comitato scientifico, prima della loro nomina, avevano più volte espresso il loro giudizio sul luogo della nascita: la città di Isernia.  

Don Claudio Palumbo in occasione (2008) della presentazione del volume  Isernia e il suo Papa  dichiarò:  <Si tratta di una pubblicazione che ho apprezzato sotto il duplice profilo di sacerdote e di studioso della storia della Chiesa, – ha spiegato don Palumbo – perché ha il merito di riprendere e riconsiderare seriamente la tesi della paternità isernina o iserniana della figura del Papa Santo>.  <Se la Storia si mostra avara di notizie, – ha continuato il reverendo – c’è una consolidata tradizione che offre conferme in tal senso. Inoltre dai registri della cancelleria Angioina questa tradizione viene sicuramente rafforzata>.  

Prof. Onorato Bucci (2006): Nel XIII secolo (il distretto amministrativo del regno angioino denominato Terra di Lavoro) comprendeva i territori tra il litorale tirrenico e i distretti di Fondi, Ceprano, Sora, Atina, Cassino, Venafro, Castellone sul Volturno,Caiazzo, Capua, Caserta e Aversa ed è in questi distretti che va trovatala patria di Celestino V e quel castello di S. Angelo di cui parlano le fonti.  Il che già esclude  S. Angelo Limosano  perché non c’è dubbio che quest’ ultimo  non si trova  in Terra di Lavoro ma in terra Beneventana come è chiamata nelle fonti tutta la provincia e il ducato di Benevento, la Longobardia Minor. Ebbene in Terra di Lavoro ci sono due siti con il nome di S. Angelo: il primo S. Angelo di Rupe Canina oggi è S. Angelo vecchio tra Raviscanina e S. Angelo d’Alife; il secondo S. Angelo di Tidizio si trova vicino Cassino.  Ed ancora: D’altro canto appare improbabile che il santo si recasse proprio nell’abazia di Faifoli, forse in rovina materiale e spirituale, che, per quanto ne resta, cioè la chiesa, doveva essere anche piccola e sicuramente lontana dalla Terra di Lavoro.    

Con queste premesse è facile capire perchè non era stata presa in considerazione la proposta di organizzare un confronto che trattasse le tematiche che interessavano ed interessano i 5 dubbi che esistono e resistono. 

 Don Claudio Palumbo ed il prof. Onorato Bucci, per i loro titoli accademici erano sì membri meritevoli di fare parte del comitato, ma per quanto avevano dichiarato in altra sede, non potevano essere stimati neutrali ed anche perchè il primo è  vicario generale della diocesi di Isernia, il secondo ricopre la carica di priore della confraternita «La Fraterna» di Isernia. Leggendo il programma delle 5 conferenze organizzate per l’VIII centenario della nascita di papa Celestino V nelle varie sedi diocesane dell’Abruzzo e del Molise, i due illustri studiosi, a differenza di altri relatori, possono vantare di essere stati relatori, coordinatori ed attori delle conclusioni per 7 volte in 4 convegni: in nessuna delle 29 relazioni  illustrate nei 5 convegni era stato trovato lo spazio per trattare e risolvere le tematiche che ancora creano dubbi sulla vita terrena di Pietro di Angelerio. 

Per quelle tematiche, mons. Angelo Spina, presidente del comitato scientifico, delegava questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare; ma lo stesso presidente ed altri tre componenti del comitato, si autorizzarono a scendere in campo: improvvisati biografi di papa Celestino V hanno pubblicato notizie frutto di una ricerca accurata e basata esclusivamente su di una selezionata bibliografia  favorevole alla città di Isernia. 

Non avevano consultato, nè valutato gli indizi tramandati dalle biografie più antiche che avrebbero messo la parola FINE alle secolari polemiche, ma anche a quanto loro avevano sostenuto per tanti anni ed anche pubblicato in occasione delle celebrazioni. 

Le loro biografie non solo mettono in dubbio il 1209, l’anno di nascita (perchè hanno celebrato nel 2009 gli 800 anni?), ma hanno Riproposto antiche BUFALE: il cognome dei genitori di papa Celestino V, l’esistenza in Isernia di una casa dove sarebbe nato, la sua presenza in Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre del 1294!   

Diocesi di Sulmona-Valva  (mons. Spina?):  

Pietro Angelerio , nacque nel Molise tra il 1209 e il 1215 da Angelo Angelerio e Maria Leone.  

In merito ai cognomi (che non esistevano) dei genitori di Pietro di Angelerio, consultare articolo PAPA CELESTINO V. QUANTO NON SI DEVE SAPERE. 

Il prof. Onorato Bucci (12. 2009), alla domanda di un giornalista: Ci dica almeno una cosa: Pietro Angelerio è nato a Isernia o a S. Angelo Limosano?  Rispose: Le garantisco che non c’è nessuna fonte che attesti il luogo di nascita di Pietro Angelerio, detto anche Pietro del Morrone, divenuto poi papa Celestino V. E ad attestarlo in modo incredibile c’è propio la bolla di canonizzazione emessa nel 1313 da Clemente V ma preparata sei anni prima da Giacomo da Viterbo. Ebbene, quella bolla dice: “o te felice Terra di lavoro che desti i natali al nostro santo”. Terra di lavoro, dunque, che si identificava, a quel tempo nella metropolia di Capua comprendente tutta la terra d’oggi che è compresa nelle province di Caserta e di Isernia e il lembo capuano della provincia di Napoli. San Angelo Limosano è terra beneventana ma da ciò non può dedursi che Pietro Angelerio sia nato a Isernia e nessun documento è in tal senso. (in merito l’articolo PAPA CELESTINO V. QUANTO NON SI DEVE SAPERE.).

Si è fatta confusione tra la giurisdizione territoriale dello Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii che amministrava la città di Isernia ed il castrum di Sant’Angelo (Limosano) e le giurisdizioni ecclesiastiche della metropolita di Capua, in cui erano le diocesi di Isernia e di Venafro, e la metropolita di Benevento che comprendeva il territorio del castrum di Sant’Angelo (Limosano) e le diocesi di Bojano, Trivento, Larino, Guardialfiera e Termoli.  

Diocesi di Isernia-Venafro  (maggio 2010, don Claudio Palumbo): S. Pietro Celestino (Pietro Angelerio o Pietro del Morrone) nasce in terra d’Isernia, nel Molise, tra il 1209 e il 1215, secondo una accreditata tradizione storiografica risalente a fonti contemporanee al santo. Valga per tutte l’espressione del contemporaneo Guglielmo de’Nangis (+ tra il 1300 ed il 1303), monaco benedettino dell’abbazia di St. Denis, che nel suo noto Chronicon universale lo dice “Yserniensis dioecesis, appulus natione”. Oltre ad Isernia, diverse altre località, da Sant’Angelo Limosano (CB) a Sant’Angelo di Alife (CE), rivendicano la paternità dei natali del santo. Tra queste anche l’attuale Pesche, fino al Settecento pure chiamata Sant’Angelo a Sernia e già sede dell’abbazia benedettina di S. Croce di Isernia, assieme ai Sant’Angelo di Macchia d’Isernia e di Colli al Volturno …… . (in merito articolo PAPA CELESTINO V NEL “CHRONICON” DI GUGLIELMO DE NANGIS E NON SOLO …! ) 

Ed ancora: Dopo un primo periodo di esperienza eremitica condotta, con la materna benedizione e sotto la guida di un eremita, lontano da casa, probabilmente tra i monti della Maiella –un suo fratello maggiore era stato dimesso per motivi non precisabili dal vicino monastero di S. Vito di Isernia– ritroviamo Pietro monaco in un altro monastero benedettino (S. Maria di Faifoli ?), ove coltiva gli studi, frequenta il noviziato e veste l’abito religioso. 

NESSUNO dei biografi di papa Celestino V, anche coloro che aveva sostenuto la nascita nella città di Isernia, aveva scritto:  Dopo un primo periodo di esperienza eremitica condotta, con la materna benedizione e sotto la guida di un eremita, lontano da casa, probabilmente tra i monti della Maiella. La madre voleva in famiglia un figlio chierico, non uno misero, “squattrinato” eremita: la sua scelta in un primo momento “cadde” sul secondogenito, divenne sì chierico, ma amando più la vita terrena che quella religiosa, presto morì ed il”sogno-progetto” della madre si realizzò con Pietro. I biografi scrissero che, vivendo ancora la madre, entrò all’età di 17 anni nel monastero di Santa Maria in Faifolis (il ? punto interrogativo di don Claudio Palumbo è proprio fuori luogo), già frequentato dal fratello: il monastero di S. Vito di Isernia è una BUFALA. Pietro preferì la vita eremitica deluso  dopo 3 anni di vita monastica e dopo la morte della madre, MAI  la madre avrebbe consentito ad un primo periodo di esperienza eremitica condotta, con la materna benedizione e sotto la guida di un eremita, lontano da casa, probabilmente tra i monti della Maiella. 

Don Claudio Palumbo ricordò sì un avvenimento degno di nota, ma non ritenne opportuno approfondirlo, perchè ha scritto: frà Pietro lascia il monastero e si ritiraa vita eremitica nei pressi di Castel Di Sangro per ascendere, in tempo posteriore, al monte Porrara (presso l’attuale Palena) e trascorrere tre rigorosissimi inverni, a differenza di quanto fu tramandato da Stefaneschi (1296-1314) e dalla Autobiografia (? -1400), ma soprattutto da Marini (1630): E’ posto questo Castello (Castel di Sangro) trà gli più alti gioghi dell’Appennino, è lontano da Esernia quindeci miglia, che è strada di mezo un giorno. E di qua si può congetturare, che cosa si possi credere della patria e Monastero di questo nostro Santo.   (vedi foto).

Che cosa si possi credere?  Solo Sant’Angelo Limosano ed il Monastero di Santa Maria in Faifolis SONO DISTANTI 1 giornata + 1 giornata fino alle ore 15 da Castel di Sangro; NON Isernia. 

Don Claudio Palumbo, prosegue: il 14 e il 15 ottobre è in Isernia, ove sono il fratello Nicola e i due nipoti Guglielmo e Pietro, figli del defunto fratello Roberto, in favore dei quali il re assegnerà una pensione annua. La tradizione locale lega a questo momento il dono di due preziose croci, di ottima fattura medioevale, lasciate dal papa al capitolo cattedrale che tuttora le conserva gelosamente.(in merito l’articolo PAPA CELESTINO V. QUANTO NON SI DEVE SAPERE.). Vale la pena sottolineare che il re angioino concesse sì una pensione annua a Nicola, fratello del pontefice, ma il testo del diploma è MOLTO CHIARO, perchè i due nipoti Guglielmo e Pietro,  NON erano i figli del defunto fratello Roberto, ma dello stesso Nicola: ut Nicolao de Angeleri fratri, ac Guillelmo, et Petro Roberti de Angeleri nepotis quod. Santissimi Patris Domini Celestini .; il [quod.(am) = defunto era riferito a papa Celestino V, non al fratello Roberto. Ciò significa che, essendo papa Celestino V morto  nel 1294, il documento firmato dal re angioino ERA postumo al 1294, pertanto NON era in relazione con la presenza del papa in Isernia il 14 e 15 ottobre del 1294. 

Anche il dono di due croci è un’altra BUFALA: lo storico isernino Ciarlanti (1640-44) tramandò che due croci ch’egli mandò alla sua Patria, quindi non in occasione della presenza in Isernia, perchè furono mandate; secondo mons. Gemma, vescovo emerito di Isernia-Venafro, si trattava di una croce;  una croce che “apparve” nella Mostra dei cimeli e documenti riguardanti papa Celestino V: una  Croce di Nobilissima ispirazione dell’alta oreficeria fiorentina. Seconda metà del sec. XIV. Proprietà del capitolo Cattedrale di Isernia. Se la croce fu stimata della Seconda metà del sec. XIV, NON può essere datata al 1294 (XIII sec.), anno della presenza in Isernia 

Seguendo l’esempio del presidente mons. Spina, di Don Palumbo e del prof. Bucci, la  prof. Stefania Di Carlo, Ricercatrice e docente Istituto di Scienze Religiose di L’Aquila, relatrice in 2 convegni, ha voluto far conoscere il suo pensiero sul luogo di nascita di papa Celestino V: eppure il presidente del comitato scientifico aveva dichiarato: Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perchè ciò che ci sta a cuore è la sua vita, che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane!   

Agli storici ed agli studiosi non è stato concesso di poter “discutere” sulle tematiche ancora controverse, mentre il presidente ed alcuni membri del comitato scientifico hanno potuto parlare e scrivere a piacimento! 

La prof.ssa Stefania Di Carlo, non essendo di Isernia, avrebbe potuto essere neutrale, ma Dal 2008 collabora come docente con don Claudio Palumbo nelle cattedre di Storia della Chiesa anticamedievale nonchè moderna e contemporanea presso l’istituto Superiore di Scienze religiose “Fides et Ratio” di L’Aquila, aggregato alla pontificia Università Lateranense; pertanto,  nella presentazione alla ristampa della Vita C, voluta dall’Archeoclub di Trasacco per ricordare l’autore, il frate Bartolomeo, loro illustre concittadino ed uno fra i discepoli prediletti  che condivise la prigionia ed  assistette Pietro di Angelerio fino alla morte, ha scritto (luglio 2010) in merito all’anno di nascita: Viene, poi, menzionata (nella Vita C) anche l’età di morte di Pietro del Morrone: a 87 anni. tale affermazione riporta ad un’annosa questione legata, non tanto al luogo, quanto alla data di nascita del santo. Vi si evincerebbe, infatti, una possibile data compresa in un arco di tempo che va dal 1209 al 1222. 

Non si comprende su quali testimonianze bibliografiche si possa evincere una possibile data compresa in un arco di tempo che va dal 1209 al 1222: la Vita C , come ha ricordato Di Carlo, tramanda 87 anni, la Vita B valutò 86 anni, mentre altri biografi,  avendo stimato erroneamente l’anno di nascita al 1215,  calcolarono 81 anni; proporre il 1222 , oltre ad essere fuorviante per coloro che non conoscono la vita di papa Celestino V, contrasta con quanto scritto nel comunicato della C.E.A.M. e da mons. Spina che fecero riferimento sia al 1209 che al 1215. 

Le antiche biografie tramandano che il giovane Pietro entrò in monastero all’età di 17 anni (mese + mese -) e si trattenne 3 anni, iniziando all’età di 20 anni, come è stato tramandato, una lunga vita eremitica durata 65 anni  (3 + 62), fino al 1294 quando fu eletto papa: 1209 + 17 + 3 + 65 = 1294. La matematica non è una opinione!  Se sommiamo 17, 3 e 65 agli anni 1210, a 1215 o al 1222, ipotizzati per la nascita, si ottiene 1295, 1300 e 1307tre date fuori dalla realtà: solo l’anno di nascita 1209 è l’addende compatibile per quella addizione! 

Ricordate quanto scritto da don Claudio Palumbo: un suo fratello maggiore era stato dimesso per motivi non precisabili dal vicino monastero di S. Vito di Isernia– ritroviamo Pietro monaco in un altro monastero benedettino (S. Maria di Faifoli ?), ove coltiva gli studi, frequenta il noviziato e veste l’abito religioso? La prof.ssa Di Carlo scrive in merito : Poichè a Santa Maria in Faifoli non lasciò  alcuna traccia il secondogenito degli “Angelerio” e fratello di Pietro, ben descritto nell’Autobiografia, dobbiamo supporre che costui, morto giovane e senza vocazione, fosse invece entrato in altro monastero. Il nome del monastero frequentato dal fratello di Pietro fu ignorato da tutte le biografie, perciò l’ipotesi di che fosse un monastero sito nei pressi di Isernia è antistorica e fu creata solo con lo scopo di sostenere l’insostenibile! 

Continua la prof.ssa Di Carlo: Ma torniamo alla data di nascita come si desume dalla Vita C e, quindi, prospettiamo altresì, con i documenti alla mano, le varie località che contendono i natali. Finalmente una proposta su cui discutere: Santa Maria in Faifoli si situa a 10 km. da S. Angelo Limosano; li divide il Biferno. Per giunta, scrive Ettore De Angelis, avvocato della  Sacra Rota, in un saggio alquanto discusso e del 1958, che nella Vita C si parla dell’intenzione di Pietro di andare a Roma e, quindi, della sua prima tappa a Castel di Sangro dove sarebbe  giunto dopo una giornata e mezza di cammino all’ora nona (ore 15,00), ossia l’equivalente di 20 miglia romane attuali nostri 29 km. passando per i monti. In gennaio, con il freddo, se Pietro fosse stato a Isernia, continua De Angelis, sarebbe stato insensato passare per Castel di Sangro; altra via più agevole sarebbe stata presa per andare a Roma. Ora, però, proprio Isernia, distante da Castel di Sangro ben 39 km in linea d’aria e ben 70 km se si tiene conto delle vie di comunicazioni dell’epoca, contende i natali di Pietro del Morrone a Sant’Angelo Limosano; lo fa sulla base di una serie di dati materiali (l’esistenza di una casa degli “Angelerio”, l’incontro con il fratello Nicola e i due nipoti, figli di Roberto, ossia Guglielmo e Pietro, proprio nella sosta a Isernia, quando Celestino si reca a Napoli, l’esistenza di una piazzetta dedicata al santo, il dono di due croci oggi ancora in Cattedrale, la possibile esistenza nell'”oppidum” di un “castellum”) ma soprattutto di tre documenti fondamentali: la pergamena del vescovo Roberto di Isernia del 1° ottobre 1289, tradita da una copia del sec. XIV e oggi nell’Archivio Capitolare di Isernia (sebbene non originale, qualora manchino gli originali, le copie sono ugualmente valide!) che si sofferma soprattutto sulla creazione di una confraternita ….., la bolla del vescovo Dario in cui, però si data la nascita di Pietro da Maria Leone e da Angelerio de Ageleriis al 1215 …….. . Oltre a queste due località, en passant piace sottolineare altri luoghi che per altre ragioni si arrogano gli stessi diritti di Isernia e di Sant’Angelo Limosano: Limosano, Macchia di Isernia, Colli al Volturno, Morrone del Sannio, Molise oppidum, Marruvium, Ausonia, i 16 Sant’Angelo siti in Molise tra cui Sant’Angelo del Pesco e Sant’Angelo delle Grotte; infine, come non ricordare la sottolineatura di Terra di Lavoro, Sulmona e Alife. 

Difronte ai tanti dubbi ancora esistenti e che creano tanta confusione, quale fu la decisione del comitato scientifico? Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perchè ciò che ci sta a cuore è la sua vita, che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane; dubbi e confusione alimentati proprio da alcuni membri del comitato scientifico, fra cui la prof.ssa Di Carlo che, forse inconsapevolmente, ha fatto da cassa di risonanza di quanto pubblicato da don Claudio Palumbo 

Gli studiosi che si ostinano a NON ritenere Sant’Angelo Limosano il luogo di nascita di papa Celestino V, hanno in comune uno strano metodo di informazione: citano più località, pur sapendo che alcune  di esse non hanno mai ambito a quel ricoscimento, per alimentare la confusione in modo che l’ignaro lettore si convinca a favore della città di Isernia! Basta conoscere gli INDIZI tramandati dalle biografie più antiche per scoprire la VERITA’.

Il luogo di nascita doveva: essere nel Comitatus Molisii che con la Terra/ae Laboris costituivano uno degli Justitiariatii del regno svevo-angioino; essere nelle vicinanze del monastero di Santa Maria in Faifolis; essere nella diocesi di Benevento; essere un castrum-castellum; essere compatibile con il tempo di percorrenza  e la distanza da Castel di Sangro;essere conosciuto con la denominazione di sancto angelo; essere vicino al castello di Limosano.

Sono dei dati incontrovertibili a favore di Sant’Angelo Limosano e tra questi il viaggio che il giovane Pietro ed un suo confratello intrapresero dal paese di origine (o dal monastero) a Castel di Sangro; la prof.ssa Di Carlo ha ignorato le distanze reali di Castel di Sangro da Isernia e da Sant’Angelo Limosano! 

Marini (1630), tra gli INDIZI a favore di Sant’Angelo Limosano, scrisse, come già detto, ma vale la pena ripetere: E’ posto questo Castello (Castel di Sangro) trà gli più alti gioghi dell’Appennino … , è lontano da Esernia quindeci miglia, che è strada di mezo un giorno. E di qua si può congetturare, che cosa si possi credere della patria e Monastero di questo nostro Santo.  

Castel di SangroIsernia a piedi erano quindeci miglia  che si percorrevano e si percorrono in mezo un giorno, per essere chiari: mezza giornata, visto che ancora oggi la distanza a piedi tra i due centri è di 31, 4 km. pari a 6 ore e 40 min. (dati Gloogle Maps); diverso il percorso a piedi Castel di SangroSant’Angelo Limosano che corrisponde a 65, 8 km. pari a 13 ore e 35 min. (dati Gloogle Maps). NON è vero che Isernia dista 39 km in linea d’aria e ben 70 km se si tiene conto delle vie di comunicazioni dell’epoca: la via di comunicazione  tra Castel di Sangro ed Isernia era ed è l’attuale SS. Appulo-Sannita 17, la romana via Minucia (Corfinio-Brindisi) e la distanza non era di ben 70 km , ma  di 35, 1 km. 

Isernia, scrive ancora la prof.ssa Di Carlo, rivendicando la nascita, lo fa sulla base di una serie di dati materiali ( l’esistenza di una casa degli “Angelerio”,  2° l’incontro con il fratello Nicola e i due nipoti, figli di Roberto, ossia Guglielmo e Pietro, proprio nella sosta a Isernia, quando Celestino si reca a Napoli, l’esistenza di una piazzetta dedicata al santo, il dono di due croci oggi ancora in Cattedrale,la possibile esistenza nell'”oppidum” di un “castellum”) ma soprattutto di tre documenti fondamentali: la pergamena del vescovo Roberto di Isernia del 1° ottobre 1289, tradita da una copia del sec. XIV e oggi nell’Archivio Capitolare di Isernia (sebbene non originale, qualora manchino gli originali, le copie sono ugualmente valide!) che si sofferma soprattutto sulla creazione di una confraternita …..,  la bolla del vescovo Dario in cui, però si data la nascita di Pietro da Maria Leone e da Angelerio de Angeleriis al 1215 …., il documento della badessa Filippa di Euricella delle Clarisse di Santa Chiara di Isernia che nel 1282, su sollecitazione del vescovo Roberto, vendette il convento delle Clarisse di Agnone ai Celestini. 

Esaminiamo le 8 prove: 1°) l’esistenza di una casa degli “Angelerio”: una BUFALA inventata da Iorio nel 1894 ed ampiamente pubblicizzata nel 1896 in occasione delle celebrazioni del VI centenario della morte di papa Celestino V; la casa era stata ubicata nella piazza Concezione [che solo in epoca recente è stata dedicata a papa Celestino V (risposta al punto 3°)] e fu distrutta dai bombardamenti nel 1943. Due domanda alla prof.ssa Di Carlo ed agli studiosi che condividono la BUFALA: se la casa esisteva ancora nell’anno 1943, perchè era sconosciuta a TUTTI i biografi vissuti prima del 1896? Perchè Pacichelli (1634-95) in una sua “incisione” della città di Isernia con l’indicazione degli edifici storicamente più importanti: alcune chiese, il convento, il vescovado etc., non evidenziò anche la casa  di papa Celestino V! 

Per l’argomento al punto 2° l’incontro con il fratello Nicola e i due nipoti, figli di Roberto, ossia Guglielmo e Pietro, proprio nella sosta a Isernia, quando Celestino si reca a Napoli ed al punto 4° il dono di due croci oggi ancora in Cattedrale si rimada a quanto già illustrato per don Claudio Palumbo.  

Punto 5° la possibile esistenza nell'”oppidum” di un “castellum”: Isernia era sempre stata considerata una civitas, già sede di colonia, di municipio romano e di diocesi episcopale; dalle cronache dell’epoca medievale non è dato sapere se nella civitas, circondata da mura, esistesse un castrum-castello, edificio – abitazione del feudatario, diverso dal castrum-castellum inteso come un raggruppamento di poche case circondate da mura di difesa. All’epoca di Pietro di Angelerio, Isernia era una civitas, mentre Sant’Angelo (Limosano) era un castrumcastellum; una differenza ed un INDIZIO molto importante perchè le biografie più antiche tramandano che papa Celestino V nacque in un castrumcastellum, NON in una civitas!

Punto 6° la pergamena del vescovo Roberto di Isernia del 1° ottobre 1289, tradita da una copia del sec. XIV e oggi nell’Archivio Capitolare di Isernia (sebbene non originale, qualora manchino gli originali, le copie sono ugualmente valide!) che si sofferma soprattutto sulla creazione di una confraternita ….., : si tratta di un editto  la cui copia  è un testa scritto con grafia del XVII secolo e NON come ha sostenuto la prof.ssa Di Carlo una copia del sec. XIV, NON autenticata,  pertanto priva di valore legale e storico, a differenza di quanto scritto dalla prof.ssa Di Carlo: qualora manchino gli originali, le copie sono ugualmente valide! La copia fu esibita da Telera intorno al 1648, come per la casa natale, NESSUNO dei biografi vissuto prima del 1648 (vedi l’isernino Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia), era a conoscenza della sua esistenza, nè sapevano della creazione della confraternita. L’autore della copia potrebbe essere stato lo stesso Telera (basterebbe una semplice perizia calligrafica) perchè durante la titolarità del vescovo Roberto nella città di Isernia e nella sua diocesi NON accadde alcun fatto degno di un ricordo. (vedi figura 2). Lo testimonia Ughelli (1642-62), attento e scrupoloso nell’evidenziare le notizie sui vescovo ricordati nella sua Italia Sacra sugli avvenimenti più salienti accaduti durante la loro titolarità delle diocesi. Per la presenza e l’opera pastorale del vescovo Roberto, titolare della diocesi di Isernia dall’anno 1287 all’anno 1289 ricordò SEMPLICEMENTE: Robertus anno 1287. cujus extat memoria etiam anno 1289. in Coenobio Monialium S. Clarae de Aesernia. Ricche di notizie i curricula del vescovo FR. HENRICUS  de S. Germano, predecessore del vescovo Roberto, e del vescovo PETRUS  e di un altro vescovo HENRICUS (vedi figura 2: vescovo Roberto in rosso, gli altri in giallo).

 la bolla del vescovo Dario in cui, però si data la nascita di Pietro da Maria Leone e da Angelerio de Ageleriis al 1215 ….,: la BUFALA della bolla del vescovo Dario fu inventata dal “solito” Iorio che nel 1894 dichiarò di averla scoperta, di averla letta, poi SMARRITA! Trattandosi di una bolla redatta da un vescovo, siamo autorizzati a credere che in essa fossero descritti dei provvedimenti o delle disposizioni impartite per la diocesi di sua competenza; invece Iorio scrisse solo:

Darius, Aeserniensis civis, Episcopus ab anno 1208 ad annum 1222. Eius Praesulatus tempore circa annum 1215 hic -in Aesernia- ortum habuit ab Angelerio de Angeleriis et Maria de Leone civitatis Aeserniae Petrus Caelestinus.

Ughelli (1642-62): 15. DARIUS temporibus Innocentii III. itemque Honorii III. Aeserniensis fuit Episcopus, cujus prima mentio in monumentis habetur anno 1208. ultima vero anno 1221. sub quo natus est anno 1215. S. Petrus de Morone, postea Pontifex Max. sub nomine Coelestini Quinti. (vedi originale in figura 2).

Iorio NON aveva scoperto la bolla del vescovo Dario, come hanno ricordato la prof.ssa Di Carlo ed altri studiosi, aveva manipolato quanto tramandato circa 200 anni prima da Ughelli nell’Italia Sacra: I) affermando che Darius era Aeserniensis civis, mentre Ughelli lo ritenne unicamente Aeserniensis fuit Episcopus; II) Iorio , ricordando il nome dei genitori di papa Celestino V, attribuì loro un cognome, MAI esistito! III) Per Ughelli la titolarità del vescovo Dario iniziò nell’anno 1208 e terminò nell’anno 1221, mentre  Iorio ritenne l’inizio nel 1208 ed il termine nel 1222. III) Iorio, contrariamente a quanto scritto da Ughelli, che non lo scrisse esplicitamente, perseguiva solo lo scopo di evidenziare che Isernia era luogo di nascita di papa Celestino V. 8° il documento della badessa Filippa di Euricella delle Clarisse di Santa Chiara di Isernia che nel 1282, su sollecitazione del vescovo Roberto, vendette il convento delle Clarisse di Agnone ai Celestini.

il documento della badessa Filippa di Euricella citato dalla prof.ssa Di Carlo non è una prova a favore di Isernia, nè concorda con l’ORIGINALE trascritto nel Codice Diplomatico Celestiniano : 1292 settembre 18, Isernia. 360 D(omin)a Filippa de Turricella Aprutii, venerabile badessa del monastero di S.Chiara di Isernia, con il consenso di tutte le sue sorores e in presenza del giudice Pellegrino del fu Deodato da Isernia, procuratore dello stesso monastero, vende al notaio Tommaso da Agnone, ementi et recipienti nomine et pro parte fratrum qui dicuntur de Maiella ordinis fratris Petri de Murrono ordinis Sancti Benedicti, la chiesa di S. Maria di Agnone, sita nelle pertinenze della medesima terra di Agnone in loco ubi dicitur Foresta parva o il fondo e la terra dove detta chiesa e situata, con le case, gli orti, le vigne e la clusa della detta chiesa e le case contigue, vicino la via pubblica etc., al prezzo di dieci once d’oro, pagate dal detto notaio Tommaso de pecunia universitatis d(ict)ae terrae Angloni, quas praed(ict)as uncias auri decem d(ict)a universitas Angloni donavit d(ict)is fr(atr)ibus et Ordini pro emptione loci praed(ic)ti et dictorum bonorum ut d(ic)ti fr(atr)es ad morandum ibidem irent ex quorum mora ho(min)es universitatis Angloni iuxta assertionem d(ic)ti notarii Thomasii sperabatur proficere spiritualibus incrementis. La data 1282  ricordata dalla prof.ssa Di Carlo NON corrisponde alla data del 1292 ricordata nel Codice Diplomatico Celestiniano che NON ricorda la sollecitazione del vescovo Roberto, visto che il vescovo Roberto era morto nel 1289non si trattava del convento delle Clarisse di Agnone, bensì della chiesa di S. Maria di Agnone! Fu una vendita, non una donazione che avrebbe giustificato un “vero” interessamento di affetto della badessa Filippa de Turricella verso Pietro da/del Morrone se fosse nato in Isernia!

Dopo quanto illustrato, si può concludere che GRAZIE  al comitato scientifico istituito in occasione delle celebrazioni dell’VIII centenario della sua nascita, i DUBBI non sono stati risolti, anzi quanto scritto da alcuni suoi autorevoli membri, ha alimentato la CONFUSIONE a danno della vita terrena di papa Celestino V e senza rispettare l’intelligenza dell’ignaro lettore.

Oreste Gentile.

 

     

   

   figura 1: in rosso percorso da Castel di Sangro ad Isernia. -In verde  ed azzuro percorso da Castel di Sangro a Sant’Angelo Limosano.

                                  

 

                                                                           figura 2  da Ughelli, Italia Sacra, i vescovi della diocesi di Isernia:  DARIUS  XIII    HENRICUS  XVIII    ROBERTUS  XIX     PETRUS  XXI   HENRICUS XXII                         

CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.