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LO STEMMA DELLA REGIONE MOLISE.

febbraio 15, 2021

Come sovente accade quando si parla o si scrive della Storia della regione Molise, i “campanilismi” o una negligente ricerca bibliografica creano sempre accessi dibattiti.

L’argomento attuale è lo stemma della regione Molise: fu approvato nella seduta del 9 giugno 1977 con relazione del prof. A. La Regina con le seguenti motivazioni:

Illuminante, quanto inascoltata la relazione del consigliere U. Gentile:

Probabilmente Gentile aveva letto con profitto quanto Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, scrisse nell’anno 1644: La nobilissima famiglia di Molise trà questo grandemente fioriva, e giunse a grandezza tale, c’havendo poco menche conquistate tutte le Terre di questa Provincia, dal lor cognome fu denominata Contado di Molise, come anche Molise chiamarono un Castello, che alcuni di quella edificarono presso le rovine dell’antica Città di Tiferno, e così sono state poi sempre denominate.

Una descrizione chiara e storicamente documentata dai diplomi redatti nei secoli XI-XII sottoscritti da conti de Moulins/Molinis/Molisio e dalle fonti bibliografiche.

Riassumendo quanto accadde nell’anno 1142 nell’assemblea di Villa Marca (AV) voluta da re Ruggero II, fu il conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio, genero del sovrano e titolare della vasta contea di Boiano, a dare il proprio cognomine alla contea di MOLISE.

SENZA SE E SENZA MA.

Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

COLLE DI ROCCO/GUARDIAREGIA-CAMPOCHIARO (HERCUL RANI)-SAN POLO MATESE-BOJANO (BOVAIANOM). CAMMINANDO NELLA STORIA E CON LA STORIA CON I SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (VIII PUNTATA).

febbraio 14, 2021

Lasciando il santuario sannita/pentro sito nella località di san Pietro dei Cantoni, ci incamminiamo lungo il sentiero a destra fino all’incrocio con il sentiero proveniente da destra e lo seguiremo, vegetazione permettendo, fino alla località Colle di Rocco, sede di un insediamento sannita/pentro posto alla quota di circa 1025 mt. sul versante settentrionale del Massiccio del Matese.

Caratteristica comune a tutti gli altri insediamenti fortificati fino ad ora visitati, anche da Colle di Rocco si controllavano, si comunicava e si proteggevano le pianure di Bovaianom/Bojano e di Saipins/Sepino, tra i principali centri sorti sul percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

come raggiungere (tracciato giallo) Colle di Rocco dal santuario sannita/pentro di san Pietro dei Cantoni.

 L’insediamento fortificato su Colle di Rocco, permetteva le comunicazioni visive tra le fortificazioni a sud di Bovaianom/Bojano: la fortificazione di Saipins/Sepino e la civitas sannita romana di Saepinum.

De Benedittis (1977): […]. ad est di Guardiaregia, è collocato a circa 1025 m; anch’esso (centro fortificato, n. d. r.) assai simile a quello di Montefalcone (del Sannio, n. d. r.)Restano ben conservati 110 m che terminano chiaramente ad angolo su entrambe le estremità; non si esclude sia più lungo. Anche qui il materiale è preso sul posto; le mura sono alte m 1,60 e presentano una profondità di m 2,20, una misura già rinvenuta nel recinto di Civitanova del Sannio. La sua collocazione sulla montagna sovrastante il passo di Vinchiaturo permette di mettere in comunicazione il recinto di Campochiaro con quello di Sepino-Terravecchia.

La Regina (1989). Fortificazioni sannitiche a Colle di Rocco.

Scendendo dall’insediamento fortificato di Colle di Rocco lungo il sentiero a sinistra, raggiungiamo la pianura ed il tratturo Pescasseroli-Candela che, dopo la visita al santuario sannita/pentro di Hercul Rani, percorreremo nel tratto tra Campochiaro e San Polo Materse nel cui sottosuolo fu scoperta una vasta necropoli. (vedi figura).

Un territorio ricco di Storia e, soprattutto, di testimonianze archeologiche utili per modificare le stime sul periodo in cui avvenne il definitivo stanziamento dei popoli di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita; ma non solo, quando inizieremo il Cammino nella Storia e con la Storia lungo il percorso dalla città di Spoleto, capitale del Ducato longobardo omonimo, alla città di Benevento anch’essa capitale del Ducato omonimo, conosceremo le vicende vissute sempre dal territorio pertinente alla città di Bojano: ancora una volta si conferma l’esistenza di città fondate per essere indiscusse protagoniste nella grande Storia

In merito alla scoperta della necropoli sannita/pentra, Moscati, scrisse (ed.ne 1999): […], l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso  Boiano.o […]. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica. Successivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie.                                                                                                                     

Tra i reperti più antichi già conosciuti in passato e pertinenti al X-VIII sec. a. C. ricordiamo ed ammiriamo tre cuspidi di lancia, già descritte da D’Agostino nell‘anno 1980: Le testimonianze più antiche legate alla presenza umana in questo territorio si riferiscono alla prima età del ferro e sono relative a cuspidi di lancia in bronzo rinvenute presso Bojano. (vedi figura).

Successivamente, le scoperte di Del Pinto, arricchendo come abbiamo visto nella IV puntata nel nostro cammino le testimonianze archeologiche del popolo dei Sanniti/Pentri, documentano un periodo più antico della loro  presenza: una fibula ad arco serpeggiante (…). Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo ed un tipo di vaso caratteristico dell’Eubea databile tra la fine del IX e la prima metà dell’VIII sec. a. C..

Il versante nord est del Massiccio del Matese ed a sud est di Bojano, era percorso da una fitta rete di tratturelli utili alle greggi per scendere dai pascoli montani e raggiungere il tratturo Pescasseroli-Candela.

Uno dei tratturelli, oggi S.P. 331, dal territorio del Sannio/Caudino, valicando il Matese, proseguiva sul versante del Sannio/Pentro e raggiungeva l’attuale Guardiaregia, la pianura ed il tratturo su citato. (vedi figure. N. B. per un errore di informazione, nelle figure in cui compare la S. P. 164, in realtà è la S. P. 331).

La fitta rete di tratturelli  (vedi figura linea continua gialla) esisteva anche a sud ovest della città madre e capitale dei Sanniti/Pentri: scendevano dai pianori di Campitello Matese, dei Prati di Civita e da altri di minore estensione, sempre per collegarsi con il tratturo Pescasseroli-Candela. (vedi figura).

Terrazzamenti in rozza opera poligonale lungo le pendici della montagna a settentrione del Massiccio del Matese ad ovest di Bojano per i tratturelli provenienti dai pianori dei Prati di Civita e da Campitello Matese e per creare aree pianeggianti pre favorire la coltivazione.

                                               

                                           

Dopo esserci incamminati dal tratturo Pescasseroli-Candela lungo uno dei tratturelli per raggiungere a sud il santuario sannita/pentro Hercul Rani, sostiamo un attimo per osservare sia gli ultimi contrafforti del Massiccio del Matese solcati da profondi canaloni causati dalle abbondanti precipitazioni, sia i fitti boschi ed anche non vedendole, i pianori dove stanziavano le greggi.

Questo territorio, intorno all’anno 311 a. C., fu testimone di una imboscata organizzata dai Sanniti/Pentri, forse alleati con i loro consanguinei, contro l’esercito romano reduce dalla grave ed umiliante sconfitta presso le Forche Caudine (321 a. C.), ma riorganizzati, stavano realizzando una inarrestabile espansione.

Lo Storico greco-siculo ricordò: I consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti, n.d.r.) in una località chiamata Talio. I vinti (i Sanniti, n. d. r.) allora occuparono un colle chiamato Sacro e al sopraggiungere della notte i Romani si ritirarono nel loro accampamento; […]. Successivamente, aggiunse, furono posti presidi nelle città di Cataracta e Ceraunilia.

Livio, descrivendo stesso avvenimento dell’anno 311 a. C., fu più ricco di particolari: dopo la conquista di Cluviae/Casoli sita nel territorio dei Carecini Supernates, i consoli Romani si trasferirono in Boviano/Bojano: era questa la capitale dei Sanniti Pentri, la città di gran lunga più ricca e fornita di armi e di uomini.

I capi del Sannio, avendo programmato di tendere insidie avevano inviato ai consoli dei contadini fuggiaschi per  organizzare delle imboscate per cogliere di sorpresa e a circondare l’esercito, quando si fosse disordinatamente abbandonato al saccheggio.      

Pertanto, fu reso nota ad uno dei consoli che una grande quantità di bestiame era stata sospinta verso un bosco fuori mano (… pecoris vim ingentem in saltus avium compulsam esse …), lo indussero a condur là le legioni armate alla leggera per far preda. Ivi un grande esercito nemico (i Sanniti, n. d. r.) aveva occupato di nascosto le vie e, quando vide che i Romani erano entrati nel bosco, balzato fuori all’improvviso con gran frastuono, piombò loro addosso alla sprovvista.

La Regina in base a quanto letto, dà grande importanza alla citazione saltus avium, proponendone la localizzazione con una sua documentata disquisizione sulle citazione: percorso arduo di montagna e il saltus che ha tuttavia anche l’accezione tecnica, nel linguaggio giuridico, di luogo ricco di boschi e di pasture con la presenza di un insediamento rurale.

La Regina, ricordando: allora occuparono un colle chiamato Sacro, citato da Diodoro Siculo, ne propone la identifica con l’arce di Bovianum, impiantata sul crinale di un’altura del tutto isolata alle pendici del Matese.

Bovaianom/Bojano non aveva una sola arce, ne possedeva 3, come ricordò Appiano, e solo dopo la sua occupazione da parte di un piccolo contingente del suo esercito romano, Silla riuscì dopo 3 ore di combattimento ed un lungo assedio a conquista e distruggere la Bovianum civitas romana che, scrisse sempre Appiano, era molto bella e difesa da 3 arce.

L’arce conquista, la identifico con il colle Sacro, sita sulla sommità di monte Crocella (1.040 mt.) ricordato da Diodoro Siculo o con il collis Samnius ricordato da Festo; essendo di notevole importanza strategia per coordinare rapidamente le comunicazioni visive tra Bovaianom e tutti gli altri insediamenti del territorio dell’intero Sannio. (vedi descrizione dettagliata nella IV puntata).

Pertanto, possiamo ipotizzare la localizzazione dell’imboscata programmata dai Sanniti contro i Romani, in base alla citazione: dei boschi dove erano stati nascosti ingenti quantità di bestiame, come avevano riferito i “falsi” delatori sanniti; alla esistenza di un colle chiamato Sacro e ad un percorso arduo di montagna, tra i monti, i boschi ed i vasti pascoli del Massiccio del Matese che, secondo La Regina, si trovava certamente sul Matese a sud est di Bojano. Presso Campochiaro, in località Civitavecchia, a quota 1296, vi è l’altura fortificata nota con il nome delle Tre Torrette, difficilmente accessibile, delimitata da valloni e, su di un lato, da uno strapiombo altissimo della montagna. Ritornando alla realtà, l’insediamento Sannita/Pentro delle Tre Torrette o Civitavecchia, sito all’altezza variabile dai 1.200 ai 1.400 mt..                                                                                                                                          La fortificazione aveva una triplice importanza: a). coordinava le comunicazioni visive tra il centro fortificato di monte Crocella (il colle chiamato Sacro) di Bovaianom, la città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, con tutti gli altri insediamenti; b). controllava e c). difendeva i percorsi del tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello che, come vedremo, dalla pianura di Bojano saliva verso il santuario italico di Ercole per poi proseguire verso sud-sud ovest per raggiungere il territorio dei Sanniti/Caudini e dei Sanniti/Irpini residenti a sud-est del Massiccio del Matese.

Teatro dell’imboscata (vedi fig. in alto). Localizzazione del santuario di Hercul Rani e l’importanza della localizzazione della fortificazione delle Tre Torrette (vedi figura in basso).

Dopo avere ricostruito ed  illustrato uno dei tanti scontri tra i Sanniti e gli invasori Romani, abbandoniamo il tratturo Pescasseroli-Candela per riprendere il cammino lungo il sentiero verso il santuario di Ercole/Hercul Rani.                                   

La Tabula Peutingeriana lo identifica con il toponimo Hercul Rani e lo localizza correttamente, osservandola attentamente, da sud verso nord, alla destra di Bobiano/Bojano, ma così come lo presenta la Tabula non corrisponde alla realtà: il toponimo Hercul Rani fu posto vicino alla figura delle 2 torri utili per localizzare ed identificare Aecas/Troia (FG) sulla via per Lucerie/Lucera, Arpos/Arpi e Siponto; mentre è reale il suo collegamento con Sepinum e questa con Benevento; inoltre, essendo di minore importanza, mancavano le vie/tratturelli per collegare il santuario al territorio dei Sanniti/Pentri e con le popolazioni limitrofe della stessa origine: i Sanniti/Caudini, i Sanniti/Irpinied i Sanniti/Frentani.

                                           

Per sottolineare l’importanza del santuario, abbiamo il parere della S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C., n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; sembra opportuno ricordare la presenza, tra i materiali del santuario, di frammento di lamina bronzea con una borchia emisferica applicata presso il margine e, vicino, il foro per una seconda; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..

Scrivono S. Capini e La Regina (2015): Il sito del santuario corrisponde all’antica Herculaneum, località ricordata da Livio (10, 45, 10) per la battaglia là combattuta nel 293 a.C.: la circostanza che il passo liviano, nel contesto descrittivo dell’avvenimento, parli di un oppidum murato, si spiega ricordando che quello di Campochiaro è il solo santuario dei Sanniti munito di una cinta muraria, edificata già nella fase di IV sec. a.C. e analoga, nell’aspetto, a quelle degli insediamenti fortificati. […].

Il santuario subì ingenti danni da un forte terremoto nel III sec. a. C., ma fu ristrutturato per continuare ad essere frequentato fino al II sec. d. C.: le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C., quando un incendio […]. [Sannio Pentri e Frentani. (1980)].

Anche dopo una probabile distruzione da parte di Silla in seguito alla conquista ed alla distruzione della vicina Bovianum/Bojano, 2^ capitale delle Lega Italia in occasione della Guerra Sociale, il santuario continuò a svolgere le sue funzioni religiose e politiche.

Tra il III ed il IV secolo si assiste ad una ripresa della frequentazione del sito, da mettere verosimilmente in rapporto con l’uso dei percorsi viari che attraversano questa parte del territorio. Non esiste alcun elemento che faccia pensare a qualche forma di sovrapposizione del culto cristiano, se si esclude, in tempi recenti, la creazione di uno spazio religioso denominato “la Madonnella”. (vedi figura).

                                                   

Il santuario si localizza ai “piedi” dell’insediamento fortificato delle Tre Torrette ed era dedicato principalmente a Hercules/herekleis (genitivo)/Ercole, con un tempio ed altre strutture edili costruite su un terrazzamento artificiale a grossi massi in opera poligonale; ma è documentata per ora la presenza dei Dioscuri, raffigurati su una placchetta di argento dorato (IV sec. a. C.), […].

L’area terrazza del santuario visto dall’alto. Il tempio (in alto a sn.) e la porta dell’ingresso a ovest (a ds.).

La Divinità titolare del culto nel santuario e nel tempio, scrivono CapiniLa Regina: era Ercole: a lui si riferiscono molti dei ritrovamenti effettuati e soprattutto una dedica graffita su ceramica che conserva l’epiclesi con cui Ercole era invocato in questo luogo, aisernis, aggettivo che rimanda al nome antico del Matese.

Non essendo stato ancora scoperto un santuario pentro nelle immediate vicinanze della città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, quello di Hercul Rani di Campochiaro è stato stimato essere stato il suo principale luogo di culto.

La planimetria del santuario ci permette di localizzare ed ammirare la porta di ingresso ad ovest ed il tempio nella parte superiore del terrazzamento costruito a grossi blocchi di pietra in opera poligonale visibili a nord, con un andamento per un lungo tratto da est a ovest. (vedi figura).                                                                                       

Del tempio, scrive La Regina, resta solamente la parte inferiore del basamento che misura m 15,30 di lunghezza e m 21,30 di lunghezza, a cui è da aggiungere un’ampia gradinata frontale di cui sono riconosciute le fondazioni. […]. Era prostilo, probabilmente tetrastilo, di ordine ionico, con decorazioni di terracotta applicate alle trabeazioni lignee e al tetto. […]. L’edificio si data nella II metà del II sec. a. C., probabilmente intorno al decennio 130-120 a. C.. (vedi figura).

Primo piano del muro di terrazzamento in opera poliginale (SBAMolise).

Come per la città di Bojano anche Campochiaro NON HA un proprio Museo Archeologico; possiamo ammirare solo una parte dei reperti archeologici UNICAMENTE (spero siano esposti) fra i TANTI, nell’UNICO Museo Archeologico Sannitico istituito nella città di Campobasso; ma ALCUNI li possiamo ammirare grazie alle immagini fotografiche pubblicate nell’articolo curato da Capini e LA Regina in FANA, TEMPLA, DELUBRA. CORPUS DEI LUOGHI DI CULTO DELL’ITALIA ANTICA (2015).

Iniziamo dalle Tegole prodotte in un’officina pubblica, probabilmente di Bovianum, recanti bolli rettilinei impressi con sigilli bronzei; iscrizioni in lettere incavate, con direzione da destra a sinistra se non diversamente indicato.            I bolli servivano per datare la produzione. È adottata a tal fine la dizione che compariva negli elenchi della cronologia ufficiale, con l’annotazione della magistratura eponima annualem(eddíss) t(úvtíks), seguita dalla formula onomastica dei singoli magistrati, anch’essa abbreviata. […].                                                                      I nomi si devono quindi leggere in caso nominativo, come viene peraltro dimostrato dall’abbreviazione del prenome m(ina)z  secondo il criterio adottato anche nei Fasti consolari; l’ablativo assoluto è invece usato in altri contesti, come in latino. In alcuni casi tuttavia il nome è da sciogliere in caso genitivo con la carica posposta, m(eddikiaí) t(úvtíkaí) = in magistratu publico.[…].                                                                                                                             

La destinazione dei laterizi a edifici pubblici di Bovianum e della zona circostante, ossia ai santuari di Campochiaro, Colle d’Anchise, Castello del Matese, e anche a edifici pubblici di Saepinum, nell’ area urbana e al santuario della Mefite a S. Pietro di Cantoni, dimostra che la res publica (túvtú/touto) rappresentata dal meddix tuticus era costituita dall’intera comunità dei Samnites Pentri e non da singole entità cantonali.

La Regina (1989) in merito al ritrovamento dei bolli anche in altri siti, scrive: I bolli si datano nell’arco di circa un secolo prima della guerra sociale. A Pietrabbondante le tegole bollate compaiono in edifici del II sec. a.C.– inizi del I sec. a. C. (Tempio A, Tempio B, domus publica), ma non nel Tempio del santuario orientale, distrutto alla fine del III sec. a.C.. […]. I bolli si datano nell’arco di circa un secolo prima della guerra sociale

Tra i ritrovamenti non mancano alcuni resti di decorazioni architettoniche: Gli scarsissimi frammenti di terrecotte architettoniche raccolti finora nel corso dello scavo appartengono a serie decorative diverse: si riconoscono antefisse con potnia theron di tipi diversi; altre con figura maschile; serie diverse di lastre traforate; antepagmenta con palmette contrapposte e doppie spirali. Si tratta, in ogni caso, di pochissimi frammenti isolati […] tra questi, un’antefissa con scena di Ercole che lotta con il leone ed un frammento di sima con gocciolatoio a testa di leone. Provengono probabilmente da un fregio, pochissimi frammenti raccolti in situazioni diverse. (vedi figura).

[…]. La ceramica a vernice nera rappresenta il nucleo più significativo, essendo del tutto isolata una piccola lekythos a reticolo. Le forme attestate sono generalmente diffuse in tutta l’Italia meridionale, e particolarmente in Campania, in Apulia e nel Sannio, tra la metà del IV e la metà del III sec. a.C.; ciascuna forma è presente in più esemplari che appaiono caratterizzati da una grande omogeneità nelle caratteristiche tecniche. Sono presenti patere di forme diverse, coppe a vasca emisferica, coppe e coppette con parete concavo-convessa (fig. 56), coppe e coppette con orlo rientrante (fig. 57), skyphoi (fig. 58), piccole olpai (fig. 59), alle quali si aggiunge un unico esemplare di coppetta miniaturistica.                                                                                                              Il materiale comprende ancora un solo unguentario e un frammento di una lucerna del tipo delle kitchen lamps. La classe maggiormente rappresentata quantitativamente è la ceramica comune, con pochi vasi di argilla depurata – tre brocche (fig. 60), un’anfora (fig. 61), una coppetta – ed una abbondante quantità di ceramica grezza, presente però con una varietà di forme piuttosto esigua: accanto a pochi esemplari di brocche, bacini, scodelle (fig. 62) e coperchi, la grande maggioranza del materiale è infatti costituita da olle di dimensioni diverse (figg. 63-64). L’insieme è stato interpretato come il vasellame utilizzato per un banchetto sacro.

Altri reperti sono stati datati tra il III e la metà del I sec. a. C.; comprendono terrecotte architettoniche (frammenti di lastre traforate ed una testa di cavallo da un fregio), frammenti di intonaco dipinto, ceramica comune e a vernice nera, unguentari; si notano inoltre una cuspide di lancia ed un sauroter di ferro (i soli elementi relativi all’armamento finora trovati nel santuario, probabilmente, per le reciproche proporzioni, pertinenti al medesimo oggetto), alcune piccole clave di bronzo, una stele d’argento, riferimento miniaturistico a simulacri analoghi a quelli lignei dal santuario della Mefite nella valle di Ansanto (fig. 65).

Stele miniaturistica d’argento (da Capini 1980).

Siamo costretti a vedere SOLO le immagini degli oggetti recuperati nel corso della campagna di scavi condotta dalla Soprintendenza archeologica del Molise.

Sempre a causa della ASSENZA di un Museo Archeologico Pentro non possiamo conoscere ed ammirare le numerose ed antichissime monete; la maggior parte di esse non furono coniate dai Sanniti/Pentri, tranne le loro emissione nel I sec. a. C. in occasione della Guerra Sociale, probabilmente con una zecca mobile: in Corfinio dei Sanniti/Peligni; in Bojano ed in Isernia dei Sanniti/Pentri.

Ancora una volta siamo costretti a vedere SOLO le immagini di quelle recuperate nel corso della campagna di scavi condotta dalla Soprintendenza archeologica del Molise: I ritrovamenti monetari dal santuario di Campochiaro costituiscono un nucleo piuttosto interessante per la loro abbondanza e varietà […]. La maggior quantità di monete, quasi un terzo di quelle raccolte, si concentra nel III secolo e deve essere messa in rapporto con la seconda fase del santuario. Si tratta per lo più di monete campane del tipo Apollo/toro androprosopo […]; abbondate è pure la documentazione relativa ad Aesernia la cui presenza va direttamente messa in rapporto con la rinomanza del santuario nell’ambito del territorio pentro.  (vedi figure).


Quanto visto testimonia la numerosa presenza nel santuario dedicato ad Ercole di popolazioni non solo di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, ma anche popoli dei territori confinanti agevolati, come visto in precedenza, dai percorsi tratturali per i residenti a sud del Massiccio del Matese, mentre le popolazioni della costa adriatica, Sanniti/Frentani e gli abitanti dell’Apulia potevano accedere per mezzo della via anonima da Bobiano/Bojano a teneapulo/Teano degli Apuli/San Paolo Civitate, costruita in epoca romana seguendo, nel territorio pentro ed in quello frentano, il percorso del braccio tratturale MateseCortileCentocelle (vedi IV puntata).

Dopo la visita al santuario della Civitella, riprendiamo il cammino per raggiungere l’insediamento fortificato delle Tre Torrette.

Potremmo percorre una moderna e comoda strada asfaltata, ma è preferibile seguire un antico sentiero, partendo da quota 800 mt per raggiungere quota 1.070 mt.) ed attraversando dapprima un moderno luogo di culto detto “la Madonnella”, dedicato alla Madonna del Carmelo, e proseguire, vegetazione permettendo, lungo il pendio della montagna verso la Fonte Francone.

Percorrendo l’antico sentiero si nota quanto resta di una scalinata realizzata con gradini in pietra non lavorata e lì dove il tracciato curva per supera il dislivello, esiste ancora oggi uno spazio sufficiente per agevolare l’incontro ed il passaggio per chi sale e per chi scende.

Dopo una breve sosta ristoratrice presso la fonte, riprendiamo il cammino lungo il tratturello alla sinistra dell’antica fonte: agevole e non impegnativo ci permette di raggiunge Valle Uma e, volendo, si può proseguire verso la S. P. 331 (in cartina S. P. 164) per essere nel territorio dei Sanniti/Caudini.                                                                      Noi deviamo a destra verso l’insediamento fortificato delle Tre Torrette ad una quota di 1200-1400 mt..

La sua importanza era triplice: coordinava le comunicazioni visive tra il centro fortificato di monte Crocella (1040 mt.) e di Bovaianom (da 450 a 740 mt.) con gli altri insediamenti costruiti nel territorio pentro; controllava e difendeva i percorsi del tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello che dalla pianura di Bojano, salendo verso il santuario italico di Hercul Rani, raggiungeva Valle Uma per poi  proseguiva verso il territorio dei Sanniti/Caudini e dei Sanniti/Irpini residenti a sud del Massiccio del Matese.

1. Fortificazione di monte Crocella.          2. Fortificazione Tre Torrette-Civitavecchia3. Santuario italico di Ercole/Civitella.              4. Campochiaro.               B. BOVAIANOM/Civita Superiore di Bojano. Tratturo Pescasseroli-Candela (linea continua). Tratturello (linea tratt.ta).

 

Planimetrie del centro fortificato Tre Torrette/Civitavecchia da Guide archeologiche Laterza (1984). a sn. Dell’Orto-La Regina (1978).

Al nostra arrivo e dopo aver < ripreso fiato >, ammiramo quanto fu realizzato dai Sanniti/Pentri.

Particolari di una torre del centro fortificato de Le Tre TorretteCivitavecchia.

                                               

I particolari di un recinto.

Serie di terrazzamenti a nord ovest del centro fortificato de Le Tre Torrette

                                              

Terminata la visita, riprendiamo il cammino utilizzando dopo la Fonte Francone, la  comoda strada asfalta che scende nella sottostante pianura di Bojano ed il tratturo Pescasseroli-Candela per raggiungere la città di Bojano dove terminerà il nostro cammino nella Storia e con la Storia dei  Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti denominatisi Pentri quando, partendo dalla loro terra di origine il *Safnio, in latino Samnium (Devoto 1967), presero stabile dimora sulla sommità delle colline, delle montagne e nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese.

Area delle necropoli e le cave lungo il tratturo Pescasseroli-Candela (asfalto) direzione Saepinum nel tratto San Polo Matese e Campochiaro.

Per coloro che non hanno avuto la possibilità di vedere i reperti archeologici scoperti nella vasta area di Camponi (le foto sono pubblicate nella IV puntata) e sottratti alla ammirazione per la NEGLIGENZA di quanti stanno privando la città di Bojano di un MUSEO ARCHEOLOGICO DEI PENTRI, riproponiamo una breve documentazione  fotografica.

TROPPO BELLI per non riproporli alla vostra ATTENZIONE.

Dopo quanto ammirato, abbiamo la conferma del grado di civiltà raggiunto dal popolo dei Sanniti/Pentri  e SMENTISCONO chi continua a giudicarli UNICAMENTE dei rozzi pastori.

Proseguendo verso la città di Bojano dove terminerà il nostro cammino, sempre lungo il tratturo Pescasseroli-Candela, alla nostra sinistra si localizza una vasta area caratterizzata da un microclima, oggi completamente abbandonata alla crescita non regolata della vegetazione di bassi ed alto fusto, ma all’epoca dei Sanniti/Pentri aveva offerto la possibilità di coltivare anche l’olivo, la vite e di quanto poteva svilupparsi con una temperatura mite; di conseguenza, oltre ai prodotti tipici dell’agricoltura, disponevano con l’allevamento del bestiame di latte, di carne, di lana, di pelle, di olio, di vino etc..                                                                                                                              Non dimenticando le cave di argilla la cui lavorazione permetteva la produzione di oggetti di vario genere ed utilità.

Il nostro cammino che ha interessato anche il tratturo Pescasseroli-Candela, partendo dal territorio denominato *Safnio/Samnium/Sannio, durante le varie tappe ci ha fatto conoscere e rivivere un invidiabile passato dei popoli originati dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti;  purtroppo ci riporta alla realtà osservando le condizioni attuali del suo antico percorso. (vedi figura).

Il tratturo Pescasseroli-Candela (dir.ne Pescasseroli) come si presente oggi nei pressi di Bojano (est).

Siamo arrivati, il traguardo del nostro cammino nella Storia e con la Storia dei Safini/Sabini/Sabelli/Sannti/Pentri, è presso la porta orientale della città medievale di Bojano, porta san Biagio a guardia della quale, ancora oggi, esiste un torre medievale, inglobata tra le mura di una moderna casa privata: era l’ingresso orientale della civitas medievaleBovianum/Boviano/Bobiano/Boiano/Bojano: ci dà appuntamento al nostro prossimo cammino sulla Via dei 2 Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento.

Oreste Gentile.

 

MONTEVERDE (?)-CERCEMAGGIORE (?)-SEPINO (SAIPINS/SAEPINUM). CAMMINANDO NELLA STORIA E CON LA STORIA CON I SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (VIII PUNTATA).

febbraio 6, 2021

Continuando il nostro cammino per conoscere gli insediamenti costruiti dai Sanniti/Pentri sulla sommità delle colline e delle montagne a nord est della pianura di Bojano e di Sepino, lasciato il centro fortificato su monte Vairano, scendiamo verso la valle per risalire e raggiungere l’insediamento fortificato di Monteverde di Vinchiaturo.

Da monte Vairano, ripercorriamo il sentiero in direzione Baranello e, seguendo la comoda S. P. 49, nei pressi dell’incrocio con la S. S. 87, imbocchiamo e seguiamo la S. P. 69 fino al quadrivio conosciuto con il nome le quattro vie nuove per imboccare, subito a sinistra, la strada che sale verso l’antica chiesa di santa Maria di Monteverde e seguire, di fronte a sinistra, la strada per la Rocca, l’insediamento sannita/pentro sito alla quota di circa 1.000 mt., sorto per controllare il territorio da ovest verso est  e rendere possibili le comunicazioni visive tra i vari insediamenti. Come sempre accade per la fantasia di qualche studioso del passato, a cui fa sempre eco qualche studioso locale, la fortificazione denominata la Rocca fu identificata e si continua a ricordarlo, con Ruffirium, distrutta da Quinto Fabio sotto la dittatura di Lucio Papirio Cursore.

NON esiste uno Storico che abbia ricordato l’avvenimento: PURA INVENZIONE, PURA FANTASIA solo per accreditare al proprio luogo natio, come si era/è solito fare, un avvenimento ed un ruolo storico MAI avuto.              Infatti, i personaggi ricordati sono reali, le operazioni belliche avvennero nel territorio del Sannio, ma fu IMBRINIUM l’unica località conquistata da Quinto Fabio, ricordata da Livio  (Ab urbe condita libri, VIII, 30).            L’avvenimento precedette la sconfitta dei Romani alle Forche Caudine nell’anno 321 a. C..

Non è dato sapere chi inventò la BUFALA dell’esistenza di un sito denominato Ruffirium; a detta di alcuni la citazione sarebbe da accreditare a Francesco De Sanctis autore di Notizie Istoriche di Ferentino nel Sannio al presente la Terra di Ferrazzano in Provincia di Capitanata (1741), in cui dovremmo leggere l’origine di MirabelloSannitico, localizzato ad est e poco distante dall’insediamentosannitico/pentro la Rocca ed alla quota di circa 600 mt..

La pubblicazione di De Sanctis, consultabile su internet, cita Mirabello in 10 pagine (73. 166. 395. 400. 401. 403. 423. 451. 454. 479): NON esiste Ruffirium.

La disinformazione si perpetua nel tempo ed è addirittura ufficializzata; tant’è che il detto da cosa nasce cosa, nel caso in esame è quanto mai “azzeccato”: la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 20 ottobre 1994, scrive, tra le tante altre cose: Nonché emergenze di notevole importanza, risalenti già al periodo sannitico fra le quali la più evidente la cinta muraria di grande estensione, posta tra il comune di Vinchiaturo e quello di Mirabello, che secondo alcuni studiosi racchiudevano la città sannita di <Ruffirio > ed in cui ancora oggi emergono resti di mura poligonali ed ingenti quantità di reperti ceramici e notevolmente rilevanti sono in un area ad essa adiacente e precisamente in località < Monteverde > i ruderi di un monastero benedettino […].

Fatta questa doverosa precisazione iniziamo a percorrere tra la fitta vegetazione i sentieri all’interno del recinto fortificato di la Rocca di Monteverde.

I centri fortificati Sanniti/Pentri (giallo) sorti a difesa della pianura di Bojano e Sepino e del tratturo Pescasseroli-Candela.

Da De Benedittis (1977) possiamo conoscere l’insediamento di la Rocca: Il terzo recinto, quello di Monteverdeè posto sulla montagna denominata La Rocca a S O di Monte Vairano, da cui dista in linea d’aria non più di 5 km. La cinta è formata da grossi blocchi irregolari sovrapposti a secco e si presenta per lunghi tratti in buono stato di conservazione. La sua lunghezza è di circa 600 m. Presenta una forma leggermente triangolare con vertice in direzione nord[…]; Non appaiono angoli, né torri; l’area racchiusa è di circa 30-40.000 mq; va dunque incluso tra i recinti minori a cui è assegnabile una funzione di avvistamento e segnalazione oggi non meglio classificabileIn effetti la sua collocazione appare quanto mai opportuna per mettere in comunicazione la cinta di Monte Vairano con la piana di Sepino e con i recinti a quest’ultima connessi come quello di Monte Saraceno presso Cercemaggiore; né d’altra parte va escluso il controllo esercitato dal recinto su due arterie notevoli quali il tratturo che da Campochiaro porta a Casacalenda e l’alto corso del torrente Tappino […]. De Benedittis (1988): Sulla cima posta sull’altra sponda del torrente Tappino è posta un’altra cinta di piccole dimensioni (700 m. circa di perimetro) di forma ellittica collocata ad un’altezza di poco meno di 1000. Sul lato Nord-Est sono forse riconoscibili resti della porta. A breve distanza dalla cima sorgono i ruderi della chiesa di S. Maria di Monteverde che dà il nome alla località.

Planimetria della fortificazione sannitica di la Rocca.                                           

Mirabello Sannitico (CB), Monte La Rocca: la fortificazione sannitica (da La Regina 1989).

Altri particolari delle mura del centro fortificato.

Lasciamo la fortificazione de la Rocca e torniamo verso l’antico monastero di santa Maria di Monteverde per seguire la S. S. 17 il cui tracciato potrebbe sovrapporsi al più antico della via consolare Minucia che, come sappiamo, si originava a Corfinio ed arrivava a Brindisi.                                                                                                Al bivio, nei pressi della località Taverna/Crocella, abbandoniamo la statale ed imbocchiamo a destra la S. P. 54 che abbandoniamo al bivio per Cercepiccola per proseguire con la S. P. 86 verso Cercemaggiore intravedendo, in lontananza, monte Saraceno, toponimo che dall’anno 1876 ha sostituito l’originale Pianadolfo, dalla chiara origine Longobarda,  ricorda S. Vandozzi  (2016), che ricorda la presenza di quella popolazione nel periodo alto medievale nel territorio molisano, tema del nostro prossimo cammino nella Storia e con la Storia.

Da archeologicamolise.beniculturali.itL’insediamento di Cercemaggiore, ubicato sulla cima di Monte Saraceno, si sviluppa nella parte più alta del monte, a quota 1089 metri s.l.m. È articolato in due cinte, il cui circuito in parte si sovrappone. La più antica circonda la parte più alta della montagna ed include un’area di circa 20.000 mq.  Le mura sono a doppia faccia a vistadello spessore di m. 1,50 circa. Sono visibili attualmente, due porte, entrambe perpendicolari al muro, prive dell’architrave. La seconda cerchia di mura, molto più estesa della prima, include uno spazio di circa 220.000 mq. Le mura sono generalmente costruite con blocchi rozzi di forma poligonale, con una sola faccia a vistaVi si aprono due porteQuella principale a nord-ovest, è la più grande, è obliqua al muro e si apre in corrispondenza di un percorso che attraversa tutta l’area interna alla fortificazione, sfociando a sud-ovest (qui era probabilmente collocata una porta analoga, presso una sorgente).                                                                                                                                                             

Un’altra porta, molto piccola e di struttura molto semplice si apre a sud, conserva ancora il blocco di pietra che funge da architrave. (vedi figure).

Planimetria fortificazione di monte Saraceno (Dell’Orto-La Regina).

Altri particolari del centro fortificato di monte Saraceno.

Valeria Scocca (2015), scrive: Lo scavo dell’arx ha restituito cospicui quantitativi di ceramiche, di fittili e di metalli d’età ellenistica, in particolare ceramica a vernice nera, oggetti in ferro e monete d’argento di Velia, che suggeriscono una lunga frequentazione del sito, collocabile tra la fine del V-prima metà del IV ed il I sec. a.C.. A suggerire l’ipotesi di una destinazione cultuale dell’area concorre il rinvenimento di un’ascia miniaturistica in ferro (lungh. 3 cm), a destinazione probabilmente votiva, che trova puntuali riscontri in oggetti analoghi provenienti dai santuari di S. Pietro di Cantoni e di Ercole a Campochiaro, ascrivibili ad un arco cronologico compreso tra IV e III sec. a.C..

IGNORO dove siano custoditi ed esposti.

Rincresce abbandonare il bel panorama offerto dalla fortificazione di monte Saraceno, una delle tante esistenti nel territorio dei Sanniti/Pentri di cui forse per sempre si ignorerà l’antichissimo nome, ma era tra i più importanti non solo per la sua estensione, quanto più per la sua localizzazione a difesa e controllo soprattutto del confine est-sud-est del territorio.

All’epoca “faceva coppia” con l’insediamento sito a sud, la fortificazione di Saipins/Terravecchia che ci apprestiamo a raggiungere percorrendo dapprima un sentieri verso il centro di San Giuliano del Sannio.

E’ interessante sapere, purtroppo l’epoca della loro presenza non è pertinente al periodo storico del nostro cammino, che nel territorio di San Giuliano del Sannio di cui si ignora l’antico nome sannita/pentro, sono tornati alla luce cospicui resti di una villa della famiglia sepinate dei Neratiigens  del municipium di Saepinumcolonnecapitellisarcofagicippi ed una tabula lusoria ed altro materiale databile a partire dal II sec. a. C..

Continuando il percorso lungo il tratturello proveniente dai pascoli Massiccio del Matese, entriamo dalla porta Tammaro e, percorrendo il cardo nella civitas sannita/romana di Saepinum, usciamo dalla porta Matese ed iniziamo l’ascesa lungo il sentiero della collina per raggiungere l’importante meta: Saipins.

archeologicamolise.beniculturali.itSorge in posizione strategica sulla valle del Tammaro, sulla omonima altura a quota 953 metri. Da tale posizione si controllano sia il percorso della valle (il tratturo Pescasseroli-Candela) sia la via che dalla valle risale sui monti del Matese. Il circuito delle mura si sviluppa per circa 1500 metri e sfrutta, dove esistente, la difesa naturale costituita da speroni rocciosi e strapiombi. Caratteristica delle mura è la doppia cortina murariauna esterna più bassa e l’altra arretrata di circa 3 metri rispetto alla primatra le due corre un terrapieno utilizzato per il cammino di ronda. Lungo il percorso sono visibili tre porte di cui quella orientale, detta “postierla del Matese“, si apre in corrispondenza della via di accesso dal valico; la seconda è sul lato nord-ovest, la cosidetta “porta dell’Acropoli“, dalla quale si usciva per l’approvvigionamento idrico delle tre Fontane. La più importante per funzione e dimensione è quella che si apre nell’angolo est delle mura, la cosiddetta “porta del Tratturo“, nella quale sbocca la via proveniente dalla vallata. Delle tre, la “postierla del Matese” è quella meglio conservata, con un’apertura di m. 1,20 e un’altezza di m. 2,50la copertura è ottenuta con grandi lastroni di pietra disposti in piano.

L’area del Massiccio del Matese settentrionale occupata dall’insediamento fortificato di Sainips.

La postierla del Matese, inglobata nelle maestose e possenti mura di cinta in opera rozzamente poligonale con la sua superba bellezza ci dà il benvenuto. (vedi foto).

postierla del Matese e le mura della fortificazione vista da nord.

 

Particolare della cinta muraria a doppia cortina nei pressi della postierla del Matese.(vista da nord est) (beniculturali.it) 

Particolari della cinta muraria e delle strutture interne del centro fortificato di Saipins.

E’ bene ammirare una statuina rinvenuta nei pressi delle mura di cinta dell’insediamento fortificato di Saipins.

una statuetta di offerente in bronzo, trovata nel secolo XIX «presso le mura ciclopiche» di Terravecchia e datata dal Colonna al III-II sec. a.C., può verosimilmente attribuirsi al santuario di S. Pietro di Cantoni.

Dopo la nostra visita, con la promessa di ritornare per conoscere le testimonianze di quanto accadde nel periodo altomedievale, torniamo in pianura per ammirare quanto seppero realizzare i Sanniti/Pentri dopo la definitiva conquista di Saipins nell’anno 293 a. C. da parte dei Romani.

Come era accaduto per tutti gli insediamenti fortificati, compresa lo loro città madre e capitale Bovaianom, sorti sulle sommità delle colline e delle montagne dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dopo la conquista Romana, anche la conquista di Saipins nell’anno 293 a. C., ebbe come conseguenza l’obbligo per i suoi abitanti di risiedere nelle rispettive pianure e con la collaborazione degli stessi conquistatori costruirono nella pianura anche ampliando i loro preesistenti insediamenti localizzati all’incrocio del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela con i tratturelli proventi dai pascoli del Massiccio del Matese.

Per molteplici cause non abbiamo più una chiara testimonianza archeologica della sannita romana civitas Bovianum/Bojano; più evidente è la sannita romana civitas Saepinum/Altilia/Sepino, ancora oggi protetta con possenti mura costruite, scrive La Regina, tra il 2 a. C. ed il 4 sec. d. C..

Scendendo da Saipins con il tratturello Matese, giunti nei pressi di porta Terravecchia, ci dirigiamo ad ovest lungo le mura di cinta per entrare e visitare la civitas sannita/pentra/romana seguendo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che, dopo il suo ingresso dalla monumentale porta Boiano, divenne il decumano. (vedi figura).

Il nostro cammino, interessandosi al periodo iniziale della presenza dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nel loro nuovo territorio,  fa sosta in Saepinum per ammirare le testimonianze archeologiche datate fino alla fine del I sec. a C..

Matteini Chiari e V. Scocca (2015), scrivono: Le evidenze materiali più antiche si inquadrano cronologicamente tra il Neolitico finale e l’Eneolitico, l’età del Bronzo e l’età del FerroResidui di strutture abitative (frammenti di concotto e ceramica) provengono da contrada Cantoni. Si segnalano inoltre rinvenimenti sporadici pre-protostorici, frutto di ricerche di superficie effettuate nel secolo scorso  Il rinvenimento di un colum in bronzo di produzione etrusca, databile alla prima metà del V sec. a.C., dai dintorni di Altilia, ha suggerito l’ipotesi dell’esistenza di un centro arcaico situato nelle immediate vicinanze della Saepinum romana, del quale peraltro non sussiste, almeno al momento, alcuna evidenza archeologica. Lo stesso poleonimo, verosimilmente connesso alla radice del verbo latino saepio = «recingo», tradisce l’origine dell’insediamento, sorto come emporio e stazione di sosta per le greggi transumanti che attraversavano il Molise per raggiungere i pascoli invernali del Tavoliere.

Nel periodo preromano l’insediamento su cui poi sorgerà la civitas Saepinum, sito sull’incrocio del tratturo Pescasseroli-Candela (ovest-est) con il tratturello proveniente dai pascoli del Matese (sud-nord), fu fondato con lo scopo agricolo, zootecnico e commerciale, come testimonia la fullonica costruita proprio nei pressi dell’incrocio del decumano con il cardo, nell’area che in epoca romana sarà riservata al forum. (vedi figura).                      Torelli: […] la presenza di un edificio di natura industriale, una fullonica […] legata alla transumanza ed alle consuete attività di scambio e di mercato nel luogo di sosta delle greggi. […]. Della fullonica sepinate rimangono le sole vasche (lacus) in cocciopesto intercomunicanti a piani decrescenti.

La Regina (1984): Alla fine del II sec. a. C. esiste già un complesso di edifici per abitazioni private che rivelano l’adozione di modelli architettonici evoluti e l’impiego di maestranze qualificate. […].                                                   Anche al di sotto di una casa ubicata presso il Foro, in corrispondenza dell’impluvio di età imperiale è stato trovato un impluvio di terracotta, della fine del II sec. a. C., recante incise alcune lettere dell’alfabeto osco. (vedi figura). 

                                                                                                                                                                     

Abbandonato il foro e percorrendo ancora un breve tratto del decumano, alla sinistra e nei pressi della fontana del grifo troviamo la cosiddetta area industriale: il mulino ad acqua, la casa del sannita con l’impluvio e la conceria con le sue 4 vasche di decantazione.

Tra i reperti archeologici più antichi scoperti nella civitas sannita/romana, ricordiamo un colum databile alla fine del VI secolo a. C.: il colum sepinate rimane sino ad ora un documento assolutamente isolato a comprovare nel Molise un rapporto commerciale con ambienti di cultura etrusca, scrisse Cianfaranise altri trovamenti non verranno a confermare questo rapporto, l’oggetto sarebbe  stato portato dal suo possessore per il tramite di commerci. (vedi figura)

Quì termina la visita all’aperto nella civitas sannita /romana di Saepinum, ma la sua Storia è documentata dai reperti archeologici esposti nelle sale nel vicino Museo della città e del territorio-Sepino. (vedi figure).

Il Museo è localizzato in alcune sale delle antiche abitazioni agricole realizzare alla fine dell’800, sfruttando per le loro fondazioni la struttura superiore della cavea del teatro costruito, dicono gli esperti, dopo la costruzione delle imponenti mura di cinta (tra 2 a. C. e 4 d. C.).

Le vetrinette per le esposizione permettono di ammirare quanto scoperto nel territorio della sannita/romana civitas Saepinum. 

 

Skyphos (bicchiere) in ceramica a vernice nera.

Nella sala sono anche proposti alcuni reperti monetali di varia provenienza, quali una didracma d’argento di zecca tarantina della metà del III secolo a.C. ed una moneta di re Prusias di Bitinia, della fine del III secolo- prima metà del II secolo a.C.. Poco più recenti sono le monete di zecca romana, della metà del II – I secolo a.C..

Arricchita la nostra conoscenza dei Sanniti/Pentri vissuti dapprima nell’insediamento montano fortificato Saipins e successivamente, dopo la conquista Romana, in pianura nella civitas sannita/romana Saepinum, uscendo da porta Boiano, a sinistra seguiamo un viottolo verso l’antico santurio sannita/pentro.

Maurizio Matteini Chiari (2015): Il santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino occupa una posizione di spalto rilevata (q. 666 s.l.m.) e dominante, aperta sull’ampia vallata del fiume Tammaro.

L’area sacra, recinta da murature megalitiche in opera poligonale, oggi ispessite da accatastamenti progressivi e precari di pietrame dai campi contigui, disegna un triangolo irregolare i cui lati si allungano sul terreno lungo il versante per qualche centinaio di metri.

L’area interna, vistosamente livellata, ha sezione piatta sviluppandosi su un ampio terrazzo artificiale ricavato per intagli progressivi di roccia lungo lo scosceso pendio che da Terravecchia (q. 953 s.l.m.) scende, talora in sensibile acclività, ad Altilia (q. 548 s.l.m.) e al Tammaro. È una collocazione felicissima non solo perché il santuario gode di un’esposizione aperta al continuo soleggiamento, ma anche, e soprattutto, perché questa ubicazione costituisce un sicuro punto di equilibrio, non da ultimo anche topografico, fra aree sommitali destinate alla difesa (Terravecchia) e aree di valle destinate al mercato ed alla produzione (fasi repubblicane di Altilia) nell’ambito comunitario e cantonale dei Saepinates.

Il santuario ai nostri occhi diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C.

Il III sec. a.C. è, dunque, particolarmente presente. I manufatti, di produzione locale e assai più spesso di importazione, costituiscono un documento di valore assoluto, oggettivamente incontrovertibile, dell’importanza ormai assunta dal culto e dal santuario di San Pietro di Cantoni, ma sono anche il segno tangibile, evidentissimo, di una nuova o rinnovata prosperità della comunità dei Saepinates

Teniamo sempre presente, come già detto: dopo la conquista della città madre e capitale Bovaianom e la fondazione della sannita/romana Bovianum, la presenza delle pianure  a settentrione del Massiccio del Matese e la presenza dei percorsi tratturali, alcuni dei più importati  divennero vie consolari,  contribuirono ad incrementare l’allevamento del bestiame, dei prodotti lattiero-caseari, l’industria dell’argilla, gli scambi commerciali e culturali con i popoli confinanti o, come abbiamo visto nei precedenti cammini nella Storia e con la Storia dei Sanniti/Pentri, con i popoli di oltremare.

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Planimetria del tempio e il tempio. Foto aerea (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari

Il santuario ai nostri occhi, aggiunge Maurizio Matteini Chiari, diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C. È, difatti, a partire da questa data che la presenza di manufatti diviene gradualmente più cospicua, più omogenea, in altri termini più «strutturale» perché questi cominciano ad evidenziare una precisa destinazione d’uso, a presentare comuni caratteristiche formali e dimensionali e perché costituiscono, con qualche oggettiva evidenza, presenze a loro modo selezionate e mirate e riferibili, in prima istanza, al culto. Il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi).

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Statuetta bronzea di divinità femminile (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Il repertorio, amplissimo e variegato, degli oggetti riconducibili al culto, all’offerta devozionale quanto allo strumentario usato nel rituale, all’interno del santuario è documentato emblematicamente dal contenuto della stipe votiva che ha restituito la statuetta in bronzo di divinità con dedica di trebis dekkiis, composta da una vistosa e preziosa congerie di materiali, talora anche miniaturistici: pinakes e fittili votivi diversi (fig. 104), tanagrine, unguentari, pesi da telaio, monili in metallo prezioso, elementi di abbigliamento, ceramiche, recipienti fittili e in metallo e ancora strumenti in metallo e pietra lavica (Matteini Chiari c.s.), monete. La datazione della stipe votiva non sembra, tuttavia, oltrepassare la fine del III sec. a.C..

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Il tempio. Stipe votiva in corso di scavo (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Con l’immagine di questa splendida testimonianza che dovrebbe DEFINITIVAMENTE “mettere” a TACERE quanti continuano a giudicare i discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti unicamente dei rozzi pastori, riprendiamo il nostro cammino verso l’ULTIMA PUNTATA: l’insediamento fortificato di Colle di Rocco pertinente al territorio di Guardiaregia; il santuario sannita/pentro Hercul Rani e l’insediamento fortificato delle Tre torrette nel territorio di Campochiaro e conoscere, attraverso una breve descrizione, l’imboscata organizza in quel territorio contro l’esercito Romano dai Sanniti/Pentri, forse con i loro consanguinei confinanti.

Teatro dell’imboscata (vedi fig. in alto). Localizzazione del santuario di Hercul Rani e la localizzazione della fortificazione delle Tre Torrette (vedi figura in basso).

Oreste Gentile.

(Continua con l’ultima puntata).