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“VITELIU”: LA VERITA’ DALLA ZECCA DI “BOVIANUM”, 2^ CAPITALE DELLA “LEGA ITALICA”.

marzo 31, 2017

L’origine di Viteliù.

Dionisio di Alicarnasso (60/55 – 8 a. C.), scrisse: 35. 1. Con l’andar del tempo la penisola assunse invece il nome Italia dal nome Italo, un sovrano che ridusse in suo potere, come tramanda Antioco di Siracusa (V sec. a. C.), tutta quanta la terra compresa tra il golfo S. Eufemia e la città di Scilace, tra Copanello e Catanzaro Marina, che così fu la prima terra ad essere chiamata Italia da Italo. […].

2. Ellanico di Lesbo (vissuto tra il 480- 406 a. C.) diversamente afferma che, mentre Eracle conduceva i buoi di Gerione ad Argo ed era ormai giunto in Italia, un vitello balzò via dalla mandria e, fuggendo, attraversò sia la penisola, sia, a nuoto, lo stretto di mare e giunse in Sicilia. Eracle si mise ad inseguire il vitello ed ovunque capitasse domandava sempre agli abitanti del luogo se per caso qualcuno lo avesse visto, ma quella popolazione, poco pratica del greco, per indicare quel tipo di animale nel proprio linguaggio, lo chiamava vitelius, come nel linguaggio odierno, così, da quell’animale prese nome Vitulia tutta la regione attraversata dal vitello in fuga. 3. Non vi è del resto da meravigliarsi che, con l’andar del tempo, il nome si sia modificato sino alla forma attuale (ITALIA, n. d. r.), dato che anche i nomi greci hanno subito analoghe trasformazioni.

Il territorio denominato Vitulia

 

NESSUNO dei territori pertinenti ai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti era stato attraversato dal vitello, né quei territori erano compresi nella regione denominata Vitulia.

Il territorio (rosso) occupato dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti 

Viteliù, scrisse Devoto (1967) citando Aristotele (III sec. a. C.): Sotto forma indigena (Viteliù, n.d.r.) è stato appreso da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Lettura. da destra a sinistra

Galasso (1979), scrisse: Una etimologia antica metteva il nome Italia in relazione con vitulus, vitello, facendo allusione al totem di una tribù conosciuta dai Greci nella parte meridionale della penisola o l’abbondanza di bovini che essi avrebbero riscontrato. […]. E’ probabile che il nome derivi dalla parlata del gruppo latino-siculo anziché dalla parlata del gruppo umbro-sabellico, a cui poi la denominazione di Italici si sarebbe dapprima e in particolare riferita. […]. Nell’area osca il nome Italia, con cui i Greci indicavano la parte inferiore della penisola, venne ripreso <sotto forma indigena> da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Pallottino (1984): Si conia un tipo di moneta con l’immagine del toro italico che schiaccia la lupa romana (e le scritte Vìteliù = Italia richiamano all’antica etimologia Itali da vituli < vitelli >.

Lettura: da destra a sinistra

Salmon (1977): I ribelli coniavano deliberatamente monete d’argento sul tipo di quelle romane […]. Esse recavano il nome Italia (latino) o Vitelio (osco), invece di Roma.

Non una città e nessuno dei territori occupati dai Sabini/Safini/Sabelli/Sanniti erano denominati Vitulia, Viteliu o Viteliù prima della Guerra sociale: unicamente alcune < monete >, coniate nel I sec. a. C. in occasione della Guerra sociale recavano la leggenda Viteliu e, soprattutto, non era MAI esistito un popolo denominato Vitelios.

Francesca Tataranni in [Athenaeum 93. 1 (2005), pp. 291-304] Il toro, la lupa e il guerriero: l’immagine marziale dei Sanniti nella monetazione degli insorti italici durante la guerra sociale (90-88 a.C.), scrive (N.B. la serie delle monete citate dall’autrice non è pertinente alla monete riprodotte nel presente studio, n. d. r.): L’Italia, come afferma Diodoro Siculo (90 – 30 a. C.), descrivendo la Guerra sociale (91-88 a. C.), fu divisa in due parti. I popoli e i singoli centri che aderirono alla rivolta vennero infatti ripartiti in due principali schieramenti, sulla demarcazione dei quali certamente influirono fattori geografici, linguistici ed etnici. I Piceni, le popolazioni sabelliche dell’Appennino centrale e forse i Frentani, tutti già ampiamente latinizzati, vennero a costituire il fronte centrosettentrionale della rivolta, anche definito «marsico», al comando del quale fu posto il «console» Q. Poppaedius Silo; le genti di stirpe sannitica e le comunità apule che ancora utilizzavano la lingua osca formarono invece il cosiddetto gruppo meridionale o «sannita», comandato dal «console» C. Papius Mutilus.

Salmon: Da tali fonti, questi risultano essere i popoli schierati contro Roma (l’ordine è di Appiano): I. Marsi. II. Peligni. III. Vestini. IV. Marrucini. V. Asculani. VI. Frentani. VII. Irpini. VIII. Pompeiani o Nolani. IX. Venusini. X. Lucani. XI. Sanniti. Nominati per ultimi da Appiano probabilmente per aver voluto dare una lista in crescendo, poiché dimostrarono di essere i più tenaci di tutti gli insorti. […]. Salmon, precisa: Con Sanniti Appiano ovviamente intende i Pentri.

I soci della Lega Italica: popoli e singole città, all’inizio del conflitto: Corfinium (in alto sn.) e Bovianum (al centro).

Il quartier generale delle operazioni di guerra fu stabilito nella città peligna di Corfinium, che con il nuovo nome di Italica divenne la (?, lettera greca, n. d. r.) ed in nota: Strabo 5. 4. 2, che al pari di Velleio Patercolo (2. 16. 5) attribuisce alla capitale confederata il nome di Italica. Italia è invece la denominazione attestata in Diod. 37. 2. 7.

Corfinium = Italica o Italia, giammai Viteliù.

Lapide celebrativa di Corfinium: […]. Nella Guerra Sociale del I sec. A. C. e ribattezzata ITALIA

Per far fronte alle spese di guerra la neo-capitale confederata cominciò subito a coniare denari d’argento che, oltre a contrastare il monopolio della moneta romana, divennero in mano ai ribelli un efficace strumento di propaganda politica anti-romana.

Alla zecca di Corfinium/Italica è infatti attribuibile la maggior parte delle emissioni approntate dagli insorti italici tra il 90 e l’89 a.C.: qui furono probabilmente battute le emissioni con leggenda in lingua latina (serie 2c, 3b-g, 7a-c, 8), l’unica serie attestata con leggenda bilingue (serie 2b) e le primissime emissioni con leggenda in lingua osca (1, 2a). Su queste monete all’immagine della testa elmata o laureata di Italia sul diritto corrispondono sul rovescio ora l’immagine dei Dioscuri a cavallo, ora la scena del giuramento a otto/sei guerrieri, ora l’immagine dell’Italia seduta e coronata.

Dal sito https://www.deamoneta.com/, alcune delle monete coniate a Corfinium:

Monete 343 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,83; mm 18; h 5); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. II. Sydenham 629; Campana 8. Raro, leggera patina, bb+.

Monete 344 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,89; mm 18; h 11); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto guerrieri, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. IIΛX. Sydenham 629; Campana 29. Molto raro, leggera patina. Schiacciatura di conio al dritto, q.spl / spl.

Monete 345 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,87; mm 20; h 6); Testa laureata di Italia a s.; dietro, ITALIA, Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. L. Sydenham 621; Campana 68. Raro, patina di collezione. Frattura di conio al dritto, q.spl.

 

Monete 348 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,65; mm 18; h 3); Busto laureato di Italia a d.; dietro, ITALIA; davanti, XVI, Rv. Italia, seduta sugli scudi, tiene lo scettro; dietro, Vittoria che la incorona; in ex. […]. Sydenham 622; Campana 109-114. Raro, patina scura, q.spl.

Nessuna recava la leggenda Viteliu.

Con la conquista di Corfinium e l’occupazione dei territori circostanti da parte dei Romani, la Guerra sociale si spostò nei territori meridionali ed in modo speciale nel territorio dei Pentri: la capitale degli insorti fu trasferita nella loro città madre, la loro metropoli, Bovaianom (osco), divenuta Bovianum (latino), città sannitica romana.

Bovianum. La 2^ capitale della Lega italica e la sua zecca.

Si ignorano le strategie adottate dai soci italici per contrastare l’avanza dei Romani, ma le monete che furono coniate nel corso dei nuovi eventi, testimoniano i continui trasferimenti della zecca, dapprima in territorio campano, successivamente nella 2^ capitale, Bovianum.

La Guerra sociale che si era spostata nel cuore del Sannio Pentro, coinvolgendo la 2^ capitale della Lega italiaca ed i territori dei ribelli delle città Campane, fece rinascere soprattutto nei Pentri: 1°. il mito del ver sacrum legato al toro/BUE, simbolo dell’animale guida ed a Mamerte, dio protettore dei giovani che avevano fondato la loro metropoli e la loro tribù; 2°. l’orgoglio di riutilizzare, in contrapposizione a quello latino, il loro alfabeto detto osco.

Francesca Tataranni, scrive: Come è stato giustamente rilevato, il repertorio figurativo delle emissioni che stiamo esaminando appare «più consono allo spirito nazionalista sannita che a quello più unitario dei confederati». Tale impressione è a mio giudizio pienamente confermata da alcuni elementi interni alla classificazione cronologica e tipologica degli esemplari ai quali gli studiosi moderni non sempre hanno prestato la dovuta attenzione. Innanzitutto la maggior parte di queste monete, su cui compaiono soltanto leggende in lingua osca, fu emessa nel biennio immediatamente successivo al trasferimento della capitale della confederazione italica da Corfinium a Bovianum avvenuto intorno alla metà dell’89 a.C.: tali monete furono quindi coniate in una fase avanzata del conflitto in cui, sfaldandosi progressivamente il fronte settentrionale della rivolta, il teatro delle operazioni militari aveva subito un significativo spostamento verso il settore meridionale, localizzandosi soprattutto in Campania e nel Sannio pentro.

La datazione al 90 a.C. delle serie 6a-b e 6c non contraddice in sostanza questa ricostruzione, trattandosi nel primo caso di due emissioni probabilmente militari, quindi non ufficiali, coniate a nome del comandante sannita C. Papius Mutilus da una zecca itinerante al seguito delle sue armate in Campania, e nel secondo caso di un’emissione ufficiale – come indica la leggenda Víteliú sul rovescio ma di brevissima durata e chiaramente improntata alle precedenti.

Da sottolineare: il comandante sannita C. Papius Mutilus era originario di Bovianum, un pentro: è ipotizzabile che le monete con la sua effige siano state tutte coniate nella città madre dei Pentri, Bovaianom, la sannitica romana Bovianum, 2^ capitale della Lega Italica e sua patria.

Tataranni: Nessuna delle emissioni prese in esame, eccetto forse la serie 6c, fu dunque coniata dalla zecca di Corfinium, ma quasi tutte furono approntate dalla zecca di Bovianum, un paio forse da quella di Aesernia. […]. Le serie 4 e 5, con la scena del giuramento a quattro e a due guerrieri sul rovescio e leggenda osca su entrambi i lati, furono coniate «a nome di C. Papio Mutilo, forse non dalla zecca centrale ma da una piccola zecca al seguito della sua armata», già impegnata in azioni di guerra nel settore meridionale.

Tali emissioni, strettamente collegate alla serie del giuramento ma battute dal comandante sannita indipendentemente dal tipo confederato, segnano dunque il passaggio ad una nuova fase nella monetazione italica della guerra sociale durante la quale i ribelli coniarono un consistente gruppo di monete a leggenda osca caratterizzate da una notevole originalità stilistica e tipologica.

Si tratta di poco più di trecento esemplari noti, databili tra il 90 e l’88 a.C., che riportano sul rovescio uno dei due famosi tipi convenzionalmente detti del ‘trionfo del toro sannita sulla lupa romana’ e del ‘guerriero stante e toro accosciato’.

Sul primo tipo compare l’immagine di un toro raffigurato nell’atto di atterrare una lupa,

La Guerra Sociale, C. Papius C.f. Mutilus, Denario, Zecca al seguito di Papius (in Campania ?), c. 90 a.C., AR, (g 3,80, mm 19, h 10). Testa di Libero con corona di foglie di edera a d.; davanti, MVTIL EMBRATVR in caratteri oschi, Rv. Un toro stante verso d., nell’atto di abbattere una lupa; in ex. [C] PAAPI in caratteri oschi. Sydenham 641a; Campana s. 6a, n. 100 (same dies); HNItaly 427. Estremamente raro.

mentre il secondo tipo è caratterizzato da una scena che viene così descritta da Campana: «Guerriero stante di fronte, con la testa elmata volta a destra, vestito di corazza e di mantello, si appoggia con la mano destra alla lancia con la punta rivolta al suolo e stringe con la mano sinistra l’elsa della spada il piede sinistro poggia sul cadavere disteso della lupa romana (? n. d. r.). A destra, toro accosciato di fronte».

Monete 349 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,92; mm 19; h 3); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù. (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 127-129. Raro, leggera patina. Graffio al dritto, bb+.

 

Monete 350 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,17; mm 19; h 2); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 147. Raro, patina di collezione, spl.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti, i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’(?, parola greca, n. d. r) sannitico (i Pentri, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Per quanto riguarda le emissioni della Lega italica in territorio campano:

 

Monete 351 – La Guerra Sociale, Denario, zecca itinerante (in Campania ?), c. 88-87 a.C.; AR (g 3,78; mm 18; h 5); Busto pileato di Dioscuro a d.; sopra, stella, Rv. Italia in biga verso d., tiene scudo e lancia; sotto, T. Sydenham 633; Campana 159. Raro, patina di collezione, q.spl.

 

Monete 347 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,77; mm 21; h 11); Testa elmata di Marte a s.; sotto, Mútil embratur (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: due soldati indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapi. C (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 640; Campana 86-97. Molto raro. Patina di collezione e area di ossidazione al dritto, q.spl.

 

Monete 346 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,99; mm 22; h 12); Busto elmato e drappeggiato di Marte a d.; dietro, X e Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: quattro guerrieri, due per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapii. C. (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 637; Campana 83. Raro, rimbalzo di conio al dritto, patina di collezione: spl.

Una moneta testimonia l’epilogo della Guerra sociale e l’uso del vocabolo: Viteliù.

Riassumendo quanto ampiamente pubblicato da Francesca Tataranni, in occasione della Guerra sociale fu affermata la consanguineità solo tra i popoli italici che già esisteva ancora prima che Roma assumesse il ruolo di potenza egemone della penisola, mentre Vitulìa era diffusa nella lingua epicoria ed identificava le popolazioni anelleniche stanziate nel sud della penisola e tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., forse grazie all’apporto delle genti di stirpe sannitica, fu estesa fino a comprendere le popolazioni centro appenniniche insediate a nord del Sannio, escludendo inizialmente il Lazio. […].

Tataranni, scrive: La figura del toro, come si è detto, fu utilizzata per la prima volta nel 90 a.C. in un’emissione visibilmente celebrativa di C. Papius Mutilus in cui non compariva però la leggenda Víteliú, mentre il primo tentativo di associarla a questa leggenda in una coniazione ufficiale (serie 6c) non ebbe, a quanto pare, buon esito.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (Pentri, n. d. r.), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (lettere greche, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (i Pentri, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Alla luce di tali considerazioni mi sembra dunque legittimo ravvisare nella connotazione marziale delle immagini esaminate una delle principali componenti ideologiche degli scontri propagandistici che precedettero e accompagnarono il conflitto armato tra Roma e i suoi alleati.

Che agli inizi del I sec. a.C. i socii italici, quindi anche i Sanniti (Pentri, n. d. r.), conoscessero il simbolo della lupa e il significato ad esso attribuito dai Romani è abbastanza intuitivo, soprattutto se si considera che alla diffusione di questo simbolo in ambiente italico dovette in parte contribuire la sua raffigurazione, nel tipo della lupa che allatta i gemelli, su varie emissioni argentee e bronzee coniate da Roma tra la metà del III e la fine del II sec. a.C., nel periodo cioè di maggior afflusso del numerario romano nel Sannio interno (il territorio dei Pentri, n. d. r.). E’ quindi probabile che nell’ultimo quarto del II sec. a.C., quando la questione italica esplose in tutta la sua gravità, gli alleati italici vedessero riflessa in questa immagine la superba convinzione, più volte espressa dai Romani, di esser stati eletti ab origine dagli dèi alla conquista di un vasto dominio sui popoli, immemori e sprezzanti del consistente apporto militare fornito dall’ (lettere greche, n. d. r.) alla realizzazione di questo mirabile destino. Ed è altrettanto plausibile che per questa medesima ragione, una volta scoppiato il conflitto, i ribelli del gruppo sannita (i Pentri, n. d. r.) avessero cercato di screditare la pretesa superiorità militare dei Romani rappresentata dalla lupa attribuendosi dei simboli collettivi che avvalorassero l’autentica e ingenita propensione dell’ (lettere greche, n. d. r.) all’esercizio della guerra: sotto l’egida del dio Marte, al quale erano stati consacrati fin dalle origini, i valorosi guerrieri sanniti (Pentri, n. d. r.) avrebbero trionfato sulla lupa romana e sterminato il branco di lupi raptores ai quali essa, allattando il fondatore di Roma, aveva fatalmente trasmesso il proprio istinto di famelico predatore.[…].

Pur riconoscendo nell’iconografia delle monete coniate dai ribelli italici istanze propagandistiche legate all’attualità politica, mi domando se il carattere artificiale che il Briquel attribuisce al simbolo del toro non debba essere invece imputato al sistema di associazioni secondarie (toro/lupa; toro/Víteliú) in cui la figura di questo animale fu artatamente inserita durante la guerra sociale.

Si potrebbe quindi ammettere che per gli abitanti del Sannio interno (i Pentri, n. d. r.) l’immagine del toro non costituisse soltanto un funzionale richiamo alle proprie origini leggendarie, bensì l’icastica espressione di un’autoscienza collettiva, un simbolo cioè intrinsecamente correlato al racconto del ver sacrum dalla Sabina ma già estrapolato dal contesto narrativo di questa antica tradizione e utilizzato dai Samnites per antonomasia (i Pentri, n. d. r.) come segno rappresentativo della propria identità etnica. Anziché pensare con il Briquel ad un’invenzione estemporanea degli Italici in rivolta, si potrebbe forse interpretare il toro italico raffigurato sulle monete della guerra sociale come l’adattamento di un simbolo collettivo già esistente (il toro sannita) alle nuove istanze ideologiche sopravvenute in una fase avanzata del conflitto, quando il ‘popolo del toro’ (i Pentri, n. d. r.), secondo l’ipotesi in precedenza delineata, giunse probabilmente ad autoidentificarsi con l’Italia ancora in lotta contro la lupa romana.

Solo nella fase conclusiva dello scontro con Roma, venuti ormai meno i presupposti della guerra e ridottosi il fronte della resistenza italica alle posizioni occupate dai Sanniti (i Pentri, n. d. r.), soltanto allora sulle monete degli insorti all’immagine del guerriero e del toro accosciato fu associato il coronimo Safinim, affinché in esso potessero ravvisare un comune vincolo di appartenenza etnica tutti coloro che si consideravano ancora uniti (lettere greche, n. d. r.).

Tataranni: L’immagine fu ripresa nel tipo del guerriero stante e toro accosciato soltanto dopo le ultime due emissioni in lingua latina, in una ‘fortunata’ emissione ufficiale della zecca di Bovianum (serie 9b) che fu approntata dopo la deditio (RESA, n. d. r.) dei Vestini, Marrucini, Peligni e Marsi per i ribelli intenzionati a proseguire la lotta contro Roma.

E’ bene evidenziare ciò che questa moneta rappresenta per la Storia: fu coniata in occasione de La Guerra Sociale, in Bovianum, c. 89 a.C.: Testa laureata di Italia a s. con la leggenda Viteliù in caratteri oschi; in Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato: Comio Castronio (?) ed il toro/BUE che guidarono nel ver sacrum i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nella pianura posta alle falde settentrionali del massiccio del Matese per fondare Bovaianom, la città madre, la metropoli del nuovo popolo dei PENTRI.

L’orientamento ideologico di queste monete potrebbe dunque essere definito ‘sannita’ nella più ampia accezione etnografica del termine, ovvero solo dei Pentri. Quest’ultimo appello ad un’identità collettiva allargata, ma linguisticamente circoscritta agli insorti parlanti osco, era anzitutto basato su una facile, per quanto non originaria connessione tra il nome epicorio dell’Italia (Víteliú) e la tradizione sul ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r.) che attribuiva al toro un ruolo fondamentale nel processo di etnogenesi di questo popolo: la leggenda cui si attribuiva l’origine di Bovaianom (osco)/Boviaum (latino)/Bojano e della tribù dei Pentri.

E’ infatti possibile, prosegue Tataranni, che nella fase conclusiva del conflitto, operando un ‘glissement’ o una forzatura semantica rispetto all’etimologia che faceva derivare questo coronimo dal termine indigeno indicante il vitello, i Sanniti (i Pentri, n. d. r.) ancora in lotta contro la lupa romana fossero arrivati ad elaborare un concetto di Italia non romana come ‘terra del toro’, un’Italia cioè rappresentata stricto sensu (in senso stretto, n. d. r.) dalle genti del ver sacrum guidato da questo animale: erano i Pentri. […].

Il fatto che nella fase finale della guerra sociale, quando il fronte della resistenza italica si era ormai ridotto alle sole posizioni occupate dai Sanniti (Pentri, n. d. r.) e dai Lucani, la tipologia del guerriero stante e toro accosciato fosse stata percepita e utilizzata come immagine rappresentativa del solo Sannio (Pentro, n. d. r.) mi sembra confermare inequivocabilmente la pertinenza specifica e originaria di questa simbologia alle genti storicamente classificate come sannitiche (i Pentri, n. d. r.): tanto da essere state coniate unicamente nella zecca di Bovianum, 2^ capitale della Lega italica, già Bovaianom, città madre, metropoli dei Pentri.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (parola greca, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche.

Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti (Pentri, n. d. r.) intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (Pentre, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Una testimonianza preziosa delle monete coniate dalla zecca di Bovianum/Bojano, già capitale dei Pentri e 2^ capitale della Lega italica, in occasione della Guerra sociale, con la loro leggenda e le loro immagini.

Una testimonianza che conferma il ruolo di primaria importanza svolto dal popolo dei Pentri e dalla loro capitale nella Storia della penisola italica prima e dopo l’espansione romana, nonché l’utilizzo del vocabolo Viteliù unicamente durante le fasi finali della Guerra sociale, ovvero nel I secolo a. C..

Nella Storia della penisola italica giammai era esistita una popolazione denominata Vitelios.

Oreste Gentile

 

DIOMEDE ed il SANNIO.

marzo 24, 2017

Scrivere del mito o della leggenda di Diomede e come se si camminasse in un < campo minato >: sono state tramandate le sue presenze e le sue imprese, ma dove la fantasia ha sostituito la Storia ?

O. Parlangeli, in Testimonianze linguistiche della Daunia preromana: Ci piacerebbe, dunque, dar credito a tutto ciò che gli antichi narravano sulle avventure occorse nella nostra Capitanata a Diomede e ai suoi amici e nemici, ma, purtroppo, non avendo a nostra disposizione nessun documento e nessun monumento che ci aiuti ad effettuare il controllo della veridicità di quelle vicende, dovremo accontentarci di registrarle senza accettarle, ma senza neppure rifiutarle definitivamente o totalmente, con la mutria di chi crede d’essere, lui soltanto, il depositario della verità, e di tutta la verità.

La presenza di Diomede nella penisola italica (non ancora Italia) è legata soprattutto all’incontro ed all’amicizia con Dauno, re dei Dauni possessori del territorio settentrionale della odierna Puglia.

Stefania Quindici Gigli in Uomo, acqua e paesaggio: atti dell’incontro di studio sul tema …, (1997), ha scritto di Danuo: Figlio dell’arcade Licaone e fratello di Iapige e Peucezio (e di Enotrio, vedi Dionisio di Alicarnasso, n. d.r.), il personaggio mitico in questione sarebbe giunto in Italia dando vita ad un regno, che da lui avrebbe preso il nome, corrispondente ad una delle tre parti, in cui risulta diviso anticamente l’ethos degli Iapigi.

Stando alla sua genealogia “arcadica”, egli (Dauno, n. d. r.) sarebbe vissuto parecchie generazioni prima della guerra di Troia. Ciò nonostante lo si trova poi strettamente collegato alla leggenda di Diomede in Italia.

E’ fin troppo evidente: l’epoca della presenza di re Dauno nel territorio dei Dauni non era l’epoca che vide Diomede nello stesso territorio.

Le fonti classiche datano la migrazione degli Arcadi, figli di Licaone: Enotrio, Peucezio, Dauno e Iapige, diciassette generazioni prima della guerra di Troia (1.800 a. C.), mentre Diomede arrivò sulle coste dell’odierna Puglia dopo la conclusione della guerra di Troia, ossia nell’anno 1184, fine secolo XII a. C., ovvero dopo circa 616 anni.

I due leggendari personaggi non si sono mai incontrati, eppure le fonti bibliografiche hanno tramandato la loro presenza ed il loro coinvolgimento negli avvenimenti che interessarono la Storia della penisola italica prima della conquista romana.

Le fonti classiche non sono concordi sulla loro morte: sostengono la morte di Dauno per mano di Diomede o Dauno avrebbe ucciso Diomede.

Il mito, la leggenda di Diomede, nacque e si diffuse molti secoli dopo la fine della guerra di Troia (1184 a. C.) per opera di: Mimnermo di Colofone ( VII – prima metà VI sec. a. C.), Ibico (metà VI sec. a. C.), Pindaro (518 – 438 a. C.), Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Diomede, un personaggio mitico, leggendario e, soprattutto, ubiquitario:

Arpi, Venusia, Beneventum, Aequum Tuticum, Venafrum, Histonium, Lanuvium, Ancona, Adria, Spina, sono solo alcune delle città che avrebbe fondato < girovagando > per la penisola e le coste italiche.

Anche la Galizia rivendica una fondazione per opera di Diomende.

Juan Francisco de Masdeu in Storia critica di Spagna e della coltura spagnuola in ogni genere. (1787): Diomede Re d’Etolia secondo Dionigio Alessandrino venne ancor egli in Spagna dopo la guerra di Trojana, e per asserzione di Silio Italico fu il Fondator di Tide, che oggi si chiama Tui nella Gallizia.

Marina R. Torelli scrive in Benevento romana (2009): Stabilire una cronologia certa per la diffusione del mito di Diomede in Italia è problema di difficile soluzione in quanto non solo occorre distinguere nelle varie fonti, per lo più tarde, a noi giunte, il livello cronologico cui può riferirsi la notizia riportata, ma anche perché non è comunque semplice sceverare il momento iniziale di diffusione e affermazione della leggenda dalle successive molteplici utilizzazioni e strumentalizzazioni operate in chiave propagandistica.

 

Propaganda romana anti-sannita.

 

Luigi Pareti (1885 – 1962) in Storia della regione lucano- bruzzia nell’antichità (pubblicato 1998): La figura di DIOMEDE nelle zone italiote pare non avesse altro importanza che come divinità venerata con i templi a Metaponto ed a Turi; ma invece ebbe un ampio sviluppo non solo culturale sibbene leggendario più a nord. E ciò dipese, con ogni verisimiglianza, dal fatto che esso venne identificato, sia per il nome (cf. il Sallentino Iuppiter Menzana), sia per la caratteristica di domator di cavalli, con la figura mitica indigena, iapigia; e ciò verisimilmente nelle città grecizzate delle zone costiere dell’Apulia, presso cui si ebbero scali mercantili greci già in periodo miceneo (cf. Coppa Nevigata), come Siponto, Elpi-Salapia, Brindisi e isole Diomendee, per cui si parlava della metamorfosi dei compagni dell’eroe, e si additava il suo tempio-tomba. [A motivo di sincretrismi analoghi si deve certo la diffusione della leggenda diomedea nelle altre zone dove pervennero i commercianti micenei, nell’arcipelago veneto e nelle zone circostanti, ed in Istria.]

Queste peripezie (e quindi queste identificazioni) di Diomede in Occidente erano ancora ignote agli aedi (poeta) omerici, sicchè l’Odissea ne ignora un nostos (viaggio) travagliato, ma erano già conosciute, almeno parzialmente, da Mimnermo, che allude all’andata dell’eroe in Daunia ed alla sua uccisione per opera di un re Dauno; e ad Ibico, il quale allude alle sue vicende nelle isole Diomedee (Tremiti). Licofrone [(Aless. 592-632 e Tzetze (del XII secolo, n. d. r.)], che traendo da Timeo, sviluppò la leggenda di Diomede in Apulia, dichiara che molti erano stati (i poeti) della terra <presso il Mare Io (= Ionio-Adriatico) che ne avevano cantato >, in quei mari, la penetrazione già iniziata dai micenei, tanti secoli prima. Può pensarsi che tutta risalga a qualche poeta epico della Grecia occidentale, perché non risulta che l’Alcmeodine, del 600 av. Cr., narrasse, per Diomede, anche avventure occidentali, extra elleniche.

Ma una volta stabilita l’equazione tra il greco Diomede e qualche figura mitica iapigia-illirica, era naturale che anche le località interne, in cui avevano culto le figure mitiche indigene equiparate con Diomede, fossero messe in rapporto con lui, a cominciare da Arpi che fu detta Argirippa (Argo Ippio), da Luceria, da Canusio e anche da centri della Peucezia, che si creassero nuovi dettagli sulla sua saga, ad es. sul suo diritto al possesso parziale dell’Apulia, contesogli dal re Dauno, e sulla sua costruzione, in località imprecisata, di un tempio ad Atena Iliaca; – che infine si estendesse l’azione di Diomede anche fuori dall’Apulia: nel Sannio, in Umbria, nel Lazio (oltre che nelle zone venete ed istriane, di cui già dicemmo).

La leggenda di diomedea, prosegue Pareti), andò così ampliandosi, senza limiti, tanto che alla fine della Repubblica, a Roma, Iullo Antonio (45 – 2 a. C.) potè comporre dei Diomedea, in 12 libri. […].

Come per le peripezie di Diomede, così per quelle di Idomeneo entrò in gioco l’Apulia, e non la zona Italiota.

Pareti: Potremmo dunque concludere affermando: che molte erano le località costiere Italiote, che si ritenevano od immaginavano occupate più o meno stabilmente da eroi greci, soli o coi loro seguiti, prima della colonizzazione greca, nei tempi immediatamente successivi alla guerra di Troia, o in quella ad essi precedente. Non pochi di quei dati sono certo privi di ogni valore, dovuti alla fantasia di poeti ed eruditi; una parte furono dedotti per ipotesi da culti, sacrifici, onomastica connessa più o meno a dovere con quelle figure; mentre per una terza aliquota lo spunto per la localizzazione fu data dal ricordo, in qualche modo conservatosi, che su quelle spiagge, prima di impiantarvi colonie, i Greci si erano già avventurati per le loro imprese commerciali e piratesche. […].

Pareti offre un lungo elenco soprattutto delle città delle Magna Grecia abbinate al mito od alla leggenda di personaggi eroici, sottolineando: Quel che deve risultare ben chiaro, metodicamente parlando, è che per alcuni casi riusciamo a rintracciare gli spunti di quelle fantasie: culti, cerimonie, onomastica e toponomastica, ricordo di commerci ed avventure greche, precedenti la colonizzazione; ma che in se stessi quei racconti, di pura fantasia, non hanno alcun valore storico: che cioè si può spiegare qualche parte della leggenda con fatti storici concreti, ma non è possibile azzardarsi a fabbricare della storia inedita deducendo dalle leggende, e dalle invenzioni poetiche.

Ergo, anche la presenza di Diomede nel SANNIO è pura fantasia e non ha un riscontro storico.

Simona Sanchirico scrive nel portale del comune di Lanuvio: Per Roma, invece, soprattutto dopo l’alleanza del 326 a.C. con la città diomedea per eccellenzaArpiDiomede rappresentava un mezzo di avvicinamento culturale e politico con la Daunia, con la quale l’Urbe era solidale nell’assimilazione parziale e nella contemporanea alterità da Greci ed Etruschi, in funzione anti-sannita.

 Tagliamonte, in I SANNITI Caudini, Irpini, Pentri, Carricini, Frentani. (1996).

Secondo la tradizione antica, l’itinerario che Diomede avrebbe percorso dalla Puglia al Lazio, era contrassegnato da una serie di fondazioni di città operate dal mitico eroe greco. Le fonti letterarie, in particolare quelle di tradizione romana, gli attribuiscono infatti la fondazione di Arpi, Lucera, Canusium, Venusia, Aequum Tuticum, Beneventum, Venafrum, Lanuvium (Ps. Arist., de mir. Ausc. 109; App., bell. civ. 2. 20; Solin. 2. 10; Serv., ad Aen. 8. 9. 11. 246; Schol. ad Serv., locc. citt.; Proc., bell. Goth. 1. 15. 8-9; Steph. Byz., ethn, sv. ?:; etc.).

Stando alla tarda testimonianza dello storico Procopio di Cesarea, Benevento sarebbe stata inoltre sede dell’incontro tra Enea e Diomende. Quest’ultimo avrebbe qui restituito al troiano il Palladio, la statua di Atena sottratta a Troia, quel fatale pignus imperii la cui riconsegna avrebbe sancito, secondo la tradizione filoromana, la fine delle ostilità tra Greci, e Troiani/Romani.

Fatta eccezione per Lanuvium, le località di cui Diomede sarebbe stato ecista si trovano in aree prossime (Arpi, Canusium) o ai limiti (Luceria, Venusia) della zona di influenza e di espansione sannitica; in territorio irpino (Aequum Tuticum, Benevento), oppure ai margini occidentali di quello pentro (Venafrum). Ne resta escluso il cuore del Sannio, l’area più interna e più montuosa, abitata dai Pentri e Carricini, oltre alla Frentania.

Ancora una volta, le vicende storiche e politiche-amministrative del Sannio e delle aree limitrofe tra il IV e III secolo a. C. ci aiutano a comprendere l’origine e il significato storico dell’adozione della leggenda di Diomede in ambiente romano.

L’itinerario di Diomede tocca località che avevano costituito alcune delle principali tappe del processo di penetrazione e di espansione romana nel Sannio e nella Daunia. Arpi divenne alleata dei Romani nel 326 a. C., Canusium nel 318. Nel 314 venne dedotta la colonia latina di Luceria, cui fecero seguito quelle di Venusia (291) e di Beneventum (268). Nel 268 Venafrum fu annessa all’ager Romanus mediante la concessione della civitas sine sufragio e divenne sede di praefectura. Alcune di queste località (Beneventum, Venusia) si trovano lungo il tracciato della via Appia, la cui costruzione procedette parallelamente all’avanzata romana nel sud della penisola.

Da questi dati risulta dunque abbastanza evidente l’uso propagandistico e strumentale che Roma fece della figura e della leggenda di Diomede al fine di giustificare e di consolidare la propria avanzata nel Meridione. L’adozione in ambiente romano della versione greco-apula della leggenda di Diomede – figura che in età ellenistica viene ad assumere una valenza simbolica e paradigmatica del patrimonio mitologico greco e, più in generale, della stessa grecità – appare funzionale a quella politica di isolamento e di accerchiamento del mondo sannitico condotta da Roma in quegli anni, in primo luogo attraverso la deduzione di colonie di diritto latino.

Con il richiamo a una presunta, originaria grecità (Diomede) di centri e località della Daunia, dell’Irpinia e delle zone periferiche del territorio pentro, Roma, oltre a blandire in qualche modo l’elemento coloniale italiota, intende innanzitutto distinguere e separare il mondo dauno da quello sannitico, e poi, nell’ambito di quest’ultimo, il territorio irpino e la fascia più occidentale di quello pentro da Sannio interno, allo scopo di isolare il nemico più irriducibile.

L’affermazione della leggenda di Diomede nel Sannio si situa dunque in quella prospettiva politica romana, di cui prima si parlava, nella quale le linee di articolazione interne al mondo sannitico diventano barriere di separazione.

Non Diomede nel territorio dei Sanniti, ma furono i Sanniti, i Sanniti della montagne: i Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini, a programmare verso la fine del V sec. a. C. la loro espansione nella pianura campana ed il territorio Dauno.

I SANNITI: altro che rozzi pastori.

La periodica transumanza aveva permesso ai Sanniti di conoscere le risorse pastorali ed agricole del vasto territorio dauno, ma gli scambi commerciali, utilizzando il baratto (non conoscevano, né coniavano monete), aveva permesso loro di acquisire il “piacere” per quanto di bello offrivano gli eredi della cultura greca.

D’altronde i corredi funerari sia maschili che femminili, risalenti all’ IX- VIII sec. a. C., testimoniano che i Sanniti conoscevano l’arte della ceramica, seppure scarsamente decorata, realizzavano eleganti ornamenti maschili e femminili, le loro famose corazze, i cinturoni, gli scudi e le loro tipiche cuspide delle lance che furono i Greci presenti nella penisola italica chiamare Saunion.

Franco Biancofiore, in Origini e sviluppo della civiltà daunia (1967 ?): L’evidenza archeologica dimostra che a partire circa dall’XI sec. a. Cr. si estende nel Gargano e in Daunia la facies subappenninica, peraltro documentata in tutta l’Italia meridionale, la quale con il suo contenuto economico-culturale sarà uno dei presupposti della civiltà daunia. […].

D’altro canto le genti osco-sabelliche dovettero contribuire in misura più accentuata al processo evolutivo della civiltà appenninica in area daunia con le transumanze attraverso il Subappennino ricordate dagli scrittori romani, medioevali e moderni.

Dunque, la cresta dei monti dauni con i suoi valichi praticabili fu territorio atto agli spostamenti periodici delle comunità pastorali.

In breve il fenomeno lascia evidenza linguistica ed archeologica nel V secolo ed echi negli scrittori classici che ci hanno tramandato come fondazione osca Lucera e Venosa.

La civiltà daunia include ora anche questo altro elemento culturale che, come pure dalla sua diffusione nella regione pugliese e in tutta l’Italia meridionale, ha assunto consistenza di apporti linguistici sia pure di modesta entità e, quindi, anche etnici. […].

Nulla, dunque, ci impedisce di ritenere che alla fondazione dei centri urbani dauni abbiano contribuito anche elementi etnici diversi da quelli che la tradizione storica antica ci ha tramandato per la regione apula.

La presenza di un sepolcro a tumulo entro la cinta muraria di Arpi suggerisce che alla fondazione della città hanno anche collaborato gruppi sabellici nel periodo della loro permanenza in Apulia.

Anche alle origini di Siponto e forse di Salapia hanno contribuito genti di varia etnogenesi. Ma questi centri divengono città dal IV secolo a. Cr. quando la civiltà daunia va perdendo il suo carattere di originalità per divenire apula in senso più ampio ed evolversi alla luce delle correnti ellenistiche.

Maria Luisa Marchi, in Dall’abitato alla città. La romanizzazione della Daunia attraverso l’evoluzione dei sistemi insediativi, Atti delle Giornate di Studio sulla Daunia Antica in memoria di Marina Mazzei (Foggia 2004), Bari 2008, pp. 267-286.scrive:

[…]. In questo contesto, a partire dal V secolo a.C., ma soprattutto nel IV secolo, si assiste alla penetrazione di un elemento culturale da ricollegare con il mondo osco-sabellico. Si tratta in alcuni casi di un sicuro predominio militare attraverso una continua pressione fisica dalle montagne verso la vasta pianura apula, che si manifesta con scontri diretti e occupazioni, in altri di un semplice influsso culturale che si palesa attraverso una sottile infiltrazione, quella delle classi subalterne che si inseriscono nel contesto socioeconomico daunio sotto forma di forza lavoro militare, mentre quella delle classi egemoni attraverso alleanze matrimoniali.

La presenza sannitica è documentata in molti centri della Daunia da Lucera, dove se ne ha notizia dalle fonti, a Teanum Apulum, che batte moneta con legenda in osco, a Carlantino, sul Fortore, dove è documentata una necropoli sannitica , a Lavello dove una tomba isolata di guerriero, deposto supino secondo il rito centro italico, è stata riconosciuta come sepoltura di un possibile mercenario sannitico e sull’acropoli dell’abitato, dove accanto ad una concentrazione di tombe principesche si trova una sepoltura di un personaggio femminile, anch’esso deposto supino, probabilmente identificabile con una donna sannita entrata a pieno titolo nell’ambito di un gruppo familiare emergente, sino a Venusia oltre la linea dell’Ofanto, dove nel territorio della futura colonia si è riscontrato l’uso della lingua osca in un insediamento di IV secolo a.C. e dove si è documentata la presenza di nuclei abitativi di modeste dimensioni abbandonati con il sorgere della colonia sorgere, infine a Banzi, centro culturalmente daunio, in cui si assiste al diffondersi a livello istituzionale, oltre che linguistico, di formule osche che permangono fino al I secolo a.C., sembrano essere risparmiate solo da questo fenomeno Arpi e Canosa, roccaforti della cultura dauna.[…].

L’intervento romano in area Daunia è concordemente indicato nel 326 a.C., anno in cui le fonti collocano la richiesta di intervento da parte dei principes dauni . L’alleanza con le popolazioni apule fu per i Romani l’occasione di aggirare il comune nemico sannitico.

Con L’intervento romano in area Daunia iniziò, sfruttando la figura mitica di Diomede, la propaganda anti-sannita da parte di Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Giseppe Morea in LA POLIS CANUSINA dalla preistoria alla conquista romana (1989): L’età del bronzo (circa la metà del secondo millennio a .C. XV sec. a. C.). Furono riaperti in questo periodo i contatti con i paesi e le contrade dell’Italia centrale (Molise, Abruzzo e Marche); come testimonianze abbiamo la ceramica trovata ad Andria che richiama quella abruzzese e marchigiana. Anche nel Pulo molfettese non mancano riflessi di tipo marchigiano ed abruzzese. Solo nell’ultimo periodo di questa età troviamo infiltrazioni e contatti con la vera e propria civiltà appenninica. Le caratteristiche sociali cambiarono e alla beata civiltà agricola subentrò quella pastorale.

Vito Antonio e Giuliano Volpe, in Puglia romana (1993): 3. Crisi di identità.

Quando i Romani giunsero in Puglia, nel 326 a. C., la regione era già politicamente mortificata, in via di decadenza, senza un proprio nome specifico. […]. L’unità regionale era stata compromessa dall’onomastica imposta dagli stranieri: i Pugliesi del sud erano detti Iapyges dai Greci e quelli del nord Apuli dai Sanniti. Ma entrambe le parole riproducevano nelle rispettive lingue il nome unico delle popolazioni locali, che nella propria lingua dovevano dirsi Iapudi. Gamma]Se per i Greci il § [delta] fra due vocali diventa y [gamma], per i Sanniti, del gruppo osco, diventa l: un passaggio sempre esistito tra fonetica pugliese e quella campana. I due vocaboli, Iapyges e Apuli, erano dunque la stessa cosa, effetto della pronuncia diversa di due diversi popoli vicini (nota 46).

Gli autori scrivono nella nota 46: E. De Juliis, Gli Iapigi. Storia e civiltà della Puglia preromana. Milano 1988, pag. 15: < la parte settentrionale della Puglia, al tempo della pressione sannitica, nel IV sec. a. C., doveva essere indicata col nome non greco, ma locale di Iapudia, trasformato dai Sanniti in Apudia, e quindi in Apulia, con il mutamento di I tipico dell’osco >.

Furono addirittura i Sanniti a coniare il toponimo Apulia ed Apuli.

Concludendo

I tratturi che da tempo immemorabile avevano permesso il periodico spostamento degli animali dai monti delle regioni centrali della penisola italica verso il territorio pianeggiante della Daunia, detta successivamente Apulia, permisero ai popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita di fondare le nuove tribù che continuarono gli scambi commerciali e culturali iniziati dai loro progenitori con i Dauni.

Nel V secolo a. C., i Carecini, i Pentri, i Cauidini e gli Irpini, i Sanniti delle montagne, intrapresero l’invasione e l’occupazione dei territori della pianura campana e della Daunia/Apulia, subito ostacolata dalla potenza di Roma.

In questa lunga Storia dei rapporti tra i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita con i Dauni/Apuli, Diomede non è mai stato protagonista.

Oreste Gentile