Archive for febbraio 2016

PER PREVENIRE E CURARE LA “sindrome viteliu”.

febbraio 5, 2016

Prevenire e curare la < sindrome viteliu > si può!

La prevenzione e la cura non invasiva per ostacolare la diffusione della < sindrome viteliu >, esistono e si possono avvalere della lettura delle fonti bibliografia antiche e recenti, nonché con la conoscenza delle nuove scoperte archeologiche.

Proporre vecchi studi, vecchie ipotesi o costruirne di nuove, può solo alimentare facili entusiasmi, ma mortifica la Storia, quella vera.

Se la verità non dovesse esistere, che almeno non si inquinino le poche certezze!

Sabatino Moscati (1999): ed è particolarmente significativa anche la cronologia, l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano.

V’è, anzitutto, materiale di corredo femminile in bronzo, costituito da fibule ad arco con appendici in forma di ghiande, anelli e bracciali riccamente lavorati. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica. Successivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie.

 

 

mmmm

VER SACRUM migrazione dei SABINI/SABELLI/SANNITI.

GRANDE STORIA

mmm

Il territorio (rosso) dei SANNITI PENTRI oggi diviso tra le prov. di IS CB CH e AQ.

 

mmm

Localizzazione (rosso N) della necropoli sannitica pentra scoperta da A. Del Pinto.

                                                                                                REPERTI

mmm

Fibula ad arco serpeggiante con appendici a ghiande.

 

mmm

Anelli ad astragali

 

mmmm

Bracciale ad astragali.

 

mmmm

Bracciali a con 20 spirali, a 9 spirali, a 19 spirali.

mmmm

                                     Bacini.

 

mmm

                  Cinturoni (2 tipi).

 

mmmmm

Cinturone. Forma rettangolare, con ganci a “cicala” fissati alla lamina mediante chiodini.

 

mmm

Particolare dei ganci di cinturone a testa di animale stilizzato.

 

mmmmm

Cuspidi di lancia.

 

 

mmm

Cuspide di giavellotto.

mmmmm

Punta di lancia e coltello.

 

mmmmmm

  Boccaletto di impasto con cordoni applicati.

 

mmmmmm

(didascalie prof. G. De Benedittis).

Oreste Gentile

 

Annunci

PAPA CELESTINO V: LE ULTIME “BUFALE” !

febbraio 3, 2016

Recentemente, per creare una maggiore confusione nella già confusa vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, hanno scritto che nacque in Terra di Lavoro , ma Terra di Lavoro  non identifica il Comitatus Molisii dove ebbe i natali il famoso frate eremita.

Terrae Laboris ed il Comitatus Molisii erano sempre state due entità territoriali distinte: la prima corrispondeva al Principato di Capua, la seconda alla Contea di Boiano, denominata per volere di re Ruggiero II, contea Mulisium (1142).

Lo "JUSTITIARIATO TERRA/AE LABORIS ET COMITATUS MOLISII"

Lo JUSTITIARIATO TERRA/AE LABORIS ET COMITATUS MOLISII. ( Il territorio del Comitatus Molisii in alto a ds.)

Con Federico II le funzioni svolte dai conti al tempo dei re normanni, specialmente nell’ambito della giustizia, subirono una revisione: l’imperatore e non più i conti, volle nominare i giustizieri.

In alcuni casi mentre la formazione territoriale di una contea si manteneva, la carica veniva lasciata vacante: la contea di Molise, ad esempio, divenne un’appendice della provincia di Terra di Lavoro, e in tal modo venne amministrata dai giustizieri di Federico.

Nell’anno 1240, Napoli era il capoluogo regionale per la Terra di Lavoro, il Molise, il Principato e la << terra beneventana >>; ovvero, i territori della Terrae Laboris e del Comitatus Molissi avevano sì un unico giustiziere, ma due feudatari.

Il feudatario del Comitatus Molisii all’epoca (1209/10-1296) di Pietro di Angelerio era la contessa Giuditta, figlia del conte Ruggero che aveva portato in dote la contea a Tommaso da Celano, figlio del potente conte Pietro da Celano.

Dopo alterne vicende che videro il conte Tommaso contrapposto a Federico II, gli successe il figlio Ruggero alla cui morte, avvenuta alla fine del dicembre 1282, la contea di Molise fu amministrata dalla curia reale e non venne più concessa ad alcun conte, essendo stata, per un tempo molto lungo, il rifugio dei ribelli e degli eretici, e Carlo, il re angioino, era deciso a non più esporsi a simili pericoli. Gli eretici furono trattati con grande severità.

In contrapposizione alla dottrina diffusa dagli eretici, nella contea di Molise si incoraggiarono gli eremitaggi dei Celestini.

Sia chiaro: all’epoca di Pietro di Angelerio, papa Celestino V, esisteva lo Justitiariato Terrae Laboris et Comitatus Molisii, costituito da due territori distinti; è certo che il papa nacque nel Comitatus Molisii dove si localizzavano la civitas di Isernia ed il castrum Sancto Angelo (Sant’Angelo Limosano).

Per quanto riguarda l’amministrazione ecclesiastica, le diocesi episcopali nel Comitatus Molisii erano presenti nelle civitas di Venafro e di Isernia, pertinente al metropolita di Capua, mentre quelle di Trivento, Bojano, Limosano (per breve tempo), di Larino e di Termoli al metropolita di Benevento.

Il territorio delle contee di Venafro (1), contea di Isernia (2), contea di Trivento (3) e contea di Bojano 4) avevano fatto (anno 667) parte del gastaldato di Alzecone, Divennero (anno 897?) 4 contee autonome. Nel territorio frentano furono istituite la contea di Termoli (4) e la contea di Larino (5).

La diocesi di Venafro (1), la diocesi di Isernia (2), la diocesi di Trivento (3) la diocesi di Termoli (4), la diocesi di Larino (5) e la diocesi di Bojano (6) .

Non è vero che Federico II, in una delle sue visite, nel 1220, incontra il giovane Pietro Angelerio, allora di anni 10, inviato lì a studiare perché rimasto orfano in tenera età.

L’unica certezza è la presenza di Federico II a Capua nel dicembre del 1220; partito da Augusta dopo un viaggio faticoso, privo di soste, senza possibilità di riposo, nemmeno a Roma, figuriamoci una sosta nel monastero della Ferrara lontano dalla via Appia e dalla via Latina e incontrare (perché?), un fanciullo di 10 anni.

Vogliono scherzare ?

Quale biografo ha ricordato la presenza del fanciullo Pietro in un monastero tanto lontano dal suo paese di origine e l’incontro con l’imperatore ?

TUTTE le biografie antiche e contemporanee ignorano i due avvenimenti, mentre concordano e ricordano che per la prima volta, all’età d’anni sedici in circa, scrisse Marini (1630), il più attendibile tra i suoi biografi; confermarono: Telera (1648), copiando Marini, e Spinelli (1663): In età percciò di sedici anni, pigliasse, come scrisse Marini, l’habito e l’ordine di San Benedetto in qualche Monastero più vicino alla sua patria, il qual forse fù quello di Santa Maria in Faifoli nella Diocesi di Benevento, dove egli poi fù fatto Abbate.

Telera scrisse: si condusse al Monastero di S. Maria in Faifoli dell’Ordine Benedettino Diocesi di Benevento, e quivi vestì l’abito, fece il Noviziato, e a suo tempo la professione di Monaco.

Confermò Spinelli, ed allora, che < c’entra > il monastero della Ferrara ?

L’articolo continua: Nulla si sa sulla sua estrazione sociale. I più ritengono i genitori contadini, ma i più attenti ritengono che la famiglia sia di nobili origini, cosa desunta dal cognome della madre “de Leoni” probabilmente apparentata con i regnanti di Spagna e di Francia.

Continuano  a scherzare ?

Pietro sarebbe nato in una famiglia di nobili origini ed apparentata con i regnanti di Spagna e di Francia ?

Marini: Erano di mediocre fortuna. […]. Si pativa la fame una volta in quel paese per la penuria del formento …. E particolarmente pativa assai la numerosa famiglia di Maria, non avendo in casa ne anco pur un puochetto di farina, ò di frumento per mantenerla.

Telera: I genitori di lui furono Angelerio e Maria, di bontà eminenti, benchè di fortuna non molto sublimi.

Il poetico Spinelli, descrisse l’avvenimento: finito il frumento, ogni altri biada mancata; i legumi venuti meno; l’immondo cibo delle ghiande, dalla concorrenza, altresì, reso in penuria; l’ultimo sussidio dell’herbe, anche selvaggie. omai desolato …..; in sì disastroso frangente, Maria mantenutasi colla sua casa per buona pezza col moderato sussidio del proprio granaio, alla perfine anch’ei vuotato, videsi pur ’ella co’ suoi figli fatta bersaglio degli affamati rigori, altresì condennata alla miseria comune …..

CHIARO ?

Un cognome per Pietro: de’ Leoni ?

Marini, Telera, solo Spinelli fu l’unico, sottolineo unico e solo tra i biografi, a scrivere: Hebbero in sorte Angelerio, e Maria de’ Leoni d’esser di sì gran pianta fortunate radici; nacque da due Leoni un’Agnello.

Tutte le altre biografie, a partire da J. C. Stefaneschi (1296-1314), dalla cosiddetta Autobiografia (1400), da Pedro de Alliaco (1326-1474), Stefano di Lecce (1471-1474), Notturno Napolitano (1520), Tiraboschi (1400), Platina (1479), Bullario (1741), Ciarlanti (1640-1644), ignorarono l’esistenza del cognome de’ Leoni.

Qualche storico contemporaneo ha condiviso l’opinione di Spinelli, ma, leggendo con attenzione la frase, appare chiaro che il biografo non intendeva dare un cognome a Maria, ma con de’ Leoni aveva fatto riferimento ad entrambi i genitori e come era nel suo stile, volendo rendere più < poetica > la descrizione, finì per paragonarli a (i) Leoni, ricorrendo al sostantivo figurativo plurale de’ Leoni, tant’è che ritenne Pietro un agnello che nacque da due Leoni.

Scrisse Marini: il cognome della famiglia d’Angelerio non fù scritto da alcuno, aggiungendo chiaramente perché non si creassero equivoci: e se in alcuna scrittura si trova alcuno de i nepoti nominato di Angelerio (non de’ Leoni) facilmente sarà il nome del Padre ò dell’Avo, come si usa in quei paesi, ne i quali il nome del padre ò dell’Avo serve per cognome: Et al nostro Pietro non fù apposto mai altro cognome overo agnome, che quello del Morrone, il quale fu acquistato da lui stesso, come si dirà appresso.

Più chiaro di così !

Non c’è posto per fantasiose interpretazioni !

Quale nobiltà, quale apparentamento con i regnanti di Spagna e di Francia ?

Tutte le biografie tacciono, ma c’è chi si diverte a creare sempre più confusione nella vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Oreste Gentile.

 

MONTEFALCONE NEL SANNIO non è “MARONEA”.

febbraio 1, 2016

 

mmmm

Montefalcone nel Sannio. Territorio a confine tra i Sanniti Pentri ed i Sanniti Frentani.

Uno dei tanti esempi di come si origina la < sindrome viteliu >.

“”Sul Rocchetta, in una piccola località detta con voce dialettale “Marinera”, si vedono gli avanzi di antiche mura pelasgiche, […]. L’aspetto solenne e venerando di esse, l’inespugnabilità antica del sito, e la fonìa della voce “Marinera” attrassero l’attenzione e l’interessamento dei topografi, dei cultori di memorie patrie e degli archeologi -fra cui il Romanelli e il Corcia-  i quali credettero riscontrare in essa la “Maronea” dei Sanniti: quartiere di tremila numidi di Annibale, assediata dal console Marcello nel 524 di Roma (a 212 a. C.) ed espugnata. Montefalcone, perciò, avrebbe avute le proprie origini dalla forte Maronea; senonchè i predetti autori -in una ai seguaci loro ed al pecorame degli imitatori che ripetono senza esame nè critica- non solo non sciolsero, ma non si proposero nemmeno il quesito se il grande cartaginese si fosse inoltrato nel versante sinistro del Biferno, e lo avesse perfino superato internandosi nel versante destro del Trigno. E la questione, forse, è tutta in ciò. Quelle muraglie possono essere, e sono anzi, vestigia certe di una antica località Sannitica (frentana senza dubbio), ignorata o non ancora identificata; ma dire che sia “Maronea” è per lo meno un’asserzione audace, sebbene la toponomastica dialettale con la voce “Marinera” autorizzi e conforti la congettura.
mmm

Montefalcone nel Sannio: foriticazione di monte Rocchetta/Marinera (?).

Questo era il giudizio di Masciotta ne “Il Molise dalle origini ai nostri giorni” ed.ne 1952, rist.pa 1985.
La < sindrome viteliu > aveva contagiato, a detta di Masciotta, Romanelli e Corcia; ma non solo, aveva contagiato, come scrisse, i loro seguaci ed il pecorame degli imitatori che ripetono senza esame nè critica- non solo non sciolsero, ma non si proposero nemmeno il quesito se il grande cartaginese si fosse inoltrato nel versante sinistro del Biferno.
Masciotta avrebbe potuto curare la < sindrome viteliu > se avesse consultato e pubblicato quanto tramandano le fonti classiche in merito alla presenza di Annibale in Italia; non lo ha fatto e la < sindrome viteliu > si è diffusa anche ai nostri giorni.
Nel Portale Turistico della regione Molise, alla Guida Turistica del Molise, per il comune di Montefalcone del Sannio si legge: […]. Proseguendo ancora lungo la S.S. 650 si incontra lo svincolo per Montefalcone del Sannio, identificata con la città sannita di Maronea, dove il console Marcello avrebbe assediato Annibale.
In un altro sito si legge CENNI STORICI Montefalcone nel Sannio avrebbe avuto origine da Maronea, località individuata sul monte La Rocchetta, Santuario-fortezza, recinta di mura poligone, abitata dagli osco-sanniti nei secoli VI, V e IV a.C. Lo storico romano Tito Livio cita negli Annales libri ab Urbe Condita,  Maronea come teatro di scontri e soste dell’esercito di Annibale in marcia verso Canne (216 a.C.). Ancora oggi sul monte La Rocchetta sono visibili resti di mura ciclopiche-pelasgiche.
Se Masciotta e gli altri autori avessero  con un po’ di buona volontà consultato lo storico latino (A.U.D., XXVII, 1), avrebbero scoperto che il console Marcello non aveva posto alcun assedio ad Annibale nella città di  Maronea e che la città non fu teatro di scontri e soste dell’esercito di Annibale in marcia verso Canne (216 a. C.).
Dall’agosto dell’anno 217 a. C. e per tutta la primavera dell’anno seguente (216 a. C.), Annibale aveva sostato a Gerione, presso l’odierna Casacalenda,  posto a sud-est di Montefalcone nel Sannio ed a confine con la Daunia; da lì trasferì il suo esercito a Canne dove avrebbe sconfitto l’esercito romano il 2 agosto 216 a. C..
Nell’anno 216 a. C., nulla era accaduto nei pressi di Maronea-Montefalcone del Sannio e né mai vi era stato da parte del console Marcello l’assedio ad Annibale.
Livio, per quanto accadde nell’anno 210 scrisse: “In Italia il console Marcello, dopo aver ripreso per tradimento Salapia, strappò con la forza ai Sanniti le città di Marmoree (Marmoreas) e di Mele (Meles). Qui furono sopraffatti circa tremila soldati di Annibale, che vi erano stati lasciati come guarnigione.
Marmoreas e  Meles erano state occupate dai Sanniti, ma quali Sanniti ?
Certamente non erano i Pentri, rimasti fedeli alleati di Roma dopo la sfortunata battaglia di Canne, ma passarono ai Cartaginesi, scrive Livio (XXII, 61) queste popolazioni: Campani, Atellani, Calatini, Irpini, parte dell’Apulia, i Sanniti tranne i Pentri, tutti i Bruzzi i Lucani, e oltre a questi gli Uzentini […]”.
Chi erano i Sanniti presenti nelle di città Marmoreas e Meles?
Non erano i Pentri, né gli Irpini, citati da Livio che li distinse dagli altri Sanniti; potremmo identificarli con i Frentani, con i Peligni, con i Marrucini, con i Piceni etc., consanguinei dei Pentri e degli Irpini per la comune origine Sabina/Sabella/Sannita.
E’ un errore identificare Marmoreas con Montefalcone nel Sannio di cui ancora si ignora l’antico nome, che si localizzava nel territorio dei Pentri, nei pressi del confine con i Frentani di Larino.
mmmm

Localizzazione (freccia rossa) di Montefalcone nel Sannio nel territorio dei Sanniti Pentri.

L’intervento del console Marcello avvenne dopo 6 anni dalla battaglia di Canne, nel territorio dei Dauni e con la riconquista della città di Salapia, la cui localizzazione permette di avanzare un’ipotesi per identificare Marmoreas e Meles con la località di Monte Marano, in territorio Irpino, posto al controllo della via Appia, e con Montemilone, nei pressi di Venosa, a confine dei territori dei Dauni e dei Lucani.
mmmm

Il territorio di Montemarano.

mmmmm

Il territorio di Montemilone.

Oreste Gentile.