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PAPA CELESTINO V. LA CHIESA E LA CARTA STAMPATA I DEPOSITARI DELLA VERITA’ ?

maggio 19, 2018

Celebriamo oggi, sabato 19 maggio 2018, S. Celestino V papa, al secolo Pietro di Angelerio, nel giorno della sua morte avvenuta sabato 19 maggio 1296, nel castello di monte Fumone, all’età di 87 anni, essendo nato lunedì 29 giugno 1209.

In quale località ?

                                      UNA DOMANDA SENZA UNA RISPOSTA.

Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Il giorno 13 maggio 2018 è stata celebrata la 52ma Giornata delle Comunicazioni sociali. Tema: Notizie false e giornalismo di pace, e, come sempre, la Chiesa ha invitato i fedeli a pregare: Perché gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione nel raccontare il mondo che li circonda siano sempre  attenti e rispettosi della verità e della dignità di ogni persona…. .

Come spesso accade, sono pochi gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione che rispodono all’invito della Chiesa e, a volte, sono gli stessi uomini di Chiesa a < predicare bene e razzolare male >.

Una vicenda che si trascina da secoli: l’identificazione del luogo di nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio (per brevità non esamireremo l’anno della nascita, il cognome dei genitori, lo stato patrimoniale e la sua presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294).

Cosa hanno scritto gli uomini di Chiesa in merito al luogo della nascita di Pietro di Angelerio ?

Dimostrano indifferenza alla secolare polemica, tanto da scrivere nell’anno 2009, in occasione della celebrazione dell’VIII centenario (1209-2009) della nascita di papa Celestino V: Cari fratelli e sorelle, noi Arcivescovi e i Vescovi dell’Abruzzo e del Molise siamo lieti di annunciare che a San Pietro Celestino V viene dedicato uno speciale anno giubilare dal 28 agosto 2009 al 29 agosto 2010 in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215.  Le diocesi del Molise sono tutte coinvolte, essendo S. Pietro Celestino compatrono del Molise. Pietro Angelerio è nato nel Molise, è stato a Faifoli (Montagano) come chierico e come abate. La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia.

Perché evidenziare La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia e citare UNICAMENTE la città che da secoli ne rivendica la nascita ?

Perché ricordare la secolare polemica e giustificare l’atteggiamento dellaChiesa dichiarando: Oggi discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi (uomini di Chiesa, n. d. r.) queste cose interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita.

Si < lavano le mani > come Ponzio Pilato, poi esprimono pareri contrastanti tanto da confonderel’ignaro con queste dichiarazioni:1. nacque nel Molise2. nasce in terra d’Isernia, nel Molise; 3. il luogo di nascita è conteso tra Sant’Angelo Limosano e Isernia. Non entriamo nel merito ma di certo sentiamo molto fondato il sito di Sant’Angelo Limosano, perché quel paese meglio giustifica la sua presenza giovanile presso il monastero di Faifoli. 4. La ininterrotta tradizione locale, suffragata anche da autorevoli storici dell’ordine celestiniano, vuole nato in terra d’Isernia. 5. Hanno perfino dato la loro < benedizione> a una nuova località in provincia di Caserta che in tempi recenti si è candidata per rivendicare la nascita del papa molisano.

                                                  PIATTO RICCO MI CI FICCO.

Ignoro cosa sia stato scritto nell’Annuario Pontificio dell’anno 2018,ma nell’edizione dell’anno 1997, era scritto: S. Celestino V, n. a Isernia, Pietro del Morrone;  mentre nella edizione dell’anno 1998S. Celestino V, del Molise, Pietro del Murrone: MOLISE indica tutto il territorio del regione, ergo papa Celestino V potrebbe essere nato in uno dei suoi 136 comuni, ma le biografie ricordano che nacque in un castrum,  mentre Isernia era una civitas ed entrambe si localizzavano nel comitatus o conteadi Molise.

                              “CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE … INTENDA”.

Così agiscono gli uomini di Chiesa.

Per come agiscono i giornalisti, esaminiamo un articolo pubblicato da un noto quotidiano del Molise il 13 aprile dell’anno 2008.

Il redattore (ne ometto l’identità per non offrirgli una “gratuita pubblicità”), esordisce, sic et simpliciter: L’iserniano Celestino V.

ISERNIANO (agg.vo-sost.vo masch.)  ?

La documentazione archeologica, numismatica e letteraria lo SMENTISCE.

Gaio Plinio Secondo il Vecchio (23 – 79 d. C.) in Naturalis Historia (libro III, 107) ricordò gli Aesernini.

Non male come premessa dell’articolo !

Il redattore, cicero pro domo sua, ha citato correttamente Platina (1421-1481), il cui vero nome era Bartolomeo Sacchi, abbreviatore [Enciclopedia Treccani: Nel Medioevo, denominazione (lat. abbreviator o breviator) degli ausiliari dei notai e, dal sec. 14°, degli impiegati della cancelleria pontificia che facevano estratti delle suppliche ricevute e stendevano le minute delle bolle e dei brevi pontifici.] di alcuni pontefici e fu direttore della Biblioteca Vaticana; la sua pubblicazione principale fu un breve trattato di gastronomia.

Con superficialità e leggerezza, senza un’approfondita ricerca bibliografica, ignorando quanto tramandato dai primi biografi del papa molisano, nell’anno 1479 Platina scrisse una breve: De vitis Pontifici: Celestino Quinto, chiamato prima Pietro da Morone, fù de Isernia e visse heremita in un luoghetto solitario due miglia lungi da Sulmona.

Chi furono i primi biografi di papa Celestino V, ignorati da Platina e dal diligente redattore ?

Il cardinale Jacopo Stefaneschi, circa 200 anni prima di Platina, tra il 1296 e il 1314, a pochi anni dalla morte (1296) di Celestino V, nel suo Opus Metricum aveva ricordato, riferendosi al luogo di nascita: Est locus Aprutii, cui profert accola nomen Molisium, patria huis: quonda vel parte Laboris Terrae.

                                               IGNORATA ISERNIA.

Il frate F. Francisci Pipini (1270-1328), bolognese scrisse nel Chronicon: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam provinciae Terrae-Laboris, vocatus prius Frater Petrus de Murone.    

                                               IGNORATA ISERNIA.

TRE biografie denominate Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306), ma la Vita C è stimata la più attendibile perché scritta da Bartolomeo da Trasacco e Tommaso da Sulmona, DUE dei discepoli più cari che stettero accanto a Pietro di Angelerio fino alla morte, ricordando il primo monastero frequentato dal giovane Pietro, scrissero: quod vocatur Sancta Maria in Fayfolis quod erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

Il monastero era nella provincia oriundus (di nascita) e Santa Maria in Faifoli dove fu ospite per il noviziato, è poco distante da Sant’Angelo Limosano.

                                                IGNORATA ISERNIA.

Per brevità, ricordiamo i biografi che scrissero PRIMA di Platina:

Guidonis (12611331) vescovo francese, fu dello stesso parere di Pipini.

                                                IGNORATA ISERNIA.

La Bolla di Canonizzazione (1313), ricordò: la Provincia di Terra di Lavoro, omettendo comitatus Molisi che era la denominazione di un unico Justitiariato nel regno di Napoli; proseguendo, il testo della Bolla ricordò erroneamente: Hic Fr. Petrus de Morone antea dictus, natione Apulus Monachu.

                                                 IGNORATA ISERNIA.

Natione Apulus scrisse anche Petrus de Alliaco, cardinale francese (1326 – 1415).

                                                  IGNORATA ISERNIA.

Tra gli anni 1471- 1474, Stefano di Lecce, celestiniano e professore di sacra teologia,

IGNORATO dal Platina che aveva scritto nel 1479 (circa 8-5 anni dopo) e dal redattore dell’articolo in esame, nella Vita del Beatissimo Confessore Pietro Angelerio scrisse: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado del Molise, vicino Limosano. […] si chiamava Santa Maria del Molise (corruzione di Faifoli, n. d. r.), vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.

                                                      IGNORATA ISERNIA.

Lelio Marini, Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto scrisse la biografia San Pietro del Morrone già Celestino Papa V (1630), composta di 550 pagine e a buon diritto, può essere stimata la più completa per la ricchezza delle descrizioni storiche, geografiche e religiose.

Nella prefazione alla sua opera, Marini citò tra i biografi di Celestino V, anche Dionigi Fabro Francese, di cui non ho trovato altre notizie, mentre il redattore dell’articolo ricorda tale Fabbro, assertore dell’origine isernina di papa Celestino V.

MARINI ricordò che alla sua epoca (XVII sec.) si era diffusa la notizia: La patria del Santo secondo l’opinione volgare fù Esernia antica & illustre città dei Sanniti, ma aggiunse diligentemente: Altri scrittori non di meno hanno lasciato memoria, che il luogo dove nacque Pietro, fu un castello chiamato Sant’Angelo: così hanno alcuni Manoscritti antichissimi, la prima parte de i quali si professa nel prologo, che fù lasciata scritta di propria mano da un Monaco di Santa vita discepolo del Santo & si hà che fu il Beato Roberto de Sale. Et dal trattato, che scritto di mano del Santo medesimo delle cose passate nella sua fanciullezza & nei primi anni della sua conversione, fù trovato nella Cella di lui.  (segue un riferimento a quanto scritto dal cardinale Giacomo Caitano che citò un luogo chiamato Molisi e alla bolla di Canonizatione, già esaminata).

                                                            CAPITO ?

Marini 1630, quale scopo aveva per accreditare la nascita di papa Celestino V al castrum dell’odierno Sant’Angelo Limosano e non alla civitas di Isernia ?

Alcuni anni  dopo Marini, Ciarlanti 1640 (citato dal redattore) Telera 1648, Spinelli 1664, il Bullari Romano 1741, Celidonio 1896, senza indizi, indicarono la civitas di Isernia.

Il redattore dell’articolo evidenzia la pubblicazione nell’anno 1894 di un volume straordinario in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita.

In verità, in verità a tale proposito, vale la pena esaminare quanto scrisse Grano nell’anno 1996: La Bolla fu esibita per la prima volta da Celestino Telera nel 1648, il quale così la inserì nella sua opera: “” Nacque Pietro detto del Morrone nell’anno di nostra salute 1215, sotto il pontificato d’Innocenzo III, in Isernia, città dei Sanniti; benchè altri, quanto alla patria, diversamente, ma senza appoggio di vere ragioni, stimassero; poiché negli antichi Officij della Chiesa e nella vita di lui, scritte da più gravi Autori leggiamo esser’egli nato in quella città. Il che si fa molto più chiaro da un editto del 1289 (che si trova appresso què cittadini) in cui Roberto Vescovo di Isernia, eresse una Compagnia di persone devote per impiegarle in esercitij di carità verso gl’infermi e peregrini “”.

Il testo della Bolla, ricorda: Nos Robertus, Dei gratia yserniensis, […] religosi viri fratris Petre de Murrone huius civitatis Ysernie civis […]. Actum Ysernie anno Domini Millesimo ducentesimo ottuagesimo nono, primo Octubris, terti anno secundo.e Indictionis, Pontificatus Nicolay Pape quarti. (1° ottobre 1289).

Il redattore esprime un proprio giudizio sul testo della pergamena, affermando: in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita: in verità, Petre de Murrone fu ritenuto civitate Ysernie civis, ovvero semplicemente cittadino della città di Isernia, non nato o nativo di Isernia: la cittadinanza si acquisiva e si acquisisce trasferendosi dal luogo di nascita in un’altra località (di residenza); dove era scritto, come afferma il redattore, la data di nascita di fratris Petre de Murrone ?  

                                                          MISTERO.

Il MISTERO infittisce sulla esistenza della Bolla: SOLO Telera aveva trovato NON l’originale, ma una COPIA del XVI secolo di cui si ignora la provenienza; pertanto l’avrebbe potuta compilare lo stesso Telera.

Le sorprese non mancano e il giallo è sempre più avvincente.

Il Santo Giovanni Paolo II fu tratto in errore dal suo entourage che gli aveva scritto il discorso, ricordato dal redattore nel suo articolo, pronunciato il giorno 16 novembre 1996 in occasione della visita dei pellegrini non solo della diocesi di Isernia-Venafro con il vescovo mons. Gemma, come ha evidenziato il redattore presente all’evento; perché non ha ricordato anche la presenza dei fedeli della diocesi di Trivento con il loro vescovo mons. Santucci ?

                                                          MISTERO.

Avendo visionato la registrazione dell’evento, riassumo quanto ci interessa: il vescovo di Isernia-Venafro esordì rivendicando al capoluogo della sua diocesi la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angeleni; il Santo Papa, leggendo con molta fatica a causa della salute precaria quanto scritto da altri, rispose: Cari pellegrini di Isernia-Venafro, in questi tre anni di celebrazioni centenarie celestiane a ricordo dell’elevazione al sommo Pontificato dell’iserniano Pietro da Morrone, divenuto Celestino V, e dell’anniversario della sua santa morte […] .

E’ bene evidenziare che nel momento stesso in cui furono pronunciate queste parole, mons. Santucci, vescovo di Trivento, seduto tra il Pontefice e mons. Gemma, subito si volse verso il collega isernino per un commento di cui ignoro il contenuto: un suo giudizio sul termine iserniano o sulla nascita di Pietro di Angelerio nella città di Isernia ?

                                                              MISTERO.

Mons. Santucci (al centro) si rivolge a mons. Gemma. La mantellina bianca del Santo Giovanni Paolo II, seduto alla sinistra del vescovo della diocesi di Trivento. (immagine TV Telemolise).

Il redattore ha dato all’evento GRANDISSIMA importanza, al punto da scrivere: Questo basta e avanza per mettere a tacere qualche “ugola solitaria”.

Il finale dell’articolo è sorprendente.

Il redattore scrive: Conclusione: documenti interessanti ed ancora inediti sono custoditi nella biblioteca di Montecassino. L’associazione “La Fraterna” a breve inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

Correva l’anno 1998, mese di Aprile; SIAMO nell’anno del Signore 2018, giorno 19 maggio, san Celestino V papa: I MEMBRI de L’associazione “La Fraterna” HANNO DIMENTICATO hanno dimenticato di inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti o SI SONO PERSI NEI LUNGHI CORRIDOI DELLA BIBLIOTECA MONUMENTO NAZIONALE DELL’ABBAZIA DI MONTECASSINO o i documenti interessanti ed ancora inediti NON SONO MAI ESISTITI ?

                                                           MISTERO.

Dopo 10 anni, siamo in attesa della pubblicazione dei documenti interessanti ed ancora inediti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

E GLI UOMINI DI CHIESA CONTINUANO A FARE TIFO PER LA CITTA’ DI ISERNIA o per la TERRA DI ISERNIA.

                                                            AMEN.

Oreste Gentile.

 

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LE “TAVOLE EUGUBINE” e LA “TAVOLA OSCA” di CAPRACOTTA/AGNONE SCRITTE DAI SOLDATI DI ANNIBALE

maggio 11, 2018

Prima che dall’anno 2012 si diffondesse la < sindrome viteliù >, dall’anno 1990 nel Molise si era diffusa la       < sindrome battaglia di Canne > che modificava radicalmente le nostre conoscenze: la battaglia di Canne, che TUTTE le fonti classiche hanno sempre ricordato avvenuta presso il fiume Ofanto in territorio Dauno, sarebbe avvenuta presso il fiume Fortore in territorio Pentro; la millenaria cultura del popolo dei Pentri sarebbe stata influenzata dalla presenza dei disertori dell’esercito Cartaginese in cui erano presenti mercenari: iberici, celti, i frombolieri delle Baleari, i cavalieri Numidi, gli Spagnoli e gli Africani.

Questo preambolo è utile per esaminare quanto è stato illustrato da un articolo/intervista di un noto quotidiano molisano pubblicato il 29 aprile u. s. .

Nella pagina dedicata ad Agnone Alto Molise, si afferma che i templi edificati dai PENTRI, popolazione di origine (XI-IX sec. a. C.), Safina/Sabina/Sabella/Sannita furono costruiti da maestranze punico-molisani, del II sec. a. C. e che La Tavola (detta osca trovata nel territorio di Capracotta, n. d. r.), evidenzia la stessa in-congruenza del toro-bue e dei templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà.

In verità, i più importanti templi scoperti in alcuni centri del territorio dei PENTRI, restaurati e studiati, testimoniano che:

VENAFRO esisteva un santuario frequentato già dal IV sec. a. C..

VASTOGIRARDI, Il tempio fu costruito tra il 130-120 a.C..

mmmm

PIETRABBONDANTE, nella seconda metà del IV sec. a. C. iniziò la frequentazione del santuario per diventare nei secoli successivi e fino alla disfatta degli Italici nella guerra sociale (I sec. a. C.) il loro luogo di culto preminente.

 

SCHIAVI D’ABRUZZO: Il santuario presenta due grandi fasi edilizie: alla prima, da porsi alla fine del III o agli inizi del II sec. a.C., […] appartiene il tempio maggiore; alla seconda fase, risalente agli inizi del I sec. a.C., da riferirsi una ristrutturazione che ha comportato l’ampiamento dell’area sacra, con conseguente innalzamento del livello pavimentale, per la costruzione di un secondo tempio con relativo altare.

CAMPOCHIARO, la frequentazione del santuario è testimoniata da materiale votivo datato seconda metà del IV-prima metà del III sec. a. C..

SEPINO, il santuario ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.. Tali reperti si riferiscono alle pratiche di culto che avvenivano nel santuario ed alle attività connesse con il santuario stesso, inteso sia come luogo di preghiera che come luogo in cui si favorivano e si facilitavano incontri e scambi. I materiali più antichi sono prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. (vedi figura ).   

L’area del santuario

SAN GIOVANNI IN GALDO, una frequentazione cultuale è attestata, dal materiale votivo, già alla fine del III-inizi del II secolo a.C. precedente quindi alla sistemazione monumentale che è da datare tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. e continua fino al III secolo d.C. quando si avrà l’abbandono definitivo dell’area. (vedi figura).

L’area del tempio.

 Quanto esaminato e divulgato dalla Soprintendenza Archeologica del Molise, SMENTISCE l’affermazione: templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà, NON CORRISPONDE ALLA VERITA’ STORICA E ARCHEOLOGICA.

Ma quali templi punico-molisani !

Il popolo dei PENTRI, dopo la definitiva conquista da parte dei Romani della loro città madre, la capitale Bovaianom nell’anno 305 a. C., godevano di “sovranità limitata”, ma persero i territori pertinenti alla praefectura di Venafrum (anno 290 a. C. ?) e alla colonia latina di Aesernia, istituita nell’anno 263 a. C..

I punici e i molisani costruirono i templi così detti italici ?

I punici militavano in un esercito che, alleato con alcune delle popolazioni cosiddette italiche, fatta eccezione dei PENTRI, avevano un unico scopo: abbattere il potere di Roma; i molisani solo dall’anno 1142 sarebbero stati protagonisti nella STORIA.

La STORIA ricorda nell’anno 218 a. C. il passaggio delle Alpi da parte dell’esercito di Annibale e la sua presenza in Italia si protrasse fino all’anno 204 a. C. (totale circa 14 anni), quando fu richiamato in Africa.

TUTTE le fonti antiche, ricordando i percorsi dell’esercito cartaginese in lungo e in largo per la penisola italica, non documentano la sua presenza nel territorio dei PENTRI, infatti è sempre bene ricordare, fu l’unica popolazione di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita fedele alleata di ROMA. (vedi figure. Per saperne di più, articolo Annibale nel territorio dei Sanniti/Pentri ? in molise2000.wordpress.com).

 Gli itinerari dell’esercito cartaginesi tramandati da Tito Livio hanno sempre escluso il territorio dei PENTRI. (vedi figure).

Come i punici avrebbero potuto costruito dei templi in un territorio che MAI avevano attraversato e MAI avrebbe dato loro ospitalità per essere stati, i PENTRI, sempre ostili nei loro confronti ?

E’ a dir poco DELIRANTE quanto si legge nell’artico/intervista: […]. Il che fa pensare (dopo un lungo preambolo dell’intervistatore che probabilmente IGNORA la STORIA, n. d. r.) che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

L’esercito di Annibale aveva vinto a Canne e giudico impossibile, sulla base degli Storici di ogni epoca, che i vincitori non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: quanto mai nella Storia di tutte le  guerre sono i vincitori ad abbandore il loro esercito vincitore ?  (scusate il gioco di parole).

Dopo lo scontro vittorioso di Canne, l’esercito di Annibale spadroneggiava nei territori dell’Italia meridionale, ma non nel territorio dei PENTRI; addirittura si arricchì dell’alleanza con: CampaniAtellaniCalatini, i Bruzzi, i Lucani, gli Uzentini, i Tarentini, quei di Metaponto, i Crotonesi, i Locresi e tutti i Galli cisalpini.

Se ci siano stati disertori, la Storia ricorda quelli presenti nell’esercito romano sconfitto.

Livio scrisse: tuttavia, né le disfatte,  le defezioni degli alleati ebbero la forza di spingere i Romani a pronunciare in nessun luogo mai la benchè minima parola di pace.

L’esercito di Annibale era composto prevalentemente da mercenari il cui unico scopo era il bottino che spettava loro dopo ogni la vittoria.

Con la vittoria dell’Aufido-Ofanto, Tito Livio scrisse: Cartaginesi raccolsero qui un’ingente preda. Al di fuori dei cavalli e degli uomini e di quella quantità d’argento che si trovava nel campo, tutto il resto fu abbandonato al saccheggio !

Per saccheggio s’intende quell’azione militare che mira a depredare e ad acquisire bottino portando allo stesso tempo lo scompiglio e la distruzione, altro che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua, come riferisce l’articolo/intervista.

Romani e i fedeli alleati Pentri avrebbero permesso che nel loro territorio fossero ospitati dei nemici che, invece di nascondersi, si accoppiassero con le loro donne e si dedicassero alla stesura del testo della Tavola osca di Capracotta/Agnone, dopo avere già scritto: le Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.) ?

E’ bene ricordare che il territorio dei PENTRI, l’unica popolazione italica rimasta fedele alleata di Roma, la separava dai territori degli Apuli e degli Irpini dove spadroneggiava” l’esercito vincitore di Annibale in attesa di conquistare la città di Capua.

Tito Livio ricordò la presenza di un accampamento dell’esercito romano nei pressi di Bovianum/Bojano, capitale dei PENTRI: Notizie di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano.

Per coloro che IGNORANO quando furono “incise” la Tavola osca e le Tavole Egubine, è bene precisare: la prima fu rinvenuta in località Fonte del Romito, […], forse la più importante testimonianza dell’osco sannitico: si tratta di una tavola di bronzo (cm. 28 x 16,5), datata al 250 a. C. circa e attualmente conservata presso il British Museum di Londra, su cui sono presenti iscrizioni in lingua osca che citano 17 divinità sannitiche connesse con riti agrari.

Le seconde, Tavole Eugubine/Iguvine sono sette tavole di bronzo, […], alcune in alfabeto etrusco, altre in alfabeto latino contenenti un testo in lingua umbra, che è il più importante documento per lo studio della lingua e della civiltà umbre. Risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica. Contengono descrizioni di sacrifici e statuti di una confraternita sacerdotale, che è detta dei fratelli Atiedi. (Enc.dia Treccani).

Le due citazioni bibliografiche SMENTISCONO CLAMOROSAMENTE che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere la Tavola osca di Capracotta/Agnone se è stata stimata dell’anno 250 a. C. circa ?

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere le Tavole Eugubine se risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica ?

Invocare l’esegesi linguistica è stato quanto mai inopportuno: ammesso (e non concesso, recitava Totò) che i soldati Cartaginesi e i loro mercenari sapessero scrivere l’etrusco,  l’osco e il latino, come avrebbero redatto i testi delle 2 Tavole visto il loro arrivo in Italia nell’ anno 218 a. C., mentre la Tavola osca fu incisa nell’ anno 250 a. C. circa e le Tavole Eugubine in parte nel III sec. a. C., in parte nel II sec. a. C., tenendo ben presente che la redazione del testo originale è assai più antica e risalirebbe forse al I millennio a. C. ?

L’artico/intervista offre al lettore un’altra perla: Forse, anche la continuità con il passato, se Capracotta è l’antica Cominium sannita, Carovilli, l’introvabile Aquilonia e Pietrabbondante, la Bovianum vetus.

Fortuna per noi, l’articolo/intervista ha termine, altrimenti l’intervistato avrebbe stravolto tutta la Storia antica e localizzato nel territorio dell’Alto Molise, all’epoca territorio dei Pentri, per la gioia di chi è stato influenzato dalla < sindrome viteliù >, anche le località ancora IGNOTE di Volana, Herculanea e Palumbinum, mentre il restante territorio sarebbe stato una inospitale zona deserta ! (vedi figura).

Il territorio dei Sanniti/Pentri (nei confini gialli)

Oreste Gentile.

Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, conte di Boiano e la contessa di Catanzaro nel castello di Macchia d’Isernia ?

maggio 4, 2018

Il castello di Macchia d’Isernia gode l’ammirazione degli studiosi e dei visitatori; è singolare volere arricchire la sua Storia con avvenimenti mai accaduti.

 

E’ priva di fondamento la notizia pubblicata dal sito:

http://www.comune.macchiadisernia.is.it/storia-e-cultura/arte-e-monumenti/ilcastello/: […].  Intorno alla prima metà del 1100 l’edificio fu residenza di Clementina, figlia di Ruggero II il Normanno, re di Sicilia, che andò in sposa a Ugone di Molise.

Qualche studioso (sic) di recente ha divulgato la notizia della presenza in un periodo estivo del capostipite della famiglia Moulins/Molinis/Molisio, il conte Rodolfo, figlio di Guimondo (II), signore del castrum di Moulins, e di Emma.

Non esiste una fonte bibliografica che possa testimoniare la presenza del conte Rodolfo nel castello di Macchia d’Isernia in un periodo estivo ed è ampiamente documentato dalle cronache dell’epoca che non esisteva Clementina, ma Clemenza, contessa di Catanzaro: non era stata la moglie di Ugone di Molise; non era figlia di Ruggero II il Normanno, ma era figlia di Raimondo conte di Catanzaro e di Segelguarda.

Il conte Ugo (II), figlio del conte Simone, titolare della contea di Bojano, poi detta MOLISE dall’anno 1142, aveva sposato una figlia naturale di re Ruggero (II) di Sicilia e il re Ruggero (II) ebbe una relazione amorosa con la sorella del conte Ugo (II) con la nascita di Simone per ricordare il conte Simone, padre del conte Ugo (II) e dell’anonima figlia.

Con l’avvento di re Gugliemo I, Simone divenne titolare del principato di Taranto.

Il conte Ugo (II) morì nell’anno (o poco dopo) 1160, senza lasciare eredi.

La dinastia del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio.

 

La contea di Bojano-MOLISE nell’anno 1142.

 

Questo è quanto tramandano le cronache dell’epoca.

Oreste Gentile.