I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia meridionale ed insulare).

Meridionale insulare

 

PUGLIA

Raffaele Fanelli ne Il cimitero altomedievale di S. Maria a Piano S. Giovanni (Canosa di Puglia) (2012/13)          ricorda che sono state localizzate 2 fosse di fusione per campana, attribuite ad età medievale.

Giacomo Cirsone in La basilica della SS. Trinità di Venosa …: La fase prenormanna (metà X-XI secolo), alla nota 13: I confronti si individuano ancora una volta in area daunia a Canosa di Puglia, dove nel Battistero si San Giovanni, all’interno dell’area della vasca battesimale sono state indagate due fosse per la fusione di campane, databili la più antica al XII e la seconda tra la seconda metà del XII ed il XIII secolo, messe in relazione con l’attività di Rogerius Melfie Campanarum operante nella città agli inizi del XII secolo. (vedi Lucania)

Nicola Vacca, in Fonditori di bronzo in Brindisi: La lavorazione del bronzo in questa città era certamente molto antica. Plinio ricorda (in nota: Hist. Nat., L. XXXIII, cap. IX, 45; L XXXIV, cap. 17, 48) che se proprio non proprio inventati, a Brindisi si lavoravano a perfezione gli specchi fatti di stagno e di rame, la tradizionale formula tuttavia in uso, per ottenere il bronzo.

L’autore ricorda Le successive indagini dirette ad illustrare l’arte fusoria in tutto il Salento (avremo fonditori in Martina, in Taranto, in Lecce, in Carosino e specialmente in Gallipoli dal ‘400 al ‘800 sui quali ho raccolto un cospicuo materiale documentario ed illustrativo di prodotti ancora superstiti) permettono ora di superare le riserve e di mettere a profitto ciò che per eccesso di cautela avevo accantonato.

Da un amico studioso avevo avuto notizia di una campana gallipolina del ‘500 esistente sul campanile del duomo di Brindisi …… – anzicchè da Gallipoli, era uscita da officina di Brindisi. Sulla campana, si legge la seguente iscrizione: BERNARDIN. DE FIGVEROA. ARCHIP. BRUND. ET. ORIT. FECIT. A. D. MDLXXVI. PONT. S. D. N. GREGORI. P. P. XIII. A. V. + IACOBO. SCORCIAPINO. BRUND. FLATORE + in cui flatore, nel senso di fonditore.

Nella città di Brindisi si fondevano soprattutto cannoni, con l’iscrizione, scrive Vacca Mastro Cola Scorciapino me fecit, 1540, proponendone la parentela con Jacopo Scorciapino, il flatore della campana del 1576.

Da Arte e artisti di Terra d’Otranto: tra Medioevo ed età moderna, si apprende di De Monte De Riso Angelo fonditore, nato in Martina Franca e vissuto nel secolo XV, nel 1466 fuse la campana grande della collegiata di Mesagne con materiale metallico fornitogli dalla stessa Università di Mesagne.

Dal sito web dei sanseveresi si apprende che tra le cinque campane della chiesa di san Severino, c’è la Nicolaus, la campana piccola dell’orologio, fusa nel 1494 dal fonditore Nicola di San Severo.

Elena Lenzi, La chiesa Matrice di Mesagne… . (1996): annovera tra i suoi primi artigiani Stefano Tedesco, documentato alla fine del Quattrocento (campana del duomo di Lecce).

Esaurendo numerose ordinazioni del mercato per tutto il Cinquecento, si attesta in Gallipoli la famiglia Patitari (già citati), con i mastri Alvise, Lupo, Nuzzo e Santo.

A riprova di una fiorente produttività delle locali officine, che conobbero un autentico periodo d’oro in specie nel Settecento, si registrano pure come mastri gallipolitani Giovangiacomo Cuti, Giovanni Vincenzo Bono, Francesco Bosco, Pietro de Napoli […].

Dalla rivista Archivio Storico Pugliese volumi 59-60: Nel 1562 è la volta di mastro Giovanni Battista de Fiella, originario di Monopoli ma residente a Bitonto, autore della nuova campana per la barlettana chiesa di Santa Maria Maggiore.

Sono ricordati altri mastri fonditori di Brindisi, non propriamente per le campane: Alfonso, Stefano e Luigi Maria Cupiti da Messina.

Dal sito Fine modulo    Puglia positiva www.pugliapositiva.blogspot.it: maggio 2015: Dal XVI secolo, le fonti locali riportano notizie certe sulla presenza dell’arte campanaria a Lecce.

I maestri fonditori leccesi avevano le loro botteghe in un isola di case, detta appunto “Isola dei ferrari”, situata nel pittagio di San Biagio, tra la chiesa di Santa Chiara e il Palazzo del Governatore.

Il più noto fonditore leccese di quel secolo, capostipite di una dinastia di ferrari e bronzisti, fu Colamaria Gricelli che nel 1572, costruì un orologio sistemato poi sulla torretta del Sedile.

Nel 1695 Benedetto Gricelli fuse la campana grande per il campanile del duomo. Firmate probabilmente dallo stesso artista e datate 1696 e 1710 sono rispettivamente le campane del piccolo campanile di San Matteo e quella della cattedrale di Nardò.

Vacca, in Rinascita Salentina, riferendo di Ettore Vernole ne Il castello di Gallipoli, 1933 pagg. 148-149 e 226: Mastro Alvise Patitari e Mastro Lupo Patitari: il primo fuse nel 1535 ed il secondo nel 1538. Una campana rotta, conservata nel museo civico di Gallipoli, reca questa iscrizione:M. L. Patitari. De Gallipoli. MDXXXXXXX. Mentem. Sanctam spontaneam. honorem. Deo et Patrie liberacionem. Una campana parrocchiale di Maruggio fu fusa da un altro gallipolino: M. Nuzzo. Patitari. de Gallipoli. MDXXII.

Il Vernole, scrive Vacca, parla di un altro fonditore gallipolino, Francesco Bosco, del quale, una campanetta fusa nel ‘600, esiste sulla torre campanaria della chiesa del sacro cuore di Gallipoli. Senonchè il cognome non è Bosco, ma Rosco. Sulla campana piccola del Sedile del Pubblico Reggimento di Lecce, si legge inequivocabilmente: Iesus Maria. M. Francesco Rosco. Di Gallipoli. Anno Domini 1685.

Vacca ricorda un altro fonditore gallipolino, Mastro Pietro de Napoli, nell’iscrizione della campana che è sulla chiesa di S. Maria della Grazia in Martina: Monti Oppidi Martinae Purgatorii. Dicata MDCLII. M. P. De Napoli Gallip..

Il Mastro Pietro de Napoli dovrebbe identificarsi con il Maestro Pietro di Gallipoli che, scrisse il nostro Panettera: Sabato 2 luglio 1672 ore 16 si colò e fuse la campana grande del vescovado da Maestro Pietro di Gallipoli ed essere il gallipolino Pietro Napoletano che rifuse la campana grande, già del 1484, per volere di Monsignore Antonio Pignatelli.

Un altro fonditore di sacre squille, scrive Vacca, fuse la campana grande dell’orologio del Sedile del Pubblico Reggimento di Lecce: M. Santo Patitari M. D. L. XXXVII. […], ben quattro fonditori di sacri bronzi vi furono in Gallipoli nei secoli successivi al XVI.

Una campana delle campane della collegiata di Galatone e una del convento dei Riformati di Soleto furono fuse in Gallipoli da Mastro Giovanni Vincenzo Bono, la prima nel 1635 e la seconda nel 1639.

Sono ricordati, per dovere di informazione i gallipolini: mastro Carlo Cossano (1715) ed i mastri Baldassarre Cosentini e Leonardo Di Mitri (1754).

Vacca, che già nel 1604 non vi erano più officine in Brindisi per cui si dovette ricorrere a maestranze forestiere?

D’Andrea  (II), ricorda i fonditori di Puglia e Basilicata i quali arrivarono nel 1573 a Campobasso, citando Francesco di Mastro Geronimo, da Alberona (FG) ed abitante in Castelluccio degli Schiavi e Mastro Angelis de Stellis, da Salandra (MT): fusero una campana per la chiesa e confraternita della Trinità di Campobasso.

Dal sito Tintinaboli della fonderia Pellegrino Daniele si apprende: del dono, fattoci molti anni fa dalla “Antica Fonderia Giustozzi” di Trani, di tutte le sue sagome e i calchi in legno e gesso. […].

A questo punto, un piccolo cenno alla fonderia Giustozzi è doveroso. Essa è nata nel XVII secolo ed ha realizzato innumerevoli concerti  di campane in tutto il Meridione d’Italia (Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, Abruzzo,…).

Possiamo con sicurezza affermare che non c’è paese nel Sud Italia in cui non si trovi ancora almeno un campana Giustozzi. La cura e la passione con cui davano vita alle campane, li ha contraddistinti per almeno quattro secoli, affermandoli sul mercato. Poi, purtroppo, la mancanza di lavoro nel settore, ha inevitabilmente creato un dissesto economico per il quale, negli anni ‘80, tante fonderie tra cui anche la Antica Fonderia Giustozzi, hanno dovuto chiudere.

 

BASILICATA

Giacomo Cirsone in La basilica della SS. Trinità di Venosa …. La fase prenormanna (metà X-XI secolo): Connesso con l’edificazione della torre di facciata è l’impianto di una serie di strutture per la lavorazione del metallo; tra queste, la più importante, è un cantiere per la fusione di una campana, realizzato tagliando i piedi di calpestio degli ambienti sopradescritti; nella navata centrale sono state individuate due grosse fosse, databili entrambe all’XI secolo, in una delle quali è stato rivenuto in situ il ‘maschio’, di forma troncoconica, ovvero l’anima in argilla refrattaria sulla quale viene effettuata la colatura del metallo fuso.

La stessa fonte bibliografica ricorda Il rinvenimento di due fosse per campana anche a Canosa di Puglia, e la presenza di un artigiano lucano Rugerius Melfie Campanarum che firma le porte bronzee per la cattedrale canosina, lasciano ipotizzare anche per Venosa la presenza di maestranze itineranti specializzate nella produzione di questo tipo di manufatti, al servizio dei poteri locali.

D’Andrea (II), ricordando i fonditori di Puglia e Basilicata i quali arrivarono nel 1573 a Campobasso, cita Francesco di Mastro Geronimo, da Alberona (FG) ed abitante in Castelluccio degli Schiavi e Mastro Angelis de Stellis, da Salandra (MT), i quali fusero una campana per la chiesa e confraternita della Trinità di Campobasso.

Per dovere di cronaca: da La Farfalla del 23 maggio 2013, si hanno poche notizie delle famiglie Olita e Bruno di Pignola (PZ), si ignora se fusero prima dell’anno 1700.

Girolamo Oliva, nacque a Pignola (trasferito ad Acerenza) nel 1786 da Luigi ed Orsola Amorelli, apprende l’arte dal nonno Aulita Donat’Antonio, maestro fonditore di Matera.

 

 CALABRIA

Dalla pubblicazione IV Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. Pré-tirages (Scriptorium … a cura di Riccardo Francovich, Marco Valenti, Società degli archeologi medievisti italiani) si apprende: Concludiamo indicando, per l’età post medievale, il rinvenimento di una fornace di fusione per campana a San Nicola di Crissa (VV), nell’omonima chiesa. Solo in parte scavata, è stata datata alla fine del XVIII. Non è da escludere che l’attività di fusione sia stata svolta da maestranze specializzata proveniente dalla vicina Vibo Valentia, dove le fonti documentarie segnalano la presenza di alcuni importanti maestri fonditori.

Da Federico Tarallo (1908) in Alcuni cenni storici sulla fonderia di campane in Monteleone, oggi Vibo Valentia: […]. al 1671, tempo in cui un Gerardo Olitapo da Vignola (vedi Emilia Romagna), fonditore di campane girovago, qui lungamente fermossi per espletare le molte incombenze che dai paesi circonvicini aveva ricevute. A non lungo andare un suo figlio, il cui nome non è a noi pervenuto, m’anche lui fonditore, s’imparentò con la famiglia Bruno togliendo in isposa una di questo casato.

Corsi più anni, e cioè verso il 1700, la fonderia impiantata dagli Olitapo cessò dal funzionare, o meglio, di essa non si ha notizia alcuna che chiarir potesse con precisione che cosa ne sia addivenuta.

Fatto sta che una nuova fonderia venne su verso i primi dell’ottocento gestita da un Gerardo Bruno e da questi lungamente tenuta finchè passata in potere di due suoi figliuoli Niccola e Gennaro, non fu da costoro fino al 1815 esercitata. […].

E prima d’ogni altro ricorderemo i fratelli Giovanni, Placido e Francesco Gullo, che nel 1697 fusero la campana maggiore della Chiesa di S. Michele in questa città, siccome dalla iscrizione inerente alla stessa campana si rileva.

 

SICILIA

Da Cannoni e Fonditori in Sicilia nel XV e XVI secolo di Antonino Palazzolo si apprende dei magistri campanarum che in Sicilia oltre a fondere le campane, prestavano la loro opera per la fusione di cannoni.

L’attività degli Arena, rinomati fonditori di campane e di cannoni originari di Tortorici (Me) trasferitisi a Catania agli inizi del XV secolo, fu iniziata dal capostipite Pietro il quale aveva partecipato come bombardiere all’assedio di Siracusa, Catania e del castello di Paternò, per cui fu accusato di ribellione contro la regina Bianca). […].

L’arte della fusione di artiglierie originariamente era legata a quella delle campane, da cui deriva l’appellativo di Campanaro o Campana attribuito ai componenti della famiglia Arena, i fratelli Antonio, Gaspare e Pietro sr., magistros expertos faciendo passavolanti zarbatanas et alias res de mitallo, i quali acquisiscono la cittadinanza palermitana nel 1488.

Nel privilegium ferrariorum del 1498 gli Arena compaiono in carica come consoli della maestranza dei ferrari, qualificati come mastri bombarderi e campanari, assieme a Giovanni Pages, fonditore regio. […].

Nell’anno 1494 i fratelli Antonio e Pietro Arena apprestano una campana di cantara 11. 25 per il convento di S. Domenico a Palermo. Antonio muore a Palermo nel 1500 e gli subentra nell’attività il figlio Pietro che entrerà in società con gli zii; dalle disposizioni testamentarie del 31 luglio di quell’anno troviamo interessanti indicazioni relative all’estensione della attività di fonditore tra Messina e Palermo. In un contratto del 15 ottobre 1502 Gaspare, assieme al fratello Pietro major, riscuote 10 onze a saldo della fusione di alcuni pezzi di artiglieria eseguiti per conto della regia Corte, commissionati l’anno precedente.

Il 12 gennaio 1510 Gaspare Arena doveva riscuotere un compenso pattuito con la chiesa madre di Corleone per una campana; l’anno successivo egli scompare dalla scena e gli subentrano nel ’29 Matteo e Gaspare figli di Pietro majuri.

L’anno precedente un altro fonditore di Tortorici, Bartolomeo Citro, si era allogato con la confraternita della chiesa di S. Marco nel quartiere Seralcadi a Palermo per una campana.

Nel ’14 Pietro Arena prende il posto di fonditore dell’artiglieria del Regno.

Nell’anno 1524 viene ricordato Pietro Arena, campanarius.

Il 26 novembre 1526 Pietro Arena si era impegnato con Antonio Agliata, barone di Villafranca, per una campana del peso di un cantaro da destinare alla chiesa di S. Giovanni di quella terra, valutata onze 7.15.

Nell’anno 1533 Pietro mayuri, assieme a Giacomo e Matteo, in società con il nipote Pietro minuri, rifondono una campana di 6 cantára per il convento del Carmine e l’anno successivo quella del Castellammare di Palermo di cantáro 1.15. L’attività dei fonditori regi prosegue con Gaspare, il quale nel 1540 consegna una campana di bronzo di 4 cantàra a Francesco Giaconia, procuratore del convento di S. Francesco di Ciminna. Giovan Domenico Arena aveva fornito nel 1541 alcuni pezzi di artiglieria a Siracusa e nello stesso anno Matteo viene nominato regio fonditore. Nel ’48 Gaspare Arena il 5 dicembre fornisce una campana al convento di S. Domenico di Trapani. Per concludere questo breve capitolo sui fonditori al servizio della regia Corte, possiamo rilevare che l’attività degli Arena cessò inspiegabilmente con Matteo nel 1555, per cui non se ne conoscono le cause, forse, imputabili al superamento dei processi di fusione o più semplicemente ad uno scarso interesse per l’attività familiare.

Un Antonio Campanaro, bombarderius, viene menzionato in un rogito notarile del 16 giugno 1492; forse, si tratta dello stesso fonditore che nel ‘ 96 viene chiamato per fornire bombarde alla città di Troina.

Per l’anno 1492 è ricordato il mastro Bartolomeo Balbo, forse un fonditore.

Un Pietro Bolo, dell’omonima cittadina, era presente a Palermo nel 1508 per impiantare una forgia nella contrada della Guzzetta.

Il Bolo bombardiere fonde una campana grande per il convento della Gancia a Palermo nel 1561, costo 12 onze..

Rosario Termotto con i MASTRI DI CAMPANE” NEI PAESI DELLE MADONIE, dà notizie delle famiglie dedite all’arte della fusione delle campane, soprattutto nel paese di Tortorici ed evidenzia la famiglia dei Giarrusso a Petralia Sottana e la famiglia Carabillò a Castelbuono.

La presenza di fonditori tortoriciani nelle Madonie, finora documentata, risale alla fine del Quattrocento (1496), periodo nel quale i maestri Giovanni Sanfilippo e Matteo Tilemmi risultano impegnati a Polizzi. Nell’importante centro montano i due maestri realizzano campane per la Chiesa Madre e per quella dei Domenicani, mentre l’anno successivo Nicolò Tilemmi fonde quella grande della stessa Chiesa Madre.

All’inizio del Cinquecento si riscontra la presenza dei noti fratelli Gaspare e Pietro Campana il cui nome risulta inciso su una campana della chiesa di S. Giacomo a Collesano, tuttora custodita all’interno della stessa. Nella campana si può infatti leggere: MCCCCCVI…ME FECERUNT GASPAR PETRUS FRATRES DE CAMPANARIO.

L’attività dei fratelli Campana è, tra l’altro, documentata per la Cattedrale di Palermo e per Termini.

In quest’ultima cittadina abbiamo notato, esposta in una cappella laterale della chiesa madre, una campana, con due espressivi rilievi raffiguranti una Deposizione e una Madonna con Bambino, che riporta incisi l’anno di fusione 1506 ed i nomi dei due fratelli sopra ricordati.

Uno dei fratelli dovrebbe essere quel Gaspare, campanaro, che nel 1503 esegue la campana grande della chiesa del convento di S. Domenico di Palermo, secondo quanto registrano gli Annali di quella istituzione.

Tra le numerose botteghe tortoriciane, una che può vantare un considerevole numero di fonditori è quella della famiglia Garbato, documentata dal 1530 al 1628.

Nelle Madonie la presenza dei Garbato risale al 1561-62 quando il magister hyeronimus carbato de terra turtureti, capostipite della famiglia, si obbliga coi procuratori e l’economo della Chiesa Madre di Collesano a culare campanam magnam.

Lo studioso di Tortorici Sebastiano Franchina ha individuato altri due fonditori della famiglia Garbato di nome Gerolamo: uno, figlio di Natale, nel 1585 opera ad Alcamo, l’altro fonde la campana della Chiesa Madre di Enna nel 1626.

Non è agevole a chi dei due ascrivere la campana fusa nel 1597 per la chiesa di S. Francesco di Comiso e un piccolo gruppo di campane fuse per chiese madonite tra il 1594 ed il 1614.

Più chiara dovrebbe essere la paternità di alcune campane pagate dai giurati di Caccamo nel 1627, probabile opera del maestro già presente a Enna. Di alcune di queste campane diamo notizia per la prima volta.

Alla fine di marzo del 1594, Gerolamo Garbato si obbliga coi procuratori della Chiesa Madre di Castelbuono (attuale Matrice Vecchia) a colare la campana nominata nova per il compenso di sette onze, parte delle quali erogate a mastro Pietro Garbato ed il resto da ricevere in metallo a fine servizio.

Il fonditore garantisce la campana per la durata di cinque anni, impegnandosi a rifarla entro due mesi in caso di rottura.

Una nota in coda all’atto principale attesta che la campana viene regolarmente consegnata e mastro Gerolamo saldato delle sue spettanze.

Alcuni mesi prima, settembre 1593, per la stessa campana nuova si era impegnato il fonditore Giacomo Sanfilippo che avrebbe dovuto consegnarla entro la festa di S. Nicola. Ma, nonostante la riscossione di un anticipo di dodici tarì, evidentemente l’obbligo non viene rispettato.

Nel mese di aprile del 1608 Gerolamo Garbato si obbliga col vescovo di Cefalù D. Martino Mira, col canonico D. Antonio Ganguzza, con l’ U.J.D. Antonio de Nigrellis e con Didaco Sandoval, deputati alla fabbrica della cattedrale di fondere una campana che sarà consegnata nel 1609.

Qualche anno dopo, ottobre 1613, Gerolamo Garbato fonde la campana della chiesa di S. Giacomo a Sclafani.

Lo stesso maestro, all’inizio di maggio del 1614, dichiara di aver ricevuto sei onze dal dottore Giuseppe La Russa per aver fuso la campana del convento agostiniano di S. Giovanni Battista della vicina Caltavuturo.

A Caccamo, nel mese di maggio del 1627, mastro Gerolamo si obbliga coi giurati locali (Pietro Lo Ciuffo, Francesco Sponzello, Vincenzo Musciotto, Giuseppe Cipolla) a fare campanam unam sive cimbalum horologii.

L’area operativa dei Garbato si estende, sin dai primi decenni dell’impianto della bottega, a buona parte della Sicilia.

Figlio di Girolamo, che abbiamo visto attivo attorno alla metà del ‘500, è Domenico, noto per la sua attività a Tortorici e a S. Angelo di Brolo, il quale si era impegnato a rifare una campana per la Chiesa Madre di Polizzi, senza poi rispettare i tempi dell’inizio dei lavori.

É per questo motivo che il vicario parrocchiale della cittadina demaniale, nel febbraio del 1578, affida l’incarico a suo fratello Antonino che si obbliga a consegnare l’opera entro Pasqua.

Un Filippo Garbato, del quale non conosciamo i rapporti di parentela con gli altri esponenti della bottega, è l’autore, non altrimenti noto, di una campana eseguita nel 1597 per la chiesa di S. Filippo di Sclafani

Parecchie, invece, sono le opere note di Andrea Garbato che nelle Madonie conosciamo già operoso nel 1606 quando, con lo agiutu di dio, Maria Vergini e di sancto Petro, cola la campana grande della Chiesa Madre di Collesano assieme ai familiari Cataldo, Pietro e Graziano.

Nell’aprile del 1603, lo stesso si obbliga col vicario del locale convento domenicano ad culandam et construhendam….novam campanam…secundum artem, garantendola tre anni.

Nell’aprile del 1608, ancora mastro Andrea si obbliga col rettore della chiesa di S. Rocco della stessa cittadina madonita a fare una campana di cantàra dui a baxo, con tutto il necessario a carico della chiesa; nello stesso periodo, mastro Andrea fonde una campana per la chiesa di S. Giacomo, sempre a Collesano.

Oltre che a Collesano, nelle Madonie, mastro Andrea Garbato lavora pure a Cefalù, dove alla fine del 1596 si obbliga a D. Beatrice Basile e Cardona, humili abatisse del devoto monastero di S. Caterina.

Parecchi anni dopo, maggio del 1623, il maestro esegue una campana per la Chiesa Madre di Sclafani.

L’attività del maestro fonditore dovrebbe dunque dispiegarsi su un arco di tempo molto lungo, circa un quarantennio, se, come sembra, si riferisce ancora a lui una incisione su una campana della chiesa di S. Pietro di Motta d’Affermo, nei Nebrodi, che, tra l’altro, riporta inciso Andreas Garbatus fecit MDLXXXIV.

La campana grande della Chiesa Madre di Collesano vede l’impegno di Pietro e Cataldo Garbato, zio e nipote che stipulano il contratto anche a nome di mastro Andrea e Graziano.

Una clausola del contratto precisa che, se quest’ultimo non potrà venire a Collesano, lo stesso potrà essere rimpiazzato da Antonino Prizuto.

Termotto: L’atto, a mio avviso, è una chiara spia dell’affollarsi delle commesse per la bottega dei Garbato che spesso sono obbligati a lavorare in équipe per far fronte alle numerose richieste provenienti da tutta l’area siciliana.

Sulla poco conosciuta attività di Graziano Garbato si è aperto uno spiraglio con la segnalazione di una sua fornitura di undici masculi di brunzo per la Chiesa Madre di Collesano, avvenuta nel 1599, cui segue, nel 1600, una liquidazione, ad opera della stessa chiesa, per una campana fusa a Castelbuono.

Nello stesso anno il maestro si obbliga con l’arciprete della Chiesa Madre di quest’ultima cittadina, D. Silvio Prestigiovanni a fondere una campana per la chiesa madonita.

Ancora a Castelbuono, nel 1601 mastro Graziano si obbliga con l’abate di S. Anastasia, don Cosimo de Marchisio, a reficere et fundere una campana.

Nel 1602 ritroviamo mastro Graziano a Ciminna quando, assieme ad Antonino Margaglio, pure di Tortorici, fonde una campana per la chiesa madre di quella cittadina.

Fratello di Natale e Antonino, Pietro Garbato è finora documentato nelle Madonie a Collesano e a Sclafani.

Nel primo centro fonde la più volte ricordata campana grande della Chiesa Madre, a Sclafani nel 1598 ne aveva fusa una per la chiesa di S. Filippo.

Lo stesso maestro risulta presente a Castelbuono nel 1582 quando si obbliga con la Maggior Chiesa a fare una campana.

Mastro Domenico Garbato è figlio di Cataldo, come risulta da una incisione su una campana di Ciminna del 1625.

Nelle Madonie Domenico compare a Collesano nel marzo del 1609 quando si obbliga con la confraternita di S. Giacomo a rifondere la campana mizana.

Alcuni anni dopo, ottobre 1613, mastro Domenico fonde una campana per la chiesa di S. Giacomo a Sclafani.

L’attività finora nota della famiglia Zumbo è datata tra il 1620 e la fine del Settecento.

É possibile però retrodatare l’avvio della bottega almeno alla metà del ‘500.

Su una campana depositata in una navata della cattedrale di Cefalù abbiamo infatti notato, oltre all’anno di fusione 1559, il nome dello sconosciuto fonditore Cataldo Zumbo. Essa proviene dalla torre campanaria della stessa Chiesa Cattedrale.

Famiglia totalmente sconosciuta è quella dei Cola.

Un Gerolamo Cola, calderarius terre Tortoreti, il 20 settembre 1573 vende per sei onze una campana nella città di Polizzi, mentre molti anni dopo, nel marzo del 1629, un maestro Domenico Cola calderarius terre turtureti et habitator civitatis Castri Boni, si obbliga a fare una campana per servizio della chiesa di S. Stefano di Geraci, utilizzando il metallo della campana vecchia.

Nel mese di dicembre del 1580, mastro Giordano Carruba (Xharruba) si obbliga coi rettori della confraternita di S. Sebastiano di Castelbuono per realizzare una campana per la loro chiesa.

Nel successivo mese di luglio 1581, l’honorabilis magister Jurdanus Carruba vende ai rettori della chiesetta di S. Cosimo e Damiano di Collesano una campana.

Il 4 agosto 1595 a Sclafani una campana cade dal campanile e si rompe. La stessa viene comprata da Antonino Mascari che si obbliga a fornirne un’altra.

Non è chiaro se il Mascari fosse un fonditore, cosa probabile, o un generico operatore attivo nel campo del commercio di metalli.

Altro fonditore di Tortorici, finora completamente sconosciuto, è Antonino Blanca che nel marzo del 1632 fonde una campana di buono suono senza nesciuno defetto, con metallo e ogni altra cosa a suo carico, per la chiesa di S. Marco a Collesano. Pochi anni dopo, nel gennaio del 1635, lo stesso maestro si obbliga con padre fra’ Pietro Porcaro di Polizzi, vicario del convento domenicano collesanese, a fare una campana di metallo bono, bella, di bel sono, ben fatta senza nessuno defetto, con metallo e ogni altra cosa a suo carico, per la chiesa di S. Marco a Collesano.

Pochi anni dopo, nel gennaio del 1635, lo stesso maestro si obbliga con padre fra’ Pietro Porcaro di Polizzi, vicario del convento domenicano collesanese, a fare una campana di metallo bono, bella, di bel sono, ben fatta senza nessuno defetto

Famiglia poco nota nel panorama dei fonditori di Tortorici è quella dei Messina che abbiamo documentato a Collesano nel 1620-1621 con Vincenzo che realizza una campana per la chiesa madre e con Sebastiano che nel 1626 lavora per la stessa chiesa e per quella di S. Maria.

Quest’ultimo maestro si ritrova a Ciminna dove nel 1635 realizza una campana per la chiesa di S. Giuseppe.

Sempre a Ciminna, nel 1608, si riscontra lo sconosciuto Simone Messina di Tortorici che fonde tre campane per quella chiesa Matrice, mentre a Caccamo ne realizza una per la chiesa del convento di S. Francesco.

Lo sconosciuto maestro Giacomo Ciancio, nel mese di maggio del 1634, conclude un cambium et permutationem con il procuratore della chiesa collesanese di S. Antonio abate. La chiesa cede la sua campana fracta et ut dicitur xiaccata dal peso di quaranta rotoli ed il maestro ne consegna una nuova di venti, oltre alla somma di ventiquattro tarì pro equaliatione.

Due giorni dopo, a Cefalù, mastro Jacobo, qualificato caldararius et campanarius Tortoreti, vende al locale convento di S. Pietro Nolasco una campana nuova di quasi sessanta rotoli.

A conferma che per buona parte del ‘600 la presenza dei fonditori tortoriciani nelle Madonie è massiccia, quasi esclusiva, riportiamo che, nel maggio del 1649, Francesco Ferraù, nella qualità di cessionario del defunto fratello Giacomo, elegge un proprio procuratore per riscuotere delle somme dovute dal convento di S. Francesco di Cefalù per il prezzo di una campana fusa dal fratello.

Un decennio dopo, 5 dicembre 1660, mastro Gerolamo Cicero riceve quarantacinque rotoli di metallo dal cappellano ed economo della chiesa di S. Maria della Grazia extra terram di Collesano, impegnandosi a fare una campana nuova.

Alcuni anni dopo, novembre del 1674, mastro Gerolamo, secondo quanto riportano i libri dei conti della chiesa di S. Sebastiano e Fabiano di Collesano (oggi chiesa del Collegio), viene retribuito con onze 1.12 per una campanotta.

Pure completamente sconosciuto è il fonditore Domenico Costanzo che nel 1666 ratifica, a Castelbuono, un impegno a fondere una campana, assunto a Geraci anche a suo nome da parte di Paolo Carabillò. La campana è destinata alla chiesa della confraternita di S. Bartolomeo di Geraci.

Incerta appare la cittadinanza del fonditore Domenico Russo, noto, come cittadino di Bivona, per aver assunto nel 1670 un impegno a rifondere una campana per la chiesa del convento domenicano di Sciacca.

Ancora cittadino di Tortorici lo stesso maestro risulta nel febbraio del 1640 quando si obbliga col tesoriere della maggior chiesa di Pollina a fundiri et culare di novo quella campana di detta chiesa al presente muta nel campanile della stessa forma, maniera e misura, conforme sarà la pisata.

Quando Domenico Russo compare a Sclafani, dove nel 1658 realizza tre campane per chiese locali, risulta già habitator di Bivona, centro del quale è cittadino nel 1670, come ricordato. Domenico Russo è uno dei tanti fonditori itineranti che nel corso della sua attività cambia cittadinanza, spostando la sua area di interesse ed operatività.

Pure di Tortorici è lo sconosciuto fonditore Giovanni Russo che nel 1623, a Collesano, subentra al fonditore ennese Giacomo Giarrusso che non aveva eseguito una campana per la quale era impegnato con la chiesa madre del centro madonita.

La documentata origine da Tortorici di almeno due fonditori della famiglia Russo mi fa ritenere che possa aver avuto agganci col centro dei Nebrodi l’altrettanto sconosciuto maestro Giacomo Russo, funditor metalli, qualificato cittadino di Palermo quando nel 1626 dichiara di aver ricevuto oltre otto onze da padre fra’ Gerolamo Rosiglio, priore del convento di Monte Carmelo di Caccamo, per il magisterio della fusione di una campana

I maestri di Tortorici, per tutto il Cinquecento e gli inizi del Seicento, nell’area delle Madonie, detengono quasi il monopolio: il solo “intruso” che abbiamo intercettato è il palermitano Antonino de Salvo che nel 1564 si obbliga con padre fra’ Paolo de Sardo, guardiano del convento di S. Francesco di Polizzi, a fari e culari la campana di detto convento che si ritrovava rotta.

Le prime notizie inerenti la famiglia Giarrusso, fonditori di origine ennese, risalgono al 1605, anno in cui i giurati del centro nebrodense di Castel di Lucio (Castelluzzo) commissionano a mastro Mariano una campana da servire per le convocazioni del Consiglio Civico.

Nello stesso anno, ancora nel medesimo centro, il fonditore esegue una campana grande, dal costo di ben quarantaquattro onze, per la chiesa di S. Michele Arcangelo. Oggi la stessa è custodita nella chiesa di S. Nicolò.

La bottega dei Giarrusso si stabilizza a Petralia, ove stipula il proprio contratto matrimoniale pure Francesco, anche lui fonditore e figlio di mastro Mariano.

Nel 1628, assieme a Calogero, probabilmente altro suo figlio, mastro Mariano rifonde una campana per la chiesa di S. Giovanni Battista la Maddalena di Polizzi.

Pochi anni dopo il 1634, Mariano, ora qualificato cittadino di Petralia Sottana, si impegna con il procuratore della congregazione di S. Biagio di Polizzi a fondere una campana per la chiesetta eponima, riutilizzando il metallo recuperato da quella vecchia che si era rotta.

Nello stesso 1636, Mariano esegue una conocchia per la chiesa di S. Nicola a Castel di Lucio, cittadina che lo vede a lungo operoso.

Le ultime notizie finora note sul fonditore risalgono al 1637, quando è ripetutamente presente a Collesano.

Nel luglio di quell’anno, Mariano Giarrusso, che ora risulta essere di Enna ed habitator Petraliae Inferioris, si obbliga coi giurati del centro madonita a fare una campana per la chiesa del convento dei cappuccini.

Nel successivo mese di agosto del 1637, lo stesso maestro dichiara di aver ricevuto dal procuratore dell’abbazia benedettina di S. Caterina quasi due onze pro magisterio di una campana. Dopo la metà di agosto del 1637 non abbiamo rinvenuto altra documentazione su mastro Mariano Giarrusso, ma la sua bottega continua ad avere una florida attività con altri esponenti della famiglia.

Francesco è certamente attivo come fonditore almeno dal 1631, anno in cui visiona la fusione della campana dell’abbazia di S. Maria del Parto a Castelbuono, eseguita da suo fratello Giuseppe, mentre nel 1634 lavora per i giurati di Cefalù.

Nel 1645 fonde una campana di circa quattrocento chilogrammi per la chiesa conventuale di S. Francesco di Polizzi, con metallo apprestato dai frati.

Anche Francesco lavora a Collesano.

Risulta, infatti, dai libri dei conti della locale confraternita di S. Giovanni Battista che nell’anno indizionale 1645/46 vengono dapprima liquidate quasi cinque onze al petraliese Francesco Giarrusso, mastro di campani, e poi ancora altre nove per la campana quali si volse fondere di novo per aversi xiaccato …e per mastrìa della campana piccola.

Nel 1651, Francesco Giarrusso si obbliga coi giurati di S. Mauro a fondere due campane mezzane col metallo di altrettante campane rotte della Chiesa Madre di S. Giorgio e di quella parrocchiale di S. Maria de Franchis.

Nel 1652 Francesco ritorna a Polizzi: nel gennaio si obbliga col procuratore del monastero benedettino di S. Maria la Grazia a fare una campana di grandezza e peso secondo il metallo che riceverà.

Nello stesso anno Francesco Giarrusso, ancora a Polizzi, si obbliga col procuratore della chiesa di S. Giovanni Battista la Maddalena a farci la campana rutta vecchia nova.

Qualche anno più tardi, 1657, ritroviamo il fonditore a Sclafani dove riceve quattro onze, ad integrazione di sedici, dalla locale chiesa di S. Filippo per il magisterio della campana ed il metallo.

Le ultime notizie che abbiamo reperito sul fonditore petraliese risalgono al 1661.

In data 10 giugno, egli si obbliga ancora coi giurati di S. Mauro a fundarci una campana al presenti rutta per la Chiesa Madre di S. Giorgio.

Altro fonditore della famiglia Giarrusso è Giuseppe che nel mese di maggio del 1631, si impegna a Pollina con i giurati cittadini e col tesoriere della chiesa madre, autorizzato dal vescovo di Cefalù, a colare la campana menzana.

Pochi mesi dopo, a Castelbuono, lo stesso fonditore, ora dichiarato cittadino di Enna, si obbliga con D. Vincenzo Rosselli, abate di S. Maria del Parto sub vocabolo sancti Guillelmi, a colare, facere et complere…secundum artem una campana per l’abbazia.

Successivamente, mastro Giuseppe Giarrusso e mastro Francesco Petrolo fusores della campana dell’abbazia, entrati evidentemente in società.

Quanto descritto documenta quindi la stretta collaborazione di fonditori dell’area Enna- Petralia Sottana con quelli di Tortorici, centro da cui proviene mastro Fabio Petrolo (Pitrolo), esponente di una famiglia di fonditori di campane attiva dall’ultimo quarto del ‘500 alla fine del ‘700.

Nel ’51 i mastri Calogero Giarrusso e Francesco Torregrossa di Enna, in solido con Francesco Capparoso si obbligano con D. Giuseppe Brocato, procuratore della Chiesa Madre di Collesano, a fundere et de novo facere campanam xiaccatam della chiesa parrocchiale di S. Maria.

L’anno successivo, da solo, Francesco Capparoso fonde una campana per la confraternita di S. Giacomo che regge la chiesa eponima.

Qualche anno dopo, sempre a Collesano, nel mese di luglio del 1658 mastro Calogero Giarrusso, ancora qualificato come cittadino Castri Joannis seu ennei, fuse una campana nuova per la chiesa dell’abbazia di S. Maria di Pedale.

Per Calogero è documentata un’attività quasi quarantennale, se ben trentasei anni dopo la sua prima apparizione a Polizzi ritorna ancora nella stessa cittadina nel mese di ottobre del 1664 quando, assieme a Giacomo Ragusa, tortoriciano residente a Castelbuono, fuse una campana grande per il convento di S. Francesco di Polizzi.

Altri esponenti della famiglia Giarrusso, di cui non conosciamo i rapporti parentali con i precedenti maestri, sono Giacomo e Barbaro Giarrusso.

Il primo, cittadino ennese, risulta documentato da un atto del 14 novembre 1622 quando a Collesano si obbliga coi procuratori della Chiesa Madre a fundere et culare una campana rotta che avrebbe portato, a proprie spese, a Castelbuono. […]. Ma la campana non verrà eseguita dal maestro ennese e per essa, l’anno successivo, contrae obbligo lo sconosciuto fonditore di Tortorici Giovanni Russo.

Sempre nel 1622 Giacomo fuse una campana per la Chiesa di S. Pietro di Castelbuono.

Barbaro Giarrusso, magister campanarum, di Petralia Sottana compare invece in un atto del maggio 1660 quando, col calderaio Didaco Carabillò di Tortorici e coi palermitani Giacomo e Antonino La Rosa, padre e figlio pure calderai, costituisce una società ad commune comodum et incommodum laborem, lucrum ut dicitur a fari campani, maschi, lamperi et tutti altri servitii di loro arti chi troveranno a fari. L’atto mostra chiaramente come i maestri campanari non si limitino a fondere campane e come non sia inusuale costituire società, anche per brevi periodi.

La società di cui sopra verrà infatti sciolta meno di un mese dopo, avendo prima fornito di metalli e maschi varie chiese di Collesano.

Un ultimo fonditore ennese, attivo nelle Madonie, ma che doveva tenere bottega nella sua città, è il poco noto Giuseppe Bonaccolto che nel novembre del 1662 si obbliga a fondere la campana grande della Chiesa Madre di Sclafani per la buona somma di venti onze.

Lo stesso maestro, nel 1646, si era impegnato a fondere una campana di circa 320 chilogrammi per la Matrice di Castronovo.

Originari di Tortorici, attorno alla metà del ‘600, i maestri fonditori Carabillò si insediano a Castelbuono dove avviano una bottega che resterà ininterrottamente attiva per quasi tre secoli, fino oltre il secondo dopoguerra, conquistando una posizione di chiaro predominio in tutto il comprensorio madonita, anche se la presenza di altri maestri tortoriciani non verrà mai del tutto meno. I Carabillò riusciranno inoltre ad avere una significativa presenza in varie zone dei Nebrodi, area di influenza dei Ventimiglia, potente casato feudale che aveva in Castelbuono la sede marchionale.

Nel 1626 inizia l’attività mastro Giorgio che con Domenico Cara costruiscono alcuni misuratori in rame per misurare olio, mosto e vino.

Pare che solo dal settembre del 1633, mastro Giorgio si obbliga a fare una campana di vermicellaro.

Due anni dopo, Giorgio Carabillò e Giuseppe Faranda, anche lui di Tortorici, ricevono dal governatore della cappella del Crocifisso nella chiesa di S. Pietro, sempre a Castelbuono, una campana vecchia al fine di farne una nuova più grande. Da un documento del 10 giugno 1642 si apprende che Giorgio Carabillò si impegna a pagare a Bartolomeo Zumbo il metallo che questi aveva apprestato per la fusione di una campana per la quale si erano obbligati solidalmente, nel dicembre del 1636, col convento castelbuonese dell’Annunziata.

Alcuni anni dopo, Giorgio Carabillò risulta sposato con Bettuzza Musarra, la cui famiglia è ben nota nel panorama dei fonditori di Tortorici: i matrimoni incrociati nelle famiglie di fonditori di campane dovevano essere abbastanza frequenti.

Nel 1645 mastro Giorgio lavora a Tusa dove fonde una campana per la chiesetta del Rosario.

I componenti della famiglia Carabillò che operano nel campo della fusione sono numerosissimi.

Ciò ha dato luogo a frequenti omonimie che rendono difficoltoso individuare con precisione la paternità di specifiche opere. A volte, poi, si aggiunge il fatto che su alcune campane è inciso soltanto il nome della bottega, senza altra specificazione.

Dei quindici fonditori della famiglia Carabillò, che abbiamo individuati attivi tra i primi decenni del ‘600 ed il 1964, ben sei, attraverso varie generazioni, portano il nome Paolo.

Il primo di essi si ritrova operante a Collesano nel 1664/1665 quando riceve prima un acconto e poi il saldo per la fattura di una campana fusa per la chiesa di S. Giacomo.

Nel 1666, assieme a Domenico Costanzo di Tortorici e abitante a Castelbuono, Paolo Carabillò si obbliga con Barbaro Attinasi, tesoriere e procuratore della confraternita di S. Bartolomeo di Geraci, a fondere una campana per la chiesa eponima.

Poco dopo, ancora a Collesano, nel 1667/68, lo stesso Paolo riceve, assieme a Giacomo Marotta di Tortorici, dodici onze dalla confraternita di S. Giovanni Battista per la fusione della campana nuova.

Paolo Carabillò e Giacomo Marotta, in quegli anni, intrattengono un rapporto societario, cosa abbastanza frequente, come conferma la loro presenza solidale a Sclafani quando, nel mese di febbraio del 1667, vengono chiamati a fondere la campana grande di quella Chiesa Madre.

Poco dopo, luglio del ’69, ancora a Sclafani, Paolo Carabillò si impegna con D. Giuseppe Brocato a fondere una piccola campana che consegnerà a Castelbuono, città nella quale tiene bottega.

Nello stesso periodo, di nuovo a Collesano, mastro Paolo riceve dai rettori della chiesa ex-conventuale di S. Francesco, il cui convento era stato abolito da poco, poco più di tre onze per sua mercede e magisterio della campana quale era xiaccata e si fondìo di novo.

Intanto la presenza della bottega Carabillò è pure attestata a Polizzi, dove nell’aprile del 1674 magister Paulus Calabrò (sic) si obbliga con padre Giovanni de Messina, priore di S. Maria del Carmelo, a fare una campana con il metallo che riceverà dal committente. É ancora lo stesso maestro il fonditore della campana della chiesa del SS.mo Salvatore di Castelbuono che, oltre a portare inciso il nome del fonditore, reca le prime due cifre di un imprecisato anno del XVII secolo.

Altro esponente della famiglia Carabillò, attivo tra ‘600 e ‘700, è mastro Sebastiano che, con i conti dell’anno indizionale 1693/94, risulta ricevere delle somme dalla Chiesa Madre di Collesano: pagati a mastro Sebastiano Caltabellò maestro campanaro per havere squagliato e rifatto li due mazzoletti novi (onze) 3.

Nel 1695/96, nella stessa Collesano, il fonditore percepisce un acconto di sei onze dai confratelli di S. Nicolò per avere rifuso la campana della loro chiesa.

Tra Seicento e Settecento, un proprio spazio operativo si ritaglia anche Sebastiano Mendoza che negli interventi sopra citati appare in rapporto societario con uno dei Carabillò.

Ma il Mendoza opera anche autonomamente, come è documentato da un pagamento per circa cinque onze pro eius magisterio et attrattu di haver fonduto e culato due campane ut dicitur mazzoletti della Maggior Chiesa, sempre a Collesano. Siamo nell’agosto del 1696. Poco dopo, conti del 1698/99, la stessa chiesa gli liquida cinque onze per la rifusione di un’altra campana.

Raimondo Lentini in Fonditori di campane a Burgio, ricorda: “… che a Burgio, un piccolo comune dell’agrigentino, a partire dall’anno 1500, si tramanda da nonno a nipote la singolare tradizione dell’arte della fusione delle campane”: la famiglia dei Virgadamo che da centinaia di anni di storia si conferma tra le più antiche officine fonditori di campane a conduzione familiare.

A Burgio fusero i Baiamenti e gli Arcuri .

Cuzzoni: L’attività di ferrari era tradizionalmente praticata dagli ebrei a Palermo, Catania ed in altri luoghi.

Nella seconda metà del secolo XVI, a Messina era attivo il fonditore di campane spagnolo Aron.

Nel sec. XVI. A Palermo esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Georgius De Garbato, operante anche a Galbiate (LC).

Barnaba Gaetani Tripi, sec. XV. Nel secolo XV, il Feudatario di Tripi era il pisano Barnaba Gaetani che fornì quattro bronzi alla città di Palermo.

Nel secolo XV, a Messina era attivo Giovanni Pages (oriundo spagnolo) che fornì nel 1480, 4 grandi bronzi per Malta.

 Barnaba Gaetani Messina, sec. XV.

Nel secolo XV, a Messina era attivo Giordano Perusino (probabilmente oriundo di Perugia. Vedi Umbria) che fornì nel 1468 diversi bronzi per la torre di Ficarazzi.

Georgius Panormitanus nel XVI sec. fondeva a Galbiate (LC).

L’ arcidiocesi di Brindisi Ostuni informa che nella città di Mesagne si ricorda il mastro fusore Giovanni Maria Cupito da Messina che fuse negli anni 1608 e 1611.

Nel 1540 mastro Gaspere Arena originario di Tortorici firmò un contratto con Francesco Giaconia da Ciminna per una campana di bronzo di 4 cantara per al chiesa di san Francesco a Ciminna.

 

SARDEGNA

Dal sito Chiese. spazioinwind.libero.it/oristano: La Chiesetta dell’Assunta.

Nel bel campanile a vela troviamo due campane, una delle quali, del 1504, in bronzo fuso e di forma antica, porta una scritta a caratteri gotici “Jesus- Franciscus Lecca me fecit- A.M.D.IIII”. La tradizione vuole che questa campana sia suonata dal 1° al 31 Agosto di ogni anno, di giorno e qualche volta anche di notte, in onore dei festeggiamenti della B.V. Assunta sita in Curcuris (Oristano).

Oreste Gentile

(Fine).

 

 

 

 

 

 

 

Una Risposta to “I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia meridionale ed insulare).”

  1. vincenzo Ferretti Says:

    Sulla famiglia Olita e Bruno, fonditori di Vignola (Pignola) si consulti: Vincenzo Ferretti. Girolamo Olita e le fonderie di Pignola. I campanari pignolesi nel regno di Napoli. Agli Olita di Pignola appartiene anche Gerardo Olitapa o in altri casi Oliva. Non si hanno notizie del collegamento con Aulita Donat’Antonio. probabilmente l’origine della famiglia di campanari, attiva dal 1600 al 1850. vincenzo.ferretti60@gmail.com

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