V PUNTATA. LA META E’ SEMPRE PIU’ VICINA. C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.).

NOTA: I tracciati dei tratturi ed alcune mappe nelle figure allegate potrebbe non corrispondere con esattezza alla realtà a causa della scarsa documentazione esistete sugli antichi percorso e sui confini dei territori. Mi scuso per l’imprecisione.

Dopo la descrizione dell’arrivo dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri, nella loro definitiva sede indicata dall’oracolo a settentrione del Massiccio del Matese e dopo avere scelto la sede di Bovaianom/Bojano, città madre e capitale; dopo avere scelto e fissati i confini del loro territorio in accordo con i consanguinei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini, si divisero in più gruppi per occupare il territorio loro assegnato a settentrione del Massiccio del Matese ed esteso fino alle colline (distanti circa 25 km. dalla costa adriatica).

Continuando il nostro soggiorno nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, ritorniamo nei pressi della virtuale “porta di accesso” posta tra il territorio dei Sanniti/Peligni ed il loro consanguinei Sanniti/Pentri, ben controllata e difesa dalle fortificazioni costruite sulla sommità delle montagne di Roccacinquemiglia, di Castel di Sangro e di Alfedena. (vedi figura).

 Di Stefano (2001): Le tre cime di Castel di Sangro, Alfedena e Roccacinquemiglia sono tutte a vista fra di loro, unite oltre che mediante la viabilità principale anche attraverso una serie di percorsi secondari. Le tre fortificazioni sono, come già detto, disposte su rilievi minori, tutti intorno ai mille metri di altitudine, ma in posizione di grande importanza strategica. […].

E’ stata verificata la possibilità di comunicazione con cinte appartenenti a sistemi difensivi di altre zone, tanto da poter parlare di un omogeneo sistema strategico “regionale”.

Infatti, dalle cime più orientali come Castel di Sangro o Roccacinquemigliaè perfettamente visibile Monte S. Nicola, presso il comune di Capracotta, sede di un’altra grande cinta fortificata, e dalle Morge è possibile trasmettere agevolmente segnali con la cinta di monte Cavallerizzo presso Vastogirardi. Le due cinte di Capracotta e Vastogirardi sono situate su rilievi molisani che costituiscono la spalla meridionale della valle del Sangro.

Distano circa quindici chilometri da Castel di Sangro e rivestono un’importanza strategica particolare in quanto sorvegliano gli accessi che da nord conducono verso il fiume Trigno e il comprensorio di Pietrabbondante. (vedi figura).

 L’importanza strategica della zona è, inoltre, testimoniata dalla presenza di tre importanti tratturi nel territorio di Castel di Sangro: il Lucera-Castel di Sangro, il Pescasseroli-Candela ed il Celano-Foggia. […]. La zona di Castel di Sangro costituisce punto di convergenza di una serie di tracciati di importanza primaria, che non potevano essere lasciati senza sorveglianza. […]. E in effetti la funzione primaria che le tre fortificazioni svolgevano era la sorveglianza integrata dei tracciati e dei valichi d’accesso a nord ovest del territorio occupato dai Sanniti/Pentri.

Per Roccacinquemiglia, Di Stefano, scrive: Le fortificazioni di Castel di Sangro e Roccacinquemiglia, invece, occupano i rilievi presso le pendici meridionali dell’Arazeccala loro presenza consente il controllo capillare dell’alta valle del Sangro e del valico del tratturo Celano-Foggia presso Castel di Sangro. (vedi figura).

La cinta fortificata di Roccacinquemiglia, situata circa 5 chilometri da Castel di Sangro. […]. La fortificazione corre sulla mezzacosta di tre rilievi dalla quota omogenea, intorno ai 1150 m. con il circuito medio di 1500 mLa presenza allinterno delle mura, di uno spazio pianeggiante da un lato aumentava considerevolmente l’area intramuranea fruibile, quantificabile in circa 108.500 metri quadrati. […]. Lo spazio pianeggiante interno fa ipotizzare che la cinta ospitasse al suo interno strutture abitative stabili, necessitanti di spazi meno ristretti, rispetto a quelli offerti dai pendii. (vedi figura).

Abbandonata Roccacinquemiglia, ci incamminiamo lungo la S.P. 119 verso Castel di Sangro, mentre il nostro sguardo viene attratto dalla rocca che domina la città e la pianura circostante.

La città di Castel di Sangro: a sua pianura e la sua rocca (a sn.) (da latransiberianaditalia.com).

L’antico insediamento sannita/pentro si identificava con il nome Aufidena, occupata dai Romani nell’anno 298 a. C., dopo 7 anni dalla conquista della capitale Bovaianom/Bojano.

In merito al toponimo dell’odierno centro, anch’esso denominato Alfedena, La Regina (1984), scrive: Il nome antico di Aufidena si è tuttavia tramandato non a Castel di Sangro, ma all’odierna Alfedena, ove esistono cospicui resti di un insediamento sannitico, poco esplorati, ed una vasta area di necropoli, meglio conosciuta. Una tale situazione dette origine in passato a dubbi ed incertezze sulla reale identificazione del sito dell’antica Aufidena. Se infatti il municipio romano di Aufidena è da riconoscere in Castel di Sangro, come si è detto, è evidente che in epoca successiva, e probabilmente nell’ambito dell’organizzazione territoriale ecclesiastica, con il nome di Aufidena si venne a designare l’abitato che tuttora lo mantiene e che lo aveva già assunto nel X secolo.  […]. E comunque evidente che in epoca altomedievale si ebbe questo passaggio di denominazione da un sito all’altro, non diversamente da quanto avvenne per Capua antica (oggi Santa Maria Capua Vetere) e moderna (anticamente Casilinum).

Chiarita la Storia e l’identificazione di Castel di Sangro con (l’unica) Aufidena, prepariamoci ad ammirare le testimonianze del suo passato.

I Sanniti/Pentri dopo avere partecipato al rito sacro della fondazione di Bovaianom/Bojano ed alla scelta dei capisaldi di confine con gli altri popoli consanguinei e loro confinanti, tornarono a percorre il tratturo Pescasseroli- Candela per insediarsi nella pianura attraversata dal fiume Sangro e, come era accaduto per Bovaiannom/Bojano ed accadrà per gli altri insediamenti, costruirono la fortezza di Aufidena sulla sommità della collina per controllare, difendere il territorio circostante e comunicare rapidamente con gli altri centri.

Lasciando il centro cittadino, visitiamo l’insediamento sannitico/pentro.

Di StefanoLa cinta di Castel di Sangro è edificata su di un rilievo calcareo dalla conformazione molto particolare: il colle è caratterizzato da una cima allungata (quota 1004 m), lunga poco più di un centinaio di metri, la quale sul versante settentrionale si allarga fino a raggiungere gli 80 m. […].

Alle pendici meridionali di questo colle si trova il centro abitato di Castel di Sangro. […]. La fortificazione si presenta come la congiunzione fra una cinta apicale ed una di pendio. La cinta “superiore” muniva la parte sommitale del rilievo di quota (1004 m), limitandosi a seguirne la conformazione. […]. La lunghezza complessiva della cinta superiore è stimabile intorno ai 700 m, e la sua forma irregolare era dovuta alla conformazione irregolare del colle. […]. La lunghezza complessiva della cinta di pendio era di circa 550 m, per una lunghezza totale delle due cinte di circa 1250 m ed una superficie interna quantificabile intorno ai 61.750 metri quadrati. (vedi figura).

Scavi archeologici recenti, scrive http://www.archeoclublaquila.it, hanno dato alla luce resti di abitazioni e di balneum, una piccola culina (cucina), statue e fistulae di piombo e una iscrizione in lingua osca

 

Mattiocco (1989) descrive l’assetto urbano della civitas Aufidena/Castel di Sangro: potrebbe affacciarsi anche l’ipotesi, comunque neppure in questo caso suffragata da alcuna prova obiettiva, di un prolungamento verso il basso del perimetro murario destinato, a somiglianza di quanto è documentato altrove (Bovianum, Lucus Angitiae), a racchiudere l’abitato vicano sottostante che, in epoca romana, assumendo decise connotazioni di tipo urbano, ebbe sicuramente un suo proprio apparato difensivo. (sarà illustrato nella puntata conclusiva).

L’insediamento fortificato dei Sanniti/Pentri di Aufidena/Castel di Sangro.

Interessante è la visita alla sezione dedicata alla collezione archeologica esposta nel Museo civico Aufidenate, ubicato presso l’ex convento della Maddalena, per conoscere le poche testimonianze di quanto seppero realizzare quei “rozzi pastoriSanniti/Pentri stanziati nel territorio dell’AltoSangro.

Possiamo ammirare, oltre al complesso religioso, due bronzetti votivi di Ercole in assalto, secc. IV a. C.: teneva nella mano destra la clava e nella sinistra la leontè (la pelle del leone nemeo, trofeo della sua prima fatica), oggi smarrito; una lamina di bronzo raffigurante un toro (sannitico).

Il MuseoCivicoAufidenate. (foto Abruzzoturismo.it),

Ed una serie di steli di epoche diverse, di cui 2 con dedica a lettere dell’alfabeto osco appreso dai Safini/Sabini/Safini/Sanniti intorno al VIV sec. a. C. in occasione della loro presenza nel territorio campano abitato dagli Opici, Ausoni e da coloni etruschi e greci, dalla cui fusione si originarono gli Oschi o Osci.

                                             
Lasciamo la città di Castel di Sangro e procediamo lungo la S.S. 17, ma prima di incamminarci sul tratturo Pescasseroli-Candela dal ponte della Zittola, deviamo sulla strada a destra verso il centro di Alfedena di cui, visto quanto illustrato per Aufidena = Castel di Sangro, ancora ignoriamo l’antichissimo nome. (vedi figura).

Procediamo sempre nel territorio sannita pentro, dove recenti scoperte archeologiche (www.teleaesse.it) testimoniano la frequentazione del sito di Campo Dragone di Scontrone, già dalla prima età del ferro (IX secolo a. C.) all’età romana (dal II- I a. C. all’età imperiale). (vedi figura).

Un piccolo tassello in più per testimoniare la presenza dei Sanniti/Pentri e dei loro consanguinei, discendenti dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, nei loro territori tra i secoli XI-IX a. C..

Arrivando in Alfedena e visitando il suo antichissimo insediamento fortificato, abbiamo la conferma della sua costruzione e del suo utilizzo per difendersi, per controllare e per comunicare, fin dai secc. XI-IX a. C. e non tra i secc. V o IV a. C., impegnati come erano, soprattutto i Carecini, i Pentri, gli Irpini e i Caudini ad invadere e conquistare alcune città del territorio campano.

Di StefanoLa fortificazione di Alfedena-il Curino è posta presso le pendici occidentali della cresta del monte Arazecca, presso il valico del tratturo Pescasseroli-Candela e la strettoia del fiume Sangro presso Barrea. […]. Sul valico della Forca, presso Alfedena, incombono non solo la già citata cinta del Curino ma anche la contigua cinta di Civitalta, da cui si ha il controllo completo dell’area. […]. La più nota è sicuramente quella sul monte Civitalta (quota 1190 m); le scarse evidenze rendono difficoltosa, a tutt’oggi, una precisa identificazione tipologica della cinta[…].

Il Curino, generalmente identificato con l’Aufidena sannitica, è una fortificazione definibile come “cinta pluriapicale con vallecola interna”. Il circuito delle muralungo circa 1750 mcinge una serie di cime disposte parallelamente con orientamento nord-sud.  (vedi figura).

                     

Civitalta di Alfedena e la valle del Curino di Alfedena vista da Civitalta (Mattiocco).

Per riposare dopo dell’impegnativa escursione per conoscere l’antichissima residenza dei Sanniti/Pentri nel territorio della moderna Alfedena, completiamo la visita nella zona archeologica (vedi figura) e, soprattutto, al Museo Sannitico Comunale “A. De Ninno”, per conoscere quanto di bello ed interessante realizzarono e abitualmente utilizzavano quei “rozzi pastori”.

Dell’Orto-La Regina (1978), ricordano che le più antiche tombe, prive di rivestimento, furono datate da Mariani (relazione 1901) al VII a. C.; mentre furono datate tra il VI e V quelle con rivestimenti a lastroni.

La loro cultura per il bello è testimoniata dalle serie di manufatti documentati e descritti accuratamente da Dello Orto-La Regina

Lasciato il Museo di Alfedena, torniamo sui nostri passi: dal ponte della Zittola seguiamo per un tratto il tratturo Castel di Sangro-Lucera per la località Castello di Montanto, sita a nord e sul tratturo Castel di Sangro-Lucera; volendo, è possibile fare una escursione nel suo centro fortificato sulla sommità di monte Castello, costruito alla quota di 1.199 mt..  

Scrive Mattiocco: il muro corre per circa 400 metri tutt’intorno alla sommità dell’altura seguendone la morfologia piuttosto irregolare, rasentando la cresta lungo il versante di NW, per poi piegare verso settentrione, flettere a gomito per discendere con una curva ad ampio raggio lungo il pendio orientale e risalire in quota verso occidente fino a chiudere un’area di circa 8.500 mq.. (vedi figure).

     

 

epigrafe osca rinvenuta a Montalto agli inizi del 1800. https://it.wikipedia.org/

Dopodichè, percorriamo la strada che ci porta in Fòrli del Sannio per apprezzare un altro insediamento sannita/pentro intelligentemente localizzato dai giovani migranti Sanniti, denominati Pentri.

Prima, vale la pena chiarire quale è la vocale tonica del toponimo Forli: Fòrli o Forlì ?

Il toponimo, Fòrli è esatto; deriva dal nome antico medievale di Fòrulum/Fòruli, al pari del nome del fiume Forulo/Forulus, che scorre nei pressi, ricordato nel Chronicon Vulturnense (XII sec.) e come riporta E. Danti (sec. XVI) nelle carte geografiche conservate nella Galleria delle Carte geografiche in Vaticano: Fuorli. (vedi figura).

Ergo, nulla a che vedere con il toponimo Forlì, capoluogo di provincia dell’Emilia e Romagna, ricordato con esattezza dalla Storia per l’origine da fòrum Lìvii, dove la prima ì divenne vocale tonica: For(um)(vii).

Secondo la descrizione di De Benedittis e di Cecilia Ricci (2007): La fortificazione di Castel Canonico si pone nell’alta valle del fiume Volturno tra due antiche città romane: Aufidena al nord ed Aesernia al sud. […]. Il territorio di Forli è costeggiato da due tratturi: il Pescasseroli-Candela ad ovest ed il tratturo Lucera-Castel di Sangro ad est. Sono questi due percorsi, quelli tratturali e quello della valle della Vandrealla, a rappresentare nel tempo gli elementi di congiunzione tra Aufidena a nord ed Aesernia a sud.

Le mura di Castel Canonico delimitano un’area approssimativamente romboidale di circa 21.000 mq; il perimetro è di poco più di 600 m (612 m). Le dimensioni dei perimetri delle fortificazioni sannitiche variano: alcuni superano i 5 km, altri non raggiungono i 400 m per cui quella di Forli si colloca tra quelle piccole.

Le mura in alcuni tratti non hanno continuità in quanto utilizzano, quando c’è, la presenza della roccia affiorante, soprattutto sui lati scoscesi; è in particolare utilizzato questo sistema sui lati sud ed est, dove il pendio è molto ripido e quindi difeso già dalla conformazione naturale.

Riprendiamo il tratturo Pescasseroli-Candela, lungo un  percorso molto accidentato e, seguendo la S.S. 17, prima di arrivare nella città di Isernia, possiamo visitare i centri di Miranda e di Castelromano.

Miranda si caratterizza per la localizzazione del suo antico borgo: fu posto per controllare la via tra il territorio isernino, attraversato dal tratturo PescasseroliCandela, ed il territorio pertinente ai centri di Carovilli e di Pescolanciano posti sul percorso del tratturo Castel di Sangro-Lucera, difeso e controllato dai rispettivi centri fortificati sanniti/pentri.

Nulla si conosce di Miranda nell’epoca in cui si insediarono i Sanniti/Pentri, ma per quanto illustrato, occupava una posizione strategica.

Del suo antico passato abbiamo unicamente un rilievo funerario dei Paccii, scrivono Dell’OrtoLa Regina: al centro il padre e la madre del personaggio che, verso la metà del I sec. a. C., fece costruire il sepolcro; questi è rappresentato a sinistra; a destra la sorella: C. Paccius L. V <o>ltinia Capito ex < testamento> sibi et suis fieri i [ussit]; / L. Paccio patri, Neratia matri, Pacciae sorori.

La scultura era pertinente ad un monumento funerario e fu rinvenuta nel vallone S. Lucia distante 2 km. dal paese.

I personaggi (da sn.): il piccolo figlio C. Paggio Capitone; il padre L. Piaccio; la madre Neratia e la figlia Paccia. (www.romanoimpero.com).

Lasciando Miranda, raggiungiamo a destra, lì di fronte, a sud, Castelromano, odierna frazione di Isernia; nelle cui vicinanze, ad ovest, alla quota di circa 800-900 mt., fu costruita una fortificazione sannitica di cui ancora si ignora il toponimo.

Occupa un’area pianeggiante di circa 300 ettari, scrive www.molisealberi.com/isernia; mentre https://it.wikipedia.org/wiki/Tuttora si conservano resti di tre imponenti cinte murarie poste a difesa di un insediamento fortificato (oppida) ed un ingresso largo circa 4 metri dov’è ancora visibile la pavimentazione stradale, risalente ai secoli III secolo a.C. e IV a.C., (?) abitato dai Sanniti della tribù Pentra […]. L’abitato, che occupava l’area pianeggiante alle pendici del monte, era difeso da mura in opera poligonale, ben individuabili sul lato est, mentre il lato occidentale era protetto da uno strapiombo naturale. Di questa prima struttura si individua, in prossimità della porta, un raddoppiamento delle mura su livelli diversi. A sud dell’abitato, in località Croce, una seconda cinta muraria proteggeva il sepolcreto con decine di tombe, attualmente indagate solo in parte. Una terza fortificazione alla sommità del monte delimitava un’area ricca di materiale archeologico affiorante. Le mura sono realizzate con grossi massi sbozzati e più o meno squadrati, sovrapposti con una certa regolarità, con scaglie irregolari negli interstizi.

Riprendiamo il cammino per prepararci ad una attenta visita alla città di Isernia fondata sì dai Sanniti/Pentri nel secolo XI-IX a. C., ma protagonista di una lunghissima Storia iniziata circa 750.000 anni e documentata dalla scoperta, anni addietro, di un “giacimento paleolitico”; ma questa è tutta un’altra Storia.

Prima di conoscere quanto di interessante può offrirci Isernia, è bene chiarire l’utilizzo improprio del toponimo Pentria per identificare il territorio pertinente alla provincia di Isernia.

Scrive in merito La Regina (1984): Una denominazione di territorio costruita sull’etnico <Pentri> non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium>. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica.

Capito, soprattutto voi divulgatori di notizie ?

Conosciamo l’origine del toponimo: Isernia.

Un frammento di vaso rinvenuto nel santuario italico di Campochiaro, dedicato, come vedremo, a Hercul Rani (Ercole), con dedica, scrive Capini (2000), ad Ercole. Hercules Aesernius assume l’epiteto dal tema del nome italico del massiccio del Matese (*aisern-), donde anche Aesernia. Datazione: III sec. a.C..

Del centro sannitico, (di Isernia) come sostiene anche La Regina, che doveva esistere nella stessa località non sappiamo praticamente nulla. Nel 263 a. C. vi venne dedotta una colonia latina destinata a controllare questo nodo strategico.

Infatti, avrete notato al nostro arrivo in Isernia la sua localizzazione: controllava le 2 strade principali indispensabili per gli spostamenti dei Sanniti/Pentri: la 1^ conduceva alla città sannita/pentra di Venafro, sita a confine con il Lazio ad ovest e con la Campania a sud; la 2^ era l’importante via consolare Minucia da noi seguita dal territorio dei Sanniti/Sabini per giungere nei territori dei Sanniti/Vestini, dei Sanniti/Peligni ed infine in quello dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Pertanto, il territorio pertinente alla colonia latina di Aesernia, era la classica < spina nel cuore > per i Sanniti/Pentri che, pur amministrando la rimanente parte del loro territorio con sovranità limitata, avevano perso per sempre la libertà dopo la definiva conquista nell’anno 305 a. C. di Bovaianom, loro città madre e capitale, divenuto Bovianum, nome assegnato alla civitas romana dai conquistatori.

          

La città di Isernia localizzazione nevralgica per le comunicazioni. (a sn,).  Il territorio pertinente alla colonia latina di Isernia. (a ds.).

Il radicale intervento edilizio dei conquistatori Romani, come accadde per gli altri insediamenti sanniti non costretti a trasferire il loro primo insediamento, vedi il caso della pentra Bovaianom, ma non della pentra Saipins trasferita dal sito montano alla pianura, anche per la “prima” Isernia ha lasciato poche testimonianze della presenza dei Sanniti/Pentri.

Conferma La Regina: Questo impianto, riferito all’intervento Romano, corrisponde alla colonia latina, mentre ignoriamo completamente l’aspetto del precedente insediamento sanniti.

Ciò che oggi possiamo ammirare di quell’epoca, ricorda La Regina: I più antichi resti superstiti sono quelli delle mura in opera poligonale di calcare travertinoide, classificabili nella < terza maniera > e il tempietto sottostante alla cattedrale, che appartengono certamente alla colonia del 263 (a. C.). 

F. Valente (2010), scrive: Un tratto realizzato anch’esso in muratura ciclopica lo vediamo infatti riaffiorare all’interno del cortile del monastero di S. Maria delle Monache. Se poi controlliamo la distanza del primo tratto dall’asse del decumano maggiore, oggi via Marcelli, vediamo che è uguale alla distanza del secondo pezzo rispetto al medesimo asse misurato all’altezza del monastero predetto. Potrebbe in questo caso, rendersi plausibile l’ipotesi che il tratto poligonale, essendo realizzato da maestranze diverse, sia anteriore a quello della colonia latina e posteriore alle guerre sannitiche

Una necropoli scoperta presso la località Quadrella, ricordata anche da Garrucci (1848): testimonia l’occupazione Romana pubblicando alcune delle iscrizioni funerarie; mentre il sito www.molise.org/territorio/Isernia, scrive, “sic et simpliciter”: Ad Isernia ci sono state scoperte di tombe e monumenti funerari attinenti alle necropoli che si svilupparono sulle strade che conducevano fuori la città. Una delle necropoli è stata rinvenuta in località Quadrella, posizionata a sud di Isernia. La necropoli inizia dall’unione dei fiumi Carpino e Sordo con il fiume Cavaliere e prosegue lungo la strada che passa sulla riva destra del Cavaliere.

Interessante è la visita alla cattedrale di Isernia, sede vescovile fin dal V sec.; scrive Dell’OrtoLa Regina: La cattedrale di Isernia è fondata su un edificio antico di cui sono tuttora evidenti i resti sul lato lungo del Corso Marcelli per un tratto dei 13 metri. Essi sono pertinenti al podio di un tempio che nel profilo delle modanature si collega a modelli di ambiente latino di epoca arcaica, che però hanno avuto notevole diffusione nell’Italia centrale, durante il III secolo a. C., in connessione con deduzioni di colonie latine o con assegnazioni viritane. Il tempio di Isernia non è dunque anteriore alla datazione di deduzione della colonia latina di Aesernia (263 a. C.), ma anzi da mettere in relazione con la fondazione stessa: sarà stato costruito quindi negli anni immediatamente successivi.

La Regina: L’altare del tempio è probabilmente quello conservato nell’imposta del vecchio arco medievale di S. Pietro, che presenta la stessa tipica sagoma del podio. Nello stesso arco sono inserite quattro statue antiche di ignota provenienza.

 Nel locale Museo archeologico Santa Maria delle Monache dovrebbe essere esposta la Base di donatario con dedica dei Samnites inquolae. Il pilastrino, scrivono Dell’Orto-La Regina, che sosteneva in origine una statuetta bronzea di cui restano gli incassi sul piano superiore, ed una iscrizione dedicatoria parzialmente distrutta. La dedica èanteriore alla guerrasociale, e d’altra parte la forma inquolae, indica una datazione alta nell’ambito del II secolo a. C..

E’ interessante la valutazione storica di Dell’Orto-La Regina della dedica dei Samnites: ci fornisce una documentazione sull’organizzazione degli abitanti originari del luogo, privati di capacità politica e ridotti nella condizione di stranieri residenti, incolae, cui erano riconosciuti limitati diritti civili, nella struttura politica e sociale della colonia latina:

Samnites  /  inquolae /  v.  d.  d. ; / mag(istri) / C. Pomponius

f.  /  C.  Percennius   L.  f. /  L.  f.  /   L.  Satrius  L.  f.  /  C.  Marius No.  f.

Il gentilizio Satrius identifica un magistrato eponimo sannitico, un meddix tuticus del II secolo a. C., impresso su tegole prodotte a Bovianum: m.  t.  tr.  Sadri.  Tr..

Altra importante struttura monumentale degna di una visita è l’acquedotto romano scoperto nel sottosuolo della città di Isernia, costruito in occasione della fondazione della colonia latina.

Valente (2008) scrive: si sviluppa nella prima parte per una lunghezza di circa 3.300 metri congiungendo il “caput aquae”, presso la montagna di S. Martino, al serbatoio principale, situato nelle immediate vicinanze della porta decumana superiore della città. La seconda parte, per una lunghezza di circa 1.100 metri, è invece interamente compresa nel centro urbano e segue l’allineamento del decumano maggiore della città fino alla porta inferiore verso Venafro. (vedi figura).


Tra gli insediamenti dei Sanniti/Pentri, Isernia fu il 1^ ad avere una propria zecca e a battere moneta, testimoniata da molti esemplari sparsi per il mondo nei musei o presso collezioni private.

Tra i conii più antichi le cui immagini si ispirarono ad alcuni simboli campani, si conoscono dagli esemplari rinvenuti nel santuario italico Hercul Rani di Campochiaro e conservati presso il Museo Sannitico di Campobasso (vedi figura).

Una delle monete (la 1^ della figura) coniata tra il 280-268 a. C. reca la leggenda AISERNINO davanti alla testa di Apollo e a rovescio la figura del Toro androprosopo gradiente a ds.  con volto di rospetto, coronato da Vittoria.

La leggenda AESERNINO conferma: chi nasce in Isernia è ISERNINO, non è ISERNIANO.

 


La città di Isernia tornerà protagonista della Storia dei popoli italici quando, aderendo alla ribellione contro Roma in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), sarà la 3^ capitale della Lega dopo la conquista di Corfinium/Corfinio, 1^ capitale e di Bovianum/Bojano, 2^ capitale.

Nell’occasione, con una zecca mobile al seguito dei ribelli italici, come era accaduto in Corfinio e in Bojano, furono coniate le monete anche in Aesernia .

Prima di lasciare Isernia è opportuno ammirare la Fontana Fraterna; Valente, scrive: E’ sicuramente il monumento più intrigante e misterioso di Isernia per l’assoluta incertezza nella conoscenza delle sue origini, della sua storia e delle sue evoluzioni architettoniche nel tempo. Alla carenza di informazioni, poi, si sono aggiunte fantasiose e folkloristiche interpretazioni epigrafiche che hanno finito per creare ulteriori dubbi e deviazioni interpretative sulla storia di questa straordinaria fontana che, comunque, è una delle più belle dell’Italia minore.

Sono tante le fantasie nate intorno alla storia di questa fontana, ricordate da Valente: Dobbiamo tenerci la Fontana della Fraterna così come è oggi, immaginando che Celestino V l’abbia benedetta quando era in vita, che AE PONT sia un pezzo del mausoleo di Ponzio Pilato, che il moderno restauro sia una cosa fatta bene e che la certezza scientifica sia solo una scomoda avversaria della fantasia?
Ovviamente le cose non stanno proprio come ci piace immaginare, ma a volte gli uomini preferiscono una suggestiva verità ad una scomoda certezza.

Noi, ammirando il monumento così come l’ha illustrato Valente, sottolineiamo: Celestino V, oltre a non essere nato in Isernia, non esiste una testimonianza della sua benedizione alla fontana; inoltre, la scritta AE PONT non era pertinente ad un mausoleo di proprietà della famiglia di Ponzio Pilato, vista la “manipolazione” alle alla epigrafe originale AE PONT, interpretata arbitrariamente: (famili)AE  PONT(iae) = famiglia Ponzia.

 Il giudizio degli esperti, illustra e clamorosamente smentisce:

Di età classica sono pure i due frammenti di epigrafe (CIL. IX, 2636, 2718): il primo (AE   PONT) è leggibile come (Nerv)AE   PONT(ific). (I.RE.S.S.MO.- Sopr. Arch. del Molise, 2001).

 

Ammirata la Fontana Fraterna, riprendiamo il cammino verso est, uscendo dalla città di Isernia e percorrendo la S.S. 17 sotto il vigile controllo del caratteristico centro medievale di Pesche: “appiccicato” alle pendici della sua montagna, probabilmente, data l’importanza strategica del territorio, vi esisteva un insediamento sannitico  fortificato. (Vedi figura).

 

La strada in salita è dominata e controllata dall’attuale centro di Pettoranello di cui sappiamo da http://www.comune.pettoranellodelmolise.is.it: […]. A testimoniarne la presenza, nello specifico dei Pentri, sono state rilevate tracce di una fortificazione costituita da una cinta muraria che circonda l’altura di “Castelluccio” e percorsa all’interno da un sentiero che si collega alla piana di Pantaniello e al fiume Carpino, presumibilmente a controllo e difesa della valle del fiume, importante via di accesso all’Alto Molise, ossia il Sannio/Pentro settentrionale. (vedi figura).

Proseguendo e superando il valico di Castelpetroso, spartiacque tra il versante tirreno ed il versante adriatico, ci appare, come accadde per la prima volta ai 7.000 giovani Sanniti/Pentri, l’ampia e fertile pianura estesa a settentrione del Massiccio del Matese, con la maestosa figura di monte Miletto (2.050 mt.) e di monte Gallinola (1.923 mt.) ancora ammantati di neve e, non visibile e più lontano, c’è il monte Mutria (1.822 mt.).

Sicuramente furono sorpresi e con un “nodo alla gola” e con un po’ di “nostalgia”, ricordarono le montagne che avevano abbandonate ed ancora innevate: il monte Terminillo (2.217 mt.), il monte Giano (1.820 mt.) ed il monte Nuria (1888 mt.).

La meta indicata e descritta dall’oracolo custodito presso il lago di Cotilia stava per essere raggiunta.

Oreste Gentile.

(Contiuna).

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