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C’E TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. 4^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.): IL PERCHE’ DI UNA SCELTA E L’ARRIVO.

novembre 23, 2020

Il nostro itinerario, ripercorrendo il CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI al tempo della loro migrazione dalla Sabina, abbandona il tratturo Celano-Foggia per utilizzare un tratto della S. S. 17 verso Castel di Sangro, già Aufidena, toponimo del municipio romano e, precedentemente, dell’antico sito sannita/pentro localizzato nella odierna Alfedena.

Seguendo la cronologia di quanto accadde tra i secc. XI-IX a. C., il gruppo dei 7.000 giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ricordati da Festo, dal territorio dell’attuale Castel di Sangro, dovevano proseguire (e noi con loro), verso sud est in cerca di una nuova terra in cui prendere stabile dimora, ma si trovarono a dovere fare una scelta dell’itinerario da seguire: il tratturo Castel di Sangro-Foggia o il  tratturo Pescasseroli-Candela ? (vedi figura).

Se avessero scelto di proseguire lungo il trattuto Castel di Sangro-Foggia, ai loro occhi si sarebbe presentato, stando a quanto avevano riferito i loro “esploratori”, un territorio molto diverso dal luogo natio,                        abituati come erano alla presenza di una o più pianure, di abbondanti sorgenti d’acqua per sviluppare meglio ogni tipo di coltura ed alla presenza di colline e di montagne; ma la scelta era soprattutto condizionata dal desiderio di fermarsi in un territorio che rendesse più agevole anche le comunicazioni con i popoli confinanti di origine diversa.

I consanguinei, anch’essi migranti, per fondare la città madre e capitale, avevano priviligiato i territori pianeggianti, circondati da montagne o da colline, nei pressi di un fiume, di un lago o di una palude: Ascoli Piceno per i Piceni; Pinna per i Vestini; forse Capradosso (?) per gli Aequi; San Benedetto dei Marsi per i Marsi; Sulmona per i Peligni; Chieti per i Marrucini; Lanciano per i Frentani; Benevento per gli Irpini; Montesarchio per i Caudini; Petelia per i Lucani.

Meno fortunati erano stati i consanguinei Carecini che, suddivisi Infernates (Inferiori) con capoluogo Juvanum/Montenerodomo e Supernates (Superiori) con capoluogo Cluviae/Piano Laroma/Casoli, pur avendoli fondati in una zona più o meno pianeggiante, il restante territorio era prevalentemente montuoso.

Infatti, scrisse Salmon (1977): Forse il loro nome contiene la stessa radice del celtico *carreg, <roccia> (vedi anche l’inglese crag), a cui è stato aggiunto il suffisso latino -no. In altre parole i Carecini, come gli Ernici, erano uomini delle rocce.

Il tratturo Castel di SangroLucera, si dirigeva, infatti, verso est (Vastogirardi-Carovilli) con un percorso altimetrico variabile: montana > 900 mt. per 9 km.; sub montana 600-900 mt. per 42 km.; collina per 200-600 mt. per 16 km. (dati Unimol). (vedi figure).

Lambiva a sud il territorio oggi denominato Alto Molise (oggi denominato erroneamente Alto Sannio): L’area dell’alto Molise si estende dalla provincia di Isernia fino al confine con le province di Chieti e dell’Aquila. E’ costituita perlopiù da una struttura collinare-montuosa con pochi tratti pianeggianti coincidenti con le vallate del fiume Trigno e del fiume Sangro (http://regione.molise.it); ed a nord, sempre nell’ Alto Molise, più accidentato era il percorso del tratturo L’Aquila-Foggia.                                                                                                                  All’epoca, essendo i percorsi tratturali delle vere e proprie vie di comunicazione, nella stagione invernale sarebbero stati impraticabili e per lungo tempo preclusi al traffico.

Più agevole era il percorso del tratturo PescasseroliCandela: dal territorio di Castel di Sangro, si dirigeva verso sud est (Rionero Sannitico-Isernia), con un percorso altimetrico: montana > 900 per 4. 2 km.; sub montana 600-900 mt. per 15 Km; collina per 200-600 mt. per 40 km..

Perciò, dal ponte della Zittola, anche noi riprendiamo il cammino seguendo le orme del gruppo dei 7.000 giovani di ambo i sessi, guidati da Comio Castronio e dal BUE, aninale sacro al dio Mamerte (Marte dei Romani), come ricordò Festo (II sec. d. C.), lungo la S. S. 17, già via consolare Minucia (221 a. C.) che per lunghi tratti segue il tratturo Pescasserroli-Candela

E’ ipotizzabile la conoscenza di Comio Castronio e dei giovani migranti della meta da raggiungere: non si improvvisa una partenza e la presa di possesso di un territorio sconosciuto.

Nei periodici spostamenti per condurre le loro gregge verso i territori pianeggianti della Daunia, ebbero l’occasione per valutare e per scegliere il territorio dove trasferire per sempre la loro residenza dopo avere concordato con i nativi una pacifica convivenza; uno scontro armato avrebbe decimato il giovane gruppo di migranti.

La meta prestabilita, come riferiscono le fonti storiche e come esamineremo al nostro arrivo, NON poteva che essere la vasta pianura di circa 100 kmq., posta a settentrione della catena del Massiccio del Matese. (vedi fotografia Ass. Falco).

                                                                                                                                                                                                        All’epoca (e non solo), lo sviluppo di una comunità si realizzava con la fondamentale presenza di acqua, di una vasta area pianeggiante, di colline, di montagne e di “comode” strade.

Il gruppo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si denominarono Pentri, provenivano, come illustrato nella 1^ puntata, dalla Sabina, precisamente dalla vasta pianura reatina e dalla pianura nei cui pressi vi era il lago di Cotilia (Cutilias aquas) ricco di leggende: si tramanda l’esistenza in esso di un’isola galleggiante (era una fitta ed alta vegetazione spontanea lacustre mossa dal vento) etc..

I giovani migranti avevano già scelto un territorio quanto meno simile al luogo natio, ossia la pianura a settentrione della catena del Massiccio del Matese che più di altre, avrebbe soddisfatto le loro esigenze di vita e di sviluppo: l’acqua, la presenza di un lago o di una palude, i boschi, le colline e le montagne. (vedi figura).

La pianura reatina e la pianura bojanese a confroto.

La leggenda, impadronitasi della Storia, ricordò sia la scelta fatta dal BUE di fermarsi nella pianura bojanese, sia la scelta fatta dai giovani Pentri di dare alla loro città madre, alla loro capitale, il nome BOVAIANON/Bojano, in ricordo del BUE animale a loro sacro.

Una eccezione, se esaminiamo l’origine dei nomi degli altri popoli Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: fu deciso di derivarli dalla razza dell’animale scelto come totem/guida: i Piceni dal picchio, gli Aequi dal cavallo, gli Irpini da hirpos; mentre le altre popolazioni consanguinee derivarono il nome da quello dei loro condottieri, dal nome di uno degli dei protettori, dal toponimo di una città già esistente o dal nome di un fiume, etc..

I 7.000 giovani si nominarono Pentri, derivandolo, scrisse Salmon, dalla radice celtica pen-, ossia sommità pertinente alle colline ed alle montagne su cui costruirono i loro primi insediamenti idonei per il rifugio e difesa, per il controllo della pianura sottostante e delle vie di comunicazione, nonché per comunicare rapidamente fra loro di giorno con  i raggi riflessi del sole e con il fumo; di notte con il fuoco.

La scelta di localizzare la loro città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, non è dato sapere quanto sia stato casuale: risulta essere al centro di una ipotetica circonferenza ed equidistante dalle capitali (città madre) degli Irpini, Benevento, dei Caudini, Caudio, dei Campani, Capua e dei Sidicini, Teano.

Ancora oggi, con un comodo percorso, possiamo fare una deviazione al nostro cammino per raggiugere la sommità di monte Crocella, a 1040 mt., già Colle pagano, sede di una tipica fortificazione megalitica costruita su un terrazzamento con grosse pietre non lavorate. (vedi figure).

Da monte Crocella il visitatore può ammirare tutto il territorio occupato dai Pentri fino ai confini, partendo da ovest verso est, con i territori dei consanguinei: Peligni, Carecini, Frentani, Dauni (altra origine) e gli Irpini.              Da qui, controllavano e comunicavano all’istante con le altre fortificazioni costruite sulla sommità delle colline e delle montagne.

Non solo, proprio l’unicità della sua localizzazione (siamo sempre nel campo delle ipotesi, sostenute dalla realtà) permise ai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti del popolo dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini, di scegliere e fissare, con una cerimonia all’epoca ritenuta sacra, i capisaldi dei confini tra i loro territori (come dimostra la figura).

Pertanto, monte Crocella potrebbe essere identificato con il colle chiamato Sacro ricordato da Dionisio (I sec. a. C.) nel Sannio: i consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti; e con il collem cui nome erat Samnio, ricordato da Festo (II sec. d. C.), occupato dai hominum septe milia duce Comio Castronio.

Alla luce di quanto finora illustrato e senza troppo disquisire, è possibile precisare: il colle chiamato Sacro da Dionisio non poteva avere il nomen erat Samnio ricordato da Festo, da cui sarebbe successivamente derivato il nome Sanniti: i 7.000 giovani, per la loro origine, già erano Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Inoltre, anche la descrizione fatta da Strabone (I sec. a. C.) è fuori dalla realtà:                                                              I giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti NON giunsero in un territorio abitato dagli Opici, ma da gente di cui ancora è sconosciamo l’identità.

Eppure, STRABONE conosceva la realtà: Antioco dice che questa terra (la pianura campana) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e che Polibio (210/128-203/121 a. C.) distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Torniamo alla nostra Storia ed al nostro cammino.

Da monte Crocella possiamo godere la vista di Civita Superiore di Bojano, già Bovaianon, il primo insediamento dei Pentri,  e vedere le poche testimonianze dell’epoca: brevi tratti di 3 terrazzamenti utilizzati per vie di accesso e, successivamente, per le fondazioni delle mura del castrum medievale (lato sud);  nonchè quanto rimane di un muro in rozza opera poligonale all’ingresso ovest. (vedi figure).

Come erano i TERRAZZAMENTI SANNITICI. (Santuario italico di Ercole presso Sulmona.)

Possiamo osservare come si sviluppò Bovaianom: dalla sommità della collina posta a 750 mt. s.l.m., con una serie (4-5) di terrazzamenti in rozza opera megalitica, “scese” lungo le pendici nord della collina, costruendo, a metà di esse (oggi contrada La Piaggia-san Michele) un insediamento fortificato più ampio.   

Quanto finora descritto ed osservato, corrisponde a quanto scrisse Appiano (II sec. d. C.) e ricordato da De Sanctis (1976): La città, che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianura, inviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

Succesivamente i terrazzamenti, dopo la 3^ fortificazione, scendevano verso valle (vedi figura), per terminare

 con un lungo muro di sostegno in opera poliginale e di epoche diverse, lungo il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela che, avendo abbandonato il suo percorso rettilineo nella pianura, seguiva la base della collina per riprendere, successivamente, il suo percorso verso il “passo di Vinchiaturo” e la pianura di Sepino.

Il motivo della deviazione del percorso del Tratturo PescasseroliCandela ?

La presenza di un lago o di una palude, una presenza già ricordata nei territori dei Sabini, dei Peligni e delle altre popolazioni della stessa stirpe Safina.

L’ipotesi si basa: 1°. L’inaspettata deviazione (da ovest-est a sud) del percorso del tratturo verso la base della collina. 2°. L’esistenza del toponimo Guado della foce localizzato all’inizia della suddetta deviazione. 3°. L’esistenza nella stessa località del toponimo Paduli di sotto (di Paduli si  conosce bene il significato) 4°. Il nome del fiume Biferno prese origine, scrisse Cianfarani: nell’antico nome dell’attuale Biferno, Tifernum, si può ravvisare la parola pregreca tiphos, palude, e typheLa tifa è una pianta palustre molto diffusa, caratterizzata da steli lunghi e sottili, che possono raggiungere i 150-300 cm e che culminano in spighe dall’aspetto caratteristico “a tubo”, di colorazione marrone. La specie più nota è la Typha latifolia. (vedi figura).

5. La recente scoperta della “strada romana” al di sotto del fiume Calderari, dimostra che il suo corso non aveva un percorso regolare e le acque scorrevano in altre zone della pianura, probabilmente, senza una regolarità.

Ergo, una parte della vasta pianura di Bojano, proprio dalla località dove devia il tratturo Pescasseroli-Candela era occupata da una palude o da un lago.

Per il controllo, la difesa e per le comunicazioni, oltre agli insediamenti sorti nella pianura, furono costruiti gli insediamenti difensivi sulla sommità delle colline e delle montagne: i centri fortificati dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Pertanto, facendo sosta nella città di Bojano si possono iniziare una serie di visite camminando lungo il tratturo Pescasseroli-Candela sulle orme dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri, per conoscere ed apprezzare i centri fortificati ed i santuari: i loro luoghi di culto, scoperti e solo in parte restaurati. (vedi figure)

 

I centri fortificati nel territorio dei Pentri. 1. Aufidena. 2. Castel di Sangro. 3. Castiglione M.M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

 

Le fortificazioni site a sud e di fronte a Bovaianom/Bojano.

Percorrendo oggi il tratturo Pescasseroli-Candela, la nostra presenza, come accadeva nell’antichissimo passato, non sarebbe sfuggita a chi fosse stato presente in uno dei numerosi centri fortificati finora scoperti sulle sommità delle colline e delle montagne. (vedi figura).

I centri fortificati prossimi (nella linea azzurra) al percorso del tratturo Pescasserolo-Candela. 1, Alfedena. 2. Castel di Sangro/Aufudena. Fuori dal territorio molisano si localizano e identificano: 3. Castiglione M. M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

La religiosità dei Sanniti/Sabini/Sabelli/Sanniti detti Pentri, si manifestò delimitando in alcune località particolari del loro territorio (la presenza di una sorgente di acqua o di un bosco), una più o meno estesa area sacra, i santuari, dedicati ad uno o più idoli; fra i più adorati: Ercole, la dea Vittoria etc..

Sul nostro cammino lungo il tratturo Pescasseroli-Candela,possiamo visitare

il santuario italico di Hercul Rani (dedicato ad Ercole), così citato dalla Tabula Peutingeriana (III sec. d. C. ?), nella località Civitella di Campochiaro (vedi figura); ed il santuario italico di San Pietro dei Cantoni di Sepino, la pentra Saipins, la romana Saepinum.

Per il santuario pentro dedicato al culto di Ercole da S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; […]; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..                                                                                                Inoltre, (Sannio Pentri e Frentani ….1980): []; le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C., quando un incendio…

Una delle ultime scoperte ha migliorato le nostre conoscenze  del santuario italico delle Civitelle di Campochiaro e dell’origine del toponimo Matese e della città di Isernia.

Per il santuario italico di Sepino: La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.[…]. I materiali più antichi sono decisamente prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. Alcuni degli ex voto rinvenuti nella zona, ed in particolare quelli anatomici, farebbero ipotizzare un culto a carattere salutare, ma si potrebbe pensare a valenze cultuali collegabili alla sfera della fecondità, della riproduzione e della maternità.

Scive Matteini Chiara: il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi. (vedi figura).

La Tabula Peutingeriana citata per identificare il santuario Hercul Rani di Campochiaro, documenta anche una via anonima: iniziava presso Bobiano/Bojano e lo collegava con teneapulo/San Paolo Civitate (FG) e, con una diramazione a nord, con Larino, città dei Sanniti/Frentani.

Certamenta la via anonima non era nata per un caso; era l’antichissimo percorso del tratturello o braccio Matese-Cortile-Centocelle, percorso dalle gregge dai pascoli esistenti sul Massiccio del Matese alla pianura di Bojano e, successivamente, non utilizzando il tratturo Pescasseroli-Candela, si dirigevano a nord est verso le località di Cortile/Campobasso e di Centocelle/Ripabottoni, la località di incontro con il tratturo Celano-Foggia.

Probabilmente furono i Romani a migliorare il suo percorso, prolungandolo nel territorio dei Frentani per raggiungere Geronum/Gerione/Casacalenda e la civitas di Larinum/Larino. (vedi figura).

La T. P.. (in alto). La via consolare Minucia (in alto) da Corfinio, attraverso i territori dei Peligni, dei Pentri, degli Irpini, con un raccordo si collegava alla loro capitale, Benevento. La T. P. (in basso). Una via anonima da Bobiano/Bojano-adcanales/Baranello-ad pyr/Campolieto-Geronum/Gerione/Casacalenda, giungeva a teneapulo/Teano degli Apuli/San Paolo Civitate.

La stessa via anonima della T. P. fu utilizzata dal condottiero Numerio Decimio di Bovianum, divenuta civitas romana dopo la sua definitiva conquista nell’anno 305 a. C., per aiutare l’esercito romano accampato presso Gerione ed infligere la prima sconfitta all’esercito cartaginese prima della disastrosa battaglia presso Canne (2 agosto 216 a. C.); scrisse Livio: Si racconta che costui (Numerio Decimio) per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano (presso Geroniumottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Ergo, i Sanniti/Pentri ed i loro consanguinei che abbiamo imparato a conoscere durante il nostro cammino, non erano soltanto dei “rozzi” (sic) pastori come si è solito stimarli, ma vista la documentazione esistente, avevano anche scambi commerciali oltre mare e, soprattutto, con i Greci.

Dopo la visita di coloro che hanno voluto raggiungere i centri fortificati posti a difesa ed al controllo del tratturo Pescasseroli-Candela  nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, si può, continuando a soggiornare nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, fare un cammino a ritroso per conoscere, con la testimonianza dei numerosi reperti archeologici, i Sanniti/Pentri vissuti nei centri di Alfedena, di Scontrone, di Castel di Sangro, di Isernia, e di Sepino.

Oreste Gentile

(continua).

 

 

 

C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. 3^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.): DAL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/VESTINI AL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/PELIGNI PER ARRIVARE AL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/PENTRI.

novembre 14, 2020

Per arrivare nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Peligni, dopo avere attraversato i territori dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, loro progenitori, e quello dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Vestini, si possono seguire 2 itinerari per proseguire il cammino nella Storia prima di arrivare alla meta: il territorio dove prese stabile dimora il gruppo di 7.000 giovani e giovane Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che, come vedremo, si chiamarono Pentri.

Dopo Navelli, in territorio dei Safini/Vestini, si prosegue verso sud est, non  lungo il percorso del tratturo Centurelle-Montesecco per le località di Collepietro e di Bussi, ma seguendo l’itinerario della S. S. 17, si scende nell’ampia valle peligna verso Popoli, Corfinio, Pratola Peligna e Sulmona.

Percorredo la S. S. 17, si arriva a Corfinio, l’antica Corfinium proclamata prima capitale d’Italia in occasione della Guerra Sociale, combattuta dai popoli italici e loro alleati contro Roma, tra gli anni 91-88 a. C..

Per la sua Storia, la  città di Corfinio merita una visita accurata, soprattutto per modificare il giudizio molto diffuso di considerare i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ed i loro discendenti UNICAMENTE dei rozzi ed ignoranti pastori.

La scelta per essere la sede degli insorti italici e del loro senato non fu casuale, bensì favorita dalla particolare localizzazione: era al centro ed all’interno del terrirorio della penisola italica occupato dai popoli fautori della ribellione al potere di Roma.

Non era isolata: 2 vie consolari permettevano di collegare la prima capitale d’Italia, ai territori dei socii italici localizzati ad ovest, ad est, a sud ed a nord della penisola: la via consolare Tiburtina-Valeria e la via consolare Minucia che si originava proprio nel suo terrirorio.

Dal sito www.sitiarcheologiciditalia.it/corfinium, si apprende: Corfinium è situata nella Valle Peligna, nome che ricorda i suoi primi abitanti, i Peligni appunto, che occuparono la zona sin dal IX secolo a.C..

Lo stesso sito descrive il parco archeologico della città: Il Parco archeologico, intitolato a Nicola Colella, che studiò a lungo Corfinio, si articola in tre zone: l’area di piano San Giacomo, quella dei due templi, e quella del santuario di Sant’Ippolito.

La prima è la città imperiale, fittamente abitata, di cui si può osservare parte della struttura: le strade con i marciapiedi in ghiaia, una delle quali era ricoperta da un portico di cui rimangono i perimetri di diversi edifici, i negozi, alcune abitazioni private e le terme. In particolare, vi sono i resti di una domus decorata a mosaici policromi. L’area dei due templi ospita un tempio maggiore detto il tempio italico, (I sec. a.C.) in opus incertus, di cui si può osservare la struttura, divisa in tre ambienti, la cella principale, decorata con un pavimento a mosaico bianco e nero ancora oggi conservato, due ambienti laterali, un altro ambiente più piccolo bipartito a pianta rettangolare e i muri in opus reticulatus. Vi era anche una necropoli, con tombe scavate nella ghiaia e risalenti al IV secolo a.C..

L’area del santuario di Sant’Ippolito ha preso questo nome in età medioevale quando era frequentata per una fonte di acque terapeutiche. Il luogo ospita anche una serie di resti di edifici databili tra IV e il I secolo a.C.

Maggiori dettagli della Storia di Corfinio li offre il locale museo archeologico dedicato al sacerdote Antonio de Nino, studioso e ricercatore a cui si deve la scoperta di numerose necropoli antiche.

Dal sito www.italiavirtualtour.it: un’accetta in pietra verde del IV millennio a.C., che di fatto testimonia la frequentazione della zona già in epoca arcaica. Inoltre nelle vetrine è possibile ammirare anche vasellame, fibule, fuseruole e pesi dell’età del ferro (X sec. a.C.).

Dal sito www.museocorfinio.it: Corfinio sorge all’interno della Valle Peligna, conca che nel Plistocene era occupata da un lago. […]. A partire dall’età del Ferro la pesenza umana divenne stanziale (IX se. a. C.) e alcuni utensili di pietra e ferro esposti in questo museo ne sono la testimonianza.

Nella prima sala del museo De Nino, si possono ammirare oggetti relativi ad ambiti culturali assai vari e lontani: torques gallici, anforette canosine, specchi e fiaschette bronzee etruschi, gioielli in ambra del mar Baltico etc..

Soprattutto per i gioielli in ambra del mar Baltico, torneremo a parlare quando saremo nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti detti Pentri.

Nella terza sala sono visibili corredi funerari del II secolo a. C., relativi a tombe a fossa femminili, maschili ed infanti. Spiccano alcuni oggetti in bronzo, tra cui olpai con anse decorate e una patèra con all’interno resti organici, oltr a oggetti di toeletta e monili.

Alla luce delle testimonianze archeologiche, come già evidenziato, dovremmo sicuramente cambiare il giudizio di alcuni storici e di studiosi che hanno sempre giudicato i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ed i loro discendenti dei semplici, ignoranti e rozzi pastori.

Non avranno conosciuto l’uso delle monete, ma in base a quanto viene recuperato anche dai più recenti scavi archeologici, l’uso del “baratto”, prima della conoscenza e dell’uso delle monete coniate soprattutto dalle zecche campane, certamente era molto redditizio.

Le prime monete furono coniate proprio in Corfinium, prima capitale d’Italia, in contrapposizione alla monetazione romana; per primi vi incisero la leggenda: ITALIA. (vedi foto di alcuni esemplari).

Delle epigrafe pertineti al terrirorio di Corfinium, Cianfarani ricordò Le iscrizioni peligne, conservate nel piccolo Antiquario di Corfinio e nel Museo comunale di Sulmona, sono tutte assai tarde ed appartengono pertanto al momento finale dell’indipendenza italica.

Lasciata Corfinio, 1^ capitale d’Italia, seguendo la S. S. 17, si entra in Sulmo mihi patria est, la patria del poeta latino Ovidio, nato nell’anno 43 a. C. e morto in esilio, in Tomi sul mar Nero, nell’anno 17 d. C.).

Fu Ovidio, scrisse Cianfarani, a formulare l’origine del toponimo Sulmona da una leggenda originata dal nome Solimo, eponimo di Sulmona, come compagno di Enea; ma era (sempre Cianfarani) un parto della della fervida fantasia del poeta peligno, perché il suo nome non ricompare altrove in tutta la letteratura latina.

Cianfarani propose un’altra ipotesi sull’origine del toponimo Sulmona: Per spiegare il nome di Sulmona si potrebbe pensare a sol, con la stessa radice di suolo, e a mo, un suffisso di luogo che si ritrova altrove.

Tra le testimonianze archeologiche e degno di una accurata visita il santuario di Ercole Curino  (IV-III sec. a. C.) e quanto in esso è stato successivamente scoperto.

Lasciata la S. S. 17, si prosegue a sinistra  verso  l’Abbazia di Santo Spirito del Morrone per raggiungere l’area archeologica di Ercole Curino, ai piedi del famoso eremo di Sant’Onofrio al Morrone. (vedi figura).

Dal sito www.sabap-abruzzo.beniculturali.it: Il Parco archeologico del Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni Settanta nel territorio comunale di Sulmona. È posto alle pendici del Monte Morrone, in località Badia ed è una delle più importanti aree sacre d’Abruzzo, con la sua caratteristica struttura di santuario terrazzato che dall’età ellenistica (IV-III sec. a.C.) ebbe fasi di vita e di ricchezza fino alla metà del II sec.d.C..

È costruito su terrazzamenti artificiali che organizzano gli spazi sacri digradanti lungo il pendio montano: sul livello più alto è documentata la prima fase edilizia, con tempio su alto podio; l’ampliamento successivo del terrazzo vide la costruzione del cosiddetto sacello con la gradinata monumentale interrotta dal piazzale lastricato, alla cui base si aprivano i porticati affacciati sulla conca peligna; all’inizio del I sec.a.C. si fa risalire la ristrutturazione generale del luogo di culto, con un terrazzo inferiore, sostenuto da un imponente muro in opera quasi reticolata, sul quale si imposta la serie degli ambienti voltati sottostanti il piazzale. (vedi figure).

Visione frontale del santuario di Hercules Curinus (in alto). Visione della sezione trasversale con evidenziati i suoi terrazzamenti.

Tornando sulla S. S. 17 ed attraversando la città di Sulmona, è interessantissima la visita al Museo Civico Santissima Annunziata.

Il  sito www.tripadvisor.it permette di conoscere quanto si può ammirare in alcune sale del Museo; purtroppo nella figura manca l’epoca della realizzazione dei reperti. (vedi figura).

e da commons.wikimedia.org, sempre senza l’epoca della loro realizzazione, possiamo ammirare:

 

Molto cospicua è la documentazione di altri importanti manufatti con l’epoca della loro realizzazione.

Il sito www.culturaitalia.it dà la possibilità di farci conoscere alcuni dei tanti reperti archeologici della collezione Pansa, rinvenuti del territorio peligno di Sulmona e conservati nel Museo Archeologico.

Per le testimonianze epigrafiche, CiarfaraniDell’OrtoLa Regina, evidenziarono un Rilievo funerario con scena di transumanza, datato alla fine del I secolo a. C. con la sottostante epigrafe, che contiene un ammonimento:              << Avverto gli uomini: non diffidate di voi stessi >>. […]. Il rilievo rappresenta dunque un altro esempio della produzione di arte plebea degli ultimi anni della repubblica.

Dalla patria di Ovidio l’itinerario seguito dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri prosegue verso sud est per valicare le montagne e scendere nella pianura di Castel di Sangro, l’antica civitas romana di Aufidena; ma sorge un problema: la via consolare Minucia (221 a. C.), oggi S. S. 17, segue l’itinerario del tratturo Celano-Foggia per attraversare l’altipiano delle Cinquemiglia o proseguiva, stando a quanto disegnato nella Tabula Peutingeriana, verso  Jovis Larene (Campo di Giove) e successivamente Aufidena ?

Seguiamo l’itinerario del trattuto Celano-Foggia, oggi S. S. 17, valichiamo le montagne attraversando l’altipiano delle Cinquemiglia ed abbandoniamo il suo percorso nei pressi di Roccaraso per scendere, seguendo la S. S. 17, verso Castel di Sangro, già Aufidena, già toponimo dell’antico sito sannita/pentro della odierna Alfedena.

Mancando dei riferimenti certi dei confini, nel territorio pertinente all’odierna Castel di Sangro, siamo nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, chiamatisi Pentri.

Proseguendo il cammino lungo il tratturo PescasserroliCandela fino al confine con il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Irpini, conosceremo la loro Storia e quanto seppero realizzare nelle località prossime al loro itinerario.

Oreste Gentile.

 

(contiuna).

 

 

 

 

2 ^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.) NEL TERRITORIO DEI “SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI” E DEI “SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/VESTINI”.

novembre 7, 2020

L’itinerario proposto illustra solo alcune delle testimoniaze legate alla presenza dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dal XI-IX sec. a. C. alla fine del I sec. a. C. (dominazione romana) in alcuni territori della penisola italica.

Inizia dall’antichissima regione della Sabina, tanto per intenderci il territorio con capoluogo la città di Rieti e segue il percorso dei tratturi, le famose vie naturali utilizzate stagionalmente e da tempo immemorabile dalle greggi per i loro trasferimenti dai pascoli montani dell’appennino centro-meridionale alle pianure costiere e soprattutto verso la pianura della Daunia.

L’itinerario seguito dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti divenuti PENTRI.

Una delle migrazioni/ver sacrum interessò un gruppo di 7. 000 giovani che, ricordò Festo (III sec.), guidati da Comio Castronio, seguirono un bue (uno stendardo con dipinto l’animale totem) animale sacro al dio Mamerte (Marte dei Romani), e presero possesso della pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, ricca di acqua, di colline e di montagne ed ai piedi di un colle chiamato Sacro (Diodoro Siculo,I sec. a. C.) o collem cui nome erat Samnio (Festo, II sec. d. C.).

Si denominarono Pentri, ossia abitanti sulla sommità delle colline o delle montagne, le più idonee al controllo ed alla difesa della pianura, delle vie di comunicazione e per comunicare visivamente con i raggi riflessi del sole, il fumo ed il fuoco.

Il Cammino dei Safini/Pentri che ci accingiamo a seguire, inizia dal territorio dei Safini/Sabini/Sabelli (piccoli Sabini)/Sanniti, ossia dalla vasta pianura reatina e dalla pianura nei cui pressi vi è il lago di Cotilia  (Cutilias aquas) ricco di leggende: si tramanda l’esistenza in esso di un’isola galleggiante (era una fitta ed alta vegetazione spontanea lacustre mossa dal vento), non lontano dalla città omonima abitata inizialmente dagli Aborigeni e sede del tempio dedicato alla dea Vacuna. (vedi figure).

 

Lasciata la pianura si arriva al passo di Antrodoco (l’antica Interocrea) da dove inizia, con un lungo percorso verso sud est che oggi corrisponde, a grandi linee, alla S. S. 17 Appulo Sannita lunga circa 304,5 km., per raggiunge la città di Foggia.                                                                                                                                                                Un itinerario che segue, interseca, ed a volte si sovrappone per lunghi tratti  ai percorsi dei tratturi: L’Aquila-Foggia; Centurelle-Montesecco; Celano-Foggia; Castel di Sangro-Lucera e Pescasseroli-Candela. (vedi figure).

La S. S. 17 Appulo-Sannita.                       La S. S. 17 si sovrappone al                                                                         percoso di 4 tratturi.

Sempre nel territorio dei  Safini/Sabini, a circa 10 km. dalla città di L’Aquila, vi era  Amiternum, localizzata tra i centri di San Vittorino, di  Scoppito e di Sassa.

Il suo nome deriva dal vicino fiume Aterno [atrno, il nome divinizzato. (Cianfarani-Dell’Orto-La Regina)].

La Regina (1984): Catone (citato da Dionigi di Alicarnasso, II 49) afferma che il più antico insediamento sabino, Testruna, sarebbe stato in prossimità di Amiterno, dove Varrone (presso Dionigi, I 14) colloca anche Lista, da lui considerata il principale centro degli Aborigeni. […]. L’oppidum primitivo conquistato dai Romani nel 293 (a. C.) occupava certamente la sommità del colle di S. Vittorino; l’anfiteatro ed il teatro furono costruiti successivamnete nella pianura sottostante dove era sorto il nuovo insediamento voluto Romani come era accaduto per tutti gli insediamenti dei discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti costruiti per la difesa, per il controllo del territorio e per le rapide comunicazioni visive.

Alcune delle testimonianze archeologiche nel terrirorio dei Safini/SABINI.

Da San Vittorino proviene un rilievo con pompa funebre, scrisse Cianfarani (1978),  di un cippo con iscrizione attribuito al I sec. a. C.; (vedi in seguito la tomba a fossa).

un rilievo con il combattimento tra gladiatiori, a cui forse fece riferimento Salmon (1977): Inoltre, si sono ritrovate raffigurazioni di guerreri italici che indossavano un solo gambale, presumibilmente per proteggere lo stingo dall’attrito con il bordo dello scudo. Una di essa proviene da Amiternum presso Sulmona, e un’altra che risale circa al 100, da L’Aquila, e rappresentano due uomini impegnati nella lotta.

Di particolare interesse la presenza nella necropoli di Aminernum (san Vittorino di Pizzoli), delle tombe a camere con letti funerari costruiti in legno e rivestinti in osso (da bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it anno 2014) inquadrabili tra il II sec. a.C. e il I sec. d. C..

Da Scoppito, metà I sec. a. C.:

Cianfarani, ricordando Plinio, scrisse: I Sabini di Amiternum e i Picentes producevano dell’ottimo vino.

L’itinerario prosegue lungo la S. S.17 per raggiungere la città di L’Aquila.

Dal sito http://www.movimentotellurico.it  si apprende: Quando fu scelto il sito per la fondazione della città, si individuò un luogo chiamato Acquilis o Acculi o anche Acculae, per l’abbondanza delle sorgenti che vi si trovavano. La zona era in una posizione strategica tra i due poli entro i quali doveva nascere il nuovo centro urbano e cioè i due centri di Forcona e Amiternum.                                                                                                                              Acculi, vicina anche al fiume Aterno, corrisponde all’attuale Borgo Rivera, dove oggi si trova la Fontana delle 99 cannelle; al tempo della fondazione c’era lì una chiesa con un monastero, Santa Maria ad Fontes de Acquilis (o de Aquila)

Fu dunque scelto per la nuova città il nome di Aquila, che riprendeva il toponimo già esistente, ma che richiamava anche l’emblema dell’aquila imperiale, secondo il Diploma di fondazione attribuito all’Imperatore Corrado IV.

La visita al Museo Nazionale d’Abruzzo ospitato nel castello cinquecentesco è interessante; scrive La Regina (1984): la sezione archeologica, che comprende soprattutto materiale lapideo, per lo più proveniente dalla provincia dell’Aquila, è raccolta in sei sale del pianterreno. Nelle prime tre sale sono esposte le iscrizioni relative alla vita pubblica, mentre nella quarta e quinta sono raccolti i monumenti che illustrano la vita privata. L’ultima sala è dedicata a oggetti di dimensioni ridotte (per lo più ceramica), dei quali si ignora quasi sempre il contesto di provenienza.

Inoltre si può ammirare lo scheletro di un MAMMUTHUS MERIDIONALIS VESTINUS scoperto nel 1954 nella località Madonna della Strada di Scoppito, vissuto nel periodo Quaternario: è il terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’era geologica del Cenozoico. Ha inizio alla fine del Pliocene, l’ultima epoca geologica del Neogene, 2,58 milioni di anni fa ed è tuttora in corso.

Tornando alla scoperta del periodo storico, testimone della migrazione dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, il nostro cammino, raggiunta e visitata la città di L’Aquila, riprende partendo dalla Basilica di Collemaggio, località scelta per convenzione  come luogo di origine del tratturo L’AquilaFoggia/tratturo Magno o Regio (successivemente utilizzato per la costruzione della S. S.  17), con lo scopo di visitare lungo il percoso i centri dei Sanniti/Vestini: Onna, Bazzano, Fossa, Peltuinum, Caporciano e Navelli.

Nel territorio della frazione di Onna, nell’anno 2016 fu scoperta una necropoli con 46 tombe e relativi corredi, pertinente ai secc. VIII e II sec. a.C..

A seguire, c’è Bazzano dove, scrive www.giulianovaweb.it: […]. Sono state riportate alla luce 1250 tombe che coprono un arco cronologico compreso tra il X e il I secolo a. C.. Alla prima età del ferro [(X-XVIII secolo a. C.) ?] si datano le tombe monumentali costituite da tumuli con menhir, simili a quelli rinvenuti a Fossa (AQ); alla prima età orientalizzante e arcaica (VIII-VI a. C.) si datano i corredi funebri molto ricchi, come il cosiddetto “Principe di Bazzano”, sepoltura che conteneva vasi di bronzo proveniente dall’Etruria e vasi in ceramica provenienti dai Pretuzi, antico popolo che abitava nel territorio teramano. All’età ellenistico-romana (IV-I secolo a. C.), ultima fase dell’utilizzo della necropoli, risalgono i letti funerari rivestiti in osso lavorato con figure di animali, uomini e divinità ed un rarissimo pendente in vetro policromo di lavorazione cartaginese. A differenza di Fossa, i corredi sono più marcatamente vestini quindi con carattere più indigeno e chiuso, Bazzano essendo posta lungo vie commerciali, era più aperta ai traffici e ai rapporti internazionali (con l’Etruria, con i Pretuzi e con i Punici), di conseguenza i corredi funerari rinvenuti testimoniano maggiori contatti con le popolazioni limitrofe e con la capitale. Oltre alla necropoli sono stati portati alla luce una strada di età romana ed un edificio ad essa connesso, probabilmente un mansio (stazione di sosta).  (Vedi figure).

Dopo un breve percorso, vale la pena una breve deviazione a destra del tratturo per raggiungere e visitare l’antica necropoli di Fossa, descritta da www.sitiarcheologiciditalia.it: la necropoli di Fossa è situata in un’area abitata certamente sin dal IX secolo a.C., nell’età del ferro, anche se alcune testimonianze fanno pensare ad un’occupazione, anche se non continuativa, risalente ad un’epoca ancora precedente durante l’età del bronzo. La necropoli è in particolare associata a un popolo italico, i Vestini […]. Lodierna Fossa si trova sul territorio che corrispondeva in parte all’antica Aveia, una delle città principali dei Vestini, che entrò nell’orbita romana nel III secolo a.C. in seguito alla terza guerra contro i Sanniti, dei quali la città era alleata.

La STONEHENGE D’ABRUZZO di Alina Di Mattia. 

Tornando sul tratturo L’Aquila-Foggia, proseguiamo per ammirare quanto resta dell’antica Peltuinum, il cui primo insediamento fu occupata dal centro romano scrive (LuisaMigliorati), ed i corredi sepolcrali dell’età del ferro sono stati rinvenuti presso le mura, ma precedenti insediativi sono documentati da strutture in mattoni crudi associate a materiali ceramici di III-II sec. a.C.; le attestazioni sono tuttavia troppo scarse per definire le caratteristiche organizzative del sito.

Per la fondazione della città romana, collocabile intorno alla metà del I sec. a.C., fu individuato un pianoro (vedi figura).

Peltuinum. Tempio e teatro. (da http://www.romanoimpero.com).

Nel comprensorio vestino una serie di dati epigrafici con dedica ad Ercole puntualizza la fascia tratturale, approssimativamente ricalcata dalla SS 17, nel tratto che attraversa l’altipiano di Navelli (vedi figura).

L’altipiano di Navelli nel territorio dei Safini/Vestini.

 Le iscrizioni, che coprono un arco di tempo dal III sec. a.C. al II sec. d.C., ricordano voti sciolti “per grazia ricevuta” (dal Pagus Fificulanus e da S. Maria in Cerulis di Navelli) e l’offerta della decima (ancora dal Pagus Fificulanus) o attestano l’esistenza di cultores Herculis(dal Pagus Fificulanus e da Furfo) e di collegia Herculis sacr[um?] datato al II sec. d.C. Herculis (ancora da Furfo e da Aufinum).

Lasciando Peltuinum ed attraversando l’ampio altipiano di Navelli, giungiamo alla chiesa di Santa Maria di Centurelli: nelle sue vicinanze si abbandona  il percorso del tratturo Regio per seguire un breve tratto del tratturo Centurelli-Montesecco (vedi figura), verso il centro di Navelli, già insediamento vestino con il nome antico di Incerulani, già esistente nel VI sec. a. C., documentata da un’iscrizione (Dell’Orto-La Regina) rinvenuta nel territorio di Caporciano. (vedi figura).

L’area della vicina chiesa di Santa Maria di Centurelli, oggi dell’Annunziata, scrisse Cianfarani, era pertinente ad un santuario che una dedica del III sec. a. C., posta da un T. Vettius, fa riconoscere di Hercules Iovis, e di cui restano elementi architettonici smembrati. Tra questi particolarmente importante è una lastra modanata pertinente al coronamento di un podio di edificio colonnato, del II sec. a. C., certamente un tempietto, su cui era incisa un’iscrizione di cui rimane solo il nome Pontediu [ s ].

Cianfarani concluse: La zona di Navelli ha restituito in passato anche altri documenti archeologici […], che rivelano come essa fosse occupata da un insediamento già in epoca arcaica.

Per i più curiosi e con la voglia di conoscere qualcosa in più del popolo dei Safini/Sanniti/Vestini, ricordiamo la vicinanza al nostro itinerio, a circa 7 km. di Capestrano, località nota per la scoperta di una necropoli della statua di un Guerriero e di un torsetto femminile.

La necropoli fu datata, secondo il parere di Ciafarani-Dell’OrtoLa Regina, alla prima età del ferro, cioè fra il VII e VI a. C., (vedi figura di resti umani dalla necropoli di recente scoperta 2018, n. d. r.) e ritenute coeve alla scultura.     Il VI sec. a. C. gode di maggior credito se confrotato, come suggeriscono gli studiosi di cui sopra, con il materiale della necropoli di Alfedena.

La statura del Guerriero poggia su un piedistallo ed è sorretta da due pilastrini laterali con una iscrizione dedicatoria: Il testo è disposto verticalmente su una sola riga, e procede con andamento retrogrado dal basso verso l’alto sulla fronte del pilastrino che sostiene la statua a sinistra, rispetto a chi guarda.

m a k u p r ì k o r a m o p s ù t a n i n i s r a k i n e v ì i p o m [ 3 – 4 ] ì i

[…]. Ne risulta la sequenza: ma kuprì opsùt aninis rakinevìi pom […]ìi

[…]. Il senso dell’iscrizione, continuano Ciafarani-Dell’OrtoLa Regina, incisa sulla statua di Capestrano dovrebbe pertanto essere:

 <<  me bella immagine-dono fece Aninius per rakinevìi pom[…]ìi  >>

Per il torsetto femminile abbiamo la descrizione:

Questo, sommariamente, è quanto di interessante e di bello può essere ammirato lungo l’itinerario che da ovest verso est attravesa una parte del territorio dei Safini/SABINI e dei Safini/VESTINI.

Lasciato il centro di Navelli proseguiremo verso il territorio dei Safini/PELIGNI per giungere nel territorio dove i Safini/PENTRI presero la definitiva dimora ed iniziarono a scrivere con i loro consanguinei la Storia della Prima Italia.

Oreste Gentile.

(continua).