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IL CAMMINO DA SULMONA AL BOSCO MAZZOCCA DI RICCIA DEL DIMISSIONARIO E FUGGIASCO PAPA CELESTINO V.

maggio 26, 2020

Nella biografia Vita et Miracoli di San Pietro del Morrone. Già Celestino Papa V. Autore della Congreg. De Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedeto. Raccolta Dal P. Don Lelio Marino Lodeggiano Abbate Generale della medesima Congregazione (1630), il Cap. III. del Libro IIII , con il titolo: Il Santo fugge anco, e stà nascosto in diversi luoghi, descrive il viaggio che l’ottantaseienne Papa dimissionario e perseguitato intraprese dalla Cella del Morrone, cioè del luogo di Sant’Onofrio tanto segreto […], se ne partì da là per andarsene in una vastissima selva di Puglia, la qual era lontana dal Monte Morrone il viagio di quattro giorni, & haveva inteso esser’ habitata da alcuni romiti servi d’Idio. […]. Fuggiva il Santo in paesi a lui stranieri per non esser conosciuto […].
Si era nel mese di febbraio dell’anno 1295, che la partita del Santo da Napoli, scrisse Marino, fù nel fine dell’anno 1294, […]. Verso il principio del mese di Marzo dell’istesso anno (1295, n. d. r.), si ritirò nella selva di Puglia, e vi si fermò fin’ al principio del mese d’Aprile ò puoco doppò, essendo che corse quell’anno la Pasqua a 3. Aprile. […].
La presenza del dimissionario Papa nella selva di Puglia, venne all’orecchie d’un certo Abbate dell’ Ordine di San Benedetto delle vesti nere, non solamente che il santo era fuggito dal Morrone & dall’Abruzzo, ma ancora che faceva vita occulta nella Puglia & in questa Selva.
Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma Quarata propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria) nella Puglia detta da gli Geografi Peucetia Hora terra di Bari. […]. Il giorno stesso della Domenica delle Palme 27. di Marzo, scrisse Marino, venne & arrivò in quella Selva con sette altri Monaci in sua compagnia […].
Qual sia questa Selva nella Puglia, dove il Santo stava nascosto, non fù dichiarato e lasciato scritto da gli autori, & difficile il saperlo, perché dicono che dall’Apruzo andando in Puglia tutto il paese sia pieno di selve.
Tuttavia prima che si entri nella Puglia piana per la parte de i Monti mediteranei vi hà tra gli Monti, vicino dove si dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua fin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti; Vi sono ancora altre selve come quella di San Leonardo, & quella dell’Incoronata, che è tra Fogia & la Cerignola molto grande, dove pur stanno molti Romiti & è più credibile che il Santo stesse in questa, perché vicina à Quarata, & lontana dal Morrone le quattro giornate, & da San Giovanni in Piano da una e meza, ò due.
La narrazione di Marino, pur ricca di particolari geografici e religiosi, è alquanto confusa, ma le tessere del mosaico esistono e possono essere collocate nel posto giusto per localizzare ed identificare il luogo dove soggiorno il fuggiasco Pietro di Angelerio.
Il biografo, pur ammettendo le difficoltà per localizzare ed identificare la Selva nella Puglia, preferì indicare quella dell’Incoronata, che è tra Fogia & la Cerignola molto grande, motivando: perché vicina à Quarata, & lontana dal Morrone le quattro giornate, & da San Giovanni in Piano da una e meza, ò due. Il dimissionario e fuggiasco Papa Celestino V era alla ricerca di un luogo solitario e quanto più lontano dalle strade più frequentate e dalle città.
La selva dell’Incoronata, oltre ad essere nei pressi di vie di più frequentate, era anche vicina alla città di Foggia. (vedi figura).

Il territorio interessato dalla descrizione di Marino. 

La scelta di Marino di preferire la selva, quella dell’Incoronata, non fu influenzata dalla sua distanza dalla Cella del Morrone o dal monastero di San Giovanni in Piano, bensì, come esamineremo, dalla località denominata Quarata, dove era sito il Monastero benedettino retto dall’Abbate che fece visita al dimissionario Papa.
Quarata è determinante per dissipare ogni dubbio, alla luce di quanto scrisse lo stesso Marino: Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma Quarata propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria).
Quale sia il nesso tra di Corata e Quaranta, non è dato sapere; quest’ultima era l’antico nome dell’odierna città di CORATO che andò in disuso per volere di Federico II (1194-1250). Nella città di Corato (Quarata) esisteva un convento, dedicato a Santa Maria Annunziata, all’interno delle mura cittadine, nei pressi della Porta delle Monache.
Nel quale già dalla fine del ‘400 risiedevano le monache Benedettine. Queste consacrate erano presenti nel territorio a partire dal XIII secolo, nel vicino complesso, extra moenia, di S. Maria Vetere (oggi S. Domenico ); per motivi di sicurezza scelsero di trasferirsi all’interno del nucleo urbano di Corato, sul sito in questione che era a ridosso della cinta muraria.
Già al tempo in cui scrisse Marino, anno 1630, il toponimo Quarata era stato abolito da Federico II certamente prima del 1250, anno del sua morte, ergo all’epoca della fuga di Papa Celestino V, inizio dell’anno 1295, CORATO era il toponimo della città pugliese.
Il monastero di Quarata, luogo di provenienza dell’Abbate e da sette altri Monaci (NON monache Benedettine) in sua compagnia che incontrarono il dimissionario Papa, era un monastero femminile, come testimonia anche G. Gabrieli in Il monachismo in Puglia. Saggio elencativo e bibliografico; non era presente nel Quadro del patrimonio cassinese e sua floridezza economica e nel diploma
dell’anno 1137 dell’imperatore Lotario III di Supplimburgo.
Marino non tenne in considerazione quanto lui stesso aveva scritto: Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma preferì correggere e sostituire di Corata con Quarata, precisando: propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria) nella Puglia.
Si ignorano i motivi che indussero Marino ad emendare di Corata, il nome del monastero da cui proveniva l’Abbate, sostituendolo con Quarata.

di Corata era l’alterazione di Decorata, una località tutt’oggi esistente nella provincia di Benevento ed a confine con il territorio pertinente alla città di Riccia, conosciuta nel passato con il toponimo laRiccia o la Riccia che altro non è se non l’Ariccia ricordata da Marino: Tuttavia prima che si entri nella Puglia piana per la parte de i Monti mediteranei vi hà tra gli Monti, vicino dove si dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua fin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti.

l’Ariccia fu ricordata da Ciarlanti (1644): Fè nel 1286. che la Riccia, ch’era nel Giustitiariato di Capitanata, si mettesse nel Giustitiariato di Terra di Lavoro, e di Contado di Molisi, che li tornava più commodo.

Nella cartina: laRiccia e una selva grande: il Bosco Mazzocco ed il Bosco Decorato.

Sono proprio le descrizioni del territorio tramandate da Marino a permettere di localizzare il rifugio del fuggiasco e dimissionario Papa Celestino V.
Esiste ancora oggi una vasto bosco che, estendendosi tra i centri di Riccia, Tufara, Decorata, Baselice e Foiano, termina all’inizio della vasta pianura dauna.

Decorata, ricordata da Marino come di Corata, era ed è una località distante poco più di 12 km. a piedi da l’Ariccia (Riccia), ma era ed è sita del vasto bosco omonimo, dove dall’anno 1051 esisteva un monastero: il monisterii Sanctae Mariae, in loco dicto Decoratae che conferma quanto lo stesso Marino aveva scritto: Il monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico; ergo, di Corata = Decoratae.

Il territorio (cerchio verde punteggiato) interessato dalla presenza del dimissionario Papa Celestino V. Confine (linea bianca tratteggiata) tra i monti dell’Appennino e la vasta pianura dauna.

D. G. Barbarulo scrive in merito: Decorata nel 1051 fu sede di un cenobio benedettino. […]. Il conte Nubilone o Nubolone, signore di Ponte di Castel Vipera e di altre terre, insieme a suo figlio Riccardo fondò nel settembre 1051 un monastero nel bosco con chiesa dedicata a Santa Maria di Decorata, come è detto nell’Instumentum fundationis monisterii Sanctae Mariae, in loco dicto Decoratae alla presenza di Robertum Buianensem episcopus e diversi signori dei luoghi vicini. […]. Passò poi ai monaci cassinesi, che spesso si contendevano diritti di potestà su altri monasteri del circondario, come attesta una lite del 1142 tra Guisenolfo, abate di
Santa Maria in Balneo nel territorio di Ripa Literni e Potone, abate di Santa Maria Decorata. Nel 1151 il Papa Anastasio IV, con la bolla “In Eminenti” conferma l’abbazia di Decorata a Pietro, arcivescovo di Benevento e nel 1156 il Papa Adriano IV con la bolla “Et Rationis Ordo” la riconferma a Enrico, arcivescovo di Benevento. Il monastero di Decorata è ricordato in altri documenti del 1300 sempre per questioni di rendite e di affitti di terreni, appartenenti a tale comprensorio, nel territorio molisano; nel 1335 si ha notizia anche di una causa vertente tra Simone de Molisio, feudatario di Castelvetere, e Nicola, abate del monastero di Santa Maria di Decorata. Nel 1374 l’abate di Decorata è elencato tra gli abati della diocesi di Benevento, che avevano l’uso della mitria e della croccia, cioè del baculo, in occasione del Concilio Provinciale dell’Arcivescovo di Benevento Ugone.
Per lungo tempo il territorio di Decorata appartenne ai monaci; nel 1794 la chiesa, il monastero e il feudo furono comprati per 61.620 ducati dal principe di Colle Vincenzo Maria Di Somma, divenendo così di proprietà privata. Oggi di quell’antico monastero resta solo qualche rudere; la vecchia cappella è stata sostituita da una più moderna e funzionale, ultimamente abbellita con dipinti eseguiti dalla pittrice Gabriella D’Aiuto, a dimostrazione dell’importanza che tale luogo di culto riveste ancora per i Decoratesi.
Marino ricordò la selva grande nella quale habitano molti nel XII secolo: come non ricordare che tra i molti Romiti, vi erano stati: il beato Giovanni da Tufara ed il beato Stefano Corumano di Riccia ?
La storia, scrive D. G. Barbarulo, ricorda anche il monastero di “Gualdo Mazzocca in Foiano V.F. (BN) nel 1170, fondato dall’eremita Giovanni da Tufara: Dopo aver cercato invano un luogo solitario sul Gargano, trovò finalmente il suo eremo su un’altura nell’immenso bosco di Mazzocca tra Baselice e Foiano e lì si fece costruire nella roccia una piccola cella; ma la fama delle sue mirabili virtù di carità e di pietà si diffuse rapidamente, tanto che in molti giungevano all’eremo, per venerarlo e seguirlo. Da essi fu costretto a fondare un “oratorio” e un “milite” della città di Troia, di nome Milone, costruì una chiesa in onore della Madonna. Successivamente l’eremita Giovanni sentì la necessità di fondare un monastero per la necessità della congregazione e per le molte persone che vi giungevano. […]. Il Monastero, già dopo la morte dell’Eremita (1170), aveva tre “dipendenze”, a cui si aggiunsero successivamente altre, non solo in territorio sannita, ma anche in territorio pugliese. La considerazione, di cui godeva il Monastero, è dimostrata dai numerosi lasciti e
donazioni, sia da parte delle pubbliche autorità dei luoghi appartenenti alla badia, sia da parte della gente comune, sia da parte di notabili (conti e baroni che dominavano nei vari feudi). In questo modo il Monastero del Gualdo accrebbe il suo patrimonio e aumentò sempre più il suo prestigio. Il Monastero del Gualdo, divenuto poi Abbazia, fu anche un fiorente centro culturale e di studi, come è confermato in un manoscritto, che si conserva presso la Biblioteca Apostolica Vaticana catalogato come Codice Vaticano Latino 5949, che fu scritto a Mazzocca tra il 1197 e il 1209, dove restò fino al XV secolo, passando poi a S. Sofia di Benevento e di lì al Vaticano; il
manoscritto è prezioso, perché costituisce uno splendido esemplare di scrittura beneventana, ma anche per la decorazione e per il contenuto. Il Monastero conservò il suo massimo splendore fino al 1400, quando cominciò la decadenza. La presenza di religiosi di diversi ordini, alcuni provenienti dal Nord, cessò definitivamente durante la peste del 1656.
Il “cammino” intrapreso dal fuggiasco Papa dimissionario, interessò una parte dei territori dell’Abruzzo e del Molise, coinvolgendo i 2 tratturi: il Celano-Foggia, fino a Castel di Sangro, ed il Castel di Sangro-Lucera, da Castel di Sangro a Campodipietra, abbandonandolo per salire verso il territorio di l’Ariccia/Riccia
Il perseguitato e dimissionario Papa Celestino V, all’età di circa 86 anni, scrisse Marini, impiegò quattro giorni per raggiungere dalla Cella del Morrone (Sulmona) una vastissima selva di Puglia, ma per quanto riferito dallo stesso biografo, la sosta avvenne nella località che dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua sin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti.
Dalla Cella del Morrone, nei pressi di Sulmona, utilizzando il tratturo Celano- Foggia fino alla città di Castel di Sangro, la distanza a “piedi” di 45, 1 km. si percorre (dati google) in 9 h. e 55 m..
Da Castel di Sangro fu percorso il tratturo Castel di Sangro-Lucera, conosciuto e già utilizzato dall’illustre fuggiasco (quando all’età di 20 anni si trasferì da Sant’Angelo Limosano, suo paese natale, a Castel di Sangro) per raggiungere la località dice lAriccia (Riccia), una selva grande (bosco Mazzocco/a), che si continua sin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti: la distanza per un percorso a “piedi” (dato google) è pari, escludendo un improbabile sosta a Sant’Angelo Limosano, a circa 100 km..
Pertanto: SulmonaCastel di Sangro = 45 km. + Castel di SangroRiccia 100 km. = 145.km. in quattro giorni (145 km.: 4 gg. = 36 km. al giorno).

L’itinerario da Sulmona a Riccia. Tratturo Celano – Foggia da Sulmona a Castel di Sangro (a) + tratturo Castel di Sangro – Lucera da Castel di Sangro a Riccia (l’Ariccia) (b + c). N. B. Il tratto b +
X fu il percorso scelto in occasione del 1° viaggio da Sant’Angelo Limosano a Castel di Sangro.


L’altro “cammino” è il trasferimento dalla selva grande (l’Ariccia/Riccia) al monastero di San Giovanni in Piano, l’itinerario più breve (dati google) è di circa 84 km. in 17 h. 47 min. : 2 gg. (stimati) = 42 km. al giorno), che Marino valutò: strada e viaggio d’una gionata e meza, o due al più, & il Santo Vecchio ottogenario faceva il viagio a piedi, NON dalla selva grande (l’Ariccia/Riccia), bensì da quella dell’Incoronata di cui si riportano per dovere di informazione le distanze ed i tempi di percorrenza dei 3 itinerari: a 64 km. : 2 gg. (stimati) = 32 km. al giorno. b 65 km. : 2 gg. (stimati) = 32.5 km. al giorno. c 65.5 km. : 2 gg. (stimati) = 32.7 km. al giorno; 3 itinerari da escludere in quanto attraversava la città di Foggia ed il suo territorio, mentre i fuggitivi avevano sempre evitavano i luoghi più frequentati per non essere riconosciuti. (vedi figura).

 

Successivamente il dimissionario Papa si trasferì dal monastero di San Giovanni in Piano a Rodi Garganico per l’imbarco verso l’oriente.

L’itinerario che fu scelto partendo dal rifugio della selva grande, permise di non utilizzare la via Sacra Langobardorum da secoli frequentata dai pellegrini che volevano da Roma e da Benevento raggiungere il santuario di Monte Sant’Angelo.

 

La Via sacra Langobardorum (nera): Benevento-Troia-Foggia- Siponto-Monte Sant’Angelo.

Il mare in burrasca per più giorni e ad ogni tentativo, rigettò a riva i fuggiaschi a circa cinque miglia dalla Città de Vesti (Vieste) i cui abitanti riconobbero tra i fuggiaschi il dimissionario Papa Celestino V che fu presto < prigioniero > del Capitano (cos’ chiamano il Podestà ò Governatore) di quella Città, che non è molto al lido del mare stà il Santo Fra’ Pietro coi compagni.

Da < prigioniero >, da Vieste iniziò un nuovo viaggio verso la città di Anagni dove risiedeva il suo successore, Bonifacio VIII.
Questo fu un altro “itinerario” percorso da Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria; non da uomo libero, ma da    < prigioniero >.

Oreste Gentile.

ANNIBALE NEL “SANTUARIO ITALICO” DI PIETRABBONDANTE ?

maggio 23, 2020

Un aggiornamento all’articolo https://molise2000.wordpress.com/2016/04/02/annibale-nel-territorio-dei-sanniti-pentri.

Come è mio solito, ho letto con molta attenzione l’intervista al prof. Simone Boccardi in merito alla scoperta di un vero e proprio “tesoretto” costituito da 342 monete di bronzo e argento nelle campagne di scavo dell’anno 2010: […]. a Pietrabbondante, sede del santuario che rappresenta il fulcro politico-religioso dei Sanniti Pentri [].

Per quanto tramandano le bibliografie, il santuario di Pietrabbondante solo nella fase preparatoria (fine III-II sec. a. C.) alla Guerra Sociale o Guerra Marsica (91-88 a. C.), DIVENNE il fulcro politico-religioso, non solo del popolo dei Sanniti/Pentri, ma di tutti i popoli, cosiddetti Italici ribellatisi al potere di Roma.

La Regina (1966), in merito al santuario di Pietrabbondante, scrive: Il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d’AbruzzoSan Giovanni in Galdo, Roccaspromonte, e Macchia Val Fortore. Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benchè segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a. C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri[…]; mi permetto di aggiungere: di tutti i popoli italici, ossia Marsi, Peligni, Vestini, Marrucini, Asculani, Frentani, Irpini, Pompeiani, Venusini, Iapygi, Lucani.

Nell’apprendere la Storia dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, mi sono già interessato alla presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dei Sanniti/Pentri e, fino ad ora, NON ho trovato una fonte bibliografica antica che confermasse la sua presenza; anzi, la scoperta delle monete da parte del prof. Boccardi rafforza la mia convinzione.

Gli autori da me consultati sono Polibio e Tito Livio: ampiamente illustrarono quanto accadde nella penisola italica con la presenza di Annibale e del suo esercito.

Conseguì una serie di vittorie: presso il fiume Ticino (novembre 218 a. C.), presso il fiume Trebbia (18 dicembre 218 a. C.), presso il lago Trasimeno (24 giugno 217 a. C.) e presso il fiume Ofanto, a Canne (2 agosto 216 a. C.).

L’unica sconfitta prima di Canne avvenne nel territorio dei Sanniti/Frentani, presso Gerione (estate anno 217-primavera anno 216 a. C.), località non lontana dal confine con i Sanniti/Pentri. (vedi in seguito figura).

Tutti gli itinerari di Annibale e del suo esercito furono descritti dai Polibio e Livio, NESSUNO ricordò un itinerario attraverso il territorio dei Sanniti/Pentri: l’unico popolo della stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita sempre alleato con Roma nella buona e nella cattiva sorte.

Un’alleanza dimostrata sia in occasione della vittoria romana presso Gerione (prima della disastrosa sconfitta di Canne), quando Numerio Decimio, sannita/pentro di Bovianum/Bojano, con un contingente di 500 cavalieri e 8.000 fanti venne in soccorso dell’esercito romano; sia dopo la sconfitta di Canne, per la presenza degli accampamenti dei Romani, scrisse Livio, nel territorio di Bovianum/Bojano.

Polibio e Livio descrissero l’itinerario seguito da Annibale e dal suo esercito dopo la vittoria presso il lago Trasimeno: NON esisteva un passaggio o una sosta nel territorio dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Itinerario di Annibale lungo la costa adriatica dei popoli di origine Safina/ Sabina/Sabella /Sannita dopo la vittoria del lago Trasimeno (1) da Spoleto (2) al territorio dei Dauni. Lontano il territorio (giallo) dei Sanniti Pentri.

Una domanda più che lecita: Annibale avrebbe saccheggiato UNICAMENTE il santuario di Pietrabbondante, lasciando indenni i santuari esistenti nei vicini insediamenti di Vastogirardi, a poco più di 14 km. e di Schiavi d’Abruzzo a poco più di 31 km., localizzati a nord del territorio dei Sanniti/Pentri, alleati dei Romani ? (vedi figura).

Il territorio dei Sanniti/Pentri. I percorsi dei Tratturi. I probabili itinerari di Annibale dal lago Trasimeno alla Daunia lungo la costa adriatica (vedi figura precedente).

Come si può immaginare, l’esercito cartaginese, la cui strategia prediligeva le zone pianeggianti, inoltrarsi fino alla quota di circa 1. 027 m. s.l.m., in un territorio collinare e montuoso pieno di insidie, per andare UNICAMENTE a saccheggiare il santuario di Pietrabbondante ?

Descritto da La Regina: segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione. (vedi figura).

Come si possono ipotizzare dei saccheggiatori cartaginesi, avidi di preda, che dimenticano, oltre ad un cospicuo numero di armi, sono stati stimati 200 elmi ed oltre 300 monete di bronzo e argento (per l’esattezza 342), che rappresentano, come ha dichiarato Boccardi, il pagamento fornito da Roma ai suoi alleati, quali erano i Sanniti Pentri durante il secondo conflitto punico, per il sostentamento delle spese belliche ?

Polibio, né Livio hanno ricordato la distruzione del santuario sannita/pentro di Pietrabbondate; una notizia non da poco, visto che, scrisse Livio: E’ difficile che si siano potute perdere le tracce del passaggio di un esercito così grande.  

Quando sarebbe avvenuto il saccheggio ?

Esamineremo 2 ipotesi

La 1^ esamina quanto accadde intorno all’anno 217 a. C.: Annibale dopo aver “scorrazzato” nella Daunia, scrisse Livio: Allorchè parve sufficiente il riposo concesso ai soldati che erano più lieti di far preda e saccheggiare che riposarsi e di oziare, Annibale, mosso il campo, devastò il territorio Pretuziano e Adriano e quello (Dauno) intorno ad Arpi e a Lucera nella vicina regione dell’Apulia.

Dalla Daunia, aveva scritto Polibio: I Cartaginesi, devastate le località sopra enumerate, varcarono l’Appennino e, discesi nel territorio del Sannio (inteso degli Irpini e dei Caudini, n. d.r.), assai fertile e da lungo tempo immune da guerre, poterono disporre di tanta abbondanza di viveri, […]. Fecero una scorreria anche nel territorio di Benevento, colonia romana: […], e la loro presenza nella città di Telese, priva di mura e piena di ogni sorta di provviste.

Per gli stessi avvenimenti, Livio scrisse: Annibale passò, attraverso il territorio degli Irpini, nel Sannio (il territorio degli Irpini era nel Sannio, n. d. r.); saccheggiò il territorio beneventano (Sannio Irpino, n. d. r.), prese la città di Telesia (sita in territorio Sannio Caudino, n. d. r.). Si mise infatti deliberatamente a provocare Fabio, per vedere se mai, muovendolo a sdegno per tante offese e devastazioni inflitte agli alleati, lo potesse trascinare a un combattimento in pianura. (vedi figura).

IMPORTANTE è ricordare i territori e le città citati da Livio: il territorio degli Irpini, nel Sannio; il territorio beneventano; la pianura di Capua dove, i Cartaginesi si erano accampati e dove apparivano incontrastati, padroni del territorio; la pianura di Stellato, il territorio di Alife, di Caiazzo e di Cales, l’agro Falerno, il monte Callicula e Casilino, la città di Telesia.

Gli spostamenti di Annibale e del suo esercito sono stati ricordati e descritti dagli Storici antichi, si sarebbero distratti UNICAMENTE in occasione della occupazione e della distruzione del santuario di Pietrabbondante ?

Livio, ricordando l’accampamento dei Cartaginesi nel territorio di Alife, per fuggire all’esercito romano comandato da Fabio, scrisse: Allora Annibale, fingendo di dirigersi verso Roma attraverso il Sannio, ritornò nella regione dei Peligni per darsi al saccheggio. […]. Dalle terre dei Peligni Annibale ripiegò indietro la marcia e volgendosi verso l’Apulia giunse a Gerione. […]. Il dittatore (Fabio, n. d. r.) pose un campo fortificato nel territorio di Larino.

ERGO, anche in questo ricordo di Livio, stimato da alcuni storici una < duplicazione > di un precedete passaggio dell’esercito cartaginese, escluse il territorio dei Sanniti/Pentri ed il santuario di Pietrabbondante.

 

I CARTAGINESI AL SANTUARIO DI PIETRABBONDANTE PRIMA DI CANNE ?

 

Lo storico Salmon (1974), correggendo la descrizione di Livio, ricordò la presenza di Annibale nei pressi di Alife e la decisione del condottiero cartaginese di NON invadere il territorio dei Sanniti/Pentri, bensì quello Campano: Annibale si diresse ora verso l’Apulia settentrionale, con l’intenzione di depositare il bottino e passare l’inverno a Geronium.

Non solo, Salmon descrisse anche l’itinerario: Il suo cammino (di Annibale, n. d. r.) lo portò direttamente attraverso il Sannio per mezzo del passò di Vinchiaturo e di Campobasso, e il passaggio del suo esercito dovette essere un’esperienza particolarmente spiacevole per i Pentri.

Quanto spiacevole ?

Salmon non diede una motivazione alla sua affermazione, né ritenne opportuno citare una fonte bibliografica che l’avallasse.

In quella occasione, ossia prima dell’arrivo a Geronium, secondo gli studiosi contemporanei, Annibale avrebbe anche saccheggiato il santuario dedicato ad Ercole, presso l’odierna Campochiaro nel territorio dei Sanniti/Pentri, non lontano da Bovianum/Bojano, già loro capitale e fedele alleata di Roma, nel cui territorio vi erano gli accampamenti Romani.

Perché attaccare UNICAMENTE il lontano santuario di Pietrabbondante e non anche Bovianum/Bojano ? (vedi figura).

L’itinerario ipotizzato da Salmon per proporre la presenza di Annibale nel territorio dei Sanniti/Pentri, MAI fu DESCRITTO DAGLI STORICI ANTICHI.

Annibale avrebbe potuto, senza alcun danno, < penetrare > nel CUORE del Sannio/Pentro, UNICAMENTE per saccheggiare il < lontano > santuario di Pietrabbondante, trascurando i santuari più vicini ? (vedi figura).

Il santuario denominato san Pietro dei Cantoni di Sepino, quello di Sparanise, quello di Vastogirardi, quello di San Giovanni in Galdo localizzato proprio sull’itinerario proposto da Salmon per raggiungere Gerione (vedi figura).

Presso il santuario di san Pietro dei Cantoni, sul percorso dell’esercito Cartaginese, vi era l’insediamento pentroromano di Saepinum/Sepino: Annibale lo risparmiò al saccheggio ?

Il passaggio all’interno del Sannio/Pentro, avrebbe costretto Annibale ad affrontare nuovi scontri con gli alleati di Roma in un territorio morfologicamente più idoneo alle imboscate che ad uno scontro in campo aperto favorevole all’impiego della cavalleria di circa 10. 000 cavalieri, dell’esercito di circa 28. 500 uomini di fanteria pesante e 11. 000 uomini di fanteria leggera.

Andare a depredare e distruggere il lontano santuario di Pietrabbondante, rinunciando anche a parte del bottino, come ha ricordato Boccardi, NON avrebbe ritardato l’arrivo di Annibale e del suo esercito nell’accampamento di Gerione sito territorio dei Sanniti/Frentani nel periodo (estate anno 217 a. C. – primavera anno 216 a. C.) ?

Proprio L’itinerario di Annibale proposto e descritto da Salmon (colore blu) per giungere a Gerione escludeva, oltre agli altri santuari, lo stesso santuario di Pietrabbandante e gli insediamenti del territorio dei Sanniti/Pentri posti a nord ovest del percorso. (vedi figura).

L’itinerario proposto da Salmon: attraverso il Sannio per mezzo del passò di Vinchiaturo e di Campobasso per raggiungere Gerione nel territorio dei Sanniti/Frentani dal territorio degli Irpini. I santuari nel territorio dei Sanniti/Pentri: 1. Pietrabbondante. 2. Vastogirandi. 3. Schiavi d’Abruzzo. 4. San Giovanni in Galdo. 5. Sparanise. 6. Sepino/San Pietro dei Cantoni. 7. Campochiaro.

Potremmo ipotizzare un itinerario per raggiungere Gerione: Annibale sarebbe penetrato nel “cuore” del Sannio/Pentro, la cui popolazione era fedele alleata di Roma (ricordiamo nel territorio presso Bovianum/Bojano gli accampamenti dell’esercito Romano), avrebbe raggiunge indenne il santuario di Pietrabbondante, trascurando tutti gli altri e, tranquillamente, proseguire  per Gerione ? (vedi figura).

Per dare credito alla presenza di Annibale e del suo esercito presso il  santuario di Pietrabbondante, visto la MANCANZA di notizie da parte degli Storici antichi, potremmo ipotizzare un itinerario realizzato quando i Cartaginesi avevano già occupato il territorio di Gerione. (vedi figura).

Una ipotesi improponibile.

Polibio ricordò la decisione del generale Annibale, informato dagli esploratori che nel territorio di Lucera e di Gerunio si trovava grande quantità di frumento e che Gerunio era località molto adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno.

Non più combattimenti, il principale scopo della sosta era soprattutto la raccolta di frumento e trascorrere indenni l’inverno,

Un trasferimento nel territorio dei Sanniti/Pentri per raggiungere UNICAMENTE il santuario di Pietrabbondante, sarebbe stato privo di conseguenze, vista anche la costante sorveglianza cui era soggetto da parte dell’esercito romano accampato sulle colline circostanti ? (vedi figura).

Il probabile ITINERARIO (bianco) di Annibale nel territorio del Sannio/Pentro per giungere a Gerione sito nel Sannio/Frentano e successivamente al santuario di Pietrabbondante, ma trascurando il vicino santuario di Schiavi d’Abruzzo.

Annibale evitò il comodo itinerario ipotizzato da Salmon per raggiungere Gerione: attraverso il Sannio per mezzo del passò di Vinchiaturo e di Campobasso; probabilmente seguì quello già percorso quando dalla Daunia invase il territorio degli Irpini e dei Caudini e poi saccheggiare la vasta pianura Campana. (vedi in seguito).

L’unico scopo era raggiungere la Daunia, allorquando gli fu comunicato, ricordò Polibio: che nel territorio di Lucera e di Geriunio si trovava grande quantità di frumento e che Gerunio era località molta adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno: avanzò dunque marciando alle falde del monte Liburno verso i luoghi suddetti.

Il monte Liburno citato da Polibio, altro non è che la < corruzione > di Taburno, un massiccio con un’altezza massima di 1394 mt.: si localizzava tra il territorio dei Sanniti/Irpini e quello dei Sanniti/Caudini. (vedi figura).

Annibale avanzò dunque marciando alle falde del monte Taburno per giungere a Gerunio con un percorso noto e sicuro, utilizzato, come già detto, dal suo esercito vittorioso quando si era mosso dalla Daunia verso il Sannio/Irpino ed il Sannio/Caudino. (vedi figura).

La partenza per Gerunio era il preludio alla battaglia di Canne del 2 agosto 216 a. C..

I probabili itinerari 1 e 2  di Annibale, muovendo dal monte Taburno, per raggiungere Gerunio/Gerione.

 

I CARTAGINESI AL SANTUARIO DI PIETRABBONDANTE DOPO CANNE ?      

Assalì, depredò e distrusse il santuario di Pietrabbondante dopo la vittoriosa battaglia di Canne ?

Gli autori antichi TACCIONO.

Livio ricordò che i Sanniti, tranne i Pentri, andarono ad ingrossare l’esercito Cartaginese e, con dovizia di particolari, descrisse, a differenza di Polibio, la loro presenza ed il loro strapotere nella pianura campana e nella città di Capua; sottolineando il saccheggio nei territori dei Sidicini, di Suessa, di Alife e di Cassino, senza mai avere manifestato un interesse per  la città di Roma.

Livio ricordò le città ed i territori interessati dalla presenza dell’esercito di Annibale: Interamna, Aquino, l’agro Fregellano sul fiunme Liri, le terre di Frosinone, di Ferentino e di Anagni, la zona di Labico e Fatto scendere l’esercito nella regione Pupinia, pose il campo ad otto miglia da Roma. […]. Frattanto Annibale mosse il campo verso il fiume Aniene a tre miglia da Roma.

Abbandonata ancora una volta la città di Roma, Annibale, scrisse Livio, deviò la marcia da Ereto (Cretone, presso Palombara Sabina) verso il tempio della dea Feronia, iniziando il suo cammino da Reate (Rieti), Cutilia (il lago del ver sacrum sabino, n. d. r.) ed Amiterno; dalla Campania giunse poi nel Sannio, indi nel paese dei Peligni; passò poi sotto la città di Sulmona e si diresse verso i Marrucini, indi attraverso il territorio di Alba giunse a quello dei Marsi, arrivando poi ad Amiterno ed al villaggio di Foruli (borgo della Sabina, oggi Civitatomassa, a una quindicina di chilometri da L’Aquila n. d. r.). (vedi figura).

Lo stesso Livio, precisò: Né questo in questo racconto vi può essere errore, perché in così breve spazio di tempo è difficile che si siano potute perdere le tracce del passaggio di un esercito così grande. Risulta, infatti, che Annibale abbia percorso quell’itinerario; si può soltanto discutere se lo abbia fatto venendo verso Roma, oppure ritornando da Roma verso la Campania. (vedi figura).

Ergo, ancora una volta, nei ricordi degli antichi Storici, il territorio del Sannio/Pentro, NON SUSCITO’ l’INTERESSE di Annibale e del suo esercito; pertanto, la distruzione del santuario di Pietrabbondante, NON può essere imputata al passaggio del suo esercito.

 

Oreste Gentile.