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GIAMBATTISTA MASCIOTTA: uno storico non attendibile.

dicembre 28, 2011

La voluminosa (4 volumi) opera Il Molise dalle origine ai nostri giorni pubblicata dal dott. Giambattista Masciotta negli anni: 1915, il I volume; 1916, il II  e Gli altri 2 volumi sono stati pubblicati a cura dell’Amministrazione Provinciale nel 1952, è sempre stata stimata un opera fondamentale per chi voglia ricostruire un quadro storico di riferimento delle vicissitudini del Molise e della sua gente nel corso dei secoli.

G. Masciotta: uno dei 4 volumi.

L’interpretazione delle fonti bibliografiche fatta da Masciotta  per illustrare la storia medioevale del Molise ha determinato una descrizione dei fatti e dei protagonisti che non corrisponde alla realtà: il lettore è tratto in inganno e potrebbe indurre altri in errore se dovesse esporre gli stessi argomenti.

Nel vol. I a pag. 128: Da appena un secolo era installato in Benevento il ducato longobardo allorchè nel 667 –essendo Grimoaldo re d’Italia e duca di Benevento Romualdo suo figlio- un condottiero slavo a nome Alczeco venne con pacifiche intenzioni nella penisola chiedendo ospitalità per sé e per i suoi al Re, e profferendogli il servigio militare. ……., inviò Alczeco al figlio: il quale accolse benevolmente il profugo e gli assegnò tutta la contrada che si estende al di qua del Matese, da Sepino ad Isernia, Boiano compresa. Così il Giannone, sull’autorità di Paolo Warnefrido (65).

Il gastaldato del bulgaro Alzecone (rosso) nel ducato longobardo di Benevento. Anno 667.

A pag. 129: Il castaldato di Boiano costituì dunque il nucleo iniziale di quell’unità feudale che nei tempi normanni prese il nome di Contea di Molise (Comitatus Molisii), ma a pag. 130 l’autore si smentisce: Giova fermare questi dati, tanto per rilevare che la Contea di Molise di origine longobarda, contrariamente a quanto si ritiene dai più, che la fanno normanna. In prosieguo di tempo la popolazione accresciuta e le necessità amministrative che ne dipesero, addussero un’ulteriore frammentazione alla circoscrizione; e così verso il 1000 il ducato di Benevento presentavasi partito in 34 contee, delle quali non meno di otto ebbero a capoluogo università attualmente molisane, quali Molise, Boiano, Isernia, Venafro, Sesto, Pietrabbondante, Larino e Termoli (67).

Quale chiarimento dà Masciotta nella nota (67) a supporto della sua affermazione?

(67) Op. alla nota (65), volume II, libro VI, a pag. 215.

E’ chiaro che aver scritto libro VI fu una distrazione in quanto l’opera è composta da 4 volumi, non da VI; però sorprende l’argomento che è descritto  nella nota (65) del volume II: Discorsi delle famiglie estinte, forastiere, o non comprese nei Seggi di Napoli, …., e nel libro VI, ovvero ilIV, a pag.215 si legge: (215) Opera alla nota (172), a pag. 389 del II volume: nulla che possa legittimare quanto affermato a pag. 130.

La Storia tramanda: verso il 1000 il ducato di Benevento era già principato ed il longobardo Arechi II era già principe nell’anno 758 ed i 6, non 8, gastaldati longobardi istituiti nel territorio pentro-frenatano divennero contee con il dominio dei Franchi, succeduti ai Longobardi; Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Larino e Termoli, già civitas in epoca romana e sede di diocesi episcopale a partire dal IV-V secolo con la diffusione del cristianesimo, erano i capoluoghi dei 6 gastaldati istituiti nei territori già occupati dai Pentri e dai Frentani di Larino.

Il territorio delle contee di Venafro (1), contea di Isernia (2), contea di Trivento (3) e contea di Bojano, con il territorio di Sepino (6) avevano fatto (anno 667) parte del gastaldato di Alzecone, Divennero (anno 897?) 4 contee autonome. Nel territorio frentano furono istituite la contea di Termoli (4) e la contea di Larino (5).

Pag. 131: …; della Contea di Molise occorre parlare qui, perché investe direttamente la genesi della provincia intera.

L’affermazione di Masciotta  è esatta: l’estensione territoriale della contea di Molise corrispondeva a gran parte dell’antico territorio dei Pentri e con quello dei Frentani di Larino avrebbero dato origine al MOLISE. L’importanza dell’argomento evidenziata da Masciotta avrebbe meritato una ricerca più approfondita ed una interpretazione più diligente delle fonti bibliografiche che aveva consultato. 

Il territorio del MOLISE: territorio dei Pentri + territorio dei Frentani.

La contea di MOLISE (rosso), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione anno 1142.

Masciotta pose e rispose alla domanda: La Contea pentro-slava perché fu detta di Molise?

(1) Si è molto favoleggiato in proposito, e specialmente intorno alla famiglia di Molisio, de Molisio ed anche Marchisio, chi sostenendo tale famiglia essere di origine normanna, chi facendone una diretta prosapia di Tancredi Marchese che seguì Guglielmo di Buglione in Terrasanta, e furono cantati dal Tasso. (2) Il Giannone, ad esempio, sulla scorta di Camillo Pellegrino, opina che il Castaldato di Boiano diede origine alla Contea di Molise; e giudica per proprio conto che la nuova Contea fu denominata da Molise, città antica del Sannio (non altrimente che Boiano ed Isernia) da cui quindi prese il nome la famiglia Molise poi estinta (69). (3) Il Tria, in mancanza di altro criterio critico, fa dipendere il nome della Contea semplicemente dal trasferimento della sede di questa da Boiano a Molise (70).Giovanni Pontano, prima di loro, aveva ritenuto che la Contea prendesse nome dal castello di Molise, dal quale ebbe origine la famiglia: avviso che fu pure del Summonte (71). Il Ciarlanti è di parere, invece, che la famiglia e non il luogo di origine avesse conferito il nome alla Contea (72); e gli fece eco de Attellis e il Galanti. Il Giustiniani, a sua volta, presume di poter precisare che da un castello edificato da Ugone di Molisio, ed al quale diede il proprio nome (cioè il comune di Molise) venisse la denominazione della Contea.

(1). La Gerusalemme liberata di Tasso nel canto I, 5 ricorda Goffredo di Buglione, conquistatore di  Gerusalemme nell’anno 1099 e canto I, 9 ricorda Tancredi: nessuna notizia di Guglielmo di Buglione in Terrasanta, né di Tancredi Marchese. La Storia ricorda Tancredi Marchisio condottiero crociato, nipote di Roberto il Guiscardo e cugino di Boemondo d’Antiochia; partecipò alla prima crociata nell’anno 1096 e visse fino all’anno 1112: vale a dire 30 anni prima che la contea normanna di Bojano divenisse contea di Molise nell’anno 1142 .

(2). Non si può sostenere che il Castaldato di Boiano diede origine alla Contea di Molise: il gastaldato di Bojano che forse comprendeva anche il territorio di Sepino, di Isernia, di Trivento e di Venafro, subì un ridimensionamento con l’istituzione dei 3 gastaldati autonomi,  ad eccezione di Sepino il cui territorio, già pertinente al municipio romano, fu inglobato nel gastaldato di Bojano. Perché fosse istituita la contea di Molise o comitatus Molisii dobbiamo attendere: (I) l’arrivo intorno all’anno 1045 di Rodolfo dal castrum normanno di MOULINS; (II) la presa di possesso di Rodolfo della titolarità della contea di Bojano; (III) la sua conquista della contea di Isernia e della contea di Trivento; (IV) la conquista da parte del figlio Ugo (I) della contea di Venafro e parte del territorio della contea di Larino.

I territori conquistati dal conte Rodolfo e dal figlio, conte Ugo (I), formarono la vasta contea di Bojano che con la titolarità del conte Ugo (II) detto Ugone, figlio del conte Simone e nipote di Ugo I, fu considerata fra le più importanti del regno normanno di Ruggero II. La riorganizzazione del regno normanno di Sicilia fece sì che la contea di Bojano fosse denominate contea di Molise: Molise derivava dal cognome dei conti che si era originato da MOULINS, il paese normanno dove Rodolfo era nato.

Il gastaldato, poi contea di BOJANO.

(3). Masciotta avrebbe dovuto ampliare la ricerca anche ad altre fonti bibliografiche ed adottare un maggiore criterio critico, come aveva preteso da Tria; non avrebbe dovuto dare credito a ciò che scrisse Giannone: Molise, città antica del Sannio, una città inesistente! Non avrebbe dovuto dare credito a ciò che sostenne Tria sul trasferimento della sede di questa da Boiano a Molise,  o a Pontano e a Summonte. La sede del capoluogo della contea di Bojano-Molise, fino all’epoca di Federico II, fu solo la città di Bojano. Masciotta, come vedremo, avrebbe dovuto dare maggiore credito a Ciarlanti ed approfondire le ricerche su quanto avevano scritto anche de Attellis e Galante, ed avrebbe dovuto interpretare con più diligenza quanto aveva proposto Giustiniani sull’origine del nome MOLISE: da un castello edificato da Ugone di Molisio, ed al quale diede il proprio nome (cioè il comune di Molise) venisse la denominazione della Contea; Ugone di Molisio avrebbe dapprima dato su sollecitazione del re Ruggero II il proprio nome alla contea ed in seguito al comune di Molise. Giustiniani aveva detto una <mezza verità> che Masciotta non seppe interpretare, ritendo un dato positivo ed una vera e propria pregiudiziale che il comunello o feudo di Molise ricordato da Giustiniani, non è mentovato nel Catalogo borrelliano dei baroni del 1187.  

Masciotta pose e rispose con convinzione alla domanda: Che cosa esprime il Catalogo?

Che Molise non esisteva, ed in tal caso le spiegazioni del Pontano, del Giannone, del Giustiniani e del Tria, mancano di fondamento. Resta quella del Ciarlanti, la quale non merita del pari una grande considerazione pel fatto che i nomi delle università precessero quelli delle stirpi feudali. ……. Questo fatto (di cui siamo convinti nell’annosa elaborazione dei nostri quattro volumi) meriterebbe una lunga illustrazione, che pertanto intendiamo risparmiare al lettore, nella fiducia ch’esso vorrà accettare senza diffidenza il nostro asserto. Ciarlanti (1644) era nel giusto: la nobilissima famiglia di Molise trà questo grandemente fioriva, e giunse a grandezza tale, c’havendo poco men che conquistate tutte le Terre di questa Provincia, dal lor cognome fu denominata Contado di Molise, come anche Molise chiamarono un castello, che alcuni di quella edificarono presso le rovine dell’antica Città di Tiferno, e così sono state poi sempre denominate; come nel giusto era Galanti (1780): La contea di Molise deve essere di più recente istituzione, e la denominazione ha dovuto riceverla dalla famiglia di Molise e non dal villaggio di tal nome. E’ pare dunque potersi affermare, che Pontano non dica il vero, quando scrive (I), che Molise, che fu in dominio di detta famiglia, avesse ella ricevuto il nome. Ciarlanti (2) bene suppose, che Molise fosse stato da alcuno di tal famiglia edificato; ed aggiunse in modo chiaro: Questo nome Molise, siccome dovrebbe essere a tutti conosciuto, è comunale a molti luoghi e città della Francia e de’ Paesi bassi. Quale cosa più verisibile, che il cognome di una famiglia normanna abbia da più lontana origine?

Masciota, volendo imporre la propria convinzione, chiese al lettore la fiducia ch’esso vorrà accettare senza diffidenza il nostro asserto.

Scrisse: Ed ecco presentarsi un problema che non si è mai affacciato alla mente degli storici. (1) La famiglia Molisio non potrebbe essere la medesima di quella ch’ebbe a capostipite Alczeco, divenuta indigena di fatto dopo quattro secoli d’immigrazione e di sedentarietà? (2) Riesce, è vero impossibile di poter dimostrare la continuità della stirpe slava; ma la logica non consente che tale continuità debba scartarsi con sentenza aprioristica, tanto più che tratterebbesi di una filiazione di soli quattro secoli. (3) I discendenti di Alczeco, come e per tali, sono rimasti ignoti a noi nei nomi e negli eventi; ma non vi ha nessun documento, nessun cenno nella storia, nessuna testimonianza di autore che alluda o alla perdita che essi avessero fatto dei domini, od all’estinzione della stirpe. (4) La continuità della compagine territoriale è elemento di qualche efficienza per inferire la continuità delle stirpe, tanto più che se la prima intrusione di pochi slavi profughi nel nostro territorio non passò in silenzio nella storia de secolo VII, non si comprende come avesse potuto passare inosservato nel secolo XI il trapasso di così vasta plaga da una signoria quattro volte secolare ad una signoria novella e forestiera. (5) Nei documenti, nei diplomi, nelle istorie relativa al secolo XI, troviamo inoltre indifferentemente adoperate le denominazioni di Conte di Molise, Conte di Boiano e Conte d’Isernia: fatto non scevro d’importanza, perché può attestare che l’antica famiglia feudale slavo-pentra, creata dai longobardi, sopravviveva in numerose propaggini all’inizio del periodo normanno.

Masciotta, con una argomentazione non conforme a ciò che era accaduto dal  VII al XII, scrisse: Si potrebbe obbiettare, alla nostra argomentazione, che il cognome Molisio o Marchisio deve pure avere un particolare significato. E’ giusto. Ed eccoci a rispondere. (6) Anzitutto può darsi che il silenzio del Catalogo Borrelliano in rapporto all’Università di Molise sia una mera omissione, e che Molise non solo esistesse nei tempi longobardi, ma fosse un’antica città del Sannio, e precisamente “Melae” o “Meles” distrutta da Fabio nel 538, ritenuta irpina da Livio (XXIV-XX) ed identica  a Molise dell’Olstenio nelle sue “Annotazioni a Cluverio” (73). In tal caso si può ammettere che i lontani discendenti di Alczeco, avendo edificato un castello in ricordanza e sul voluto posto della città distrutta, ricevessero da questo il nome, come era costume generale. (7) Potrebbe però anche sospettarsi che i cognomi Molisio (come scrive Pietro Diacono) o Molino (come scrive il Capecelatro) fossero deformazione del cognome Marchisio, frequentissimo oltre ogni credere nella diplomatica remota di molti comuni pentri ed anche frentani. E non è chi non veda che Marchisio è derivativo di “marchia” della quale la potente stirpe era signora.  (8) Nulla osta, dunque, ad ammettere che i Marchisio o Molisio fossero nel secolo X ed IX gli eredi o diretti o collaterali del condottiero slavo del secolo VII: tutto più, poi, quando si consideri che della famiglia Molisio –pur così celebre nei fasti della storia- nessuno ha saputo indicare né le origini, né la provenienza. E normanna, certo, non fu. (9) Passiamo ora in rassegna I Conti di Molise, dei quali è stato possibile rintracciare i nomi e le azioni, attraverso laboriose indagini e fatiche molte di controllo. Dopo Alcezeco, castaldo di Boiano nell’anno 667, non si ha notizia che di Guadelberto, pur castaldo di Boiano, vivente nell’anno 870, cioè due secoli dopo. Questo Guadelperto o Guandelperto è mentovato dal Giannone, il quale ne rilevò il nome dagli scritti di Erchemperto pubblicati da Camillo Pellegrino (74). (10) Qualche autore, di cui mi sfugge il nome, ritiene che costui il primo a fregiarsi del titolo di Conte di Molise.

Alla luce di quanto tramandano la Storia ed i diplomi dell’epoca, esaminiamo i 10 punti illustari dall’asserto di Masciotta.

(1). (2). (10). La Storia dei Longobardi, scritta dallo storico longobardo Paolo Diacono, descrive per l’anno 667 solo la presenza del bulgaro Alzeco (Alzecone) nel territori già dei Pentri e l’istituzione di un gastaldato che comprendeva i territori di Sepino, Bojano, Trivento, Isernia, Venafro, denominato gastaldato di Alzecone, ignorando la sede del capoluogo. Per gli avvenimenti dell’anno 867, dopo 200 anni di silenzio, ancora uno storico longobardo, Erchemberto, ricorda Guandelperto, titolare del gastaldato di Bojano e sfortunato protagonista di uno scontro con i Saraceni; si ignora se il suo gastaldato comprendesse, oltre a quelli di Bojano, i territori di Sepino, di Trivento,  di Isernia e di Venafro o se già esistessero, fatta eccezione per Sepino, i gastaldati di Venafro, di Isernia e di Trivento in territorio pentro; di Larino e Termoli in territorio frentano. I cronosti dell’epoca tacciono sulla sorte del bulgaro Alzecone e del longobardo Guandelperto; nessuno ha ricordato che Guandelperto fosse il primo a fregiarsi del titolo di Conte di Molise come affermò Masciotta, a cui sfugge il nome dell’autore che avrebbe pubblicato la notizia. Guandelperto fu ricordato dagli storici dell’epoca con il titolo di gastaldo e non di conte; nel IX secolo ancora esistevano i gastaldati che divennero contee con la riorganizzazione messa in atto con i Franchi.

(3). (4). La presenza nel gastaldato di Bojano del longobardo Guandelperto evidenzia che la stirpe slava di Alzecone si era estinta, sopravviveva sì La continuità della compagine territoriale, come scrisse Masciotta, ma non può essere valutata elemento di qualche efficienza per inferire la continuità delle stirpe: le compagine territoriale, ovvero i gastaldati e, successivamente le contee, come i ducati e successivamente i principati, conservarono l’unità territoriale originaria, solo i feudatari ed i principi furono soggetti al volere dei re. I Franchi, pur avendo imposto il loro dominio, lasciarono la titolarità dei principati e delle contee ai signori di origine longobarda: le contee pentre di Venafro, di Isernia, di Trivento, di Bojano e le contee frentane di Larino e Termoli avevano feudatari appartenenti alla nobiltà longobarda che risiedevano, il più delle volte, nel principato di Benevento: nel 954, il gastaldo, poi conte Paldefrid era feudatario di Veanfro; nel 962, Landulfo era titolare della contea di Isernia; nel 992, il conte Berardi era titolare della contea di Trivento; prima dell’anno 1010, il conte Roffrid, nipote del principe di Benevento Pandolfo I, era titolare della contea di Larino e prima del 1010, la contea di Termoli era retta dal conte Attoni.

(5). (8). (9). (10). Non è corretto affermare, come fece Masciotta, che Nei documenti, nei diplomi, nelle istorie relativa al secolo XI, troviamo inoltre indifferentemente adoperate le denominazioni di Conte di Molise, Conte di Boiano e Conte d’Isernia: fatto non scevro d’importanza, perché può attestare che l’antica famiglia feudale slavo-pentra, creata dai longobardi, sopravviveva in numerose propaggini all’inizio del periodo normanno. Tutti i documenti, i diplomi e la Storia lo smentiscono: nel secolo XI (dal 1.000- al 1.100) non esisteva un Conte di Molise perché la denominazione Molise fu utilizzata dal conte Ugo (II), titolare della contea di Bojano, a partire dall’anno 1142, nè indifferentemente fossero adoperate le denominazioni di Conte di Bojano e Conte d’Isernia: con l’espansione della contea di Bojano sui territori delle contee di Venafro, Isernia, Trivento e parte della contea di Larino, la denominazione della estesa contea citata dai conti  de Moulins/de Molisio nei documenti e nei diplomi era contea di Bojano e contea di Molise dopo l’anno 1142. Masciotta ignorava che nell’anno 1003 (secolo XI), la contea longobardo-franca di Bojano era retta dalla contessa Maria, figlia del conte Roffrid, moglie del conte Potefrid, figlio del conte Magenolfi: di stirpe longobarda, non  slava. Un diploma ignorato da Masciotta, fu sottoscritto da Adenolfo, vescovo metropolita di Capua, nell’anno 1032 (secolo XI), confermava l’esistenza del Comitatu Iserniensis, del Comitatu Venafrano e del Comitatu Bojonensis; non esisteva un Conte di Molise, né la contea di Molise.

(7). (9). Masciotta sostenne che Potrebbe però anche sospettarsi che i cognomi Molisio (come scrive Pietro Diacono) o Molino (come scrive il Capecelatro) fossero deformazione del cognome Marchisio, frequentissimo oltre ogni credere nella diplomatica remota di molti comuni pentri ed anche frentani. E non è chi non veda che Marchisio è derivativo di “marchia” della quale la potente stirpe era signora, ma si guardò bene dal riportare un riferimento bibliografico concreto: è davvero una impresa ardua far derivare l’etimologia di Molise da Marchisio  che ricorda sì “marchia”, ma non un legame storico con il territorio dei Pentri, nè con la istituzione dei municipi romani, dei gastaldati longobardi, delle contee longobarde-franche e della contea di Molise istituita nell’anno 1142. Masciotta, come già esaminato, fece un riferimento improprio a Tancredi Marchisio vivente nell’anno 1112, principe di Antiochia, figlio di Odobono Marchisio e di Emma, sorella di Roberto il Guiscardo, nonché cugino di Boemondo d’Antiochia. L’etimologia di Molise non deriva dalla deformazione di Marchisio, che era il cognome di Tancredi presente prevalentemente in Terra Santa dopo aver preso parte alla prima crociata dell’anno 1096. Non esiste una testimonianza che possa legare la sua presenza nelle contee istituite nel territorio già pentro-frentano. Nel 1112, anno della morte di Tancredi Marchisio, era titolare della contea di Bojano il conte Simone, figlio del conte Ugo (I) e nipote di Rodolfo de Moulins o de Molisio, di origine normanna  già nel 1053 conte di Bojano: la contea si era ampliata con la conquista dei territori delle contee di Venafro, di Isernia, di Trivento e parte di quella di Larino. Dopo 30 anni, nel 1142, con la titolarità del conte Ugo (II), detto Ugone, genero e cognato (!) del re Ruggero II, la contea fu denominata Molise, per ricordare il cognome adottato dai conti normanni in ricordo di Moulins, il castrum dove era nato Rodolfo, il capostipite, figlio di Guimondo (II) e di Emma.

(6). Masciotta, avendo più simpatia per il bulgaro Alzecone che per i normanni di Rodolfo, più che mai convinto che l’etimologia di Molise non derivasse dal cognome dei signori normanni di Bojano, propose una ipotesi alquanto <bizzarra>, facendo scempio della Storia che ricorda la presenza di Annibale in Italia: l’esistenza di un’antica città del Sannio e precisamente “Melae” o “Meles” distrutta da Fabio nel 538, ritenuta irpina da Livio (XXIV-XX). Livio (XXVII, I) scrisse: In Italia il console Marcello, dopo aver ripreso per tradimento Salapia, strappò con la forza ai Sanniti le città di Marmoree (Marmoreas) e di Mele (Meles), Qui furono sopraffatti circa tremila soldati di Annibale, che vi erano stati lasciati come guarnigione; giustamente ritenne irpina “Meles” (non “Melae”), perché il teatro di guerra era il territorio degli Irpini, identificati da Livio come i Sanniti alleati dei Cartaginesi; pertanto l’antica città del Sannio non poteva essere localizzata nel territorio dei Pentri che all’epoca erano fedeli alleati dei Romani. Masciotta volle passare in rassegna i Conti di Molise, dei quali è stato possibile rintracciare i nomi e le azioni, attraverso laboriose indagini e fatiche molte di controllo, ma non fu altrettanto diligente nella scelta e nella interpretazione di quelle fonti bibliografiche che gli avrebbe permesso di conoscere, di descrivere  e di diffondere la vera dinastia dei Conti  di Molise. Aveva sottovalutato la ricerca di Ciarlanti sull’etimologia di Molise, ma ne condivise le notizie e quelle di altri studiosi in merito alla famiglia comitale di origine normanna dei de Moulins/de Molisio: Raoul, o Rodolfo, è menzionato dal Ciarlanti qual padre di Ugone. …. Il Ciarlanti per dare un’idea della potenza cui era pervenuta la stirpe di dei Conti di Boiano o di Molise, narra che nel 1105 essendo morto in Isernia, Simone, figlio di Ugone, la salma ne fu trasportata con riti solenni ed imponente corteo nella lontana Badia Cassinese. Roberto, conte di Bojano, fu probabilmente figlio, certo erede di Ugone. …. Ugone di Molisio è detto indifferentemente Conte di Boiano o Conte di Molise. Figlio di Roberto, che gli diede il nome del proprio padre.

Le certezze di Masciotta modificarono  la Storia: il conte Rodolfo de Moulins/ de Molisio generò il conte Ugo (I): erano titolari della contea di Bojano che all’inizio del loro mandato era costituita dai territori pertinenti ai municipia romani ed alle diocesi episcopali di Bojano e di Sepino; il titolo di conte di Bojano fu riconosciuto fino all’anno 1142 (non prima), solo in seguito fu sostituito da conte di Molise. Il conte Ugo (I) generò il conte Simone che nel 1105 morì a causa di un terremoto nella città di Isernia la cui contea era stata conquistata molti anni prima dal conte Rodolfo. Al conte Simone, a causa della minore età, non gli successe il figlio Ugo (II) detto Ugone, ma lo zio Roberto divenne titolare della contea di Bojano: non il padre di Ugo o Ugone, come scrisse Masciotta, ma era fratello del conte Simone. Solo Ugo (II) o Ugone si fregiò del titolo di conte di Bojano e di Molise non prima dell’anno 1142: sposò una figlia di Ruggero II, mentre una sorella di Ugo (II) fu amante del re.

Masciotta, proseguendo la descrizione di quanto era accaduto nel Molise nel medioevo, dimostrò di conoscere la Storia, ma l’ <antipatia> per i Normanni e per la famiglia de Moulins/de Molisio, gli fece commettere altri errori di interpretazioni delle fonti bibliografiche: Ugone di Molise parteggiò per la S. Sede: cosa che, se non costituisce una prova diretta, è però un indizio serio che la famiglia comitale non era normanna, ma longobarda.

L’ignaro lettore è tratto in inganno quando consulta la pubblicazione di Masciotta e può contribuire alla diffusione di notizie che non rispecchiano la vera Storia medioevale del Molise: Ugo (II), detto Ugone, figlio di Simone, si oppose al suocero Ruggero II per salvaguardare il suo potere, la sua indipendenza e l’integrità della sua contea di Molise.

Masciotta scrisse ancora: Il re Ruggero acconsentì al perdono, e gli diede in isposa una propria figlia naturale, nome Clemenzia, frutto d’illeciti amori con la contessa di Catanzaro. Le nozze ebbero luogo nel 1135. …. Da Ugone e Clemenzia nacque Clarizia, la quale sposò Teobaldo di Baro, nobile borgognone, portando in dote Sepino, Campobasso, S. Giovanni in Golfo e Tappino. Le cronache dell’epoca tramandano che Clemenza la contessa di Catanzaro non era una propria figlia naturale di re Ruggero, ma fu figlia di Segegualda, moglie del fu Raimondo di Catanzaro. Entrambi nel 1167, 28 luglio, ind. XIV, donarono alla Chiesa di Cefalù … : era figlia legittima di Raimondo di Catanzaro!

Sempre più sicuro del suo metodo di indagine e della sua interpretazione delle fonti bibliografiche, pur avendo consultato i cronisti dell’epoca, propose all’ignaro lettore la sua storia medioevale del Molise.

Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

LA CITTA’ DI BOJANO “DISTRUGGE” O “NASCONDE” LE PROPRIE TESTIMONIANZE STORICHE.

dicembre 10, 2011

La fondazione della città di BOJANO (“VER SACRUM”. ORIGINE DI UNA CITTA’: BOJANO. ORIGINE DI UNA TRIBU’: I PENTRI. ORIGINE DI UNA REGIONE: IL MOLISE) risale all’VIII secolo a. C. quando settemila giovani SABINI/SABELLI in occasione del ver sacrum emigrarono e si stanziarono alle falde settentrionali del massiccio del Matese per costituire latribù dei PENTRI. BOJANO  che era la loro capitale, la città-madre, con il nome osco BOVAIANOM, fu edificata sulla sommità della collina oggi denominata CIVITA SUPERIORE di Bojano  e, con una serie di terrazzamenti in “opera poligonale”, raggiungeva a valle il tratturo Pescasseroli-Candela. La “fortificazione” sorta sulla cima di monte Crocella, già colle Pagano, il  COLLIS SAMNIUS o UN COLLE CHIAMATO SACRO dei SANNITI-PENTRI. dominava e controllava tutto il territorio dei PENTRI che confinavano con i consanguinei PELIGNI, CARECINIFRENTANI di LARINO, IRPINI e CAUDINI; mentre ad est con i DAUNI di altra origine.

La “fortificazione ” localizzata sulla cima di monte Crocella, già “colle Pagano” (in alto a ds.). “BOVAIANOM” sulla sommità di Civita Superiore di Bojano e lungo le pendici della collina (località “Piaggia-san Michele)  fino al “tratturo Pescasseroli-Candela (verde).

Considerata l’importanza della città-capitale, BOVAIANOM/BOJANO fu protagonista sia della espansione dei popoli italici nei territori limitrofi, sia delle guerre contro Roma.

Conquista, la civitas romana  BOVIANUM/BOJANO fu ricostruita in pianura  ed il nuovo intervento edilizio, pur arricchendola, distrusse quanto era stato lasciato dai padri fondatori sabini/sabelli.

I successivi conquistatori non furono da meno: i LONGOBARDI, i coloni BULGARI, i NORMANNI, gli ANGIOINI etc., adeguarono alla loro cultura ed alle loro esigenze le strutture architettoniche e militari delle epoche passate; mentre nel presente il disinteresse dei suoi abitanti le sta dando il “colpo di grazia“.

BOVAIANOM/BOVIANUM/ BOVIANO/BOBIANO/BOJANO, una Storia di circa 2.811 anni, come li testimonia?

Bojano DISTRUGGE LA PROPRIA STORIA.

Il borgo medioevale di Rocca Bojano: passato e presente.

La foto (sn.) mostra ciò che restava delle mura di cinta (1 e 2) medioevale poste sul lato est di Rocca Bojano: la foto (ds.) evidenzia quanto di recente è andato distrutto (1 e 2).

Il muro di cinta medioevale lato est di “Rocca Bojano”: prima (sn.) e dopo (ds.) la “distruzione”.

Le mura medioevali della città di Bojano e l’antico palazzo vescovile: ieri ed oggi.

Pacichelli (sn.): Bojano medioevale ed il muro di cinta lato est con “Porta san Biagio”. Miniatura del “Tratturo: in evidenza il palazzo vescovile sito nella località “Piaggia-san Michele”.

L’incisione di Pacicheli (XVI sec.) evidenzia (rosso) il muro di cinta medioevale (lato est) della città che da Porta san Biagio raggiungeva il terrazzamento della Piaggia-san Michele, mentre la miniatura del tratturo mostra (freccia rossa) la localizzazione del palazzo  vescovile.

Già nel 1980 il palazzo vescovile ed il muro di cinta (lato est) della città medioevale erano “ruderi”; qualche anno dopo non esistevano! (foto a ds. in rosso).

Quanto restava (1980) del palazzo vescovile ( I freccia gialla nella foto a sn. ) e del muro di cinta medioevale lato est ( II freccia gialla, foto a sn.). La “distruzione” (foto a ds. del palazzo vescovile e del muro di cinta -rosso-).

Bojano NASCONDE LA PROPRIA STORIA.

Devoto, ne Gli antichi Italici (1967), illustrando le testimonianze archeologiche scoperte nelle varie località dell’Abruzzo e del Molise, evidenziava quanto era emerso nei pressi della città di Bojano: Infine, sulla stessa linea, presso la sorgente del Biferno, si trova l’odierna Boiano, anticamente Bovianum, la cui importanza è però fino ad ora quasi nulla.

Scarsi erano i reperti archeologici del periodo italico scoperti nel territorio bojanese a causa di quanto era accaduto proprio dall’importante ruolo svolta dalla capitale dei PENTRI nelle epoche succesive; ma a partire dall’anno 1974 con la scoperta della fortificazione sannitica di monte Crocella, già Colle Pagano, citato in precedenza, una serie di scoperte archeologiche hanno confermato l’importanza ed il ruolo di Bojano nella Storia.

Le testimonianze delle mura di difesa pertinenti alla città italica e quelle tipiche dei terrazzamenti utilizzati dai PENTRI per la difesa del suolo e per l’urbanizzazione anche delle pendici della collina, erano davvero scarse; la scoperta in occasione dei lavori di restauro nei pressi della chiesa di sant’Erasmo  di un lungo tratto del muro di cinta ad est della città pentra, arricchiva le conoscenze sulle cosidette “mura ciclopiche”.

BOJANO. Un “primo piano” delle “mura ciclopiche” presso la chiesa di sant’Erasmo.

Lo studioso ed il visitore interessati alla originalità del tratto di muro, hanno una “sgradita” sorpresa: le “mura ciclopiche” sono state ingabbiate in una struttura di ferro e vetro;  a causa della vegetazione sviluppata e per la condensazione dell’aria all’interno di essac è praticamente impossibile  vederle e studiarle.

BOJANO: “primo piano” della gabbia che custodisce le “mura ciclopiche” presso la chiesa di s. Erasmo.
La scoperta di numerosi reperti archeologici da parte del ricercatore Del Pinto e quelli che furono recuperati dai soci dell’Archeoclub all’epoca presente nella città di Bojano, promossero la nascita di un museo per la loro conservazione e fruibilità: fu acquistato a spese delle “casse” comunali il <palazzo> Colagrosso, sito nel centro della città, là dove sorgeva il “foro” della civitas romana: il piano terra del <palazzo> divenne l’unica sala di esposizione per accogliere gli studiosi ed i visitatori.

BOJANO. Palazzo Colagrosso (sullo sfondo).

I “mass-media” ed “internet” così evidenziarono l’iniziativa: 

BOJANO: il suo museo venne pubblicizzato “urbi et orbi”!

Questi alcuni dei reperti esposti:

BOJANO: fermaglio X-IX sec. a. C.

BOJANO: coppa a semicerchi penduli sec. IX-VIII sec. a. C. .

BOJANO

Possiamo ammirare questi “oggetti” perchè furono pubblicati (2005) da De Benedittis in Prima dei Sanniti?; accontentiamoci: il museo è sparito e sono spariti i reperti!

In occasione della sistemazione idraulica del fiume Calderali che scorre nella città di Bojano, venne alla luce un “imponente” selciato di epoca romana del I sec. a.C.; le sue dimensioni e la struttura dei blocchi utilizzati per la realizzazione ne rappresentano un unicum.

BOJANO: il “selciato” della “via romana” .

Bojano  così nasconde e protegge l’importante reperto:

BOJANO: sotto l’acqua una “strada romana”!

Nel museo di Bojano esisteva la “stele sepolcrale” di un bambino deceduto all’età di nove mesi; era stata custodita diligentemente da Del Prete perchè testimoniava la presenza cristiana nella città e nella diocesi di BOJANO già nel III secolo; fu data in custodia ai soci del disciolto Archeoclub cittadino e da questi al museo di Bojano, inconsapevoli che sarebbe poi sparita con gli altri reperti.

BOJANO: la “stele sepolcrale” con la dedica a Probiliano. III sec.

BOJANO dopo la caduta dell’impero romano, continuò ad essere protagonista: il castello costruito dai gastaldi LONGOBARDI-BULGARI a difesa del castrum di Rocca Bojano , già (VIII sec. a. C.) sito di  BOVAIANOM, capitale dei PENTRI, e acropoli della civitas romana sorta nella pianura dominata dalla rocca omonima, ristrutturato ed ampliato dai conti NORMANNi, è  sempre stato stimato la testimonianza del ruolo che la città svolse anche in epoca medioevale. 

BOJANO: ricostruzione (ass.ne “Falco”) del borgo medioevale di “Rocca Bojano”, oggi CIVITA SUPERIORE.

BOJANO:  “ricostruzione” del “castello” di “ROCCA BOJANO”, oggi CVITA SUPERIORE (lato nord-est).

 Le vicende belliche, i terremoti, gli agenti atmosferici e soprattutto l’incuria di coloro che avrebbero dovuto custodire “gelosamente” quanto la Storia ci aveva lasciato in eredità, hanno ridotto il castello ad un rudere invisibile.

Il castello (sn.) ed il borgo medioevale (ds.) di “Rocca Bojano”, oggi Civita Superiore.

 Le fotografie, più di ogni commento, illustrano il degrado che sta subendo il castello e l’impossibilità di poter “ammirare” il poco che resta.

La vegetazione con il passare del tempo impedisce la vista dei ruderi del castello “longobardo-normanno”.

BOJANO: “c’era una volta ………. un castello !

…. oggi non c’è più !

grazie alla freccia sappiamo che dietro gli alberi ci sono i ruderi di un castello …….!

….. qualcosa si riesce a vedere ed è stata anche restaurata di recente ….. !

…… dopo alcuni anni la vegetazione la fa da padrona ……! Nel frattempo il castello è stato anche ristrutturato ….. !

Sub Adalberto Praesule narrant Rodulphus de Molinis Boviani Comitem Cathedralem Ecclesiam, novam condidisse anno 1080: la cattedrale della diocesi di BOJANO fu costruita o ricostruita nell’anno 1080 da Rodolfo de Mouins/de Molisio , conte di Bojano. La scoperta di una “fonte battesimale” al di sotto del pavimento dell’altare maggiore ed altri reperti risalenti al XI secolo, testimoniano che l’antica cattedrale era ubicata nell’attuale sito.

Anno 1905: scorcio ( a sn.) dell’antica cattedrale della diocesi di BOJANO.

Nell’anno 1905, l’ampia “piazza” antistante l’antica cattedrale era utilizzata per il “mercato” di generi diversi; successivamente lo spazio alla sinistra dell’edificio religioso fu scelto per l’ubicazine del monumento ai Caduti di Bojano e, come ha illustrato Tavone, per la realizzazione di un vero e proprio Parco della rimembranza in cui l’acqua purificatrice delle fontane, i cipressi espressione di eternità, il verde del manto erboso, il gruppo scultoreo e le scritte del suo basamento concorrono a ricordare perennemente i bojanesi morti per l’Italia.

Anno 1930: scorcio dell’antica cattedrale della diocesi di Bojano ed il “parco della  rimembranza”.

 La localizzazione del Parco della rimembranza fu appropriata, ma nel corso degli anni, i “simboli” utilizzati hanno “compromesso” il “quadro d’insieme dell’architettura dell’antico edificio religioso. 

Anni 1950: “Parco della rimembranza” e l’antica cattedrale.

 Le fotografie esprimono con chiarezza quanto sta avvenendo nel corso degli anni:

Anno 1960: la “vegetazione” la “fa da padrone”, ma l’ “imponente” edificio religioso è ancora visibile.

anno 2011 (novembre):  il monumento ai Caduti e l’antica cattedrale esistono ancora?

I cipressi ed i pini hanno superato l’altezza l’antico campanile della cattedrale, annullando la sua “maestosità” e nascondendo il monumento ai Caduti!

Confronto tra passato (1960) e presente (2011).

Bojano ha rinnegato il simbolo della sua origine che per secoli era stato rappresentato nel gonfalone della città: il suo nome BOVAIANOM/BOVIANUM/BOVIANO/BOBIANO/BOJANO prese origine  da BUE, l’animale sacro al dio Ares.

Lo “stemma” di Bojano (in alto a sn.) prima della modifica. Il “bue” riprodotto in una “stele” (in alto a ds.).”Bollo” (in basso a sn.) del “comune di Bojano”. Il “bue” posto sul portale della chiesa di santa Maria del Parco.

Lo stemma di Bojano oggi è questo:

Bojano: il suo “moderno” gonfalone!

In merito: CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

Che il futuro possa ridare a questa antichissima città le testimonianze del suo glorioso passato!

Oreste Gentile.

PESCHE (IS) E LA NASCITA DI PAPA CELESTINO V: UNA “BUFALA” !

dicembre 4, 2011

L’articolo Pesche, apogeo e oblio del borgo di un quotidiano molisano del 18.XI.2011, dando la notizia di un convegno svolto a Campobasso, ha riproposto una ricerca del sacerdote don Sante Tommasini, pubblicata nell’anno 1999, a sostegno della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, nell’odierna PESCHE, in provincia di Isernia, o nelle sue vicinanze: nacque a S.Angelo di Isernia.

L’affermazione fu avallata dal can. prof. Claudio Palumbo nella presentazione della pubblicazione: …, ove più si consideri che, dimostrando essere Sant’Angelo di Isernia il vero titolo di Pesche fino a tutto il XVIII secolo della nostra era, il Tommasini reca un contributo affatto trascurabile alla vexata quaestio sulla patria natale di San Pietro Celestino V.

Le biografie più antiche del santo papa molisano tramandano la nascita in una località ritenuta un castrum o castello denominato sancti Angeli o sancto angelo o S. Angeli, un piccolo agglomerato di case difese dalle mura di cinta, diverso da Isernia, una civitas fin dalla dominazione romana; il castrum è uno dei tanti indizi che escludono le “pretese” della civitas di Isernia.

L’ipotesi di Tommasini si basa su una ricca bibliografia, ma avendola interpretata ad usum delphini, commise degli errori: non fece distinzione di localizzazione e di identificazione tra la civitas di Isernia ed i centri esistenti sul suo territorio che corripondeva alla contea longobardo-franca, con capoluogo Isernia, già pertinente alla colonia latina, poi municipio di Aesernia, nonché alla diocesi episcopale.

PESCHE, oggetto della pubblicazione, e quindi Carpinone (vedi in seguito), Monteroduni, Longano, Miranda etc., sorti nelle varie epoche sul territorio della colonia latinamunicipio romano, della diocesi episcopale e della contea longobardo-franca, furono localizzati ed identificati da Tommasini nella città di Isernia!

Scrisse: a) quando ancora Pesche non era comune indipendente, questo territorio era considerato isernino. b) Tutto ciò era considerato nella città.     

Il territorio pertinete alla "contea longobardo-franca", già "colonia latina" e "municipio romano" e "diocesi episcopale" (azzurro): Tommasini sostenne che "Tutto ciò era considerato nella città".

La civitas di Isernia, stando al parere di Tommasini, era un “grande contenitore” (vedi figura in alto) ed all’ interno delle sue mura di cinta erano localizzati i centri esistenti sul territorio pertinente alla contea longobardo-franca, già colonia latina, municipio romano e diocesi episcopale.

PESCHE e gli altri centri abitati, fin dalla loro fondazione nel territorio della  colonia-municipio-diocesi-contea di Isernia erano amministrati dalla civitas di Isernia, ma godevano di una propria identità e di una precisa, quanto inconfondibile localizzazione. Nessuno dei centri che era nel territorio poteva essere considerato nella città di Isernia, ovvero all’interno delle sue mura di cinta.

La "civitas" di Isernia aveva sempre avuto la giurisdizione sul territorio pertinente alla "colonia latina", al "municipio romano", alla "diocesi episcopale" e, per ultimo, alla "contea longobardo-franca" omonima (poi inglobata nella "contea" di Bojano-Molise), su cui erano stati fondati nel tempo gli odierni centri di PESCHE, Monteroduni, Longano, Miranda, Carpinone etc.: centri che avevano una localizzazione ed una identità autonoma dalla "civitas" capoluogo.

La errata interpretazione delle fonti bibliografiche fece commettere a Tommasininon pochi errori:

Nella introduzione alla pubblicazione, scrisse: Mi sono cimentato a scrivere la cronistoria, in parte sconosciuta, di un paese (a) che prima del millesettecento era una parrocchia (a), in Isernia, gestita dai padri benedettini di Montecassino. E noto a tutti che, in quei tempi, i benedettini avevano sulle loro popolazioni poteri ecclesiastici e civili; per cui possiamo facilmente comprendere come la gestione religiosa di S. Angelo d’Isernia (a) fosse soggetta direttamente al Padre Abate di Montecassino. . .. . Il centro abitato (a), che inizialmente era detto “Castello di S. Angelo d’Isernia(a) , con il tempo, dopo che i benedettini si erano insediati nel luogo sovrastante detto “delle  pietre”, ci fu un progressivo spostamento della popolazione verso l’alto ed il villaggio (a) cominciò a prendere nome dal luogo pietroso su cui sorgeva, infatti ancora oggi nel dialetto locale le pietre son chiamate “peschie”. Era (a) in territorio isernino. (La a identifica la stessa località).

Da quanto letto, si apprende: il paese, l’odierna PESCHE, prima era una parrocchia, in Isernia, conosciuta come S. Angelo d’Isernia divenne un centro abitato, che inizialmente era detto “Castello di S. Angelo d’Isernia, con il tempo dopo che i benedettini si erano insediati nel luogo sovrastante detto “delle  pietre”, ci fu un progressivo spostamento nello spazio della popolazione verso l’alto.

Pertanto, il Castello di S. Angelo d’Isernia” non si localizzava più  nella civitas di Isernia dove non esisteva una località verso l’alto, esisteva  un luogo pietroso; ci troviamo in territorio isernino, ma il villaggio che Tommasini identificò con PESCHE non era una parrocchia, in Isernia, gestita dai padri benedettini di Montecassino, era Il centro abitato, che inizialmente era detto “Castello di S. Angelo d’Isernia”.

Le fonti bibliografiche non ricordano ilCastello S. Angelo d’Isernia”.

La verità è che il Chronicon Vulturnense, consultato da Tommasini, per l’anno 814 e per l’anno 881 tramanda: Vi è, dunque, all’interno  della città (di Isernia) la chiesa di Sant’Angelo con venticinque case dei servi tutt’intorno, e il presbitero Giordano servo e vicedomino del predetto monastero (san Vincenzo al Volturno), …… . Questa chiesa, con le altre numerose cappelle ad essa sottomesse, i casali che si trovano nei pressi del torrente Petroso, dove i due fiumi confluiscono, appartennero tutti ai servi di San Vincenzo. E i monaci che vivono lì, lavoravano i terreni paludosi che si trovavano nei pressi della stessa città (di Isernia), per il monastero di Sant’Angelo.

E’ chiaro: la chiesa di Sant’Angelo ed il monastero omonimo era all’interno  della città di Isernia, ma i monaci gestivano anche i beni che si trovavano nei pressi della stessa città di Isernia eranobenedettini, ma appartenevano al monastero di san Vincenzo al Volturno, non dai padri benedettini di Montecassino, come sostenne Tommasini.

Per Tommasini la chiesa di S. Angelo d’Isernia, divenne Il centro abitato, che inizialmente era detto “Castello S. Angelo d’Isernia, con il tempo, dopo che i benedettini si erano insediati nel luogo sovrastante detto “delle pietre”, ci fu un progressivo spostamento della popolazione verso l’alto ed il villaggio cominciò a prendere nome dal luogo pietroso su cui sorgeva, infatti ancora oggi nel dialetto locale le pietre son chiamate “peschie”. Era in territorio isernino.

 

La "civitas" di Isernia: La localizzazione (rosso ) della chiesa di Sant’Angelo nel rione Sant’Angelo, in cui, secondo l’isernino D’Acunto, sarebbe nato papa Celestino V.

La chiesa di Sant’Angelo era ubicata all’interno delle mura della civitas di Isernia, nella parte bassa a nord-ovest e, come scrisse l’isernino Viti (1972), cambiò nome in chiesa San Giuseppe ed aggiunse: Anche oggi, infatti, la piazzetta antistante l’ex chiesetta di S.Angelo conserva tale nome, anziché quello di San Giuseppe, più recente.

La confusione è palese: non ci fu un progressivo spostamento della popolazione verso l’alto dalla chiesa di Sant’Angelo ubicata dentro le mura della civitas di Isernia, come ricorda il Chronicon, esisteva unCastello S. Angelo d’Isernia”.

Tommasini descrisse  poeticamente Il villaggio (castello) che si era formato attorno alla chiesa di S. Angelo si presentava in ottima posizione, ben soleggiato, ricco di acque, sovrastante una fertile campagna molto adatta all’agricoltura. E alle pendici di una zona montagnosa piena di fascino adatta sia alla pastorizia, sia alla coltura del bosco.

Quanto letto non è pertinente al Castello S. Angelo d’Isernia, mai esistito; la localizzazione dell’antica e dell’odierna PESCHE, sempre esistita lontana dalla città di Isernia, ispirò la poetica descrizione di Tommasini.

Panorama di PESCHE (IS). L'esposizione della località a sud-ovest corrisponde alla descrizione poetica di Tommasini.

PESCHE, al contrario di quanto sostenne Tommasini: prima del millesettecento (1700), aveva una localizzazione e soprattutto una identità precisa, testimoniata da due diplomi di donazione  sottoscritti da Rodolfo de Moulins-de Molisio, conte di Bojano, che aveva occupato la contea longobardo-franca di Isernia: anno 1088: …… in hac ecclesia vocabulo Sancte Crucis, que constructa esse videtur infra fines Ysernie civitatis supra ipsum locum qui Pesclatura vocatur, hoc quod subscriptum est dedi et spontaneo concessi, castellum scilicet, quod vocatur Balneum. Anno 1092: …, quae ecclesia S. Crucis constructa esse videtur in comitatu Iserniae civitatis supra locum, qui Pescla vocatur.

Già negli anni 1088 e 1092,  esisteva la località denominata PESCLATURA o PESCLA, l’odierna PESCHE: si localizzava nel territorio della contea di Isernia, divenuto parte integrante della contea normanna di Bojano.

Due citazione  dello storico Galanti nell’anno 1781, testimoniano: 1) Pesco d’Isernia, ovvero Peschi. E’ popolato di 1251 cittadini in diocesi d’Isernia. Si chiamava Pesclum nel XII secolo. Ha 10 cappelle. 2) Peschi: popolazione del 1778 1108, del 1780 1251, Num. Di fuochi 66, testatico I, Once de’ beni 2506.

Le antiche mappe documentano che PESCHE si localizzava ed identificava sì nel territorio di Isernia, ma lontano dalla civitas ed ha sempre conservato la propria identità: Le Pescora (1640), Lepescora (1714), La Pescora (1794), Pesche (1816) e sempre Pesche anche nell’anno 1831.

Perché per un periodo PESCHE fu denominato Pesche d’Isernia?

Viti scrisse: occorre risalire ai primissimi mesi dell’anno 1495, allorquando i sindaci della dicta città di Isernia rivolsero al re di Napoli Ferdinando II d’Aragona di poter estendere la loro giurisdizione amministrativa anche al castella delle Pesche; quindi nell’anno 1495 non esisteva ilcastello S. Angelo d’Isernia”.

Tutto ciò smentisce anche quanto scritto da Palumbo nella presentazione del volume di Tommasini: dimostrando essere Sant’Angelo di Isernia il vero titolo di Pesche fino a tutto il XVIII secolo della nostra era.

Da quanto esaminato, l’odierna PESCHE non corrisponde alla chiesa di Sant’Angelo che era ubicata all’interno della mura della civitas di Isernia, si identifica con ilCastello S. Angelo d’Isernia”mai esistito, né essere stata la patria di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Per quanto riguarda il citato castellum Balneum, ricordato per la prima volta nella donazione dell’anno 1088 dal conte Rodolfo de Moulins-de Molisio, al contrario di ciò che sostenne Tommasini, non faceva parte dei beni donati nel 1064 da Bernardo, conte di Isernia, al monastero di Montecassino; l’oggetto della donazione era solo il monastero di S. Marci apostoli ubicato  in locum, qui nuncupareut Carpenone in finibus ejusdem Comitatus Esernienses.

Se usassimo il metodo di Tommasini per interpretare le fonti bibliografiche che ricordano anche il castrum di Carpenone ed il monastero di S. Marci apostoli, dovremmo ritenere, come accadde per PESCHE, che Tutto ciò era considerato nella città (di Isernia): il monastero di S. Marci apostoli ed il castrum di Carpinone in finibus ejusdem Comitatus Esernienses vanno localizzati nella città di Isernia.

I brevi cenni della vita di papa Celestino V riportati da Tommasini nella sua pubblicazione, si basano pedissequamente su quanto scritto da altri autori a favore della sua nascita nella civitas di Isernia.

L’argomento esula dal presente studio; si rimanda agli articoli pubblicati in merito su questo blog.

Oreste Gentile.