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PAOLO DIACONO. UNO STORICO ATTENDIBILE ?

marzo 27, 2020

Paolo Diacono, storico longobardo, nella sua Historia Langobardorum (787789/VIII sec.), dopo circa 2 secoli dalla conquista longobarda dell’Italia e dalla instaurazione del loro regno dall’anno 568 all’anno 774, vivendo da “monaco” nel monastero di Montecassino, ricordò anche quanto accadde con la presenza dei Longobardi nel ducato/principato di Benevento.
Non è tutto oro quel che luccica.
Pubblichiamo alcuni giudizi espressi, in epoche diverse, su quanto scritto da Paolo Diacono.

Le critiche.

Dalle Tre Lettere di un giornalista oltramontano (1754): […] e che la sola autorità di Paolo Diacono abbia potuto trarre in sì enorme errore tutti gli Scrittori, e sino i Papi medesimi ?
Francesco Beretta in Dello scisma de’ Capitoli (1770): Paolo Diacono Autore dell’ottavo secolo, Longobardo di origine, Forogiuliese di nascita, […]. Paolo Diacono, siccome abbiam detto, e molte verità aveva omesso, e molte falsità aveva copiate nella sua Storia, fu il primo degli storici nostri (da cui gli altri ciecamente ne hanno tratto copia) che ci abbia descritti, ed alterati codesti fatti, […].
Alessandro Manzoni nel suo Discorso Storico (1845), analizzò’ al capitolo IV. D’una opinione moderna sulla bontà morale de’ Longobardi, quanto aveva scritto Diacono nella Historia Langobardorum, libro III, cap. 16: Questo c’era di mirabile nel regno de’ Longobardi, che non si sentiva mai parlare, né di violenze, n’è d’insidie, né d’angherie: mai un furto, né un assassinio: ognuno girava a piacer suo, con la maggior sicurezza; una frase che suscitò tra Giannone, Muratori e Baronio una vivace discussione, con l’obiezione di quest’ultimo: Così Paolo (Diacono, n. d. r.); ma è un Longobardo che parla: e parlano ben diversamente gli altri, che erano vissuti in quel tempo, e principalmente Gregorio papa, il quale a que’ Longobardi dà, per i loro eccessi, il titolo di nefandissima nazione, e riferisce di essi cose affatto contrarie a quelle che racconta Paolo.
Manzoni, commentò: […]. Basta osservare più esplicitamente che Paolo (Diacono, n. d. r.) parla del regno d’Autari, cioè di cose passate da circa due secoli. Per rendere sospetta la verità d’un fatto storico, principalmente di tempi illetterati, […]. Di più, lo storico (Diacono, n. d. r.), il quale lo chiama uno stato maraviglioso, ne accenna poi qualche cagione? Nessuna.
Questi erano le critiche del tempo passato, ma non mancano le più recenti.
Dal sito http://www.summagallicana.it: NOZZE DI TEODOLINDA E AGINULFO. Autari morì improvvisamente (forse avvelenato) dopo poco più di un anno dal matrimonio, il 5 settembre 590. Secondo il racconto di Paolo Diacono, commovente anche se di dubbia veridicità, in quei mesi la regina letingia avrebbe a tal punto conquistato i Longobardi da far sì che il popolo, spontaneamente, le offrisse la possibilità di scegliersi un nuovo marito e re.                                                                                                                                                  Dal sito https://storiaecronologia.altervista.org: Dopo la conquista di Pavia, Alboino trasferì la capitale (che finora era stata Verona) lì. Ma a Verona fu ucciso in una congiura orchestrata dalla moglie Rosmunda e Elmichi. Paolo Diacono (Historia Langobardorum, II, 28-29) ne fornisce una versione romanzata, non granché attendibile
Stefano Gasparri: Il testimone principale è Paolo Diacono, vissuto nei decenni centrali e finali del secolo VIII e autore di una delle cronache più famose dell’intero medioevo europeo, la Storia dei Longobardi. Nonostante la sua fama, Paolo Diacono rimane un personaggio sul quale gravano molte domande senza risposta. Un breve accenno alla sua biografia è dunque necessario per inquadrare la sua cronaca.
Eliodoro Savino (2005): Alla luce della testimonianza della testimonianza dell’Anonimo Valesiano e di quella altrettanto esplicita – ma non sappiamo quanto attendibile – di Paolo Diacono […].
Francesco Lamendola (2011): Vendicare l’onore di Romilda? Gli storici alle prese con la cavalleria verso le donne, scrive: Sì, è perfettamente vero: il racconto di Paolo Diacono convince poco, è scarsamente verosimile; e, come se non bastasse, esistono ragioni per pensare che egli lo abbia gonfiato, se non addirittura inventato di sana pianta, per un interesse personale, ossia per riscattare la memoria di un suo antenato coinvolto nella ingloriosa caduta di Cividale sotto i colpi degli Avari.
G. MariaFrancese(2015): […]: la sua Historia Langobardorum fu copiata e diffusa per tutto il medioevo e resta ancora oggi la principale fonte storica dei Longobardi. Indubbiamente ebbe il merito di preservare dall’oblio vicende di cui, senza questo libro, si sarebbe perduta ogni la traccia. Questo non toglie che la sua attendibilità sia discutibile, cosa che d’altra parte si può dire di moltissime fonti storiche, se non di tutte: chiunque una vicenda non può fare a meno di considerare i fatti dal suo particolare punto di vista.
Di recente, P. Mieli (2015): Il racconto di questo è di Paolo Diacono ed è stato fatto trecento anni dopo il presunto accaduto. Un lasso di tempo che induce a qualche dubbio circa la veridicità della ricostruzione storica.
Alla luce di questi giudizi, analizziamo quanto scrisse Paolo Diacono in merito 1°. alla provincia Samnium e 2°. alla presenza diAltsek/Altzek/Alzec/Alzeco/Alzeconem o Alzecone: Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Isernia et alias cum suis territoriis civitate. (una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con il loro territorio). (vedi figura).

Il territorio di Alzecone descritto da Paolo Diacono.

1.   La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città  di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. (I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…]. In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant).
Una città “fantasma” denominata Samnium/Sannio o Sannia ?
Al momento, le proposte della sua localizzazione e della sua identificazione variano in base alle personali convinzioni di quanti sostengono e cercano di dimostrare la sua esistenza nel vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: oltre alla mancanza delle antiche fonti bibliografiche, soprattutto mancano le testimonianze archeologiche.
Il toponimo Sannio, scrisse Devoto(1967), identificava una regione: Safnio/Sabina; derivava da *Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim ed i suoi abitanti erano i *Safini/Samnites/Sanniti.
Appellativi che nei secoli XI-IX sec. a. C. identificavano il vasto territorio occupato in occasione della loro migrazione/ver sacrum dai giovani migranti che, nelle nuove sedi, si distinsero in: Piceni, Vestini, Aequi, Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini e Lucani.
Si ignorano i motivi per cui i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti avrebbero dovuto < dare il nome > ad un loro insediamento, vista l’identificazione del loro vasto territorio già con il toponimo Safnio/Samnium/Safinim/Sannio.                                                Correvano i secoli XIIX sec. a. C. e per i secoli successivi NESSUNA testimonia confermava l’esistenza di una città Samnium/Sannio o Sannia (così denominata nell’alto medioevo) nel Sannio. (vedi figura).

l territorio Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim (confini rossi).

Correva l’anno 7 d. C. e la riforma amministrativa, voluta dall’imperatore Augusto, divise amministrativamente la penisola italica in 11 regiones più le 2 isole; l’esteso territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, secondo la descrizione di Plinio (I sec. d. C.), era la IV Regione, denominata Sabina et Samnium/Sannio, con l’elenco delle colonie istituite nei territori di quelle che lo storico considerava le popolazioni più valorose d’Italia: i Frentani, i Carecini, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini; proseguì con l’elenco delle colonie, le uniche giudicate Sannite istituite nel territorio dei Pentri: Bojano,[…], Alfedena, Isernia, Faifoli, Sepino […], Trivento, ed evidenziando che i Sanniti furono detti anche Sabelli, e Saunitai dai Greci. (vedi figura).

La IV regione Sabina et Samnium.

La II Regione includeva le colonie istituite nei territori: Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos e dei Caudini, Plinio non li citò, ma ricordò il nome della loro capitale: Caudium.
La descrizione fatta da Plinio delle colonie istituite nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti si concludeva con le colonie nel territorio pertinente alla Sabina e, separatamente, ricordò quelle degli Aequicoli, dei Marsi ed i popoli della V Regione: i Piceni e dei Pretuzi.
In NESSUNO dei territori descritti da Plinio esisteva una città o una colonia Samnium/Sannio o Sannia.
Siamo nel III sec. d. C., sotto l’imperatoreDiocleziano, la IV Regione augustea denominata Sabina et Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituirono la provincia Campania et Samnium.
Successivamente, probabilmente a causa del terremoto dell’anno 346, fu istituita la provincia Samnium, separata dalla provincia Campania, come testimonia il Codex Theodosianus: Anno Dom. 413. Ubi octo Italiae provinciae nominarut, Campania, Tuscia, Picenum, Samnium, Apulia, Calabria, Brutij, & Lucania.                                                                                                                             Le numerose testimonianze epigrafiche dell’anno 346 ricordano gli interventi di ricostruzione nei territori colpiti dal sisma e nelle civitates della provincia Samnium o in quelle confinanti: Venafro, Isernia, Bojano, Sepino, Alife, Telese; NESSUNA notizia di una civitas Samnium/Sannio o Sannia.                                                                                                                                                                         Per l’anno 452 abbiamo una ulteriore conferma dell’esistenza della provincia Samnium: l’epistolae di papa Leone I Magno: […] universis episcopis per Campaniam, Samnium et Picenum constitutis.
I Dialoghi di papa Gregorio Magno (anni 593594): Nuper in Samniae provincia […], quot Samnii provincia noverunt, confermano la distinzione della Samniae provincia o Samnii provincia dalla provincia Campania e, soprattutto, dal restante territorio che poi sarà il ducato/principato di Benevento.
Se fosse esistita una civitas Samnium/Sannio o Sannia, sarebbe stata ricordata per essere scampata o per avere subito la distruzione sismica e la ricostruzione al pari degli insediamenti, già colonie latine, localizzate ed identificate nella provincia Samnium.
NESSUNISSIMA testimonianza nel Liber coloniarum I, né nel Liber coloniarum II o Libro delle colonie.
Scrive Libertini (2017): Una premessa è indispensabile per discutere la possibile identificazione di questi centri. Il Liber Colonarium è una raccolta di testi più antichi costituita nel IV-V secolo. Esso ci è pervenuto dopo una serie di trascrizioni, eseguite in epoche precedenti o successive alla formazione della raccolta, che in molti punti hanno più o meno corrotto le scritture originali.
Questa fonte menziona una serie di centri abitati di vario tipo(civitates, coloniae, municipia, etc.), per lo più nell’attuale Italia centro-meridionale, i cui territori furono oggetto di limitatio, ovvero di suddivisione e assegnazione del territorio. Tale operazione avveniva per lo più con la divisione del territorio mediante limites (limiti, strade di confine e di passaggio) che definivano quadrati o rettangoli di territorio (centuriatio) oppure strisce di territorio (strigatio). Nella maggior parte dei casi i centri abitati del Liber Coloniarum sono ben identificate […].
UNICAMENTE della città Samnium/Sannio o Sannia NON esiste una traccia e la sua esistenza si fonda soprattutto sulla descrizione di Diacono: In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant (Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…].).
Quale fonte bibliografica fu consultata da Diacono per ritenere Samnium/Sannio o Sannia localizzata nella provincia Samnium ? (vedi figura).
Con la riforma dell’imperatore Diocleziano, la provincia Samnium aveva fatto parte della provincia Campania et Samnium nel cui territorio era compresa anche la città di Benevento. (vedi figura).

Anche Strabone (I sec. a. C.) aveva ricordato nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, NON Samnium/Sannio o Sannia, ma un insediamento denominato Panna, una città di cui ancora oggi è sconosciuta la localizzazione e la identificazione: E infatti ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città.
N. B. Strabone ricordò Panna e dimenticò la civitas di Saepinum, la pentraSaipins. Addirittura, considerando l’epoca in cui scrisse la sua Geografia (c. 18 d. C.), ritenne Bovianum ed Aesernia del tutto scomparse, proprio nel periodo della loro monumentale ricostruzione (vedi in seguito Saepinum), da parte dei conquistatori Romani dopo la Guerra Sociale (92-88 a. C.) e dopo essere diventate municipia e colonie latine ricordate dalla riforma augustea del 7 d. C. citate da Plinio nella sua Historia Naturalis.
Infatti Saepinum/Sepino, al pari delle altre civitates di origine pentra: Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro, Aufidena/Castel di Sangro e Terventum/Trivento, in età augustea 43 a. C.17 d. C. stava vivendo un periodo di grande sviluppo edilizio; pertanto Strabone NON avrebbe dovuto ignorare la sua esistenza (dal II sec. a. C. al V sec. d. C.), come illustra il sito MiBAC: si ha la massima fioritura in età augustea e una radicale trasformazione dell’impianto urbano, con la costruzione della cinta di mura, che racchiude un’area quadrangolare di circa dodici ettari, interrotta da quattro porte monumentali, con una serie di torri a pianta circolare o ottagonale, nei punti più esposti del tracciato. Sono quindi realizzati gli edifici pubblici nelle adiacenze dell’area forense: […], la basilica, il macellum, il foro, il teatro con il complesso campus, la piscina, il porticus. le terme, i quartieri di abitazioni, gli edifici industriali. (vedi figura https://www.paesionline.it/).

Saepinum.                                               Porta Bojano del decumano                                                                       (ingresso ovest).

Questi interventi furono effettuati per tutte le colonie istituite nel territorio dove avrebbe dovuto localizzarsi anche la “città fantasma”: Panna di Strabone e Samnium/Sannio o Sannia di Diacono.                                                                                                                   E se Strabone, elencando le città dei Sanniti: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia, vicina a Venafrum, avesse corrotto il toponimo Saepinum = Panna ?                                                                                                                                                                                   La Panna, alias Saepinum, di Strabone non potrebbe essere la Samnium di Diacono e la Sannia ricordata da alcune fonti bibliografiche medievali ?
Sesto Pompeo Festo (II sec. d. C.), grammatico romano, aveva scritto: Samnitibus nomen inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebat. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984), per sostenere l’esistenza di un colle il cui nome era Sannio da cui i Sabini avrebbero fatto derivare il nome del loro nuovo territorio: Sannio.
Diacono, emendando Festo, dopo 6 secoli cosa scrisse (blu sono le similitudini con Festo): In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant (Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco).
Del tutto simili sono le citazioni prima di Festo e poi di Diacono, nel ricordare il tipo di hastae/lancia denominata saunia e l’origine del Samnitibus nomen; ma sono in disaccordo sull’utilizzo del toponimo Samnium/Sannio: il grammatico romano identificò con Samnium/Samnio/Sannio un colle; lo storico longobardo identificò con Samnium/Samnio/Sannio una città Sannio disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.
Diacono non poteva ignorare Festo e per lo storico longobardo il colle Samnio divenne la città Samnium: TUTTI cercano e NESSUNO trova.
Inoltre, esaminando la frase di Festo, come potevano i giovani migranti, già dalla loro origine (circa XI-IX a. C.) denominati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, derivare il loro vocabulum da un colle il cui nome era Sannio ?
Furono i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri a dare il nome *Safnio/Samnium/Safinim/Sannio al colle chiamato Sacro, citato da Diodoro Siculo (I sec. a. C.), per ricordare la loro patria. (vedi figura).

Non esisteva una città Samnium/Sannio o Sannia ad aver dato il toponimo, Samnium, alla provincia istituita dopo il sisma dell’anno 346 e già utilizzato in epoca augustea nell’anno 7 d. C. per identificare la IV regione e, ancora prima, utilizzato nel XI-IX sec. a. C. per identificare il vasto territorio della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

La città Sannio ricordata da Diacono, avrebbe potuto dare il suo nome all’intera provincia se già il vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dal XI-IX sec. a. C., era stato denominato *Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim ?
NESSUNA fonte bibliografica antica localizza ed identifica una città denominata Panna, né una città denominata Samnium/Sannio o Sannia: se lo storico longobardo, copiando Strabone, avesse “corrotto” il toponimo Panna = Sannia e, Strabone, a sua volta, vista la NON citazione di Saepinum (osco Saipins) nella descrizione delle città del Sannio, a sua volta ne avesse “corrotto” il toponimo in Panna ?
Ossia: Saipins = Saepinum =Samnium/Sannio o Sannia = Panna.
Ma per una città denominata Samnium/Sannio o Sannia = Panna sia l’esistenza, sia il protagonismo storico è ancora tutto da dimostrare.                                                                                                                                                                                                    Ancora una volta Diacono si < distrasse >: nella sua Historia Langobardorum, ricordando l’elezione di Grimoaldo, denominò ducatum Samnitium il ducato di Benevento o Langobardia minor, MAI ricordato dagli Storici.                                                     Altra < distrazione > di Diacono, scrisse: gli successe, reggendo le genti sannite per tre anni, suo figlio Grimoaldo ed aggiunse: Morto anche Gisulfo, duca dei Beneventani, il popolo dei Sanniti ne elevò al ducato il figlio Romualdo.

Romualdo era titolare del territorio denominato esclusivamente Ducato di Benevento o Langobardia minor.                                Altri storici o cronisti dell’epoca, per millanteria non disdegnarono, dopo quanto scritto da Diacono di ENFATIZZARE, stimando Sannio l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento, diedero ai suoi duchi e principi, il titolo: duce Samnitium o dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.                                                                                                                                                  I documenti e gli atti ufficiali sottoscritti all’epoca, MAI associarono Samnium al ducato/principato di Benevento, né al nome dei loro duchi o principi.                                                                                                                                                                                              Il ducato, poi principato di Benevento, era costituito, oltre che dal popolo dei Sanniti, anche dai Marrucini, dai Frentani, dai Carecini, dai Pentri, dagli Irpini (Benevento), dai Caudini, dai Lucani; nonché da una parte, forse la più numerosa, di popoli NON di origine Sannita: i Volsci, i Sidicini, i Campani, i Dauni ed i Peucezii. che elevarono al ducato Romualdo, figlio Gisulfo.                                                          Per l’origine in comune con il popolo dei Sanniti, ricordata da Diacono per identificare i residenti nel ducato/principato, è bene richiamare alla memoria: erano Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, oltre alle popolazioni già citate, anche i Sabini, i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi ed i Peligni, a loro volta inclusi nel ducato di Spoleto. (vedi figura).

 

2. Paolo Diacono scrisse: Una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia.

 Questo giudizio, sic et simpliciter, di Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, non può trovare riscontro in altri storici, essendo stato l’unico a tramandare gli avvenimenti accaduti fino all’anno 789; la Historia Langobardorum Beneventanorum scritta da Erchemperto, suo connazionale, illustrò gli avvenimenti dall’anno 775 all’anno 888.                                                                Possiamo condividere il giudizio espresso da Diacono sullo stato di desertificazione del territorio dove erano stati fondati, intorno ai secoli XI-IX a. C., gli insediamenti di Sepino, Bojano, Isernia ed altri di cui fu ignorata l’esistenza ?                                                         La Storia ricorda: l’ira di Silla dopo la definitiva sconfitta dei popoli italici in occasione della Guerra Sociale (92-88 a. C.), aveva probabilmente raso al suolo, in ordine di tempo, le loro 3 capitali: Corfinio, Bojano ed Isernia, ma una rapida e propagandista ricostruzione dei vincitori romani, fece sì che anche le altre civitates fossero sede di municipii e colonie ed alcune di esse, con l’avvento del cristianesimo, furono sede di diocesi episcopale a partire dal III sec. (vedi la città sannitica/pentra Trivento) o nel IV-V secolo le diocesi di Venafro, Isernia, Bojano, Sepino (fu sede di diocesi solo per un breve periodo) nel territorio dei Sanniti/Pentri; nonché Larino e Termoli (Buca?) nel territorio dei Sanniti/Frentani.

I municipi e le colonie: 1. Venafro. 2. Isernia. 3. Trivento. 4. Termoli (Buca ?). 5. Larino. 6. Bojano. Sepino (tra il tratto rosso intero e punteggiato).

La vasta regione sino allora deserta ricordata da Diacono, posta a settentrione del Massiccio del Matese, dopo la caduta dell’impero romano fu teatro degli scontri tra i Bizantini ed i Goti; il suo territorio corrispondeva alla provincia Samnium, separata intorno all’anno 346 dalla provincia Campania in cui rimase, tra gli altri, sia il territorio pertinente alla città di Benevento, già territorio dei Sanniti/Irpini, sia il territorio dei Sanniti/Caudini, escludendo le loro città di Alife e di Telese, incluse nella provincia Samnium (vedi figura).

Sempre nella provincia Samnium, prima dell’arrivo dei Longobardi, Procopio di Cesarea (500-565) ricordò: la presenza del generale bizantino Belisario e del goto Pizza: […], venuto dal Sannio, in mano a Belisario sé stesso e i Goti che colà con lui abitavano ed una metà del Sannio marittimo fino al fiume che corre in mezzo a quella regione (fiume Trigno o fiume Biferno).                                          Si ignora fino a che punto arrivò la distruzione di quanto esisteva nel territorio descritto negativamente da Diacono, considerando la presenza delle sedi episcopali nelle civitates, i cui titolari erano sempre attenti a preservare ed a tutelare quanto era di loro pertinenza e di loro proprietà da cui ricavavano il loro benessere.                                                                                                                                      Dopo alterne vicende, in Italia, nell’anno 568, nacque il regno longobardo e la provincia Samnium, con l’istituzione del ducato, poi principato di Benevento o Langobardia Minor, fu compresa nei suoi confini non senza scontri con i Bizantini. (vedi figura).

 Diacono, vivendo nella sua residenza “monacale” di Montecassino, quanto descritto nella Historia Langobardorum tra gli anni 787-789, era “per sentito dire” o personalmente aveva conosciuto le condizioni di vita nel territorio e negli insediamenti della provincia Samnium, tanto da considerare una vasta regione deserta, la pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese che, guarda caso, oltre alle esigenze dei propri abitanti, pochi o molti che erano, doveva contribuire con i suoi boschi, con la sua agricoltura, con la caccia, con l’allevamento del bestiame, con la transumanza delle gregge, con la produzione della lana e la sua tessitura, con la lavorazione della ceramica praticata già nel periodo della presenza dei Sanniti/Pentri per l’abbondanza delle cave di argilla, alle esigenze del ducato, poi principato di Benevento. (vedi figura).

I primi Longobardi a scendere a sud, probabilmente utilizzarono la via consolare Minucia (attraversava da nord ovest a sud est l’ampia pianura) più sicura della via consolare Appia o della via litorale adriatica, esplorando i territori da conquistare avranno avuto l’opportunità di conoscere e valutare, oltre alle già descritte risorse naturali esistenti, gli antichi insediamenti montani e collinari edificati dai sanniti per trasformarli in castra che, nei secoli IX-X, rivitalizzati e potenziati, furtrasformati in rocche e castelli per garantire una migliore difesa del territorio. (vedi figura).                                                                                                                               

Le comunicazioni erano sempre state garantite dalle due sicure vie: la prima, era un tratto della via consolare Minucia (Corfinio-Brindisi) tra il ducato di Spoleto ed il ducato/principato di Benevento, che attraversava il territorio pentro da Aufidena/Castel di Sangro e, passando per Aesernia/Isernia, Bovianum/Bojano e Saepinum, raggiungeva la città di Benevento.                                                              La seconda era l’antica via romana della T. P., da Bovianum/Bojano verso la costa adriatica ed al sito di San Paolo Civitate, utile a quanti avessero voluto raggiungere il santuario di san Michele di Monte Sant’Angelo senza passare per la città di Benevento. (vedi figura).

Un tratto della via consolare Minucia, fu percorsa, come ricordò il Chronicon Vulturnense, dai tre nati da nobile stirpe longobarda, Paldo, Taso e Tato quando uscirono dal ducato di Benevento e transitarono per la provincia dei Marsi, pertinente al ducato di Spoleto, per raggiungere la città di Roma e, successivamente, fondare il monastero di san Vincenzo al Volturno presso le sorgenti del fiume Volturno nel territorio pertinente alla provincia Samnium già integrata nel ducato di Benevento o Langobardia minor, come attesta il [Doc. 9-(689-706)], Gisulfo, sommo duca della gente dei Longobardi, dichiarava la costruzione del monastero di S. Vincenzo nel territorio della nostra santa città di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno.                                                                                    Le civitates erano state abbandonate a causa delle invasioni “barbariche” e gli abitanti avevano preferito riorganizzare le antiche difese montane, mentre le nuove abitazioni, scrive Ebanista, furono costruite sia nell’area precedentemente interessata dagli edifici, sia nelle immediate vicinanze, questi abitati marginali convissero, come esamineremo, con aree a destinazione funeraria ed ebbero talora un edificio di culto.

Gli insediamenti tardoantichi e altomedievali nel territorio dell’attuale Molise (dis. R. C. La Fata) di Carlo Ebanista (2019).  Il gastaldato di Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek con i centri di Sepino, Bojano, Isernia e Venafro. Le antiche vie, i tratturi.

Diacono descrisse un avvenimento accaduto, secondo il suo racconto, nel VII sec. d. C. (600-700), quando Grimoaldo era re dei Longobardi dall’anno 662 (all’anno 671), ed il figlio Romualdo era titolare (662-687) del ducato di Benevento, di cui faceva parte la provincia Samnium: In quel periodo Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, un duca dei Bulgari, lasciata, non si sa per quale motivo, la sua gente e passato pacificamente in Italia con tutte le truppe del suo ducato, andò da Grimoaldo promettendogli di servirlo e di fissarsi per sempre nel regno. Questi a sua volta lo mandò a Benevento, dal figlio Romualdo al quale ordinò di concedere ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi territori sufficienti da viverci. E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori.          Come ordinò che Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi quei luoghi e, sebbene parlino anche in latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.                                                                         Si può dare credito, dopo la scoperta delle necropoli di Vicenne e Morrioni, alla descrizione di Paolo Diacono sull’arrivo di   Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek nelducato di Benevento, intorno all’ anno 665, al tempo del duca Romualdo, titolare dal 662 al 687 se, scrive Chiara Provesi (2009), illustrando l’inumato della tomba n. 16: la salma di uomo morto tra i 60 e i 65 anni, deposto con solo corredo personale. […]. La sepoltura, una delle poche datate, risale alla fine del VI secolo (500-600) o agli inizi del VII (600-700): era quindi, una delle più antiche della necropoli. […], come conferma: Accanto a questa sepoltura, la t. 15, di bambina, è datata alla fine del VI secolo (500-600) ?                                                                                                                                                   Ritengo, scrive Proversi, che la t. 16 si possa considerare una delle ‘tombe dei fondatori della necropoli: essa, dunque, che presenta la particolarità della deposizione di un intero cavallo nella stessa fossa del defunto, ha probabilmente funto da modello per le inumazioni successive.                                                                                                                                                                                                   Del resto, a partire dalla fine del VI secolo non è infrequente ritrovare nelle necropoli di area italiana tombe con corredi ammiccanti all’immagine del guerriero a cavallo: speroni, sella, morso, briglie e cintura multipla.

Tomba n. 16                                         tomba n. 15. (da Conoscenze n.4 1988 SABAAAS Molise).

Proversi conclude: La celebre citazione di Paolo Diacono, che racconta di come Alzecone, duca dei Bulgari, fosse stato inviato nel 667 da re Grimoaldo (647-671) al figlio Romualdo I di Benevento (662-687) e di come questi l’abbia accolto con il suo seguito nei territori di Boiano, Sepino e Isernia, ha dato origine all’ipotesi che sia stata questa popolazione a utilizzare la necropoli. Tuttavia, oltre a un’incoerenza cronologica – alcune delle tombe, come si è detto, risalgono alla fine del VI secolo, quindi prima del presunto arrivo dei Bulgariè utile ricordare che Paolo Diacono, il quale scrisse due secoli dopo i fatti, non costituisce sempre una fonte attendibile, come ha giustamente sottolineato anche Stefano Gasparri (già illustrato).                                                                   In base a queste nuove testimonianze, i Bulgari ricordati da Diaconio, identificati dagli storici contemporanei con i Protobulgari, guidati da Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek,  furono invitati a trasferirsi in una vasta regione sino allora deserta NON dal duca Romualdo (662687), ma durante gli anni della titolarità del duca Arechi I (591-641) per essere stati, probabilmente, suoi alleati in occasione della espansione del ducato  di Benevento verso i territori dei Bruttii, della Lucania, del Lazio e, probabilmente, del territorio della provincia Samnium, vista la conquista nell’anno 595 della città di Venafro tra gli anni 591-595, il cui territorio era compreso nei confini ovest della provincia Samnium.

Ergo, sarebbe stato il duca Arechi I, durante la sua titolarità (591-641), a “ricompensare” i suoi alleati Protobulgari, concedendo loro, dopo l’annessione della provincia Samnium al ducato di Benevento, il territorio tra Sepino, Isernia e Bojano, descritti da Diacono in modo difforme dalla reale.                                                                                                                                                                     Per quanto riguarda i villaggi, ricordati sempre da Diacono, essi si localizzavano e localizzano nel territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese (vedi al punto 1.): una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori; la sua descrizione fornisce elementi utili per scoprire la sua fonte bibliografica; ancora una volta era il geografo greco Strabone che, come già esaminato, aveva scritto: E infatti ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, come Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città.  Quale interpretazione dare all’affermazione di Diacono: assegnato ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi una vasta regione sino allora deserta ?                                                                                                                                                                          Definizione di deserta/o (Garzanti): 1. vasta regione caratterizzata da scarsissime precipitazioni, vegetazione effimera e vita animale ridotta; 2. abbandonato dalle persone; disabitato.                                                                                                                                      La sola pianura di Boviano/Bojano occupa un’area di circa 100 kmq., ricca di acqua, circondata da umide colline e da montagne adatte ad ogni tipo di coltura ed allevamento; avrebbero potuto mai i primi conquistatori Longobardi non sfruttare quanto aveva già favorito lo sviluppo dei popoli che li avevano preceduti ? (vedi figura).

La vasta regione sino allora deserta ricordata da Paolo Diacono.

Per quanto nell’alto medioevo la pianura fosse stata coinvolta negli scontri tra le genti di razze diverse presenti nell’Italia centro meridionale, la sua peculiarità ambientale e la sua posizione strategica, non dovettero sfuggire all’arrivo dei primi Longobardi guidati dal re Autari nel loro trasferimento dal nord dell’Italia al territorio beneventano, prima che Zottone, nell’anno 570 c., fosse nominato dal re Autari titolare del ducato di Benevento o Langobardia minor.                                                                                                Dalla nomina di Zottone, anno 570, all’arrivo di Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, nella vasta regione sino allora deserta, poteva mancare la presenza, seppure non numerosa, delle popolazioni autoctone dedite all’agricoltura, all’allevamento del bestiame, etc. ed ai lavori artigianali per loro e per i nuovi conquistatori Longobardi ?                                                                                                           La risposta l’abbiamo dalle 2 sepolture citate pertinenti alle necropoli di Vicenne e di Morrioni.   (vedi figura).                                       Si localizzano nel territorio di Campochiaro sito tra Sepino a sud est e Bojano a nord ovest, lungo il tratturo Pescasseroli-Candela e nei pressi del tratturello Matese-Cortile-Centocelle, ossia proprio in quel territorio ricordato e giudicato da Diacono: vasta regione sino allora deserta, al tempo della presa di possesso dei Protobulgari, non nell’anno 667 (metà del VII sec.) con il duca Romualdo, bensì durante la titolarità del duca Arechi I tra gli anni (591-641).                                                                                                       

Certamente NON era una vasta regione sino allora deserta, visto che operavano ancora delle botteghe, come scrivono V. Ceglia – I. Marchetta (2012): […], Agli inizi del VII secolo (600-700) la ceramica longobarda, prevalentemente costituita da vasi potori stampigliati e lucidati, ha già raggiunto esiti produttivi standardizzati, per quanto le botteghe siano diversificate sul territorio.    Nel contempo la ceramica dipinta è capillarmente diffusa e prodotta con un repertorio morfologico ormai caratterizzante che va distaccandosi dai modelli ingobbiati di tradizione tardo romana. […].                                                                                                        Più in generale le brocche dipinte a fasce rosse di Vicenne mantengono alcune caratteristiche che le accomunano alle produzioni campane dell’area avellinese e salernitana. […]. (vedi figura).                                                                                                    L’ingobbio molto diluito steso a pennello o con panno sull’intera superficie è tipico, infatti, delle ceramiche comuni di tradizione tardo romana generalmente esaurite, dopo un periodo di convivenza con le dipinte a fasce rosse, entro il VI secolo, ma ancora presente a Vicenne dopo la metà del VII secolo (650).                                                                                                                                                Il quadro di confronto delineato per le brocche di Vicenne individua una serie di produzioni locali omologhe datate tra la fine del VI secolo (500-600) e il VII secolo (600-700) e la longevità cronologica dei tipi è testimoniata, proprio nel contesto molisano, da elementi diagnostici di spiccato interesse. […].

Tra VI (500-600) e VII secolo (600-700), infatti, in area meridionale, i nuclei sepolcrali sono piccoli e poco affollati, occupano frequentemente più zone della città o sono connessi a piccoli villaggi rurali e si rilevano pochi casi di cimiteri con la densità delle grandi necropoli longobarde rinvenute nel nord-Italia. La posizione delle necropoli di Campochiaro, centrale tra i due importanti municipia di Saepinum e Bovianum con continuità di vita ancora nel VI (500-600 -VII secolo (600-700), depone a favore della succitata ipotesi.                                                                                                                                                                                           I nuovi arrivati, abituati più alla guerra e non all’agricoltura ed al commercio, si avvalsero della collaborazione dei pochi o molti residenti nella vasta regione considerata da Diacono sino allora deserta.                                                                                      Ermanno A. Arslan (2004), ritiene essere stata: una popolazione, che pur collocandosi in ambito culturale genericamente <merovingio>, ben si distingueva dai longobardi di Benevento, ai quali sicuramente apparteneva il controllo politico del territorio. Si trattava di una comunità di guerrieri a cavallo, con usi funerari propri, con una forte disponibilità economica, con un gusto diverso da quello longobardo. […].                                                                                                                                                                                         Ne esce il quadro di una società guerriera, con una forte aristocrazia, cui spettava il diritto della sepoltura a cavallo, o di una società di cavalieri liberi ed eguali. […]. A Vicenne invece si aveva il rituale asiatico, con fossa unica, propria della cultura dei cavalieri della steppa.                                                                                                                                                                                                    Dopo quanto esaminato, non possiamo che condividere, su Paolo Diacono, i giudizi di Francesco Beretta (1770), Alessandro Manzoni (1845), Stefano Gasparri, Eliodoro Savino (2005),  Francesco Lamendola (2011), G. Maria Francese (2015), P. Mieli (2015) ed i giudizi i siti http://www.summagallicana.it:   https://storiaecronologia.altervista.org.

 

Oreste Gentile.