Archive for gennaio 2013

LA “CONTEA” DI PIETRABBONDANTE E LA “CONTEA” DI CAMPOMARINO: NON SONO MAI ESISTITE.

gennaio 26, 2013

Scrisse Ciarlanti (1644): E sono i Conti dell’Acerenza, di S. Agata, d’Alife, d’Albi, d’Aquino, di Boiano, di Caiazzo, di Calvi, di Capoua, di Celano, di Chieti, di Cosa, di Carinola, di Fodi, d’Isernia, di Larino, di Lesina, di Marsi, di Mignano, di Molise, di Morono, di Penna, di Pietrabbondate, di Pontecorvo, di Presenzano, di Sangro, del Sesto, di Sora, di Telese, di Termoli, di Tiano, di Traietto, di Valve, e di Venafro. (La contea di Molise non poteva esistere nel periodo dei Longobardi: fu istituita in epoca normanna nell’anno 1142).
  …, poiché il primo Borrello Conte di Pietrabbondante nel 957. Fè quel gran dono di S. Eustasio al Cassin. Monastero, il secondo fè edificar il Monastero di S. Pietro dell’Avellana ne 1025. (…). Ma niun fè a Dio più ricca. E più grata offerta di S. Randisio figliulo di Borrello 2. Conte di Pietrabbondante. (…). Nacque egli in Pietrabbondante, di cui erano stati Conti i suoi predecessori sin dall’anno 957. Dove residenza facevano, come Capo del loro grosso Stato.
Galanti (1781): Le nove contee in cui era suddivisa la regione Molise nell’ultimo periodo longobardo (Isernia, Venafro, Bojano, Sangro, Pietrabbondante, Trivento, Larino, Campomarino, Termoli.).
Più di un secolo separa i due storici, entrambi ritennero che esistesse la contea di Pietrabbondante e Galanti aggiunse anche la contea di Campomarino.
Non è dato sapere la prima fonte bibliografica che diede notizia della contea di Pietrabbondante e della contea di Campomarino, purtroppo la disinformazione oltre a contagiare Ciarlanti e Galante, ha influenzato gli altri storici e gli studiosi che inconsapevolmente continuano a perpetuare l’errore.
I documenti dell’epoca confermano che le contee istituite nel territorio dell’attuale Molise erano Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Larino, Termoli;  non era mai esistita la contea di Pietrabbondante e la contea di Campomarino.
Nell’anno 971, vivevano i fratelli e conti Raynaldo e Oderisio, figli del conte Berardo, di nazionalità franca: … ego Rainaldo comes, filius quondam Berardi comitis, ex nacione Francorum, qui modo sum abit in pago Marsorum.
Il conte Raynaldo aveva, oltre al conte Oderisio, altri due fratelli, il conte Teodino che abitava nel ducato di Spoleto: Constat me Teduinum comitem filium cuiusdam berardi comitis ex natione francorum, qui modo sum habitator in ducatu spoletano e Randuisio:  … similiter rainaldum comitem et randuisium germanos fratres (…), judicate nobis de rainaldo comite et de randuisio.
Il conte Berardo era il capostipite dei conti dei Marsi e di Valva: Raynaldo, Oderisio, Teodino e Randuisio che fu nominato conte della contea di Trivento nell’anno 992.
Il conte Oderisio fu il capostipite della famiglia dei Borrello, in quanto suo figlio chiamato Borrello (I), generò i così nominati Figli di Borrello: qui dicebantur filii cuiusdam Borrelli, ceperant habitare iusta Sangri fluvium habuerant et isti originem ex Balvensi comitatu, come da diploma: …. Ideoque ego domnus Burrellus filius quondam Oderisi comitis, & Johannis, & Borrellus, & Oderisi fili supradictis Borrelli, qui sunt habitatores in castro de Petra habutandi .
Il domnus Borrello (I), figlio del conte Oderisio, con i figli Giovanni, Borrello (II) e Oderisio (II) abitavano nel castrum di Pietrabbondante.
Dal diploma risulta chiaro che Borrello (I), detto Majore, era un domnus, non un conte perché non esisteva la contea di Pietrabbondante; l’insediamento era un castrum il cui territorio era compreso nella contea di Trivento ed il titolare erano un loro consanguineo: il conte Randuisio, titolare della contea di Trivento, era lo zio di Borrello  (I).                                                                                                                             Il domnus Borrello (I) dichiarò nel diploma che la moglie era domna Ruta e che: mia moglie mi sposò semplicemente per richiedere in cambio la quarta parte (dei beni oggetto della donazione), che poi per legge riceverà con uno scritto Morgincaph in quanto fu detto da me stesso, e fu concesso il giorno dopo la nostra unione, per questa ragione esaudii benignamente la sua richiesta, infatti la stessa (domna Ruta) compie con me questa offerta… .
E’ probabile che l’errore di ritenere conte il domnus Borrello (I) è nel sommario del testo di Gattola (1725): Sed & Bosellus (corr.ne di Borrello) Comes Petra abundanti fecit in hoc monasterio cartam oblationis de monasterio S. Eustasii in finibus ejusdem castri, loco qui dicitur ad Arcum … .

Il diploma di donazione sottoscritto da Borrello (I) nell'anno 1014.

Il diploma di donazione sottoscritto da Borrello (I) nell’anno 1014.

Controversa la data di redazione della donazione presa in esame: il diploma sottoscritto dal domnus Borrello (I) porta la data di febbraio 977, mentre il diploma di conferma dei principi longobardi di Capua-Benevento, datato marzo 977, cita il Comitatu Molisie che non esisteva perché sarà istituito nell’anno 1142.
Gli storici ritengono che il primo diploma sia stato sottoscritto nell’anno 1014 ed il diploma di conferma risulterebbe apocrifo.
A partire dal 1014 si assiste alla espansione dei discendenti di Borrello (I) nei territori limitrofi alla loro prima dimora del castrum di Pietrabbondante fino alla occupazione dell’esteso distretto territoriale denominato Terra Burrellensis o Terra Burrellesca che era una parte del territorio della contea di Trivento.
Borrello (I) ed i suoi figli, con opportune alleanze ora con gli imperatori, ora con i principi, seppero condurre una propria autonoma espansione territoriale, forse favorita dal legame di sangue con i conti di Trivento.
E’ documentato che intorno all’anno 1026 i Borrello continuarono l’occupazione dei territori lungo il fiume Sangro, iniziata dal loro capostipite Borrello (I).
Nell’anno 1036 la Terra Burrellensis comprendeva già i territori limitrofi alla odierna città di Agnone che erano nel territorio pertinente alla contea di Trivento, concessa nell’anno 992 dai principi di Capua-Benevento al conte Randuisio, zio di Borrello (I) detto Majore: Ego Borrellu (II), & Oderisi filii quoddam Borrelli (I, detto Majore) declaramus nobis pertinentem habere rebus infra finibus de Anglone in loco ubi S. Maria dedicata … .
L’espansione dei Figli di Borrello si allargò ancora, intorno all’anno 1043, verso i territori del monastero di san Vincenzo al Volturno, già posseduti dai Figli di Anseri: Iam filii Borrelli super filius Anseri surrexerant, et uno occiso per fraudem, aliis fide captis, Alfedenam, Monte Nigrum, et alias terras huius monasterii abstulerunt, et cetera invadere ceperunt, Buscurri, Mala Cocclaria, Rigu Nero, Cerrum cum Spina, et Aqua Viva, Tenzunusu, Licenosum, Collem Stephani et cetera terras.
Probabilmente nello stesso periodo, visto che il documento è privo di datazione, un Johanni, il figlio di Borrello (I) del diploma del 977/1014, era in possesso dell’odierna Scapoli: … terram de Scoplis tenet Johannes de Burello.
Inoltre si conosce che Johanni, che Jamison (1877-1972) identifica in Johannis Senior (i. e. Lord) filius Burrelli era signore del casale S. Salvatore a Castiglione. Questo Giovanni era figlio di Oderiso Borrello che era inoltre noto solo come signore di Pietrabbondante nel 1014, ed è di grosso interesse che egli avesse terre anche a Castiglione, perché questo fornisce la dimostrazione del fatto che ogni ramo della famiglia Burrello era in possesso di un numero di “castella” non necessariamente contigui.
L’ascesa politica dei Figli di Borrello continuò negli anni favorita dalla confusione politica e militare originatasi dalla presenza dei nuovi conquistatori Normanni.

La "contea" di TRIVENTO (rosso) ed i centri (verde) dei possedimenti della "Terra Burrellensis" (verde).

La “contea” di TRIVENTO (rosso) ed i centri (verde) dei possedimenti della “Terra Burrellensis” (verde).

Intorno all’anno 1057 un Bernardo, della dinastia dei Borrello perché figlio di Johanni, possedeva il castrum dell’odierno Schiavi d’Abruzzo.
La Terra Burrellensis che la storia ricordata, non era una contea, ma un vasto territorio costituito da diversi castra localizzati per la maggior parte nella vasta contea di Trivento.
Non è mai esistita la contea di Campomarino: la civitas di Campomarino ed il suo territorio facevano parte della contea di Larino.                        La contea di Larino fino al 1045 fu amministrata dai conti appartenenti alla famiglia dell’aristocrazia beneventana-longobarda del conte Roffrid, nipote del principe Pandolfo (I), e di suo figlio, conte Malfrit; non si fregiarono del titolo di conte di Larino, titolo che fu concesso al conte Tasselgardus, filius bone memorie Tasselgardi comitis ex civitate Benevento (….) nostri comitatu Larinenesis.
I documenti dell’epoca ricordano non la contea, ma la civitas di Campomarini nel territorio della contea di Larino: … Ideoque nos qui sumus Maldefrid et Rofrit germani atque comites et filii quondam bone memorie domini Rofrit, declaramus nos habere terras in finibus istius nostre civitatis Campomarini (…) Acta in civitate Campomarini. Feliciter. Ego Maetelfrit comes. Ego Roffrit comes … . (anno 1010).
Un diploma dell’anno 1016, ricorda il conte Poto(ne), figlio del conte Malfrit: Ideoque ego Poto comes filius quidam bone memorie Madelfrit comes (…) … et subito Dei concedet inveni locum infra finibus territorium et pertinentiis de civitate Campomarini erga fluvium qui vocatur Saccione, in loco qui vocatur Vivario, ubi bene costructum potest esse monasterium, …. Acta in civitate Campomarini. Feliciter. Ego qui supra Poto comes.

La "contea" di Larino (verde) e la "civitas" di Campomarino (rosso).

La “contea” di Larino (verde) e la “civitas” di Campomarino (rosso).

Non fu ricordata la contea, ma il territorio pertinente alla civitas di Campomarino.
Con l’espansione ed il consolidarsi del dominio normanno si accentuò la disgregazione della contea longobardo-franca di Larino, il cui territorio era già stato dei Frentani, così come era avvenuto per le contee di Venafro, di Isernia e parte della contea di Trivento, comprese nel territorio dei Pentri: i loro territori nel tempo furono inclusi amministrativamente nelle contee normanne di Bojano e di Loritello/Rotello: … Eapropter nos Robertus Dei gratia palatinus comes Lorotelli et Cumpersani comes filii et heredes domini Roberti Cupersanen(sis) comitis bone memorie et dominus civitatis Campomarini, …. . (anno 1179).

Questo tramandano i documenti dell’epoca.

Oreste Gentile.

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VITELIU IL NOME DELLA LIBERTA’: UN ROMANZO “STORICO” O UNA PUBBLICAZIONE “STORICA” ?

gennaio 22, 2013

VITELIU. IL NOME DELLA LIBERTA’ è un romanzo storico perché narra in modo originale ed accattivante una vicenda inventata: il protagonista è un eroe pentro, Gaio Papio Mutilo, morto a Nola nell’anno 80 a. C., che torna in vita dopo diciassette anni per illustrare in sintesi la storia dei Pentri, una popolazione proveniente dalla Sabina che occupò una parte dell’attuale Molise intorno all’VIII sec. a. C. .

VITELIU. IL NOME DELLA LIBERTA’: un romanzo o una pubblicazione di storia antica?

Dove la fantasia cede il posto alla storia?

L’autore solo nel glossario (pag. 476)  precisa che ha usato nome di fantasia per ricordare 12 località ed ha fatto un’unica invenzione riferita a due costruzioni cilindriche dell’antica Marruvium.

Il lettore è convinto di poter conoscere, per mezzo di una vicenda inventata, la storia dei discendenti dei Sabini: Piceni, Pretuzi, Aequi, Vestini, Marrucini, Peligni, Marsi, Frentani di Lanciano e di Larino, Carecini, Pentri, Irpini e Caudini che presero possesso di alcuni territori della penisola italica centro-meridionale.

L’autore e la Casa Editrice lo ritengono un contributo didattico utile per conoscere una storia dimenticata.

L’autore: Questo grande capitolo della storia per lungo tempo è stato dimenticato. Ho sentito perciò il dovere di raccontarlo e di farlo scoprire. Non può essere cancellato. Il mio obiettivo è quello di rendere noti otto secoli di storia dimenticata, di riscattare la memoria degli Italici e di far incuriosire tutti affinché ognuno, in Molise, in Abruzzo e nei territori abitati dai Vitelios (che significa figli del toro) riscopra le proprie radici. Fare in modo che si arricchisca il patrimonio storico che è molto più vasto di quanto conosciamo.

La Casa Editrice: Il loro avventuroso viaggio porterà Marzio, e con lui il lettore, a conoscere la storia e le terre delle genti che costruirono la prima nazione cui fu dato il nome di Italia. Una storia mai raccontata in un romanzo; un viaggio avvincente ed emozionante alle radici stesse della nostra identità nazionale.

Le istituzioni della regione Molise, con il presidente, hanno evidenziato: l’importanza della riscoperta delle radici e dell’identità sannita che sono, ad un tempo, come ha dimostrato Mastronardi, le basi dell’identità regionale e, più ancora, dell’Italia come la conosciamo oggi.

I commenti dei mass-media e di alcuni siti di internet non lasciano dubbi: è una pubblicazione che illustra la storia antica del Molise.

Almosava-Altosannio: Una storia mai raccontata dalla narrativa internazionale, contenuta in un romanzo d’esordio sorprendente ed emozionante che restituisce all’Italia il prezioso tassello mancante alla base stessa del suo essere Nazione.

Chimiconsigliaun libro: Viteliú – Il nome della Libertà” di Nicola Mastronardi  È il primo vero Romanzo Storico dell’epopea italica a livello nazionale. (…)  ed ha l’ambizione di riuscire a riportare alla luce ottocento anni di storia per lo più ignorati dalla cultura generale. Rivelando, attraverso un intreccio narrativo emozionante e coinvolgente, le origini della Prima Italia.

Primo piano Molise: Insomma, una storia mai raccontata in un romanzo, che torna alla luce e restituisce al territorio e al suo immenso retroscena storico, il valore e l’importanza che i secoli hanno disperso.

Non ultimo, il sito Piceno oggi: il Romanzo Storico, che si preannuncia prezioso, si compone di 480 pagine, che nascono da un’intensa documentazione dell’autore accumulata in almeno sette anni di studi, ricerche e sopralluoghi nei vari territori.

Nella storia narrata da Gaio Papio Mutilo, giudicata la parte più importante del romanzo, alcuni avvenimenti non corrispondono a ciò che abbiamo sempre conosciuto, frutto delle ricerche, degli studi e delle pubblicazioni di storici di ogni epoca.

Un escamotage giustifica le difformità dalla realtà di alcuni fatti descritti nel romanzo storico: se ci sono dati storici che non sono esattamente corrispondenti alla realtà … la qual cosa mi sembra normale, altrimenti invece che di un romanzo si sarebbe trattato di un saggio; al punto di accusare il lettore di negligenza perché Non sa distinguere tra invenzione  – tipica del mezzo che il romanzo – e verità storica.

Il lettore a questo punto è disorientato anche dall’operazione di marketing che è stata creata per sostenere il: … “rivoluzionario” romanzo storico, che rivela al grande pubblico ciò che la cultura generale ha tenuto nascosto nei cassetti più profondi della storia antica e cioè la grande epopea italica e le origini dell’identità nazionale, è pronto per attraversare la penisola, restituendo ai Sanniti, Marsi, Piceni, Peligni, Lucani e i dodici popoli che si unirono per difendere la propria indipendenza di fronte alla cieca prepotenza della fazione conservatrice romana, l’identità perduta.

Desta meraviglia leggere che al grande pubblico sia stato tenuto nascosto nei cassetti più profondi della storia antica e cioè la grande epopea italica e le origini dell’identità nazionale; tanto per fare qualche esempio: Laterza nel 1984, per la collana Guide archeologiche ha pubblicato Abruzzo e Molise di F. Coarelli e A. La Regina; Electa nel 1987,  L’Italia prima di Roma di S. Moscati; Edizione De Luca, nel 1994,  Antiche genti d’Italia; Enaudi, nel 1995, per la serie Tascabili ha ristampato Il Sannio e i Sanniti di E. T. Salmon; Longanesi nel 1996 ha pubblicato I Sanniti di G. Tagliamonte; Bardi Editori nel 1999, Storia degli Italiani Dalle origini all’età di Augusto di S. Moscati; Aries, nel 1999, Antiche popolazioni dell’Italia preromana di R. Guerra; Electa nel 2000, Studi sull’Italia dei Sanniti con i saggi di La Regina, G. De Benedittis e di altri studiosi e ricercatori.

Il lettore e lo studioso se avessero voluto soddisfare la loro curiosità o avessero voluto approfondire la conoscenza della storia antica del Molise, se veramente interessati, non avrebbero aspettato l’anno 2013, ma avrebbero potuto scegliere una delle tante pubblicazioni.

In Viteliù. Il nome della libertà, si fa spesso riferimento ad un antico territorio denominato Alto Sannio che l’autore così descrive (pag.476): Alto Sannio Possono definirsi così i territori fra l’alta e media valle del Sangro e l’alta valle del Trigno. Cuore dell’ Alto Sannio – oggi diviso fra due regioni, l’Abruzzo e il Molise, e quattro province – è il territorio tra Alfedena–Castel di Sangro (Aq) e Agnone-Pietrabbondante (Is) definibile come l’area genetica delle genti sannite.

Storicamente e geograficamente un territorio denominato Alto Sannio non è esistito.

Lo storico Salmon scrisse: La terra dei Caudini (Sannio occidentale) …. ; la terra degli Irpini (Sannio meridionale) …  e la terra dei Carecini e dei Pentri (Sannio settentrionale).

La terra dei Carecini era ben distinta da quella dei Pentri; Salmon, basando il suo giudizio sui nuovi studi, soprattutto di La Regina, scrisse: Essi rivelano che i Carecini, sulla cui collocazione esistevano in precedenza molti dubbi, vivevano presso Casoli, a cavallo del fiume Aventino: i loro centri principali, contrariamente a quanto si riteneva, non furono Aufidena e Pietrabbondante, bensì Cluviae e Juvanum.

Conferma lo stesso La Regina: Esclusa dunque la pertinenza degli <Aufidenates> ai Carricini, non esiste alcuna possibilità di riconoscere la presenza di questi nel Molise. Cade, al tempo stesso, la supposizione che Pietrabbondante potesse essere la capitale dei cosiddetti < Caraceni >.

E’ antistorico affermare che Cuore dell’ Alto Sannio – oggi diviso fra due regioni, l’Abruzzo e il Molise, e quattro (sic) province – è il territorio tra Alfedena–Castel di Sangro (Aq) e Agnone-Pietrabbondante (Is) definibile come l’area genetica delle genti sannite: il territorio tra Aufidena (Alfedena), Aufidena, municipio romano (Castel di Sangro) ed il territorio di Agnone e di Pietrabbondante appartenevano alla tribù o touta dei Pentri e non può essere definibile come l’area genetica delle genti sannite: i territori delle odierne Alfedena-Castel di Sangro e Agnone-Petrabbondante, erano occupati dai Pentri, la tribù che con le altre citate, erano tutte nate dal ver sacrum ed avevano, come tramandano gli autori classici, un’unica area genetica nella Sabina e precisamente nel territorio presso il lago di Cotilia.

Strabone (I sec. a. C.) per i Sanniti, ricorda le città come Bovianum, Asernia, Panna(?), Telesia vicina a Venafrum, ed un toro che guidò i giovani Sabini nella terra degli Opici.

Verrio Flacco-Festo (II sec.) tramanda che settemila giovani Sabini, guidati da Comio Castronio, stanziandosi presso un colle chiamato Samnius, diedero origine ai Sanniti.

Cianfarani (1978): … i Sanniti Pentri; a costoro, che di tutte le genti sannitiche costituivano il nerbo, va riferita la leggenda della migrazione sabina, alla quale, in virtù del mitico bue, s’è voluta altresì riportare l’origine di Bovianum, l’attuale Boiano.

In merito, il romanzo storico offre al lettore una descrizione diversa (pag. 85 e segg.): Per guida fu dato ai Sacrati un toro, animale caro a Mamerte, simbolo di forza e di coraggio. Vitelios, figli del toro, furono detti per questo e furono i primi. ….. I Vitelios continuarono dunque il viaggio fino al fiume Sangro. Camminarono per mezza giornata secondo lo scorrere del fiume. …… Finalmente, i settemila attraversarono il fiume e iniziarono la salita. ….. Safinim …. è il nome che in seguito fu dato alla nazione: ciò che lì fu iniziato da Kumis (Comio Castronio) e dai settemila giovani. Quello che i Romani chiamano Samnium. ….. Ciò che videro i Sacrati è ciò che vedrai: Safinim la terra sconfinata che avrebbero dominato per secoli.

Fu lì, dunque che nacque la nazione, lì ebbe il suo cuore pulsante anche quando quel popolo, generato dai settemila, divenne il primo dei Vitelios, il più grande, il più temuto. Fu così fino all’ultimo.

I Vitelios non possono identificarsi con i Sacrati, nè  possono identificarsi Vitelios i settemila giovani che continuarono dunque il viaggio fino al fiume Sangro, perché i Viteloi vivevano in un altro territorio: Un’antica tribù protolatina, che occupava una parte imprecisata dell’odierna Calabria, portava un nome che doveva sonare approssimativamente come VITELOI e Aristotele (384/383 a.C.–322 a.C.) ha conservato in forma greca: Italoi. Questo nome vien derivato da Ellanico (V sec. a.C.) dal nome indigeno del vitello. …. E benchè rappresenti un acquisto ben tardo per gli Italici, che fino alla grande invasione del mezzogiorno lo ignoravano, ha diritto d’esser mantenuto anche oggi. Devoto (1977).

Scrisse Salmon: Durante l’età repubblicana (IV-I sec. a. C.), la regione descritta nel capitolo precedente sembra venisse chiamata Safinim dai suoi abitanti.

La regione descritta nel capitolo precedente era il Sannio, ovvero, era l’altipiano interno al centro dell’Italia meridionale, delimitato a nord dal fiume Sangro e dalle terre dei Marsi e dei Peligni a sud dal fiume Ofanto e dalle terre dei Lucani, ad est dal Tavoliere di Puglia e dalle terre dei Frentani, e a ovest dalla Pianura Campana e dalle terre degli Aurici, Sidicini e Latini.

Il Sannio che sembra venisse chiamata Safinim dai suoi abitanti era un esteso territorio che, scrisse Salmon, era costituito da La terra dei Caudini (Sannio occidentale) …; la terra degli Irpini (Sannio meridionale) … e la terra dei Carecini e dei Pentri (Sannio settentrionale): non è mai esistito Alto Sannio ricordato nel romanzo storico.

Il termine osco Safinim non era una prerogativa della touta dei Pentri, ma era diffuso tra tutti i popoli di origine sabina, come testimoniano la stele di Penna S. Andrea, prov. di Teramo (V sec. a. C.), touta dei Pretuzi: Sidom safinus estuf estuf eSelsit tiom = Quale Sidom i Sabini qui eSelsit te) e la breve iscrizione di Pietrabbondante (80 a. C.), così interpretata da Cesare Letta (1994): Safinim che si accorda col successivo termine sak [araklum]= santuario sannita; a Penne S. Andrea safinus ha il significato di Sabini, mentre a Pietrabbondante Safinim ha il significato di sannita, riferito al santuario, non al territorio.

Il romanzo storico narra (pag. 88) che Camminarono per mezza giornata secondo lo scorrere del fiume. …… Finalmente, i settemila attraversarono il fiume e iniziarono la salita.Safinim è il nome che in seguito fu dato alla nazione: mezza giornata di viaggio, partendo dalla riva del Sangro e risalendo verso le montagne a sud-est, il territorio che si attraversa e la meta che si raggiunge era una parte del Sannio settentrionale ed esattamente il territorio della tribù dei Pentri.

 Di lì a cinque generazioni, crebbe la città, che fu detta del Toro Sacro, e si estese sulle tre colline limitrofe. (pag. 93-94).

Nel glossario del romanzo storico viene evidenziato che Città e Comunità del Toro Sacro Nome di fantasia dato nel romanzo alla primigenia comunità sannita stanziatasi, secondo la libera ricostruzione dell’autore, nelle valli del Ver (torrente Verrino) e del Silente (torrente Senta), all’ombra del Santuario nazionale di Pietrabbondante (Is). In particolare l’insediamento principale viene fatto coincidere con le tre colline dette “Civitelle” (le “Tre Cittadelle” del romanzo) poste al centro delle due valli, non lontano dal comune di Agnone (Is).

Quanti sono i lettori che leggono il glossario di una pubblicazione?

Il glossario,  precisando secondo la libera ricostruzione dell’autore, non è stato preso in considerazione dallo stesso autore, dalla Casa Editrice, dalle istituzioni della regione Molise e dai mass-media, visto che hanno giudicano < in toto >: il primo vero Romanzo Storico dell’epopea italica a livello nazionale.

La diligenza di informare il lettore della libera ricostruzione delle vicende storiche del territorio dei Pentri da parte dell’autore, non è stata utilizzata neppure nelle vicende successive che descrivono avvenimenti difformi dalla storia antica del Molise.

Nel narrare la sua storia, Gaio Papio Mutilo ricorda (95): In un territorio, verso il mare, viveva gente raffinata e temibile: Elleni della stirpe guerriera di Lacedonia.

La storia insegna che a seguito della migrazione del ver sacrum, un gruppo di Sabini occupando i territori della costa del mare, oggi Adriatico, ma all’epoca conosciuto come golfo jonico, diede origine al popolo dei Frentani di Lanciano e di Larino.

Non esistevano Elleni della stirpe guerriera dei Lacedonia.

Il romanzo storico prosegue (pag. 95, ma al lettore non è dato sapere se è una libera ricostruzione dell’autore): Venne dunque il tempo della migrazione dei giovani che si sarebbero chiamati Pentri dal fatto che provenivano da luoghi elevati. Dai nipoti dei nipoti dei Vitelios fu occupato il monte Tiferno, la fertile pianura ai suoi piedi verso oriente e tutti i territori d’intorno.

Devoto: Dall’VIII sec, a. C. salvo gli assestamenti limitati fra la Sabina e il territorio di Gubbio, l’asse dell’espansione italica è rappresentato dalla direzione nord-sud. … .  Sicchè solo di quattro si può ritener verosimile che risalgano fino al periodo della migrazione. Sono queste le tribù dei Carecini, con la capitale Alfedena nell’alto Sangro (successivamente le fonti classiche e le scoperte archeologiche  hanno confermato che Alfedena non era nel territorio dei Carecini), quella dei Pentri con la capitale Boviano, nall’alto bacino Trigno,del Biferno, del Fibreno, del Volturno; quella degli Irpini nel bacino del Calore, nelle attuali province di Benevento e di Avellino (e in parte di Foggia); e quella dei Caudini, più a occidente, con la città di Caudio e Saticula, sulla sinistra del Calore, Telesia fra il Calore ed il Volturno …. .

Scrisse Salmon: La tradizione vuole che i primi sacrati a stabilirsi nel Sannio fossero stati condotti da un < Comio Castronius > e da un toro a Bovianum, che divenne la culla della loro nazione.

La Regina: L’insediamento si sviluppò gradualmente sulla strada percorsa stagionalmente, da greggi e armenti, donde si formò altresì il nome < Bovianum >, per indicare un usuale mercato di buoi. Da tale nome trasse poi origine la mitica interpretazione della migrazione dalla Sabina con il ver sacrum, condotta da Comio Castronio (Festo, 436 L.) e da un toro dato per guida da Marte (Strabone, V 4, 12).

Non è mai esistita una migrazione dall’Alto Sannio alle falde del Matese.

L’anziano ed infermo Gaio Papio Mutilo descrive (pag. 168 e segg.) anche la famosa battaglia di Aquilonia dell’anno 293 a. C., combattuta dai Sanniti contro i Romani.

Tito Livio l’ha tramandata con dovizia di particolari (giuramento dei Sanniti, loro abbigliamento, etc.), soprattutto ricorda le città sannite che furono coinvolte nello scontro finale: Cominio, Aquilonia, Boviano, Sepino e Velia.

… , Carvilio giunse presso Cominio, Papirio presso Aquilonia, dove era concentrato il grosso dei Sanniti. ……. La schiera dei fanti (Sanniti) che scampò alla battaglia, fu ricacciata verso l’accampamento o verso Aquilonia; la nobiltà e i cavalieri si rifugiarono a Boviano. …; il resto della colonna, incolume, com’era naturale in tanta confusione, giunse a Boviano. …, i consoli mossero con le legioni in direzioni opposte, Papirio ad assalire Sepino, Carvilio ad assalire Velia.

Gli avvenimenti successivi: Papirio a Sepino incontrò più forte resistenza da parte del nemico.

La narrazione di Gaio Papio Mutilo è difforme da quella dello storico romano: ricorda Cominio, ma sostituisce  (nel glossario del romanzo non c’è una spiegazione) Aquilonia con Akudunnio, corruzione della leggenda Akudunniad di una moneta coniata nel III sec. a. C., attribuita da Devoto alla città di Aquilonia degli Irpini.

Aquilonia è ricordata nella pagina successiva (169), quando La stessa città venne assediata, ma non c’è il riferimento a Boviano e Sepino che Livio ricordò perchè coinvolte nella guerra.

Al contrario, nel romanzo storico leggiamo (pag. 169): I Sanniti uscirono sconfitti e molti loro soldati e cavalieri si rifugiarono nella vicina Città del Toro. “Ma non fu una fuga” ripete più volte Papio, che volle spiegare a Marzio come si ritenne, a un certo punto dello scontro, di raggiungere la capitale per aiutarne le difese, vista la situazione dell’ormai perduta Aquilonia.

La Città del Toro, nel glossario del romanzo storico è un Nome di fantasia, per Tito Livio la città era Boviano nel territorio dei Pentri.

Ancora oggi,  Aquilonia ricordata da Livio, non è stata localizzata ed identificata con esattezza, l’autore del romanzo storico non ha ritenuto opportuno informare il lettore, ma ha preferito localizzarla, legandola alla Città del Toro, nel territorio Alto Sannio che non è esistito.

Proseguendo nella lettura del romanzo storico (pag. 173), finalmente il racconto di Gavo Papio Mutilo permette di localizzare Alto Sannio: I più indomiti tra i Carricini si ribellarono di nuovo, si diedero alla macchia e alla guerriglia, sotto la guida di un abile comandante di nome Lollio. Ancora anni di sangue; alla fine i Carricini ribelli furono debellati fin quasi a sparire come touto. Loro, che erano stati i primi, l’origine di tutti i popoli sanniti. Nei territori che lasciarono liberi, come quello di Aufidena, si stanziarono in seguito i Pentri. Anni dopo venne il re dell’Epiro a sostenere Taranto contro Roma e i Safinos di allearono con lui.

Ed ancora (pag. 296): “Aufidenas, la gloriosa, è l’estremità occidentale della pianura che vedi, dove il Sagro sbocca sotto il monte Curino. Fu la comunità più importante dei Carricini, per divenire poi pentra. Ricordi? te ne ho parlato”.

Salmon: Vi fu in realtà un’ultima esplosione di violenza, ma di breve durata. Nel 269 uno dei Carecini portato a Roma come ostaggio, un certo Lollio, riuscì a fuggire, tornò alle natie montagne e qui fomentò una rivolta, arroccandosi in una fortezza dalla quale contava di organizzare una sorta di guerriglia contro i Romani. Entrambi i consoli del 269, Q. Ogulnio Gallo e C. Fabio Pittore, dovettero impegnarsi per soffocare il movimento, ma i Carecini finirono per pagare la loro ribellione a caro prezzo: i capi della rivolta vennero giustiziati e i ribelli venduti come schiavi.

Dove erano stanziati i Carecini?

La Regina: I Carricini erano dunque un gruppo etnico sannitico che occupava il territorio ubicato alla sinistra del Sangro, a nord di Quadri, nell’odierno Abruzzo. Plinio non li confonde con i Pentri, e li menziona a parte tra i Frentani.

E’ antistorico il racconto di Gaio Papio Mutilo: Loro, che erano stati i primi, l’origine di tutti i popoli sanniti. Nei territori che lasciarono liberi, come quello di Aufidena, si stanziarono in seguito i Pentri; e “Aufidenas, la gloriosa, è l’estremità occidentale della pianura che vedi, dove il Sagro sbocca sotto il monte Curino. Fu la comunità più importante dei Carricini, per divenire poi pentra

L’origine dei popoli Sanniti che gli storici identificano con i Carecini, i Pentri, gli Irpini ed  i Caudini è legata alla migrazione che accomunava tutte i popoli italici, ed avvenne in seguito al rito del ver sacrum, partendo dalla Sabina, verso  alcuni territori della penisola italica centro-meridionale.

I Pentri, dopo la sconfitta dei Carecini, non si stanziarono Nei territori che lasciarono liberi, come quello di Aufidena: il territorio di  Alfedena, era sempre stato parte integrante della touta dei Pentri.

Inoltre non è esato il ricordo (pag. 173) dell’alleanza con Pirro: Anni dopo venne il re dell’Epiro a sostenere Taranto contro Roma e i Safinos di allearono con lui.

Pirro era giunto in Italia nell’anno 280 a. C.; la ribellione dei Carecini avvenne 11 anni dopo, nel 269 a. C..

Proseguendo nel racconto (pag. 296), il vecchio Gaio Papio Mutilo disse: Aufidena, la gloriosa, è all’estremità occidentale della pianura che vedi, dove il Sangro sbocca sotto il monte Curino. Fu la comunità più importante dei Carricini, per divenire poi pentra.

Al punto in cui è giunto il racconto di Gaio Papio Mutilo, risulta chiaro che il suo errore ha condizionato la parte storica del romanzo: pur essendo un embratur pentro, ignorava che Aufidena era stata sempre nel territorio della touta dei Pentri e non in quella dei Carecini, il cui territorio è stato localizzato più a nrod-est, da La Regina e da autorevoli storici.

Per porre fine alla disquisizione, una breve analisi sulla Guerra Sociale o Guerra Italica ricordata da Gaio Papio Mutilo (pag. 341): Silla quando prese la Città del Toro sacro per il tradimento di pochi che gli dei Safinos hanno già maledetto.

In base a ciò che hanno tramandato gli storici antichi e quanto hanno pubblicato gli storici e gli studiosi moderni, Alto Sannio, che non è mai esistito se non nel romanzo storico, non vide la presenza di Silla.

Appiano (II sec.) scrisse che Silla operava nella regione sud, mentre Pompeio Strabone combatteva a nord: Silla mutando luogo mosse l’armi contro Buani (Boviano). Era la città molto bella, e guardata da tre fortezze. Onde Silla mandò alcuni soldati innanzi: e comandò che si studiassero di insignorarsi d’una delle tre rocche, e poi facessero il cenno del fuoco. Veggendo Silla il fumo assaltò i nemici, e combattendo per lo spazio di tre ore continue, prese la città.

Non esisteva la Città del Toro, non ci fu tradimento da parte degli Italici, Gavio Papio Mutilo avrebbe potuto raccontare ciò che era veramente accaduto, visto che da eroe sconfitto dovette rifugiarsi in Isernia che, dopo Corfinio e Bojano, divenne la terza capitale della Lega italica.

Il romanzo storico avrebbe permesso al lettore di conoscere i ricordi dell’eroe pentro Gaio Papio Mutilo attraverso una storia inventata, ma alcuni commenti hanno finito per creare delle gratuite deduzioni e dei facili entusiasmi.  

Oreste Gentile.

VITELIU – ROGER DE MOULINS – I TEMPLARI: VOGLIONO RISCRIVERE LA STORIA DEL MOLISE.

gennaio 5, 2013

Da poco tempo diversi studiosi si stanno interessando alla Storia del Molise.

Per il periodo medioevale hanno dichiarato: Grazie ad una ricerca approfondita, all’ interpretazione di simbologie, di documenti originali dell’epoca, di carteggi privati, di riscontri storici si sta cercando di riscrivere la storia del popolo molisano, di valorizzare i borghi storici e ridare dignità ed importanza agli innumerevoli tesori culturali ed artistici che il Molise conserva; per il periodo italico vogliono restituire al Molise il posto che merita nella storia antica e all’Italia un tassello prezioso del suo essere nazione.

Non si può riscrivere la Storia medioevale del Molise basandola sulla vicenda di Roger de Moulins: un personaggio che non è mai stato presente nella contea di Bojano, poi detta di Molise, governata dai conti de Molinis/de Molisio, né era un loro consanguineo.

E’ falso anche sostenere che la famiglia dei de Molinis/de Molisio, giunti dalla Normandia in Italia prima dell’anno 1053, erano dei Cavalieri Templari: l’ Ordine dei Cavalieri Templari nacque in Terrasanta tra gli anni 1118-1119, circa 65 anni dopo che i de Molinis/de Molisio avevono il possesso nella contea di Bojano.

Per quanto riguarda la Storia del periodo italico, il romanzo storico Viteliù. Il nome della libertà, non può riscrivere la Storia del SANNIO e del popolo dei Sanniti-Pentri.                                                                                                                                                                                               

E’ un romanzo storico che illustra, diciassette anni dopo quei tragici eventi, una vicenda ispirata alla Guerra Sociale: il principale protagonista che, scrisse Salmon scomparve a Nola, nell’ 80 (a. C.), quando era pienamente un cittadino romano,  è il fantasma di Gaio Papio Mutilo, condottiero di origine, come sostiene l’autore del romanzo, pentra e toutico dei Pentri, ma non dei Carricini.

Il racconto che Gaio Papio Mutilo fa nel romanzo storico sconvolge la Storia del Molise, all’epoca abitato dai Sanniti-Pentri e dai Sanniti-Frentani di Larino, e genera delle gratuite deduzioni e dei facili entusiasmi.

Il MOLISE: il territorio dei PENTRI (rosso) + il territorio dei FRENTANI di Larino ( a ds., nero).

Il MOLISE: il territorio dei PENTRI (rosso) che comprendeva alcuni centri (Alfedena, Castel di Sangro) oggi in prov. de L’Aquiala ed altri (punto rosso) oggi in prov. di Chieti + il territorio dei FRENTANI di Larino ( a ds., nero)

Nel romanzo è stato evidenziata l’ origine e lo stanziamento delle tribù che occuparono i territori centro-meridionali della penisola italica dopo il rito del ver sacrum che, come tramandano tutte le fonti classiche, fu celebrato nella SABINA.                                   

Devoto, ricordando Catone, scrisse: la tradizione più antica considera infatti come centro di diffusione delle popolazioni italiche il territorio intorno al lago sacro di Cotilia. (…) Il carattere sacro del luogo, l’affermazione dell’importanza della vicina città di Cotilia come centro degli Aborigeni, rendono sicuro il fatto che gran parte delle popolazioni italiche che si son diffuse dall’ Abruzzo sono nate da <veria sacra> ordinati in questo centro d’ Italia.

La pianura presso il lago di Cotilia.

La pianura presso il lago di Cotilia.

Dalla SABINA, intorno all’ VIII sec. a. C., a causa di un aumento demografico, gruppi di giovani Sabini, detti Sabelli guidati da un condottiero e seguendo, ricorda la leggenda, un animale sacro al dio Ares (Marte dei Romani), ma verosimilmente seguirono uno stendardo con l’effige dell’ animale, si diressero verso i territori centro-meridionali della penisola italica per creare nuovi insediamenti, indipendenti tra loro e dalla madre-patria.

Dai Sabini/Sabelli si originarono i Safini/Sanniti (epigrafe di Penna S. Andrea, di Fara Sabina e di Pietrabbondante) che nei nuovi territori occupati si identificarono: PiceniMarrucini, Peligni, Marsi, Aequi, Frentani, Vestini, Pentri, Carecini o Carricini, Irpini, Caudini Lucani.

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La regione dei SABINI (giallo) e  le direzioni dei SABINI/SABELLI dopo il rito del “ver sacrum”.

Gli animali (o l’ effigie sullo stendardo) seguito dai giovani emigranti diedero il nome alle nuove popolazioni: il picchio per i Piceni; il cavallo per gli Aequi; il lupo per gli Irpini ed il Lucali, i Marruccini ed i Marsi derivarono il nome dal dio ARES/Mamerte; la dea Vesta per i Vestini; i Frentani ed i Caudini dal nome di una città omonima già esistente; Salmon scrisse: i Pentri dal celtico pen-,  <sommità> e per i Carecini dal celtico carreg- e car-, <roccia>.

Dalla migrazione sabina/sabella nacque, come scrisse Pallottino, la prima Italia.

Salmon, precisò: Comunque, per evitare confusioni,  <Sanniti> non verrà usato come termine generico, anche se spesso così fecero gli scrittori antichi. In questo studio, il termine  <Sanniti> significa sempre gli abitanti del Sannio, i Sabelli per eccellenza.
Il Sannio era l’altopiano interno al centro dell’Italia meridionale delimitato a nord dal fiume Sangro e dalle terre dei Marsi e dei Peligni, a sud dal fiume Ofanto e dalle terre dei Lucani, ad est da Tavoliere di Puglia e dalle terre dei Frentani, e ad ovest dalla Pianura Campana e dalle terre degli Aurunci, Sidicini e Latini.

Aggiunse: La terra dei Caudini (Sannio occidentale); la terra degli Irpini (Sannio meridionale) e la terra dei Carecini e dei Pentri (Sannio settentrionale).

Il territorio della tribù dei PENTRI (rosso).

Il territorio della tribù PENTRA o PENTRICA (rosso) che con il territorio dei CARECINI era considerato il SANNIO SETTENTRIONALE.

Salmon descrisse il Sannio settentrionale, formato dal territorio dei Carecini, con le città di Cluvia e Juvanum, oggi è in Abruzzo, provincia di Chieti, ed il territorio molto più esteso dei Pentri, oggi nella provincia di Isernia, in una parte della provincia di Campobasso e nella provincia di L’Aquila (Alfedena e Castel di Sangro) e nella provincia di Chieti (Castiglione M.M., Schiavi d’Abruzzo e Torrebruna).

Non è esistito Alto Sannio che, come scrive l’autore del romanzo storico, possono definirsi così i territori fra l’ alta e media valle del Sangro e l’ alta valle del Trigno. Cuore dell’ Alto Sannio – oggi diviso fra due regioni, l’Abruzzo e il Molise, e quattro province – è il territorio tra Alfedena–Castel di Sangro (Aq) e Agnone-Pietrabbondante (Is) definibile come l’ area genetica delle genti sannite. 

L’ Alto Sannio non è mai esistito, come più volte è stato ricordato nel volume Viteliù. Il nome della libertà: avrebbe dovuto essere la <culla> di una etnia a cui l’autore del romanzo storico non dà un nome e che la Storia non localizza, identifica.

Dovrebbe corrispondere, come si legge nel romanzo, ad un territorio da cui successivemente, a causa di un aumento demografico Venne dunque il tempo della migrazione dei giovani che si sarebbero chiamati Pentri dal fatto che provenivano da luoghi elevati. Dai nipoti dei nipoti dei Vitelios fu occupato il Monte  Tiferno.

La Storia insegna che i Pentri ebbero una origine diversa ed è certo che non furono i Vitelios ad occupare il Monte Tiferno.

I Vitelios non era stanziati nell’ Alto Sannio perchè era Un’ antica tribù protolatina, che occupava una parte imprecisata dell’ odierna Calabria, portava un nome che doveva sonare approssimativamente come VITELOI e Aristotele ha conservato in greca: Italoi. Questo nome vien derivato da Ellanico dal nome indigeno del vitello, passato in greco della forma non dorica priva del  v-  iniziale, italoi: secondo Varrone secondo il significato di <boves>.

L’ area genetica delle genti sannitiche era stata la SABINA, una regione al centro della penisola italica, compresa tra le attuali città di Rieti, L’Aquila ed Ascoli Piceno.

Dai Sabini/Sabelli si originarono, senza soste intermedie, i Safini/Sanniti che nei nuovi territori occupati si identificarono come: Piceni, Marrucini,Peligni,Marsi, Aequi, Frentani, Vestini Pentri, Carricini, Irpini, Caudini, Lucani.

Le tribù che, partendo dalla SABINA, si formarono dopo il rito del "ver sacrum".

Le tribù che, partendo dalla SABINA, si formarono dopo il rito del “ver sacrum”.

Salmon scrisse: La tradizione vuole che i primi sacrati a stabilirsi nel Sannio fossero condotti da un <Comius Castronius> e da un toro a Bovianum, che divenne la culla della loro nazione.

I Sabini/Sabelli che a causa dell’alta natalità furono costretti ad emigrare, non avrebbero scelto un territorio simile a quello natio, se non addirittura migliore per soddisfare le loro esigenze ?

Una vasta pianura che è posta a settentrione della montagna del Matese, ricca di acque, idonea alla coltivazione, alla pastorizia ed i boschi e le montagne per difenderla, non era/è simile al territorio che avevano abbandonato ?

La città di Bojano alle falde del Matese settentrionale e la sua vasta pianura.

La città di Bojano alle falde del Matese settentrionale e la sua vasta pianura.

Non aveva/ha le stesse caratteristiche morfologiche del territorio dove era stata fondata Rieti, la loro capitale di origine ?

RIETI, la capitale dei SABINI e la sue pianura.

RIETI, la capitale dei SABINI e la sue pianura.

Non era/è simile al territorio più o meno pianeggiante, dove i consanguinei Sabelli avevano fondato Ascoli Piceno, capitale dei Piceni; Alba Fuces degli Aequi, Sulmona dei Peligni; Penne dei Vestini; Juvanum (Montenerodomo) dei Carecini; Chieti dei Marrucini; Marruvium (San Benedetto dei Marsi) dei Marsi; Benevento degli Irpini e Caudio (Montesarchio) dei Caudini ?

Avrebbero scelto un territorio privo di una vasta pianura, ricco di colline più o meno elevate, quale era/è l’ area che è stata chiamata impropriamente Alto Sannio ?

Il territorio montuoso-collinare dell' "Alto Sannio".

Il territorio montuoso-collinare dell’ “Alto Sannio”.

Le capitali delle tribù del SANNIO, al pari delle capitali e dei centri più importanti dei loro consanguinei Safini, furono fondate alle falde di un massiccio montuoso idoneo alla difesa, al rifugio, al controllo ed alle comunicazioni visive.

Nel SANNIO settentrionale: la Maiella per Juvanum (Montenerodomo) ed il popolo Carecini; il Matese, versante nord, per Bojano ed i Pentri; il versante sud era per i Caudini che vivevano nella pianura telesina; il Taburno per Benevento e gli Irpini, nonché per Montesarchio/Caudio ed i Caudini che vivevano nei pressi della capitale.

La MAIELLA (1). Il MATESE (2). Monte TABURNO (3).

La MAIELLA (1). Il MATESE (2). Monte TABURNO (3).

I tratturi che avevano permesso le migrazioni verso le nuove terre, divennero vie di comunicazione che permisero di incrementare gli scambi commerciali con le altri popoli.

Salmon ricordò che Il più famoso parte dal territorio dei Pentri e raggiunge la Puglia dopo aver toccato Bovianum, Beneventum, Aequum Tuticum e Gerunium.

Si tratta in realtà di due tracciati: il primo corrisponde alla Minucia, via consolare romana che da Corfinium giungeva a Brindisi, seguendo il tratturo denominato Pescasseroli-Candela; il secondo segue il tratturello Matese-Cortile-Centocelle che, incrociando i tratturi Castel di Sangro-Lucera e Celano-Foggia, raggiungeva Geronio (presso Casacalenda) nei Frentani di Larino e poi il centro dauno di Teanum Apulum (San Paolo di Cividate, prov. di Foggia).

I percorsi dei TRATTUTI (verde).(1) Pescasseroli-Candela. (2) Castel di Sangro-Lucera. (3) Celano-Foggia. (4) Matese-Cortile-Centocelle.

I percorsi dei TRATTUTI (verde).
(1) Pescasseroli-Candela. (2) Castel di Sangro-Lucera. (3) Celano-Foggia. (4) Matese-Cortile-Centocelle.

La via consolare "MINUCIA" (verde). L'APPIA (rosso). La via consolare "LATINA" (azurro). Raccordo della via "LATINA", presso S. Pietro Infine  con la città di Venafro, fino ad Isernia, via "MINUCIA".

La via consolare “MINUCIA” : Corfinio, Isernia, Bojano, Equo Tuticum-Venosa e la via da Bojano a Gerione e Teanum Apulum.

Festo ha tramandato che il ver sacrum di un gruppo di settemila uomini di origine sabina, con la guida di Cominius Castronius partirono alla volta di un colle chiamato Samnius.

Diodoro Siculo, descrivendo le guerre tra i Sanniti ed i Romani, ricordò un colle chiamato Sacro nel territorio del SANNIO.

Un colle chiamato Samnius ed un colle chiamato Sacro: gli storici ricordarono 2 colli posti in zone diverse o un colle che per la sua particolare etimologia e per la sua particolare localizzazione ebbe un ruolo importante nella Storia dei Sanniti ?

Colle chiamato Samnius: Se la tradizione vuole, come scrisse Salmon, che i primi sacrati a stabilirsi nel Sannio fossero stati condotti da un <Comius Castronius> e da un toro a Bovianum, che divenne la culla della loro nazione, il colle chiamato Samnius  potrebbe localizzarsi ed identificarsi con l’attuale Civita Superiore di Bojano dove fu fondata dai giovani Sabini/Sabelli la capitale-la città madre della tribù dei Pentri che domina, difende e controlla la vasta pianura.

Il territorio impropriamente denominato Alto Sannio faceva parte della tribù dei Pentri.

Dal colle chiamato Samnius dove fu fondata  la capitale-la città madre, i giovani migranti Sabini/Sabelli derivarono il nome SANNIO per identificare il vasto territorio in cui si erano insediati i Carecini, gli Irpini ed i Caudini.

Un avvenimento analogo era avvenuto a Bojano verso la fine del XII secolo e precisamente nell’anno 1142, quando la famiglia Molinis/de Molisio, titolare della contea di Bojano, dal proprio cognome fece derivare il nome MOLISE

Un colle chiamato Sacro: perché Sacro ?

All’ epoca dei primi insediamenti, ma anche nelle epoche successive, i confini per delimitare i territori della singole tribù erano considerati sacri ed inviolabili; come furono scelti e fissati i confini del territorio dei Pentri ?

Non dalla collina dove sorgeva BOVAIANOM, ma dalla cima più alta che la sovrasta, denominata monte Crocella, già colle pagano, a mt. 1070 s.l.m., posta sul versante settentrionale delle falde del Matese, lo sguardo spazia da ovest verso est, oltre la vasta pianura, sulle cime delle montagne e delle colline che, per la loro caratteristica orografica, potrebbero essere state scelte come i capisaldi di confine tra il territorio dei Pentri e quello dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani di Larino, dei Dauni, degli Irpini e dei Caudini.

Da colle pagano, ad occhio nudo, si domina tutto il territorio dei Pentri; su colle pagano, ancora oggi, si può ammirare, scrive La Regina Un recinto di mura quasi circolare, dal perimetro di circa 110 metri,  che racchiude un’area di quasi 900 mq.. E’ evidente che l’altura così fortificata doveva servira da base permanente per un presidio militare con compiti di avvistamento e, in caso di assedio della città, di difesa della strada di accesso all’area.

monte Crocella, Civita Superiore di Bojano e la città con la sua pianura.pianura

monte Crocella, Civita Superiore di Bojano e la città con la sua pianura.

monte Crocella, perticolare della cima con la fortificazione sannitica. (vista da sud).

monte Crocella, perticolare della cima con la fortificazione sannitica. (vista da sud).

In base ai dati archeologici e geografici possiamo ritenere che dalla sommità del colle chiamato Samnius o colle chiamato Sacro, definizione dovuta alla sacralità della cerimionia della scelta dei confini, volgendo le spalle al Matese, confine tra i Pentri, gli Irpini ed i Caudini, muovendo lo sguardo all’ orizzonte da ovest verso est, si vedono le cime che divennero i capisaldi di confine, sacri ed inviolabili: Le Mainardi, monte Greco e monte Arazzeca con il territorio dei Peligni; colle d’Albero per i Carecini; Serra Guardiola di Guardialfiera per i Frentani di Larino; Pietracatella, prossima ai confini con i Dauni ed infine i monti degli Irpini, presso Montefalcone Valfortore.

da monte Crocella, panorama verso ovest.

da monte Crocella, panorama verso ovest.

monte Crocelle, panorama verso nord

monte Crocelle, panorama verso nord; all’orizzonte i capisaldi di confine di Colle d’Albero ed i monti di Schiavi d’Abruzzo. La vasta pianura ed in lontanaza la fortificazione di Duronia.

da monte Crocella all'orizzonte nord-est la cima di Serra Guardiola diGuardialfiera ed a ds. le cime prosime a Casacalenda.

da monte Crocella all’orizzonte nord-est la cima di Serra Guardiola di
Guardialfiera ed a ds. le cime prosime a Casacalenda.

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monte Crocella: in primo piano monte Vairano con
l’insediamento della sannitica AQUILONIA.

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da monte Crocella: la fortificazione di monte Saraceno di Cercemaggiore ed i monti degli Irpini.

Monte Crocella o la collina dove più in basso sorgeva BOVAIANOM, gode di un’altra prerogativa: sarà casuale, ma tracciando una circonferenza con il centro su una delle due località e con un raggio di circa 45 km., esse sono equidistanti dai capisaldi dei confini e dalle città di Benevento, capitale degli Irpini, da Caudio (Montesarchio) capitale dei Caudini, dalla città di Capua/Santa Maria Capua Vetere e Teanum/Teano capitale dei Sedicini.

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Le equidistanze di monte Crocella o della città di Bojano dai capisaldi di confine e dalle capitali delle tribù degli Irpini, dei Caudini, dei Sedicini e dalla città dell’antica Capua.

Quanto illustrato dimostra che la scelta era la più idonea per fondare la capitale, la città-madre del popolo dei SannitiPentri, sulla sommità della collina dell’ odierna Civita Superiore di Bojano, posta a settentrione del Matese, per controllare e difendere la vasta pianura ricca di acqua che favoriva più di altri territori l ‘agricoltura, l’ allevamento del bestiame e le comunicazioni, facilitate dai tratturi Pescasseroli-Candela e Matese-Cortile-Centocelle, nonchè dalla via consolare Minucia (Corfinio- Brindisi) e la via per Teanum Apulum, verso la costa Adriatica.

Una città che nella tradizione del ver sacrum, il rito che diede origine ai popoli della prima Italia, fece un’ eccezione: i popoli italici che si originarono dalla migrazione dei Sabini /Sabelli, giunti nel territorio prescelto per il loro insediamento, derivarono il nome della loro tribù
dalla specie dell’ animale che aveva fatto loro da guida: il picchio, per i Piceni, il lupo per gli Irpini etc.; il nome di una città forse per i Frentani, ma certamente per i Caudini; solo BOVAIANOM, la capitale, la città-madre, ma non la tribù, derivò il nome dal bue sacro al dio Ares.

Tutte le città, tutti i paesi e tutte le località più piccole del Molise hanno una loro Storia documentata dai reperti archeologici e dalle fonti bibliografiche di ogni epoca; l’ <invenzione> di avvenimenti non documentati o mai accaduti non dà loro vantaggio, ma può creare facili entusiasmi ed offendere l’intelligenza del lettore ignaro.

Oreste Gentile.