I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Introduzione. Regione Campania.).

Quando ho iniziato questa ricerca non sapevo che esistesse una così vasta lettaratura sull’arte di fondere le campane; la mia curiostà era dovuta alla sostituzione del vecchio < campanone > della chiesa di S. Maria delle Grazie in civita Superiore di Bojano (CB) con uno fuso, al pari del primo, dalla famosa Fonderia Pontificia dei Fratelli Marinelli con sede nella città di Agnone.

Già da piccolo aveva assistito alla sostituzione di alcune vecchie campane dell’antica cattedrale di Bojano con quelle fuse dalla ditta Capanni di Reggio Emilia.

Grazie alle pubblicazioni ed ai diversi siti on line dei tanti studiosi che si stanno interessando all’argomento, voglio ricordare anch’io i tanti (proprio non sapevo  che fossero tanti), magistri campanarum che dall’ VIII al XVII secolo hanno arricchito di suoni i campanili sparsi dalle città più importanti ai più piccoli borghi dell’Italia dove ogni Regione, nella sua storia passata e presente, può vantare la presenza di una o più fabbriche per la fusione delle campane.

Una tradizione millenaria iniziata in modo stabile nei monasteri e diffusasi per opera dei monaci e dei fonditori laici itineranti.

Dal sito http://www.campanologia.it si apprende: Le campane più antiche d’Europa sono state rinvenute a Creta e risalgono al secondo millennio avanti cristo. Il materiale che le compone, tuttavia, non è il bronzo bensì la terracotta. Probabilmente la nascita della campana come oggi è conosciuta è dovuta alla Cina o all’India. In tali regioni, infatti, ne sono state rinvenute alcune costruite durante la dinastia Chour (1150-250 a.C.). Le campane erano indubbiamente note anche ai romani, ne sono dimostrazione i mosaici di Pompei raffiguranti il loro utilizzo per richiamare i bagnanti alle terme . La diffusione della campana in Europa, tuttavia, è dovuta al cristianesimo che ha portato alla creazione di diverse fonderie.

I monaci benedettini si stabilirono sul Monte Cassino, non lontano da Nola dove dal III sec. a.C. esistevano artigiani che custodivano le arti della fusione.

Un monaco benedettino, Teofilo, fu uno dei primi grandi studiosi e teorici delle complicate leggi acustiche che governano il suono delle campane. Nel X secolo scrisse il Diversarum artium schedula, opera di estrema importanza per i successivi sviluppi delle tecniche di fusione di campane.

La Chiesa ritualizzò l’uso delle campane solo nell’ XI secolo. Risalenti allo stesso periodo sono i primi documenti che parlano di fonditori itineranti di campane.

Scrive Chiara Bernazzani in Le firme dei magistri campanarum nel Medioevo fra Parma e Piacenza (2009): I magistri campanarum furono per secoli artefici itineranti, pronti a spostarsi ove richiesti e a fondere in situ, come dimostrano i molti ritrovamenti archeologici di fosse per la fusione di campane entro perimetri di edifici ecclesiastici e torri campanarie o nelle immediate vicinanze. L’esistenza di fonderie stanziali è tuttavia documentata a Venezia già alla metà del Duecento; le fucine campanarie stabili furono dunque una realtà nel panorama artigianale tardo medievale, anche se sarà necessario valutare singolarmente le diverse situazioni locali. Con i secoli XV e XVI la produzione delle botteghe fusorie, in cui oltre alle campane si realizzavano mortai, lavezi, paioli e caldiere, si amplia ulteriormente, per rispondere alle nuove esigenze belliche. I ‘fonditori girovaghi’ manterranno tuttavia la loro tradizione sino almeno a tutto il XVII secolo, con sopravvivenze fino nel Novecento. (vedi Emilia-Romagna).

L’arte di fondere le campane, molto spesso trasmessa da padre in figlio, continuò nelle fucine stabili ed è documentata da una ricca bibliografia che permette di conoscere i magistri campanarum che operarono in Italia dall’VIII al XVII secolo, periodo oggetto delle nostre ricerche.

Emblematica è l’opera di alcuni magister campanarum, artigiani itineranti, scrive Cuzzoni in http://www.campanologia.it (continuo aggiornamento), che hanno operato per la nostra diocesi (Verona e dintorni) dei quali è rimasta memoria. Il leggendario Mastro Roberto Sàssone, che fuse due grosse campane (XII-XIII sec.) della basilica di San Giovanni Evangelista in Ravenna dell’anno 1208.

Inoltre, esistono 3 campane fuse da fonditori anonimi: 1° Anonimo (di Verona) sec. VII; Anonimo (di Verona) sec. VIII, campana è conservata a S. Zeno; Anonimo nel 1081 produsse una campana conservata ora a Castelvecchio in Verona.

Da Le campane di San Zeno Maggiore in Verona (2014) a cura di Matteo Padovani e Nicola Patria: Ludovico Moscardo, nella sua “Historia di Verona”, ci fa sapere che il giorno 21 novembre 622 dai campanili della città si levarono suoni di campane a stormo per annunciare la morte dell’amato vescovo Mauro; questo è il più remoto riferimento alla presenza di torri campanarie, pure confermata nell’iconografia rateriana e nel ritmo pipiniano. Del resto, questi strumenti sono associati alla religione ben prima della nascita del cristianesimo, come leggiamo in Salmi 150,5: “Lodate Dio con cembali risonanti, lodateLo con cembali squillanti”. Nell’816 il concilio di Aquisgrana sancì che il numero e la mole delle campane doveva essere proporzionato all’importanza dell’edificio che andavano a corredare. Scarne sono le notizie sui fonditori di campane anteriori al 1000 ma si trattava, probabilmente, di monaci itineranti provenienti dai paesi dell’Europa centrale. Attorno all’XI secolo crebbe di molto l’interesse nelle campane viste non solo come apparecchi liturgici e di comunicazione ma anche come veri strumenti musicali, atti a lodare Dio e richiamare i fedeli con un suono armonico e melodioso. I maestri pisani ed i monaci svizzeri loro contemporanei, infatti, come scrive Teofilo nel suo “schedulae diversarum artium”, sapevano già che variando le dimensioni e le proporzioni della campana, il tono di questa cresceva o calava e più le pareti del vaso erano spesse più ricco risultava il timbro. Era, del resto, l‘epoca della nascita della teoria musicale, il secolo di geniali musicologi: dapprima Guido d’Arezzo che diede un nome alle note, poi a Solesmes si cominciò a scriverne la durata ed, infine, grazie a Jacopo da Liegi ed ai maestri di Notre Dame, arrivò l’armonia. La musica, come la conosciamo oggi, era già impostata.

Ringrazio per la collaborazione, oltre agli autori delle bibliografie consultate: il caro padre Francesco de Gregorio e la dott.ssa Stefania Gradini della Biblioteca Monumento Nazionale dell’Abbazia di Montecassino; il personale tutto della Biblioteca Provinciale “Albino” di Campobasso; il prof. Pietro Pettograsso e l’arch. Alessandro Cimmino e quanti mi hanno sostenuto nella iniziativa.

 

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CAMPANIA      

La ricerca inizia dalla regione che vanta le prime fusioni delle campane in Italia.

Dal sito Unione Campanari Bolognesi: Il termine “campana” nasce nell’alto Medio Evo quando, secondo una versione non sufficientemente suffragata da prove, il vescovo di Nola, Paolino (409 – 431), avrebbe favorito la produzione per uso liturgico dei vasa campana (letteralmente: vasi della Campania) o campane, per l’appunto.

La qualità del bronzo che si produceva in Campania era già nota a Plinio il vecchio (23 – 79 d.C.), il quale nella Naturalis historia, 1. XXXIV, cap. 20, scrive: “ In reliquis generibus palma Campano perhibetur, utensilibus vasis probatissimo” (Tra i vari tipi – di bronzo- la palma spetta a quello Campano, adattissimo per gli utensili domestici).

Isidoro, vescovo di Siviglia (VII sec.), nei suoi Etymologiarum sive originum libri, al 1. XVI, cap. 20 tramanda esplicitamente:“Campanum quoque inter genera aeris vocatur a Campania scilicet provincia quae est in Italiae partibus” (Tra i tipi di bronzo c’e anche quello chiamato Campano, cioè dalla provincia della Campania nei territori italiani). E prosegue, al cap. 25 con  ulteriori e più precisi dettagli: “Campana a regione Italiae nomen accepit, ubi primum usus huius repertus est” (il termine campana deriva dal nome della regione d’Italia dove per la prima volta ne fu scoperto l’uso).

Anche Onorio di Autun (Honorius Augustodunensis, XII sec.), nella sua opera intitolata Gemma animae, al 1. I, Cap. 142, sembra accogliere questa etimologia quando afferma: “Haec vasa primumu in Nola Campaniae sunt reperta, Unde sic dicta, majora quippe vasa dictunur campana, a Campaniae regione; minora Nolae e civitate Nola Campaniae”. (Questi versi vennero dapprima scoperti a Nola della Campania. Per cui hanno questo nome, infatti i vasi più grandi vengono chiamati campani dalla regione Campania, quelli più piccoli Nole dalla città di Nola in Campania).

Sulla scorta delle informazioni di Onorio, si spiegherebbe, oltretutto, anche il nome di torre nolare con cui viene designato talvolta il campanile.

Tuttavia Giovanni di Garlandia (XIII sec.) nel suo Dictionarus si fornisce una diversa, ancorché fantasiosa, etimologia: “Campane dicuntur a rusticis qui habitant in campis, qui nesciant judicare horas nisi per campanas” (Le campane prendono il nome dai contadini che abitano in campagna, i quali non saprebbero che ore sono se non tramite le campane).

Resta comunque come dato di fatto che sebbene si possano individuare precedenti in epoche antiche, fu tuttavia il Medio Evo che riscoprì la campana e ne rivoluzionò sì l’aspetto che la funzione. […].

Le prime campane erano il lamina di ferro battuto, ma solo a partire dai secoli VII-VIII risalgono i primi documenti ottenuti da fusioni di bronzo, sebbene nel centro Europa ancora nel XVII sec. si approntassero campane di ferro fuso.

La più antica campana in Europa, risalente al 613 d.C., si trova al Museo Civico di Colonia ed è in ferro. In Italia il primo esempio di bronzo è la piccola campana ritrovata a Canino presso Viterbo (sec. VII?- VIII?).

Scrive Carlo Ebanista in Paolino di Nola e l’introduzione della campana in Occidente (2007): Il teatino Paolo Maria Paciaudi, ad esempio, negò fermamente che Paolino fu l’inventore delle campane e che se ne servi per chiamare i fedeli a raccolta; a suo avviso, l’evergete al massimo avrebbe sistemato per primo tali strumenti sui campanili. Dal canto suo il sacerdote cimitilese Andrea Ambrosini, pur escludendo la possibilità che Paolino fu “il primo ad usar le campane per sagre funzioni”, non mancò di segnalare che nel santuario di Cimitile si conservavano ancora il ‘primo campanile della cristianità e una ‘fornace campanaria’ risalente ai principi del VI secolo! Oltre a queste due supposte prove della ‘nolanita’ dell’invenzione, gli eruditi locali del Sei e Settecento segnalavano l’esistenza della ‘campana di S. Paolino’ nel campanile della cattedrale di Nola.

In realtà la campana, come attesta l’iscrizione in caratteri gotici venne commissionata dal vescovo Flamingo Minutolo e fusa nel maggio 1404 dal magister Angelus de Caserta (definita: campana vecchia) .+ SUB ANNO DOMINI M CCCC QUARTO MENSE MADII UNDECIME INDICTIONIS PONTIFICATUS DOMINI NOSTRI DOMINI BONIFACII DIVINA PROVIDENTIA PAPE + . + NONI ANNO QUARTODECIMO MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERACIONEM HEC CANPANA FACTA FUIT PER MAGISTRUM ANGELUM DE CASERTA; mentre la campana “nova”, secondo Ebanista, era stata fusa nell’anno 1533.

Allora nel campanile si conservano altre quattro campane: due di media grandezza (mediocres), fuse rispettivamente nel 1313 e nel 1539, e due piccole (parvulae) non datate (una recava quattro croci a rilievo e l’altra l’iscrizione Cosmanus de Laurino m(e) fecit).

Se si eccettua la campana del 1404, le altre cinque sono scomparse successivamente al 1747, forse a seguito del terremoto del 1805 che fece crollare i piani superiori del campanile.

Prosegue Ebanista: Paolino di Nola ebbe un ruolo non secondario nello sviluppo della liturgia in Campania, dal momento che, secondo Gennadio, egli sarebbe stato l’autore di un sacramentario e di un innario. Nulla, pero, autorizza a ritenere che abbia introdotto l’uso liturgico delle campane, secondo la credenza nata nel XVI secolo e tuttora diffusa a livello popolare. Anzi e stato giustamente rilevato che questa tradizione “ist nicht historische Uberlieferung, sondern aitiologische Legende”.

Cuzzoni: Cosma (Cosmano o Cosmanus) da Laurino del Cilento (SA), vissuto tra il XIII e il XIV secolo, producendo campane gotiche dalla caratteristica sagoma a pan di zucchero.

Nel comune di Altomonte (Calabria) esiste una sua campana prodotta nel 1336, che ha un’iscrizione la cui traduzione così recita: “Nell’anno del Signore 1336 mentre governava il signore nostro Filippo Sangineto, nel diciannovesimo anno del suo domino, Cosma De Laurino mi costruì”.

Un documento di spesa della corte angioina del 4 Aprile 1339, riporta la presenza a Napoli di due campanariis magistri campanae magnae chiamati al Belforte (Castel Ant’Elmo) per la fusione di una campana.

I due maestri sono Martuccio da Venezia e Cosma da Laurino.

E’ quindi documentata l’importanza di Cosma che viene chiamato a lavorare direttamente nella capitale del regno. Opere di Cosma sono documentate anche nell’importante Duomo di Nola, dedicato a S. Paolino da Nola, che la tradizione vuole essere colui che ha introdotto l’uso delle campane nel culto cristiano.

La campana citata non esiste più, probabilmente rifusa o perduta dopo il 1615.

Un’altra campana di Cosma, come cita il prof. Ebanista (cfr. paragrafo precedente), è dunque presente nel Museo storico della Campana “Giovanni Paolo II” di Agnone, che è il ricchissimo museo delle campane ospitato dalla Fonderia Marinelli.

Nel comune di Laurino, a maggior riprova dell’origine cilentina di Cosma, esistono due campane da lui firmate, purtroppo senza data. La più piccola è montata nel campanile a vela della Chiesa dell’Annunziata e riporta la seguente scritta in caratteri gotici:”COSMA DE LAURINO ME FECIT”.

Cuzzoni: A Milano, nel XVI secolo, era attiva la Famiglia de Mirra (etimologia originaria: de Mirris, probabilmente trascritta in forma plurale). Notizie del cognome di questi fonditori: Cognome squisitamente campano della fascia che da Caserta arriva a Sale.

Da Uberto D’Andrea in Campane e Fonditori in Abruzzo e Molise dal 1532 ai giorni nostri (parte I),  si ha notizia di Giordani di Napoli che fuse nell’anno 1610 una campana per il Santuario della Civita di Itri.

XIX secolo-FreeForumZone ricorda: Pietro Antonio Parascandolo XVI secolo. Napoli.

Oreste Gentile.

(segue 2^ parte: Italia settentrionale).

 

 

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