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LA DONNA SANNITA.

dicembre 27, 2018

Descrivere gli usi, i costumi ed il ruolo della donna Sannita, non è semplice per la mancanza di testimonianze dell’epoca in cui visse.
Ciò che è permesso è solo immaginare a quali e quanti sacrifici materiali ed umani fu soggetta, considerando che i conflitti tra i loro uomini ed i Romani durarono all’incirca 50 anni ed altre guerre li videro loro fedeli alleati.
Si sa, in particolare, che l’origine della donna Sannita/Pentra fu conseguente alla migrazione, avvenuta tra l’XI e il IX sec. a. C., di circa 7.000 giovane e giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, furono guidati da Comio Castronio, dalla Sabina al territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese dove fondarono Bovaianom (osco)/Bovianum (latino)/Bojano, la città madre e loro capitale, sulla sommità di una collina e lungo le sue pendici e fino al tratturo Pescasseroli-Candela che aveva facilitato il loro cammino.
Si denominarono Pentri per i loro insediamenti sui monti (dalla radice celtica –pen/sommità) scelti per la difesa, il controllo del territorio e per le comunicazioni visive diurne e notturne.
Il giovane popolo si espanse dal Massiccio del Matese verso ovest, nord e nord est, venendo a confinare con i consanguinei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: Peligni,Carecini, Frentani, Irpini e Caudini; DauniSidicini di altra origine.

Solo dal IV sec. a. C. adottarono la scrittura, dopo avere invaso il territorio campano, e la percentuale dei Sanniti in grado di leggere e scrivere doveva essere molto bassa: tale capacità era probabilmente limitata ai sacerdoti ed agli scrivani. (vedi figura).

Nelle transazioni commerciali, non conoscendo l’uso delle monete, usavano il < baratto >: scambiavano i loro prodotti agricoli, dell’artigianato e, soprattutto, quelli derivanti dal allevamento del bestiame: formaggi, lana, carne e pellame.
Sempre dal IV sec. a. C. usarono le monete coniate dalle popolazioni limitrofe, particolarmente delle popolazioni presenti nel territorio campano: greci ed etruschi; ad eccezione di Aesernia, divenuta colonia latina nell’anno 263 a. C. ebbe una propria zecca.
Coniarono monete proprie solo in occasione della Guerra sociale (91-88 a. C.): zeccche di Corfinio,Bojano, Isernia e di altri centri, con una zecca mobile.

Per la durezza dei loro costumi e per la educazione dei figli, si ritiene che fossero di origine Spartana; V. Cuoco (1770-1823) scrisse nel Platone in Italia: Qui l’educazione dei figli è più che Spartana.
Erano sobri, austeri, amanti del lavoro; la ricchezza non mancava come scrisse Livio (59 a. C.-17 d. C.), ricordando la loro capitale Bovianum: caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissima atque opulentissimum armis virisque (era questo il capoluogo dei Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco di e opulento d’armi e di uomini).
Fra i Sanniti la donna ricopriva un ruolo principale nella educazione dei figli e nella prosperità del paese; anzi erano l’ambito premio per il valore, la virtù e le nobili azioni compiute dai giovani per la difesa del loro territorio.
Per la grande considerazione in cui tenevano la donna, grande importanza aveva la celebrazione del matrimonio: ai genitori non era permesso di maritare liberamente le proprie figlie, né ai giovani era permesso operare una libera scelta.
In occasione delle nozze, scrive Salmon (1985), si celebravano probabilmente cerimonie religiose per favorire la fertilità e la buona fortuna.
Strabone (63 a. C.-23 d. C.) scrisse: Si dice che i Sanniti abbiano una splendida legge, ben calcolata per portare ad eccellere. Infatti ad essi non è lecito dare in moglie le loro figlie ad uomini di loro scelta, ma ogni anno dieci vergini e dieci giovani vengono scelti, i migliori del loro sesso. E la migliore fanciulla viene data al giovane migliore, la seconda al secondo e così via. Se il giovane che ha la prima cambia e si rivela indegno, lo disonorano e gli tolgono la donna che gli era stata data: tale cosa era ritenuta di estrema vergogna e il giovane veniva spregiato, beffato dal popolo e da questo ritenuto infame e disonorato.

Matrimonio dei Sanniti. Manifestazione Ver sacrum della Ass.ne F.D.A.P.A. di Bojano.

Questo modo di celebrare e regolamentare il matrimonio, definito da alcuni una santa legge, fu lodato da tutti gli antichi storici in quanto dava modo ai giovani di condurre sempre, e con ogni sforzo, una vita laboriosa e virtuosa.
Impossibile immaginare una ricompensa più nobile e più grande, che sia nel contempo di minor carico per lo Stato e più capace di agire positivamente e da sprono per l’uno e l’altro sesso.
Lo spirito di avventura e di conquista dei Sanniti, le guerre contro i Romani e con i Romani, la periodica transumanza, teneva lontano dalle case i giovani ed i mariti, di conseguenza tutto il lavoro domestico e di altro genere era svolto dalle donne, dagli anziani e dai fanciulli.
La moglie Sannita, secondo Orazio (65-8 a. C.), godeva di rispetto ed esercitava la sua autorità nella casa: a lei spettava il compito di allevare i figli (è documentata la loro prolificità e ciò era per loro di grande orgoglio) e lo svolgeva con grande severità.
Orazio: se onesta sposa, giovando in parte anch’essa alla sua casa, alla sua prole istessa (qual Sabina o abbronzata moglie d’agile Apulo) al foco intorno del marito al ritorno secche legne prepara, o rinserra in tessute gratelle la greggia munge a lei gonfie mammelle.
Le madri abituavano i figli ai più duri lavori della campagna, a maneggiare la zappa e la scure, ad aggiogare i buoi e guidare gli armenti.
Li coprivano soltanto con leggere vesti per abituarli a sopportare i cocenti raggi del sole, la pioggia, la neve ed i gelidi venti.
Operare e soffrire da forti, diceva la sorella di Caio Ponzio, la quale non avendo altro per poter esercitare l’ultimo dei suoi figli, gli comandava di trasportare la legna.
Orazio: Sed rusticorum mascula militum Proles Sabellis docta ligonibus Versare, glebas, et severae Matris ad arbitrium recisos Portare fustes (era prole di campi e di guerra, duri Sabelli esperti a rovesciare la zolla con la marra; all’ordine dell’austera madre portavano fasci di legna).
Cuoco: La sorella di Ponzio così giustifica la sua severità verso i figli: la vita umana è simile al ferro: coll’esercizio si consuma, è vero, ma utilmente; se non lo si esercita, la ruggine se lo mangia inutilmente e presto. A te sembra strano, o ospita, che il figlio di un larte (dignitario n. d. r.) nipote di Ponzio, si educhi non altrimenti che il figlio del nostro povero e buon vicino Calvo; ma io ti dico che il nipote di Ponzio ha bisogno di cure maggiori per avvezzarsi da questa età a fare ed a soffrire ciò che gli iddii vorranno che faccia e che soffra quando sarà adulto. La sola necessità insegna quanto basta al piccolo Calvo.
Il nipote di Ponzio deve imparare non una ma due cose, difficilissime sempre ad apprendersi, quando si ricevano dai maggiori un nome illustre e qualche ricchezza: operare e soffrire da forte.
Una di queste cose che ignori, il nipote di Ponzio diventa inferiore al figlio di Calvo.
Le donne conducevano vita laboriosa ed austera: erano abili nel lavorare la lana, se consideriamo il clima freddo e la diffusione della pastorizia cui dedicavano il loro tempo quando gli uomini erano impegnati in guerra.
N.B. I reperti proposti provengono dalle necropoli dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dell’Abruzzo e del Molise.
Salmon (1985): La maggior parte della stoffa era certamente tessuta in casa, e consisteva per lo più di lana filata dalle donne. A testimonianza che la tessitura doveva essere una delle occupazioni principali della donna Sannite era l’uso di contrassegnare le tombe con un fuso ed alcune pitture tombali raffigurano donne intente a lavorare la lana.

Pesi da telaio con passante.    Ago crinale di bronzo.          Forbici.

Gli storici concordano nel ritenere la donna Sannita fulcro insostituibile per la conduzione della casa, per l’educazione dei figli, per la prosperità del paese stesso.
Proprio da quest’ultimo compito: prosperità del paese, ricaviamo la visione esatta del ruolo primario che aveva in seno alla società.
La devozione per la dea Mater Matuta, considerata la protettrice della fecondità e delle nascite, era diffusa anche tra le donne di origine Sabina e le statue e gli ex voto a lei dedicate la rappresentano con in grembo e sulle ginocchia uno o più figli in fasce. (vedi figure).

Dagli studi antropologici di reperti anatomici femminili della sinfisi pubica, si ha la testimonianza dei frequenti parti della donna Sannita: la prolificità era motivo di grande orgoglio.
Recenti studi paleodemografici condotti con la scoperta delle necropoli sannite, illustrano, tra zona e zona, la distribuzione della struttura demografiche tra individui maschili e femminili.
Prendendo in esame l’età compresa tra i 20 ed i 70 anni, si distinguono due zone: nella prima la mortalità maschile tra i 20 ed i 40 anni, soprattutto per eventi bellici, è superiore a quella femminile; nella seconda zona, si riscontra una maggiore mortalità femminile, sempre tra i 20 ed i 40 anni, soprattutto per problemi legati al parto.
Compito importantissimo per lo sviluppo della società di quei tempi, era il concepire molti figli; l’esigenza era: più uomini, più guerrieri. (vedi figura).

L’abitazione dei Sanniti detta in osco Triibon, consisteva generalmente in muratura a secco o in legno ed era composta di una sola stanza di forma rettangolare che proteggevano chiudendola con la chiave. (vedi figure).

Monte Vairano (Aquilonia ?). La casa di LN.

 

Pagliara in agro di Vastogirardi (IS)  http://www.flickr.com/photos/molisealberi/3104503742.

 

Il cibo era costituito principalmente da zuppa di avena, farro abbrustolito o in zuppa; frutta; verdure; teste di vitello ed altre carni; prodotti della pesca di lago, fiume e mare; latte e suoi derivati
Quanto scoperto nelle necropoli permette di conoscere solo alcuni dei loro utensili usati nella cucina.

Lucerna (?) con sostegno a base tripode. Infundibulum/imbuto con filtro mobile.

 

Età del ferro e VIII sec. a. C.. Brocchescodelleboccali. (De Benedittis 2005).

 

Olle, ciotole, amphoricos, anfora, boccale. (Cianfarani-Franchi Dell’Orto-La Regina, 1978).

Come tutte le società antiche gli ornamenti più preziosi, al pari degli abiti, erano prerogativa della donna Sannita che apparteneva alla classe aristocratica e differente erano anche l’eleganza e la ricchezza dei monili importati dalla Etruria e dai territori confinanti.
Gli ornamenti, come ogni elemento metallico che riveli un particolare impegno artigianale, quasi sempre debbono essere stati importati da ambienti dove l’artigianato metallurgico era favorito dalla presenza di miniere o da determinate attività commerciali che permettevano l’importazione del metallo prezioso grezzo dai luoghi di produzione.
L’ambra, ad esempio, proveniva dalle remote regioni baltiche e veniva lavorata dai Piceni per essere poi esportata in tutta la penisola.
Né mancano monili in avorio, che indicano precisi rapporti dei Sanniti con i popoli dell’Italia centrale dove si sviluppò la cultura orientalizzante di lavorarlo.
Le donne, dal conto loro, portavano anelli, generalmente semplici e talvolta grandi di terracotta (I grani d’ambra erano molto rari, e prerogativa solo dei più ricchi).
Oltre a questi ornamenti, ne indossavano uno del tipo chiamato chatelaine, consistente in una catena a vita di forma approssimativamente rettangolare, che aveva una sezione centrale costituita da maglia di ferro, con un certo numero di spirali metalliche da ambedue i lati, e da cui pendeva un disco di metallo solitamente forato.
Era lunghe dalla spalla sino ad oltre le ginocchia o dal petto a sotto la cintola, terminando con un pendaglio decorato con motivi geometrici o zoomorfi. (vedi figure).

Agnone (Pentri). Anelli(in alto).  Larino (Frentani). Ornamenti vari. Alfedena (Pentri).

Alfedena (Pentri). Chatelain (da sinistra): Pendaglio ad occhiale. Pendaglio decorato a giorno con motivi geometrici. Pendaglio con decorazione geometrica e zoomorfa fantastica.

 

Fibula a nastro con linee incise; ai lati vegetali stilizzati e graffitti compaiono anche sulla lastrina rettangolare della staffa. La staffa termina a testa d’ariete. Da Ortona (Frentani).

Dalle necropoli scoperte nei territori della Sannita/Vestina, Sannita/Pentra e Sannita/Frentana, provengono gli oggetti di ornamento. (le figure e le descrizioni sono state pubblicate in: Culture Adriatiche Antiche… 1978, Sannio Pentri e Frentani dal VI al I se. A. C. 1980; Samnium Archeologia del Molise 1991; Prima dei Sanniti ? 2005).

Particolari dei corredi funerari femminili della tomba 9, come si indossavano; Cianfarani scrive: corone – una costituita da una serie articolata di castoni di ferro contenenti quadratini d’ambra –, fibule, collane di pasta vitrea e d’ambra, armille e un grosso pettorale di ferro, agganciato sotto il seno mediante fibule e formato da una piastra rettangolare, dalla quale una fitta maglia scendeva
fin sopra la cintura. (vedi figure).

 

Particolari dei corredi funerari femminili descritti della tomba 10.

 

La necropoli di Alfedena (Pentri).

Altri ornamenti femminili, scrive Cianfarani, provengono dalla necropoli di Campovalano (Pretuzi) sono placche rettangolari di lamina di bronzo che nel campo, diviso in due, quattro o sei scomparti, recano spesso ritagliate a giorno figure di quadrupedi. Questi elementi, già ritenuti pertinenti a cinture – ma esiste anche un esemplare in cui realmente sono da vedere le estremità di una cintura che si agganciano l’una all’altra – sono i terminali di lunghe stole, fossero esse di stoffa o, come sembra più probabile, di cuoio, caratteristiche in Abruzzo del costume femminile dell’area di Campovalano. […]. Nel costume la placca doveva essere fermata al petto grazie alla piastra che reca su un lato una sorta di maniglia, mentre l’altra estremità, che non reca tracce di fermagli, doveva ricadere a terra in basso. Le stole sono assegnate alla prima metà del VI secolo a. C.. (vedi figura).

Cianfarani: Certo ben lontano dall’essere esclusivo della nostra regione fu, fino alla tarda età del bronzo (1200 a. C., n. d. r.) l’uso di fermare gli indumenti con spilloni che, trapassando i tessuti o le pelli, erano fissati da un filo bloccato ad un capo dove spesso passava entro una sorta di cruna e si avvolgeva intorno all’altra estremità aguzza.  esempio di questo tipo di fermaglio è dato da uno spillone proveniente da Trasacco (Marsi, n. d. r.), che ha la testa formata da due (o forse tre) anelli.

Dalla fine dell’età del bronzo in tutti i paesi del Mediterraneo centrale e settentrionale e in gran parte dell’Europa, in luogo dello spillone entra in uso la fibula, che per la varietà delle forme che in ogni epoca è un prezioso strumento per la cronologia, oltre che, in molti casi, una vera e propria opera di oreficeria. Consiste essenzialmente in un tondello metallico, in parte rettilineo e aguzzo a un capo, l’ardiglione, che, dopo essersi attorto in due o tre spirali a formare la molla, si ripiega ad arco, alla cui estremità una lamella curva, la staffa, costituisce l’alloggiamento della punta. (vedi figura).
Da Trasacco (Marsi).

La donna Sannita nonostante i gravosi impegni domestici, non disdegnava gli ornamenti: braccali, pendagli, anelli, orecchini, bracciali, bottoncini e saltaleone. [Vedi figura, necropoli di Bojano (Pentri)].

La grande quantità di fibule prova che gli abiti della donna Sannita dovevano essere fermati e non cuciti; probabilmente erano drappeggiati e ripiegati più che sagomati.
Per il loro abbigliamento, Salmon ricorda un lungo peplos bianco senza maniche, fermo in alto da una cintura attorno alla vita (Vedi figura), non dissimile da quello raffigurato nelle pitture e nelle statue delle Divinità femminili.
Tali pitture tombale, però, raffigurano i Sabelli della Campania e risentono quindi dell’influsso greco. Questo soprattutto nel caso di scene che raffiguravano donne in vesti elaborate: è ipotizzabile l’utilizzo del lungo peplos dalla donna Sannita che risiedevano a settentrione del Massiccio del Matese.
Va anche ricordata (manca la figura. n. d. r.) una statuina alta dieci centimetri, che appartiene ad un privato, raffigurante una ragazza che indossa un lungo chiton in atteggiamento di preghiera.

Peplos. Chiton. Himation.

Enciclopedia Treccani: Peplo. Abito delle donne greche, che a Sparta si conservò nell’uso anche dopo la metà del 6° sec. a.C., quando si andò affermando l’uso del chitone. Consisteva in un rettangolo di stoffa di lana, ripiegato per circa un terzo in alto, poi in due parti uguali verticalmente (v. fig.): negli orli superiori così combacianti, fibule lo tenevano fermo sopra le spalle e restava aperto lungo il fianco destro, tenuto aderente da una cintura.
Chitone. Vestito di origine orientale introdotto in Grecia dagli Ioni; di lino o di altra stoffa leggera, era confezionato con un telo cucito come un sacco senza fondo, stretto alla vita da un cordone e fermato alle spalle da due fibbie. Corto per gli uomini, lungo per i personaggi di alto rango e le donne, era aperto sul fianco ( c. dorico) o interamente chiuso. (vedi figura).
Himation (o imàtio) (o imàtion). Il vestito di lana (più tardi anche di lino) originario e nazionale dei Greci antichi, di solito bianco, ma anche colorato o con fasce di colore lungo gli orli; consisteva in un mantello drappeggiato che, per lo più, partendo da una spalla, girava dietro il dorso e tornava sul davanti, ed era portato dagli uomini spesso come unico vestito, dalle donne sopra al peplo o al chitone.

Alcune statue permettono di conoscere come la donna Sannita/Frentana e Sannita/Pentra indossavano i vestiti. (verdi figure).

Larino (Sanniti/Frentani) da Sannio Pentri e Frentani (1980).
Tra i tipi attestati a Larino, le figure femminili panneggiate sono presenti in alta percentuale, con numerose varianti: con chitone semplice legato sotto il seno e con chitone ed himation variante avvolto intorno al tronco; meno frequenti sono invece il tipo di Afrodite seminuda che si appoggia a colonna.

 

Agnone (Pentri).

Pietrabbondante (Pentri).


Isernia (Pentri).

Lastra tombale dipinta: da destra 1^ figura femminile di prospetto con il braccio proteso …… Volto grosso dai lineamenti marcati……… . Indossa un chitone su cui è avvolto l’himation che copre anche il capo. Sul chitone bianco, grossi linee verticali e oblique rosso brune, rendono le pieghe.

Monte Vairano (Pentri).

Figura femminile. Indossa un lungo peplo di cui si distingue parte del panneggio inferiore.

Bojano (Pentri).

Scultura in cotto. Figura femminile panneggiata a tutto tonto. (De Benedittis).

Due statue acefalee mutile femminili stanti, indossano vesti panneggiate.

Tortoreto (Sanniti/Pretuzi).

Anche le statuine votive di bronzo permettono di conoscere come vestiva la donna Sannita.

Carsoli (Marsi).

Altre testimonianze: la prima figura (vista di fronte e di lato sinistro) indossa un doppio indumento (di lana?) costituito da una veste che alle caviglie e un mantello cucito sugli omeri con un buco nel mezzo per pasarvi il collo. I piedi sono ignudi, in testa ha una acconciatura che sembra una specie di cappuccio.
La terza figura indossa invece un lungo corpetto a vita, munito di brevi maniche, e una veste rigida e scampata. Il capo è scoperto e i capelli, appaiono raccolti in una crocchia sulla nuca.

Rapino (Sanniti/Marrucini).           Bucchianico (Sanniti/Marruccini).

Anche la Dama di Capistrello permette di conoscere l’abbigliamento della donna Sannita: scoperta nel territorio dei Sanniti/Vestini, presenta La veste indossata, scrive Cianfarani, è composta da un corsetto scollato con brevi maniche e sorretto da due ampie spalline fissate sul davanti mediante due fibule ad arco serpeggiante ornate di pendagli trapezoidali. Una cintura che gira intorno alla vita segna l’inizio della veste. Tra questa e il corsetto il torace doveva restare scoperto oppure i due indumenti descritti si sovrapponevano ad una veste leggera ed aderente al corpo.
Sul retro sono i resti di una mantellina rettangolare, probabilmente parte di un cappuccio il cui apice era costituito da una sorta di cordone che ricadeva sulle spalle.
Distesi sugli omeri compaiono due nastri che forse servivano a legare il cappuccio sotto il mento. Il braccio destro sinistro sopra il gomito è circondato da un’armilla. (vedi figure).

La donna Sannita curava l’acconciatura dei capelli, la cui eleganza era proporzionata al rango di appartenenza, come testimoniano le diverse statuette votive, le statue e la raffigurazione.
Cianfarani: Nelle teste femminili ricorre una singolare acconciatura che ricorda quella dei bronzetti di Rapino: una specie di cappuccio formato da una fascia piatta e liscia iniziale, seguita da un rotolo che gira attorno alla testa per affinarsi e scomparire dietro le orecchie, e che termina a forma di manica ricadente libera sul collo. Dal cercine che circonda tutto il capo, in alcuni esemplari il cappuccio si innalza rigidamente e due nastri che scendono lateralmente, servivano a fermarlo annodandosi sotto il mento, un elemento di costume analogo a quello ipotizzato per il corsetto femminile di Capestrano. (vedi figure).

Da Carsoli (Marsi).

Da Gildone (Pentri).

 

I calzari indossati dalla donna Sannita hanno resistito ai secoli, come testimoniano Franchi Dell’Orto-La Regina: Colle Fiorano. Notevole è la presenza di calzari con originaria suola lignea bardata di lamina bronzea e con fissi ramponi di ferro, come a Capestrano, o chiodi come a Campovalano. Un paio è stato ricostruito integralmente: la suola, con inchiodata lungo i bordi la fascetta di bronzo, è tenuta sollevata da terra da quattro sostegni a sezione quadrata, collegati a coppie da una piattina e, nel senso della lunghezza, da una sbarretta di ferro che si salda al centro della piattina di collegamento di ciascuna coppia.
Da Loreto Aprutino (Vestini).

Da Campovalano (Pretuzi).

Coppia di calzari con fascetta di fattura etrusca che circonda il bordo con una densa decorazione figurativa: animali, mostri, forse scene di carattere mitico quali Edipo e la sfinge, Europa sul toro (?).

Cianfarani: Anche per i calzari è possibile trarre qualche utile indicazione dagli ex voto carseolani. Vi compare un calzare a stivale in cui il gambale (del quale non è possibile stabilire l’altezza, per lo stato frammentario dei relativi reperti) risulta in un sol pezzo con la tomaia, divisa sul dorso da un taglio longitudinale che, dall’inizio della digitazione, sale fino alla caviglia, dove piega internamente giungendo quasi al malleolo. […].
Nella stipe incontriamo anche il calceus, un calzare a stivaletto con l’imboccatura fino al polpaccio. La tomaia, formata da un sol pezzo di pelle col gambaletto, copre solo la metà del dorso del piede, lasciando libera l’altra metà dall’altezza dell’arco plantare. […].

Nel futuro la scoperta di altre necropoli femminili, consentirà di conoscere meglio il costume della donna Sannita per un giusto riconoscimento nella Storia.

Dall’archivio fotografico Ver sacrum dell’Associazione F.I.D.A.P.A. di Bojano.

 

Oreste Gentile.

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IL BORGO MEDIEVALE DI CIVITA SUPERIORE DI BOJANO.

dicembre 1, 2018

Si contraddistingue per essere ubicato sulla sommità della collina a nord del Massiccio del Matese, con il castrum ed il castello posto su uno < sperone roccioso >, entrambi  per difendere la città di Bojano e la valle dei Pentri, una pianura di circa 100 kmq..

Civita Superiore di Bojano (vista da sud est). Il castrum (in primo piano) e il castello (in alto).

La sua altimetria varia dai mt. 684 della torre d’angolo delle mura di cinta del castrum, poste a sud, ai 714 mt. della torre d’angolo posta ad est, raggiungendo i circa mt. 732 a sud ovest, alla base dello < sperone roccioso >.

Una zona pianeggiante, denominata in dialetto Campeduoglie (circa 10. 000 mq.), separa il castrum (circa 34. 000 mq.) dalla base della collina dove fu edificato il castello (circa 3. 500 mq.), posto ad una quota variabile da circa mt. 750 (ad est) a circa mt. 760 (ad ovest).

Civita Superiore di Bojano (vista da sud). 1 la torre d’angolo mura sud. 2 la torre d’angolo mura est.

 

Civita Superiore di Bojano. La fortezza medievale vista da sud: castello –  campeduoglie castrum.

 

Civita Superiore di Bojano. La fortezza con le mura di cinta, linea tratt.ta rossa del castrum e del castello
(vista da nord).

 

Civita Superiore di Bojano vista dall’alto, lato sud: la sua estensione con le mura di cinta, linea tratt.ta rossa.  1 la torre d’angolo a nord. 2 la torre d’angolo a est. 3 il campeduoglie: “spianata” che separava il castrum dal castello compreso tra le quote 4 e5.

 

Civita Superiore di Bojano. Le mura di cinta del castrum (realtà e ipotesi di ricostruzione). 1. Ipotesi delle mura a nord (in alto). 2. Mura esistenti a sud (a sin.) ed una delle vie di accesso. 3. torre d’angolo delle mura a sud (fig. 4) edificate su terrazzamento sannitico. 5. Ipotesi delle mura ad est del castrum tra la torre d’angolo a sud, la torre (fig. 6) e la torre d’angolo ad est di cui esiste un rudere.

Le vicende belliche, i fenomeni naturali e gli interventi edilizi di quanti nel corso dei secoli abitarono la sommità di Civita Superiore di Bojano, hanno lasciato pochissime testimonianze soprattutto della presenza degli abitanti di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita che vi presero dimora tra i secoli XI-IX a. C., ossia circa 300 anni prima della fondazione di Roma (753 a. C.), fondando la città madre e loro capitale Bovaianom, circondata e difesa da mura in rozza opera poligonale e protetta dalle fortificazioni posta sulla sommità di monte Crocella, già Colle Pagano, ricordata con il nome di Colle Sacro da Diodoro Siculo (I sec. a. C.) o di Collis Samnius da Festo (II sec. d. C.); Colle, una descrizione che potrebbero anche identificare la fortezza di Civita Superiore di Bojano con le sue 2 sommità fortificate, dove nel medioevo furono costruiti il castrum ed il castello.

Civita Superiore di Bojano. La sommità con l’insediamento sannitico e le 2 fortificazione separate da campeduoglie. Nel medioevo divennero il castrum ed il castello.

 

Non erano rari nel territorio dei Pentri gli insediamenti sulle sommità delle colline e delle montagne con 2 o forse più fortificazioni costruite a grossi blocchi di pietra più o meno lavorata.

          Insediamenti sannitici con due centri fortificati.

Come già illustrato, il castrum ed il castello di Civita Superiore di Bojano furono costruiti su due aree poste a quote altimetriche diverse, separati da una “striscia” di terreno leggermente pianeggiante denominato Campeduoglie: un toponimo che richiama alla mente il termine Campidoglio, nome di uno dei sette colli di Roma, il meno esteso degli altri sei, a quota di 40-45 mt. s. l. m., su cui fu fondata la città nell’anno 753 a. C..

In www.gea-archeologia.it/campidoglio-il-colle-sacro-di-roma/  si legge:

Si innalzava dominante ed isolato in prossimità del Tevere. […]. Il colle fu racchiuso da un primitivo sistema di mura difensive assolvendo per secoli alla funzione di roccaforte; […]. Il Campidoglio era distinto in due sommità, il Capitolium propriamente detto dove venne eretto il Tempio di Giove Capitolino e l’Arx a nord-ovest (attuale Ara Coeli) uniti da una avvallamento […]

Poche sono le testimonianze della presenza dei Pentri nella fortezza di Civita Superiore di Bojano e dei Romani durante il loro dominio visto che divenne l’acropoli della romana civitas Bovainum  (fig. 1 e fig. 2).

 

Civita Superiore di Bojano. Testimonianze della presenza dei Sanniti/Pentri.

 

Civita Superiore di Bojano. Testimonianze dell’epoca romana. Rocchio di una colonna romana riutilizzata per la costruzione del maschio del castello. Moneta dell’epoca della presenza di Annibale nell’Italia centro meridionale.

La caduta dell’impero romano aveva dato origine al fenomeno dell’incastellamento per difendere il territorio dall’invasione dei popoli, cosiddetti barbari, provenienti dalle regioni dell’Europa del nord.

Il ritorno delle popolazioni negli antichi insediamenti preromani fondati sulle sommità delle colline e delle montagne, permetteva sia di controllare meglio il territorio sia di comunicare visivamente e più rapidamente tra loro, considerando la distanza media in linea d’aria variabile dai tre agli otto chilometri.

N. Cilento, scrive […] il castrum da riparo di vasta area adibito a difesa ed a centro collettore e di rifugio, si restringe e diventa simbolo della giurisdizione signorile esercitata tutt’intorno sulla terra che ne dipende; ivi trovarono rifugio le genti che avevano colonizzato i latifondi lasciati incolti. […]. […] in questo caso il castello (inteso come castrum, n. d. r.) non è quello signorile, ma soltanto un gruppo di case, o una vasta area recintata e protetta in cui i rustici si rifugiavano con i loro poveri beni, o addirittura la semplice recinzione di terre coltivate da coloni.

Ben diverso è il castello, scrive Cilento, come affermazione di potere signorile, come segno di autonomia e giurisdizione, spesso come atto di ribellione, costruito in un’area ristretta fra le terre circostanti, in posizione eminente e fortificata, di cui c’era già esempio in età romana, oltre al sistema delle fortificazioni, anche in alcune dimore di potenti. […] soltanto circa la metà del X secolo le fondazioni dei castelli si fanno frequentissime per esplicita concessione dei principes de gente Langabardorum.

Gli abitanti di Bovianum trovarono rifugio e sicurezza occupando l’acropoli della romana civitas che si era sviluppata nella sottostante pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese. (vedi figura).

In assenza di informazioni dalle fonti bibliografiche più antiche o di una data certa della costruzione del castrum e del castello, potremmo ipotizzare una radicale modificazione delle strutture sannitiche/pentre prima e romane dopo, avvenuta con l’arrivo ed il dominio dei Longobardi nella città di Benevento, capitale dell’omonimo ducato, la Langobardia minor, poi principato, i cui confini a nord est e nord ovest comprendevano il territorio già dei Sanniti/Frentani e dei Sanniti/Pentri in cui furono istituiti i gastaldati con i capoluoghi di Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Larino e Termoli, già sedi delle diocesi episcopali.

Fu fondato il monastero di san Vincenzo al Volturno che favorì, con l’istituzione di una signoria monastica, la Terra Sancti Vincentiil, e la nascita di nuovi insediamenti fortificati con castrum, con o senza un castello. (vedi figura).

 

L’estensione del ducato-principato di Benevento.

 

Il complesso monastico di san Vincenzo al Volturno. (da http://www.sanvincenzoalvolturno.it).

Le cronache dell’epoca ricordano nell’anno 667 la presenza del bulgaro Alzecone, nominato da Romualdo, figlio del re longobardo Grimoaldo, gastaldo dei territori pertinenti ai centri di Sepino, Bojano ed Isernia; probabilmente, abitò nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Il confine (linea rossa) del gastaldato di Alzecone.

Per l’anno 860 le cronache ricordano Guandelperto, titolare del gastaldato di Boiano, soccombere a Saugdan, capo dei Saraceni.

Essendo stato istituito il gastaldato di Boiano, autonomo al pari dei gastaldati di Venafro, Isernia, Trivento, Larino e Termoli, pertinenti al ducato, poi principato di Benevento, possiamo ipotizzare la residenza di Gualdelperto nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Il territorio (rosso) della contea longobardo-franca di Bojano ed i castrum (punto rosso) fondati nei pressi del capoluogo.

All’anno 1003 risale una donazione della contessa Maria, figlia del conte Roffridus di alcuni suoi beni; figlia e padre erano membri della nobiltà longobarda del principato di Benevento e l’atto, redatto e firmato in Boiano, ricorda il defunto conte Pontefrid, marito della contessa Maria, figlio del conte Magenolfi: l’odierno centro di Roccamandolfi deriva il nome dal suo feudatario il conte Magenolfi: Rocca Magenulfi.

Periodicamente soggiornarono nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano e nel castello di rocca Magenolfi.

Roccamandolfi, già rocca Magenolfi                                   Il castello

Uno stretto rapporto politico, amministrativo esisteva tra la città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducato longobardo, poi principato longobardo-franco, e la civitas di Boiano, capoluogo dell’omonimo gastaldato, poi contea.

Stretto era anche il rapporto religioso: la diocesi di Boiano era suffraganea della metropolita di Benevento e con Benevento, che conserva le sacre reliquiecondivideva e condivide il patrono: san Bartolomeo.

Questo legame permette ipotizzare, in assenza di una documentazione sicura, lo stanziamento di una comunità ebraica, presente nel capoluogo del ducato, poi principato, già alla metà del XI secolo nella fortezza della Civita Superiore di Bojano.

Ricordando quanto scritto da Paolo Diacono sulle condizioni in cui versavano nell’anno 667 i territori pertinenti alle città di SepinoBoiano ed Isernia: una vasta regione sino allora deserta, è ipotizzabile che oltre ai bulgari di Alzecone, anche dei coloni ebrei potrebbero essere stati invitati od obbligati a stabilirsi in quei centri.

Il castrum della fortezza di Civita Superiore di Bojano offriva alla comunità ebraica una migliore difesa e la pianura sottostante un maggiore sviluppo agricolo per le sue numerose sorgenti di acqua per lo sviluppo dell’industria tessile, mentre la via verso la Daunia e la costa adriatica e la via consolare Minucia verso la città di Benevento, favorivano gli scambi commerciale.

Ciò che resta a testimoniare la presenza dei Longobardi e della comunità ebraica, è una < balaustra > in cui fu scolpito il nodo longobardo o nodo di Salomone ed il toponimo Giudecca dove risiedeva la comunità di Ebrei.

 

Proprio la presenza delle abbondanti sorgenti di acqua avrebbe favorito il trasferimento di alcuni Ebrei dalla città di Benevento o dalle regioni limitrofe al castrum della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

La loro principale attività di tingere e di lavorare la lana, come testimoniano i toponimi tintiere valchiere da gualchiera valchiera, fu svolta nella città di Boiano la cui pianura era/è ricca di sorgenti di acqua.

Nella città di Bojano ancora oggi esistono alcuni toponimi o si ha memoria del loro utilizzo nel passato: via Tintiere vecchie, ancora esistente, e via valchiere, oggi via Turno ed una area detta valcaturo.

Tintiere deriva da tincta (Judeorum), la lavorazione quasi in esclusiva dei colori e delle tinte dei tessuti da parte delle comunità ebraiche

Valchiere e valcaturo sono la corruzione di Gualchiera Valchiera, di derivazione longobardaWalcan o Walkjan=pressare, tipico delle macchine idrauliche che rendevano il tessuto più resistente attraverso l’infeltrimento della lana.

Nell’anno anno 1241 già esisteva l’Ecclesia Sancti Blasii de Porta Bojano: era anche nei pressi del valcaturo dove operavano le valchiere e dedicata a San Biagio per ricordare il suo martirio: fu torturato con i pettini di ferro delle macchine utilizzate per cardare la lana, poi fu decapitato. Si venera per essere patrono dei cardatori di lana e protettore contro il “male di gola”.

1. via Tintiere Vecchie2. via Valchiere. Chiesa san Biagio (punto rosso).

Regesti Gallucci pubblicati da G. De Benedettis (2011), ricordano per gli anni 1138 e 1147 in un atto di vendita rogato per mano di N. Machabeo di Boiano (un “cognome” utilizzato dalle comunità ebraiche) anche il nome Salathiele figlio di Giovanni Saneb di d(ett)a Città (di Boiano) per gli anni 1166 e 1168.

Dopo la presenza dei Sanniti/Pentri, dei Romani, dei Longobardi e Bulgari, la fortezza di Civita Superiore di Bojano vide la presenza dei Normanni, per essere stata la residenza del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea, avendo sposato la contessa Emma, figlia di Rofredus (forse lo stesso ricordato nella donazione dell’anno 1003).

Dopo la presenza dei Sanniti/Pentri, dei Romani, dei Longobardi e Bulgari, la fortezza di Civita Superiore di Bojano vide la presenza dei Normanni, per essere stata la residenza del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea, avendo sposato la contessa Emma, figlia di Rofredus (forse lo stesso ricordato nella donazione dell’anno 1003).

Il castrum di Moulins: qui nacque Rodolfo.

Sposando Emma ed acquisendo la titolarità della contea di Boiano, il conte Rodolfo dichiarò nei suoi diplomi di donazione: Raul gratia Dei comes filius quodam domni Gimundi qui fuit comes, ortus in Europis partibus Alpis et nunc, Deo tuente, comitatum teneo in Sampnitidis pertibus que vulgo Bubiano vocatur (Cuozzo-Martin 1998) ed Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis.

Vivendo nella fortezza di Civita Superiore di Bojano, è indubbio il suo l’intervento per migliorare le strutture abitative e difensive sia del castrum che del castello.

Gli successe il figlio, conte Ugo (I) a cui va il merito di avere iniziato con il padre e, continuato, l’ampliato dei confini della contea di Boiano, incorporando le contee di Venafro, di Isernia, di Trivento e parte della contea di Larino, la contea di Castellis Maris (Castelvolturno) e fare la donazione del castello di Viticuso all’abatem Oderisium di Montecassino, dove il conte padre, Rodolfo, si era ritirato per condurre vita monastica fino alla morte avvenuta tra gli anni 1092 e 1094.

Fu il conte Ugo (I) a donare alla cattedrale chiesa di S. Bartolomeo Apostolo di Bojano tutte le decime di Ferrazzano, e Mirabello, tanto de Campi, quanto de salari di Natale, Pasqua e S. Maria, e di tutti i molini, che sono nelli predetti luoghi […].

sigillum di cera utilizzato nell’anno 1092 dal comes Ugo (I) de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea normanna di Bojano (1092 c.-1113 c.): UGO COMES DE MOLISIO e la testa di un grifo/ grifone, creatura mitologica formato per metà da un’aquila gigante e l’altra parte da un leone.

 

Miniatura del Registro di S. Angelo in FormisUgo (I), conte di Boiano (in rosso) fa donazione all’abate Saxo.

Al conte Ugo (I) successe il figlio Simone sempre presente in Civita Superiore di Bojano e nella sua vasta contea di Boiano; la sua titolarità fu breve, morì a causa del terremoto che colpì la città di Isernia durante la sua visita.

Il fratello Roberto fu nominato conte di Boiano per la minore età di Ugo (II) figlio del conte Simone: abitarono nella fortezza di Civita Superiore di Bojano fino al compimento della maggiore età di Ugo (II) che restò nella residenza paterna, mentre lo zio Roberto, avendo terminata la reggenza della contea di Boiano fu nominato domni Sepini e, probabilmente, prese dimora in castello Sepini, dando origine alla dinastia dei domni Campibassi.

Risale all’anno 1128 la testimonianza dell’annessione del feudo di Serracapriola alla già estesa contea di Boiano del conte Ugo (II).

Confini (rosso) della contea di Boiano (mancano i feudi di Castelvoturno e di Serracapriola).

Con il conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio iniziò l’abbandono della residenza comitale del castello e della fortezza di Civita Superiore di Bojano anche a causa dell’avvento al potere di re Ruggero II, discendente della famiglia degli Altavilla, il cui progetto era affermare la sua autorità unificando politicamente ed amministrativa il vasto territorio del suo regno.

Non condividendo i progetti del sovrano, il conte Ugo (II) partecipò alla rivolta alleandosi con il conte Rainulfo di Alife, cognato del re, con Roberto, principe di Capua, con Sergio, principe di Napoli, con Tancredi di Conversano e, con fasi alterne, con il papa Innocenzo II che aveva chiamato in soccorso l’imperatore Lotario II di Suplimburgo.

Sconfitti, il conte Ugo (II) perse la contea di Boiano che fu concessa al conte Roberto di Sant’Agata.

Scarse sono le notizie del conte Roberto di Sant’Agata, titolare della contea di Boiano, e della sua presenza nella fortezza di Civita Superiore di Bojano a causa della sua breve titolarità, ripresa dal conte Ugo (II) che, avendo appreso come acquisire e conservare il potere, sposò una figlia di re Ruggero I; quest’ultimo ebbe una relazione amorosa con la sorella del conte di Boiano con la nascita di Simone.

Nell’anno 1142, riunendo tutti i feudatari presso Silva Marca, re Ruggero II impose la sua riforma e la contea di Bojano fu denominata contea di Molise, dal cognomine della famiglia normanna che derivava dal castrum Moulins dove era nato il capostipite Rodolfo.

Il conte Ugo (II), avendo acquisito anche il titolo e l’ufficio di Justitiario del regno e vivendo alla corte reale di Palermo, venne spesso nella contea di Molise per svolgere le sue funzioni, dimorando nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano.  

Era presente nell’anno 1144 per una causa di possesso delle chiese di S. Lorenzo e di S. Marco, site in Agnone, tra il preposito del monastero di S. Pietro Avellana ed il vescovo di Trivento.

Nell’anno 1148 era a Limosano con i suoi baroni, magnati, giudici e boni homines.

Nell’anno 1149 era a Bojano.

L’ultimo atto sottoscritto nella contea di Molise risale all’anno 1153.

Vivendo alla corte di Palermo, nell’anno 1160, dopo la morte di re Ruggero II, discutendo con il nuovo re Guglielmo I ed Ugo, arcivescovo di Palermo, decise il trasferimento del corpo di santa Cristina da Sepino a Palermo; di lì a poco, in Palermo, concluse la sua vita terrena.

Non avendo lasciato eredi, la contea di Molise fu amministrata direttamente dal demanio regio.

Correva l’anno 1166, il nuovo conte Riccardo di Mandra venne nella città di Bojano, capoluogo della nobilissima contea di Molise, nella città Venafro e di tutte le altre castella che appartenevano alla contea di Molise, solennemente secondo il costume preceduto da trombe, timpani e cimbali.

La sua presenza nella contea di Molise fu molto scarsa, visto il maggiore impegno politico ed amministrativo presso la corte reale di Palermo.

Ipotizzabile la sua residenza nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano, mentre è documentata la sua presenza nella città di Isernia in occasione di una plenam curia assistito dai vescovi domini Roberto episcopo Bojani, domno Raynaldo episcopo Yserniensis, & domno Raone episcopo Treventano.

Non si conoscono altre notizie del conte Riccardo di Mandra, titolare della contea di Molise, né la data della sua morte.

Si sa che aveva sposato Gaitelgrima con la nascita di Ruggero, divenuto conte di Molise, restando nei primi anni di titolarità alla corte reale di Palermo; successivamente a causa della guerra tra l’imperatore Enrico II, titolare del regno, e Tancredi di Altavilla, che si riteneva erede legittimo, si trasferì nella sua contea, dimorando, molto probabilmente, nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano nell’anno 1185.

Nell’anno 1189 era nella città di Venafro e, successivamente, nel castello di Rocca Magenulfi (Roccamandolfi) e nell’anno 1193 di nuovo nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano per vendere al suo vassallo Matteo Aiello dell’integra quarta parte d’una sua coltura di là dalla caldula (torrente Callora, n. d. r.) a’ Campi Marci (Campi Marzi n. d. r.).

Nell’anno 1196, il conte Ruggero, con l’avvento dell’ imperatore Enrico VI, perse la titolarità della contea di Molise, dopo essersi difeso strenuamente nel castello di Rocca Maginulfi dal vittorioso assalto di Corrado di Lutzelinhart, detto Muscancervello, che fu nominato nuovo titolare della contea di Molise.

Ipotizzabile la residenza del nuovo conte nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano a causa della precaria situazione creata alla corte reale di Palermo per la successione al trono; è documentata la sua presenza nelle città di Venafro e di Isernia.

All’anno 1202 si fa risalire la morte del conte Corrado di Lutzelinhart.

Per la fortezza di Civita Superiore di Bojano e per il castello di Rocca Magenulfi, stava iniziando un lungo periodo di scontri tra l’imperatore Federico II e coloro che vi dimoravano: Tommaso da Celano, il nuovo conte di Molise, per avere sposato la contessa Giuditta, che gli aveva portato in dote la contea per essere figlia del conte Ruggero sconfitto da Corrado di Lutzelinhart.

Tommaso da Celano, conte di Molise, non aveva partecipato alla incoronazione di Federico II a re di Sicilia, avvenuta in Roma nell’anno 1220; il contrasto tra i due si acuì in seguito anche con l’Editto delle Sanzioni che annullava tutti i privilegi acquisiti dai conti e dai baroni del regno nominati durante la minore età del giovane sovrano.

Le fasi più salienti dello scontro: l’imperatore aveva isolato la contea di Molise per aver conquistato le fortezze poste ai suoi confini e, mentre il conte Tommaso continuava a resistere e difendersi dal castello di Rocca Magenulfi, la moglie, contessa Giuditta, resisteva e si difendeva dal castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano, denominata all’epoca Rocca Boiano.

Il castello di Rocca Boiano visto dal castello di Rocca Magenolfo.

Nell’anno 1221 l’esercito imperiale entrò nella contea di Molise ed occupò senza colpo ferire la città di Boiano, posta ai piedi dell’omonima Rocca; nella città convennero tutti i baroni della contea di Molise per sostenere le rivendicazioni di Federico II.

La reazione del conte Tommaso fu inaspettata e rapida: giungendo da Rocca Magenulfi, colse di sorpresa l’esercito imperiale, mettendo in fuga, tramandano le cronache dell’epoca, gli impauriti suoi baroni; trasferì le munizioni ed i viveri raccolti nella città di Boiano nella omonima Rocca che abbandonò con la moglie Giuditta, non dopo aver dato alle fiamme la città di Boiano, forse per vendicare la precedente pacifica resa agli avversari.

Si rifugiarono a Rocca Magenulfi ed il conte di Acerra con l’esercito imperiale assediò ed occupò Roccam Boiano.

All’assedio di Rocca Magenulfi, mentre il conte Tommaso si era rifugiato presso il conte Ruggero di Anversa, prese parte senza successo lo stesso Federico II che, stanco della resistenza della contessa, la convocò nella città di Celano per trattare la sua resa e quella del marito.

Nell’anno 1223 fu sottoscritto un trattato di pace tra l’imperatore Federico II, il conte Tommaso da Celano e la contessa Giuditta.

Tornarono in possesso perpetuo della contea e il conte Tommaso fu nominato giustiziere della contea con alcune limitazioni, che accrescevano il potere della magna curia. D’altra parte, Federico II si riservava il diritto di distruggere qualsiasi fortezza, e stipulava di tenere Rocca Boiano sotto il suo potere fino al suo ritorno dall’oltre mare: l’imperatore, visitando la fortezza, aveva valutato la sua grande importanza strategica.

 

Civita Superiore di Bojano. Moneta federiciana rinvenuta nel castello.

I brevi periodi di pace diedero la possibilità a Federico II di far ristrutturare i castelli e le fortificazioni che avevano subito danni a causa delle rivolte scoppiate nel regno.

Muccilli (2010) ricorda: nell’anno 1239 a Riccardo di Montenigro, Justitiario Terre Laboris et Comitatus Molisii fu ordinato di abbattere alcune case costruite nell’area esterna al castello in monte Boiano ed il trasferimento dei suoi abitanti occupanti in altro luogo, probabilmente nel castrum sottostante della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Tra gli anni 1241 e 1246 fu ordinato ai vari justitiarii di procedere a quest’opera di ristrutturazione e furono impartiti ordini a coloro che dovevano contribuire.

Per la ricostruzione del castrum Boyani reparari debet per homines ipsius in terre, Monti Viridis (Monteverde di Vinchiaturo?), Castelli Vecoli (Terravecchia di Sepino), baronie Castri Pignani, Campi Bassi, Ysernie, Rocce Magdenuli (Roccamandolfi), Cantalupi e baronie domini Thomasii de Celano.

Dopo alterne vicende, il conte di Molise e la moglie, contessa Giuditta, persero definitivamente la titolarità della contea.

Prima della morte di Federico II, la contea fu assegnata al figlio naturale Enzo (si dice che fosse nato dal suo amore per la contessa Giuditta) che ne fu privato dal fratellastro Corrado IV, divenuto imperatore nell’anno 1250, dopo la morte del padre e fu concessa a Oddo, signore di Marchia.

L’imperatore Corrado IV, probabilmente, nell’anno 1254 aveva soggiornato nel castello della fortezza di Civita di Bojano, resosi conto dello stato in cui era, ordinò, come aveva già fatto il padre, Federico II tra gli anni 1241-1246, un nuovo mandato a Rao castri Macclagodani judex per sollecitare gli abitanti di Castri Pineani a restaurare castrum Boiani.

Civita Superiore di Bojano. Il castrum ed il castello da restaurare.

Possiamo conoscere anche il nome di alcuni castellani di Rocca Boiano durante il dominio degli Angioini: la contea di Molise non ebbe più un titolare e continuò ad essere amministrata dalla curia reale a cui si deve lo smantellamento del castello di Rocca Magenulfi, essendo divenuto rifugio dei ribelli e degli eretici; le munizioni di cui era dotato venivano trasferite a Rocca Boiano: Il Re ordina che sia demolito il castrum di Rocca Maginolfi ad opera di coloro ai quali toccava eseguirvi le riparazioni; che il materiale e le munizioni siano consegnati a Oberto de Ripacuria, castellano di Boiano, […].

Carlo d’Angio affidò la gestione dei feudi ai suoi seguaci francesi, lombardi e romani per limitare la potenza degli antichi conti.

La città di Boiano con la sua fortezza di Civita Superiore di Bojano fu assegnata a Roczolino de Mandroles per la somma di 200 once d’oro: (1271) apud Capuam. Roczolino de Mandroles et heredibus […] (conceditur) terra Boyani cum arce, pro unc. CC.

A Roczolino successe il figlio Roberto che dalla Francia venne in Italia e, probabilmente, presente nel feudo della città di Boiano, andò a risiedere nel castello della fortezza di Rocca Boiano: Mandatum pro assecuratione vassallorum terre Boiani, Roberto de Mamberolis (Mandrales, n. d. r.) mil., per mortem Rocelini, patris sui.

Durante la baronia di Roberto de Mamberolis, scrive Muccilli, nell’anno 1275, fu designato castellano lo scutifer Jehan de la Tour (latinizzato in Johannes de Turri), anch’egli di origine francese, nel corso della cui gestione fu ordinata una nuova riparazione della fortezza ad opera degli abitanti delle terre già preposte con l’aggiunta, questa volta, di Casoria non ancora identificata (Casoria in prov. Di Napoli? n. d. r.). La conferma che la guarnigione in servizio presso il castello era formata oltre che dal castellano anche da dieci servientes, e fornita da un documento 1278 relativo, in modo specifico, al pagamento di tre mesi di stipendio loro dovuto.

Fra il 1282 ed il 1284 è menzionato un altro francese, Buchard de Memorancy, quale concessionario della baronia di Bojano, mentre come castellano fu designato Theobalduas de Bellovidere.

La purezza delle acque presenti nella pianura di Bojano favoriva la fauna ittica della cui bontà il re Carlo I d’Angiò era a conoscenza tant’è che si riservò l’utilizzo: Il Re avendo saputo che il fiume di Boiano è ricco di trote, ordina al Secreto di Principato ecc. che lo dia in fitto, ma vi proibisca la pesca, anche al castellano di Boiano, avendo cura di trasmettere di continuo tutte le trote pescate alla regia cucina. Datum Capuae, XXX martii XIII ind..

Ergo, il castellano della fortezza di Civita Superiore di Bojano amministrava il feudo pertinente alla città di Boiano.

Concludiamo con un avvenimento accaduto in occasione dell’Unità d’Italia.

La mattina del 5 settembre 1860, su gli antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore si vide sventolare la bandiera tricolore ! 

Antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore ?

Purtroppo i terremoti dell’anno 1456 e dell’anno 1805 e gli interventi poco diligenti degli uomini hanno prodotti danni irreparabile al castrum ed al castello di Rocca Boiano.

Come gli antichi disegnatori hanno rappresentato la fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Pacichelli 1703 (in alto).  Magnacca e Conte 1778 (in basso).

Oreste Gentile.