150° ANNIVERSARIO UNITA’ D’ITALIA: UNA LEZIONE DI STORIA ANTICA DAI GARIBALDINI INVIATI A BOJANO.

Ora credo anch’io puro sangue sannitico i cafoni del Molise.

Era il giudizio di Vincenzo Caldesi, maggiore dell’esercito di Giuseppe Garibaldi, inviato con il colonnello Natale Paggi, il tenente colonnello Francesco Nullo, il capitano Emilio ZasioAlberto Mario, autore de La camicia rossa, e con due battaglioni di volontari del Matese e di Sicilia nel Molise, a Bojano per fare causa comune con i patriotti volontari che avevano liberato la città il giorno 5 settembre 1860.

Campobasso, Isernia ed altri centri del Molise avevano proclamato il riscatto dalla dominazione borbonica, ma la città di Isernia,  importante strategicamente per le comunicazioni stradali tra la Campania e l’Abruzzo dove operava l’esercito reale, era tornata in possesso dei reazionari e dell’esercito borbonico, minacciando in tal modo anche i territori già liberati.

Conscio del pericolo che si stava prospettando, Girolamo Pallotta, pro-dittatore del governo provvisorio di Bojano, decise di incontrare  Giuseppe Garibaldi nella città di Caserta per illustrare la precarietà della situazione e per sollecitare l’ invio di uomini e di armi.

Le condizioni che si erano create nella città di Isernia furono sottovalutate da Garibaldi e dai suoi collaboratori, ma la caparbia insistenza  di Pallotta ottenne gli aiuti anche se i comandanti designati per la missione fossero poco entusiasti della scelta, come si evince dal dialogo tra Mario e sua moglie, ne La camicia rossa  al capitolo intitolano I sanniti moderni: Vieni anche tu? Già si tratterà di una farsa come quella di Florio d’Ischia; campane, petardi, confetti, fiori, pranzi, aringhe, sonetti; ed io ne sono ristucco. Il signor Garibaldi poteva anche risparmiarmene, sapendo quanto desideravo di assistere alla presa di Capua.

 Mario, coinvolto nell’impresa, da uomo di cultura, in più di una occasione, diede la prova di conoscere la storia antica della penisola italica e dei territori che furono teatro delle imprese dell’esercito garibaldino.

Seppe correggere, conoscendo quanto tramandato dagli autori classici in merito alla storia dei Sanniti, i pregiudizi per gli abitanti del Molise espressi in più di una occasione dagli ufficiali che lo accompagnarono nel viaggio da CasertaBojano.

Nullo, sempre orgoglioso delle sue origini bergamasche, aveva accettato di buon grado gli ordini di Garibaldi, convinto che le notizie  della rioccupazione della città di Isernia non fossero così gravi e che il problema poteva  essere risolto dai volontari locali.  Riteneva impreparati gli uomini che componevano i due battaglioni di volontari del Matese e di Sicilia  (). Raccogliticci e nuovi ai combattimenti, quei soldati avevano aspetto non troppo marziale e rassicuranteSe due battaglioni dei nostri lombardi disse spavaldamente Nullo m’assumerei d’entrare in Isernia cum citharis bene sonantibus.

Quando ci vedranno rispose saggiamente Mario primi nel pericolo superaranno la nostra aspettazione ed aggiunse, dando prova di conoscere la storia degli Sanniti, antenati di quei patriotti poco addestrati e con poche armi: Supplirà al valore il numero. I tremila che suppongo troveremo a Bojano e qualche aiuto fornirà Campobasso, il capoluogo della provincia, ci abiliteremo ad una guerra corta e fulminea.

Durante il viagggio verso Bojano si accesa tra gli ufficiali una animata discussione e diedero la prova di conoscere la storia del Sannio e dell’ antica Roma; scrisse Mario: Eravamo già entrati nel Sannio. Il Matese e il Molise sui due versanti dell’Appennino, che noi varcammo sino a Campobasso e rivarcammo sino a Bojano, furono l’antica patria di quella stirpe guerriera e formidabile che umiliò Roma nei più fieri giorni della repubblica. Lungo il viaggio, data qualche tregua alle cure della guerra, allentammo la briglia al nostro entusiasmo d’umanisti, mutammo per poco la marcia militare in pellegrinaggio archeologico, e rifrugando nei nostri studi giovanili di Tito Livio, di Micali, di Niebhur, c’industriammo di ricomporre leggende, tradizioni, fatti, istituti, templi, città, collocandoli al loro posto sui dossi silvestri e desolati di quelle montagne limitate dalla Campania, dalla Apulia, dalla Lucania; dove un dì fiorirono oltre due milioni di Sanniti, ed oggi miseramente vi stenta la vita appena mezzo milione di cafoni.

E stimi tu ribattè il capitano Zasio questi straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vecovo per riavere il Borbone e la schiavitù, discendenti legittimi di quei terribili e pomposi guerrieri, che armavano talvolta ottantamila fanti e ottomila cavalieri, e sfoggiavano tuniche marziali di preziosi colori e scudi intarsiati d’oro e di argento, e tenerissimi della libertà, facevano sudar sangue ai Romani intesi a domarli, e domi e pesti e scaduti potevano aiutarlo validamente contro Annibale e nella rassegna delle milizie dei soci in Roma figurare con settantamila soldati?.

Mario era convinto: Io non dubito punto che in codesti cafoni circoli puro il sangue sannitico. Ma Calderisi con impeto: Le prove! Le prove! Noi sappiamo che Silla, implacabile distruttore del Sannio, andava ripetendo al terzo e al quarto, in casa, nel Foro e pei quadrivi, che Roma non avrebbe riposato sin che un solo Sannita sopravvivesse. Non dimenticare che di venti città sannitiche non si rinviene più nè indizio nè memoria

Si; continuò Mario, con ciò si spiega la scomparsa di tre quanti della popolazione: però sussistono Telesia, Isernia, Bojano, Eclano, Alfidena. Non ci troverai più parimenti nè i due milioni di libbre di rame in moneta, trasportato a Roma da Papirio il giovine, nè le armature onde Carvilio fuse il colosso di Giove in Campidoglio, visibile sulla cima di monte Albano.

Ma che per ciò? Le reliquie dell’antica razza sopravvissero con le reliquie di quelle città. Caduti i Cesari, passarono sotto il dominio dei Longobardi, esercito e non popolo: poi sotto la podestà dei Greci, dei Saraceni, dei Normanni, eserciti sempre e non popoli. Nè popolo fu mai distrutto nell’età moderna.

I luoghi disamini, la vita pastorale e rusticana, le rare e scarse convivenze cittadine non contribuirono certamente alla mescolanza dei sangui e a nuovi innesti sul primiero ceppo. I successivi padroni li avranno tirannegiati ed emunti, ma non impalmarono le loro donne, abbastanza brutte

Oggi costoro soggiacciono ciechi all’autorità del vescovo, che nelle chiese li stimola alla reazione e li determina alle più atroci vendette in nome dell’indipendenza . 

Nel tumulto d’Isernia intervenne Nullo mutilarono orribilmente gli avversari presi. Un cafone vantava lo squisito sapore del lombo di don Peppino cotto alla bragia.

Rendendosi conto di non conoscere il significato di cafone, Nullo lo chiese al vetturino, che rispose: Cafoni, eccellenza, si chiamano i contadini, e galantuomini i proprietari.

Mario, visto che era stato citato il vescovo, intervenne nuovamente nella discussione:

 il vescovo dei Sanniti d’una volta era il Meddix Tuticus; i due termini suscitarono l’ilarità di Caldesi che con uno scoppia di risata, misto a curiosità ed ironia, urlò: Ferma, ferma: il nome di quel vescovo

Zasio rispose con qualche enfasi: Meddix Tuticus non era un nome proprio, ma il titolo del magistrato supremo di ciascuna società sannitica. Le loro convivenze erano teocrazie, e quel titolo è voce di lingua osca. << No >> interruppe Nullo seccamente. << Come no? >> gli replicò con vivacità e con faccia vermiglia  il capitano Zasio.

E’ voce di lingua bergamasca gridò Nullo, per provocare ancora la sua reazione.

La provocazione cadde nel vuoto perchè il maggiore Caldesi intervenne, chiedendo a Mario: Che c’entra monsignor vescovo d’Isernia col tuo Tuticus per la discendenza sannitica dei cafoni?.

Come ora rispose Mario il vescovo, in altro secolo ispiravali e movevali arbitro il Tuticus, magistrato e sacerdote. Vedi soggiunse, indicandogli i monti che sovrastavano la strada che percorrevano verso il Molise, là sulla sinistra quel monte? E’ il Taburno. Alle falde, le Forche Caudine.

Me ne rallegro tanto rispose Caldesi.

Mario, proseguendo il viaggio, continuò la sua lezione di storia antica, ricordando quanto aveva scritto Tito Livio in merito al giuramento fatto dai Sanniti che componevano la Legione Linteata in occasione della battaglia di Aquilonia.

Mario voleva “giustificare” il comportameno dei cafoni/Sanniti di Isernia sottomessi al loro vescovo rimasto fedele ai Borboni: Sulla cima selvosa sorgeva uno dei sacri delubri custodito da cento spade fedeli, ove si raccoglievano i Sanniti con religioso tremore, nel silenzio, nell’oscurità, fra i gemiti delle vittime umane al piede degli altari scellerati. con orribili giuramenti promettevano sommissione e obbendienza assoluta ai principi sacerdoti. Obbedivano allora e combattevano per la libertà delle patrie montagne; obbediscono adesso a una simile autorità, e credono di combattere per lo stesso fine. I tempi e le forme mutarono, l’istinto di soggezione religiosa rimase invariato e sussiste tuttavia vincolo sociale e ispirazione guerriera.

Può darsi rispose Zasio ma  le mi paiono arbitrarie analogie e fragili deduzioni. Un abisso di secoli disgiunge le due età, e ci vorrebbe la pupilla divina per discernere i sottili fili del rapporto.

Ancora Mario: Io non v’insisto: però v’ha un’altra qualità di prova: le medaglie scoperte a Rocca d’Aspromonte presso Bojano. Le teste nelle medaglie paiono fotografie dei cafoni: chioma crespa e voluminosa, fronte bassa e larga, naso schiacciato e narici turgide, zigomi espressi mento ampio e labbra senza curve.

Sembrano i connotati d’un passaporto intervenne Caldesi e di seguito: Se tali le medaglie, tali i cafoni; ma non basta per battezzarli Sanniti. Ci vuole una prova morale; li vedrò in battaglia.

La prova morale che  il maggiore Caldesi cercava per “certificare” la discendenza dai  Sanniti, non solo dei  cafoni reazionari che obbedivano al vescovo di Isernia, ma anche dei cafoni patriotti molisani, i volontari che avevano liberato gran parte del territorio del Molise  dalla presenza dei Borboni, fu evindenziata nel corso degli eventi.

A Ponteladolfo, prima di arrivare a Bojano ed a Campobasso, i cinque ufficiali garibaldini scelti per portare soccorso ai patriotti volontari che attendevano a Bojano, vennero a conoscenza di quanto accadeva in Isernia e nelle località circostanti dopo la riconquista della città.

Appresero che Duemila soldati regi  e gendarmi occupavano Isernia, ove mettevano capo due o tre migliaia di cafoni, i quali mantenevano viva la ribellione in un raggio di quindici a venti miglia da quel centro. Costoro, spartiti a squadre che capolari dei gendarmi guidavano, campaggiavano sui monti dilatando l’orbita della insurrezione a’ più remoti villaggi, e componevano ugualmete a squadre i nuovi associati senza distaccarli dalla cultura dei propri campi. E questi sono i più terribili, perchè, scorgendoli voi alla zappa e alla marra sulle sudate pendici, non ne pigliate sospetto; ma eglino, ad un segno convenuto, per vie ignote altrui, ad essi notissime, vi balzano a tergo, oste ordinata e inatessa. Le vostre genti, quand’anche intrepide, salvo non formino esercito da schiacciarli, non gl’intimidirà. Solamente li impaurisce il fragore del cannone. Avete cannoni?  No fu la risposta !

Or bene,  proseguì chi aveva visto l’organizzazione dei reazionari di Isernia, due cose vi sono indispensabili per vincere, secondo a me pare: un paio di cannoni, e cautissimo  occhio contro le sorprese.

Dopo quanto appreso, Caldesi si rivolse a Mario e, toccandogli con la mano una spalla, gli bisbigliò: Sai che comincio a crederli Sanniti davvero!.

Fu grande la delusione degli ufficiali garibaldini quando giunsero nella piazza principale di Bojano: ad attenderli trovarono circa una ventina di volontari, non i tremila promessi da Girolamo Pallotta, pro-dittatore della città, in occasione del suo incontro con Garibaldi a Caserta.

Una bugia di Pallotta o in molti erano fuggiti, visto quanto era accaduto nella vicina città di Isernia?

Una ventina di uomini con un sergente ed due caporali furono posti al comando del maggiore Caldesi: Mentre Nullo si congratulava seco loro e li ringraziava, il maggiore Caldesi si rivolse a Mario in aria di canzonatura: << Questa ventina d’eroi incarna la novissima parola di Bovianum, metropoli della federazione sannitica, e, come ci tramanda Tito Livio, opulentissimum armis virisque >>..

Nullo, sempre pronto all’ironia, si rivolse a Caldesi e, in istile satirico, rompendo il silenzio: << Sta in difesa di Alberto Mario che Bovianum rimase distrutto da Silla! >>..

Purtroppo, quanto accadde per la liberazione della città di Isernia fu un vero disastro, come lo giudicò Mario: Durante l’esposizione della lacrimevole istoria, io meco stesso andavo indagando le cause del disastro, e parevami che Nullo, scambiando il temporeggiamento col tempo perso, errasse scostandosi dalla posizione gagliarda di Castelpetroso, prima d’aver munito le spalle, e addestrata al fuoco la schiera novizia; e poscia, anteposto all’utile coraggio la temeriarità perniciosa, errasse dipartendosi, per avventurarsi col suo stato maggiore sul nemico, dal battaglione di Pettorano. Lui presente e i suoi, la pendice non sarebbe stata perduta, nè Pettorano presa senza combattimento, e, in ogni ipotesi, egli avrebbe potuto colorire il disegno d’invertire l’ordine della guerra, trasferendosi, con movimento obliquo, sulla consolare di Castel di Sangro, mentre le maggiori forze nemiche adunavansi su quella di Bojano. I nostri di Carpinone ne avrebbero agevolato la riuscita.

Mario scrisse: Alle due Nullo rassegnò la riaccozzata colonna sulla piazza di Bojano. Duecento uomini muti all’appello, e sei dei quattordici distaccati dal quartiere generale del dittatore. Il dì seguente ripartimmo per Campobasso..

La missione dei garibaldini nel Molise ebbe un esito sfortunato: tornando a Caserta, scrisse Mario, il maggiore Caldesi mi fece: << Ora credo anch’io puro sangue sannitico i cafoni del Molise >>..

Oreste Gentile.

 

 

  

 

  

 

 

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