DIOMEDE ed il SANNIO.

Scrivere del mito o della leggenda di Diomede e come se si camminasse in un < campo minato >: sono state tramandate le sue presenze e le sue imprese, ma dove la fantasia ha sostituito la Storia ?

O. Parlangeli, in Testimonianze linguistiche della Daunia preromana: Ci piacerebbe, dunque, dar credito a tutto ciò che gli antichi narravano sulle avventure occorse nella nostra Capitanata a Diomede e ai suoi amici e nemici, ma, purtroppo, non avendo a nostra disposizione nessun documento e nessun monumento che ci aiuti ad effettuare il controllo della veridicità di quelle vicende, dovremo accontentarci di registrarle senza accettarle, ma senza neppure rifiutarle definitivamente o totalmente, con la mutria di chi crede d’essere, lui soltanto, il depositario della verità, e di tutta la verità.

La presenza di Diomede nella penisola italica (non ancora Italia) è legata soprattutto all’incontro ed all’amicizia con Dauno, re dei Dauni possessori del territorio settentrionale della odierna Puglia.

Stefania Quindici Gigli in Uomo, acqua e paesaggio: atti dell’incontro di studio sul tema …, (1997), ha scritto di Danuo: Figlio dell’arcade Licaone e fratello di Iapige e Peucezio (e di Enotrio, vedi Dionisio di Alicarnasso, n. d.r.), il personaggio mitico in questione sarebbe giunto in Italia dando vita ad un regno, che da lui avrebbe preso il nome, corrispondente ad una delle tre parti, in cui risulta diviso anticamente l’ethos degli Iapigi.

Stando alla sua genealogia “arcadica”, egli (Dauno, n. d. r.) sarebbe vissuto parecchie generazioni prima della guerra di Troia. Ciò nonostante lo si trova poi strettamente collegato alla leggenda di Diomede in Italia.

E’ fin troppo evidente: l’epoca della presenza di re Dauno nel territorio dei Dauni non era l’epoca che vide Diomede nello stesso territorio.

Le fonti classiche datano la migrazione degli Arcadi, figli di Licaone: Enotrio, Peucezio, Dauno e Iapige, diciassette generazioni prima della guerra di Troia (1.800 a. C.), mentre Diomede arrivò sulle coste dell’odierna Puglia dopo la conclusione della guerra di Troia, ossia nell’anno 1184, fine secolo XII a. C., ovvero dopo circa 616 anni.

I due leggendari personaggi non si sono mai incontrati, eppure le fonti bibliografiche hanno tramandato la loro presenza ed il loro coinvolgimento negli avvenimenti che interessarono la Storia della penisola italica prima della conquista romana.

Le fonti classiche non sono concordi sulla loro morte: sostengono la morte di Dauno per mano di Diomede o Dauno avrebbe ucciso Diomede.

Il mito, la leggenda di Diomede, nacque e si diffuse molti secoli dopo la fine della guerra di Troia (1184 a. C.) per opera di: Mimnermo di Colofone ( VII – prima metà VI sec. a. C.), Ibico (metà VI sec. a. C.), Pindaro (518 – 438 a. C.), Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Diomede, un personaggio mitico, leggendario e, soprattutto, ubiquitario:

Arpi, Venusia, Beneventum, Aequum Tuticum, Venafrum, Histonium, Lanuvium, Ancona, Adria, Spina, sono solo alcune delle città che avrebbe fondato < girovagando > per la penisola e le coste italiche.

Anche la Galizia rivendica una fondazione per opera di Diomende.

Juan Francisco de Masdeu in Storia critica di Spagna e della coltura spagnuola in ogni genere. (1787): Diomede Re d’Etolia secondo Dionigio Alessandrino venne ancor egli in Spagna dopo la guerra di Trojana, e per asserzione di Silio Italico fu il Fondator di Tide, che oggi si chiama Tui nella Gallizia.

Marina R. Torelli scrive in Benevento romana (2009): Stabilire una cronologia certa per la diffusione del mito di Diomede in Italia è problema di difficile soluzione in quanto non solo occorre distinguere nelle varie fonti, per lo più tarde, a noi giunte, il livello cronologico cui può riferirsi la notizia riportata, ma anche perché non è comunque semplice sceverare il momento iniziale di diffusione e affermazione della leggenda dalle successive molteplici utilizzazioni e strumentalizzazioni operate in chiave propagandistica.

 

Propaganda romana anti-sannita.

 

Luigi Pareti (1885 – 1962) in Storia della regione lucano- bruzzia nell’antichità (pubblicato 1998): La figura di DIOMEDE nelle zone italiote pare non avesse altro importanza che come divinità venerata con i templi a Metaponto ed a Turi; ma invece ebbe un ampio sviluppo non solo culturale sibbene leggendario più a nord. E ciò dipese, con ogni verisimiglianza, dal fatto che esso venne identificato, sia per il nome (cf. il Sallentino Iuppiter Menzana), sia per la caratteristica di domator di cavalli, con la figura mitica indigena, iapigia; e ciò verisimilmente nelle città grecizzate delle zone costiere dell’Apulia, presso cui si ebbero scali mercantili greci già in periodo miceneo (cf. Coppa Nevigata), come Siponto, Elpi-Salapia, Brindisi e isole Diomendee, per cui si parlava della metamorfosi dei compagni dell’eroe, e si additava il suo tempio-tomba. [A motivo di sincretrismi analoghi si deve certo la diffusione della leggenda diomedea nelle altre zone dove pervennero i commercianti micenei, nell’arcipelago veneto e nelle zone circostanti, ed in Istria.]

Queste peripezie (e quindi queste identificazioni) di Diomede in Occidente erano ancora ignote agli aedi (poeta) omerici, sicchè l’Odissea ne ignora un nostos (viaggio) travagliato, ma erano già conosciute, almeno parzialmente, da Mimnermo, che allude all’andata dell’eroe in Daunia ed alla sua uccisione per opera di un re Dauno; e ad Ibico, il quale allude alle sue vicende nelle isole Diomedee (Tremiti). Licofrone [(Aless. 592-632 e Tzetze (del XII secolo, n. d. r.)], che traendo da Timeo, sviluppò la leggenda di Diomede in Apulia, dichiara che molti erano stati (i poeti) della terra <presso il Mare Io (= Ionio-Adriatico) che ne avevano cantato >, in quei mari, la penetrazione già iniziata dai micenei, tanti secoli prima. Può pensarsi che tutta risalga a qualche poeta epico della Grecia occidentale, perché non risulta che l’Alcmeodine, del 600 av. Cr., narrasse, per Diomede, anche avventure occidentali, extra elleniche.

Ma una volta stabilita l’equazione tra il greco Diomede e qualche figura mitica iapigia-illirica, era naturale che anche le località interne, in cui avevano culto le figure mitiche indigene equiparate con Diomede, fossero messe in rapporto con lui, a cominciare da Arpi che fu detta Argirippa (Argo Ippio), da Luceria, da Canusio e anche da centri della Peucezia, che si creassero nuovi dettagli sulla sua saga, ad es. sul suo diritto al possesso parziale dell’Apulia, contesogli dal re Dauno, e sulla sua costruzione, in località imprecisata, di un tempio ad Atena Iliaca; – che infine si estendesse l’azione di Diomede anche fuori dall’Apulia: nel Sannio, in Umbria, nel Lazio (oltre che nelle zone venete ed istriane, di cui già dicemmo).

La leggenda di diomedea, prosegue Pareti), andò così ampliandosi, senza limiti, tanto che alla fine della Repubblica, a Roma, Iullo Antonio (45 – 2 a. C.) potè comporre dei Diomedea, in 12 libri. […].

Come per le peripezie di Diomede, così per quelle di Idomeneo entrò in gioco l’Apulia, e non la zona Italiota.

Pareti: Potremmo dunque concludere affermando: che molte erano le località costiere Italiote, che si ritenevano od immaginavano occupate più o meno stabilmente da eroi greci, soli o coi loro seguiti, prima della colonizzazione greca, nei tempi immediatamente successivi alla guerra di Troia, o in quella ad essi precedente. Non pochi di quei dati sono certo privi di ogni valore, dovuti alla fantasia di poeti ed eruditi; una parte furono dedotti per ipotesi da culti, sacrifici, onomastica connessa più o meno a dovere con quelle figure; mentre per una terza aliquota lo spunto per la localizzazione fu data dal ricordo, in qualche modo conservatosi, che su quelle spiagge, prima di impiantarvi colonie, i Greci si erano già avventurati per le loro imprese commerciali e piratesche. […].

Pareti offre un lungo elenco soprattutto delle città delle Magna Grecia abbinate al mito od alla leggenda di personaggi eroici, sottolineando: Quel che deve risultare ben chiaro, metodicamente parlando, è che per alcuni casi riusciamo a rintracciare gli spunti di quelle fantasie: culti, cerimonie, onomastica e toponomastica, ricordo di commerci ed avventure greche, precedenti la colonizzazione; ma che in se stessi quei racconti, di pura fantasia, non hanno alcun valore storico: che cioè si può spiegare qualche parte della leggenda con fatti storici concreti, ma non è possibile azzardarsi a fabbricare della storia inedita deducendo dalle leggende, e dalle invenzioni poetiche.

Ergo, anche la presenza di Diomede nel SANNIO è pura fantasia e non ha un riscontro storico.

Simona Sanchirico scrive nel portale del comune di Lanuvio: Per Roma, invece, soprattutto dopo l’alleanza del 326 a.C. con la città diomedea per eccellenzaArpiDiomede rappresentava un mezzo di avvicinamento culturale e politico con la Daunia, con la quale l’Urbe era solidale nell’assimilazione parziale e nella contemporanea alterità da Greci ed Etruschi, in funzione anti-sannita.

 Tagliamonte, in I SANNITI Caudini, Irpini, Pentri, Carricini, Frentani. (1996).

Secondo la tradizione antica, l’itinerario che Diomede avrebbe percorso dalla Puglia al Lazio, era contrassegnato da una serie di fondazioni di città operate dal mitico eroe greco. Le fonti letterarie, in particolare quelle di tradizione romana, gli attribuiscono infatti la fondazione di Arpi, Lucera, Canusium, Venusia, Aequum Tuticum, Beneventum, Venafrum, Lanuvium (Ps. Arist., de mir. Ausc. 109; App., bell. civ. 2. 20; Solin. 2. 10; Serv., ad Aen. 8. 9. 11. 246; Schol. ad Serv., locc. citt.; Proc., bell. Goth. 1. 15. 8-9; Steph. Byz., ethn, sv. ?:; etc.).

Stando alla tarda testimonianza dello storico Procopio di Cesarea, Benevento sarebbe stata inoltre sede dell’incontro tra Enea e Diomende. Quest’ultimo avrebbe qui restituito al troiano il Palladio, la statua di Atena sottratta a Troia, quel fatale pignus imperii la cui riconsegna avrebbe sancito, secondo la tradizione filoromana, la fine delle ostilità tra Greci, e Troiani/Romani.

Fatta eccezione per Lanuvium, le località di cui Diomede sarebbe stato ecista si trovano in aree prossime (Arpi, Canusium) o ai limiti (Luceria, Venusia) della zona di influenza e di espansione sannitica; in territorio irpino (Aequum Tuticum, Benevento), oppure ai margini occidentali di quello pentro (Venafrum). Ne resta escluso il cuore del Sannio, l’area più interna e più montuosa, abitata dai Pentri e Carricini, oltre alla Frentania.

Ancora una volta, le vicende storiche e politiche-amministrative del Sannio e delle aree limitrofe tra il IV e III secolo a. C. ci aiutano a comprendere l’origine e il significato storico dell’adozione della leggenda di Diomede in ambiente romano.

L’itinerario di Diomede tocca località che avevano costituito alcune delle principali tappe del processo di penetrazione e di espansione romana nel Sannio e nella Daunia. Arpi divenne alleata dei Romani nel 326 a. C., Canusium nel 318. Nel 314 venne dedotta la colonia latina di Luceria, cui fecero seguito quelle di Venusia (291) e di Beneventum (268). Nel 268 Venafrum fu annessa all’ager Romanus mediante la concessione della civitas sine sufragio e divenne sede di praefectura. Alcune di queste località (Beneventum, Venusia) si trovano lungo il tracciato della via Appia, la cui costruzione procedette parallelamente all’avanzata romana nel sud della penisola.

Da questi dati risulta dunque abbastanza evidente l’uso propagandistico e strumentale che Roma fece della figura e della leggenda di Diomede al fine di giustificare e di consolidare la propria avanzata nel Meridione. L’adozione in ambiente romano della versione greco-apula della leggenda di Diomede – figura che in età ellenistica viene ad assumere una valenza simbolica e paradigmatica del patrimonio mitologico greco e, più in generale, della stessa grecità – appare funzionale a quella politica di isolamento e di accerchiamento del mondo sannitico condotta da Roma in quegli anni, in primo luogo attraverso la deduzione di colonie di diritto latino.

Con il richiamo a una presunta, originaria grecità (Diomede) di centri e località della Daunia, dell’Irpinia e delle zone periferiche del territorio pentro, Roma, oltre a blandire in qualche modo l’elemento coloniale italiota, intende innanzitutto distinguere e separare il mondo dauno da quello sannitico, e poi, nell’ambito di quest’ultimo, il territorio irpino e la fascia più occidentale di quello pentro da Sannio interno, allo scopo di isolare il nemico più irriducibile.

L’affermazione della leggenda di Diomede nel Sannio si situa dunque in quella prospettiva politica romana, di cui prima si parlava, nella quale le linee di articolazione interne al mondo sannitico diventano barriere di separazione.

Non Diomede nel territorio dei Sanniti, ma furono i Sanniti, i Sanniti della montagne: i Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini, a programmare verso la fine del V sec. a. C. la loro espansione nella pianura campana ed il territorio Dauno.

I SANNITI: altro che rozzi pastori.

La periodica transumanza aveva permesso ai Sanniti di conoscere le risorse pastorali ed agricole del vasto territorio dauno, ma gli scambi commerciali, utilizzando il baratto (non conoscevano, né coniavano monete), aveva permesso loro di acquisire il “piacere” per quanto di bello offrivano gli eredi della cultura greca.

D’altronde i corredi funerari sia maschili che femminili, risalenti all’ IX- VIII sec. a. C., testimoniano che i Sanniti conoscevano l’arte della ceramica, seppure scarsamente decorata, realizzavano eleganti ornamenti maschili e femminili, le loro famose corazze, i cinturoni, gli scudi e le loro tipiche cuspide delle lance che furono i Greci presenti nella penisola italica chiamare Saunion.

Franco Biancofiore, in Origini e sviluppo della civiltà daunia (1967 ?): L’evidenza archeologica dimostra che a partire circa dall’XI sec. a. Cr. si estende nel Gargano e in Daunia la facies subappenninica, peraltro documentata in tutta l’Italia meridionale, la quale con il suo contenuto economico-culturale sarà uno dei presupposti della civiltà daunia. […].

D’altro canto le genti osco-sabelliche dovettero contribuire in misura più accentuata al processo evolutivo della civiltà appenninica in area daunia con le transumanze attraverso il Subappennino ricordate dagli scrittori romani, medioevali e moderni.

Dunque, la cresta dei monti dauni con i suoi valichi praticabili fu territorio atto agli spostamenti periodici delle comunità pastorali.

In breve il fenomeno lascia evidenza linguistica ed archeologica nel V secolo ed echi negli scrittori classici che ci hanno tramandato come fondazione osca Lucera e Venosa.

La civiltà daunia include ora anche questo altro elemento culturale che, come pure dalla sua diffusione nella regione pugliese e in tutta l’Italia meridionale, ha assunto consistenza di apporti linguistici sia pure di modesta entità e, quindi, anche etnici. […].

Nulla, dunque, ci impedisce di ritenere che alla fondazione dei centri urbani dauni abbiano contribuito anche elementi etnici diversi da quelli che la tradizione storica antica ci ha tramandato per la regione apula.

La presenza di un sepolcro a tumulo entro la cinta muraria di Arpi suggerisce che alla fondazione della città hanno anche collaborato gruppi sabellici nel periodo della loro permanenza in Apulia.

Anche alle origini di Siponto e forse di Salapia hanno contribuito genti di varia etnogenesi. Ma questi centri divengono città dal IV secolo a. Cr. quando la civiltà daunia va perdendo il suo carattere di originalità per divenire apula in senso più ampio ed evolversi alla luce delle correnti ellenistiche.

Maria Luisa Marchi, in Dall’abitato alla città. La romanizzazione della Daunia attraverso l’evoluzione dei sistemi insediativi, Atti delle Giornate di Studio sulla Daunia Antica in memoria di Marina Mazzei (Foggia 2004), Bari 2008, pp. 267-286.scrive:

[…]. In questo contesto, a partire dal V secolo a.C., ma soprattutto nel IV secolo, si assiste alla penetrazione di un elemento culturale da ricollegare con il mondo osco-sabellico. Si tratta in alcuni casi di un sicuro predominio militare attraverso una continua pressione fisica dalle montagne verso la vasta pianura apula, che si manifesta con scontri diretti e occupazioni, in altri di un semplice influsso culturale che si palesa attraverso una sottile infiltrazione, quella delle classi subalterne che si inseriscono nel contesto socioeconomico daunio sotto forma di forza lavoro militare, mentre quella delle classi egemoni attraverso alleanze matrimoniali.

La presenza sannitica è documentata in molti centri della Daunia da Lucera, dove se ne ha notizia dalle fonti, a Teanum Apulum, che batte moneta con legenda in osco, a Carlantino, sul Fortore, dove è documentata una necropoli sannitica , a Lavello dove una tomba isolata di guerriero, deposto supino secondo il rito centro italico, è stata riconosciuta come sepoltura di un possibile mercenario sannitico e sull’acropoli dell’abitato, dove accanto ad una concentrazione di tombe principesche si trova una sepoltura di un personaggio femminile, anch’esso deposto supino, probabilmente identificabile con una donna sannita entrata a pieno titolo nell’ambito di un gruppo familiare emergente, sino a Venusia oltre la linea dell’Ofanto, dove nel territorio della futura colonia si è riscontrato l’uso della lingua osca in un insediamento di IV secolo a.C. e dove si è documentata la presenza di nuclei abitativi di modeste dimensioni abbandonati con il sorgere della colonia sorgere, infine a Banzi, centro culturalmente daunio, in cui si assiste al diffondersi a livello istituzionale, oltre che linguistico, di formule osche che permangono fino al I secolo a.C., sembrano essere risparmiate solo da questo fenomeno Arpi e Canosa, roccaforti della cultura dauna.[…].

L’intervento romano in area Daunia è concordemente indicato nel 326 a.C., anno in cui le fonti collocano la richiesta di intervento da parte dei principes dauni . L’alleanza con le popolazioni apule fu per i Romani l’occasione di aggirare il comune nemico sannitico.

Con L’intervento romano in area Daunia iniziò, sfruttando la figura mitica di Diomede, la propaganda anti-sannita da parte di Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Giseppe Morea in LA POLIS CANUSINA dalla preistoria alla conquista romana (1989): L’età del bronzo (circa la metà del secondo millennio a .C. XV sec. a. C.). Furono riaperti in questo periodo i contatti con i paesi e le contrade dell’Italia centrale (Molise, Abruzzo e Marche); come testimonianze abbiamo la ceramica trovata ad Andria che richiama quella abruzzese e marchigiana. Anche nel Pulo molfettese non mancano riflessi di tipo marchigiano ed abruzzese. Solo nell’ultimo periodo di questa età troviamo infiltrazioni e contatti con la vera e propria civiltà appenninica. Le caratteristiche sociali cambiarono e alla beata civiltà agricola subentrò quella pastorale.

Vito Antonio e Giuliano Volpe, in Puglia romana (1993): 3. Crisi di identità.

Quando i Romani giunsero in Puglia, nel 326 a. C., la regione era già politicamente mortificata, in via di decadenza, senza un proprio nome specifico. […]. L’unità regionale era stata compromessa dall’onomastica imposta dagli stranieri: i Pugliesi del sud erano detti Iapyges dai Greci e quelli del nord Apuli dai Sanniti. Ma entrambe le parole riproducevano nelle rispettive lingue il nome unico delle popolazioni locali, che nella propria lingua dovevano dirsi Iapudi. Gamma]Se per i Greci il § [delta] fra due vocali diventa y [gamma], per i Sanniti, del gruppo osco, diventa l: un passaggio sempre esistito tra fonetica pugliese e quella campana. I due vocaboli, Iapyges e Apuli, erano dunque la stessa cosa, effetto della pronuncia diversa di due diversi popoli vicini (nota 46).

Gli autori scrivono nella nota 46: E. De Juliis, Gli Iapigi. Storia e civiltà della Puglia preromana. Milano 1988, pag. 15: < la parte settentrionale della Puglia, al tempo della pressione sannitica, nel IV sec. a. C., doveva essere indicata col nome non greco, ma locale di Iapudia, trasformato dai Sanniti in Apudia, e quindi in Apulia, con il mutamento di I tipico dell’osco >.

Furono addirittura i Sanniti a coniare il toponimo Apulia ed Apuli.

Concludendo

I tratturi che da tempo immemorabile avevano permesso il periodico spostamento degli animali dai monti delle regioni centrali della penisola italica verso il territorio pianeggiante della Daunia, detta successivamente Apulia, permisero ai popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita di fondare le nuove tribù che continuarono gli scambi commerciali e culturali iniziati dai loro progenitori con i Dauni.

Nel V secolo a. C., i Carecini, i Pentri, i Cauidini e gli Irpini, i Sanniti delle montagne, intrapresero l’invasione e l’occupazione dei territori della pianura campana e della Daunia/Apulia, subito ostacolata dalla potenza di Roma.

In questa lunga Storia dei rapporti tra i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita con i Dauni/Apuli, Diomede non è mai stato protagonista.

Oreste Gentile

 

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