“VITELIU”: LA VERITA’ DALLA ZECCA DI “BOVIANUM”, 2^ CAPITALE DELLA “LEGA ITALICA”.

L’origine di Viteliù.

Dionisio di Alicarnasso (60/55 – 8 a. C.), scrisse: 35. 1. Con l’andar del tempo la penisola assunse invece il nome Italia dal nome Italo, un sovrano che ridusse in suo potere, come tramanda Antioco di Siracusa (V sec. a. C.), tutta quanta la terra compresa tra il golfo S. Eufemia e la città di Scilace, tra Copanello e Catanzaro Marina, che così fu la prima terra ad essere chiamata Italia da Italo. […].

2. Ellanico di Lesbo (vissuto tra il 480- 406 a. C.) diversamente afferma che, mentre Eracle conduceva i buoi di Gerione ad Argo ed era ormai giunto in Italia, un vitello balzò via dalla mandria e, fuggendo, attraversò sia la penisola, sia, a nuoto, lo stretto di mare e giunse in Sicilia. Eracle si mise ad inseguire il vitello ed ovunque capitasse domandava sempre agli abitanti del luogo se per caso qualcuno lo avesse visto, ma quella popolazione, poco pratica del greco, per indicare quel tipo di animale nel proprio linguaggio, lo chiamava vitelius, come nel linguaggio odierno, così, da quell’animale prese nome Vitulia tutta la regione attraversata dal vitello in fuga. 3. Non vi è del resto da meravigliarsi che, con l’andar del tempo, il nome si sia modificato sino alla forma attuale (ITALIA, n. d. r.), dato che anche i nomi greci hanno subito analoghe trasformazioni.

Il territorio denominato Vitulia

 

NESSUNO dei territori pertinenti ai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti era stato attraversato dal vitello, né quei territori erano compresi nella regione denominata Vitulia.

Il territorio (rosso) occupato dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti 

Viteliù, scrisse Devoto (1967) citando Aristotele (III sec. a. C.): Sotto forma indigena (Viteliù, n.d.r.) è stato appreso da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Lettura. da destra a sinistra

Galasso (1979), scrisse: Una etimologia antica metteva il nome Italia in relazione con vitulus, vitello, facendo allusione al totem di una tribù conosciuta dai Greci nella parte meridionale della penisola o l’abbondanza di bovini che essi avrebbero riscontrato. […]. E’ probabile che il nome derivi dalla parlata del gruppo latino-siculo anziché dalla parlata del gruppo umbro-sabellico, a cui poi la denominazione di Italici si sarebbe dapprima e in particolare riferita. […]. Nell’area osca il nome Italia, con cui i Greci indicavano la parte inferiore della penisola, venne ripreso <sotto forma indigena> da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Pallottino (1984): Si conia un tipo di moneta con l’immagine del toro italico che schiaccia la lupa romana (e le scritte Vìteliù = Italia richiamano all’antica etimologia Itali da vituli < vitelli >.

Lettura: da destra a sinistra

Salmon (1977): I ribelli coniavano deliberatamente monete d’argento sul tipo di quelle romane […]. Esse recavano il nome Italia (latino) o Vitelio (osco), invece di Roma.

Non una città e nessuno dei territori occupati dai Sabini/Safini/Sabelli/Sanniti erano denominati Vitulia, Viteliu o Viteliù prima della Guerra sociale: unicamente alcune < monete >, coniate nel I sec. a. C. in occasione della Guerra sociale recavano la leggenda Viteliu e, soprattutto, non era MAI esistito un popolo denominato Vitelios.

Francesca Tataranni in [Athenaeum 93. 1 (2005), pp. 291-304] Il toro, la lupa e il guerriero: l’immagine marziale dei Sanniti nella monetazione degli insorti italici durante la guerra sociale (90-88 a.C.), scrive (N.B. la serie delle monete citate dall’autrice non è pertinente alla monete riprodotte nel presente studio, n. d. r.): L’Italia, come afferma Diodoro Siculo (90 – 30 a. C.), descrivendo la Guerra sociale (91-88 a. C.), fu divisa in due parti. I popoli e i singoli centri che aderirono alla rivolta vennero infatti ripartiti in due principali schieramenti, sulla demarcazione dei quali certamente influirono fattori geografici, linguistici ed etnici. I Piceni, le popolazioni sabelliche dell’Appennino centrale e forse i Frentani, tutti già ampiamente latinizzati, vennero a costituire il fronte centrosettentrionale della rivolta, anche definito «marsico», al comando del quale fu posto il «console» Q. Poppaedius Silo; le genti di stirpe sannitica e le comunità apule che ancora utilizzavano la lingua osca formarono invece il cosiddetto gruppo meridionale o «sannita», comandato dal «console» C. Papius Mutilus.

Salmon: Da tali fonti, questi risultano essere i popoli schierati contro Roma (l’ordine è di Appiano): I. Marsi. II. Peligni. III. Vestini. IV. Marrucini. V. Asculani. VI. Frentani. VII. Irpini. VIII. Pompeiani o Nolani. IX. Venusini. X. Lucani. XI. Sanniti. Nominati per ultimi da Appiano probabilmente per aver voluto dare una lista in crescendo, poiché dimostrarono di essere i più tenaci di tutti gli insorti. […]. Salmon, precisa: Con Sanniti Appiano ovviamente intende i Pentri.

I soci della Lega Italica: popoli e singole città, all’inizio del conflitto: Corfinium (in alto sn.) e Bovianum (al centro).

Il quartier generale delle operazioni di guerra fu stabilito nella città peligna di Corfinium, che con il nuovo nome di Italica divenne la (?, lettera greca, n. d. r.) ed in nota: Strabo 5. 4. 2, che al pari di Velleio Patercolo (2. 16. 5) attribuisce alla capitale confederata il nome di Italica. Italia è invece la denominazione attestata in Diod. 37. 2. 7.

Corfinium = Italica o Italia, giammai Viteliù.

Lapide celebrativa di Corfinium: […]. Nella Guerra Sociale del I sec. A. C. e ribattezzata ITALIA

Per far fronte alle spese di guerra la neo-capitale confederata cominciò subito a coniare denari d’argento che, oltre a contrastare il monopolio della moneta romana, divennero in mano ai ribelli un efficace strumento di propaganda politica anti-romana.

Alla zecca di Corfinium/Italica è infatti attribuibile la maggior parte delle emissioni approntate dagli insorti italici tra il 90 e l’89 a.C.: qui furono probabilmente battute le emissioni con leggenda in lingua latina (serie 2c, 3b-g, 7a-c, 8), l’unica serie attestata con leggenda bilingue (serie 2b) e le primissime emissioni con leggenda in lingua osca (1, 2a). Su queste monete all’immagine della testa elmata o laureata di Italia sul diritto corrispondono sul rovescio ora l’immagine dei Dioscuri a cavallo, ora la scena del giuramento a otto/sei guerrieri, ora l’immagine dell’Italia seduta e coronata.

Dal sito https://www.deamoneta.com/, alcune delle monete coniate a Corfinium:

Monete 343 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,83; mm 18; h 5); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. II. Sydenham 629; Campana 8. Raro, leggera patina, bb+.

Monete 344 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,89; mm 18; h 11); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto guerrieri, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. IIΛX. Sydenham 629; Campana 29. Molto raro, leggera patina. Schiacciatura di conio al dritto, q.spl / spl.

Monete 345 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,87; mm 20; h 6); Testa laureata di Italia a s.; dietro, ITALIA, Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. L. Sydenham 621; Campana 68. Raro, patina di collezione. Frattura di conio al dritto, q.spl.

 

Monete 348 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,65; mm 18; h 3); Busto laureato di Italia a d.; dietro, ITALIA; davanti, XVI, Rv. Italia, seduta sugli scudi, tiene lo scettro; dietro, Vittoria che la incorona; in ex. […]. Sydenham 622; Campana 109-114. Raro, patina scura, q.spl.

Nessuna recava la leggenda Viteliu.

Con la conquista di Corfinium e l’occupazione dei territori circostanti da parte dei Romani, la Guerra sociale si spostò nei territori meridionali ed in modo speciale nel territorio dei Pentri: la capitale degli insorti fu trasferita nella loro città madre, la loro metropoli, Bovaianom (osco), divenuta Bovianum (latino), città sannitica romana.

Bovianum. La 2^ capitale della Lega italica e la sua zecca.

Si ignorano le strategie adottate dai soci italici per contrastare l’avanza dei Romani, ma le monete che furono coniate nel corso dei nuovi eventi, testimoniano i continui trasferimenti della zecca, dapprima in territorio campano, successivamente nella 2^ capitale, Bovianum.

La Guerra sociale che si era spostata nel cuore del Sannio Pentro, coinvolgendo la 2^ capitale della Lega italiaca ed i territori dei ribelli delle città Campane, fece rinascere soprattutto nei Pentri: 1°. il mito del ver sacrum legato al toro/BUE, simbolo dell’animale guida ed a Mamerte, dio protettore dei giovani che avevano fondato la loro metropoli e la loro tribù; 2°. l’orgoglio di riutilizzare, in contrapposizione a quello latino, il loro alfabeto detto osco.

Francesca Tataranni, scrive: Come è stato giustamente rilevato, il repertorio figurativo delle emissioni che stiamo esaminando appare «più consono allo spirito nazionalista sannita che a quello più unitario dei confederati». Tale impressione è a mio giudizio pienamente confermata da alcuni elementi interni alla classificazione cronologica e tipologica degli esemplari ai quali gli studiosi moderni non sempre hanno prestato la dovuta attenzione. Innanzitutto la maggior parte di queste monete, su cui compaiono soltanto leggende in lingua osca, fu emessa nel biennio immediatamente successivo al trasferimento della capitale della confederazione italica da Corfinium a Bovianum avvenuto intorno alla metà dell’89 a.C.: tali monete furono quindi coniate in una fase avanzata del conflitto in cui, sfaldandosi progressivamente il fronte settentrionale della rivolta, il teatro delle operazioni militari aveva subito un significativo spostamento verso il settore meridionale, localizzandosi soprattutto in Campania e nel Sannio pentro.

La datazione al 90 a.C. delle serie 6a-b e 6c non contraddice in sostanza questa ricostruzione, trattandosi nel primo caso di due emissioni probabilmente militari, quindi non ufficiali, coniate a nome del comandante sannita C. Papius Mutilus da una zecca itinerante al seguito delle sue armate in Campania, e nel secondo caso di un’emissione ufficiale – come indica la leggenda Víteliú sul rovescio ma di brevissima durata e chiaramente improntata alle precedenti.

Da sottolineare: il comandante sannita C. Papius Mutilus era originario di Bovianum, un pentro: è ipotizzabile che le monete con la sua effige siano state tutte coniate nella città madre dei Pentri, Bovaianom, la sannitica romana Bovianum, 2^ capitale della Lega Italica e sua patria.

Tataranni: Nessuna delle emissioni prese in esame, eccetto forse la serie 6c, fu dunque coniata dalla zecca di Corfinium, ma quasi tutte furono approntate dalla zecca di Bovianum, un paio forse da quella di Aesernia. […]. Le serie 4 e 5, con la scena del giuramento a quattro e a due guerrieri sul rovescio e leggenda osca su entrambi i lati, furono coniate «a nome di C. Papio Mutilo, forse non dalla zecca centrale ma da una piccola zecca al seguito della sua armata», già impegnata in azioni di guerra nel settore meridionale.

Tali emissioni, strettamente collegate alla serie del giuramento ma battute dal comandante sannita indipendentemente dal tipo confederato, segnano dunque il passaggio ad una nuova fase nella monetazione italica della guerra sociale durante la quale i ribelli coniarono un consistente gruppo di monete a leggenda osca caratterizzate da una notevole originalità stilistica e tipologica.

Si tratta di poco più di trecento esemplari noti, databili tra il 90 e l’88 a.C., che riportano sul rovescio uno dei due famosi tipi convenzionalmente detti del ‘trionfo del toro sannita sulla lupa romana’ e del ‘guerriero stante e toro accosciato’.

Sul primo tipo compare l’immagine di un toro raffigurato nell’atto di atterrare una lupa,

La Guerra Sociale, C. Papius C.f. Mutilus, Denario, Zecca al seguito di Papius (in Campania ?), c. 90 a.C., AR, (g 3,80, mm 19, h 10). Testa di Libero con corona di foglie di edera a d.; davanti, MVTIL EMBRATVR in caratteri oschi, Rv. Un toro stante verso d., nell’atto di abbattere una lupa; in ex. [C] PAAPI in caratteri oschi. Sydenham 641a; Campana s. 6a, n. 100 (same dies); HNItaly 427. Estremamente raro.

mentre il secondo tipo è caratterizzato da una scena che viene così descritta da Campana: «Guerriero stante di fronte, con la testa elmata volta a destra, vestito di corazza e di mantello, si appoggia con la mano destra alla lancia con la punta rivolta al suolo e stringe con la mano sinistra l’elsa della spada il piede sinistro poggia sul cadavere disteso della lupa romana (? n. d. r.). A destra, toro accosciato di fronte».

Monete 349 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,92; mm 19; h 3); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù. (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 127-129. Raro, leggera patina. Graffio al dritto, bb+.

 

Monete 350 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,17; mm 19; h 2); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 147. Raro, patina di collezione, spl.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti, i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’(?, parola greca, n. d. r) sannitico (i Pentri, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Per quanto riguarda le emissioni della Lega italica in territorio campano:

 

Monete 351 – La Guerra Sociale, Denario, zecca itinerante (in Campania ?), c. 88-87 a.C.; AR (g 3,78; mm 18; h 5); Busto pileato di Dioscuro a d.; sopra, stella, Rv. Italia in biga verso d., tiene scudo e lancia; sotto, T. Sydenham 633; Campana 159. Raro, patina di collezione, q.spl.

 

Monete 347 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,77; mm 21; h 11); Testa elmata di Marte a s.; sotto, Mútil embratur (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: due soldati indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapi. C (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 640; Campana 86-97. Molto raro. Patina di collezione e area di ossidazione al dritto, q.spl.

 

Monete 346 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,99; mm 22; h 12); Busto elmato e drappeggiato di Marte a d.; dietro, X e Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: quattro guerrieri, due per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapii. C. (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 637; Campana 83. Raro, rimbalzo di conio al dritto, patina di collezione: spl.

Una moneta testimonia l’epilogo della Guerra sociale e l’uso del vocabolo: Viteliù.

Riassumendo quanto ampiamente pubblicato da Francesca Tataranni, in occasione della Guerra sociale fu affermata la consanguineità solo tra i popoli italici che già esisteva ancora prima che Roma assumesse il ruolo di potenza egemone della penisola, mentre Vitulìa era diffusa nella lingua epicoria ed identificava le popolazioni anelleniche stanziate nel sud della penisola e tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., forse grazie all’apporto delle genti di stirpe sannitica, fu estesa fino a comprendere le popolazioni centro appenniniche insediate a nord del Sannio, escludendo inizialmente il Lazio. […].

Tataranni, scrive: La figura del toro, come si è detto, fu utilizzata per la prima volta nel 90 a.C. in un’emissione visibilmente celebrativa di C. Papius Mutilus in cui non compariva però la leggenda Víteliú, mentre il primo tentativo di associarla a questa leggenda in una coniazione ufficiale (serie 6c) non ebbe, a quanto pare, buon esito.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (Pentri, n. d. r.), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (lettere greche, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (i Pentri, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Alla luce di tali considerazioni mi sembra dunque legittimo ravvisare nella connotazione marziale delle immagini esaminate una delle principali componenti ideologiche degli scontri propagandistici che precedettero e accompagnarono il conflitto armato tra Roma e i suoi alleati.

Che agli inizi del I sec. a.C. i socii italici, quindi anche i Sanniti (Pentri, n. d. r.), conoscessero il simbolo della lupa e il significato ad esso attribuito dai Romani è abbastanza intuitivo, soprattutto se si considera che alla diffusione di questo simbolo in ambiente italico dovette in parte contribuire la sua raffigurazione, nel tipo della lupa che allatta i gemelli, su varie emissioni argentee e bronzee coniate da Roma tra la metà del III e la fine del II sec. a.C., nel periodo cioè di maggior afflusso del numerario romano nel Sannio interno (il territorio dei Pentri, n. d. r.). E’ quindi probabile che nell’ultimo quarto del II sec. a.C., quando la questione italica esplose in tutta la sua gravità, gli alleati italici vedessero riflessa in questa immagine la superba convinzione, più volte espressa dai Romani, di esser stati eletti ab origine dagli dèi alla conquista di un vasto dominio sui popoli, immemori e sprezzanti del consistente apporto militare fornito dall’ (lettere greche, n. d. r.) alla realizzazione di questo mirabile destino. Ed è altrettanto plausibile che per questa medesima ragione, una volta scoppiato il conflitto, i ribelli del gruppo sannita (i Pentri, n. d. r.) avessero cercato di screditare la pretesa superiorità militare dei Romani rappresentata dalla lupa attribuendosi dei simboli collettivi che avvalorassero l’autentica e ingenita propensione dell’ (lettere greche, n. d. r.) all’esercizio della guerra: sotto l’egida del dio Marte, al quale erano stati consacrati fin dalle origini, i valorosi guerrieri sanniti (Pentri, n. d. r.) avrebbero trionfato sulla lupa romana e sterminato il branco di lupi raptores ai quali essa, allattando il fondatore di Roma, aveva fatalmente trasmesso il proprio istinto di famelico predatore.[…].

Pur riconoscendo nell’iconografia delle monete coniate dai ribelli italici istanze propagandistiche legate all’attualità politica, mi domando se il carattere artificiale che il Briquel attribuisce al simbolo del toro non debba essere invece imputato al sistema di associazioni secondarie (toro/lupa; toro/Víteliú) in cui la figura di questo animale fu artatamente inserita durante la guerra sociale.

Si potrebbe quindi ammettere che per gli abitanti del Sannio interno (i Pentri, n. d. r.) l’immagine del toro non costituisse soltanto un funzionale richiamo alle proprie origini leggendarie, bensì l’icastica espressione di un’autoscienza collettiva, un simbolo cioè intrinsecamente correlato al racconto del ver sacrum dalla Sabina ma già estrapolato dal contesto narrativo di questa antica tradizione e utilizzato dai Samnites per antonomasia (i Pentri, n. d. r.) come segno rappresentativo della propria identità etnica. Anziché pensare con il Briquel ad un’invenzione estemporanea degli Italici in rivolta, si potrebbe forse interpretare il toro italico raffigurato sulle monete della guerra sociale come l’adattamento di un simbolo collettivo già esistente (il toro sannita) alle nuove istanze ideologiche sopravvenute in una fase avanzata del conflitto, quando il ‘popolo del toro’ (i Pentri, n. d. r.), secondo l’ipotesi in precedenza delineata, giunse probabilmente ad autoidentificarsi con l’Italia ancora in lotta contro la lupa romana.

Solo nella fase conclusiva dello scontro con Roma, venuti ormai meno i presupposti della guerra e ridottosi il fronte della resistenza italica alle posizioni occupate dai Sanniti (i Pentri, n. d. r.), soltanto allora sulle monete degli insorti all’immagine del guerriero e del toro accosciato fu associato il coronimo Safinim, affinché in esso potessero ravvisare un comune vincolo di appartenenza etnica tutti coloro che si consideravano ancora uniti (lettere greche, n. d. r.).

Tataranni: L’immagine fu ripresa nel tipo del guerriero stante e toro accosciato soltanto dopo le ultime due emissioni in lingua latina, in una ‘fortunata’ emissione ufficiale della zecca di Bovianum (serie 9b) che fu approntata dopo la deditio (RESA, n. d. r.) dei Vestini, Marrucini, Peligni e Marsi per i ribelli intenzionati a proseguire la lotta contro Roma.

E’ bene evidenziare ciò che questa moneta rappresenta per la Storia: fu coniata in occasione de La Guerra Sociale, in Bovianum, c. 89 a.C.: Testa laureata di Italia a s. con la leggenda Viteliù in caratteri oschi; in Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato: Comio Castronio (?) ed il toro/BUE che guidarono nel ver sacrum i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nella pianura posta alle falde settentrionali del massiccio del Matese per fondare Bovaianom, la città madre, la metropoli del nuovo popolo dei PENTRI.

L’orientamento ideologico di queste monete potrebbe dunque essere definito ‘sannita’ nella più ampia accezione etnografica del termine, ovvero solo dei Pentri. Quest’ultimo appello ad un’identità collettiva allargata, ma linguisticamente circoscritta agli insorti parlanti osco, era anzitutto basato su una facile, per quanto non originaria connessione tra il nome epicorio dell’Italia (Víteliú) e la tradizione sul ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r.) che attribuiva al toro un ruolo fondamentale nel processo di etnogenesi di questo popolo: la leggenda cui si attribuiva l’origine di Bovaianom (osco)/Boviaum (latino)/Bojano e della tribù dei Pentri.

E’ infatti possibile, prosegue Tataranni, che nella fase conclusiva del conflitto, operando un ‘glissement’ o una forzatura semantica rispetto all’etimologia che faceva derivare questo coronimo dal termine indigeno indicante il vitello, i Sanniti (i Pentri, n. d. r.) ancora in lotta contro la lupa romana fossero arrivati ad elaborare un concetto di Italia non romana come ‘terra del toro’, un’Italia cioè rappresentata stricto sensu (in senso stretto, n. d. r.) dalle genti del ver sacrum guidato da questo animale: erano i Pentri. […].

Il fatto che nella fase finale della guerra sociale, quando il fronte della resistenza italica si era ormai ridotto alle sole posizioni occupate dai Sanniti (Pentri, n. d. r.) e dai Lucani, la tipologia del guerriero stante e toro accosciato fosse stata percepita e utilizzata come immagine rappresentativa del solo Sannio (Pentro, n. d. r.) mi sembra confermare inequivocabilmente la pertinenza specifica e originaria di questa simbologia alle genti storicamente classificate come sannitiche (i Pentri, n. d. r.): tanto da essere state coniate unicamente nella zecca di Bovianum, 2^ capitale della Lega italica, già Bovaianom, città madre, metropoli dei Pentri.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (parola greca, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche.

Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti (Pentri, n. d. r.) intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (Pentre, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Una testimonianza preziosa delle monete coniate dalla zecca di Bovianum/Bojano, già capitale dei Pentri e 2^ capitale della Lega italica, in occasione della Guerra sociale, con la loro leggenda e le loro immagini.

Una testimonianza che conferma il ruolo di primaria importanza svolto dal popolo dei Pentri e dalla loro capitale nella Storia della penisola italica prima e dopo l’espansione romana, nonché l’utilizzo del vocabolo Viteliù unicamente durante le fasi finali della Guerra sociale, ovvero nel I secolo a. C..

Nella Storia della penisola italica giammai era esistita una popolazione denominata Vitelios.

Oreste Gentile

 

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