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” BOVAIANOM “/ ” BOVIANUM ” / UBI EST ?

novembre 18, 2018

Ancora una volta è doveroso illustrare l’esistenza nella antichità di un unico centro denominato BOVAIANOM (osco), BOVIANUM (latino), infine BOJANO.

La sua UNICA localizzazione ed identificazione, più volte illustrata dopo la “forzata” ipotesi di Mommsen che ne stimò una duplice localizzazione e identificazione, modificando colonia, ricordata da Plinio Secondo il Vecchio (23-79 d. C.) nella Naturalis Historia, in coloniae, è stata messa di nuovo in discussione: Bovianum non era ubicata a Pietrabbondante; non era ubicata nel territorio della moderna Bojano, bensì nella pianura di Campochiaro.

Sulla base della ricostruzione storica della guerra sociale  (92-88 a. C.) tramandata con ricchezza di particolari dalle fonti classiche che ricorda la localizzazione di Bovianum/Bojano, hanno scritto [Tutte le citazioni sono tratte del volume Samnites Pentri (2008) di P. Nuvoli]: Diversamente, non sembra essere provata in via definitiva la coincidente ubicazione della Bovianum romana con la Bovianum sannitica, investita dalle legioni di Silla dell’89 a. C., troppo sbrigativamente, anche da parte della dottrina più accreditata assunta come scontata acquisizione. […].

[…] poiché egli (Silla, n. d. r.) conquistò la Bovianum sannitica e non quella romana. La sostanziale coincidenza della Bovianum romana con la Bojano moderna, è archeologicamente confermata dal ricco materiale epigrafico ivi rinvenuto, dai resti di costruzioni, fino al rinvenimento d’un tratto viario in basolato, emerso durante i recenti lavori di sistemazione del torrente Calderari.

E’ da osservare diversamente, che nell’area coincidente con la Bojano moderna, sebbene posta all’interno di un territorio abitato dai Samnites Pentri per alcuni secoli, la presenza di reperti sannitici per la fase anteriore alla Guerra Sociale, è pressochè inesistente.

INNANZITUTTO il toponimo della città madre e capitale, fondata dai Pentri, era Bovaianom (osco); divenne Bovianum (latino) dopo la conquistata dei Romani in occasione della seconda guerra sannitica dell’anno 305 a. C..

Nel periodo oggetto della nostra attenzione, ossia il I sec. a. C., il territorio dei Pentri era stato definitivamente conquistato dai Romani: alla metà del III sec. a. C. avevano occupata Venafro (ingresso ovest del loro territorio), istituendovi dapprima una praefectura e, successivamente la Colonia Augusta Iulia ed occupata Isernia con la deduzione di una colonia nell’anno 263 a. C..

Bovaianom, divenne Bovianum ed i Romani, per un migliore controllo, pur avendo concesso ai Pentri una             < sovranità limitata >, costrinsero i suoi abitanti ad abbandonare il prisco insediamento di altura per urbanizzare la pianura.

Ciò avvenne anche per l’insediamento montano della pentra Saipins (osco): i suoi abitanti furono costretti a scendere nella pianura sottostante per costruire Saepinum/Altilia; successivamente, con le prime invasioni barbariche, abbandonata Saepinum/Altilia, gli abitanti tornarono sulla più sicura Saipins, denominandola Castrum Vetus; l’abbandonarono di nuovo per fondare il castrum Sepino che divenne l’odierna Sepino.

Mentre la città di Sepino può godere delle testimonianze archeologiche dei 3 distinti periodi storici perché vissuti in 3 località diverse, per la città di Bojano sono scarse le testimonianze archeologiche, soprattutto del periodo pentro. (vedi figura).

I 3 distinti periodi storici: pentro, romano e medievale vissuti dalla città di Bojano hanno lasciato poche, ma significative tracce che testimoniano la sua UNICA localizzazione: Bovaianom si sviluppò sulla sommità e lungo le pendici della collina di Civita Superiore di Bojano, fino alla destra del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela la cui larghezza spesso si ridusse a causa dei fenomeni tellurici che distrussero gran parte della romana civitas e la Boviano medievale.

Il sito di Bovaianom subì l’urbanizzazione romana dando origine alla romana civitas  Bovianum. L’insediamento pentro di Civita Superiore di Bojano divenne l’acropoli di Bovianum che, occupando anche la località La Piaggia-san Michele, già pentra, si estese nella pianura al di là del percorso tratturale. (vedi figura).

Nel successivo periodo medievale, l’acropoli sita su Civita Superiore di Bojano, fu dotate delle stesse opere di difesa adottate per Saipins/Castrum Vetus/Terravecchia; questo non accadde in un altro sito, ma ancora una volta là dove era stata fondata Bovaianom che divenne Rocca Boiano, dotata di un castrum e di un castello: per la loro costruzione furono riutilizzati, come era logico che accadesse, purtroppo anche distruggendole, le strutture murarie lasciate dai Pentri, i suoi primi residenti. (vedi figura).

                                                           Rocca Boiano. Castrum e castello.

 BOVAIANOM. EPOCA PENTRA.

Hanno scritto: E’ da osservare diversamente, che nell’area coincidente con la Bojano moderna, sebbene posta all’interno di un territorio abitato dai Samnites Pentri per alcuni secoli, la presenza di reperti sannitici per la fase anteriore alla Guerra Sociale, è pressochè inesistente.

E’ la VERITA’ ?

Dopo la conquista dell’anno 305 a. C. da parte dei Romani, nell’anno 89 a. C. seguì quella definitiva ad opera di Silla, ricordata così da Strabone (64 a. C. – 20 d. C. ?):

E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: BovianumAesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.

Nei principali insediamenti dei Pentri furono inviati i coloni e i veterani delle legioni romane per ripopolarli e favorire la rinascita e l’urbanizzazione: quali testimonianze dell’epoca precedente avrebbe potuto conservare la pentra Bovaianom se gli interventi vennero effettuati UNICAMENTE nello stesso sito o poco lontano, con lo scopo di cancellare il suo glorioso passato ?

Illustriamo le testimonianze archeologiche più significative finora riportate alla luce per documentare l’esistenza di Bovaianom, la città madre e capitale dei Pentri che, dalla sommità di Civita Superiore di Bojano, si estendeva lungo le pendici della collina alla località La Piaggia-san Michele e fino al percorso, lato destro, del tratturo Pescasseroli-Candela.

Sono esclusi gli importantissimi reperti archeologici (i più antichi risultano essere del dal XI-IX sec. a. C.) rinvenuti nella pianura che si estende tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, territorio dei Pentri distante poco più di 4 km. da Bovaianom: la nuova ipotesi li considera NON pertinenti alla città madre, alla capitale dei Pentri, in quanto avrebbero dovuto essere scoperti esclusivamente nelle sue immediate vicinanze o sotto di essa.

ESAMINEREMO UNICAMENTE i reperti archeologici scoperti nell’insediamento di Bovaianom costruito sulla sommità di Civita Superiore di Bojano e che, con una serie di terrazzamenti (o gradoni) sostenuti da muri in opera poligonale (vedi figura), occupava anche le sue pendici: dalla località La Piaggia-san Michele fino al percorso del tratturo Pescasseroli Candela, lo  seguiva parallelamente da ovest ad est, mentre 2 mura in opera rozza poligonale, orientate da nord a sud, delimitavano Bovaianom ad ovest presso la chiesa di sant’Erasmo e ad est, con un breve tratto (in attesa di ulteriore scoperte) nella località Pietre Cadute.

Bovaianom. L’insediamento pentro prima della conquista romanaTerrazzamenti (linee gialle continue est-ovest) e le mura (linea gialla continua e punteggiata nord-sud). Il tratturo Pescasseroli-Candela e la vasta pianura con una palude o un lago. La necropoli (località gialla Maiella).

I Pentri scelsero monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro o Collis Samnius, una località elevata (740 mt.), per costruirvi una fortificazione idonea sia alla difesa che al controllo della vasta pianura sottostante, attraversata dal tratturo Pescasseroli-Candela, sia per le comunicazioni visive di giorno e di notte con gli insediamenti situati intorno e quelli prossimi ai confini territoriali dei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini. (vedi figure).

L’ insediamento di Bovaianom (nelle linee gialle discontinue). Visione generale.(NO indica l’esistenza della pianura NON urbanizzata).

 

Bovaianom. Civita Superiore di Bojano (giallo, in alto). Località La Piaggia-san Michele. I terrazzamenti (linee gialle sottili). Il tratturo Pescasseroli-Candela. Alcuni dei percorsi antichi. Strada provinciale. Tratti di mura in opera poligonale: 1. Località Pietre cadute; 2. Larghetto Gentile. 3. Via Biferno (Quaranta). 4. Palazzo Ducale. 5. Chiesa sant’Erasmo.

Esaminiamo, iniziando dalla sommità di Civita Superiore di Bojano, le evidenze archeologiche conosciute, tenendo in debito conto le modifiche radicali adottate per soddisfare le esigenze dei popoli che, dopo i Pentri, furono presenti nelle successive epoche storiche: Romani, Longobardi, Bulgari, Franchi, Normanni, Angioini etc..

Testimonianze giudicate dalla nuova ipotesi essere alcuni reperti decontestualizzati rivenuti a Civita ed affermare, sempre a proposito di Civita Superiore di Bojano: rimanendo sospeso il ruolo dell’altura di Civita di Bojano in epoca sannitica, ove traccia di mura in opera poligonale, come ipotizza De Benedittis, potrebbero segnalare, per l’orografia del sito, la presenza d’una cintura fortificata, ma non documenterebbero, in assenza di  sepolture ed altri reperti, la presenza d’un agglomerazione vicana riconducibile ai Sanniti Pentri.

La sommità della collina di Civita Superiore di Bojano fu scelta come sede della città madre, la capitale dei Pentri, Bovaianom, proprio per la peculiarità della sua collocazione: controllava e difendeva l’estesa valle dei Pentri ed il tratturo Pescasseroli-Candela che, guarda caso, ad ovest, deviava il suo percorso rettilineo per avvicinarsi alla < base > della collina, seguirla e poi riprendere il percorso originario verso la pianura di San Polo Matese-Campochiaro-Guardiaregia. (vedi figura).

Quale migliore sito per il centro primario dei Pentri ?

Arroccati sulla sommità della collina e lungo le sue pendici avevano a sud < le spalle coperte > dal Massiccio del Matese, potevano difendere e controllare da est, nord ed ovest la vasta e fertile pianura abbondante di acqua, probabilmente con una palude o un lago, ed il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Quanto sarà illustrato, dovrebbero essere, secondo il giudizio della nuova ipotesi: alcuni reperti decontestualizzati rivenuti a Civita.

TUTTI sono pertinenti all’epoca in cui vi risiedevano i Pentri ed è improbabile ci sia stato un < inquinamento delle prove > per confermare la loro presenza.

Non bisogna MAI dimenticare: la stessa sommità scelta dai  Pentri, subì, nel corso dei secoli, la distruzione e la ricostruzione da parte dei Romani, dei Longobardi, dei Normanni e degli altri popoli che occuparono sempre lo stesso territorio.

Non bisogna MAI dimenticare le catastrofi naturali: alluvioni, frane, terremoti che hanno alterato l’assetto del territorio, tanto da essere così banalizzate: L’affermazione che catastrofi naturali quali alluvioni e terremoti abbiano cancellato ogni traccia della civilizzazione sannitica nel tenimento dell’attuale comune di Bojano non sembrano convinceti, giacchè, oltre a non essere sufficientemente documentate per la dimensioni catastrofica, che le avrebbero connotate, non spiegherebbero come i segni della presenza romana si siano conservati con tutta evidenza mentre quelli riferibili ai Sanniti sostanzialmente prodotti nella stessa epoca, siano stati definitivamente cancellati, inghiottiti dal terreno e dispersi.

I catastrofici terremoti (da: terremoti storici che hanno interessato il Sannio-Matese con intensita’ pari o superiore a 5.0. database di riferimento: http://emidius.mi.ingv.it/DBMI04) (a cura di Angelo Pepe) che hanno colpito il territorio di Bojano sono documentati dalla Storia: nell’anno 346 la pianura della romana civitas Bovianum, con Isernia, Alife, Sepino e Telese, fu uno degli epicentri localizzati intorno al Massiccio del Matese.

Una lapide conservata a Bojano ricorda l’evento e l’intervento di Fabio Massimo rector provinciae Samnium per la ricostruzione post sisma. (vedi figura).

[F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntis secre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Nell’anno 1293, terremoto ancora intorno al Massiccio del Matese con epicentro anche a Bojano.

Nell’anno 1456. Questo terremoto è considerato l’evento più disastroso verificatosi in Italia in epoca storica, è l’unico grande evento con cinque aree epicentrali distribuite lungo l’asse della catena, dall’Abruzzo all’Irpinia. […]. Tra i centri più colpiti: Ariano Irpino, S. Giorgio del Sannio, Bojano, Grottaminarda, Vinchiaturo, Isernia (1500 morti).

Nell’anno 1688, terremoto con epicentro il Massiccio del Matese.  

Nell’anno 1805, Epicentro a nord di Bojano. Evento distruttivo su larga area geografica. […]. Imponenti fenomeni idrologici si verificarono in alcune località del Molise, così come riportato da G. S.Poli, Comandante della Real Accademia Militare e Membro Britannico della Società Reale di Londra (1806): “Né furono meno ragguardevoli i fenomeni riguardanti le acque; perciocchè fin dal giorno precedente al tremuoto le acque delle fontane di Bojano naturalmente fredde trovaronsi di avere acquistato un certo grado di tiepidezza, ed osservossi torbida la sorgente del fiume Trigni (Biferno, n. d. r.), […].

Il dì 27 luglio, seguente a quello del Tremuoto, sursero nella città di Bojano tre grandi torrenti d’acqua, somiglianti ad altrettanti fiumi, che inondarono in breve tempo tutta la contrada. Proseguirono essi a scorrere in tal modo per lo spazio di venti giorni; indi diminuendosi gradatamente, sonosi ora ridotti a piccoli rivi. Le acque del fiume Trigni, e del Biferno, come altresì quelle di tutte le sorgenti divennero sì torbide, e fangose, che per tre giorni consecutivi apparivano nere come l’inchiostro”.

Dopo tali eventi naturali, tenendo in debito conto che alcuni di essi avvennero dopo la presenza dei Longobardi, dei Franchi e dei Normanni, tanto per citare solo alcuni dei popoli invasori, si può pretendere ancora la presenza delle testimonianze di epoca pentra ?

Come si può affermare: nel tenimento dell’attuale comune di Bojano […] i segni della presenza romana si siano conservati con tutta evidenza […], se della romana civitas Bovianum non è presente un teatro, un anfiteatro, un tempio, le terme e le mura di cinta, al pari della romana civitas Saepinum, ma unicamente qualche decina di steli, qualche residuo di colonna e pochi metri quadrati di un mosaio ?

Mancando nei pressi della città di Bojano una necropoli pentra, una Romana, una  Longobarda, una Normanna etc., dovremmo dubitare della presenza di quelle popolazioni ?

Questo è quanto resta della presenza dei Pentri nel tenimento dell’attuale comune di Bojano:

1^. Le mura medievali edificate su un triplice terrazzamento pentro. 2^. Muro in opera poligonale all’ingresso di Civita.

 

Tracce di mura poligonali nelle fondazioni del castello di Civita (fig. 1-2). Tegolone glifato (di una sepoltura, IV sec. a. C. ?) rivenuto presso il castello di Civita Superiore di Bojano (fig. 3).

Resti, dei tanti, di manufatti di ceramica a vernice  nera  (VI-V sec. a. C. ?) che si possono recuperare nei pressi del castello:

Dalla Civita Superiore di Bojano, nei pressi della località La Piaggia- san Michele, proviene un peso da telaio (IV – II sec. a. C. ?).

Peso di telaio (IV-II sec. a. C. ?).

Una seria di bolli ricordano un numero notevole, scrive La Regina (1989) di m. t. (medices tutici) sannitici, soprattutto del II secolo a. C.. […] Il nucleo più cospicuo proviene da un’officina pubblica di Bovianum per la produzione di tegole. I laterizi venivano bollati con l’indicazione dell’anno. Bolli di questo tipo si trovano soprattutto nel santuario di Campochiaro, oltre che a Bojano e in altre aree circostanti. Nella maggior parte dei casi essi recano in forma abbreviata l’indicazione della magistratura seguita dalla formula onomastica trimembre del magistrato, secondo il seguente schema:

       m.t.mi.heri. uv. = m(eddiss) t(uvtiks) Mi(nis) Her(is) Uv(eis) = medix tuticus Minius Herius Ovi f’. . […].

  1. kammt.lstamr     2.  v.kr.mt.l.kar     3.   m.t.pk.lai.pk     4.   m.t.g.nim.hn.   

 

  1. m.t.mit.ppa.n (160 a. C.)     6.  ni.staa.mt.g.paap.mit (130 a. C.)   

 

  1. g.papi.mt.m.t.x (130-95 a. C.)   8.  m.t.n.pumt.g    9.  m.t.tr.sadri.tr (II sec. a. C.)
  2. mtl.sta.umit 11.  m.t. mit. ppa. (da Capini 1978).

Da Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano nel medioevo, già acropoli della romana civitas Bovianum, già Bovaianom con i Pentri, proviene il Bollo  ed un Graffito su  frammento di patena a vernice nera (vedi figure).

Bollo su coppo (G. De Benedittis, in StEtr XLVI 1978, p. 410, n.1.). m. t. mi. heri: ùv

 

Iscrizione:   [- – -]x.med[.] fa[- – -]. Interpretato: meddix farri, o magister farri. II sec. a. C..

Ed una figura femminile

Scultura in cotto. Figura femminile panneggiata a tutto tonto. […]. (De Benedittis, 2005).

Nella Bovaianom pentra e nella romana civitas Bovianum, come documentano i bolli, esisteva una “officina” per la produzione di laterizi, tradizione giunta fino ai nostri giorni grazie alla presenza di cave di argilla a sud est ed a sud ovest della città. (vedi figure).

Da Civita Superiore di Bojano, scendendo lungo le sue pendici settentrionali, si localizza la fortificazione La Piaggia-san Michele ed a seguire, una serie di terrazzamenti (3 o forse 4) in opera poligonale, paralleli al percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Bovaianom (giallo). 1. Civita Superiore di Bojano. 2. Località La Piaggia san Michele. Tratti di mura megalitiche: a. Pietre Cadute, b. +laghetto Gentile-via Biferno e Palazzo Ducale, c. chiesa sant’Erasmo. Tratturo. Mura sannitiche (ipotesi. tratt. ni gialli). Espansione della civitas romana: 1. e 2. mura delle romana civitas. a. Tratto di una strada romana.

Quale è il giudizio espresso dalla nuova ipotesi sulle mura di terrazzamento di Bovaianom ?

Altri resti di mura in opera poligonale, pur presenti nel territorio comunale di Bojano ed utilizzati per sistemazioni di pendenze, rimandano più a pratiche colturali romane, cui non era affatto estranea la tecnica di predisporre terrazzamenti in pietra per la sistemazione del suolo agrario.

Con una vasta pianura di circa 100 km² i Romani veramente avrebbero avuto la necessità di coltivare le pendici di una collina che erano state utilizzate dai Pentri soprattutto come strutture difensive ?

Si dimentica che i conquistatori Romani costrinsero gli sconfitti Pentri ad abbandonare gli insediamenti di montagna o di collina, vedi l’esempio di Saipins, per costruire, lì dove le condizioni ambientali lo consentivano, insediamenti stabili in pianura con mura di cinta, anche monumentali, per affermare la loro potenza militare ed economica, vedi la romana civitas Saepinum o la romana civitas Allifae in territorio Caudino.

I Romani avrebbero concesso SOLO agli sconfitti abitanti di Bovaianom di restare nel loro antico insediamento ed addirittura li aiutarono a rafforzare i loro terrazzamenti utilizzati per la difesa di uno degli accessi alla città madre ?

Le mura di terrazzamento scoperte fino ad oggi, dimostrano che furono realizzate in epoche e maniere diverse sin dall’arrivo (XI-IX sec. a. C.) dai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si denominarono Pentri. Si possono ammirare lungo il percorso da ovest ad est ed alla destra del tratturo Pescasseroli-Candela; mentre le mura scoperte ad ovest, presso la chiesa di sant’Erasmo e ad est nella località Pietre Cadute, furono costruite perpendicolari (da sud a nord) allo stesso tratturo.

Il tratto di mura di Larghetto e di via Biferno (Quaranta) segnano il limite di Bovaianom con il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela e con la vasta pianura; mentre sui livelli superiore esistono, ancora oggi, il e terrazzamento con le relative mura di sostegno.

Le mura di Larghetto Gentile.   Le mura di via Biferno (Quaranta).

Le mura del e terrazzamento sono state portate alla luce nel giardino del palazzo Ducale; sono parallele al percorso del tratturo e furono utilizzate per superare il dislivello dalla pianura (via Biferno) alla località La Piaggia-san Michele.

Le mura del Palazzo Ducale e pertinenti al e terrazzamento.

 

Foto in alto: 1° muro sostegno sul 1° terrazzo (foto 1^ a sin.) e particolare dei massi (foto 2^ a des.). Angolo del muro di sostegno (a sin.). Foto in basso: angolo del muro di sostegno (a sin.) e particolare dei massi (a des.)

 

muro di sostegno del terrazzoParticolare.

Le mura megalitiche scoperte nei pressi della chiesa di sant’Erasmo con l’allineamento da nord a sud, confermano l’estensione di Bovaianom fino al tratturo Pescasseroli-Candela, limitando e proteggendo l’insediamento ad ovest; successivamente, con la presenza romana e la costruzione della civitas Boviamun, esse furono prolungate verso nord, nella pianura, oltre il tratturo.

Le mura megalitiche (chiesa sant’Erasmo) ad ovest di Bovaianom

 

PARTICOLARI delle mura località Pietre Cadute.

Una particolare importanza aveva la fortificazione di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro, già Collis Samnius, così descritta dalla nuova ipotesila fortificazione di Monte Crocella, le cui ridotte dimensioni (m. trentatrè, circa) e la posizione (m. 1040 s. l. m.) potrebbero spiegarne la funzione solo come postazione militare, parte del sistema di segnalazione attraverso direttrici ottiche, predisposto dai Pentri, grazie alla sua posizione ottimale per servire l’ampia zona dell’alta asta del Biferno ed il collegamento visivo con la valle  delle (sic) Volturno, attraverso l’altura fortificata de “La Romana”, in agro di Isernia.

Quanto letto è pertinente alla funzione svolta dalla fortificazione di monte Crocella, ma è una < mezza verità >: il suo collegamento visivo diurno e notturno, come esamineremo, si spingeva ben oltre la valle del Volturno, raggiungendo, da ovest verso est, i monti pertinenti ai territori dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani, dei Dauni e degli Irpini. (vedi figure).

1. Bovaianom/Civita Superiore di Bojano. 2.  Monte Crocella. (visti da nord).

Pur essendo di ridotte dimensioni rispetto alle altre fortificazioni ancora esistenti, ha svolto un ruolo di primaria importanza: dalla sua sommità, a quota 1040 mt è possibile osservare l’espansione del territorio dei Pentri ed i suoi termini di confine con gli altri popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Peligni, Carecini, Frentani, Irpini; i Caudini localizzati a sud del Massiccio del Matese e ad est con i Dauni di altra origine.

Inoltre, data la sua altezza, permetteva le comunicazioni visive diurne e notturne tra Bovaianom e gli insediamenti pentri e quelli dei popoli confinanti. (vedi figure).

Un’altra peculiarità: il Colle Sacro e Bovaianom erano equidistanti dalle capitali degli Irpini (Benevento), dei Caudini (Montesarchio), dei Campani (Capua) e dei Sidicini (Teano). (vedi figura).

I confini della regione MOLISE (giallo). La circonferenza con il centro in monte Crocella o con  Bovaianom/Bojano, passa, da ovest, per Alfedena (1), Castel di Sangro (2), Montefalcone del Sannio (6), a confine con i Frentani, per Benevento, capitale degli Irpini, per Montesarchio, capitale dei Caudini, per Capua, capitale di Campani e per Teano, capitale dei Sidicini. I tratturi.

Gli storici e gli studiosi alla unanimità hanno sempre sostenuto che i conquistatori Romani obbligarono i Sanniti ad abbandonare gli insediamenti sulle sommità delle colline e delle montagne, vedi l’esempio di Saipins, per fondarne di nuovi in luoghi più aderenti alle esigenze dei vincitori: migliore controllo dei vinti e propaganda della potenza romana con la < monumentalità > delle opere di edilizia civile, militare e religiosa.

dove, vedi l’esempio di Bovaianom, il territorio non offriva altre soluzioni per creare un nuovo insediamento, il  < nuovo >, la romana Bovianum, oltre a sovrapporsi a l’originario sito  pentro, si  estese soprattutto nella pianura.

Ipotizzare, come è stato fatto, un processo inverso, ossia trasferire una Bovianum sannitica dalla pianura alla montagna per costruirvi una Bovianum romana è IRREALE. (vedi foto).

L’ipotizzato ed IRREALE trasferimento (freccia rossa) di una Bovianum sannita, fondata nella pianura di Campochiaro, al sito dell’attuale Bojano, ossia la Bovianum romana.

Cercare in TUTTO il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese una Bovaianom  pentra ed una Bovianum, civitas romana, distinte e separate non è una impresa ardua, è INUTILE. (vedi figura).

Le sovrapposizioni: la romana civitas Bovianum sull’insediamento pentro di Bovaianom..

La sovrapposizione degli interventi edilizi dei Romani cancellò, come dimostrato, gran parte di ciò che i Sanniti Pentri avevano realizzato nella loro città madre e capitale, Bovaianom; scrisse Strabone, già ricordato, in occasione della guerra sociale: E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.).

Cosa poteva rimanere dell’antico insediamento di Bovaianom, se non qualche tratto dei terrazzamenti in mura megalitiche, dei frammenti di ceramica a vernice nera o sigillata, dei coppi o tegoloni con iscrizioni in lingua osca e, almeno per ora, una piccola necropoli femminile nella borgata Maiella di Bojano ?

Queste testimonianze non sono state scoperte al di sotto dei reperti romani  ?

Che esistano anche le testimonianze archeologiche della presenza romana è archeologicamente confermata, si sostiene, dal ricco materiale epigrafico, ivi rinvenuto, dai resti di costruzioni, fino al  rinvenimento viario d’un tratto viario in basolato, emerso durante i recenti lavori di sistemazione del torrente (fiume, n. d. r.) Calderari; ma, come abbiamo esaminato, sono state trascurate, pur se scarse, le testimonianze archeologiche della preesistente presenza dei Pentri, con questa affermazione: Colpisce, innanzitutto, la sostanziale mancanza di aree sepolcrali sannitiche in prossimità della Bovianum romana (attuale Bojano).

Fatta eccezione della poco conosciuta e distrutta necropoli femminile pentra scoperta nella località Maiella del comune di Bojano, come avrebbero potuto (r)esistere una necropoli pentra dopo il radicale intervento dei conquistatori romani, dei Longobardi, dei Franchi, dei Normanni, degli Angioini, delle alluvioni, delle frane, dei terremoti, nonché dell’opera distruttrice contemporanea ?

Quanti sono oggi gli insediamenti sanniti che nelle loro vicinanze: a cento metri, a 500 metri, a 2 o a 5 o a 10 km.  possono vantare una  necropoli ?

Tanto per continuare il confronto con Saipins, nelle sue vicinanze è stata scoperta la necropoli pentra ?

Diversa la sorte della pentra Aufidena/Alfedena, la necropoli è stata scoperta a poca distanza dall’insediamento pentro, in quanto i Romani preferirono istituire la “loro” romana civitas Aufidena nella località oggi denominata Castel di Sangro.

Venafro era un insediamento pentro: esiste la sua necropoli o, come scrive la Soprintendenza del Molise, le più antiche testimonianze si riferiscono alla necropoli rinvenuta in agro di Pozzilli con materiale dal VI sec. a.C. alla seconda metà del IV sec. a. C. ?

Isernia era un insediamento pentro: esiste la sua necropoli per confermarlo ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei conquistatori Romani, ma Bovianum non era stata una romana civitas ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei Longobardi, ma Boviano era stato il capoluogo del gastaldato longobardo e della successiva contea longobardo franca ?

Ecco le altrettanto scarse testimonianze medievali: il castello e la presenza di un pluteo nodo longobardo o nodo di Salomone in Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano dal VII-VIII sec.. (vedi figure), e NULLA PIU’.

 

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei Normanni, ma Boviano era stato il capoluogo della omonima contea normanna e, successivamente, della contea di Molise ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata una necropoli ebraica, ma in Boviano e, soprattutto, in Civita Superiore di Bojano nel rione denominato Giudecca, era presente una comunità di Ebrei, probabilmente già nel XII secolo ?

Ricordando gli stessi 3 distinti periodi storici vissuti dalla città di Sepino: Saipins (pentro), Saepinum (romano), Castrum Vetus e Castrum Sepino (medievale), in assenza della scoperta della necropoli pentra, in base a quanto si sostiene per Bovaianom, dovremmo cercare in un altro luogo l’insediamento di Saipins ?

Non essendo stata scoperta la necropoli pentra, né la necropoli romana, né la necropoli longobarda, né la necropoli normanna, la città di Sepino non ha MAI vissuto, al pari di Bojano, la presenza ed il dominio di quelle popolazioni ?

Dove dovrebbe essere localizza la città madre, la capitale dei Pentri  ?

Ecco la risposta che danno: Orbene, l’area ricadente nei limiti degli tenimenti dei comuni di Campochiaro, Guardiaregia e San Polo Matese, per le evidenze archeologiche che la connotano, riferibili alla civilizzazione dei Sanniti Pentri, unitamente alla caratterizzazione geografica specifica di quel territorio, che appare maggiormente funzionale alla tipologia insediativa dei Sanniti, può essere indicata, come ipotesi di prima approssimazione, come sede dell’aggregazione vicana italica, denominata Bovianum (in realtà si denominava Bovaianom n. d. r.). (vedi figura).

Nella pianura di San Polo M.-Campochiaro-Guardiaregia, hanno localizzata la Bovianum sannitica. (la (2^ foto da face book sito  < I Sanniti >).

I migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, divenuti Pentri, avrebbero scelto di fondare la loro città madre, la capitale, Bovaianom (sarà Bovianum in epoca romana) nella pianura pertinente agli odierni centri di San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia che appare maggiormente funzionale alla tipologia insediativa dei Sanniti.

Sarebbe stato fondato un insediamento lungo il tratturo Pescasseroli-Candela di cui NON ESISTONO tracce di strutture difensive, né in muratura né, tanto meno, in legno, mentre sono venute alla luce UNICAMENTE una vasta necropoli sannitica ed una vasta necropoli longobarda pertinenti a 2 dei 3 periodi storici che videro protagonista la città di Bojano, fondata, all’inizio della sua lunga Storia, sulle sommità e lungo le pendici della collina di Civita Superiore di Bojano.

L’insediamento proposto ne l’area ricadente nei limiti degli tenimenti dei comuni di Campochiaro, Guardiaregia e San Polo Matese era in balia dei cosiddetti < quattro venti > sia dal punto di vista atmosferico, sia, soprattutto, dal punto di vista difensivo: i suoi < quattro lati > erano esposti agli attacchi di eventuali invasori.

Per coloro che vi risiedevano era difficoltosa anche la fuga verso un rifugio sicuro, vista la distanza e, soprattutto, la pendenza da superare per raggiungere le fortificazioni più vicine: partendo dalla pianura ad una quota di circa 500 – 550 mt., avrebbero trovato rifugio: a sud ovest, in Bovaianom (Civita Superiore di Bojano), posta a 740 mt. s.l.m. o, più in basso, nella località La Piaggia san Michele a quota 560 mt.; nelle Tre torrette di Campochiaro a quota 1.150 mt.; a sud est, su Colle di Rocco a quota di 950 mt., presso Guardiaregia; nelle fortificazioni a nord est: monte Vairano a quota 850 mt., Monteverde di Vinchiaturo a 900 mt. e monte Saraceno di Cercemaggiore a 950 mt.. (vedi figura).

Nella pianura (Punt.ggio giallo con  ?) dovrebbe localizzarsi l’ipotizzata Bovianum. Le fortificazioni pentre (giallo)esistenti che la circondavano.

Da diversi anni la pianura compresa tra i San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia è interessata, in lungo ed in largo, dalla estrazione del cosiddetto < misto > di origine alluvionale; l’estrazione ha permesso di portare alla luce UNA vasta necropoli di epoca pentra (VIII sec. a. C.) ed UNA di epoca longobarda, ma, al momento, visto che gli scavi continuano, NESSUNA testimonianza di un antico insediamento che permetta di ipotizzare in quel sito l’esistenza di una Bovianum pentra o romana o di una Bovianum di epoca longobarda.

DOMANDA: dove era la necropoli dei primi migranti Pentri a partire dal XI-IX sec. a. C., dopo il loro arrivo e dopo9 la fondazione di Bovaianom/Bojano, la città madre, la loro capitale ?

Dovremmo pensare che all’epoca non fossero ancora presenti o che avessero scelto un luogo più idoneo alle loro esigenze per fondare la città madre, loro capitale ?

Fondarla nella pianura pertinente a San Polo MateseCampochiaroGuardiaregia, come è stato ipotizzato, prossima al tratturo Pescasseroli Candela, sarebbe stata priva di strutture difensive stabili e durature, quali all’epoca erano le mura di cinta in opera poligonale, tipiche degli insediamenti fondati nel loro vasto territorio dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, che si denominarono Pentri.

Più che alla agricoltura, la pianura compresa tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, era ed è idonea alla pastorizia, proprio per la natura del terreno e l’assenza di sorgenti o corsi di acqua perenni; hanno scritto: era ricca d’acqua per la presenza di numerose fonti pedemontane, del torrente Quirino e del Biferno (lontano di qualche chilometro, n. d. r.); unica eccezione il torrente La Valle a regime torrentizio (asciutto nei periodo estivo), affluente del fiume Quirino che scorre/va in agro di Guardiaregia, al margine ovest della pianura e, più a nord, sfociava nel fiume Biferno.

La figura è molto esplicativa per localizzare e identificare: il Fiume Quirino, il Torrente La Valle e la vasta pianura (nel quadro tratteggiato), compresa tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, dove sarebbe stata fondata la loro città madre, la capitale.

BOVAIANOM/BOVIANUM UBI EST ?

Ad ovest, alla distanza di poco più di 4 km., era ben diversa la pianura posta alle falde della collina sulla cui sommità era stata fondata l’UNICA Bovaianom, città madre e capitale dei Pentri: ricca di sorgenti (il corso del fiume Biferno, all’epoca non era ben definito) e, molto probabilmente, vi era la presenza di un lago o di una palude; i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti avevano trovato le stesse condizioni ambientali della Sabina, regione dalla quale erano emigrati (ver sacrum).

Quale prospettive di sviluppo avrebbero raggiunto i Pentri se avessero fondato la loro città madre, la capitale in una territorio, pianeggiane, ma con caratteristiche orografiche diverso dalla località della loro origine ?

Le condizioni ambientali esistenti a nord del Massiccio del Matese, con la pianura di circa 100 km² , rispondevano alle esigenze dei giovani migranti che avevano lasciato la vasta e fertile pianura reatina, estesa per circa 90 km², posta alle falde dei Monti Sibillini con il monte Terminillo, dei Monte Sabini ad ovest, irrigata dal fiume Velino, con i suoi affluenti Salto e Turano e con il lago (o palude) di Cotilia e circondata da umide colline(scrisse Plinio Secondo il Vecchio).

Avendo lasciato la loro città madre e capitale, Rieti, sita all’altitudine di 405 mt. s.l.m. su una piccola altura a sud-est della pianura posta ai piedi dei colli San Mauro (o dei Cappuccini)Sant’Antonio al Monte e Monte Belvedere, erano alla ricerca di un territorio con le medesime o migliori caratteristiche per fondare la loro città madre, la capitale e dare origine ad un nuovo popolo.(vedi figure).

Rieti. Pianura. Monte Terminillo. Lago Cotilia.                          

 

Bovaianom. Pianura. Monte Miletto. Lago/Palude. In figura: Ipotesi (della localizzazione di Bovianum).

La sommità di Civita Superiore di Bojano e le sue pendici, la presenza del tratturo Pescasseroli Candela, la vasta e fertile pianura, le numerose sorgenti, un lago o una palude, le colline e le montagne che la proteggevano, l’importate presenza di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro o Collis Samnius, per determinare sia i confini tra i Peligni, i Carecini, i Frentani, gli Irpini, loro consanguinei, ed i Dauni, sia per le comunicazioni visive, erano i fattori determinanti per scegliere dove fondare il loro primo insediamento: Bovaianom.

L’insediamento di Bovaianom (giallo): 1. fortificazione di Monte Crocella. 2. Civita Superiore di Bojano. 3. Località La Piaggia san Michele. Percorso (da ovest a est) del tratturo Pescasseroli Candela. Il lago o palude.

Per ultimo, esaminiamo l’assetto della viabilità che esisteva all’arrivo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nel territorio a settentrione del Massiccio del Matese, dopo aver percorso dalla Sabina un tratto del tratturo Celano-Foggia e una parte del tratturo Pescasseroli-Candela. (vedi figura).

Ipotizzare l’esistenza di una Bovianum sannitica, la cui denominazione vera, in osco, era Bovaianom, nel territorio di Campochiaro, chiamando in causa anche la viabilità dell’epoca, è utile unicamente a confondere le idee di quanti vorrebbero conoscere la Storia della città madre, la capitale dei Pentri.

Hanno scritto: E’ noto che sussiste dall’antichità ad oggi, un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica; l’ipotesi dell’ubicazione della Bovianum dei Pentrinell’agro di Campochiaro, troverebbe sostegno anche dall’articolarsi della trama viaria preromana, che sembra indicare, nello stesso, la naturale porta d’accesso settentrionale del Matese, uno spazio dove sarebbe stato più vantaggioso ubicare una struttura insediativa, condizionata dall’allevamento di bestiame, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

Che oggi sussista un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica è indiscutibile, ma tra i secoli XI-IX a. C., quando i giovani migranti si stabilirono nella vasta pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, le loro esigenze erano molto, molto diverse.

In primis, è bene sottolineare: i loro insediamenti furono costruiti sulle sommità delle colline e delle montagne per scopi difensivi, di controllo e di comunicazione visive diurne e notturne; ergo, la loro prima esigenza non fu la viabilità, tanto che si denominarono Pentri per la caratteristica dei loro insediamenti (vedi anche E. T. Salmon, 1974), probabilmente dal celtico pen, cioè cima, punta, sommità da cui deriva anche il nome degli Appennini.

Le uniche vie di comunicazione erano i tratturi: i percorsi naturali seguiti dalle greggi per i loro spostamenti stagionali, partendo dalle montagne e dagli altipiani delle regioni centrali della penisola italica, da ovest verso est, attraversavano il territorio dei

Pentri ed il territorio dei Frentani, permettendo di raggiungere la vasta pianura dauna; gli spostamenti in ambito locale avvenivano utilizzando i tratturelli. (vedi figura).

Dalla SABINA con il tratturo Celano-Foggia fino a Castel di Sangro, proseguirono con il tratturo Pescasseroli-Candela per giungere nella pianura a settentrione del Massiccio del Matese. Tratturello Matese-Cortile Centocelle.    P. entri (confine giallo) e F. rentani (confine nero).

Sminuire il ruolo fondamentale dei tratturi, confonde le idee di quanti vorrebbero conoscere la Storia dei popoli che, dopo le migrazioni (ver sacrum) dalla Sabina, abitarono nei territori della penisola italica centro meridionale.

Pertanto, è inesatto, irreale sostenere: La corretta ricostruzione della topografia del Sannio preromano è resa più difficile da un supposto ruolo esercitato dalla transumanza e dai percorsi tratturali a lungo raggio nel condizionare gli assetti insediativi, ai quali troppo spesso si fa erroneo riferimento nelle ricostruzioni storiche di quel periodo. E’ indubbio che tra viabilità e forme d’urbanizzazione esiste un forte nesso, ma i Sanniti praticavano solo spostamenti degli armenti a breve raggio, tra la montagna e località vallive, e non dalle aree di pascolo estivo verso località lontane, quali l’Apuli, o la Campania, come sarebbe in seguito accaduto nella transumanza romana e moderna.

Ab antiquo, forse prima che l’UOMO li domasse, gli animali, nel periodo autunnale e invernale, dagli inospitali pascoli dei monti e degli altipiani della penisola italica centro meridionale, seguendo il loro istinto, si incamminavano verso le vaste pianure della regione dauna e della Campania; in primavera percorrevano in senso inverso lo stesso itinerario: furono gli animali ad originare i tratturi, utilizzati in epoca Storica dai popoli che si impossessarono dei loro territori.

Potevano gli animali che pascolavano sui monti e sugli altopiani appenninici, nei periodi invernali, trovare alimento nelle poche, se pure vaste pianure ?

Tanto per rimanere nel territorio che fu abitato dai Pentri: gli animali stanziati sugli altopiani del Massiccio del Matese, in autunno e inverno, potevano trovare ristoro nella sola pianura di Bojano e di Sepino ?

Gli animali stanziati sui monti dell’odierno Alto Molise, dove trovavano ristoro in autunno e in inverno ?

Seguendo l’esempio della migrazione delle rondini, anche gli antichi popoli che avevano iniziato ad abitare i territori della penisola italica, da nord al sud, isole comprese, impararono l’uso e l’importanza dei tratturi e, seguendo le greggi, conobbero altri popoli, altre civiltà, scoprendo gli scambi commerciali e culturali.

Inverosimile affermare: i Sanniti praticavano solo spostamenti degli armenti a breve raggio, tra la montagna e località vallive, e non dalle aree di pascolo estivo verso località lontane, quali l’Apuli, o la Campania, come sarebbe in seguito accaduto nella transumanza romana e moderna.

Furono, come già detto, i tratturi, a facilitare le prime migrazioni (ver sacrum) dei popoli che avrebbero dato origine alla Prima Italia anche con le invasioni e le conquiste dei territori limitrofi: la transumanza era praticata, come esaminato, molto, molto, molto prima che fosse incoraggiata e sfruttata dai Romani e, molto tempo dopo, dagli Aragonesi.

Quei popoli erano i Piceni, i Vestini, i Marrucini, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Frentani, i Carecini,  i Pentri, gli Irpini, i Caudini ed i Lucani. (vedi figura).

I popoli (nel confine rosso) originati dalla migrazione (ver sacrum) dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Fu la transumanza a permettere gli scambi commerciali e culturali con i popoli di altra origine: non le monete, non ancora coniate, ma il baratto permise l’acquisto dei beni di prima necessità.

Con il dominio di Roma, furono proprio gli itinerari di alcuni tratturi a permettere la realizzazione delle vie consolari: il Pescasseroli-Candela nell’anno 221 a. C. permise al console M. Minucio Rufo di realizzazione la via consolare Minucia che, staccandosi dalla via consolare Valeria, nei pressi di Corfinio, giungeva a Sulmona, già capitale dei Peligni, ad  Aufidena (Castel di Sangro, municipio romano), ad Isernia (colonia latina), a Bojano, già capitale dei Pentri con sovranità limitata, a Saepinum/Altilia civitas romana, e proseguiva nei territori degli Irpini, dei Dauni, dei Peucezi, fino al porto di Brindisi, territorio dei Messapi.

Via consolare Valeria. Via consolare Latina Casilina. Via consolare Appia. Via consolare Minucia. Via consolare Traiana. Via litorale adriatica. 1. Roma. 2. Venafro. 3. Benevento. 4. Brindisi. 1. Corfinio. 2. Bojano.

Con il dominio di Roma, fu realizzata una via (anonima) per collegare la romana civitas  Bovianum con Teano degli Apuli (San Paolo Civitate) e con Larino nel territorio dei Frentani: poteva non ricalcare l’itinerario del tratturello Matese-Cortile-Centocelle ?

 

Nella Tabula Peutingeriana (III-IV d. C.): la via consolare Minucia  fino a Bobiano/Bovianum/Bojano. La via (anonima) da Bobiano/Bovianum/Bojano a Teneapulo/San Paolo di Civitate (punto rosso). Hercul Rani santuario italico di Campochiaro.

La pianura, di nostro interesse dove era sito l’unica Bovaianom/Bovianum/Bojano e l’ipotetica Bovianum sannitica, posta a settentrione del Massiccio del Matese, era attraversata da ovest a nord est dal tratturo Pescasseroli-Candela e da sud a nord est dal tratturello Matese-Cortile-Centocelle, non dimenticando i tratturelli che dagli altopiani del Massiccio del Matese scendevano verso le pianure per collegarsi ai percorsi principali esistenti nei sottostanti territori dei Pentri, dei Caudini e degli Irpini. (vedi figura).

Il confine tra i Pentri e Caudini e Irpini. Il tratturo Pescasseroli-Candela (1). I tratturelli (punt.ti). Tratturello Capo di campo-Campochiaro e gli altri itinerari minori alle pendici nord e sud del Massiccio del Matese.

Inverosimile è affermare: E’ noto che sussiste dall’antichità ad oggi un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica; l’ipotesi dell’ubicazione della Bovianum dei Pentri nell’agro di Campochiaro, troverebbe sostegno anche dall’articolarsi della trama viaria preromana, che sembra indicare, nello stesso, la naturale porta d’accesso settentrionale al Matese, uno spazio dove sarebbe stato vantaggioso ubicare una struttura insediativa, condizionata dall’allevamento di bestiame, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

Allo stato attuale è impossibile localizzare e identificare nell’agro di Campochiaro una articolazione della trama viaria preromana ed affermare che lo stesso agro possa essere stato la naturale porta d’accesso settentrionale al Matese, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

La NON CONOSCENZA del territorio posto a sud ed a nord di Bovaianom, può indurre in errore al punto da SOSTENERE un suo isolamento dalla trama viaria preromana con riflessi negativi allo sviluppo dell’allevamento del bestiame.

I percorsi dei tratturelli che dai pascoli montani del Massiccio del Matese permettevano alle greggi di raggiungere la pianura non influenzarono la scelta della localizzazione e della fondazione di Bovaianom.

Una fitta rete di tratturelli agevolano ancora oggi la “discesa” delle greggi dai pascoli montani del Matese verso i territori di Bojano e di San Polo Matese-Campochiaro-Guardiaregia per raggiungere il tratturo Pescasseroli-Candela: la loro esistenza non influenzò la scelta della localizzazione di Bovaianom/Bojano, loro primo insediamento , sulla sommità di Civita Superiore di Bojano.

Il tratturo Pescasseroli-Candela nella pianura di San Polo M.-Campochiaro-Guardiaregia. I tratturelli (linee gialle)I sentieri moderni (linee rosse).

Possiamo ipotizzare un altro percorso utilizzato nel corso della Storia: il tratturello, oggi S. P. n. 331 del versante campano/Caudino per Piedimonte Matese e la S. P. 164 del versante molisano/Pentro, quest’ultimo, di nessuna importanza; passava per Guardiaregia, raggiungeva nella pianura e, lontano da Bovaianom/Bojano, il tratturo Pescasseroli-Candela.

La S. P. 164 (evidenziata dalle frecce bianche) dal confine (linea continua gialla) con la Campania per Guardiaregia fino al tratturo Pescasseroli-Candela.

Ben altra importanza aveva il territorio prossimo all’insediamento di Bovaianom/Bojano, con a settentrione un’area montana adibita a pascolo molto più estesa ed ugualmente attraversata dai tratturelli.

Dalle aree pianeggianti di Campitello Matese e dei Prati di Civita ed altre valli meno note, scendono ancora oggi i tratturelli (linea continua gialla) per raggiungere la pianura ed il tratturo Pescasseroli-Candela. I sentieri moderni. La S. P. n. 100 Bojano–Civita Superiore di Bojano. (linea nera).

Nella pianura presso l’insediamento pentro di Bovaianom/Bovianum/Bojano aveva origine il tratturello, denominato per consuetudine Matese-Cortile-Centocelle, il cui percorso, in epoca romana, aveva dato origine ad una via anonima disegnata UNICAMENTE nella Tabula Peutingeriana: collegava la romana civitas Bovianum/Bojano alla civitas teneapulo/San Paolo Civitate e alla civitas Larinum/Larino.

Dove aveva origine il tratturello ?

Un riposo per le greggi, ubicato ad ovest, prima che raggiungessero la città madre, la capitale dei Pentri, fondata nei pressi del tratturo Pescasseroli-Candela, coincideva con l’odierna Santa Margherita, località dove probabilmente si radunavano le greggi che scendevano dai pascoli montani del Matese nord occidentale per proseguire verso i pascoli della Daunia.

A poca distanza ed a sud del riposo, esisteva un percorso parallelo al tratturo: costeggiava le sorgenti di Maiella e di Santa Maria dei Rivoli e, nell’attraversare Corso Umberto I, la via laterale di Largo Duomo, via Biferno, via Turno, coincideva con il tratturo Pescasseroli-Candela.

La S. S. n. 17 Appulo Sannitica. Il trattuto Pescasserroli-Candela. Il riposo di Santa Margherita (cerchio bianco). Il percorso anonimo (?) parallelo al tratturo.

 Successivamente, testimonia un’antica mappa, nei pressi della chiesetta di sant’Antuono si originava un itinerario denominato Via da Bojano a Campobasso.

Una ipotesi è localizzare l’origine del tratturello Matese-Cortile-Centocelle nei pressi di Bovaianom/Bovianum/Bojano, ossia nel riposo Santa Margherita dove l’antico percorso del tratturello ha dato origine alla S. P. 49 Boiano-Baranello, al pari del tratturo Pescasseroli-Candela che dapprima originò la via consolare Minucia ed in tempi moderni la S. S. 17 Appulo-Sannitica.

Il tratturello, in seguito diventato S. P. n. 49, all’interno della romana e medievale civitas Bovianum, “condivideva” con il tratturo il percorso, ovest est, da porta Paquino a porta Santa Maria; lo abbandonava per proseguire, uscendo dalla porta, in direzione nord est verso Colle d’Anchise e proseguire per adcanales/Baranello.

Che passasse per il territorio di Colle d’Anchise non dovrebbero esserci dubbi; dopo la confluenza del fiume Biferno con il torrente Quirino, dopo la località denominata Ponte del Comune, esiste una strada denominata strada comunale tratturo: un toponimo legato al ricorda dell’antico percorso del tratturello Matese-Cortile-Centocelle che, proseguendo verso l’odierna località Canale di Baranello, passava per Fonte (o Fontanella) Fredda, Fonte Garile e Fonte S. Nicola.

In Bojano, a sinistra dell’inizio della moderna via Cavadini, nei pressi della chiesa di Santa Maria del Parco, è inciso Strada per Termoli.

L’itinerario, corrispondendo al tratturello denominato Matese-Cortile-Centocelle, si < staccava > dal tratturo Pescasseroli-Candela e, procedendo a nord est, lo collegava ai tratturi Castel di Sangro-Lucera e L’Aquila-Foggia, dopo avere collegato Bovianum/Bobiano (nella T. P.)/Bojano a adcanales/Baranello, ad Pyr (Campolieto) e Geronum/Gerione con teneapulo/San Paolo Civitate.

Itinerario Bovianum/Bobianoadcanales/Baranello-Centocelle/C.Le-teneapulo/San Paolo Civitate.

Concludendo: se la S. S. n. 17 denominata Appulo Sannitica fu realizzata seguendo il percorso della via consolare Minucia, a sua volta costruita seguendo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela, la S. P. n. 49 denominata Bojano-Baranello, fu realizzata seguendo una parte del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela ed il tratturello Matese-Cortile-Centocelle che, pertanto, si originava non lontano, ma nei pressi di Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Dopo quanto esaminato, come si può sostenere: Diversamente, l’ubicazione della Bovianum romana – l’attuale Bojano – sembra fisicamente incongrua per rapportarsi utilaristicamente alla catena del Matese, allo scopo d’una sua utilizzazione economica o militare ?

Per concludere, esaminiamo anche il ruolo della romana civitas Bovianum nell’anno 89 a. C., nella fase finale della guerra sociale (92-88 a. C.).

Hanno scritto: Silla, scompaginate le fila di Mutilo e conquistatone l’accampamento, s’appresò a Bovianum (Piana di Campochiaro, secondo l’ipotesi sopra avanzata) per conquistarla. Bovianum, evidentemente, non era circondata da mura, probabilmente solo segnata da staccionate come Compsa, città dell’Irpinia ed era guardata da “tre rocche” da dove i difensori contrastavano i Romani, “specialmente da una di esse”, secondo il racconto dettagliato di Appiano. Tracce di queste tre rocche, all’attualità, non sussistono, sia a Campochiaro sia presso l’attuale Bojano; i siti che talora vengono indicati, come Civita di Bojano, per la sede d’una delle tre, sono improponibili; per la distanza, infatti, da Civita di Bojano era impossibile difendere dall’attacco sillano Bovianum posta ai piedi della montagna, come dal più lontano Monte Crocella; analogamente, la Bovianum di Campochiaro era indifendibile dal luogo fortificato delle Tre Torrette o dalla cintura di Monte Rocco, quest’ultimo in agro di Guardiaregia. Il contesto geografico che il passo d’Appiano suggerisce è di una Bovianum posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito.  Con la sua conquista ha termine la seconda, ma non ultima fase della battaglia.

Confrontiamo quanto letto sia con la descrizione di Appiano (II sec. d. C.) e di Gaetano De Sanctis (1870-1957), la cui opera, La guerra sociale, è stata curata da Leandro Polverini (1976); sia con la documentazione fotografica.

Hanno scritto: Bovianum, evidentemente, non era circondata da mura, probabilmente solo segnata da staccionate come Compsa, città dell’Irpinia.

Per quante ricerche abbia fatto, ignoro se Compsa fosse solo segnata da staccionate; invece è certo: quando i Romani conquistarono la pentra Sepino e la caudina Alife, fortificate, al pari di Bovaianom/Bojano, sulla sommità delle rispettive colline, i loro abitanti furono obbligati a risiedere nella sottostante pianura, costruirono delle città e le dotarono possenti mura ancora oggi esistenti: solo la romana civitas Bovianum/Bojano, sarebbe stata difesa da semplici staccionate ?

Si dubita addirittura del ruolo svolto dalle tre fortezze o tre acropoli poste a difesa della romana civitas Bovianum assediata, attaccata e distrutta da Silla.

Cosa è un acropoli, cosa una rocca, cosa una fortezza ?

Acropoli (https://educalingo.com):  L’acropoli è un termine che originariamente indicava la parte più alta della polis greca. Estendendone il significato, può essere chiamata “acropoli” la parte più eminente e fortificata di un’antica città.

Rocca (Garzanti): 1. fortezza che nei centri abitati d’età medievale e rinascimentale era costruita nel luogo più elevato, per lo più naturalmente difeso da pareti scoscese; era la sede del signore e il luogo di rifugio della popolazione in caso di assalti esterni o di assedi: […]. 2. cima isolata di monte, con pareti ripide e nude.

Fortezza (Garzanti): 1. luogo ed edificio fortificato; in particolare, importante complesso di opere militari fortificate permanenti: espugnare una fortezza.

Dopo le testimonianze archeologiche (terrazzamenti e mura di cinta in opera poligonale), già esaminate, anche le fonti classiche e contemporanee, nonché la documentazione fotografica dimostrano: la romana civitas Bovianum, già pentra Bovaianom era difesa da tre fortezze o tre acropoli o tre rocche.

Appiano: Silla espugnati gli accampamenti di Papio Mutilo procedette a Boviano dove era il consiglio comune dei rivoltosi. Aveva la città tre fortezze e i Bovianesi si tenevano all’erta. Or questi (Silla, n. d. r.) spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potesserosignificandone il fatto col fumo. Dato alfine questo segno, Silla attaccò di fronte il nemico, e combattendo per tre ore, potentissimamente presa la città. Tali sono le imprese di Silla in quella estate; con il giungere dell’inverno si recò a Roma per chiedere il consolato.

De Sanctis-Polverini: La città (Bovianum/Bojano, n. d. r.), che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianurainviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

INCOMPRENSIBILE come si possa NON considerare il ruolo ed il coinvolgimento della romana civitas Bovianum, erede della pentra Bovaianom, dove oggi è la città di Bojano con le sue tre fortificazione già pentre: l’acropoli romana di Civita Superiore di Bojano; la fortificazione di La Loggia san Michele e la sua, non meno importante rispetto alle altre, la fortificazione di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle chiamato Sacro o collis Samnius, ossia le tre fortezze di Appiano o le tre acropoli di De Sanctis.

INCOMPRENSIBILE come si possa sostenere: per la distanza, infatti, da Civita di Bojano era impossibile difendere dall’attacco sillano Bovianum posta ai piedi della montagna, come dal più lontano Monte Crocella.

La distanza NON ebbe importanza nella conquista della romana civitas Bovianum localizzata ai piedi della montagna, sovrastata e difesa, oltre che dalle sue mura di cinta, dalle sue tre fortezze o acropoli; Appiano scrisse: (Silla, n. d. r.) spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potessero, significandone il fatto col fumo; mentre De Sanctis-Polverini ricordano: Silla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianura, inviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione.

Ergo, l’attacco dell’esercito romano fu duplice: dapprima ad una delle tre fortezze o acropoli, successivamente, lo stesso Silla guidò l’esercito contro (le mura ?) la civitas Bovianum, conquistandola dopo tre ore di aspro combattimento.

La conquista della fortificazione o acropoli di monte Crocella da parte dell’esercito di Silla BLOCCO’ le comunicazioni visive, ossia la RICHIESTA DI AIUTO agli Italici ancora presenti negli altri insediamenti non coinvolti in quella battaglia.

Le descrizioni di Appiano e De Sanctis-Polverini, escludono Campochiaro, giudizio condiviso, guarda caso, anche dalla stessa nuova ipotesi: la Bovianum di Campochiaro era indifendibile dal luogo fortificato delle Tre Torrette o dalla cintura di Monte Rocco, quest’ultimo in agro di Guardiaregia.

Esclusione ancora più avvalorata, e non si può che condividere IN TOTO, da questa inaspettato giudizio della nuova ipotesi: il contesto geografico che il passo d’Appiano suggerisce è di una Bovianum posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito. Con la sua conquista ha termine la seconda, ma non ultima fase della battaglia.

Quanto letto, non RISPECCHIA il contesto geografico ricordato da Appiano che, con dovizia di particolari, descrisse in modo inequivocabile il coinvolgimento della romana civitas Bovianum/Bojano, l’UNICO sito della Bovaianom, città madre e capitale dei Pentri ?

ECCO LA PROVA FOTOGRAFIA della romana civitas Bovianum, ricordata, GIUSTAMENTE, essere stata posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito.

 

 

BOVAIANOM/BOVIANUM IN BOJANO EST.

Oreste Gentile.

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PAPA CELESTINO V (Pietro di Angelerio) e lo STEMMA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

novembre 9, 2018

Finalmente, mi son detto, quando ha appreso che un noto quotidiano del Molise ha pubblicato importanti novità per confermare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, nella città di Isernia.
Probabilmente era la risposta che l’Associazione “La Fraterna” di Isernia attendeva dalla Biblioteca monumento nazionale di Montecassino dopo avere l’inoltrato, nel lontano aprile 2008, a detta dell’autore dell’articolo (che si definisce iserniANO e non iserNINO) formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.
CHE DELUSIONE, dopo aver letto il nuovo articolo.
Dopo più di 20 anni, l’Associazione “La Fraterna” non ancora riceve una risposta dalla Biblioteca monumento nazionale, in compenso, il noto quotidiano del Molise, dà la notizia di una ennesima prova per confermare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, nella città di Isernia: è lo stemma della città di Isernia.
Fino ad oggi, TUTTE le prove che avrebbero dovute confermare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, in Isernia, si sono rivelate delle BUFALE: 1. Il cognome dei genitori. 2. L’esistenza di un fondo paterno nella città di Isernia. 3. La visita di san Francesco di Assisi ad Isernia. 4. La lettera del vescovo Giacomo. 5. La Bolla di papa Gregorio X. 6. La pergamena del vescovo Matteo7. La pergamena del vescovo Dario. 8. La pergamena del vescovo Roberto. 9. La presenza di papa Celestino V nella città di Isernia nei giorni 14-15 ottobre 1294. 10. Il suo anno di nascita.

Ergo, nell’anno 2018, dopo la pubblicazione dell’articolo del 30 ottobre u. s., come esamineremo, le BUFALE arrivano a quota 12.
L’articolista scrive di non avere notizie sull’epoca dell’adozione dello stemma della città di Isernia, del suo autore; ma ricorda l’esistenza di un privilegio concesso alla città di Isernia da Carlo V nell’anno 1521 (l’articolo riporta 1251, sicuramente una svista) su cui è riprodotto lo stemma che nel corso dei secoli è stato più volte ritoccato ed abbellito, lasciando invariato lo “scudo” e la disposizione delle “lettere”.
L’attuale stemma (vedi figura), si afferma, risale all’anno 1956: L’ideatore dello stemma d’Isernia tenne senz’altro presente lo stemma dei frati celestiniani che consisteva in una croce nera con una “S” sull’asta verticale (a volte al posto della “S” vi era un serpente), il tutto in campo azzurro.

Stemma  Celestiniano   anno 1520             Stemma della città di Isernia

Lo stemma della Congregazione dei Celestini (sigla O.S.B. Coel) è SEMPRE stato rappresentato dalla CROCE con una S della Salus e dello Spirito Santo, ma non sono rari i casi in cui compare la S della Serpente, dovuti soprattutto alla libera interpretazione di coloro che, qualche secolo dopo la morte del Santo fondatore dell’Ordine, fecero dell’iniziale S dello Spirito Santo, sostituita con la S di Serpente.
Alcuni esempi.
Sul frontespizio della biografia di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, scritta nell’anno 1520 dal poeta Antonio Simone Bugatti, detto Notturno Napolitano, fu stampano lo stemma della Congregazione: lo scudo (?) con al centro, ben evidente, la Croce e la S dello Spirito Santo. (vedi figura).

Il sito:
http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/stemmihtml/ordini%C2%B7                congregazionedeicelestiniosb.html. Insegne araldiche: Ordini · Congregazione dei celestini O.S.B, pubblica una CROCE con attorcigliata la S dello Spirito Santo, data (indicativa) anno 1715.

 

 

Dal sito:
https://www.google.it/search?q=basilica+di+collemaggio+stemma+celestino: Santa Maria di Collemaggio. L’Aquila. Logo del Papa Celestino V, lo stemma dell’ordine celestiniano.

Nella volume di P. Herde (2004), Celestino V, sono pubblicati 2 stemmi di cui ignoro la data della realizzazione: il (a sinistra) è della Congregazione Celestiniana; il è lo stemma papale di Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Dal sito: http://www.iagiforum.info/viewtopic.php?f=1&t=20
Lo stemma in questione si trova ad Oria (Br), scolpito al di sopra del balcone dei Celestini, residuo dell’antico palazzo abbattuto nel 1912 dalla giunta del sindaco Gennaro Carissimo per far posto alla costruzione dell’edificio scolastico.
Ben visibile, in alto ed al centro, l’originale stemma dei Celestini.

 

 

Da: http://www.museionline.info/tipologie-museo/basilica-di-santa-croce-lecce.
Il portale maggiore, costruito nel 1606, presenta […]. Sulle porte laterali sono esposti gli stemmi della Congregazionedei Celestini […].: nello stemma, in alto si nota la caratteristica CROCE e la S dello Spirito Santo.

 

Da: Palazzo dei Celestini a Carmiano: memorie di barocco e tabacco. Pubblicato il 14/06/2018 da fondazioneterradotranto.

Affresco nel palazzo (ex baronale) dei Celestini (XVI-XVIII) residenti in Carmiano già nel 1448 poco dopo il loro arrivo: il loro stemma non è dissimile dagli altri già esaminati, binomio: CROCE e S dello Spirito Santo.

 

Da: http://www.iluoghidelsilenzio.it/eremo-abbazia-di-santo-spirito-roccamorice, si nota il simbolo della Congregazione dei Celestini e l’anno 1689.

 

 

Da: STEMMA%20CELESTINI/la%20bottega%20del%20disordine_%20Il%20chiostro%20di%  20palazzo%20Celestini.html

Lo stemma celestiniano sul portale di via dei Quaranta in San Severo. Sotto la fascia centrale                               sono riportate le due pagnotte, simbolo dei lasciti normanni. In alto lo stemma di Celestino V con a lato due gigli angioini. (vedi figura).

 

Da http://www.fondazioneterradotranto.it/ Oria. Da: Un caso di araldica pontificia immaginaria, alla nota 30, si legge: Lo stemma innalzato dai monaci della Congregazione Celestina non ebbe nel corso del tempo una configurazione stabile. Manca lo spazio per approfondire la questione. In questa sede mi limito pertanto a dire che in origine i monaci portarono uno scudo d’argento, alla croce latina accollata alla lettera S, il tutto di nero: la bicromia bianco/nero rappresenta l’araldizzazione dell’abito monastico, mentre la lettera S sta probabilmente per Santo Spirito (ma altre spiegazioni sono state addotte), al quale Pietro del Morrone era particolarmente devoto, come provano anche i numerosi monasteri eretti sotto questo titolo e alcune fra le denominazioni primitive della Congregazione (v. supra, nota 14). Successivamente lo stemma fu incrementato con l’aggiunta di altre figure di carattere allusivo: un monte all’italiana di tre cime, probabile allusione ai monti Morrone e Maiella, cari al papa eremita, e due gigli, in ricordo della speciale protezione e del sostegno accordati ai Celestini dai sovrani angioini di Napoli e da quelli di Francia. Lo stemma divenne così d’azzurro, alla croce latina di nero (alias d’oro), accollata alla lettera S d’oro, accostata da due gigli dello stesso e fondata su un monte all’italiana di tre cime di verde, movente dalla punta. Ma vi furono varianti sia negli smalti, sia nella foggia della croce.

 

Talora la lettera S assunse una forma serpentina. Cfr. Maiorano, Mari, Gli stemmi superstiti cit., pp. 80-88; G. Zamagni, Il valore del simbolo: stemmi, simboli, insegne e imprese degli Ordini religiosi, delle Congregazioni e degli altri Istituti di perfezione, Cesena 2003, pp. 53-54.

 

Da quanto esaminato, lo stemma della Congregazione dei Celestini NON ha alcuna relazione con lo stemma della città di Isernia che si è arrogata la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

N. B.
Se uno dei celestiniani si fosse ispirato allo stemma della città di Isernia per creare quello della Congregazione, saremmo autorizzati a pensare ad un omaggio al luogo di nascita, Isernia, del loro Santo fondatore.
Così non è stato, forse è accaduto il contrario con l’unico scopo di accreditarne la nascita alla città di Isernia, anche alla luce di ciò che l’articolista ha scritto: l’ideatore dello stemma d’Isernia tenne senz’altro presente lo stemma dei frati Celestiniani che consisteva in una croce nera con una ‘S’ sull’asta verticale (a volte al posto della ’S’ vi era il serpente) il tutto in campo azzurro. A Ferentino (dove fu sepolto Celestino V dopo la sua morte avvenuta nel castello di Fumone) la ‘S’ bianca sull’asta verticale risulta prolungata sull’asta trasversale della Croce e, dopo che i Celestini francesi ebbero un certo sopravvento nell’Ordine, nel campo azzurro si trovano due gigli bianchi di Francia.
Per quante ricerche abbia fatto, questo (vedi figura) è l’unico stemma trovato in cui S è posta sull’asta verticale risulta prolungata sull’asta trasversale della Croce, tenendo in considerazione il commento: Tutto l’apparato decorativo (potale, pozzo, acquasantiera…) del complesso architettonico del Monastero dei Celestini di San Severo è caratterizzato dalla ripetizione di uno stemma alquanto singolare (due pagnotte, sotto la croce con il serpente) che trova le sue origini in un monastero, oggi abbandonato e allo stato di rudere, tra Apricena e Poggio Imperiale: san Giovanni in Piano.

Sito http://labottegadeldisordine.blogspot.com/2011/ Stemma celestiniano in vico Marzille di San Severo.

L’articolista scrive: C’è da ricordare che l’Ordine dei Celestini fu fondato da Celestino V, Papa nel 1294, il quale nacque a Isernia nel 1215 e morì nel 1296. Lo stemma papale, invece, del nostro ‘Santone’ era raffigurato da un leone rampante rivolto verso sinistra, d’argento in campo azzurro, con una fascia trasversale rossa; esso sarebbe stato suggerito dal cognome della madre di Celestino che, secondo molti storici, si chiamava Maria Leone. Per concludere rimane da dire che si possono fare tante disquisizioni sul simbolismo e sulle figure araldiche dello stemma d’Isernia, ma ritengo che le cose siano molto più semplici di ciò che sembrano: a mio avviso il simbolo dell’ “impresa” isernina ci conduce a Papa Celestino V, il nostro illustre concittadino Pietro Angelerio.
Ho sempre sostenuto e sosterrò, in base alle più antiche biografie del Santo molisano, la sua nascita in Sant’Angelo Limosano avvenuta nell’anno 1209 (o, forse, come esamineremo, nel 1210).
Per il luogo della sua nascita abbiamo una delle biografie più antiche, scritta da Stefano di Lecce negli anni 1471-1474: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado di Molise, vicino a Limosano e lo ripetè allorquando ricordò il monastero dove aveva svolto il noviziato: si chiamava Santa Maria del Molise(corruzione di Faifoli, n. d. r.), vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.
Più chiaro di così.
Cosa volete, alcuni ipocriti uomini di Chiesa, seguendo l’esempio di Ponzio Pilato che al loro confronto è un dilettante, pur di non accreditare la nascita a Sant’Angelo Limosano, hanno rinuncianto a dichiararlo nato in Isernia, scegliendo: nato in terra di Isernia.
Pensate: esistono ben 8 (dico OTTO) INDIZI tramandati dalle sue più antiche biografie che identificano Sant’Angelo Limosano il luogo della nascita.
L’articolista sostiene la nascita nell’anno 1215 ?
Alcuni ipocriti uomini di Chiesa, simili a sepolti imbiancati, hanno dapprima celebrato l’anniversario degli 800 anni della sua nascita tra gli anni 2009 e 2010; successivamente, per non fare un torto alla città di Isernia, hanno (RI)celebrato gli 800 anni della nascitala nell’anno 2015.
Se hanno interpretato in tale maniera le più antiche biografie di Pietro di Angelerio, quale credibilità possiamo dare loro allorquando ci vengono a illustrare gli antichi testi della religione cristiana ?
Basta la volontà di leggere e dare credito a 2 biografie del Santo, scritte da 2 dei suoi più affezionati discepoli, la cosiddetta Vita A (1303-1306) e Vita C (1303-1306), in cui è scritto, nella 1^: anno M° CC° LXXXXVI°, XIX dir maii, Vixit autem iste sanctus anni LXXXVI: la morte avvenne nel 1296 e visse anni 86, ossia 1296 – 86 = 1210.

Nella 2^: Anno Domini M°. CC°. LXXXX°. VI., vitae vero suae anno LXXX°. VII. die XIX mai; anno 1296 – 87 = 1209.
Nacque nell’anno 1210 o nell’anno 1209 ? Morì a 87 o a 86 anni ?
Nato il 29 giugno, in un anno X, e morto sicuramente il 19 maggio dell’anno 1296, avrebbe compiuto esattamente 87 anni di lì a 1 mese e 10 giorni: ossia sarebbe nato nell’anno 1210; ma qualche suo biografo preferì un “calcolo per difetto” e stimò avesse 86 anni nel giorno della morte 19 maggio 1296.
E’ CERTEZZA: l’anno della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, non era il 1215: vade retro anno 1215.
L’articolista, scrive ancora: Lo stemma papale, invece, del nostro ‘Santone’ era raffigurato da un leone rampante rivolto verso sinistra, d’argento in campo azzurro, con una fascia trasversale rossa; esso sarebbe stato suggerito dal cognome della madre di Celestino che, secondo molti storici, si chiamava Maria Leone.
In quanto allo stemma, lascio al lettore decidere se la descrizione di un leone rampante rivolto verso sinistra, d’argento in campo azzurro è aderente agli stemmi pubblicati ((vedi fugura) in Google: il leone rampante rivolto a sinistra, non è azzzurro in campo più o meno giallo ?

 

 

E’ molto probabile che lo stemma papale di Celestino V non sia stato scelto e né ideato dal neoeletto Pietro di Angelerio, ma sia stato “creato” addirittura dopo la sua morte, come illustra Marcello Semeraro in UN LEONE RAMPANTE CON UNA FASCIA A TRAVERSO (vedi fig. 2): LO STEMMA PAPALE DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI BATTISTA DI ORIA, UN CASO DI ARALDICA PONTIFICIA IMMAGINARIA. (http://www.fondazioneterradotranto.it).

LO STEMMA PAPALE
Lo stemma in questione, di grandi dimensioni, venne collocato al termine dei lavori costruzione della facciata settecentesca voluta dall’abate Tommaso Marrese nel 1718[12]. Timbrato da una tiara priva di infule e accollato alle chiavi petrine decussate, di cui restano solo le impugnature[13], lo scudo presenta una foggia ovale accartocciata e raffigura al suo interno un leone rampante attraversato da una fascia diminuita (fig. 2). L’analisi del manufatto e del contesto di committenza non lascia dubbi sulla sua attribuzione. Si tratta dello stemma di Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio (1209/10-1296), il celebre papa eremita, fondatore dell’omonima Congregazione monastica, che rinunciò al soglio petrino dopo appena cinque mesi dalla sua elezione e che finì i suoi giorni prigioniero di Bonifacio VIII nel castello di Fumone[14].
N.B.
Tuttavia, quello scolpito sulla facciata della chiesa oritana non è lo stemma pontificio realmente innalzato da Pietro del Morrone, semplicemente perché egli non ne ebbe mai uno vero. Si tratta, invece, di un’insegna fittizia, di un’arma di fantasia che qualcuno gli attribuì a posteriori, di un vero e proprio falso, insomma, di cui restano, come vedremo, numerose testimonianze. Com’è noto, il primo pontefice di cui si possa attestare con certezza l’uso di uno stemma nell’esercizio della sua carica fu Bonifacio VIII (1294-1303), ma è con Clemente VI (1342-1352) che la conformazione dell’arma papale si canonizza nella forma che diventerà classica (scudo ornato da tiara e chiavi decussate, legate da un cordone)[15], mantenendosi tale fino al pontificato di Benedetto XVI[16]. Quanto a Celestino V, le prime attestazioni della sua arma leonina non rimontano oltre il XVI secolo. Sull’origine di questa insegna sono state avanzate alcune ipotesi suggestive ma prive di qualsiasi riscontro storico e documentario[17]. Secondo alcuni studiosi, si tratterebbe dell’arma parlante dei Leone (o de Leone), nobili di Alife e Venafro, dai quali discenderebbe Maria, madre del pontefice[18]. Secondo altri, invece, l’insegna sarebbe stata ricalcata su quella del cardinale Guglielmo Longhi (†1319), che fu fra i porporati creati da Celestino V nel corso del suo breve pontificato. Quest’ultima ipotesi è quella che ha goduto di una maggiore fortuna[19]. Lo stemma del cardinale Longhi, apparentemente simile a quello attribuito ex post a papa Celestino, si trova scolpito in coppia ai lati del sarcofago del suo pregevole monumento funebre ammirabile nella basilica di S. Maria Maggiore di Bergamo[20]. All’interno di una cornice modanata compare un leone attraversato da una banda diminuita e trinciata, ma il manufatto non contiene alcuna indicazione cromatica utile alla ricostruzione degli smalti originari[21] (fig. 3).
Il Longhi apparteneva a una nobile famiglia bergamasca e fu anche intimo della corte angioina, abile diplomatico nonché amico di Bonifacio VIII, per incarico del quale gestì la delicata fase di abdicazione del papa eremita. Dopo la morte di quest’ultimo nel castello di Fumone, inoltre, ne prese in custodia il corpo e presenziò alla sua sepoltura nella tomba terragna posta al centro della chiesa di S. Antonio Abate a Ferentino. Secondo lo studioso Fabio Valerio Maiorano, è possibile che «in ricordo dell’evento, il cardinale de Longhi abbia fatto incidere sulla lastra sepolcrale la propria insegna araldica, in epoche successive “interpretata” e scambiata erroneamente per lo stemma papale di Celestino V»[22].

 

 Insegna araldica del cardinale de Longhi

 

N.B.. Marcello Semeraro, scrive: Fra tutti gli stemmi di fantasia della cronotassi papale anteriore a Bonifacio VIII, l’insegna araldica attribuita al papa eremita vanta il primato di essere quella che presenta la configurazione più instabile e variabile nel corso del tempo

Per concludere: papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, NON aveva commissionato il suo stemma papale ed è una BUFALA assimilare l’immagine del leone ad un INESISTE cognome della madre MARIA: esso (lo stemma. n. d. r.) ha scritto l’articolistasarebbe, stato suggerito dal cognome della madre di Celestino che, secondo molti storici, si chiamava Maria Leone.

Per brevità non approfondiremo l’argomento, ma basta EVIDENZIARE: TUTTI i suoi più antichi biografi: dal vescovo Guidonis (1261-1331) a Celestino Telera (1648) non hanno dato un cognome alla madre, al padre di Pietro (figlio di Angelerio); solo dall’anno 1663, qualche storico inventò il cognome Leone per Maria, la madre di Pietro.
Perché NON fu adottato il cognome (che non esisteva) del padre, il cui nome era Angelerio ?
Quanto mai interessante è la nota [18] della pubblicazione di Semerario: In realtà i cognomi de Angeleriis e de Leone sono sconosciuti ai primi biografi di Celestino V e sono stati tirati fuori per accreditarne l’origine isernina, basandosi su due documenti la cui autenticità è stata giudicata dubbia da studiosi del calibro di Peter Herde. Cfr. P. Herde, Celestino V, santo, in «Encicplopedia dei Papi», disponibile al seguente indirizzo: http://www.treccani.it/enciclopedia/santo-celestino-v_%28Enciclopedia-dei-Papi%29/.
Terminiamo con l’appellativo di Santone con cui, dicono, gli Isernini usano chiamare papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, con l’unico scopo di accreditare la sua nascita alla città di Isernia.
Nulla di eccezionale chiamarlo Santone, che in Google significa: 1.Eremita, asceta o mago dell’Oriente, spec. dell’India; e Treccani: 1. Persona, in genere di età avanzata, dedita alla vita religiosa e alle pratiche ascetiche, e oggetto di venerazione da parte dei fedeli, con partic. riferimento alle religioni orientali.
Probabilmente Pietro di Angelerio, o Pietro di/da Morrone fu chiamato Santone in contrapposizione a Roberto de Salle, suo carissimo e diletto giovane discepolo, che Pietro chiamò affettuosamente Santuccio.
Non esistono, né penso esisteranno, eclatanti scoperte sul luogo e l’anno di nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, visto che dopo più di 20 anni anche l’articolista iserniano ancora attende di visionare alcuni documenti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.
Resta l’amarezza di quanta ipocrisia esista in alcuni uomini di Chiesa a cui è demandato il compito di fare chiarezza e della divulgazione di bufale da parte di alcuni articolisti.

Oreste Gentile