I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia centrale).


 

 

CENTRALE

 

 

TOSCANA

Dal sito www.campanologia.org  si apprende che le campane più antiche sono presenti in Puglia (AR): una campana fusa nel 1109 (vedi Bernazzani ?) o la più tarda campana di Maestro Martino della Cattedrale di Siena fusa nel 1149.

Chiara Bernazzani, in Le firme dei magistri campanarum nel Medioevo. Un’indagine fra Parma e Piacenza, ci offre il primato di una “fusione” dell’anno 1109: Ego Albertus feci hanc campanam anno Domini mcix è l’iscrizione della citata campana senese del 1109 proveniente dalla chiesa di San Cristoforo.

Bartolomeus pisanus fu capostipite di una dinastia per la quale il semplice aggettivo di provenienza divenne garanzia di appartenenza alla scuola fusoria più abile e innovativa.

Bernazzani evidenzia: La presenza accertata di fonditori di campane pisani a Parma negli anni Ottanta del Duecento va tenuta presente nella discussione sulla provenienza del fonditore Guidotto la cui campana risaliva al 1287 (l’anno in cui Salimbene ricorda attivo a Parma almeno un fonditore pisano, compreso nell’arco di tempo in cui Guidotto di Bartolomeo Pisano opera in importanti commissioni fuori Pisa, la campana recava la sottoscrizione «Guidoctus pis me fecit». L’iscrizione non è tràdita univocamemte. Niccoli sciogli pis in parmensis: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus parmensis me fecit».

Scarabelli Zunti, che pure considera Guidotto parmigiano, mantiene l’abbreviazione, ma dà una versione incompleta: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus pis me fecit». Fu dunque lo scioglimento dell’abbreviazione pis a suscitare contrasti: Da Morrona vi riconosce l’origine pisana del fonditore, prova ulteriore del fatto che i fonditori pisani erano allora «invitati a dar saggio del loro sapere dalle migliori città d’Italia». Come Nicolli, Lopez scioglie con parmensis e segnala Guidotto come uno dei fonditori autoctoni attivi in città negli ultimi vent’anni del Duecento.

Le circostanze cronologiche ed il nome stesso (nonché la provata mobilità di Guidotto di Bartolomeo), scrive Bernazzani, inducono tuttavia a pensare che la campana fosse opera del fonditore pisano.

Bernazzani evidenzia: Bartolomeus pisanus fu capostipite di una dinastia per la quale il semplice aggettivo di provenienza divenne garanzia di appartenenza alla scuola fusoria più abile e innovativa del Duecento italiano e ricorda i sette bronzi del Duomo di Pisa, databili dal XIII (la ‘Giustizia’ fusa da Lotteringo di Bartolomeo Pisano nel 1262, in origine per una sede civica) al XIX secolo, tutti fregiati di stemmi e complesse iscrizioni.

Scrive Cuzzoni: Bartolommeo pisano dovette essere gran fonditor di metalli ed abile scultore ed architetto Poiché l’imperator Federico II fu molto vago dell’arti belle e poiché particolar cura pose in quella dell’architettura, fa molta lode al nostro pisano maestro che destinato fosse all’esecuzione dei nobili pensieri di quel monarca.

Devenendo all’arte di fonder metalli posseduta dal prelodato Bartolommeo, in una delle campane della Basilica d’Assisi leggesi: “A. D. 1239. F. HELIAS FFCIT FIERI. BARTOLOMEUS PISANUS ME FECIT CUM LOTERINGIO FILIO EJUS.”.

Cimarra ricorda che Bartolomeo gettò in bronzo le campane per la Basilica di San Francesco di Assisi nel 1123, mentre Gabriele Gattiglia e Marco Milanese in L’atelier stabile di Bencivenni, campanarius in S. Andrea di Chinzica (Pisa, 2006) scrivono che Bartolomeo Pisano, già autore di ritrovati tecnici atti a dare maggiore sonorità alle campane, fuse, assieme al figlio Loteringio, una campana piccola ed una grande per la Basilica di San Francesco in Assisi.

Cuzzoni ricorda: Il P. Della Valle, oltre a una tale iscrizione (quella di una delle campane della Basilica di Assisi), riporta la seguente ch’era in una grossa campana fatta d’ordine di Gregorio IX pel vecchio campanile di S. Francesco di Siena: “XPS VICIT. etc. A.D. 1228. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT etc.”. La campana più non esiste, ma l’iscrizione si conserva nell’archivio di quel convento, ottimo provvedimento che di rado si osserva.

Le campane entrambe della parrocchia di S. Cosimo riformata di fresco hanno la seguente iscrizione se il millesimo si eccettua. XPS.etc. BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLVIII.

Appartengono al sopraencomiato Bartolommeo i seguenti versi della campana grossa di un bel getto e di grato suono della chiesa di S. Michele, circa un miglio distante da Pisa

A.D. MCCLIII. XPS. VICIT. XPS. REGNAT XPS. IMPERAT. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT. AVE MARIA GRATIA PLENA DNS TECUM BENDCA TU IN MULIERIS. ET BNDCS FRUCTUS VENTRIS TUI.”.

Oltre le pisane iscrizioni di tal genere, non ne mancano altre atte a comprovare la perizia nel fonder metalli del nostro Bartolommeo, e dobbiamo alla gentilezza del sig. Antonio Ormanni direttore del Museo e della Libreria pubblica di Volterra quella che adorna una campana della badia di S. Galgano, presso alla città. Ella è la seguente: “AGLÆ AVE MARIA GRATIA PLENA DNUS TECUM. B. T. IN. M. ET B. F. VE. T. XPS. VINCIT, XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. A. D. MCCXLIV MENTEM STAM SPONTANEAM HONOREM DEO, ET PATRIE LIBERATIONEM. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT.”

Cuzzoni: Mastro Loteringio Pisano, Figlio di Mastro Bartolommeo. Insieme al padre fuse la Pasquareccia nella torre pendente di Pisa, ricordato anche da Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: La quarta, chiamata un tempo la Giustizia, ed ora la Pasquareccia, tenevasi nella torre del Giudice, e si suonava allorquando il reo andava al patibolo. E’ questa la più antica fra esse, ed ha in alto la seguente iscrizione in caratteri gotici circondata da due fregi da due fregi ripieni di rabeschi: < Locterineus De Pisis fecit. Gerardus Hospitalarius solvit. A. D. 1262.

Primieramente, ricorda Cuzzoni, il campanile dell’antica chiesa di S. Paolo a ripa d’Arno contenente tre grosse campane di un bellissimo suono molto soddisfece al mio desiderio, imperocché nella seconda è scritto a chiare note: “XPS VICIT. XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. BARTH0LOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLII. Nella terza: XPS. etc. LVTTERINGVS FILIVS BARTHOLOMEI ME FECIT.”

Sulla sull’alta torre di S. Francesco di Assisi, ancora Cuzzoni, esisteva una campana, con l’iscrizione: “A. D. MCCXXXIX. PAPE GREGORIO TEMPUS PERPENDIT NOVI CESARIS AC DIEI TEMPUS PONTIFICI FEDERICI. BARTOLOMEVS PISANUS ME FECIT CVM LOTERINGO FILIO EJUS CVM FIT CAMPANA QUE DICITUR UT ALIANA.”

Nella quarta campana della pisana torre pendente abbiamo altra opera di Lotteringo pisano, quivi leggendosi “A. D. MCCLXII. LOTTERINGVS DE PISIS ME FECIT. GERARDVS HOSPITALARIVS SOLVIT.” […].

Così sta scritto nella campana grossa ch’era nel campanile della chiesa soppressa di S. Marco in Calcesana, e che al presente è in quello di S. Jacopo di Vicarello.

  1. D. MCCLXXIIII. MAGR. IOHES. FEC. HOC. OPVS. TRE. PBRI. RVSTICE. TNC. RECTORIS.

Andreotto Pisano, figlio di Mastro Bartolommeo ricorda Cuzzoni, lavorò soprattutto in una zona comprendente l’ intera Italia centrale e parte di quella meridionale.

Mastro Guidotto Pisano. Figlio di Mastro Bartolommeo. Fuse nel 1288 la Quarta Campana della Basilica di S. Pietro a Roma.

Mastro Andrea Pisano. Pisa, secolo XIII. Fonditore di Campane. Figlio di Mastro Guidotto.

Mastro Giovanni Pisano. Pisa, secoli XIII-XIV. Figlio di Mastro Andreotto. I seguenti caratteri io lessi in una campana grossa di S. Matteo: “MENTEM SANTAM SPONTAN. IN ONOREM DIVI PETRI LIBERATORIS MAGISTER JOHANNES ME FECIT. A. D. MCCLXXVIII

 Mastro Bonavere Pisano. Pisa, secoli XIII-XIV. Figlio di Mastro Loteringio.

E poiché nell’altra simile alla suddetta nel getto e in bontà di suono leggesi “MAGISTRO BONAVERE MCCLXXXII.”.

La pubblicazione  di Cimarra migliorare la conoscenza dei magistri pisani: In Italia la fusione di campane fu praticata comunemente nel Medioevo; ed il ripetersi nel secolo XIII di nomi di fonditori pisani attivi a Roma, a Lucca, a Firenze (Bartolomeo, Loteringio di Bartolomeo, Guidoccio, Guidotto e Andrea Pisano di Guidotto, Bonoguida e Rico Fiorentini, Andreotto e Giovanni) dimostra anche da noi quella tradizione familiari e nomade.

Se Bartolomeo firma la sua opera per la chiesa di San Cosimato a Trastevere, con maggiore frequenza ricorre il nome di Guidotto Pisano, il quale nella seconda metà del secolo dovette assurgere, per la sua abilità tecnica, ad una certa notorietà: dalla sua officina escono nel 1286 i due bronzi di San Nicola in carcere su commissione di Pandolfo de Sabello, pro redemptione anime sue; nel 1289 campana della “predica” di San Pietro, fatta per legato di un certo Riccardo, notaio del Papa Nicolò IV e, con la collaborazione del figlio Andrea, una delle campane di Santa Maria Maggiore, entrambe dapprima depositate al Museo Lateranense e trasferite poi al Museo Sacro Vaticano; nel 1291 quella di Sant’Angelo in Pescheria; alla fine del secolo XIII o nella prima decade di quello successivo un’altra campana di Santa Maria Maggiore su commissione di Pietro Savelli.

La documentazione di cui possiamo disporre conferma la presenza periodica del maestro pisano a Roma nell’arco di un trentennio, ma l’attività di Guidotto fu, come già si è accennato, itinerante su un’area più vasta, come si desume dalla scheda del repertorio Thieme-Becker: Fonditore di campane in Pisa, di cui sono conservate molte campane datate, la prima del 1273 da S. Michele in Lucca (oggi nella Pinacoteca) fusa in comune con Bartolomeo Pisano. In San Severo e Martino presso Orvieto (distrutta) si trovava una campana con la data 1277. Inoltre: Lucca, San Giovanni (1281); Parma, Certosa (1287, conservata?); Roma, San Pietro (1289).

Cimarra: E proprio a Corneto troviamo attivo, (ma la data tramandata dovrebbe risultare erronea e di conseguenza essere posticipata di circa un decennio), uno degli artefici pisani menzionati, cioè Loteringio di Bartolomeo, dalla cui fonderia sono uscite anche altre campane per chiese della Toscana (Lucca, Museo: 1242; Pisa, campanile del Duomo: 1262): un ignoto cronista dei Serviti riporta che una campana della chiesa (scilicet: S. Maria in Valverde) portava la seguente iscrizione: Anno Domini 1211. Mi fece Lotteringio, figlio di Bartolomeo Pisano, al tempo dei fratelli Leonardo, Angelo e Simeone. I maestri fonditori pisani operarono durante tutto il secolo XIII nell’Italia Centrale, precisamente nelle regioni del versante tirrenico, risalendo fin nel cuore dell’Umbria e travalicando in qualche caso l’Appennino in altre regioni.

Naturalmente tale attività non si limita alle grandi città, ma si estende con spostamenti successivi ai centri minori: nel 1272 a San Paolo in Sabina (Ri) Guidotto foggia, in onore della Vergine Maria e di San Pietro Apostolo, un elegante campana:

+ A.D. M. CC.LXXII. AD. HONOREM DI. ET BEATE MARIE VIRGINIS. ET. S. PETRI. APOLI + . GUIDACTUS PISEANUS ME FECIT. XCS VICIT. XCS REGNAT. XCS IMPERAT. AGLA. La chiusa della iscrizione declatoria reca oltre ad AGLA, parola di pregnante valore magico-religioso, la triplice acclamazione alla regalità di Cristo, formula trasmessa, durante l’esercizio di apprendistato e di collaborazione, da maestro Bartolomeo, che l’aveva impiegata almeno fin dal 1221 nella campana abbaziale di Livorno. Nel 1278 a Velletri, sotto il guardianato di frate Andrea de Auricola, fonde per la chiesa di S. Francesco una campana pro anima D(omini) Boni Iohannis de Placentia ed una altra ancora conservata nella torre del palazzo municipale.

Tre anni dopo lo troviamo a Corneto, dove per la chiesa di San Michele (detta anche Sant’Angelo de puteis o della pinca) firma una campana dedicata alla Vergine Maria e a San Michele Arcangelo, la quale più tardi sarà traslata nella chiesa di San Marco. Anche in questo caso ricorre la formula Christus vincit – Christus regnat – Christus imperat, come avverrà nel 1290, quando sempre a Corneto egli presterà la sua opera alla Chiesa di Sant’Egidio: Il campanile (scil.: della chiesa di S. Maria del Suffragio) recava due campane provenienti dalla chiesa di Sant’Egidio: esse vennero calate e rifuse il 24 aprile 1863 su ordine del cardinale Quaglia e con una spesa di 25 scudi.

La campana maggiore portava la seguente iscrizione: Anno Domini 1290. Ad honorem Dei et Beatae Virginis Mariae et intus corum P.P.E. Prior Bartholomaei – XPC vincit – XPC regnat – XPC imperat. Quidam Guidoctus Pisanus me fecit.

Gattiglia e Milanese: Un episodio di rilievo identificato nello scavo (precisano gli autori: realizzato a Pisa negli anni 2003-2005 nell’area dell’ex Palazzo Scotto) è rappresentato da alcuni ambienti adibiti alla lavorazione ed alla fusione delle campane, caratterizzati da fosse di gettata del metallo utilizzate anche per la cottura degli stampi: la datazione di queste attività si colloca nel pieno XIV secolo.

Il ritrovamento è di un certo rilievo, in quanto si tratta delle prime fonti archeologiche relative ad una produzione urbana pisana di campane, un’attività in cui, in particolare tra il XIII e XIV secolo, le maestranze pisane, prevalentemente itineranti, avevano raggiunto una notevole abilità tecnica: la loro fama trova espressione già nel primo XIII secolo nell’attività itinerante di Bartolomeo Pisano, magister cui si rivolgeva una committenza di rilievo, anche papale.

Nel giuramento pisano del 1228, in occasione dell’alleanza con Pisa, Pistoia e Poggibonsi, il quartiere di Chinzica e il suo settore orientale appaiono luoghi di elevata concentrazione di officine metallurgiche (fabbri generici ed altre specializzazioni nel settore), ma un solo artigiano, tra i 251 lavoranti aventi a che fare a vario titolo con i metalli (tra i 4500 nominativi elencati), viene definito come campanarius: si tratta di Buonagionta, campanarius nella cappella de Sancto Laurentio in Guinzica.

All’inizio del Trecento, Andreas magister campanarius abita in Chinzica e nel 1333 fonde la campana di San Martino (in Guazo Longo), cappella di Chinzica già caratterizzata nel 1288 da 36 fabbri (alcuni dei quali potrebbero essere stati occasionalmente fonditori di campane, come suggerisce la vicenda del Magister Tosculus de Imola) e probabile luogo di residenza di Andrea, campanarius, citato in quanto confinante in un atto di vendita di un pezzo di terra con casa ubicato nella cappella di San Martino, datato 28 giugno 1325.

Andrea realizzò la campana di San Martino con Gherardo, i cui figli Bencivenni e Nanni sono noti per la loro attività di fonditori a Lucca, Pisa, Firenze, Viterbo: in particolare, Nanni fu campanaio della cappella di S. Andrea in Chinzica (le fondazioni della chiesa sono state ritrovate nello stesso scavo, a pochi metri dall’atelier), a sottolineare il radicamento in tale area urbana di questa particolare attività artigianale. […], il ritrovamento (nei contesti di demolizione dell’officina) di un frammento di ceramica priva di rivestimento con, graffita prima della cottura, una campana con almeno 3 o 5 maniglioni, nel cui fregio si legge il nome di Bencivenni, permette di definire un’operazione raramente realizzabile in questo campo di ricerca, come il riferire di un impianto restituito archeologicamente ad uno specifico artigiano o a componenti della sua famiglia (il fratello Nanni, nel caso particolare).[…] e il dato materiale trova un preciso riscontro in un contratto stipulato il 15 aprile1383 tra il comune di Lucca e Bencivenni ed i figli Iacopo e Bartolomeo, ai quali si riconosce il diritto al recupero della cera utilizzata per la fusione di alcune campane in città.

La cronologia pienamente trecentesca (posteriore al 1330) degli impianti, si colloca come le più tarde attestazioni dell’uso di questa tecnologia (si tratta della tecnologia di tradizione germanica, codificata da Teofilo all’inizio del XII secolo) in Toscana.

Nel basso medioevo i magistri campanarii pisani risultano ben conosciuti ed apprezzati, tanto da essere legati ad importanti commesse. Erano organizzati in taglie, strutture a carattere familiare, con numero dei componenti piuttosto limitato, sotto la guida del magister, capo, custode dei segreti e direttore della fusione.

I suoi tre figli Loteringo, Andreotto e Guidotto accrebbero la fama della taglia, tanto che Guidotto, la cui opera svolta assieme ai figli Andrea, Giovanni e Gherardo, si concentra nell’area romana, fuse assieme al figlio Andrea una delle campane di S. Pietro, mentre Giovanni e Gherardo fusero la campana di Anagni su incarico papa Bonifacio VIII.

All’inizio del XIV secolo troviamo Andrea di Guidotto residente in Chinzica ed annoverato tra i Sapienti come magister Andreas campanarius e come tale, nel 1333, fuse la campana di San Martino in Pisa assieme al maestro Gherardo.

La taglia di Gherardo è ben conosciuta tramite le fonti documentarie e le firme sulle campane soprattutto per quanto riguarda l’operato dei suoi due figli Bencivenni e Nanni. Come vedremo fu molto attiva in area lucchese (numerose commesse comprese nell’arco temporale 1313-1383 sono citate nella documentazione lucchese), ma ebbe un fortissimo legame con Pisa e con S. Andrea in Chinzica.

Delle fusioni di Gherardo sono note solamente le campane di S. Maria delle Grazie (1314) e quella già citata di S. Martino (1333). Bencivenni lavorò molto in lucchesia ove fuse da solo due campane a S. Lorenzo di Brancoli e una a Ombreggio di Brancoli nel 1346, a Monteggiori nel 1356, a Lucca per la chiesa di San. Giovanni nel 1376, e a Viterbo ove, nella seconda metà XIV secolo fuse la campana della chiesa di S. Sisto; insieme al fratello Nanni realizzarono la campana della chiesa di S. Lorenzo alla Rivolta in Pisa nel 1361 e nella seconda metà del XIV secolo la campana di Palazzo vecchio a Firenze.

Nanni fuse due campane per la chiesa di S. Genesio a Gignano di Brancoli, la campana per la Chiesa di San Michele in Orticaria nel 1381.

Nel 1383 fuse, insieme ai figli Iacopo e Bartolomeo*   la “Mezza Terza” di S. Michele in Foro a Lucca e due campane per il comune, mentre nel marzo 1393**   Nanni fu incaricato dagli Anziani del popolo e dall’operaio del Duomo della fusione di una campana grossa per il Duomo di Pisa. (nota * : Secondo Corsi 1973 e Lera 1998, pag. 64 la fusione fu effettuata da Bencivenni e dai figli Iacopo e Bartolomeo, secondo Da Morrona 1812, pag. 421 sulla campana di San Michele sarebbe inciso BENCIVENNI ET IACOPO DI JO. ME FEC., ricordiamo che un Iacopo di Giovanni è presente come campanaio in S. Andrea di Chinzica nel 1407, pertanto si rimarca, in questa sede l’appartenenza alla taglia, rinviando ad altre sedi i problemi legati alla parentela. Nota ** : Simoni 1937, p. 212 nel testo è riportata la data 1339, mentre in nota è riportata la data 1393, che si ritiene più corretta soprattutto in relazione con la successiva data dell’assoluzione del pagamento, 1397, in caso contrario dobbiamo immaginare passassero 58 anni prima che venisse esentato dal pagamento del denaro anticipatogli. Tale errore è riportato anche da Lera 1998, p. 64.). I documenti relativi a questi ultimi due lavori risultano di particolare interesse per la nostra ricerca: nel primo caso perché oltre a mettere in evidenza il funzionamento della taglia con la trasmissione delle competenze alla nuova generazione, ci permette di capire qualcosa anche del processo produttivo adoperato da questi fonditori.

Secondo i patti, infatti, oltre allo stipendio mensile di due fiorini d’oro a testa, spetterà loro, a lavoro ultimato, tutta la cera e il sego rimasto. Il secondo, invece, fa intuire la fama di questa taglia a cui veniva affidata la fusione di una campana per il Duomo e permette di stabilire un legame stabile con S. Andrea in Chinzica, infatti, la commessa viene attribuita a Nanni di Mastro Gerardo campanaio della Chiesa di S. Andrea in Chinzinca.

L’incarico, però, non andò a buon fine, la campana venne giudicata non buona e non bene sonante e pertanto non venne accettata. Tale fallimento ebbe potenti ripercussioni su Nanni tanto che nell’ottobre 1397 gli Anziani lo assolvevano dal pagamento dei denari concessigli anticipatamente, di cui era ancora debitore a 4 anni di distanza, per lo stato di povertà nel quale era caduto.

I documenti pisani dell’inizio del XV secolo rendono maggiormente chiaro lo stabile legame con la parrocchia di S. Andrea in Chinzica: nel 1402 sono censiti 3 campanai in S. Andrea, nella prestanza del 1407 è citato Iacopo di Giovanni Campanaio nella parrocchia di S. Andrea in Chinzica, nel 1409 è citato un Iacopo di Bencivenni, mentre nelle raccolte del 1412 e del 1428 non sono più citati campanai in S. Andrea di Chinzica. Sappiamo sia dai dati archeologici, sia dai dati archivistici che la popolazione stava rapidamente contraendosi per le acquisizioni e le demolizioni fatte dai fiorentini per la costruzione della Cittadella Nuova.

Appare evidente, dalle fonti documentarie, come a partire dal quarto decennio del XIV, fino agli inizi del XV secolo i componenti della taglia di Gherardo abbiano un forte legame con Chinzica e come, sicuramente a partire dalla seconda metà del XIV secolo abbiano eletto a loro residenza la parrocchia di S. Andrea.

Le fonti documentarie confermate dal dato archeologico, reso particolarmente significativo dal ritrovamento del fr. Ceramico riportante una campana recante al suo interno il nome di Bencivenni, permettono di attribuire l’atelier di Palazzo Scotto alla taglia di Gherardo.

L’eccezionalità di questo ritrovamento pisano, di un atelier specializzato e svincolato dall’occasionalità della singola fusione, necessita sicuramente di un’edizione più esaustiva di questa nota preliminare. La possibilità di riferire questa officina, se non proprio al solo Bencivenni, ai suoi stretti familiari, apre scenari interpretativi di rilievo alla componente stanziale di questi artigiani, la cui componente itinerante rimane comunque probabilmente prevalente. Probabilmente l’atelier era utilizzato da Bencivenni e dal fratello Nanni (e dai figli) nel pieno XIV secolo per le commesse urbane e del contado pisano e per produrre campane di limitata grandezza (circa 50 cm. di diametro).

Altre notizie e curiosità dei fratelli magistri campanarum Nanni e Bencivenni, nel sito Associazione Italiana di Campanologia, Giuseppe Bernini ha pubblicato CAMPANE PISANE A CAMPIGLIA: La più antica campana di Campiglia, esposta nel museo di Arte Sacra di San Lorenzo, proviene dalla chiesa di San Sebastiano extra moenia detta di San Bastiano in cui e stata utilizzata fino al 2004, quando per motivi di sicurezza fu tolta dal piccolo campanile a vela e fu sostituita da una copia identica all’originale nella forma e nel suono. Come recita l’iscrizione questa campana e un’opera fusa nel 1372 da Nanni Pisano per la chiesa di San Frediano a Canneto, una località del territorio pisano prossima a Latignano, già nel piviere di Cascina. Sulla “testa”, ossia sulla parte esterna vicina alla corona, nello spazio compreso fra due fasce a nastro e posta la seguente iscrizione: + CHELINO DI BOTO OPERAIO DI SĈO FREDIANO A CANETO A.D.MCCCLXXII. Sotto i due nastri inferiori essa e completata dal nome del fonditore: NANNI PISANO ME FECIT.

L’autore della nostra campana, il fonditore pisano Nanni, residente nella cappella di Sant’Andrea in Kinseca, apparteneva ad una famiglia di noti maestri campanari attivi a Pisa nel XIV secolo; il padre Gerardo, da identificare nel maestro di campane che nel 1350 riparò la campana del Popolo Pisano, esercitò l’arte campanaria trasmettendola ai figli Nanni e Bencivenni e da loro passò ai nipoti Iacopo e Bartolomeo.

Il maestro Nanni fuse nel 1384 fuse la campana per il campanile della pieve di Vicopisano e per la chiesa di San Silvestro a Pisa. Le campane giunte a noi confermano gli artifici tecnici e la maestria di questo fonditore pisano, autore tra l’altro di una campana conservata nella chiesa di Santa Maria in Canonica a Colle Val D’Elsa , proveniente a sua volta dalla chiesa di Santa Lucia a Balbiano, che egli fuse nel 1351. Altre campane di maestro Nanni sono nel chiostro di San Galgano alla Misericordia di San Gimignano e nella chiesa dei Santi Maurizio e Viviana a Filettole (campana del 1394).

Il 14 marzo 1393 l’operaio Giovanni Macigna, succeduto nella carica a Colo Salmuli, morto durante i lavori di assistenza alla fusione di una grossa campana, stipulò un contratto con “magister Nannes campanarius”, figlio del fu maestro Gerardo per “facere formam et tonicam seu vestem campane grosse”. La vigilia della festività dedicata a San Giovanni Battista “si fondò e colò una campana grandissima di più di venti migliaia, indel refectorio di chalonaca nuova” iniziando così i lavori previsti contrattualmente con maestro Nanni. A causa della insufficiente quantità di metallo colato nello stampo, al momento dello scoprimento dalla terra la campana risultò mancante di alcune maniglie della corona e, nonostante i rifacimenti compiuti il 9 luglio successivo, la sonorità non risultò idonea e per maestro Nanni fu un fallimento.

Bernini ricorda: Il nome di “Albertus pisanus” è presente sulla campana del 1200 collocata sul campanile della chiesa di San Martino a Siena, un’analisi accurata ed un confronto con la campana della chiesa di Santa Cecilia potrebbe svelare se si tratta dello stesso fonditore.

Di un altro “Albertus” è la campana del 1109 proveniente dalla chiesa di San Cristoforo oggi nel museo civico di Siena. (vedi inizio Toscana).

Bernini: il maestro Alberto autore di una campana presente sul campanile della chiesa di Santa Cecilia cui rinvia l’iscrizione che così recita: Albertus campanarius me fecit millo centesimo septuagesimo terbio. .

E’ ricordata La campana delle ore della torre del Palazzo Pretorio di Campiglia, conservata tra i cimeli storici della comunità, per l’instabilità muraria della vela in cui era collocata e la forte usura del metallo, nel 2004 fu tolta da questo luogo, da cui per secoli aveva segnalato le ore ai campigliesi e fu sostituita da una copia.

Come recita l’iscrizione: AVE GRASIA PLENA + NICHOLA DI PIERO PISANO ME FECIT MCCCCXXXXVI è un’opera del fonditore pisano Nicola di Piero realizzata nel 1446.

L’assenza di riscontri biografici e manifatturieri relativi all’attività di maestro Nicola di Piero rende arduo comprendere eventuali evoluzioni artistiche e formali, certo è che egli si pone nel solco dell’attività fusoria del padre Piero come testimonia la campana del 1439 posta sul campanile della chiesa di San Pietro a Latignano, nel territorio del comune di Cascina a cui rinvia l’iscrizione che così recita: PIERO DI SIMONE ISTAGNATAIO PISANO ME FECIT MCCCCXXXVIIII.

Nell’iscrizione Piero dichiara la sua paternità ed è interessante notare come, nell’esercitare la prestigiosa arte di fondere campane, amasse sottolineare il mestiere di stagnaio del padre Simone. Del resto non fu inconsueto nelle specializzazioni manifatturiere e nella poliedrica lavorazione dei metalli che i fonditori di campane dichiarassero di essere stagnai, ottonai e calderai.

Nel 1419 il maestro campanario, Tebaldo di Mongio de Burgundia, è chiamato a fondere due grosse campane per il Duomo di Pisa.

Magio Giovanni rifuse nell’anno 1381 un’altra campana della Cattedrale di Siena. Giovanni Tofano rifuse una campana detta “Sovrana” nell’anno 1452, mentre nel 1453 e nel 1469, rifuse 2 vecchie campane realizzate da Tofano di Magio nell’anno 1396.

Bernazzani sottolinea il diffusissimo fenomeno dei fonditori itineranti, che dovevano verosimilmente appoggiarsi a botteghe a conduzione familiare.

Su questa stessa linea si pone il già affrontato caso del pontremolese Johanes, che in questa forma lascia il suo nome sulla campana di Ottone del 1355 e potrebbe dunque essere lo stesso Giovanni da Pontremoli della campana di Costa di Tizzano, di cinque anni posteriore (1400) .

Bernazzani, evidenzia la presenza di Ioannes Pontremulo: A Pontremoli risultano attivi, nel corso del Trecento, fonditori autoctoni e provenienti da Parma, che preparano il sorgere di una fiorente attività, destinata a divenire tradizione locale. Pontremoli, Parma, Piacenza, e soprattutto le aree collinari di pertinenza, si trovavano nel bacino della via Francigena e nel Medioevo furono intensamente collegate tra loro. La geografia degli scambi si unisce così alla dinamica degli sviluppi artigianali: è stato ipotizzato che proprio fonditori provenienti da Parma e chiamati ad operare a Pontremoli avessero introdotto nella località dell’alta Toscana l’arte di fondere campane.

Nel caso di Ioannes, è comprensibile che egli operasse non in Parma, data la disponibilità di fonditori autoctoni, ma in area collinare, ove era facile il contatto con un centro come Pontremoli, distante da Tizzano poco meno di sessanta chilometri.

L’iscrizione della campana di Costa di Tizzano, in lettere gotiche, è fortemente corrosa. Il bronzo è tuttora ubicato sulla torre e suonato, ma per questo esposto ai danni degli agenti esterni; il precario stato di conservazione ostacolò la corretta interpretazione della data, ed esso fu ritenuto del 1272*  l’iscrizione recitava, nella trascrizione più attendibile, «MCCCLX S(anctus) Petrus Ioannes de Pontremulo me fecit sanctam honorem Deo et patrie liberationem». Si ritrova, nella formula dell’‘oggetto parlante”, l’associazione tra data e firma, cui si aggiungono la dedica ricevuta dalla campana nell’atto della benedizione (corrispondente a quella della chiesa) e il cosiddetto ‘epitaffio di sant’Agata’, formula – di discussa interpretazione – assai diffusa nell’epigrafia campanaria.

(in nota *: Questa la datazione proposta in Dall’Aglio, La Diocesi di Parma, II, p. 1020. Secondo il Dall’Olio (Gli antichi bronzi), Ioannes de Pontremulo fuse anche la perduta campana minore della chiesa di Corniglio, datata 1370 e commissionata dal vescovo di Parma Ugolino Rossi. Non è stato sino ad ora possibile reperire attestazione dell’iscrizione. Se fosse verificabile, la notizia permetterebbe di accostare almeno un altro manufatto alle campane di Tizzano e di Ottone riconducibili al fonditore pontremolese.

Il bronzo di Ottone – borgo incuneato tra quattro province e tre regioni, in quella che è un’autentica ‘terra di scambi’ – fu realizzato per la chiesa di San Bartolomeo, e dal 2001 è esposto nel locale Museo d’arte sacra. Mostra anch’esso il tipo più semplice di epigrafe campanaria, nella formula dell’‘oggetto parlante’, interamente contenuta nella fascia intorno alla calotta: MCCCLV IOHANNES DE PONTREMULO ME FECIT.

Altri magistri campanarum erano originari di Pontremoli nella nota 58 della pubblicazione di Bernazzani: P. Bologna, Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi, Firenze 1898, pp. 7, 118. L’autore dà anche notizia di un Pietro da Pontremoli, fonditore nel 1402 di una perduta campana per la chiesa di Zeri, la cui iscrizione venne registrata dal cronista cappuccino pontremolese Bernardino Campi nel 1699; e Tomaxinus de Pontremolo che firmò, scrive Bernazzani, la campana lucchese di San Donato (ora sul campanile di San Paolino) nel 1359 e la e la perduta campana di San Michele a Canossa nel 1334.

Nella chiesa di San Cristoforo in Pontremoli (www.provincialgeographic.it/121-territorio/borgo-val…/): Si sa per certo che sul vecchio campanile, quasi interamente demolito nel 1780, vi era una campana con la scritta Joannes me fecit – 1370, particolare riferito anche dal Boccia (1804). Joannes Pontremulo ?

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Girolamo da Cortona XV secolo. Esiste una campana del 1431 nella chiesetta dedicata a S. Michel e Arcangelo a palazzo del pero (Arezzo).

Bernazzani ricorda, a causa delle esigenze belliche, il caso più noto è quello della bottega di Vannoccio Biringuccio, fonditore senese del XVI secolo autore dei dieci libri del De la pirotechnia, pubblicati postumi nel 1540. Molti riscontri documentano l’attività di fonditori di campane attivi anche nella realizzazione di cannoni e ritrovati bellici.

Da Descrizione storica e artistica di Pisa a cura di Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: la maggiore (campana), nominata l’Assunta, fu fusa da Giovanni Pietro Orlandi l’anno 1655. L’altra vicina, chiamata il Crocifisso, sopra cui vedesi in rilievo l’immagine del Salvatore, è recente lavoro del fonditore Santi Gualandi da Prato, essendo operajo il conte Francesco Alessandro Del Testa Del Tignoso De Gambacorti. Il cartello che porta queste indicazioni ha la data del 1818. E’ da avvertirsi, che dopo la prima sua formazione, seguita nell’anno 1572 per opera di Vincenzo Possenti (da Pisa), era stata rifusa nel 1702 da Antonio Petri da Pesaro (vedi Marche) sotto l’operajo Giulio Gaetani. […]. La quinta è detta del Pozzo, perché fusa nel 1606 a spese dell’arcivescovo diocesano Carlo Antonio del Pozzo di Biella in Piemonte.

Cuzzoni ricorda: Alfredo Ambito Toscano, sec. XIV. Fonditore di una campana nel 1310 per la Chiesa di Usigliano di Lari. La torre campanaria fu innalzata nel 1686 con due campane esistite nel vecchio campanile, in una delle quali era scolpito “A.D. MCCCX Alfredo. Alleluja”.

Bertusi (Fiorentino) Firenze, secolo XIV. Fonditore di campane nel 1317 per la pieve di Gropina.

A Pisa, un tal Castelli produsse nel 1606 la Quinta Campana (detta del Pozzo) della Torre Pendente.

Ugolino Di Foscolo Ambito Toscano, secolo XIV. Fonditore di campane nel 1336 per la chiesa di s. Lucia ai Monti.

Mastro Lorenzo Fiorentino Siena, secolo XIII. Fonditore di una campana nel 1235 per la Torre di San Gimignano.

Fratelli Francesco e Ricciardo Fiorentino Siena, secolo XIV. Fonditori di una campana nel 1326 per la Torre di San GimignanoFrancesco fonditore di una campana nel 1341 per la Torre Comunale di San Gimignano.

Famiglia Fontana San Quirico di Valleriana, secoli XI – XVIII. A questo proposito occorre ricordare che i fonditori di campane di S.Quirico erano rinomati in tutta la penisola e la loro arte risale al medioevo (in alcune case si possono ancora vedere delle lucertole scolpite nelle pietra, simbolo di questa arte, a testimonianza della presenza di tali maestri).

Famiglia Magni San Quirico di Valleriana, secoli XI – XVIII.

San Quirico di Valleriana, secoli XI – XIX. Una delle famiglie più note era quella degli “Angeli“.

Fiorentino Pucci e Francesco suo figli. Firenze, secolo XIV. Nel 1307 Fiorentino fuse una campana per la parrocchia di Montici. Francesco e Fiorentino fusero nel 1317 una grande campana per la pieve di Faltona (detta anche di Larciano).     

Nel 1334 Fiorentino fuse tre campane per la parrocchia di Nipozzano.

Filippo e Bartolomeo Pucci Firenze, secolo XIV. Fusero nel 1333 la campana minore per la pieve di Faltona (detta anche di Larciano) Francesco Pucci (Fiorentino) Firenze, secolo XIV. Nel 1356 fuse una campana per la parrocchia di Montici.

Famiglia Moreni Castelvecchio, XV – XVII sec.. Questi antichi artigiani sono presenti a partire dal XV secolo, specializzati nella fusione per la creazione di campane, conosciuti non solo in Valleriana e a Lucca ma anche all’estero.

Ogni maestro fonditore era depositario di un “saper fare” costituito da elementi di metallurgia, ma anche sensibilità musicale e perizia nelle operazioni accessorie, come la ricerca dell’argilla più adatta.

Sappiamo che fino al XIX secolo, le botteghe artigiane erano dislocate in tutto il perimetro del paese. La perfezione delle opere dei mastri fonditori era veramente unica e il suono prodotto dalle campane si riconosceva ovunque. Era usata una tecnica di fusione e una lega particolare basata su conoscenze che venivano tramandate oralmente e che ancora oggi è sconosciuta. Dai libri di lavoro (tutti posteriori al 1700), conservati presso l’Archivio di Stato di Lucca, o gelosamente conservati da alcuni eredi, si ricavano notizie economiche o di maestranza. Dopo il XVIII secolo alcune botteghe si trasferirono a Pescia e a Lucca, insieme alle maestranze della famiglia Moreni di Castelvecchio

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: ricorda Pucci XIV secolo Firenze Antonio (1310 ca.1388).

Raffanelli ? Pistoia, secolo XVI. Fonditore di campane in Pistoia nel XVI sec.

www.ilpalio.org/campanone, notizie di Gio. Battista Salvini di Siena: con Girolamo Santoni da Fano fusero per la 2^ volta il Campanone della Torre del Mangia o Campanaccio nell’anno 1665, dopo la sfortunata prima fusione da parte del maestro Antonio Ceranini da Novara nell’anno 1633.

La campana, detta l’Apostolica, di Santa Maria del Fiore di Firenze, fu fusa da Lodovico di Guglielmo nell’anno 1516.

D’Andrea (II) ricorda la campana fusa nella città di Sulmona da Bartolomeo da Pisa nell’anno 1314, conservata presso la Chiesa di S. Maria della TombaD’Andrea (I) La <maior campanona del Comune > di Aquila, come scrisse il Volpicella, venne rifusa nel 1494 dal fonditore di bombarde e campane Pietro Dandone da Siena detto Pietro Campana, coadiuvato dai colleghi Giovanni, Gerardo e Gugliemo da Tolosa. Il loro lavoro incontrò tuttavia poca soddisfazione da parte degli Aquilani

Dal sito http://www.museocasasiviero.it, abbiamo notizie di una campana di dimensioni ragguardevoli, si distingue per l’iscrizione “+ MAGIST.LUCAS.ME.FECERUT “ presente sul corpo e la particolare forma alta e slanciata “a pan di zucchero”, comparsa nel XII secolo. Questa particolare foggia, di diffusione limitata in Europa (se ne conoscono esemplari entro il XIV secolo) fu invece tipica della produzione medievale italiana (cfr:la campana di San Nicola in Carcere a Roma, commissionata da Pandolfo Savelli nel 1289, la “Campana dell’Arengo” di Vittorio Veneto, fusa da Vincenzo e Vittore da Venezia nel 1342 e quella realizzata dal magister Bindus de Pistorio nel 1300 per la  chiesa di San Leopoldo a Boscolungo, all’Abetone) tanto che alcuni fonditori dell’Italia Centrale e Meridionale ne mantennero alcune caratteristiche morfologiche fino all’Ottocento. Campane simili, datate al XIII secolo, si trovano anche nella chiesa dei Santi Apostoli a Firenze, in San Romolo a Lastra a Signa (1242) e nella Pieve di Cascia di Reggello (1247).

 

UMBRIA

E’ documentata l’esistenza di “pozzi” per la fusione delle campane all’interno dell’Abbadia Celestina di San Paolo di Valdiponte a Civitella Benazzone (Perugia): Una data di consacrazione del 28 maggio 1100 è registrata da un autore secentesco. L’Abbadia ospitava forse 10 monaci e possedeva un patrimonio fondiario nelle vicinanze e in altre località della diocesi di Perugia e Gubbio.

La Chiesa. Non sono state trovate tracce di occupazione precedente alla costruzione della chiesa, tuttavia, chiusi dall’ultimo pavimento e tagliati nel letto di malta di un pavimento precedente, si sono trovati dei pozzi, che venivano usati per la fusione delle campane dell’abbadia. Recenti scavi hanno riportato alla luce molti pezzi delle forme d’argilla, di cui alcuni erano impressi con le lettere dell’iscrizione.

Si sono ritrovati frammenti di metallo e scaglie caduti durante la fusione, la cui analisi ha dimostrato che era stato impiegato il 20-25% di bronzo stagno.

Le forme erano di argilla e paglia tagliuzzata, forse avena, come legante. La forma era stata portata ad un calore di almeno 400-500 °C: nel suo trattato del XII secolo “De Diversis Artibus”, Teofilo quando parla della fusione delle campane descrive come la forma dovrebbe essere cotta ad altissimo calore prima di colarvi il metallo, onde evitare che si spacchi durante la fusione.

Uno dei pozzi più piccoli conteneva una moneta bronzea di Perugia (1395-1471) e l’esigua quantità di ceramica proveniente dai pozzi indica che la fusione della campana ebbe luogo nell’ultimo quarto del secolo XV o successivamente, quando l’abbadia era occupata dalla Congregazione di San Giorgio in Alga.

Cuzzoni: Nel secolo XV, a Messina era attivo Giordano Perusino (probabilmente oriundo di Perugia. Vedi Sicilia) che fornì nel 1468 diversi bronzi per la torre di Ficarazzi.

Campanaria (aprile 2013) ricorda Andrea Bartocci nel Seicento.

 

MARCHE

Da L’Arte di fondere le campane di F. Pasqualini: A Montefortino è sposta una splendida campana fusa nell’anno 1310 per la torre della chiesa di S. Maria de Girone al tempo del podestà Ascaro da Spelonca.

Giuseppe Fabiani in Ascoli nel Quattrocento, scrive Pasqualini, ricorda un certo Giuliano Rusticucci, detto Pignatella, da Ascoli. Esso era stato mandato al confino a Montedivone ad beneplacidum, perché di fazione ghibellina, esercitava, oltre a molte attività, l’arte del fondere campane. Fuse nel 1471 e dal 1485 una sua campana è tutt’ora installata e funzionante sulla torre del palazzo dei Capitani del Popolo di Ascoli Piceno.

Nel frattempo in tutta la regione, e in particolare nel Piceno, si riscontrava un fiorire costante di artigiani che si dedicavano con passione alla lavorazione dei bronzi sonori. Ne ricordiamo alcuni e fra questi un certo Conte, allievo del Rusticucci, che nell’anno 1496 fuse la campana più grande della chiesa della cattedrale di Fabriano, quindi il Pasqualucci che nel 1527 realizzò una splendida campana per la chiesa di S. Nicolò a Civitella del Tronto e, ancora, i fratelli Ciuseppe e Vittorio Camplani, fermani che nel 1611 (vedi in seguito) fusero il campanone del duomo di Fermo.

D’Andrea (II), ricordando Mastro Vincenzo Campana da Chieti (vedi Abruzzo), precisa: A proposito del cognome Campana o Campanario che troviamo posto a questo fonditore nonché a Marco Antonio da Sulmona, ci piace riportare quanto ebbe a scrivere Ercole Scatassa sugli antichi fonditori di Urbino: < Nei secoli XV e XVI fu rinomatissima la fonderia di campane di S. Angelo, ed il nostro Giacomo fu uno dei migliori maestri che uscì da quella famiglia che per la sua arte prese il nome di Campanari >.

D’Andrea (II) ricorda: Ed è singolare a questo proposito il caso avvenuto tra due città: nel 1536 Bonaventura Vagnarelli partì da Urbino per andare a fondere una campana in Aquila (per la locale Chiesa di Collemaggio); poi, nel 1769 tre mastri campanari aquilani (Giovanni Battista e Domenico Donati con Angelo Mari), restituirono inconsapevolmente la visita, recandosi ad Urbino per la fusione di una campana ad uso della locale Chiesa di S. Francesco.

Campanaria (aprile 2013) ricorda il fermano Bartolomeo di Cristoforo nel Cinquecento.

http://www.campanologia.org, cattedrale di Fabriano (AN): campana detta Becchina, fusa da Brunetti Federico di San Severino 1602.

Cuzzoni: A Ancona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel Seicento Giuseppe Di Giorgi, che fuse una campana per la Chiesa della Madonna della Pace di Patrica.

Dal sito Fonderie marchigiane: […] Anche nelle stesse Marche ritroviamo, sebbene con cognomi diversi, la presenza stabile di una fonderia (?) nella città di Ancona, già a partire dal XVI secolo.

Campanaria (aprile 2013) ricorda il fermano Bartolomeo di Cristoforo nel Cinquecento.

Per la basilica di Santa Maria di Loreto, Il campanaro rivista dell’associazione campanari marchigiani Francesco Pasqualini Agosto 2010: campana maggiore, la Loreta. Essa è la prima di cui ci occupiamo, sia per antichità che per dimensioni: fu infatti fusa nel 1515-16 da Bernardino da Rimini.

La seconda, anch’essa sia per antichità che per dimensioni, è la campana detta Del Rosario, di cui sappiamo che fu rifusa ed aumentata di peso nel 1610, ad opera di Francesco Franceschi di Ancona.

La terza campana, detta Del Sacramento o Del Viatico, venne fusa nell’anno santo 1625 da Francesco Franceschi di Ancona e rifusa nel 1830 da Luigi Baldini da Sassoferrato.

Segue la campana detta Della Morte, che veniva suonata per l’agonia di un moribondo o per il funerale di un defunto. Fusa in origine nel 1588 da Girolamo Taddei, (Tale fonditore si diceva “da Macerata” in un documento relativo alla campana maggiore del Duomo di S. Ciriaco in Ancona) fu poi rifusa una prima volta nel 1671 da anonimo, una seconda volta nel 1730 da Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro e una terza nel 1830, un secolo esatto dopo, dal Baldini, perché danneggiata nella “capigliara” ed inoperosa per otto anni.

La campana Capitolare o Di Terza, fusa nel 1652 da anonimo. La campana San Carlino, fusa nel 1666 da anonimo.

Una fonderia di campane di proprietà dei F.lli Baldini, specializzata nella fusione di campane di grandi dimensioni, era esistita dal 1500 al 1850 nei pressi del frantoio di Roncofreddo (vedi Emilia e Romagna).

Francesco Franceschi ricordato da Il campanaro ….. Agosto 2010, potrebbe essere Francesco de Franciscis da Ancona ricordato da D’Andrea (II): Fu sua opera, nel 1622, la campana < Mare > della Cattedrale di Atri.

A proposito di Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro, attore nell’anno 1730, Padovani in 2. EPOCA STORICA DI FUSIONE E FORMA DELLA CAMPANA, ricorda la campana maggiore di Santa Maria del Fiore di Firenze (ri)fusa da Antonio Petri anno 1705. Antonio Petri, secondo il sito Campane della parrocchia di San Marco in S. Eraclito di Foligno (PG), aveva fuso nell’anno 1709 le due maggiori campane.

Da Descrizione storica e artistica di Pisa a cura di Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: […]. Il cartello che porta queste indicazioni ha la data del 1818. E’ da avvertirsi, che dopo la prima sua formazione, seguita nell’anno 1572 per opera di Vincenzo Possenti, era stata rifusa nel 1702 da Antonio Petri di Pesaro sotto l’operajo Giulio Gaetani.

Antonio Petri di Pesaro consanguineo di Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro?

XIX secolo-FreeForumZone ricorda Franceschini XVII secolo: Francesco fonde nel 1610 una campana per il santuario di Loreto e Sacohus da Sassoferrato XIV secolo. Sarsina (sede fonderia). attivo nel sarsinate e nelle diocesi dell’ Italia centro settentrionale fonde la campana della pieve di Montesorbo datata 1348 fusa da “Fonditore”.

Santoro XVII secolo Fano. Gaspare e Giulio rifondono nel 1679 Il campanone di Cingoli (Macerata).

Da Il campanaro rivista dell’associazione campanari marchigiani Francesco Pasqualini giugno 2011: si apprende che il campanone del duomo di Fermo venne fuso per la prima volta nell’anno 1491 e rifuso nell’anno 1547 dal maestro fonditore Giovanni Morez da Huilliècourt, nella Lorena; venne rifuso nel 1576 da Giovanni Battista Iorde o Giorna di Chivasso, ma abitante a Fermo (vedi in seguito) ed una quarta volta nel 1611 da Giuseppe e Vittorio Camplani, fonditori in Fermo.

Campane di questa famiglia (Camplani) di fonditori itineranti si trovano nelle Marche, in Umbria e in Abruzzo. Giuseppe è autore nel 1582 del campanone del Palazzo dei Consoli a Gubbio (rifuso), nel 1594 della (detta) Marina, la seconda campana del Duomo di Ascoli Piceno, nel 1579 del campanone del Palazzo della Ragione di S. Angelo in Vado (tutte e due esistenti e funzionanti) e infine del campanone del Duomo di Atri (rifuso).

Nel testo ed in appendice si hanno notizie del fonditore Battista Iorde o Giorna, autore di una campana romana datata 1580, lo stesso che quattro anni prima rifondeva, non a caso, il campanone del Duomo di Fermo. Nell’anno 1580 fuse la campana più antica della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo al Celio in Roma: BAPTISTA (rosa) IORDA (rosa) DE (rosa) PIEMONTE (rosa) ABITANTE (rosa) A (rosa) FERMO (rosa) ME (rosa) FECE (rosa, fiore di giglio). Diversi elementi rendono questa iscrizione particolarmente interessante: innanzitutto va notato che essa si apre con una rosa e si conclude con una rosa seguita da un fiore di giglio; inoltre i punti medi, che tradizionalmente separano tra loro le parole nelle epigrafi campanarie, sono qui completamente sostituiti da gigli e rose fioriti, entrambi motivi ornamentali di grande eleganza. Piuttosto anomala, come accennato, l’ortografia della fine del XVI secolo che propone un italiano incerto e “latineggiante”, basti pensare al “Baptista” in luogo di “Battista” e a “de Piemonte” anziché “di Piemonte”. Sorprende invece il “me fece”, attraverso cui è la campana a “parlare” in prima persona, usato in luogo del più convenzionale “fecit” latino.

Ma questa campana è degna di menzione anche e soprattutto perché ci tramanda notizia di un fonditore che va annoverato nella folta schiera di artisti subalpini attivi a Roma nel secolo XVI. Lo conosciamo grazie alla durevolezza del bronzo su cui incise il proprio nome: Battista Giorda, “mastro di campane”, originario di Chivasso, nel torinese5, e abitante a Fermo, comune marchigiano facente parte dei domini dello Stato Pontificio.

In quel periodo Fermo stava vivendo un momento di notevole trasformazione economica e sociale che la proiettava sempre più verso Roma, e ne diminuiva il legame con le regioni settentrionali della penisola, per cui gli artisti venivano con frequenza “esponenziale” assoldati dalla committenza romana. Appena quattro anni prima, nel 1576, Battista Giorda aveva rifuso per la seconda volta il campanone del Duomo di Fermo, mentre nel 1578 realizzava “Maria”, una delle due grandi campane del Santuario della Madonna della Quercia a Viterbo.

Da CAMPANOLOGIA. ORG: nella Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta e Sant’Emidio il campanone è stato fuso nell’anno 1655 da Marini Emidio e Rossi Attilio.

www.ilpalio.org/campanone.htm: Girolamo Santoni da Fano, con Gio. Battista Salvini di Siena, fuse per la 2^ volta il Campanone della Torre del Mangia o Campanaccio nell’anno 1665, dopo la sfortunata prima fusione da parte del maestro Antonio Ceranini da Novara nell’anno 1633.

 

LAZIO

Enzo Pio Pignatiello in Il caso della campana piccola di S. Benedetto in Piscinula a Roma, scrive: “La più antica campana da torre conosciuta”…così la definisce il Guinness dei Primati. Si tratta della campana minore (diam. 450 mm) delle due presenti nel grazioso campanile romanico della chiesa di S.Benedetto in Piscinula a Roma. Mons. Angelo Serafini nella sua opera enciclopedica sulle torri medievali di Roma e del Lazio, la descrive come segue: “campana medievale in situ del 1069. Reca l’iscrizione: “ANNO DOMINI MILLESIMO SEXAGESIMO IX. Nel confutare la data della fusione, l’autore è convinto che La nostra campana, quindi, potrebbe essere frutto della fatica di qualche itinerante fonditore teutonico, o comunque di provenienza mitteleuropea, che operò, con tutta probabilità, in pieno 1300. La seconda campana, detta Grande è sempre di autore ignoto, ma datata 1465.

Luigi Cimarra in QUIDAM GUIDOCTUS PISANUS ME FECIT (in margine al libro “Corneto com’era): Per limitarci alla Tuscia Viterbese, è sufficiente segnalare che proviene dal territorio di Canino uno degli esemplari più antichi che si conoscono in Italia che su un’antica campana della chiesa di san Sisto in Viterbo ci tramanda notizie precise lo storico settecentesco Feliciano Bussi.

Io trovo in un’antica memoria di questa città, che la campana grossa di San Sisto era del Comune della città di Nola e che essendo stata recata in Viterbo dall’imperador Federico II nell’anno 1243 egli stesso la donasse a tal chiesa; la quale notizia, benché peraltro grossa campana, di cui oggi la stessa chiesa si prevale non è altrimenti quella, mentre in questa trovasi formata in caratteri gotici la seguente iscrizione: AD. HONOREM. DEI. ET. BEATI. SISTI. ANNO. DOMINI MCCLVI. MAGISTER. BENCIVENNE. PISANUS. ME FECIT. MENTEM. SANCTAM. SPONTANEUM. HONOREM. DOMINI. ET PATRIAE. LIBERATIONEM. L’iscrizione, pur nella sua brevità, attesta l’opera del Magister Bencivenne, lo stesso che nel 1259 fuse la bella campana maggiore per la Chiesa di S. Domenico a Fermo, confermando la presenza nell’Italia Centrale di fonditori pisani e la loro attività itinerante.

Alla nota 12, l’autore scrive: G.B. DE ROSSI, Cloche avec inscription dédicatoire du VII ou du IX siècle trouvée à Canino, in “Revue de l’Art Chrétien” (1890 n p.l). Il DERAFINI (op. cit., I, p. 75, par. 102, col.1),, che propone una diversa lettura commenta: “Campana medioevale proveniente dal territorio prossimo a Canino (Tuscia Romana). Secolo VIII o principio del secolo IX. E’ probabilmente una delle più antiche campane liturgiche che esistano, fusa in forma elegante con un bel bronzo dai riflessi argentei.

Crediamo che in origine abbia appartenuto ad una abbazia posta sotto il titolo di San Michele Arcangelo nella regione esistente tra Tuscania e Tarquinia’. A rafforzare l’ipotesi di un dedicatore locale, come ha ben osservato D. MANTOVANI (Momenti di storia di Blera.

I documenti. Roma, Tip. Veneziana, 1984, pp. 32-43), interviene l’elemento onomastico VIVENTIV (S), che rimanda a San Vivenzio, vescovo e patrono della città di Blera (“fuori di questa terra Vivenzio è ignoto). E proprio a Corneto troviamo attivo, (ma la data tramandata dovrebbe risultare erronea e di conseguenza essere posticipata di circa un decennio), uno degli artefici pisani menzonati, cioè Loteringio di Bartolomeo (vedi Toscana).

Cuzzoni ricorda Guidotto (da Viterbo). Il viterbese, Guidotto realizzò due campane destinate alle chiese tarquiniensi di S. Michele “de puteis” o “della Pinca” (1281) e per S. Egidio (1291).

Lotteringio (da Viterbo). Secolo XIII. Il viterbese Lotteringio eseguì una campana per S. Maria in Valverde, sita a Tarquinia.

Nel 1301, un certo “Matteus de Viterbio” realizza una campana a Montefiascone.

Santo (da Viterbo). Su di una campana del 1452 per la chiesa della Verità di Viterbo, si legge l’ iscrizione: “hoc opus fecit Sanctes de Viterbio.

Sembrerebbe, pertanto, che la produzione di campane nell’ alto Lazio abbia avuto un’accelerazione tra la fine del XIII ed il XIV secolo e che in essa l’attività di maestranze straniere, come quelle pisane, tra le più valenti del tempo, abbia avuto un ruolo importante.

Antonio (da Viterbo). Abitante a Bissone, il 22 III 1487 firmò un contratto con i sindaci di S. Antonino per la fusione di una campana “ponderis ruborum viginti. […]; bonam, laudabilem, et sufficientem, et boni sonitus […]”.

A Collevecchio esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Orazio Pioli che ebbe modo di fondere la campana della Chiesa della Madonna del Rifugio nel 1613.

Antonius De Gastechis. A Viterbo esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Antonius de Gastechis, operante anche in Canton Ticino.

Il sito Ciociaria artigianato ricorda: Anche se oggi il settore dell’artigianato dei fonditori di campane è scomparso, esso merita comunque una menzione ricordando che, per quasi cinque secoli, Veroli fu patria di famosissimi fonditori di campane. Essi lasciarono diversi esempi della loro arte in vari centri della provincia, della Campania e dell’Abruzzo. La più antica menzione di un campanaro di origine verolana è data dall’iscrizione posta sulla campana grande dell’antica cattedrale di S. Teodoro di Trevi nel Lazio, datata 1329 e firmata Jacobus de Verulis, il più antico esponente di una famosa famiglia di fonditori, i Melone.

Anche Isola del Liri ebbe la sua fonderia con Antonio Loffredo: sue le campane nella chiesa di S. Maria dei Fiori.

Nel territorio della provincia di Frosinone la ricerca bibliografia si interessa del XIX secolo (il presente studio si interessa al periodo VIII al XVII) per la presenza del Fonditore di campane di Frosinone (originario di Agnone, nel Molise): Sig. Vincenzo Cacciavillani: Vi si leggono: il nome del fonditore (VINCENTIUS CACCIAVILLANI. FRUSI-NAS. FUDIT. 1859 XI. Sulla campana piccola invece si nota quest’altra dicitura: t FUNDERE FECIT FRANCISCUS ARCHIPRESBITER DENNI AERE SUO t Vincen-tius Cacciavillani Frusinas fudit 1859 xm. (vedi MOLISE)

Dal sito http://www.vicariatusurbis. org/SantaBarbara/p_campane.htm: Le campane della chiesa di  S. Barbara sono state, infatti, fuse dalla Pontificia Ditta Lucenti.

La Ditta Lucenti, storica fonderia, l’unica specializzata a Roma nella fusione delle campane (in tutta Italia i “campanari” sono ormai meno di dieci) ha una lunghissima storia: la sua attività risale infatti al 1550, come risulta dalla data incisa sulla campana del convento dei Padri Cappuccini nella chiesa della Misericordia in via Veneto a Roma. Ha firmato, oltre a numerose campane del Centro Italia, anche oggetti in bronzo o metalli vari, statue, cancelli, e persino tombini. Pietro Romano, nel suo volume sulle campane di Roma, cita molte volte la famiglia, definendo i suoi membri “i fonditori di campane più attivi e più operosi nell’Urbe”.

Fra i principali lavori della ditta si ricordano quelli di Ambrogio Lucenti, che nel 1627 ha fuso insieme ad alcuni soci le quattro colonne del baldacchino berniniano in S. Pietro ed ha realizzato la campana vaticana chiamata della predica (ma popolarmente conosciuta come chiacchierina); rottasi nel 1891, fu rifatta nel 1893, ancora una volta dai Lucenti.

Nella seconda metà del Seicento fra i Lucenti si era invece distinto Girolamo, che fu anche un valido scultore. Lo si ricorda, tra l’altro, quale autore dell’angelo “che tiene li chiodi” situato su ponte S. Angelo.

Da D’Andrea (II): Francesco da Viterbo. Fuse nel 1561 un sacro bronzo appartenente alla Chiesa dei Cappuccini di Tagliacozzo.

D’Andrea (II) ricorda i mastri campanari di Tora che hanno lavorato in Venafro e cita Masciotta che aveva ricordato la rifusione nell’anno 1685 e nel 1732 di una campana dell’anno 1332: S. P. F. R. G. E. O. P. II. Haec campana facta fuit A. 1332. Et verbum caro factum est. Habitavit in nobis. Restaurata a Iosepho de Costanzo de Tora anno 1685 ed iterum restaurata a Ioanne filio suo 1732.

Mastro Giovanni Battista, da Tora. Aveva fuso nel 1603 una campana per la Chiesa dell’Assunta in Colli al Volturno. Sembra che il suo cognome era < Del Pozzo >, come si desume dalla lettura di un’iscrizione posta su una campana del 1611, appartenente alla Chiesa di S. Michele Arcangelo in Baranello.

Insieme a Donato d’Agnone (vedi Molise) fuse nel 1645 una campana in Castel di Sangro.

Mastro Giuseppe, di Tora. Il suo nome è su una campana del 1620, posta sopra il campanile della Chiesa di S. Francesco in Isernia.

Mastro Giuseppe Di Costanzo, da Tora. Non dovrebbe essere il Mastro Giuseppe, il nome del quale si legge sopra la squilla di Isernia insieme alla data 1620. Questo Giuseppe Di Costanzo rifuse nel 1685 un sacro bronzo appartenente alla chiesa di S. Francesco in Venafro.

 

 

ABRUZZO

Giovanna Petrella, La fusione delle campane in Abruzzo e Molise (2007): Passando in rassegna la bibliografia dei testi, sappiamo che il più antico bronzo sacro abruzzese è di epoca medievale; si tratterebbe di “una piccola campana di bronzo, rinvenuta a Semivicoli [Comune di Casacanditella (CH)], proprietà Perticone, oggi purtroppo scomparsa.

La campana che sulla superficie recava l’iscrizione Albertus me fecit, secondo Zucarini sarebbe datata al X secolo, secondo D’Andrea al XV secolo. Ad essa seguono la campana del 1008, di matrice artigiana, probabilmente di Guardiagrele, proveniente da San Barbato, poi portata a Pollutri (CH), quella di Rapino (CH) (1308), oggi scomparsa, e quella di Lettopalena (CH) del 1310, con l’iscrizione Bernardus me fecit.

Corrado Mancini, scrive Petrella, sostiene l’ipotesi che a introdurre l’arte della fusione sono stati i lombardi, pur non adducendo alcuna giustificazione, se non quella che “nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone che contrattano l’acquisto e la vendita del rame alla fiera di Lanciano”, così come artigiani abruzzesi che comprano rame dai milanesi* .

Nella nota * si legge: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone.

Ma la presenza dei milanesi in Agnone prosegue Petrella non è sufficiente a giustificare l’ipotesi dell’origine lombarda dell’arte fusoria. […].

E’ stato rilevato che per il solo Abruzzo, dal XIII secolo fino ad oggi, esistevano ben dieci luoghi di provenienza delle maggiori famiglie di fonditori itineranti.

I più antichi fonditori sono magister Luca, attestato nel 1341 e Iohannes de Guardiagrelis, definiti dal Bindi “cesellatori e famosi fonditori, ma Cuzzoni, ricordando la storia della Fonderia fratelli Mari di L’Aquila, ritiene: La nascita artistica della fonderia Mari viene fatta risalire al 1019 secondo un documento redatto dai Padri Cappuccini di Ortona e secondo una carta campanaria di pelle di pecora. Altre fonti citano il ritrovamento di una campana in Popoli (PE) fusa nel 1200 da Aloysius Mari.

La famiglia Mari è di origine aquilana come testimoniato non solo dalle iscrizioni sulle campane, ma dalla presenza in pieno centro di L’Aquila, in zona disastrata dal recente terremoto, in via Crispomonti 12, di “casa Mari”, palazzo del XVII secolo (Palazzi del’ Aquila), dove i Mari abitarono.

La famiglia si era poi spostata a Salle (PE), paese noto per la tradizione della produzione di corde armoniche e di fili di sutura, artigianato collegato alla pastorizia. In Salle la famiglia Mari abbraccio’ subito la tradizione dei mastri cordari, continuando anche l’attivita’ di fonditori di campane. I documenti dell’epoca attestano la famiglia Mari insieme alle famiglie Berti, D’Orazio e Ruffini tra i mastri cordari di Salle, e tra i fornitori di corde armoniche ai cremonesi Stradivari ed Amati.

La fonderia di campane dei Fratelli Mari, attiva per secoli in diversi paesi dell’Abruzzo (L’Aquila, Salle, Torre de’ Passeri, Castelfrentano, Lanciano), ha fornito di campane un territorio che comprende la Romagna (Bertinoro), le Marche (S. Francesco di Urbino 1789, Chiaravalle 1950), l’Umbria (Campanone di Gubbio Angelo Mari e G.B. Donati 1789), il Lazio (Orvinio 1898, Abbazia di Casamari), l’Abruzzo (numerose campane nelle 4 province abruzzesi, tra cui L’Aquila, Trasacco, S.Giustino di Chieti, S.Giovanni in Venere, Torre Civica di Lanciano, S.Domenico di Cocullo, ecc…), la Sardegna (Giave SS) e la Sicilia (Carlentini, Borgata Pedagaggi SR).

Professione non facile per la famiglia Mari, come ricorda D’Andrea (I): Per quel che riguarda in particolare la figura di Daniele Mari (pur operando nel XIX secolo, si evidenzia la difficoltà di fondere in un territorio dove la concorrenza era vivace): il suo continuo spostarsi in paesi delle province di Aquila, di Chieti, di Teramo e dell’attuale provincia di Rieti – un giorno in un villaggio ed il giorno successivo in un altro, tanto che la sua stessa famiglia non ne sapeva niente – sembra un affannoso movimento atto a precedere i concorrenti e ad accaparrare il lavoro.

Sia l’Intendenza di Chieti, sia gli appartenenti al Corpo degli ingegneri di acque e strade, sia la concorrenza, a Daniele Mari cercarono di far mancare la terra sotto i piedi. Il suo fu un movimento di concorrenza ai fini della sopravvivenza, quando nell’Abruzzo e nel Molise dei decenni intorno alla metà del 1800 declinarono fino al tramonto i Camerchioli, i Fasoli ed i Saia (vedi MOLISE) insieme a tutto il patrimonio di esperienza e di tradizioni da essi rappresentato; e restarono praticamente in lizza solo i più decisi ed organizzati: i Mari ed i Marinelli (vedi MOLISE), ai quali si affiancarono verso il 1860 i sorani Pasquale e Stefano Orlandi, a rimpiazzare in Gagliano Aterno il nome di quel Nicola Marinelli, che tanto fastidio diede a Daniele Mari ma altrettanto e forse più dovè riceverne.

Circondato dai Marinelli insediati in Agnone (Salvatore, Alessandro, Francesco Paolo), in Gagliano (Nicola) e S. Vittore (Nicodemo), Daniele Mari seppe resistere e sopravvivere.

D’Andrea (I): il Maestro Luca da Guardiagrele aveva fuso nel 1341 una campana in Orsogna e dà anche notizia di: Mastro Berardino campanaro ed infine con il nome di Berardino campanaro dell’Aquila (anni 1670-1671).

D’Andrea (II): Maestro Nicola, che il Bindi definì Aprutino e < nostro celeberrimo fonditore >. Il suo nome si leggeva ancora durante il secolo XVIII su una grossa campana del 1342, posta nella Chiesa di S. Maria a mare.

Giovanni da Teramo. Fuse nel 1342 una campana per la chiesa di S. Maurizio in Lanciano.

Attone di Ruggero, che si afferma teramano e fonditore – intorno al secolo XIV – della campana grossa del Duomo di Teramo. Vicenzo Bindi scrisse: < Attone di Ruggiero di Teramo …. Gettò nel 1383 una grossa campana che si vedeva nella torre della Cattedrale di Teramo. >.

Le campane di Atessa di Gabriele D’Amico, Alfredo Massa e Nicola D’Amico (2008), permette di conoscere uno dei magistri campanarum che operò nella regione Abruzzo nel periodo scelto dalla nostra indagine, dal VIII al XVI secolo.

Bartholomei de Atria: nell’anno 1410 fuse la campana dell’orologio che batte le ore posta sul campanile della Cattedrale di San Leucio: BARTHOLOMEI DE ATRIA ME FECIT A DMCCCCX e per la chiesa di San Giovanni fuse la prima campana nell’anno 1427: M XPO FANUS BARTHOLOMEI DE ATRIA ME FECIT TD TOME FAICI XPS REX GLORIE VENIT I PACE DEUS HOMO FACTUS E AD MCCCCXXVII.

D’Andrea (II): Frate Francesco. Fuse nel 1469 le campane della Chiesa di S. Bernardino in Aquila. Ettore Moschino scrisse, ricorda D’Andrea (II), che nel 1483 un frate di S. Bernardino che si chiamava Frate Francesco, rifuse la campana della Torre di Palazzo in Aquila. Con tutta probabilità egli riprese la notizia dalla pagina 569 del XVI volume di Annnali dell’Antinori, che chiamò il fonditore con il nome di Francesco di Paolo dell’Aquila, religioso nel Convento di S. Bernardino.

Bartolomeo Doati (o forse Donati), unitamente a Sir Francesco Antonio, rifuse nel 1483 la campana < Aprutina > in Teramo.

In merito, D’Andrea (II) precisa, citando D. Giuseppe Fabiani: Capostipite forse di questa famiglia fu Bartolomeo Donati, che non sembra però abbia lavorato nelle Marche. Egli è l’autore della campana grande della Cattedrale di Teramo, che fuse in collaborazione con un tal Francesco Antonio.

Mastri Giovan Bernardo e Gaspare, da Aquila. Nel 1561 procedettero alla fusione di una campana della Chiesa di S. Vittorino.

Maestro Aquilante da Sulmona. Fonditore di bombarde, rifuse nel 1564 le tre campane della chiesa abbaziale di Grottaferrata.

Pompeo e Vincenzo di Notaronofrio, padre e figlio, abruzzesi e fonditori di metalli. Fecero nel 1568 società (però in Napoli), con il fonditore di metalli Gabriele Marra di Bergamo (vedi Lombardia).

Francesco di Alessandro, da Anversa in Valva (cioè nella Valle Peligna, oggi Anversa degli Abruzzi), Nel 1578 aveva fuso la campana della Chiesa di S. Maria della Vittoria, posta in Scurcola.

Pietro Antonio Cauto, da Castel di Sangro. Nel 1615 fuse un sacro bronzo per la Chiesa di S. Nicola in Pescocostanzo. Nel 1596 aveva proceduto alla confezione della squilla appartenente alla Chiesa di S. Maria della Neve in Palena.

Mastro Paolo o Paoluccio di Giovan Pietro Pilani, da Chieti. Per scrittura del 9 Gennaio 1612 rogata dal notaio Andrea Carnevale, si obbligò alla fusione della campana grande per la Chiesa di S. Maria della Tomba in Sulmona.

Mastro Vincenzo Campana e Paoluccio Pilantrano, da Chieti. Mediante scrittura rogata il 17 Agosto 1609 dal notaio Giulio Campana, promise la fusione di due squille per la cattedrale di S. Panfilo e per la Confraternita di S. Maria del Soccorso in Sulmona.

Precisa D’Andrea (II): Questo Paoluccio Pilatrano dev’essere il Paoluccio di Giovan Pietro Pilani, precedentemente nominato nel presente elenco. Con tutta probabilità devono corrispondere ai due fonditori menzionati in questa scheda, i Joannes Vincentius et Paulutius Thatini (Thaetini), che nel 1605 fusero il campanone di Ortona.

Mastro Vincenzo Campana, continua D’Andrea, dovrebbe essere lo stesso < Magister Vincentinus campanarius theathinus >, che nel 1617 aveva confezionato il campanone della Chiesa dell’Annunziata di Sulmona. (vedi Marche per il cognome Campana o Campanario).

Maestro Paolone, da Chieti. Fuse nel 1614 una < bellissima campana posta sul campanile della chiesa parrocchiale di Villamagna >. D’Andrea precisa: E’ probabile che questo mastro campanaro e Paoluccio di Giovan Pietro Pilani o Pilatrano, siano la stessa persona.

Giuseppe Ninni o De Ninnis da Lanciano. Fuse nel 1602 la campana municipale di Loreto Aprutino. Furono sue opere: nel 1606 un sacro bronzo ornato dello stemma della città di Lanciano, e nel 1608 il campanone della Chiesa di S. Maria del Ponte.

Marco Antonio Campanaro, da Sulmona. Con scrittura rogata il 14 Orrobre 1624 del notaio Giangeronimo Mancini, Egli promise ai Procuratori della Chiesa di S. Maria del Colle di Pescocostanzo, di colare una squilla del peso di circa 200 decine.

Soccorso di Nello, da Sulmona. Nel 1645 rifuse il < campanone > della chiesa di Atri.

Giuseppe D’Anelli o Di Nello, da Sulmona. Confezionò nel 1677 la < campana maggiore > che nel 1754 figurava ancora sul campanile della chiesa sulmonese di S. Maria della Tomba.

Giovanni Battista Di Nello e suo fratello Giuseppe, da Sulmona. Fusero la campana grande della Chiesa della Badia del Morrone. Guido Piccirilli che cita i nomi di questi due artisti, non menziona la data di fusione che supponiamo aggirarsi verso il 16501670.

Giuseppe, Ambrosio ed Ippolito < de Niello > o Di Nello, vengono menzionati nelle scritture del 12 Giugno e 16 Settembre 1615, nonché nel rogito del 21 Gennaio 1605 del notaio Vincenzo Giannitto.

La famiglia abitava da antica data in Sulmona, se già nella scrittura del 9 Agosto 1593 rogata dal notaio Giulio Campana, comparvero Giovanni di Giulio Di Nello ed Angelo di Silvestro Di Nello, in relazione ad una casa posta il Borgo Pacentro, già appartenente a Giovanni di Nello, che fu bisnonno del predetto Giovanni figlio di Giulio, e nonno di Angelo di Silvestro.

Paolo Medoro, aquilano. La campana mezzana, da lui fusa nel 1707, esiste ancora oggi nel campanile della Chiesa di S. Margherita in Aquila. Rifuse nel 1706 un sacro bronzo posto nella Basilica di Collemaggio. Forse doveva essere alle prime armi nel 1696, quando effettuò in Ortona la rifusione di una campana usando < inesperienza > che cercò anche di coprire con < inganno >, di cui fu consegnato il ricordo nel rogito del 22 Giugno 1696 di notar Angelo Gallucci.

Marco Antonio Potente, da Castiglione, che nel 1689 fuse una campana in Cercemaggiore.

Pietro e Giuseppe Donati da Aquila. Fusero verso il 1601, il campanone oggi sistemato nel Duomo dell’Aquila. Tramite un contratto rogato il 20 Aprile 1602 dal notaio Giovanni Battista Rainaldi, Pietro Donati prese l’impegno della fusione della campana maggiore della Chiesa di S. Maria di Paganica.

Eusebio Donati, da Aquila. Mediante rogito del 17 Marzo 1615 compilato dal notaio Giovanni Battista Rinaldi, prese in fitto una bottega posta nel locale di Paganica < alla Piazza di Santo Francesco >.

Con scrittura del 16 Agosto 1616 rogata dal notar Francesco Bassi di Aquila, egli si obbligò a consegnare presso la propria bottega, una campana libera da difetti e di buon suono, che doveva essere posta nella chiesa della SS.ma Pietà di S. Eusanio. Nell’anno 1621 prese l’impegno a fare una campana per lo horologio della facciata de Santo Massimo. Nel 1627 Eusebio Donati fuse la campana grande della Chiesa di S. Maria Assunta di Assergi.

Filippo Donati da L’Aquila (forse lo stesso che Giacomo Filippo), nell’anno 1632 si impegnò alla fusione di una campana che doveva servire per la Chiesa di S. Michele Arcangelo di Villa S. Angelo. Nel 1663 Filippo Donati promise la rifusione di una campana per il Convento di S. Giuliano in Aquila. < Mastro Filippo Donati campanaro > ebbe nel 1671 ventitre ducati e mezzo < per la manifattura > della squilla appartenente alla Madonna della Croce di Roio. Nel campanile della chiesa aquilana di S. Pietro Coppito, c’è una campana sulla quale si riescono a leggere il nome Filippo (forse collegato al cognome Donati) e la data 1640.

Giacomo Di Filippo, da Aquila, e Soccorso Di Nello, da Sulmona (il primo di essi appartenente alla famiglia Donati).Mediante contratto del 1632 si obbligarono a fondere per la Chiesa di S. Maria del Colle di Pescocostanzo, una campana da circa 220 decine, al prezzo di 35 ducati. Forse si tratta della campana che l’Inventario contenuto nel rogito Carallo del 23 Settembre 1697 afferma risalire al 1532.

Segue un ampia disquisizione che evidenzia: E se i Donati erano sempre stati maestri campanari per tradizione; se essi furono i discendenti di uno dei fonditori della maggior campana di Teramo nel 1483, è strano che non abbiano lasciato tracce della loro residenza e della loro attività in Cava dei Tirreni, almeno per quel che risulta (o meglio, per quel che non risulta) dai < Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri >.

Giacomo Filippo e Carlo Antonio Donati, fratelli, da Aquila. Fusero nel 1654 la campana grande della Collegiata di Pescocostanzo. Mediante atto del 27 Maggio 1670, Giacomo Filippo Donati promise ai massari della Terra di Paganica, la fusione di una campana per la parrocchia dell’Assunta.

Mastro Giacomo Di Filippo Donati, da Aquila. Forse lo stesso che Giacomo Filippo, citato nelle schede precedenti. Aveva fuso nel 1670 due campane per la Collegiata di Pescocostanzo. Solo che nella prima campana si leggeva il riferimento < Iacobus Donati de Aquila) >, e nella seconda l’altro riferimento < magister Iacobus Philippi Donati de Aquila >.

Mastro Berardino Donati da Aquila. Egli rifuse nel 1670 una campana della Chiesa di S. Nicola di Caramanico. Insieme a Giacomo Filippo si impegnò il 17 Luglio 1648 alla confezione di una campana < per servitio della Chiesa di S. Giovanni di Collimento di Lucolo. Insieme allo stesso, il 31 Marzo 1649 promise la rifusione di un sacro bronzo, per l’onorario di 200 ducati, per la Chiesa di S. Maria Paganica di Aquila.

Dal sito della Chiesa della ss. Trinità di Aielli: dal Febonio (1668, III, 239) sappiamo invece che la campana era datata al 1301: Campanam hanc fieri fecit Popolus. Civitatis Marsorum A(anno) (Domini).M.CCC.I, data da ritenersi esatta visto che la campana, rottasi nel 1661, fu rifusa dal maestro campanaro Berardino Donati dell’Aquila nel 1676 il quale, nonostante l’ordine ricevuto di reimprimere l’iscrizione precedente dai Massari di Aielli, dovette apportare errori e modifiche all’iscrizione (Belmaggio Datt.).

D’Andrea (II): Giovanni Battista Donati da Aquila. Fu nel 1682 il fonditore della squilla oggi posta sul campanile della chiesa aquilana di S. Margherita.

Campanologia (2013) ricorda (il suddetto) l’aquilano Giovanni Battista Donati nel Settecento che operò in Foligno per buona parte dell’età moderna.

D’Andrea (II): Francesco Antonio Donati, da Aquila. Fuse nel 1675 una campana oggi sistemata sul campanile a vela della Chiesa di S. Maria Materdomini di Chieti. Nel 1698 lavorò insieme ad Eusebio Donati, alla rifusione di un sacro bronzo per la chiesa aquilana di S. Maria di Roio. Nel 1699, garantì per un anno e tre giorni … due campane < fatte a questa medesima Università >.

Eusebio Donati e suo figlio Filippo, da Aquila. Avevano confezionato un tempo (?) il campanone della Chiesa di S. Francesco (dei Minori Conventuali) di Sulmona, che nell’Aprile del 1717 fu rifuso dai fratelli Giovanbattista e Bernardino Donati.

Eusebio Donati da Aquila. Data la distanza di tempo, non deve essere confuso con l’altro Eusebio, che abbiamo visto al lavoro negli anni 1615, 1616, 1621 e 1627. Presso il campanile della Chiesa di S. Pietro Coppito, in Aquila, si conserva una campana, piccola e adesso incrinata, fusa da Eusebio Donati nel 1680. Questo Eusebio fu fonditore – negli anni 1699 e 1705 – di due campane per la Chiesa di S. Rocco in Scanno. Con scrittura del 16 Agosto 1698 compilata dal notaio Tommaso Filippo Petruccio Celio, Eusebio e Francesco Antonio Donati (che nel 1675 aveva lavorato in Chieti) promisero la rifusione della campana grande per la Chiesa di S. Maria di Roio.

Serafino Donati, anch’egli appartenente alla nota famiglia dei fonditori aquilani. Lavorò durante la fine del 1700 alla rifusione della seconda e terza campana poste nella torre di Fermo.

Si ha notizia di Mastro Berardino campanaro ed infine con il nome di Berardino campanaro dell’Aquila (anni 1670-1671).

Una interessante quanto lacunosa pubblicazione dei Campanili Abruzzesi edita dalla Regione Abruzzo – Centro regionale dei beni culturali, dà notizia di tale Orius Magister: nell’anno 1288 realizzò una campana per chiesa di San Nicola ad Atri (TE).

Interessante è quanto scrive D’Andrea (II) sull’origine del cognome Campana: è anche un cognome della diffusione del quale in Alto Sangro ed in Palena abbiamo avuto spesso occasione di renderci conto.[…]. Come si incontra anche il cognome Campanaro, di provenienza da Chieti. D’Andrea (II), dal registro degli introiti ed esiti relativi alla bella chiesa di S. Nicola di Caramanico: più interessanti le note di pagamento del Maggio e Giugno del 1670, perché si riferiscono ai tanti impegni connessi alla rifusione di una campana.

Sono ricordati: Pagato il verrocchio della campana grossa à Mastri Giovan Battista Fioretti e (Francesco) Farinelli.

Pagato a Mastro Bernardino Campanaro per rifosa di decine sei di metallo ….. pagato a Mastro Francesco Farinelli (vedi in seguito Marinelli in Molise) che salì la campana nova e … per l’armario pagato a Marcantonio Buccione per ordine di Mastro Berardino Campanaro.[…]

Pagato a Francesco Farinelli e Vincenzo Fiorentini che fecero l’armario delle campane. L’esito del 1671, ricorda D’Andrea (II), 5 Settembre: pagato a Bernardino Camparo dell’Aquila, per saldo della campana, conforme ne fece poliza il passato Procuratore.

Wichipedia: ATTONE DI RUGGIERO di Teramo fuse l’Aprutina collocata sulla torre del Duomo di Teramo, fu rifusa nell’anno 1483 dal francese Nicola di Langres.

Nel descrivere la chiesa di San Michel Arcangelo in Capena, ricorda La campana media è stata fusa dal campanaro Martino D’Ettorre di Spoltore da datarsi al 1700.

 

MOLISE

Giovanna Petrella, La fusione delle campane in Abruzzo e Molise (2007): Passando in rassegna la bibliografia dei testi, sappiamo che il più antico bronzo sacro abruzzese è di epoca medievale; si tratterebbe di “una piccola campana di bronzo, rinvenuta a Semivicoli [Comune di Casacanditella (CH)], proprietà Perticone, oggi purtroppo scomparsa. La campana che sulla superficie recava l’iscrizione Albertus me fecit, secondo Zucarini sarebbe datata al X secolo, secondo D’Andrea al XV secolo. Ad essa seguono la campana del 1008, di matrice artigiana, probabilmente di Guardiagrele, proveniente da San Barbato, poi portata a Pollutri (CH), quella di Rapino (CH) (1308), oggi scomparsa, e quella di Lettopalena (CH) del 1310, con l’iscrizione Bernardus me fecit.

Corrado Mancini, scrive Petrella, sostiene l’ipotesi che a introdurre l’arte della fusione sono stati i lombardi, pur non adducendo alcuna giustificazione, se non quella che “nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone che contrattano l’acquisto e la vendita del rame alla fiera di Lanciano”, così come artigiani abruzzesi che comprano rame dai milanesi* .

Nella nota * si legge: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone.

Ma la presenza dei milanesi in Agnone prosegue Petrella non è sufficiente a giustificare l’ipotesi dell’origine lombarda dell’arte fusoria. […].

E’ stato rilevato che per il solo Abruzzo, dal XIII secolo fino ad oggi, esistevano ben dieci luoghi di provenienza delle maggiori famiglie di fonditori itineranti. I più antichi fonditori sono magister Luca, attestato nel 1341 e Iohannes de Guardiagrelis, definiti dal Bindi “cesellatori e famosi fonditori.

Fra le regioni dell’Italia peninsulare ed insulare, il Molise e la città di Agnone vantano, a detta di alcuni studiosi, la più antica tradizione nell’ arte della fusione delle campane, lo sostengono i mass media ed i siti internet.

L’ arte di fondere le campane fu introdotta dai lombardi che nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone, scrive Petrella o, come dichiara la nota di Petrella: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone ?

L’ arte di fondere le campane nella regione Molise è stata sempre localizzata nella città di Agnone in quanto ancora oggi è attiva la Fonderia Pontificia della famiglia Marinelli, trascurando l’operosità di altri personaggi, purtroppo dimenticati, vissuti in Agnone ed in altre località del Molise che, come esamineremo, furono i primi magistri campanarum.

A differenza di quanto scritto da Petrella ed alla citazione di Furlani, Cuzzoni, l’autore che più di altri ha pubblicato sulla diffusione dell’arte di fondere le campane nelle 20 Regioni italiane, ha scritto: Famiglia Marinelli Agnone, Secc. XIVXXI La famiglia Marinelli ha una storia lunghissima. La lavorazione delle campane in Agnone risale all’anno 1000, però è dal 1300 che la famiglia Marinelli ininterrottamente fa campane.

L’esperienza più significativa risale al 1924, anno in cui Papa Pio XI concesse alla famiglia Marinelli il privilegio di effigiarsi dello Stemma Pontificio.

Nuova grandissima onorificenza nel 1954 quando il presidente della Repubblica consegna alla famiglia Marinelli la medaglia d’oro “quale premio ambitissimo alla Ditta più anziana per attività e fedeltà al lavoro in campo Nazionale.”

Cuzzoni ha voluto anche ricordare La “Tavola Osca” di Agnone – III sec. a. C.: Va inoltre menzionata la riproduzione della famosa “Tavola osca” di Agnone del III sec. a. C., conservata al Brítish Museum di Londra dal 1873, tavola che attesta che in Agnone la fusione dei metalli era praticata oltre duemila anni or sono.

Il < legame > che è stato creato tra la Tavola Osca e la Fonderia Pontificia Marinelli o la fusione dei metalli nella città di Agnone, ha dato origine a troppe ipotesi errate e a troppe gratuite deduzioni.

Non si conoscono i dati reali che hanno permesso a Cuzzoni e ad altri studiosi di affermare, senza alcun dubbio: in Agnone la fusione dei metalli era praticata oltre duemila anni or sono; una affermazione condivisa da altri studiosi e ricercatori, pur consapevoli che nei primi tempi, come abbiamo esaminato in altre Regioni, a causa dell’assenza di strade che ne facilitassero il trasporto, la fusione delle campane non avveniva in officinestabili”, ma nei pressi dei campanili.

L’affermazione di Cuzzoni non è confermata dalle fonti bibliografiche, né dalle numerose campane che testimoniano l’arte fusoria nel Molise e nella città di Agnone.

Cuzzoni ed altri studiosi hanno condiviso l’equivoco originato dalla riproduzione della Tavola Osca da parte della Fonderia dei Fratelli Marinelli ed averla giudicata < essere > di Agnone.

La Tavola Osca, datata al III secolo a. C., è un preziosissimo documento della religione dei popoli di origine Safina/Sabina/Sannita, costituito da una lamina di una lega di bronzo e piombo.

La Fonderia dei Fratelli Marinelli ha unicamente prodotto una copia di un originale conservato in Inghilterra; si può creare un legame tra la fusione per la sua riproduzione e la fusione delle campane nella città di Agnone ?

La sua casuale scoperta può essere considerata una prova per affermare che già nel III secolo a. C. la fusione dei metalli si praticasse nella città di Agnone ?

La Tavola Osca fu trovata nell’anno 1848 presso la fonte del Romito, un territorio prossimo alla città alto molisana, ma pertinente al centro turistico montano di Capracotta.

La Tavola Osca è un oggetto “mobile”, facilmente “trasportabile”, ergo potrebbe essere stata fusa in una località diversa dal luogo del suo ritrovamento, più vicino o più lontano dalla città di Agnone e da Capracotta, oppure trasportato nella località in un secondo momento, ergo non è necessariamente in rapporto con il sito archeologico in cui fu rinvenuta.

Non si può sostenere che la fusione dei metalli nella città di Agnone si < perde > nella notte dei tempi unicamente per la scoperta di oggetti metallici “mobili” la cui fusione potrebbe essere avvenuta in una delle tante località che esistevano nel vasto territorio della penisola italica centro-meridionale occupate dai Safini/Sabini/Sanniti.

La fusione dei metalli nel territorio dell’alto Molise, in modo speciale nella città di Agnone, può essere stimata antica se è basata solo sul ritrovamento di oggetti metallici (armi, monili, piccole statue) di epoca italica ?

Ricordiamo i reperti in bronzo che, a detta di Moscati (1999), dovrebbero essere tra i più antichi (VIII – VII scolo a. C. secolo) rinvenuti della vasta necropoli della piana di Bojano: furono fusi nelle località dell’alto Molise o l’assenza delle materie prime nel territorio dei Sanniti Pentri obbligava la loro importazione dai territori in cui esistevano i giacimenti metalliferi ?

Salmon (1977) sostiene, citando Catone e Virgilio: A Venafro si fabbricavano utensili in ferro e fonderie di ferro esistevano ad Atina, due centri non lontani dalle miniere di ferro delle montagne della Meta (Salmon).

Le miniere di bauxite, descritte dalla Federazione Speleologica Campana, si trovano sul Matese e nell’Abruzzo aquilano e quelle di manganese ancora sui monti del Matese tra i comuni di Campochiaro, San Polo Matese e Bojano (in località monte Crocella-Civita Superiore) e Campitello Matese.

A Venafro e nella loro capitale Bojano, scrive La Regina, i Sanniti Pentri avevano le officine di produzione dei laterizi, pertanto i “forni” utilizzati per la loro cottura, potrebbero essere stati utilizzati anche per la fusione e la lavorazione dei metalli.

Torniamo all’ arte di fondere le campane.

DUE studiosi molisani hanno dato notizie di Giuseppe Campato.

Amorosa (1924) , scrisse: L’arte di fondere campane è un’antica specialità degli artefici Agnonesi. Essa rimonta a tempi assai lontani. Peccato però che, durante tutto il medioevo, non si ha notizia di nessun fonditore, pur esistendo una tradizione millenaria. Bisogna arrivare verso il 1450 per trovare il nome di Giuseppe Campato: ancora una volta è citata una tradizione millenaria, ma nessuna prova concreta.

L0 studioso ignora l’esistenza degli altri magistri campanarum molisani, ricorda tempi assai lontani, anch’egli ricorda una tradizione millenaria che dopo fa < parte > da verso il 1450.

Più realista Masciotta (1952): Nel XV secolo, quando l’industria della fondita delle campane fioriva nel Bergamasco ed a Roma, Giuseppe Campato fu il primo ad introdurla in Agnone. I Marinelli, allievi del Campato, e di costui successori, portarono l’industria ad un alto grado di tecnica, conquistando una meritata rinomanza.

Le affermazioni dei DUE studiosi non sono state mai smentite.

Un autorevole componente della famiglia Marinelli, Ascenzo Marinelli, che non era magister campanarum, ma dapprima sacerdote e poi professore di lettere, nelle Memorie patrie con alcune biografie di uomini illustri agnonesi (Agnone 1888), fonte bibliografica di Amorosa e di Masciotta, scrisse: Deve rincrescerci però, che in tutto il medio-evo, cioè in quel lungo periodo, in cui qui fu tanta la foga di fabbricar Chiese, di nessun fonditore, o casato di fonditore, noi abbiamo contezza.

Solo nella prima metà del secolo XV sappiamo che esisteva un distinto campanaro, dal nome Giuseppe Campato, quel tale che cedette tutto il suo casamento al Monastero si S.a Chiara per maggior comodità delle Monache, specialmente pel giardino che esse vi fecero*. (in nota *: Vedi l’elenco delle famiglie antiche di Agnone compilato dal Barone Ferdinando Gigliani 1766.)

Più tardi, verso il 1600, cominciarono a nominarsi altre, famiglie di fonditori, come i Desiata, i Marinelli, i Saia, i Camperchioli, i Cacciavillani, e qualche altra.

Ma i più rinomati e i soli che tennero sempre una fonderia speciale adatta ad ogni sorta di fusione in bronzo, furono indubbiamente i Marinelli, i quali di generazione in generazione migliorarono sempre l’arte loro, fino a risolvere quasi perfettamente, il problema dell’accordo delle campane, ritenuto da valenti artisti stranieri, come insolubile, o almeno di assai difficile soluzione.

Il fratello mio Giosuè, unito agli altra della nostra casata (sulle orme di Francescopaolo Marinelli, Zio nostro, che fu il primo a studiare gli accordi delle campane sopra autori francesi, e a scriverne memorie e regole in proposito,). Dopo di lui si son seguitati a dare al pubblico vari saggi di queste campane armoniche; anzi il signor Tomaso Marinelli, uno dei nostri più anziani fonditori sempre studioso ed innamorato dell’armonia dei suoni, tiene già in pronto, per dare alle stampe, uno speciale Trattato intorno alla fusione e gli accordi delle campane.

Io stesso (scrisse Ascenzo Marineli), nella mia prima età, ricordo benissimo la bottega del mio buon padre Ercole, tutta piena di acciarini antichi, di pietre focaie, di canne lunghe e corte da incassare ecc. ecc. Era il 1835, e si lavorava per ordine del Re Ferdinando II.° di Borbone.

Ascenzo, membro della famiglia Marinelli che ancora oggi è la più famosa tra quelle dei magistri campanarum operanti in Italia e nel mondo, già nell’anno 1888 aveva diffuso le sue conoscenze che, cadute successivamente nell’oblio, furono e sono state sostituite dalle ipotesi più varie che hanno alterato la verità sull’iniziò dell’arte fusoria nel Molise e nella città di Agnone: anno 1000, o 1339 o verso 1450 o nel XV secolo o da sette secoli ?

Sono state divulgate tante ipotesi sull’origine dell’arte fusoria nella regione Molise che hanno tratto in inganno anche i magistri campanarum della famiglia Marinelli.

Le campane di Atessa di Gabriele D’Amico, Alfredo Massa e Nicola D’Amico (2008) pubblica, ad esempio, per l’anno 1962 la Corrispondenza epistolare intercorsa tra la Fonderia Marinelli di Agnone e il prevosto Don Giuseppe Pili per la definizione delle iscrizioni da apporre alla campana della Ricostruzione, così chiamata perché rifusa durante i lavori di rifacimento del campanile della Chiesa di S. Leucio.

Nella risposta, datata 12.7.1962 da parte della Pontificia Fonderia di Campane MARINELLI si leggere l’epoca della sua origine: Fondata nel 1300.

Successivamente, in un “preventivo” della Fonderia Marinelli di Agnone per l’elettrificazione di due campane della Chiesa di S. Croce e per la rifusione ed elettrificazione di una terza campana di dimensioni più ridotte con la data del 29.04.1982, in alto a destra è scritto: MARINELLI 86081 AGNONE (Isernia) – Italia fondata nell’anno mille ed in alto a sinistra: Pontificia Fonderia di Campane la più antica del mondo.

I mass media ed i siti internet hanno divulgato altre notizie senza che fosse stata accertata la verità.

Per esempio, www.lagiostra.biz/book/export/html/1013 ricorda: L’arte della fusione delle campane in questo paese del Molise è una tradizione che risale a diversi secoli fa, ed è legata principalmente al nome della famiglia Marinelli. La sua storia inizia nel 1339, anno in cui un avo dei Marinelli, Nicodemo, incide il suo nome sulla campana della chiesa di Agnone, la notevole parrocchiale di Sant’Emidio; mentre Graziella Merlati in di bronzo e di cielo (2009) al capitolo Marinelli scrive: in attività dal 1339: La più antica, non solo d’Europa ma forse del mondo, è la Pontificia Fonderia Marinelli, che affonda le proprie radici nell’anno Mille. Vi si fabbricano campane ininterrottamente da almeno sette secoli, da quando – era l’anno 1339 – il nome di Nicodemo Marinelli appare inciso sulla campana della chiesa parrocchiale di Agnone, dedicata a Sant’Emidio, e su una seconda, della parrocchiale di Posta Fibreno (Frosinone). 2 (DUE) sono le campane fuse nell’anno 1339 da Nicodemo: una per la chiesa di Agnone, la notevole parrocchiale di Sant’Emidio e su una seconda, della parrocchiale di Posta Fibreno (Frosinone).

Ignoriamo l’esistenza della campana presente nella chiesa di S. Emidio in Agnone, mentre abbiamo delle dettagliate notizie della campana ancora oggi esistente nella chiesa di S. Maria Assunta di Posta Fibreno in provincia di Frosinone, sconosciuta a Cuzzoni ed altri studiosi, ma ricordata e descritta in modo chiaro da D’Andrea, uno studioso che ha dato un notevole contributo alla migliore conoscenza anche dei magistri campanarum nati nella regione MOLISE .

D’Andrea ricorda quanto scritto Arduino Carbone che in Vicalvi, Posta Fibreno (Casamari 1963), ricordando la chiesa di S. Maria Assunta: La chiesa, purtroppo, è sprovvista di campanile; ma una campana, sulla torre civica, chiama a raccolta i fedeli e talvolta piange i morti, oppure, con l’acutezza e la purezza dei suoi rintocchi, allontana la gradine e i turbini. Un’ iscrizione ci dice che venne rifusa con i rottami di un’altra del 1339, a spese dei cittadini di Alvito e di Posta, e che l’artista* , fu il celebre Nicodemo Marinelli di Agnone del Molise. (in nota *: Così suonava l’iscrizione latina: < Ex altera 1339 nuper disrupta prodiit 1833 Albeti Postaque sumptibus – Nicodemus Marinelli Anglonensis f. >.

La citazione è chiara: la campana era stata fusa nell’anno 1339 da anonimo e fu rifusa nell’anno 1833 da Nicodemo Marinelli, un magister campanarum  nativo di Agnone, ma residente in San Vittore del Lazio.

Vista l’epoca in cui visse (XIX secolo), non dovrebbe essere ricordato nel presente studio, ma è utile per < smentire > quanti hanno creduto e credono che sia vissuto Nicodemo Marinelli nel XIV secolo.

D’Andrea (II) ricorda uno soloNicodemo Marinelli verso il 1840 abitava a S. Vittore, dove ebbe modo di assicurarsi il lavoro in Ciociaria ed in Alto Sangro: aveva seguito l’esempio dei congiunti emigrati nelle regioni limitrofe od in altri centri del Molise, come ricorda D’Andrea (I) (vedi anche Abruzzo) per Nicola Marinelli trasferito in Gagliano (AQ) ed D’Andrea (II): nel 1811 Lattanzio Marinelli era domiciliato in Isernia, e nel 1822 in Sepino.

E’ importante evidenziare quanto scritto da D’Andrea (II) per Nicodemo Marinelli, non prima di avere ricordato Tommaso Marinelli, da Agnone. Nato verso il 1812-13. […] che Coadiuvò Nicodemo Marinelli nella rifusione (1840) del campanone della parrocchiale di Villetta Barrea e, insieme al suo parente Ercole, nel 1848 confezionò due campane in Penne.

Nicodemo Marinelli fu Francesco, da Agnone, scrive D’Andrea (II), Nel 1858 fuse una campana per la Chiesa di S. Restituta in Sora, e nel 1833 confezionò la squilla della chiesa di Posta Fibreno.

Coadiuvato da Tommaso Marinelli, rifuse nel 1840 in Villetta Barrea, il campanone del luogo. Nelle carte di Intendenza riguardanti Villetta ed oggi custodite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila, si legge che la perizia era stata compilata dal fonditore Francesco Camerchioli, ed il contratto di rifusione venne sistemato con < Nicodemo Marinelli del fu Francesco, campanaio e proprietario domiciliato nel Comune di S. Vittore in Provincia di Terra di Lavoro >. E’ precisato che < I fabbri della campana furono Nicodemo e Tommaso Marinelli di Agnone, dei quali ho letto la ricevuta rilasciata nelle mani del Sindaco ….> .

Nonostante l’ampia e chiara documentazione, c’è chi ha manifestato una opinione diversa.

Orlandi, in Storia di Posta Fibreno (2007), ha scritto: Un legame antico lega Posta Fibreno alla Pontificia Fonderia di Campane Marinelli di Agnone (IS), la più importante della storia tanto aver fuso la campana del Giubileo 2000. Nel Trecento l’attività di questi fonditori era già affermata anche in altre regioni. La fusione della campana del 1339 per la chiesa di Santa Maria in Posta è la prima testimonianza documentata nella storia della Fonderia. La campana di circa un metro di altezza, fu realizzata e firmata da Nicodemo Marinelli. […]. In seguito ad una lesione causata da un fulmine venne rifusa nel 1963 a spese dei cittadini.[…]. La campana è stata collocata sul nuovo campanile della chiesa nel 1994. Intorno alla campana si legge: < Ex altera 1339 nuper disrupta prodiit 1833 Albeti Postaque sumptibus – Dominus in tempestate et turbine – Nahum I Nicodemus Marinelli Anglonensis F. >.

Una < traduzione > a dire poco superficiale a cui si sommano le diverse valutazioni sul peso della campana esistente a Posta Fibreno e rifusa nel 1833 da Nicodemo Marinelli: chi l’ha stimata di 2 quintali, mentre Orlandi, divulgatore dell’esistenza di Nicodemo nel 1339, ha dichiarato essere di 4 quintali.

Tornando indietro nel tempo per conoscere i magistri campanarum della famiglia Marinelli che fusero prima dell’unico Nicodemo Marinelli vissuto nel XIX secolo, seguiamo le testimonianze delle fonti bibliografiche.

D’Andrea (II), in base alla documentazione esistente, ricorda i membri della famiglia Marinelli per il periodo oggetto del presente studio: VIII-XVII secolo.

Il ad essere ricordato ed essere stimato il capostipite dei magistri campanarum della Famiglia Marinelli è Mastro Lattanzio Farinella* da Agnone. In base a contratto stipulato il 12 Marzo 1631 dal notaio Alessandro Fantini promise la rifusione della campana dell’orologio del Comune di Vasto, posta sul campanile di S. Agostino.

(nota * per il cognome Farinella: Potrebbe darsi che ci fu un errore del notaio (come successe altrove per il caso del fonditore d’Ettorre), il quale comprese male il cognome Marinelli. Ciò anche per il fatto che tra la seconda metà del 1700 e la prima del 1800, si trova in Agnone il fonditore Lattanzio, della famiglia Marinelli.

Seguiamo l’ordine cronologico dei componenti la famiglia Marineli: Salvatore Marinelli (nulla a che vedere con l’omonimo ricordato dall’ Onciario 1753, di professione bracciale), da Agnone, Il 18 Agosto 1679 si impegnò alla rifusione della campana maggiore esistente nel campanile della Chiesa di S. Leucio di Atessa e ricordato ne Le campane di Atessa: SALVATOR MARINELLI ANGLONENSIS FECIT A. D. 1680 REFUSA A. D. MCMLXV PONTIFICIA FONDERIA MARINELLI AGNONE MOLISE..

Le campane di Atessa ricorda Francesco Marinelli: M. FRANCISCUS MARINELLI CIVITATIS ANGLONI FECIT. A. D. M.D.C.C.II. (1702).

D’Andrea (II): Francesco e Giovannangelo Marinelli, da Agnone: Fusero nel 1701 una campana che oggi è posta sul campanile della parrocchiale di Alfedena. Il nome di Francesco Marinelli si legge su una campana del 1726 appartenente al Santuario della Civita.

Loreto Marinelli, da Agnone. Nel 1710 fuse due campane, situate sul campanile della Cattedrale di Sora.

Continuando nel tempo, D’Andrea (II) ricorda Ercole Marinelli, da Agnone, facendo riferimento a Masciotta: Alla pagina 115 del quarto volume della sua nota opera sul Molise dalle origini ai nostri giorni, Giambattista Masciotta affermò che una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro, era di provenienza agnonese e fusa nel 1600 da Ercole Marinelli.

Consultando Masciotta, nella ristampa del 1985 è scritto a pag. 88 del IV volume: Il campanile si eleva su d’un robusto arco eretto sulla pubblica via, ed è a cinque piani. Fu restaurato nel 1885 e nel 1909. Contiene quattro campane, delle quali due agnonesi: la più antica fusa da Ercole Marinelli nel 1600.

Scrive D’Andrea (II): Non riusciamo a comprendere da questa informazione, se con essa ci si voleva riferire al secolo XVII oppure precisamente all’anno 1600; oppure se vi erano state delle esagerazioni circa l’età della campana, nel riferire qualche notizia su di essa.

Ercole Marinelli aveva fuso nel 1600 ?

3 (TRE) le fonti bibliografiche che ricordano Ercole Marinelli: 1^. il Catasto Onciario di Agnone per l’anno 1753: Ercole Marinelli di anni 40, campanaro, fratello di Salvatore, di professione bracciale, di anni 45 e l’altro fratello Armidoro, campanaro di anni 26.

Questo Ercole è da escludere essendo vissuto ed aver fuso nel XVIII secolo.

2^. D’Andrea (II): Nel suo lavoro dedicato a Francavilla al Mare nella storia e nell’arte Teodorico Marino citò un Ercole Marinelli il quale, nello stesso tempo in cui lavorava Martino d’Ettore o Torres (seconda metà del 1700) aveva fuso una campana in Vasto.

Ercole ricordato da D’Andrea  (II) non poteva aver fuso una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro nel 1600 in quanto aveva fuso una campana in Vasto all’epoca (seconda metà del 1700) in cui lavorava Martino d’Ettore o Torres

3^. Ercole Marinelli ricordato dal figlio Ascenzo: Io stesso, nella mia prima età, ricordo benissimo la bottega del mio buon padre Ercole ……. Era il 1835, e si lavorava per ordine del Re Ferdinando II°. di Borbone.

Anche Ercole Marinelli, buon padre di Ascenzo, vissuto nel XIX secolo non avrebbe potuto fondere una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro nel 1600.

Non esistendo una testimonianza che dimostri l’esistenza di Ercole Marinelli tra il secolo XVI ed il XVII secolo, si può condividere il giudizio di D’Andrea (II) per una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro: verosimilmente vi erano state delle esagerazioni circa l’età della campana, nel riferire qualche notizia su di essa.

Si può ipotizzare che La fusione della più antica campana di Castelmauro sia avvenuta ad opera di Ercole Marinelli ricordato nel Catasto Onciario: aveva 40 anni nel 1753 (nato nel 1713).

Il Catasto Onciario 1753 della città di Agnone, ricorda Armidoro Marinelli di anni 26, fratello di Salvatore, bracciale, e di Ercole, campanaro, a. 40. Era coniugato con Teresa Paolantonio di anni 29 ed aveva due figli: Vincenzo di anni 2 e Eufrasina di anni 1.

D’Andrea (II) scrive di Armidoro Marinelli: Fratello del bracciale Salvatore, era nato verso il 1727; nel 1753 era già sposato ad aveva due figli: Vincenzo ed Eufrosina.

Le campane di Atessa ricorda Armidoro Marinelli: A FULGURE ET TEMESTATE LIB. NOS DNE A. D. MDCCXXXXIIII (1744) OPUS ARMINODORI (sic) MARINLLI (sic) CIVITATIS ANGLONI M. F. C.

La dettagliata documentazione pubblicata da D’Andrea (II), arricchisce la conoscenza degli altri membri della famiglia Marinelli ed ignorati dai più.

Essi fusero in un periodo compreso tra gli anni 1820 al 1887: Nicola Marinelli (1820) che domiciliò vari anni in Gagliano Aterno; Errico Marinelli (1836), all’epoca stimato < Perito campanista >; Enrico Marinelli (1883), figlio di Alessandro e Gaetano Marinelli (1887).

Al loro ricordo è opportuno associare i magistri campanarum vissuti nella regione Molise dei quali D’Andrea (I e II) ha descritto la vita e le opere prima ancora che l’arte di fondere le campane iniziasse nella città di Agnone.

In attesa di nuove scoperte, è da stimare che il magister campanarum della regione Molise sia stato Giacomo da Isernia, che nel 1433 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano.

Seguì Nicola da Capracotta. Nel 1542 aveva fuso una campana in Villetta Barrea e Nel 1544 organizzò la fusione della < campana mezana > che ancora nel 1754 figurava sul campanile della Chiesa della Tomba in Sulmona. Nel 1545 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista in Castel di Sangro.

Mastro Vincenzo di Saliceto, campanaro abitante in Matrice. Intorno al 1547 colò per due volte in Vasto, una campana per la Chiesa di S. Maria Maggiore.

Donato Perillo, da Capracotta ed abitante in S. Pietro Avellana. Mediante scrittura del 5 Luglio 1602 rogata dal notaio Ortensio Cugnoli, promise ai Procuratori del SS.mo Sacramento di Scanno, di fondere una campana da quattro cantaia, nonché una campanella peer S. Maria di Loreto.

Nel centro matesino di Guardiaregia (CB) vissero 2 (DUE) magistri campanarum.

D’Andrea (II) ha ricordato : Mastro Francesco Vanni, da Guardiaregia. Fuse nel 1639 la squilla della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Cusano Mutri, provincia di Benevento.

Mastro Giovanni Di Francesco, da Guardiaregia. Nel 1685 fuse per la chiesa trinitaria di Campobasso, una campana poi caduta dal campanile a causa del terremoto del 26 Luglio 1805. In nota: Il nome ci fa capire che dovrebbe essere figlio di Francesco, il quale gli rimise il nome del proprio padre Vanni o Giovanni.

Si ha notizia di Domenico de Francisco, nell’anno 1702 fuse una campana per la chiesa La Chiesa di Ave Gratia Plena di Piedimonte Matese (CE), forse un altro figlio di Mastro Francesco Vanni e fratello di mastro Giovanni.

Ricorda D’Andrea (II): Di mastri campanari equivalenti a fonditori di campane, Campobasso è stata sede di uno solo (Rocco Saia, originario di Agnone) verso la fine del 1700.

Dei magistri campanarum di Agnone, la “palma” dovrebbe spettare a Giovanni Iuliano o Giuliani, di cui D’Andrea (II) ricorda: Già nel 1559 abitava e lavorava in Chieti, il fonditore agnonese di campane Giovanni Iuliano o Giuliani. Eppure, siamo informati che Egli, insieme ai propri figli Fabio e Giuseppe aveva ricevuto in prestito oltre 176 ducati da Donna Sibilia Valignani di Chieti […]. In nota: Rogito del 2 ottobre 1564.

Iuliano o Giuliani, un cognome non ricordato nel Catasto Onciario dell’anno 1753 che ricorda una famiglia Giuliano ed un solo componente, né da Ascenzo Marinelli nella sua pubblicazione.

Sempre D’Andrea (I) ricorda: sono i frati del Convento teatino di S. Domenico, quelli che compaiono nella scrittura per ordinare al mastro agnonese Giovanni Iuliano di < fare et lavorare a detto Convento et alli preditti Padri presenti, una campana de metallo bono >. (rogito del 6 Dicembre 1562).

Ancora D’Andrea (II) per: Giovanni Giuliano (o Giovanni di Meo di Giuliano) da Agnone. Abitava in Chieti nel 1562, quando mediante scrittura notarile del 6 dicembre promise ai frati dell’Ordine di S. Domenico …… una campana de metallo bono de dodici centera. Il 28 Marzo 1571, per rogito del predetto notaio Nicola Antonio Fiorentini, Giacomo e suo figlio Fabio promisero all’economo della Chiesa di S. Francesco di Chieti < di fare una campana….

La famiglia Giuliano lavorò anche nelle Marche, dove Giovanni ed i suoi figli Fabio, Giuseppe e Giovan Giacomo, nonché Giovan Vincenzo (figlio di Fabio) hanno lasciato traccia delle loro opere. Giovanni aveva fuso un tempo il campanone della Cattedrale di Chieti, che poi si ruppe nel 1590; ed il Parlamento teatino del 14 Ottobre di quell’anno diede l’incarico della rifusione a Giovan Iacovo.

D’Andrea (II): Giovan Giacomo di Giuliano, figlio di Giovanni, agnonese. La notizia sulla fusione di una campana in Arquata, eseguita dai fratelli Giuseppe e GiovanGiacomo Di Giuliano nel 1582. Come già scritto, nell’Ottobre 1590 Giovan Giacomo si impegnò per la rifusione della campana grande del Duomno di Chieti, fusa a suo tempo da mastro Giovanni Giuliano.

Fabio di Giuliano (o di Meo) appartenente a famiglia che da Agnone si spostò a Chieti e nelle Marche. Insieme a suo padre Giovanni Di Giuliano, il 28 Marzo 1571 prese l’impegno davanti al notaio Nicola Antonio Fiorentini, di rifondere una campana per la Chiesa di S. Francesco di Chieti.

Mastro Leonardo Giuliano, da Agnone. Nel 1572 ebbe ordine relativo alla fusione di campane in Isernia.

Un Giovanni Desiato, agnonese, nel periodo 1696-1717 prese domicilio in Spoltore, dove durante il 1700 lavorarono pure i campanari De Torres o D’Ettorre da Spoltore (?). […].

Sempre Giovanni Desiato da Agnone ed abitante a Spoltore. Rifuse nel 1696 una campana in Ortona a Mare, e nel 1717 il campanone della Chiesa di S. Nicola di Lama dei Peligni.

Donato d’Agnone. Insieme a Giovanni Battista da Tora, aveva fuso nel 1645 una campana in Castel di Sangro. Forse a lui, precisa D’Andrea (II), potrebbe essere attribuita la campana del 1669 di Colli al Volturno, infra descritta al paragrafo dedicato a Salvatore Marinelli (non quello del secolo XVII ricordato da Corrado Marciani, ma l’altro che lavorò nel 1806 e 1838 in Isernia e Sulmona).

Mastro Angelo e Marinello, da Agnone. Confezionarono nel 1668 un sacro bronzo per la Cappella del Sacramento di Castel di Sangro.

Ricordiamo la numerosa presenza di magistri campanarum ricordati nel Catasto Onciario del 1753 della città di Agnone: i campanaro erano in numero di 10, residenti nel centro montano dell’Alto Molise, con circa 5. 000 abitanti.

Casato Cacciavillani: Biaggio, campanaro, a.(nni) 35.. Diego, campanaro, a. 60. Felice f.(iglio di Diego) della prima moglie, campanaro a. 26.. Casato Camerchioli: Giulio, campanaro, a. 72. Lonardo, f.(iglio) di Giambattista e nipote di Giulio, campanaro, a. 26.. Casato Gentile o Gentilo: Domenico, campanaro, a.(nni), 18. Marco, f.(rate)llo, campanaro, a. 30.. Giovannangelo, campanaro, a.(nni) 34..

Ne Le campane di Atessa troviamo i magistri campanarum del Casato Cacciavillani e Casato Camerchioli ricordati sì nel catasto onciario, ma non magistri campanarum in quanto i componenti delle due famiglie fusero prima o dopo la sua pubblicazione nell’anno 1753 o perché trasferiti in altre Regioni.

Sono: MASTROBIA CACCIAVILLANI D. C. T. D’AGNONE fuse nell’anno 1736 una campana per la chiesa della Madonna Assunta  e www.freeforumzone.com ricorda: Cacciavillani XVIII-XIX secolo Frosinone. Frosinone è stata sede, fino al secolo scorso, della fonderia di campane della famiglia Cacciavillani che, dalla meta del secolo XVIII, dopo aver lasciato la città di Agnone – rinomata in tutto il mondo per la fusione dei bronzi – si stabili nel capoluogo ciociaro tramandando di padre in figlio l’impegnativa arte di fondere campane. Ciociaria artigianato: S. M. C. FUDIT LEOPOLDUS CAMERCHIOLI CIVITATIS ANGLONI fuse nell’anno 1784 una campana per la chiesa di San Giovanni.

L’ Onciario del 1753 ricorda l’esistenza del più famoso ed ancora attivo, il Casato Marinelli, composto da 60 membri, ma solo al n. 54 troviamo, come già esaminato, Ercole, campanaro, di a.(anni) 40, f.(rate)llo di Salvatore, bracciale, a. 45 e coniugato con Domenica Cacciavillani, a. 37; segue Armidoro di a.(nni) 26, fratello di Salvatore e di Ercole.

Nell’anno 1753, nell’Onciario è anche registro il Casato Campato a cui apparteneva Giuseppe un distinto campanaro, vissuto nella prima metà del XV, come lo ha ricordato Ascenzo Marinelli. All’epoca dell’Onciario nessuno dei Campato svolgeva l’arte fusoria: nell’anno 1753 il capostipite Giuseppe era mulattiero di anni 60 ed i fratelli Leonardo di anni 27, era cappelaro e Vincenzo di anni 30 era bracciale.

Nessuno del Casato Saia si dedicò alla fusione delle campane, ma viveva Raffaele di a.(nni) 30 che svolgeva l’attività di focilaro (costruiva fucili?), sposato con Vincenza Marinelli di a.(nni) 33, forse parente dei Marinelli: nell’anno 1775 un Raffaele Saia firmò la campana detta “di S. Martino” nella città di Atessa (da Le campane di Atessa): RAPHAEL SAIA ANGLONENSIS FUNDEBANT A.D. MDCCLXXV.

Probabilmente, il trentatreenne Raffaele Saia, ricordato nel Catasto onciario del 1753, dopo il censimento, sposando una Marinelli, da fociliere divenne campanaro.

Oreste Gentile

(segue 4^ parte: Italia meridionale ed insulare).

 

 

 

 

 

 

 

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Una Risposta to “I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia centrale).”

  1. IL PRIMO FONDITORE DI CAMPANE (“MAGISTRER CAMPANARUM”) ERA DELLA CITTA’ DI ISERNIA. | Molise2000 Blog Says:

    […] Per saperne di più: « I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (magistri campanarum) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. C… […]

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