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150° ANNIVERSARIO UNITA’ D’ITALIA: UNA LEZIONE DI STORIA ANTICA DAI GARIBALDINI INVIATI A BOJANO.

marzo 26, 2011

Ora credo anch’io puro sangue sannitico i cafoni del Molise.

Era il giudizio di Vincenzo Caldesi, maggiore dell’esercito di Giuseppe Garibaldi, inviato con il colonnello Natale Paggi, il tenente colonnello Francesco Nullo, il capitano Emilio ZasioAlberto Mario, autore de La camicia rossa, e con due battaglioni di volontari del Matese e di Sicilia nel Molise, a Bojano per fare causa comune con i patriotti volontari che avevano liberato la città il giorno 5 settembre 1860.

Campobasso, Isernia ed altri centri del Molise avevano proclamato il riscatto dalla dominazione borbonica, ma la città di Isernia,  importante strategicamente per le comunicazioni stradali tra la Campania e l’Abruzzo dove operava l’esercito reale, era tornata in possesso dei reazionari e dell’esercito borbonico, minacciando in tal modo anche i territori già liberati.

Conscio del pericolo che si stava prospettando, Girolamo Pallotta, pro-dittatore del governo provvisorio di Bojano, decise di incontrare  Giuseppe Garibaldi nella città di Caserta per illustrare la precarietà della situazione e per sollecitare l’ invio di uomini e di armi.

Le condizioni che si erano create nella città di Isernia furono sottovalutate da Garibaldi e dai suoi collaboratori, ma la caparbia insistenza  di Pallotta ottenne gli aiuti anche se i comandanti designati per la missione fossero poco entusiasti della scelta, come si evince dal dialogo tra Mario e sua moglie, ne La camicia rossa  al capitolo intitolano I sanniti moderni: Vieni anche tu? Già si tratterà di una farsa come quella di Florio d’Ischia; campane, petardi, confetti, fiori, pranzi, aringhe, sonetti; ed io ne sono ristucco. Il signor Garibaldi poteva anche risparmiarmene, sapendo quanto desideravo di assistere alla presa di Capua.

 Mario, coinvolto nell’impresa, da uomo di cultura, in più di una occasione, diede la prova di conoscere la storia antica della penisola italica e dei territori che furono teatro delle imprese dell’esercito garibaldino.

Seppe correggere, conoscendo quanto tramandato dagli autori classici in merito alla storia dei Sanniti, i pregiudizi per gli abitanti del Molise espressi in più di una occasione dagli ufficiali che lo accompagnarono nel viaggio da CasertaBojano.

Nullo, sempre orgoglioso delle sue origini bergamasche, aveva accettato di buon grado gli ordini di Garibaldi, convinto che le notizie  della rioccupazione della città di Isernia non fossero così gravi e che il problema poteva  essere risolto dai volontari locali.  Riteneva impreparati gli uomini che componevano i due battaglioni di volontari del Matese e di Sicilia  (). Raccogliticci e nuovi ai combattimenti, quei soldati avevano aspetto non troppo marziale e rassicuranteSe due battaglioni dei nostri lombardi disse spavaldamente Nullo m’assumerei d’entrare in Isernia cum citharis bene sonantibus.

Quando ci vedranno rispose saggiamente Mario primi nel pericolo superaranno la nostra aspettazione ed aggiunse, dando prova di conoscere la storia degli Sanniti, antenati di quei patriotti poco addestrati e con poche armi: Supplirà al valore il numero. I tremila che suppongo troveremo a Bojano e qualche aiuto fornirà Campobasso, il capoluogo della provincia, ci abiliteremo ad una guerra corta e fulminea.

Durante il viagggio verso Bojano si accesa tra gli ufficiali una animata discussione e diedero la prova di conoscere la storia del Sannio e dell’ antica Roma; scrisse Mario: Eravamo già entrati nel Sannio. Il Matese e il Molise sui due versanti dell’Appennino, che noi varcammo sino a Campobasso e rivarcammo sino a Bojano, furono l’antica patria di quella stirpe guerriera e formidabile che umiliò Roma nei più fieri giorni della repubblica. Lungo il viaggio, data qualche tregua alle cure della guerra, allentammo la briglia al nostro entusiasmo d’umanisti, mutammo per poco la marcia militare in pellegrinaggio archeologico, e rifrugando nei nostri studi giovanili di Tito Livio, di Micali, di Niebhur, c’industriammo di ricomporre leggende, tradizioni, fatti, istituti, templi, città, collocandoli al loro posto sui dossi silvestri e desolati di quelle montagne limitate dalla Campania, dalla Apulia, dalla Lucania; dove un dì fiorirono oltre due milioni di Sanniti, ed oggi miseramente vi stenta la vita appena mezzo milione di cafoni.

E stimi tu ribattè il capitano Zasio questi straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vecovo per riavere il Borbone e la schiavitù, discendenti legittimi di quei terribili e pomposi guerrieri, che armavano talvolta ottantamila fanti e ottomila cavalieri, e sfoggiavano tuniche marziali di preziosi colori e scudi intarsiati d’oro e di argento, e tenerissimi della libertà, facevano sudar sangue ai Romani intesi a domarli, e domi e pesti e scaduti potevano aiutarlo validamente contro Annibale e nella rassegna delle milizie dei soci in Roma figurare con settantamila soldati?.

Mario era convinto: Io non dubito punto che in codesti cafoni circoli puro il sangue sannitico. Ma Calderisi con impeto: Le prove! Le prove! Noi sappiamo che Silla, implacabile distruttore del Sannio, andava ripetendo al terzo e al quarto, in casa, nel Foro e pei quadrivi, che Roma non avrebbe riposato sin che un solo Sannita sopravvivesse. Non dimenticare che di venti città sannitiche non si rinviene più nè indizio nè memoria

Si; continuò Mario, con ciò si spiega la scomparsa di tre quanti della popolazione: però sussistono Telesia, Isernia, Bojano, Eclano, Alfidena. Non ci troverai più parimenti nè i due milioni di libbre di rame in moneta, trasportato a Roma da Papirio il giovine, nè le armature onde Carvilio fuse il colosso di Giove in Campidoglio, visibile sulla cima di monte Albano.

Ma che per ciò? Le reliquie dell’antica razza sopravvissero con le reliquie di quelle città. Caduti i Cesari, passarono sotto il dominio dei Longobardi, esercito e non popolo: poi sotto la podestà dei Greci, dei Saraceni, dei Normanni, eserciti sempre e non popoli. Nè popolo fu mai distrutto nell’età moderna.

I luoghi disamini, la vita pastorale e rusticana, le rare e scarse convivenze cittadine non contribuirono certamente alla mescolanza dei sangui e a nuovi innesti sul primiero ceppo. I successivi padroni li avranno tirannegiati ed emunti, ma non impalmarono le loro donne, abbastanza brutte

Oggi costoro soggiacciono ciechi all’autorità del vescovo, che nelle chiese li stimola alla reazione e li determina alle più atroci vendette in nome dell’indipendenza . 

Nel tumulto d’Isernia intervenne Nullo mutilarono orribilmente gli avversari presi. Un cafone vantava lo squisito sapore del lombo di don Peppino cotto alla bragia.

Rendendosi conto di non conoscere il significato di cafone, Nullo lo chiese al vetturino, che rispose: Cafoni, eccellenza, si chiamano i contadini, e galantuomini i proprietari.

Mario, visto che era stato citato il vescovo, intervenne nuovamente nella discussione:

 il vescovo dei Sanniti d’una volta era il Meddix Tuticus; i due termini suscitarono l’ilarità di Caldesi che con uno scoppia di risata, misto a curiosità ed ironia, urlò: Ferma, ferma: il nome di quel vescovo

Zasio rispose con qualche enfasi: Meddix Tuticus non era un nome proprio, ma il titolo del magistrato supremo di ciascuna società sannitica. Le loro convivenze erano teocrazie, e quel titolo è voce di lingua osca. << No >> interruppe Nullo seccamente. << Come no? >> gli replicò con vivacità e con faccia vermiglia  il capitano Zasio.

E’ voce di lingua bergamasca gridò Nullo, per provocare ancora la sua reazione.

La provocazione cadde nel vuoto perchè il maggiore Caldesi intervenne, chiedendo a Mario: Che c’entra monsignor vescovo d’Isernia col tuo Tuticus per la discendenza sannitica dei cafoni?.

Come ora rispose Mario il vescovo, in altro secolo ispiravali e movevali arbitro il Tuticus, magistrato e sacerdote. Vedi soggiunse, indicandogli i monti che sovrastavano la strada che percorrevano verso il Molise, là sulla sinistra quel monte? E’ il Taburno. Alle falde, le Forche Caudine.

Me ne rallegro tanto rispose Caldesi.

Mario, proseguendo il viaggio, continuò la sua lezione di storia antica, ricordando quanto aveva scritto Tito Livio in merito al giuramento fatto dai Sanniti che componevano la Legione Linteata in occasione della battaglia di Aquilonia.

Mario voleva “giustificare” il comportameno dei cafoni/Sanniti di Isernia sottomessi al loro vescovo rimasto fedele ai Borboni: Sulla cima selvosa sorgeva uno dei sacri delubri custodito da cento spade fedeli, ove si raccoglievano i Sanniti con religioso tremore, nel silenzio, nell’oscurità, fra i gemiti delle vittime umane al piede degli altari scellerati. con orribili giuramenti promettevano sommissione e obbendienza assoluta ai principi sacerdoti. Obbedivano allora e combattevano per la libertà delle patrie montagne; obbediscono adesso a una simile autorità, e credono di combattere per lo stesso fine. I tempi e le forme mutarono, l’istinto di soggezione religiosa rimase invariato e sussiste tuttavia vincolo sociale e ispirazione guerriera.

Può darsi rispose Zasio ma  le mi paiono arbitrarie analogie e fragili deduzioni. Un abisso di secoli disgiunge le due età, e ci vorrebbe la pupilla divina per discernere i sottili fili del rapporto.

Ancora Mario: Io non v’insisto: però v’ha un’altra qualità di prova: le medaglie scoperte a Rocca d’Aspromonte presso Bojano. Le teste nelle medaglie paiono fotografie dei cafoni: chioma crespa e voluminosa, fronte bassa e larga, naso schiacciato e narici turgide, zigomi espressi mento ampio e labbra senza curve.

Sembrano i connotati d’un passaporto intervenne Caldesi e di seguito: Se tali le medaglie, tali i cafoni; ma non basta per battezzarli Sanniti. Ci vuole una prova morale; li vedrò in battaglia.

La prova morale che  il maggiore Caldesi cercava per “certificare” la discendenza dai  Sanniti, non solo dei  cafoni reazionari che obbedivano al vescovo di Isernia, ma anche dei cafoni patriotti molisani, i volontari che avevano liberato gran parte del territorio del Molise  dalla presenza dei Borboni, fu evindenziata nel corso degli eventi.

A Ponteladolfo, prima di arrivare a Bojano ed a Campobasso, i cinque ufficiali garibaldini scelti per portare soccorso ai patriotti volontari che attendevano a Bojano, vennero a conoscenza di quanto accadeva in Isernia e nelle località circostanti dopo la riconquista della città.

Appresero che Duemila soldati regi  e gendarmi occupavano Isernia, ove mettevano capo due o tre migliaia di cafoni, i quali mantenevano viva la ribellione in un raggio di quindici a venti miglia da quel centro. Costoro, spartiti a squadre che capolari dei gendarmi guidavano, campaggiavano sui monti dilatando l’orbita della insurrezione a’ più remoti villaggi, e componevano ugualmete a squadre i nuovi associati senza distaccarli dalla cultura dei propri campi. E questi sono i più terribili, perchè, scorgendoli voi alla zappa e alla marra sulle sudate pendici, non ne pigliate sospetto; ma eglino, ad un segno convenuto, per vie ignote altrui, ad essi notissime, vi balzano a tergo, oste ordinata e inatessa. Le vostre genti, quand’anche intrepide, salvo non formino esercito da schiacciarli, non gl’intimidirà. Solamente li impaurisce il fragore del cannone. Avete cannoni?  No fu la risposta !

Or bene,  proseguì chi aveva visto l’organizzazione dei reazionari di Isernia, due cose vi sono indispensabili per vincere, secondo a me pare: un paio di cannoni, e cautissimo  occhio contro le sorprese.

Dopo quanto appreso, Caldesi si rivolse a Mario e, toccandogli con la mano una spalla, gli bisbigliò: Sai che comincio a crederli Sanniti davvero!.

Fu grande la delusione degli ufficiali garibaldini quando giunsero nella piazza principale di Bojano: ad attenderli trovarono circa una ventina di volontari, non i tremila promessi da Girolamo Pallotta, pro-dittatore della città, in occasione del suo incontro con Garibaldi a Caserta.

Una bugia di Pallotta o in molti erano fuggiti, visto quanto era accaduto nella vicina città di Isernia?

Una ventina di uomini con un sergente ed due caporali furono posti al comando del maggiore Caldesi: Mentre Nullo si congratulava seco loro e li ringraziava, il maggiore Caldesi si rivolse a Mario in aria di canzonatura: << Questa ventina d’eroi incarna la novissima parola di Bovianum, metropoli della federazione sannitica, e, come ci tramanda Tito Livio, opulentissimum armis virisque >>..

Nullo, sempre pronto all’ironia, si rivolse a Caldesi e, in istile satirico, rompendo il silenzio: << Sta in difesa di Alberto Mario che Bovianum rimase distrutto da Silla! >>..

Purtroppo, quanto accadde per la liberazione della città di Isernia fu un vero disastro, come lo giudicò Mario: Durante l’esposizione della lacrimevole istoria, io meco stesso andavo indagando le cause del disastro, e parevami che Nullo, scambiando il temporeggiamento col tempo perso, errasse scostandosi dalla posizione gagliarda di Castelpetroso, prima d’aver munito le spalle, e addestrata al fuoco la schiera novizia; e poscia, anteposto all’utile coraggio la temeriarità perniciosa, errasse dipartendosi, per avventurarsi col suo stato maggiore sul nemico, dal battaglione di Pettorano. Lui presente e i suoi, la pendice non sarebbe stata perduta, nè Pettorano presa senza combattimento, e, in ogni ipotesi, egli avrebbe potuto colorire il disegno d’invertire l’ordine della guerra, trasferendosi, con movimento obliquo, sulla consolare di Castel di Sangro, mentre le maggiori forze nemiche adunavansi su quella di Bojano. I nostri di Carpinone ne avrebbero agevolato la riuscita.

Mario scrisse: Alle due Nullo rassegnò la riaccozzata colonna sulla piazza di Bojano. Duecento uomini muti all’appello, e sei dei quattordici distaccati dal quartiere generale del dittatore. Il dì seguente ripartimmo per Campobasso..

La missione dei garibaldini nel Molise ebbe un esito sfortunato: tornando a Caserta, scrisse Mario, il maggiore Caldesi mi fece: << Ora credo anch’io puro sangue sannitico i cafoni del Molise >>..

Oreste Gentile.

 

 

  

 

  

 

 

150° ANNIVERSARIO UNITA’ D’ITALIA: L’INCONTRO DI GIROLAMO PALLOTTA CON GIUSEPPE GARIBALDI A CASERTA.

marzo 16, 2011

  

Due giorni prima che Giuseppe Garibaldi fosse accolto da trionfatore nella città di Napoli, sede del regno borbonico, il 5 settembre, sul castello del borgo medioevale della città di Bojano, i Cacciatori del Vesuvio, guidati da Pateras, Fanelli e Raimondi, fecero sventolare la regia bandiera tricolore.

Dichiarato decaduto il governo borbonicoGirolamo Pallottaliberale, ispiratore ed artefice della “rinascita“, fu nominato pro-dittatore del governo provvisorio della città; la sua carica e lo stesso governo provvisorio, durarono solo cinque giorni: Nicola De Luca, nominato governatore della provincia di Molise con poteri illimitati, ne aveva preteso lo scioglimento.

Girolamo Pallotta, non soddisfatto di aver contribuito a liberare la sua città, cercò di organizzare i volontari di Cantalupo, San Polo Matese, Campochiaro, Guardiaregia, Vinchiaturo, Colledanchise, Spinete, Sant’Elena, Castel Petroso, Macchiagodena, Sant’Angelo in Grotte e di altri centri, che volevano unirsi ai garibaldini.

Girolamo Pallotta aveva a disposizione circa tremila uomini, scarsamente armati e senza  esperienza al combattimento, quando arrivò la notizia che le truppe borboniche ed i reazionari avevano rioccupata la città di Isernia.

Avendo valutato di non poter intervenire in soccorso della città con i suoi volontari e  temendo che quella riconquista avrebbe potuto incoraggiare altri movimenti reazionari sia nella sua città  natale che nei centri limitrofi già “liberi, giudicò urgente, senza il coinvolgimento del governatore della provincia di Molise, incontrare Giuseppe Garibaldi, nel frattempo trasferitosi nella città di Caserta.

G. Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre 1860. Si trasferì a Caserta per liberare Capua. G. Pallotta a Bojano il 5 settembre era stato proclamato pro-dittatore del governo provvisorio della città natale. (foto da "La camicia rossa" di A. Mario, ed.ne Antilia.

 Scrisse Mario ne La camicia rossa: …. Già la reazione si manifesta nel Molise, e un oratore di Bojano (Girolamo Pallotta, n.d.r.) capitò stamane a impetrare dal dittatore aiuto d’uffiziali esperti e qualche battaglione. Lo so. Il nemico allungò il suo corno sinistro e fece una punta ad Isernia per foraggiare, per suscitare partigiani negli Abruzzi e per contrastare il passo all’esercito del nord. Innocenti sforsi! Garibaldi or ora mi disse: L’abbiamo fiaccato il 1° ottobre; è impotente“.

Girolamo Pallotta, più degli ufficiali dell’esercito garibaldini, più di Garibaldi, era preoccupato per l’occupazione della città di Isernia dove la reazione era stata di una violenza inaudita verso coloro che avevano manifestato simpatia per i “liberali“: il figlio del suo amicissimo di cuore e di fede Stefano Iadopi  d’Isernia, scrisse Marucci (1923), era stato barbaramente trucidato.

Non è dato sapere dove soggiornò a Caserta Girolamo Pallotta, ma di buon mattino cercò di incontrare Garibaldi per potere illustrare,  con dovizia di particolari, gli avvenimenti che erano accaduti nel Molise.

Scrisse Mario: … bevendo il caffè e aspettando il generale. Il quale indi a poco comparve nel poncho e il fazzolletto di seta sulle spalle. Noi gli facemmo ala per seguirlo. In quel punto gli mosse incotro un gentiluomo sui cinquantanni ( Girolamo Pallotta, n.d.r., cappello in mano. Il colonnello Paggi e i maggiori Gusmaroli e Stagnetti gli saltarono addosso come molossi, intimandogli a voce bassa ma concinta di ritirarsi, chè in quell’ora il generale aveva altro pel capo. (…) E il generale, a cui tornava molesto il troppo zelo, con sguardo acceso: < Lascatelo passare >. E queglino, ingrulliti, ristetterro e diedero volta. E il gentiluomo: < Signor dittatore, non so risolvermi di ripartire per Bojano senza soccorso che v’ho chiesto.

Garibaldi non intendeva dare una risposta positiva, non voleva o non poteva concedere uomini ed armi per dare man forte ai circa tremila volontari patriotti” che attendevano a Bojano, male armati e senza alcuna esperienza ad uno scontro con un esercito regolare e con i reazionari accecati dalla vendetta; sosteneva che coloro che si erano resi liberi, da soli dovevano anche difersi: Mi narraste ieri di tremila patrioti armati e pronti; questi bastano a domare la reazione, o a limitarla dov’è. Il paese liberato deve saper custodire la libertà da se steso. Voi, maggiore delle guardie nazionali di quella provincia, capitanate i tremila.

Senza  la presenza di soldati vostri rispose Girolamo Pallotta, senza l’autorità e la guida di ufficiali del vostro seguito e fra i più valorosi, non se ne caverà alcun costrutto.

Se dovessi mandare battaglioni e aiutanti miei ad ogni grido di paura, rispose sempre irritato Garibali non mi basterebbe l’esercito di Serse. Difendetevi da voi, vi ripeto.

 Pallotta, resosi conto che la sua missione stava fallendo ed avendo ancora vivo nella sua mente l’entusiasmo e la gioia dei suoi concittadini per aver conquistata la libertà, con audacia tenne testa al Generale, rispondendo con prontezza: il vostro rifiuto, eccellenza, vi costerà, oltre al Matese, il Molise, e forse l’Abruzzo .

Il duello verbale continuò con una risposta, accompagnata da uno scatto d’ira di Garibaldi:  La vostra ostinazione va diventando più forte della mia pazienza.

Chiunque altro avrebbe desistito difronte a tale atteggiamento, ma Pallotta con caparbietà: siate indulgente, generale, ponetevi nel mio posto; l’interesse del mio paese mi fa diventare importuno; voi siete patriota anzitutto, e comprederete …. , parole quanto mai appropriate che riuscirono a strappare una promessa da parte di Garibaldi: Ora non ho tempo, ne riparleremo stasera: addio.

 Con l’animo pieno di gioia e soddisfatto per la promessa di un altro colloquio, Girolamo Pallotta trascorse il tempo a girovagare per i giardini della regia di Caserta, mentre i garibaldini e gli altri volontari si preparavano alla partenza per altre memorabili imprese: prioritaria, la conquista della città di Capua.

Sull’imbrunire scrisse Mario ripresentossi a Garibaldi, sollecitatore pertinace degli aiuti contro la reazione e affrontatore imperturbabile del corruccio del generale; talmentechè questi alfine cedette e nominò il tenente colonello Nullo al comando della impresa, il capitano Zosio e me quali suoi aiutanti. Il Paggi suggerì di aggiungervi il maggiore Calderisi, e vi fu aggiunto. Dovevano partire dodici guide a cavallo agli ordini del sottotenente Bettoni e due battaglioni di volontari del Matese e di Sicilia.

La via della "Libertà" (rosso): itinerario seguito dai "garibaldini" richiesti da G. Pallotta a G. Garibaldi per la difesa di Bojano e dei centri "liberi". (rosso).

Girolamo Pallotta aveva vinto!

Oreste Gentile.

 

 

 

150° ANNIVERSARIO UNITA’ d’ITALIA. BOJANO: ciò che non dicono i libri di storia.

marzo 15, 2011

Garibaldi non ancora giungeva nella città di Napoli , capitale del regno borbonico: fece il suo ingresso trionfale il giorno 7 settembre 1860.

Due giorni prima, il 5 settembre, la città di BOJANO si rese protagonista di un avvenimento che arricchiva la sua millenaria storia.

La notizia della spedizione e delle imprese dei Mille aveva accresciuto l’amore per l’unità d’Italia di alcuni patriotti bojanesi che con ansia preparavano la liberazione della loro cittadina  dalla presenza delle forze ancora fedeli al re borbone.

Capo di questi coraggiosi era Girolamo Pallota, come scrisse Nicola Marucci (aprile 1923)un distinto e autentico patriotta, deputato al Parlamento Napoletano del’48  (…). Il Pallotta adunque, d’accordo con tutti i Comitati d’agitazione del Mezzogiorno, anelava il momento di poter tradurre in atto quello che il suo amicissimo di cuore e di fede, Stefano Iadopi d’Isernia, aveva predicato qui il 1848, cioè, in caso di rivoluzione nelle altre parti del Regno, proclamare la immediata istituzione di un “governo provvisorio”.

Nella vigilia dell’agosto 1860, messisi alfine d’accordo i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, mercè l’opera del Persano e del Villamaria, trasformatisi in Comitato unitario nazionale, attendeva il momento opportuno, coi suoi compagni di fede, per far qualche cosa per la grande causa.

Le notizie della Calabria e della Basilicata giungevano qui con rilento, ma quando si seppe che il 2 settembre il Clero di Campobasso, con un discorso adatto alla grande circostanza, detto dal parroco Iapoce, aveva offerto ai volontari garibaldini una bandiera tricolore, allora non si ebbe più ritegno.

La mattina del 5 settembre 1860, su gli antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore si vide sventolare la  badiera tricolore !  Il simbolo invocato, ed aspettato da tanto tempo dagli uomini appartenenti alla nuova fede, apparso e scomparso come meteora nel 1848. era lì a sventolare al sole e alla brezza molisana di quel mita settembre con su la bianca croce di Savoia, e quel simbolo, da tanto tempo desiderato, sognato, finalmente era lì, arra di pace, promessa di quiete per tutti coloro – o quanti! – che avevano sofferto e che avevano veduto i loro cari fuggitivi, dispersi, esuli, carcerati!

Lassù, tra grida festanti e incitatrici, avevano dato all’aura i bei colori i Cacciatori del Vesuvio. Essi, novelli crociati, vennero quaggiù, gridando i loro santi: Italia, Vittorio Emanuele, Garibaldi e cantando: E la bandiera dei tre colori  Sempre stata la più bella  Noi vogliamo sempre quella. Noi vogliam la libertà … .

Erano guidati dai colonelli Pateras, Fanelli e Raimondi. Era loro cappellano il Canonico Bianchi, altri dice il La Riccia, abbruzzese; e degli uomini che seguivano pochi erano armati di schioppo, i rimanenti con lunghe mazze alle cui punte erano stati fermati stili, falci, ronghe ed altri arnesi rurali.

Un borbonico aggiunge: La maggior parte laceri, scalzi, trafelati, insolenti, ecc., e molti già disillusi, desideranti i paterni casali e le ordinarie occuazioni.

Ma che! chi di essi pensava a simlii sciocchezze!

Tutti i boianesi d’ogni classe e il Battaglione della Guardia Nazionale, comandato dal Maggiore Michelangelo Campanella, mossero loro incontro coi soliti < Evviva! > echeggianti per queste nostre convalli e con grander meraviglia dei capi dei Cacciatori del Vesuvio, che non si aspettavano una così festosa accoglienza da parte del popolo.

Ma la ragione bisogna ritrovarla nel fatto che le masse erano state predisposte alla rivoluzione oltre che dal Pallotta, dai liberali Casale, Chiovitti, Nardone, Gatti, Campanella, Sisto, Perrella, Romano, Tiberio, ecc. ecc. e la Guardia Nazionale era veramente e sinceramente di sentimenti italiani.

Il Pallotta, patriotta di incontestabile probità come dice il Colonello Medico Petella, nella sua pregevole opera  < La Legione Matese >, ospitò nel suo palazzo Pateras, Fanelli e Raimondi.

Quivi, nella così detta Loggia dei Pallotta, per acclamazione, Girolamo Pallotta fu acclamato < Pro-dittatore > e dichiarata la decadenza del governo borbonico; la annessione di tutto l’estendimento strategico boianese alla Monarchia del Re Galantuomo; la proclamazione, per esso estendimento, della dittatura di Giuseppe Garibaldi e da quel giorno tutti gli atti civili e giudiziari dovevano essere intestati a < Vittorio Emanuele Re Costituzionale e Giuseppe Garibaldi Dittatore >.

Il Governo provvisorio risultò così costituito: Pallotta Girolamo, Pro Dittatore; Raimondi Ercole, Segretario generale; Romano Gennaro, Tabegna Giovanni Giuseppe, Sisto Biagio, Ministri; Diamente Gaetano, segretario particolare del Governo provvisorio.

E le autorità costituite? Il Sindaco, il Primo Eletto, Antonio Tiberio, era un gentiluomo e liberale di antica data.

Il Vescovo, Monsignor Lorenzo Moffa, da Riccia, era troppo un grande uomo per capire che il mondo si travolgeva, e taque e lasciò fare.

Il Capo Urbano Gennaro D’Ercole aveva anch’egli capito che il suo regno, come quello dei suoi padroni, era terminato.

Il Brigadiere della Gendarmeria Iuliani era da tanto a Boiano e, già troppo boianese per andare a prendersi gatte da pelare, sparve; mentre il Giudice Regio Perna, del comune di Busso, pensò bene ritornarsene al suo non lontano paese natio.

Appena proclamato il Governo provvisorio se ne dette comunicazione al Sotto Intendente d’Isernia, signor Giacomo Venditti, il quale, esultante ed esaltato, rispondeva: < Lo slancio dei popoli è voce di Dio! Il Governo provvisorio in nome di Vittorio Emanuele e Garibaldi Dittatore, è istituito >.

E qui convenivano tutti i liberali dei paesi vicini e cioè: San Massimo, Roccamandolfi, Cantalupo, Sant’Angelo in Grotte, Castel Petroso, Macchiagodena, Cameli (oggi Sant’Elena Sannita) Spinete, Colledanchise, Vinchiaturo, Guardiaregia, Campochiaro, San Polo Matese, ecc., ecc. Insomma Boiano, in quei giorni divenne una ….. Clobenza a rovescio !

In quella circostanza si trovarono qui alcuni ufficiali borbonici di artiglieria e del genio provenienti dalla fortezza di Civitella del Tronto, i quali subito fecero causa comune con la ribelle genìa dei liberali e diressero i lavori di difesa per una eventuale incursione delle forze borboniche d’Isernia o degli Abruzzi. Essi poi passarono nell’esercito nazionale e furono utili all’assedio di Capua e Gaeta.

Intanto per forza delle cose accadute in Boiano, il giorno sette settembre i comuni di Guardiaregia e di S. Polo Matese, l’otto quelli di Campochiaro e Spinete (lo stesso giorno d’Isernia) si pronunciarono pel nuovo ordine di cose.

Larino proclamò il Governo provvisorio il sei. Venafro che allora faceva parte di terra di Lavoro e che con Decreto Luogotenenziale del 17 febbraio 1861 passo al Molise, fece anche essa atto di adesione unitaria il giorno dodici, proclamando anch’essa il Governo provvisorio. Però è giustizia convenire che Venafro si trovava in condizioni topografiche speciali e fare del patriottismo era un sentimentalismo pericoloso con al sua posizione speciale!

E perciò vanno spiegate anche le successive alternative liberali-borboniche e le processioni capitolari e il frascheggiar di rami d’olivi che devono essere messi in relazione con la speciale posizione e il trovarsi fra Gaeta, Capua e Cassino, da una parte, e degli Abruzzi e Isernia dall’altra.

Il giorno 7 settembre del 1860, Giuseppe Garibaldi fece il suo ingresso trionfale nella capitale del regno borbonico, NAPOLI, e proclamò il Governo dittatoriale; continua Marucci: il Municipio di Boiano, sindaco Antonio Tiberio, decretava la sua cittadinanaza  onoraria all’eroico Dittatore Giuseppe Garibaldi il quale, cordialmente, accettava tale attestazione, donando al Battaglione della Guardia Nazionale una splendida serica bandiera tricolore, (che è quella che oggi il Comune ha ed espone come sua), mille fucili e un proporzionale numero di casse di munizioni.

Il Municipio decretava inoltre la cittadinanza onoraria al Segretario generale del Governo pro-dittatoriale Ercole Raimondi.

Con decreto dittatoriale dell’otto settembre, essendo stato nominato < Governatore della provincia di Molise con poteri illimitati > Nicola De Luca, il Governo provvisorio di Boiano con suo decreto del dieci (anche per alcune donchisciottesche minacce del De Luca), si chiamava sciolto, facendo novello atto di adesione al governo proclamato nell’augusto nome di Vittorio Emanuele, Re d’Italia, e rassegnava ogni potere politico nelle mani del predetto Governatore De Luca.

Nel frattempo però le forze liberali aveva già fortemente occupato tutte le posizioni strategiche di Bojano e d’Isernia.

Sicchè Boiano, nella storia della nostra rigenerazione, come allora si diceva, ha una pagina veramente gloriosa ed anche eroica, aggiungo io.

Eroica perchè essa si trovava a poca distanza da Isernia a Campobasso e sulla nazionale dei Pentri; Isernia centro indispensabile per Capua e Gaeta, sulla via degli Abruzzi, pel rifornimento di quelle fortezze; Campobasso, capoluogo della provincia, facile via verso Napoli, Boiano poteva divenire il centro della reazione borbonica per le numerose truppe che dagli Abruzzi, bloccata Isernia, potevano qui riversarsi.

La storia, l’eroismo è inconscienza! Boiano invece la cittadella della libertà e qui tutti ripararono per isfugire dalle feroci reazioni dei non lontani comuni, poichè qui non vi fu un solo reazionario!

I sapienti del poi, i senza patria e i senza ideali trovarono, tanto da ridire sul Governo provvisorio di Boiano, trovarono tutto da criticare, il prezzo del sale e anche un cannone di legno cerchiato di ferro, fatto qui costruire. Eppure i cannoni di legno, cerchiati di ferro, oramai appartengono alla storia e celebrati son quelli di Gavinana, ed argomento d’orgoglio nella cronistoria delle Cinque giornate!(…).

Qui dunque non vi fu reazione. Di qui partirono invece le belle falangi dei nuovi cavalieri della libertà per reprimere la reazione d’Isernia; di qui passarono i fiori più gentili della cavalleria garibaldina. (…).

Concludendo?

Boiano, tra le tante pagine della sua storia ignorata, misconosciuta, derisa anche, (perchè no?) ne ha una veramente gloriosa ed è quella del 5 settembre 1860, nel qual giorno (era di mercoledì), due giorni prima che Garibaldi entrasse in Napoli, proclamò la decadenza della Dinastia borbonica e la Dittatura di Giuseppe Garibaldi con Vittorio Emanuele re d’Italia.

Tale atto d’immensa audacia, che, ripetendosi le tragedie del 1899, del 1821, e del 1848, poteva avere per epilogo la forca, fu compiuto da Girolamo Pallotta e da pochi altri boianesi audaci come lui e perciò sarebbe doveroso ricordare con un marmo, un sasso, una corona  – che divenisse testimonianza alla più lontana posterità – il luogo, la data e il nome di quegli uomini che tanto amore portarono per l’Italia.

Oreste Gentile.

L’EPOPEA DELLA FAMIGLIA “DE MOULINS/DE MOLINIS/DE MOLISIO” NARRATA DAL CONTE RODOLFO. (2^ parte: UGO (II) DE MOLINIS E LA FINE DELLA DINASTIA NORMANNA).

marzo 13, 2011

Il conte Ugo (II), una volta assunta la titolarità della contea di Bojano, gli fu molto riconoscente: gli concesse in perpetuo il feudo di Sepino, che in seguito fu ereditato da Ugo, suo figlio, i cui discendenti divennero “signori di Campobasso: Ugo di Molise, signore di Sepino, dona alla chiesa di S. Croce dello stesso luogo l’eredità di Tristaino e dei suoi figli, pro anima comitis Ugonis et comitis Simonis et pro anima Robberti patres meo . 

Perchè non si crei confusione tra i miei discendenti ricordati nella donazione alla chiesa di S. Croce sita in Sepino, Ugo di Molise, dominus Campobassi, è figlio di Roberto, il conte-reggente, fratello del defunto conte Simone e zio del minore Ugo (II) titolare della contea di Bojano. Ugodomnus Campobassi, nella sua donazione volle ricordare anche il conte Ugo (I), il conte Simone  e mio fratello Tristaino.

Il conte Ugo (II) de Molinis, mio diletto pronipote, aveva ereditato la mia ambizione, il mio coraggio, la mia diplomazia. Amò sempre l’essere indipendente, proprio nel momento in cui, nell’anno 1130, l’assetto politico ed amministrativo nell’Italia centro-meridionale stava cambiando radicalmente con l’istituzione del regno normanno di Sicilia ad opera di Ruggero II Altavilla.

L’ascesa di Ruggero II alla carica di re significò, per i signori delle regioni dell’Italia centro-meridionale, e fra questi il conte Ugo (II) de Molinis, il dover subire l’ambizioso progetto regale di unificare politicamente ed amministrativamente i loro territori sotto un’unica autorità, rappresentata dalla monarchia degli Altavilla.

Il carattere indipendente del conte Ugo (II) de Molinis, come vedremo, gli procurò non pochi problemi, che affrontati con opportune ed accorte operazioni politiche, si rivelarono poi fonti di enormi benefici.

La rivolta nel regno normanno di Sicilia contro il progetto accentratore dell’Altavilla, vide schierati dalla parte dei ribelli il conte Rainulfo di Alife e suo cognato Roberto II, principe di Capua; Sergio, duca di Napoli; Tancredi di Conversano ed, a momenti alterni, il papa Innocenzo.

Ugo (II), detto Ugone, de Molinis, conte di Bojano, in qualità di feudatario del principato di Capua nella cui giurisdizione erano compresi i territori delle antiche contee di Venafro e di Isernia e parte della Terra Burrellensis, si schierò fin dall’inizio con gli ispiratori della rivolta.

Considerata la grande importanza strategica che la contea di Bojano rappresentava per le comunicazioni tra l’Italia centro-settentrionale e quella meridionale, certamente non poteva assumere una posizione di neutralità, né Ugo (II) poteva tradire l’amicizia e la fiducia dei principi di Capua.

Nell’anno 1132 il re Ruggero II intervenne in Puglia per sedare le rivolte che Tancredi di Conversano aveva fomentato nella città di Brindisi e di Bari; l’ordine ed il potere del re furono ristabiliti e, di conseguenza, furono imprigionati ed inviati in Sicilia il principe di Bari, Grimoaldo e la suo famiglia, una delle ultime testimomianze della presenza e del potere dei Longobardi in Italia. Ruggero II continuò la sua azione tendente a ristabilire la sua autorità ma, presso la città di Nocera, fu costretto a ritirarsi ed a rifugiarsi a Salerno, i cui abitanti erano ancora suoi fedeli sostenitori.

Il papa Innocenzo, preoccupato al pari degli altri alleati, tra cui il conte Ugo (II) de Molinis, dei progetti espasionistici del re normanno, fece venire in Italia l’imperatore Lotario, con il pretesto di volerlo incoronare; mentre gli altri alleati, Roberto II, principe di Capua, ed il conte Rainulfo di Alife, si preoccupparono di chiedere soccorso ai Pisani ed ai Genovesi.

Questo spiegamento di forze e la sconfitta subita presso Nocera, non demoralizzarono Ruggero II, anzi lo spinsero ancor più a realizzare i suoi programmi e, abile diplomatico quale era, seppe coinvolgere nella lotta, come suoi alleati, i contigenti Saraceni presenti in Sicilia. Una dopo l’altra, ed in tempi successivi, furono conquistate, a partire dall’anno 1133, le città di Venosa, Trani, Troia e Melfi.

Nei pressi della Valle Caudina il re Ruggero II fu costretto a sostenere uno scontro con l’esercito allestito dal conte Rainulfo di Alife, dal Sergio, duca di Napoli, e dal conte Ugo (II) de Molinis della contea di  Bojano.

La battaglia, ancora una volta, non fu favorevole ai ribelli e a pagarne maggiormente le conseguenze fu il mio illustre discendente Ugo (II):  forse perché politicamente meno protetto degli altri suoi alleati, fu costretto, nonostante una sua diplomatica richiesta di perdono rivolta al re, a rinunciare alle terre della contea di Bojano site lungo il corso orientale del fiume Biferno, nonchè al feudo di Castellammare posto alla foce del fiume Volturno.

La contea di Bojano veniva pertanto a comprendere solo i territori già della contea di Venafro, della contea di Isernia e parte della Terra Burrellensis, ricadenti nel principato di Capua; mentre i distretti territoriali posti ad oriente del fiume Biferno, di pertinenza del ducato di Puglia, furono amministrati dall’autorità regale.

Questo parziale atto di clemenza del re non servì a placare l’animo ribelle e lo spirito indipendente di Ugo (II) de Molinis, conte di Bojano; infatti non si rassegnò a vedere ridimensionato il dominio che i suoi avi avevano realizzato con tanta abilità; cercò in ogni modo, fidando della sua alleanza con i ribelli, di riconquistare quanto gli era stato confiscato.

Dopo aver abbandonato il castello di Rocca Bojano, conte Ugo (II) si rifuggiò a Venafro per essere vicino in caso di fuga alla città di Capua, capoluogo dell’omonimo principato; fomentò una nuova, quanto sfortunata resistenza contro re Ruggero II che, ancora una volta vittorioso, occupò e distrusse quella provvisoria residenza comitale.

La pazienza del re nei confronti di questo mio indomito discendente, che in alcun modo voleva piegarsi alla sua autorità, ebbe termine: Ugo (II) de Molinis fu privato anche di ciò che restava della contea di Bojano e quale nuovo titolare della contea  di Bojano fu nominato tale Riccardo di S. Agata, figlio di Riccardo, la cui gestione fu limitata solo all’amministrazione ordinaria ed alla esecuzione degli ordini regali.

Divisone (verde) della contea di Bojano dopo la ribellione del conte Ugo (II) de Molinis.

Ugo (II), detto Ugone, de Molinis nonostante le sconfitte, seppure lontano dalla sua contea, continuò inutilmente a contrastare i programmi egemonici di re Ruggero II che, nel corso degli anni, si consolidavano sempre di più: il principato di Capua fu affidato a suo figlio Anfuso, quindi anche l’antica dinastia dei Drengot, i primi Normanni arrivati in Italia, perse definitivamete il potere; il ducato di Puglia fu affidato a Ruggero III, figlio del re.

La contea di Bojano che a me interessava più di ogni altra del nuovo regno di normanno di Sicilia, fu suddivisa amministrativamente tra il principato di Capua, con i territori compresi nell’ex contea di Venafro e dell’ex contea di Isernia, parte dell’ex Terra Burrellensis e la stessa città di Bojano, capoluogo della omonima contea, ed affidata a Roberto di S. Agata; mentre gli altri territori ad oriente del fiume Biferno, furono amministrati da Ruggero III, duca di Puglia.

Se l’abilità militare di Ugo (II) de Molinis aveva fallito, la sua abilità diplomatica lo portò a ricevere la grazia del re ed un nuovo, quanto insperato successo politico,  utilizzando l’ultima carta che gli era rimasta da giocare: l’antica amicia che aveva unito la famiglia dei de Molinis/Moulins a quella degli Altavilla/Hautanville.

Nei periodi in cui il conte Ugo (II) e sua sorella avevano avuto l’opportunità di visitare e di soggiornare a Palermo presso la famiglia degli Altavilla, era nata una grande simpatia, che poi si sarebbe trasformata in amore tra il conte Ugo (II) de Molinis ed Adelaide, sorella del futuro re Ruggero II, e tra quest’ultimo e la sorella del conte di Bojano. Un amore che durò nel tempo e sopravvisse a tutti gli avvenimenti che coinvolsero i due cognati: il conte Ugo (II) ed il re Ruggero II.

Il conte Ugo (II) de Molinis ricavò grandi vantaggi: nell’anno 1142, in occasione dell’assemblea generale di Silva Marca cui parteciparono il re Ruggero II, Anfuso principe di Capua e duca di Napoli e tutti i conti, i baroni ed altri sudditi del regno, Ugo (II) de Molinis tornò in possesso della contea di Bojano e fu anche nominato Justitiario del regno, grazie alla intercessione di Adelaide, divenuta sua moglie, presso il regale fratello.

Non solo le suppliche di Adelaide contribuirono alla pacificazione del marito con il re Ruggero II, ma, ancora più l’interessamento della sorella del conte Ugo (II), divenuta l’amante di re Ruggero II di Altavilla, da cui aveva avuto un figlio che aveva chiamato Simone, in ricordo del padre.

L’amore sacro e l’amore profano aiutarono Ugo (II) de Molinis, mio più illustre discendente, ad essere di nuovo titolare della contea di Bojano che, con la riorganizzazione del regno normanno di Sicilia, assunse il nome di contea di MOLISE, termine che derivò dal nome della mia città natale: MOULINS, da cui il nostro cognome MOULINS, italianizzato MOLINIS o MOLISIO.

La contea normanna di MOLISE (confini rosso), già contea di BOJANO, del conte UGO (II) de MOLINIS/MOLISIO.

La contea di Molise era la più grande e la più compatta della conteee del regno normanno di Sicilia e resa sempre più importante per la sua posizione geografica tra le frontiere della Puglia e della Campania; i suoi confini ricalcavano quelli stessi della contea di Bojano nel momento della sua massima espansione, da me iniziata e conclusa da mio figlio, il conte Ugo (I) de Molinis.

I suoi territori erano compresi nelle due province continentali in cui era stato diviso il regno normanno di Sicilia ed amministrativamente facevano parte di due delle dieci Connestabilie in cui le suddette province erano state divise: quella di Landolfo Borrello, di pertinenza del principato di Capua, quella di Guimondo di Montelerre e di Ruggero Borsello, pertinenti al ducato di Apulia.

La contea di MOLISE, già contea di BOJANO (confini rosso). Principato di Capua (a) e ducato di Apulia (b). (1) territorio della contea amministrato dal "connestabile " Landolfo Borrello. (2) Territorio della contea amministrato dal "connestabile" Guimondo di Montelerre. (3) territorio della contea amministrato da Ruggiero Borsello, poi da Guglielmo Scalfo, duca di Aquila.

La Roccam de Principatu (l’odierna Rocca di Oratino, n.d.r.) nella contea di Molise, già contea di Bojanorappresentava uno dei principali capisaldi di confine tra i territori pertineti al principato di Capua ed a quelli del ducato di Apulia.

La "Roccam de Principatu", oggi Rocca di Oratino.

Soprattutto per l’alto incarico di Justitiario del regno, la presenza a Bojano di Ugo (II), detto Ugone, de Molinis, titolare della contea di Molise, non fu molto assidua: la nostra città non poteva più offrirgli le comodità e le opportunità che trovava nella residenza della città di Palermo, nella  reggia di Ruggero II, suo autorevole suocero (e cognato): Cum olim Panormi Hugo Molisinus Comes Rogerij Siciliae Regis gener, idemq; …. L’abituale presenza presso il re, gli offriva l’opportunità di essere sempre a conoscenza delle decisioni prese dalla corte reale,  permettendogli di intervenire tempestivamente qualora  fossero lesive al suo prestigio ed alla titolarità della sua contea.

Una delle sue rare presenze nella contea di Molise risale all’anno 1144, allorquando assistette con alcuni suoi baroni, fra cui un certo Marmone, Juliano di Castropignano, Miniero di Palena e Matteo di Pettorano, ad una causa tra il preposto del monastero di san Pietro Avellana ed il vescovo di Trivento, per il possesso delle chiese di S. Lorenzo e di S. Marco, site nel territorio di Agnone.

Quattro anni dopo lo troviamo nella città di Limosano ove tenne una corte con i suoi baroni, magnati, giudici e boni homines, per la stipula di una concordia tra Ugo Markese, signore del castello di Lupara e del castello di Castelbottaccio, con l’abate Giovanni del monastero di Santa Sofia di Benevento, riguardante il pagamento di un tributo da parte degli uomini della chiesa di S. Angelo in Altissimo di Civitacampomarano: . UGO  COMES molisianun sedens pro tribunali intus in civitate limosane cum baronis magnatibus iudicibus aliisque suis bonis hominibus qui subterscripti sunt testes, ….

Nell’anno 1149, il conte Ugo (II) de Molinis è a Bojano, sua città natale capoluogo della contea di Molise, per confermare un privilegio di donazione di alcuni beni siti in Castrum Vetus di Sepino in favore del monastero di Santa Sofia di Benevento, che io ed i miei figli avevamo già donato,  insieme con quelli siti nel castrum di Toro e di S. Giovanni in Galdo, donati dagli altri nostri parenti, ovvero da mio nipote Roberto, figlio di Tristano:Anno millesimo centesimo quadragesimo nono ab ejus  incarnatione Mense marcij, indictione undecima. Ego Ugo boianensis Comes filius quondam bone memorie S(imonis comitis) (notum)  facio …  

Il conte Ugo ( II), forse nella sua ultima presenza nella città natale, scelse una formula inedita per quella donazione, dichiarando Ego Ugo boianensis Comes  e non conte di Molise.

Un’ultima visita è documentata nella città di Venafro nell’ano 1153 in occasione della stipula di una “concordia” con l’ abate Giovanni del monastero di Santa Sofia di Benevento per confermare le cessioni  sottroscritte anni prima nella città di Bojano.

Il conte Ugo (II) de Molinis seppe ben interpretare il suo ruolo e svolgere con diligenza e competenza tutti gli impegni politici-amministrativi di cui era investito; seppe scegliere bene i suoi collaboratori ai quali aveva affidato la conduzione dei distretti territoriali delle civitas e dei castrum.

Alla sua epoca erano civitas e sedi vescovili: Venafro, Isernia, Bojano, Trivento, Limosano, Sepino e, fatta eccezione per di Limosano di cui si ignora ancora oggi il nome antico del sito italico, tutte le altre derivano dagli antichi insediamenti pentri, divenuti poi colonie o municipi romani (o ambedue in epoche diverse), continunado la loro vita pubblica ed ecclesiastica nel periodo longobardo, come conteee e sedi di diocesi episcopali.

Le castella o i castra erano centri meno popolosi, di solito circondati da mura e da altre fortificazioni di difesa; erano subordinate al signore che poteva essere il conte stesso o qualche dominus laico o ecclesiastico.

Il possesso della contea di Molise, con le sue città, le baronie ed i feudi, comportò per il mio illustre discendente, il conte Ugo (II) de Molinis, una serie di diritti e di doveri nei riguardi del suo re e cognato, Ruggero II di Altavilla, a cui doveva fedeltà ed omaggio, e nei riguardi di quanti erano da lui amministrati.

Era obbligato a mantenere l’ordine e ad amministrare la giustizia; aveva il dovere di proteggere le chiese e le persone ecclesiastiche, in cambio del giuramento di fedeltà e di assicuratio.

Era responsabile del servizio militare sia per fornire gli uomini, sia per dare il proprio contributo finaziario per il pagamento della collecta; godeva del privilegio di chiamare a raccolta i propri milites, di comandarli in guerra e di ispezionere le loro armi ed il loro equipaggiamento.

Il conte Ugo (II) poteva usufruire del mercato, del diritto di pedaggio e di regalie di tipo fiscale, aveva il diritto di nominare i fattori, i giudici ed i notai, esercitava il diritto di patrocinium e riceveva gratis tutti i servizi dai suoi locatari.

Nella contea di Molise, il diritto di franchigia del conte Ugo (II) era limitato solamente dalle emissioni dei suoi stessi privilegi e da quelli dei suoi predecessori mentre, nelle terre dei baroni e degli altri signori dei castella, il suo diritto era limitato dalle condizioni già in precedenza stabilite.

Tutti gli abitanti della sua contea, inclusi i baroni ed i cavalieri, furono soggetti alla giustizia di Ugo (II) di Molinis; le ultime due categorie potevano esserne escluse solo per cause che implicassero perdita di terreni, di dignità e di vita.

A tal fine fu istituita una procedura per cui il conte o un suo sostituto dovevano mettere per iscritto le disposizioni di entrambe le parti in giudizio e trasmettere il documento al re o alla sua corte che avrebbe espresso il giudizio, nel rispetto delle leggi vigenti.

Al riguardo è significativa la lista delle istanze dei reati della Justiticia domini regis e delle pene previste redatta dal conte Ugo (II) de Molinis nell’anno 1153:

homicidium Voluntarie incensio. Latrociniam boam equorum et asinorum. Ruptura domorum violenta. Furtum aliarum valentium ultra quinque romanatos. Incisio arborum fructus ferentium et vinearum. Aggressio et depredatio que sint hominibus simpliciter per viam enuntibus. Violentia mulieri ilata. Adulterium..

Le punizioni inflitte per i crimini elencati consistevano nella pena di morte, nella mutilazione e nel taglio dei capelli per le donne. Quando le punizioni erano di natura pecuniaria, il conte Ugo (II) de Molinis, aveva il pieno controllo del suo deposito e ne attribuiva la metà dell’ammontare a se stesso, l’altra metà ai signori del luogo in cui il reato era stato consumato. Le pene minori erano a discrezione della corte del conte.

 Per svolgere il proprio mandato amninistrativo e giudiziario il conte Ugo (II) de Molinis si avvaleva della curia, ove era assistito dai vescovi della contea, dai baroni reali e comitali, dai cavalieri, dai giudici della città e dei castella e  dagli ufficiali della contea.

 Come fu scritto nel Catalogus BaronumUgo (II) de Molinis, conte di Molise, poteva disporre nella sua estesa contea, i cui territori amministrativamente erano compresi tra il principato di Capua ed il ducato di Apulia: Una sunt de proprii feudi predicti Comitis Hugonis de Ducatum milites LXXI et dimidius et augmentum eius sun milites LXXI et dimidium. Una inter feudum servitii de Ducatu et augmentumsunt milites CXLIII et servientes CXXXVIII. Una tam demanii quam servitii Ducatum et Principatus predicti Comitis Hugonis de Mulisio sunt milites CCCCLXXXVI et servientes DCV.

 

 

Le relazioni che il conte di Molise aveva con la Chiesa della contea erano regolate dall’obbligo di tutti i sudditi del regno di proteggere e difendere le chiese, le loro proprietà e di osservare i privilegi delle persone e delle cose ecclesiastiche. I vescovi essendo dipendenti direttamente dal re e dal papa non erano sudditi del conte come gli altri abitanti della contea; ma i vescovi sedevano nella corte del conte, quando gli argomenti da discutere erano di materia ecclesiastica.

La contea di MOLISE (confini rosso, anno 1142), già contea di BOJANO, ed alcuni centri (punto rosso) elencati nel "Catalogus Baronum".

 

Tutti i membri della mia famiglia si sono dimostrati sempre dei ferventi cristiani e non hanno mai trascurato di elargire ai monasteri di Montecassino e di Santa Sofia di Benevento offerte in denaro e donazioni di immobili con tutte le loro pertineneze, siti in diverse località della nostra contea.

Il mio discendente conte di Molise, non mancò di fare omaggio ad Ugo, , ed alla chiesa madre della città, le reliquie di Santa Cristina, il cui corpo era conservato e venerato nell’antica città di Sepino.

Correva l’anno 1160.

Di lì a poco, la morte colse il conte Ugo (II) de Molinis, in quel di Palermo, senza aver avuto la possibilità di poter rivede, come era nel suo intento, la natia città di Bojano.

Non avendo lasciato eredi leggitimi, la mia famiglia si estinse con Ugo (II) de Molinis, conte di Molise, già contea di Bojano, e justitiario del regno normanno di Sicilia.

 Ciò che accadde nei periodi successivi non  interessa la mia narrazione.

So che furono periodi molto turbolenti.

La mia contea, infatti, da allora inizò una lunga decadenza, anche perché vennero a mancare uomini in grado di amare questa terra e trasmettere ai propri figli l’orgoglio di quanti l’avevano sempre gelosamente difesa: all’inizio i Pentri e dopo noi Normanni.

Ego Rodolfo de Moulins, conte di Bojano.

L’EPOPEA DELLA FAMIGLIA “DE MOULINS/DE MOLINIS/DE MOLISIO” NARRATA DAL CONTE RODOLFO. (1^ parte: dall’arrivo in Italia al CONTE ROBERTO.)

marzo 13, 2011

La mia storia inizia con l’arrivo in Francia di mio nonno, Guimondo/Guimond/Guimund), al seguito dei conquistatori Normanni (northmen=uomini del nord) capeggiati da Rollone.

Essi, avidi predatori discendenti dai grandi navigatori Vichinghi, nell’anno 911 risalirono la Senna e, devastando e saccheggiando i territori attraversati, si scontrarono con l’esercito francese, guidati dal re Carlo il Semplice, accorso in aiuto delle popolazioni assediate.

I Normanni furono sconfitti presso Chartes ma, nonostante ciò per l’abilità diplomatica del loro condottiero Rollone, sottoscrissero un trattato di alleanza che concedeva una parte della Bretagna e tutta la Neustria, già da loro conquistata, fino ai confini del Main e del Perche.

Con il tempo le pacifiche conquiste dei Normanni si estesero nei territori che comprendevano i distretti di Bayeux e Sèes (anno 924) ed in quelli di Avranches e Coutances; tant’è che i discendenti di Rollone, morto nell’anno 931, ebbero l’investitura di duchi di Normandia.

Guimondo (I) ebbe la titolarità del feudo appositamente istituito nel territorio della Marche (frontiera), tra la Neustria e il Perche, con capoluogo il castrum di Moulins e degli insediamenti difensivi di Bonsmoulins e Vernemil, onde proteggere i confini posti a nord ovest della Francia.

Il territorio intorno a MOULINS-LA MARCHE.

MOULINS LA MARCHE.

BONSMOULINS: ruderi di una fortificazione e portale di una chiesa.

Guimondo (I), vivendo ancora nell’anno 1033, ebbe per moglie Maria e per figli Guimondo (II) ed Alberada/Albarede/Auberee, andata in sposa a Raoul Tesson/Taisson, signore di Cinglais.

Alla sua morte l’amministrazione dei territori del castrum di Moulins, passò a mio padre, Guimondo (II) che  con la moglie Emma e la numerosa prole fece diverse donazioni alla chiesa di Saint Pere de Chartes ed all’abbazia di St. Evroult: …, ego Guidmundus et mea uxor Emma, cum nostra prole, () De Molinis videlicet meo castro decimam mercati totius anni concedo, et de omni tributo pertinenti ad ipsum castrum …. () Haec vero donatio loci ut firma in perpetuum permaneat, manibus propriis hanc cartam corroboravimus, ego et uxore mea et filii nostri; domno Guillelmo comiti, ex cujus beneficio tenere videor. () S. Guillelmi comitis. S. Guillelmi filii Osberti. S. Guimundi, qui hanc donatione fecit. S. Emmae uxoris ejus. S. Rodulfi filii ejus. S. Rodberti filii ejus. S. Antonii filii ejus, S. Guimmundi filii ejus. S. Hugonis filii ejus.(S. Guillelmi de Placis). S. Allani filii ejus. S. Guillelmi filii ejus. S. Toresgaudi filii ejus.

Le alterne vicende che videro protagonisti i duchi di Normandia e i loro feudatari, non furono favorevoli alla mia famiglia, tant’è che mio padre, Guimondo (II),  figlio di Guimondo (I), a seguito della sua ribellione contro il duca Guglielmo il Bastardo, fu privato insieme con tutti i suoi eredi dei feudi di Moulins, Bonsmoulins e Vernemil, assegnati ad Alberada, mia zia, figlia di Guimondo (I ).

Io, Rodolfo (II) de Moulins, primo figlio di Guimondo (II) e di Emma, con i miei fratelli Roberto, Antonio, Guimondo (III), Ugo, Alanno, Guglielmo, Toresgando e Tristano, avevo perso ogni avere e non ero più nelle condizioni di rivendicare i miei diritti.

Abili come eravamo nel cavalcare e nell’usare le armi e, potendo contare sulla fedeltà dei nostri sudditi, da alcuni anni avevamo abbandonato la Normandia con lo scopo di conquistare nuove terre.

Avevo avuto notizia già da diverso tempo che molti dei miei connazionali erano soliti intraprendere lunghi viaggi per visitare la città di Roma, sede del papa, e che di là proseguivano per monte s. Michele del Gargano luogo dell’apparizione dell’Arcangelo, e per la Terra Santa.

I racconti che essi facevano al loro ritorno erano ricchi di particolari che ben descrivevano e decantavano le bellezze dei territori attraversati, le risorse che potevano essere sfruttate al fine di creare ricchezza e potere, ma, soprattutto, la scarsa organizzazione politica e militare degli occupanti di quei territori.

Si diceva che queste popolazioni discendessero da quelle longobarde e franche che si erano impossessate di gran parte dell’Italia dopo la caduta dell’impero romano e dopo la lunga guerra greco-gotica.

Queste popolazioni non avevano ancora sopito i disaccordi sulla gestione del loro potere e su come fronteggiare l’invasione dei Saraceni.

Quei racconti stimolarono e rinverdirono la mia passione per l’avventura e di comune accordo con i miei fartelli Guimondo (III), Ugo e Tristano abbandonai la Normandia ed insieme partimmo alla volta dell’Italia meridionale.

Gli altri miei fratelli Roberto, Antonio, Alanno, Guglielmo e Taresgando preferirono restare; altri seppi in seguito, erano emigrati verso l’Inghilterra, presso un lontano parente.

La nostra separazione in seguito si sarebbe dimostrata negativa per come si svolsero gli avvenimenti che mi avrebbero visto sì protagonista, ma non al punto da poter far scrivere di me pagine di storia memorabili, al pari di quelle dei miei connazionali appartenenti alle numerose famiglie dei Drengot e, soprattutto degli Altavilla, il cui “cognomine” italianizzato, derivò da Hautanville, loro paese di origine, come quello della mia casata de Moulins, de Molinis o de Molisio.

Quando decisi con i miei fratelli di partire per l’Italia, ero già sposato con Alferada che mi aveva dato sette figli: Ugo (I), Ruggero, Roberto, Rodolfo (II), Guglielmo, Adelizia e Beatrice.

Il viaggio non fu privo di imprevisti; la nostra presenza non sempre fu accolta con simpatia dalle popolazioni che incontravamo durante il lungo ed avventuroso viaggio verso l’Italia meridionale, dove ci avevano preceduto e già avevano preso la residenza i fratelli del mio amico Roberto di Hautanville/Altavilla.

Contavo di costruire la mia fortuna e quella dei miei altrettanto sfortunati congiunti sulla loro amicizia e sulla loro alleanza.

La scarsa ospitalità ed il rigore del clima furono le principali cause di una grave malattia contratta da mia moglie Alferada che ci costrinse più volte a rallentare il nostro viaggio.

Roberto di Altavilla decise di raggiungere prima di noi il fratellastro Guglielmo detto Braccio di Ferro, la cui abilità politico-militare gli aveva dato la possibilità di essere, nell’anno 1042, già conte di Puglia, regione da lui liberata dalla presenza dei Bizantini.

Correva l’anno 1045 quando, con mia moglie Alferada, con i miei figli, con i miei tre fratelli e con i nostri fidati seguaci, giunsi presso il monastero di Montecassino per una breve sosta ristoratrice.

Il desiderio di visitare la famosa abbazia benedettina fu irresistibile: come era usanza di rispetto verso il luogo santo, depositammo all’esterno di essa tutte le nostre armi per accingerci a pregare.

I militi che erano preposti alla difesa del monastero, credendoci loro nemici, vigliaccamente, profanando il sacro luogo, irruppero nella chiesa e trucidarono quindici dei miei uomini migliori; gli altri spaventati riuscirono a fuggire soprattutto per condurre in salvo mia moglie Alferada, sempre più sofferente per la sua malattia, e le mie due figlie Adelizia e Beatrice.

Fortuna volle che trovarono rifugio presso Rocca S. Andrea; mentre io, i miei figli ed i miei fratelli, dopo una strenua quanto inutile resistenza, fummo fatti prigionieri.

La notizia della mia prigionia raggiunse rapidamente sia ai Normanni stanziati nella vicina città di Aversa, che corsero subito in mia difesa, non senza prima aver occupato per vendetta alcuni castelli di proprietà dell’abbazia, fra cui S. Vittore e la stessa Rocca S. Andrea dove risiedevano mia moglie e le mie figlie; sia gli altri miei connazionali, guidati da Drogone, l’altro fratellastro di Roberto di Altavilla, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro nella titolarità della contea di Puglia.

Con l’aiuto del principe di Salerno, il longobardo Guaimario V, di cui Drogone aveva sposato la figlia, la mia libertà e quella di tutti i miei congiunti fu ottenuta senza colpo ferire: fu pagato solo un riscatto pari a mille tareni.

Un eventuale scontro armato tra le opposte fazioni avrebbe potuto arrecare danni irreparabili al monastero di s. Benedetto e compromettere seriamente l’amicia e l’allenza dell’abate.

Gli avvenimenti che si erano così rapidamente succeduti causarono un aggravamento delle condizioni di Alferada che presto lasciò la vita terrena.

Questi spiacevoli imprevisti non ci demoralizzarono perché la solidarietà dimostrataci dai nostri connazionali che già avevano avuto modo di realizzare i loro sogni di conquista, ci incoraggiò a restare in Italia ed a resistere, per intraprendere con il loro aiuto tutte le iniziative politico-militari per realizzare i nostri sogni di potere e di gloria.

L’amicizia con gli Altavilla e soprattutto con Roberto, che per il suo valore e per la sua astuzia si era meritato il soprannome di Guiscardo, mi consentì di conoscere i discendenti degli antichi conti longobardi che prima di noi avevano dominato in Italia.

In particolare cominciai a frequentare la famiglia dei conti Roffrid, titolari della contea di Bojano, la cui giurisdizione era tra le più estese dell’Italia centro-meridionale e le cui origini storiche si facevano risalire all’antica popolazione dei Pentri, tenaci oppositori del dominio dell’antica Roma.

La città di Bojano, capoluogo della contea, risvegliò in me il mai sopito interesse militare, in quanto la localizzazione della città, in cima alla collina, ed il suo sviluppo lungo il pendio, la rendeva praticamente ben difesa ed inespugnabile.

Il suo insediamento di montagna, denominato Rocca Bojano, cinto da possenti mura e torri di difesa e di controllo, le cui basi di fondazione erano costituite da enormi massi detti “ciclopici”; dominava tutta la vallata per un raggio di circa 5 miglia ed il suo imponente castello, che solitario si stagliava verso il cielo, era un luogo di sicuro rifugio e, per come era strutturato, poteva resistere ai lunghi assedi.

BOJANO, capoluogo della omonima contea. Le tre fortificazioni: monte Crocella, già colle Pagano; ROCCA BOJANO, oggi Civita Superiore di Bojano; la Piaggia-San Michele.

ROCCA BOJANO, oggi Civita Superiore di Bojano, la pentra BOVAIANOM.

Il "castrum" denominato "Rocca Bojano" visto da sud: il "castello" (a) ed il "borgo"(b).

Il “castrum” denominato “Rocca Bojano” visto da sud: il “castello” (a) ed il “borgo”(b).

 

ROCCA BOJANO: in alto il “castello” ed il borgo medioevale visto da est.

Vedendo tutto ciò, spontaneamente cominciai a coltivare un sogno: con opportune  ristrutturazioni e miglioramenti più consoni alla cultura ed alla strategia militare normanna, il luogo avrebbe costituito una residenza quanto mai idonea per accogliere me ed i miei figli.  La città che si era sviluppata lungo le pendici della collina risultava idonea alla difesa ed era servita da due importanti vie che longitudinalmente e trasversalmente la collegavano con i diversi capoluoghi delle contee confinanti e con alcune città della riviera adriatica.

La “via consolare romana MINUCIA”, oggi S.S. 17 “Appulo-Sannita” (rosso) e la “via” romana (nero) della “Tabula Peutingeriana” da BOJANO alla costa adriatica.

La fertile pianura, opportunamente sfruttata, avrebbe fornito ogni ben di Dio: i pascoli della montagna e della pianura, come per il passato, avrebbero continuato a fornire gli alimenti per allevare gli ovini, i bovini, i caprini e soprattutto i cavalli, che mi ricordavano quelli posseduti a Moulins.

La pianura era circondata da colline più o meno alte, sulle cui cime i Pentri avevano realizzato gli insediamenti difensivi, di controllo e di comunicazione; furono distrutti dai conquistatori Romani, poi ristrutturati dai Longobardi.

Divenire proprietario di tutto ciò fu per me un gioco da ragazzo: con l’autorevole appoggio dei miei connazionali e, sfruttando l’amicizia che era nata con il vescovo della diocesi della contea di Bojano, sposai Emma, la figlia di Roffredo, conte di Bojano, una donna deliziosa ed autorevole allo stesso tempo, il cui nome mi ricordava quello della mia defunta madre.

La contea longobardo-franca di BOJANO portata in dote dalla contessa Emma di Roffrid a Rodolfo (I) de Moulins.

Bojano per me e per i miei figli, a ben ragione, divenne la nostra seconda patria.

I miei fratelli, Guimondo (III), Ugo e Tristano cercarono fortuna in altri territori dell’Italia del sud, contando sul proprio coraggio, sul loro spirito di abnegazione e sulla preziosa amicizia con i nostri già affermati connazionali di Hautanville.

Guimondo (III) trovò stabile dimora nel principato di Salerno, dove era  arrivato, avendo seguito il principe Gauimario V, dopo la nostra prigionia conseguente ai fatti di Montecassino. Divenne amico, nonché milite, di Guglielmo di Altavilla, conte del principato di Salerno e fratello di Roberto il Guiscardo, la cui protezione gli aveva permesso di acquisire una discreta fortuna: poteva, infatti, disporre dei territori siti nella valle di San Severino, dei quali divideva la titolarità con Guido, fratello di Gisulfo, principe di Salerno.

Guido e Gisulfo erano figli del principe Guaimario V, che era venuto in nostro aiuto a Montecassino. Guaimario fu ucciso in una congiura ispirata da quei pochi, ma irriducibili Longobardi che, al pari del papa Leone  IX, e dellimperatore d’Occidente Enrico III, erano timorosi dell’avanzata di noi Normanni. Stessa sorte era toccata all’altro nostro salvatore Drogone di Altavilla, conte di Puglia, fratello del Guiscardo e del succitato Guglielmo, conte del Principato.

Dalle poche notizie che mi giungevano dal principato di Salerno, sapevo che mio fratello Guimondo (III) ed il suo amico, nonché conte Guglielmo di Altavilla, erano soliti creare scompiglio nelle terre e nelle chiese dipendenti dall’arcivescovo di Salerno, Alfano I; tant’è che nell’anno 1068, ci fu un diretto intervento del pontefice Alessandro II, costretto ad emanare una bolla contro i due usurpatori normanni: … & Normanni, idem Guillelmus (di Altavilla, n.r.d.), & Girmendus filius Gimundi (Girmendus e Gimundi, sono la forma corrotta di Guimondo (III), n.d.r.), qui dicitur de Mulsi (forma corrotta di  “de Mulisio”, il cognome della casata di Rodolfo, n.d.r.) miles ejus haereditarius S. Salernitanae Ecclesiae …,.

L’ambizione e lo spirito di indipendenza di mio fratello Guimondo (III), mal si conciliava con il fatto di dover condividere la proprietà dei territori siti nella valle di S. Severino con Guido, fratello di Gisulfo, principe di Salerno.

L’occasione  dello scontro tra i due si ebbe intorno all’anno 1075, allorquando Roberto il Guiscardo che aveva sposato Sikelgaita, sorella di Guido e di Gisulfo, aveva stabilito di concedere a quest’ultimo alcuni territori di proprietà di suo fratello Guglielmo, amico e signore di Guimondo (III).

Guido, che non dimentichiamo era pur sempre di origine longobarda, fu ucciso in una imboscata tesagli da un contigente normanno, probabilmente alleato di Guimondo (III).

Sistemata in tal modo la faccenda, Guimondo (III) ed il suo signore Guglielmo di Altavilla continuarono a gestire il loro patrimonio nel Principato di Salerno fino al 1080, anno in cui Guglielmo morì; la moglie Maria ed il figlio Roberto ritennero opportuno, con la testimonianza sottoscritta anche da Guimondo (III), di fare una donazione in favore del monastero della S. Trinità di Venosa per la salvezza dell’anima del loro amato congiunto: … testes: Goffridus de Altavilla, nepos huius defucti; Guimundus Molinois [Guimondo (III) de Molisio o de Molino, fratello di Rodolfo, conte di Bojano, n.d.r.], ….

La perdita del suo signore e compagno d’armi Guglielmo d’Altavilla, costrinsero mio fratello, Guimondo (III), ad abbandonare la sua residenza salernitana per cercare fortuna nella città di Eboli, ove conobbe e sposò una ricca vedova, la contessa Emma (ancora una volta compare lo stesso nome di nostra madre), da cui ebbe un figlio, Guglielmo (in onore del suo amico) e tre nipoti: Ruggero, Roberto e Rao o Rodolfo (in mio ricordo o del primo marito di Emma).

1082. Februari, VI, Ebuli. … . Anno ab incarnatione eius millesimo octogesimo secundo, ….. . Nos emme filia quondam ioffrit que prius fui uxor domini rao qui dictus est trincanocte de ebuli et postea uxorem  fui guimundi qui dictus est de mulisi, una cum rucgerio et robberto et rao nepotibus nostris, filii quondam guidelmi qui fuit filius noster .

 

Diploma sottoscritto da Emma, contessa di Eboli, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, arca B 22.

La fortuna di Guimondo (III) non durò a lungo: dapprima perse l’unico figlio Guglielmo; ne assistette i figli, ma anch’egli morì dopo una breve malattia.

Ugo, l’altro mio fratello, con il titolo nobiliare di barone trovò la sua fortuna presso i principi di Capua, discendenti della dinastia dei Drengot che, come la storia ricorda, furono i primi Normanni a giungere in Italia.

Egli godeva della protezione del principe Riccardo II che, dopo la rottura della mia amicizia con Roberto il Guiscardo, come avrò modo di raccontare, era divenuto suo amico ed alleato.

Il barone Ugo de Molinis era considerato il primo nell’elenco dei baroni: primus inter pares e mi fu di grande aiuto quando iniziai ad espandere il mio potere verso le contee che confinavano ad ovest con quella della mia Bojano: Hugo de Molinis, Willelmo de Pirolo, Robberto de Medania, Thoma de Venabile, …., nostri dilectis baronibus. Edancora: …, et nostrorum dilectorum subscriptorum baronum Hugonis videlicet de Molinis, Willelmi de Pirolo, Robberti de Medania, Thome de Venabile, ….. 

L’altro mio fratello Tristano, che ci aveva seguito in Italia, fu meno fortunato: andò a risiedere nel principato di  Salerno, ma di lui ho avuto sempre poche notizie: ebbe sempre sporadici rapporti con Guimondo (III) e con gli altri membri della nostra famiglia.

Scarse le notizie di Roberto, suo figlio, che amava poco parlare della sfortunata vita del padre; lo accolsi con piacere nella mia contea e lo designai titolare del castrumdi Toro e dei territori ad esso pertinenti: Ego Robertus qui dicor de Principatu, filius quondam Tristapni (corr.ne di Tristano, n.r.d.), declaro me possidere & habere unum  castellum quod nominatur Torum, ….

Roberto, come del resto un po’ tutti i componenti della famiglia de Molinis, godeva dell’amicizia di Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, al punto da seguirlo, nell’anno 1096, nella sua prima crociata in Terra Santa.

Al suo ritorno, mio figlio Ugo (I), succeduto alla mia morte alla titolarità della contea di Bojano, nell’anno 1109 gli aveva affidato la conduzione dell’importante feudo facente capo al castrum di Limosano: Sed et Johannes Triventinae sedis episcopus, una cum Robberto filio Tristayni Limessani castri domino, optulit huic loco ecclesiam sanctae Illuminatae infra fines praedicti castri Limessani, loco ubi dicitur Petra majore …. .

Questo può bastare per quanto riguarda la storia dei miei fratelli.

Il matrimonio con Emma, figlia del conte longobardo Roffrid/Roffredo, mi portò in dote il titolo di conte di Bojano, garandendomi per il futuro la vita ed il possesso della contea contro un eventuale rischio di occupazione da parte dei Normanni, miei connazionali, la cui brama di conquista aveva preso di mira tutte le contee ancora sotto la sovranità longobarda.

Il consolidarsi della presenza normanna nelle regioni dell’Italia meridionale cominciava a creare molta preoccupazione nei signori di origine longobarda perché vedevano minacciato il loro potere e la loro indipendenza.

Molti di loro trovarono il sostegno e l’alleanza del papa Leone IX, anch’egli preoccupato per il mantenimento del potere temporale sui territori a confine con i primi insediamenti dei Normanni, che l’imperatore Enrico II aveva ormai riconosciuto ufficialmente come nuovi dominatori/proprietari.

Leone IX inviò messaggi a tutti i signori longobardi per fare causa comune contro i Normanni e fronteggiarne l’avanzata: il momento favorevole per la reazione si ebbe in seguito all’assassinio di Drogone, conte di Puglia, e del longobardo Guamario V, principe di Salerno, e suocero di Roberto il Guiscardo, nonché all’ascesa al trono imperiale di Enrico III che non riteneva opportuno avere nei riguardi dei Normanni la stessa disponibilità del suo predecessore.

Nel dicembre dell’anno 1052, la città di Benevento, dove mio suocero aveva la residenza, e tutti i territori limitrofi, furono provocatoriamente tolti alla potestà dei Normanni e restituiti dall’imperatore alla sovranità del papa; di conseguenza, i signori ostili ai Normanni manifestarono apertamente quel poco di coraggio che era rimasto: si allearono e chiesero la protezione di Leone IX, convinti anche dalla protezione e del tacito consenso dell’imperatore Enrico III.

L’esercito papale guidato dallo stesso Leone IX, nell’anno 1053 mosse alla volta della città di Siponto con lo scopo di allearsi con l’esercito bizantino e di sferrare un unico e definitivo colpo di grazia all’esercito normanno. Tra le fila dell’esercito normanno ricordo la presenza di Unfredo, fratello del defunto Drogone, stimato per il suo valore; Riccardo I da poco nominato conte di Aversa; del mio grande amico Roberto, soprannominato il Guiscardo che, per la sua scaltrezza, né Cicerone né l’astuto Ulisse potevano uguagliare.

Ed ancora: Pietro e Gualtiero, figli insigni di Amici; Aureolano, Uberto e Rainaldo della casata dei Mosca; il conte Ugo, che ricopriva il maggior grado tra i seguaci di Telese; il conte Girardo che ricopriva il maggior grado tra i suoi seguaci di Benevento.

Il nostro era un esercito costituito da circa tremila armati e pochi fanti; eravamo privi di pane e chiedevamo solo delle armi per combattere e cadere con gloria, piuttosto che morire di fame e senza onore. La nostra partenza dalla Normandia era da tutti noi considerata un viaggio senza ritorno; avevamo scelto l’Italia meridionale come patria comune e sul suo suolo volevamo allevare ed educare i nostri figli.

Ero a conoscenza della presenza di mio suocero Roffredo nelle file dell’esercito papale e, prima della battaglia, riuscii a vedere i fratelli, conti Trasmundo e Atto, della contea longobarda di Termoli; Malfredo di Campomarino; i figli generati dalla dinastia dei Borrello, che già mi furono ostili quando fui fatto prigioniero a Montecassino.

La loro presenza centuplicò le mie forze al momento dello scontro in quanto rivivevo le sofferenze patite per colpa loro e, soprattutto, per quelle procurate alla mia povera moglie Alferada: avevo giurato a me stesso che se fossi sopravvissuto allo scontro, mi sarei vendicato con la conquista delle loro terre.

Lo scontro con l’esercito guidato dal papa Leone IX avvenne il giorno 17 giugno 1053, presso la città di Civitate, ancor prima che i nostri avversari si potessero unire ai Bizantini e fu combattuto con inaudita ferocia e senza esclusioni di colpi; noi Normanni fummo i vincitori e consolidammo definitivamente la nostra presenza ed il nostro potere nell’Italia centro-meridionale.

La tranquillità che tutti avevamo conquistato ci permise sì di consolidare il nostro dominio, ma, soprattutto, ci consentì di migliorare le condizioni economiche e sociali dei nostri sudditi e di arricchire con la nostra cultura le città che avevamo conquistato, migliorandone l’aspetto urbanistico con la costruzione di nuovi palazzi, di nuove chiese; migliorando e potenziando le loro antiche strutture difensive.

Con la mia famiglia presi la residenza nell’imponente castello di Rocca Bojano a cui avevo ritenuto opportuno fare effettuare dalle mie maestranze alcune sostanziali modifiche architettoniche per cancellare definitivamente l’originale intervento dei predecessori Longobardi.

Il “ricetto” del castello di Rocca Bojano, visto dalla “corte alta”.

Fu ampliato il ricetto del castello per poter ospitare, in caso di pericolo, il maggior numero dei sudditi residenti nel sottostante borgo di cui avevo comunque ristrutturato, potenziandole, le mura merlate di cinta, il passaggio di ronda, gli avamposti del lato sud, le torri d’angolo e le stesse mura.

Le mura di cinta (merlate) del borgo medioevale di Rocca Bojano, lato sud.

Sempre intervenendo sulla struttura del castello, innalzai sul lato sud ovest il maschio in modo da poter facilmente controllare gli accessi  alla montagna ed allo stesso castello: ampliai ed impermeabilizzai, per conservare l’acqua piovana in caso di assedio, le cisterne già esistenti nella zona più esterna ad est del castello e quelle site a ridosso del maschio e sotto il piano di calpestio della zona riservata ai miei cortigiani.  Le stanze destinate alla mia residenza furono provviste tutte di camini per vincere i rigori del freddo. Feci ampliare di più la finestra che guardava verso i monti e quella che si affacciava sulla sottostante meravigliosa pianura.

La mia occupazione quotidiana era in massima parte dedicata alla gestione amministrativa della contea: incontri con i baroni, con i notai, con i giudici e con qualche suddito che ne avesse fatto esplicita richiesta.

Giornalmente i contabili avevano l’obligo di aggiornarmi su quanto si produceva negli allevamenti del bestiame: ovino, bovino e caprino; dalla coltivazione dei campi: grano, farro, ortaggi; della quantità della farina che i numerosi mulini ad acqua producevano periodicamente; della lavorazione della lana e di tutti i derivati del latte.

Saltuariamente mi incontravo con il vescovo: il più delle volte ci intrattenevamo dopo le celebrazioni religiose o quando, su mio invito, doveva essere testimone e controfirmare le donazioni per la salvezza della mia anima e di quella dei miei congiunti defunti o ancora in vita, sottoscritte soprattutto in favore del monastero di Montecassino.

La residenza del vescovo era situata su di un poggio sottostante Rocca Bojano, ricavato da un antico terrazzamento realizzato dai Pentri ed inglobato nelle mura di cinta che proteggevano anche la sottostante città di Bojano.

BOJANO nella “incisione” del Pacichelli (XVII).

BOJANO: la corretta visione della “incisione” del Pacichelli.

La chiesa cattedrale che trovai già edificata dai miei predecessori, era ubicata in pianura, a ridosso del primo terrazzamento pentro edificato alla base della montagna; la sua abside era stata collocata al di sopra di una sorgente di acqua fredda e limpidissima dove veniva celebrato direttamente dal vescovo il sacramento del battesimo.

Per  mia volontà, come descriverò in seguito, la cattedrale fu ristrutturata perché fosse più aderente alle forme architettoniche della cultura normanna; la realizzazione fu affidata alle maestranze giunte positamente dalla Normandia.

BOJANO: Il portale della antica cattedrale. (foto “Ass.ne Falco di Bojano).

BOJANO: il “rosone” dell’antica cattedrale. (foto prov. Campobasso).

Ritenni necessario questo radicale intervento di ristrutturazione e di modifica per cancellare dalla mia mente il ricordo dello sfortunato matrimonio di mia figlia Beatrice con il nipote di Roberto il Guiscardo, celebrato solennemente in quella antica cattedrale nell’anno 1072.

Il matrimonio, oltre ad essere stato causa di disgrazia per la mia diletta figlia, mi procurò anche l’insanabile litigio con Roberto il Guiscardo, ma, al tempo stesso, mi offrì la possibilità di accrescere il mio potere militare ed amministrativo, facendomi stringere una nuova alleanza con i Drengot, l’altra potente famiglia normanna che dominava nel principato di Capua.

Solo dopo essermi separato da Roberto il Guiscardo capii che la mia vita era stata vissuta all’ombra della sua fama; solo allora capiii che il possesso del solo territorio della contea di Bojano era ben poca cosa in confronto a ciò che avevo sempre sognato di realizzare con la mia ambizione e le mie capacità politiche e militari.

Mia figlia Beatrice aveva sposato il nipote di Roberto il Guiscardo, il giovane cavaliere Serlo (II), figlio di Serlo/Serlone (I), fratellastro di Roberto il Guiscardo.

Avevo concesso con molto piacere la mano di mia figlia ad un discendente della famiglia degli Hautanvil/Altavilla, considerato uno fra i più abili cavalieri normanni al seguito dell’altro zio, Ruggero, divenuto Gran conte di Sicilia.

Ero a conoscenza delle sue imprese militari e della ricompesa che i suoi autorevoli zii gli volevano riconoscere: un feudo da godere in compagnia della moglie Beatrice.

Purtroppo non visse fino alla investitura di quel feudo; durante l’estate del 1072 cadde nei pressi di Nicosia in un vile agguato tesogli da alcuni cavalieri saraceni che, non paghi di averlo trucidato, gli strapparono il cuore e lo mangiarono, sperando, come era nel loro costume, di acquisire il suo coraggio.

La mia Beatrice non potè piangere sul corpo del marito in quanto quei malvaggi e barbari assassini lo avevano inviato in Africa come trofeo in omaggio al loro re.

La triste notizia giunse a Palermo, residenza di Ruggero e Roberto, zii di Serlo (II), che, pur mostrando grande ed inconsolabile dolore, non risparmiarono alla mia diletta figlia altre sofferenze, unite all’oltraggio di dover subito sposare, per ragion di Stato, un certo Angelmaro, e risiedere con lui a Gerace. Dovetti accettare di buon grado le loro decisioni, continuando ad offrire pazientemente la mia collaborazione come ambasciatore di Roberto il  Guiscardo.

Era successo, infatti, che il mio amico Roberto, non contento di aver conquistato con i suoi fratelli gran parte dell’Italia meridionale, aveva cominciato ad interessarsi anche della conquista delle terre d’oltre mare; addirittura le sue mira espansionistiche avevano preso in considerazione la conquista dell’impero di Costantinopoli che, all’epoca, si trovava in grosse difficoltà.

L’occasione gli si presentò allorquando l’imperatore Michele richiese il suo aiuto contro i popoli confinanti e contro quanti avanzavano pretese sulla sua ascesa al trono; in cambio del suo aiuto, la figlia del Guiscardo avrebbe sposato il nipote dell’imperatore.

Punto sulla sua ambizione, Roberto non accettò di inviare aiuti militari all’imperatore, ma accondiscese solo al matrimonio della figlia che, purtroppo, non avvenne; al suo arrivo a Costantinopoli, l’imperatore Michele era stato spodestato e la promessa sposa, senza alcuno che potesse proteggerla, fu costretta a trovare rifugio in un convento.

La reazione di Roberto fu ritardata dagli altri impegni militari, ma prima di prendere la decisione di inviare il suo esercito a Costantinopoli, convinse me a partire nelle vesti di suo ambascatore per ricorndurre sua figlia in Italia.

La mia abilità diplomartica non sortì l’effetto sperato; al mio ritorno, l’amico Roberto mi accusò dell’insuccesso al punto da minacciarmi di morte.

Il vaso era ormai colmo! Ricordando anche quanto era accaduto alla mia diletta figlia, decisi di abbandonare definitivamente il mio amico; stipulai una nuova alleanza con Giordano, principe di Capua, figlio del defunto Riccardo I e di Fresenda, sorella di Roberto il Guiscardo; ero ben certo che mi avrebbe in seguito ricompensato di tutti gli affronti ricevuti dall’Altavilla.

Riccardo I, padre di Giordano, apparteneva alla dinastia dei Drengot che rappresentava l’altra forza normanna presente nell’Italia meridionale e che, pur essendo stati i primi tra i Normanni ad iniziare la conquista, furono meno abili degli Altavilla nell’espandere il loro dominio suoi territori occupati dapprima dai Longobardi, successivamente dai Franchi.

Riccardo I aveva iniziato la sua carriera  politica quale conte di Aversa nell’anno 1049, dopo la morte dello zio Rainulfo, ma l’ambizione che caratterizzava tutti noi Normanni, lo portò presto a ricercare tutte le occasioni per estendere il dominio sulle regioni limitrofe alla contea di Aversa.

Dopo la conquista di Gaeta ed Aquino, i programmi di Riccardo I si realizzarono con la conquista della città di Capua, nell’anno 1057: egli assunse il titolo di principe ed allargò il suo potere su tutto il territorio pertinente all’antico principato longobardo che comprendeva anche le contee di Venafro, di Isernia, della Terra  Burrellensis e della Terra di san Vicenzo al Volturno.

Riccardo I morì nell’anno 1078 e gli successe, come già detto, il figlio Giordano, nipote di Roberto il Guiscardo; incurante del litigio che mi aveva indotto ad abbandonare lo zio, accettò la mia richiesta di alleanza perché giudicava utile il sostegno di un uomo fidato ed esperto, appartenente alla vecchia generazione normanna che aveva combattuto al fianca del padre nella vittoriosa battaglia di Civitate e che, oltre tutto, era anche il titolare della contea di Bojano, il cui territorio confinava con quelli del principato di Capua, ossia con le contee di Venafro, di Isernia, la Terra Burrellensis ed il possedimento di san Vincenzo al Volturno.

La mia ascesa politica ed economica, con l’appoggio del principe Giordano, di cui ero il rappresentato ufficiale, fu molto rapida: avevo necessità di recuperare il tempo perso a costruire i successi dei membri della famiglia degli Altavilla.

La mia esperienza militare, la mia abilità politica e, perché no, anche la mia saggezza, messi al servizio del principe di Capua, mi portarono ad annettere alla contea di Bojano, la contea di Isernia, la contea di Trivento, nonché parte dei territori della Terra Burrellensis: in tal modo, finalmente, potevo coronare la mia vendetta nei confronti della famiglia discendente dal domnus Borrello I, detto Major, e della consorte domna Ruta.

L’esponsione (confine azzurro) della contea di BOJANO (1, confini nero) dopo le conquiste del conte Rodolfo: (2) contea di Isernia; (4) Terra Burrellensis nella contea di Trivento (5). Erano escluse: la contea di Venafro (3), la contea di Larino (6) e la contea di Termoli (7).

Le accresciute risorse economiche mi permisero di ristrutturare nell’anno 1080, come ho già narrato, la vetusta cattedrale di Bojano retta all’epoca dal vescovo Adalberto che vi aveva celebrato lo sfortunato matrimonio di mia figlia Beatrice con il cavaliere Serlo II, nipote del Guiscardo.

Per la salvezza della mia anima e di quella di tutti i miei congiunti vivi e defunti, ero nella possibilità economica di poter fare alla chiesa di Santa Croce, sita nella località di Pesclatura del territorio di Isernia, la donazione del castellum chiamato Balneum, con tutte le sue pertinenze: case, terre e vigneti, acque e mulini, selve e chiese; beni che avevo acquistato, per la somma di duemilaseicento tareni amalfitani, dal mio fedele milite Beraldo, al quale già in precedenza erano stati concessi in servizio da me e da mio figlio Ugo (I).

Ricordo che l’atto fu sottoscritto dal giudice Giovanni, vice-conte della contea di Bojano, da Giovanni, vice-conte di Isernia, da Sifredo, vice-conte di castro Petroso, da Giovanni, vice-conte di Fresilone, da Giovanni, vice-conte di Carpinone, da Anserio di Pectorano e da altri miei sudditi:  In nomine domini nostri Iesu Christi. Anno ab incarnatione domini nostri Iesu Christi millesimo octagesimo octavo, indictione XI. Principatus domni Iordanis capuani principis octavo, episcopatus vero () Yserniensis ecclesie ()  Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis, (), una cum coniuge mea nomine Emma et Ugone filio meo, necnon et Ruggerio, et Robberto nepotis meo filio Robberti filii mei, pro redemtione animae mee et remissione peccatorum meorum, et Ugonis filii mei necnon et Roggerii, et Robberti nepotis mei filii Robberti filii mei, seu etiam pro redentione anime patris mei Guimmundi, et matris mee Emme, et filiorum meorum scilicet Robberti, et Rodulfi, et Guilgelmi, necnon et Alferade uxoris mee que iam ab hoc seculo defucta est, et filiaruma mearum Adelicze et Beatricis, in hac ecclesia vocabulo Sancta Crucis, que costructa esse videtur infra fines Ysernie civitatis supra ipsum locum qui Pesclatura vocatur, hoc quod subscriptum est dedi et spontaneo concessi, castellum scillicet, quod vocatur Balneum () , qui suprascripti sunt, necnon etiam et pro animabus fratrum meorum Robberti, Ugonis, Antonii, Guimmundi, Alamni, (Tro)staini, …..

Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis: con questa frase iniziavo ogni documento ufficiale per comunicare con i principi di Capua, miei alleati, con i vescovi e gli abbati, con i sudditi; volevo esternare il mio comune affetto per le città di MOULINS e di BOJANO che consideravo la seconda patria della mia famiglia.

A causa della vecchiaia e con il consenso di Giordano, principe di Capua, nell’anno 1091 elessi conte di Bojano, affiancandolo al mio potere, il mio primogenito Ugo (I). Nell’occasione, donammo alla nuova cattedrale dell’antica diocesi di Bojano, retta dal vescovo Uberto, un nostro mulino sito alle falde di monte Pagano da dove sgorgano ancora oggi acque abbondanti e limpide.

La mia vita volgeva al termine; volendo soprattutto salvare la mia anima ed ancora una volta quella dei miei congiunti viventi e defunti, feci, con il consenso di mio figlio, il conte Ugo (I), un’ultima, quanto importante donazione al monastero di san Bendetto di Montecassino: la chiesa di santa Croce di Pesclatura di Isernia e tutto ciò che avevo ad essa donato nell’anno 1088, cioè il castello di Balneum ed il terrritorio ad esso pertinente.

La pergamena della donazione è conservata ancora oggi presso la biblioteca del monastero Montecassino; può essere visionata, facendone richiesta al “paziente” e “diligentissimo” padre Gregorio De Francesco o alla dott.ssa Stefania Gradini. Una copia, datata 1092, è conservata presso  il monastero di Montevergine.

Il diploma (copia?) dell’anno 1088 conservato presso il monastero di Montevergine (a sn). Il diploma dell’anno 1092 conservato nella biblioteca del monastero di Montecassino (a ds.).

La mia avventura nell’Italia meridionale e nella contea di Bojano, come ben sapete, era iniziata nel monastero di Montecassino nel lontano anno 1045; ebbene, decisi di trascorrervi gli ultimi anni della mia vita; non senza prima aver rinunciato alla titolarità della contea, per vestire il saio; sì, il guerriero, il conte, divenne monaco seguace della regola di san Benedetto. Nei Necrologi Cassinesi è scritto:IV id mar. Oblit Rodulfus comes.

Il conte Ugo (I) aveva ereditato la mia indole: era coraggioso in combattimento ed abile nel gestire il potere politico in tempo di pace; ma di pace, in verità, agli inizi della sua titolarità, la contea di Bojano ne ebbe poca. La sua ambizione di potere fu attratta dai territori ancora in possesso del conte Pandolfo, uno dei discendenti dei conti longobardi di Venafro.

Gli avvenimenti dell’epoca lo favorirono molto perché sfruttò sì l’alleanza e la protezione di Riccardo II, principe di Capua, ma, ancor più, la nuova amicizia che seppe instaurare con gli eredi della famiglia degli Altavilla, sempre in ascesa, sempre presenti e potenti nello scenario militare e politico dell’Italia centro-meridionale.

Era il tempo in cui anche il principe Riccardo II, scacciato da Capua dai sudditi ribelli, dovette chiedere aiuto agli Altavilla, in nome della loro comune origine normanna. Gli fu restituita la titolarità del principato, ma perse la sua autonomia in quanto dovette giurare fedeltà e ricoscere il potere sia di Ruggero Borsa, figlio del defunto Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e delle altre regioni meridionali, sia di Ruggero I, Gran conte di Sicilia, fratello del Guiscardo.

Non è improbabile una interessata, quanto accorta partecipazione di mio figlio Ugo (I), conte di Bojano, agli avvenimenti: di lì a poco, iniziò la conquista della contea di Venafro, retta ancora dal conte Pandolfo, l’ultimo eredi dei Longobardi: Ugo de Molisi apprehendit Pandulfum comitem, et tenuit in vinculis .; nonchè ad acquisire il feudo di Castelli Maris, l’odierna Castel Volturno.

Il “castello” di “Castelli Maris”, oggi Castevolturno, visto dal mare e da terra.

Con il possessso della contea di Venafro, i domini del conte Ugo (I) de Molinis vennero a confinare con la signoria monastica di Montecassino; il conte di Bojano, dando prova di abilità politica e di opportunismo, pensò di usufruire, per la difesa dei confini occidentali del suo esteso dominio, del prezioso appoggio ed alleanza di Oderisio, abate di Montecassino, in cambio dei quali, nell’anno 1105, rinunciava al possessso del castello di Viticuso da sempre conteso dagli abati di Montecassino e dai conti longobardi di Venafro.

La donazione del castello di Viticuso, sottoscritta da mio figlio Ugo (I) de Molinis, conte di Bojano, da Bernardo, vescovo della diocesi della stessa città, da Guglielmo, il mio quintogenito figlio, da Mauro, vescovo della diocesi di Isernia, e da altri nostri parenti era subordinata alla garanzia della disponibilità del castello, ogni qualvolta il conte ed i suoi eredi fossero stati minacciati da una guerra nella contea di Venafro.

La mia contea, per merito di mio figlio, aveva acquisito, con il feudo di Castelli Maris  anche   uno sbocco sul mare Tirreno; egli, seguendo il buon esempio paterno, non dimenticava di salvare la propria anima e quella dei suoi congiunti viventi e defunti, donando all’abate Saxo del monastero di sant’Angelo in Formis, la chiesa di san  Benedetto, sita nella terra di Cantiae, nel luogo detto Delfiana, facente parte del suo feudo di Castelli Maris.

 
 
 

 

Miniatura del “Registro di S. Angelo in Formis”: Ugo (I), conte di Bojano (in rosso) fa donazione all’abate Saxo.

(). Ideoque ego Ugo comes qui dicor de Mulisi, filius quodam Rodulfi comitis(), quam et pro redemptione animae meae & animae quondam suprascripti mei genitoris et meae genitricis, per hanc cartulam alieno, idest do et trado atque offero tibi domno Saxo Dei gratia monache atque preposite predicti monasterii, hoc est integram unam aecclesia  vocabulo Sancti Benedicti, quae constructa est intra fines terrae Cantiae, in loco qui dicitur Dalfiana, ….

 Assicurandosi alle spalle il baluardo del Matese, mio figlio il conte Ugo (I) de Molinis, cominciò ad aggiungere alla contea di Bojano vari territori localizzati in tutte le direzioni: a nord occupò la contea di Trivento e quanto restava della Terra Burrellensis, a nord est il territtorio lungo le due sponde del fiume Biferno, includendo parte della contea di Larino, mentre l’acquisizione del feudo di Serracapriola, definiva i confini con la contea di Loritello (Rotello, n.d.r.). Ad occidente e a mezzogiorno i confini della contea di Bojano inglobavano i territori già pertinenti alle contee di Venafro e di Isernia; come pure il feudo di Castel Volturno, che controllava la foce del fiume Volturno nel mare Tirreno.

La contea di BOJANO (rosso) ed il feudo di Serracapriola (manca il feudo di Castel Volturno) dopo l’espansione del conte Ugo (I) de Molinis.

L’estesa contea che mio figlio era riuscito a realizzare, per la sua posizione strategica, riusciva a controllare i destini sia del principato di Capua, retto da Riccardo II, sia il ducato di Puglia, retto da Roberto Borsa della famiglia degli Altavilla.

Le fortezze presenti nella contea di Bojano controllavano le strade che dal nord conducevano, da una parte, verso Capua, dall’altra a Benevento e, dall’altra ancora, attraverso il territorio di Serracapriola, alla Puglia centrale.

Grazie alla mia abilità politico-militare ed a quella di mio figlio Ugo (I), la città di Bojano, capoluogo della omonima contea, tornava a godere del ruolo e del prestigio che la storia le aveva assegnato fin dai lontani tempi del ver sacrum sabino ed i confini della contea che eravamo riusciti ad ampliare con l’inclusione di parte del territorio degli antichi Frentani, andavano a modellarsi a grandi linee con i confini originari del territorio occupato dal fiero popolo dei Pentri.

Il territorio dei “PENTRI” (rosso) VIII-VII sec. a. C..

La potenza ed il prestigio militare di mio figlio, il conte Ugo (I), furono evidenziati da una dichiarazione di Roberto de Aquila, conte di Pontecorvo: egli aveva giurato sì fedeltà ad Oddone, abate di Montecassimo, contro tutti i nemici, facendo precedere, comunque, la sua fedeltà per il papa, per il principe Roberto di Capua, succeduto al fratello Riccardo II nell’anno 1106, e per il conte Ugo de Molinis ed il figlio Simone: Ego richardo de aquila juro, et promitto tibi domno oddoni abbati quia ab hac ora in antea non sum, … . Adiutor ero ad tenendum, et defendendum contra omnes homines, qui tibi tollere incipiunt. Excepto si dominus papa, aut princeps robbertus, aut comes ugo vel simonem, filii ejus, guerram tibi fecerit aut mihi facere preceperit ….

Dopo il suo programma di spansione territoriale, il conte Ugo (I) si concesse un periodo di riposo da dedicare al consolidamento del proprio dominio e provvedere a migliorare le condizioni economiche dei vassalli e sudditi, in modo tale da poter sempre contare sul loro aiuto, onde primeggiare fra i vari nobili allora presenti nell’ Italia meridionale. Seppe superare con successo le crisi politiche che frequentemente si verificavano ai vertici del potere centrale e seppe volgere sempre a suo favore l’alleanza ora dell’uno, ora dell’altro degli eredi della dinastia degli Altavilla.

L’ultima notizia che si ha di mio figlio, il conte Ugo (I), risale al 1108: compare come teste in una donazione di Roberto I, principe di Capua. Esiste un sommario di una donazione, senza data, sottoscritta da mio figlio Ugo (I) in favore della chiesa cattedrale di san Bartolomeo di Bojano: Privilegio di Vone figlio di Rodolfo Conte il quale, computo della memoria delli peccati suoi, di suo padre e di Alferada sua madre, e di Roberto suo fratello, e di altri suoi parenti vivi e morti, dà e concede alla chiesa di S. Bartolomeo Apostolo per mano dei D. Roberto vescovo di Bojano tutte le decime di Ferrazzano, e Mirabello, tanto de Campi, quanto de salari di Natale, Pasqua e S. Maria, e di tutti i molini, che sono nelli predetti luoghi con assertiva che chi per alcun tempo mai ne voglia levare, o scemare alcuna cosa sia scomunicato, e condannato con Giuda traditore del Sig.re, e dopo haverlo fatto, seno s’emenderà sia dato alle fiamme perpetue: ad abbruggiare insieme con Satan, et Abiro ….

Alla sua morte, avvenuta prima del 1113, gli successe il suo primogenito Simone che già nello stesso anno, aveva sottoscritto la donazione del castrum vetus  e di altre chiese della città di Sepino, in favore del monastero di Santa Sofia di Benevento.

Durante il breve periodo della titolarità di mio nipote, il conte Simone de Molinis, la contea attraversò un periodo di pace e di prosperità, permettendo ai sudditi di poter dedicare la loro opera alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame ed a proficui commerci con le contee confinanti.

La vita del conte Simone de Molinis, figlio di Ugo (I)  fu molto breve: morì a causa di un terremoto durante una visita alla città di IserniaHis perturbationibus insistentibus, Symon filius Ugonis de Molisi, apud Yserniam, vita decessit, corpusque eius ad hoc monasterium delatum atque in atrio ecclesiae beati Benedicti reconditum est. Per i suoi meriti terreni ebbe l’onore di essere sepolto nell’atrio del monastero di san Benedetto di Montecassino, dove io era stato monaco.

A causa della minore età di Ugo (II), suo figlio ed erede, alla titolarità della importante ed estesa contea di Bojano, fu nominato conte e reggente Roberto, fratello del defunto conte Simone.

La titolarità del conte Roberto fu molto breve, ma significativa: egli dimostrò grande leatà nei riguardi del nipote Ugo (II), legittimo erede della contea di Bojano; quanti altri avrebbero saputo approfittare della favorevole occasione per impadronirsi definitivamente della importante contea?

Ego Rodolfo de Moulins, conte di Bojano.

(continua  2^ parte: dal conte Ugo (II) de Molinis alla fine della dinastia.