I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia settentrionale).

settentrionale

 

VALLE D’AOSTA

Renato Perinetti e Mauro Cortelazzo: Le fornaci per campane portate alla luce nella regione valdostana coprono un arco cronologico compreso almeno tra il IX ed il XVIII secolo. Le testimonianze più antiche, IX e XIII secolo provengono dall’indagine archeologica realizzata nel corso del 2002 nella chiesa di S. Maria a Morgex.

La sequenza evolutiva, evidenziata dallo scavo, ha testimoniato una prima fase costruttiva intorno alla fine del IV- inizio del V secolo con trasformazioni nel corso del VI e VII secolo, con ampie modificazioni in epoca altomedievale, per poi subire un considerevole ampliamento in epoca romanica. […].

La fornace del XIII secolo è collocata al centro della navata. Dalle campagne di scavo effettuate all’interno della cattedrale di Aosta, tra il 1981 ed il 1990, è stata indagata una grande fossa di fusione di tipologia Biringuccio. Il reperimento di vari frammenti di stampo con tracce d’iscrizioni permette di assegnare l’attività fusoria al XV secolo.

Una serie di forni fusori, portata alla luce all’interno della chiesa di San Lorenzo ad Aosta, appartiene alla ultime fasi costruttive collocabili in un epoca posteriore al XV secolo.

Su tutto il territorio regionale è stato inoltre avviato un censimento delle campane ancora esistenti sui campanili. I dati hanno permesso di verificare la presenza di campane datate dalla fine del ‘300. Contemporaneamente è stato possibile stilare un elenco dei mastri fonditori, ricavati sia dai documenti che dalle iscrizioni sulle campane.

Dallo studio di Bruno Orlandoni Cronologia documentaria dell’architettura e delle arti figurative in Valle d’Aosta dall’XI secolo all’epoca napoleonica, è possibile ipotizzare, conoscendo che nell’anno 989 fu costruito il primo campanile della collegiata di S. Orso in Aosta ed in assenza di altre notizie, che sia stata fusa almeno una campana; così nell’anno 1000, in occasione della ristrutturazione della cattedrale (forse già dotata di campane) della medesima città capoluogo, o tra gli anni 10341040, quando terminarono i lavori del campanile nord della cattedrale.

Le campane esistenti nelle parrocchie di alcuni centri valdostani dovrebbero essere datate tra gli anni 1376 e 1448, mentre nell’anno 1400 in Arnad i magistri campanarum Giovanni di Basilea e Alberto di Costanza, fusero una campana per la parrocchiale.

Nel 1427 Il fabbro aostano Hugonet Vachery ricevette l’incarico di fondere la campana maggiore della cattedrale di Aosta.

Nel 1484 l’orafo Peter Allemand lavorava alle campane della stessa cattedrale.

Nel 1582 Antoine Thameyn, fabbro e sindaco del paese fuse la campana maggiore della parrocchiale di Etroubles e nel 1632 per la chiesa parrocchiale di Lillianes. Nell’anno 1694 in Perloz, il fonditore Clerico rifuse la campana maggiore della parrocchia.

Una dinastia di magistri campanarum operò in Aosta nel 1641: Michele Augusto Colomba fuse una campana per San Lorenzo; Giovanni Michele Colomba fuse in Fenis nel 1695 una campana per la parrocchiale e nel 1743, Giovanni Battista Colomba fuse una campana per il santuario di Guardia.

 

PIEMONTE

Egle Micheletto: da notizie primi anni ottanta del secolo scorso ad oggi sono stati indagati archeologicamente nella regione dieci impianti produttivi per campane: tre in provincia di Torino (Torino, cattedrale; S. Benigno, abbaziale di Fruttuaria; Novalesa, abbaziale dei SS. Pietro e Andrea), quattro in provincia di Cuneo (Alba, chiesa conventuale di San Domenico; S. Stefano Belbo, parrocchiale di San Giacomo; Savigliano, parrocchiale di Santa Maria; Caraglio, chiesa di San Paolo); due in provincia di Novara (Sizzano, pieve di San Vittore; Oleggio, chiesa di S. Maria di Castello); uno in provincia di Alessandria (Lu, pieve di Mediliano).

La grande maggioranza delle fornaci esaminate, tranne quella di Lu Monferrato, si datano al XV secolo e sono inquadrabili nella tipologia Biringuccio 1, con testimonianze relative soprattutto alla fossa di gettata e, in minor misura, ai forni fusori.

Paolo Demeglio completa le notizie in Le indagini archeologiche che hanno interessato la pieve di San Giovanni di Mediliano a Lu (AL): Nel corso dello scavo, che non ha potuto indagare tutta l’area dell’edificio, si sono rinvenute tre fosse per la realizzazione di campane di dimensioni diverse, disposte una all’interno dell’altra. Le indicazioni cronologiche fornite dai materiali sono tutte riferibili al cantiere che sembra essersi protratto tra la fine del XV secolo e i primi decenni di quello successivo, tuttavia gli studi più approfonditi di casi simili suggeriscono che si tratti di strutture preparate in momenti separati nel tempo. Dei tre impianti, tutti caratterizzati dalla tecnica descritta da Teofilo, sono quindi di problematica datazione i primi due: in via ipotetica si possono associare ai resti di due campanili eretti a nord-ovest della chiesa, il più antico nel X secolo, mentre il secondo, in sostituzione del precedente, a fine XI-inizio del XII secolo.

Nel corso della Settantesima assemblea di Federmanager Vercelli-Valsesia e Novara-VCO è stato evidenziato che in quel territorio, prima della scoperta dell’America, alla fine del Quattrocento a Luzzogno fu realizzata nell’anno 1475 ed ancora si conserva, una campana fusa dalla Fonderia Mazzola di Valduggia, con inciso il marchio dei Mazzola, una M con sopra una stella.

Giovanni Ottone in Le Campane e il campanile del duomo di Vercelli ricorda la “campana Regina” fusa nel 1448 e rifusa 1846 da Mazzola Silvio fu Pasquale Valdugia-Valsesia; la Ciandra” e la Imperiale dell’anno 1615 di un anonimo e la Eusebia fusa nell’anno 1656 da Nicolaus GuiotClaudio Besson Lotharingi.

Il sito dell’ Associazione Italiana di Campanologia www.campanologia.org ricorda che La dinastia dei Mazzola di Valduggia (VC) inizia verso la metà del 1400. L’albero genealogico però viene espresso chiaramente dal 1546… prova della pre-esistenza di Mazzola fonditori è rappresentata da una campana del 1475 (già descritta).

La dinastia dei Mazzola per il periodo che interessa il nostro studio: Dal 1546 al 1580 –> Francesco Mazzola. Dal 1580 al 1617 –> Giuseppe Mazzola, figlio di Francesco. Dal 1617 al 1657 –> Giovan Battista e Giorgio Mazzola, figli di Giuseppe. Dal 1657 al 1690 –> Giovan Pietro Mazzola, figlio di G.Battista e Giovan Battista Mazzola, figlio di Giorgio. Dal 1690 al 1720 –> Giuseppe Mazzola, figlio di G.Pietro Giorgio e Francesco Mazzola, figli di G.Battista.

Si ricorda per l’anno 1576 la rifusione del campanone della cattedrale di Fermo da parte di Giovanni Battista Iorde, di Chivasso, ma residente nella città marchigiana.

CUZZONI: Ad Arona era attivo il fonditore in bronzo di campane e bombarde Mastro Antonio, che, in collaborazione con Stefano Da San Martino (Siccomario), realizzò la campana del Comune di Baveno prima del 1479. Mastro Antonio, in una supplica al Capitano di Giustizia di Milano del 15 marzo 1490, attendeva ancora con Mastro Stefano il termine del pagamento della campana (pari a Lire 24), nonostante una sentenza a suo favore del Podestà di Arona del 15 marzo 1479; il documento dice che Mastro Antonio era creditore “pro mercede de la fabricatione de la campana facta per esso Mastro Stefano et dicto Mastro Antonio al Comune et alli homini de Baveno.

Guglielmo di Montaldo. A Montaldo risulta essere attivo il fonditore Guglielmo, che produsse nel 1291 il campano maggiorene del palazzo comunale di Genova.

Origine della Famiglia Valduggia, sec. XV – XX. Valduggia è un piccolo centro nella bassa Valsesia, noto in gran parte del mondo come il “Paese delle campane“.

Infatti in questa località la fusione delle campane costituisce una delle sue prerogative dai primi secoli del millennio.

Mastro Pietro Antonio (De Ast). Ad Asti, presumibilmente, era attivo il fonditore in bronzo di campane Mastro Pietro Antonio, che, nel 1447 produsse l’allora campana maggiore del concerto antico del duomo di Lodi. Tale campana, rotta nel 1934, è ora conservata nel museo civico. Mastro Pietro Antonio era sicuramente oriundo di Asti, in quanto l’iscrizione trovata sulla campana, “De Ast”, etimologicamente deriva dal toponimo della città, che dal tardo ligure “ast” significa altura.

Campanaria (aprile 2013) ricorda Domenico Cozzetti e figli nel Seicento.

 Da demo.palazzomadamatorino.it: Simone Giuseppe Boucheron nato a Orléans morto a Torino 1681, fuse nell’anno 1670 una campana per l’orologio della torre di mezzodì del palazzo madama di Torino: FVNDI IVSSIT ANNO SAL. MDCLXX ». «SIMON BOVCHERON MA FAITE».

Dal sito http://www.ilpalio.org/campanone: Il Campanone della Torre del Mangia. – Esisteva già per l’avanti in detta torre una campana, la quale mandando un cattivo suono, fu dai cittadini chiamata col nome spregiativo di Campanaccio. Affine di oviare a tale inconveniente venne in animo ai Senesi di rinnovarla e a questo scopo ne allogarono la costruzione ad un tal maestro Antonio Ceranini di Novara che assunse il lavoro; ma sia per la poco stabilità del terreno sul quale pretendeva di fonderla o per la cattiva qualità della lega, non riuscì nell’intento e fu costretto a rifonderla nuovamente, il che accadde ai di 3 ottobre 1633. Ma anco questa campana non riuscì perfetta e come l’altra si acquistò il nome di Campanaccio.

 

LIGURIA

Daniela Gandolfi: L’intensificarsi delle ricerche archeologiche in Liguria come altrove, l’estesa applicazione di interventi di archeologia preventiva, il diffondersi di sempre più raffinate tecniche nei prelievi stratigrafici e nelle analisi archeometriche, ha comportato anche l’acquisizione di tracce archeologiche meno monumentali e più sfuggenti, di cui i resti di fornaci per la fusione di campane sono un esempio. In Liguria si conoscono numerosi casi che riguardano l’intera regione e che interessano in prevalenza complessi religiosi ma anche strutture pubbliche, per un arco cronologico compreso tra il X-XI e il XVIII secolo.

[PDF]  XIX secoloFreeForumZone, abbiamo la notizia del magister campanarum Giuliano di Montaldo XIII secolo Genova Fuse nel 1291 una campana per la torre del Palazzo del Comune di Genova: dovrebbe essere la campana più antica della regione.

Dal sito internet della fonderia Picasso: La nostra Fonderia nasce intorno alla seconda metà del 1500. Il primo documento in nostro possesso, datato 1594 (nella foto), è stato trovato negli archivi parrocchiali della chiesa di S. Bernardo alle Cascine a Sestri Levante, nei quali si parla di una fornitura di campane commissionate agli allora Fratelli Picasso di Avegno.

Si hanno notizie del magister campanarum Picasso Gian Pietro di Avegno (GE): fuse nel 1535 per una chiesetta dell’entroterra di Sestri Levante e nel 1594 per la chiesa di S. Bernardo della Cascina a Sestri Levante.

Cuzzoni: Giuseppe Domenico Cascione Secoli XV-XVIII. Fonditori di campane. Sul campanile di Diano Aretino vi sono tre campane: LIBERA NOS DOMINE 1782/ A FULGURE ET TEMPESTATE – D C F (Dominicus Cascionus fecit). Molto curiosa e particolare unico nella vallata, la raffigurazione a tutto rilievo di un geco posto sopra l’iscrizione.+ CHRISTUS VINCIT REGNAT IMPERAT XPTUS AB OMNI MALO NOS DEFEN – S. MARG / ARITA / ORA PRO / NOBIS – ANNO / A PARTU / VIRGINIS/ 1782 – I.D.C.F. (Joseph Dominicus Cascionus fecit).+ S. DEUS S. FORTIS S. ET IMMORTALIS – MISERERE NOBIS 1782.

Le tre campane sono state fuse da Giuseppe Domenico Cascione appartenente ad una famosa famiglia di fonditori, di probabile origine svizzera (Lucerna) trasferitosi in Liguria almeno dal XV sec. a Borgomaro e Taggia, che ha lasciato una testimonianza della propria opera in molte chiese della zona.

Famiglia Gioardi. Secoli XV/XVII. Famiglia di Fonditori di campane, che avevano l’officina e l’abitazione a San Marco presso il Molo. Fra il 1529 ed il 1539, vennero provate ben tre campane, per la torre del Comune di Genova.

A Genova era attivo Domenico Ramone “(monogramma del fonditore: D. R. – ANNO xxxx)”, nell’arte di fondere il bronzo per campane e soprattutto cannoni, dalla prima metà del secolo fino a circa il 1672.

Famiglia Rocca Secoli XVII-XVIII. Fonditori di campane. “ALOYSIVS ROCCA FECIT MDCCXLVII” “Luigi Rocca è l’ultimo rappresentante di una famiglia di tecnici-imprenditori attiva nella produzione di bocche da fuoco in bronzo e di campane, a partire dalla seconda metà del Seicento.

Giuseppe Rocca (1645-1702)  “Il nonno Giuseppe era figlio di un povero pescatore trasferitosi a Genova dalla vicina Riviera di Levante (forse da Chiavari), aveva compiuto il suo apprendistato nella fonderia di Domenico Ramone, e quando quest’ultimo era stato assunto come fonditore camerale della Repubblica di Genova nel 1665, lo aveva seguito in qualità di “paghetta”, cioè come aiutante stipendiato”.

Nel 1511 e 1527 fonditore a Sarzana,  mastro Agostino di Tartarino del Borghetto, è rammentato altrove come fonditore delle campane di Massa Ducale.

Tomaso (da Sarzana) Secolo XVII. Fonditore di campane. Fr. Tomaso da Sarzana, «essendo stato maestro al secolo», aveva appreso una «grande abilità in fondere campane» ed era «inclinatissimo in simile esercizio». Da frate «seguì il suo istinto». Solo che non sempre agiva «col merito di santa ubbidienza». Mal gliene incorse, al dire dell’antico cronista. Gli venne un grosso gonfiore ad una gamba… proprio sotto «forma di una campana.

Furono comunque opera sua la campana maggiore di S. Andrea della sua patria, fusa «con lo stemma della città» nel 1678. Nella stessa chiesa, qualche anno dopo, installò anche «il nuovo orologio». Anche per la matrice di Sanremo egli fuse, lavorando nei fondi del convento, un «campanone » del peso di «ventisette cantari e quattro rubbi, che venne poi innalzato sul campanile nel febbraio 1686.

Guglielmo di Montaldo A Montaldo risulta essere attivo il fonditore Guglielmo, che produsse nel 1291 il campanone del palazzo comunale di Genova.

Fonditori nati in Liguria, ma operarono in Lombardia (vedi): Giorgio Albenga, nativo di Trino Monferrato (Vercelli). Tibaldo Albenga forse un fratello di Giorgio, ed un Giovanni Andrea Albenga, nativo di Sant’Albano (Mondovì), forse suo figlio.

Luca Chiavegato, per la Campana Seconda, della Basilica Palatina di Santa Barbara in Mantova, ricorda: Anno di fusione 1589 Fonditore Giorgio Albenga: GEORGIVS ALBENGA FONDITOR.

Albenga fuse altre 2 campane nell’anno 1590 e nel 1593 (a Ferrara o Mantova).Sono ricordati Tibaldo Albenga, attivo anch’egli nel Mantovano tra il 1588 ed il 1591, forse un fratello di Giorgio, ed un Giovanni Andrea Albenga, nativo di Sant’Albano (Mondovì), forse suo figlio.

 

LOMBARDIA

Elisabetta Neri in Magistri campanari e committenti: riflessioni su alcuni contesti della Lombardia: Le fornaci per campane e le fosse di fusione di ambito lombardo documentano l’impiego della tecnica della falsa campana in argilla -codificata da Biringuccio nel XVI sec.- e quella della falsa campana in cera –codificata da Teofilo nel XII sec. fin dall’età carolingia. Un significativo spaccato di questo processo viene fornito dal caso di S. Vincenzo a Galliano (CO), dove dietro un impianto produttivo di XI sec. è possibile riconoscere la nota figura di Ariberto da Intimiano. L’interessante contesto di IX sec., messo in luce forse all’interno della chiesa di S. Martino a Lonato, guida a riflettere su quali possano essere i marker archeologici di un gruppo di maestranze.

Bernazzani ricorda Tommaso e Ottobello da Lodi: nell’anno 1281 fusero una campana di San Pietro a Piacenza: MCCLXXI / OTOBELLUS THOMAS EIUS FRATER DE LAUDE ME FECERUNT.

Ambrosius de Colderaris realizzò nel 1352 la campana del broletto di Milano, oggi al Museo del Risorgimento. Il cognome deriva dall’attività originariamente svolta, la produzione di suppellettili, probabilmente con specializzazione nella realizzazione di paioli e calderoni (come ribadisce il marchio impresso sulla campana, con l’immagine di un caldaio e l’iscrizione Sculzar de Colderarii).Ed ancora: Sulla campana di Ambrogio de Colderari si legge: MCCCLII magister Ambrosius de Colderaris fecit hoc opus.

Il cognome deriva dall’attività originariamente svolta, la produzione di suppellettili, probabilmente con specializzazione nella realizzazione di paioli e calderoni (come ribadisce il marchio impresso sulla campana, con l’immagine di un caldaio e l’iscrizione Sculzar de Colderarii).

Dei Colderaris da Campanaria (aprile 2013): la prima grande famiglia di fonditori milanesi era i Colderari (o Calderari) le cui prime notizia risalgono al 1335, quando Gasparo de’ Colderari fuse una campana per l’Abbazia di Morimondo. Cinque anni (1340) più tardi lo stesso fuse una campana per la chiesa di San Cristoforo in Lodi. Ma l’opera più nota di questa famiglia è la campana del comune, detta “Il Campanone” che durante le Cinque Giornate di Milano (marzo 1848) suonò a gran voce finché l’ultimo giorno venne colpita da una palla di cannone e rimase incrinata. La campana, fusa nel 1352 da Ambrogio de’ Colderari (MCCCLII MAGISTER AMBROSIUS DE COLDERARIS FECIT HOC OPUSA), è tutt’ora conservata nel Museo Civico del Risorgimento a Milano.

Circa 3 secoli dopo, dal sito Campane della Valtellina e della Valchiavenna (censimento), abbiamo notizie per il comune della Valdidentro-Semogo di 2 campane nella chiesa di San Carlo Borromeo: la 1^ fusa da G. Hauser Sterzing (Vipiteno-Sud Tirolo) nell’anno 1571; la 2^ fusa nell’anno 1625 per la chiesa di San Carlo Borromeo di Valdidentro-Semogo da Giacomo Calderari e Orazio Imeldi di Bormio: OPVS IACOBI IS ET ORACII IMELDI MDCXXV ed un’altra campana venne fusa nell’anno 1634 per chiesa di San Bartolomeo apostolo di Valdisotto-San Bartolomeo de Castelaz.

Nell’anno 1612 Giacomo Calderari, aveva collaborato con Giovan Pietro Venosta per la fusione di una campana per la chiesa di San Michele e Santuario Madonna della Biorca di Sondalo-Grailè (SO): SANCTA MARIA ORAPRONOBIS IO PETRUS VENOSTA ET IACOBIS DE CALDERARIIS B F MDCCXII.

Nell’anno 1625 Giacomo Calderari di Bormio fuse una campana, conservata nel Museo Civico di Bormio: OPUS JACOBI DE CALDERARIS AD HONOREM ET LAUDEM SANCTI FRANCISCI ORA PRO NOBIS MDCXXIIIII.

In Tirano, ex chiesa di San Giacomo esiste la campana fusa da Claudio della Pace di Huilliecourt nell’anno 1578; Cristoforo Calderari (parente di Giacomo?) di Bormio, fuse nell’anno 1654 per la chiesa parrocchiale di San Pietro Martire di Tirano-Baruffini e nell’anno 1669 per la chiesa parrocchiale di Sant’Antonio Abate di Villa di Tirano-Motta.

A Piuro-Sant’Abbondio, Museo degli Scavi, è conservata una campana fusa da Giovanni Enrico (Iohannes Henrich) di Lorena nel 1589.

Beltrami Luca in La campana delle otto finestre della Basilica di Sant’Andrea di Mantova: Si tratta della campana fusa nel 1444 ed è famosa per la singolarità di essere traforata da otto finestre, singolarità della quale non sapremo trovare una facile ragione.

Di questa campana, scrive Beltrami, così parla il Donesmondi Francesco a pag. 379 dell’opera sua: Dell’Istoria ecclesiastica di Mantova edita nell’anno 1613: << Guido Gonzaga in questo mentre (1444), come abate e perpetuo commendario di Sant’Andrea, avendo veduto poco servisse la campana di Sant”Andrea, che già l’anno mille del Signore fu fatta fare dalla contessa Beatrice, fattala disfare ne fece un’altra ben grande, con otto finestre etc.. Da una descrizione fatta da certo Rampoldi rileviamo il testo dell’iscrizione così concepito: GUIDO GONZAGA PRAEPOSITUS ECCLESIE MAJORIS MANTUAE PROPRIS MANIBUS FECIT HAC CAMPANAM IN HONOREM PRETIOSI SANGUINIS CHRISTI, TEMPORE ILLUSTRI DOMINI JOHANNIS DE GONZAGA PRIMI MARCHIONIS MANTUAE – ANNO DOMINI MCCCCXLIV.

Lanfredo Castelletti, Eleonora Guggiari in Analisi archeometriche sui frammenti di stampo e sui carboni residui: Uso di tempere, sgrassanti ecc. nella fabbricazione degli stampi per fornace di campane: Lo studio di alcuni stampi di campane da Lonato (Brescia) IX secolo, San Vincenzo di Galliano (Como) XI secolo, Sclavons (Pordenone) XIV secolo, Illasi (Verona) XV secolo alla ricerca di smagranti organici utilizzati per l’impasto della forma e dei carboni residui della combustione avvenuta nella fornace, nonché l’esame di casi di studio analoghi eseguiti nel PiterLaboratorio di Archeobiologia dei Musei Civici di Como, consentono un primo approccio alla questione di una maggiore o minore uniformità tecnica nel tempo e nello spazio dell’una e dell’altra operazione.

Valeria Bevilacqua (Arché sc) in Campane in archivio evidenzia l’importanza degli archivi storici locali, parrocchiali e comunali: Ogni archivio comunale dispone di un archivio storico almeno a partire dall’unità d’Italia. La documentazione dell’Archivio storico del Comune di Casei Gerola, in provincia di Pavia, risale al secolo XVI, ed è nella serie Deliberazioni del Consiglio comunale che sono conservate le carte relative alla costruzione e manutenzione della campana della Collegiata.

Gabriele Sartorio si è interessato allo studio del monastero di Sant’Ambrogio, fondato nel 784 e provvisto di due campanili; nella cella campanaria della torre, di sicuro innalzamento successivo come testimonia la tessitura muraria, trova posto una sola campana, risalente al 1582.

Stefania Jorio in Un impianto di fusione di campana a Monza: Il ritrovamento è avvenuto nell’ormai lontano 1991 nell’ambito dello scavo dell’area destinata ad accogliere una nuova sezione del Museo del Duomo di Monza. Documenti di archivio indicavano che l’area, presumibilmente a partire dal XII secolo, era stata occupata da abitazioni del clero tra cui il Palazzo dell’Arciprete. E, proprio all’interno di uno degli ambienti di quest’ultimo, una volta cessato il suo uso residenziale, venne realizzato l’impianto di fusione di una campana.  E’ possibile che la campana fosse destinata proprio alla torre campanaria del Duomo, eretta tra la fine del ‘500 e i primi anni del ‘600.

Cuzzoni: A Brescia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1571, la Famiglia Cattaneo che produsse il  campanone della torre comunale di Genova.

A Crema esisteva, nel settore della fusione di campane, l’importante Famiglia Crespi. Questa dinastia, il cui primo lavoro risale al 1498, è originaria di Crema che faceva parte della repubblica di Venezia.

A Verona Domenico fuse, tra le altre opere, un bellissimo concerto di cinque campane, tuttora funzionanti sul campanile di San Fermo Maggiore, presso cui aveva laboratorio. Concerti degni di nota sono anche quelli di Cerea e Castelrotto.

A Garbagnate era attivo il fonditore in bronzo di campane e bombarde, Giovanni da Garbagnate che collaudò una campana di Antonio De Boschi nel 1469. Giovanni Da Garbagnate era al servizio degli Sforza per i quali produsse spesso bombarde e una campana per il castello sforzesco di Milano nel 1465.

A S. Martino (Siccomario) era attivo il fonditore in bronzo di campane Stefano Da San Martino, che, in collaborazione con Maestro Antonio di Arona, aveva realizzato la campana del Comune di Baveno prima del 1479.(vedi Piemonte)

De Andrei Milano, sec. XVII. Fonditore di campane. Lavorò a Biasca nel 1680 e a Giornico nel 1682.

Nel XV secolo era attiva a Milano il fonditore Antonio de’ Boschi. Nel 1469 produsse la campana della Scuola di Santa Maria di Vaprio, che fu collaudata da Giovanni da Garbagnate, come riporta il rogito del 11 dicembre 1469, del Notaio Zunico, in Archivio Notarile di Milano.

Cuzzoni: Lorenzo, Jacopo, Antonio de Mirra. A Milano, nel XVI secolo, era attiva la Famiglia de Mirra (etimologia originaria: de Mirris, probabilmente trascritta in forma plurale). Notizie del cognome di questi fonditori: Cognome squisitamente campano della fascia che da Caserta arriva a Salerno (vedi regione Campania), deriva dal nome medioevale Mirra. Mirra viene citato, ad esempio, da Dante nell’Inferno: “…Quell’è l’anima antica / di Mirra scellerata, che divenne / al padre, fuor del dritto amore, amica. …”.  Tracce di questo cognome si trovano in Lombardia, nel varesotto, nel 1500 in un atto si legge: “… “alla cassina di Monsei dove anche tiene cassina il S.r Giulio Cesare Pozzo habitata da Giulio Mirra di Christoffaro si sono vedute tre stanze inferiori quali sopra havevano suo astrico con altri tre superiori…”.

Famiglia Comerio-ramo di Milano. Francesco Fuse campane per le chiese ticinesi di: Chiggiogna (1510) e per la chiesa della B. V. Maria Assunta di Caneggio. Francesco II Il 22 luglio del 1700 firmò un contratto con gli amministratori della chiesa di S. Giovanni Evangelista a Morbio Sup., impegnandosi a rifondere la campana rotta.

Famiglia Di Veneroni Pavia, XV/XVII sec. I Cittadini pavesi Giovanni Battista e Antonio Di Veneroni, fondono tre campane maggiori della Torre Civica di Pavia.  Le antiche campane della Torre civica del Duomo di Pavia. Tra le notizie più interessanti, spiccano: – 1608 – Rifusione delle tre campane maggiori (3 su 5: Campanone, Mezzanone e Campana della Predica) ad opera di GIOVANNI BATTISTA e ANTONIO DI VENERONI cittadino Pavese). Ecco l’immagine del frontespizio delle spese sostenute da Luca Sartirana, Governatore della Torre. 1676 – Rifusione campana dello “Studio Universale” (forse la più piccola, di rubbi 56; 1 rubbo = 9,85 kg) ad opera di TEODORO GIRARARDO di Lodi.

La famiglia Fanzago, il cui nome apparve per la prima volta a Clusone nel 1360, si contraddistinse per ben quattro secoli nella località seriana per uomini di scienza, artisti, architetti, ingegneri, meccanici e, soprattutto, valenti fonditori di metalli.

Senz’altro degno di nota fu Pietro, figlio di Antonio Marino (il fonditore delle campane per la torre civica di Bergamo), erede dell’arte paterna e maggiormente noto per gli studi matematici e le opere di ingegneria meccanica: basti pensare, infatti, allo splendido orologio planetario realizzato a Clusone nel 1583, all’invenzione dei cavafanghi, gli antenati delle moderne draghe, e alla sua chiamata a Venezia per la riparazione dell’Orologio posto nel 1493 sulla torre di Piazza S. Marco. Il Fanzago fu anche un noto fonditore di campane tra cui, a titolo informativo, ricordiamo quella per la parrocchiale di Ponte S. Pietro e quella per il monastero di Torre Boldone. Alla sua morte, il 3 gennaio 1589, Pietro lasciò due figli, Antonio Marino e Ventura. «Ambedue continuatori della tradizione artistica del padre, lavorarono a lungo insieme mantenendo la consuetudine di apporre tutti e due i nomi sui bronzi da loro creati, come risulta dalle opere ancora esistenti specialmente nel Bergamasco. Dei fratelli Fanzago conosciamo oggi la campana mezzana per la Basilica di Clusone, quella per la parrocchiale di Caravaggio e quella proveniente dalla chiesa di Colzate.

Da sito Madonna del Piano – Campanevaltellina.it: Bianzone-Madonna del Piano Santuario della Beata Vergine Assunta: campana fusa da Antonio e Ventura Fanzago di Clusone (BG) 1609. Nel marchio della fonderia: ANT AC VENT FRAT FANZAGHI DE CLVSONO OPUS.

Cuzzoni: Il 14 giugno 1620, alla presenza del notaio Fantino Donati e di sei testimoni, venne affidata a Ventura Fanzago la fusione di due campane per la chiesa parrocchiale di S. Martino oltre la Goggia. Si può supporre che nell’impresa fosse aiutato anche dal fratello, non citato nella formula contrattuale. In tal caso potremmo immaginare che le campane portassero come dicitura “Antoni Marini ac Ventura fratrum de Fanzagis opus”, anziché la più semplice “Ventura Fanzagi de Clus. opus”.

Teodoro Girardo. Lodi, XVII sec. Girardo fonde la campana dello studio universale a Pavia, nel 1676.

A Mantova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1660 Alessandro Grossi.

La Famiglia Mainone o Mainoni?. Nelle ricerche attuali (febbraio 2013) risultano due fonditori di campane riportati negli archivi di diverse parrocchie (o oratori), con il cognome “Mainone” (Natale) e “Mainoni” (Ambrogio). Ambrogio di Milano, risulta esercitare la professione di fonditore dalla fine del Seicento fino ad almeno metà del Settecento. Natale, è definito milanese “Professore di Campane“, in un registro di Bottanuco il 18 luglio 1786, che possedeva una fonderia da 34 anni. Appare abbastanza difficile che si possa trattare di due fonditori non appartenenti alla stessa famiglia, quindi – in attesa di ritrovare dettagli più specifici sull’evoluzione del cognome in qualche altro archivio parrocchiale – si riassumono le notizie storiche finora ritrovate.

Ambrogio Mainoni Milano, XVII-XVIII sec.. Fonditore di campane attivo dalla Fine del Seicento ad almeno metà del Settecento. Sue opere note: 1697 – Civo / Caspano (SO) – etc..

Nicolò Morelli Secolo XVII. Il 7 giugno 1667 nella terra della Piazza, alla presenza del notaio Gianmaria Donati e di 4 testimoni, Nicolò Morelli campanaro habitante a Bergamo a richiesta di D. Pietro Tognalino sindico et deputato del comune della Piazza si conviene di far cioè regettar la campana maggiore della Chiesa di Santo Bernardo di detto comune. Anche in questo caso il Tognalino, come era avvenuto per i Fanzago, si impegnava a somministrare tutta la materia e il metallo necessario per la refatione di detta campana (…) como anche un manoale o più che bisognasse. Il Morelli, dal canto suo, garantiva la fusione della campana in buona forma et laudabile a giuditio di periti, assicurando di mantenerla per un anno continuo doppo la refatione di essa non dovendo però quella esser sonata fuori di modo, ma solo per gli bisogni ordinarij. Nel caso che non riuscisse che Dio non voglia tal refatione o si rompesse nel termine di un anno, il Morelli avrebbe dovuto procedere alla fusione di un’altra campana.

Andrea Scolari A Mantova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1517.

Di Breno Valcamonica era Ambrogio Soletti, capostipite della famiglia Soletti, insieme con Gaetano I suo fratello minore e Giovan Battista, Giuseppe, Marco e Pietro sono suoi figli, fusero fine XVII secolo.

A Brescia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1640, la Famiglia Raineri.

Nicolao Sottile (Subtilis) Sec. XVII. Fonditore di campane. Fuse una campana per la chiesa di Pazzalino nel 1620 e in collaborazione con Desiderio Bonavilla fece una campana per la chiesa di Ponto Valentino nel 1633.

Giovanni Pietro Sottile (Subtilis) Sec. XVII. Fonditore di campane. Fece una campana nel 1652 per la chiesa dei SS. Giorgio e Andrea a Carona. In quel periodo risiedeva probabilmente a Maroggia, prima del 1667 si trasferì a Varese dove, nel 1676 fuse una campana per la chiesa di S. Maria dei Miracoli a Morbio Inf..

Francesco Sottile (Subtilis) Sec. XVII. Fonditore di campane. La sua famiglia, originaria di Lothringen (Lorena), si trasferì prima a Lucerna e poi a Varese. F. S. fece nel 1666 una campana per Leontica in collaborazione con C. A. Bonavilla, una per Claro con Carlo Brambilla e rifuse una campana della chiesa di Torello. Queste campane sono le sole che ha fuso per le chiese svizzere.

Nicolao Sottile (Subtilis) Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane. Secondo di questo nome, fu attivo nel Ticino dal 1676 al 1717 con diversi lavori eseguiti in particolare nel Sopraceneri.

Giovanni Battista Sottile (Subtilis) Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane. Fonde nel 1683 una campana per la chiesa della Madonna del Rosario a Besazio. Nel 1706 fonde le campane di S. Lorenzo a Lugano dove ritornerà per ripararle nel 1716. Due anni più tardi rifonde la campana più piccola della chiesa di S. Maria dell’Ospedale a Lugano e nel 1719 rigetta la campana grossa delle chiesa di Laveno.

Antonio Valle Pavia, XVI/XVIII sec. Antonio, miglior fonditore della dinastia dei Valle, è attivo a Pavia e provincia tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Un’antica campana del 1704, non più esistente, fu prodotta per l’Oratorio di San Rocco a Lomello. Nel 1708 fuse una campana (esistente) per l’Oratorio di San Rocco a Lomello.

A Brescia esisteva, nel settore della fusione delle campane, nel 1571, la Famiglia Cattaneo che produsse il campanone della torre comunale di Genova.

A Brescia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1670, la Famiglia Viviani.

Da http://www.FreeforumZone.com: Faletti. XVI secolo. Cremona. Francesco fonde nel 1583 la campana ora sulla torre civica di Commessaggio (MN). Brandimante fonde nel 1595 una campana per la chiesa della Santissima Trinità di Bozzolo (MN).

Roberto Caimi in Como, Campione d’Italia, Edolo: Gli scavi di alcune fosse di fusione per campane: Si presentano tre esempi di scavo archeologico di alcune fosse di fusione per campane. Il primo scavo si è svolto nel 1990/91 a Como, nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, in via Regina, poco distante dalla basilica di S. Abbondio. La chiesa di forme romaniche poggia sui resti di una più antica basilica a croce latina di grandi dimensioni. Lo scavo ha individuato, oltre alle varie fasi d’uso della chiesa romanica e di quella precedente, anche una fase di utilizzo dell’edificio a scopi artigianali. Intorno al XVI secolo infatti la chiesa perde la sua funzione liturgica e per un breve periodo diviene sede di una officina. Una grande fossa situata al centro dell’aula è stata adibita come alloggiamento per le matrici di diverse campane. In questo contesto si sono rinvenute diverse tipologie di appoggi per le campane e diverse tipologie di cottura e colata del metallo.

Interessante sono 2 famiglie di fonditori: i Quadrio di Ponte in Valtellina ed i Quadrio di Chiuro, illustrate dal sito Quadrio di Chiuro Fonditori FONDITORI VALTELLINESI ….. campanevaltellina.it/fonditori/quadrio.php: Gregorio Quadrio di Ponte in Valtellina: fuse nell’anno 1591 una campana per la chiesa di S. Martino in Bianzone (SO). Nel 1593 la fabbriceria parrocchiale stipulava un contratto con Gregorio Quadrio e con i figli Bartolomeo e Giovan Pietro, di Ponte, per la rifusione della campana maggiore. Per l’anno 1605 una campana della chiesa di S. Antonio abate, già della chiesa di S. Lorenzo, viene attribuita a tale Quadrio di Ponte in Valtellina. Un fonditore di cognome Quadrio, prosegue il sito, si trovava già all’inizio del XVII secolo a Ponte in Valtellina. Di seguito sono riportate le uniche due fusioni per ora conosciute. 1611 Bartolomeo fuse in CH-Poschiavo (GR) con l’iscrizione: MARIA ORA PRO NOBIS – BARTHOLOMEUS QUADRIUS PONTENSIS VALTELINE FECIT 1611. 1627 Bartolomeo fuse in CH-Brusio (GR): + SANCTE REMIGI ORA PRO NOBIS 1627. In un cartiglio: BARTHOLOMEUS QUADRIUS PONTENSIS VALTELINE FECIT.

La Famiglia Quadrio di Chiuro: 1696 Giovanni Giacomo fuse una campana in Valmalenco, frazione di Primolo, poi rifusa (da: campanevaltellin.altervista.org) nel 1699 da parte di Paolo Antonio Gaffori di Poschiavo. Giovanni Giacomo fuse ancora: nel 1697 in Castello dell’Acqua e nell’anno 1699 con Stefano Nesina fuse in Grosio e nell’anno 1702 in Sondrio, frazione di Ponchiera.

Il citato Paolo Antonio Gaffori era originario di Poschiavo (Svizzera, Cantone dei Grigioni) attivo nell’ultimo quarto nel XVII secolo nelle valli delle Tre Leghe dei Grigioni cui la Valtellina -all’epoca- era soggetta. Di Paolo Antonio Gaffori di Poschiavo il sito Le campane di Villa di Tirano-chiesa S. Antonio ricorda la campana fusa nell’anno 1692; campanevaltellin.altervista.org dà notizia della fusione nell’anno 1693 di una delle 3 campane del Santuario della Santa Casa di Loreto di Tresivio (SO).

Nel 1653 Francesco Comoli di Como rifondeva quella maggiore, che nel giugno 1665, veniva nuovamente rifusa dal lorese Pietro Sottile (vedi in seguito Sottile). Contemporaneamente fece una campana per il comune di Villa. Il Sottile viene annoverato fra i numerosi fonditori provenienti dalla Lorena (Francia) che operarono in provincia di Sondrio, di cui cinque (Sottile) in Valchiavenna: due (Sottile) a Mese, altrettanti a Chiavenna e uno (Sottile) a Piuro, nel 1598. Di nuovo la maggiore nel 1697 era fessa e quella piccola minacciava di fare la stessa fine, per cui venivano entrambe rifuse da Andrea Balabene di Bergamo. Nel 1705 il campanone andava rifatto un’altra volta….; ci si rivolse ancora ai Comolli, rilevata da Nicolò essendo morto il padre Francesco.

Dei Comolli, Cuzzoni ricorda Francesco Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane comasco. Fuse campane per Coldrerio (1680), Mendrisio (1737), Sorengo (1741), Coldrerio (1743), Vacallo (1744), Agno (1749) e Contra (1758); e Nicolao Comolli. Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane comasco. Fuse diverse campane per le chiese ticinesi tra il 1688 e il 1732.

Campanaria (aprile 2013): […]; risale infatti al 1382 la prima testimonianza scritta della presenza di un fonditore di campane a Crema, tale Cremaschino.

Altre notizie: Fonderia Crespi di Crema, una delle più antiche e importanti fonderie

italiane che vede risalire le sue origini al 1498.

Padovani in Campanologia. Org: Petrus Sermund di Bormio nell’anno 1558 fuse una campana per Lana di Sotto (BZ) ed in Forma Manieristica Bolzanese e Forma Barocca Brissinese: Nel 1561 venne installata una campana in RE3, tuttora funzionante, opera dei fratelli Caspar e Petrus Sermund di Bormio, fra i primi ad introdurre la forma Manieristica classica a Sud delle Alpi. […], mentre un altro membro della famiglia di fonditori, Franz Sermund, realizzò nel 1583 una famosa campana per la Cattedrale di Berna, la “Mittagsglocke”.

Bruno Orlando in Cronologia documentaria ….: 1567 AOSTA. Il valtellinese Francesco Sermondi fonde la campana maggiore della cattedrale; nel 1569 GRAN SAN BERNARDO. Francesco Sermondi fonde una campana per l’ospedale.

Gabriele Antonioli in La fonderia di campane Giorgio Pruneri di Grosio: A partire dal Cinquecento cominciano ad essere segnalati alcuni fonditori locali che si cimentano in tale attività. Sempre circoscrivendo l’analisi all’ambito dell’alta valle, si possono ricordare i Sermondi, famiglia bormina che diede i natali a un certo Pietro, operante dal 1552 al 1559, la cui produzione viene segnalata in alcune chiese del Tirolo come Haffling, Lana e Tresero. L’attività intrapresa dai Sermondi fu esercitata pure dai Calderari, anch’essi di Bormio, i quali, come denota lo stesso cognome, inizialmente si erano applicati alla produzione di caldaie e recipienti di rame. Forse già precedentemente avevano praticato l’arte fusoria ma solo a partire dagli inizi del Seicento tale attività è attestata specialmente con Giacomo e Cristoforo. Il primo operò dal 1605 al 1655 in particolare presso la Madonna dei Monti in Valfurva, il santuario della Beata Vergine delle Grazie di Grosotto, la chiesa di San Bartolomeo e la collegiata di Bormio. Il secondo, la cui attività è circoscritta tra il 1652 e il 1674, lavorò anch’egli per il santuario di Grosotto e rifuse la Baiona di Bormio.

Anche i Trabucchi, originari di Semogo, ebbero in Antonio un valente fonditore. Egli, pur avendo lasciato testimonianze della sua attività in loco con la fusione dei sacri bronzi della chiesa di San Carlo a Semogo e di San Lorenzo a Bormio, lavorò in prevalenza nel Trentino, avendo acquisito nel 1661, in Trento, l’officina del fonditore Giovanni Schaler di Bolzano.

Per completare il panorama dei fonditori locali operanti in alta valle dobbiamo aggiungere il battirame di Grosotto Mattia Landolfi i cui tentativi, a onor del vero, sortirono esiti a dir poco velleitari. Le vicissitudini accorse al Landolfi che, dopo questa esperienza fallimentare, credo si sia limitato a fabbricare paioli, meritano di essere ricordate non per il gusto di infierire ma perché si tratta di inconvenienti che sovente capitavano non solo per l’imperizia dei fonditori ma anche per le precarie condizioni ambientali dove si effettuava il getto. Nel 1640, siccome la fusione effettuata nell’anno precedente dai lorenesi Giovanni Picquey e Giovanni Bonavilla non era riuscita gradita alla comunità di Grosotto, Mattia Landolfi ricevette l’incarico di rifondere il campanone del santuario di Grosotto, in società con mastro Cristoforo Calderari. L’esito fu favorevole ma mentre la campana veniva issata si ruppe, forse per colpa del figlio di mastro Mattia. Il Landolfi procedette, a sue spese, a una nuova fusione che però non dette gli esiti sperati e nel 1642 dovette rivolgersi nuovamente a Giovanni Bonavilla (vedi in seguito) che, in compagnia di mastro Dionisio de Filippi, finalmente concluse l’opera in maniera soddisfacente. Per avere un’idea delle spese che si incontravano in una fusione come questa basti ricordare che, dopo aver predisposto il modello e aver procurato il metallo necessario, attorno alla fornace lavorarono tre persone per venti giorni bruciando 24 carri di legna. […].

Benché al giorno d’oggi i Pruneri siano ampiamente presenti in Grosio e il cognome sia portato da poco meno di duecento persone, essi non sono di origine locale né tanto meno valtellinese.

I Pruneri di Valtellina sono originari dell’Alto Adige. Il capostipite Filippo Pruner di Lana lo troviamo presente in Bormio verso la metà del Seicento.[…]. Filippo ebbe quattro figli: Giovanni e Simone rimasero nel Bormiese ed ebbero discendenza fino agli inizi dell’Ottocento; Cristoforo e Giovanni Abbondio si stabilirono invece a Grosio. Cristoforo, o Cristian, era lapicida di talento e, come tale, lavorò nella fabbrica del campanile del santuario di Grosotto e nell’erezione del santuario della Santa casa di Tresivio, tuttavia la sua maggiore attività la svolse nella costruzione della chiesa di San Giuseppe di Grosio, iniziata nel 1626 ma conclusa solo nel 1674. […]. L’attuale dinastia dei Pruneri ha però il suo capostipite nel più mite Giovanni Abbondio, fratello di Cristian, il quale, con il figlio Giacomo, scese da Bormio e si stabilì in Grosio nel 1696. […]. I Pruneri mantennero anche nel diritto successorio un tratto della cultura tirolese applicando con una certa costanza l’istituto del maso chiuso, in particolare nella gestione della fonderia.

La fioritura di fonditori locali che aveva caratterizzato l’alta valle per tutto il Cinquecento e il Seicento, sul finire del XVII secolo andò scemando.

Se escludiamo Giacomo Quadrio di Chiuro, documentato nel 1705, e mastro Stefano Merri di Grosotto che nel 1800 fonde una campana per la chiesa di San Giuseppe in Grosio, nel corso del Settecento troviamo operanti nelle pievi di Mazzo, Grosio, Sondalo e Bormio solo maestranze provenienti da fuori provincia.

In questo ambito territoriale è documentata la presenza delle seguenti ditte: Andrea Balabene di Bergamo (1699), Teodoro Centino di Borgo Sant’Antonio di Bergamo (1699). […].

D’Andrea (II) ricorda il fonditore di metalli Gabriele Marra di Bergamo: nel 1568 fece società in Napoli con Pompeo e Vincenzo di Notaronofrio (vedi Abruzzo).

Da Campanaria (Aprile 2013), alla fine del XIV le prime notizie di un’altra grande dinastia di fonditori milanesi: I Busca. Il primo nome a noi noto della dinastia è Lanfrancolo, che nel 1399 fuse una piccola campana per il Duomo di Milano.

Dei Busca, Cuzzoni ricorda: Nel 1425 produssero il nuovo concerto della Basilica di San Lorenzo in Milano. Un nome importante della dinastia, nel XV secolo, fu Antonio, che nel 1456 fuse una campana per l’Abbazia di Viboldone. Egli venne addirittura soprannominato “Giochino” (Campanello) per la fama di ottimo fonditore che ebbe al tempo. Da allora questo soprannome venne attribuito a tutti i fonditori della dinastia. Un altro celebre esponente della famiglia fu Gerolamo, che nel 1499 fuse la campana maggiore di Santa Maria delle Grazie (non più esistente) e nel 1515 una grande campana per il Duomo di Milano (chiamata San Barnaba). La celebre cattedrale possiede tutt’ora quattro campane, tutte provenienti dal XVI secolo e dalla sapiente mano dei fonditori Busca. Un altro Antonio Busca fuse nel 1553 la piccola campana di Santa Tecla. Nel 1565 Dionisio Busca fuse le tre campane maggiori, più grandi di quella fusa nel 1515. Di queste campane nessuna è pervenuta ai giorni nostri. Una venne rifusa nel 1577 dallo stesso fonditore, intonata Si2 calante (chiamata Sant’Ambrogio), mentre le altre due vennero rifuse in un unico enorme campanone, pesante più di 6 tonnellate, fuso da Giovanni Battista Busca nel 1582 ed intonato Lab2 calante (chiamata Madonna). Giovanni Battista fu l’ultimo esponente di questa grande famiglia di fonditori Milanesi.

Con l’inizio del XVII secolo arrivarono a Milano, scrive Campanaria (aprile 2013) i fonditori Bonavilla, provenienti della Lorena. Il primo ad insediarsi in città fu Nicola, che nel 1617 e nel 1619 fuse due campane per il Santuario di Saronno.

In Milano, in quel periodo, troviamo operanti anche le famiglie di fonditori dei Mirri e degli Andrei.

I Bonavilla furono all’avanguardia per tutto il XVI secolo, con gli esponenti Giovanni, Desiderio e Pietro. Fusero diverse campane per tutta la città di Milano ed i paesi limitrofi, spesso giunte fino ai giorni nostri.

Il sito Campane della Valtellina e della Valchiavenna ricorda per l’anno 1666 Carlo Bonavilla: fuse una campana per la chiesa di Marvaglia nel Canton Ticino.

Alla fine del secolo, iniziò a lavorare a Milano Ambrogio Mainoni, che fuse campane per Santa Maria del Paradiso a Milano e per Vimercate. Il ‘700 fu il secolo dell’eccellenza per le fonderie milanesi. Nacque l’idea di fondere interi concerti di campane intonate tra loro e non più campane fuse con criteri di peso, quindi le fonderie operanti, Mainoni e Bonavilla, dovettero iniziare ad adeguarsi finché nel panorama campanario milanese apparve un nuovo fonditore: Bartolomeo Bozzi.

Campanaria ricorda: Alla fine del Cinquecento si stabilirono in Italia i Sottile.

Essi, come i Bonavilla, erano originari della Lorena. Cominciarono a lavorare come fonditori itineranti per il Canton Ticino, il Piemonte ma soprattutto l’alta Lombardia, in particolare la città di Varese. Spesso li troviamo a collaborare con i conterranei Bonavilla, come per esempio nel 1628, quando Nicola Bonavilla e Nicolao Sottile fusero la campana maggiore del Duomo di Lugano. La famiglia continuò a lavorare per tutto il Seicento e l’inizio del Settecento, anche con fusioni importanti come il concerto per la Basilica di San Vittore a Varese (Pietro Sottile, 1661). L’ultima grande campana da loro fusa fu la seconda maggiore del Duomo di Lugano, fusa nel 1710 da Giovanni Battista Sottile.

Per l’Alta Lombardia e le valli tra il Ticino e l’Adda, Campanaria ricorda che già nel XIII secolo ci sono notizie di fonditori di campane, come Blasinus di Lugano: fuse la campana ancor oggi conservata presso Voltorre di Gavirate.

Dal sito XIX secolo-FreeForumZone: dei Raineri XVII secolo Brescia, Gaetano fonde nel 1725 una campanella per l’Oratorio di Santa Maria Pomposia di Berenzi di Castelgoffredo (MN). Vivianus et Salvator filius de Reneris Canneto sull’Oglio, Chiesa del Carmine, due campane del 1683.

Mariana mantovana, Chiesa dei Cambonelli, una campana del 1700.

Ranieri Meta XVII sec. fonde in loco. Bartolomeo: originario di Bergamo, attivo a Verona.

Luca Chiavegato ricorda nella Basilica Palatina di santa Barbara in Mantova la Campana Terza Anno di fusione 1554 Fonditore Bernardino Arrigoni: BERNAR ARIGONVS MANT FE 1554.

 

TRENTINO – ALTO ADIGE

 Matteo Padovani in Forma Manieristica Bolzanese e Forma Barocca Brissinese: Il patrimonio campanario, straordinariamente ricco per il numero di campane di alta qualità presenti, consente di qualificare questa regione non solo come la più interessante d’Italia, ma anche come una delle più significative a livello europeo: tale qualifica accompagna il Sud Tirolo a partire dal Rinascimento (secoli XV e XVI) fino ai giorni nostri, e possiamo quindi affermare che vi siano degnamente rappresentati sia il passato che il presente della cultura campanologica mitteleuropea.

Padovani ricorda: nella cella campanaria della chiesa la chiesa di San Paolo di Appiano una grande campana, realizzata nel 1507 dal fonditore tirolese Hans Melser; fu rifusa nel 1677 da Paolo De Paoli di Trento.

A Lana Bassa (BZ), nel 1526 Löffler di Lana fuse una campana. In Appiano, nel 1556 fu fusa una campana da Gregor Löffler di Innsbruck assieme ai figli Elias e Hans Christof. Dalla loro dinastia uscirono alcuni fra i più abili fonditori europei del Rinascimento: le loro campane sono tutte contraddistinte da una notevole bellezza di suono. Padovani dà dettagliate notizie dei fonditori che operarono nella provincia autonoma di Bolzano nel periodo che interessa la nostra ricerca.

I membri della dinastia Löffler di Innsbruck per esempio, considerati fra i più abili artisti europei del secolo XVI, lasciarono nel Sud Tirolo un buon numero di campane tuttora funzionanti, fuse nella forma Tardo Gotica.

Il XVI secolo si caratterizzò per la diffusione di una nuova forma di campana, detta Manieristica: negli anni avrebbe dato origine alla Manieristica Bolzanese che avrebbe caratterizzato le campane Sudtirolesi del secolo XVIII.

Padovani: La prima campana che possiamo considerare significativa per il percorso evolutivo della forma Manieristica Bolzanese è la maggiore di Malles, fusa nel 1608 da Heinrich Schatzaus (di Innsbruck) e Moritz Baumgartner (di Lana).

ADAM STERZER fuse: 1590 S. Genesio (BZ) S. Valentino. 1607 Collepietra (BZ,) 1610 Bolzano S. Pietro. 1610 Hof di Marebbe (BZ). 1610 St. Daniel Gailtal / K. [A]. 1611 Lienz-Peggetz / Tirol [A]. 1617 S. Genesio (BZ). 1617 Perca (BZ.). 1625 Asch / Tirol [A].

Una fase transitoria avvenne poi intorno a metà secolo con le campane di Hans Schellener il “Vecchio” (attivo dal 1613 al 1651) e Hans Schellener il “Giovane” (attivo dal 1651 al 1664), di quest’ultimo segnaliamo le campane di Sarentino fuse nel 1654.

Hans Schellener ilVecchio”, fuse: 1611 S. Pancrazio (BZ). 1615 Tannas (BZ). 1621 Auna di Sotto (BZ) S. Lucia rifusa 1960 ca.. 1621 Meltina (BZ) Verschneid. 1624 Agumes (BZ). 1637 Natz (BZ) con la collaborazione di B. Grassmayr. 1637 S. Pancrazio (BZ). 1638 S. Gertrude Ultental (BZ).

HANS SCHELLENER il “Giovane”, fuse: 1654 Sarentino (BZ) parrocchiale. 1661 Resia (BZ). 1662 Eyrs (BZ). 1663 Laives (BZ) rifusa ca. 1960.

Thomas Zwelfer di Bolzano (attivo dal 1679 al 1704), allievo e collaboratore dello Schellener ma con esperienze maturate anche ad Innsbruck, fuse nell’anno 1686 la campana maggiore della parrocchiale di Santa Maria Assunta di Meltina/Molten e nel 1690 la “Campana delle Fiere” del Palazzo dei Mercanti di Bolzano/Bozen. Ancora nell’anno 1700 la campana maggiore della parrocchiale di Santa Maria Assunta di Terlano/Terlan.

Le sue campane: 1680 Appiano (BZ) Castello.1684 Caldaro (BZ). 1684 Senales (BZ) N. Signora. 1686 Matsch (BZ). 1686 Meltina (BZ) parr.. 1690 Bolzano Palazzo dei Mercanti Campana delle Fiere. 1691 Lauregno (TN). 1692 Valda (TN). 1692 Verano (BZ). 1695 Avigna (BZ). 1695 S. Elena Ultental (BZ). 16.. Laurein (BZ). 1697 BZ S. Martino Kampill. 1700 Terlano (BZ) parr..

La frazione San Paolo di Appiano, a pochi km da Bolzano, vanta una notevole chiesa parrocchiale realizzata a partire dal 1461. In seguito al completamento della cella campanaria, venne installata una prima grande campana, realizzata nel 1507 dal fonditore tirolese Hans Melser. Nel 1677 la campana venne rifusa da Paolo De Paoli di Trento.

Seguì Thomas Zwelfer (attivo dal 1679 al 1704), allievo e collaboratore dello Schellener ma con esperienze maturate anche ad Innsbruck.

Per la forma cosiddetta BAROCCA BRISSINESE, si distinse la famiglia di fonditori Grassmayr di Bressanone, attivi dalla fine del secolo XVI fino al 1873.

Padovani: Agli inizi del secolo XVII il fonditore Adam Sterzer di Bressanone (attivo dal 1600 circa al 1633) realizzò campane che comprendevano elementi sia di derivazione Manieristica che del primo Barocco che furono perfezionati con Benedikt Grassmayr (attivo dal 1637 al 1664) ed il figlio Lukas Grassmayr (attivo dal 1665 al 1692), a cui successe Georg Grassmayr (attivo dal 1692 al 1720).

BENEDIKT GRASSMAYR fuse: 1637 Natz (BZ) Collaborazione H. Schellener. 1656 Bannberg / Tirol [A]. LUKAS GRASSMAYR: 1666 Ceves (BZ). 1669 Bressanone (BZ) S. Michele rifusa 1784. 1673 Thal / Tirol [A]. 1686 Pusarnitz / Kärnten [A]. 1687 Buchenstein / Tirol [A]. 1687 St. Veit / Tirol [A]. 1688 Obertillach / Tirol [A]. GEORG GRASSMAYR: 1694 Dobbiaco (BZ). 1694 Sabiona (BZ) Monastero. 1694 Vela (TN). 1695 Seefeld / Tirol [A]. 1695 Varna (BZ). 1696 Sciaves (BZ). 1696 Taisten (BZ). 1697 Brunico (BZ) S. Giorgio. 1697 Levico (TN) maggiore rifusa 1950 ca.. 1697 St. Jakob Ahrntal (BZ). 1697 St. Korbinian / Tirol [A]. 1697 Tills (BZ) S. Cirillo. 1697 Thaur / Tirol [A] requisita 1917. 1697 Villabassa (BZ). 1699 Lengstein (BZ) S. Andrea. 1699 Bressanone (BZ) Sarns. Nell’anno 1700: Bressanone (BZ) Cattedrale requisite 1917; Caldaro (BZ) S. Nicola; Dorf / Salzburg [A]; Laatsch (BZ) S. Leonardo; Salorno (BZ) Grfill e Spinges (BZ).

Cuzzoni: Fino al 1916 sul campanile di Santa Giuliana c’erano tre campane.[…]. Pochi anni dopo, la campana minore (chiamata “Mendra”), fusa da Ludovico Simonato nel 1496, venne portata sul campanile della frazione di Meida a Pozza, dove per un malaugurato incidente si crepò e andò inesorabilmente perduta. Nel 1591 fondeva (Ludovico Simonato) il Campanone per la parrocchiale S. Giuliana di Vigo di Fassa.

Da Campanologia. Org, Stefano M. Ghezzi (2015): VIGO DI FASSA (TN) CHIESA PIEVANA DI SAN GIOVANNI BATTISTA. La storia delle campane della Pieve inizia nel 1549, quando la comunità di Fassa ordinò al fonditore Ludovico Simonato di Trento la campana maggiore, detta “Grana”. [Nel 1689 la confraternita del Rosario dispose 150 Ragnesi per la fusione di una nuova campana. A seguito di una verifica statica del campanile, il nuovo bronzo venne fuso a Bressanone da Georg Grassmayr (vedi in seguito) al costo di circa 950 Ragnesi.

http://www.valtourist.it/chiesa-di-san-carlo/ ricorda Paolo De Paoli di Trento (1677) e nella città di Trento esisteva l’officina del fonditore Giovanni Schaler di Bolzano, acquistata da Antonio Trabucchi nell’anno 1661; originario di Semogo (SO) realizzò una campana per il campanile concluso nell’anno 1675 della chiesetta di San Carlo in Valdidentro.

Il sito Campane della Valtellina e della Valchiavenna ricorda Georg Hauser di Sterzing (Vipiteno, Sud Tirolo): nel 1571 fuse una campana per la chiesa di S. Carlo Boromeo di Semago (Valdidentro).

Georg Hauser, nell’anno 1597, fuse nel comune di Piuro (SO), frazione di Prosto, una delle campane per la chiesa arcipretale della Beata Vergine Maria Assunta.

 

VENETO

Cuzzoni: Fino dal nono secolo esistevano fonderie di tal genere nelle nostre lagune, sapendosi che il doge Orso Partecipazio nell’866 donò dodici campane all’imperatore Basilio il Macedone. Questi mandò un suo apocrisario a riceverle, e d’allora soltanto cominciò ad introdursi l’uso delle stesse fra i Greci Bisantini.

I Veneziani amarono sempre un eccedente scampanìo. Domenico Tino, presente all’elezione del doge Domenico Selvo (anno 1071), scrive che in quell’occasione vi fu un indicibile fracasso di campane: «Quam magnus etiam campanarum tum fuerit sonitus nullius dicti vel scripti expositione animadverti potest». Si rileva poi che in tempi posteriori, sotto il pretesto di feste, messe novelle, ed altre solennità, si costumava di dar nelle campane non solo di giorno, ma anche di notte inoltrata, laonde un decreto del Consiglio dei X, 7 febbraio 1424, M. V., proibì di suonarle «a prima hora noctis usque ad matutinum sancti Marci».

Bottazzi in Campane e scrittura: La grande città veneta (Venezia) appare infatti come un importante centro artigianale operante in un area molto vasta la cui produzione può essere assegnata per la massima parte a una grande famiglia di fonditori collocata topograficamente in città in campo S. Luca. Nella nota 35 infatti ricorda ser Anthonio Campanato del confin de San Luca, nepote et legatario del testamento del quondam ser Vincenzo Campanato, proprietari di una station granda dall’arte de campane confinante con la proprietà qual fu de ser Michiel Campanato e fradelli. A Campo S. Luca, non distante dal Colle dei fabbri, stava una < station grande dell’arte de campane >. Da quella fucina che fece capo a Vincenzo e poi ai suoi successori, ma prima di lui ai suoi predecessori, uscirono la gran parte delle campane rintracciate e catalogate le cui iscrizioni, complete del patrominico, permettono, insieme a tutta la documentazione d’archivio raccolta, di ricostruire genealogicamente la famiglia degli artigiani che si sono avvicendati nella produzione delle campane a Venezia all’interno della stessa bottega.

Da uno dei documenti, Bottazzi per l’anno 1361 dà notizia di Vendramo padre di Marco, alle dipendenze di Vincenzo (Campanato), che compare con il padre in molte delle iscrizioni campanarie raccolte, e suo fratello Mauro. Le iscrizioni al pari della documentazione d’archivio hanno fatto, quindi, luce sulla presenza a Venezia di una seconda grossa bottega che fece capo a Marco figlio di Vendramo e da cui uscirono dei manufatti fusi per i campanili del centro Italia, in Toscana, nel Triveneto, dell’Istria e della Dalmazia.

Precisa Bottazzi: Bisogna premettere che ci troviamo sempre di fronte a oggetti di gran lunga più tardi rispetto alla campana di Canino o di S. Stefano di via Latina a Roma; le iscrizioni raccolte infatti provengono da campane fuse dagli inizi del XIV secolo in avanti tranne il caso di Verona che, ricordo, custodisce nel suo museo una campana inscritta nel secolo XI.

In nota, Bottazzi trascrive alcune iscrizioni (le più significative) che ricordano i membri di alcune delle famiglie di artigiani della città veneta: + M(agister). MARCUS. FILIUS. VENDRAMUS. M(e). F(ecit.

M(agister) MARCUS FILIUS Q(uondam) M(agister) VENDRAMI ME FECIT.

+ MA(gister). JACOBUS. ME FECIT.

+ NICOLAUS. ET. MARTINUS. ME. FECERUNT. FILII quondam. MAGISTRI JACOBI. DE VENECIIS.

+ ANNO D(omi)NI. MCCC. XXXVIII VIVENCINUS (quodam) NICOLA (i) ME FECIT.

+ MCCCXLI. M(agister) VIVENCIUS. M(e fecit).

+ MAGISTER. BELO. q(quondam) VIVENCIUS. ME FECIT.

+ MCCCLXXXII. ANTONIUS FILIUS Q(uondam) M(agist)RI. VICTORIS. DE VENECIIS. M(e) F(ecit) M(ariam).

Bottazzi: Attraverso tutte le iscrizioni ho potuto quindi ricostruire l’intera produzione artigiana di una complessa famiglia veneziana che dalla fine del XIII secolo, a Venezia, fuse campane fino a tutto il XV secolo e dalla quale sembra aver avuto inizio la fortuna di altri maestri campanari. […]. Non stupirebbe, ma è ancora da accertare, la comunanza di maestro Alvise padre putativo e maestro del più famoso Pier delle Zuane, alla famiglia più conosciuta in questo campo. Di quella grande famiglia di fonditori che sembra aver raggiunto Venezia partendo da Torcello nel corso del XIII secolo.

Bottazzi in Artigiani? Venezia: l’arte di fondere. Dalla documentazione d’archivio e dalle scritture incise (secc. XIII-XVI), scrive: Contrariamente a quanto si prefigurò nella totalità delle altre città italiane di quell’epoca gli artigiani di Venezia, regolamentati da numerosi statuti, diedero vita ad un gran numero di associazioni.[…]. Evidenziando: … al mondo artistico dell’epoca, tra le quali la produzione di campane, su cui ancora non si era concentrata l’attenzione degli storici, si è rivelata essere un importante caso, peculiare della Venezia medievale e rinascimentale. Soffermandosi su quel periodo che va dall’“età di mezzo ai primordi del secolo XVII” lo studioso veneziano (Pompeo Molmenti), come aveva fatto prima di lui Pietro Paoletti, cercò di dare al lettore una visione globale della collegialità artistica veneziana includendo la memoria, seppur accennata, della produzione artigianale autoctona di campane.

Bottazzi mette in luce l’organizzazione industriale di alcune stationes dedite alla fusione di campane ed altri oggetti in bronzo a Venezia; fucine topograficamente documentate, fin dalla seconda metà del Duecento, nella contrada di S. Luca del sestiere di S. Marco di quella città, a cui questo studio ha dedicato una particolare attenzione. […] le chartae degli anni 1340 e 1393 del registro dei Camerari della pieve di S. Maria Maggiore di Gemona, cittadina importante per l’Alto Friuli durante il medioevo, documentano l’acquisto di due campane comprate direttamente da alcune persone di Gemona a Venezia. In conformità ai documenti gemonesi anche il massaro del Capitolo della Cattedrale di Verona aveva registrato nel suo quaderno l’acquisto di una campana presso le botteghe veneziane, mentre a Ceneda, nel 1342, il Consiglio cittadino decise, anche qui, l’acquisto di una campana fusa a Venezia, in quel caso da magister Vicentius et Vetor eius filius, da porre nella torre del palacium comunis: una produzione di bronzi, scrive Bottazi, diventata sempre più larga; a Castel Tesino, a Verona e a Lucca; a Fermo, a Teramo e a Urbania; nel Friuli e largamente nella Venezia Giulia come nell’Istria e nella Dalmazia; a Malta, a Cipro e ad Alessandria d’Egitto furono esportate campane ed altri oggetti fusi nella bottega di calle dei Fabbri durante i tre secoli di vita di quell’azienda artigiana. In nota 98 è scritto: La segnalazione di una campana forgiata per una chiesa di Malta da magister Vittore e da suo fratello Nicola nel 1370 mi è venuta da Charlene Vella dell’Università di quello Stato. Il primo documento specificamente importante ai fini di questo lavoro venne invece registrato agli atti e copiato in duplice copia nel registro seicentesco della Commissaria Argentini, pur risalendo al 1361; a partire da quell’anno troviamo raccolti nelle due prime buste della commissaria un gran numero di atti riferibili alla famiglia Campanato, mentre i soli accenni riguardo alla loro produzione di campane anteriore a quella data si devono esclusivamente alla documentazione iscritta incisa su campane e su altri oggetti fusi dalla seconda metà del secolo XIII fino a tutta la prima metà del secolo XIV. Nel 1361 il notaio Rana, predisponendo la stesura del testamento di «Vivençius campanarius de confinio Sancti Luce», proprietario di parecchi immobili a Venezia e di terreni a Mestre, capostipite largamente documentato della famiglia, le cui proprietà sarebbero passate alla famiglia Argentini attraverso l’ultimo matrimonio nell’asse ereditario mancando eredi maschi preposti a gestire nuovamente la statio granda de le campane nel centro di Venezia, tracciava, inconsapevolmente, il profilo sociale di quell’impresa artigiana di metà Trecento utile ad un’analisi di quell’organizzazione imprenditoriale famigliare, che sembra sia andata ben oltre a quella propria del periodo medievale. In contrada a San Luca si fondevano dunque campane, ma anche «lavezi e morteri»; per l’inventario stilato nel 1456 vennero contati 209 tra «lavezi e morteri» pronti, 100 forme di campane grandi, mezzane e piccole e altrettanti «fusi» per «far far le forme in più volte»; nel 1545 vennero conteggiate 50 campane pronte, ma senza il batacchio, un banco di campanelle piccole e mortai non conteggiati, 3 campane mezane rotte da cui si poteva ricavare nuovamente il metallo. Nel 1556 gli eredi, al fine di valutare l’intera consistenza economica in vista di una definitiva chiusura dell’azienda, predisposero un bilancio inventariando tutti i prodotti finiti, le materie.

Quando nel 1361 Vivençius detta il suo testamento al notaio Rana, egli ha alle sue dipendenze, nella sua station granda, sette operai e due apprendisti o famigli; con lui collaborano il nipote Belo, i due figli Vettor e Nicoleto e il fratello Nicola, tutti maestri fonditori conosciuti; undici persone che lavorano, producono e firmano campane esistenti ancor oggi. Malta, la Dalmazia, l’Istria, il Friuli Venezia Giulia, Castel Tesino, Verona, Lucca, Fermo e Teramo e Urbania sono probabilmente al momento solo alcune delle regioni e dei luoghi dove possiamo rintracciare, e abbiamo in effetti rintracciato, le campane di Vincenzo, di Nicolò e di Vettore.

Nel 1358 il maestro Vittore da Venezia fuse assieme al padre la campana per la Cattedrale di Verona su cui incise nella fascia superiore M. CCC.L.VIII. MAGISTER. VIVENCVS. ET. VICTOR EIVS. FILIVS. ME. FECIT. IN. VENECIIS.

A Malta è stata catalogata ed esposta al pubblico una campana fusa da Vittore insieme allo zio Nicola e al fratello Nicola.

Le incisioni infatti riportano: MAGISTER VICTOR ET NICOLAUS ET FRATER ME FECIT IN VENETIIS MCCCLXX.

Dalla ampia e dettagliata documentazione di Bottazzi si apprende: Giovan Battista era figlio di Pietro di Zuan, continuò ad incidere sulle campane e sugli oggetti fusi, a garanzia del prodotto offerto e a garanzia dell’azienda, le lettere PZ spesso riquadrate e a volte accompagnate da figure sacre. Queste due consonanti, diversamente assemblate, rimarranno a garanzia della produzione aziendale anche dopo la morte di Pietro di Zuane avvenuta nell’agosto del 1543, come continueranno ad essere svolti lavori e incassati ducati sempre usando lo stesso nome e il logo sensibilmente modificato ad uso del figlio Giovan Battista.

Le molte campane rintracciate, fuse durante tutto il Cinquecento e oltre fino a quella datata 1750 ad opera dei De Poli portarono ancora il logo distintivo dell’artigiano che più aveva dato lustro, ma si trattava a quel punto di un logo manipolato ad uso di un’altra bottega veneziana, operante nello stesso settore, in special modo sul territorio giuliano, e che è andato confondendosi con quello che identifichiamo come il marchio di fabbrica della nostra fucina. Come il bisnonno Antonio e contrariamente al padre, artigiano sapiente, ma uomo oltremodo parsimonioso, Giovan Battista, vera mente aziendale rivoluzionaria di quella bottega, non solo elaborò l’importante marchio distintivo, ma seguì, anche, come il suo predecessore la politica delle buone doti per buoni matrimoni. Come per le figlie maggiori, Iacoba, Zanetta e Cristina sposate quando lui era ancora in vita, anche per Marina

Giovan Battista predispose una cospicua dote di 1400 ducati investiti in titoli di stato poi promessi, nel dicembre 1555, dopo la morte del padre, dalla ragazza a Francesco Argentini, componente di una famiglia cittadina particolarmente danarosa.

Diletta Corsini nel Catalogo del Museo Casa Rodolfo Siviero di Firenze Croci, campane e altri oggetti liturgici (2012), ricorda la “campana dell’Arengo” di Vittorio Veneto, fusa da Vincenzo e Vittore da Venezia nel 1342. Vivenzio e figlio Vittore da Venezia, 1320, fusero la campana oggi conservata in Castelvecchio. Fusero nell’anno 1354 le tre campane della torre del Duomo di Chioggia, dove si trova la campana del Maestro Antonio figlio di Vittore del 1426 ed una più piccola dell’anno 1431. La famiglia di fonditori di queste campane è nota con il nome di Campanato o Dalle Campane. La stessa famiglia, nell’anno 1502 fuse il sonello della chiesa della Stanga a Vicenza e nel 1523 la campana di Ancignano; altre due furono fuse a S. Vito al Tagliamento nel 1565. Altri membri della famiglia: Pier Zuane e Giovan Battista.

Matteo Padovani e Nicola Patria (Verona 2014), in Le campane di San Zeno Maggiore in Verona, scrivono: I due bronzi del 1065 per San Fermo Maggiore, quello di San Massimo del 1081, e quello quadrangolare realizzato da Oliviero per San Salvar nel 1172, presentavano già fregi ed inscrizioni a riprova di un’arte fusoria matura e consolidata. Nel 1149 una campana venne fusa per il campanile di San Zeno, capolavoro del romanico, e, pressappoco nella medesima epoca, maestro Gislimerio prestò la sua opera per la medesima abbazia. Il suo fu solo il primo degli oltre cinquanta laboratori che lavorarono a Verona nel corso dei secoli rendendo l’arte cittadina famosa per pregio acustico e decorativo, mole e quantità di realizzazioni. […]. Nella prima metà del XIV secolo, fra i migliori costruttori vi erano i veneziani, grazie alle conoscenze apportate dallo sviluppo industriale della serenissima città, ed operarono anche a Verona, fino a quando furono scalzati dallo scaligero Mastro Jacopo, uno dei più ragguardevoli fonditori del suo tempo. A Castelvecchio è conservato un suo bronzo del peso di 1800 kg mentre, sul campanile della Cattedrale, è ancora in servizio una sua opera datata 1384.[…]. Un provenzale, Michel de Francia, diede avvio ad una propria scuola veronese che si sarebbe evoluta per continuare ininterrottamente fino al sorgere del secolo XIX.

I Bonaventurini con i Checcherle furono allievi del provenzale Michel de Francia.

Cuzzoni: i Bonaventurini, originari di Pescantina, sono attivi a Verona tra il 1521 e il 1630, con Sede presso Castelvecchio.

http://www.campanesistemaveronese.it scrive: I Bonaventurini. Dinastia di fonditori veronesi, attivi per tutto il corso del secolo XVI. Il capostipite fu Don Bonaventura, autore di una rifusione del “Rengo”, la grande campana della Torre dei Lamberti, avvenuta nel 1521. Il nipote Alessandro realizzò nel 1557 il “Rengo” attualmente funzionante sulla torre. Le campane dei Bonaventurini sono caratterizzate da forme e proporzioni molto eleganti, e da partiti decorativi che denotano una significativa evoluzione nell’arte fusoria.

Nella descrizione de Il completamento quattrocentesco, Padovani e Patria: Nel 1498 furono affiancate da un’ulteriore bronzo, approntato dal veronese M° Orlando Checcherle, dedicato a San Benedetto. Orlando, residente nella contrada di Santa Maria della Scala (ed ivi sepolto) apprese probabilmente l’arte dai fonditori Antonio Zeno e Michel di Francia. Di indole intraprendente e devota, fu abile nel mestiere e lasciò la ditta al figlio Apollonio. Altre sue opere si trovano a Cisano e Sommacampagna. Per lo stesso campanile, nell’anno 1423 erano state fuse due campane da un ignoto fonditore di scuola nordica.

La Campana terza o “del vespro” riporta: […] FECIT MCCCCLXXXXVIII MENSE OCTVBRI MAGISTER ORLANDVS DE VERONA ME FECIT.

Cuzzoni: la Famiglia Checcherle (o Checherle) (di Borgo San Silvestro). Dal cognome veronesissimo, di origine cimbra, questa famiglia fu indirizzata alla notorietà da Francesco, dal figlio Orlando detto “il Maestro”, e dal nipote Apollonio. Orlando fuse nel 1494 una campana di 39 kg inabissatasi durante un trasporto nel Tirreno nel 1976. Nel 1498 preparò per la patronale di Verona un bronzo dedicato a sant’Agata, protettrice dei fonditori. Lo ritroviamo attivo nel 1501, anno in cui realizzò per Brenzone una campana di 334 kg. Nel 1503 approntò due voci per Cisano, la cui minore è ancora in loco e pesa 130 kg. Nel 1508 gli fu commissionato un bronzo destinato a Quinzano. Il figlio Apollonio fuse nel 1514 un’opera per San Michelin a Sommacampagna ed un bronzo di 540 kg per Monte Berico di Vicenza.

Cuzzoni: A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia Macarin (?).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1350 Macarino (?) (di Verona).

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1320 Magister Lucas.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 la Famiglia Martini.

A Vicenza esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1660 Cristoforo Murari.

Si ha notizia che nell’anno 1308 il magistro Nicholas fuse una campana per la chiesa della Madonna di Fratta a San Daniele del Friuli: spezzata e dispersa! Della famiglia del già citato NICOLAUS. ET. MARTINUS. ME. FECERUNT. FILII quondam. MAGISTRI JACOBI. DE VENECIIS .

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 la Famiglia Alberghetti.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 Ravenna Paolo.

Venezia, sec. XIV esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Magister Vetor (in seguito Bottazzi?), attivo in Abruzzo.

Manfredino (da Venezia) nel 1321 fuse una campana per la chiesa di San Giovanni in Sacco con inciso: magister manfredinus me fecit. Troviamo campane da lui realizzate in tutto il Triveneto e perfino in Puglia.

Cuzzoni: Il fonditore Vittore Campaner da S. Luca era allibrato all’Estimo del Comune nel 1379.

Francesco de Lazaro Campaner: Nel 1582 Francesco Arzentini appigionava a «Francesco de Lazaro campaner», in parrocchia di S. Luca, «una casa con il luogo dove si gettano le campane, e con la botega davanti di dete campane».

Giuseppe Plati da Venezia, anno 1650: campana in servizio a Santa Caterina in Verona.

Famiglia Zeno: Antonio (e figlio Gerolamo) Zeno, figlio di Luchino calderaio, visse ed operò in borgo San Nicolò, realizzò un complesso di tre campane per Santa Anastasia nel 1488.

Secondo il sito http://www.campanologia.org le campane erano 5 di cui: 2, non tre campane, furono fuse da Antonio & Geronimo Zeno con la collaborazione di Michel di Francia: Peso kg 1300 e kg 500; 2 fuse nell’anno 1460 da Gasparino da Vicenza: Peso kg. 700 e kg. 300; l’ultima fusa nell’anno 1650 da Bartolomeo Pesenti, peso kg. 100. La campana maggiore venne rifusa nel 1622 dai fratelli Da Levo e nel 1649 dal Pesenti, il Lab (1488) nel 1555 dai fratelli Bonaventurini. Anche il Sib (1460) venne rifuso nel 1622, sempre dai Da Levo.

Nel Settecento è documentato a Venezia l’artigiano Domenico Briseghella.

Una curiosità.

Cuzzoni: A Venezia, nel XVIII sono documentate le sorelle Caterina e Anna Castelli che fusero una campana per la chiesa di San Luca.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia Ciotti. Nel Cinquecento a Venezia era attivo il laboratorio artigiano di Gasparo Dalle Campane.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia De Toni.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia Di Calderani.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1286 Enrighetto.

Nel Cinquecento a Venezia era attivo il laboratorio artigiano di Giovanni Pietro Fucina.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, Giuseppe Plati, una sua campana (1652) è in servizio a Santa Caterina in Verona.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 Ravenna Paolo.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 la Famiglia Zambelli.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1310 Gerardo (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1490 Michele De Francia (di Borgo San Nicolò).

Notizie dei magistri campanarum itineranti, attivi nella regione e stimati fra i più “antichi”, si hanno da Cuzzoni e info@campanologia.org: Anonimo (da Verona), vissuto nell’VII secolo; Anonimo (di Verona), secolo VIII, artefice di una campana conservata a San Zeno. Anonimo (di Verona), del 1081 fuse una campana conservata a Castelvecchio in Verona.

La campana è interessata dalla polemica se sia stata o meno rifusa nel corso della sua lunga esistenza: nell’anno 1539 dal maestro Pirro, fonditore di cannoni, e nell’anno 1593 da Giorgio Albenga (vedi Liguria ed in seguito Vittorio Peron in L’ antica campana delle ore di piazza Erbe a Mantova).

Cuzzoni, ricorda: Anonimo (di Verona), fuse nell’anno 1423 le campane per San Zeno in Verona. Un Anonimo (di Verona), nell’anno 1425 fuse una campana, oggi presso il museo di Boscochiesanuova. Pietro De’ Bargesi (di Verona) (da Borges), fuse nell’anno 1442 una campana in servizio al castello di Malcesine.

Michaelis De Brollo (di Verona) nell’anno 1450 fuse la campana in servizio a San Giovanni in Fonte in Verona.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1433 un tal Galeazzo.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1400 Mastro Galvani (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 un tal Galvano.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1310 Gerardo (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1310 Perardus (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1640 la Famiglia Vitelmi e Pietro Poitiuro (di origine francese).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1650 la Famiglia Quarturoni Dai Reloi.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1400 Zuane (di Verona).

Giuseppe Alessandrini (di Verona), fuse nell’anno 1655.

Nel 1444 è documentata l’opera del Maestro Gasparino da Vicenza, che fuse una campana per Santa Maria della Scala in Verona. Uno dei più curiosi protagonisti di questo secolo XV fu un vicentino di nome Gasparino, così chiamato per la minuta costituzione fisica. Venne incaricato di rifondere il Rengo e la Marangona, le due grandi campane civiche di Verona, che erano state rotte dal tempo e dall’usura. Tre campane di sua produzione ci sono rimaste. Dal 1444 un Si bemolle 3 di 400 Kg vigila sui veronesi dal campanile di Santa Maria della Scala in centro città. Nel 1460 venne anche incaricato di fondere una grossa campana, di circa 7 quintali, per la basilica di santa Anastasia. Altre due opere di Gasparino, ancora funzionanti ma di dimensioni minori rispetto a quella di Santa Maria della Scala, si trovano a Vicenza ed a Cordenons.

A Schio esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1470 Francesco Capelo.

A Padova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 Luigi De Robertis.

A Padova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1470 Antonio De Viteni.

A Padova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1470 Sebastiano (da Padova), di cui si conserva una campana in Castelvecchio.

Lucio De Rossi da Padova (successore di Pisenti), sede borgo san Matteo, 1700-1750, campana in servizio alla civica di Cologna Veneta ed una a Santa Caterina in Verona.

Cuzzoni in Arte Campanaria a Verona – di Nicola Patria (VR),  ricorda: Sebastiano da Padova, nell’anno 1470, campana conservata in Castelvecchio.

Lorenzo da Padova (1512, campana in servizio a Praglia). Francesco da Padova (1534).

In Antiche campane istriane, Fulvio Di Gregorio ricorda il maestro Domenico Macarini di Venezia che fuse una campana dove, Sopra il collare, tra quattro cordoni, si trova la data di fusione: MDCIIII.

Dal sito Zadalampe (Pippo Posillipo): Nell’anno 1339 era presente alla corte di Roberto D’Angiò Martuccio da Venezia.

Vittorio Peron in L’ANTICA CAMPANA DELLE ORE DI PIAZZA ERBE A MANTOVA PROPOSTA DI MUSEALIZZAZIONE: Sulla campana fusa per la distrutta chiesa di San Giorgio in Mantova, successivamente collocata sulla Torre dell’Orologio della città, si legge: ANNO DOMINI MCCLXXXXVI XRISTUS VINCIT XRISTUS REGNAT XRISTUS IMPERAT MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO PATRIE LIBERATIONEM MAGISTRI LUCAS ET MATHEUS E HENDRIGETUS FRATRES DE VENECIIS ME FECERUNT.

Cuzzoni: Località Campanati Venezia, secolo XVI. Non «Campanati», ma «delle Campane», trovasi appellata questa strada nella Descrizione della parrocchia di S. Pietro di Castello pel 1661. Si deve credere adunque che qui ci fosse altre volte una fonderia di campane. Siccome poi alcuni fonditori di campane assumevano, pell’arte esercitata, il cognome di «Campanati», e questo restava ai loro posteri, benché di professione diversa.

Simone Campanato è attivo a Verona nel 1350. Nel 1514 un «Zuane Campanato» notificò di possedere «una casa cum una bottega dove si lavora di campane» in parrocchia di S. Luca. Pietro Campanato figlio di Zuane pur egli fondeva campane in questa situazione. Giovanni Battista Campanato figlio di Pietro (sepolto nel 1542, con epigrafe in chiesa di San Sebastiano) prese in moglie Elisabetta figlia di Ruzier di Gambelli, e nipote del celebre Vittore, dalla quale ebbe Marina, che sposò Francesco Arzentini, portando in questa cittadinesca famiglia i beni dei Campanato. Domenico Canciani Dalla Venezia sono documentati nel 1700.

D’Andrea (II) ricorda: Antonio De Pollis, veneto. Una campana da lui fusa nel 1664, ornava la Chiesa di S. Maria Maggiore di Francavilla al Mare. Lo storico Francesco Savini si occupò di un sacro bronzo in Propezzano, del 1371, e dei suoi fonditori veneziani. Nel suo articolo su campane, campanari d’Abruzzo e una campana veneta per Orsogna, Corrado Marciani trascrisse – traendolo da una scrittura notarile – l’atto di compravendita di una campanella, avvenuto nel 1526 in Lanciano fra Tommaso Mancinelli di Orsogna e Simone Peri, campanaro abitante in Venezia. I nota: non si riesce a capire bene se il Peri era un mercante, anche di campane, oppure un vero e proprio fonditore.

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Zanfrancesco da Legnago. 1390. fonde in loco. Fonde per la Signoria Scaligera di Verona.

Nicola Patria in TORNA A SUONARE L’ANTICA CAMPANA DEI CANONICI DELLA CATTEDRALE DI VERONA: Su Maestro Jacobus da Verona si sa ben poco. Fu attivo in tutto il Veneto ed il Friuli (fuse nel 1394 una campana per Cordenos) e potrebbe essersi formato nell’officina itinerante dei fonditori Manfredino o Vivenzio e Vittore, tutti veneziani. Nel 1366 fece una campana per San Pietro in Mavino di Sirmione: AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINVS TECVM MAGISTER JACOBV M(e) C(onflavit). MCCCLXVI.

Nel 1370 fuse (su commissione degli Scaligeri, signori della città) la monumentale campana delle ore per la torre del Gardello, in piazza delle Erbe in Verona: AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINVS TECVM MAGISTRO JACOBV FECIT FATA ANO DOMINI NOSTRI SENIORI JESV CHRISTI MCCCLXX SVB MAGNIFICO DOMINO CANSIGNORIO DE LA SCALA DOMINO VERONE LVLIO XXV. Nel 1381 fuse la campana, ancora oggi suonabile manualmente, sullo splendido campanile di Borghetto sul Mincio (Vr).

Da http://www.campanologia.it: Nel 1384 venne commissionato a Magister Jacobus un “dindin” o “squilla”. Il bronzo che qui trattiamo, è stato fuso in Verona nel 1384 con l’iscrizione: MAGISTER JACOBV ME FE(cit) MCCCLXXXIIII V(erona).

Nel 1385 preparò il bronzo per Santa Maria Mater Domini, oggi conservato a Castelvecchio, recante le seguenti inscrizioni: MCCCLXXXV ISTA CAMPANA EST ECCLEXIE SANTE MARIE MATER DOMINI MAGISTER IACOBV ME (fecit).

Dal sito http://www.campanesistemaveronese.it: I Levi (De Levis). Dinastia di fonditori proveniente dal bergamasco e attiva  a Verona dalla metà del secolo XVI alla metà del secolo XVII. Si conservano loro opere tuttora funzionanti su vari campanili, come ad esempio le due campane a Madonna di Campagna, del 1567, ed una campana del 1677 per San Giovanni in Foro. L’artefice più famoso della famiglia è stato Giuseppe Levi, autore di campane e di oggetti in bronzo di pregevole fattura, conservati in musei d’Europa, d’America e in collezioni private.

Cuzzoni: Gli ultimi Levi erano imparentati con il fonditore francese Pierre Potier. (vedi in seguito).

Pierre Potier (o Poitiuro), sposò la vedova Levi, 1640, fuse la campana conservata a Castelvecchio in Verona.

http://www.campanesistemaveronese.it: Bartolomeo Pisenti. Dopo la scomparsa dei Levi questo fonditore dominò senza concorrenti l’arte fusoria a Verona nella seconda metà del secolo XVII. Molti campanili cittadini ospitarono sue opere oggi scomparse, come ad esempio Santa Anastasia, la Cattedrale, San Giorgio in Braida, mentre a San Nicolò sono ancora funzionanti due bronzi del 1682. La sua opera più significativa, tuttora in uso, è il “Campanone” fuso nel 1653 per la torre civica di Bergamo.

Di Bartolomeo Pisenti, Luca Chiavegato ne LE CAMPANE DELLA BASILICA PALATINA DI SANTA BARBARA IN MANTOVA, ricorda la Campana Maggiore Anno di fusione 1650 Fonditore Bartolomeo Pisenti: BARTHOLOMEI DE PISENTIS VERON OPUS.

[PDF] XIXsecoloFreeForumZone: Murari XVII secolo 1600? Cristoforo: originario di Vicenza.

Bottazzi in Campane e scrittura: informazioni dalle iscrizioni campanarie e della documentazione d’archivio 2007 ricorda una campana di Gemona: ….. MCCCCLXVI. OPVS GASPARINI VICENTINI

Nel sito di magicoveneto alla voce Lusiana si legge: La più antica campana del Veneto in contrada Campana a Lusiana. Risale al 1280: è sconosciuto il nome del fonditore.

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Galvanus (Magister) XV secolo fonde in loco. Vicentino: attivo nel vicentino-veronese sotto la signoria veneta.

Dal sito della Antica fonderia De Poli, si apprende che fu la fonderia fu fondata in Vittorio Veneto nel lontano 1453 è tra le più antiche fonderie italiane ancora operanti. Nella sua storia ha avuto varie ramificazioni tra le varie Venezia e Udine. La Fonderia De Poli, nel suo laboratorio “al ponte dei Dai, all’insegna della Madonna” (Calle dei Fabbri) oltre alle campane fondevano anche mortai pestelli e bocche da fuoco. Nel 1481, i De Poli fusero una campana per il Duomo di Ceneda (ora Vittorio Veneto) e nel 1606 una campana per la Chiesa di San Giusto di Trieste. Questo laboratorio artigiano continua ad essere documentato a Venezia per tutto il Settecento.

Nel Cinquecento sono attivi i laboratori artigiani di Gasparo Dalle Campane e di Giovanni Pietro Fucina.

Dal sito http://www.inforestauro.org  i Metalli: ricordiamo Gaspare Campanario (Campanato) di Treviso ma attivo a Padova tra il 1479 e il 1496.

Nel Settecento è documentato l’artigiano Domenico Brisighella.

Vittorio Peron in L’antica campana delle ore di piazza Erbe a Mantova: È però certo che nel 1593 l’orologio fu di nuovo accomodato, e nello stesso anno il celebre fonditore Giorgio Albenga (Vedi Liguria), rifuse la grossa campana, che ancora oggi serve al ribattere delle ore, che nel 1539 aveva fusa il M.ro Pirro fonditore di cannoni al servizio del duca Federico Gonzaga.

[PDF] XIXsecoloFreeForumZone: De Maria. Meta XVII fino inizi XIX sec. Vicenza. Famiglia di fonditori attiva dal 1648 circa (data della prima campana che si conosca) fino al 1803. Prima sede: Contra’ della Valle, oggi Via Fermi a CALTRANO (Vi) fino al 1683 circa. Seconda sede: Coltura di Camisano, oggi Corso Padova n. 120 in Vicenza fino alla chiusura. Area di distribuzione delle campane realizzate: Vicenza – Verona – Padova – Treviso – Trento.

Cuzzoni: i De Maria, originari di Valdobbiadene, fonditori di campane e di mortai in Borgo Padova. campana in servizio a Santa Margherita di Roncà. Dalle Ore da Vicenza (XVI sec.). Cristoforo Murari da Vicenza, nell’anno 1660: campana in servizio alla torre civica di Vicenza. Famiglia Cantoni da Vicenza, fusero nell’anno 1700.

I Franzoni da Manerba, 1673-1745, campana conservata a S. Anna d’Alfaedo.

Dal sito http://www.unioncamere.gov.it, merita di essere ricordata la Fonderia Campane Daciano Colbachini e Figli – Stabilimento Pontificio Srl di Vicenza, fondata nell’anno 1745 e da allora ha continuato la propria attività senza soluzione di continuità fino ad oggi.

Nel gennaio del 1898 Papa Leone XIII autorizzò l’azienda a fregiarsi del titolo di “Fonderia pontificia.

Per loro volontà è stato istituito la Fondazione Museo Veneto delle Campane Daciano Colbachini).

Attualmente l’azienda, che nel 1990 è entrata a far parte dell’associazione mondiale de Les Henokiens, è guidata da Giovanni Aldinio Colbachini.

 

FRIULI VENEZIA GIULIA

Luciana Guerra e Cristiano Tiussi (2006) in Impianti produttivi di campane in Friuli Venezia Giulia. Dati archeologici e fonti archivistiche: gli impianti produttivi per campane sinora noti nella regione sono in tutto cinque. Si tratta di impianti messi in luce nel corso di scavi archeologici effettuati soprattutto negli ultimi vent’anni nel Friuli centrale (S. Daniele del Friuli, Arzenutto, San Pietro di Sclavons); all’inizio del Novecento risale invece l’individuazione di una fossa per il getto di una campana ad Aquileia. Alle testimonianze archeologiche si aggiungono le fonti d’archivio, tra le quale una nota spese del 1390 per la realizzazione di una campana su commissione della Camera di S. Maria della Pieve di Gemona.

Dai registri dei Camerari della Pieve di Santa Maria Maggiore, scrive Bottazzi in Campane e scritture: informazioni iscrizioni campanarie e dalla documentazione di archivio, che riguardano la produzione e la committenza di campane per il lungo periodo che va dal 1340 ai giorni nostri.

Da tale data, 1340, sono state infatti indagate entrambe le serie segnalate fino a tutto il 1481, anno in cui vengono registrate, per la seconda volta, tra i registri dei Camerari della pieve, una successione di spese sostenute per la preparazione per una nuova “gran campana”. Si ha notizia, scrive Bottazzi, di una campana fusa nell’anno 1390 di un maestro udinese, sfortunatamente mai nominato, tenuto conto che la maggior parte delle antiche campane presenti nel territorio della regione Friuli Venezia Giulia furono fuse nella città di Venezia < officine della Repubblica > o in loco da magistri campanarum itineranti. Bottazzi ricorda il maestro Giacomo da Ceneda, maestro < dei più celebri del suo tempo >.

Il maestro Giacomo fu chiamato a Udine a fondere nella notte nella notte del 13 novembre 1487 una campana di 5165 libbre in una fossa molto ampia fatta scavare nella chiesa grande della città mentre una processione di clero e popolo faceva gran festa mentre solo pochi anni prima, nel 1481, su richiesta del vescovo Nicolò Trevisan, lo stesso maestro aveva fuso la < campana granda > per il Duomo della sua città.

Nella nota 32, Bottazzi ricorda: la campana detta “dei morti”, fusa dal maestro Giacomo di Ceneda per la chiesa della sua città porta nel registro inferiore l’iscrizione: Mentem Sanctam, Spontaneam, Honorem Deo et Patriae Liberationem – MCCCCLXXI opus Iacobi Cenetensis.

Nella chiesa di S. Daniele in Castello a S. Daniele del Friuli (scavi 1984-1985), fu messa in luce una struttura anulare per campana con un diametro interno di cm 25 ed esterno di cm 63. La collocazione cronologica dell’impianto, con analisi al radiocarbonio, fu fissata tra il 1115 ed il 1215, periodo verso il quale convergono i risultati dell’indagine storico-architettonica della seconda pavimentazione romanica dell’edificio. […].

Una struttura collegata alla fabbricazione di una campana e posta sull’asse centrale della chiesa di Arzenutto è stata ricondotta alla ristrutturazione dell’edificio nel XIV-XV sec., mentre un altro caso interessante, tuttora in corso di studio, è quello di San Pietro di Sclavons. Dall’incrocio tra resti archeologici e la documentazione d’archivio del 1908 siamo informati, infine, del ritrovamento di una fossa per il getto di una campana ad Aquileia, nell’area antistante la basilica e la torre campanaria. Si sono conservati numerosi resti degli stampi, con tracce di due diverse iscrizioni, nonché di resti di lavorazione della lega di rame. Il manufatto, dotato di un diametro di cm 112, è databile probabilmente al XV-XVI secolo, e anzi ricollegabile, forse, ad un interessante documento del 1526 relativo alle spese per la realizzazione di una campana.

Cuzzoni ricorda Pietro Franchi e Francesco Almi di Udine (1642).

 

EMILIA E ROMAGNA

Bernazzani, in merito alla < firma > sulle campane da parte del magister campanarum: Spesso al nome segue l’indicazione di provenienza, espressa con de e l’ablativo del toponimo (Bartolomeus de Placentia, Ilarius de Parma, Ioannes de Pontremulo).

Frequente è l’aggettivo indicante la cittadinanza, talora abbreviato, come mostra l’iscrizione «Guidoctus pis», documentata da fonti erudite su una perduta campana duecentesca di Parma, che suscitò una querelle sull’origine, parmense o pisana, del fonditore(vedi in seguito).

Si può ipotizzare che, qualora il nome non sia seguito da indicazione di provenienza, il fonditore sia autoctono: è difficile credere che un forestiero, chiamato ad operare fuori patria, non ricordasse la propria origine sui manufatti.

Ricorre anche l’indicazione del nome del padre – in ablativo di genere o in genitivo – e del nome di famiglia, che talvolta ha origine proprio dall’attività svolta, a riprova dell’esistenza di vere ‘stirpi’ di fonditori. Anche in area parmigiana si conoscono famiglie dedite alla fusione in bronzo per generazioni, come i da Sacca, i Chiaramonte, i Garelli (o Garey, famiglia forse di origine francese cui appartengono Giovanni e Michele, attivi a Parma tra la seconda metà del XV secolo e l’inizio del successivo) e gli Alessi, stirpe che diede alla città prestigiose fusioni nel corso del XVII secolo. Infine, nelle sottoscrizioni trova prevedibile conferma la fluidità delle forme onomastiche medievali, ed il nome di uno stesso fonditore può comparire in forme differenti. Ad esempio, Ilario da Parma firmò le proprie campane con le varianti Hilarius, Ilarius e Ylarius, mentre il nome Giovanni ricorre nelle forme Johannes, Iohannes, Ioannes, Joannes. La formula di sottoscrizione più comune è quella dell’‘oggetto parlante’ (me fecit, o fecerunt) insieme alla sequenza ‘nome al nominativofecit’ (più spesso senza indicazione dell’oggetto, ma talora seguita da hoc opus).

Bernazzani: È notevole, comunque, che su una campana della chiesa dei Santi Abbondio e Moderanno a Berceto (Parma), datata 1497, Jacobus de Regio apponga il proprio nome separatamente rispetto all’iscrizione principale, contenente la dedica ed il nome del committente Beltrando Rossi. […].

Da questo gruppo si enucleano le campane databili al XIII (un solo esemplare, del 1281, a Piacenza) e al XIV secolo (cinque per l’area parmense – Parma, Ghiare di Berceto, Lesignano Bagni, Costa di Tizzano e Terenzo – ed una per il Piacentino, nel borgo di Ottone).

Quanto ai nomi degli artefici, è stato possibile ricondurre allo stesso fonditore Bon Domenegus de Parma due bronzi ancora esistenti in area parmigiana (a Ghiare di Berceto e a Lesignano Bagni), mentre dell’intensa attività di Ilarius de Parma, su cui le fonti forniscono preziose notizie, si conserva, a Pontremoli, solo una campana datata 1311.

Un fonditore pontremolese, Ioannes de Pontremulo, risulta infine il probabile autore di altri due bronzi, quello di Ottone e quello di Costa di Tizzano.

Partendo dalla Diocesi di Parma, la più antica campana firmata, datata 1353 e sottoscritta da Buondomenico (Bon Domenegus) da Parma, è oggi sul campanile della chiesa di Santa Felicita a Ghiare di Berceto, ma proviene dalla vicina chiesa di Casacca.[…] Il testo reca la firma e l’anno di fusione, secondo una formula tradizionale: M(AGISTERagister) BON DOMENEGO ME FECIT MCCCLIII.

A Buondomenico sono riconducibili altre tre campane; l’unica conservata, del 1363, oggi nella chiesa di San Michele a Lesignano de’ Bagni, reca una formula di sottoscrizione simile a quella del bronzo di Ghiare di Berceto: IN NO(M)I(N)E AME(N) BON DOMENEGO DE PARMA ME FE<CIT> MCCCLXIII; pur mancando il marchio, la coincidenza del nome e la prossimità delle date non lasciano dubbi che si tratti dello stesso artefice.

I magistri potevano lavorare soli, in un contesto di bottega ove garzoni e aiuti li affiancavano per i compiti di routine, o insieme ad altri*, come ancora testimonia il caso di Buondomenico: per uno dei due manufatti perduti si era infatti associato a un altro fonditore, che firmò insieme a lui.

 * in nota: I casi più frequentemente attestati di collaborazione sono quelli tra parenti (padri e figli, fratelli), nel contesto delle botteghe a conduzione familiare. Tra i tanti possibili esempi ricorderemo per Parma Guglielmo e Giovanni di Chiaramonte, padre e figlio, noti per aver fuso nel 1417 – e rifuso nel 1453 – la perduta campana ‘Vecchia’ della Cattedrale di Parma, guadagnando grandi lodi ed una patente concessa dal vescovo Delfino.

Bernazzani: Questa campana, fusa per la chiesa di Rivalta di Lesignano (Parma), datata 1358, andò distrutta nel 1866; l’iscrizione recitava, nella trascrizione di Scarabelli Zunti: «MCCCLVIII dompnus Iohaninus et Bonus D(omi)nicus me feceru(n)t».

Lo stesso studioso ricorda, in calce alla voce dedicata a Buondomenico nei suoi Documenti, un Donnino da Parma «esperto nell’arte di fondere campane vissuto nel 1358 e perciò coevo dei qui sopra ricordati Giovannino e Buondomenico da Parma suoi concittadini», affermando di aver tratto la notizia da un imprecisato «vecchio manoscritto»; tuttavia l’interpretazione di dompnus come l’antroponimo Donnino è implausibile, data anche la frequente occorrenza, già ricordata, dell’appellativo dompnus davanti al nome del fonditore (Scarabelli Zunti, inoltre, tratta del fonditore che collaborò con Buondomenico nel 1358 sotto i nomi di Giovannino** e di Giovanni). […].

** L’esistenza di un fonditore di nome Giovannino è testimoniata anche dalla sottoscrizione sulla campana di Santo Stefano a Terenzo.

Nel testo: Si può riflettere sulla cooperazione di questi due artefici, Giovannino e Buondomenico, che nell’epigrafe non dichiarano legami di parentela (il che non consente di escluderla). Se condividevano la bottega, stupisce, pur tenendo conto delle dispersioni, che non siano documentati altri manufatti a loro ascrivibili.

Nella campana per Lesignano de’ Bagni, successiva di soli cinque anni a quella di Rivalta, Buondomenico torna ad operare da solo.

Si può ipotizzare che il dompnus Iohaninus, avendo ricevuto la commissione della campana per Rivalta, ma essendo ancora alle prime armi, avesse fatto in modo di essere affiancato da un fonditore più esperto (Buondomenico aveva già lavorato almeno a Casacca e, come subito vedremo, a Parma).

Forse questo contatto procurò a Buondomenico, pochi anni dopo, l’incarico per la vicina chiesa di Lesignano.

Se poi il dompnus Iohaninus in questione fosse il dompnus Iohaninus Galus che nel 1365 sottoscrive una campana in Santo Stefano a Terenzo, si potrebbe tracciare il profilo di un fonditore documentato in una fase alta – e probabilmente non ancora del tutto autonoma – della sua attività e successivamente in una di indipendenza, cui risale il manufatto nel quale compare l’appellativo Galus, forse da intendersi come cognome; nonostante l’assenza di Galus nella sottoscrizione del 1358, l’identificazione sembra molto probabile.

L’altra campana riconducibile a Buondomenico era collocata sulla torre della chiesa di San Nicolò a Parma; datata 1350, era dunque il suo primo manufatto noto.

Luigi Poncini, nelle Effemeridi storiche di Parma, presenta Buondomenico come il più antico fonditore di campane parmigiano conosciuto, lasciando intendere che in tempi precedenti la città si fosse valsa esclusivamente di artefici pisani e ricordando tre soli altri fonditori locali, due attivi tra il principio e la metà del Quattrocento e il terzo addirittura nel XVIII secolo* .

* L. Poncini, Effemeridi storiche di Parma ordinate da L. P. Parte II: dal secolo XV alla metà del XIX, «La Luce», 22-23 febbraio 1883, p. 166: «22 febbraio. […] 1416. Parma, in cui fiorirono d’ogni tempo e le arti meccaniche e le liberali, non mancò neppure di fonditori di campane.

Negli anni 1282 e 1285 mandò a Pisa per siffatti artisti, ma nel 1363 troviamo un fonditore nostro, Bon Domenico da Parma, il quale nel detto anno fuse la campana della parrocchia di Lesignano de’ Bagni […]». L’autore ricorda poi Giovanni Camatino (che rifuse la campana di Buondomenico, rottasi il 22 febbraio 1416), Leonardo da Gavazapo (fonditore nel 1453 della campana de Tertiis per il Comune di Parma, ancor oggi sulla torre del Palazzo del Governatore) e Giacomo Alessi, autore nel 1607 e nel 1641 di altre due campane civiche, anch’esse conservate.

Nel testo: È vero che campanarii pisani furono sicuramente attivi negli anni 1285 e 1287 per il Comune e la Cattedrale – come attesta Salimbene de Adam e come confermerebbe il caso del fonditore Guidotto (1), ma non si devono dimenticare Giovanni da Parma (2), attivo nel XIII secolo, e gli altri fonditori trecenteschi noti, come il citato Iohaninus Galus, Ilario da Parma, Tebaldo Milioli (3), Giovanni e Gherardino da Sacca (4); l’enigmatico Giovanni Camatino (vedi in seguito), citato dal Poncini, è figura probabilmente distinta dallo Johannes (in nota: sull’identità e sul nome di questo artefice le fonti sono confuse) attivo nel 1370.

Bernazzani, nelle note: (1) La presenza accertata di fonditori di campane pisani a Parma negli anni Ottanta del Duecento va tenuta presente nella discussione sulla provenienza del fonditore Guidotto. A ricordare per primo il nome di Guidotto a proposito di una campana parmigiana fu Alessandro da Morrona, che mise in relazione con le notizie di Salimbene la memoria dell’iscrizione di una campana oggi perduta della certosa di San Girolamo a Parma.

La campana risaliva al 1287 (l’anno in cui Salimbene ricorda attivo a Parma almeno un fonditore pisano, compreso nell’arco di tempo in cui Guidotto di Bartolomeo Pisano (vedi Toscana) opera in importanti commissioni fuori Pisa; e recava la sottoscrizione «Guidoctus pis me fecit».

L’iscrizione non è tràdita univocamente. Nicolli scioglie pis in parmensis: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus parmensis me fecit».

Scarabelli Zunti, che pure considera Guidotto parmigiano, mantiene l’abbreviazione, madà una versione incompleta: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus pis me fecit».

Fu dunque lo scioglimento dell’abbreviazione pis a suscitare contrasti: Da Morrona vi riconosce l’origine pisana del fonditore, prova ulteriore del fatto che i fonditori pisani erano allora «invitati a dar saggio del loro sapere dalle migliori città d’Italia». Come Nicolli, Lopez scioglie con parmensis e segnala Guidotto come uno dei fonditori autoctoni attivi in città negli ultimi vent’anni del Duecento. Le circostanze cronologiche ed il nome stesso (nonché la provata mobilità di Guidotto di Bartolomeo) inducono tuttavia a pensare che la campana fosse opera del fonditore pisano.

(2)  per Giovanni da Parma, Bernazzani scrive: Di questo fonditore, che realizzò nel 1279 una perduta campana per la chiesa della Santissima Trinità a Parma, dà notizia Ubaldo Bianchi, che in un sua raccolta manoscritta di iscrizioni parmensi (conservata presso l’Archivio di Stato di Parma, da ora ASP) trascrisse l’iscrizione esaminando in prima persona il manufatto: «In nomine Domini Ih(es)us 1279 Chr(istu)s regnat Chr(istu)s vincit Chr(istu)s imperat vox Domini Joannes parmensis me fecit (tem)p(o)re presbiteri Joannis Pater Filius Spiritus Sanctus».

Scarabelli Zunti trasse l’iscrizione da Bianchi probabilmente senza vedere il bronzo, poiché introduce poche varianti grafiche ed un’aggiunta (la T davanti al pre registrato dal Bianchi, come abbreviazione per tempore seguita dal genitivo dell’autorità), entrambe correzioni adsensum.

Altro non si è trovato, ad oggi, su questo artefice; la sua figura è tuttavia fondamentale nella storia dell’artigianato cittadino, in quanto – osservava già Scarabelli Zunti –, questa era ai suoi tempi (o almeno a quelli di Bianchi) la più antica campana esistente a Parma, per di più dovuta a un fonditore autoctono.

(3) per Tebaldo Milioli: Il suo nome è citato nel Chronicon parmense sotto l’anno 1333 a proposito della costruzione del campanile di San Pietro sulla platea Communis di Parma: «[…] magister Thebaldus Miliolus, magister campanarum et lignaminis et muri, valde bonus magister et inzignerius, super stetit ad dictum laborerium fieri faciendum».

Da rilevare la frequenza dell’appellativo magister e l’alta qualifica dell’artefice, figura più sfaccettata di quelle incontrate sino ad ora, non solo fonditore ma anche progettista di costruzioni, evidentemente assai stimato («valde bonus»).

(4) Giovanni, precisa Bernazzani, fu padre di Gherardino. È ricordato come fonditore di campane da Scarabelli Zunti, ma non si hanno notizie sulle sue opere.

Di lui, oltre alla sua professione di parolarius (fabbricante di paioli, circostanza che richiama il caso dei Colderari di Milano, sappiamo solo che il 5 gennaio 1402 era già morto, e da ciò possiamo dedurre che fosse attivo già intorno alla metà del Trecento, se non prima. Gherardino è il fonditore della campana del 1393 ancora oggi sulla cupola del Duomo di Parma.

Di Leonardo da Gavazapo o Gavazapo Leonardo, il Dizionario della Musica del Ducato di Parma e Piacenza, ricorda: Nel 1481 fornì la chiesa di S. Uldarico di Parma di una campana, che si ruppe nel 1780.

Anche per Camatino Giovanni il Dizionario della Musica del Ducato di Parma e Piacenza ricorda che “Uno de’ più antichi fonditori di campane della città nostra”. Il Da Erba scrisse che, incrinatasi il 22 mar. 1416 la campana maggiore della chiesa di S. Giovanni Evangelista, “venne essa rifatta da maestro Giovanni Camatino fonditore parmigiano della via di S. Ambrogio che la diede terminata il 17 dicembre dello stesso anno e pesò 112 pesi”. Secondo altri questo avvenne il 17 dic. 1363.

Si ricorda di Cassinari Giovanni, Fuse in Piacenza 7 campane: nella chiesa di S. Giacomo, dove, oltre al suo nome si legge “A fulgore et tempestate libera nos domine”; in S. Giorgio (1704), in S. Vincenzo (1705), nella chiesa dei Madoli (1706), in S. Michele (1710).

Sempre il Dizionario ricorda: Mazzocchi Giorgio. Piacentino, il Mensi riportava che si conoscevano in Piacenza le campane della chiesa di S. Nicolò (fusa nel 1691), di S. Anna (1703) e di S. Andrea (1731). Il figlio Antonio continuò l’arte di fondere le campane.

Un Bartolomeo da Sacca fonderà le campane per il Battistero di Parma tra il 1424 e il 1425. (era il 19 ottobre 1424 vedi Dizionario della Musica del ducato di Parma e Piacenza).

Bernazzani: Dunque, nel XIV secolo i nomi di magistri campanarum parmigiani sono piuttosto numerosi, a riprova di un artigianato capace di rispondere pressoché interamente alle richieste: i fonditori pisani, la cui fama si stendeva da Cefalù ad Assisi, da Roma sino appunto a Parma, erano stati chiamati per le commissioni più prestigiose ed in conseguenza di risultati insoddisfacenti conseguiti dai fonditori locali, ai quali ci si era inizialmente rivolti nella speranza – dettata da ragioni di prestigio, ma innanzitutto economiche – di risolvere tutto ‘in casa’.

Riprendendo l’ordine cronologico interrotto per ricostruire il piccolo corpus di Buondomenico, andrà menzionato il bronzo della chiesa di San Pietro a Costa di Tizzano, datato 1360 e firmato da un ‘forestiero’: Ioannes de Pontremulo. (Vedi TOSCANA).

Quello dei fonditori pontremolesi è un capitolo aperto, che non ha mancato di interessare cultori di memorie locali come Bologna, Giuliani e Lazzeroni, e propone spunti di riflessione sulla mobilità dei fonditori, sul peso che i contatti ebbero per gli sviluppi locali delle attività fusorie e sulla posizione di spicco che alcuni centri detennero in questo settore.

A Pontremoli risultano attivi, nel corso del Trecento, fonditori autoctoni e provenienti da Parma, che preparano il sorgere di una fiorente attività, destinata a divenire tradizione locale. Pontremoli, Parma, Piacenza, e soprattutto le aree collinari di pertinenza, si trovavano nel bacino della via Francigena e nel Medioevo furono intensamente collegate tra loro.

La geografia degli scambi si unisce così alla dinamica degli sviluppi artigianali: è stato ipotizzato che proprio fonditori provenienti da Parma e chiamati ad operare a Pontremoli avessero introdotto nella località dell’alta Toscana l’arte di fondere campane.

Nel caso di Ioannes (de Pontremulo), è comprensibile che egli operasse non in Parma, data la disponibilità di fonditori autoctoni, ma in area collinare, ove era facile il contatto con un centro come Pontremoli, distante da Tizzano poco meno di sessanta chilometri.

Bernazzani: Nella chiesa di Santo Stefano a Terenzo si trova una campana del 1365, firmata da quel Johaninus Galus che abbiamo ricordato per un’ipotesi identificativa con il collaboratore di Buondomenico a Rivalta.

Questa l’iscrizione, in caratteri gotici, nella fascia corrente intorno alla calotta: IN NOMINE D(OMI)NIAM(EN) MCCCLXV DOMPNUS IOHANINUS GALUS ME FECIT.

Nel 1393, Gerardinus de Sacha sottoscrive la campana della loggetta esterna della cupola del Duomo di Parma, cui, stando alle fonti, fu destinata sin dall’origine. Questa, la più antica tra quelle della Cattedrale giunte sino a noi, è chiamata nelle fonti Sanctus.

Ilario da Parma fu attivo nella prima metà del Trecento tra Parma, Piacenza e Pontremoli.

Fonti alla mano egli appare, nonostante la sopravvivenza di una sola delle sue campane, uno dei più prolifici magistri campanarum di questa congiuntura geografico-cronologica. Ilario firma la campana datata 1311 di San Francesco a Pontremoli: IN NO(M)I(N)E D(OMI)NI AME(N) ILARIUS DE PARMA ME FECIT // MCCCXI P(ER) VOCCIIS HOC SON(UM) FUGITUR DIE MALIGNUM.

[…]. in base a un’analogia nel testo delle iscrizioni, è stato proposto di riferire a Ilario, o almeno al gruppo di fonditori parmigiani che verosimilmente lo affiancarono a Pontremoli, altre due piccole campane, non firmate, della chiesetta pontremolese di San Cristoforo, datate 1303; l’affinità di contenuto dei testi non può però essere ritenuta indizio di una stessa paternità, poiché il peso delle tradizioni epigrafiche ed i desiderata della committenza dovevano incidere ben più delle scelte delle maestranze.

Può comunque non essere casuale il fatto che un fonditore parmigiano assimili un’inclinazione alle formule esorcisticoapotropaiche in una terra ove i retaggi di paganesimo e superstizione erano particolarmente radicati.

Ilario ed i suoi concittadini potrebbero aver giocato un ruolo importante nel favorire il radicarsi delle pratiche di fusione campanaria in terra pontremolese, se non proprio nella fase iniziale, ad uno stadio precoce. Ilario era già pienamente attivo tra primo e secondo decennio del Trecento, e Lazzeroni riferisce di tre campane perdute sottoscritte da un Ilarius de Parma che, se la tradizione delle iscrizioni fosse corretta, consentirebbe di collocare la sua attività nota tra il 1304 ed il 1353: si tratta di due bronzi di area pontremolese, fusi rispettivamente nel 1350 e nel 1353 per San Bartolomeo a Gravagna e di uno per Pastina presso Bagnone, del 1304.

L’iscrizione della campana maggiore di Gravagna («In nomine Domini Ilarius de Parma me fecit MCCCLIII», secondo Lazzeroni) sarebbe uguale a quella della minore, con la sola differenza della data.

La formula, riportata anch’essa da Lazzeroni, sarebbe stata la stessa per la più antica campana di Pastina: «In nomine Domini Ilarius de Parma me fecit MCCCIIII»; la sottoscrizione si ripresentava poi nella stessa ‘forma base’ – dedica a Dio Padre, nome, anno di fusione – sulla campana (su cui si tornerà a breve) fusa da Ilario per la pieve di San Vito in Gravago nel Piacentino.

Nel XIX secolo, l’abate Francesco Nicolli registrò, nei resoconti delle sue perlustrazioni, l’iscrizione di un’altra campana di Ilario, datata 1318, anch’essa perduta. Fuso per la chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia a San Vito in Gravago, il bronzo doveva recare un’epigrafe disposta su due fasce, entrambe aperte da un signum crucis: IN NO(M)I(N)E D(OMI)NI AME(N) YLARIU(U)S DE PARMA // ME FECIT MCCCXVIII. Ancora una conferma del diffuso impiego di formule standardizzate.

Una formula apotropaica assai più canonica di quella della campana di San Francesco a Pontremoli compariva sul perduto bronzo fuso da Ilario nel 1348 per i Domenicani di San Giovanni in Canale a Piacenza, la ‘campana grande’ della chiesa.

L’iscrizione ci è nota grazie all’Historia ecclesiastica di Pier Maria Campi, a quanto sappiamo la più antica fonte a dare notizia di questa campana: «Mis bene pulsantis quia sum vox Altitonantis effugiant voces tempestas fulgura et hostes in nomine Domini amen Hilarius de Parma me fecit MCCCXXXXVIII».

Parlando del fatidico 1348, funestato dalla peste, il Pezzana accenna a questo caso, e sembra riconoscere un ruolo di spicco ad Ilario, citato con Gherardino da Sacca a riprova dello sviluppo dell’arte fusoria a Parma nel secolo XIV. La chiamata di Ilario in un’altra città sarebbe indicativa della sua notorietà, e non andrà sottovalutato il peso della committenza domenicana, sia a Parma che a Piacenza: Ilario, già attivo a Pontremoli per i Francescani, dovette ricavare prestigio dal legame preferenziale con gli Ordini mendicanti.

Le firme sin qui esaminate per Parma ed il territorio mostrano, per il Trecento, il vivace panorama artigianale di una città in grado di ‘esportare’ fonditori, chiamati a Piacenza ed a Pontremoli.

Il contesto parmense è comunque assai più ricco di quello piacentino: sono solo due i manufatti medievali firmati reperiti nella Diocesi di Piacenza, a cui si aggiunge un bronzo del 1471, firmato dall’ unico fonditore piacentino attivo entro il XV secolo di cui si conservi una campana, il magister Bartolomeo da Piacenza.

Le fonti restituiscono pochissimi nomi di fonditori piacentini attivi nei secoli XIII e XIV, e ad oggi non si sono reperite campane da loro realizzate. In nota: Si tratta della già ricordata campana maggiore della basilica di Sant’Antonino a Piacenza.

Il caso esula dai limiti cronologici di questo studio ma merita segnalazione, innanzitutto per l’origine piacentina dell’artefice.

L’iscrizione (in maiuscola gotica su due spazi delimitati da listelli a cordoncino) recita: MCCCCLXXI die marcii facta fuit hec campana ad h(onorem) I(esus) Ch(risti) et M(atris) eius // et sancti Antonini m(agister) Bartolomeus de Placentia. Lo stato delle testimonianze indurrebbe dunque a credere che a Piacenza l’arte della fusione abbia avuto uno sviluppo piuttosto tardivo, tanto più che gli unici due bronzi medievali firmati rinvenuti per quest’area recano il nome di artefici forestieri.

Ed ancora: Per il XIII secolo è noto solo il nome di Gerardo da Piacenza, che sottoscrisse nel 1274 (o 1273) una campana della torre del Palazzo Comunale di Cremona. Questa l’iscrizione, trascritta dal Fermi: «Vox Domini MCCLXXIIII magister Gerardus de Placentia me fecit».

Giovanni da Piacenza dovrebbe aver fuso nell’anno1202 (o 1210) una campana perduta per l’oratorio di Villacella di Rizzoaglio (GE).

Bernazzani: Interessanti casi di fonditori del XV secolo di cui si è ricostruita l’intensa attività sono quelli di Agostino da Piacenza e Giovanni da Zagabria.

Per il Medioevo segnaliamo anche: Magister Toscolus de Imola fonditore di campane.

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Tosculus (magister) XIV Secolo Imola Nel 1344 fuse la campana della chiesa di san Giovanni in Monte in Bologna.

Cuzzoni: A Bologna esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1466 Antonio da Bologna; una sua campana reca la scritta: “Antonivs fecit in Bononia 1466“. Nessuno sa da dove venga quella campana, ma questo pezzo si avvicina molto alle creazioni del veronese Jacopo.  

Lazzaro Agolanti, ingegnere e fusore di campane operante dalla seconda metà del XV secolo. Nell’aprile 1506 fornì una campana alla Cattedrale di Parma.

Antonio Alberti. Parma prima metà del XVII secolo. Fonditore di campane.

Luca Atanasi Fonditore di campane operante nella seconda metà del XV secolo e all’inizio del XVI. Lo Scarabelli Zunti (v. III, p. 16) riporta che ne’ manoscritti ancora inediti del p. Romualdo Baistrocchi si trova memoria di un maestro Luca degli Atanasi parmigiano, vivente nel 1514, il quale fuse una campana per la torre della chiesa di S. Giovanni Evangelista de’ monaci cassinensi; ma che a’ giorni del ricordato Baistrocchi non esisteva più.

Gardino Belliardi fonditore di campane operante nella seconda metà del XV secolo e nella prima metà del Cinquecento. Nel 1506 realizzò le campane del Monastero di San Martino dei Bocci o Valserena e l’anno seguente rifuse quella di San Leonardo. È forse lo stesso che nel 1507 prese parte alla ricostruzione del bastione di Porta Nuova e nel 1510 alla costruzione di fortificazioni in Codeponte a Parma.

Melchiorre Belliardi Fonditore di campane. A Milano nel 1532 fuse la campana chiamata Ugolina con rilievi di santi. Operava già alla fine del XV secolo.

Girolamo Bocelli Fonditore di campane, fuse per collegiata di Cortemaggiore con la leggenda “Deo Divae Omnipotenti Virgini restaurata pro Comune Curtis Majoris. 1561 Hieronimus Bocellus de Busseto“. Che esercitasse tale arte lo è pur detto nell’iscrizione per la venuta di Paolo III e Carlo V in Busseto, fatta erigere dallo stesso sulla facciata di San Bartolomeo di Busseto nel 1594.

Giovanni (da Parma). Fonditore di campane. Assieme a Bondomenico (vedi in seguito) nel 1358 firmò la campana maggiore di Rivalta nel Comune di Lesignano Bagni. Firmata da Giovanni esiste una campana del 1370 nella chiesa di San Cristoforo nel circondario di Borgo Taro.

Solo verso il mille, nacque la professione del fonditore; questo pionieristico “ingegnere” proveniva solitamente dalle zone dell’Europa centrale (si ricordi maestro Roberto il sassone artefice di due grosse campane in Ravenna), dove le materie prime e l’arte di lavorarle erano più di casa.

A bordo di un carro, percorreva le impervie strade d’Europa, prestando la sua opera dove richiesto. Arrivato in loco, approntava la sua fonderia mobile in uno spazio aperto, nei pressi del campanile per il quale doveva fondere il bronzo.

“Mentem sanctam spontaneam honorem deo et patriae liberationem”: questa inscrizione adorna molte campane antiche fra le quali la “Marziale” ossia la maggiore del concerto di San Giovanni evangelista in Ravenna, opera di Roberto Sassone datata 1208.

Cuzzoni: Cristoforo Lontani. Fusore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo.

A Imola, nel 1658, operava Giacinto Landi, che produsse il Secondo Campanone della Cattedrale di Ravenna. (vedi in seguito).

Girolamo Milioli. Fonditore di campane, operatore all’azamina e sculture in bronzo attivo nell’anno 1450. Cognome e nome non sono certi, poiché risultato dello scioglimento della sigla “M.L.is” (che Scarabelli Zunti legge invece “M.C.is”) Je.con” la quale firmò alcune sue opere.

Dal sito Parrocchia di Roncofreddo, Chiesa di Santa Maria Assunta: Cento, manzionato nel Codice Bavaro, fu possedimento degli arcivescovi ravennati insieme a Villa Venti dal VII secolo alla metà del X secolo. La fonderia di campane di proprietà dei F.lli Baldini, esistente dal 1500 al 1850 nei pressi del frantoio, era specializzata nella fusione di campane di grandi dimensioni.

Da Luca Chiavegato e Nicola Patria, Le campane del duomo di Ravenna: A. MDCLLVIII + HIACINTUS DE LANDIS IMOL FUNDEBAT.

Giovanni Battista Rozzi. Fusore di campane attivo nella prima metà del XVII secolo. Il 29 gennaio 1609 fornì il campanone di 350 pesi per il servizio della torre dell’orologio del Comune di Parma, che, data la cattiva riuscita, fu fuso nuovamente nel mese di maggio.

Nel 1644 la fusione fu rifatta da Alessio Alessi era figlio di Jacopo (vedi in seguito).

Giacomo Giovanni. Fonditore di campane attivo nella prima metà del XVII secolo.

Unione Campanari Bolognesi: Le campane più antiche dell’Emilia si trovano a Ravenna sul campanile S. Giovanni evangelista. Furono fuse da Roberto Sansone nel lontano 1208 e si chiamano Marzia (oggi lesionata e quindi muta) e Berta.

A Pontremoli, nell’anno 1277, il fonditore parmigiano Ioannes de Parma realizzò la campana maggiore della chiesa di San Cassiano a Saliceto.

Lo stesso Giovanni da Parma realizzò nell’anno 1279 una perduta campana per la chiesa della Santissima Trinità a Parma: In nomine Domini Ih(es)us 1279 Chr(istu)s regnat Chr(istus) vincit Chr(istus) imperat vox Domini Joannes parmensis me fecit (tem)p(o)re presbiteri Joannis Pater Filius Spiritus Sanctus.

Guidotto (da Parma) Fonditore di campane, fatto conoscere dal Nicolli che pubblicò l’iscrizione che si leggeva sull’antica campana della Certosa, presso Parma: “A.D. MCCLXXXVII ad honorem dei et beatae mariae virginis de bonis domini rolandi tavernae guidottus parmensis me fecit”. Alessandro De Morrona, appoggiato all’autorità dell’Affò, ritenne invece che l’abbreviazione “P.is” si dovesse leggere “pisanus” e non “parmensis“.

Si conosce il magister Gerbidus, fonditore nel 1302 della campana grossa del Duomo di Piacenza.

Cuzzoni: Giovanni Camattino Fu uno dei più antichi fonditori di campane della città di Parma, sul conto del quale il Da Erba, nell’Estratto, racconta come essendosi rotta il 22 marzo 1416 la campana maggiore della chiesa di San Giovanni Evangelista, venne rifatta da Maestro Giovanni Camattino, fonditore della vicinia di Sant’Ambrogio, che la terminò (la campana pesava 112 pesi) il 17 dicembre dello stesso anno. È forse lo stesso Giovanni o Giovannino da Parma, fusore di campane che operava nel 1358 in collaborazione con Buondomnenico da Parma: “M.CCC. LVIII. Dompnus Ionanninus: Et. Bonus D.ni.cus: Te. Feceru.t.” (iscrizione che si legge all’intorno della campana maggiore di Rivalta di Lesignano dei Bagni). Cuzzani: Leonardo da Gavazapo. Nel 1453 fuse per la torre civica del Comune di Parma il campanone, detto de tertiis o campanella d’allarme, perché doveva suonare solo in caso di guerra. Nello stesso anno fornì quella della chiesa di Santa Maria di Bardone. L’anno successivo (1454) fuse per il monastero di San Giovanni di Parma la campana chiamata rubiginosa. Nel 1481 fornì la chiesa di Sant’Uldarico. Stefano Gavazapo. Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo.

Giovanni Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Guglielmo una campana nel Duomo di Parma.

Guglielmo Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Giovanni una campana nel Duomo di Parma. Erano peritissimi nell’arte loro, per cui il vescovo Delfino onorolli di speciale patente.

Cuzzoni: Antonio da Ramiano, fu costruttore e maestro di orologi, nonché fonditore di campane: una di queste, che si trova ancora nelle torre dell’Abbazia di Torrechiara, si legge: “Petrus maria de Rubeis Co: Berceti f. mccclxxv. x. vicit. x. regnat x. ipat, Antonius. Niccolò da Ramiano attivo a Parma, nel 1502 fornì la campana maggiore della torre della chiesa del Carmine e nel 1516 quella della chiesa di Santa Maria dei Servi. Nel giugno 1520 fece il contratto con la chiesa di San Giovanni per la fornitura di una campana, rifusa nell’anno 1521.

Girolamo (da Busseto) Fonditore di campane attivo nell’anno 1589. Giuseppe Gualtieri. Sacerdote e fonditore di campane citato dallo Scarabelli Zunti (Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, volume VI, ad vocem) come esecutore nel giugno 1703 delle campane per la chiesa di San Donnino di Monticelli.

Guidotto (da Parma). Fonditore di campane, fatto conoscere dal Nicolli che pubblicò l’iscrizione che si leggeva sull’antica campana della Certosa, presso Parma: “A.D. MCCLXXXVII ad honorem dei et beatae mariae virginis de bonis domini rolandi tavernae guidottus parmensis me fecit”. Alessandro De Morrona, appoggiato all’autorità dell’Affò, ritenne invece che l’abbreviazione “P.is” si dovesse leggere “pisanus” e non “parmensis“.

Cuzzoni: Bartolomeo Sacca Fusore di campane. Nell’archivio Capitolare del Duomo di Parma si trova una convenzione seguita il 19 ottobre 1424 tra gli operai della cattedrale e M.ro bartolomeo de Sacca per fondere due campane del Battistero, le quali si erano rotte: “MCCCCXXIIII, die Jovis XVIIII Octubris. Cum verum sit quod ego Franciscus de Servideis Rector ac Massarius domus fabrice domine Sancte Marie de laborerio maioris ecclesie parmensis locaverim Bartolameo

de Sacha Magistro Campanarum presenti et conducenti et in presentia domini dompni Macharii prepositi Baptismatis […].

Nell’anno 1358 fuse anche Donnino da Parma, esperto nell’arte di fondere campane.

Da internet, pdf il libro prof. Giuditta, al capitolo dedicata a Le campane, si legge: A Bologna c’era la campana dell’Arengo, detta anche “Campanazzo”, per le funzioni civili, era posta sulla torre del Podestà e venne fusa nel 1377, fu poi sostituita con una più grande nel 1453 (autore ignoto) per ordine del Cardinal-Legato Giovanni Bessarione. I maestri campanari erano iscritti all’arte dei fabbri, ma fondere una campana non era cosa da poco: occorreva esperienza e maestria e perciò spesso si ricorreva a fonditori stranieri di fama o comunque non locali, infatti nella matricola dei fabbri del 1410 molti maestri campanari vengono indicati con il termine “de alemania”; altri provenivano dalla Lombardia e dalla Valsassina, altri ancora dalla Francia.

Tra i maestri fonditori bolognesi i più noti sono quelli designati con il cognome “Dalle Campane” che chiaramente deriva dal mestiere, attivi a Bologna dal 1361 al 1463. A questi succedettero gli Invernizzi o Vernizzi Dalle Campane, probabilmente un ramo della stessa famiglia che aveva assunto o ripreso il cognome Invernizzi, infatti anche quest’ultima famiglia di fonditori aveva bottega nella stessa via dei maestri Dalle Campane.

Dei Vernizzi, scrive il prof. Giuditta, è probabilmente la campana non firmata della cattedrale di S. Pietro; mentre [PDF]XIXsecoloFreeForumZone ricorda: Vernizzi. Campana grossa della Basilica di S. Stefano in Bologna.

Giuditta: Tra i maestri fonditori bolognesi i più noti sono quelli designati con il cognome “Dalle Campane” che chiaramente deriva dal mestiere, attivi a Bologna dal 1361 al 1463.

A questi succedettero gli Invernizzi o Vernizzi Dalle Campane, probabilmente un ramo della stessa famiglia che aveva assunto o ripreso il cognome Invernizzi, infatti anche quest’ultima famiglia di fonditori aveva bottega nella stessa via dei maestri Dalle Campane.

Nel museo sono conservate tre di queste campane ma solo due hanno un interesse araldico: “La Lucardina” di Bonaccorso Dalle Campane, ed un altra non firmata ma probabilmente opera dei Vernizzi, proveniente dalla cattedrale di S. Pietro.

Bernazzani, in proposito: campana ‘Lucardina’ del Museo Civico Medievale di Bologna, datata 1447 e firmata da Bon Acursius (Bonaccorso di Rolando Delle Campane) per il Tribunale della Mercanzia di Bologna e nell’anno 1454 la campana del convento di S. Antonio di Lugo di Romagna.

Cuzzoni: Girolamo Milioli Fonditore di campane, operatore all’azamina e sculture in bronzo attivo nell’anno 1450. Cognome e nome non sono certi, poiché risultato dello scioglimento della sigla “M.L.is” (che Scarabelli Zunti legge invece “M.C.is”) Je.con” la quale firmò alcune sue opere.

Giovanni Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Guglielmo una campana nel Duomo di Parma.

Guglielmo Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Giovanni una campana nel Duomo di Parma. Erano peritissimi nell’arte loro, per cui il vescovo Delfino onorolli di speciale patente.

Jacobus de Regio fuse nel 1497 una campana per la chiesa dei Santi Abbondio e Moderanno a Berceto (PR).

[PDF] Fonditore Epoca Sede FonderiaCaleffi. XVII secolo Carpi Ercole. attivo nel modenese.

Campanaria (aprile 2013), informa dell’esistenza nel Cinquecento dell’emiliano Piero da Carpi.

Niccolò da Ramiano Costruttore e maestro di orologi e fonditore di campane. Fu padre di Antonio, cui probabilmente insegnò l’arte. Campanaro ed orologiaio, tra gli anni 1502/1521. Attivo a Parma, nel 1502 fornì la campana maggiore della torre della chiesa del Carmine e nel 1516 quella della chiesa di Santa Maria dei Servi. Nel giugno 1520 fece il contratto con la chiesa di San Giovanni per la fornitura di una campana grossa.

Da Campanaria (aprile 2013): Ai primi del 900 viene reperita una campana datata 1565 e firmata Betalli – mastri fonditori operanti nel capoluogo dell’Appennino Reggiano (di cui si conservano incisioni lignee delle decorazioni che si facevano in cera) che insegnarono ai Capanni (XVIII sec / XXI sec.) l’arte dei metalli.

A Ferrara, nel 1607, operò Giovanbattista Censori, realizzando il campanone della Cattedrale. Si recò perciò per qualche tempo a Piacenza, dove venne incaricato di fornire la campana maggiore del palazzo comunale della città, utilizzando il bronzo avanzato dalla fusione dei cavalli della piazza e quello della campana realizzata da Sordo da Parma nel 1567. Nel 1641 fuse la campana grande da sistemare sulla ricostruita torre della Piazza Grande.

Completando le informazioni, D’Andrea (II) ricorda: Antonio e Giovanni Battista Censori, da Bologna. Fusero nel 1594 una grossa campana per la Chiesa di S. Silvestro di Aquila.

XIX secolo-FreeForumZone: Famiglia Alessi  XVII s e c.. sede fonderia Parma e Piacenza. Jacopo: nato a Scarzara, nella torre del Comune di Parma attualmente si trova una sua campana (Jacobus de Alesiis parmensis fecit ) fusa nel 1607, mentre un’altra del 1635 fu rifatta da Domenico Barborini nel 1784. Collaborò con il figlio (Alessio) per il campanone, opera del 1644. Alessio. N.1591 ca – Ω 1648 ca. Figlio di Jacopo, nel 1612 fuse una campana per la chiesa di S. Francesco del Prato. Si reco cosi per qualche tempo a Piacenza, dove il 6 nov. 1631 venne incaricato di fornire la campana maggiore del palazzo comunale della citta, utilizzando il bronzo avanzato dalla fusione dei 2 cavalli della piazza e quello della campana di Sordo da Parma del 1567. La fusione venne effettuata il 29 ott. 1632. Pesava 4230 chili di bronzo, era alta m. 1,98 Ritornato a Parma, il 15 mar. 1635 ricevette 140 lire imperiali per la campanella detta “del fuoco o delle armi” (la quarta) posta sulla torre della citta, che si era rotta: questa venne rifatta nel 1784 dal fonditore Domenico Barborini. 19 ago. 1641 e datato il capitolato per il quale doveva procedere alla fusione della campana grande da sistemare sulla ricostruita torre della piazza Grande (A.S.Pr: Ordinationes Com. Parm., v. 130, p. 104): la campana doveva possedere una “buona voce, chiara et sonora et da ogni mancamento perfetta” e tali qualità dovevano durare 4 anni dal primo collaudo. Nel 1643, cosi, dovette essere rifusa (ibidem, v. 131, p. 94) e il pagamento fu effettuato nel 1644, dopo il collaudo ( ibidem, v. 135, p. 12). Il campanone, firmato “Alex. de Alexis parmensis fecit anno MDCXXXXIIII,die XII februari”, e ornato da una ricca decorazione a bassorilievo con fogliame e l’immagine dei santi protettori della città.

http://www.campanologia.it, ricorda Antonio (da Bologna) per il secolo XV.

Tra il XVI ed il XVIII si intensificò il flusso di fonditori attivi tra Parma e Piacenza: Sordo da Parma (chiamato a Piacenza nell’anno 1567 per la campana della torre dell’orologio dopo il fallimento delle trattative con i piacentini Nicolò e Gerardo Bosio).

Di Nicolò Bosio, il Dizionario della Musica del Ducato di Parma e Piacenza, ricorda: il 27 gen. 1528 ricevette la commissione dalla Comunità di Piacenza di fondere una campana di 200 pesi (1587 chili) da servire all’orologio sovrastante il palazzo del Comune. Incrinatasi dopo 8 anni nel 1536 la rifuse, questa volta di 2540 chili. Fornì di campane le chiese di SS. Giacomo e Bernardo, S. Paolo, S. Sisto, S. Eufemia, S. Giovanni, S. Antonio.

Girolamo (da Busseto) fonditore di campane, fatto conoscere dal Nicolli che pubblicò l’iscrizione che leggeva sull’antica campana della Certosa, presso Parma: “A.D. MCCLXXXVII ad honorem dei et beatae mariae virginis de bonis domini rolandi tavernae guidottus parmensis me fecit. Alessandro De Morrona, appoggiato all’autorità dell’Affò, ritenne invece che l’abbreviazione “P. is” si dovesse leggere “pisanus” e non “parmensis”.

Ricordiamo La Famiglia francese Garey (italianizzato in De’ Garelli o Garelli) di fonditori erranti giunse in Emilia e Romagna verso la metà del Quattrocento dalla Provenza. I fonditori erano i fratelli Jan (Giovanni) e Michel (Michele).

Dal sito http://www.zadrottv.ru/: della chiesa di S. Petronio a Bologna: 1 campana del fonditore Michel Garel: anno 1492 e nello stesso anno 1 campana del fonditore Jan Garel; 2 campane del fonditore Anchise Censori: anno 1575 e 1584.

Stesso sito: Le campane della \”Ghirlandina\” di Modena furono fuse da Giovanni Battista Censori ed Anchise figlio 1639.

Fonditori di Emilia e Romagna in Calabria.

Federico Tarallo (1908), ricorda la fonderia di Monteleone di Calabria, oggi Vibo Valenza, la cui origine dovrebbe risalire al 1671 quando Gerardo Olitapo da Vignola, fonditore di campane girovago, qui lungamente fermossi per espletare le molte incombenze che dai paesi circonvicini aveva ricevute. A non lungo andare un suo figlio, il cui nome non è a noi pervenuto, m’anche lui fonditore, s’imparentò con la famiglia Bruno togliendo in isposa una di questo casato.

Sempre a Monteleone di Calabria, risiedeva e fondeva Geronimo Golito da Vignola, che nel 1713 fuse le due campane dell’orologio della Chiesa anzidetta, a quanto sopra di quelle troviamo segnato, e finalmente un Gennaro Avolito, pur di Vignola, che vuolsi sia stato l’immediato successore dello Olitapa.

Giacomo Giovanni. Fonditore di campane attivo nella prima metà del XVII secolo.

Oreste Gentile

(segue 3^ parte: Italia centrale).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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