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VII PUNTATA. “CAMMINANDO CON LA STORIA E NELLA STORIA” A NORD EST DEL MASSICCIO DEL MATESE NEL TERRITORIO DEI SANNITI/PENTRI DI COLLE D’ANCHISE, BARANELLO, MONTE VAIRANO.

gennaio 27, 2021

Dopo la delusione della GRAVISSIMA NEGLIGENZA per l’ASSENZA di un Museo Archeologico Pentro  in Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, per ammirare de visu i numerosi reperti archeologici scoperti da Del Pinto, ed accontentarci UNICAMENTE delle immagini pubblicate da De Benedittis, riprendiamo il nostro cammino con la Storia e nella Storia per scoprire quanto resta degli altri insediamenti costruiti dai Sanniti/Pentri lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela sulle sommità delle colline e delle montagne e lungo le pendici settentrione a del Massiccio del Matese. (vedi figura).

Procedendo lungo il tratturo Pescasseroli-Candela ed in prossimità di una delle fornaci per lavorazione dell’argilla, ad est di Bojano, si vede la collina dove si localizza il comune di Colle d’Anchise il cui territorio da est ad ovest non è stato avaro nel restituire interessanti reperti archeologici di epoca Sannita/Pentra.

Per raggiungere la località l’itinerario segue la direzione, ma non l’antico percorso ormai cancellato del tratturello Matese-Cortile-Centocelle: si distaccava a sinistra del Tratturo Pescasseroli-Candela e procedeva a nord est verso gli insediamenti più interni del territorio pentro e fra questi, probabilmente, l’importante insediamento fortificato  sulla sommità di monte Vairano/Aquilonia (?) una vera e propria città sannita/pentra, alla quota poco meno di 1.000 mt..

Dapprima, durante il percorso, conosceremo quanto di interessante dal punto di vista storico ed archeologico è stato scoperto nelle località di Colle S. Giovanni ad ovest e Colle Sparanise ad est, pertinenti al centro di Colle d’Anchise (vedi figura).

Di Colle S. Giovanni, Scaroina e Somma (2015) ricordano: Alcuni bolli con la citazione del meddíss túvtiks provengono anche dalla località di Colle S. Giovanni (707 m s.l.m.), nel comune di Colle d’Anchise, un’area in cui sono segnalate tracce di strutture e si raccolgono tegoloni e ceramica acroma e a vernice nera. Tali elementi hanno fatto ipotizzare all’autore la presenza di un edificio sacro di tipo rurale, tuttavia nessuno dei ritrovamenti effettuati si può collegare direttamente alla sfera cultuale.

A est dello stesso comune, alla destra del torrente Quirino e della S. S. 674/a, si localizza Colle Sparanise, dove è stato scoperto un luogo di culto, scrive Scaroina: ha restituito frammenti di terrecotte architettoniche e un bollo osco. Il successivo scavo condotto nel 1975 ha evidenziato la presenza di strutture da mettere in relazione con un’area sacra. L’edificio − individuato solo in parte − occupa una posizione preminente sul lato settentrionale della piana di Bojano. Doveva avere una copertura realizzata con tegoloni e gli scavi hanno restituito anche elementi architettonici e resti di un’antefissa. Le tracce di bruciato presenti nella zona − che si estendono per almeno 25 m intorno all’edificio − sembrano documentare una notevole estensione dell’area archeologica. Il materiale più antico viene datato intorno al III sec. a.C., mentre l’ultima fase documentata è circoscritta al III sec. d.C..

Abbiamo notizie, e purtroppo non possiamo ammirare, i reperti archeologici scoperti nel territorio di Colle d’Anchise e custoditi da privati (vedi figura).

Riprendiamo il cammino lungo la collina diretti al centro di Baranello, ma prima del nostro arrivo l’attenzione è per il toponimo della contrada Canale dove ci ha portato, provenienti da Colle Sparanise una breve discesa.

Che il toponimo, conservato e tramandato nei secoli, ricordi la località canales citata nella Tabula Peutingeriana, posta a XI miglia da Bobiano/Bojano ?                                                                                                                 Tenuto conto che 1 miglio oggi corrisponde a 1. 60 km., la distanza risulta di circa 17, 60 km. e la distanza odierna da Bojano a Baranello è di circa 12 km. con la S. P. 49 che si origina poco più ad ovest di Bojano e dopo averne attraversato il centro, prosegue per Colle d’Anchise, Baranello per poi immettersi sulla S. S. 17 per raggiungere Campobasso e per un’altra strada arrivare a Cortile.

Praticamente, come è stato dimostrato in altre pubblicazioni, Canales potrebbe essere localizzata e identificata nei pressi di Baranello, dove è sopravvissuto il toponimo Canale; dopo ad Canales, nella  T. P. vi è un incrocio (punto rosso) presso il corso di un fiume non identificato, ma è possibile ipotizzare, visto che subito dopo è segnato ad pyR VIII, dove pyR identifica un qualcosa pertinente al fuoco = pyr (greco), ossia una località nei pressi dell’odierno centro di Campolieto e VIII (miglia passum) indicano la distanza di pyr dalla località anonima posta nel punto di incrocio tra il segmento/via proveniente da ad canales e la linea a forma di L capovolta con le VIII m. p., pari a circa 12. 80 km..

La strada proveniente senza ombra di dubbio da Bobiano/Bojano, sappiamo seguiva il percorso del tratturello Matese-Cortile-Centocelle ed incrociava come ancora incrocia il tratturo Castel di Sangro-Lucera, proprio nella odierna località denominata Taverna Cortile 

Che i Sanniti/Pentri avessero stabile dimore nel territorio di Baranello è testimoniato, come già visto, dagli oggetti recuperati in zone diverse, ma soprattutto, come avremo modo di visitare ed ammirare nel vasto insediamento sannita/pentro su monte Vairano: una localizzazione privilegiata nei confronti degli altri insediamenti.

Stando in Baranello è possibile, riuscendo ad incontrare il responsabile, ammirare  della “collezione” di Alessandro Barone inaugurata nel lontano 1897, oggi denominata Museo Civico di Baranello.                                                 Nel Museo/Bazar possiamo ammirare interessantissimi reperti archeologici di ogni epoca e di ogni genere, ma si ignora il territorio della loro scoperta; numerosissimi sono i dipinti di epoche diverse. (vedi figura).

Pertinente al territorio dei Sanniti/Pentri presenti all’epoca nel territorio di Baranello, sono le 3 asce conservate nel Museo Provinciale Sannitico di Campobasso, accentratore di TUTTI i reperti archeologici scoperti nel territorio provinciale e, come per il Museo di Baranello, sì conservati diligentemente e selezionati a secondo le epoche di appartenenza, ma nelle vetrinette della esposizione sono davvero tanti gli oggetti pregevoli  da non permettere una attenta osservazione per ognuno di essi o, almeno, per i più pregiati.

Al Bronzo finale ed alla prima Età del Ferro sono state datate le 3 asce ed a conferma della diffusione del culto di Ercole nel Sannio/Pentro, anche dal territorio di Baranello proviene un bronzetto (vedi figure).

Lasciando il centro di Baranello, a nord est scendiamo  in una stretta valletta per seguire uno dei 2 itinerari che ci condurrà, con una salita da 550 mt. circa alla quota di circa 900 mt., sulla sommità di monte Vairano dove si sta portando alla luce una vera e propria città sannita/pentra, il cui abbandono dopo l’occupazione romana, ci consente, grazie alle periodiche campagne di scavo, di conoscere quanto è stato portato alla luce, il modo di vivere dei suoi abitanti ed ammirare quanto seppero realizzare.                                                                                    Vedremo alcune delle loro abitazioni, le strade che frequentavano, le loro piazze e le aree riservate alle loro attività.


De Benedittis (2017): La presenza dell’uomo a Monte Vairano trova le sue prime attestazioni nel VI sec. a.C..
Il dato è documentato da due rinvenimenti sporadici: una châtelaine (sorta di lunga catenella in bronzo utilizzata come elemento decorativo nell’abbigliamento femminile) trovata nei pressi della cima più alta dell’area e un bracciale in bronzo. Questi elementi propongono, già in questa data, la formazione di un insediamento consistente.
La documentazione archeologica ci indica la definizione dell’abitato in tutte le sue forme urbane alla fine del IV sec. a.C., periodo questo in cui furono costruite le mura. L’abitato vive il periodo di maggiore sviluppo tra il IV e il I sec. a.C.: subito dopo la frequentazione dell’area si riduce drasticamente. I materiali rinvenuti nella massiccia
quantità di rovine, associati a consistenti tracce d’incendio, ci consentono di collocare la distruzione dell’abitato di Monte Vairano nel lasso cronologico in cui ricadono le operazioni belliche del dittatore Silla nella piana di Bovianum (89 a.C.). […].

Da http://web-facstaff.sas.upenn.eduIl Monte Vairano ha il più esteso circuito di mura di fortificazione del Pentrian (sic) Sannio (2,9 km), che racchiude circa 49 ettari, ma il suo antico nome non può essere accertato con certezza. Le mura, che risalgono alla fine del IV secolo a.C., contengono tre porte: la Porta Vittoria o Porta Vittoria, la Porta Meridionale o Porta Sud e la Porta Occidentale o Porta Ovest. Appena dentro la Porta Sud, lungo una strada larga 4 metri, è stata scavata una struttura di incerta destinazione. Datato al II secolo a. C., conteneva vari pezzi di ceramica incisi con le lettere “LNin alfabeto osco, ed è quindi diventato noto come la casa di LN o “Casa ‘LN‘”. Questa struttura fu distrutta da un incendio all’inizio del I secolo a.C.. Finora sono state scoperte due fornaci extramurali, mentre una terza è stata trovata costruita in Porta Vittoria ad un certo punto nel III secolo a.C.

Andiamo ad ammirare la famosa casa di LN, una delle prime scoperte delle periodiche campagne di scavo (finanziamenti permettendo) sotto la direzione di De Benedittis, per riportare alla luce quanto realizzarono i residenti Sanniti/Pentri.

Rozzi pastori ? Vediamo.

Vale la pena fermarci e conoscere meglio quanto resta e come era la casa di un sannita/pentro; scrive a proposito http://archeologicamolise.beniculturali.it/: La casa di LN. Nei pressi della Porta Meridionale è individuata e completamente scavata una piccola struttura abitativa del II secolo a.C. chiamata Casa di LN per il ricorrere delle due lettere in osco graffite su diversi oggetti rinvenuti al suo interno. Nella pianta, di forma quadrangolare, è condizionata da due strutture preesistenti che sono l’alta sostruzione alle spalle della casa e la strada che la fiancheggia. I muri nord ed ovest sono realizzati con blocchi di pietra, gli altri due usando la tecnica del “torchis” in cui l’argilla, mescolata a paglia e fieno, è usata a riempire un’intelaiatura lignea. Il pavimento, in cocciopesto, è ad un livello leggermente più alto del piano stradale. Si attesta la presenza di intonaco rosso nelle pareti e nero nello zoccolo. Il tetto, probabilmente a due falde, era coperto con tegole e caratterizzato da un’antefissa, raffigurante la lotta tra Eracle e il leone Nemeo, avente probabilmente la funzione di acroterio.  La casa è costituita da un solo vano che presenta un piano di cottura, realizzato con una grande tegola posta di piatto, presso l’angolo sudest e sul lato opposto il lavabo e la conduttura fittile che permetteva il deflusso dell’acqua. L’esistenza di un telaio verticale a pesi può essere ipotizzata in seguito al rinvenimento di 39 pesi di forma tronco-piramidale e tronco-conica. Il materiale della casa restituisce ceramica da mensa (a vernice nera ed acroma), da cucina e da dispensa; si segnala un dolio contenente farro e legumi in cui è stata ritrovata una valva di ostrica. La struttura viene distrutta da un incendio nella prima metà del I secolo a.C., l’area diventa quindi luogo di passaggio in funzione di Fonte Canala, si registra comunque una frequentazione fino all’età medievale. (foto in b/n di De Benedittis).

Proseguiamo la nostra visita tra i ruderi di ciò che resta dell’antico ed “anonimo” insediamento dotato, come  detto, di strade e piazze. (vedi figura).                                                                                                                  

 

Visitando questo luogo, spero che, camminando nella Storia e con la Storia, qualche dubbio sulla vita quotidiana dei  Safini/Sabini/Safini/Sabelli/Sanniti, se fosse identico a quello di tanti cultori di Storia, possa dissolversi radicalmente: NON erano rozzi pastori.

Per la difesa dei loro insediamenti costruirono poderose  mura con grossi massi poligonali (vedi foto); 

coltivavano la terra, e nel sito di monte Vairano, ricorda De Benedittis, sono stati scoperti: falci, falcetti, zappe, roncole; ed anche una vanga: Essa è particolarmente intrigante in quanto si presenta tecnicamente molto elaborata essendo costituita da due lamine di ferro che, distanziate grazie a dei perni in modo progressivo, si trasformavano in un sottile cuneo; ai lati dell’innesto del bastone le due lamine erano poi ripiegate così da avere due ampi piani su cui esercitare la forza del piede.

utilizzavano le fornaci, i mulini; per le loro attività quotidiane legate, queste sì alla pastorizia, utilizzavano i pesi da telaio per la lavorazione della lana, come scrive De Benedittis: Che i tessuti siano stati realizzati a Monte Vairano è buon testimone quanto resta del telaio della casa di “ln”, ma anche la moltitudine di pesi da telaio che si sono rinvenuti durante gli scavi, bollati o meno. La lana, filata attraverso il fuso, permetteva di realizzare panni che si trasformavano, passando per il sarto, in abiti. Per questa seconda fase di lavorazione c’erano gli aghi di bronzo; a Monte Vairano ne è stato trovato uno: una sottile asticciola di bronzo, appuntita a un’estremità, e un foro (la cruna) nell’altra, nel quale era introdotto il filo per cucire. (vedi figura. Foto De Benedittis).

Altri utensili erano usati per la trasformazione del latte e praticavano anche la pesca, probabilmente lungo le rive del fiume Biferno e altri corsi d’acqua. (vedi figure).

Abbiamo ammirato in altre occasioni i corredi militari recuperati dopo la scoperta delle loro necropoli, curati nei minimi particolari, come testimoniano tutti i reperti; e che dire dei corredi femminili, raffinati ed eleganti ?

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui costumi del popolo dei Sanniti/Pentri, rozzi pastori, gli abitanti di monte Vairano curavano anche la bellezza del loro corpo; ricorda De Benedittis: L’uso del rasoio presso i Sanniti era già noto dal VI sec. a.C.; l’abitudine alla rasatura la si nota anche dalla presenza di almeno un rasoio nelle tombe arcaiche sannite. I rasoi più antichi erano rettangolari e bilama e avevano un anello per essere sospesi al collo; quello rinvenuto a Monte Vairano, una sottile e tagliente lamina di bronzo lunata, testimonia come la forma tra III e I sec. a.C. fosse stata modificata.

Erano dei rozzi pastori, ma avvezzi all’uso dei profumi: La presenza di unguentarii (venditori d’unguenti) e di furarii (venditori di profumi) a Monte Vairano non trova evidenze epigrafiche ma la quantità di vasi specifici per contenere queste sostanze ce lo fa ipotizzare; sono piccole ampolle d’argilla molto compatta impermeabilizzate al loro interno per contenere essenze odorose con corpo ovoidale da cui si dipartono uno stelo e un lungo collo; le basi sono sempre troncoconiche.

Non meravigliamoci, i Sanniti/Pentri residenti in monte Vairano, godeva dell’assistenza di esperti medici chirurghi; lo testimonia De Benedittis: I primi strumenti chirurgici trovati in ambiente romano si datano alla seconda metà del I sec. d.C.; quello di Monte Vairano risale sicuramente al II-I sec. a.C.. Di medici residenti a Monte Vairano erano probabilmente il bisturi di bronzo, il flebotomo a lama lunga seghettata utilizzato per salassi e le pinzette in bronzo lavorato qui rinvenuti.

Nell’insediamento di monte Vairano esisteva una zona industriale e De Benedittis (2017), per la presenza di alcune cave di argilla, stima fossero esistite tre fornaci per la produzione di tegole e vasi a vernice nera, pesi da telaio etc.; ed un mulino la cui mola era mossa da una coppia di animali da soma.

De Benedittis, scrive: Altro dato che oggi conosciamo sui mestieri sanniti è quello dei “pavimentisti”; la tecnica che adoperavano prevedeva la sistemazione di piccole piastrelle quadrangolari di varia dimensione su un piano composto di due strati: uno di frammenti di tegole in basso e uno prevalentemente composto di malta. (vedi figura).

Erano anche macellai. (vedi figura).

Non era un popolo di rozzi pastori, avevano i loro scribi.                                                                                            De Benedittis, scrive: I Sanniti avevano un alfabeto molto diverso da quello romano e scrivevano da destra verso sinistra. Alcuni oggetti rinvenuti a Monte Vairano attestano la presenza di diversi scribi, addetti alla scrittura; sono infatti sopravvissuti diversi stili.

Amavano l’arte (vedi figura).

Pastori ? Si,  ma anche guerrieri, aristocratici e commercianti con i popoli confinanti, ma l’insediamento di monte Vairano documenta anche gli scambi commerciali dei Sanniti/Pentri con la Grecia, utilizzando la via anonima, disegnata nella Tabula Peutingeria, per raggiungere i porti dell’odierna Termoli nel territorio dei Frentani o, tramite i tratturi, i porti della Daunia o quelli esistenti lungo la costa salentina.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui costumi del popolo dei Sanniti/Pentri, rozzi pastori, sappiano che gli abitanti di monte Vairano curavano la bellezza del loro corpo; ricorda De Benedittis: L’uso del rasoio presso i Sanniti era già noto dal VI sec. a.C.; l’abitudine alla rasatura la si nota anche dalla presenza di almeno un rasoio nelle tombe arcaiche sannite. I rasoi più antichi erano rettangolari e bilama e avevano un anello per essere sospesi al collo; quello rinvenuto a Monte Vairano, una sottile e tagliente lamina di bronzo lunata, testimonia come la forma tra III e I sec. a.C. fosse stata modificata.

Su quanto seppero realizzare ed utilizzare i Sanniti/Pentri nell’insediamento di monte Vairano, mi sono riservato per ultimo una loro attività che si diffuse soprattutto con l’avvento del cristianesimo: le campane.                               La fusione delle campane nella regione Molise risalirebbe, stando a quanto scoperto nell’antico sito di monteVairano, al IV-III sec. a. C. e la tradizione continua tutt’ora nella fonderia Marinelli di Agnone.                          Da una rapida ricerca è documentata la fusione delle campane presso il monastero di san Vincenzo al Volturno già all’epoca dell’abate Giosuè (792-817), come ricorda De Benedittis (1995): […], una immensa fornace per la fabbricazione dei laterizi utilizzati per i tetti e per le pavimentazioni, e un pozzo per la fusione delle campane, all’interno del quale venivano fuse campane di 50 centimetri circa di diametro, a giudicare dalle scorie di lavorazione rinvenute.

La tradizione è continuata nei secoli in diversi altri centri del territorio molisano, ricordiamo i più anziani: il dei fonditori ricordati, tale Giacomo da Isernia già fondeva nel 1433 ed a seguire: Nicola da Capracotta nel 1542. Vincenzo di Saliceto nel 1547. Giovanni Iuliano o Giuliani da Agnone nel 1559. Francesco Vanni da Guardiaregia nel 1639.Giovanni Di Francesco da Guardiaregia nel 1685. Rocco Saia di Agnone nel 1700.

Infine, vale la pena ricordare, come scrive De Benedittis,  i materiali legati al mondo religioso a Monte Vairano; tra questi fa la sua bella presenza un simpulum. Un simpulum o simpuvium era un piccolo mestolo con una
lunga maniglia usato nei sacrifici per fare libagioni e per sorbire i vini versati sulla testa delle vittime sacrificali. Il simpulum era il simbolo del sacerdozio; nel mondo romano era una delle insegne del Collegio dei Pontefici; in diverse monete romane il simpolo è mostrato con il litio e con altri strumenti sacrificali e augurali. […] in quello di Monte Vairano il bastoncello ha la forma di una colonna ionica con capitelli e le terminazioni a forma di palmipede; prodotto già dalla fine del II sec. a.C. quello di Monte Vairano è tra i più eleganti finora rinvenuti.

Per quanto riguarda l’identificazione dell’antico insediamento con Aquilonia distrutta dai Romani nell’anno 293 a. C. in base alla descrizione di Livio, esso, a differenza degli altri insediamenti pentri ipotizzati essere stati Aquilonia, soddisfa i 2 indizi ricordatidallo Storico romano: i Romani vincitori inseguirono gli sconfitti Sanniti in fuga in direzione di Bovianum/Bojano; 2^ uno dei consoli vincitori con l’esercito abbandonò monte Vairano e si diresse verso l’insediamento pentro di Saipins/Sepino.                                                                                                              La figura è quanto mai eloquente: l’insediamento di monte Vairano possiede entrambi i requisiti.                    

Qualora venisse accertata la identificazione di un altro insediamento pentro con Aquilonia,  posto lontano da Bovianum/Bojano, ma nelle vicinanze ad altre località pentre, la descrizione liviana dovrebbe essere stimata inattendibile.

Sono 3 attualmente gli insediamenti candidati per la localizzazione e la identificazione di Aquilonia: Montaquila (IS), monte san Paolo/Colli al Volturno (IS) e Pietrabbondante (IS).                                                                              Qualora si accertasse essere stato uno di essi Aquilonia, la descrizione di Livio non giustificherebbe la fuga dei Sanniti da Aquilonia verso la lontana Bovianum/Bojano, visto la vicinanza di altri insediamenti: se Aquilonia fossero stata Montaquila o Colli al Volturno/colle san Paolo, i fuggiaschi avrebbero trovato rifugio nei centri più vicini di Venafro o di Isernia o in altri centri minori.                                                                                                                 Se Aquilonia fosse stata Pietrabbondante, i rifugi più vicini erano i centri  di Schiavi d’Abruzzo o di Trivento o altri centri minori. (vedi figura).

Lasciando alle prossime scoperte archeologiche la risposta alla secolare polemica, concediamoci un lungo riposo per poi riprendere il cammino verso gli altri insediamenti che si affacciano sul percorso del tratturo Pesacsseroli-Candela.

Oreste Gentile.

(continua).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNIBALE E’ STATO NEI PRESSI DELLLE RIVE DEL FIUME FORTORE (FERTOR O FRENTO) ?

gennaio 18, 2021

NESSUNO può dubitare della presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dell’attuale regione Molise, all’epoca diviso tra 2 popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: i Pentri ed i Frentani, questi nei territori di Lanciano e di Larino.

I primi a nord del Massiccio del Matese, i secondi anche nella vasta pianura costiera adriatica attraversata dai fiumi il Trigno, a confine con i Frentani di Lanciano, il Biferno proveniente dal territorio dei Pentri e il Fortore a confine con i Dauni. (vedi figura).

NESSUNO PUO’ DUBITARE DI UN ERRORE DEGLI STORICI ANTICHI E CONTEMPORANEI O CHE IGNORASSERO LA LOCALIZZAZIONE DEL FIUME OFANTO, L’ANTICO AUFIDUS E DEL FIUME FORTORE, L’ANTICO FERTOR/FRENTO E, SORATTUTTO, LA LOCALIZZAZIONE DELLA ROCCA DI CANNE RICORDATA DAGLI STORICI DI OGNI EPOCA INSIEME CON LE CITTA’ DI CANOSA E SALAPIA PROTAGONISTE DELLA FAMOSISSIMA BATTAGLIA TRA L’ESERCITO ROMANO E GLI INVASORI CARTAGINESI.

Ricordo uno Storico per tutti, il greco Strabone (64-23 a. C.), in modo chiaro ed inconfutabile, scrisse: Da Bari al fiume Aufidus, su cui si trova il porto dei Canusini, ci sono 400 stadi, per raggiungere il porto si risale il fiume per 90 stadi. Vicino c’è anche Salapia, porto della città di Argyrippa (Arpi, n. d. r.).

Polibio (fine II sec. a. C.) prima di Strabone e  Livio (64/59 a.C. – 12/17 d. C.), storico romano contemporaneo di Strabone, descrissero l’epopea di Annibale e del suo esercito nella penisola italica e gli itinerari dei suoi spostamenti da un versante all’altro del Tirreno e dell’Adriatico.

Per quanto riguarda la sua presenza nel territorio dei Pentri, non esiste alcuna citazione ed a conti fatti è VERO in quanto i Pentri rimasero, a differenza delle altre popolazioni italiche, fedeli alleati dei Romani dopo la conquista e l’occupazione della loro capitale e città madre, Bovaianom/Bojano.

Non possiamo gridare ai quattro venti: ANNIBALE E’ STATO A BOJANO, solo per il ritrovamento di una moneta punica nel castello medievale di Civita Superiore di Bojano (vedi foto).

Nel dritto è raffigurata la dea Tanit (o Demetra o Persefone), la dea più importante per i cartaginesi, volta a sinistra. Al rovescio cavallo stante, con zampa anteriore alzata, forse emblema stesso della città di Cartagine. (A. Cimmino),

Al contrario, è documentata la presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dei Frentani descritta dettagliatamente da Polibio e da Livio.

Tabula Peutingeriana. Localizzazione del territorio teatro della presenza dei Cartaginesi.

La prima presenza, nel ricordo di Polibio, avvenne dopo la disfatta dei Romani sul lago Trasimeno da dove Annibale si trasferì sulle sponde del mare Adriatico; proseguì attraverso i territori dei Pretuzi, Adria, dei Marrucini e devastò il territorio dei Frentani sia quello pertinente a Lanciano, sia quello di Larino, continuando la sua invasione in direzione della Iapigia, dove, scrisse Polibio, vivevano i Dauni, i Peucezi ed i Messapi.

Probabilmente Annibale passò sul ponte costruito sul fiume Biferno, ricordato nei secoli dalla gente del posto con il suo nome; permetteva, per chi proveniva dalle regioni del nord della penisola italica, le comunicazioni a sud est verso le colline dove era l’insediamento di Casacalenda ed il centro fortificato di Gerione. (vedi figura).

Il ponte di Annibale (foto de il Bene Comune).

Livio, a differenza di Polibio, dopo il lago Trasimeno, ricordò il passaggio per Spoleto, per il territorio dei Piceni e confermò quanto ricordato da Polibio: i Pretuzi, Adria, NON ritenne opportuno ricordare le devastazioni nei territori dei Marrucini e dei Frentani; ma la confermò nel territorio Dauno intorno ad Arpi e Lucera.

Questi sono i ricordi i di Polibio e Livio della discesa di Annibale nei territori della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

Il territorio dei Pentri non fu ricordato da Polibio e Livio, una grave distrazione, un vuoto di memoria, o Annibale lo riteneva troppo infido e non adatto alla sua strategia militare per affrontare, come sempre fece vittoriosamente, i Romani nei luoghi pianeggianti idonei alla “potenza” della sua cavalleria numidica, considerata la punta di diamante dell’esercito Cartaginese: dove se non in una vasta pianura poteva sviluppare tutta la sua “forza” ?

Altro motivo per NON attraversare il territorio dei Pentri era la presenza degli accampamenti dell’esercito romano, come ricordò Livio, allorquando, dopo la battaglia di Canne, i Cartaginesi spadroneggiavano nei territori del sud.

Pertanto, quando venne il momento di trasferirsi con l’esercito dal territorio campano a Gerione, NON attraversò il territorio dei Pentri; in quella occasione, avendo posto l’assedio, secondo Polibio nel territorio Falernum Ager ad ovest di Caserta, mentre Livio ricordò la presenza di Annibale nei  pressi della città caudina di Alife e, avendo saputo dagli esploratori, scrisse Livio, che nel territorio di Lucera e di Gerunio si trovava grande quantità di frumento, preferì recarsi a Gerione poiché, scrisse sempre Livio, Gerunio era località molto adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno.

SOLO in occasione di quel trasferimento, probabilmente fu coinvolto il fiume Fortore: provenendo da ovest di Benevento [dal Farlenum Ager (Polibio) o da Alife (Livio)], non potendo attraversare il territorio dei Pentri, l’esercito di Annibale si diresse verso Gerione lungo il Fortore, dalla sua sorgente fino al territorio pianeggiante dell’odierna Gambatesa.

Risalì verso nord lunghe le colline in direzione di Gerunio/Casacalenda dove, successivamente, avrebbe subito la sua sconfitta dopo le vittorie presso il fiume Ticino, il fiume Trebbia ed il lago Trasimeno.

Probabilmente e solo per un breve tratto, Annibale utilizzò l’itinerario programmato dall’esercito Romano nell’anno 321 a. C. per andare dal territorio Caudino in soccorso di Lucera; un trasferimento che causò ai Romani la prima ed unica sconfitta e l’umiliazione presso le Forche Caudine e MAI arrivarono in soccorso di Lucera. (vedi figura X itinerario mai percorso).

Corsi e ricorsi della Storia: nel 321 a. C. il viaggio verso la città di Lucera causò l’UNICA sconfitta dell’esercito Romano contro i Sanniti; nell’anno 217 a. C. la città di Lucera fu indirettamente la causa della prima sconfitta di Annibale sul suolo italico.

Quanto esposto sulla base delle fonti bibliografiche di Polibio e Livio, potrebbe essere l’UNICA ipotesi per testimoniare la presenza di Annibale e del suo esercito lungo le rive del fiume Fortore; NON ESISTONO altre circostanze.

Per concludere, anche dopo i famosi “ozi” di Capua, Annibale senza MAI arrivare a Roma per cingerla d’assedio, strategia non consona al suo esercito, pare, secondo solo Livio, abbia intrapreso un altro itinerario che, come SEMPRE, ESCLUDEVA il territorio dei Pentri.  (vedi figura).

Questo è quanto.

Oreste Gentile.