C’E TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. 4^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.): IL PERCHE’ DI UNA SCELTA E L’ARRIVO.

Il nostro itinerario, ripercorrendo il CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI al tempo della loro migrazione dalla Sabina, abbandona il tratturo Celano-Foggia per utilizzare un tratto della S. S. 17 verso Castel di Sangro, già Aufidena, toponimo del municipio romano e, precedentemente, dell’antico sito sannita/pentro localizzato nella odierna Alfedena.

Seguendo la cronologia di quanto accadde tra i secc. XI-IX a. C., il gruppo dei 7.000 giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ricordati da Festo, dal territorio dell’attuale Castel di Sangro, dovevano proseguire (e noi con loro), verso sud est in cerca di una nuova terra in cui prendere stabile dimora, ma si trovarono a dovere fare una scelta dell’itinerario da seguire: il tratturo Castel di Sangro-Foggia o il  tratturo Pescasseroli-Candela ? (vedi figura).

Se avessero scelto di proseguire lungo il trattuto Castel di Sangro-Foggia, ai loro occhi si sarebbe presentato, stando a quanto avevano riferito i loro “esploratori”, un territorio molto diverso dal luogo natio,                        abituati come erano alla presenza di una o più pianure, di abbondanti sorgenti d’acqua per sviluppare meglio ogni tipo di coltura ed alla presenza di colline e di montagne; ma la scelta era soprattutto condizionata dal desiderio di fermarsi in un territorio che rendesse più agevole anche le comunicazioni con i popoli confinanti di origine diversa.

I consanguinei, anch’essi migranti, per fondare la città madre e capitale, avevano priviligiato i territori pianeggianti, circondati da montagne o da colline, nei pressi di un fiume, di un lago o di una palude: Ascoli Piceno per i Piceni; Pinna per i Vestini; forse Capradosso (?) per gli Aequi; San Benedetto dei Marsi per i Marsi; Sulmona per i Peligni; Chieti per i Marrucini; Lanciano per i Frentani; Benevento per gli Irpini; Montesarchio per i Caudini; Petelia per i Lucani.

Meno fortunati erano stati i consanguinei Carecini che, suddivisi Infernates (Inferiori) con capoluogo Juvanum/Montenerodomo e Supernates (Superiori) con capoluogo Cluviae/Piano Laroma/Casoli, pur avendoli fondati in una zona più o meno pianeggiante, il restante territorio era prevalentemente montuoso.

Infatti, scrisse Salmon (1977): Forse il loro nome contiene la stessa radice del celtico *carreg, <roccia> (vedi anche l’inglese crag), a cui è stato aggiunto il suffisso latino -no. In altre parole i Carecini, come gli Ernici, erano uomini delle rocce.

Il tratturo Castel di SangroLucera, si dirigeva, infatti, verso est (Vastogirardi-Carovilli) con un percorso altimetrico variabile: montana > 900 mt. per 9 km.; sub montana 600-900 mt. per 42 km.; collina per 200-600 mt. per 16 km. (dati Unimol). (vedi figure).

Lambiva a sud il territorio oggi denominato Alto Molise (oggi denominato erroneamente Alto Sannio): L’area dell’alto Molise si estende dalla provincia di Isernia fino al confine con le province di Chieti e dell’Aquila. E’ costituita perlopiù da una struttura collinare-montuosa con pochi tratti pianeggianti coincidenti con le vallate del fiume Trigno e del fiume Sangro (http://regione.molise.it); ed a nord, sempre nell’ Alto Molise, più accidentato era il percorso del tratturo L’Aquila-Foggia.                                                                                                                  All’epoca, essendo i percorsi tratturali delle vere e proprie vie di comunicazione, nella stagione invernale sarebbero stati impraticabili e per lungo tempo preclusi al traffico.

Più agevole era il percorso del tratturo PescasseroliCandela: dal territorio di Castel di Sangro, si dirigeva verso sud est (Rionero Sannitico-Isernia), con un percorso altimetrico: montana > 900 per 4. 2 km.; sub montana 600-900 mt. per 15 Km; collina per 200-600 mt. per 40 km..

Perciò, dal ponte della Zittola, anche noi riprendiamo il cammino seguendo le orme del gruppo dei 7.000 giovani di ambo i sessi, guidati da Comio Castronio e dal BUE, aninale sacro al dio Mamerte (Marte dei Romani), come ricordò Festo (II sec. d. C.), lungo la S. S. 17, già via consolare Minucia (221 a. C.) che per lunghi tratti segue il tratturo Pescasserroli-Candela

E’ ipotizzabile la conoscenza di Comio Castronio e dei giovani migranti della meta da raggiungere: non si improvvisa una partenza e la presa di possesso di un territorio sconosciuto.

Nei periodici spostamenti per condurre le loro gregge verso i territori pianeggianti della Daunia, ebbero l’occasione per valutare e per scegliere il territorio dove trasferire per sempre la loro residenza dopo avere concordato con i nativi una pacifica convivenza; uno scontro armato avrebbe decimato il giovane gruppo di migranti.

La meta prestabilita, come riferiscono le fonti storiche e come esamineremo al nostro arrivo, NON poteva che essere la vasta pianura di circa 100 kmq., posta a settentrione della catena del Massiccio del Matese. (vedi fotografia Ass. Falco).

                                                                                                                                                                                                        All’epoca (e non solo), lo sviluppo di una comunità si realizzava con la fondamentale presenza di acqua, di una vasta area pianeggiante, di colline, di montagne e di “comode” strade.

Il gruppo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si denominarono Pentri, provenivano, come illustrato nella 1^ puntata, dalla Sabina, precisamente dalla vasta pianura reatina e dalla pianura nei cui pressi vi era il lago di Cotilia (Cutilias aquas) ricco di leggende: si tramanda l’esistenza in esso di un’isola galleggiante (era una fitta ed alta vegetazione spontanea lacustre mossa dal vento) etc..

I giovani migranti avevano già scelto un territorio quanto meno simile al luogo natio, ossia la pianura a settentrione della catena del Massiccio del Matese che più di altre, avrebbe soddisfatto le loro esigenze di vita e di sviluppo: l’acqua, la presenza di un lago o di una palude, i boschi, le colline e le montagne. (vedi figura).

La pianura reatina e la pianura bojanese a confroto.

La leggenda, impadronitasi della Storia, ricordò sia la scelta fatta dal BUE di fermarsi nella pianura bojanese, sia la scelta fatta dai giovani Pentri di dare alla loro città madre, alla loro capitale, il nome BOVAIANON/Bojano, in ricordo del BUE animale a loro sacro.

Una eccezione, se esaminiamo l’origine dei nomi degli altri popoli Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: fu deciso di derivarli dalla razza dell’animale scelto come totem/guida: i Piceni dal picchio, gli Aequi dal cavallo, gli Irpini da hirpos; mentre le altre popolazioni consanguinee derivarono il nome da quello dei loro condottieri, dal nome di uno degli dei protettori, dal toponimo di una città già esistente o dal nome di un fiume, etc..

I 7.000 giovani si nominarono Pentri, derivandolo, scrisse Salmon, dalla radice celtica pen-, ossia sommità pertinente alle colline ed alle montagne su cui costruirono i loro primi insediamenti idonei per il rifugio e difesa, per il controllo della pianura sottostante e delle vie di comunicazione, nonché per comunicare rapidamente fra loro di giorno con  i raggi riflessi del sole e con il fumo; di notte con il fuoco.

La scelta di localizzare la loro città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, non è dato sapere quanto sia stato casuale: risulta essere al centro di una ipotetica circonferenza ed equidistante dalle capitali (città madre) degli Irpini, Benevento, dei Caudini, Caudio, dei Campani, Capua e dei Sidicini, Teano.

Ancora oggi, con un comodo percorso, possiamo fare una deviazione al nostro cammino per raggiugere la sommità di monte Crocella, a 1040 mt., già Colle pagano, sede di una tipica fortificazione megalitica costruita su un terrazzamento con grosse pietre non lavorate. (vedi figure).

Da monte Crocella il visitatore può ammirare tutto il territorio occupato dai Pentri fino ai confini, partendo da ovest verso est, con i territori dei consanguinei: Peligni, Carecini, Frentani, Dauni (altra origine) e gli Irpini.              Da qui, controllavano e comunicavano all’istante con le altre fortificazioni costruite sulla sommità delle colline e delle montagne.

Non solo, proprio l’unicità della sua localizzazione (siamo sempre nel campo delle ipotesi, sostenute dalla realtà) permise ai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti del popolo dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini, di scegliere e fissare, con una cerimonia all’epoca ritenuta sacra, i capisaldi dei confini tra i loro territori (come dimostra la figura).

Pertanto, monte Crocella potrebbe essere identificato con il colle chiamato Sacro ricordato da Dionisio (I sec. a. C.) nel Sannio: i consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti; e con il collem cui nome erat Samnio, ricordato da Festo (II sec. d. C.), occupato dai hominum septe milia duce Comio Castronio.

Alla luce di quanto finora illustrato e senza troppo disquisire, è possibile precisare: il colle chiamato Sacro da Dionisio non poteva avere il nomen erat Samnio ricordato da Festo, da cui sarebbe successivamente derivato il nome Sanniti: i 7.000 giovani, per la loro origine, già erano Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Inoltre, anche la descrizione fatta da Strabone (I sec. a. C.) è fuori dalla realtà:                                                              I giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti NON giunsero in un territorio abitato dagli Opici, ma da gente di cui ancora è sconosciamo l’identità.

Eppure, STRABONE conosceva la realtà: Antioco dice che questa terra (la pianura campana) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e che Polibio (210/128-203/121 a. C.) distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Torniamo alla nostra Storia ed al nostro cammino.

Da monte Crocella possiamo godere la vista di Civita Superiore di Bojano, già Bovaianon, il primo insediamento dei Pentri,  e vedere le poche testimonianze dell’epoca: brevi tratti di 3 terrazzamenti utilizzati per vie di accesso e, successivamente, per le fondazioni delle mura del castrum medievale (lato sud);  nonchè quanto rimane di un muro in rozza opera poligonale all’ingresso ovest. (vedi figure).

Come erano i TERRAZZAMENTI SANNITICI. (Santuario italico di Ercole presso Sulmona.)

Possiamo osservare come si sviluppò Bovaianom: dalla sommità della collina posta a 750 mt. s.l.m., con una serie (4-5) di terrazzamenti in rozza opera megalitica, “scese” lungo le pendici nord della collina, costruendo, a metà di esse (oggi contrada La Piaggia-san Michele) un insediamento fortificato più ampio.   

Quanto finora descritto ed osservato, corrisponde a quanto scrisse Appiano (II sec. d. C.) e ricordato da De Sanctis (1976): La città, che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianura, inviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

Succesivamente i terrazzamenti, dopo la 3^ fortificazione, scendevano verso valle (vedi figura), per terminare

 con un lungo muro di sostegno in opera poliginale e di epoche diverse, lungo il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela che, avendo abbandonato il suo percorso rettilineo nella pianura, seguiva la base della collina per riprendere, successivamente, il suo percorso verso il “passo di Vinchiaturo” e la pianura di Sepino.

Il motivo della deviazione del percorso del Tratturo PescasseroliCandela ?

La presenza di un lago o di una palude, una presenza già ricordata nei territori dei Sabini, dei Peligni e delle altre popolazioni della stessa stirpe Safina.

L’ipotesi si basa: 1°. L’inaspettata deviazione (da ovest-est a sud) del percorso del tratturo verso la base della collina. 2°. L’esistenza del toponimo Guado della foce localizzato all’inizia della suddetta deviazione. 3°. L’esistenza nella stessa località del toponimo Paduli di sotto (di Paduli si  conosce bene il significato) 4°. Il nome del fiume Biferno prese origine, scrisse Cianfarani: nell’antico nome dell’attuale Biferno, Tifernum, si può ravvisare la parola pregreca tiphos, palude, e typheLa tifa è una pianta palustre molto diffusa, caratterizzata da steli lunghi e sottili, che possono raggiungere i 150-300 cm e che culminano in spighe dall’aspetto caratteristico “a tubo”, di colorazione marrone. La specie più nota è la Typha latifolia. (vedi figura).

5. La recente scoperta della “strada romana” al di sotto del fiume Calderari, dimostra che il suo corso non aveva un percorso regolare e le acque scorrevano in altre zone della pianura, probabilmente, senza una regolarità.

Ergo, una parte della vasta pianura di Bojano, proprio dalla località dove devia il tratturo Pescasseroli-Candela era occupata da una palude o da un lago.

Per il controllo, la difesa e per le comunicazioni, oltre agli insediamenti sorti nella pianura, furono costruiti gli insediamenti difensivi sulla sommità delle colline e delle montagne: i centri fortificati dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Pertanto, facendo sosta nella città di Bojano si possono iniziare una serie di visite camminando lungo il tratturo Pescasseroli-Candela sulle orme dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri, per conoscere ed apprezzare i centri fortificati ed i santuari: i loro luoghi di culto, scoperti e solo in parte restaurati. (vedi figure)

 

I centri fortificati nel territorio dei Pentri. 1. Aufidena. 2. Castel di Sangro. 3. Castiglione M.M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

 

Le fortificazioni site a sud e di fronte a Bovaianom/Bojano.

Percorrendo oggi il tratturo Pescasseroli-Candela, la nostra presenza, come accadeva nell’antichissimo passato, non sarebbe sfuggita a chi fosse stato presente in uno dei numerosi centri fortificati finora scoperti sulle sommità delle colline e delle montagne. (vedi figura).

I centri fortificati prossimi (nella linea azzurra) al percorso del tratturo Pescasserolo-Candela. 1, Alfedena. 2. Castel di Sangro/Aufudena. Fuori dal territorio molisano si localizano e identificano: 3. Castiglione M. M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

La religiosità dei Sanniti/Sabini/Sabelli/Sanniti detti Pentri, si manifestò delimitando in alcune località particolari del loro territorio (la presenza di una sorgente di acqua o di un bosco), una più o meno estesa area sacra, i santuari, dedicati ad uno o più idoli; fra i più adorati: Ercole, la dea Vittoria etc..

Sul nostro cammino lungo il tratturo Pescasseroli-Candela,possiamo visitare

il santuario italico di Hercul Rani (dedicato ad Ercole), così citato dalla Tabula Peutingeriana (III sec. d. C. ?), nella località Civitella di Campochiaro (vedi figura); ed il santuario italico di San Pietro dei Cantoni di Sepino, la pentra Saipins, la romana Saepinum.

Per il santuario pentro dedicato al culto di Ercole da S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; […]; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..                                                                                                Inoltre, (Sannio Pentri e Frentani ….1980): []; le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C., quando un incendio…

Una delle ultime scoperte ha migliorato le nostre conoscenze  del santuario italico delle Civitelle di Campochiaro e dell’origine del toponimo Matese e della città di Isernia.

Per il santuario italico di Sepino: La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.[…]. I materiali più antichi sono decisamente prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. Alcuni degli ex voto rinvenuti nella zona, ed in particolare quelli anatomici, farebbero ipotizzare un culto a carattere salutare, ma si potrebbe pensare a valenze cultuali collegabili alla sfera della fecondità, della riproduzione e della maternità.

Scive Matteini Chiara: il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi. (vedi figura).

La Tabula Peutingeriana citata per identificare il santuario Hercul Rani di Campochiaro, documenta anche una via anonima: iniziava presso Bobiano/Bojano e lo collegava con teneapulo/San Paolo Civitate (FG) e, con una diramazione a nord, con Larino, città dei Sanniti/Frentani.

Certamenta la via anonima non era nata per un caso; era l’antichissimo percorso del tratturello o braccio Matese-Cortile-Centocelle, percorso dalle gregge dai pascoli esistenti sul Massiccio del Matese alla pianura di Bojano e, successivamente, non utilizzando il tratturo Pescasseroli-Candela, si dirigevano a nord est verso le località di Cortile/Campobasso e di Centocelle/Ripabottoni, la località di incontro con il tratturo Celano-Foggia.

Probabilmente furono i Romani a migliorare il suo percorso, prolungandolo nel territorio dei Frentani per raggiungere Geronum/Gerione/Casacalenda e la civitas di Larinum/Larino. (vedi figura).

La T. P.. (in alto). La via consolare Minucia (in alto) da Corfinio, attraverso i territori dei Peligni, dei Pentri, degli Irpini, con un raccordo si collegava alla loro capitale, Benevento. La T. P. (in basso). Una via anonima da Bobiano/Bojano-adcanales/Baranello-ad pyr/Campolieto-Geronum/Gerione/Casacalenda, giungeva a teneapulo/Teano degli Apuli/San Paolo Civitate.

La stessa via anonima della T. P. fu utilizzata dal condottiero Numerio Decimio di Bovianum, divenuta civitas romana dopo la sua definitiva conquista nell’anno 305 a. C., per aiutare l’esercito romano accampato presso Gerione ed infligere la prima sconfitta all’esercito cartaginese prima della disastrosa battaglia presso Canne (2 agosto 216 a. C.); scrisse Livio: Si racconta che costui (Numerio Decimio) per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano (presso Geroniumottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Ergo, i Sanniti/Pentri ed i loro consanguinei che abbiamo imparato a conoscere durante il nostro cammino, non erano soltanto dei “rozzi” (sic) pastori come si è solito stimarli, ma vista la documentazione esistente, avevano anche scambi commerciali oltre mare e, soprattutto, con i Greci.

Dopo la visita di coloro che hanno voluto raggiungere i centri fortificati posti a difesa ed al controllo del tratturo Pescasseroli-Candela  nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, si può, continuando a soggiornare nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, fare un cammino a ritroso per conoscere, con la testimonianza dei numerosi reperti archeologici, i Sanniti/Pentri vissuti nei centri di Alfedena, di Scontrone, di Castel di Sangro, di Isernia, e di Sepino.

Oreste Gentile

(continua).

 

 

 

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