150° ANNIVERSARIO UNITA’ d’ITALIA. BOJANO: ciò che non dicono i libri di storia.

Garibaldi non ancora giungeva nella città di Napoli , capitale del regno borbonico: fece il suo ingresso trionfale il giorno 7 settembre 1860.

Due giorni prima, il 5 settembre, la città di BOJANO si rese protagonista di un avvenimento che arricchiva la sua millenaria storia.

La notizia della spedizione e delle imprese dei Mille aveva accresciuto l’amore per l’unità d’Italia di alcuni patriotti bojanesi che con ansia preparavano la liberazione della loro cittadina  dalla presenza delle forze ancora fedeli al re borbone.

Capo di questi coraggiosi era Girolamo Pallota, come scrisse Nicola Marucci (aprile 1923)un distinto e autentico patriotta, deputato al Parlamento Napoletano del’48  (…). Il Pallotta adunque, d’accordo con tutti i Comitati d’agitazione del Mezzogiorno, anelava il momento di poter tradurre in atto quello che il suo amicissimo di cuore e di fede, Stefano Iadopi d’Isernia, aveva predicato qui il 1848, cioè, in caso di rivoluzione nelle altre parti del Regno, proclamare la immediata istituzione di un “governo provvisorio”.

Nella vigilia dell’agosto 1860, messisi alfine d’accordo i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, mercè l’opera del Persano e del Villamaria, trasformatisi in Comitato unitario nazionale, attendeva il momento opportuno, coi suoi compagni di fede, per far qualche cosa per la grande causa.

Le notizie della Calabria e della Basilicata giungevano qui con rilento, ma quando si seppe che il 2 settembre il Clero di Campobasso, con un discorso adatto alla grande circostanza, detto dal parroco Iapoce, aveva offerto ai volontari garibaldini una bandiera tricolore, allora non si ebbe più ritegno.

La mattina del 5 settembre 1860, su gli antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore si vide sventolare la  badiera tricolore !  Il simbolo invocato, ed aspettato da tanto tempo dagli uomini appartenenti alla nuova fede, apparso e scomparso come meteora nel 1848. era lì a sventolare al sole e alla brezza molisana di quel mita settembre con su la bianca croce di Savoia, e quel simbolo, da tanto tempo desiderato, sognato, finalmente era lì, arra di pace, promessa di quiete per tutti coloro – o quanti! – che avevano sofferto e che avevano veduto i loro cari fuggitivi, dispersi, esuli, carcerati!

Lassù, tra grida festanti e incitatrici, avevano dato all’aura i bei colori i Cacciatori del Vesuvio. Essi, novelli crociati, vennero quaggiù, gridando i loro santi: Italia, Vittorio Emanuele, Garibaldi e cantando: E la bandiera dei tre colori  Sempre stata la più bella  Noi vogliamo sempre quella. Noi vogliam la libertà … .

Erano guidati dai colonelli Pateras, Fanelli e Raimondi. Era loro cappellano il Canonico Bianchi, altri dice il La Riccia, abbruzzese; e degli uomini che seguivano pochi erano armati di schioppo, i rimanenti con lunghe mazze alle cui punte erano stati fermati stili, falci, ronghe ed altri arnesi rurali.

Un borbonico aggiunge: La maggior parte laceri, scalzi, trafelati, insolenti, ecc., e molti già disillusi, desideranti i paterni casali e le ordinarie occuazioni.

Ma che! chi di essi pensava a simlii sciocchezze!

Tutti i boianesi d’ogni classe e il Battaglione della Guardia Nazionale, comandato dal Maggiore Michelangelo Campanella, mossero loro incontro coi soliti < Evviva! > echeggianti per queste nostre convalli e con grander meraviglia dei capi dei Cacciatori del Vesuvio, che non si aspettavano una così festosa accoglienza da parte del popolo.

Ma la ragione bisogna ritrovarla nel fatto che le masse erano state predisposte alla rivoluzione oltre che dal Pallotta, dai liberali Casale, Chiovitti, Nardone, Gatti, Campanella, Sisto, Perrella, Romano, Tiberio, ecc. ecc. e la Guardia Nazionale era veramente e sinceramente di sentimenti italiani.

Il Pallotta, patriotta di incontestabile probità come dice il Colonello Medico Petella, nella sua pregevole opera  < La Legione Matese >, ospitò nel suo palazzo Pateras, Fanelli e Raimondi.

Quivi, nella così detta Loggia dei Pallotta, per acclamazione, Girolamo Pallotta fu acclamato < Pro-dittatore > e dichiarata la decadenza del governo borbonico; la annessione di tutto l’estendimento strategico boianese alla Monarchia del Re Galantuomo; la proclamazione, per esso estendimento, della dittatura di Giuseppe Garibaldi e da quel giorno tutti gli atti civili e giudiziari dovevano essere intestati a < Vittorio Emanuele Re Costituzionale e Giuseppe Garibaldi Dittatore >.

Il Governo provvisorio risultò così costituito: Pallotta Girolamo, Pro Dittatore; Raimondi Ercole, Segretario generale; Romano Gennaro, Tabegna Giovanni Giuseppe, Sisto Biagio, Ministri; Diamente Gaetano, segretario particolare del Governo provvisorio.

E le autorità costituite? Il Sindaco, il Primo Eletto, Antonio Tiberio, era un gentiluomo e liberale di antica data.

Il Vescovo, Monsignor Lorenzo Moffa, da Riccia, era troppo un grande uomo per capire che il mondo si travolgeva, e taque e lasciò fare.

Il Capo Urbano Gennaro D’Ercole aveva anch’egli capito che il suo regno, come quello dei suoi padroni, era terminato.

Il Brigadiere della Gendarmeria Iuliani era da tanto a Boiano e, già troppo boianese per andare a prendersi gatte da pelare, sparve; mentre il Giudice Regio Perna, del comune di Busso, pensò bene ritornarsene al suo non lontano paese natio.

Appena proclamato il Governo provvisorio se ne dette comunicazione al Sotto Intendente d’Isernia, signor Giacomo Venditti, il quale, esultante ed esaltato, rispondeva: < Lo slancio dei popoli è voce di Dio! Il Governo provvisorio in nome di Vittorio Emanuele e Garibaldi Dittatore, è istituito >.

E qui convenivano tutti i liberali dei paesi vicini e cioè: San Massimo, Roccamandolfi, Cantalupo, Sant’Angelo in Grotte, Castel Petroso, Macchiagodena, Cameli (oggi Sant’Elena Sannita) Spinete, Colledanchise, Vinchiaturo, Guardiaregia, Campochiaro, San Polo Matese, ecc., ecc. Insomma Boiano, in quei giorni divenne una ….. Clobenza a rovescio !

In quella circostanza si trovarono qui alcuni ufficiali borbonici di artiglieria e del genio provenienti dalla fortezza di Civitella del Tronto, i quali subito fecero causa comune con la ribelle genìa dei liberali e diressero i lavori di difesa per una eventuale incursione delle forze borboniche d’Isernia o degli Abruzzi. Essi poi passarono nell’esercito nazionale e furono utili all’assedio di Capua e Gaeta.

Intanto per forza delle cose accadute in Boiano, il giorno sette settembre i comuni di Guardiaregia e di S. Polo Matese, l’otto quelli di Campochiaro e Spinete (lo stesso giorno d’Isernia) si pronunciarono pel nuovo ordine di cose.

Larino proclamò il Governo provvisorio il sei. Venafro che allora faceva parte di terra di Lavoro e che con Decreto Luogotenenziale del 17 febbraio 1861 passo al Molise, fece anche essa atto di adesione unitaria il giorno dodici, proclamando anch’essa il Governo provvisorio. Però è giustizia convenire che Venafro si trovava in condizioni topografiche speciali e fare del patriottismo era un sentimentalismo pericoloso con al sua posizione speciale!

E perciò vanno spiegate anche le successive alternative liberali-borboniche e le processioni capitolari e il frascheggiar di rami d’olivi che devono essere messi in relazione con la speciale posizione e il trovarsi fra Gaeta, Capua e Cassino, da una parte, e degli Abruzzi e Isernia dall’altra.

Il giorno 7 settembre del 1860, Giuseppe Garibaldi fece il suo ingresso trionfale nella capitale del regno borbonico, NAPOLI, e proclamò il Governo dittatoriale; continua Marucci: il Municipio di Boiano, sindaco Antonio Tiberio, decretava la sua cittadinanaza  onoraria all’eroico Dittatore Giuseppe Garibaldi il quale, cordialmente, accettava tale attestazione, donando al Battaglione della Guardia Nazionale una splendida serica bandiera tricolore, (che è quella che oggi il Comune ha ed espone come sua), mille fucili e un proporzionale numero di casse di munizioni.

Il Municipio decretava inoltre la cittadinanza onoraria al Segretario generale del Governo pro-dittatoriale Ercole Raimondi.

Con decreto dittatoriale dell’otto settembre, essendo stato nominato < Governatore della provincia di Molise con poteri illimitati > Nicola De Luca, il Governo provvisorio di Boiano con suo decreto del dieci (anche per alcune donchisciottesche minacce del De Luca), si chiamava sciolto, facendo novello atto di adesione al governo proclamato nell’augusto nome di Vittorio Emanuele, Re d’Italia, e rassegnava ogni potere politico nelle mani del predetto Governatore De Luca.

Nel frattempo però le forze liberali aveva già fortemente occupato tutte le posizioni strategiche di Bojano e d’Isernia.

Sicchè Boiano, nella storia della nostra rigenerazione, come allora si diceva, ha una pagina veramente gloriosa ed anche eroica, aggiungo io.

Eroica perchè essa si trovava a poca distanza da Isernia a Campobasso e sulla nazionale dei Pentri; Isernia centro indispensabile per Capua e Gaeta, sulla via degli Abruzzi, pel rifornimento di quelle fortezze; Campobasso, capoluogo della provincia, facile via verso Napoli, Boiano poteva divenire il centro della reazione borbonica per le numerose truppe che dagli Abruzzi, bloccata Isernia, potevano qui riversarsi.

La storia, l’eroismo è inconscienza! Boiano invece la cittadella della libertà e qui tutti ripararono per isfugire dalle feroci reazioni dei non lontani comuni, poichè qui non vi fu un solo reazionario!

I sapienti del poi, i senza patria e i senza ideali trovarono, tanto da ridire sul Governo provvisorio di Boiano, trovarono tutto da criticare, il prezzo del sale e anche un cannone di legno cerchiato di ferro, fatto qui costruire. Eppure i cannoni di legno, cerchiati di ferro, oramai appartengono alla storia e celebrati son quelli di Gavinana, ed argomento d’orgoglio nella cronistoria delle Cinque giornate!(…).

Qui dunque non vi fu reazione. Di qui partirono invece le belle falangi dei nuovi cavalieri della libertà per reprimere la reazione d’Isernia; di qui passarono i fiori più gentili della cavalleria garibaldina. (…).

Concludendo?

Boiano, tra le tante pagine della sua storia ignorata, misconosciuta, derisa anche, (perchè no?) ne ha una veramente gloriosa ed è quella del 5 settembre 1860, nel qual giorno (era di mercoledì), due giorni prima che Garibaldi entrasse in Napoli, proclamò la decadenza della Dinastia borbonica e la Dittatura di Giuseppe Garibaldi con Vittorio Emanuele re d’Italia.

Tale atto d’immensa audacia, che, ripetendosi le tragedie del 1899, del 1821, e del 1848, poteva avere per epilogo la forca, fu compiuto da Girolamo Pallotta e da pochi altri boianesi audaci come lui e perciò sarebbe doveroso ricordare con un marmo, un sasso, una corona  – che divenisse testimonianza alla più lontana posterità – il luogo, la data e il nome di quegli uomini che tanto amore portarono per l’Italia.

Oreste Gentile.

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