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STRABONE ED UNA CITTA’ CHIAMATA “PANNA”.

aprile 24, 2020

Strabone, nato intorno al 64 a. C., nel 44 a. C. andò per la prima volta a Roma dove tornò nel 35 a. C.  e vi tornò nel 31, nel 29 e nel 7 a. C. come attesta la sua descrizione di costruzioni erette dopo il 20 a. C., fra cui, da ultima, il portico di Livia, dedicato appunto nel 7 a. C.. Morì probabilmente intorno al 24 d. C., vale a dire all’età di circa 88 anni.

B. Niese ipotizzò (in Geografia L’Italia, BUR a cura di Anna Maria Biraschi, 1988) che Strabone scrivesse la Geografia fra il 17 ed il 23 d. C., mentre Pais la stimò scritta intorno al 7 a. C..  […]. Il Geografo avrebbe successivamente riveduto la sua opera, verso il 18 d. C..

I libri V e VI della Geografia straboniana, scrisse Biraschi, sono interamente dedicati alla descrizione dell’Italia. Per definire l’epoca di composizione, anche per questi libri bisogna basarsi su alcuni dati interni alla descrizione, attenendosi ai quali risulta, per esempio, che Augusto è già morto (quindi siamo dopo il 14 d. C.) mentre Germanico, come si desume dall’elogio di questo principe, che morirà nel 19 d. C., è ancora vivo. Si è supposto pertanto, tenendo conto di questi e di altri dati interni ai libri stessi, che essi fossero redatti intorno al 18 d. C., almeno della loro stesura definitiva.

Fatta questa doverosa premessa, esaminiamo quanto scrisse Strabone nel libro V, 3, 11 in merito alla fase finale dell’intervento di Silla per porre fine alla ribellione dei popoli italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.): A quelli che gli rimproveravano di lasciarsi trascinare a tal punto dalla sua collera, disse che aveva appreso dall’esperienza che nessun Romano avrebbe mai potuto vivere in pace finchè i Sanniti avessero continuato a coesistere come entità autonoma.

E infatti, proseguì Strabone, ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città. (vedi figura).

ORA, ossia al tempo in cui Strabone aveva scritto la sua Geografia (17 ed il 23 d. C. o intorno al 7 a. C. o verso il 18 d. C.), le condizioni di Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Telesia/San Salvatore Telesino e Venafro NON erano ASSOLUTAMENTE paragonabili a quanto aveva loro provocato l’ira di Silla, ossia NON erano del tutto scomparse e NON era vero affermare nessuna merita di essere chiamata città.

Al tempo della redazione della Geografia (17 ed il 23 d. C. o intorno al 7 a. C. o verso il 18 d. C.), le città ricordate avevano goduto dell’intervento di ricostruzione proprio dai loro conquistatori/distruttori Romani.

Strabone, ricordò Panna, ma dimenticò la civitas di Saepinum, la pentra Saipins che, al pari delle altre città citate dallo storico greco, dopo la Guerra Sociale (92-88 a. C.) godettero di una ricostruzione monumentale (vedi figura) e, con la riforma augustea del 7 d. C., divennero municipia o colonie latine, ricordate da Plinio il Vecchio (23-79 d. C.) nella sua Historia Naturalis.

In età augustea (43 a. C. – 17 d. C.), la civitas di Saepinum/Sepino, al pari delle civitates di Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro, Aufidena/Castel di Sangro e Terventum/Trivento, stavano vivendo un periodo di grande sviluppo edilizio; pertanto Strabone, in occasione della stesura (fra il 17 ed il 23 d. C. o intorno al 7 a. C. con una revisione verso il 18 d. C.) della sua Geografia, conoscendo le loro vicende del passato (91-88 a. C.), NON avrebbe dovuto ignorare il loro nuovo sviluppo dopo la distruzione sillana.

Con quali testimonianze Strabone affermò, ricordando ancora una volta la civitas pentra di Aesernia/Isernia: Aesernia ed Allifae sono città che un tempo furono sannite: la prima è stata distrutta nella guerra contro i Marsi, la seconda esiste ancora.

Ergo, Aesernia/Isernia, al contrario di Allifae/Alife, NON esisteva più ?

Aesernia/Isernia, come abbiamo esaminato, fu sì distrutta verso la fine della guerra contro i Marsi, intorno all’anno 89 a. C, ma negli anni successivi, al pari di Bovianum/Bojano anch’essa distrutta, godette della ricostruzione dei conquistatori Romani: tutto ciò fu ignorato da Strabone che, guarda caso, era ben consapevole della bontà dell’olio della già ricordata Venafrum/Venafro: Poi ci sono alcune altre località, fra cui Venafrum. Da dove proviene l’olio migliore.

Strabone avrebbe dovuto conoscere quanto fu realizzato dai conquistatori Romani nella civitas di Aesernia/Isernia tra il 44 ed il 27 a. C., visto la revisione fatta nell’anno 18 d. C. alla sua Geografia.

Di Aesernia/Isernia, come illustra Molise repertorio delle iscrizioni latine Il territorio e la città di Isernia (1999), conosciamo: Le risistemazioni del perimetro urbano, di cui restano testimonianze delle strutture in opera incerta, possono riferirsi ad una fase successiva alla guerra sociale, in cui Isernia divenne l’ultima roccaforte degli insorti Italici agli inizi del I secolo a. C.. Tale tecnica costruttiva, ampiamente diffusa e nota anche in centri vicini (Allifae, Venafrum) viene datata ad età sillana o anche successivamente, essendo impiegata nelle ricostruzioni dopo l’istituzione dei municipi; ed Aesernia/Isernia divenne colonia lege Iulia tra il 44-27 a. C. e municipio sotto Tiberio (14-37 d. C.).

Anche La civitas romana di Saepinum/Sepino era ed è un esempio emblematico di quanto accadde dal II sec. a. C. al V sec. d. C., come illustra il sito MiBACsi ha la massima fioritura in età augustea e una radicale trasformazione dell’impianto urbano, con la costruzione della cinta di mura, che racchiude un’area quadrangolare di circa dodici ettari, interrotta da quattro porte monumentali, con una serie di torri a pianta circolare o ottagonale, nei punti più esposti del tracciato. Sono quindi realizzati gli edifici pubblici nelle adiacenze dell’area forense: […], la basilica, il macellum, il foro, il teatro con il complesso campus, la piscina, il porticus. le terme, i quartieri di abitazioni, gli edifici industriali. (vedi figura https://www.paesionline.it/).

Più o meno simili era stati gli interventi di ricostruzione per le civitates di Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro, Aufidena/Castel di Sangro e Terventum/Trivento, che proprio nell’epoca di Strabone vivevano un periodo di grande sviluppo edilizio. (vedi figura).

1. Panorama della civitas Saepinum/Sepino e 2. la monumentale porta ovest del Decumano verso Bovianum/Bojano. 3. Bovianum /Bojano tratto di strada romana. 4. Reperti abitativi della civitas Aesernia/Isernia.

La stessa Bovianum/Bojano, già città madre dei Sanniti/Pentri e loro capitale, certamente più importante tra le civitate del territorio pentro, potette godere della ricostruzione post Guerra Sociale: vi fu dedotta lege Julia, scrive La Regina, una colonia tra il 44 – 27 a. C., e più probabilmente tra il 43 e il 41 (Lib. Col 231, 259 l.); successivamente, una colonia flavia (CIL IX 2564) vi fu una colonia dedotta da Vespasiano con i veterani della legione XI Claudia tra il 73 e il 75 d. C..

Ergo, Strabone giustamente, all’epoca della stesura della sua Geografia, ignorava quanto sarebbe accaduto nella civitas di Bovianum/Bojano tra il 73 e il 75 d. C.; ma assolutamente non poteva ignorare quanto era accaduto fra gli anni 44 – 27 a. C., vista la redazione della sua Geografi fra il 17 ed il 23 d. C., o intorno al 7 a. C. o verso il 18 d. C..

All’epoca di Augusto (63 avanti Cristo-14 dopo Cristo), scrive La Regina, il Sannio (pentro, n. d. r.) comprendeva solamente un ristretto numero di municipi, tutti ubicati a nord del Matese: Aufidena (Castel di Sangro), Bovianum (Bojano), Aesernia (Isernia), Fagifulae (Montagano, Santa Maria a Faìfoli), Terventum (Trivento), Saepinum (Sepino, Altilia): per una descrizione aderente alla realtà dell’epoca, Strabone NON avrebbe dovuto IGNORARE quanto era veramente accaduto dopo la distruzione dell’intero Sannio dopo l’esito della Guerra Sociale. (vedi figura).

I municipi più importanti nel territorio del Sannio/Pentro.

I maggiori centri urbani rasi al suolo dall’ira sillana tra il 91 e 88 a. C., negli anni successivi tornarono a nuova vita grazie all’interessamento di Roma; solo Panna sarebbe stata esclusa per sempre dal ricordo degli Storici ?

Essi hanno sempre ricordato nel territorio del Sannio/Pentro gli UNICI insediamenti coinvolti nella Guerra Sociale (91-88 a. C.): Bovianum/Bojano, città natia di Papio Mutilo, ricorda il Salmon, ed Aesernia/Isernia che, dopo la conquista di Corfinium/Corfinio, in territorio dei Sanniti/Peligni, divennero la sede della 2^ e 3^ capitale degli Insorti Italici.

Probabilmente, ma nulla di preciso dicono gli Storici, potrebbe essere stato coinvolto l’insediamento di Saepinum/Sepino quando l’esercito Romano, muovendo dal territorio degli Sanniti/Irpini, si trasferì presso Bovianum/Bojano che fu conquistata, come scrisse De Sanctis, dopo un assedio e 3 ore di aspro combattimento.

Strabone, NON ritenne opportuno aggiornare le sue conoscenze su ciò che accadde alle civitates pentre di Bovianum/Bojano ed Aesernia/Isernia dopo la Guerra Sociale; limitò i suoi ricordi UNICAMENTE alla loro distruzione e non alla loro successiva RINASCITA avvenuta prima o contemporaneamente agli interventi messi in atto per la città di Roma, come ricordò lo stesso Strabone: Pompeo, il divino Cesare, Augusto e i suoi figli, la moglie, la sorella hanno dispensato in gran quantità ogni loro cura e ogni spesa per queste opere di abbellimento: il Campo Marzio ne ha ricevute la maggior parte,[…].  

E Panna ?

Strabone, fu l’UNICO storico a conoscere l’esistenza di Panna, ma in quale territorio e quale popolo italico poteva vantarne la localizzazione ?

Il territorio Pentro, quello Frentano o quello degli Irpini o dei Caudini, tanto per elencare i più pertinenti alla descrizione straboniana ?

Panna sarebbe stata distrutta in occasione della devastante Guerra Sociale (91-88 a. C.), ma NESSUNO storico ha ricordato la sua presenza o il suo coinvolgimento, neppure fu descritta la sua distruzione da parte di Silla: nel lungo elenco delle città e dei piccoli insediamenti redatto dagli Storici di ogni epoca, Panna era ESISTITA solo per Strabone.

Se fosse esistita, che < grave peccato > avrebbe commesso più delle altre civitates italiche contro Roma per non aver potuto godere, come tutte le altre civitates, di una ricostruzione ?

I vincitori Romani oltre a ricostruire le 3 città già capitali degli insorti italici: Corfinio, Bojano, Isernia ed altre (vedi Sepino), per quale motivo avrebbero abbandonato all’oblio UNICAMENTE Panna ?

Panna, ricordata SOLO da Strabone, NON è MAI esistita o, probabilmente, il suo vero toponimo fu < corrotto > dal geografo greco, essendo stato l’UNICO tra gli storici/geografi ad averla ricordata tra le città del Sannio pentro: Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro e del Sannio caudino: Telesia/San Salvatore Telesino.

Strabone non era estraneo ad altre < distrazioni >: al paragrafo 12 della sua Geografia così descrisse la migrazione/ver sacrum dei Safini/Sabini/Sabelli/SannitiIntorno ai Sanniti c’è un’altra tradizione secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra contro gli Umbri[…]. Quelli (i Sabinifecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verisimile perciò supporre che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (i Sabini).

La migrazione/ver sacrum era un rito sacro praticato dalle antiche popolazioni presenti nel territorio della penisola italica, ma Strabone nel descrivere quello praticato dai giovani e dalle giovani migranti guidati da un toro, probabilmente si < confuse > in quanto i giovani migranti NON giunsero nel paese degli Opici, ma nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, probabilmente abitata da un popolo di cui la Storia ignora l’identità.

Molti sono gli storici che condivisero e condividono l’affermazione di Strabone, ma guarda caso, ne espresse altre più precise per meglio  localizzare il territorio dove vivevano gli Opici. (vedi figura).

Infatti, ricordando Antioco (seconda metà del V sec. a. C.), Strabone scrisse: dice che questa terra (la pianura campana, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni. 

Di seguito, sempre Strabone, ricordò: Polibio (210/128-203/121 a. C.) distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio). (vedi figura).

Gli OPICI ai quali si dà anche il nome di Ausoni, secondo ANTIOCO (II metà del V sec. a. C.), abitavano (nella pianura campana n. d. r.) attorno al Crater (Vesuvio): ergo, non esistevano, né avevano la residenza a settentrione del Massiccio del Matese. (vedi figura).

Quanto illustrato permette di giudicare l’esistenza di Panna una < distrazione > di Strabone, al pari della ERRATA descrizione della migrazione dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti divenuti Pentri nella terra degli Opici.

Oreste Gentile.

IL MISTERO DELL’INUMATO NELLA TOMBA n. 33 DELLA NECROPOLI ALTOMEDIEVALE DI VICENNE DI CAMPOCHIARO PERTINENTE AL “GASTALDATO DI BOJANO”.

aprile 1, 2020

La necropoli di Vicenne/Campochiaro. (www. Archeologiamedievale).

La tomba n. 33 di Vicenne, scrive Ermanno A. Arslan (2004), con un giovane guerriero sepolto con il suo cavallo. (vedi figura).

 

1. da   Ermanno A. Arslan (2004).   2. dahttp://www.montidelmatese.it

Era il componente, scrive Arslan,di una popolazione, che pur collocandosi in ambito culturale genericamente <merovingio>, ben si distingueva dai longobardi di Benevento, ai quali sicuramente apparteneva il controllo politico del territorio. Si trattava di una comunità di guerrieri a cavallo, con usi funerari propri, con una forte disponibilità economica, con un gusto diverso da quello longobardo. […].

Ne esce il quadro di una società guerriera, con una forte aristocrazia, cui spettava il diritto della sepoltura a cavallo, o di una società di cavalieri liberi ed eguali. […]. A Vicenne invece si aveva il rituale asiatico, con fossa unica, propria della cultura dei cavalieri delle steppe. […].

Il cavaliere, una volta defunto (in una dimensione evidentemente pre-cristiana), continuava ad essere tale dopo la morte e quindi aveva bisogno del suo cavallo, che lo seguiva nella tomba bardato, talvolta ritto sulle quattro zampe piegate, o coricato su un fianco, con la testa vicina a quella del padrone armato.

Il numero abbastanza alto di individui morti in battaglia rivela la funzione militare assolta dal gruppo stanziato a Campochiaro, a presidio probabilmente del confine tra il Ducato di Benevento (ed il ducato di Spoleto) ed il territorio formalmente bizantino di Roma e del Lazio. (vedi figura).

Le tombe con cavallo sono dodici a Vicenne, sette a Morrioni. Su 351 tombe, di uomini, donne, bambini, ben il 5,4%, più di una su 20, aveva il cavallo. A Vicenne era il 7,2%. 

Ne esce il quadro di una società guerriera, con una forte aristocrazia, cui spettava il diritto della sepoltura a cavallo, o di una società di cavalieri ed uguali, ai quali determinate circostanze (la morte eroica ?) guadagnavano un privilegio (essere accompagnati dal fedele compagno di battaglia) che aveva forti significati nell’oltre tomba.

Il corredo funerario: Si hanno anelli in ferro e bronzo, elementi in bronzo della cintura, lo scramasax (lama corta ad un taglio con un solo margine tagliente) con elementi del fodero, le staffe in bronzo, un coltello, elementi delle briglie del cavallo, il morso, una fibbia in bronzo, tre punte di freccia, una cuspide di lancia, un modesto vaso collocato ai piedi del morto. Si trattava quindi di un cavaliere, che conosceva l’uso delle staffe di tipo <avaro>, abituato a combattere dal cavallo, sia a distanza, con l’arco (del quale non è restata traccia) e le frecce, sia accanto, con la lancia prima e poi con la corta sciabola (lo Scramasax). […].

Gli mancava, nel corredo, la Spatha (spada), che appare presente solo in cinque corredi su diciannove con il cavallo. Non possiamo escludere che l’avesse perduta. La Spatha infatti era adatta al combattimento a piedi, quando i guerrieri si affrontavano scendendo da cavallo.

Il combattimento a piedi era stato fatale al giovane guerriero, forse ventenne: egli era morto in battaglia. Colpito al corpo di punta, si era piegato in avanti, presentanto la testa scoperta ad un fendente, sicuramente di una Spatha, che lo aveva ucciso.

Abbiamo così un documento impressionante di una morte < eroica >, che aveva meritato al guerriero la più solenne delle sepolture, dopo che i suoi compagni, risultati vincitori, ne avevano recuperato (o riscattato) il corpo.

Il MISTERO DELLA TOMBA n. 33.

Nella tomba 33, prosegue Arslan, non era deposto il corpo di un cavaliere come tutti gli altri. Infatti egli portava nella tomba un documento eccezionale e misterioso, di grande suggestione: un anello in oro, di tipo raro, anche se non unico. In esso la verga, a sezione circolare, si salda con due globetti a un grande costone ovale riccamente decorato, sulla faccia esterna, dall’esterno, con un filo d’oro a globetti, un filo a torciglione, un filo a listello, un altro filo a torciglione, un altro filo a listello. Infine una fascia in lamina incastona una pietra dura romana (probabilmente corniola) con simboli relativi all’Annona: il moggio con le spighe e i papaveri e, sopra, le bilance.

Eccezionale ed unica è invece la parte posteriore del costone, nascosta, a contatto con il dito, dove si ha una riproduzione del D/ di una moneta.

L’immagine è subcircolare, in cerchio perlinato, ottenuta a sbalzo sulla lamina (con tecnica presumibilmente analoga a quella della produzione delle crocette), con una resa semplificata ma chiara, con un diametro lievemente superiore a quello consueto delle monete. Si ha un busto corazzato a d., con testa diademata. A s. si ha una pseudolegenda, mentre a d. si ha, molto chiara, una grande lettera B, come nelle monete.

Si tratta dell’unico anello di età longobarda, con castone fisso e non girevole sugli attacchi della verga, con il retro del costone figurato.

Nascosta, a contatto con il dito, dove si ha una riproduzione del D/ di una moneta.

Arslan, scrive: Il tipo oconigrafico della gemma romana reimpiegata nell’anello della tomba 33 di Vicenne, il moggio con le spighe e i papaveri e, sopra, le bilance, è stato attribuito all’età di Ottavio (44-42 a. C.) ed avrebbe avuto un preciso significato commemorativo e propagandistico. Le bilance infatti erano attributi specifici dell’Annona e simboleggiavano l’equità distributiva. […]. La simbologia si colloca quindi in un ambito economico-monetario: la gemma potrebbe trovare una opportuna datazione appunto con Claudio (10 a. C.-54 d. C., n. d. r.) o negli anni successivi. (vedi figura).      

Il castone dell’anello con la gemma (A).  Il retro del castone dell’annello (B).

 L’aspetto di maggiore interesse dell’anello è rappresentato dalla presenza di un’immagine sul retro del castone. Si tratta dell’imitazione di un tipo monetale, la cui presenza permette alcune deduzioni fondamentali.

In primo luogo l’utilizzo di un immagine desunta da una classe monetale indica che  in qualche modo se ne condividono le valenze simboliche e sacrali.

Se l’immagine sulla moneta era espressione della “maiestas” del principe (in questo caso il duca), essa, colloca sull’anello, gli permetteva di proporsi come sigillo, che, mediante l’impronta, aveva il potere di convalidare atti o documenti. […]. (vedi figura).

E, per la monetazione < anonima > di VII secolo della zecca di Benevento, è possibile ammettere che l’immagine sul D/, accompagnata da pseudolegenda, non si riferisse più all’imperatore ma al duca. […].

La collocazione dell’immagine del duca, desunta dalle monete, nascosta sul retro del castone (vedi sopra)ma in posizione privilegiata, praticamente contro il corpo, proprio sull’oggetto che simbolicamente rappresetava la dignità del possessore nella comunità (l’anello sigillare, attraverso il quale si esercitava il potere, sia proprio che in delega), indica come il morto avesse riconosciuto l’esistenza di legami specialissimi tra lui e il personaggio effigaito nella moneta. […].

L’anello portava quindi nascosto il segno della fedeltà del morto al duca, con valenze tanto forti da non giustificarne la comunicazione agli altri.

Il portatore dell’anello appare così l’interlocutore diretto di una suprema autorità (quale quella che poteva emettere monete), dalla quale non solo ha ricevuto la dignità tradotta in atto dall’anello sigilare (presumibilmente con il diritto di validare atti), ma anche è stato beneficato in termini tali da stabilire con lui legami a carattere eccezionale. […].

Per questo diretto rapporto, in una società fortemente gerarchizzata come quella del tempo, egli si poneva presumibilmente in posizione privilegiata nella comunità che utilizzava la necropoli. In altre parole potrebbe essere il < capo >, o colocarsi molto vicino al vertice del potere.

Il personaggio sepolto nella tomba n. 33 della necropoli di Vicenne, scrive Arslan, non è pensabile identificarlo con Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, duca dei Protobulgari; l’inumato all’epoca della sua morte aveva venti anni o di poco superiore.

Pure, il personaggio morto in combattimento e sepolto con il suo cavallo nellatomba n. 33non aveva funzioni secondarie nella comunità di Bulgari (o Protobulgari, n. d. r.) che difendeva i confini del ducato: egli aveva un anello sigillo, affidatogli dalla suprema autorità, al quale confermava la propria lealtà nascondendo la sua immagine a contatto della sua pelle.

Arslan, pone degli interrogativi: il figlio del capo ? L’erede di Alzecone ?

I nostri unici documenti sono il passo di Paolo Diacono e i corredi delle tombe di Campochiaro e non possono darci una risposta certa.

Il giovane sfortunato cavaliere è quindi destinato a rimanere senza nome.

Sulla base di quanto esposto con la pubblicazione dell’articolo PAOLO DIACONO. UNO STORICO ATTENDIBILE ? , la necropoli di Vicenne, con la testimonianza archeologica della tomba n. 16, permette di stimare il suo utilizzo già alla fine del VI secolo (500-600) o agli inizi del VII (600-700), confermato dalla presenza della contigua sepoltura, la tomba n. 15, di una bambina, datata alla fine del VI secolo (500-600). (vedi figura).

Pertanto il territorio pertinente alle città di Sepino, Bojano ed Isernia, probabilmente, sarebbe stato concesso ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi seguaci, non nell’anno 667 (VII sec./600-700), bensì all’epoca della titolarità del duca Arechi I (591-641) per essere stati suoi alleati in occasione della espansione del ducato  di Benevento verso i territori dei Bruttii, della Lucania, del Lazio e, probabilmente, del territorio della provincia Samnium, vista la conquista nell’anno 595 della città di Venafro tra gli anni 591595, il cui territorio era compreso nei confini ovest della provincia Samnium.

L’inumato della tomba n. 16.               La bambina della tomba n. 15.

Il giovane ventenne della tomba n. 33 della necropoli di Vicenne potrebbe avere una propria identità in base all’anello in suo possesso: essere il discendete del gastaldo  Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek o essere un suo sfortunato successore, titolare del gastaldato di Bojano.

Oreste Gentile.