Archive for gennaio 2018

10° ANNIVERSARIO DELL’ARRIVO DI MONS. GIANCARLO MARIA BREGANTINI NELLA ARCIDIOCESI DI CAMPOBASSO BOJANO.

gennaio 22, 2018

AUGURI di LUNGA VITA a padre Giancarlo per il decennale della Sua presenza nella arcidiocesi di Campobasso-Bojano: Padre Giancarlo, così desidera essere chiamato dai suoi fedeli e da quanti hanno il piacere di incontrarlo.

Ha saputo conquistare la simpatia e l’amicizia dei più e, per le sue idee, non mancano coloro che lo criticano.

Con il suo accattivante sorriso e con le sue innegabili capacità affronta le quotidiane difficoltà; non gli manca l’esperienza, alla luce di quanto si legge nella sua prima biografia del compianto storico Mario Casaburi in Giancarlo Maria BREGANTINI una luce nel giardino della LOCRIDE (Editoriale Progetto 2000, 2013)Dal libro del prof. Casaburi è evidente, poi, come la “storia” di Mons. Bregantini, per tredici anni vescovo di Locri- Gerace, e dal 2007 arcivescovo metropolita di Campobasso- Bojano, non sia soltanto “storia ecclesiastica”, ma è inesorabilmente intrecciata alla “storia civile” di una comunità. Bregantini è un trentino “adottato” dal Sud, che ha imparato ad amare il Sud come neanche il Sud sa amare se stesso. Prete operaio, prima, vescovo coraggioso ed attento alle istanze sociali, dopo, l’intera parabola pastorale di Bregantini nella locride si caratterizza per l’impegno che egli profonde nell’offrire una speranza a gente stanca e snervata dalle angherie della criminalità organizzata.

Dopo la gioiosa e cordiale accoglienza dei fedeli nella < sua > arcidiocesi di Campobasso-Bojano, si diffuse, proprio per le sue capacità e la grande esperienza acquisita nella diocesi di Locri-Gerace, il timore di un suo rapido trasferimento in una diocesi più importante o, avvenimento più probabilmente, la nomina “cardinalizia”.

[…]. Frequenti i suoi viaggi e gli impegni spirituali del prelato trentino nella diocesi lombarda, tanto che il suo nome, scrisse un’agenzia di stampa, era già stato incluso nel 2011 nella rosa dei papabili nella successione all’uscente Dionigi Tettamanzi. Allora Benedetto XVI gli preferì Angelo Scola.

Il timore si accrebbe quando il < nostro > arcivescovo scrisse le meditazioni:  VOLTO DI CRISTO, VOLTO DELL’UOMO, lette da papa Francesco in occasione della Via Crucis del venerdì santo dell’anno 2014; e  la voce che si diffuse nel mese di dicembre sempre dell’anno 2014, al punto che dovette dichiarare: Il Vescovo ringrazia della stima ma sorride della ingenuità dei giornalisti visto che la notizia è infondata! –ed ha soggiunto-  Ma c’è qualcuno che mi vuole proprio cacciare! “.

Il 15 gennaio 2015, isNews pubblicava: CAMPOBASSO. Ci ha pensato Papa Francesco in persona, durante l’Angelus, a smentire i rumors molisani. In realtà che Monsignor Bregantini potesse essere nominato Cardinale sembrava più che una possibilità e più di una voce girava con insistenza negli ambianti molisani, soprattutto dopo la storica visita del Pontefice in Regione e gli ottimi rapporti tra il numero uno della Chiesa cattolica e il nostro Vescovo. Ma Padre Giancarlo non figura tra i tre italiani che otterranno ufficialmente la nomina il prossimo 14 febbraio.

Ancora nell’anno 2016, in un articolo di Salvatore Bruno: Ma, secondo alcune indiscrezioni filtrate da ambienti vicini alla curia della Capitale, quell’incarico sarebbe destinato al cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia, mentre Bregantini dovrebbe approdare all’ombra della “Madunina”, in una posizione comunque assai strategica nell’ambito dei nuovi equilibri della Chiesa, in piena evoluzione grazie all’azione riformatrice messa in atto da Papa Francesco.

Fu una previsione errata: la nomina fu conferita a mons. Mario Delpini, già vicario generale della diocesi di Milano; ancora una mancata < promozione > nel concistoro del 28 giugno dell’anno 2017.

I timori dei fedeli dell’arcidiocesi di Campobasso Bojano sono per il momento svaniti e il < nostro > padre Giancarlo Maria, per il piacere dei più o per il dispiacere di tanti, è ancora con noi.

Le nomine “cardinalizie” si sono succedute nel tempo e padre Giancarlo Maria continua la sua missione pastorale nella < sua > diocesi molisana.

Com’è nella natura umana, all’iniziale preoccupazione del suo trasferimento ha fatto seguito la delusione della mancata assegnazione della < porpora > e il suo nome non è mai stato scritto nei vari elenchi dei < promossi >.

Nel frattempo i Molisani hanno appreso la nomina (o promozione ?) di mons. Angelo Spina, vescovo di Sulmona- Valva, ad arcivescovo della diocesi di Ancona- Osimo, mentre il vicario della diocesi di Isernia è stato nominato vescovo della diocesi di Trivento.

Ricordo una frase attribuita a Giulio Andreotti: A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.

Prima che incontrassi padre Giancarlo il 25 agosto del 2008 (san Bartolomeo, patrono di Bojano e dell’arcidiocesi), avevo letto un suo articolo pubblicato dal Messaggero di Sant’Antonio (luglio-agosto 2008) scritto dopo la sua visita pastorale all’antico monastero benedettino di Santa Maria in Faifolis: In questo monastero benedettino […] e lui (Pietro di Angelerio) proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallata, Sant’Angelo Limosano.

Con il buon senso e, conoscendo la vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, padre Giancarlo aveva espresso il suo parere sul luogo di nascita del papa molisano, inconsapevole di essere finito in un ginepraio che dura da circa 800 anni: il luogo di nascita di Pietro di Angelerio che all’età di 17 anni aveva iniziato il noviziato proprio nel monastero di Santa Maria in Faifoli.

Avendo fatto un po’ di calcoli, l’anno 2009 era appropriato per celebrare l’anniversario degli 800 anni della nascita di Pietro di Angelerio.

Padre Giancarlo si fece promotore dell’iniziativa presso la Conferenza Episcopale Abruzzese Molisana, altri suoi colleghi la fecero propria e, probabilmente, fu isolato da quanti sono convinti che la città di Isernia sia stato il paese natale di Pietro di Angelerio.

Nella occasione, convinto delle proprie conoscenze e, soprattutto, di buon senso, padre Bregantini continuò a sostenere le sue valutazioni.

In un mio articolo del 17 settembre 2010, con la conclusione delle celebrazioni dell’anniversario celestiniano, espressi alcuni giudizi su quanto accaduto: Gli studiosi e gli storici hanno potuto sempre illustrare le loro ricerche e le loro considerazioni per far conoscere la vita spirituale e religiosa di papa Celestino V, in ogni epoca ed in diversi dibattiti; un rito ripetuto di recente, una passerella per coloro che vivono nell’ombra, una opportunità che in tanti hanno colto al volo per farsi conoscere, per far conoscere il proprio pensiero e per arricchire il loro “curriculum” nella speranza di un “avanzamento” di carriera ecclesiastica o laica.

Dopo circa 7 anni, c’è chi ha goduto del mio augurio con un “avanzamento” di carriera ecclesiastica; ma il mio augurio non ha coinvolto padre Giancarlo, sempre convinto delle sue conoscenze, avendo ancora una volta affermato: “Un evento significativo per la nostra terra del Molise, pur vissuto con molta semplicità – ha detto il vescovo durante l’omelia della Celebrazione Eucaristica da lui presieduta- che diede al paese, novanta anni orsono, un ulteriore impulso spirituale già vivo per aver dato i natali a san Pietro Celestino. (primapaginamolise.it del 4.1.2016).

Se il nostro amato arcivescovo, padre Giancarlo, continuerà a indicare Sant’Angelo Limosano, luogo di nascita di papa Celestino V, non potrà mai aspirare alla dignità cardinalizia: rimarrà con noi nel Molise, con il piacere dei più o con il dispiacere di tanti.

AUGURI, padre Giancarlo.

Oreste Gentile.

Annunci

PAPA CELESTINO V e la “profezia” di Oreste Gentile

gennaio 21, 2018

Nel lontano 17 settembre 2010 nel mio articolo PAPA CELESTINO V. “L’AVVENTURA D’UN POVERO CRISTIANO”, OGGI! analizzavo quanto era accaduto in occasione delle celebrazioni dell’VIII centenario della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio; scrissi in proposito: Gli studiosi e gli storici hanno potuto sempre illustrare le loro ricerche e le loro considerazioni per far conoscere la vita spirituale e religiosa di papa Celestino V, in ogni epoca ed in diversi dibattiti; un rito ripetuto di recente, una passerella per coloro che vivono nell’ombra, una opportunità che in tanti hanno colto al volo per farsi conoscere, per far conoscere il proprio pensiero e per arricchire il loro “curriculum” nella speranza di un “avanzamento” di carriera ecclesiastica o laica.

Dopo circa 7 anni, c’è chi ha goduto, con il mio augurio, di un “avanzamento” di carriera ecclesiastica.

Fui buon “profeta”: avendo illustrato, in occasione dei festeggiamenti di san Bartolomeo dell’agosto dell’anno 2008, all’arcivescovo della diocesi di Campobasso Bojano, mons. Bregantini, la coincidenza dell’anno 2009/10 con gli 800 anni della nascita (1209/1210) di papa Celestino V, fu inviata in data 2 aprile 2009 ai fedeli dell’Abruzzo e del Molise questa lettera da parte della Conferenza Episcopale Abruzzese Molisana: Cari fratelli e sorelle, noi Arcivescovi e i Vescovi dell’Abruzzo eì del Molise siamo lieti di annunciare che a San Pietro Celestino V viene dedicato uno speciale anno giubilare dal 28 agosto 2009 al 29 agosto 2010 in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215. Le diocesi del Molise sono tutte coinvolte, essendo S. Pietro Celestino compatrono del Molise. Pietro Angelerio è nato nel Molise, è stato a Faifoli (Montagano) come chierico e come abate. La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia.

Già il testo della lettera era ambiguo: nell’anno 2009/2010 si indiceva un anno giubilare per gli 800 anni della nascita, però si creava il dubbio se fosse il 1209 o, addirittura, l’anno 1215 e si evidenziava la grande devozione sentita in tanti luoghi tra cui Isernia: perché citare solo Isernia ?

Perché furono sottaciute le conoscenze dell’arcivescovo Bregantini, evidenziate sul Messaggero di sant’Antonio dell’anno 2008, in cui indicava in Sant’Angelo Limosano il paese di origine di papa Celestino V ?

Per le celebrazioni degli 800 della nascita fu istituito un apposito comitato presieduto da mons. Angelo Spina, vescovo di Sulmona-Valva, che ne illustrò gli scopi: per affrontare le tematiche di carattere storico-culturale-spirituale riguardanti San Pietro Celestino.

Carattere storico è anche la sua nascita in un piccolo castrum che sorgeva nel Comitatus Molisii, la cui localizzazione influì non poco sulla formazione spirituale del giovane Pietro: il suo paese natale era vicino al monastero di Santa Maria in Faifoli, dove entrò a 17 anni per il noviziato e ne uscì a 20 anni per raggiungere i monti della Maiella, luogo prediletto dagli eremiti.

Furono proprio le caratteristiche peculiari del luogo della sua nascita che contribuirono non poco alla formazione spirituale del giovane Pietro di Angelerio; ma furono ritenute ininfluenti, perché mons. Spina dichiarò (settembre-ottobre 2009): Oggi si discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perchè ciò che ci sta a cuore è la sua vita, che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane.

Il comitato scientifico, avendo giudicato più importante discutere “unicamente” la sua vita, che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane, ritenne inutile ed inopportuno un confronto tra gli storici e gli studiosi per una risposta alle tematiche che ancora continuano, dopo secoli, a sollevare dubbi e polemiche campanilistiche.

Il comitato scientifico promosse 5 convegni per illustrare 29 relazioni e ritenne opportuno che a nessuno degli storici e degli studiosi partecipanti fosse richiesta una relazione che sarebbe stata sì “originale” ed “inedita” e che avrebbe potuto darci indicazioni più chiare sui tanti dubbi che ancora esistono sulla vita terrena di papa Celestino V.

Faceva parte del comitato anche don Claudio Palumbo, vicario generale della diocesi di Isernia e docente di Storia della Chiesa presso l’ITAM; il docente in più occasioni aveva manifestato le < sue certezze > sulla nascita in Isernia di papa Celestino V, a dispetto di quanto tramandano le biografie più antiche e pertanto, in occasione di quelle celebrazioni, ebbe la possibilità di pubblicare solo ciò che favoriva Isernia.

Devo riconoscere di essere un “profeta”: il vescovo Spina è stato nominato arcivescovo e Palumbo è stato nominato vescovo.

Alle prossime celebrazioni celestiniane, auguro loro la nomina cardinalizia ed arcivescovile.

Ad maiora !

Oreste Gentile.

LE CAPITALI DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI (Cenni storici).

gennaio 19, 2018

La Storia ricorda un fenomeno migratorio, il ver sacrum (o primavera sacra), avvenuto tra i secoli XI e IX a. C., causato dall’incremento demografico e dalle scarse risorse nella regione della SABINA.

Gruppi di giovani, detti SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, abbandonarono la terra natia per occupare dei nuovi territori dove risiedere e dare origine a nuovi popoli.

Avevano la lingua in comune, detta osco per convenzione, ma ne ignoravano la scrittura.

Le loro mete furono i territori della penisola italica (non ancora chiamata ITALIA) e nelle nuove sedi si chiamarono: PICENI, capitale ASCOLI PICENO. VESTINI, capitale PINNA; MARRUCINI, capitale CHIETI; PELIGNI, capitale CORFINIO; EQUI, capitale CAPRADOSSO (?); MARSI, capitale San Benetto dei Marsi; CARECINI SUP. e INF., capitale Cluviae e capitale MONTENERODOMO; FRENTANI (di LANCIANO e di LARINO) ; PENTRI, capitale BOJANO; IRPINI, capitale BENEVENTO; CAUDINI, capitale MONTESARCHIO; LUCANI, capitale STRONGOLI.

I loro progenitori erano i SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (vedi figura).

I popoli e le loro metropoli nella penisola italica prima della fondazione di ROMA

 Avendo abbandonato una regione pianeggiante ricca di fiumi e di laghi, protetta dalle colline e dalle montagne boscose, i nuovi territori avrebbero dovuto offrire quantomeno le stesse peculiarità che avrebbero favorire un rapido sviluppo.

Quanti presero dimora nei territori più montuosi e meno pianeggianti, con scarse risorse idriche, nel tempo andarono incontro a uno sviluppo minore e addirittura non essere più ricordati dalla Storia.

Le vie di comunicazioni, i tratturi, già allora divenne un altro fattore importante per il loro sviluppo: favorivano la migrazione stagionale degli animali e gli scambi commerciali e culturali con i popoli dei territori confinanti.

Soprattutto nei territori a sud est della SABINA i percorsi dei tratturi si conservano tuttora (vedi figura).

I percorsi dei tratturi più importanti permisero ai conquistatori Romani la costruzione delle vie consolari per controllare le popolazioni sottomesse e, soprattutto, migliorare e velocizzare gli scambi commerciali. I più importanti, divennero le vie consolari romane rappresentate nella Tabula Peutingeriana  in base alle conoscenze geografiche dell’epoca: III- IV d. C.. (vedi figure).

Tutti conosciamo la Storia antica di queste popolazioni e delle loro città madre, le capitali.

Una volta consolidata la presenza nei territori prescelti, i cosiddetti Sanniti della montagna: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini, mantenendo buoni rapporti commerciali con le popolazioni presenti nei territori pianeggianti della Daunia, sempre meta della transumanza delle greggia, e con i popoli dei Peucezi e dei Messapi stanziati più sud-est, iniziarono ad invadere i territori della pianura campana dove erano già presenti gli Etruschi ed i coloni greci. (vedi in  Pentri).

La loro vittoriosa invasione finì per coinvolgere la nascente potenza romana.

I Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini (gialli); gli Etruschi (bianco), i Greci (rosa) e i Romani (rosso) invadono la pianura campana

Il rapporto dei Sanniti della montagna con gli Etruschi e con i coloni greci, permise di apprendere la loro cultura e la loro arte; imparando l’uso delle monete che coniarono per la prima volta in occasione della guerra sociale (90-88 a. C.) e, soprattutto, iniziarono a scrivere dopo avere conosciuto l’alfabeto etrusco con la conquista di Capua (423 a. C.) e l’alfabeto greco calcidese con la conquista della colonia greca di Cuma (421 a. C.).

L’alfabeto presto si diffuse e fu utilizzato da tutti i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

E’ bene evidenziare, per non creare confusione: i popoli che si originarono dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, non erano di origine < osca >, né erano appartenuti a una stirpe < osco-umbra >.

I Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, prima della conquista di Capua e di Cuma, parlavano una lingua, ma ne ignoravano la scrittura; una lingua che impropriamente fu definita osca per avere adottato per la scrittura l’alfabeto detto Osco, proprio del popolo degli Opici (greco) o Oschi o Osci (latino). (Vedi figura, da http://www.softwareparadiso.it/ambiente/indice archeologia.html).

                                                      

                                                                      LE CITTA’ MADRE. LE CAPITALI.

 

SABINI.  Reate/Rieti.     

Il territorio dei Sabini

Reate fu fondata su una piccola collina sovrastante la pianura posta a circa 405 mt. s. l. m. e di circa 90 kmq., al margine meridionale di un’ampia conca circondata dai monti Sabini, dai monti Reatini culminati con la vetta del monte Terminillo e attraversata dal fiume Velino.

Nell’antichità la pianura era occupata dalle acque del lacus velinus e bonificata in età romana.

La pianura reatina e il monte Terminillo innevato

La città di Rieti, già REATE e il monte Terminillo innevato

La leggenda tramanda la fondazione di Reate /Rieti per volere della dea Rea prima del XII sec. a. C. e divenne il centro preminente dei Safini/SabiniSanniti il cui aumento demografico causò la migrazione, ver sacrum, dei 12 gruppi di giovani Sabelli/Sanniti  che, intorno al XI-IX sec. a. C., si stanziarono, come già illustrato, in alcuni territori della penisola italica.

Secondo Catone (230149 a. C.), scrive Devoto (1967): La tradizione più antica considera infatti come centro di diffusione delle popolazione italiche il territorio intorno al lago sacro di Cotilia, riconoscibile ancora oggi dall’allargamento della valle del Velino, presso la stazione di Castel S. Angelo, della ferrovia Rieti-Antrodoco; dunque a non molti chilometri da Rieti verso oriente. Catone e Varrone. […]. Il carattere sacro del luogo, l’affermazione dell’importanza della vicina città di Cotilia come centro degli Aborigeni, rendono sicuro il fatto che gran parte delle popolazioni italiche, che si son diffuse dall’Abruzzo [? (Sabina, n. d. r.)] sono nate da < veria sacra > ordinati in questo centro d’Italia.

Strabone (64 a. C.24 d. C.) scrisse: La Sabina è situata fra la terra dei Latini e quella degli Umbri e si estende anch’essa verso i monti del Sannio, ma ancor più è adiacente a quella parte degli Appennini che occupa le regioni dei Vestini, dei Peligni e dei Marsi.

I Sabini sono una stirpe assai antica e sono autoctoni; loro coloni sono i Picentini e i Sanniti; coloni di questi ultimi sono i Lucani e di questi i Bretti.

I SABINI, scrisse Plinio il Vecchio (2379), così chiamati – come pensano alcuni – dalla loro religiosità e dal culto degli dei, vivono presso i Laghi Velini, su umide colline. […]. Marco Varrone (11627 a.C.) attesta che il lago di Cotilia, sito nel territorio reatino e nel quale si trova un’isola galleggiante, costituisce il centro d’Italia. (vedi figura).

Il territorio dei Sabini. Reate/Rieti, la città madre, la capitale, e la pianura del lago Cotilia

La pianura del lago Cotilia (a destra in alto)

Plinio il Vecchio ricordò nel territorio di Rieti un fenomeno simile a quello che avveniva nel territorio di Gabii, non lontano da Roma, quando è attraversata dai cavalieri: certe terre tremano.

Nel 290 a.C. Rieti fu conquistata da Marco Curio Dentato, eletto console lo stesso anno, il quale portò a compimento un’opera idraulica che ha cambiato le sorti dell’intera valle. Fece eseguire un vero e proprio taglio delle Marmore, consentendo al fiume Velino di precipitare nel fiume Nera, arrivando sin nella valle Reatina. Un’opera paesaggistica di grande importanza, considerata come uno degli interventi paesaggistici più importanti della storia, facendo diventare Rieti un fiorente centro agricolo.

Rieti fu patria di Marco Terezio Varrone  (116 a. C.Roma 27 a. C.) e dell’imperatore romano Tito Flavio Vespasiano (979).

Nell’anno 268 a. C. agli abitanti di Rieti e degli altri centri della Sabina fu concessa la cittadinanza sine iuri suffragii.

Fu praefectura fino al 27 a. C. e dopo municipio assegnato alla tribù Pupinia.

Con la riforma (76 a. C.) voluta dall’imperatore Augusto (24 a. C.14 a. C.), la Sabina e Rieti, la sua capitale, fu destinata alla IV Regio Sabina et Samnium che

comprendeva, come vedremo, gran parte dei territori occupati dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti. (vedi figura).

La IV Regio SAMNIUM

Con l’avvento del cristianesimo, la diocesi di Rieti fu fondata dal suo primo vescovo, San Prosdocimo, vissuto nel I secolo e discepolo di San Pietro, da cui sarebbe stato consacrato Vescovo.

Nel periodo longobardo, come gastaldato, fece parte del ducato di Spoleto e divenne contea con l’avvento dei Franchi.

Con la riorganizzazione voluta da re Ruggero II, scrive Cuozzo (1989), il regno normanno di Sicilia fu diviso in 10 connestabilie. […]. I confini di queste nuove circoscrizioni non furono inventati, ma furono tracciati tenendo presente la distrettuazione  diocesana del Mezzogiorno, quale si era andata definendo dalla seconda metà dell’ XI alla prima metà del XII secolo. Queste sono le connestabilie presenti nel Catalogus Baronum. Il nome di ciascuna di esse è accompagnato dall’elenco delle diocesi i cui territori offrirono al re normanno il modello-base per individuare e tracciane i confini.

Nel regno normanno di Sicilia, scrive Cuozzo (1989), la diocesi di Rieti per la parte meridionale, corrispondente al “comitatus reatinus”, e al territorio di Amatrice, fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

 PICENI.  Asculum Picenum/Ascoli Piceno.

       Picus /Picchio           Il territorio Piceno

La città di Ascoli Piceno, metropoli dei Piceni, è a mt. 154 s. l. m.  ed a 25 km. dal mare Adriatico; alla confluenza del fiume Tronto ed il torrente Castellano è circondata dalle colline: la montagna  dell’Ascensione, a nord ovest, il Colle San Marco e La Montagna dei Fiori a sud est.

I monti che circondano Ascoli Piceno: monte Ascensione. Colle San Marco e Montagna dei Fiori

Ascoli Piceno

 http://www.100torri.com/ascoli-storia.htm: Stando ad antiche leggende, raccolte da Silio Italico, Ascoli sarebbe stata fondata dal re Pelasgo Aesis. Verosimile è anche che la città derivi il proprio nome dalla radice egeo-anatolica AS, significante insediamento urbano, reperibile in molte altre antiche città dell’area mediterranea.

La città madre dei Picentini, ricordati da Strabone, emigrarono dalla Sabina, sotto la guida di un picchio che aveva mostrato la via ai loro primi capi. Di qui il loro nome: chiamano infatti picus questo uccello e lo considerano sacro ad Ares. […]. Si trova nell’interno (la città di Adria, n. d. r.) così come Asculum Picenum, che gode di ottime difese naturali grazie alla collina su cui si ergono le mura e ai monti tutt’intorno che non sono accessibili agli eserciti.

All’inizio del 91 a.C. scoppia la guerra sociale, combattuta dalle genti italiche contro la supremazia di Roma. Ascoli ha un ruolo tanto importante da segnarne addirittura l’avvio. Rivendica in nome delle popolazioni italiche – socii – la cittadinanza romana per compartecipare alla amministrazione ed alla direzione dell’impero in condizione di parità.

Con la ribellione dei popoli italici e l’assedio di Ascoli Piceno da parte di Pompeo Strabone, trovò la morte (suicidio) Gaio Vidalicio, condottiero nativo di Ascoli, costretta alla resa (89 a. C.) provocò la minore resistenza nei territori settentrionali occupati dalla lega italica che aveva stabilito la propria capitale nella città di Corfinio, capitale dei Peligni.

Plinio il Vecchio, descrivendo le Regioni augustee, ricordò: La quinta è la regione del Piceno, un tempo densamente popolata: erano circa 360 000 i Piceni che si arresero al popolo dei romani. Furono originati dai Sabini, in seguito al voto di una primavera sacra. I loro possessi si estendevano fino al fiume Aterno. […]. Seguono la città di Cupra, Il castello di Fermo e, all’interno, in corrispondenza di questo, la colonia di Ascoli, la più famosa del Piceno interno, e Novana.

Con la riforma Ascoli Piceno fu assegnata alla tribù Fabia.

Nell’anno 88 a. C. divenne municipio e divenire colonia triumvirale o augustea.

Fu la patria di P. Ventidio Basso, partigiano di M. Antonio.

Con l’avvento del cristianesimo, sant’Emidio lo introdusse in Ascoli Piceno nel IV secolo; Lucenzio fu il suo primo vescovo.

Per il periodo medievale c’è chi sostiene l’appartenenza del gastaldato di Ascoli Piceno al ducato longobardo di Spoleto tra gli anni 578-580; altri ritengono che solo nell’anno 861 il gastaldato fu annesso al ducato spoletino.

Nel regno normanno di Sicilia, scrive Cuozzo, la diocesi di Ascoli Piceno, a sud del Tronto con la regione “in Summati”  (terra di Sommati, il territorio intorno ad Amatrice, n. d. r.) fu nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

VESTINIPinna/Penne.

 

  La dea Vesta         Il territorio dei Vestini

Il nome dei Vestini deriva dalla dea Vesta cui fu consacrato il gruppo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: partiti dalla Sabina occuparono il territorio intorno al Gran Sasso e raggiungevano il mare presso Penne. Fu fondata su quattro colli, a circa mt. 430 s. l. m.: Colle Romano, Colle Sacro, Colle Castello e Colle Cappuccio, fra le valli dei fiumi Tavo e Fino. (Vedi figura).

Pinna/Penne

Plinio il Vecchio ricordò Penne, la città madre, la capitale, il cui nome deriva dalla radice celtica  pen-  assai diffuso per indica un’altura, una sommità. Ricordò Ofena Cismontana unita al territorio dei Vestini.

Rimasta fedele alleata di Roma durante la guerra sociale, dopo la conquista romana dell’Italia, fu municipio romano quattuorvirale e colonia ascritta alla tribù Quirina.

Incerta la data dell’origine della diocesi e del nome del primo vescovo, tale Romano  ricordato per l’anno 499.

Nel medioevo, già nell’anno 873 faceva parte del Ducato di Spoleto; nell’anno 962 era contea e il conte Bernardo di Liudano, vassallo vulturnense, fondò il Monastero di San Bartolomeo presso il fiume Nora. Intorno al 1060 cominciarono le prime ostilità contro i Normanni che sottomisero la città nel 1087.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Penne fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

MARRUCINI.  Teate/Chieti.

Il dio Ares/Marte/Mamerte  e il territorio dei Marrucini

I Marrucini devono il toponimo a Mamerte/Marte, il dio cui furono consacrati alcuni gruppi di giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione del ver sacrum.

Devoto precisa: Nell’iscrizione di Rapino si chiamano touto marouca < civitas maruca >. Il nome apparteneva perciò a uno strato precedente agli Italici che non può avere nulla in comune con il dio Marte e con i Marsi, nonostante l’affinità rilevata da Catone.

Chieti, l’antica Teate Marrucinorum sorge a m.330 s.l.m. su un crinale collinare che domina la Valle della  Pescara, a Nord-Ovest e la Valle dell’Alento a Sud- Est, con un largo panorama che abbraccia, in uno spettacolare anfiteatro di orizzonti e di cime, la Maiella, il Morrone, la catena del Gran Sasso, i Monti della Laga, i Monti Gemelli e il mare Adriatico, verso Pescara e Francavilla al Mare.

Strabone, scrisse: […] e Teate la città più importante dei Marrucini.  Proprio sul mare c’è invece Aternum, che confina col Piceno, omonima al fiume che fa da confine col territorio dei Vestini e dei Marrucini. Scorre infatti dalla regione di Amiternum attraverso il territorio dei Vestini, lasciando sulla destra quello dei Marrucini, situato oltre quello dei Peligni.

Plinio il Vecchio, nel confermare la localizzazione di Teate/Chieti nel territorio dei Marrucini, ricordò un episodio accaduto nell’ultimo anno del principato neroniano (68 a. C., n. d. r.), allorchè dei prati e degli uliveti separati da una strada statale si scambiavano di posto: successe nel territorio dei Marrucini, sulla proprietà di Vezio Marcello, cavaliere romano che amministrava i beni di Nerone.

Dopo la guerra sociale, Teate fu municipio e poi colonia ascritta alla tribù Arnense.

Fu la patria del generale Herio Asinio, protagonista nella guerra sociale, ricordato da Salmon quale nonno del celebre Asinio Pollone che divenne uno dei personaggi più potenti del mondo romano degli anni quaranta.

Con l’avvento del cristianesimo si ricorda il vescovo Quinto presente nel sinodo celebrato a Roma nell’anno 499.

Nel periodo medievale divenne sede di gastaldato, amministrato dal Ducato longobardo di Benevento o Langobardia minor; nell’anno 801, con l’avvento della dominazione franca, fu annesso al Ducato di Spoleto.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Chieti fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

                                 Chieti

 

 PELIGNICorfinium/Corfinio.

 

Il territorio dei Peligni

Il nome Peligni, secondo Devoto è oscuro, ma la loro provenienza Sabina fu ricordata dal poeta, Ovidio nato a Sulmona (43 a. C.17 d.C.) nei Fasti (III, 95): < cum proavis, miles paeligne, Sabinis >.

La città madre, la capitale dei Peligni, Corfinio, sorge a un’altitudine di circa 346 m. s. l. m., ai margini nord ovest della conca peligna che nel Pleistocene era occupata da un lago. (vedi figura).

La città di Corfinio, oggi

Fu nominata capitale degli insorti italici con il nome Italica in occasione della guerra sociale (9188 a. C.) contro il potere romano.

E’stimata la 1^ capitale d’Italia.

Gli insorti, scrive Salmon (1977) furono: Marsi, istigatori eponimi della guerra. Peligni, Vestini, Marrucini, Asculani (Picentini-Piceni), Frentani, Irpini, Pompeiani, Venusini, Iapigi, Lucani, Sanniti. Con Sanniti Appiano ovviamente intende i Pentri.

Corfinium fu sede del senato e della 1^ zecca per l’emissione di monete degli insorti  in contrapposizione alla monetazione romana.

Per la prima volta nelle monete compare incisa la leggenda ITALIA.(vedi figura: giuramento degli insorti).

   Strabone ricordò Corfinium in 2 occasioni:  La via Valeria comincia da Tibur e conduce fino al territorio dei Marsi e a  Corfinium, metropoli dei Peligni. […], si  ribellarono (i popoli Italici, n. d. r.) e dichiararono la così detta guerra Marsicana,  proclamando Corfinium, la metropoli dei Peligni, comune a tutti gli Italici al posto di Roma e facendone la base delle operazioni di guerra dopo aver sostituito il suo nome con quello di Italica; avendo riunito là in assemblea tutti quelli che stavano dalla loro parte avevano eletto consoli e pretori.

Plinio il Vecchio: nel territorio dei Peligni sono Corfinio, Superequo, Sulmona.

Definito il potere di Roma sulle popolazioni italiche della penisola italica centro meridionale, Corfinio divenne municipium della tribù Sergia, continuando a svolgere un ruolo importante quale nodo viario tra le vie Valeria. Claudia Nova, Cecilia e Minucia.

Con l’avvento del cristianesimo fu sede di diocesi: nell’anno 490 è il suo primo vescovo, Gerunzio.

ww.profesnet.it/dabruzzo/cultura/corfinio4.htm: La gloria di Corfinio era quasi tramontata, quando sulle rovine della capitale della Lega Italica, per opera di un abate orgoglioso sorse una nuova città.

Intorno alla seconda metà dell’XI secolo, dunque, nacque Pentima ad opera di Trasmondo sulle rovine di quella che era stata la città di Corfinio.

In seguito, il nome mutò in Valva/civitas valvensis, sede dell’omonimo gastaldato nel Ducato di Spoleto; con l’arrivo dei Franchi divenne contea: Oderisio, figlio di Berardo fu il primo conte.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Valva fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

 AEQUI/EQUICliternia/Capradosso (?).

Occupavano una piccola zona montuosa tra il lago Fucino e la valle dell’Aniene, confinando con i Vestini cismontani e i Sabini a nord est, con i Marsi a est, con i Volsci a sud e a ovest con i Latini.

I principali insediamenti si svilupparono nei Piani Palentini con Alba Fucens; nella valle del Salto con il centro di Nersae e nella Piana del Cavaliere con il centro di Carseoli.

         

Il territorio degli Equi         Localizzazione di Cliternia/ Capradosso e di Narsae/Pescorocchiano e la valle del Salto (trat.gio bianco).

Nessuno dei 3 insediamenti identifica la città madre, la capitale degli Equi; si ipotizza possa essere stata l’antica Cliternia, oggi Capradosso, una delle frazioni di Petrella Salto: Non sappiamo con certezza dove fosse, ma a confermarcene l´esistenza si sono scomodati alcuni saggi antichi del calibro di Marco Tullio Cicerone nella epistola IX ad familiares e più diffusamente Plinio nel suo III libro “Aequicolanorum Cliterni”. L´antica Cliternia, città degli Equi è forse l´attuale Capradosso, e l´ipotesi di oggi è basata su una lapide murata nel campanile della chiesa di Sant´Andrea, già Santo Stefano, rinvenuta nel 1790 durante i lavori di restauro. Sulla lastra è scritta la seguente frase: “DIS MANIBUS T: SELLUS : C : F : CLA CERTI AEDILI : REATE : QUAEST : IV DUUMVIRO : CLITERNIAE PRAEF : FABR : COS : COS : II IUDICI : EX : V : DECVRIS VIXIT : AN : LXXXVII SINE AERE ALIENO”. L´importante lapide, oltre ad indicare il nome della città, consentendoci di collocarla nella Valle del Salto, ci fornisce indicazioni anche sull´epoca in cui Cliternia esisteva. La lapide infatti commemora Tito Sallusio ed elenca le cariche da lui ricoperte: ufficio edile a Rieti, quattro volte questore, duumviro di Cliternia, prefetto dei Fabbri, due volte console ed infine giudice delle cinque decurie. Da questi elementi, per gli studiosi, è stato possibile dedurre che Cliternia, esisteva ancora nel II secolo d.C. in quanto fu Caligola a portare a cinque le decurie dei giudici, quindi Tito Sellusio può essere vissuto sotto Caligola o dopo di lui. A questo punto sorge naturale un quesito sulla storia della stessa Cliternia. Quando e per quali cause scomparve questo insediamento urbano? Forse furono le invasioni barbariche o un potentissimo terremoto, magari quello del 364 d.C. che rovinò gran parte dell’Italia. (da http://www.antikitera.net › Archeologia ›).

 

Il centro di Capradosso                          Il centro di Petrella Salto

Strabone testimonia la fondazione di Roma dopo lo stanziamento dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nei nuovi territori della penisola italica centro meridionale: Quando per la prima volta la città (Roma, n. d. r.) fu fondata c’erano infatti gli Equi, i Volsci, gli Ernici e gli Aborigeni che vivevano presso la stessa Roma.

Plinio il Vecchio: Sono città degli Equicoli Cliternia e Carsoli.

Cliternia  divenne colonia della tribù Aniense.

Con il trascorrere del tempo, il territorio degli Equi perse l’autonomia a vantaggio dei confinati Sabini, Vestini e Marsi e, con l’avvento del cristianesimo, i suoi insediamenti furono inclusi nelle diocesi dei territori adiacenti.

Nel periodo medievale anche il territorio dell’antica Cliternia gradualmente perse  importanza: inclusa nel Ducato longobardo di Spoleto, fu l’antica città di Alba Fucens, sita a sud ed a confine con i Marsi, con l’avvento dei Franchi e successivamente dei Normanni ad essere capoluogo dell’omonimo gastaldato, poi contea d’Alba (Albe, frazione di Massa d’Albe).

 

MARSIMarruvium/San Benedetto dei Marsi.

Il dio Ares/Mamerte/Marte           Il territorio dei Marsi

I Marsi, scrive Devoto, hanno un nome di origine sacra, quindi assunto nell’occasione della primavera sacra che li distaccava dal tronco sabino. La loro derivazione da questo è affermata parecchie volte. Il loro territorio è il bacino del Fucino.

Il popolo prese il nome dal dio cui erano stati consacrati i giovani in occasione della loro migrazione/ver sacrum dalla Sabina; si stanziarono intorno al lago Fucino, fondando Marruvium, la città madre, la loro capitale, oggi San Benedetto dei Marsi, ricordata da Virgilio (7019 a. C.): Inoltre viene un sacerdote della stirpe Marruvia ornato sull’elmo di fronda e di fecondo olivo per incarico del re Archippo, il fortissimo Umbrone.

Marruvium/San Benedetto dei Marsi

Strabone: Oltre al Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica. […], ma che sta più nell’interno è Alba, vicino al lago Fucino che per estensione è come un mare. Questo lago è utilizzato soprattutto dai Marsi e da tutte le popolazioni confinati.

Plinio il Vecchio: Dei Marsi fanno parte Anxa, Antino, Luco Fucente, Marruvio.

Silio Italico (25101): Marruvium veteris celebratum nomine Marri Urbibus est illis caput.

Nell’anno 91 a. C. i Marsi furono i promotori della guerra sociale, detta anche bellum Marsicum, con il loro condottiero Quinto Poppedio Silone.

Dopo la conquista romana, Marruvium fu municipio e poi colonia ascritta alla tribù Sergia; con l’avvento del cristianesimo, mutato il nome in Marsia, già nel VI secolo fu sede di diocesi con il vescovo Giovanni.

Con l’avvento dei Longobardi fu sede di gastaldato nel Ducato di Spoleto e contea con il conte Berardo di stirpe Franca.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Marsi fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

CARECINI SUP.  Cluviae/Casoli. CARECINI INF.  Juvanum/ Montenerodomo.

Il territorio (linea gialla tr.ta e rossa) dei Carecini

SalmonI Carecini, la tribù situata più a nord, sembra essere stata la meno popolosa: anzi erano così pochi che alcuni studiosi hanno perfino negato che potessero costituire una tribù distinta. Comunque, della loro identità separata esistono ora prove epifrafiche che essi popolassero la zona all’estremo nord del Sannio. Cluviae e Juvanum sono città specificatamente riconosciute come Carecine. Forse il loro nome contiene la stessa radice del celtico *carreg, < roccia > (vedi anche l’inglese crag), a cui è stato aggiunto il suffisso latino  -no. In altre parole i Carecini, come gli Ernici, erano gli uomini delle rocce. La stesa radice, car-, ricorre in nomi come Carseoli, Carsule e Carsitani e, forse, in Ceraunei, Monti Craniti e Cercole. E’ difficile individuare le linee divisorie fra le varie tribù sannite, e certo in particolar modo nel caso dei Carecini e dei loro vicini, i Pentri.

Plinio il Vecchio localizzò nel territorio della IV Regio augustea il popolo dei Carecini, distinguendo: Carecini Supernantes con Cluviae, presso Casoli, e i Carecini Infernantes con Juvanum/Montenerodomo.

Più di Casoli, interessa la località La Roma identificata con l’antico sito di Cluviae, conosciuta come Pagus urbanus, e confermato dall’epigrafe dell’anno 384 d. C. trovata nella località di Bufalara di San Salvo che ricorda i Cluvienses Carricini.

Localizzazione di Piano La Roma

Casoli e sullo sfondo il Massiccio della Maiella

La Regina (1984) puntualizza: una popolazione con il nome di Caraceni in Italia non è mai esistita. L’etnico è tramandato in tale forma solamente da Tolomeo (100-170). La forma corretta è, in latino, < Carricini >, attestata epigraficamente due volte, a Isernia, dove abbiamo un < curator  rei publicae Cluviensium Carricinorum > e la già citata epigrafe di San Salvo.

La Regina ricorda un loro personaggio illustre: Originario di Cluviae era C. Elvidio Prisco, pretore nel 70 d. C., che fu fatto uccidere da Vespasiano.

Juvanum/Montenerodomo si localizza a mt.  1165 s. l. m., nel cuore  dell’Apppennino abruzzese, tra gli alvei dei torrenti San Giusto e San Leo, arroccato su uno sperone roccioso con il quale sembra fondersi.  La straordinaria bellezza di questa parte dell’Abruzzo ha incantato perfino uno spirito grande come quello di Benedetto Croce, di cui è nota l’ascendenza paterna da questo paese, il quale, nella Monografia dedicata a Montenerodomo (“ove vissero ab antico i miei maggiori”) così descrive il panorama che si domina dalla sommità del paese: “quando l’aria è limpida l’occhio scopre Chieti e le vele della marina adriatica, e perfino qualche lembo delle coste dalmatiche. A mezzogiorno (ossia “dalla parte del Sangro”). […]. Qui sorse l’antica città sannita e poi romana di Juvanum. (dal sito del Comune di Montenerodomo).

Juvanum/Montenerodomo. Sullo sfondo il massiccio della Maiella

I Carecini con i consanguinei Pentri, Caudini e Irpini, probabilmente parteciparono verso la fine del V secolo a. C. alla invasione del territorio campano con la conquista della città etrusca di Capua (445 a. C.) e la città greco calcidese di Cuma (421/420 a. c.).

Salmon ricorda un episodio avvenuto dopo le disastrose guerre combattute dalle popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita contro l’espansione romana, furono protagonisti i Carecini: Nel 269 (a. C., n. d. r.) uno dei Carecini portato a Roma come ostaggio, un certo Lollio, riusci a fuggire, tornò alle natie montagne e qui fomentò una rivolta, arroccandosi in una fortezza dalla quale contava di organizzare una sorta di guerriglia contro i Romani. Entrambi i consoli del 269, Q. Ogulnio Gallo e C. Fabio Pittore, dovettero impegnarsi per soffocare il movimento, ma i Carecini finirono per pagare la loro ribellione a caro prezzo: i capi della rivolta vennero giustiziati e i ribelli venduti come schiavi.

Salmon: prima del 91 (a. C., inizio guerra sociale, n. d. r.) gli stati tribali di Carecini e Caudini erano scomparsi; infatti, in occasione della guerra sociale, Salmon scrive: I Carecini, per parte loro, erano numerosi nella zona di guerra, ma non sappiamo quale parte svolsero, se pur ne svolsero una, nei combattimenti; non furono ricordati nell’elenco dei popoli schierati contro Roma scritto da  Appiano (95165).

Dopo la conquista romana, Cluviae e Juvanum furono municipi ascritti alla tribù Arnense.

Nel periodo medievale l’amministrazione politica, amministrativa e religiosa dei Carecini fu demandata ai popoli confinanti, soprattutto i Marrucini.

Come gli altri territori anche quello dei Carecini fu interessato dal fenomeno dell’incastellamento: per una migliore difesa furono abbandonate le zone pianeggianti per costruire castra e castelli sulla sommità delle colline e delle montagne; il più delle volte ristrutturarono e potenziarono gli insediamenti dei loro antenati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

 

FRENTANI.

I Frentani occuparono la parte inferiore delle valli adriatiche da quella del Sangro al Biferno, ricorda Devoto; il loro nome dovrebbe derivare dal nome locale  Frentum , sicuramente assunto solo sul posto.

Gli insediamenti più importanti: Anxanum a nord, Larinum a sud est.

Il territorio dei Frentani 

Le fonti bibliografiche più antiche non permettono di conoscere la città madre, la capitale dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che nel loro nuovo territorio divennero Frentani.

Alcune bibliografie ricordano indifferentemente quale metropoli dei Frentani le città di Larino e di Lanciano; fece eccezione una fonte che indicò la città di Ortona.

Giovanni Andrea Tria (vescovo, 1744): Padre Santo, che quanto al civile quella Città (Larino, n. d. r.), e prima, e a tempo della Repubblica (epoca della Roma antica, n. d. r.) fusse stata una delle più rinomate d’Italia, come Metropoli de’ chiarissimi Frentani.

Di Vincenzio D’Avino (1848) scrisse: Nel centro dell’Abruzzo citeriore su tre amenissimi colli ergesi la città di Lanciano, surta tra le rovine dell’antica  Anxanum, metropoli ed emporio dei Frentani ed al capitolo successivo: Alla distanza di un mezzo miglio dalla moderna Larino sorgeva un tempo il celebratissimo Larinum, città fondata dagli Etruschi, e più tardi metropoli dei popoli Frentani.

Felice Scifoni (1871): Ai Frentani che percorrevano circa settanta miglia della sponda adriatica, offeriva il più vasto e sicuro porto di quei lidi procellosi la città di Ortona eretta su una vaga collinetta, e non lungi da essa possedevano la marittima Buca, e Cliternio, indi l’antica Larino loro metropoli, in sito poco discosto dalla moderna, ed Ansano le cui rovine giacciono a poche miglia dalla presente Lanciano, e finalmente Istonio nel bel paese oggi detto del Vasto.

Pellegrino Farini (1873): Anxanum, Lanciano, sede dei Frentani, celebratissima pei commerci.

Giuseppe De Luca (1875): […]. Teate (Chieti), sull’Aternus, capitale de’ Marrucini; Anxanum (Lanciano), capitale dei Frentani, i quali abitano tutta la contrada bagnata dall’Adriatico. Fra il Tifernus e il Frento era il paese de’ Larini, capitale Larinium.

Senza ignorare quanto scrisse Silvestro Gherardi (1875): […]. Sulla costa: Ortona, l’antica capitale dei Frentani, con un piccolo porto. […]. Sul Feltrino: Lanciano, su tre colline, due delle quali sono congiunte dal ponte detto di Diocleziano. […]. Bacino del Biferno: […]. Larino in bella posizione sulla destra del fiume. Sopra una piccola collinetta veggonsi alcuni avanzi dell’antico Larino.

L’assenza di una fonte antica e la descrizione di Plinio il Vecchio (23-75 d. C.) nella sua Naturalis Historia, nel tempo, hanno generato confusione.

Plinio il Vecchio scrisse: Confina con questi luoghi la seconda regione che comprende gl’Irpini, la Calabria, la Puglia e i Salentini […]; seguono il porto di Garna, il lago Pantano, il fiume Fortore ricco di approdi; Teano degli Apuli e così pure Larino, Cliternia e il fiume Biferno, oltre il quale ha inizio la regione dei Frentani. […]; successivamente:  i Dirini, Forenza, Ginosa, Erdonia, gl’Irini, Larino dei Frentani, […].

Segue la quarta regione, che comprende le popolazioni più valorose d’Italia. Sulla costa, nel territorio dei Frentani, a partire dal fiume Biferno, sono il fiume Trigno ricco di approdi, la città di Istonio, Buca, Ortona, il fiume Aterno. Nell’entroterra Lanciano dei Frentani.

Plinio il Vecchio aveva descritto la divisione amministrativa voluta dall’imperatore Augusto che volle separare i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: alla II Regio furono assegnati gl’Irpini, la Calabria, la Puglia e i Salentini; ricordò i Caudini, ma localizzò le colonie di Larinum/Larino e di Cliternia fuori dal territorio dei Frentani, convinto che i Frentani fossero al di là (nord) del corso del Tifernus amnis (fiume Biferno).

Nella realtà storica, il fiume Biferno era il confine naturale tra i Frentani e i Dauni.

Continuando a descrivere la 2^ regione augustea, Plinio il Vecchio ricordò di nuovo e correttamente i Larinates cognomine Frentani

Nel ricordare Larino, inconsapevolmente, aveva “duplicato” la sua localizzazione a causa del metodo adottato ed evidenziato dallo stesso Plinio il Vecchio, per  descrivere le colonie esistenti al tempo dell’imperatore Augusto: Passerò ora in rassegna il territorio e le città dell’Italia. A questo proposito devo premettere che seguirò come autore il divino Augusto e la suddivisione, fatta da lui, dell’Italia in undici regioni, procedendo però secondo il tracciato della costa. […]; perciò, riguardo alle città dell’interno, mi atterrò all’elencazione per ordine alfabetico fatta dallo stesso Augusto, segnalando le varie colonie, come fece lui.

Accadde: Larino fu dapprima inserita nell’elenco delle colonie della costa adriatica pugliese; successivamente, seguendo l’elencazione per ordine alfabetico fatta dallo stesso Augusto, Larino fu ricordata ancora una volta, ma tra le colonie all’interno.

Prima della riforma di Augusto il Frento F. era il confine tra i Frentani e gli Apuli (fig. sinistra). Dopo la riforma F. Tifernum divenne il nuovo il confine tra i Frentani e gli Apuli (fig. destra)

Tolomeo (90170) nella Geografia, ricordò: Le città fra’ terra de’ Frentani, Abruzzo, sono queste. Ansano/Lanciano. Larino.

Stando così le cose, conosciamo il ruolo svolto dalle 2 città nel periodo storico preso in esame

Anxanum/Lanciano fu fondata su quattro collinette a poco più di 300 mt. s. l. m. che degradano verso la costa del mare Adriatico distante poco più di 20 km. dal porto di Ortona.

La città di Lanciano

 Strabone: Oltre al Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica.[…]. Dopo Aternum c’è Ortona, porto dei Frentani e Buca, anche questa dei Frentani. […]. Tra Ortona ed Aternum c’è il fiume Sagrus, che separa i Frentani dai Peligni.

Lanciano fu sede di Municipium della tribù Arnense e con la dominazione romana, divenne famosa per le sue fiere, dette nundinae: giorno di mercato che ricorreva ogni nono giorno.

Nel periodo medievale il territorio di Anxanum fece parte del comitatus teatino con capoluogo Chieti/Teate, esteso dal fiume Pescara e dalle gole di Popoli al Trigno, ampliato verso nord fino al fiume Tronto, con l’annessione delle contee di Penne e Teramo, e verso sud-est con la progressiva integrazione della contea di Termoli.

 Larinum/Larino

La città di Larino

 Sul versante di destra della valle del Biferno la città di Larino è delimitata da una poderosa collina che si allunga verso la costa. All’estremità inferiore di questo rilievo sono sorti i due insediamenti di Larino. La prima città era collocata verso il mare, in un anfiteatro collinare che le faceva da riparo in quella direzione: era la Larino Vecchia, prima abitata dai sanniti frentani, poi dai romani, in ultimo sede vescovile. Verso monte, a poco più di 1 Km di distanza, in posizione però più bassa, sul crinale di un piccolo sperone tufaceo, si trova Larino Nuova, di impianto tardo medievale. (movio.beniculturali.it/pm-mol/moliseinmostra/ge).

In seno al popolo dei Frentani, Larino godeva di una sufficiente indipendenza, tanto che Salmon scrive:  I Larinati, ad esempio, erano indistinguibili, eppure politicamente separati, dagli altri Frentani; ed ancora: i Bruzi si tennero lontani dai Lucani e i Larinati dai Frentani.

Si potrebbe ipotizzare che Lanciano e Larino abbiano amministrato autonomamente il territorio dei Frentani: la prima a nord, la seconda a sud, così era amministrato anche il territorio dei loro confinanti Carecini.

La Regina, scrive (1984): Larino sembra aver sempre costituito un cuneo autonomo tra area sabellica e area apula. […]. Fin dalle origini si manifesta così la vocazione

< internazionale > di Larino, posta a dominio del basso corso del Biferno, in un sito che costituisce un naturale nodo di comunicazioni lungo la costa adriatica e con il Sannio e la Campania. Si comprendente così l’uso dei tre alfabeti, osco, greco e latino, e l’aspetto eclettico della moneta locale (altro segno evidente di indipendenza politica, almeno a partire dal III sec. a. C.), che si rifà a tipi apuli e campani.

In epoca romana aveva una propria zecca e le monete recavano la leggenda LADINOD, il nome originario dell’insediamento frentano. (vedi figura, alcuni esemplari).

Livio, descrivendo gli avvenimenti dell’anno 304 a. C., ricordò che dopo la sconfitta degli Equi, i Marrucini, i Marsi, i Peligni e i Frentani mandarono parlamentari a Roma a chiedere la pace ed amicizia. A questi popoli, dietro loro richiesta, fu concessa l’alleanza e le loro città, probabilmente in tempi diversi, ebbero l’ordinamento di colonia e di municipium.

Roma riservò un trattamento diverso in confronto a quello delle altre città frentane: Una res publicae Larinatium doveva esistere, come si è detto, già nel III sec. a. C.: l’ager Larinas è infatti menzionato a parte, ed alla pari, con i territori di altre entità statali, Marrucini, Frentani, Praetutiani.

Ciò è da attribuire soprattutto alla presenza di interessi romani in funzione dell’espansione verso i territori apuli e di contenimento verso i Sanniti. […]. L’autonomia di Larinum deve dunque essere successiva alla deduzione della colonia latina di Luceria (314 a. C.). (Cat. Sannio Pentri e Frenati. De Luca Ed., 1980).

Le fonti classiche, descrivendo gli avvenimenti che coinvolsero la città di Larino, usarono citare più frequentemente il territorio ad essa pertinente che non la città vera e propria: territorio di Larino, fines Larinatium, larinate agro, agrum Larinatem.

Dopo la guerra sociale (89 a. C.), Larino divenne municipium ascritto alla tribù Clustumina.

Cicerone nella oratio pro Cluentio tenuta nell’anno 66 a. C., ricordò Aulo Cluentio Abito, un cittadino di Larino, difeso dallo stesso Cicerone dall’accusa di avere avvelenato il patrigno Oppianico.

Con l’avvento del cristianesimo, Larino divenne sede di diocesi, il primo vescovo fu Giusto nell’anno 493. Tuttavia, scrive Mammarella, la memoria del martirio subito dai tre cittadini larinesi PrimianoFirmiano e Casto è indice certo che la locale comunità cristiana era già fiorente agli inizi del IV secolo.

Il territorio pertinente alla città di Larino in epoca medievale, con i Longobardi, era actu Larinense facente parte del gastaldato di Quinto decimo, (Quintodecimo, od. Eclano)  come da un atto dell’anno 840.

E’ in epoca longobarda che la diocesi di Larino può vantare la dedicazione di una delle prime chiese al culto dell’Arcangelo Michele apparso sul monte Gargano a Elvio Emanuele, ricco possidente di Siponto, nell’anno 490.

Mascia (2000), scrive: Ricadente nella diocesi di Larino, in prossimità del tratturo Celano-Foggia (fondamentale arteria di collegamento tra gli Abruzzi e il Gargano), la più antica delle chiese molisane dedicate a San Michele è ricordata in una lettera di papa Gelasio I del 493-494. La sua edificazione va senz’altro messa in connessione con l’affacciarsi del culto garganico. Sita in territorio di Civitacampomarano, o comunque in una località quae mariana vocatur, come precisa la lettera papale, la chiesa rimarrà isolata finché al culto del Santo non arriderà la fortuna assicurata dai longobardi, per irradiazione politica e/o delle abbazie benedettine.

Le famiglie della nobiltà longobarda franca risiedevano a Benevento, sede del ducato, poi principato longobardo-franco: i conti Roffrid, Dauferi e Madelfrid, godevano del possesso di vasti beni nella contea di Larino, ma solo un membro della dinastia dei Tasselgardo potette fregiarsi del titolo di conte di Larino.

La contea longobardo franca di Larino e Civitacampomarano

Con l’avvento del potere normanno si assistette alla disgregazione territoriale della contea longobardo franca di Larino; i suoi territori nel tempo furono inclusi nella contea di Bojano e nella “nuova” contea di Loritello (Rotello).

La contea di Loritellum  continuò ad esistere anche dopo la riorganizzazione del regno normanno di Sicilia dell’anno 1142, ciò che restava del territorio della contea di Larino, con la istituzione delle diocesi fu diviso tra la Connestabilia di Ruggiero Borsello: la parte nord orientale, delimitata da una linea che includeva Larino, Avellana, Rotello, ed escludeva Pizzuto, Casacalenda, Montelongo, Bonefro, Loreto; e la Connestabilia di Guimondo di Montelerre: la parte sud orientale, non compresa nella connestabilia di Ruggiero Borsello.

 

PENTRI.  Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Il < BUE > animale guida                          Il territorio dei Pentri

Il primo nome che i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti diedero alla città madre, alla loro capitale, fu Bovaianom, così ricordata da Tito Livio (59 a. C. – m. 17 d. C.): caput hoc erat Pentrorum Samnitium, longe ditissimum atque opulentissimum armis et virisque (era questa la capitale dei Sanniti Pentri, di gran lunga la più ricca di armi e di uomini).

I Pentri occuparono il territorio esteso a settentrione del massiccio del Matese, come vedremo dai confini del loro territorio, ad una altezza variabile dai 400 ai 600 mt s. l. m. ed alla distanza di circa 20 km. dalla costa adriatica dove si localizzavano i Frentani. (vedi figura).

La pianura di Bojano (nord est), in fondo le colline di confine con i Frentani. La localizzazione (rettangolo giallo punt.to) di BOVAIANOM, la città madre dei Pentri

All’epoca del loro arrivo, data l’abbondante presenza di acqua, non è da escludere l’esistenza di un lago o di una palude, testimoniata sia dal nome dell’odierno fiume Biferno, sia dal nome di alcune piante acquatiche, sia dal toponimo di alcune località del suo territorio.

Cianfarani (1978): Nell’antico nome dell’attuale Biferno (lat. Tifernum), si può ravvisare la parola pregreca Tiphospalude, e Typhepianta palustre, riscontrata nell’ambiente mediterraneo: la palude o il lago avevano dato il nome all’attuale fiume; sia da alcuni toponimi del territorio: la Piaggia, Guado della foce e Paduli di Sotto(Vedi figura).

La probabile localizzazione del lago o della palude a nord della città

Con la fondazione di Bovaianom (osco), nacque anche il popolo dei Pentri, ma i due avvenimenti avevano seguito una procedura eccezionale rispetto al rito celebrato dai loro consanguinei dei territori confinanti.

L’animale o il simbolo totemico, guida per i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, il nome del condottiero, il nome del dio cui erano stati consacrati, avevano dato sempre il proprio nome ai nuovi popoli; i Pentri fecero eccezione.

Il BUE, l’animale guida o il simbolo totemico seguito dai giovani migranti  non diede il nome al nuovo popolo, ma alla loro città madre, alla capitale, Bovaianom; loro si denominarono Pentri, come scrive Salmon (1980): il loro nome contiene la stessa radice del celtico pen- , < sommità >, il che implica che i Pentri erano un popolo montanaro. Essi popolavano il cuore del Sannio, la regione del massiccio del Matese e le sue vicinanze, e le valli dei fiumi Trinius e Tifernus. Tutto fa pensare che fossero forti e terribili, la spina dorsale della nazione. Un buon numero di essi era concentrato nella sola zona aperta del Sannio, oltre all’Irpinia, di una certa estensione, la valle dominata da Bovianum e Saepinum.

Inoltre, sia Diodoro Siculo (I sec. a. C.), sia Festo (II sec. d. C.) avevano ricordato un colle chiamato Sacro e un collem cui nomen erat Samnio. (vedi figura, foto P. D’Andrea).

Il colle chiamato Sacro o un collem cui nomen erat Samnio (innevato), monte Crocella. In primo piano la sommità di Civita Superiore di Bojano, sede di BOVAIANON

Dall’ultima propaggine  del massiccio del Matese che si affaccia sulla pianura posta a settentrione e occupata dal nuovo popolo dei Pentri, il monte Crocella (mt. 1. 070), già colle pagano, sulla cui sommità ancora esistono i resti di una fortificazione sannitica in rozza opera poligonale, i Peligni, i Carecini, i Frentani, gli Irpini e i Caudini stabilirono i capisaldi dei confini dei loro territori, scegliendo le cime delle montagne e delle colline facilmente riconoscibile. (vedi figure).

I capisaldi di confine, procedendo da ovest verso est: i Peligni, i Carecini, i Frentani, i Dauni e gli Irpini Il massiccio del Matese a sud est segnava il confine ancora con il territorio degli Irpini e a sud con i Caudini. (vedi figura).

Inoltre la sommità di monte Crocella permetteva di coordinare le comunicazioni visive tra la capitale dei Pentri  ed i popoli confinanti, utilizzando raggi del sole riflessi, il fumo e il fuoco.

Altra peculiarità era la localizzazione di Bovaianom/Bovianum: per volontà o per caso, era equidistante dal confine con i territori dei Frentani e dei Dauni; da Benevento, capitale degli Irpini, da Caudio/Montescarchio, capitale dei Caudini, da Capua, capitale dei Campani, da Teano, capitale dei Sidicini. (vedi figura).

L’equidistanza della circonferenza (rossa), I tratturi (verde). Il confine (giallo) del territorio dei PENTRI dai PELIGNI, dai FRENTANI, dai DAUNI, dagli IRPINI e dai CAUDINI

Strabone così ricordò Bovianum dopo la distruzione voluta da Silla in occasione della guerra sociale (90-88 a. C.): […]. E infatti ora le città sono diventate villaggi: alcune sono del tutto scomparse, come Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicina a Venafrum.

Nello stesso tempo descrisse la migrazione/ver sacrum dei giovani Safini/Sabini detti anche Sabelli/Sanniti che emigrarono dal paese (la Sabina, n. d. r.) sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano sparsi in villaggi; essi allora lo attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verisimile perciò che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (i Sabini, n. d. r.).

Gli Storici hanno legato l’avvenimento descritto da Strabone alla fondazione di Bojano/Bovianum (latino)/Bovaianom (osco), toponimo legato all’animale guida, sacro ad Ares; ma più che un toro, doveva trattarsi di un bue, animale più mansueto e facile da controllare.

N.B. Il paese dove il toro si sarebbe sdraiato non poteva essere il paese degli Opici, come scrisse Strabone, considerando le altre descrizioni che li videro protagonisti.

Antioco, scrisse Strabone descrivendo la Campania, dice che questa terra era abitata dagli Opici, ai quali si da anche il nome di Ausoni. Polibio distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio, n. d. r.). Altri ancora dicono che prima la Campania era abitata dagli Opici e dagli Ausoni, poi la occupò un popolo degli Oschi. […]. Gli Oschi occupavano sia Neapolis sia la vicina Pompei presso cui scorre il fiume Sarno, poi la occuparono i Tirreni e i Pelasgi e, dopo questi i Sanniti. Pure questi ultimi, però, furono poi cacciati dal posto.

La distinzione dei popoli presenti nel territorio campano è chiara: Opici, Ausoni, Oschi o Osci, Tirreni, Pelasgi e Sanniti da identificare con i Sanniti scesi alle montagne: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini.

Ergo, gli Opici, gli Oschi o Osci non erano presenti nei territori occupati dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione, ver sacrum.

Tra gli studiosi contemporanei, DEVOTO (glottologo, 1967) scrive: Se il nome opikoì (Opici) presso Dionigi (I, 72) si riferisce agli abitanti della Campania e a quelli del Lazio. […]. Non meno tardo è il nome di << Oschi >>, che deve la sua fortuna a un fatto non tanto politico quanto linguistico, alla diffusione della lingua osca nell’Italia meridionale. Anch’esso condizionato all’invasione sannitica nel mezzogiorno che ha sottomesso il popolo protolatino degli Opici. Osci da *ops- ci rappresenta probabilmente l’adattamento di << opico >> alla nuova lingua che conosceva il tema nominale ops- (da cui il verbo opsaom) e ha inteso dire << popolo dei lavoratori >> o magari < degli adoratori della dea Ops >>.

In merito agli OPICI, SALMON precisa: Opici, Obsci e Osci sono uno stesso popolo, Strabone (V 4-3, p. 242) distingue Opici ed Osci (Obsci), ma si sbaglia: Opici era il normale uso greco e Obsci (Osci) la forma che esso prese in latino. (Alcuni studiosi moderni per comodità chiamano Opici gli abitanti presabelli della Campania, riservando il nome Osci per il popolo che risultò dalla fusione di questi Opici con i Sabelli giunti in Campania più tardi.

Plinio il Vecchio, nel descrivere la IV Regio ricordò sì le colonie romane istituite nel territorio dei Pentri, citandoli come Sanniti, che furono detti anche Sabelli, e Sauniti dai Greci: con la definitiva conquista della penisola italica da parte dei Romani, il popolo dei Pentri in più occasioni fu denominato solo Sanniti, alleati fedeli dei Romani in occasione della presenza di Annibale in Italia e, contro Roma, nella guerra sociale dei popoli italici.

Dopo la conquista di Corfinio, 1^ capitale della lega italica, Bovianum divenne la 2^ capitale, in essa fu trasferita anche la zecca per le emissioni di monete proprie dei popoli in rivolta e in contrapposizione con le monete coniate dai Romani; in esse, per la prima volta, compare nella leggenda viteliù. (vedi figura).

Bovianum, città sannita romana, fu conquista dai Romani nell’anno 89 a. c., come ricordò Appiano: Silla espugnati gli accampamenti di Papio Mutilo procedette a Boviano dove era il consiglio comune dei rivoltosi. Aveva la città tre fortezze e i Bovianesi si tenevano all’erta. Or questi spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potessero, significandone il fatto col fumo. Dato alfine questo segno, Silla attaccò di fronte il nemico, e combattendo per tre ore, potentissimamente presa la città. Tali sono le imprese di Silla in quella estate; con il giungere dell’inverno si recò a Roma per chiedere il consolato. (vedi figura).

Bovianum sannita-romana 91-88 a. C. . Le tre fortezze di Appiano: 1 monte Crocella. 2 acropoli di Bovianum (Civita Superiore di Bojano). 3 contrada Piaggia San Michele. 4 La città di pianura di Bovianum.

Con la dominazione romana iniziata dopo la sconfitta dell’anno 305 a. C., la metropoli dei Pentri potette godere una < sovranità limitata >, sempre fedele alleata di Roma, protagonista nel contrastare l’invasione cartaginese.

Nella sua pianura vi era uno degli accampamenti l’esercito romano e Numerio Decimio di Bovianum, con il suo esercito composto da 8.000 fanti e 500 cavalieri portò soccorso all’esercito romano in occasione della battaglia di Gerione: verso la fine dell’estate e l’autunno dell’ anno 217 a. C. , tra le colline, ci fu la prima sconfitta di Annibale, prima della sua vittoriosa battaglia di Canne del 2 agosto 216 a. C..

Cicerone (10643 a. C.) ricordò che da Boviano e da tutto il Sannio sono state inviate nobillissime attestazioni di elogio e giunsero fin qui i cittadini più facoltosi e prestigiosi

Con il definitivo dominio di Roma, Bovianum/Bojano fu municipio negli anni 48-46 a. C.; tra gli anni 43-41 a. C. divenne colonia e di nuovo tra gli anni 73-75 d. C. della tribù Voltinia.

Con l’avvento del cristianesimo fu sede di diocesi con il primo vescovo Lorenzo (prima del 495 e dopo il 502).

In epoca medievale fu sede di gastaldato longobardo dall’anno 667 nel Ducato di Benevento; poi contea franca i cui titolari appartenevano alla nobiltà franca del principato di Benevento.

Per l’anno 1003 si conosce la donazione fatta al monastero di san Vincenzo al Volturno dalla contessa Maria, titolare della contea di Boiano, figlia del conte Roffridus o Roffrit, vedova del conte Potefrid, figlio del conte Magenulfi, probabile fondatore di Roccamandolfi; il suo erede fu il conte Magenolfi che ebbe una figlia, la contessa Altruda.

Per l’anno 1016 esiste un privilegio redatto dai principi di Benevento Landolfo V e Pandolfo II in cui sono citati il figlio della contessa Maria: Maghenolfus comes.

Già nell’anno 1053 era titolare della contea di Boiano il conte Rodolfo de Moulins o de Molinis o de Molisio, di origine normanna, i nuovi conquistatori dell’Italia centro meridionale.

I discendenti del conte Rodolfo seppero ampliare i confini della contea di Boiano ai territori delle contee longobardo-franche di Venafro, Isernia e parte delle contee di Trivento e Larino, tant’è che con la riorganizzazione del regno normanno di Sicilia voluta da re Ruggero II nell’anno 1142, la contea di Boiano fu denominata Mulisium, oggi nome Molise della Regione, per ricordare il cognomine Moulins/Molinis/Molisio dei suoi primi conti di origine normanna, del castrum di Moulins, oggi Moulins La Marche. (vedi figura).

Il territorio della contea di Molise corrispondeva a quello occupato dai Sanniti/ Pentri, escludendo i territori oggi pertinenti alle province di L’Aquila e di Chieti, e includendo una piccola parte del territorio dei Frentani a nord ovest di Larino.

 

La contea di Boiano/MOLISE (confine rosso). 1. feudo di Serracapriola

Con l’istituzione prima dell’anno 1149 delle connestabilie da parte di re Ruggero II di Sicilia, il territorio della contea di Molise e le diocesi furono divise tra le connestabilie di Landolfo Borrello, di Ruggiero Borsello e di Guimondo di Montellere. (vedi figura).

La contea di Boiano/MOLISE divisa amm.te: 1 Landolfo Borrello. 2 Guimondo di Montellere. 3 Ruggiero Borsello.

 

  IRPINI.  Maloenton/Maleventum/Beneventum/Benevento.

 Alla sua fondazione i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti la chiamarono  la loro città madre, la capitale, Maloenton.

La città di Benevento, posta a 135 m. s.l.m., è situata tra due fiumi, il Sabato e il Calore, ed è protetta da una corona di montagne dell’Appennino campano  tra cui il monte Taburno che, insieme alle altre cime, disegna la “Dormiente del Sannio”, un monumento montuoso naturale che sembra raffigurare una donna che dorme.

La città di Benevento. Sullo sfondo il monte Taburno

Strabone: Vengono poi gli Irpini, anch’essi Sanniti; derivano il loro nome da quello di un lupo che conduceva la colonia: I Sanniti infatti chiamano hirpos il lupo. Essi confinano con i Lucani dell’entroterra.

Lo storico greco citò Benevento, la città madre, la capitale degli Irpini, nel ricordare le principali via romane che la collegavano a Roma e al porto di Brindisi: 1°. Anche Teanum Sedicinum si trova sulla via Appia, come pure quelle altre città che  s’incontrano da Capua fino a Benevento. 2°. Ci sono due vie che partono da Brentesion (Brindisi, n. d. r.): la prima è una mulattiera che passa attraverso il territorio dei Peucezi chiamati Pedicli e poi attraversa quello dei Dauni e dei Sanniti fino a raggiungere Benevento. […]. L’altra via che passa per Taranto, volge un po’ verso sinistra, allungando l’itinerario di circa un giorno.

Sempre considerato un grande centro di comunicazioni, scrive Salmon: Il nodo stradale più importante fra tutti era però Benevento, all’epoca dei Sanniti come in età romana, medievale e moderna. Si trovava, come già osservato, sulla grande strada settentrionale del Sannio (Via Minucia ?), nonché sul tracciato di quella che in seguito sarebbero state la via Appia e la via Traiana. Da Benevento partivano strade per tutte le direzioni.

1. La via Appia. 2. La via Latina Casilina. 3. La via Minucia (gialla). 4. La via Minucia Traiana. 5. La via Herculia

Plinio il Vecchio ricordò degli Irpini: […]; si parla di < spiragli > o altrimenti di  < bocche di Caronte >: sono fori che emanano un’aria micidiale. Lo stesso ricorre tra gli Irpini ad Ampsancto (?), località presso il tempio di Mefiti, dove chi entra muore.

Ricordò Benevento, che in segno di miglior auspicio, mutò il suo nome (un tempo si chiamava Malevento) dopo la vittoria dei Romani su Pirro, nei pressi della capitale degli Irpini, nell’anno 275 a. C..

Sotto il potere di Roma, Beneventum, nell’anno 268 a. C. fu una delle prime città dei Sanniti in cui fu dedotta una colonia latina; nell’anno 265 a. C. fu la volta di Aesernia/Isernia, nel territorio dei Sanniti/Pentri: i conquistatori avevano il controllo a sud est e a nord ovest delle “2 porte” di accesso al Sannio/Pentro.

Tra gli anni 181-180 a. C. il territorio degli Irpini fu interessato dalla forzata migrazione dei (Liguri) Apuni: i Romani trasferirono circa 47.000 Liguri conosciuti come Liguri Bebiani e Corneliani, dai nomi dei consoli M. Bebio Tanfilo e P. Cornelio Cetego.

La presenza dei Liguri Bebiani è attestata nel territorio di Cercello e nei centri limitrofi: Reino, Pesco Sannita, Pago Veiano, San Giorgio La Molara e San Marco dei Cavoti. (vedi figura).

La presenza e la stessa esistenza dei Liguri Corneliani è dubbia; si è ipotizzata la localizzazione in prossimità dell’attuale Castelvetere Valfortore. (vedi figura).

Dopo la fine della guerra sociale che aveva visto protagonisti anche gli Irpini e la loro capitale, nell’anno 86 a. C. fu assegnata, diventando municipio, alla tribù Stellatina e  una nuova colonia di veterani nell’anno 42 a. C.. Vi fu dedotta una terza colonia, la Concordia, ricordata in una epigrafe: Colonia Julia Concordia Augusta Felix.

R. Torelli (2002) per l’anno 14 d. C. ricorda la presenza dell’imperatore Augusto e del figlio adottivo Tiberio nella città di Benevento e, per il periodo augusteo, due personaggi di origine beneventana: il “plagosus Orbilius” che fu maestro di Orazio e P. Veidius Pollio, il ricco stravagante amico di Augusto rinomato per la sua crudeltà.

Prima che il culto per la dea Iside si diffondesse all’epoca Flavia, scrive Torelli, già a partire dal II secolo a. C. bisogna ritenere che anche a Benevento, punto di incrocio obbligato sulla via Latina e sulla via Appia, la diffusione di tale culto egizio sia avvenuta in epoca ben anteriore all’età flavia.

E’ nota infatti l’importanza di reperti egizi rinvenuti a Benevento, il cui numero può addirittura in proporzione competere con i ritrovamenti dell’Urbe. Accanto a statue di divinità, di sacerdoti, di sfingi e di animali legati alle credenze e a rituale egizio quali il falco, il bue, le scimmie etc. sono stati infatti ritrovati due obelischi in granito recanti quattro epigrafi geroglifiche datate all’ottavo anno di regno di Domiziano (88/89 d. C.).

Con l’avvento del cristianesimo la città di Benevento svolse un ruolo di primaria importanza, secondo solo alla città di Roma: le più importanti vie che incrociavano nell’antica capitale degli Irpini, permettendo il collegamento dei paesi europei e dell’Italia centro settentrionale prima con la città di Roma, sede del Papa, poi con i porti della Puglia per l’imbarco per la Terra Santa o per visitare il santuario di san Michele arcangelo.

Il sito http://www.beweb.chiesacattolica.it/diocesi/diocesi/150/Benevento, dà notizia che la Chiesa beneventana sarebbe stata eretta in «cattedrale» nel 285
La prima sicura notizia tuttavia è posteriore di circa un ventennio e risale propriamente al 19 settembre 304 o 305, quando fu martirizzato in Pozzuoli il protovescovo  Gennaro.  Se ne hanno quindi sparse testimonianze sino alla fine del V sec. nella lista dei vescovi, che comprende non più di cinque nomi storicamente certi: Teofilo (313), Gennaro II (343-344), Emilio (406), Doro (448) ed Epifanio (494-499).
Nonostante la sua frammentarietà, l’accennata serie vescovile induce comunque a congetturare che in età tardo-antica già esisteva una domus ecclesiae o sede cattedrale con un suo clero organicamente strutturato
. […].

Il suo vescovo Barbato fu proclamato santo nel secolo VIII per avere convertito i Longobardi al cristianesimo.

In Benevento celebrarono concili tra il 1059 e il 1117 i papi Niccolò II, Vittore III, Urnabo II e Pasquale II ed ha dato i natali a tre papi: Felice IV, Vittore III e Gregorio VIII.

Elevata a sede metropolita tra il XI e XII secolo, giungerà a contare ben ventiquattro diocesi suffraganee, tutte comprese nelle odierne province di Benevento, Caserta, Avellino, Foggia e Campobasso.

Successivamente, a causa della deditio dei beneventani alla Sede apostolica (1051) e del conseguente trapasso della città nel patrimonium Beati Petri, ha inizio per la cattedra beneventana la serie di arcivescovi di nomina pontificia, che annovera pastori prevalentemente estranei all’ambiente locale.

Per il periodo storico in esame, sono venerati in Benevento i santi: dall’anno 883 le reliquie del corpo di san Bartolomeo, patrono della città; san Benedetto da Benevento, nato a Benevento nella seconda metà del X secolo; il papa san Felice IV nato a Benevento nella seconda metà del V secolo; san Guglielmo di Vercelli nato nel 105, fondatore del monastero ai Montevergine; san Leone IX, nell’anno 1053 era a capo di un esercito cercò di difendere la città di Benevento dalla conquista normanna; san Lupo venerato nei secoli IX-X secolo; san Menna, nato a Vitulano (BN), visse nel VI secolo; san Tammaro, vescovo africano vissuto nel V secolo fu titolare della diocesi beneventana e san Vittore III, nome Dauferio, monaco benedettino con il nome di Desiderio, nato a Benevento nell’anno 1027, fu eletto papa nell’anno 1087 e morì nello stesso anno.

La presenza dei Longobardi e dei Franchi nel territorio e nella città di Benevento contribuì allo sviluppo politico, amministrativo, architettonico e religioso anche dei territori dell’Italia centro meridionale.

Alla metà del VI sec., con Zottone suo duca, fu istituito da re Alboino il Ducato di Benevento o Langobardia minor; divenne principato nell’anno 774 con la caduta del regno longobardo di Pavia: Carlo Magno fu molto tollerante verso questa nuova istituzione e non ostacolò l’emigrazione di molti Longobardi dal nord dell’Italia verso il nuovo principato di Benevento che considerarono la loro nuova Patria Beneventana.

Le cartine illustrano il territorio pertinente al ducato e al principato di Benevento.                                                    da: (http://wwwbisanzioit.blogspot.it/2017/06/ducato-di-benevento)

Il Principato nell’ anno 851

Risale all’anno 702 la fondazione del monastero di san Vincenzo al Volturno (IS) da parte di tre nobili longobardi di Benevento: Paldo, Taso e Tato viri Beneventani; i duchi beneventani favorirono l’istituzione sia di una signoria monastica che la formazione di nuove strutture insediative produttive e la costruzione dei castra per la loro difesa.

I Longobardi di Benevento, promossero la devozione all’arcangelo Michele: avendo sconfitto i Bizantini ed essendosi convertiti al cristianesimo, favorirono e protessero quanti attraversavano i loro territori per visitare il santuario micaelico del Gargano.

L’arrivo dei Normanni segnò la fine del principato longobardo di Benevento i cui titolari per salvare la loro autonomia si schierarono con poca fortuna con papa Leone IX.

La vittoria dei Normanni causò la disgregazione del principato di Benevento e favorì l’ascesa di due famiglie normanne: i Drengot nel principato di Capua e gli Altavilla nel ducato di Puglia, Calabria e Sicilia: la loro affermazione nell’Italia centro meridionale culminò con il re  Ruggero II del regno di Sicilia.

Quello che era stato un vasto dominio longobardo franco con a capo la città di Benevento, con la riforma di Silva Marca dell’anno 1142 voluta da re Ruggero II degli Altavilla, fu diviso in contee e diocesi; alcune di esse furono istituite anche nell’antico territorio dei Sanniti/Irpini.

Le contee, scrive Cuozzo, erano: la contea di Alifia (Alife), contea di Avellinum (Avellino), la contea di Consia (Avellino), la contea di Bonusalbergus (Buonalbergo, prov. Benevento).

Alla Connestabilia di Landolfo Borrello fu assegnata la 1^ delle 3 diocesi di Benevento: la parte ad occidentale dei fiumi Sabato e Calore.

La 2^ diocesi di Benevento: ad oriente del fiume Sabato, fu assegnata alla Connestabilia di Guimondo di Montellere, con le diocesi di Trevico, Ariano, Avellino: ad occidente del Sabato.

Alla Connestabilia di Gilberto di Balvano, le diocesi di: Avellino, ad est del fiume Sabato; Montemarano; Nusco; Conza: ad esclusione della parte più meridionale compresa nella sottoconnestabilia di Roberto di Qualietta; Sant’Angelo dei Lombardi; Monteverde; Lacedonia; Bisaccia a sud dei fiumi Calaggio e Ufita; Frigento; la 3^ diocesi di Benevento: il territorio compreso tra il Calore ed il Sabato, quando i due fiumi corrono paralleli verso nord, e quell’altro territorio compreso tra l’Ufita ed il Calore, con al centro Bonito.

Alla Connestabilia di Lampo di Fasanella, la diocesi di Conza: la parte più meridionale a sud del Sele, con Caposele, Lavigno, Calabritto, mentre la parte più meridionale fu assegnata alla Sottoconnestabilia  di Roberto di Quaglietta.

Tutto accadeva prima dell’anno 1149. 

 

 CAUDINI.   Caudium/Montesarchio

E’ ipotizzabile che il primo insediamento di Caudium, la città madre, la capitale dei Caudini, sorgesse sulla collina che con il monte Taburno domina la vasta pianura  posta a circa 300 mt. s. l. m. a confine con la pianura occupata dai Campani accessibile attraverso le valli dei fiumi Isclero e Volturno.

 

Per le comunicazioni viarie, la via Appia svolse un ruolo importante: la costruzione iniziò nell’anno 312 a. C. e passava, come ricordò Strabone, per Caudium/Montesarchio prima di arrivare a Benevento.

La Storia ricorda il popolo dei Sanniti/Irpini soprattutto per l’unica vittoria dei Sanniti: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini contro i Romani che avevano deciso di portare il loro aiuto alla città di Lucera, avendo appreso che era stata assediata dai Sanniti.

Livio ricordò il trasferimento nei pressi di Caudio/Montesarchio dell’esercito sannita guidato da Caio Ponzio, figlio di Erennio e l’invio di 10 soldati a Calatia, dove era il grosso dell’esercito romano, con l’ordine di far pascolare le pecore; se fossero stati interrogati dai Romani avrebbero dovuto rispondere che l’esercito sannita era già in Apulia ed aveva assediato Lucera.

Due vie conducono a Luceria, scrisse Livio, una lungo il litorale del mare superiore (mare Adriatico, n. d. r.), ampia ed aperta, ma quanto più sicura, tanto forse più lunga, l’altra attraversa le Forche Caudine, più breve; la conformazione del luogo è però la seguente: vi sono due passi alti, stretti e selvosi, congiunti tra di loro tutt’intorno  da una serie di ininterrotta di monti. Tra di essi è racchiusa una pianura, abbastanza ampia, erbosa e ricca d’acqua, nel mezzo della quale passa la strada; ma avanti che tu giunga a quella pianura, bisogna entrare nella prima gola, e poi, o rifare all’indietro la stessa via, oppure, se vuoi proseguire oltre, uscire per l’altro passo più stretto e malagevole.

Prima della via Appia (312 a. C.) esisteva nel 321 a. C. una via anonima” tra Calatia/Maddaloni e Caudium/Montesarchio che passava per le Forche Caudine e la Via litorale adriatica per Luceria. (vedi figura).

Il probabile percorso utilizzato dai Romani per penetrare nel Sannio/Irpino dovrebbe localizzarsi tra l’odierna Maddaloni, l’antica Calatia, e Caudium/Montesarchio: passava per una “gola” nel territorio dell’odierna Forchia, toponimo che deriva dal latino “furcula”, forca o “gola, passo” tra due monti. (vedi figura).

Dando credito alla descrizione liviana, Caudio era Montesarchio, Calatia era Maddaloni, l’itinerario seguito dall’esercito romano era il < primitivo > percorso di collegamento dei Caudini con il territorio campano; nell’anno 312 a. C. i Romani lo adattarono alle nuove esigenze con la costruzione della via Appia.

Dal sito http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/falerna/: Caudio dopo le guerre sannitiche, fu federata di Roma e tale rimase fino alla guerra sociale, quando divenne municipio appartenente alla tribù Falerna. All’età di Augusto vi fu dedotta una colonia di veterani e il suo intero territorio venne assegnato alla colonia di Benevento. Ma rimase comune a sé, giacchè magistrati municipali sono ricordati nelle iscrizioni (cfr. Corp. Inscr. Lat., IX, n. 2176).

Quanto accadde confermerebbe, con l’avvento del cristianesimo, l’assenza della istituzione della diocesi e il suo coinvolgimento negli avvenimenti nel periodo medievale preso in esame.

 

LUCANIPetelia /Strongoli.

Dell’antico abitato restano visibili alcuni tratti delle mura costruite in blocchi squadrati di arenaria che delimitano la spianata naturale sulla bassa valle del Neto. Dell’abitato, solo parzialmente indagato, affiorano in superfice strutture e ceramiche comprese tra il IV° a. C. e il IV° d. C.. ( da www.kaulon.it/petelia.htm).

Strabone: Petelia viene considerata metropoli dei Lucani ed è ancora oggi abbastanza abitata; fu fondata da Filottete, esule da Melibea in seguito ad una ribellione. E’ in una posizione ben salda, cosicchè anche i Sanniti una volta la fortificarono. […].

Vocabolario Treccani: (dal lat. tardo metropŏlis, gr. μητρόπολις, comp. di μήτηρ -τρός «madre», e πόλις «città». – 1. Nella Grecia antica, la «città madre» rispetto alle colonie da essa fondate.

Strabone: I Lucani sono di stirpe sannitica. Avendo vinto in guerra i Posidoniati e i loro alleati, occuparono le loro città. Mentre ordinariamente avevano istituzioni democratiche, in tempo di guerra era scelto un re dai magistrati in carica. Ora sono Romani.

Il geografo greco ritenne i Lucani, confinanti con gli Irpini nell’entroterra, coloni dei Sanniti e questi, con i Picentini, furono coloni dei Sabini una stirpe assai antica e sono autoctoni.

Dando credito a quanto tramandato da Strabone, i Lucani erano di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita e sulla origine del nome sono state proposte diverse ipotesi.

Salmon: Fatto sta che sia gli Irpini sia i Lucani erano detti < uomini-lupo > (rispettivamente dall’osco (h)irpus e dal greco lycos, che significano entrambi < lupo >. In nota Salmon specifica: Plinio (Naturalis Historia III 71), però fa derivare Lucani da Lucius, il nome del loro condottiero. La radice è la stessa di Lucentius, parola osca che significa cielo sereno (Servio, Ad Aen. IV 570).

Petelia, la città madre, la capitale dei Lucani, corrisponde a Strongoli (Salmon  la considera città dei Brutii).

Strabone descrisse la costa tirrenica e la città di Laos occupata dai Lucani, precisando: non raggiunsero la costa orientale dove dominavano i Greci che controllavano il golfo di Taranto. Prima che venissero i Greci non c’erano ancora i Lucani, ma questi luoghi erano occupati dai Coni ed Enotri. Avendo poi i Sanniti accresciuto di molto la loro potenza, cacciarono Coni ed Enotri ed insediarono in questi territori alcuni Lucani. […]. La Lucania, dunque, è situata fra la costa del mar Tirreno e quella del mar di Sicilia: sulla prima si estende dal Silaris al Laos, sulla seconda da Metaponto a Turi; sul continente essa si estende dalla terra dei Sanniti fino all’istmo che va da Turi a Cerilli, vicino Laos. Un po’ oltre i Lucani ci sono i Bretti. […]. Questi Bretti dunque, che prima erano dediti alla pastorizia al servizio dei Lucani, essendo diventati liberi per indulgenza dei loro padroni, si ribellarono. (Vedi in seguito Salmon).

Il territorio della Lucania (nei confini rossi) e la capitalePetelia/Strongoli

Andrea Pesavento ha scritto: La città di Strongoli da Strongylon, quod est mons in girum elatus, situata alla sommità di un colle circondato da rupi a tre miglia dal mare. Le pietre con cui erano costruite le mura, le torri e le case ricordavano lo splendore dell’antica Petelia.

Già nell’anno 280 a. C. la città di Petelia aveva una propria una zecca ed emise monete fino alla sua distruzione da parte dell’esercito cartaginese nell’anno 216 a. C. dopo la vittoriosa battaglia di Canne (2 agosto 216).

Livio: Nello stesso tempo i Peteliani, gli unici fra i Bruzzi ch’erano rimasti fedeli ai Romani, furono attaccati non solo dai Cartaginesi, che occupavano la regione, ma anche dagli altri Bruzzi, per il fatto che i Peteliani avevano seguito una causa diversa.

Attaccati dai Cartaginesi e dai Bruzzi, i Peteliani chiesero invano aiuto a Roma; scrisse Livio: […], la città di Petelia nel paese dei Bruzzi, dopo alcuni mesi di assedio, fu espugnata da Imilcone prefetto di Annibale. La vittoria costà ai Carteginesi molto sangue e feriti; nessun’altra forza fuorchè la fame potè obbligare gli assediati alla resa. Costoro, infatti, finite tutte le riserve di messi e quelle di carni consuete ed inconsuete di quadrupedi di ogni genere, alla fine furono costretti a vivere di cuoio, di erbe, di radici, di cortecce tenere e di foglie ancora attaccate ai rami e non furono domati prima che mancassero a loro le forze per stare sulle mura e per maneggiare le armi. Arresasi Petelia Annibale condusse l’esercito a Cosenza, […].

Con la definitiva sconfitta di Annibale, la fedeltà di Petelia a Roma fu ricambiata con il diritto di tornare a battere moneta. (vedi figura).

 

Perché furono ricordarti i Bruzzi e non i Lucani ?

Salmon chiarisce: La Lucania, tranne poche colonie italiote, era totalmente sotto dominazione sabella verso il 435, e i suoi conquistatori, i Lucani storici, si erano riservati fino alla punta estrema dell’Italia, diffondendo in vaste zone la cultura osca. Nel 356, secondo le fonti greche, gli schiavi dei Lucani nell’estremo sud si ribellarono, si impadronirono di Terina, Hipponium, Thurii e numerose altre città e si insediarono come nazione sabella indipendente nell’Ager Bruttius (o Bruttium, come gli studiosi moderni preferiscono chiamarlo). In seguito a ciò fu loro dato il nome di Bruttii (Bruzi), che nel dialetto locale significava < schiavi ribelli >.

Con il dominio romano, Petelia fu municipio ascritto alla tribù Cornelia; un’epigrafe del II sec. d. C. ricorda Manio Megonio della gens Cornelia, fu quadrunviro romano, questore del pubblico erario, Patrono Municipale, rappresentante della giustizia e difensore del popolo.

Andrea Pesavento: Secondo alcuni storici dove sorgeva l’antica Petelia si sviluppò Strongylos-Paleocastro, città che prima del Mille diviene una delle diocesi della nuova metropolia di Santa Severina.

Nel periodo normanno con i nomi di Giropolen, Strongylon, Strombulo e Strongulo la ritroviamo tra le diocesi di Santa Severina.

Il piccolo vescovato, incluso da confini che misuravano 16 mila passi e comprendente la sola città di Strongoli, confinava a oriente con il mare Jonio, a mezzogiorno con la diocesi di Crotone, dalla quale la separava il fiume Neto, a occidente con la diocesi di Santa Severina ed a settentrione con quella di Umbriatico. Ignoriamo quando la sua popolazione si convertì al cristianesimo. Secondo una tradizione popolare, che però non ha alcuna base certa, ciò avvenne prima del terzo secolo, quando la fede vi fu propagata dal pontefice San Antero. E’ certo che al tempo che la città fu insignita della cattedra vescovile, vi si celebrava in rito greco.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.