L’EPOPEA DELLA FAMIGLIA “DE MOULINS/DE MOLINIS/DE MOLISIO” NARRATA DAL CONTE RODOLFO. (1^ parte: dall’arrivo in Italia al CONTE ROBERTO.)

La mia storia inizia con l’arrivo in Francia di mio nonno, Guimondo/Guimond/Guimund), al seguito dei conquistatori Normanni (northmen=uomini del nord) capeggiati da Rollone.

Essi, avidi predatori discendenti dai grandi navigatori Vichinghi, nell’anno 911 risalirono la Senna e, devastando e saccheggiando i territori attraversati, si scontrarono con l’esercito francese, guidati dal re Carlo il Semplice, accorso in aiuto delle popolazioni assediate.

I Normanni furono sconfitti presso Chartes ma, nonostante ciò per l’abilità diplomatica del loro condottiero Rollone, sottoscrissero un trattato di alleanza che concedeva una parte della Bretagna e tutta la Neustria, già da loro conquistata, fino ai confini del Main e del Perche.

Con il tempo le pacifiche conquiste dei Normanni si estesero nei territori che comprendevano i distretti di Bayeux e Sèes (anno 924) ed in quelli di Avranches e Coutances; tant’è che i discendenti di Rollone, morto nell’anno 931, ebbero l’investitura di duchi di Normandia.

Guimondo (I) ebbe la titolarità del feudo appositamente istituito nel territorio della Marche (frontiera), tra la Neustria e il Perche, con capoluogo il castrum di Moulins e degli insediamenti difensivi di Bonsmoulins e Vernemil, onde proteggere i confini posti a nord ovest della Francia.

Il territorio intorno a MOULINS-LA MARCHE.

MOULINS LA MARCHE.

BONSMOULINS: ruderi di una fortificazione e portale di una chiesa.

Guimondo (I), vivendo ancora nell’anno 1033, ebbe per moglie Maria e per figli Guimondo (II) ed Alberada/Albarede/Auberee, andata in sposa a Raoul Tesson/Taisson, signore di Cinglais.

Alla sua morte l’amministrazione dei territori del castrum di Moulins, passò a mio padre, Guimondo (II) che  con la moglie Emma e la numerosa prole fece diverse donazioni alla chiesa di Saint Pere de Chartes ed all’abbazia di St. Evroult: …, ego Guidmundus et mea uxor Emma, cum nostra prole, () De Molinis videlicet meo castro decimam mercati totius anni concedo, et de omni tributo pertinenti ad ipsum castrum …. () Haec vero donatio loci ut firma in perpetuum permaneat, manibus propriis hanc cartam corroboravimus, ego et uxore mea et filii nostri; domno Guillelmo comiti, ex cujus beneficio tenere videor. () S. Guillelmi comitis. S. Guillelmi filii Osberti. S. Guimundi, qui hanc donatione fecit. S. Emmae uxoris ejus. S. Rodulfi filii ejus. S. Rodberti filii ejus. S. Antonii filii ejus, S. Guimmundi filii ejus. S. Hugonis filii ejus.(S. Guillelmi de Placis). S. Allani filii ejus. S. Guillelmi filii ejus. S. Toresgaudi filii ejus.

Le alterne vicende che videro protagonisti i duchi di Normandia e i loro feudatari, non furono favorevoli alla mia famiglia, tant’è che mio padre, Guimondo (II),  figlio di Guimondo (I), a seguito della sua ribellione contro il duca Guglielmo il Bastardo, fu privato insieme con tutti i suoi eredi dei feudi di Moulins, Bonsmoulins e Vernemil, assegnati ad Alberada, mia zia, figlia di Guimondo (I ).

Io, Rodolfo (II) de Moulins, primo figlio di Guimondo (II) e di Emma, con i miei fratelli Roberto, Antonio, Guimondo (III), Ugo, Alanno, Guglielmo, Toresgando e Tristano, avevo perso ogni avere e non ero più nelle condizioni di rivendicare i miei diritti.

Abili come eravamo nel cavalcare e nell’usare le armi e, potendo contare sulla fedeltà dei nostri sudditi, da alcuni anni avevamo abbandonato la Normandia con lo scopo di conquistare nuove terre.

Avevo avuto notizia già da diverso tempo che molti dei miei connazionali erano soliti intraprendere lunghi viaggi per visitare la città di Roma, sede del papa, e che di là proseguivano per monte s. Michele del Gargano luogo dell’apparizione dell’Arcangelo, e per la Terra Santa.

I racconti che essi facevano al loro ritorno erano ricchi di particolari che ben descrivevano e decantavano le bellezze dei territori attraversati, le risorse che potevano essere sfruttate al fine di creare ricchezza e potere, ma, soprattutto, la scarsa organizzazione politica e militare degli occupanti di quei territori.

Si diceva che queste popolazioni discendessero da quelle longobarde e franche che si erano impossessate di gran parte dell’Italia dopo la caduta dell’impero romano e dopo la lunga guerra greco-gotica.

Queste popolazioni non avevano ancora sopito i disaccordi sulla gestione del loro potere e su come fronteggiare l’invasione dei Saraceni.

Quei racconti stimolarono e rinverdirono la mia passione per l’avventura e di comune accordo con i miei fartelli Guimondo (III), Ugo e Tristano abbandonai la Normandia ed insieme partimmo alla volta dell’Italia meridionale.

Gli altri miei fratelli Roberto, Antonio, Alanno, Guglielmo e Taresgando preferirono restare; altri seppi in seguito, erano emigrati verso l’Inghilterra, presso un lontano parente.

La nostra separazione in seguito si sarebbe dimostrata negativa per come si svolsero gli avvenimenti che mi avrebbero visto sì protagonista, ma non al punto da poter far scrivere di me pagine di storia memorabili, al pari di quelle dei miei connazionali appartenenti alle numerose famiglie dei Drengot e, soprattutto degli Altavilla, il cui “cognomine” italianizzato, derivò da Hautanville, loro paese di origine, come quello della mia casata de Moulins, de Molinis o de Molisio.

Quando decisi con i miei fratelli di partire per l’Italia, ero già sposato con Alferada che mi aveva dato sette figli: Ugo (I), Ruggero, Roberto, Rodolfo (II), Guglielmo, Adelizia e Beatrice.

Il viaggio non fu privo di imprevisti; la nostra presenza non sempre fu accolta con simpatia dalle popolazioni che incontravamo durante il lungo ed avventuroso viaggio verso l’Italia meridionale, dove ci avevano preceduto e già avevano preso la residenza i fratelli del mio amico Roberto di Hautanville/Altavilla.

Contavo di costruire la mia fortuna e quella dei miei altrettanto sfortunati congiunti sulla loro amicizia e sulla loro alleanza.

La scarsa ospitalità ed il rigore del clima furono le principali cause di una grave malattia contratta da mia moglie Alferada che ci costrinse più volte a rallentare il nostro viaggio.

Roberto di Altavilla decise di raggiungere prima di noi il fratellastro Guglielmo detto Braccio di Ferro, la cui abilità politico-militare gli aveva dato la possibilità di essere, nell’anno 1042, già conte di Puglia, regione da lui liberata dalla presenza dei Bizantini.

Correva l’anno 1045 quando, con mia moglie Alferada, con i miei figli, con i miei tre fratelli e con i nostri fidati seguaci, giunsi presso il monastero di Montecassino per una breve sosta ristoratrice.

Il desiderio di visitare la famosa abbazia benedettina fu irresistibile: come era usanza di rispetto verso il luogo santo, depositammo all’esterno di essa tutte le nostre armi per accingerci a pregare.

I militi che erano preposti alla difesa del monastero, credendoci loro nemici, vigliaccamente, profanando il sacro luogo, irruppero nella chiesa e trucidarono quindici dei miei uomini migliori; gli altri spaventati riuscirono a fuggire soprattutto per condurre in salvo mia moglie Alferada, sempre più sofferente per la sua malattia, e le mie due figlie Adelizia e Beatrice.

Fortuna volle che trovarono rifugio presso Rocca S. Andrea; mentre io, i miei figli ed i miei fratelli, dopo una strenua quanto inutile resistenza, fummo fatti prigionieri.

La notizia della mia prigionia raggiunse rapidamente sia ai Normanni stanziati nella vicina città di Aversa, che corsero subito in mia difesa, non senza prima aver occupato per vendetta alcuni castelli di proprietà dell’abbazia, fra cui S. Vittore e la stessa Rocca S. Andrea dove risiedevano mia moglie e le mie figlie; sia gli altri miei connazionali, guidati da Drogone, l’altro fratellastro di Roberto di Altavilla, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro nella titolarità della contea di Puglia.

Con l’aiuto del principe di Salerno, il longobardo Guaimario V, di cui Drogone aveva sposato la figlia, la mia libertà e quella di tutti i miei congiunti fu ottenuta senza colpo ferire: fu pagato solo un riscatto pari a mille tareni.

Un eventuale scontro armato tra le opposte fazioni avrebbe potuto arrecare danni irreparabili al monastero di s. Benedetto e compromettere seriamente l’amicia e l’allenza dell’abate.

Gli avvenimenti che si erano così rapidamente succeduti causarono un aggravamento delle condizioni di Alferada che presto lasciò la vita terrena.

Questi spiacevoli imprevisti non ci demoralizzarono perché la solidarietà dimostrataci dai nostri connazionali che già avevano avuto modo di realizzare i loro sogni di conquista, ci incoraggiò a restare in Italia ed a resistere, per intraprendere con il loro aiuto tutte le iniziative politico-militari per realizzare i nostri sogni di potere e di gloria.

L’amicizia con gli Altavilla e soprattutto con Roberto, che per il suo valore e per la sua astuzia si era meritato il soprannome di Guiscardo, mi consentì di conoscere i discendenti degli antichi conti longobardi che prima di noi avevano dominato in Italia.

In particolare cominciai a frequentare la famiglia dei conti Roffrid, titolari della contea di Bojano, la cui giurisdizione era tra le più estese dell’Italia centro-meridionale e le cui origini storiche si facevano risalire all’antica popolazione dei Pentri, tenaci oppositori del dominio dell’antica Roma.

La città di Bojano, capoluogo della contea, risvegliò in me il mai sopito interesse militare, in quanto la localizzazione della città, in cima alla collina, ed il suo sviluppo lungo il pendio, la rendeva praticamente ben difesa ed inespugnabile.

Il suo insediamento di montagna, denominato Rocca Bojano, cinto da possenti mura e torri di difesa e di controllo, le cui basi di fondazione erano costituite da enormi massi detti “ciclopici”; dominava tutta la vallata per un raggio di circa 5 miglia ed il suo imponente castello, che solitario si stagliava verso il cielo, era un luogo di sicuro rifugio e, per come era strutturato, poteva resistere ai lunghi assedi.

BOJANO, capoluogo della omonima contea. Le tre fortificazioni: monte Crocella, già colle Pagano; ROCCA BOJANO, oggi Civita Superiore di Bojano; la Piaggia-San Michele.

ROCCA BOJANO, oggi Civita Superiore di Bojano, la pentra BOVAIANOM.

Il "castrum" denominato "Rocca Bojano" visto da sud: il "castello" (a) ed il "borgo"(b).

Il “castrum” denominato “Rocca Bojano” visto da sud: il “castello” (a) ed il “borgo”(b).

 

ROCCA BOJANO: in alto il “castello” ed il borgo medioevale visto da est.

Vedendo tutto ciò, spontaneamente cominciai a coltivare un sogno: con opportune  ristrutturazioni e miglioramenti più consoni alla cultura ed alla strategia militare normanna, il luogo avrebbe costituito una residenza quanto mai idonea per accogliere me ed i miei figli.  La città che si era sviluppata lungo le pendici della collina risultava idonea alla difesa ed era servita da due importanti vie che longitudinalmente e trasversalmente la collegavano con i diversi capoluoghi delle contee confinanti e con alcune città della riviera adriatica.

La “via consolare romana MINUCIA”, oggi S.S. 17 “Appulo-Sannita” (rosso) e la “via” romana (nero) della “Tabula Peutingeriana” da BOJANO alla costa adriatica.

La fertile pianura, opportunamente sfruttata, avrebbe fornito ogni ben di Dio: i pascoli della montagna e della pianura, come per il passato, avrebbero continuato a fornire gli alimenti per allevare gli ovini, i bovini, i caprini e soprattutto i cavalli, che mi ricordavano quelli posseduti a Moulins.

La pianura era circondata da colline più o meno alte, sulle cui cime i Pentri avevano realizzato gli insediamenti difensivi, di controllo e di comunicazione; furono distrutti dai conquistatori Romani, poi ristrutturati dai Longobardi.

Divenire proprietario di tutto ciò fu per me un gioco da ragazzo: con l’autorevole appoggio dei miei connazionali e, sfruttando l’amicizia che era nata con il vescovo della diocesi della contea di Bojano, sposai Emma, la figlia di Roffredo, conte di Bojano, una donna deliziosa ed autorevole allo stesso tempo, il cui nome mi ricordava quello della mia defunta madre.

La contea longobardo-franca di BOJANO portata in dote dalla contessa Emma di Roffrid a Rodolfo (I) de Moulins.

Bojano per me e per i miei figli, a ben ragione, divenne la nostra seconda patria.

I miei fratelli, Guimondo (III), Ugo e Tristano cercarono fortuna in altri territori dell’Italia del sud, contando sul proprio coraggio, sul loro spirito di abnegazione e sulla preziosa amicizia con i nostri già affermati connazionali di Hautanville.

Guimondo (III) trovò stabile dimora nel principato di Salerno, dove era  arrivato, avendo seguito il principe Gauimario V, dopo la nostra prigionia conseguente ai fatti di Montecassino. Divenne amico, nonché milite, di Guglielmo di Altavilla, conte del principato di Salerno e fratello di Roberto il Guiscardo, la cui protezione gli aveva permesso di acquisire una discreta fortuna: poteva, infatti, disporre dei territori siti nella valle di San Severino, dei quali divideva la titolarità con Guido, fratello di Gisulfo, principe di Salerno.

Guido e Gisulfo erano figli del principe Guaimario V, che era venuto in nostro aiuto a Montecassino. Guaimario fu ucciso in una congiura ispirata da quei pochi, ma irriducibili Longobardi che, al pari del papa Leone  IX, e dellimperatore d’Occidente Enrico III, erano timorosi dell’avanzata di noi Normanni. Stessa sorte era toccata all’altro nostro salvatore Drogone di Altavilla, conte di Puglia, fratello del Guiscardo e del succitato Guglielmo, conte del Principato.

Dalle poche notizie che mi giungevano dal principato di Salerno, sapevo che mio fratello Guimondo (III) ed il suo amico, nonché conte Guglielmo di Altavilla, erano soliti creare scompiglio nelle terre e nelle chiese dipendenti dall’arcivescovo di Salerno, Alfano I; tant’è che nell’anno 1068, ci fu un diretto intervento del pontefice Alessandro II, costretto ad emanare una bolla contro i due usurpatori normanni: … & Normanni, idem Guillelmus (di Altavilla, n.r.d.), & Girmendus filius Gimundi (Girmendus e Gimundi, sono la forma corrotta di Guimondo (III), n.d.r.), qui dicitur de Mulsi (forma corrotta di  “de Mulisio”, il cognome della casata di Rodolfo, n.d.r.) miles ejus haereditarius S. Salernitanae Ecclesiae …,.

L’ambizione e lo spirito di indipendenza di mio fratello Guimondo (III), mal si conciliava con il fatto di dover condividere la proprietà dei territori siti nella valle di S. Severino con Guido, fratello di Gisulfo, principe di Salerno.

L’occasione  dello scontro tra i due si ebbe intorno all’anno 1075, allorquando Roberto il Guiscardo che aveva sposato Sikelgaita, sorella di Guido e di Gisulfo, aveva stabilito di concedere a quest’ultimo alcuni territori di proprietà di suo fratello Guglielmo, amico e signore di Guimondo (III).

Guido, che non dimentichiamo era pur sempre di origine longobarda, fu ucciso in una imboscata tesagli da un contigente normanno, probabilmente alleato di Guimondo (III).

Sistemata in tal modo la faccenda, Guimondo (III) ed il suo signore Guglielmo di Altavilla continuarono a gestire il loro patrimonio nel Principato di Salerno fino al 1080, anno in cui Guglielmo morì; la moglie Maria ed il figlio Roberto ritennero opportuno, con la testimonianza sottoscritta anche da Guimondo (III), di fare una donazione in favore del monastero della S. Trinità di Venosa per la salvezza dell’anima del loro amato congiunto: … testes: Goffridus de Altavilla, nepos huius defucti; Guimundus Molinois [Guimondo (III) de Molisio o de Molino, fratello di Rodolfo, conte di Bojano, n.d.r.], ….

La perdita del suo signore e compagno d’armi Guglielmo d’Altavilla, costrinsero mio fratello, Guimondo (III), ad abbandonare la sua residenza salernitana per cercare fortuna nella città di Eboli, ove conobbe e sposò una ricca vedova, la contessa Emma (ancora una volta compare lo stesso nome di nostra madre), da cui ebbe un figlio, Guglielmo (in onore del suo amico) e tre nipoti: Ruggero, Roberto e Rao o Rodolfo (in mio ricordo o del primo marito di Emma).

1082. Februari, VI, Ebuli. … . Anno ab incarnatione eius millesimo octogesimo secundo, ….. . Nos emme filia quondam ioffrit que prius fui uxor domini rao qui dictus est trincanocte de ebuli et postea uxorem  fui guimundi qui dictus est de mulisi, una cum rucgerio et robberto et rao nepotibus nostris, filii quondam guidelmi qui fuit filius noster .

 

Diploma sottoscritto da Emma, contessa di Eboli, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, arca B 22.

La fortuna di Guimondo (III) non durò a lungo: dapprima perse l’unico figlio Guglielmo; ne assistette i figli, ma anch’egli morì dopo una breve malattia.

Ugo, l’altro mio fratello, con il titolo nobiliare di barone trovò la sua fortuna presso i principi di Capua, discendenti della dinastia dei Drengot che, come la storia ricorda, furono i primi Normanni a giungere in Italia.

Egli godeva della protezione del principe Riccardo II che, dopo la rottura della mia amicizia con Roberto il Guiscardo, come avrò modo di raccontare, era divenuto suo amico ed alleato.

Il barone Ugo de Molinis era considerato il primo nell’elenco dei baroni: primus inter pares e mi fu di grande aiuto quando iniziai ad espandere il mio potere verso le contee che confinavano ad ovest con quella della mia Bojano: Hugo de Molinis, Willelmo de Pirolo, Robberto de Medania, Thoma de Venabile, …., nostri dilectis baronibus. Edancora: …, et nostrorum dilectorum subscriptorum baronum Hugonis videlicet de Molinis, Willelmi de Pirolo, Robberti de Medania, Thome de Venabile, ….. 

L’altro mio fratello Tristano, che ci aveva seguito in Italia, fu meno fortunato: andò a risiedere nel principato di  Salerno, ma di lui ho avuto sempre poche notizie: ebbe sempre sporadici rapporti con Guimondo (III) e con gli altri membri della nostra famiglia.

Scarse le notizie di Roberto, suo figlio, che amava poco parlare della sfortunata vita del padre; lo accolsi con piacere nella mia contea e lo designai titolare del castrumdi Toro e dei territori ad esso pertinenti: Ego Robertus qui dicor de Principatu, filius quondam Tristapni (corr.ne di Tristano, n.r.d.), declaro me possidere & habere unum  castellum quod nominatur Torum, ….

Roberto, come del resto un po’ tutti i componenti della famiglia de Molinis, godeva dell’amicizia di Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, al punto da seguirlo, nell’anno 1096, nella sua prima crociata in Terra Santa.

Al suo ritorno, mio figlio Ugo (I), succeduto alla mia morte alla titolarità della contea di Bojano, nell’anno 1109 gli aveva affidato la conduzione dell’importante feudo facente capo al castrum di Limosano: Sed et Johannes Triventinae sedis episcopus, una cum Robberto filio Tristayni Limessani castri domino, optulit huic loco ecclesiam sanctae Illuminatae infra fines praedicti castri Limessani, loco ubi dicitur Petra majore …. .

Questo può bastare per quanto riguarda la storia dei miei fratelli.

Il matrimonio con Emma, figlia del conte longobardo Roffrid/Roffredo, mi portò in dote il titolo di conte di Bojano, garandendomi per il futuro la vita ed il possesso della contea contro un eventuale rischio di occupazione da parte dei Normanni, miei connazionali, la cui brama di conquista aveva preso di mira tutte le contee ancora sotto la sovranità longobarda.

Il consolidarsi della presenza normanna nelle regioni dell’Italia meridionale cominciava a creare molta preoccupazione nei signori di origine longobarda perché vedevano minacciato il loro potere e la loro indipendenza.

Molti di loro trovarono il sostegno e l’alleanza del papa Leone IX, anch’egli preoccupato per il mantenimento del potere temporale sui territori a confine con i primi insediamenti dei Normanni, che l’imperatore Enrico II aveva ormai riconosciuto ufficialmente come nuovi dominatori/proprietari.

Leone IX inviò messaggi a tutti i signori longobardi per fare causa comune contro i Normanni e fronteggiarne l’avanzata: il momento favorevole per la reazione si ebbe in seguito all’assassinio di Drogone, conte di Puglia, e del longobardo Guamario V, principe di Salerno, e suocero di Roberto il Guiscardo, nonché all’ascesa al trono imperiale di Enrico III che non riteneva opportuno avere nei riguardi dei Normanni la stessa disponibilità del suo predecessore.

Nel dicembre dell’anno 1052, la città di Benevento, dove mio suocero aveva la residenza, e tutti i territori limitrofi, furono provocatoriamente tolti alla potestà dei Normanni e restituiti dall’imperatore alla sovranità del papa; di conseguenza, i signori ostili ai Normanni manifestarono apertamente quel poco di coraggio che era rimasto: si allearono e chiesero la protezione di Leone IX, convinti anche dalla protezione e del tacito consenso dell’imperatore Enrico III.

L’esercito papale guidato dallo stesso Leone IX, nell’anno 1053 mosse alla volta della città di Siponto con lo scopo di allearsi con l’esercito bizantino e di sferrare un unico e definitivo colpo di grazia all’esercito normanno. Tra le fila dell’esercito normanno ricordo la presenza di Unfredo, fratello del defunto Drogone, stimato per il suo valore; Riccardo I da poco nominato conte di Aversa; del mio grande amico Roberto, soprannominato il Guiscardo che, per la sua scaltrezza, né Cicerone né l’astuto Ulisse potevano uguagliare.

Ed ancora: Pietro e Gualtiero, figli insigni di Amici; Aureolano, Uberto e Rainaldo della casata dei Mosca; il conte Ugo, che ricopriva il maggior grado tra i seguaci di Telese; il conte Girardo che ricopriva il maggior grado tra i suoi seguaci di Benevento.

Il nostro era un esercito costituito da circa tremila armati e pochi fanti; eravamo privi di pane e chiedevamo solo delle armi per combattere e cadere con gloria, piuttosto che morire di fame e senza onore. La nostra partenza dalla Normandia era da tutti noi considerata un viaggio senza ritorno; avevamo scelto l’Italia meridionale come patria comune e sul suo suolo volevamo allevare ed educare i nostri figli.

Ero a conoscenza della presenza di mio suocero Roffredo nelle file dell’esercito papale e, prima della battaglia, riuscii a vedere i fratelli, conti Trasmundo e Atto, della contea longobarda di Termoli; Malfredo di Campomarino; i figli generati dalla dinastia dei Borrello, che già mi furono ostili quando fui fatto prigioniero a Montecassino.

La loro presenza centuplicò le mie forze al momento dello scontro in quanto rivivevo le sofferenze patite per colpa loro e, soprattutto, per quelle procurate alla mia povera moglie Alferada: avevo giurato a me stesso che se fossi sopravvissuto allo scontro, mi sarei vendicato con la conquista delle loro terre.

Lo scontro con l’esercito guidato dal papa Leone IX avvenne il giorno 17 giugno 1053, presso la città di Civitate, ancor prima che i nostri avversari si potessero unire ai Bizantini e fu combattuto con inaudita ferocia e senza esclusioni di colpi; noi Normanni fummo i vincitori e consolidammo definitivamente la nostra presenza ed il nostro potere nell’Italia centro-meridionale.

La tranquillità che tutti avevamo conquistato ci permise sì di consolidare il nostro dominio, ma, soprattutto, ci consentì di migliorare le condizioni economiche e sociali dei nostri sudditi e di arricchire con la nostra cultura le città che avevamo conquistato, migliorandone l’aspetto urbanistico con la costruzione di nuovi palazzi, di nuove chiese; migliorando e potenziando le loro antiche strutture difensive.

Con la mia famiglia presi la residenza nell’imponente castello di Rocca Bojano a cui avevo ritenuto opportuno fare effettuare dalle mie maestranze alcune sostanziali modifiche architettoniche per cancellare definitivamente l’originale intervento dei predecessori Longobardi.

Il “ricetto” del castello di Rocca Bojano, visto dalla “corte alta”.

Fu ampliato il ricetto del castello per poter ospitare, in caso di pericolo, il maggior numero dei sudditi residenti nel sottostante borgo di cui avevo comunque ristrutturato, potenziandole, le mura merlate di cinta, il passaggio di ronda, gli avamposti del lato sud, le torri d’angolo e le stesse mura.

Le mura di cinta (merlate) del borgo medioevale di Rocca Bojano, lato sud.

Sempre intervenendo sulla struttura del castello, innalzai sul lato sud ovest il maschio in modo da poter facilmente controllare gli accessi  alla montagna ed allo stesso castello: ampliai ed impermeabilizzai, per conservare l’acqua piovana in caso di assedio, le cisterne già esistenti nella zona più esterna ad est del castello e quelle site a ridosso del maschio e sotto il piano di calpestio della zona riservata ai miei cortigiani.  Le stanze destinate alla mia residenza furono provviste tutte di camini per vincere i rigori del freddo. Feci ampliare di più la finestra che guardava verso i monti e quella che si affacciava sulla sottostante meravigliosa pianura.

La mia occupazione quotidiana era in massima parte dedicata alla gestione amministrativa della contea: incontri con i baroni, con i notai, con i giudici e con qualche suddito che ne avesse fatto esplicita richiesta.

Giornalmente i contabili avevano l’obligo di aggiornarmi su quanto si produceva negli allevamenti del bestiame: ovino, bovino e caprino; dalla coltivazione dei campi: grano, farro, ortaggi; della quantità della farina che i numerosi mulini ad acqua producevano periodicamente; della lavorazione della lana e di tutti i derivati del latte.

Saltuariamente mi incontravo con il vescovo: il più delle volte ci intrattenevamo dopo le celebrazioni religiose o quando, su mio invito, doveva essere testimone e controfirmare le donazioni per la salvezza della mia anima e di quella dei miei congiunti defunti o ancora in vita, sottoscritte soprattutto in favore del monastero di Montecassino.

La residenza del vescovo era situata su di un poggio sottostante Rocca Bojano, ricavato da un antico terrazzamento realizzato dai Pentri ed inglobato nelle mura di cinta che proteggevano anche la sottostante città di Bojano.

BOJANO nella “incisione” del Pacichelli (XVII).

BOJANO: la corretta visione della “incisione” del Pacichelli.

La chiesa cattedrale che trovai già edificata dai miei predecessori, era ubicata in pianura, a ridosso del primo terrazzamento pentro edificato alla base della montagna; la sua abside era stata collocata al di sopra di una sorgente di acqua fredda e limpidissima dove veniva celebrato direttamente dal vescovo il sacramento del battesimo.

Per  mia volontà, come descriverò in seguito, la cattedrale fu ristrutturata perché fosse più aderente alle forme architettoniche della cultura normanna; la realizzazione fu affidata alle maestranze giunte positamente dalla Normandia.

BOJANO: Il portale della antica cattedrale. (foto “Ass.ne Falco di Bojano).

BOJANO: il “rosone” dell’antica cattedrale. (foto prov. Campobasso).

Ritenni necessario questo radicale intervento di ristrutturazione e di modifica per cancellare dalla mia mente il ricordo dello sfortunato matrimonio di mia figlia Beatrice con il nipote di Roberto il Guiscardo, celebrato solennemente in quella antica cattedrale nell’anno 1072.

Il matrimonio, oltre ad essere stato causa di disgrazia per la mia diletta figlia, mi procurò anche l’insanabile litigio con Roberto il Guiscardo, ma, al tempo stesso, mi offrì la possibilità di accrescere il mio potere militare ed amministrativo, facendomi stringere una nuova alleanza con i Drengot, l’altra potente famiglia normanna che dominava nel principato di Capua.

Solo dopo essermi separato da Roberto il Guiscardo capii che la mia vita era stata vissuta all’ombra della sua fama; solo allora capiii che il possesso del solo territorio della contea di Bojano era ben poca cosa in confronto a ciò che avevo sempre sognato di realizzare con la mia ambizione e le mie capacità politiche e militari.

Mia figlia Beatrice aveva sposato il nipote di Roberto il Guiscardo, il giovane cavaliere Serlo (II), figlio di Serlo/Serlone (I), fratellastro di Roberto il Guiscardo.

Avevo concesso con molto piacere la mano di mia figlia ad un discendente della famiglia degli Hautanvil/Altavilla, considerato uno fra i più abili cavalieri normanni al seguito dell’altro zio, Ruggero, divenuto Gran conte di Sicilia.

Ero a conoscenza delle sue imprese militari e della ricompesa che i suoi autorevoli zii gli volevano riconoscere: un feudo da godere in compagnia della moglie Beatrice.

Purtroppo non visse fino alla investitura di quel feudo; durante l’estate del 1072 cadde nei pressi di Nicosia in un vile agguato tesogli da alcuni cavalieri saraceni che, non paghi di averlo trucidato, gli strapparono il cuore e lo mangiarono, sperando, come era nel loro costume, di acquisire il suo coraggio.

La mia Beatrice non potè piangere sul corpo del marito in quanto quei malvaggi e barbari assassini lo avevano inviato in Africa come trofeo in omaggio al loro re.

La triste notizia giunse a Palermo, residenza di Ruggero e Roberto, zii di Serlo (II), che, pur mostrando grande ed inconsolabile dolore, non risparmiarono alla mia diletta figlia altre sofferenze, unite all’oltraggio di dover subito sposare, per ragion di Stato, un certo Angelmaro, e risiedere con lui a Gerace. Dovetti accettare di buon grado le loro decisioni, continuando ad offrire pazientemente la mia collaborazione come ambasciatore di Roberto il  Guiscardo.

Era successo, infatti, che il mio amico Roberto, non contento di aver conquistato con i suoi fratelli gran parte dell’Italia meridionale, aveva cominciato ad interessarsi anche della conquista delle terre d’oltre mare; addirittura le sue mira espansionistiche avevano preso in considerazione la conquista dell’impero di Costantinopoli che, all’epoca, si trovava in grosse difficoltà.

L’occasione gli si presentò allorquando l’imperatore Michele richiese il suo aiuto contro i popoli confinanti e contro quanti avanzavano pretese sulla sua ascesa al trono; in cambio del suo aiuto, la figlia del Guiscardo avrebbe sposato il nipote dell’imperatore.

Punto sulla sua ambizione, Roberto non accettò di inviare aiuti militari all’imperatore, ma accondiscese solo al matrimonio della figlia che, purtroppo, non avvenne; al suo arrivo a Costantinopoli, l’imperatore Michele era stato spodestato e la promessa sposa, senza alcuno che potesse proteggerla, fu costretta a trovare rifugio in un convento.

La reazione di Roberto fu ritardata dagli altri impegni militari, ma prima di prendere la decisione di inviare il suo esercito a Costantinopoli, convinse me a partire nelle vesti di suo ambascatore per ricorndurre sua figlia in Italia.

La mia abilità diplomartica non sortì l’effetto sperato; al mio ritorno, l’amico Roberto mi accusò dell’insuccesso al punto da minacciarmi di morte.

Il vaso era ormai colmo! Ricordando anche quanto era accaduto alla mia diletta figlia, decisi di abbandonare definitivamente il mio amico; stipulai una nuova alleanza con Giordano, principe di Capua, figlio del defunto Riccardo I e di Fresenda, sorella di Roberto il Guiscardo; ero ben certo che mi avrebbe in seguito ricompensato di tutti gli affronti ricevuti dall’Altavilla.

Riccardo I, padre di Giordano, apparteneva alla dinastia dei Drengot che rappresentava l’altra forza normanna presente nell’Italia meridionale e che, pur essendo stati i primi tra i Normanni ad iniziare la conquista, furono meno abili degli Altavilla nell’espandere il loro dominio suoi territori occupati dapprima dai Longobardi, successivamente dai Franchi.

Riccardo I aveva iniziato la sua carriera  politica quale conte di Aversa nell’anno 1049, dopo la morte dello zio Rainulfo, ma l’ambizione che caratterizzava tutti noi Normanni, lo portò presto a ricercare tutte le occasioni per estendere il dominio sulle regioni limitrofe alla contea di Aversa.

Dopo la conquista di Gaeta ed Aquino, i programmi di Riccardo I si realizzarono con la conquista della città di Capua, nell’anno 1057: egli assunse il titolo di principe ed allargò il suo potere su tutto il territorio pertinente all’antico principato longobardo che comprendeva anche le contee di Venafro, di Isernia, della Terra  Burrellensis e della Terra di san Vicenzo al Volturno.

Riccardo I morì nell’anno 1078 e gli successe, come già detto, il figlio Giordano, nipote di Roberto il Guiscardo; incurante del litigio che mi aveva indotto ad abbandonare lo zio, accettò la mia richiesta di alleanza perché giudicava utile il sostegno di un uomo fidato ed esperto, appartenente alla vecchia generazione normanna che aveva combattuto al fianca del padre nella vittoriosa battaglia di Civitate e che, oltre tutto, era anche il titolare della contea di Bojano, il cui territorio confinava con quelli del principato di Capua, ossia con le contee di Venafro, di Isernia, la Terra Burrellensis ed il possedimento di san Vincenzo al Volturno.

La mia ascesa politica ed economica, con l’appoggio del principe Giordano, di cui ero il rappresentato ufficiale, fu molto rapida: avevo necessità di recuperare il tempo perso a costruire i successi dei membri della famiglia degli Altavilla.

La mia esperienza militare, la mia abilità politica e, perché no, anche la mia saggezza, messi al servizio del principe di Capua, mi portarono ad annettere alla contea di Bojano, la contea di Isernia, la contea di Trivento, nonché parte dei territori della Terra Burrellensis: in tal modo, finalmente, potevo coronare la mia vendetta nei confronti della famiglia discendente dal domnus Borrello I, detto Major, e della consorte domna Ruta.

L’esponsione (confine azzurro) della contea di BOJANO (1, confini nero) dopo le conquiste del conte Rodolfo: (2) contea di Isernia; (4) Terra Burrellensis nella contea di Trivento (5). Erano escluse: la contea di Venafro (3), la contea di Larino (6) e la contea di Termoli (7).

Le accresciute risorse economiche mi permisero di ristrutturare nell’anno 1080, come ho già narrato, la vetusta cattedrale di Bojano retta all’epoca dal vescovo Adalberto che vi aveva celebrato lo sfortunato matrimonio di mia figlia Beatrice con il cavaliere Serlo II, nipote del Guiscardo.

Per la salvezza della mia anima e di quella di tutti i miei congiunti vivi e defunti, ero nella possibilità economica di poter fare alla chiesa di Santa Croce, sita nella località di Pesclatura del territorio di Isernia, la donazione del castellum chiamato Balneum, con tutte le sue pertinenze: case, terre e vigneti, acque e mulini, selve e chiese; beni che avevo acquistato, per la somma di duemilaseicento tareni amalfitani, dal mio fedele milite Beraldo, al quale già in precedenza erano stati concessi in servizio da me e da mio figlio Ugo (I).

Ricordo che l’atto fu sottoscritto dal giudice Giovanni, vice-conte della contea di Bojano, da Giovanni, vice-conte di Isernia, da Sifredo, vice-conte di castro Petroso, da Giovanni, vice-conte di Fresilone, da Giovanni, vice-conte di Carpinone, da Anserio di Pectorano e da altri miei sudditi:  In nomine domini nostri Iesu Christi. Anno ab incarnatione domini nostri Iesu Christi millesimo octagesimo octavo, indictione XI. Principatus domni Iordanis capuani principis octavo, episcopatus vero () Yserniensis ecclesie ()  Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis, (), una cum coniuge mea nomine Emma et Ugone filio meo, necnon et Ruggerio, et Robberto nepotis meo filio Robberti filii mei, pro redemtione animae mee et remissione peccatorum meorum, et Ugonis filii mei necnon et Roggerii, et Robberti nepotis mei filii Robberti filii mei, seu etiam pro redentione anime patris mei Guimmundi, et matris mee Emme, et filiorum meorum scilicet Robberti, et Rodulfi, et Guilgelmi, necnon et Alferade uxoris mee que iam ab hoc seculo defucta est, et filiaruma mearum Adelicze et Beatricis, in hac ecclesia vocabulo Sancta Crucis, que costructa esse videtur infra fines Ysernie civitatis supra ipsum locum qui Pesclatura vocatur, hoc quod subscriptum est dedi et spontaneo concessi, castellum scillicet, quod vocatur Balneum () , qui suprascripti sunt, necnon etiam et pro animabus fratrum meorum Robberti, Ugonis, Antonii, Guimmundi, Alamni, (Tro)staini, …..

Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis: con questa frase iniziavo ogni documento ufficiale per comunicare con i principi di Capua, miei alleati, con i vescovi e gli abbati, con i sudditi; volevo esternare il mio comune affetto per le città di MOULINS e di BOJANO che consideravo la seconda patria della mia famiglia.

A causa della vecchiaia e con il consenso di Giordano, principe di Capua, nell’anno 1091 elessi conte di Bojano, affiancandolo al mio potere, il mio primogenito Ugo (I). Nell’occasione, donammo alla nuova cattedrale dell’antica diocesi di Bojano, retta dal vescovo Uberto, un nostro mulino sito alle falde di monte Pagano da dove sgorgano ancora oggi acque abbondanti e limpide.

La mia vita volgeva al termine; volendo soprattutto salvare la mia anima ed ancora una volta quella dei miei congiunti viventi e defunti, feci, con il consenso di mio figlio, il conte Ugo (I), un’ultima, quanto importante donazione al monastero di san Bendetto di Montecassino: la chiesa di santa Croce di Pesclatura di Isernia e tutto ciò che avevo ad essa donato nell’anno 1088, cioè il castello di Balneum ed il terrritorio ad esso pertinente.

La pergamena della donazione è conservata ancora oggi presso la biblioteca del monastero Montecassino; può essere visionata, facendone richiesta al “paziente” e “diligentissimo” padre Gregorio De Francesco o alla dott.ssa Stefania Gradini. Una copia, datata 1092, è conservata presso  il monastero di Montevergine.

Il diploma (copia?) dell’anno 1088 conservato presso il monastero di Montevergine (a sn). Il diploma dell’anno 1092 conservato nella biblioteca del monastero di Montecassino (a ds.).

La mia avventura nell’Italia meridionale e nella contea di Bojano, come ben sapete, era iniziata nel monastero di Montecassino nel lontano anno 1045; ebbene, decisi di trascorrervi gli ultimi anni della mia vita; non senza prima aver rinunciato alla titolarità della contea, per vestire il saio; sì, il guerriero, il conte, divenne monaco seguace della regola di san Benedetto. Nei Necrologi Cassinesi è scritto:IV id mar. Oblit Rodulfus comes.

Il conte Ugo (I) aveva ereditato la mia indole: era coraggioso in combattimento ed abile nel gestire il potere politico in tempo di pace; ma di pace, in verità, agli inizi della sua titolarità, la contea di Bojano ne ebbe poca. La sua ambizione di potere fu attratta dai territori ancora in possesso del conte Pandolfo, uno dei discendenti dei conti longobardi di Venafro.

Gli avvenimenti dell’epoca lo favorirono molto perché sfruttò sì l’alleanza e la protezione di Riccardo II, principe di Capua, ma, ancor più, la nuova amicizia che seppe instaurare con gli eredi della famiglia degli Altavilla, sempre in ascesa, sempre presenti e potenti nello scenario militare e politico dell’Italia centro-meridionale.

Era il tempo in cui anche il principe Riccardo II, scacciato da Capua dai sudditi ribelli, dovette chiedere aiuto agli Altavilla, in nome della loro comune origine normanna. Gli fu restituita la titolarità del principato, ma perse la sua autonomia in quanto dovette giurare fedeltà e ricoscere il potere sia di Ruggero Borsa, figlio del defunto Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e delle altre regioni meridionali, sia di Ruggero I, Gran conte di Sicilia, fratello del Guiscardo.

Non è improbabile una interessata, quanto accorta partecipazione di mio figlio Ugo (I), conte di Bojano, agli avvenimenti: di lì a poco, iniziò la conquista della contea di Venafro, retta ancora dal conte Pandolfo, l’ultimo eredi dei Longobardi: Ugo de Molisi apprehendit Pandulfum comitem, et tenuit in vinculis .; nonchè ad acquisire il feudo di Castelli Maris, l’odierna Castel Volturno.

Il “castello” di “Castelli Maris”, oggi Castevolturno, visto dal mare e da terra.

Con il possessso della contea di Venafro, i domini del conte Ugo (I) de Molinis vennero a confinare con la signoria monastica di Montecassino; il conte di Bojano, dando prova di abilità politica e di opportunismo, pensò di usufruire, per la difesa dei confini occidentali del suo esteso dominio, del prezioso appoggio ed alleanza di Oderisio, abate di Montecassino, in cambio dei quali, nell’anno 1105, rinunciava al possessso del castello di Viticuso da sempre conteso dagli abati di Montecassino e dai conti longobardi di Venafro.

La donazione del castello di Viticuso, sottoscritta da mio figlio Ugo (I) de Molinis, conte di Bojano, da Bernardo, vescovo della diocesi della stessa città, da Guglielmo, il mio quintogenito figlio, da Mauro, vescovo della diocesi di Isernia, e da altri nostri parenti era subordinata alla garanzia della disponibilità del castello, ogni qualvolta il conte ed i suoi eredi fossero stati minacciati da una guerra nella contea di Venafro.

La mia contea, per merito di mio figlio, aveva acquisito, con il feudo di Castelli Maris  anche   uno sbocco sul mare Tirreno; egli, seguendo il buon esempio paterno, non dimenticava di salvare la propria anima e quella dei suoi congiunti viventi e defunti, donando all’abate Saxo del monastero di sant’Angelo in Formis, la chiesa di san  Benedetto, sita nella terra di Cantiae, nel luogo detto Delfiana, facente parte del suo feudo di Castelli Maris.

 
 
 

 

Miniatura del “Registro di S. Angelo in Formis”: Ugo (I), conte di Bojano (in rosso) fa donazione all’abate Saxo.

(). Ideoque ego Ugo comes qui dicor de Mulisi, filius quodam Rodulfi comitis(), quam et pro redemptione animae meae & animae quondam suprascripti mei genitoris et meae genitricis, per hanc cartulam alieno, idest do et trado atque offero tibi domno Saxo Dei gratia monache atque preposite predicti monasterii, hoc est integram unam aecclesia  vocabulo Sancti Benedicti, quae constructa est intra fines terrae Cantiae, in loco qui dicitur Dalfiana, ….

 Assicurandosi alle spalle il baluardo del Matese, mio figlio il conte Ugo (I) de Molinis, cominciò ad aggiungere alla contea di Bojano vari territori localizzati in tutte le direzioni: a nord occupò la contea di Trivento e quanto restava della Terra Burrellensis, a nord est il territtorio lungo le due sponde del fiume Biferno, includendo parte della contea di Larino, mentre l’acquisizione del feudo di Serracapriola, definiva i confini con la contea di Loritello (Rotello, n.d.r.). Ad occidente e a mezzogiorno i confini della contea di Bojano inglobavano i territori già pertinenti alle contee di Venafro e di Isernia; come pure il feudo di Castel Volturno, che controllava la foce del fiume Volturno nel mare Tirreno.

La contea di BOJANO (rosso) ed il feudo di Serracapriola (manca il feudo di Castel Volturno) dopo l’espansione del conte Ugo (I) de Molinis.

L’estesa contea che mio figlio era riuscito a realizzare, per la sua posizione strategica, riusciva a controllare i destini sia del principato di Capua, retto da Riccardo II, sia il ducato di Puglia, retto da Roberto Borsa della famiglia degli Altavilla.

Le fortezze presenti nella contea di Bojano controllavano le strade che dal nord conducevano, da una parte, verso Capua, dall’altra a Benevento e, dall’altra ancora, attraverso il territorio di Serracapriola, alla Puglia centrale.

Grazie alla mia abilità politico-militare ed a quella di mio figlio Ugo (I), la città di Bojano, capoluogo della omonima contea, tornava a godere del ruolo e del prestigio che la storia le aveva assegnato fin dai lontani tempi del ver sacrum sabino ed i confini della contea che eravamo riusciti ad ampliare con l’inclusione di parte del territorio degli antichi Frentani, andavano a modellarsi a grandi linee con i confini originari del territorio occupato dal fiero popolo dei Pentri.

Il territorio dei “PENTRI” (rosso) VIII-VII sec. a. C..

La potenza ed il prestigio militare di mio figlio, il conte Ugo (I), furono evidenziati da una dichiarazione di Roberto de Aquila, conte di Pontecorvo: egli aveva giurato sì fedeltà ad Oddone, abate di Montecassimo, contro tutti i nemici, facendo precedere, comunque, la sua fedeltà per il papa, per il principe Roberto di Capua, succeduto al fratello Riccardo II nell’anno 1106, e per il conte Ugo de Molinis ed il figlio Simone: Ego richardo de aquila juro, et promitto tibi domno oddoni abbati quia ab hac ora in antea non sum, … . Adiutor ero ad tenendum, et defendendum contra omnes homines, qui tibi tollere incipiunt. Excepto si dominus papa, aut princeps robbertus, aut comes ugo vel simonem, filii ejus, guerram tibi fecerit aut mihi facere preceperit ….

Dopo il suo programma di spansione territoriale, il conte Ugo (I) si concesse un periodo di riposo da dedicare al consolidamento del proprio dominio e provvedere a migliorare le condizioni economiche dei vassalli e sudditi, in modo tale da poter sempre contare sul loro aiuto, onde primeggiare fra i vari nobili allora presenti nell’ Italia meridionale. Seppe superare con successo le crisi politiche che frequentemente si verificavano ai vertici del potere centrale e seppe volgere sempre a suo favore l’alleanza ora dell’uno, ora dell’altro degli eredi della dinastia degli Altavilla.

L’ultima notizia che si ha di mio figlio, il conte Ugo (I), risale al 1108: compare come teste in una donazione di Roberto I, principe di Capua. Esiste un sommario di una donazione, senza data, sottoscritta da mio figlio Ugo (I) in favore della chiesa cattedrale di san Bartolomeo di Bojano: Privilegio di Vone figlio di Rodolfo Conte il quale, computo della memoria delli peccati suoi, di suo padre e di Alferada sua madre, e di Roberto suo fratello, e di altri suoi parenti vivi e morti, dà e concede alla chiesa di S. Bartolomeo Apostolo per mano dei D. Roberto vescovo di Bojano tutte le decime di Ferrazzano, e Mirabello, tanto de Campi, quanto de salari di Natale, Pasqua e S. Maria, e di tutti i molini, che sono nelli predetti luoghi con assertiva che chi per alcun tempo mai ne voglia levare, o scemare alcuna cosa sia scomunicato, e condannato con Giuda traditore del Sig.re, e dopo haverlo fatto, seno s’emenderà sia dato alle fiamme perpetue: ad abbruggiare insieme con Satan, et Abiro ….

Alla sua morte, avvenuta prima del 1113, gli successe il suo primogenito Simone che già nello stesso anno, aveva sottoscritto la donazione del castrum vetus  e di altre chiese della città di Sepino, in favore del monastero di Santa Sofia di Benevento.

Durante il breve periodo della titolarità di mio nipote, il conte Simone de Molinis, la contea attraversò un periodo di pace e di prosperità, permettendo ai sudditi di poter dedicare la loro opera alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame ed a proficui commerci con le contee confinanti.

La vita del conte Simone de Molinis, figlio di Ugo (I)  fu molto breve: morì a causa di un terremoto durante una visita alla città di IserniaHis perturbationibus insistentibus, Symon filius Ugonis de Molisi, apud Yserniam, vita decessit, corpusque eius ad hoc monasterium delatum atque in atrio ecclesiae beati Benedicti reconditum est. Per i suoi meriti terreni ebbe l’onore di essere sepolto nell’atrio del monastero di san Benedetto di Montecassino, dove io era stato monaco.

A causa della minore età di Ugo (II), suo figlio ed erede, alla titolarità della importante ed estesa contea di Bojano, fu nominato conte e reggente Roberto, fratello del defunto conte Simone.

La titolarità del conte Roberto fu molto breve, ma significativa: egli dimostrò grande leatà nei riguardi del nipote Ugo (II), legittimo erede della contea di Bojano; quanti altri avrebbero saputo approfittare della favorevole occasione per impadronirsi definitivamente della importante contea?

Ego Rodolfo de Moulins, conte di Bojano.

(continua  2^ parte: dal conte Ugo (II) de Molinis alla fine della dinastia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 Risposte to “L’EPOPEA DELLA FAMIGLIA “DE MOULINS/DE MOLINIS/DE MOLISIO” NARRATA DAL CONTE RODOLFO. (1^ parte: dall’arrivo in Italia al CONTE ROBERTO.)”

  1. francesca Says:

    Desidererei sapere di Andrea De Molisio, signore di Montefuscolo e Cupuli, sposo di Stefania, figlia del cavaliere Andrea di Montefalcione.
    La donna rimase vedova e nel 1304 sposò Adinolfo d’Aquino

    • molise2000 Says:

      Non ho notizie di Andrea de Molisio. L’albero genealogico della famiglia normanna de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea di Bojano/Molise, iniziò con Guimondo, signore del castrum di Moulins, nell’anno 1033 e terminò con il conte Ugo (II) nell’anno 1160 per non aver lasciato eredi.
      Nessuno dei componenti la famiglia comitale era chiamato Andrea.
      I nomi dei figli di Guimondo: Rodolfo, Roberto, Antonio, Ugo, Alanni, Guglielmo, Toresgandi, Tristano.
      Nella successiva generazione, Rodolfo, il primogenito di Guimondo, nell’anno 1053 era già titolare della contea di Bojano, ed i figli: Ugo (I), Roberto, Rodolfo, Guglielmo, Adelizia e Beatrice.
      Altri nomi usati: Simone, Ruggiero.
      Fuori dalla contea troviamo: Guimondo (1075), fratello di Rodolfo primo conte di Bojano, che aveva sposato Emma, contessa di Eboli; c’era il barone Ugo de Molisio (1095), anch’egli fratello del conte Rodolfo, che visse a Capua, sede dell’omonimo principato; Roberto (1092), nipote del conte Rodolfo perché figlio del fratello Tristano, era feudatario del castellum di Toro e Roberto de Molisio, barone di Castelcicala prima dell’anno 1151.
      Andrea di Molisio, vissuto nel XIII secolo, potrebbe non essere un discendente della famiglia comitale di origine normanna: il cognome derivava dal nome del comitatus di origine: Molisii.
      E’ vissuto un Amelio de Molisio che da re Manfredi, nell’anno 1258, ebbe in feudo Alberona.
      Amelio: un nome sconosciuto nella genealogia dei conti normanni della contea di Bojano/Molise: il cognome Molisio ricordò il nome del comitatus dove era nato.
      Considerata l’epoca in cui visse Andrea de Molisio, consiglio di consultare i Registri della Cancelleria Angioina.
      Oreste Gentile

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