MONTEVERDE (?)-CERCEMAGGIORE (?)-SEPINO (SAIPINS/SAEPINUM). CAMMINANDO NELLA STORIA E CON LA STORIA CON I SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (VIII PUNTATA).

Continuando il nostro cammino per conoscere gli insediamenti costruiti dai Sanniti/Pentri sulla sommità delle colline e delle montagne a nord est della pianura di Bojano e di Sepino, lasciato il centro fortificato su monte Vairano, scendiamo verso la valle per risalire e raggiungere l’insediamento fortificato di Monteverde di Vinchiaturo.

Da monte Vairano, ripercorriamo il sentiero in direzione Baranello e, seguendo la comoda S. P. 49, nei pressi dell’incrocio con la S. S. 87, imbocchiamo e seguiamo la S. P. 69 fino al quadrivio conosciuto con il nome le quattro vie nuove per imboccare, subito a sinistra, la strada che sale verso l’antica chiesa di santa Maria di Monteverde e seguire, di fronte a sinistra, la strada per la Rocca, l’insediamento sannita/pentro sito alla quota di circa 1.000 mt., sorto per controllare il territorio da ovest verso est  e rendere possibili le comunicazioni visive tra i vari insediamenti. Come sempre accade per la fantasia di qualche studioso del passato, a cui fa sempre eco qualche studioso locale, la fortificazione denominata la Rocca fu identificata e si continua a ricordarlo, con Ruffirium, distrutta da Quinto Fabio sotto la dittatura di Lucio Papirio Cursore.

NON esiste uno Storico che abbia ricordato l’avvenimento: PURA INVENZIONE, PURA FANTASIA solo per accreditare al proprio luogo natio, come si era/è solito fare, un avvenimento ed un ruolo storico MAI avuto.              Infatti, i personaggi ricordati sono reali, le operazioni belliche avvennero nel territorio del Sannio, ma fu IMBRINIUM l’unica località conquistata da Quinto Fabio, ricordata da Livio  (Ab urbe condita libri, VIII, 30).            L’avvenimento precedette la sconfitta dei Romani alle Forche Caudine nell’anno 321 a. C..

Non è dato sapere chi inventò la BUFALA dell’esistenza di un sito denominato Ruffirium; a detta di alcuni la citazione sarebbe da accreditare a Francesco De Sanctis autore di Notizie Istoriche di Ferentino nel Sannio al presente la Terra di Ferrazzano in Provincia di Capitanata (1741), in cui dovremmo leggere l’origine di MirabelloSannitico, localizzato ad est e poco distante dall’insediamentosannitico/pentro la Rocca ed alla quota di circa 600 mt..

La pubblicazione di De Sanctis, consultabile su internet, cita Mirabello in 10 pagine (73. 166. 395. 400. 401. 403. 423. 451. 454. 479): NON esiste Ruffirium.

La disinformazione si perpetua nel tempo ed è addirittura ufficializzata; tant’è che il detto da cosa nasce cosa, nel caso in esame è quanto mai “azzeccato”: la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 20 ottobre 1994, scrive, tra le tante altre cose: Nonché emergenze di notevole importanza, risalenti già al periodo sannitico fra le quali la più evidente la cinta muraria di grande estensione, posta tra il comune di Vinchiaturo e quello di Mirabello, che secondo alcuni studiosi racchiudevano la città sannita di <Ruffirio > ed in cui ancora oggi emergono resti di mura poligonali ed ingenti quantità di reperti ceramici e notevolmente rilevanti sono in un area ad essa adiacente e precisamente in località < Monteverde > i ruderi di un monastero benedettino […].

Fatta questa doverosa precisazione iniziamo a percorrere tra la fitta vegetazione i sentieri all’interno del recinto fortificato di la Rocca di Monteverde.

I centri fortificati Sanniti/Pentri (giallo) sorti a difesa della pianura di Bojano e Sepino e del tratturo Pescasseroli-Candela.

Da De Benedittis (1977) possiamo conoscere l’insediamento di la Rocca: Il terzo recinto, quello di Monteverdeè posto sulla montagna denominata La Rocca a S O di Monte Vairano, da cui dista in linea d’aria non più di 5 km. La cinta è formata da grossi blocchi irregolari sovrapposti a secco e si presenta per lunghi tratti in buono stato di conservazione. La sua lunghezza è di circa 600 m. Presenta una forma leggermente triangolare con vertice in direzione nord[…]; Non appaiono angoli, né torri; l’area racchiusa è di circa 30-40.000 mq; va dunque incluso tra i recinti minori a cui è assegnabile una funzione di avvistamento e segnalazione oggi non meglio classificabileIn effetti la sua collocazione appare quanto mai opportuna per mettere in comunicazione la cinta di Monte Vairano con la piana di Sepino e con i recinti a quest’ultima connessi come quello di Monte Saraceno presso Cercemaggiore; né d’altra parte va escluso il controllo esercitato dal recinto su due arterie notevoli quali il tratturo che da Campochiaro porta a Casacalenda e l’alto corso del torrente Tappino […]. De Benedittis (1988): Sulla cima posta sull’altra sponda del torrente Tappino è posta un’altra cinta di piccole dimensioni (700 m. circa di perimetro) di forma ellittica collocata ad un’altezza di poco meno di 1000. Sul lato Nord-Est sono forse riconoscibili resti della porta. A breve distanza dalla cima sorgono i ruderi della chiesa di S. Maria di Monteverde che dà il nome alla località.

Planimetria della fortificazione sannitica di la Rocca.                                           

Mirabello Sannitico (CB), Monte La Rocca: la fortificazione sannitica (da La Regina 1989).

Altri particolari delle mura del centro fortificato.

Lasciamo la fortificazione de la Rocca e torniamo verso l’antico monastero di santa Maria di Monteverde per seguire la S. S. 17 il cui tracciato potrebbe sovrapporsi al più antico della via consolare Minucia che, come sappiamo, si originava a Corfinio ed arrivava a Brindisi.                                                                                                Al bivio, nei pressi della località Taverna/Crocella, abbandoniamo la statale ed imbocchiamo a destra la S. P. 54 che abbandoniamo al bivio per Cercepiccola per proseguire con la S. P. 86 verso Cercemaggiore intravedendo, in lontananza, monte Saraceno, toponimo che dall’anno 1876 ha sostituito l’originale Pianadolfo, dalla chiara origine Longobarda,  ricorda S. Vandozzi  (2016), che ricorda la presenza di quella popolazione nel periodo alto medievale nel territorio molisano, tema del nostro prossimo cammino nella Storia e con la Storia.

Da archeologicamolise.beniculturali.itL’insediamento di Cercemaggiore, ubicato sulla cima di Monte Saraceno, si sviluppa nella parte più alta del monte, a quota 1089 metri s.l.m. È articolato in due cinte, il cui circuito in parte si sovrappone. La più antica circonda la parte più alta della montagna ed include un’area di circa 20.000 mq.  Le mura sono a doppia faccia a vistadello spessore di m. 1,50 circa. Sono visibili attualmente, due porte, entrambe perpendicolari al muro, prive dell’architrave. La seconda cerchia di mura, molto più estesa della prima, include uno spazio di circa 220.000 mq. Le mura sono generalmente costruite con blocchi rozzi di forma poligonale, con una sola faccia a vistaVi si aprono due porteQuella principale a nord-ovest, è la più grande, è obliqua al muro e si apre in corrispondenza di un percorso che attraversa tutta l’area interna alla fortificazione, sfociando a sud-ovest (qui era probabilmente collocata una porta analoga, presso una sorgente).                                                                                                                                                             

Un’altra porta, molto piccola e di struttura molto semplice si apre a sud, conserva ancora il blocco di pietra che funge da architrave. (vedi figure).

Planimetria fortificazione di monte Saraceno (Dell’Orto-La Regina).

Altri particolari del centro fortificato di monte Saraceno.

Valeria Scocca (2015), scrive: Lo scavo dell’arx ha restituito cospicui quantitativi di ceramiche, di fittili e di metalli d’età ellenistica, in particolare ceramica a vernice nera, oggetti in ferro e monete d’argento di Velia, che suggeriscono una lunga frequentazione del sito, collocabile tra la fine del V-prima metà del IV ed il I sec. a.C.. A suggerire l’ipotesi di una destinazione cultuale dell’area concorre il rinvenimento di un’ascia miniaturistica in ferro (lungh. 3 cm), a destinazione probabilmente votiva, che trova puntuali riscontri in oggetti analoghi provenienti dai santuari di S. Pietro di Cantoni e di Ercole a Campochiaro, ascrivibili ad un arco cronologico compreso tra IV e III sec. a.C..

IGNORO dove siano custoditi ed esposti.

Rincresce abbandonare il bel panorama offerto dalla fortificazione di monte Saraceno, una delle tante esistenti nel territorio dei Sanniti/Pentri di cui forse per sempre si ignorerà l’antichissimo nome, ma era tra i più importanti non solo per la sua estensione, quanto più per la sua localizzazione a difesa e controllo soprattutto del confine est-sud-est del territorio.

All’epoca “faceva coppia” con l’insediamento sito a sud, la fortificazione di Saipins/Terravecchia che ci apprestiamo a raggiungere percorrendo dapprima un sentieri verso il centro di San Giuliano del Sannio.

E’ interessante sapere, purtroppo l’epoca della loro presenza non è pertinente al periodo storico del nostro cammino, che nel territorio di San Giuliano del Sannio di cui si ignora l’antico nome sannita/pentro, sono tornati alla luce cospicui resti di una villa della famiglia sepinate dei Neratiigens  del municipium di Saepinumcolonnecapitellisarcofagicippi ed una tabula lusoria ed altro materiale databile a partire dal II sec. a. C..

Continuando il percorso lungo il tratturello proveniente dai pascoli Massiccio del Matese, entriamo dalla porta Tammaro e, percorrendo il cardo nella civitas sannita/romana di Saepinum, usciamo dalla porta Matese ed iniziamo l’ascesa lungo il sentiero della collina per raggiungere l’importante meta: Saipins.

archeologicamolise.beniculturali.itSorge in posizione strategica sulla valle del Tammaro, sulla omonima altura a quota 953 metri. Da tale posizione si controllano sia il percorso della valle (il tratturo Pescasseroli-Candela) sia la via che dalla valle risale sui monti del Matese. Il circuito delle mura si sviluppa per circa 1500 metri e sfrutta, dove esistente, la difesa naturale costituita da speroni rocciosi e strapiombi. Caratteristica delle mura è la doppia cortina murariauna esterna più bassa e l’altra arretrata di circa 3 metri rispetto alla primatra le due corre un terrapieno utilizzato per il cammino di ronda. Lungo il percorso sono visibili tre porte di cui quella orientale, detta “postierla del Matese“, si apre in corrispondenza della via di accesso dal valico; la seconda è sul lato nord-ovest, la cosidetta “porta dell’Acropoli“, dalla quale si usciva per l’approvvigionamento idrico delle tre Fontane. La più importante per funzione e dimensione è quella che si apre nell’angolo est delle mura, la cosiddetta “porta del Tratturo“, nella quale sbocca la via proveniente dalla vallata. Delle tre, la “postierla del Matese” è quella meglio conservata, con un’apertura di m. 1,20 e un’altezza di m. 2,50la copertura è ottenuta con grandi lastroni di pietra disposti in piano.

L’area del Massiccio del Matese settentrionale occupata dall’insediamento fortificato di Sainips.

La postierla del Matese, inglobata nelle maestose e possenti mura di cinta in opera rozzamente poligonale con la sua superba bellezza ci dà il benvenuto. (vedi foto).

postierla del Matese e le mura della fortificazione vista da nord.

 

Particolare della cinta muraria a doppia cortina nei pressi della postierla del Matese.(vista da nord est) (beniculturali.it) 

Particolari della cinta muraria e delle strutture interne del centro fortificato di Saipins.

E’ bene ammirare una statuina rinvenuta nei pressi delle mura di cinta dell’insediamento fortificato di Saipins.

una statuetta di offerente in bronzo, trovata nel secolo XIX «presso le mura ciclopiche» di Terravecchia e datata dal Colonna al III-II sec. a.C., può verosimilmente attribuirsi al santuario di S. Pietro di Cantoni.

Dopo la nostra visita, con la promessa di ritornare per conoscere le testimonianze di quanto accadde nel periodo altomedievale, torniamo in pianura per ammirare quanto seppero realizzare i Sanniti/Pentri dopo la definitiva conquista di Saipins nell’anno 293 a. C. da parte dei Romani.

Come era accaduto per tutti gli insediamenti fortificati, compresa lo loro città madre e capitale Bovaianom, sorti sulle sommità delle colline e delle montagne dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dopo la conquista Romana, anche la conquista di Saipins nell’anno 293 a. C., ebbe come conseguenza l’obbligo per i suoi abitanti di risiedere nelle rispettive pianure e con la collaborazione degli stessi conquistatori costruirono nella pianura anche ampliando i loro preesistenti insediamenti localizzati all’incrocio del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela con i tratturelli proventi dai pascoli del Massiccio del Matese.

Per molteplici cause non abbiamo più una chiara testimonianza archeologica della sannita romana civitas Bovianum/Bojano; più evidente è la sannita romana civitas Saepinum/Altilia/Sepino, ancora oggi protetta con possenti mura costruite, scrive La Regina, tra il 2 a. C. ed il 4 sec. d. C..

Scendendo da Saipins con il tratturello Matese, giunti nei pressi di porta Terravecchia, ci dirigiamo ad ovest lungo le mura di cinta per entrare e visitare la civitas sannita/pentra/romana seguendo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che, dopo il suo ingresso dalla monumentale porta Boiano, divenne il decumano. (vedi figura).

Il nostro cammino, interessandosi al periodo iniziale della presenza dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nel loro nuovo territorio,  fa sosta in Saepinum per ammirare le testimonianze archeologiche datate fino alla fine del I sec. a C..

Matteini Chiari e V. Scocca (2015), scrivono: Le evidenze materiali più antiche si inquadrano cronologicamente tra il Neolitico finale e l’Eneolitico, l’età del Bronzo e l’età del FerroResidui di strutture abitative (frammenti di concotto e ceramica) provengono da contrada Cantoni. Si segnalano inoltre rinvenimenti sporadici pre-protostorici, frutto di ricerche di superficie effettuate nel secolo scorso  Il rinvenimento di un colum in bronzo di produzione etrusca, databile alla prima metà del V sec. a.C., dai dintorni di Altilia, ha suggerito l’ipotesi dell’esistenza di un centro arcaico situato nelle immediate vicinanze della Saepinum romana, del quale peraltro non sussiste, almeno al momento, alcuna evidenza archeologica. Lo stesso poleonimo, verosimilmente connesso alla radice del verbo latino saepio = «recingo», tradisce l’origine dell’insediamento, sorto come emporio e stazione di sosta per le greggi transumanti che attraversavano il Molise per raggiungere i pascoli invernali del Tavoliere.

Nel periodo preromano l’insediamento su cui poi sorgerà la civitas Saepinum, sito sull’incrocio del tratturo Pescasseroli-Candela (ovest-est) con il tratturello proveniente dai pascoli del Matese (sud-nord), fu fondato con lo scopo agricolo, zootecnico e commerciale, come testimonia la fullonica costruita proprio nei pressi dell’incrocio del decumano con il cardo, nell’area che in epoca romana sarà riservata al forum. (vedi figura).                      Torelli: […] la presenza di un edificio di natura industriale, una fullonica […] legata alla transumanza ed alle consuete attività di scambio e di mercato nel luogo di sosta delle greggi. […]. Della fullonica sepinate rimangono le sole vasche (lacus) in cocciopesto intercomunicanti a piani decrescenti.

La Regina (1984): Alla fine del II sec. a. C. esiste già un complesso di edifici per abitazioni private che rivelano l’adozione di modelli architettonici evoluti e l’impiego di maestranze qualificate. […].                                                   Anche al di sotto di una casa ubicata presso il Foro, in corrispondenza dell’impluvio di età imperiale è stato trovato un impluvio di terracotta, della fine del II sec. a. C., recante incise alcune lettere dell’alfabeto osco. (vedi figura). 

                                                                                                                                                                     

Abbandonato il foro e percorrendo ancora un breve tratto del decumano, alla sinistra e nei pressi della fontana del grifo troviamo la cosiddetta area industriale: il mulino ad acqua, la casa del sannita con l’impluvio e la conceria con le sue 4 vasche di decantazione.

Tra i reperti archeologici più antichi scoperti nella civitas sannita/romana, ricordiamo un colum databile alla fine del VI secolo a. C.: il colum sepinate rimane sino ad ora un documento assolutamente isolato a comprovare nel Molise un rapporto commerciale con ambienti di cultura etrusca, scrisse Cianfaranise altri trovamenti non verranno a confermare questo rapporto, l’oggetto sarebbe  stato portato dal suo possessore per il tramite di commerci. (vedi figura)

Quì termina la visita all’aperto nella civitas sannita /romana di Saepinum, ma la sua Storia è documentata dai reperti archeologici esposti nelle sale nel vicino Museo della città e del territorio-Sepino. (vedi figure).

Il Museo è localizzato in alcune sale delle antiche abitazioni agricole realizzare alla fine dell’800, sfruttando per le loro fondazioni la struttura superiore della cavea del teatro costruito, dicono gli esperti, dopo la costruzione delle imponenti mura di cinta (tra 2 a. C. e 4 d. C.).

Le vetrinette per le esposizione permettono di ammirare quanto scoperto nel territorio della sannita/romana civitas Saepinum. 

 

Skyphos (bicchiere) in ceramica a vernice nera.

Nella sala sono anche proposti alcuni reperti monetali di varia provenienza, quali una didracma d’argento di zecca tarantina della metà del III secolo a.C. ed una moneta di re Prusias di Bitinia, della fine del III secolo- prima metà del II secolo a.C.. Poco più recenti sono le monete di zecca romana, della metà del II – I secolo a.C..

Arricchita la nostra conoscenza dei Sanniti/Pentri vissuti dapprima nell’insediamento montano fortificato Saipins e successivamente, dopo la conquista Romana, in pianura nella civitas sannita/romana Saepinum, uscendo da porta Boiano, a sinistra seguiamo un viottolo verso l’antico santurio sannita/pentro.

Maurizio Matteini Chiari (2015): Il santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino occupa una posizione di spalto rilevata (q. 666 s.l.m.) e dominante, aperta sull’ampia vallata del fiume Tammaro.

L’area sacra, recinta da murature megalitiche in opera poligonale, oggi ispessite da accatastamenti progressivi e precari di pietrame dai campi contigui, disegna un triangolo irregolare i cui lati si allungano sul terreno lungo il versante per qualche centinaio di metri.

L’area interna, vistosamente livellata, ha sezione piatta sviluppandosi su un ampio terrazzo artificiale ricavato per intagli progressivi di roccia lungo lo scosceso pendio che da Terravecchia (q. 953 s.l.m.) scende, talora in sensibile acclività, ad Altilia (q. 548 s.l.m.) e al Tammaro. È una collocazione felicissima non solo perché il santuario gode di un’esposizione aperta al continuo soleggiamento, ma anche, e soprattutto, perché questa ubicazione costituisce un sicuro punto di equilibrio, non da ultimo anche topografico, fra aree sommitali destinate alla difesa (Terravecchia) e aree di valle destinate al mercato ed alla produzione (fasi repubblicane di Altilia) nell’ambito comunitario e cantonale dei Saepinates.

Il santuario ai nostri occhi diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C.

Il III sec. a.C. è, dunque, particolarmente presente. I manufatti, di produzione locale e assai più spesso di importazione, costituiscono un documento di valore assoluto, oggettivamente incontrovertibile, dell’importanza ormai assunta dal culto e dal santuario di San Pietro di Cantoni, ma sono anche il segno tangibile, evidentissimo, di una nuova o rinnovata prosperità della comunità dei Saepinates

Teniamo sempre presente, come già detto: dopo la conquista della città madre e capitale Bovaianom e la fondazione della sannita/romana Bovianum, la presenza delle pianure  a settentrione del Massiccio del Matese e la presenza dei percorsi tratturali, alcuni dei più importati  divennero vie consolari,  contribuirono ad incrementare l’allevamento del bestiame, dei prodotti lattiero-caseari, l’industria dell’argilla, gli scambi commerciali e culturali con i popoli confinanti o, come abbiamo visto nei precedenti cammini nella Storia e con la Storia dei Sanniti/Pentri, con i popoli di oltremare.

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Planimetria del tempio e il tempio. Foto aerea (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari

Il santuario ai nostri occhi, aggiunge Maurizio Matteini Chiari, diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C. È, difatti, a partire da questa data che la presenza di manufatti diviene gradualmente più cospicua, più omogenea, in altri termini più «strutturale» perché questi cominciano ad evidenziare una precisa destinazione d’uso, a presentare comuni caratteristiche formali e dimensionali e perché costituiscono, con qualche oggettiva evidenza, presenze a loro modo selezionate e mirate e riferibili, in prima istanza, al culto. Il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi).

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Statuetta bronzea di divinità femminile (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Il repertorio, amplissimo e variegato, degli oggetti riconducibili al culto, all’offerta devozionale quanto allo strumentario usato nel rituale, all’interno del santuario è documentato emblematicamente dal contenuto della stipe votiva che ha restituito la statuetta in bronzo di divinità con dedica di trebis dekkiis, composta da una vistosa e preziosa congerie di materiali, talora anche miniaturistici: pinakes e fittili votivi diversi (fig. 104), tanagrine, unguentari, pesi da telaio, monili in metallo prezioso, elementi di abbigliamento, ceramiche, recipienti fittili e in metallo e ancora strumenti in metallo e pietra lavica (Matteini Chiari c.s.), monete. La datazione della stipe votiva non sembra, tuttavia, oltrepassare la fine del III sec. a.C..

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Il tempio. Stipe votiva in corso di scavo (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Con l’immagine di questa splendida testimonianza che dovrebbe DEFINITIVAMENTE “mettere” a TACERE quanti continuano a giudicare i discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti unicamente dei rozzi pastori, riprendiamo il nostro cammino verso l’ULTIMA PUNTATA: l’insediamento fortificato di Colle di Rocco pertinente al territorio di Guardiaregia; il santuario sannita/pentro Hercul Rani e l’insediamento fortificato delle Tre torrette nel territorio di Campochiaro e conoscere, attraverso una breve descrizione, l’imboscata organizza in quel territorio contro l’esercito Romano dai Sanniti/Pentri, forse con i loro consanguinei confinanti.

Teatro dell’imboscata (vedi fig. in alto). Localizzazione del santuario di Hercul Rani e la localizzazione della fortificazione delle Tre Torrette (vedi figura in basso).

Oreste Gentile.

(Continua con l’ultima puntata).

 

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2 Risposte to “MONTEVERDE (?)-CERCEMAGGIORE (?)-SEPINO (SAIPINS/SAEPINUM). CAMMINANDO NELLA STORIA E CON LA STORIA CON I SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (VIII PUNTATA).”

  1. stefanovannozzi Says:

    Caro Oreste tengo nuovamente a precisarti che il toponimo “Saraceno” dato alla montagna di Cercemaggiore è una invezione recente come ho potuto documentare e scrivere in un saggio su ArcheoMolise ma che ho riportato anche sul più recente volume “Frammenti Cercesi” che tu hai. Fino al 1876 la detta montagna si chiamava Pianadolfo, dalla chiara origine Longobarda…

  2. molise2000 Says:

    Il contributo dei lettori è sempre accettato, non esiste censura. Grazie per la collaborazione

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