BOJANO “LONGOBARDA”.

Con il completamento della conquista longobarda dell’Italia iniziata da Alboino nell’anno 568 e conclusa in poco più di cinquanta anni da Arechi, il territorio della penisola era politicamente suddiviso: il regno longobardo con capitale Pavia, composto  da un nucleo territoriale omogeneo a nord dell’Appennino e della Tuscia, nonché dai due ducati di Spoleto e di Benevento; il dominio dei Bizantini, con la capitale in Ravenna, comprendeva i territori della città di Osimo, fino alla città di Rimini che costituivano la Pentopoli marittima con le città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona; e la Pentopoli annonaria con le città di Urbino, Fossombrone, Cagli, Jesi e Osimo; nonché il territorio della città di Ravenna fino a Bologna che costituiva l’esarcato, il territorio veneziano fino alla penisola istriana ed a sud, escludendo il ducato romano che comprendeva parte dei territori del Lazio e dell’Umbria non soggetti ai Longobardi, si estendeva su alcune zone dell’Italia centrale e meridionale sia interne che del litorale (Gaeta, Napoli, Sorrento, Amalfi); alcune città della Puglia e della Calabria e tutte le isole.

 Le vicende che interessarono il ducato di Benevento coinvolsero il territorio che prima della conquista romana era stato dei Pentri e degli altri popoli italici che si erano stanziati nell’Italia centrale.

Scrisse Paolo Diacono: La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara,è Sannio: fra la Campani, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevemto. I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco.

Il territorio già dei Pentri, per la sua posizione strategica, svolse un ruolo di cerniera tra il ducato di Spoleto ed il ducato di Benevento, tenendo presente che le vie di comunicazione della costa e la via Appia erano controllate dai Bizantini, l’unica via, con percorso interno alla penisola e che permetteva le comunicazioni tra i due ducati, era rappresentata dall’antica via consolare Minucia: essa si originava dalla consolare Valeria, nei pressi di Corfinio, per proseguire a Benevento; dopo aver attraversato longitudinalmente i territori dei Peligni, con la città di Sulmona e dei Pentri, con le città di Castel di Sangro (Aufidena romana), Isernia, Bojano e Sepino.

E’ la via che favorì la penetrazione dei Longobardi nell’Italia meridionale ed è la stessa utilizzata da re  Grimoaldo quando, nel portare il suo aiuto al figlio Romualdo assediato a Benevento, si accampò temporaneamente nei pressi del fiume Sangro (forse presso la città di Castel di Sangro), prima di raggiungere la capitale dell’omonimo ducato.

Le mire espansionistiche dei primi duchi beneventani, Zottone e Arechi, certamente non risparmiarono il territorio pentro, sia per la sua posizione strategica, sia per la potenziale ricchezza economica rappresentata dall’agricoltura, dall’allevamento zootecnico, dall’abbondanza delle acque e degli estesi boschi.

Fu uno dei territori che per primo fu annesso al ducato beneventano, come testimonia papa Gregorio Magno, ricordando la conquista della città di Venafro da parte del duca Arechi (I) nell’anno 595.

Scrisse Paolo Diacono in merito agli avvenimenti dell’anno 667: In quel periodo Alzecone,un duca dei Bulgari, lasciata, non si sa per quale motivo,la sua gente e passato pacificamente in Italia con tutte le truppe del suo ducato,andò da Grimoaldo promettendogli di servirlo e di fissarsi per sempre nel regno. Questi a sua volta lo mandò a Benevento, dal figlio Romualdo al quale ordinò di concedere ad Alzecone ed ai suoi territori sufficienti da viverci. E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. Come ordinò che Alzecone, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi quei luoghi e, sebbene parlino anche in latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.

Con la istituzione del gastaldato  del bulgaro Alzecone, che gli storici denominano anche di Bojano, si era dissolta l’antica istituzione dei municipii romani i cui confini amministrativi erano sopravvissuti accanto a quelli delle diocesi episcopali; diocesi che, probabilmente, furono unificate con la istituzione del gastaldato, adottandone i confini, o soppresse durante le prime invasioni di Arechi (I), giacchè le cronache del tempo non documentano l’esistenza dei vescovi di Venafro, di Bojano e di Sepino, ma di una sola sede vescovile nella città di Isernia, esistente ancora nell’anno 1032.

Il territorio (rosso) del "gastaldato" di "Alzecone" nel territorio (verde) del "ducato longobardo"di Benevento.

Le condizioni in cui versavano le popolazioni del territorio dei PENTRI determinarono la disgregazione delle antiche e tradizionali istituzioni tardo-imperiali, per favorire la formazione di un nucleo amministrativo e politico più esteso ed uniforme soggetto al potere di una sola autorità, rappresentata in quell’epoca dal gastaldo Alzecone.

Egli fu il primo gastaldo del territorio ed a lui spettò il gravoso compito di riorganizzare le popolazioni locali ed i suoi seguaci in tutte le attività produttive per la rinascita sociale ed economica della regione a lui assegnata.

I confini del territorio del "gastaldato" di "Alzecone" (rosso scuro) che comprendeva i "municipii" romani di Venafro (1), Isernia (2), Trivento (3), Bojano e Sepino (4, i territori dei 2 "municipi" sono separati dai punti rossi).

Non  ci è dato sapere dai cronisti dell’epoca, come questi Bulgari si integrassero con le popolazioni locali; l’evoluzione del gastaldato di Bojano, forse comprendente tutto il territorio precedentemente descritto da Paolo Diacono, considerando che capoluogo, già capitale del territorio dei PENTRI, era localizzato tra le città di Sepino e di Isernia ricordate dallo storico longobardo, può farci ritenere che i possessores romani-italici del territorio non siano stati completamente massacrati dai Longobardi o dai coloni bulgari e, pur rappresentando un’esigua minoranza, probabilmente, continuarono ad amministrare i loro poderi, al fine di migliorare, con la propria esperienza, l’economia onde contribuire alla crescita economica del gastaldato.

Le risorse naturali, infatti, non mancavano: le pianure, favorivano l’agricoltura, i pascoli e i boschi garantivano risorse per l’allevamento zootecnicoe per l’industria della lavorazione del legno; l’abbondanza delle risorse idriche avrebbero favorito la costruzione di mulini, delle gualchiere per la lavorazione dei tessuti e, non ultimo, l’attività artigianale.

Le vie di comunicazione,già presenti nella regione, avrebbero facilitato gli scambi commerciali con le regioni limitrofe.

Il territorio (rosso) del "gastaldato" di "Alzecone" e le "vie" di comunicazione: (L) "via Latina", oggi "Casilina". (1) "via Minucia", oggi S.S. n.17 "Appulo-Sannita". (dir.) "diramazione", oggi S.S. 87 per Benevento(3) "via" della "Tabula Peutingeriana" da Fòrli del Sannio alla "Taverna del Cortile". (2) "via" della "T.P." da Bojano/"Bobiano" a Casacalenda/ "Geronum" (parte della odierna S.S. 87 da Campobasso) e a San Paolo di Civitate/ "teneapulo".

La presenza dei Longobardi nel nostro territorio è ancora oggi attestata ed ampiamente diffusa grazie ai toponimi di origine longobarda presente in alcune zone della regione.

Fara, termine indicante un nucleo familiare: ponte la Fara, in territorio di Carpinone; Fara nel territorio posto alla confluenza del fiume Verrino con il Trigno; Fara,la contrada nel comune Toro.

Staffoli, Staffal, Staphilum, il palo o cippo di confine: oggi sopravvive nel territorio di confine tra i comuni di Vastogirardi, Agnone, Pietrabbondante: Staffoli o Serra Staffoli.

Gualdo o Galdo, e Gaudo, da wald, l’assetto fondiario, come pure quelli derivanti da waldmann, che era il guardiano dei boschi e, più frequentemente, l’amministratore dei beni del fisco dei principi e dei duchi: lo troviamo nel toponimo del paese di San Giovanni in Galdo.

Sala, l’abitazione, la dimora: la Madonna della Saletta, nel comune di Castel del Giudice; nel lago Saletta, presso Castel di Sangro; nel monte Salietto, presso Isernia e nel toponimo del paese di Salcito: Salectum.

Altre testimonianze: il toponimo dell’odierna Macchiagodena:Maccla-Godino; le “macchine idrauliche”, gualchiere walken, per la lavorazione dei tessuti: a Bojano esisteva via Valcaturo e la località Valcaturo; il termine struffo, che indica il “batuffolo”, riferito alla lavorazione della seta: a Bojano indica la località Stroffellini e struffoli o strufoli, il tipico dolce di Natale.

Di più larga diffusione nella nostra regione sono i luoghi sacri o i paesi con il nome di s. Angelo, in ricordo dell’angelo guerriero-san Michele, a cui Longobardi furono particolarmente devoti dopo la loro conversione al cristianesimo: Sant’Angelo del Pesco, Sant’Angelo in Grotte, Sant’Angelo Limosano e tante altre località denominate Sant’Angelo sparse per il Molise.

Scrisse Cilento: Fu da allora che a s. Michele furono dedicate sulle cime dei monti, sulle alture, in grotte rupesti, alle sorgenti di acque moltissime chiese e cappelle votive. I santuari furono innalzati preferibilmente negli stessi luoghi dove sorgevano ancora templi o resti di templi pagani, proprio allo scopo di dissacrarli ed esaugurare gli antichi culti.

Nella località La Piaggia-san Michele di Bojano che nel periodo italico-romano era una delle tre arce/rocche poste a difesa della civitas sorta alle falde della collina e sviluppatasi nella pianura, il nome della località e la chiesa dedicata a san Michele, edificata con materiale litico appartenuto ad una edificio religioso di epoca romana, rappresenta una ulteriore testimonianza della presenza dei Longobardi.

La chiesa dedicata a san Michele nella località La Piaggia-san Michele. (foto A. Cimmino).La facciata della chiesa di san Michele di Bojano: " a destra rispetto al semplicissimo portale, sono stati ricollocati nella muratura due elementi di epoca romana: un timpano con figura femminile e, più in alto, un fregio con racemi e un grappolo d’uva. Un frammento di trabeazione dorica, con triglifi e metope, è murato lungo la fiancata destra; le decorazioni nelle due metope rappresentano un’armatura e dei gambali. Alcuni grossi blocchi di pietra sovrapposti inquadrano in basso, sui lati, il prospetto principale. (A. Cimmino.)

Rimanendo nel campo della religione, si deve a tre giovani longobardi: Paldo,Taso e Tato, appartenenti alla nobiltà beneventana, la fondazione (703) presso le sorgenti del fiume Volturno del monastero di san Vincenzo: Tres igitur ex nobili genere horti, iure consanguinitatis propinqui, Paldo, Taso et Tato fuerunt, viri Beneventani, e quibus superior Paldo ex uno, Taso vero et Tato ex altero fratre sunt procreati.  

"Miniatura Cod. Barb. lat. 2724. f. 036 r, che raffigura l'arrivo di Paldo, Tato e Taso a San Vincenzo al Volturno nell'anno 703 d. C." (da "Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni" Volturnia Edizioni 2010).

L'abbazia di san Vincenzo al Volturno; in primo piano parte dei "ruderi" dell'antico monastero

  L’ampliamento dei possedimenti del monastero di san Vincenzo al Volturno nel corso degli anni diede origine ad una vera e propria signoria monastica denominata Terra Sancti Vincenzi, strategicamente importante perché sorta ai confini del ducato di Spoleto con il ducato di Benevento ed il ducato romano, poi diventato Patrimonio di san Pietro.

Il territori del monastero di san Vincenzo al Volturno.

Parte del territorio del monastero di san Vincenzo al Volturno (visto dal "Macerone").

 I duchi di Benevento favorirono l’insediamento della comunità monastica e dei loro seguaci laici e, col donare loro anche i terreni limitrofi che erano parte integrante del loro ducato, ottennero un duplice obbiettivo: il risanamento e la messa a di coltura di quei terreni deserti, e l’utilizzo, a scopi difesa dei confini settentrionali del loro ducato, dei castra che erano sorti ex novo: Scapoli,Fornelli, Colli al Volturno, Pizzone, Cerro al Volturno, Castel san Vincenzo, Rocchetta, etc..

Il "castello" di Cerro al Volturno (in alto) ed (in basso) il "castrum" di Colli al Volturno.

Il ducato di Benevento che comprendeva il gastaldato di Alzecone, godeva dell’indipendenza nei confronti del resto del regno longobardo: i duchi beneventani non erano di nomina reale, ma ereditavano il titolo: il figlio succedeva al padre o il fratello al fratello; nel corso della minore età dell’erede, la madre assumeva la reggenza. Il duca nominava i suoi collaboratori:i conti, i gastaldi, gli sculdasci e gli actionarii.

Hirsch sostiene che Tutto il ducato di Benevento si divise in una quantità di distretti amministrativi, che aggruppavansi intorno ad una città maggiore come a proprio centro, e furono chiamati ”judicariae” o “actus” od anche, almeno più tardi, addirittura gastaldati. Quanti ce ne fossero non sappiamo: per questo tempo sono nominati i distretti di Canosa, Siponto,Cassano e Boviano (Bojano, n.d.r.); dell’età posteriore conosciamo quelli della parte occidentale. Quando, nell’851, il principato di Salerno si fu staccato da Benevento, gli vennero assegnati i gastaldati di Taranto, Latiniano, Cassano, Cosenza, Laino, Conza, Montella, Rota e mezza Acerenza. Ci manca un simile elenco di quelli della parte orientale, dove in tempi si nominano, oltre i già mentovati, Luceria, Larino e Quintodecimo, Bari e Telese. Capi di tali distretti era il gastaldo, che anzi tutto vi amministrava la proprietà ducale, poderi e schiavi; era inoltre comandante militare, e fu, senza dubbio, anche allora come più tardi, magistrato giudiziario. Alcuni gastaldi ebbero inoltre cariche nella corte,ed altri si veggono talvolta impiegati dal Duca in missioni straordinario. 

I confini (rosso) del "ducato" longobardo di Benevento all'inizio dell'VIII sec.I confini (rosso) del "ducato" longobardo di Benevento.

I cronisti dell’epoca non documentano l’istituzione di altri gastaldati nel territorio che era stato dei PENTRI, mentre fu istituito, dopo l’anno 667, il gastaldato di Larino nel territorio già posseduto dei FRENTANI.

Quando nell’anno 851 avvenne la separazione del principato di Salerno, in cui era incorporata la contea di Capua, dal principato di Benevento, il gastaldato di Alzecone perse  a favore della contea di Capua i territori di Venafro, di Isernia e quelli pertinenti alla signoria monastica di san Vincenzo al Volturno, amministrati ancora nella successiva divisione territoriale nell’anno 860, tra la stessa contea di Capua ed il principato di Salerno.

Il territorio "pentro-frentano" (azzurro) diviso (nero) amministrativamente tra la "contea" di Capua nel "principato" di Salerno (verde) ed il "principato" di Benevento (rosso). (La citazione diCampobasso nella caretina è errata.)

Le cronache dell’epoca ricordano gli avvenimenti dell’anno 860 quando Guandelperto, titolare del gastaldato di Bojano cercò contrastare coraggiosamente con Maielpoto, gastaldo di Telese, l’avanzata dei Saraceni nei territori di loro competenza verso i confini settentrionali del principato beneventano: In quel tempo Maielpoto Telesino e Guandelperto gastaldo di Bojano con molte cure e con preghiere assoldarono Lamberto, duca di Spoleto, e Gerardo conte dei Marsi, ed andarono incontro allo stesso Saugdan, che ritornava dalla devastazione di Capua, affrontandolo nella terra di Ario (ArianoIrpino?,n.d.r.). Ma insorgento Saugdan, si scagliò coraggiosamente sui Beneventani ed i Franchi, uccidendoli crudelmente. In realtà il conte Gerardo, Maiepoto e Guandelperto, uomini innanzi citati, morirono nella battaglia.

L’intervento di Maielpoto e di Guandelperto, gastaldi del principato di Benevento, sta a dimostrare l’autonomia che questi signori avevano nei confronti del potere centrale del principato; è l’esempio di come a quel tempo tra la confusione generale, molte signorie periferiche avevano acquistato una propria indipendenza di azione ed il fatto che due gastaldi abbiano finanziato la loro azione ed abbiano avuto la disponibilità di organizzare proprie milizie, dimostra la floridezza economica dei territori da loro amministrati.

Nel narrare questi avvenimenti, Ercheperto cita solo il castrum di Venafro, mentre il Chronicon Vulturnense ricorda le città di Alife, di Sepino, di Isernia, oltre alle città di Telese e di Bojano, ricordate da Ercheperto.

La presenza nefasta dei Saraceni nel nostro territorio è ancora oggi testimoniata dal toponimo Saraceno di molte località della regione: monte Saraceno, presso Cercemaggiore e presso Pietrabbondante (corrotto in Caraceno); il torrente Saraceno in territorio di Sepino, etc,.

L’avvento dei Franchi in Italia, dopo aver portato agli inizi del X secolo all’unificazione della contea di Capua al principato di Benevento, al consolidarsi del principato di Salerno ed al rafforzamento delle signorie monastiche di Montecassino e di san Vincenzo al Volturno, influì positivamente sulla organizzazione del territorio pentro in quanto il potere centrale beneventano-capuano prese a modello l’organizzazione della società dei Franchi, istituendo nuove signorie autonome e ridando vita a quelle soppresse, le contee,quali istituzioni indipendenti ed ereditarie.

Le "contee" longobarde-franche nel territorio dei "Pentri" e dei "Frentani": (1) "contea" di Venafro. (2) "contea" di Isernia. (3) "contea" di Trivento che comprendeva la "Terra Burrellensis". (4) "contea" di Termoli. (5) "contea" di Larino. (6) "contea" di Bojano.

Fra i principi beneventani-capuani chi più si distinse nell’incoraggiare e favorire queste nuove istituzioni fu Pandolfo I; egli designò quali titolari nelle contee di nuova istituzione propri consanguinei, con il preciso intento di conservare unità di potere, pur nel godimento di una limitata indipendenza.

Boiano, l’antica capitale dei PENTRI, divenuta municipio e poi colonia romana, continuò ad essere protagonista nella storia del suo territorio, essendo sopravvissuta, come le altre città pentre e frentane, alle continue invasioni “straniere” ed alle calamità naturali che, di volta in volta, si abbatterono sulla sua popolazione.

 Del gastaldato di Bojano, uno dei primi ad essere istituito nel territorio già dei PENTRI, dopo gli avvenimenti (860) che avevano visto protagonista sfortunato Guandelperto, non si hanno più notizie del ruolo svolto durante gli altri avvenimenti dell’epoca.

I Longobardi ed i coloni bulgari (667) che pacificamente avevano occupato il suo territorio, al pari dei giovani SABINI/SABELLI che nell’VIII sec.a.C. avevano fondato la loro città-madre, la loro capitale, come primo intervento migliorarono e potenziarono le difese della civitas capoluogo e degli altri esistenti: le villae e le curtes furono tutte dotate di cinte murarie e di torri, diventando dei castra. Furono rioccupati e resi abitabili gli antichi insediamenti italici posti sulle sommità delle colline e delle montagne, potenziandone la difesa con la costruzione delle mura di cinta (castrum) con all’interno il castello, residenza del feudatario.

Pacichelli: la medioevale città di Bojano. Il "castrum" di "Rocca Bojano" (in alto) e la città sorta lungo le pendici della collina ed in pianura cinta ad est e ad ovest dalle mura (in primo piano).Emblematico è il primo insediamento, Bovaianom in lingua osca, che i SABINI/SABELLI avevano costruito sulla sommità della collina, oggi Civita Superiore di Bojano; con la conquista romana divenne l’acropoli della città costruita alle sue falde, mentre i Longobardi ed i coloni bulgari, preso possesso dell’acropoli, la recinsero con alte mura ed innalzarono al suo interno più di una torre; nella zona più elevata, edificarono il castello che divenne residenza del gastaldo e dopo del conte.L’insediamento del castrum con il castello prese il nome di Rocca Bojano.La capitale dei "Pentri" "Bovaianom", acropoli della "civitas" romana di "Bovianum", "castrum"/"Rocca Bojano" con il "castello (a sn.) in epoca medioevale.

Il "castrum" denominato "Rocca Bojano" visto da sud: il "castello" (a) ed il "borgo"(b). "

"ricostruzione" del "castrum" di "Rocca Bojano": il "castello" (in alto) ed il "borgo" (in primo piano).

Il "castello" del "castrum" denominato "Rocca Bojano", oggi Civita Superiore di Bojano.

 Intorno alla capitale-capoluogo del gastaldato di Bojano sorsero gli attuali centri di Colledanchise, Spinete, Macchiagodena, Sant’Angelo in Grotte, Castelpetroso (castello petroso), Roccamandolfi, San Massimo, San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia. Macchiagodena era la longobarda Macla-Godani e Roccamandolfi era la longobarda Rocca-Maginulfi o Magenulfi. Alcuni dei castra che erano sorti per la difesa del territorio ancora oggi conservano le mura di cinta ed il castello al loro interno.

Il territorio (rosso) della "contea" longobardo-franca di Bojano ed i "castrum" (punto rosso) fondati nei pressi del capoluogo.

 La contea longobardo-franca  di Bojano, con l’annessione del territorio pertinete al municipio romano di Saepinum, conservava i confini territoriali fissati per la diocesi episcopale istituita intorno al V secolo,  che corrispondevano a quelli del municipio e colonia romana di Bovianum

 Il territorio pertinente al gastaldato longobardo, poi divenuto contea longobardo-franca, sempre dipendente dal ducato, poi principato di Benevento, fu probabilmente amministrato direttamente dal potere centrale dei duca/principi di Benevento che, di volta in volta, si avvalevano sempre della collaborazione dei loro consanguinei o di nobili che godevano della loro fiducia.

Per l’anno 1003 si conosce la donazione fatta al monastero di san Vincenzo al Volturno dalla contessa Maria, titolare della contea di Bojano, figlia del conte Roffridus o Roffrit, vedova del conte Potefrid, figlio del conte Magenulfi, probabile fondatore di Roccamandolfi; il suo erede fu il conte Magenolfi che ebbe una figlia, la contessa Altruda.

Per l’anno 1016 esiste un privilegio redatto dai principi di Benevento Landolfo V e Pandolfo II in cui sono citati il figlio della contessa Maria: Maghenolfus comes.

"Stemma" dei "titolari" della "contea" di Bojano.

Un diploma firmato dal metropolita di Capua nell’anno 1032, assegnando al vescovo Gerardo quanto pertinente alle diocesi di Isernia, di Venafro e di Bojano, ricordava le omonime contee e la contea di Trivento: Comitatu Iserniensis, & Comitatu Venafrano, & infra Comitatu Bojanensis ed il Comitatu Treventinu: è la testimonianza che nel territorio già dei PENTRI e dei FRENTANI esistevano solo le contee citate e la contea di Termoli.

Le testimonianze architettoniche della presenza dei Longobardi nel territorio del gastaldato-contea di Bojano sono scarse: esistono nel castello e nel borgo che nel corso degli anni subirono gli interventi di ristrutturazione dei nuovi dominatori Franchi,  Normanni ed  Angioini.

 A Civita Superiore di Bojano, la medioevale  Rocca Bojano, si può ammirare: 

“Pluteo” epoca “longobarda” con “nodi di Salomone” a Civita Superiore di Bojano, la medioevale “Rocca  Bojano”.

 Nella città di Bojano, la medioevale Boviano/Bobiano 3 “resti” di  plutei:

"pluteo" longobardo con "nodi di Salomone" presso chiesa di sant' Erasmo, già "abbazia" di santa Chiara.

"pluteo" longobardo a "nodi di salomone" presso la chiesa di s. Erasmo, già "abbazia" di santa Chiara.

"capitello" longobardo (parte superiore "nodi di Salomone"presso la cattedrale di Bojano.

 LA NECROPOLI.

La necropoli  di epoca longobarda, scoperta alla fine del 1987 nella località Vicenne di Campochiaro facente parte del gastaldato-contea di Bojano, sovrapposta ed affiancata alla necropoli pentra del VII sec. a. C., ha arricchito la conoscenza del popolo Longobardo e dei loro coloni bulgari.

La scoperta della necropoli di Vicenne, attribuibile ad epoca longobarda, apre a mio parere prospettive di ricerca di grande interesse e finora impensabili sull’Altomedioevo del Molise. La collocazione storico-cronologica di questa necropoli, uno tra i pochi ritrovamenti cimiteriali dell’Italia centromeridionale archeologicamente messi in luce, databili tra il VI e VIII secolo, arricchisce aspetti già di per sè problematici di un epoca cruciale, e non solo per l’Italia, a forte caratterizzazione plurietnica.(….).

La singolarità e l’importanza della scoperta di Vicenne non consistono tanto nel sepolcreto in sè, che pure rappresenta il primo per questa regione riferito ad epoca altomedioevale, e neanche tanto per gli oggetti dei corredi presenti, che, per la maggior parte, non costituiscono come vedremo una novità assoluta, nè tipologica nè morfologica; è la contemporanea presenza di quegli oggetti in un unico contesto tipologico e sufficientemente affidabile che rende il sepolcreto del massimo interesse, alla luce, naturalmente, della particolarità di una tomba, la 16, quella con cavallo, un unicum nella tradizione altomedioevale italiana, e della singolarità tipologica di alcuni reperti aurei ed argentei. (Bruno Genito in Conoscenze n. 4 della SABAAAAS del Molise, 1988).

Il territorio (rosso) della "contea" "longobardo-franca" di Bojano: localizzazione (punto rosso) della "necropoli" di epoca "longobarda" nella località "Vicenne" (oggi nel comune di Campochiaro) lungo il percorso del "tratturo Pescasseroli-Candela (verde).

Le sepolture ed i corredi funerari (da Conoscenze n.4, della SABAAAAS del Molise, 1988).

"sepoltura di tipo a fossa scavata nel banco ghiaioso"."

 Particolare della sepoltura n. 16: il cavaliere con il proprio cavallo.

Il defunto, morto a 60-65 anni e alto m. 1,72, è adagiato nella parte sinistra, il cranio ad ovest è reclinato sul fianco sinistro .......; sotto il gomito destro si trova un ciottolo quasi a sostenere il defunto leggermente girato verso sinistra rivolto in direzione del cavallo, le gambe sono disposte parallelamente. Il cavallo, deposto sul lato destro della sepoltura al limite della fossa, è adagiato sul suo fianco destro. ..... : la testa è rivolta a sinistra verso il padrone con in bocca il morso; sul cranio è evidente il colpo inferto per l'abbattimento, le zampe anteriori e posteriori sono rannicchiate,... ".

 particolare della sepoltura n. 16:

"pianta della t. 16 (dis. E. Pasqualone)".

Corredo della sepoltura n. 16:

"Staffe in ferro della t. 16".

"Fibula di tipo bizantino, in bronzo" e "scramasax in ferro" della tomba n. 16. "Fibula a croce in bronzo della t. 15"."Umbone di scudo dellat. 16" e "manico dello scudo della t.16"."Morso di cavallo della t. 16")."Cuspide di lancia di ferro della t. 16" e "Tremissis in oro della t. 12".

Reperti di altre sepolture:

"Brocchetta dipinta ad orlo trilobato della t.10".

"Orecchini in oro della t. 10" a sn. ed "Orecchini in oro, ad anello, della t. 23".

"Orecchini in oro con elemento di raccordo cilindrico della t. 4" a sn. e "Orecchini in oro con elemento di raccordo cilindrico decorato da un filo d'oro, della t. 9".

  L’avvento dei nuovi conquistatori Normanni segnò la fine del potere Longobardo, ma Bojano scrisse un nuovo capitolo della sua Storia e della Storia della regione Molise.

 Vedi BOJANO NORMANNA in:

L’EPOPEA DELLA FAMIGLIA “DE MOULINS/DE MOLINIS/DE MOLISIO” NARRATA DAL CONTE RODOLFO. (1^ parte: dall’arrivo in Italia al CONTE ROBERTO.) 

 L’EPOPEA DELLA FAMIGLIA “DE MOULINS/DE MOLINIS/DE MOLISIO” NARRATA DAL CONTE RODOLFO. (2^ parte: UGO (II) DE MOLINIS E LA FINE DELLA DINASTIA NORMANNA).

Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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11 Risposte to “BOJANO “LONGOBARDA”.”

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