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LA CONTESSA DI CATANZARO, CLEMENZA, NON ERA LA MOGLIE DEL CONTE UGO (II) DE MOLISIO, CONTE DI MOLISE.

dicembre 28, 2012

Per secoli hanno tramandato che Clemenza, contessa di Catanzaro, era stata la moglie del conte Ugo (II) de Molisio, titolare della contea di Molise.
Ciarlanti (1634): che data per moglie Clementia Contessa di Catanzaro figliuola del Re Ruggieri, rimasta vedova di Ugone di Molino Conte di Molise. (…). Et a questo giunse la bella Clementia, figliula de Re Ruggieri, che fu prima (come si è detto) Contessa di Molise.
Giannone (1753): La terza (concubina di re Ruggero II) fu madre di Clemenzia contessa di Catanzaro, che prima si maritò con Ugone di Molino conte di Molise, e da poi fu pretesa da Matteo Bonello.
Giustiniani (1797): Ritroviamo, che la moglie del celebre barone del nostro Regno Ugone di Molise che visse nel principio del XI (sic) secolo, chiamavasi Clemenza figlia di Re Ruggiero I (sic) re di Sicilia, la quale appellavasi contessa di Catanzaro.
Alfano (1823): Conte Ugone di Molise Normanno che visse nel principio del XII. secolo, mentre regnava Ruggiero Re di Sicilia, e che ebbe in moglie Clemenza Contessa di Catanzaro figliuola dello stesso.
In base a quanto hanno tramandato i cronisti dell’epoca, è difficile giustificare un simile errore; se non bastasse, ancora oggi c’è chi vuole riscrivere  la Storia medioevale del Molise con fatti e personaggi che non le appartengono.
Or costui (Matteo Bonello) preso della bellezza di una figliuola bastarda del Re Ruggiero, ch’era stata moglie di Ugone Conte di Molise; questo ha tramandato una cronaca dell’epoca: non esiste un indizio che permetta di identificare in Clemenza, contessa di Catanzaro, la figliuola bastarda del Re Ruggiero, moglie di Ugone Conte di Molise.
Il conte Ugo (II) de Molisio aveva sposato una figlia illegittima di  re Ruggero I di cui non si conosce il nome (Adelaide?), mentre il re aveva avuto una relazione con una sorella del conte di Molise, da cui era nato Simone.
Il re Ruggero II morì nel 1154 ed il conte Ugo (II) che viveva alla corte di Gugliemo I detto il Malo, morì tra gli anni 1160-1166, l’anonima vedova rimase nella residenza di Palermo dove incontrava Matteo Bonello per ricambiare il suo amore: Ma l’Ammiraglio (Maione) avendo ogni cosa conosciuta, sturbando il volere di entrambi (Bonello e la vedova), avea comandato che si fosse diligentemente custodito il palazzo della Contessa; la qual cosa assai a malincuore quegli portava. Pigliata (Bonello) adunque l’ambasceria, e valicato il Faro, se ne andò in Calabria.
In Calabria Bonello incontrò i congiurati che lo invitavano ad uccidere Maione detto l’Ammiraglio, influente consigliere di re Ruggero II e del suo successore; per ricompensa gli avrebbero dato in moglie Clemenza Contessa di Catanzaro.
Gli fu confermata la promessa: Doppoichè noi faremo ogni modo, e certo otterremo che la Contessa di Catanzaro si voglia stringere in matrimonio (…). Di quanto poi la Contessa ti avanzi di nobiltà, di quanti potenti uomini ricusato abbia le nozze, non accade qui dire, riputato esser tutto a te già ben noto.
E’ chiaro che mentre la vedova del conte Ugo (II) de Molisio contraccambiava l’amore di Bonello, al punto che Maione aveva fatto mettere sotto custodia il palazzo della sua residenza di Palermo, sturbando il volere di entrambi, la contessa di Catanzaro, Clemenza, solo per  <ragion di Stato> avrebbe sposato Bonello; era il suo primo matrimonio, come dichiararono gli stessi congiurati: di quanti potenti uomini ricusato abbia le nozze.                                                                                                                                                                                                                       Non fu fatto alcun cenno ad un suo precedente matrimonio con il conte Ugo (II) de Molisio, conte di Molise, all’epoca ritenuto uno tra i conti più potenti del regno di Sicilia.                                                                                                                                                                                                   Bonello accettò l’incaricò e con i congiurati incontrò Clemenza per stipulare l’accordo: essendosi altresì con la Contessa medesima e con i suoi parenti conchiuso di poi il suddetto matrimonio, dato dall’una e dall’altra giuramento, venne scambievolmente confermato l’accordo e si stabilì certo tempo di uccider Maione.
Un accordo che non era basato sull’amore, ma sulla promessa fatta dai congiurati: noi faremo ogni modo, e certo otterremo che la Contessa di Catanzaro ti si voglia strignere in matrimonio.
L’amore esisteva tra Bonello e la figlia anonima di re Ruggero II, contessa di Molise per essere la vedova del conte Ugo (II) de Molisio, conte di Molise.
Un certo Niccolò Logoteta, che per conto della corte reale risiedeva in Calabria, venuto a conoscenza dell’incontro tra Bonello e la contessa Clemenza, scrisse a Maione: tutto quanto erasi fatto da Matteo Bonello, e l’accordo tra lui e la Contessa di Catanzaro. (…). Matteo Bonello intanto mandata, nel modo che detto è, la cosa a fine, e tornato in Sicilia, era già pervenuto a Terme, luogo posto a venti miglia da Palermo.
Bonello riuscì ad uccidere Maione, fu poi perdonato da re Guglielmo I, il Malo, ma avendo appoggiato la rivolta di Simone, nipote del re perché figlio naturale della sorella del conte Ugo (II) de Molisio, conte di Molise, e di re Ruggero II, fu imprigionato e dopo averlo accecato e tagliatili i nervi sopra i talloni, fu rinchiuso in orrenda prigione, e tra perpetue tenebre avvolto così alla sua miseria, come dalla oscurità del luogo cagionatagli.
La contessa di Catanzaro, Clemenza, non sposò Matteo Bonello, continuò la sua ribellione in Calabria, regione che non aveva mai abbandonata, mentre la vedova del conte Ugo (II) de Molisio, il cui titolo nobiliare era contessa di Molise, era sempre vissuta nella residenza di Palermo.
Ed erasi ancora ribellata in Calabria la Contessa di Catanzaro, ed aveva afforzato Taverna, fortissima terra, così di gente, come di tutte le altre cose bisognevoli.
La ribellione fu sedata: la Contessa e la sua madre, e i capi del negozio Tommaso ed Alferio suoi zii materni, furono con molti altri soldati condotti alla presenza del Re.
Tommaso fu impiccato in Messina; Alferio fu condannato a morte nello stesso castello di Taverna; gli altri furon crudelmente fatti straziare, cavando gli occhi, e ad altri tagliando le mani; e la Contessa con sua madre prima in Messina, indi a Palermo menate, rimaser quivi prigioniere.
Questa è la Storia di Clemenza, contessa di le cronache dell’epoca non hanno tramandato un indizio che possa creare un legame di parentela, ovvero essere stata la figlia naturale di re Ruggero II e moglie del conte Ugo (II) de Molisio, conte di Molise.

Era una sconosciuta?
Se gli studiosi e gli storici del passato fossero stati più diligenti nella ricerca delle fonti, avrebbero scoperto che: Risulta invece che la contessa di Catanzaro, fu figlia di Segelguardamoglie del fu Raimondo conte di Catanzaro. Entrambi nel 1167, 28 luglio, ind. XIV, donarono alla Chiesa di Cefalù la chiesa di S. Cristoforo con case e terre, alla presenza di Rainaldo, arcidiacono di Catania, di mastro Urso di Bologna, e di Roberto vescovo di Catanzaro, nella cui diocesi erano la chiesa e le terre donate.
Oreste Gentile

L’ ORIGINE DELLA CONTEA DI MOLISE.

dicembre 27, 2012

Anno 1142. Re Ruggero II, per riorganizzare il regno normanno di Sicilia, convocò a Silva Marca (AV) una assemblea generale a cui parteciparono Anfuso, principe di Capua e duca di Napoli, e tutti i conti, i baroni ed altri sudditi.

Era presente il conte Ugo (II) che in ordine di successione della famiglia normanna de Molinis/de Molisio, era il titolare della contea di Bojano: la più grande e la più compatta della contee del Regno, resa sempre importante dalla sua posizione geografica attraverso le frontiere tra la Puglia e Capua.

Il territorio della contea di Molise corrispondeva a quello occupato nell’VIII sec. a. C. dalla popolazione dei Sanniti-Pentri, con capitale Bojano, era l’embrione dell’odierno Molise che, unito successivamente con il territorio dei SannitiFrentani, con capitale Larino,

p e fr

Il territorio dei “PENTRI” (rosso) ed il territorio dei “FRENTANI” di Larino.

avrebbero costituito la ventesima regione dell’Italia.

L’assetto amministrativo del potere romano aveva istituito nei 5 centri più importanti fondati dai Pentri, un municipio: Venafro, Isernia, Trivento, Bojano e Sepino, che con l’avvento del cristianesimo, tra il III ed il V, divennero anche sede di una diocesi episcopali.

I 5 "muicipii" e le 5 "diocesi" episcopali nel territorio dei "PENTRI"

I 5 “muicipii” e le 5 “diocesi” episcopali nel territorio dei “PENTRI”

I confini amministrativi-religiosi conservarono sempre la loro integrità nelle epoche successive, con la presenza di popoli invasori: i Goti, i Bizantini ed i Longobardi.

I Longobardi, per volere del duca di Benevento, Romualdo, figlio del re Grimoaldo che risiedeva a Pavia, capitale del regno longobardo in Italia, nell’anno 667 concessero al condottiero bulgaro, Alzecone, le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori che, probabilmente, erano pertinenti alla civitas di Trivento ed a quella di Venafro: sul territorio dei Pentri istituirono il gastaldato di Alzecone, sito a nord del ducato di Benevento o Langobardia minore ed a confine con il  ducato di Spoleto.

Il gastaldato del bulgaro Alzecone (rosso) nel ducato longobardo di Benevento. Anno 667.

Il gastaldato del bulgaro Alzecone (rosso) nel ducato longobardo di Benevento (verde). Anno 667.

Ai primi anni del VIII secolo nella zona più a nord del territorio già dei Pentri, a confine con il ducato di Spoleto e con il ducato romano (poi Patrimonio di san Pietro), tre giovani appartenenti alla nobiltà beneventana: Paldo, Taso e Tato fondarono presso le sorgenti del fiume Volturno il monastero di san Vincenzo.

Nel tempo (inizio X secolo) con le donazioni di terre ed altri beni da parte di principi, duchi, gastaldi e conti residenti anche fuori dai confini del ducato di Benevento, il monastero, dopo la tragica distruzione dei Saraceni dell’anno 881, divenne una signoria, grazie agli abati che favorirono l’insediamento di coloni a cui vennero concesse per contratto, libellum, grandi estensioni di terreni da urbanizzare e coltivare.

Ai coloni fu anche concesso di costruire i castra a difesa dei quali, oltre alle mura di cinta, le torri ed i castelli nelle zone di maggiore interesse strategico.

Gli insediamenti difensivi che risalgono a quel periodo, oggi sono i centri urbani: Acquaviva d’Isernia, Cerro, Colli, Fornelli, Pizzone, Rocchetta al Volturno e Scapoli.

Con l’avvento dei Franchi il ducato di Benevento che Arechi II aveva reso principato autonomo, avendo offerto asilo ai Longobardi che fuggivano dal settentrione dopo la disfatta del loro regno, subì la perdita di molti territori posti a nord lungo la costa Adriatica, ma riuscì a conservare la propria autonomia grazie alla concessione di Carlo Magno.

Le alterne vicende politiche e belliche causate dalla massiccia presenza dei Franchi ed alle dispute sorte tra i Longobardi ancora numerosi nel capoluogo e nelle città del principato di Benevento, si conclusero con la divisione amministrativa del suo territorio pertinente alle città di Capua, di Benevento e di Salerno; furono istituite: la contea, poi divenuta principato di Capua, il principato di Benevento ed il principato di Salerno.

Il gastaldato, già di Alzecone non uscì indenne dalle dispute: i territori pertinenti alle città di Venafro, di Isernia e la signoria monastica delle Terre Sancti Vincenceii furono gestiti dalla contea di Capua, quelli delle città di Trivento, Bojano e Sepino al principato di Benevento.

L’antico territorio dei Pentri, poi gastaldato di Alzecone, fu diviso in 4 gastaldati autonomi: Venafro, Isernia, Trivento e Bojano che comprendeva il territorio del municipio di Sepino e la diocesi episcopale.

Con i Franchi, nuovi dominatori, alla fine del IX secolo, i gastaldati divennero contee: 4 nel territorio, già dei Pentri, con il capoluogo in Venafro, Isernia, Trivento e Bojano, dove si sarebbero insediati i nuovi conquistatori nordici: i Normanni.

I confini del territorio del "gastaldato" di "Alzecone" (rosso scuro) che comprendeva i "municipii" romani di Venafro (1), Isernia (2), Trivento (3), Bojano e Sepino (4, i territori  dei 2 "municipi" sono separati dai punti rossi).

I confini del territorio del “gastaldato” di “Alzecone” (rosso scuro) che comprendeva i “municipii” romani di Venafro (1), Isernia (2), Trivento (3), Bojano e Sepino (4, i territori dei 2 “municipi” sono separati dai punti rossi).

Agli inizi del X secolo, l’Italia meridionale fu interessata dal passaggio e dalla presenza di piccoli gruppi di cavalieri e pellegrini normanni che giungevano periodicamente a Roma, sede del papa, per dirigersi nel Gargano a visitare i luoghi dell’apparizione dell’arcangelo san Michele e poi, più lontano in Terrasanta, per visitare il Santo Sepolcro.

Le "vie" principali per raggiungere monte san Michele sul Gargano e i porti di Bari e Brindisi per l'oriente: via Appia (rosso); via Latina (celeste); via Minucia (verde).

Le “vie” principali per raggiungere monte san Michele sul Gargano e i porti di Bari e Brindisi per l’oriente: via Appia (rosso); via Latina (celeste); via Minucia (verde).

L’opportunità non tardò a manifestarsi: si offrì ai Normanni, abili guerrieri, la possibilità di inserirsi nelle vicende politiche e militari che interessavano sia i diversi duchi e conti longobardi, sia i Bizantini che ancora occupavano saldamente alcune regioni, sia la presenza di gruppi di Saraceni che non era stata ancora debellata.

I vari contendenti si convinsero a disporre quali alleati dei nuovi arrivati, tanto che non furono rari i casi in cui contingenti normanni si schierarono, contemporaneamente, sull’uno e l’altro fronte.

La città di Aversa con il suo territorio fu il primo (1038) distretto amministrativo e territoriale di esclusiva competenza di un capo normanno, Rainulfo Drengot, giunto in Italia con i fratelli Gilberto, Asclettino, Osmondo  e Rodolfo.

L’eco della fortuna capitata a Rainulfo, primo conte normanno di Aversa, raggiunse la lontana Normandia ed incoraggiò altri connazionali ad emigrare a causa delle continue rivolte contro il duca Guglielmo il Bastardo e dell’aumento demograficoche aveva creato una profonda crisi economica e sociale; accadeva ciò che circa 1800 anni prima, avevano costretto i Sabini a migrare verso il sud della penisola italica e dare origine anche al popolo dei Pentri.

I figli di Tancredi, signore di Hauteville, un centro della regione del Contentin, si distinsero tra i nuovi emigranti per le sorti dell’Italia meridionale.

Tancrediera il capostipite di una numerosa famiglia; dalla prima moglie, Muriella, erano nati cinque figli maschi: Guglielmo, Drogone, Umfredo, Goffredo e Serlo; in seconde nozze con Fresenda, altri otto figli: Roberto, Maugero, Guglielmo, Alveredo, Tancredi, Umberto, Ruggero e Fresenda.

Guglielmo detto Braccio di Ferro, Drogone e Umfredo furono i primi a scendere in Italia e ad Aversa si misero al servizio di Rainulfo.

Il potere normanno in Italia si andava ben delineando; gli artefici erano due famiglie: i Dregot e gli Altavilla, questi ultimi avevano fatto derivare il cognome dal toponimo italianizzato del paese di origine Hautanville che divenne Altavilla.

Così Mongomery divenne Mongomeri; Benmot divenne Beomondo; Aigle divenne Aquila.

Le due potenti famiglie normanne che avevano iniziato a dominare l’Italia meridionale, sigillarono la loro alleanza con il matrimonio tra Asclettino, nipote di Rainulfo  e Fresenda, l’ultima figlia di Tancredi.

Dal matrimonio nacque Riccardo I che si sarebbe affermato nella contea di Aversa.  Gli insperati quanto rapidi successi, spinsero Roberto, un altro figlio di Tancredi, a scendere in Italia per affiancare i fratelli nelle conquiste.

Roberto era il fratellastro di Guglielmo, di Drogone e di Umfredo; per la sua abilità politica e militare, ma soprattutto per la sua astuzia, fu soprannominato il Guiscardo, non a caso avrebbe lasciato un’orma indelebile nella storia medioevale dell’Italia meridionale.

Al suo fianco, le cronache ricordano Rodolfo de Molinis/de Molisio, il capostipite della famiglia comitale normanna titolare della contea di Bojano.
Chi era Rodolfo?
A causa della ribellione di Guimondo (II) a Guglielmo il Bastardo, duca di Normandia, Rodolfo ed i fratelli Roberto, Antonio, Guimondo (III), Ugo, Alaino, Guglielmo e Toresgando (?), ricordati nella donazione paterna dell’anno 104050, persero la titolarità del castrum di Moulins; Rodolfo, Guimondo (III), Ugo e Toresgando, incoraggiati dalle notizie che giungevano dai loro connazionali già residenti nell’Italia meridionale, ne seguirono l’esempio.

MOULINS LA MARCHE.

MOULINS LA MARCHE.

Nati a Moulins, per essere identificati nelle loro nuove residenze, “latinizzarono-italianizzarono” il toponimo del castrum di provenienza, adottandolo per cognome: Molinis/Molisio,come scrissero nei documenti cartacei.

Non si hanno notizie dei fratelli di Rodolfo: Roberto, Antonio, Alaino e Guglielmo; mentre Guimondo (III) ed Ugo furono protagonisti della storia dei Normanni nell’Italia meridionale.

Si ignora la sorte e la stessa esistenza di Toresgando, ultimo figlio di Guimondo (II) citato dal padre nella donazione dell’anno (10401050): Rodolfo edaltridocumenti ricordarono Tristano, non Toresgando.

Guimondo (III), qui dicitur de Mulsi (corr.ne de Molinis/de Molisio), nell’anno 1068,era miles di Guglielmo di Altavilla, conte del principato di Salerno e fratello di Roberto il Guiscardo.

Sposò Emma, contessa di Eboli, vedova di domni Rao qui dictus est trincanocte de ebulo, et postea uxor fui guimundi, qui dictus est de mulisi da cui nacque Guglielmo e da questi Ruggero, Roberto e Rodolfo.

Nell’anno 1089, Guimondo (III) era già morto.

Ugo, l’altro fratello di Rodolfo,  nell’anno 1095 era presente alla corte di Capua del principe Riccardo II Drengrot e ricordato in due diplomi, primus inter pares nell’elenco dei baroni: 1) Hugo de Molinis e 2) baronum Hugonis videlicet de Molinis.

Del barone Ugo de Molinis non si conosce altro.

Del fratello Tristano le cronache ignorano le imprese, mentre un diploma dell’anno 1092 ricorda Roberto, figlio di Tristano, possessore del castello di Toro, nella contea di Bojano: ego Robertus qui dicor de Principatu, filius quodam Tristapni (corr.ne di Tristano), declaro me possidere & habere unun castellum quod nominatur Torum.

Il diploma, sottoscritto da Ugo (I), conte di Bojano, dal figlio Simone, conte di Bojano, da Roberto, conte di Loritello (Rotello), potrebbe dimostrare che Roberto era il cugino dei conti di Bojano, in quanto figlio di Tristano, fratello del conte Rodolfo.

Dichiarare qui dicor de Principatu,fa ipotizzare che abbia vissuto con lo zio Guimondo (III) miles del principe Riccardo (II), nel principato di Salerno.

Roberto, figlio di Tristano, fu amico di Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, tanto da seguirlo nella I crociata dell’anno 1096.

Tornato dalla crociata, nel 1109 Roberto divenne signore del castello di Limosano, nella contea di Bojano: Robberto filio Tristayni Limessani castri domino.

Rodolfo, il primogenito di Guimondo (II), comparve nella scena politico-militare dell’Italia meridionale, già titolare della contea di Bojano, come protagonista della battaglia di Civitate del 17 giugno 1053, combattuta tra i suoi connazionali e l’esercito di papa Leone IX che mirava a sferrare un unico, definitivo colpo di grazia all’esercito normanno.

Guillemi Apuli, cronista dell’epoca, scrisse di Rodolfo de Molinis/de Molisio: Hos Bovianensis comitis comitata Rodulfi. Est virtus et consilio pollentis et armis. Questi Bojanesi accompagnato il conte Rodolfo. E’ (Rodolfo) una grande potenza per il consiglio e le armi.

Tito Livio, scrisse di Bojano: Inde victor exercitus Bovianum ductus; caput hoc erat Pentrorum Samnitium, longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque. Boviano, capitale dei Sanniti Pentri e città ricchissima, anche di armi e di uomini.

Un uomo, Rodolfo, una città, Bojano, protagonisti della Storia del Molise.

Nell’esercito papale era schierato  Rofredus, di stirpe longobarda, suocero di Rodulfi, conte di Bojano.

Si ignora come il conte Rodolfo fosse già titolare della contea di Bojano nell’anno 1053.

Da quando era presente in Italia meridionale?

Nella storia dell’abbazia di Montecassino, nell’anno 1045, compare un barone normanno di nome Rodolfo, senza identità, accompagnato dalla moglie e da un gruppo di amici di origine normanna.

Il pacifico gruppo fu aggredito dai militari che erano preposti alla difesa dell’abbazia, ma l’intervento del normanno Drogone, conte di Puglia e degli altri connazionali stanziati nella vicina città di Aversa, senza colpo ferire per il pagamento di un riscatto di mille tareni, liberarono Rodolfo ed i suoi compagni superstiti.

Le cronache dell’epoca non permettono di identificare il citato Rodolfo, ma considerando il periodo degli avvenimenti, anno 1045, potremmo ipotizzare ed identificare  Rodolfo di Montecassino con Rodolfo divenuto conte di Bojano prima dell’anno 1053.

La contea di Bojano, istituita dai Franchi dopo il gastaldato di epoca longobarda, nell’anno 1003 era feudo della contessa Maria, figlia del conte Rofrid, membro della nobiltà longobarda beneventana.

La "contea" di Bojano del "conte" Roffrid. Già nel 1053 del "conte" "Rodolfo de Molinis/de Molisio".

La “contea” di Bojano del “conte” Roffrid. Già nel 1053 del “conte” “Rodolfo de Molinis/de Molisio”.

Successivamente la contea non ebbe un titolare, fu amministrata direttamente dai principi di Benevento, fino all’anno 1047 quando l’imperatore d’Occidente Enrico III, adirato contro i Longobardi di Benevento, concesse il principato ai due fratelli normanni, Drogone e Rainulfo.

In base alle cronache che descrivono la battaglia di Civitate dell’anno 1053, si può ipotizzare che prima di essa, il normanno Rodolfo, vedovo di Alferada, sposando Emma, figlia del conte longobardo Rofredus, divenne titolare della contea di Bojano, forse per volere anche di Drogone (che aveva pagato il riscatto per l’anonimo Rodolfo imprigionato a Montecassino) e Rainulfo della famiglia Drengot, suoi potenti connazionali.

L’abilità politica e militare del conte Rodolfo, associata all’amicizia che godeva presso i Normanni delle potenti dinastie dei Drengot e degli Altavilla, lo posero tra i personaggi più in vista della nascente aristocrazia normanna.

La sua fama fu offuscata da quella degli Altavilla e nessun cronista dell’epoca, tranne la breve descrizione in occasione della battaglia di Civitate, ne ha tramandato il valore, la potenza politica ed economica che possiamo conoscere e tracciare a grandi linee con la lettura dei pochi diplomi attestanti le sue donazioni alle varie chiese e monasteri.

Nell’anno 1057, il conte Rodolfo è al fianco del Guiscardo per sottoscrivere un diploma di donazione in favore del monastero della Trinità di Venosa, dichiarando: Rodulfo de Molisio.

L’amicizia tra Rodolfo ed il Guiscardo divenne più salda con il matrimonio di una delle due figlie del conte di Bojano, Adelizia o Beatrice, con Serlo (II) (Serlone nelle Cronache), nipote dell’Altavilla perché figlio del fratellastro Serlo (I).

Il matrimonio non ebbe lunga durata per la prematura morte di Serlo (II) nell’anno 1072.

Quel matrimonio sfortunato fu la prima causa della fine dell’amicizia tra Rodolfo e Roberto il Guiscardo: per <ragion di Stato>, la figlia del conte di Bojano fu costretta dagli Altavilla a sposare un certo Angelmaro.

L’altro motivo fu la sfortunata missione del conte Rodolfo a Costantinopoli, presso Niceforo III Botaniate, imperatore d’Oriente: ad un avente nome Raul, altro de’ grandi a dimora seco (presso Roberto il Guiscardo; chi se non l’amico Rodolfo,conte di Bojano?), fu dato l’incarico di liberare la figlia dell’Altavilla, presa in ostaggio dall’imperatore Botaniate dopo il fallito il matrimonio con il nipote dell’imperatore Michele, deposto da Botaniate nell’anno 1078.

Fu scritto: la ruggine della propria offesa (di Roberto il Guiscardo), doppiatasi pur ella ad un tratto, spinselo (Roberto), irritabilissimo oltre ogni limite, poco meno che a minacciarlo di morte, ma egli (RaulRodolfo), accortosi del sovrastante suo pericolo, riparò con pronta fuga presso Baimondo, conveniente asilo in allora.

La possibilità di identificare Raul con Rodolfo, conte di Bojano, sta proprio nel litigio con Roberto il Guiscardo, che si sommava al rancore del conte Rodolfo per il secondo, forzato matrimonio di sua figlia, vedova di Serlo (II), con Angelmario.

La grande amicizia tra Roberto ed il conte Rodolfo venne meno, obbligando quest’ultimo ad allearsi con i principi di Capua della dinastia dei Drengot.

I Drengot e gli Altavilla si contesero il dominio dell’Italia meridionale: i primi, dopo la contea di Aversa allargarono il loro dominio su Gaeta, Aquino e Capua, tanto da istituire con Riccardo I il principato di Capua, già posseduto dai Longobardi.

Nel principato di Capua erano comprese: la contea di Venafro e la contea di Isernia, la Terra Burrellensis e la signoria monastica delle Terre Sancti Vincenceii, già di pertinenza del principato longobardo di Capua.

La Terra Burrellensis o Burrellesca, compresa tra l’alto bacino del fiume Trigno ed il medio Sangro, nella contea di Trivento, prese il nome dalla famiglia che le cronache dell’epoca citano come i figli di Borrello e che, in vari documenti attestanti le loro donazioni ai monasteri di Montecassino e di san Vincenzo al Volturno, vengono identificati, di volta in volta, senza alcun titolo nobiliare; ovvero, non hanno mai avuto il titolo di conte.

Una delle cause che limitò il dominio dei Drengot dopo le conquiste del il principe Riccardo I, era la posizione geografica del principato diCapua, stretto com’era tra il Patrimonium Petri, la signoria monastica diMontecassino ed i territori occupati dagli Altavilla, famiglia più numerosa ed assai unita, che possedeva il principato di Salerno, il principato di Benevento, l’Apulia e la Sicilia.

Il principe Riccardo I morì nell’anno 1078, gli successe il figlio Giordano che già lo aveva affiancato nelle varie campagne militari; sua madre Fresenda che era un’Altavilla, in quanto figlia di Tancredi di Altavilla, diede a Giordano la speranza di arginare eventuali mire espansionistiche degli Altavilla verso i suoi domini.

Il nuovo principe faceva parte della prima generazione normanna nata in Italia, con la rinnovata amicizia del conte Rodolfo de Molisio, poteva contare su un uomo fidato ed esperto, il cui potere sui territori posti a confine del principato di Capua con i territori occupati dagli Altavilla, garantiva una sicura difesa: la contea di Bojano confinava con le contee di Venafro, di Isernia e le Terre Sancti Vincenceii, pertinenti al principato di Capua.

L’alleanza nata dopo il dissidio con Roberto il Guiscardo nell’anno 1080, tra il conte Rodolfo ed il principe Giordano, gli offrì l’opportunità di migliorare sensibilmente il proprio stato.

Il conte Rodolfo de Molisio, in poco tempo, unì alla contea di Bojano, la contea di Isernia, parte della Terra Burrellensis e la contea di Trivento: le sue conquiste, probabilmente, furono favorite anche dalla morte del vecchio amico Roberto il Guiscardo, avvenuta nell’anno 1085.

La donazione (anno 1088) del castellum vocatur Balneum in favore della chiesa di santa Croce infra fines Ysernie civitate supra in ipsum locum qui Pesclatura vocatur (oggi, Pesche in prov. di Isernia) sottoscritta dal conte Rodolfo de Molisio, permette di conoscere i componenti della famiglia: Emma, figlia del conte longobardo Rofrid era la sua seconda moglie; i figli nati dal precedente matrimonio con Alferada, probabilmente celebrato in Normandia, erano Ugo (I), il primogenito, Ruggero, il nipote Roberto, figlio del defunto Roberto; ed ancora Rodolfo e Guglielmo e le figlie Adelizia e Beatrice.

Il diploma (copia?) dell'anno 1088 conservato presso il monastero di Montevergine (a sn). Il diploma dell'anno 1092 conservato nella biblioteca del monastero di Montecassino (a ds.).

Il diploma (copia?) dell’anno 1088 conservato presso il monastero di Montevergine (a sn). Il diploma dell’anno 1092 conservato nella biblioteca del monastero di Montecassino (a ds.).

E’ interessante quanto Rodolfo affermò nella donazione dell’anno 1088: Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis.

Il cognomine scelto da Rodolfo era de Molinis, come si legge anche nella donazione dell’anno 1057 di Roberto il Guiscardo, per ricordare Moulins, il castrum normanno dove era nato, ma volle anche evidenziare che considerava Bojano la sua seconda patria.

Il prestigio di cui godeva il conte di Bojano presso il principe Giordano è testimoniato in un diploma redatto dal principe il 7 dicembre 1089 e che Rodolfo sottoscrisse come teste: raulis demolisi.

Il patrimonio cospicuo che aveva acquisito già nell’anno 1088, permise al conte Rodolfo di edificare o riedificare la cattedrale di Bojano e di donare nell’anno 1092 all’abbazia di Montecassino la chiesa di Santa Croce sita in comitatu Iserniae civitatis supra locum, qui Pescla (od. Pesche, prov. di Isernia).

La donazione avvenne poco prima della sua morte: era avanti negli anni, pertanto volle ricordare, già con il titolo di conte, il figlio primogenito Ugo (I).

Pare verosimile che, fino alla sua morte, avvenuta tra il 1092 ed il 1094, abbia concluso la sua avventurosa vita come monaco presso l’abbazia di Montecassino, dove fu sepolto: IV id. mar. Oblit Rodulfi comes.

L’evento era in relazione con quanto accaduto nell’anno 1045: l’arrivo dell’anonimo Rodulfus nell’abbazia.

Il conte Ugo (I) nell’anno 1095, con il fratello Ruggero, fece una donazione al monastero di santa Sofia di Benevento, di quanto possedeva nel territorio pertinente all’odierna Sepino.

E’ interessante conoscere i sottoscrittori della donazione: ego Emergerius Notarius civitatis Boviani. Ego Obertus Bovianensis Epsc.. Ego Lambertus Comes. Ego Joannes Episcopus. Ego Berardus Episcopus. Ego Melchior Episcopus. Ego Philippus Cardinalis. Ego Carolus Cardinalis. Ego Mauritius Cardinalis. Ego Robertus filius Cristiani. Simon comes, Berardo Abbati de sancta Maria in Sipontino.

Sigillo in ceralacca del conte Ugo (I) de Molinis con inciso un "grifo". anno 1092.

Sigillo in ceralacca del conte Ugo (I) de Molinis con inciso un “grifo”. anno 1092.

Robertus filius Cristiani (corr.ne di Tristano) era il cugino del conte Ugo (I) e feudatario del castello di Toro della contea di Bojano; Simon comes dovrebbe identificarsi con Simone, figlio primogenito di Ugo (I) ed erede della contea di Bojano.

Ad Ugo (I) va il merito di aver continuato l’espansione territoriale della contea di Bojano, iniziata dal padre, favorito nell’impresa dal periodo di grande fermento politico e militare nel principato di Capua, verso i cui territori aveva inteso allargare i confini della sua contea.

Dopo alterne vicende che videro l’intervento degli Altavilla in favore di Riccardo II, figlio ed erede di Giordano I, per il possesso del principato di Capua usurpato dai suoi sudditi, il conte Ugo (I) de Molisio che nella donazione al monastero di santa Sofia di Benevento aveva dichiarato Nos Ugo Domini gratia Bovianensis Comes, per il suo aiuto agli Altavilla ed al principe Riccardo II, nell’anno 1097 prese possesso della contea di Venafro, dove era ancora titolare un conte longobardo, Pandolfo: Ugo de Molisi apprehendit Pandulfum comitem, et tenuit in vinculi.

Il conte Ugo (I) aveva ereditato dal padre l’abilità politica ed il coraggio dell’avventura tanto da entrare in possesso della contea di Castelli maris (oggi, Castelvolturno, prov. di Caserta).

La contea di Bojano, che aveva allargato i confini fino alla contea di Venafro, a parte della contea di Trivento e della Terra Burrellensis, si aprì uno sbocco sul mare Tirreno rappresentato dal porto della città di Castelli maris.

Ciò che non era riuscito a conquistare il fiero popolo italico dei Pentri, fu realizzato, dopo circa 1450 anni, da Ugo (I) de Molisio, di origine normanna, conte di Bojano, città già capitale dei Pentri

La "contea" di Bojano ed i suoi "feudi"  (verde) dopo l'espansione del conte Ugo (I)

La “contea” di Bojano (verde) ed i  “feudi” di Castelvolturno e Serracapriola (punto verde) dopo l’espansione del conte Ugo (I)

.Il conte Ugo (I), rinnovando le donazioni del padre, scrisse: Ideoque ego Ugo qui dicor de Mulisi, filius quondam Rodulfi comitis; sempre con l’approvazione, quando i beni erano di pertinenza del principato di Capua, del principe Riccardo II, che ricordava l’amico: comes Ugo de Molinis.

Il conte Ugo (I) de Molinis/de Molisio diede anche prova di abilità politica e di opportunismo: la contea di Bojano, avendo inglobato la contea di Venafro e confinando con la signoria monastica di Montecassino, per creare una valida difesa dei suoi confini occidentali, nell’anno 1105 rinunciò al possesso del castello di Viticuso, sempre conteso dagli abati e dai conti longobardi di Venafro, in favore del monastero.

La potenza ed il prestigio politico e militare del conte Ugo (I) furono evidenziati dalla dichiarazione di Roberto de Aquila, conte di Pontecorvo: egli giurava fedeltà all’abate di Montecassino, Oddone, contro tutti i nemici, fatta salva la fedeltà verso il papa, il principe Roberto di Capua, il conte Ugo (I) e suo figlio Simone: excepto si dominus papa, aut princeps robbertus, aut comes ugo vel simonem, filii ejus, guerram tibi fecerit .

Nello stesso documento, il conte Roberto de Aquila dichiarava: comitem ugonem seniorem meum. Domini mei ugonis.

Dopo il suo programma di espansione territoriale, il conte Ugo (I) si concesse un periodo di riposo che dedicò al consolidamento del proprio dominio ed a migliorare le condizioni economiche dei vassalli e  dei sudditi, per poter sempre contare sul loro aiuto, per primeggiare fra i nobili presenti nell’Italia meridionale.

L’ultimo atto del conte Ugo (I) è dell’anno 1108:  era il teste Ego Ugo de Molisio, in una donazione di Roberto I, principe di Capua, succeduto al fratello Riccardo II nell’anno 1106.

Non si conosce il nome della moglie del conte Ugo (I) de Molisio, ma quello dei figli Simone e Roberto; la data della sua morte è sconosciuta, sicuramente è anteriore al 1113, poiché in quell’anno, il primogenito Simone, conte di Bojano, rinnovò la donazione fatta dagli avi al monastero di santa Sofia di Benevento.

La vita del conte Simone fu molto breve a causa di un disastroso terremoto in cui fu coinvolto durante una visita nella città di Isernia, già capoluogo della omonima contea, prima che fosse conquista dal nonno Rodolfo.

Fu sepolto, con tutto gli onori del suo rango, nell’atrio della chiesa del monastero di Montecassino, dove il nonno Rodolfo era stato monaco e lì sepolto: His pertubationibus insistentibus, Symon filius ugonis de molisio, apud Yserniam,vita decessit, corpus eius ad hoc monasterium delatum atque in atrio ecclesia beati benedicti reconditum est.

Alla morte del conte Simone, per la minore età del figlio ed erede Ugo (II), la reggenza della contea di Bojano fu affidata allo zio Roberto, fratello del conte Simone, già conte nell’anno 1119 quando confermò al monastero di santa Sofia di Benevento le donazioni dei predecessori.

Nel 1128, il conte Roberto sottoscrisse un privilegio al monastero di Montecassino riguardante il feudo di Serracapriola (prov. Foggia), probabilmente acquisito dal padre il conte Ugo (I): Robbertus etiam comes de Molisio fecit privilegium huic loco de medietate castri Serrae … .

Non tragga in errore la citazione comes de Molisio: de Molisio indicava il cognome; non era in relazione alla contea omonima che sarà istituita 14 anni dopo.

Durante la titolarità del conte Roberto, fratello del conte Simone, la contea di Bojano non subì alcuna conseguenza di quanto stava accadendo nelle regioni limitrofe; ciò evidenzia l’abilità politica del conte nell’aver saputo disimpegnarsi nei confronti dei belligeranti.

La titolarità del conte Roberto fu breve, ma va sottolineata la sua lealtà nei riguardi del nipote Ugo (II), legittimo erede della contea di Bojano.

Il conte Roberto, per la maggiore età del nipote Ugo (II), figlio del conte Simone, dovette cedergli il titolo ed il possesso della contea di Bojano; in cambio dei suoi servizi ricevette, in perpetuo, il feudo di Sepino, che fu ereditato da suo figlio Ugo, come nella testimonia la donazione dell’anno 1144: Ugo di Molise, signore di Sepino, dona alla chiesa di S. Croce dello stesso luogo l’eredità di Tristaino e dei suoi figli, pro anima comitis Ugonis et comitis Simonis et pro anima Robberti patres meo … .

Tristaino era l’ultimo dei fratelli del conte Rodolfo, capostipite della famiglia de Molinis/de Molisio; comitis Ugonis era il nonno Ugo (I); lo zio comitis Simonis e Robberti il padre, signore di Sepino, già conte reggente la contea di Bojano.

I feudatari di Sepino appartenevano ad un ramo cadetto della famiglia comitale di Bojano; non ebbero il titolo di conte, tranne il loro capostipite, Roberto, figlio del conte Simone, per la minore età del nipote, il conte Ugo (II), figlio del conte Simone.

Successivamente, dalla famiglia dei signori di Sepino si originarono i signori di Campobasso.

Tra gli avvenimenti di quegli anni, il 19 dicembre del 1127, alla morte di Giordano II, principe di Capua, gli successe il figlio Roberto II che per riscattare l’umiliazione subita dall’avo Riccardo II, cercò di contrastare il nascente potere di Ruggero II.

Nell’anno 1130, il conte e poi duca Ruggero II, discendente degli Altavilla, fu proclamato re il 25 dicembre nella città di Palermo e la corona gli fu posta sul capo da Roberto II, principe di Capua.

L’ascesa di Ruggero II alla carica di re, significò per i signori che dominavano nei territori dell’Italia meridionale, fra cui il conte Ugo (II), il dover subire l’ambizioso progetto regale di unificare politicamente ed amministrativamente i loro territori sotto un’unica autorità, rappresentata dalla monarchia degli Altavilla.

Tali disegni preoccuparono non poco il papa, che temeva per il suo potere temporale, il principe di Capua ed i tanti duchi, conti e baroni: da quando si erano insediati nel loro territorio, ne avevano sempre gestito autonomamente l’autorità ed il possesso.

Coloro che si distinsero e promossero azioni di contrasto al progetto di re Ruggero II, furono il conte Rainulfo di Alife, suo cognato Roberto, principe di Capua, Sergio duca di Napoli, Tancredi di Conversano ed a momenti alterni, il papa Innocenzo.

Ugo (II) de Molisio, conte di Bojano, feudatario del principe di Capua nella cui giurisdizione erano compresi i territori delle antiche contee di Venafro e di Isernia e parte della Terra Burrellensis, si schierò fin dall’inizio con gli ispiratori della rivolta: iniziata nell’anno 1132, dopo circa 10 anni si concluse con il successo di Ruggero II.

Un cronista dell’epoca scrisse: Ma il conte di Bojano Ugone, prevedendo che lo sdegno del re cadrebbe sopra di lui, perché erasi unito contro il re col Principe e col Conte, venne a domandargli con molte preghiere il perdono che in vero per nessun modo potè ottenere, se prima tutte le sue terre, lungo le quali verso oriente scorre il fiume Biferno, non gli avesse lasciato ed ancora Castellammare situato dove il fiume Volturno segna il fine del suo corso.

Il conte Ugo (II) pagò a caro prezzo la partecipazione alla rivolta: della estesa contea di Bojano gli restarono il capoluogo Bojano ed i territori già delle contee di Venafro e di Isernia, parte della Terra Burrellensis ricadenti nel principato di Capua ed il territorio della contea di Trivento, mentre i territori posti ad oriente del fiume Biferno, di pertinenza del ducato di Puglia, furono probabilmente amministrati dall’autorità regale; gli fu revocato anche il feudo di Castelli maris alle foci del fiume Volturno.

Il conte Ugo (II) non si rassegnò al ridimensionamento del suo dominio perché, fiducioso della sua alleanza con i ribelli, cercò in ogni modo di riconquistarlo.

Un rapido, quanto efficace intervento del re Ruggero II vinse l’ultima resistenza della città di Venafro (1138) e privò il conte Ugo (II) di ciò che restava della contea di Bojano: per dare (re Ruggero II) a Roberto figliulo di Riccardo tutte le terre che il contedi Bojano si è detto avergli lasciate, … .

Il conte Roberto di S. Agata, nuovo titolare della contea di Bojano, dimostrò la sua gratitudine al re partecipando attivamente, quale capitano, all’assedio della città di Napoli dove si erano rifugiati i ribelli: il quale (Conte Roberto figliolo di Riccardo) fedelissimo al re e uomo bellecosissimo, il quale per somma sincerità della fede ch’ebbe verso il re, fu da lui cotanto rimunerato che fu sublimato all’onor della Contea di Bojano.

Di Roberto di S. Agata, conte di Bojano, le cronache non documentano il ruolo svolto nella conduzione della contea; di lui non si hanno altre notizie, mentre, improvvisamente, le cronache dell’epoca fanno ritornare sulla scena politica il conte Ugo (II) de Molisio.

In occasione della assemblea generale di Silva Marca, voluta nell’anno 1142 da re Ruggero II per riorganizzare il proprio regno, alcune contee furono soppresse, altre ridimensionate ed altre ridistribuite.

La contea di Bojano assunse la nuova denominazione: MULISIUM (MOLISE).

anno 1142: La "contea" di BOJANO di Ugo II con il "feudo" di Serracapriola, poi denominata contea di MOLISE (rosso).

anno 1142: La “contea” di BOJANO di Ugo II con il “feudo” di Serracapriola, poi denominata “contea” di MOLISE (rosso).

Istituita nel 1142, fu concessa da re Ruggero a Ugo II de Mulisio, già conte di Bojano (E. Cuozzo).

Era la più grande e la più compatta delle contee del regno, resa sempre importante dalla sua posizione geografica attraverso le frontiere tra la Puglia e Capua …. (E. Jamison).

Il re e/o il conte Ugo (II) sostituirono il toponimo Bojano della città capoluogo, con il cognome  de Molinis/ de Molisio che derivava da Moulins, il nome del castrum normanno di provenienza.

La contea di Bojano divenne contea di MOLISE. Anno 1142.

I confini della contea di Molise ricalcavano quelli stessi della contea di Bojano nel momento della sua massima espansione iniziata dal conte Rodolfo de Molinis/de Molisio e conclusa dal figlio, il conte Ugo (I) de Molinis/de Molisio, conte di Bojano, con l’esclusione, ora, del feudo di Castelli maris, ma con l’inclusione del feudo di Serracapriola.

L’assemblea di Silva Marca aveva anche istituito 2 province continentali del regno normanno di Sicilia: il ducato di Apulia ed il principato di Capua, in cui erano compresi, con differente estensione, i territori della contea di Molise.

Le 2 province furono suddivise amministrativamente in 10 Connestabilie, con a capo un Connestabile, rappresentante ufficiale del re.

I territori della contea di Molise furono compresi nella Connestabilia di Landolfo Borrello di pertinenza del principato di Capua ed in quella di Guimondo di Montellere, pertinente al ducato di Apulia.

Il MOLISE nell'anno 1142: la contea di Bojano si chiamò contea di MOLISE (rosso). Il confine (blu) divideva amministrativamente la contea tra il "Principato di Capua" ed il "Ducato di Apulia".

Il MOLISE nell’anno 1142: la contea di Bojano si chiamò contea di MOLISE (rosso). Il confine (blu) divideva amministrativamente la contea tra il “Principato di Capua” (p. C.) ed il “Ducato di Apulia” (d. A.).

Ugo (II) de Molisio, conte di Molise, tornato alla ribalta della scena con il titolo di conte  e di Justitiario del regno normanno di re Ruggero II, nell’anno 1144 assistette ad una causa per il possesso della chiesa di S. Lorenzo e di S. Maria, site nel territorio di Agnone, tra il preposto del monastero di S. Pietro Avellana ed il vescovo di Trivento: …. Unde coram comite, et Justitiario Ug. De Molisi, et Barones Marmons et Pectoranum.

De Molisi era il cognome del conte e Justitiario Ugo (II), non era riferito al nuovo nome della sua contea.

Nell’anno 1148, a Limosano, il conte Ugo (II) tenne una corte con i suoi baroni, magnati, giudici e boni homines, per la stipula di una concordia tra Ugo Markese, signore di Lupara e Castelbottaccio, e l’abate Giovanni del monastero di santa Sofia di Benevento: …. Scilicet quia dominus nostrer UGO COMES molisianus sedens pro tribunali intus civitate limosane,  cum baronis magnatibus iudicibus aliisque suis bonis hominibus qui subterscripti sun testes,….

L’anno dopo, il conte Ugo (II) era a Bojano, città capoluogo della contea di Molise, per confermare un privilegio di donazione in favore del monastero di santa Sofia di Benevento, di alcuni beni siti in castrum vetus, privilegio già sottoscritto precedentemente dai suoi predecessori, e dei feudi di castrum di Toro e San Giovanni in Galdo, già donati da altri suoi parenti, ovvero da Roberto, figlio di Tristano e nipote del conte Rodolfo de Molisio: Ego Ugo boianensis Comes filius quondam bone memorie S(imonis comitis) (notum) (). Ego prenominatus Hugo Comes (filius) Simonis Comitis obligo ….

Il diploma conferma che il conte Ugo (II), per sua dichiarazione, era figlio del conte Simone; ciò che sorprende è la dichiarazione Ego Ugo boianensis Comes: nell’anno della sottoscrizione del diploma, il conte Ugo (II) avrebbe dovuto dichiararsi conte di Molise perchè la contea aveva cambiato denominazione.

Il conte Ugo (II), spinto da un sentimento di nostalgia e di riverenza per la città che aveva visto nascere ed affermare la signoria dei predecessori,  volle sottoscrivere il diploma con il titolo di conte di Bojano: per sottolineare il forte legame della sua famiglia alla città che li aveva accolti o per fare un dispetto al suo sovrano?

L’ultimo atto sottoscritto nella contea di Molise e nella città di Venafro, è datato 1153, probabilmente a soli sette anni dalla sua morte; stipulò una concordia con l’abate Giovanni del monastero di santa Sofia di Benevento a conferma delle concessioni in precedenza stipulate a Bojano nell’anno 1149: Ego Hugo dei gratia de molisio Comes filius quodam bone (memorie comitis Symonis coniuxi me in) convenientiam cum IOHANNE ABBATI Coenobii Sancte Sophie que est sita in beneven(tana civitatis, eo quod) …. (). Unde precibus eius et eliorum fratrum, salvo patrocinio meo, sicut proavus meus Rodolfus Co(mes, avo) meus Hugo comes atque pater meus Symon Comes habuerunt, ita ego et mei heredes habeamus ….

La firma dell’atto: Ego HUGO molisii Comes mea propria manu signum crucis feci; seguì anche la firma di Ego Rao de molisio signum crucis mea manu scripsi: di lui si ignora il grado di parentela con i conti de Molinis/de Molisio.

La reintegrazione del conte Ugo (II) alla titolarità della contea di Bojano/MOLISE e con l’alto incarico di Justitiario del regno, per volontà di re Ruggero II, fu decisa dal matrimonio del conte Ugo (II) con una figlia naturale del re, forse di nome Adelaide, e dalla relazione che Ruggero II ebbe con la sorella di Ugo (II) di cui non si conosce il nome, da cui nacque Simone (in ricordo del suocero?).

Re Ruggero II morì nell’anno 1154; gli successe Guglielmo I, detto il Malo.

Ugo (II) de Molinis/de Molisio, conte di Molise, probabilmente aveva abbandonato la residenza della città di Bojano, per trasferirsi presso la corte reale di Palermo, come testimonia un episodio ricordato dalle cronache dell’epoca (1160), così riassunto da Jamison: … il conte (Ugo) continuò a rappresentare il suo ruolo di primo ordine in ogni scena in cui interveniva. Durante il regno di Guglielmo I, quando l’arcivescovo Ugo occupava la sede di Palermo, egli (il conte Ugo) si adoperò per il trasporto del corpo di S. Cristina da Sepino a Palermo. Un giorno la conversazione generale cadde sulle reliquie dei martiri, tale è la storia narrata nell’ufficio della santa; per caso il conte Ugo (de Molisio) si trovava presente, e si fece innanzi per ascoltare; e vantando i suoi possedimenti, riferì che il corpo di S. Cristina, era conservato nel castrum di Sepino. L’arcivescovo si interessò subito della cosa e ottenne poi dal conte le spiegazioni della presenza delle reliquie a Sepino, così distante dal luogo del martirio e lo pregò, per la salute sua e della sua famiglia, di permettere che queste fossero traslate alla chiesa madre di Palermo () dove vennero ricevute con grande feste il 7 maggio (dell’anno 1160). Questa è l’ultima volta in cui viene ricordato l’intervento del conte Ugo.

Nel documento originale è scritto: Hugo Molisinus Comes Rogerij Sicilae regis gener, idemque; Saepini dominus, …: il conte Ugo de Molisio, conte di Bojano/Molise, era genero del re Ruggero II.

Non si conosce il nome della moglie, né quello dei figli, se ne ebbe, visto che la contea di Molise, istituita nell’anno 1142, venne a far parte, alla sua morte, del demanio regio.

Non si conosce la data della morte del conte Ugo (II) de Molisio; si può ipotizzare tra la fine dell’anno 1160, traslazione del corpo di S. Cristina da Sepino a Palermo, e prima dell’anno 1166, quando la regina Margherita, vedova di Guglielmo I detto il Malo, per la minore età del figlio Guglielmo II detto il Buono, nominò Riccardo di Mandra titolare della contea di Molise.

La famiglia dei de Molisio, conti di Bojano/Molise, della stirpe del normanno Rodolfo, già conte di Bojano prima dell’anno 1053, si estinse con il conte Ugo (II): una dinastia che aveva saputo riunificare il territorio scelto come patria nell’VIII sec. a. C. dai Pentri, uno dei gruppi di Sabini/Sabelli protagonista di un ver sacrum, il fenomeno migratorio ritenuto sacro e replicato dai Normanni nell’Italia meridionale e nella contea franca-longobarda di Bojano.

Oreste Gentile.

MOLISE MEDIOEVALE E ROGER DE MOULINS

dicembre 12, 2012

La casta politica molisana, preoccupata per la proposta della nuova gestione amministrativa dei piccoli comuni, delle piccole province e delle mini regioni, ha lanciato un grido di allarme infondato: la perdita della identità storica e delle tradizioni dei centri che saranno interessati dalla riforma.

Un atto amministrativo non ha mai cancellato la memoria del passato dei piccoli o dei grandi comuni, bensì sono le dichiarazioni di alcuni componenti della casta o l’ avallo di alcune iniziative culturali che stravolgono la Storia del MOLISE.

Recentemente l’interesse è rivolto alla famiglia normanna de MOULINS/de MOLINIS/de MOLISIO, titolare della contea di Bojano che, grazie alle imprese del capostipite  Rodolfo e del figlio Ugo (I), fu giudicata la più importante del regno normano di Sicilia.

La contea del conte Rodolfo de Molinis/de Molisio.

La contea del conte Rodolfo de Molinis/de Molisio.

La contea di Bojano (rosso) dopo le conquiste di Rodolfo ed Ugo (I).

La contea di Bojano (rosso) dopo le conquiste di Rodolfo ed Ugo (I).

Rodolfo, figlio di Guimondo (II) e di Emma, come è testimoniato (1040-1050) da una fonte bibliografica, nacque nel castrum normanno Moulins che dovette abbandonare insieme con i fratelli Roberto, Antonio, Guimondo (III), Ugo, Alaino e Toresgando (?)/Tristano per la loro ribellione a Guglielmo il Bastardo, duca di Normandia.

MOULINS-LA MARCHE

MOULINS-LA MARCHE

Nell’anno 1053, Rodolfo già era titolare della contea di Bojano.

Il conte Rodolfo in prime nozze sposò Alferada, poi Emma, figlia del conte longobardo Roffrind della nobiltà del Prinicipato di Benevento.

1) E’ documentato (1088) che i figli di Rodolfo erano: Ugo (I), Ruggero, Rodolfo, Roberto, Guglielmo, Adelizia e Beatrice.

Ugo (I) generò Simone e Roberto.

Miniatura del "Regesto di S. Angelo in Formis": "Ugo comes qui dicitur de Mulisi " (abito rosso) fa donazione all' "abate Sexto". anno 1097.

Miniatura del “Regesto di S. Angelo in Formis”: “Ugo comes qui dicitur de Mulisi ” (abito rosso) fa donazione all’ “abate Sexto”. anno 1097.

Simone generò Ugo (II) ed una figlia (?), si ignora il nome, generò Simone, figlio bastardo di re Ruggero II di Sicilia.

2) Roberto, figlio di Simone e zio di Ugo (II), generò Ugo e Ruggero de Molisio, domni Sepini (signori di Sepino), come si evince dalla sottoscrizione di due documenti nell’anno 1159 e 1186.

3) Il conte Rodolfo aveva un pronipote, Ruggero, morto prima dell’anno 1198.

4) Il fratello di Rodolfo, Guimondo (III) de Mulsi (1068, corruzione di de Molisio,  nel 1080, Molinois, nel 1082 e 1083, de mulisi), fu milite di Guglielmo di Altavilla (fratello di Roberto il Guiscardo), conte del Principato di Salerno. Sposò Emma, contessa di Eboli, già moglie di rao cognomento trinianocte, e nacque Guglielmo e da questi Ruggero, Roberto e Rao (Rodolfo).

Nell’anno 1090 la contessa Emma ed il nipote Ruggero sottoscrissero una donazione.

Questa è la Storia documentata della famiglia comitale di Rodolfo de Molinis/de Molisio, pertanto non è attendibile quanto divulgato dai mass media: Fondamentalmente provato, la regione Molise prende nome da una famiglia normanna di cavalieri Templari: i De Moulins, che latinizzato divenne “De Molisio”.

Rodolfo, figlio di Guimondo (II) de Molinis, signore del castrum di Moulins, già titolare nell’anno 1053 della contea di Bojano,  non apparteneva ad una famiglia normanna di cavalieri Templari.

L’Ordine dei Cavalieri Templari nacque in Terrasanta tra gli anni 1118-1119, dopo la morte di Rodolfo, avvenuta tra gli anni 1092 e 1094.

Nessuno della famiglia comitale de Molinis/de Molisio poteva essere stato un cavaliere Templare.

Hanno anche divulgato: Annoveriamo tra essi (i membri della famiglia de Molinis/de Molisio) uno dei più grandi maestri Ospitalieri delle Crociate, Roger De Moulins, il che rende ancora più simbolica e misteriosa questa regione che, oltre a vantare natali antichissimi, possiede tesori medievali nascosti da centinaia di anni.

Roger De Moulins, ma è corretto scrivere frere Roger des Moulins, non apparteneva alla dinastia di Guidmundus (II) de Molinis.

                 

Roger de Moulins(da

Roger de Moulins (da sito: Il Sovrano Militare e Ospedaliero Ordine di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta.

Si ignora l’anno della sua nascita, ma è documentato che nel 1179 fu eletto VIII Gran Maestro dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme ed era ancora in carica quando morì in battaglia il 1° maggio del 1187.

Una fonte bibliografica (1781) lo ritenne di origine normanna della famiglia Lymosin; divenuto signore di Moulins, dal nome del castrum fece derivare il suo cognome.

Un Ruggero della dinastia di Guimondo (II), signore di Moulins, era l’VIII Gran Maestro di San Giovanni di Gerusalemme ?

I discendenti di Guimondo (II), signore del castrum di Moulins, con il nome Ruggero erano:

1) Ruggero, figlio del conte Rodolfo, vivente nell’anno 1095. Nel 1187, anno della morte in battaglia di frere Roger des Moulins, il figlio di Rodolfo, se fosse nato proprio nell’anno 1095, avrebbe avuto 92 anni: tanti per partecipare ad uno scontro armato !

2) Ruggero, signore di Sepino, figlio di Roberto, firmò un diploma nell’anno 1159. Nel 1159 era presente nella contea di Bojano ed era titolare del feudo di Sepino.

3) Ruggero, pronipote del conte Rodolfo, nell’anno 1196 aveva sottoscritto una donazione; risultava deceduto nell’anno 1198. Free Roger des Moulins era morto nell’anno 1187.

4) Ruggero, figlio del fratello del conte Rodolfo e della contessa di Eboli, avendo sottoscritto con la madre Emma la donazione dell’anno 1090, condivideva la titolarità della contea. E’ adulto nel 1090 e non può identificarsi con Free Roger des Moulins, morto in battaglia nell’anno 1187: avrebbe partecipato alla scontro all’età di 97 e più anni!

Free Roger è stato citato sempre con il cognome de Moulins, non fu “italianizzato”, meglio non  fu “latinizzato”.

Il conte Rodolfo ed i suoi discendenti, sottoscrissero i diplomi e furono conosciuti con il cognome: de Molisio, de Molinis, de Molisi, de Mulsi, de Molinois, de Mulisi, de Molinis, de Molini, de Molino.

Free Roger de Moulins potrebbe essere nato o avrebbe posseduto il castrum  di Moulins in un epoca successiva alla partenza di Rodolfo e dei fratelli per l’Italia.

Trasferitosi dalla Normandia in Terrasanta, come si usava all’epoca, adottò come cognome Moulins, il nome del castrum normanno.

La Storia del Molise iniziò nell’VIII sec. a. C.: è ricca di avvenimenti originali e straordinari, nonché di personaggi le cui gesta possono essere fatte rivivere dopo una accurata lettura delle fonti bibliografiche.

Non occorre inventare degli episodi che possono stravolgerla ed inquinarla, ma soprattutto offendono l’intelligenza dell’ignaro lettore.

Oreste Gentile.

“ROGER DE MOULINS” E LA DINASTIA DI “RODOLFO DE MOLINIS/DE MOLISIO”.

dicembre 7, 2012

La casta politica molisana, preoccupata per la proposta della nuova gestione amministrativa dei piccoli comuni, delle piccole province e delle mini regioni, ha lanciato un grido di allarme infondato: la perdita della identità storica e delle tradizioni dei centri che saranno interessati dalla riforma.

Un atto amministrativo non ha mai cancellato la memoria del passato dei piccoli o dei grandi comuni, bensì sono le dichiarazioni di alcuni componenti della casta o l’ avallo di alcune iniziative culturali che stravolgono la Storia del MOLISE.

Recentemente l’interesse è rivolto alla famiglia normanna de MOULINS/de MOLINIS/de MOLISIO, titolare della contea di Bojano che, grazie alle imprese del capostipite  Rodolfo e del figlio Ugo (I), fu giudicata la più importante del regno normano di Sicilia.

La contea di Bojano (rosso) di "Rodolfo de Molinis/de Molisio".

La contea di Bojano (rosso) di “Rodolfo de Molinis/de Molisio”.

La contea di Bojano (rosso) dopo le conquiste di Rodolfo ed Ugo (I).

La contea di Bojano (rosso) dopo le conquiste di Rodolfo ed Ugo (I).

Rodolfo, figlio di Guimondo (II) e di Emma, come è testimoniato (1040-1050) da una fonte bibliografica, nacque nel castrum normanno Moulins che dovette abbandonare insieme con i fratelli Roberto, Antonio, Guimondo (III), Ugo, Alaino e Toresgando (?)/Tristano per la loro ribellione a Guglielmo il Bastardo, duca di Normandia.

MOULINS-LA MARCHE

MOULINS-LA MARCHE

Nell’anno 1053, Rodolfo già era titolare della contea di Bojano.

Il conte Rodolfo in prime nozze sposò Alferada, poi Emma, figlia del conte longobardo Roffrind della nobiltà del Prinicipato di Benevento.

1) E’ documentato (1088) che i figli di Rodolfo erano: Ugo (I), Ruggero, Rodolfo, Roberto, Guglielmo, Adelizia e Beatrice.

Ugo (I) generò Simone e Roberto.

Miniatura del "Regesto di S. Angelo in Formis": "Ugo comes qui dicitur de Mulisi " (abito rosso) fa donazione all' "abate Sexto". anno 1097.

Miniatura del “Regesto di S. Angelo in Formis”: “Ugo comes qui dicitur de Mulisi ” (abito rosso) fa donazione all’ “abate Sexto”. anno 1097.

Simone generò Ugo (II) ed una figlia (?), si ignora il nome, generò Simone, figlio bastardo di re Ruggero II di Sicilia.

2) Roberto, figlio di Simone e zio di Ugo (II), generò Ugo e Ruggero de Molisio, domni Sepini (signori di Sepino), come si evince dalla sottoscrizione di due documenti nell’anno 1159 e 1186.

3) Il conte Rodolfo aveva un pronipote, Ruggero, morto prima dell’anno 1198.

4) Il fratello di Rodolfo, Guimondo (III) de Mulsi (1068, corruzione di de Molisio,  nel 1080, Molinois, nel 1082 e 1083, de mulisi), fu milite di Guglielmo di Altavilla (fratello di Roberto il Guiscardo), conte del Principato di Salerno. Sposò Emma, contessa di Eboli, già moglie di rao cognomento trinianocte, e nacque Guglielmo e da questi Ruggero, Roberto e Rao (Rodolfo).

Nell’anno 1090 la contessa Emma ed il nipote Ruggero sottoscrissero una donazione.

Questa è la Storia documentata della famiglia comitale di Rodolfo de Molinis/de Molisio, pertanto non è attendibile quanto divulgato dai mass media: Fondamentalmente provato, la regione Molise prende nome da una famiglia normanna di cavalieri Templari: i De Moulins, che latinizzato divenne “De Molisio”.

Rodolfo, figlio di Guimondo (II) de Molinis, signore del castrum di Moulins, già titolare nell’anno 1053 della contea di Bojano,  non apparteneva ad una famiglia normanna di cavalieri Templari.

L’Ordine dei Cavalieri Templari nacque in Terrasanta tra gli anni 1118-1119, dopo la morte di Rodolfo, avvenuta tra gli anni 1092 e 1094.

Nessuno della famiglia comitale de Molinis/de Molisio poteva essere stato un cavaliere Templare.

Hanno anche divulgato: Annoveriamo tra essi (i membri della famiglia de Molinis/de Molisio) uno dei più grandi maestri Ospitalieri delle Crociate, Roger De Moulins, il che rende ancora più simbolica e misteriosa questa regione che, oltre a vantare natali antichissimi, possiede tesori medievali nascosti da centinaia di anni.

Roger De Moulins, ma è corretto scrivere frere Roger des Moulins, non apparteneva alla dinastia di Guidmundus (II) de Molinis.

                  

Roger de Moulins(da

Roger de Moulins
(da sito: Il Sovrano Militare e Ospedaliero Ordine di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta.

Si ignora l’anno della sua nascita, ma è documentato che nel 1179 fu eletto VIII Gran Maestro dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme ed era ancora in carica quando morì in battaglia il 1° maggio del 1187.

Una fonte bibliografica (1781) lo ritenne di origine normanna della famiglia Lymosin; divenuto signore di Moulins, dal nome del castrum fece derivare il suo cognome.

Un Ruggero della dinastia di Guimondo (II), signore di Moulins, era l’VIII Gran Maestro di San Giovanni di Gerusalemme ?

I discendenti di Guimondo (II), signore del castrum di Moulins, con il nome Ruggero erano:

1) Ruggero, figlio del conte Rodolfo, vivente nell’anno 1095. Nel 1187, anno della morte in battaglia di frere Roger des Moulins, il figlio di Rodolfo, se fosse nato proprio nell’anno 1095, avrebbe avuto 92 anni: tanti per partecipare ad uno scontro armato !

2) Ruggero, signore di Sepino, figlio di Roberto, firmò un diploma nell’anno 1159. Nel 1159 era presente nella contea di Bojano ed era titolare del feudo di Sepino.

3) Ruggero, pronipote del conte Rodolfo, nell’anno 1196 aveva sottoscritto una donazione; risultava deceduto nell’anno 1198. Free Roger des Moulins era morto nell’anno 1187.

4) Ruggero, figlio del fratello del conte Rodolfo e della contessa di Eboli, avendo sottoscritto con la madre Emma la donazione dell’anno 1090, condivideva la titolarità della contea. E’ adulto nel 1090 e non può identificarsi con Free Roger des Moulins, morto in battaglia nell’anno 1187: avrebbe partecipato alla scontro all’età di 97 e più anni!

Free Roger è stato citato sempre con il cognome de Moulins, non fu “italianizzato”, meglio non  fu “latinizzato”.

Il conte Rodolfo ed i suoi discendenti, sottoscrissero i diplomi e furono conosciuti con il cognome: de Molisio, de Molinis, de Molisi, de Mulsi, de Molinois, de Mulisi, de Molinis, de Molini, de Molino.

 Free Roger de Moulins potrebbe essere nato o avrebbe posseduto il castrum  di Moulins in un epoca successiva alla partenza di Rodolfo e dei fratelli per l’Italia.

Trasferitosi dalla Normandia in Terrasanta, come si usava all’epoca, adottò come cognome Moulins, il nome del castrum normanno.

La Storia del Molise iniziò nell’VIII sec. a. C.: è ricca di avvenimenti originali e straordinari, nonché di personaggi le cui gesta possono essere fatte rivivere dopo una accurata lettura delle fonti bibliografiche.

Non occorre inventare degli episodi che possono stravolgerla ed inquinarla, ma soprattutto offendono l’intelligenza dell’ignaro lettore.

Oreste Gentile.

LA BATTAGLIA DI CANNE: QUANDO IL FIUME OFANTO SFOCIAVA NEL MARE JONIO.

dicembre 1, 2012

Anni fa, i mass-media pubblicati nel Molise hanno divulgato una nuova ipotesi sulla localizzazione della battaglia di Canne: La battaglia di Canne sull’Ofanto o sul Fortore?. E se la battaglia di Canne si fosse svolta sul Fortore?.

Alcuni studiosi, revisionando le fonti classiche che descrivono la  famosa battaglia, localizzano la rocca di Canne non sulla riva destra del fiume Ofanto, ma sulla riva destra o sinistra (i pareri ancora sono discordi), del fiume Fortore il cui corso segna il confine tra le regioni del Molise a nord e della Puglia a sud, all’epoca abitate: la prima dai Pentri e dai Frentani di Larino, la seconda dai Dauni.

Alla nuova ipotesi manca il sostegno dei capisaldi geografici ricordati dalle fonti classiche che sono fondamentali per la localizzazione della battaglia presso Canne e per la identificazione del fiume Ofanto, l’antico Aufido, che sfocia/va nel mare Adriatico.

All’upo hanno inventato l’esistenza non di una, ma di due città denominate Larino; l’esistenza non una, ma  di due città denominate Canosa e di tre (in quanto ne esistevano due nel passato) denominate Teano.

La proposta più eclatante: all’epoca della battaglia il fiume Ofanto sfociava nel mare Jonio, quindi il fiume ricordato dalle fonti classiche era il fiume Fortore che sfocia/va nel mare Adriatico.

Fondano la loro scoperta su un riferimento geografico di TOLOMEO (II sec. d. C.) che aveva creduto il promontorio del Gargano (Garganus mons.) lo spartiacque tra il mare Adriatico a nord e il mare Jonio a sud-est.

Titolo:Geographia Universalis Autore:Ptolemaeus, Claudius Editore:Basileae : apud Henricum Petrum, mense Martio Data:1540 Collezione:Fondo Antico di Geografia.

La descrizione di Tolomeo, procedendo da sud verso nord, ricorda la costa orientale della Calabria, Otranto (Hydrus),  Lecce e Brindisi bagnate dal mare Jonio.

La descrizione prosegue con il territorio costiero abitato dagli Apuli Peucezi, con le città di Egnatia, Bari, il fiume Ofanto (Aufidij), Salapia (Salpie), Siponto (Sipus) e Manfredonia (Apeneste) bagnate dal mare Jonio.

Dal promontorio del Gargano (Garganus mons.), il geografo greco fa iniziare il mare Adriatico (sinum Hadriaticum) che bagnava Hyrium a cui seguiva il territorio dei Frentani  (Frentanorum) ed il fiume Biferno (Phiterni flu).

La costa orientale della penisola italica secondo TOLOMEO.

Tolomeo ignorò il fiume Fortore!

In precedenza, PLINIO (23-79) conosceva che …, nello Ionio ve ne sono alcune (isolette) sulla costa salentina davanti a Brindisi, il cui porto è creato dalla barriera che esse formano: la città di Brindisi era bagnata dal mare Jonio. Plinio disse la verità!

Le isole di fronte al porto di BRINDISI. da Gloogle Earth

La nuova ipotesi è basata esclusivamente su ciò che ha tramandato Tolomeo: se il mare Jonio bagnava le coste della Puglia fino al Gargano (da quì iniziava il mare Adriatico) ed il fiume Ofanto sfociava nel mare Jonio, l’Ofanto non si identifica con il fiume che sfociava nel mare Adriatico e che le fonti classiche hanno ricordato in occasione della battaglia di Canne; per cui la battaglia di Canne si era svolta presso il fiume Fortore che, scorrendo a nord del Gargano, sfociava nel mare Adriatico e la famosa rocca si localizzava presso Pietracatella, una località posta al confine tra il territorio dei Pentri e quello dei Frentani di Larino.

La "nuova ipotesi" basata sulla descrizione di TOLOMEO: il fiume Fortore sfociava nel mare Adriatico perchè a nord del Gargano. Il fiume Ofanto sfociava nel mare Jonio perchè a sud del promontorio.

La “nuova ipotesi” basata sulla descrizione di TOLOMEO: il fiume Fortore sfociava nel mare Adriatico perchè a nord del Gargano. Il fiume Ofanto sfociava nel mare Jonio perchè a sud del promontorio.

I promotori della nuova ipotesi non furono diligenti nel consultare le fonti classiche più antiche; avrebbero scoperto che tutti gli autori, pur con qualche contraddizione, furono concordi: la famosa battaglia avvenuta il 2 agosto del 216 a. C. presso la rocca di Canne della Daunia e sulla riva destra del fiume Ofanto (Aufido) che ha/aveva la foce nel mare Adriatico.

Tolomeo si contraddisse in 2 (due) descrizioni: 1) In Ionio mari quae dicuntur Diomedeae quinque, quae sitae sunt 43° 40’ – 40° 20’: se le cinque Diomedae, poste a nord–ovest del promontorio del Gargano, furono localizzate In Ionio mari, il fiume Fortore che sfocia/va di fronte alle stesse isole, al pari dell’Ofanto, doveva sfociare In Ionio mari:

Le isole Diomedee e l’ errore di TOLOMEO

2) La Magne Grecie descritta da Tolomeo non poteva essere bagnata dal mare Adriatico perché il sinum Hadriaticum a nord del Gargano, mentre a sud del promontorio vi era lo Jonium pelagus!

La coste della Magna Grecia secondo TOLOMEO-

Se i sostenitori della nuova ipotesi fossero stati più diligenti nella ricerca e nella lettura delle fonti classiche avrebbero scoperto che nel corso delle prime migrazioni greche (XII-VIII a. C.) verso la penisola italica, il mare ad occidente e ad oriente, come vedremo, mutò la denominazione.

Le migrazioni (rosso) verso le coste della penisola italica tra XII e VIII sec. a. C..
Localizzazione dei corsi (giallo) del fiume Fortore e dell’Ofanto.

L’Ofanto (Aufido) non ha mutato il suo percorso che sfocia nel mare Adriatico; il mare compreso tra le coste orientali della penisola italica e le coste occidentali della penisola balcanica, come esamineremo, fu denominato Jonio; pertanto, Tolomeo aveva consultato delle fonti  che localizzavano la foce dell’Ofanto nel mare Jonio; l’errore fu commesso quando considerò il promontorio del Gargano lo spartiacque tra il mare Adriatico ed il mare Jonio.

La nuova ipotesi non ha valutato le altre fonti, ma solo ciò che scrisse Tolomeo.

Soprattutto Polibio e Livio hanno tramandato una dettagliata descrizione della storica battaglia, arricchita con precisi riferimenti geografici; tra i tanti, il binomio: fiume Ofanto-mare Adriatico.

Quanto tramandato dagli altri storici permette di ritenere la nuova ipotesi senza fondamento; tutti concordano: la battaglia tra i Cartaginesi ed i Romani avvenne presso la rocca di Canne nel territorio dei Dauni e sulla riva destra del fiume Ofanto che sfociava e sfocia nel mare Adriatico.

La più antica della fonti classiche smentisce le conoscenze di Tolomeo.

SCILACE DI CARIANDA (VI sec. a.C.):  Iapigi: Dopo la Lucania (la navigazione era da sud verso nord) si trova il popolo degli Iapigi, fino al monte Orione (Gargano) sul mare Adriatico. … . E nella Iapigia abitano dei Greci, e le loro città sono queste: Eraclea (E), Metaponto (M), Taranto (T) e il porto Idrunto (Otranto, O) all’ingresso del mare Adriatico o Ionio.

La descrizione di SCILACE.

 Scilace sapeva che il monte Orione/promontorio del Gargano, si estendeva nel mare Adriatico: era/è localizzato a nord dell’Ofanto, fiume che aveva/ha la foce nel mare Adriatico.

Il geografo greco ricordò l’ubicazione del porto Idrunto/porto di Otranto (O): all’ingresso del mare Adriatico o Ionio, una descrizione che stimola 2 (due) interpretazioni: 1) il porto era/è considerato l’ingresso del mare Adriatico esteso verso nord-ovest e l’ingresso del mare Jonio esteso verso sud-est. 2) ricordò che in tempi più antichi, il mare prospicente Otranto fu conosciuto con il nome di Jonio; esamineremo che dopo Scilace  altri autori denominarono Jonio l’attuale mare Adriatico.

POLIBIO (210-203 a.C. / 128-121 a.C.), scrisse:

La descrizione di POLIBIO

Nel suo complesso, l’Italia è di forma triangolare: il mare Jonio delimita il lato di essa che è rivolto ad oriente; ad esso segue l’Adriatico, mentre il confine meridionale e occidentale è segnato dai mari Siculo e Tirreno. I due lati, incontrandosi, formano il vertice del triangolo, cioè l’estremità dell’Italia rivolta a mezzogiorno, chiamata Cocynthos, che divide il mare Jonio dal mare Siculo. Il sistema alpino delimita il lato settentrionale.

Ed ancora:

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Confronto tra il corso del fiume Ofanto descritto da Polibio ed il corso del fiume Fortore.

…presso il fiume chiamato Aufido, l’unico che attraversi l’Appennino: (è questa la catena montuosa che segna lo spartiacque fra i fiumi d’Italia che sfociano nel mar Tirreno e quelli che sfociano nell’Adriatico; varcando con il suo corso l’Appennino, l’Aufido ha la sorgente nel versante dell’Italia rivolto al Tirreno, e sbocca invece nell’Adriatico).La descrizione è molto chiara ed un geografo moderno non avrebbe potuto fare di meglio per identificare e localizzare il fiume che fu testimone della  battaglia di Canne.

GIULIO CESARE (102-100 a.C./44 a.C.):

   …; ma non era possibile accertare se Pompeo fosse rimasto a Brindisi (B) per tenere occupata la città allo scopo di controllare più facilmente tutto il mare Adriatico dall’ estremità delle coste italiane a quelle del litorale greco …. .

Descrizione di CESARE

Cesare non era un geografo, ma sapeva che la città di Brindisi è localizzata sul litorale della penisola italica bagnata dal mare Adriatico: il fiume Ofanto più a nord sfocia/va nello stesso mare.

DIODORO SICULO (90-20 a.C.): In seguito, diretto verso l’Adriatico, prese Apollonia al primo assalto; … .

DIODORO
(cartina da “Atlante Storico de Agostini”.)

 Apollonia affaccia sul mare Adriatico, come scrisse Diodoro, e si localizza sulla costa orientale di fronte alla penisola salentina; a nord scorre il fiume Ofanto che sfocia/va nello stesso mare.

VIRGILIO (70-19 a.C.), confermò il legame, sempre esistito, tra il fiume ed il mare:  … e il fiume Ofanto fugge indietro dal mare Adriatico!.

STRABONE (67-20 a.C.): Dicono che Adria fu città illustre, che diede anche il nome al Golfo Adriatico, con un piccolo cambiamento.

LIVIO (64-59 a.C./12-17 d.C.),conferma: La potenza dei Tusci (o Etruschi), prima del dominio di Roma era assai estesa per terra e per mare. I nomi dati al mare superiore (Adriatico) e a quello inferiore (Tirreno), dai quali l’Italia è circondata a mò di un’isola, ne costituiscono, per quel che essi potranno valere, una prova, giacchè i popoli italici chiamarono l’uno Tusco, dalla comune denominazione di quel popolo, altro Adriatico, da Adria, colonia dei Tusci, e i Greci chiamarono Tirreno e Adriatico.

Descrizione di Tito LIVIO che conferma STRABONE.

Strabone sapeva che Adria aveva dato il nome al Golfo Adriatico; Livio confermò le modifiche dei nomi dei due mari nel corso dei secoli, ricordando che Adria era stata una colonia degli Etruschi.

Adria etrusca, intorno al VI sec. a. C. diede il nome Adriatico al Golfo Adriatico; precedentemente, quale era il nome?

ORAZIO (65-8 a.C.), prima di Livio, informa:  … e la rabbia di Noto padrone dell’Adriatico che irrita, che spiana. Chi vide senza lacrime i vortici e i mostri del mare, le scogliere Acroceraunie dal triste nome, …. .

Le scogliere Acroceraunie o dei monti Cerauni sulla costa albanese, con Otranto sulla riva opposta, sono stati considerati sempre i confini terrestri del mare Adriatico a nord ed il mare Jonio a sud.

Lo scrittore e poeta latino conosceva il fiume chiamato Ofanto ed il territorio dove scorre/va per sfociare nel mare Adriatico: E dove suona l’Aufido imperioso, e fu re Dauno, povero di acqua …; Così l’Aufido dal muso di toro trascorre il regno dell’apulo Dauno e pensa la desolazione delle acque… .

DIONISIO DI ALICARNASSO (60-8 a.C./55-8 a.C.): la mia storia comincia dai più antichi racconti che sono stati tralasciati dagli storici precedenti perché sono difficili e irreperibili, se non con grande lavoro di ricerca.

Chi erano gli autori dei più antichi racconti?

Dionisio ricordò FERECIDE DI ATENE (metà V sec. a.C.): un altro scrittore antico, Ferecide di Atene, che per i problemi delle origini non fu secondo a nessuno aveva ricordato che Enotrio, dal quale prendono nome, gli Enotri che abitano in Italia, e Peucezio, dal quale prendono nome i Peucezi, gli abitanti del golfo ionico.

Secondo Dionisio, …  Enotrio, che aveva condotto il grosso dell’esercito, approdò nell’altro mare che bagna le regioni dell’Italia, che allora (XII-XI sec. a.C.) si chiamava Ausonio, dalle sue coste che si chiamano Ausonie, ma quando i Tirreni diventarono signori del mare prese il nome che conserva anche ora (Tirreno).

Dionisio: Con Italia intendo la penisola compresa tra il golfo ionico e il mare Tirreno e avente come terza delimitazione, a partire dal continente, le Alpi, …. .  E Peucezio, dal quale prendono nome i Peucezi (P.) [che insieme con i Dauni  (D.) ed i Messapi (P.) abitavano l’Apulia], gli abitanti del golfo ionico.

Durante la sessantaquattresima Olimpiade e l’arcontato di Milziade ad Atene (524 a.C.), i Tirreni (Etruschi) che abitavano sul golfo ionico, essendo stati cacciati di lì a poco a poco dai Celti, si unirono agli Umbri, ai Dauni.

Prima che i Tirreni o Etruschi occupassero le coste dell’Italia orientale, gli Joni  avevano già fondato tra il secolo VIII ed il VII a.C. la colonia di Spina sita alle foci del Po e le colonie di Cuma, Pithecussae, Rhegium, Zancle (Messina), Mylae, Catania, Lentini, Naxus, Neapolis, Siris, Elea.

Il golfo ionico o Jonio fu la denominazione dato al mare che aveva permesso il diffondersi della loro presenza lungo le coste della penisola italica fino alla fine del VI secolo a. C..

Le coste del Veneto e del Piceno erano bagnate dal golfo ionico esteso fino alla penisola balcanica ed all’estremo limite della penisola italica (punta Acra Japigia e Capo Lacinio).

Il nome fu imposto dalla popolazione greca degli Joni quando colonizzarono le coste orientali e, imponendosi alle precedenti coloni di origine greca, lasciarono le tracce più evidenti della loro civiltà e della loro cultura.

Gli Joni subirono la supremazia dei Tirreni, detti anche Etruschi, la cui espansione culminò con l’occupazione delle regioni dell’Italia prossime alla foce del Po, con  la conquista della colonia di Spina, con la fondazione della colonia di Hatria o Hadria e con l’occupazione di alcuni territori dell’Italia centrale, quali le coste del Piceno ove fondarono Cupra ed il suo santuario.

Tale espansione avvenne intorno al VII-VI secolo a. C. ed a questo periodo dovrebbe risalire l’origine dalla città di Hatria o Hadria ed il nome Adriatico l’estensione marina dalle coste venete e dell’Istria, fino a Otranto, a sud della quale il nome Jonio venne ad indicare solo il mare prospicente le coste ed i principali insediamenti della Magna Grecia ove maggiore era stato l’influsso della civiltà e della cultura dei colonizzatori Joni.

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I nomi dei mari (dopo VII-VI a. C.) che bagnavano la penisola italica.

Altri autori antichi confermano.

PLINIO (23-79): … in direzione delle paludi di Atria, chiamate i Sette Mari (è famoso il porto della città etrusca di Atria, prendendo il nome dalla quale l’attuale Adriatico si chiamava un tempo =mare Adriatico=).

Quando Plinio scrisse che le isole che sorgono all’imbocco del porto di Brindisi erano nel mare Jonio, non era in errore: la fonte che aveva consultato ricordava la precedente denominazione del mare Adriatico.

PLINIO fu ancora più preciso: Oltre questo capo (Acra Iapigia, od. S.. Maria di Leuca) si trovano la città di Basta e, 19 miglia più avanti, Otranto, al confine tra i mari Ionio e Adriatico (ad discrimem Ionii et Hadriatici maris), la città da cui più breve è il tragitto per la Grecia: il braccio di mare che la divide dalla città di Apollonia, sulla sponda opposta, non è più largo di 50 miglia. Secondo AGRIPPA (63-12 a.C.), scrisse ancora Plinio, dal Drin agli Acrocerauni ci sono 175 miglia, mentre lo sviluppo dell’intero golfo comprendente l’Italia e l’Illirio è di 1700 miglia. In questo golfo, divisi dai confini che ho precisato (Otranto e Apollonia), sono compresi due mari: lo Ionio nella parte esterna, l’Adriatico -detto anche Supero- in quella interna.

La descrizione secondo AGRIPPA e SILIO ITALICO.  O. = Otrsnto.  i. S.= isola di Sasone.

SILIO ITALICO (25-101):  …, e ti vedo, Ofanto, fuori dalle ripe anguste aprirti a stento un varco fra elmi, loriche e cadaveri mutilati, verso il mare Adriatico …; … fuggite le infauste arene dell’Adriatico Sasone … .  L’Ofanto sbuffando mandò dal profondo un boato, ed i naviganti sull’ampio mare allibirono vedendo da lontano i monti Cerauni in fiamme.

 I precisi riferimenti geografici ricordati da Silio Italico: i naviganti sull’ampio Adriatico vedono da lontano  i monti Cerauni siti sulla riva opposta; ed il ricordo della sanguinosa battaglia di Canne, confermano che il fiume Ofanto sfocia/va nel mare Adriatico e fu il testimone silenzioso della battaglia di Canne.

LUCANO (39-65):   … e nelle lagune di Salapia o presso Siponto, sita alle falde di un promontorio, o là dove il fertile appulo Gargano si protende nell’Adriatico incurvando la costa italiana e sta esposto da un lato alla Bora dalmata, dall’altro all’Austro che spira dalla Calabria;… .

Descrizione di LUCANO

…. Si estende la catena (Appennini) al centro tra le onde dell’Adriatico e del Tirreno;…. Questo monte (Appennini) da grande fonti alimenta grandi fiumi e li divide sugli opposti versanti dei due mari (Adriatico e Tirreno). Dal lato sinistro scende il veloce Metauro e il torbido Crustumio, e il Sapi congiunto all’Isauro, e la Sena e l’Ofanto che flagella le onde adriatiche, …. .

La descrizione ricorda e confema quanto scrisse Polibio.

Scilace di Carianda, Polibio, Giulio Cesare, Diodoro Siculo,Virgilio, Orazio, Strabone, Tito Livio, Plinio, Silio Italico  Lucano, ritennero che la costa della antica Japigia, della romana Apulia, della odierna Puglia, fosse bagnata dal mare Adriatico ed il fiume Ofanto sfociasse nel mare Adriatico.

Fece eccezione Tolomeo le cui conoscenze erano basate su fonti cartografiche che avevano considerato il promontorio del Gargano, posto a nord di Otranto, lo spartiacque tra il mare Adriatico ed il mare Jonio.

La nuova ipotesi ha ripetuto l’errore di Tolomeo.

Da quanto esaminato il fiume Fortore non era l’unico a sfociare nel mare Adriatico; il fiume Ofanto, l’unico legato alla battaglia di Canne, ha avuto/ha la foce nell’Adriatico, il mare che in varie epoche (XII-XI e VII-VI a.C.) ha modificato la denominazione.

Oreste Gentile.