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IL BORGO MEDIEVALE DI CIVITA SUPERIORE DI BOJANO.

dicembre 1, 2018

Si contraddistingue per essere ubicato sulla sommità della collina a nord del Massiccio del Matese, con il castrum ed il castello posto su uno < sperone roccioso >, entrambi  per difendere la città di Bojano e la valle dei Pentri, una pianura di circa 100 kmq..

Civita Superiore di Bojano (vista da sud est). Il castrum (in primo piano) e il castello (in alto).

La sua altimetria varia dai mt. 684 della torre d’angolo delle mura di cinta del castrum, poste a sud, ai 714 mt. della torre d’angolo posta ad est, raggiungendo i circa mt. 732 a sud ovest, alla base dello < sperone roccioso >.

Una zona pianeggiante, denominata in dialetto Campeduoglie (circa 10. 000 mq.), separa il castrum (circa 34. 000 mq.) dalla base della collina dove fu edificato il castello (circa 3. 500 mq.), posto ad una quota variabile da circa mt. 750 (ad est) a circa mt. 760 (ad ovest).

Civita Superiore di Bojano (vista da sud). 1 la torre d’angolo mura sud. 2 la torre d’angolo mura est.

 

Civita Superiore di Bojano. La fortezza medievale vista da sud: castello –  campeduoglie castrum.

 

Civita Superiore di Bojano. La fortezza con le mura di cinta, linea tratt.ta rossa del castrum e del castello
(vista da nord).

 

Civita Superiore di Bojano vista dall’alto, lato sud: la sua estensione con le mura di cinta, linea tratt.ta rossa.  1 la torre d’angolo a nord. 2 la torre d’angolo a est. 3 il campeduoglie: “spianata” che separava il castrum dal castello compreso tra le quote 4 e5.

 

Civita Superiore di Bojano. Le mura di cinta del castrum (realtà e ipotesi di ricostruzione). 1. Ipotesi delle mura a nord (in alto). 2. Mura esistenti a sud (a sin.) ed una delle vie di accesso. 3. torre d’angolo delle mura a sud (fig. 4) edificate su terrazzamento sannitico. 5. Ipotesi delle mura ad est del castrum tra la torre d’angolo a sud, la torre (fig. 6) e la torre d’angolo ad est di cui esiste un rudere.

Le vicende belliche, i fenomeni naturali e gli interventi edilizi di quanti nel corso dei secoli abitarono la sommità di Civita Superiore di Bojano, hanno lasciato pochissime testimonianze soprattutto della presenza degli abitanti di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita che vi presero dimora tra i secoli XI-IX a. C., ossia circa 300 anni prima della fondazione di Roma (753 a. C.), fondando la città madre e loro capitale Bovaianom, circondata e difesa da mura in rozza opera poligonale e protetta dalle fortificazioni posta sulla sommità di monte Crocella, già Colle Pagano, ricordata con il nome di Colle Sacro da Diodoro Siculo (I sec. a. C.) o di Collis Samnius da Festo (II sec. d. C.); Colle, una descrizione che potrebbero anche identificare la fortezza di Civita Superiore di Bojano con le sue 2 sommità fortificate, dove nel medioevo furono costruiti il castrum ed il castello.

Civita Superiore di Bojano. La sommità con l’insediamento sannitico e le 2 fortificazione separate da campeduoglie. Nel medioevo divennero il castrum ed il castello.

 

Non erano rari nel territorio dei Pentri gli insediamenti sulle sommità delle colline e delle montagne con 2 o forse più fortificazioni costruite a grossi blocchi di pietra più o meno lavorata.

          Insediamenti sannitici con due centri fortificati.

Come già illustrato, il castrum ed il castello di Civita Superiore di Bojano furono costruiti su due aree poste a quote altimetriche diverse, separati da una “striscia” di terreno leggermente pianeggiante denominato Campeduoglie: un toponimo che richiama alla mente il termine Campidoglio, nome di uno dei sette colli di Roma, il meno esteso degli altri sei, a quota di 40-45 mt. s. l. m., su cui fu fondata la città nell’anno 753 a. C..

In www.gea-archeologia.it/campidoglio-il-colle-sacro-di-roma/  si legge:

Si innalzava dominante ed isolato in prossimità del Tevere. […]. Il colle fu racchiuso da un primitivo sistema di mura difensive assolvendo per secoli alla funzione di roccaforte; […]. Il Campidoglio era distinto in due sommità, il Capitolium propriamente detto dove venne eretto il Tempio di Giove Capitolino e l’Arx a nord-ovest (attuale Ara Coeli) uniti da una avvallamento […]

Poche sono le testimonianze della presenza dei Pentri nella fortezza di Civita Superiore di Bojano e dei Romani durante il loro dominio visto che divenne l’acropoli della romana civitas Bovainum  (fig. 1 e fig. 2).

 

Civita Superiore di Bojano. Testimonianze della presenza dei Sanniti/Pentri.

 

Civita Superiore di Bojano. Testimonianze dell’epoca romana. Rocchio di una colonna romana riutilizzata per la costruzione del maschio del castello. Moneta dell’epoca della presenza di Annibale nell’Italia centro meridionale.

La caduta dell’impero romano aveva dato origine al fenomeno dell’incastellamento per difendere il territorio dall’invasione dei popoli, cosiddetti barbari, provenienti dalle regioni dell’Europa del nord.

Il ritorno delle popolazioni negli antichi insediamenti preromani fondati sulle sommità delle colline e delle montagne, permetteva sia di controllare meglio il territorio sia di comunicare visivamente e più rapidamente tra loro, considerando la distanza media in linea d’aria variabile dai tre agli otto chilometri.

N. Cilento, scrive […] il castrum da riparo di vasta area adibito a difesa ed a centro collettore e di rifugio, si restringe e diventa simbolo della giurisdizione signorile esercitata tutt’intorno sulla terra che ne dipende; ivi trovarono rifugio le genti che avevano colonizzato i latifondi lasciati incolti. […]. […] in questo caso il castello (inteso come castrum, n. d. r.) non è quello signorile, ma soltanto un gruppo di case, o una vasta area recintata e protetta in cui i rustici si rifugiavano con i loro poveri beni, o addirittura la semplice recinzione di terre coltivate da coloni.

Ben diverso è il castello, scrive Cilento, come affermazione di potere signorile, come segno di autonomia e giurisdizione, spesso come atto di ribellione, costruito in un’area ristretta fra le terre circostanti, in posizione eminente e fortificata, di cui c’era già esempio in età romana, oltre al sistema delle fortificazioni, anche in alcune dimore di potenti. […] soltanto circa la metà del X secolo le fondazioni dei castelli si fanno frequentissime per esplicita concessione dei principes de gente Langabardorum.

Gli abitanti di Bovianum trovarono rifugio e sicurezza occupando l’acropoli della romana civitas che si era sviluppata nella sottostante pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese. (vedi figura).

In assenza di informazioni dalle fonti bibliografiche più antiche o di una data certa della costruzione del castrum e del castello, potremmo ipotizzare una radicale modificazione delle strutture sannitiche/pentre prima e romane dopo, avvenuta con l’arrivo ed il dominio dei Longobardi nella città di Benevento, capitale dell’omonimo ducato, la Langobardia minor, poi principato, i cui confini a nord est e nord ovest comprendevano il territorio già dei Sanniti/Frentani e dei Sanniti/Pentri in cui furono istituiti i gastaldati con i capoluoghi di Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Larino e Termoli, già sedi delle diocesi episcopali.

Fu fondato il monastero di san Vincenzo al Volturno che favorì, con l’istituzione di una signoria monastica, la Terra Sancti Vincentiil, e la nascita di nuovi insediamenti fortificati con castrum, con o senza un castello. (vedi figura).

 

L’estensione del ducato-principato di Benevento.

 

Il complesso monastico di san Vincenzo al Volturno. (da http://www.sanvincenzoalvolturno.it).

Le cronache dell’epoca ricordano nell’anno 667 la presenza del bulgaro Alzecone, nominato da Romualdo, figlio del re longobardo Grimoaldo, gastaldo dei territori pertinenti ai centri di Sepino, Bojano ed Isernia; probabilmente, abitò nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Il confine (linea rossa) del gastaldato di Alzecone.

Per l’anno 860 le cronache ricordano Guandelperto, titolare del gastaldato di Boiano, soccombere a Saugdan, capo dei Saraceni.

Essendo stato istituito il gastaldato di Boiano, autonomo al pari dei gastaldati di Venafro, Isernia, Trivento, Larino e Termoli, pertinenti al ducato, poi principato di Benevento, possiamo ipotizzare la residenza di Gualdelperto nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Il territorio (rosso) della contea longobardo-franca di Bojano ed i castrum (punto rosso) fondati nei pressi del capoluogo.

All’anno 1003 risale una donazione della contessa Maria, figlia del conte Roffridus di alcuni suoi beni; figlia e padre erano membri della nobiltà longobarda del principato di Benevento e l’atto, redatto e firmato in Boiano, ricorda il defunto conte Pontefrid, marito della contessa Maria, figlio del conte Magenolfi: l’odierno centro di Roccamandolfi deriva il nome dal suo feudatario il conte Magenolfi: Rocca Magenulfi.

Periodicamente soggiornarono nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano e nel castello di rocca Magenolfi.

Roccamandolfi, già rocca Magenolfi                                   Il castello

Uno stretto rapporto politico, amministrativo esisteva tra la città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducato longobardo, poi principato longobardo-franco, e la civitas di Boiano, capoluogo dell’omonimo gastaldato, poi contea.

Stretto era anche il rapporto religioso: la diocesi di Boiano era suffraganea della metropolita di Benevento e con Benevento, che conserva le sacre reliquiecondivideva e condivide il patrono: san Bartolomeo.

Questo legame permette ipotizzare, in assenza di una documentazione sicura, lo stanziamento di una comunità ebraica, presente nel capoluogo del ducato, poi principato, già alla metà del XI secolo nella fortezza della Civita Superiore di Bojano.

Ricordando quanto scritto da Paolo Diacono sulle condizioni in cui versavano nell’anno 667 i territori pertinenti alle città di SepinoBoiano ed Isernia: una vasta regione sino allora deserta, è ipotizzabile che oltre ai bulgari di Alzecone, anche dei coloni ebrei potrebbero essere stati invitati od obbligati a stabilirsi in quei centri.

Il castrum della fortezza di Civita Superiore di Bojano offriva alla comunità ebraica una migliore difesa e la pianura sottostante un maggiore sviluppo agricolo per le sue numerose sorgenti di acqua per lo sviluppo dell’industria tessile, mentre la via verso la Daunia e la costa adriatica e la via consolare Minucia verso la città di Benevento, favorivano gli scambi commerciale.

Ciò che resta a testimoniare la presenza dei Longobardi e della comunità ebraica, è una < balaustra > in cui fu scolpito il nodo longobardo o nodo di Salomone ed il toponimo Giudecca dove risiedeva la comunità di Ebrei.

 

Proprio la presenza delle abbondanti sorgenti di acqua avrebbe favorito il trasferimento di alcuni Ebrei dalla città di Benevento o dalle regioni limitrofe al castrum della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

La loro principale attività di tingere e di lavorare la lana, come testimoniano i toponimi tintiere valchiere da gualchiera valchiera, fu svolta nella città di Boiano la cui pianura era/è ricca di sorgenti di acqua.

Nella città di Bojano ancora oggi esistono alcuni toponimi o si ha memoria del loro utilizzo nel passato: via Tintiere vecchie, ancora esistente, e via valchiere, oggi via Turno ed una area detta valcaturo.

Tintiere deriva da tincta (Judeorum), la lavorazione quasi in esclusiva dei colori e delle tinte dei tessuti da parte delle comunità ebraiche

Valchiere e valcaturo sono la corruzione di Gualchiera Valchiera, di derivazione longobardaWalcan o Walkjan=pressare, tipico delle macchine idrauliche che rendevano il tessuto più resistente attraverso l’infeltrimento della lana.

Nell’anno anno 1241 già esisteva l’Ecclesia Sancti Blasii de Porta Bojano: era anche nei pressi del valcaturo dove operavano le valchiere e dedicata a San Biagio per ricordare il suo martirio: fu torturato con i pettini di ferro delle macchine utilizzate per cardare la lana, poi fu decapitato. Si venera per essere patrono dei cardatori di lana e protettore contro il “male di gola”.

1. via Tintiere Vecchie2. via Valchiere. Chiesa san Biagio (punto rosso).

Regesti Gallucci pubblicati da G. De Benedettis (2011), ricordano per gli anni 1138 e 1147 in un atto di vendita rogato per mano di N. Machabeo di Boiano (un “cognome” utilizzato dalle comunità ebraiche) anche il nome Salathiele figlio di Giovanni Saneb di d(ett)a Città (di Boiano) per gli anni 1166 e 1168.

Dopo la presenza dei Sanniti/Pentri, dei Romani, dei Longobardi e Bulgari, la fortezza di Civita Superiore di Bojano vide la presenza dei Normanni, per essere stata la residenza del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea, avendo sposato la contessa Emma, figlia di Rofredus (forse lo stesso ricordato nella donazione dell’anno 1003).

Dopo la presenza dei Sanniti/Pentri, dei Romani, dei Longobardi e Bulgari, la fortezza di Civita Superiore di Bojano vide la presenza dei Normanni, per essere stata la residenza del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea, avendo sposato la contessa Emma, figlia di Rofredus (forse lo stesso ricordato nella donazione dell’anno 1003).

Il castrum di Moulins: qui nacque Rodolfo.

Sposando Emma ed acquisendo la titolarità della contea di Boiano, il conte Rodolfo dichiarò nei suoi diplomi di donazione: Raul gratia Dei comes filius quodam domni Gimundi qui fuit comes, ortus in Europis partibus Alpis et nunc, Deo tuente, comitatum teneo in Sampnitidis pertibus que vulgo Bubiano vocatur (Cuozzo-Martin 1998) ed Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis.

Vivendo nella fortezza di Civita Superiore di Bojano, è indubbio il suo l’intervento per migliorare le strutture abitative e difensive sia del castrum che del castello.

Gli successe il figlio, conte Ugo (I) a cui va il merito di avere iniziato con il padre e, continuato, l’ampliato dei confini della contea di Boiano, incorporando le contee di Venafro, di Isernia, di Trivento e parte della contea di Larino, la contea di Castellis Maris (Castelvolturno) e fare la donazione del castello di Viticuso all’abatem Oderisium di Montecassino, dove il conte padre, Rodolfo, si era ritirato per condurre vita monastica fino alla morte avvenuta tra gli anni 1092 e 1094.

Fu il conte Ugo (I) a donare alla cattedrale chiesa di S. Bartolomeo Apostolo di Bojano tutte le decime di Ferrazzano, e Mirabello, tanto de Campi, quanto de salari di Natale, Pasqua e S. Maria, e di tutti i molini, che sono nelli predetti luoghi […].

sigillum di cera utilizzato nell’anno 1092 dal comes Ugo (I) de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea normanna di Bojano (1092 c.-1113 c.): UGO COMES DE MOLISIO e la testa di un grifo/ grifone, creatura mitologica formato per metà da un’aquila gigante e l’altra parte da un leone.

 

Miniatura del Registro di S. Angelo in FormisUgo (I), conte di Boiano (in rosso) fa donazione all’abate Saxo.

Al conte Ugo (I) successe il figlio Simone sempre presente in Civita Superiore di Bojano e nella sua vasta contea di Boiano; la sua titolarità fu breve, morì a causa del terremoto che colpì la città di Isernia durante la sua visita.

Il fratello Roberto fu nominato conte di Boiano per la minore età di Ugo (II) figlio del conte Simone: abitarono nella fortezza di Civita Superiore di Bojano fino al compimento della maggiore età di Ugo (II) che restò nella residenza paterna, mentre lo zio Roberto, avendo terminata la reggenza della contea di Boiano fu nominato domni Sepini e, probabilmente, prese dimora in castello Sepini, dando origine alla dinastia dei domni Campibassi.

Risale all’anno 1128 la testimonianza dell’annessione del feudo di Serracapriola alla già estesa contea di Boiano del conte Ugo (II).

Confini (rosso) della contea di Boiano (mancano i feudi di Castelvoturno e di Serracapriola).

Con il conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio iniziò l’abbandono della residenza comitale del castello e della fortezza di Civita Superiore di Bojano anche a causa dell’avvento al potere di re Ruggero II, discendente della famiglia degli Altavilla, il cui progetto era affermare la sua autorità unificando politicamente ed amministrativa il vasto territorio del suo regno.

Non condividendo i progetti del sovrano, il conte Ugo (II) partecipò alla rivolta alleandosi con il conte Rainulfo di Alife, cognato del re, con Roberto, principe di Capua, con Sergio, principe di Napoli, con Tancredi di Conversano e, con fasi alterne, con il papa Innocenzo II che aveva chiamato in soccorso l’imperatore Lotario II di Suplimburgo.

Sconfitti, il conte Ugo (II) perse la contea di Boiano che fu concessa al conte Roberto di Sant’Agata.

Scarse sono le notizie del conte Roberto di Sant’Agata, titolare della contea di Boiano, e della sua presenza nella fortezza di Civita Superiore di Bojano a causa della sua breve titolarità, ripresa dal conte Ugo (II) che, avendo appreso come acquisire e conservare il potere, sposò una figlia di re Ruggero I; quest’ultimo ebbe una relazione amorosa con la sorella del conte di Boiano con la nascita di Simone.

Nell’anno 1142, riunendo tutti i feudatari presso Silva Marca, re Ruggero II impose la sua riforma e la contea di Bojano fu denominata contea di Molise, dal cognomine della famiglia normanna che derivava dal castrum Moulins dove era nato il capostipite Rodolfo.

Il conte Ugo (II), avendo acquisito anche il titolo e l’ufficio di Justitiario del regno e vivendo alla corte reale di Palermo, venne spesso nella contea di Molise per svolgere le sue funzioni, dimorando nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano.  

Era presente nell’anno 1144 per una causa di possesso delle chiese di S. Lorenzo e di S. Marco, site in Agnone, tra il preposito del monastero di S. Pietro Avellana ed il vescovo di Trivento.

Nell’anno 1148 era a Limosano con i suoi baroni, magnati, giudici e boni homines.

Nell’anno 1149 era a Bojano.

L’ultimo atto sottoscritto nella contea di Molise risale all’anno 1153.

Vivendo alla corte di Palermo, nell’anno 1160, dopo la morte di re Ruggero II, discutendo con il nuovo re Guglielmo I ed Ugo, arcivescovo di Palermo, decise il trasferimento del corpo di santa Cristina da Sepino a Palermo; di lì a poco, in Palermo, concluse la sua vita terrena.

Non avendo lasciato eredi, la contea di Molise fu amministrata direttamente dal demanio regio.

Correva l’anno 1166, il nuovo conte Riccardo di Mandra venne nella città di Bojano, capoluogo della nobilissima contea di Molise, nella città Venafro e di tutte le altre castella che appartenevano alla contea di Molise, solennemente secondo il costume preceduto da trombe, timpani e cimbali.

La sua presenza nella contea di Molise fu molto scarsa, visto il maggiore impegno politico ed amministrativo presso la corte reale di Palermo.

Ipotizzabile la sua residenza nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano, mentre è documentata la sua presenza nella città di Isernia in occasione di una plenam curia assistito dai vescovi domini Roberto episcopo Bojani, domno Raynaldo episcopo Yserniensis, & domno Raone episcopo Treventano.

Non si conoscono altre notizie del conte Riccardo di Mandra, titolare della contea di Molise, né la data della sua morte.

Si sa che aveva sposato Gaitelgrima con la nascita di Ruggero, divenuto conte di Molise, restando nei primi anni di titolarità alla corte reale di Palermo; successivamente a causa della guerra tra l’imperatore Enrico II, titolare del regno, e Tancredi di Altavilla, che si riteneva erede legittimo, si trasferì nella sua contea, dimorando, molto probabilmente, nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano nell’anno 1185.

Nell’anno 1189 era nella città di Venafro e, successivamente, nel castello di Rocca Magenulfi (Roccamandolfi) e nell’anno 1193 di nuovo nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano per vendere al suo vassallo Matteo Aiello dell’integra quarta parte d’una sua coltura di là dalla caldula (torrente Callora, n. d. r.) a’ Campi Marci (Campi Marzi n. d. r.).

Nell’anno 1196, il conte Ruggero, con l’avvento dell’ imperatore Enrico VI, perse la titolarità della contea di Molise, dopo essersi difeso strenuamente nel castello di Rocca Maginulfi dal vittorioso assalto di Corrado di Lutzelinhart, detto Muscancervello, che fu nominato nuovo titolare della contea di Molise.

Ipotizzabile la residenza del nuovo conte nel castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano a causa della precaria situazione creata alla corte reale di Palermo per la successione al trono; è documentata la sua presenza nelle città di Venafro e di Isernia.

All’anno 1202 si fa risalire la morte del conte Corrado di Lutzelinhart.

Per la fortezza di Civita Superiore di Bojano e per il castello di Rocca Magenulfi, stava iniziando un lungo periodo di scontri tra l’imperatore Federico II e coloro che vi dimoravano: Tommaso da Celano, il nuovo conte di Molise, per avere sposato la contessa Giuditta, che gli aveva portato in dote la contea per essere figlia del conte Ruggero sconfitto da Corrado di Lutzelinhart.

Tommaso da Celano, conte di Molise, non aveva partecipato alla incoronazione di Federico II a re di Sicilia, avvenuta in Roma nell’anno 1220; il contrasto tra i due si acuì in seguito anche con l’Editto delle Sanzioni che annullava tutti i privilegi acquisiti dai conti e dai baroni del regno nominati durante la minore età del giovane sovrano.

Le fasi più salienti dello scontro: l’imperatore aveva isolato la contea di Molise per aver conquistato le fortezze poste ai suoi confini e, mentre il conte Tommaso continuava a resistere e difendersi dal castello di Rocca Magenulfi, la moglie, contessa Giuditta, resisteva e si difendeva dal castello della fortezza di Civita Superiore di Bojano, denominata all’epoca Rocca Boiano.

Il castello di Rocca Boiano visto dal castello di Rocca Magenolfo.

Nell’anno 1221 l’esercito imperiale entrò nella contea di Molise ed occupò senza colpo ferire la città di Boiano, posta ai piedi dell’omonima Rocca; nella città convennero tutti i baroni della contea di Molise per sostenere le rivendicazioni di Federico II.

La reazione del conte Tommaso fu inaspettata e rapida: giungendo da Rocca Magenulfi, colse di sorpresa l’esercito imperiale, mettendo in fuga, tramandano le cronache dell’epoca, gli impauriti suoi baroni; trasferì le munizioni ed i viveri raccolti nella città di Boiano nella omonima Rocca che abbandonò con la moglie Giuditta, non dopo aver dato alle fiamme la città di Boiano, forse per vendicare la precedente pacifica resa agli avversari.

Si rifugiarono a Rocca Magenulfi ed il conte di Acerra con l’esercito imperiale assediò ed occupò Roccam Boiano.

All’assedio di Rocca Magenulfi, mentre il conte Tommaso si era rifugiato presso il conte Ruggero di Anversa, prese parte senza successo lo stesso Federico II che, stanco della resistenza della contessa, la convocò nella città di Celano per trattare la sua resa e quella del marito.

Nell’anno 1223 fu sottoscritto un trattato di pace tra l’imperatore Federico II, il conte Tommaso da Celano e la contessa Giuditta.

Tornarono in possesso perpetuo della contea e il conte Tommaso fu nominato giustiziere della contea con alcune limitazioni, che accrescevano il potere della magna curia. D’altra parte, Federico II si riservava il diritto di distruggere qualsiasi fortezza, e stipulava di tenere Rocca Boiano sotto il suo potere fino al suo ritorno dall’oltre mare: l’imperatore, visitando la fortezza, aveva valutato la sua grande importanza strategica.

 

Civita Superiore di Bojano. Moneta federiciana rinvenuta nel castello.

I brevi periodi di pace diedero la possibilità a Federico II di far ristrutturare i castelli e le fortificazioni che avevano subito danni a causa delle rivolte scoppiate nel regno.

Muccilli (2010) ricorda: nell’anno 1239 a Riccardo di Montenigro, Justitiario Terre Laboris et Comitatus Molisii fu ordinato di abbattere alcune case costruite nell’area esterna al castello in monte Boiano ed il trasferimento dei suoi abitanti occupanti in altro luogo, probabilmente nel castrum sottostante della fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Tra gli anni 1241 e 1246 fu ordinato ai vari justitiarii di procedere a quest’opera di ristrutturazione e furono impartiti ordini a coloro che dovevano contribuire.

Per la ricostruzione del castrum Boyani reparari debet per homines ipsius in terre, Monti Viridis (Monteverde di Vinchiaturo?), Castelli Vecoli (Terravecchia di Sepino), baronie Castri Pignani, Campi Bassi, Ysernie, Rocce Magdenuli (Roccamandolfi), Cantalupi e baronie domini Thomasii de Celano.

Dopo alterne vicende, il conte di Molise e la moglie, contessa Giuditta, persero definitivamente la titolarità della contea.

Prima della morte di Federico II, la contea fu assegnata al figlio naturale Enzo (si dice che fosse nato dal suo amore per la contessa Giuditta) che ne fu privato dal fratellastro Corrado IV, divenuto imperatore nell’anno 1250, dopo la morte del padre e fu concessa a Oddo, signore di Marchia.

L’imperatore Corrado IV, probabilmente, nell’anno 1254 aveva soggiornato nel castello della fortezza di Civita di Bojano, resosi conto dello stato in cui era, ordinò, come aveva già fatto il padre, Federico II tra gli anni 1241-1246, un nuovo mandato a Rao castri Macclagodani judex per sollecitare gli abitanti di Castri Pineani a restaurare castrum Boiani.

Civita Superiore di Bojano. Il castrum ed il castello da restaurare.

Possiamo conoscere anche il nome di alcuni castellani di Rocca Boiano durante il dominio degli Angioini: la contea di Molise non ebbe più un titolare e continuò ad essere amministrata dalla curia reale a cui si deve lo smantellamento del castello di Rocca Magenulfi, essendo divenuto rifugio dei ribelli e degli eretici; le munizioni di cui era dotato venivano trasferite a Rocca Boiano: Il Re ordina che sia demolito il castrum di Rocca Maginolfi ad opera di coloro ai quali toccava eseguirvi le riparazioni; che il materiale e le munizioni siano consegnati a Oberto de Ripacuria, castellano di Boiano, […].

Carlo d’Angio affidò la gestione dei feudi ai suoi seguaci francesi, lombardi e romani per limitare la potenza degli antichi conti.

La città di Boiano con la sua fortezza di Civita Superiore di Bojano fu assegnata a Roczolino de Mandroles per la somma di 200 once d’oro: (1271) apud Capuam. Roczolino de Mandroles et heredibus […] (conceditur) terra Boyani cum arce, pro unc. CC.

A Roczolino successe il figlio Roberto che dalla Francia venne in Italia e, probabilmente, presente nel feudo della città di Boiano, andò a risiedere nel castello della fortezza di Rocca Boiano: Mandatum pro assecuratione vassallorum terre Boiani, Roberto de Mamberolis (Mandrales, n. d. r.) mil., per mortem Rocelini, patris sui.

Durante la baronia di Roberto de Mamberolis, scrive Muccilli, nell’anno 1275, fu designato castellano lo scutifer Jehan de la Tour (latinizzato in Johannes de Turri), anch’egli di origine francese, nel corso della cui gestione fu ordinata una nuova riparazione della fortezza ad opera degli abitanti delle terre già preposte con l’aggiunta, questa volta, di Casoria non ancora identificata (Casoria in prov. Di Napoli? n. d. r.). La conferma che la guarnigione in servizio presso il castello era formata oltre che dal castellano anche da dieci servientes, e fornita da un documento 1278 relativo, in modo specifico, al pagamento di tre mesi di stipendio loro dovuto.

Fra il 1282 ed il 1284 è menzionato un altro francese, Buchard de Memorancy, quale concessionario della baronia di Bojano, mentre come castellano fu designato Theobalduas de Bellovidere.

La purezza delle acque presenti nella pianura di Bojano favoriva la fauna ittica della cui bontà il re Carlo I d’Angiò era a conoscenza tant’è che si riservò l’utilizzo: Il Re avendo saputo che il fiume di Boiano è ricco di trote, ordina al Secreto di Principato ecc. che lo dia in fitto, ma vi proibisca la pesca, anche al castellano di Boiano, avendo cura di trasmettere di continuo tutte le trote pescate alla regia cucina. Datum Capuae, XXX martii XIII ind..

Ergo, il castellano della fortezza di Civita Superiore di Bojano amministrava il feudo pertinente alla città di Boiano.

Concludiamo con un avvenimento accaduto in occasione dell’Unità d’Italia.

La mattina del 5 settembre 1860, su gli antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore si vide sventolare la bandiera tricolore ! 

Antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore ?

Purtroppo i terremoti dell’anno 1456 e dell’anno 1805 e gli interventi poco diligenti degli uomini hanno prodotti danni irreparabile al castrum ed al castello di Rocca Boiano.

Come gli antichi disegnatori hanno rappresentato la fortezza di Civita Superiore di Bojano.

Pacichelli 1703 (in alto).  Magnacca e Conte 1778 (in basso).

Oreste Gentile.

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” BOVAIANOM “/ ” BOVIANUM ” / UBI EST ?

novembre 18, 2018

Ancora una volta è doveroso illustrare l’esistenza nella antichità di un unico centro denominato BOVAIANOM (osco), BOVIANUM (latino), infine BOJANO.

La sua UNICA localizzazione ed identificazione, più volte illustrata dopo la “forzata” ipotesi di Mommsen che ne stimò una duplice localizzazione e identificazione, modificando colonia, ricordata da Plinio Secondo il Vecchio (23-79 d. C.) nella Naturalis Historia, in coloniae, è stata messa di nuovo in discussione: Bovianum non era ubicata a Pietrabbondante; non era ubicata nel territorio della moderna Bojano, bensì nella pianura di Campochiaro.

Sulla base della ricostruzione storica della guerra sociale  (92-88 a. C.) tramandata con ricchezza di particolari dalle fonti classiche che ricorda la localizzazione di Bovianum/Bojano, hanno scritto [Tutte le citazioni sono tratte del volume Samnites Pentri (2008) di P. Nuvoli]: Diversamente, non sembra essere provata in via definitiva la coincidente ubicazione della Bovianum romana con la Bovianum sannitica, investita dalle legioni di Silla dell’89 a. C., troppo sbrigativamente, anche da parte della dottrina più accreditata assunta come scontata acquisizione. […].

[…] poiché egli (Silla, n. d. r.) conquistò la Bovianum sannitica e non quella romana. La sostanziale coincidenza della Bovianum romana con la Bojano moderna, è archeologicamente confermata dal ricco materiale epigrafico ivi rinvenuto, dai resti di costruzioni, fino al rinvenimento d’un tratto viario in basolato, emerso durante i recenti lavori di sistemazione del torrente Calderari.

E’ da osservare diversamente, che nell’area coincidente con la Bojano moderna, sebbene posta all’interno di un territorio abitato dai Samnites Pentri per alcuni secoli, la presenza di reperti sannitici per la fase anteriore alla Guerra Sociale, è pressochè inesistente.

INNANZITUTTO il toponimo della città madre e capitale, fondata dai Pentri, era Bovaianom (osco); divenne Bovianum (latino) dopo la conquistata dei Romani in occasione della seconda guerra sannitica dell’anno 305 a. C..

Nel periodo oggetto della nostra attenzione, ossia il I sec. a. C., il territorio dei Pentri era stato definitivamente conquistato dai Romani: alla metà del III sec. a. C. avevano occupata Venafro (ingresso ovest del loro territorio), istituendovi dapprima una praefectura e, successivamente la Colonia Augusta Iulia ed occupata Isernia con la deduzione di una colonia nell’anno 263 a. C..

Bovaianom, divenne Bovianum ed i Romani, per un migliore controllo, pur avendo concesso ai Pentri una             < sovranità limitata >, costrinsero i suoi abitanti ad abbandonare il prisco insediamento di altura per urbanizzare la pianura.

Ciò avvenne anche per l’insediamento montano della pentra Saipins (osco): i suoi abitanti furono costretti a scendere nella pianura sottostante per costruire Saepinum/Altilia; successivamente, con le prime invasioni barbariche, abbandonata Saepinum/Altilia, gli abitanti tornarono sulla più sicura Saipins, denominandola Castrum Vetus; l’abbandonarono di nuovo per fondare il castrum Sepino che divenne l’odierna Sepino.

Mentre la città di Sepino può godere delle testimonianze archeologiche dei 3 distinti periodi storici perché vissuti in 3 località diverse, per la città di Bojano sono scarse le testimonianze archeologiche, soprattutto del periodo pentro. (vedi figura).

I 3 distinti periodi storici: pentro, romano e medievale vissuti dalla città di Bojano hanno lasciato poche, ma significative tracce che testimoniano la sua UNICA localizzazione: Bovaianom si sviluppò sulla sommità e lungo le pendici della collina di Civita Superiore di Bojano, fino alla destra del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela la cui larghezza spesso si ridusse a causa dei fenomeni tellurici che distrussero gran parte della romana civitas e la Boviano medievale.

Il sito di Bovaianom subì l’urbanizzazione romana dando origine alla romana civitas  Bovianum. L’insediamento pentro di Civita Superiore di Bojano divenne l’acropoli di Bovianum che, occupando anche la località La Piaggia-san Michele, già pentra, si estese nella pianura al di là del percorso tratturale. (vedi figura).

Nel successivo periodo medievale, l’acropoli sita su Civita Superiore di Bojano, fu dotate delle stesse opere di difesa adottate per Saipins/Castrum Vetus/Terravecchia; questo non accadde in un altro sito, ma ancora una volta là dove era stata fondata Bovaianom che divenne Rocca Boiano, dotata di un castrum e di un castello: per la loro costruzione furono riutilizzati, come era logico che accadesse, purtroppo anche distruggendole, le strutture murarie lasciate dai Pentri, i suoi primi residenti. (vedi figura).

                                                           Rocca Boiano. Castrum e castello.

 BOVAIANOM. EPOCA PENTRA.

Hanno scritto: E’ da osservare diversamente, che nell’area coincidente con la Bojano moderna, sebbene posta all’interno di un territorio abitato dai Samnites Pentri per alcuni secoli, la presenza di reperti sannitici per la fase anteriore alla Guerra Sociale, è pressochè inesistente.

E’ la VERITA’ ?

Dopo la conquista dell’anno 305 a. C. da parte dei Romani, nell’anno 89 a. C. seguì quella definitiva ad opera di Silla, ricordata così da Strabone (64 a. C. – 20 d. C. ?):

E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: BovianumAesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.

Nei principali insediamenti dei Pentri furono inviati i coloni e i veterani delle legioni romane per ripopolarli e favorire la rinascita e l’urbanizzazione: quali testimonianze dell’epoca precedente avrebbe potuto conservare la pentra Bovaianom se gli interventi vennero effettuati UNICAMENTE nello stesso sito o poco lontano, con lo scopo di cancellare il suo glorioso passato ?

Illustriamo le testimonianze archeologiche più significative finora riportate alla luce per documentare l’esistenza di Bovaianom, la città madre e capitale dei Pentri che, dalla sommità di Civita Superiore di Bojano, si estendeva lungo le pendici della collina alla località La Piaggia-san Michele e fino al percorso, lato destro, del tratturo Pescasseroli-Candela.

Sono esclusi gli importantissimi reperti archeologici (i più antichi risultano essere del dal XI-IX sec. a. C.) rinvenuti nella pianura che si estende tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, territorio dei Pentri distante poco più di 4 km. da Bovaianom: la nuova ipotesi li considera NON pertinenti alla città madre, alla capitale dei Pentri, in quanto avrebbero dovuto essere scoperti esclusivamente nelle sue immediate vicinanze o sotto di essa.

ESAMINEREMO UNICAMENTE i reperti archeologici scoperti nell’insediamento di Bovaianom costruito sulla sommità di Civita Superiore di Bojano e che, con una serie di terrazzamenti (o gradoni) sostenuti da muri in opera poligonale (vedi figura), occupava anche le sue pendici: dalla località La Piaggia-san Michele fino al percorso del tratturo Pescasseroli Candela, lo  seguiva parallelamente da ovest ad est, mentre 2 mura in opera rozza poligonale, orientate da nord a sud, delimitavano Bovaianom ad ovest presso la chiesa di sant’Erasmo e ad est, con un breve tratto (in attesa di ulteriore scoperte) nella località Pietre Cadute.

Bovaianom. L’insediamento pentro prima della conquista romanaTerrazzamenti (linee gialle continue est-ovest) e le mura (linea gialla continua e punteggiata nord-sud). Il tratturo Pescasseroli-Candela e la vasta pianura con una palude o un lago. La necropoli (località gialla Maiella).

I Pentri scelsero monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro o Collis Samnius, una località elevata (740 mt.), per costruirvi una fortificazione idonea sia alla difesa che al controllo della vasta pianura sottostante, attraversata dal tratturo Pescasseroli-Candela, sia per le comunicazioni visive di giorno e di notte con gli insediamenti situati intorno e quelli prossimi ai confini territoriali dei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini. (vedi figure).

L’ insediamento di Bovaianom (nelle linee gialle discontinue). Visione generale.(NO indica l’esistenza della pianura NON urbanizzata).

 

Bovaianom. Civita Superiore di Bojano (giallo, in alto). Località La Piaggia-san Michele. I terrazzamenti (linee gialle sottili). Il tratturo Pescasseroli-Candela. Alcuni dei percorsi antichi. Strada provinciale. Tratti di mura in opera poligonale: 1. Località Pietre cadute; 2. Larghetto Gentile. 3. Via Biferno (Quaranta). 4. Palazzo Ducale. 5. Chiesa sant’Erasmo.

Esaminiamo, iniziando dalla sommità di Civita Superiore di Bojano, le evidenze archeologiche conosciute, tenendo in debito conto le modifiche radicali adottate per soddisfare le esigenze dei popoli che, dopo i Pentri, furono presenti nelle successive epoche storiche: Romani, Longobardi, Bulgari, Franchi, Normanni, Angioini etc..

Testimonianze giudicate dalla nuova ipotesi essere alcuni reperti decontestualizzati rivenuti a Civita ed affermare, sempre a proposito di Civita Superiore di Bojano: rimanendo sospeso il ruolo dell’altura di Civita di Bojano in epoca sannitica, ove traccia di mura in opera poligonale, come ipotizza De Benedittis, potrebbero segnalare, per l’orografia del sito, la presenza d’una cintura fortificata, ma non documenterebbero, in assenza di  sepolture ed altri reperti, la presenza d’un agglomerazione vicana riconducibile ai Sanniti Pentri.

La sommità della collina di Civita Superiore di Bojano fu scelta come sede della città madre, la capitale dei Pentri, Bovaianom, proprio per la peculiarità della sua collocazione: controllava e difendeva l’estesa valle dei Pentri ed il tratturo Pescasseroli-Candela che, guarda caso, ad ovest, deviava il suo percorso rettilineo per avvicinarsi alla < base > della collina, seguirla e poi riprendere il percorso originario verso la pianura di San Polo Matese-Campochiaro-Guardiaregia. (vedi figura).

Quale migliore sito per il centro primario dei Pentri ?

Arroccati sulla sommità della collina e lungo le sue pendici avevano a sud < le spalle coperte > dal Massiccio del Matese, potevano difendere e controllare da est, nord ed ovest la vasta e fertile pianura abbondante di acqua, probabilmente con una palude o un lago, ed il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Quanto sarà illustrato, dovrebbero essere, secondo il giudizio della nuova ipotesi: alcuni reperti decontestualizzati rivenuti a Civita.

TUTTI sono pertinenti all’epoca in cui vi risiedevano i Pentri ed è improbabile ci sia stato un < inquinamento delle prove > per confermare la loro presenza.

Non bisogna MAI dimenticare: la stessa sommità scelta dai  Pentri, subì, nel corso dei secoli, la distruzione e la ricostruzione da parte dei Romani, dei Longobardi, dei Normanni e degli altri popoli che occuparono sempre lo stesso territorio.

Non bisogna MAI dimenticare le catastrofi naturali: alluvioni, frane, terremoti che hanno alterato l’assetto del territorio, tanto da essere così banalizzate: L’affermazione che catastrofi naturali quali alluvioni e terremoti abbiano cancellato ogni traccia della civilizzazione sannitica nel tenimento dell’attuale comune di Bojano non sembrano convinceti, giacchè, oltre a non essere sufficientemente documentate per la dimensioni catastrofica, che le avrebbero connotate, non spiegherebbero come i segni della presenza romana si siano conservati con tutta evidenza mentre quelli riferibili ai Sanniti sostanzialmente prodotti nella stessa epoca, siano stati definitivamente cancellati, inghiottiti dal terreno e dispersi.

I catastrofici terremoti (da: terremoti storici che hanno interessato il Sannio-Matese con intensita’ pari o superiore a 5.0. database di riferimento: http://emidius.mi.ingv.it/DBMI04) (a cura di Angelo Pepe) che hanno colpito il territorio di Bojano sono documentati dalla Storia: nell’anno 346 la pianura della romana civitas Bovianum, con Isernia, Alife, Sepino e Telese, fu uno degli epicentri localizzati intorno al Massiccio del Matese.

Una lapide conservata a Bojano ricorda l’evento e l’intervento di Fabio Massimo rector provinciae Samnium per la ricostruzione post sisma. (vedi figura).

[F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntis secre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Nell’anno 1293, terremoto ancora intorno al Massiccio del Matese con epicentro anche a Bojano.

Nell’anno 1456. Questo terremoto è considerato l’evento più disastroso verificatosi in Italia in epoca storica, è l’unico grande evento con cinque aree epicentrali distribuite lungo l’asse della catena, dall’Abruzzo all’Irpinia. […]. Tra i centri più colpiti: Ariano Irpino, S. Giorgio del Sannio, Bojano, Grottaminarda, Vinchiaturo, Isernia (1500 morti).

Nell’anno 1688, terremoto con epicentro il Massiccio del Matese.  

Nell’anno 1805, Epicentro a nord di Bojano. Evento distruttivo su larga area geografica. […]. Imponenti fenomeni idrologici si verificarono in alcune località del Molise, così come riportato da G. S.Poli, Comandante della Real Accademia Militare e Membro Britannico della Società Reale di Londra (1806): “Né furono meno ragguardevoli i fenomeni riguardanti le acque; perciocchè fin dal giorno precedente al tremuoto le acque delle fontane di Bojano naturalmente fredde trovaronsi di avere acquistato un certo grado di tiepidezza, ed osservossi torbida la sorgente del fiume Trigni (Biferno, n. d. r.), […].

Il dì 27 luglio, seguente a quello del Tremuoto, sursero nella città di Bojano tre grandi torrenti d’acqua, somiglianti ad altrettanti fiumi, che inondarono in breve tempo tutta la contrada. Proseguirono essi a scorrere in tal modo per lo spazio di venti giorni; indi diminuendosi gradatamente, sonosi ora ridotti a piccoli rivi. Le acque del fiume Trigni, e del Biferno, come altresì quelle di tutte le sorgenti divennero sì torbide, e fangose, che per tre giorni consecutivi apparivano nere come l’inchiostro”.

Dopo tali eventi naturali, tenendo in debito conto che alcuni di essi avvennero dopo la presenza dei Longobardi, dei Franchi e dei Normanni, tanto per citare solo alcuni dei popoli invasori, si può pretendere ancora la presenza delle testimonianze di epoca pentra ?

Come si può affermare: nel tenimento dell’attuale comune di Bojano […] i segni della presenza romana si siano conservati con tutta evidenza […], se della romana civitas Bovianum non è presente un teatro, un anfiteatro, un tempio, le terme e le mura di cinta, al pari della romana civitas Saepinum, ma unicamente qualche decina di steli, qualche residuo di colonna e pochi metri quadrati di un mosaio ?

Mancando nei pressi della città di Bojano una necropoli pentra, una Romana, una  Longobarda, una Normanna etc., dovremmo dubitare della presenza di quelle popolazioni ?

Questo è quanto resta della presenza dei Pentri nel tenimento dell’attuale comune di Bojano:

1^. Le mura medievali edificate su un triplice terrazzamento pentro. 2^. Muro in opera poligonale all’ingresso di Civita.

 

Tracce di mura poligonali nelle fondazioni del castello di Civita (fig. 1-2). Tegolone glifato (di una sepoltura, IV sec. a. C. ?) rivenuto presso il castello di Civita Superiore di Bojano (fig. 3).

Resti, dei tanti, di manufatti di ceramica a vernice  nera  (VI-V sec. a. C. ?) che si possono recuperare nei pressi del castello:

Dalla Civita Superiore di Bojano, nei pressi della località La Piaggia- san Michele, proviene un peso da telaio (IV – II sec. a. C. ?).

Peso di telaio (IV-II sec. a. C. ?).

Una seria di bolli ricordano un numero notevole, scrive La Regina (1989) di m. t. (medices tutici) sannitici, soprattutto del II secolo a. C.. […] Il nucleo più cospicuo proviene da un’officina pubblica di Bovianum per la produzione di tegole. I laterizi venivano bollati con l’indicazione dell’anno. Bolli di questo tipo si trovano soprattutto nel santuario di Campochiaro, oltre che a Bojano e in altre aree circostanti. Nella maggior parte dei casi essi recano in forma abbreviata l’indicazione della magistratura seguita dalla formula onomastica trimembre del magistrato, secondo il seguente schema:

       m.t.mi.heri. uv. = m(eddiss) t(uvtiks) Mi(nis) Her(is) Uv(eis) = medix tuticus Minius Herius Ovi f’. . […].

  1. kammt.lstamr     2.  v.kr.mt.l.kar     3.   m.t.pk.lai.pk     4.   m.t.g.nim.hn.   

 

  1. m.t.mit.ppa.n (160 a. C.)     6.  ni.staa.mt.g.paap.mit (130 a. C.)   

 

  1. g.papi.mt.m.t.x (130-95 a. C.)   8.  m.t.n.pumt.g    9.  m.t.tr.sadri.tr (II sec. a. C.)
  2. mtl.sta.umit 11.  m.t. mit. ppa. (da Capini 1978).

Da Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano nel medioevo, già acropoli della romana civitas Bovianum, già Bovaianom con i Pentri, proviene il Bollo  ed un Graffito su  frammento di patena a vernice nera (vedi figure).

Bollo su coppo (G. De Benedittis, in StEtr XLVI 1978, p. 410, n.1.). m. t. mi. heri: ùv

 

Iscrizione:   [- – -]x.med[.] fa[- – -]. Interpretato: meddix farri, o magister farri. II sec. a. C..

Ed una figura femminile

Scultura in cotto. Figura femminile panneggiata a tutto tonto. […]. (De Benedittis, 2005).

Nella Bovaianom pentra e nella romana civitas Bovianum, come documentano i bolli, esisteva una “officina” per la produzione di laterizi, tradizione giunta fino ai nostri giorni grazie alla presenza di cave di argilla a sud est ed a sud ovest della città. (vedi figure).

Da Civita Superiore di Bojano, scendendo lungo le sue pendici settentrionali, si localizza la fortificazione La Piaggia-san Michele ed a seguire, una serie di terrazzamenti (3 o forse 4) in opera poligonale, paralleli al percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Bovaianom (giallo). 1. Civita Superiore di Bojano. 2. Località La Piaggia san Michele. Tratti di mura megalitiche: a. Pietre Cadute, b. +laghetto Gentile-via Biferno e Palazzo Ducale, c. chiesa sant’Erasmo. Tratturo. Mura sannitiche (ipotesi. tratt. ni gialli). Espansione della civitas romana: 1. e 2. mura delle romana civitas. a. Tratto di una strada romana.

Quale è il giudizio espresso dalla nuova ipotesi sulle mura di terrazzamento di Bovaianom ?

Altri resti di mura in opera poligonale, pur presenti nel territorio comunale di Bojano ed utilizzati per sistemazioni di pendenze, rimandano più a pratiche colturali romane, cui non era affatto estranea la tecnica di predisporre terrazzamenti in pietra per la sistemazione del suolo agrario.

Con una vasta pianura di circa 100 km² i Romani veramente avrebbero avuto la necessità di coltivare le pendici di una collina che erano state utilizzate dai Pentri soprattutto come strutture difensive ?

Si dimentica che i conquistatori Romani costrinsero gli sconfitti Pentri ad abbandonare gli insediamenti di montagna o di collina, vedi l’esempio di Saipins, per costruire, lì dove le condizioni ambientali lo consentivano, insediamenti stabili in pianura con mura di cinta, anche monumentali, per affermare la loro potenza militare ed economica, vedi la romana civitas Saepinum o la romana civitas Allifae in territorio Caudino.

I Romani avrebbero concesso SOLO agli sconfitti abitanti di Bovaianom di restare nel loro antico insediamento ed addirittura li aiutarono a rafforzare i loro terrazzamenti utilizzati per la difesa di uno degli accessi alla città madre ?

Le mura di terrazzamento scoperte fino ad oggi, dimostrano che furono realizzate in epoche e maniere diverse sin dall’arrivo (XI-IX sec. a. C.) dai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si denominarono Pentri. Si possono ammirare lungo il percorso da ovest ad est ed alla destra del tratturo Pescasseroli-Candela; mentre le mura scoperte ad ovest, presso la chiesa di sant’Erasmo e ad est nella località Pietre Cadute, furono costruite perpendicolari (da sud a nord) allo stesso tratturo.

Il tratto di mura di Larghetto e di via Biferno (Quaranta) segnano il limite di Bovaianom con il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela e con la vasta pianura; mentre sui livelli superiore esistono, ancora oggi, il e terrazzamento con le relative mura di sostegno.

Le mura di Larghetto Gentile.   Le mura di via Biferno (Quaranta).

Le mura del e terrazzamento sono state portate alla luce nel giardino del palazzo Ducale; sono parallele al percorso del tratturo e furono utilizzate per superare il dislivello dalla pianura (via Biferno) alla località La Piaggia-san Michele.

Le mura del Palazzo Ducale e pertinenti al e terrazzamento.

 

Foto in alto: 1° muro sostegno sul 1° terrazzo (foto 1^ a sin.) e particolare dei massi (foto 2^ a des.). Angolo del muro di sostegno (a sin.). Foto in basso: angolo del muro di sostegno (a sin.) e particolare dei massi (a des.)

 

muro di sostegno del terrazzoParticolare.

Le mura megalitiche scoperte nei pressi della chiesa di sant’Erasmo con l’allineamento da nord a sud, confermano l’estensione di Bovaianom fino al tratturo Pescasseroli-Candela, limitando e proteggendo l’insediamento ad ovest; successivamente, con la presenza romana e la costruzione della civitas Boviamun, esse furono prolungate verso nord, nella pianura, oltre il tratturo.

Le mura megalitiche (chiesa sant’Erasmo) ad ovest di Bovaianom

 

PARTICOLARI delle mura località Pietre Cadute.

Una particolare importanza aveva la fortificazione di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro, già Collis Samnius, così descritta dalla nuova ipotesila fortificazione di Monte Crocella, le cui ridotte dimensioni (m. trentatrè, circa) e la posizione (m. 1040 s. l. m.) potrebbero spiegarne la funzione solo come postazione militare, parte del sistema di segnalazione attraverso direttrici ottiche, predisposto dai Pentri, grazie alla sua posizione ottimale per servire l’ampia zona dell’alta asta del Biferno ed il collegamento visivo con la valle  delle (sic) Volturno, attraverso l’altura fortificata de “La Romana”, in agro di Isernia.

Quanto letto è pertinente alla funzione svolta dalla fortificazione di monte Crocella, ma è una < mezza verità >: il suo collegamento visivo diurno e notturno, come esamineremo, si spingeva ben oltre la valle del Volturno, raggiungendo, da ovest verso est, i monti pertinenti ai territori dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani, dei Dauni e degli Irpini. (vedi figure).

1. Bovaianom/Civita Superiore di Bojano. 2.  Monte Crocella. (visti da nord).

Pur essendo di ridotte dimensioni rispetto alle altre fortificazioni ancora esistenti, ha svolto un ruolo di primaria importanza: dalla sua sommità, a quota 1040 mt è possibile osservare l’espansione del territorio dei Pentri ed i suoi termini di confine con gli altri popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Peligni, Carecini, Frentani, Irpini; i Caudini localizzati a sud del Massiccio del Matese e ad est con i Dauni di altra origine.

Inoltre, data la sua altezza, permetteva le comunicazioni visive diurne e notturne tra Bovaianom e gli insediamenti pentri e quelli dei popoli confinanti. (vedi figure).

Un’altra peculiarità: il Colle Sacro e Bovaianom erano equidistanti dalle capitali degli Irpini (Benevento), dei Caudini (Montesarchio), dei Campani (Capua) e dei Sidicini (Teano). (vedi figura).

I confini della regione MOLISE (giallo). La circonferenza con il centro in monte Crocella o con  Bovaianom/Bojano, passa, da ovest, per Alfedena (1), Castel di Sangro (2), Montefalcone del Sannio (6), a confine con i Frentani, per Benevento, capitale degli Irpini, per Montesarchio, capitale dei Caudini, per Capua, capitale di Campani e per Teano, capitale dei Sidicini. I tratturi.

Gli storici e gli studiosi alla unanimità hanno sempre sostenuto che i conquistatori Romani obbligarono i Sanniti ad abbandonare gli insediamenti sulle sommità delle colline e delle montagne, vedi l’esempio di Saipins, per fondarne di nuovi in luoghi più aderenti alle esigenze dei vincitori: migliore controllo dei vinti e propaganda della potenza romana con la < monumentalità > delle opere di edilizia civile, militare e religiosa.

dove, vedi l’esempio di Bovaianom, il territorio non offriva altre soluzioni per creare un nuovo insediamento, il  < nuovo >, la romana Bovianum, oltre a sovrapporsi a l’originario sito  pentro, si  estese soprattutto nella pianura.

Ipotizzare, come è stato fatto, un processo inverso, ossia trasferire una Bovianum sannitica dalla pianura alla montagna per costruirvi una Bovianum romana è IRREALE. (vedi foto).

L’ipotizzato ed IRREALE trasferimento (freccia rossa) di una Bovianum sannita, fondata nella pianura di Campochiaro, al sito dell’attuale Bojano, ossia la Bovianum romana.

Cercare in TUTTO il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese una Bovaianom  pentra ed una Bovianum, civitas romana, distinte e separate non è una impresa ardua, è INUTILE. (vedi figura).

Le sovrapposizioni: la romana civitas Bovianum sull’insediamento pentro di Bovaianom..

La sovrapposizione degli interventi edilizi dei Romani cancellò, come dimostrato, gran parte di ciò che i Sanniti Pentri avevano realizzato nella loro città madre e capitale, Bovaianom; scrisse Strabone, già ricordato, in occasione della guerra sociale: E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.).

Cosa poteva rimanere dell’antico insediamento di Bovaianom, se non qualche tratto dei terrazzamenti in mura megalitiche, dei frammenti di ceramica a vernice nera o sigillata, dei coppi o tegoloni con iscrizioni in lingua osca e, almeno per ora, una piccola necropoli femminile nella borgata Maiella di Bojano ?

Queste testimonianze non sono state scoperte al di sotto dei reperti romani  ?

Che esistano anche le testimonianze archeologiche della presenza romana è archeologicamente confermata, si sostiene, dal ricco materiale epigrafico, ivi rinvenuto, dai resti di costruzioni, fino al  rinvenimento viario d’un tratto viario in basolato, emerso durante i recenti lavori di sistemazione del torrente (fiume, n. d. r.) Calderari; ma, come abbiamo esaminato, sono state trascurate, pur se scarse, le testimonianze archeologiche della preesistente presenza dei Pentri, con questa affermazione: Colpisce, innanzitutto, la sostanziale mancanza di aree sepolcrali sannitiche in prossimità della Bovianum romana (attuale Bojano).

Fatta eccezione della poco conosciuta e distrutta necropoli femminile pentra scoperta nella località Maiella del comune di Bojano, come avrebbero potuto (r)esistere una necropoli pentra dopo il radicale intervento dei conquistatori romani, dei Longobardi, dei Franchi, dei Normanni, degli Angioini, delle alluvioni, delle frane, dei terremoti, nonché dell’opera distruttrice contemporanea ?

Quanti sono oggi gli insediamenti sanniti che nelle loro vicinanze: a cento metri, a 500 metri, a 2 o a 5 o a 10 km.  possono vantare una  necropoli ?

Tanto per continuare il confronto con Saipins, nelle sue vicinanze è stata scoperta la necropoli pentra ?

Diversa la sorte della pentra Aufidena/Alfedena, la necropoli è stata scoperta a poca distanza dall’insediamento pentro, in quanto i Romani preferirono istituire la “loro” romana civitas Aufidena nella località oggi denominata Castel di Sangro.

Venafro era un insediamento pentro: esiste la sua necropoli o, come scrive la Soprintendenza del Molise, le più antiche testimonianze si riferiscono alla necropoli rinvenuta in agro di Pozzilli con materiale dal VI sec. a.C. alla seconda metà del IV sec. a. C. ?

Isernia era un insediamento pentro: esiste la sua necropoli per confermarlo ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei conquistatori Romani, ma Bovianum non era stata una romana civitas ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei Longobardi, ma Boviano era stato il capoluogo del gastaldato longobardo e della successiva contea longobardo franca ?

Ecco le altrettanto scarse testimonianze medievali: il castello e la presenza di un pluteo nodo longobardo o nodo di Salomone in Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano dal VII-VIII sec.. (vedi figure), e NULLA PIU’.

 

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei Normanni, ma Boviano era stato il capoluogo della omonima contea normanna e, successivamente, della contea di Molise ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata una necropoli ebraica, ma in Boviano e, soprattutto, in Civita Superiore di Bojano nel rione denominato Giudecca, era presente una comunità di Ebrei, probabilmente già nel XII secolo ?

Ricordando gli stessi 3 distinti periodi storici vissuti dalla città di Sepino: Saipins (pentro), Saepinum (romano), Castrum Vetus e Castrum Sepino (medievale), in assenza della scoperta della necropoli pentra, in base a quanto si sostiene per Bovaianom, dovremmo cercare in un altro luogo l’insediamento di Saipins ?

Non essendo stata scoperta la necropoli pentra, né la necropoli romana, né la necropoli longobarda, né la necropoli normanna, la città di Sepino non ha MAI vissuto, al pari di Bojano, la presenza ed il dominio di quelle popolazioni ?

Dove dovrebbe essere localizza la città madre, la capitale dei Pentri  ?

Ecco la risposta che danno: Orbene, l’area ricadente nei limiti degli tenimenti dei comuni di Campochiaro, Guardiaregia e San Polo Matese, per le evidenze archeologiche che la connotano, riferibili alla civilizzazione dei Sanniti Pentri, unitamente alla caratterizzazione geografica specifica di quel territorio, che appare maggiormente funzionale alla tipologia insediativa dei Sanniti, può essere indicata, come ipotesi di prima approssimazione, come sede dell’aggregazione vicana italica, denominata Bovianum (in realtà si denominava Bovaianom n. d. r.). (vedi figura).

Nella pianura di San Polo M.-Campochiaro-Guardiaregia, hanno localizzata la Bovianum sannitica. (la (2^ foto da face book sito  < I Sanniti >).

I migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, divenuti Pentri, avrebbero scelto di fondare la loro città madre, la capitale, Bovaianom (sarà Bovianum in epoca romana) nella pianura pertinente agli odierni centri di San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia che appare maggiormente funzionale alla tipologia insediativa dei Sanniti.

Sarebbe stato fondato un insediamento lungo il tratturo Pescasseroli-Candela di cui NON ESISTONO tracce di strutture difensive, né in muratura né, tanto meno, in legno, mentre sono venute alla luce UNICAMENTE una vasta necropoli sannitica ed una vasta necropoli longobarda pertinenti a 2 dei 3 periodi storici che videro protagonista la città di Bojano, fondata, all’inizio della sua lunga Storia, sulle sommità e lungo le pendici della collina di Civita Superiore di Bojano.

L’insediamento proposto ne l’area ricadente nei limiti degli tenimenti dei comuni di Campochiaro, Guardiaregia e San Polo Matese era in balia dei cosiddetti < quattro venti > sia dal punto di vista atmosferico, sia, soprattutto, dal punto di vista difensivo: i suoi < quattro lati > erano esposti agli attacchi di eventuali invasori.

Per coloro che vi risiedevano era difficoltosa anche la fuga verso un rifugio sicuro, vista la distanza e, soprattutto, la pendenza da superare per raggiungere le fortificazioni più vicine: partendo dalla pianura ad una quota di circa 500 – 550 mt., avrebbero trovato rifugio: a sud ovest, in Bovaianom (Civita Superiore di Bojano), posta a 740 mt. s.l.m. o, più in basso, nella località La Piaggia san Michele a quota 560 mt.; nelle Tre torrette di Campochiaro a quota 1.150 mt.; a sud est, su Colle di Rocco a quota di 950 mt., presso Guardiaregia; nelle fortificazioni a nord est: monte Vairano a quota 850 mt., Monteverde di Vinchiaturo a 900 mt. e monte Saraceno di Cercemaggiore a 950 mt.. (vedi figura).

Nella pianura (Punt.ggio giallo con  ?) dovrebbe localizzarsi l’ipotizzata Bovianum. Le fortificazioni pentre (giallo)esistenti che la circondavano.

Da diversi anni la pianura compresa tra i San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia è interessata, in lungo ed in largo, dalla estrazione del cosiddetto < misto > di origine alluvionale; l’estrazione ha permesso di portare alla luce UNA vasta necropoli di epoca pentra (VIII sec. a. C.) ed UNA di epoca longobarda, ma, al momento, visto che gli scavi continuano, NESSUNA testimonianza di un antico insediamento che permetta di ipotizzare in quel sito l’esistenza di una Bovianum pentra o romana o di una Bovianum di epoca longobarda.

DOMANDA: dove era la necropoli dei primi migranti Pentri a partire dal XI-IX sec. a. C., dopo il loro arrivo e dopo9 la fondazione di Bovaianom/Bojano, la città madre, la loro capitale ?

Dovremmo pensare che all’epoca non fossero ancora presenti o che avessero scelto un luogo più idoneo alle loro esigenze per fondare la città madre, loro capitale ?

Fondarla nella pianura pertinente a San Polo MateseCampochiaroGuardiaregia, come è stato ipotizzato, prossima al tratturo Pescasseroli Candela, sarebbe stata priva di strutture difensive stabili e durature, quali all’epoca erano le mura di cinta in opera poligonale, tipiche degli insediamenti fondati nel loro vasto territorio dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, che si denominarono Pentri.

Più che alla agricoltura, la pianura compresa tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, era ed è idonea alla pastorizia, proprio per la natura del terreno e l’assenza di sorgenti o corsi di acqua perenni; hanno scritto: era ricca d’acqua per la presenza di numerose fonti pedemontane, del torrente Quirino e del Biferno (lontano di qualche chilometro, n. d. r.); unica eccezione il torrente La Valle a regime torrentizio (asciutto nei periodo estivo), affluente del fiume Quirino che scorre/va in agro di Guardiaregia, al margine ovest della pianura e, più a nord, sfociava nel fiume Biferno.

La figura è molto esplicativa per localizzare e identificare: il Fiume Quirino, il Torrente La Valle e la vasta pianura (nel quadro tratteggiato), compresa tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, dove sarebbe stata fondata la loro città madre, la capitale.

BOVAIANOM/BOVIANUM UBI EST ?

Ad ovest, alla distanza di poco più di 4 km., era ben diversa la pianura posta alle falde della collina sulla cui sommità era stata fondata l’UNICA Bovaianom, città madre e capitale dei Pentri: ricca di sorgenti (il corso del fiume Biferno, all’epoca non era ben definito) e, molto probabilmente, vi era la presenza di un lago o di una palude; i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti avevano trovato le stesse condizioni ambientali della Sabina, regione dalla quale erano emigrati (ver sacrum).

Quale prospettive di sviluppo avrebbero raggiunto i Pentri se avessero fondato la loro città madre, la capitale in una territorio, pianeggiane, ma con caratteristiche orografiche diverso dalla località della loro origine ?

Le condizioni ambientali esistenti a nord del Massiccio del Matese, con la pianura di circa 100 km² , rispondevano alle esigenze dei giovani migranti che avevano lasciato la vasta e fertile pianura reatina, estesa per circa 90 km², posta alle falde dei Monti Sibillini con il monte Terminillo, dei Monte Sabini ad ovest, irrigata dal fiume Velino, con i suoi affluenti Salto e Turano e con il lago (o palude) di Cotilia e circondata da umide colline(scrisse Plinio Secondo il Vecchio).

Avendo lasciato la loro città madre e capitale, Rieti, sita all’altitudine di 405 mt. s.l.m. su una piccola altura a sud-est della pianura posta ai piedi dei colli San Mauro (o dei Cappuccini)Sant’Antonio al Monte e Monte Belvedere, erano alla ricerca di un territorio con le medesime o migliori caratteristiche per fondare la loro città madre, la capitale e dare origine ad un nuovo popolo.(vedi figure).

Rieti. Pianura. Monte Terminillo. Lago Cotilia.                          

 

Bovaianom. Pianura. Monte Miletto. Lago/Palude. In figura: Ipotesi (della localizzazione di Bovianum).

La sommità di Civita Superiore di Bojano e le sue pendici, la presenza del tratturo Pescasseroli Candela, la vasta e fertile pianura, le numerose sorgenti, un lago o una palude, le colline e le montagne che la proteggevano, l’importate presenza di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro o Collis Samnius, per determinare sia i confini tra i Peligni, i Carecini, i Frentani, gli Irpini, loro consanguinei, ed i Dauni, sia per le comunicazioni visive, erano i fattori determinanti per scegliere dove fondare il loro primo insediamento: Bovaianom.

L’insediamento di Bovaianom (giallo): 1. fortificazione di Monte Crocella. 2. Civita Superiore di Bojano. 3. Località La Piaggia san Michele. Percorso (da ovest a est) del tratturo Pescasseroli Candela. Il lago o palude.

Per ultimo, esaminiamo l’assetto della viabilità che esisteva all’arrivo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nel territorio a settentrione del Massiccio del Matese, dopo aver percorso dalla Sabina un tratto del tratturo Celano-Foggia e una parte del tratturo Pescasseroli-Candela. (vedi figura).

Ipotizzare l’esistenza di una Bovianum sannitica, la cui denominazione vera, in osco, era Bovaianom, nel territorio di Campochiaro, chiamando in causa anche la viabilità dell’epoca, è utile unicamente a confondere le idee di quanti vorrebbero conoscere la Storia della città madre, la capitale dei Pentri.

Hanno scritto: E’ noto che sussiste dall’antichità ad oggi, un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica; l’ipotesi dell’ubicazione della Bovianum dei Pentrinell’agro di Campochiaro, troverebbe sostegno anche dall’articolarsi della trama viaria preromana, che sembra indicare, nello stesso, la naturale porta d’accesso settentrionale del Matese, uno spazio dove sarebbe stato più vantaggioso ubicare una struttura insediativa, condizionata dall’allevamento di bestiame, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

Che oggi sussista un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica è indiscutibile, ma tra i secoli XI-IX a. C., quando i giovani migranti si stabilirono nella vasta pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, le loro esigenze erano molto, molto diverse.

In primis, è bene sottolineare: i loro insediamenti furono costruiti sulle sommità delle colline e delle montagne per scopi difensivi, di controllo e di comunicazione visive diurne e notturne; ergo, la loro prima esigenza non fu la viabilità, tanto che si denominarono Pentri per la caratteristica dei loro insediamenti (vedi anche E. T. Salmon, 1974), probabilmente dal celtico pen, cioè cima, punta, sommità da cui deriva anche il nome degli Appennini.

Le uniche vie di comunicazione erano i tratturi: i percorsi naturali seguiti dalle greggi per i loro spostamenti stagionali, partendo dalle montagne e dagli altipiani delle regioni centrali della penisola italica, da ovest verso est, attraversavano il territorio dei

Pentri ed il territorio dei Frentani, permettendo di raggiungere la vasta pianura dauna; gli spostamenti in ambito locale avvenivano utilizzando i tratturelli. (vedi figura).

Dalla SABINA con il tratturo Celano-Foggia fino a Castel di Sangro, proseguirono con il tratturo Pescasseroli-Candela per giungere nella pianura a settentrione del Massiccio del Matese. Tratturello Matese-Cortile Centocelle.    P. entri (confine giallo) e F. rentani (confine nero).

Sminuire il ruolo fondamentale dei tratturi, confonde le idee di quanti vorrebbero conoscere la Storia dei popoli che, dopo le migrazioni (ver sacrum) dalla Sabina, abitarono nei territori della penisola italica centro meridionale.

Pertanto, è inesatto, irreale sostenere: La corretta ricostruzione della topografia del Sannio preromano è resa più difficile da un supposto ruolo esercitato dalla transumanza e dai percorsi tratturali a lungo raggio nel condizionare gli assetti insediativi, ai quali troppo spesso si fa erroneo riferimento nelle ricostruzioni storiche di quel periodo. E’ indubbio che tra viabilità e forme d’urbanizzazione esiste un forte nesso, ma i Sanniti praticavano solo spostamenti degli armenti a breve raggio, tra la montagna e località vallive, e non dalle aree di pascolo estivo verso località lontane, quali l’Apuli, o la Campania, come sarebbe in seguito accaduto nella transumanza romana e moderna.

Ab antiquo, forse prima che l’UOMO li domasse, gli animali, nel periodo autunnale e invernale, dagli inospitali pascoli dei monti e degli altipiani della penisola italica centro meridionale, seguendo il loro istinto, si incamminavano verso le vaste pianure della regione dauna e della Campania; in primavera percorrevano in senso inverso lo stesso itinerario: furono gli animali ad originare i tratturi, utilizzati in epoca Storica dai popoli che si impossessarono dei loro territori.

Potevano gli animali che pascolavano sui monti e sugli altopiani appenninici, nei periodi invernali, trovare alimento nelle poche, se pure vaste pianure ?

Tanto per rimanere nel territorio che fu abitato dai Pentri: gli animali stanziati sugli altopiani del Massiccio del Matese, in autunno e inverno, potevano trovare ristoro nella sola pianura di Bojano e di Sepino ?

Gli animali stanziati sui monti dell’odierno Alto Molise, dove trovavano ristoro in autunno e in inverno ?

Seguendo l’esempio della migrazione delle rondini, anche gli antichi popoli che avevano iniziato ad abitare i territori della penisola italica, da nord al sud, isole comprese, impararono l’uso e l’importanza dei tratturi e, seguendo le greggi, conobbero altri popoli, altre civiltà, scoprendo gli scambi commerciali e culturali.

Inverosimile affermare: i Sanniti praticavano solo spostamenti degli armenti a breve raggio, tra la montagna e località vallive, e non dalle aree di pascolo estivo verso località lontane, quali l’Apuli, o la Campania, come sarebbe in seguito accaduto nella transumanza romana e moderna.

Furono, come già detto, i tratturi, a facilitare le prime migrazioni (ver sacrum) dei popoli che avrebbero dato origine alla Prima Italia anche con le invasioni e le conquiste dei territori limitrofi: la transumanza era praticata, come esaminato, molto, molto, molto prima che fosse incoraggiata e sfruttata dai Romani e, molto tempo dopo, dagli Aragonesi.

Quei popoli erano i Piceni, i Vestini, i Marrucini, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Frentani, i Carecini,  i Pentri, gli Irpini, i Caudini ed i Lucani. (vedi figura).

I popoli (nel confine rosso) originati dalla migrazione (ver sacrum) dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Fu la transumanza a permettere gli scambi commerciali e culturali con i popoli di altra origine: non le monete, non ancora coniate, ma il baratto permise l’acquisto dei beni di prima necessità.

Con il dominio di Roma, furono proprio gli itinerari di alcuni tratturi a permettere la realizzazione delle vie consolari: il Pescasseroli-Candela nell’anno 221 a. C. permise al console M. Minucio Rufo di realizzazione la via consolare Minucia che, staccandosi dalla via consolare Valeria, nei pressi di Corfinio, giungeva a Sulmona, già capitale dei Peligni, ad  Aufidena (Castel di Sangro, municipio romano), ad Isernia (colonia latina), a Bojano, già capitale dei Pentri con sovranità limitata, a Saepinum/Altilia civitas romana, e proseguiva nei territori degli Irpini, dei Dauni, dei Peucezi, fino al porto di Brindisi, territorio dei Messapi.

Via consolare Valeria. Via consolare Latina Casilina. Via consolare Appia. Via consolare Minucia. Via consolare Traiana. Via litorale adriatica. 1. Roma. 2. Venafro. 3. Benevento. 4. Brindisi. 1. Corfinio. 2. Bojano.

Con il dominio di Roma, fu realizzata una via (anonima) per collegare la romana civitas  Bovianum con Teano degli Apuli (San Paolo Civitate) e con Larino nel territorio dei Frentani: poteva non ricalcare l’itinerario del tratturello Matese-Cortile-Centocelle ?

 

Nella Tabula Peutingeriana (III-IV d. C.): la via consolare Minucia  fino a Bobiano/Bovianum/Bojano. La via (anonima) da Bobiano/Bovianum/Bojano a Teneapulo/San Paolo di Civitate (punto rosso). Hercul Rani santuario italico di Campochiaro.

La pianura, di nostro interesse dove era sito l’unica Bovaianom/Bovianum/Bojano e l’ipotetica Bovianum sannitica, posta a settentrione del Massiccio del Matese, era attraversata da ovest a nord est dal tratturo Pescasseroli-Candela e da sud a nord est dal tratturello Matese-Cortile-Centocelle, non dimenticando i tratturelli che dagli altopiani del Massiccio del Matese scendevano verso le pianure per collegarsi ai percorsi principali esistenti nei sottostanti territori dei Pentri, dei Caudini e degli Irpini. (vedi figura).

Il confine tra i Pentri e Caudini e Irpini. Il tratturo Pescasseroli-Candela (1). I tratturelli (punt.ti). Tratturello Capo di campo-Campochiaro e gli altri itinerari minori alle pendici nord e sud del Massiccio del Matese.

Inverosimile è affermare: E’ noto che sussiste dall’antichità ad oggi un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica; l’ipotesi dell’ubicazione della Bovianum dei Pentri nell’agro di Campochiaro, troverebbe sostegno anche dall’articolarsi della trama viaria preromana, che sembra indicare, nello stesso, la naturale porta d’accesso settentrionale al Matese, uno spazio dove sarebbe stato vantaggioso ubicare una struttura insediativa, condizionata dall’allevamento di bestiame, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

Allo stato attuale è impossibile localizzare e identificare nell’agro di Campochiaro una articolazione della trama viaria preromana ed affermare che lo stesso agro possa essere stato la naturale porta d’accesso settentrionale al Matese, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

La NON CONOSCENZA del territorio posto a sud ed a nord di Bovaianom, può indurre in errore al punto da SOSTENERE un suo isolamento dalla trama viaria preromana con riflessi negativi allo sviluppo dell’allevamento del bestiame.

I percorsi dei tratturelli che dai pascoli montani del Massiccio del Matese permettevano alle greggi di raggiungere la pianura non influenzarono la scelta della localizzazione e della fondazione di Bovaianom.

Una fitta rete di tratturelli agevolano ancora oggi la “discesa” delle greggi dai pascoli montani del Matese verso i territori di Bojano e di San Polo Matese-Campochiaro-Guardiaregia per raggiungere il tratturo Pescasseroli-Candela: la loro esistenza non influenzò la scelta della localizzazione di Bovaianom/Bojano, loro primo insediamento , sulla sommità di Civita Superiore di Bojano.

Il tratturo Pescasseroli-Candela nella pianura di San Polo M.-Campochiaro-Guardiaregia. I tratturelli (linee gialle)I sentieri moderni (linee rosse).

Possiamo ipotizzare un altro percorso utilizzato nel corso della Storia: il tratturello, oggi S. P. n. 331 del versante campano/Caudino per Piedimonte Matese e la S. P. 164 del versante molisano/Pentro, quest’ultimo, di nessuna importanza; passava per Guardiaregia, raggiungeva nella pianura e, lontano da Bovaianom/Bojano, il tratturo Pescasseroli-Candela.

La S. P. 164 (evidenziata dalle frecce bianche) dal confine (linea continua gialla) con la Campania per Guardiaregia fino al tratturo Pescasseroli-Candela.

Ben altra importanza aveva il territorio prossimo all’insediamento di Bovaianom/Bojano, con a settentrione un’area montana adibita a pascolo molto più estesa ed ugualmente attraversata dai tratturelli.

Dalle aree pianeggianti di Campitello Matese e dei Prati di Civita ed altre valli meno note, scendono ancora oggi i tratturelli (linea continua gialla) per raggiungere la pianura ed il tratturo Pescasseroli-Candela. I sentieri moderni. La S. P. n. 100 Bojano–Civita Superiore di Bojano. (linea nera).

Nella pianura presso l’insediamento pentro di Bovaianom/Bovianum/Bojano aveva origine il tratturello, denominato per consuetudine Matese-Cortile-Centocelle, il cui percorso, in epoca romana, aveva dato origine ad una via anonima disegnata UNICAMENTE nella Tabula Peutingeriana: collegava la romana civitas Bovianum/Bojano alla civitas teneapulo/San Paolo Civitate e alla civitas Larinum/Larino.

Dove aveva origine il tratturello ?

Un riposo per le greggi, ubicato ad ovest, prima che raggiungessero la città madre, la capitale dei Pentri, fondata nei pressi del tratturo Pescasseroli-Candela, coincideva con l’odierna Santa Margherita, località dove probabilmente si radunavano le greggi che scendevano dai pascoli montani del Matese nord occidentale per proseguire verso i pascoli della Daunia.

A poca distanza ed a sud del riposo, esisteva un percorso parallelo al tratturo: costeggiava le sorgenti di Maiella e di Santa Maria dei Rivoli e, nell’attraversare Corso Umberto I, la via laterale di Largo Duomo, via Biferno, via Turno, coincideva con il tratturo Pescasseroli-Candela.

La S. S. n. 17 Appulo Sannitica. Il trattuto Pescasserroli-Candela. Il riposo di Santa Margherita (cerchio bianco). Il percorso anonimo (?) parallelo al tratturo.

 Successivamente, testimonia un’antica mappa, nei pressi della chiesetta di sant’Antuono si originava un itinerario denominato Via da Bojano a Campobasso.

Una ipotesi è localizzare l’origine del tratturello Matese-Cortile-Centocelle nei pressi di Bovaianom/Bovianum/Bojano, ossia nel riposo Santa Margherita dove l’antico percorso del tratturello ha dato origine alla S. P. 49 Boiano-Baranello, al pari del tratturo Pescasseroli-Candela che dapprima originò la via consolare Minucia ed in tempi moderni la S. S. 17 Appulo-Sannitica.

Il tratturello, in seguito diventato S. P. n. 49, all’interno della romana e medievale civitas Bovianum, “condivideva” con il tratturo il percorso, ovest est, da porta Paquino a porta Santa Maria; lo abbandonava per proseguire, uscendo dalla porta, in direzione nord est verso Colle d’Anchise e proseguire per adcanales/Baranello.

Che passasse per il territorio di Colle d’Anchise non dovrebbero esserci dubbi; dopo la confluenza del fiume Biferno con il torrente Quirino, dopo la località denominata Ponte del Comune, esiste una strada denominata strada comunale tratturo: un toponimo legato al ricorda dell’antico percorso del tratturello Matese-Cortile-Centocelle che, proseguendo verso l’odierna località Canale di Baranello, passava per Fonte (o Fontanella) Fredda, Fonte Garile e Fonte S. Nicola.

In Bojano, a sinistra dell’inizio della moderna via Cavadini, nei pressi della chiesa di Santa Maria del Parco, è inciso Strada per Termoli.

L’itinerario, corrispondendo al tratturello denominato Matese-Cortile-Centocelle, si < staccava > dal tratturo Pescasseroli-Candela e, procedendo a nord est, lo collegava ai tratturi Castel di Sangro-Lucera e L’Aquila-Foggia, dopo avere collegato Bovianum/Bobiano (nella T. P.)/Bojano a adcanales/Baranello, ad Pyr (Campolieto) e Geronum/Gerione con teneapulo/San Paolo Civitate.

Itinerario Bovianum/Bobianoadcanales/Baranello-Centocelle/C.Le-teneapulo/San Paolo Civitate.

Concludendo: se la S. S. n. 17 denominata Appulo Sannitica fu realizzata seguendo il percorso della via consolare Minucia, a sua volta costruita seguendo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela, la S. P. n. 49 denominata Bojano-Baranello, fu realizzata seguendo una parte del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela ed il tratturello Matese-Cortile-Centocelle che, pertanto, si originava non lontano, ma nei pressi di Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Dopo quanto esaminato, come si può sostenere: Diversamente, l’ubicazione della Bovianum romana – l’attuale Bojano – sembra fisicamente incongrua per rapportarsi utilaristicamente alla catena del Matese, allo scopo d’una sua utilizzazione economica o militare ?

Per concludere, esaminiamo anche il ruolo della romana civitas Bovianum nell’anno 89 a. C., nella fase finale della guerra sociale (92-88 a. C.).

Hanno scritto: Silla, scompaginate le fila di Mutilo e conquistatone l’accampamento, s’appresò a Bovianum (Piana di Campochiaro, secondo l’ipotesi sopra avanzata) per conquistarla. Bovianum, evidentemente, non era circondata da mura, probabilmente solo segnata da staccionate come Compsa, città dell’Irpinia ed era guardata da “tre rocche” da dove i difensori contrastavano i Romani, “specialmente da una di esse”, secondo il racconto dettagliato di Appiano. Tracce di queste tre rocche, all’attualità, non sussistono, sia a Campochiaro sia presso l’attuale Bojano; i siti che talora vengono indicati, come Civita di Bojano, per la sede d’una delle tre, sono improponibili; per la distanza, infatti, da Civita di Bojano era impossibile difendere dall’attacco sillano Bovianum posta ai piedi della montagna, come dal più lontano Monte Crocella; analogamente, la Bovianum di Campochiaro era indifendibile dal luogo fortificato delle Tre Torrette o dalla cintura di Monte Rocco, quest’ultimo in agro di Guardiaregia. Il contesto geografico che il passo d’Appiano suggerisce è di una Bovianum posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito.  Con la sua conquista ha termine la seconda, ma non ultima fase della battaglia.

Confrontiamo quanto letto sia con la descrizione di Appiano (II sec. d. C.) e di Gaetano De Sanctis (1870-1957), la cui opera, La guerra sociale, è stata curata da Leandro Polverini (1976); sia con la documentazione fotografica.

Hanno scritto: Bovianum, evidentemente, non era circondata da mura, probabilmente solo segnata da staccionate come Compsa, città dell’Irpinia.

Per quante ricerche abbia fatto, ignoro se Compsa fosse solo segnata da staccionate; invece è certo: quando i Romani conquistarono la pentra Sepino e la caudina Alife, fortificate, al pari di Bovaianom/Bojano, sulla sommità delle rispettive colline, i loro abitanti furono obbligati a risiedere nella sottostante pianura, costruirono delle città e le dotarono possenti mura ancora oggi esistenti: solo la romana civitas Bovianum/Bojano, sarebbe stata difesa da semplici staccionate ?

Si dubita addirittura del ruolo svolto dalle tre fortezze o tre acropoli poste a difesa della romana civitas Bovianum assediata, attaccata e distrutta da Silla.

Cosa è un acropoli, cosa una rocca, cosa una fortezza ?

Acropoli (https://educalingo.com):  L’acropoli è un termine che originariamente indicava la parte più alta della polis greca. Estendendone il significato, può essere chiamata “acropoli” la parte più eminente e fortificata di un’antica città.

Rocca (Garzanti): 1. fortezza che nei centri abitati d’età medievale e rinascimentale era costruita nel luogo più elevato, per lo più naturalmente difeso da pareti scoscese; era la sede del signore e il luogo di rifugio della popolazione in caso di assalti esterni o di assedi: […]. 2. cima isolata di monte, con pareti ripide e nude.

Fortezza (Garzanti): 1. luogo ed edificio fortificato; in particolare, importante complesso di opere militari fortificate permanenti: espugnare una fortezza.

Dopo le testimonianze archeologiche (terrazzamenti e mura di cinta in opera poligonale), già esaminate, anche le fonti classiche e contemporanee, nonché la documentazione fotografica dimostrano: la romana civitas Bovianum, già pentra Bovaianom era difesa da tre fortezze o tre acropoli o tre rocche.

Appiano: Silla espugnati gli accampamenti di Papio Mutilo procedette a Boviano dove era il consiglio comune dei rivoltosi. Aveva la città tre fortezze e i Bovianesi si tenevano all’erta. Or questi (Silla, n. d. r.) spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potesserosignificandone il fatto col fumo. Dato alfine questo segno, Silla attaccò di fronte il nemico, e combattendo per tre ore, potentissimamente presa la città. Tali sono le imprese di Silla in quella estate; con il giungere dell’inverno si recò a Roma per chiedere il consolato.

De Sanctis-Polverini: La città (Bovianum/Bojano, n. d. r.), che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianurainviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

INCOMPRENSIBILE come si possa NON considerare il ruolo ed il coinvolgimento della romana civitas Bovianum, erede della pentra Bovaianom, dove oggi è la città di Bojano con le sue tre fortificazione già pentre: l’acropoli romana di Civita Superiore di Bojano; la fortificazione di La Loggia san Michele e la sua, non meno importante rispetto alle altre, la fortificazione di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle chiamato Sacro o collis Samnius, ossia le tre fortezze di Appiano o le tre acropoli di De Sanctis.

INCOMPRENSIBILE come si possa sostenere: per la distanza, infatti, da Civita di Bojano era impossibile difendere dall’attacco sillano Bovianum posta ai piedi della montagna, come dal più lontano Monte Crocella.

La distanza NON ebbe importanza nella conquista della romana civitas Bovianum localizzata ai piedi della montagna, sovrastata e difesa, oltre che dalle sue mura di cinta, dalle sue tre fortezze o acropoli; Appiano scrisse: (Silla, n. d. r.) spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potessero, significandone il fatto col fumo; mentre De Sanctis-Polverini ricordano: Silla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianura, inviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione.

Ergo, l’attacco dell’esercito romano fu duplice: dapprima ad una delle tre fortezze o acropoli, successivamente, lo stesso Silla guidò l’esercito contro (le mura ?) la civitas Bovianum, conquistandola dopo tre ore di aspro combattimento.

La conquista della fortificazione o acropoli di monte Crocella da parte dell’esercito di Silla BLOCCO’ le comunicazioni visive, ossia la RICHIESTA DI AIUTO agli Italici ancora presenti negli altri insediamenti non coinvolti in quella battaglia.

Le descrizioni di Appiano e De Sanctis-Polverini, escludono Campochiaro, giudizio condiviso, guarda caso, anche dalla stessa nuova ipotesi: la Bovianum di Campochiaro era indifendibile dal luogo fortificato delle Tre Torrette o dalla cintura di Monte Rocco, quest’ultimo in agro di Guardiaregia.

Esclusione ancora più avvalorata, e non si può che condividere IN TOTO, da questa inaspettato giudizio della nuova ipotesi: il contesto geografico che il passo d’Appiano suggerisce è di una Bovianum posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito. Con la sua conquista ha termine la seconda, ma non ultima fase della battaglia.

Quanto letto, non RISPECCHIA il contesto geografico ricordato da Appiano che, con dovizia di particolari, descrisse in modo inequivocabile il coinvolgimento della romana civitas Bovianum/Bojano, l’UNICO sito della Bovaianom, città madre e capitale dei Pentri ?

ECCO LA PROVA FOTOGRAFIA della romana civitas Bovianum, ricordata, GIUSTAMENTE, essere stata posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito.

 

 

BOVAIANOM/BOVIANUM IN BOJANO EST.

Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V (Pietro di Angelerio) e lo STEMMA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

novembre 9, 2018

Finalmente, mi son detto, quando ha appreso che un noto quotidiano del Molise ha pubblicato importanti novità per confermare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, nella città di Isernia.
Probabilmente era la risposta che l’Associazione “La Fraterna” di Isernia attendeva dalla Biblioteca monumento nazionale di Montecassino dopo avere l’inoltrato, nel lontano aprile 2008, a detta dell’autore dell’articolo (che si definisce iserniANO e non iserNINO) formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.
CHE DELUSIONE, dopo aver letto il nuovo articolo.
Dopo più di 20 anni, l’Associazione “La Fraterna” non ancora riceve una risposta dalla Biblioteca monumento nazionale, in compenso, il noto quotidiano del Molise, dà la notizia di una ennesima prova per confermare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, nella città di Isernia: è lo stemma della città di Isernia.
Fino ad oggi, TUTTE le prove che avrebbero dovute confermare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, in Isernia, si sono rivelate delle BUFALE: 1. Il cognome dei genitori. 2. L’esistenza di un fondo paterno nella città di Isernia. 3. La visita di san Francesco di Assisi ad Isernia. 4. La lettera del vescovo Giacomo. 5. La Bolla di papa Gregorio X. 6. La pergamena del vescovo Matteo7. La pergamena del vescovo Dario. 8. La pergamena del vescovo Roberto. 9. La presenza di papa Celestino V nella città di Isernia nei giorni 14-15 ottobre 1294. 10. Il suo anno di nascita.

Ergo, nell’anno 2018, dopo la pubblicazione dell’articolo del 30 ottobre u. s., come esamineremo, le BUFALE arrivano a quota 12.
L’articolista scrive di non avere notizie sull’epoca dell’adozione dello stemma della città di Isernia, del suo autore; ma ricorda l’esistenza di un privilegio concesso alla città di Isernia da Carlo V nell’anno 1521 (l’articolo riporta 1251, sicuramente una svista) su cui è riprodotto lo stemma che nel corso dei secoli è stato più volte ritoccato ed abbellito, lasciando invariato lo “scudo” e la disposizione delle “lettere”.
L’attuale stemma (vedi figura), si afferma, risale all’anno 1956: L’ideatore dello stemma d’Isernia tenne senz’altro presente lo stemma dei frati celestiniani che consisteva in una croce nera con una “S” sull’asta verticale (a volte al posto della “S” vi era un serpente), il tutto in campo azzurro.

Stemma  Celestiniano   anno 1520             Stemma della città di Isernia

Lo stemma della Congregazione dei Celestini (sigla O.S.B. Coel) è SEMPRE stato rappresentato dalla CROCE con una S della Salus e dello Spirito Santo, ma non sono rari i casi in cui compare la S della Serpente, dovuti soprattutto alla libera interpretazione di coloro che, qualche secolo dopo la morte del Santo fondatore dell’Ordine, fecero dell’iniziale S dello Spirito Santo, sostituita con la S di Serpente.
Alcuni esempi.
Sul frontespizio della biografia di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, scritta nell’anno 1520 dal poeta Antonio Simone Bugatti, detto Notturno Napolitano, fu stampano lo stemma della Congregazione: lo scudo (?) con al centro, ben evidente, la Croce e la S dello Spirito Santo. (vedi figura).

Il sito:
http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/stemmihtml/ordini%C2%B7                congregazionedeicelestiniosb.html. Insegne araldiche: Ordini · Congregazione dei celestini O.S.B, pubblica una CROCE con attorcigliata la S dello Spirito Santo, data (indicativa) anno 1715.

 

 

Dal sito:
https://www.google.it/search?q=basilica+di+collemaggio+stemma+celestino: Santa Maria di Collemaggio. L’Aquila. Logo del Papa Celestino V, lo stemma dell’ordine celestiniano.

Nella volume di P. Herde (2004), Celestino V, sono pubblicati 2 stemmi di cui ignoro la data della realizzazione: il (a sinistra) è della Congregazione Celestiniana; il è lo stemma papale di Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Dal sito: http://www.iagiforum.info/viewtopic.php?f=1&t=20
Lo stemma in questione si trova ad Oria (Br), scolpito al di sopra del balcone dei Celestini, residuo dell’antico palazzo abbattuto nel 1912 dalla giunta del sindaco Gennaro Carissimo per far posto alla costruzione dell’edificio scolastico.
Ben visibile, in alto ed al centro, l’originale stemma dei Celestini.

 

 

Da: http://www.museionline.info/tipologie-museo/basilica-di-santa-croce-lecce.
Il portale maggiore, costruito nel 1606, presenta […]. Sulle porte laterali sono esposti gli stemmi della Congregazionedei Celestini […].: nello stemma, in alto si nota la caratteristica CROCE e la S dello Spirito Santo.

 

Da: Palazzo dei Celestini a Carmiano: memorie di barocco e tabacco. Pubblicato il 14/06/2018 da fondazioneterradotranto.

Affresco nel palazzo (ex baronale) dei Celestini (XVI-XVIII) residenti in Carmiano già nel 1448 poco dopo il loro arrivo: il loro stemma non è dissimile dagli altri già esaminati, binomio: CROCE e S dello Spirito Santo.

 

Da: http://www.iluoghidelsilenzio.it/eremo-abbazia-di-santo-spirito-roccamorice, si nota il simbolo della Congregazione dei Celestini e l’anno 1689.

 

 

Da: STEMMA%20CELESTINI/la%20bottega%20del%20disordine_%20Il%20chiostro%20di%  20palazzo%20Celestini.html

Lo stemma celestiniano sul portale di via dei Quaranta in San Severo. Sotto la fascia centrale                               sono riportate le due pagnotte, simbolo dei lasciti normanni. In alto lo stemma di Celestino V con a lato due gigli angioini. (vedi figura).

 

Da http://www.fondazioneterradotranto.it/ Oria. Da: Un caso di araldica pontificia immaginaria, alla nota 30, si legge: Lo stemma innalzato dai monaci della Congregazione Celestina non ebbe nel corso del tempo una configurazione stabile. Manca lo spazio per approfondire la questione. In questa sede mi limito pertanto a dire che in origine i monaci portarono uno scudo d’argento, alla croce latina accollata alla lettera S, il tutto di nero: la bicromia bianco/nero rappresenta l’araldizzazione dell’abito monastico, mentre la lettera S sta probabilmente per Santo Spirito (ma altre spiegazioni sono state addotte), al quale Pietro del Morrone era particolarmente devoto, come provano anche i numerosi monasteri eretti sotto questo titolo e alcune fra le denominazioni primitive della Congregazione (v. supra, nota 14). Successivamente lo stemma fu incrementato con l’aggiunta di altre figure di carattere allusivo: un monte all’italiana di tre cime, probabile allusione ai monti Morrone e Maiella, cari al papa eremita, e due gigli, in ricordo della speciale protezione e del sostegno accordati ai Celestini dai sovrani angioini di Napoli e da quelli di Francia. Lo stemma divenne così d’azzurro, alla croce latina di nero (alias d’oro), accollata alla lettera S d’oro, accostata da due gigli dello stesso e fondata su un monte all’italiana di tre cime di verde, movente dalla punta. Ma vi furono varianti sia negli smalti, sia nella foggia della croce.

 

Talora la lettera S assunse una forma serpentina. Cfr. Maiorano, Mari, Gli stemmi superstiti cit., pp. 80-88; G. Zamagni, Il valore del simbolo: stemmi, simboli, insegne e imprese degli Ordini religiosi, delle Congregazioni e degli altri Istituti di perfezione, Cesena 2003, pp. 53-54.

 

Da quanto esaminato, lo stemma della Congregazione dei Celestini NON ha alcuna relazione con lo stemma della città di Isernia che si è arrogata la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

N. B.
Se uno dei celestiniani si fosse ispirato allo stemma della città di Isernia per creare quello della Congregazione, saremmo autorizzati a pensare ad un omaggio al luogo di nascita, Isernia, del loro Santo fondatore.
Così non è stato, forse è accaduto il contrario con l’unico scopo di accreditarne la nascita alla città di Isernia, anche alla luce di ciò che l’articolista ha scritto: l’ideatore dello stemma d’Isernia tenne senz’altro presente lo stemma dei frati Celestiniani che consisteva in una croce nera con una ‘S’ sull’asta verticale (a volte al posto della ’S’ vi era il serpente) il tutto in campo azzurro. A Ferentino (dove fu sepolto Celestino V dopo la sua morte avvenuta nel castello di Fumone) la ‘S’ bianca sull’asta verticale risulta prolungata sull’asta trasversale della Croce e, dopo che i Celestini francesi ebbero un certo sopravvento nell’Ordine, nel campo azzurro si trovano due gigli bianchi di Francia.
Per quante ricerche abbia fatto, questo (vedi figura) è l’unico stemma trovato in cui S è posta sull’asta verticale risulta prolungata sull’asta trasversale della Croce, tenendo in considerazione il commento: Tutto l’apparato decorativo (potale, pozzo, acquasantiera…) del complesso architettonico del Monastero dei Celestini di San Severo è caratterizzato dalla ripetizione di uno stemma alquanto singolare (due pagnotte, sotto la croce con il serpente) che trova le sue origini in un monastero, oggi abbandonato e allo stato di rudere, tra Apricena e Poggio Imperiale: san Giovanni in Piano.

Sito http://labottegadeldisordine.blogspot.com/2011/ Stemma celestiniano in vico Marzille di San Severo.

L’articolista scrive: C’è da ricordare che l’Ordine dei Celestini fu fondato da Celestino V, Papa nel 1294, il quale nacque a Isernia nel 1215 e morì nel 1296. Lo stemma papale, invece, del nostro ‘Santone’ era raffigurato da un leone rampante rivolto verso sinistra, d’argento in campo azzurro, con una fascia trasversale rossa; esso sarebbe stato suggerito dal cognome della madre di Celestino che, secondo molti storici, si chiamava Maria Leone. Per concludere rimane da dire che si possono fare tante disquisizioni sul simbolismo e sulle figure araldiche dello stemma d’Isernia, ma ritengo che le cose siano molto più semplici di ciò che sembrano: a mio avviso il simbolo dell’ “impresa” isernina ci conduce a Papa Celestino V, il nostro illustre concittadino Pietro Angelerio.
Ho sempre sostenuto e sosterrò, in base alle più antiche biografie del Santo molisano, la sua nascita in Sant’Angelo Limosano avvenuta nell’anno 1209 (o, forse, come esamineremo, nel 1210).
Per il luogo della sua nascita abbiamo una delle biografie più antiche, scritta da Stefano di Lecce negli anni 1471-1474: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado di Molise, vicino a Limosano e lo ripetè allorquando ricordò il monastero dove aveva svolto il noviziato: si chiamava Santa Maria del Molise(corruzione di Faifoli, n. d. r.), vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.
Più chiaro di così.
Cosa volete, alcuni ipocriti uomini di Chiesa, seguendo l’esempio di Ponzio Pilato che al loro confronto è un dilettante, pur di non accreditare la nascita a Sant’Angelo Limosano, hanno rinuncianto a dichiararlo nato in Isernia, scegliendo: nato in terra di Isernia.
Pensate: esistono ben 8 (dico OTTO) INDIZI tramandati dalle sue più antiche biografie che identificano Sant’Angelo Limosano il luogo della nascita.
L’articolista sostiene la nascita nell’anno 1215 ?
Alcuni ipocriti uomini di Chiesa, simili a sepolti imbiancati, hanno dapprima celebrato l’anniversario degli 800 anni della sua nascita tra gli anni 2009 e 2010; successivamente, per non fare un torto alla città di Isernia, hanno (RI)celebrato gli 800 anni della nascitala nell’anno 2015.
Se hanno interpretato in tale maniera le più antiche biografie di Pietro di Angelerio, quale credibilità possiamo dare loro allorquando ci vengono a illustrare gli antichi testi della religione cristiana ?
Basta la volontà di leggere e dare credito a 2 biografie del Santo, scritte da 2 dei suoi più affezionati discepoli, la cosiddetta Vita A (1303-1306) e Vita C (1303-1306), in cui è scritto, nella 1^: anno M° CC° LXXXXVI°, XIX dir maii, Vixit autem iste sanctus anni LXXXVI: la morte avvenne nel 1296 e visse anni 86, ossia 1296 – 86 = 1210.

Nella 2^: Anno Domini M°. CC°. LXXXX°. VI., vitae vero suae anno LXXX°. VII. die XIX mai; anno 1296 – 87 = 1209.
Nacque nell’anno 1210 o nell’anno 1209 ? Morì a 87 o a 86 anni ?
Nato il 29 giugno, in un anno X, e morto sicuramente il 19 maggio dell’anno 1296, avrebbe compiuto esattamente 87 anni di lì a 1 mese e 10 giorni: ossia sarebbe nato nell’anno 1210; ma qualche suo biografo preferì un “calcolo per difetto” e stimò avesse 86 anni nel giorno della morte 19 maggio 1296.
E’ CERTEZZA: l’anno della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, non era il 1215: vade retro anno 1215.
L’articolista, scrive ancora: Lo stemma papale, invece, del nostro ‘Santone’ era raffigurato da un leone rampante rivolto verso sinistra, d’argento in campo azzurro, con una fascia trasversale rossa; esso sarebbe stato suggerito dal cognome della madre di Celestino che, secondo molti storici, si chiamava Maria Leone.
In quanto allo stemma, lascio al lettore decidere se la descrizione di un leone rampante rivolto verso sinistra, d’argento in campo azzurro è aderente agli stemmi pubblicati ((vedi fugura) in Google: il leone rampante rivolto a sinistra, non è azzzurro in campo più o meno giallo ?

 

 

E’ molto probabile che lo stemma papale di Celestino V non sia stato scelto e né ideato dal neoeletto Pietro di Angelerio, ma sia stato “creato” addirittura dopo la sua morte, come illustra Marcello Semeraro in UN LEONE RAMPANTE CON UNA FASCIA A TRAVERSO (vedi fig. 2): LO STEMMA PAPALE DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI BATTISTA DI ORIA, UN CASO DI ARALDICA PONTIFICIA IMMAGINARIA. (http://www.fondazioneterradotranto.it).

LO STEMMA PAPALE
Lo stemma in questione, di grandi dimensioni, venne collocato al termine dei lavori costruzione della facciata settecentesca voluta dall’abate Tommaso Marrese nel 1718[12]. Timbrato da una tiara priva di infule e accollato alle chiavi petrine decussate, di cui restano solo le impugnature[13], lo scudo presenta una foggia ovale accartocciata e raffigura al suo interno un leone rampante attraversato da una fascia diminuita (fig. 2). L’analisi del manufatto e del contesto di committenza non lascia dubbi sulla sua attribuzione. Si tratta dello stemma di Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio (1209/10-1296), il celebre papa eremita, fondatore dell’omonima Congregazione monastica, che rinunciò al soglio petrino dopo appena cinque mesi dalla sua elezione e che finì i suoi giorni prigioniero di Bonifacio VIII nel castello di Fumone[14].
N.B.
Tuttavia, quello scolpito sulla facciata della chiesa oritana non è lo stemma pontificio realmente innalzato da Pietro del Morrone, semplicemente perché egli non ne ebbe mai uno vero. Si tratta, invece, di un’insegna fittizia, di un’arma di fantasia che qualcuno gli attribuì a posteriori, di un vero e proprio falso, insomma, di cui restano, come vedremo, numerose testimonianze. Com’è noto, il primo pontefice di cui si possa attestare con certezza l’uso di uno stemma nell’esercizio della sua carica fu Bonifacio VIII (1294-1303), ma è con Clemente VI (1342-1352) che la conformazione dell’arma papale si canonizza nella forma che diventerà classica (scudo ornato da tiara e chiavi decussate, legate da un cordone)[15], mantenendosi tale fino al pontificato di Benedetto XVI[16]. Quanto a Celestino V, le prime attestazioni della sua arma leonina non rimontano oltre il XVI secolo. Sull’origine di questa insegna sono state avanzate alcune ipotesi suggestive ma prive di qualsiasi riscontro storico e documentario[17]. Secondo alcuni studiosi, si tratterebbe dell’arma parlante dei Leone (o de Leone), nobili di Alife e Venafro, dai quali discenderebbe Maria, madre del pontefice[18]. Secondo altri, invece, l’insegna sarebbe stata ricalcata su quella del cardinale Guglielmo Longhi (†1319), che fu fra i porporati creati da Celestino V nel corso del suo breve pontificato. Quest’ultima ipotesi è quella che ha goduto di una maggiore fortuna[19]. Lo stemma del cardinale Longhi, apparentemente simile a quello attribuito ex post a papa Celestino, si trova scolpito in coppia ai lati del sarcofago del suo pregevole monumento funebre ammirabile nella basilica di S. Maria Maggiore di Bergamo[20]. All’interno di una cornice modanata compare un leone attraversato da una banda diminuita e trinciata, ma il manufatto non contiene alcuna indicazione cromatica utile alla ricostruzione degli smalti originari[21] (fig. 3).
Il Longhi apparteneva a una nobile famiglia bergamasca e fu anche intimo della corte angioina, abile diplomatico nonché amico di Bonifacio VIII, per incarico del quale gestì la delicata fase di abdicazione del papa eremita. Dopo la morte di quest’ultimo nel castello di Fumone, inoltre, ne prese in custodia il corpo e presenziò alla sua sepoltura nella tomba terragna posta al centro della chiesa di S. Antonio Abate a Ferentino. Secondo lo studioso Fabio Valerio Maiorano, è possibile che «in ricordo dell’evento, il cardinale de Longhi abbia fatto incidere sulla lastra sepolcrale la propria insegna araldica, in epoche successive “interpretata” e scambiata erroneamente per lo stemma papale di Celestino V»[22].

 

 Insegna araldica del cardinale de Longhi

 

N.B.. Marcello Semeraro, scrive: Fra tutti gli stemmi di fantasia della cronotassi papale anteriore a Bonifacio VIII, l’insegna araldica attribuita al papa eremita vanta il primato di essere quella che presenta la configurazione più instabile e variabile nel corso del tempo

Per concludere: papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, NON aveva commissionato il suo stemma papale ed è una BUFALA assimilare l’immagine del leone ad un INESISTE cognome della madre MARIA: esso (lo stemma. n. d. r.) ha scritto l’articolistasarebbe, stato suggerito dal cognome della madre di Celestino che, secondo molti storici, si chiamava Maria Leone.

Per brevità non approfondiremo l’argomento, ma basta EVIDENZIARE: TUTTI i suoi più antichi biografi: dal vescovo Guidonis (1261-1331) a Celestino Telera (1648) non hanno dato un cognome alla madre, al padre di Pietro (figlio di Angelerio); solo dall’anno 1663, qualche storico inventò il cognome Leone per Maria, la madre di Pietro.
Perché NON fu adottato il cognome (che non esisteva) del padre, il cui nome era Angelerio ?
Quanto mai interessante è la nota [18] della pubblicazione di Semerario: In realtà i cognomi de Angeleriis e de Leone sono sconosciuti ai primi biografi di Celestino V e sono stati tirati fuori per accreditarne l’origine isernina, basandosi su due documenti la cui autenticità è stata giudicata dubbia da studiosi del calibro di Peter Herde. Cfr. P. Herde, Celestino V, santo, in «Encicplopedia dei Papi», disponibile al seguente indirizzo: http://www.treccani.it/enciclopedia/santo-celestino-v_%28Enciclopedia-dei-Papi%29/.
Terminiamo con l’appellativo di Santone con cui, dicono, gli Isernini usano chiamare papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, con l’unico scopo di accreditare la sua nascita alla città di Isernia.
Nulla di eccezionale chiamarlo Santone, che in Google significa: 1.Eremita, asceta o mago dell’Oriente, spec. dell’India; e Treccani: 1. Persona, in genere di età avanzata, dedita alla vita religiosa e alle pratiche ascetiche, e oggetto di venerazione da parte dei fedeli, con partic. riferimento alle religioni orientali.
Probabilmente Pietro di Angelerio, o Pietro di/da Morrone fu chiamato Santone in contrapposizione a Roberto de Salle, suo carissimo e diletto giovane discepolo, che Pietro chiamò affettuosamente Santuccio.
Non esistono, né penso esisteranno, eclatanti scoperte sul luogo e l’anno di nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, visto che dopo più di 20 anni anche l’articolista iserniano ancora attende di visionare alcuni documenti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.
Resta l’amarezza di quanta ipocrisia esista in alcuni uomini di Chiesa a cui è demandato il compito di fare chiarezza e della divulgazione di bufale da parte di alcuni articolisti.

Oreste Gentile

IL TRATTURO PESCASSEROLI – CANDELA NEL TERRITORIO DI “BOVAIANOM”/ “BOVIANUM”/ BOJANO.

ottobre 13, 2018

< Transumanza >: trasferimento stagionale (autunno-primavera) degli animali dai pascoli delle montagne e delle colline alle pianure con un clima più mite.

A differenza di quanto qualcuno ha scritto, la transumanza coinvolge quasi tutte le regioni italiane del nord, del centro e del sud, isole comprese, ed alcune nazioni europee.

La sua origine si perde nella notte dei tempi e può essere giudicata un fenomeno naturale: l’istinto degli animali li guidò verso le pianure più rigogliose per il clima e per l’abbondante presenza di acqua.

Il territorio della regione Molise fu particolarmente interessato da questo fenomeno naturale, compreso come è tra le regioni dell’Italia centrale e quelle meridionali.

Il territorio del MOLISE. (da http://chiviaggiaimpara.blogspot.com).

Il suo territorio è attraversato da tutti i tratturi che dagli altopiani abruzzesi (vedi in basso figura 2 da http://www.dailyslow.it) conducono al Tavoliere delle Puglie (vedi figura 3 da https://www.istockphoto.com).

I tratturi nel territorio del MOLISE (da SlideShare).

 

Dai              monti                   alla                      pianura   

La pianura di Bojano, posta a settentrione del Massiccio del Matese, con una superficie di circa 100 km², era/è attraversata da ovest ad est dal tratturo Pescasseroli-Candela e da sud a nord est, dal tratturello Matese-Cortile-Centocelle.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela (linea nera continua, al centro della figura da https:www.pnterest.it).

Il tratturo Pescasseroli-Candela nei pressi della città di Bojano, precisamente dopo aver abbandonato la località di santa Margherita (ad ovest del cimitero) utilizzata per la sosta ed il riposo delle pecore, modificava il percorso rettilineo tipico quando si attraversa una pianura priva di ostacoli, si spostò da est verso sud per giungere ai piedi della collina dell’odierna Civita Superiore di Bojano; successivamente, abbandonando la città di Bojano, riprendeva il suo percorso rettilineo.

La modifica del percorso, molto probabilmente, fu causata dalla esistenza di un lago o di una palude a nord della pianura: una antica tradizione locale tramanda che nella pianura di Bojano esisteva un lago, confermata da alcuni toponimi presenti nel suo territorio.

. Per l’etimologia del fiume Biferno, nome originario Tiferno (all’epoca il suo percorso non era regolare), Cianfarani (1978) scrive:  Nell’antico nome dell’attuale Biferno (lat. Tifernum), si può ravvisare la parola pregreca Tiphospalude, e Typhepianta palustre, riscontrata nell’ambiente mediterraneo: la pianta palustre diedero il nome all’attuale fiume.

La pianura (verde) e Bovaianom/Bojano (giallo) e il tratturo Pescasseroli-Candela (linea verde) nel XI-IX sec. a. C.. Resti di mura poligonali (linee gialle).

2°. La Salita la Piaggia è posta a 540 m. s. l. m., sulle pendici della collina sulla cui sommità è Civita Superiore di Bojano. E’ una delle contrade della città, ma nel passato fu una delle 3 rocche dell’insediamento sannitico-romano e medievale della città di pianura.

Dal sito dell’Enciclopedia Dantesca (1970) a cura di L. Blasucci si apprende che piaggia. Dal latino medievale plagia, ” pendio “, ” terreno in pendenza “; subordinatamente ” costa “, ” spiaggia ” (plagia maris) che Dante ricorda nell’ “: If. VII 108 In la palude va c’ha nome Stige / questo tristo ruscel, quand’è disceso / al piè de le maligne piagge grige, ossia ai piedi della scarpata che divide il quarto dal quinto cerchio infernale.

3°. Il Guado della Foce si localizza a nord-ovest della città di Bojano, nei pressi del ponte della Callora sul torrente Rio (vecchio percorso della S. S. 17) e di Santa Margherita, posta sul tratturo Pescasseroli-Candela, località dove stanziavano gli armenti prima di attraversare il centro della città pentra-romana-medievale.

Dal sito Garzanti LinguisticaGuado2. il punto in cui un corso d’acqua si può guadare: cercare, trovare un guado; un guado difficile, pericoloso. Etimologia: ← lat. vădu(m), connesso con vadĕre ‘andare, passare’, con gu- iniziale tipica delle voci di orig. germanica.

Un guado che permetteva al tratturo di evitare una vasta depressione della pianura denominata Paduli di Sotto.

4°. Paduli di Sotto è la vasta area localizza a nord-est della pianura di Bojano che si estende da Guado della Foce fino alla strada provinciale 49 Bojano-Colle d’Anchise dove la depressione del terreno è inferiore a 480 m. s. l. m..

L’etimologia Paduli dal Nuovo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana di N. Tommaseo2511. Palude, Paduli, stagno, acquitrino, pozzanghera, pozza, pantano, piscina, gora, bottaccio. […]. I Toscani dicono Padule (in nota 2: Villani; Crescenzio; Machiavelli; Martelli.)impadulare e padulaccio non sono né di tant’uso né sì buon suono, come paludaccio e impadulare. La notata differenza, però, non può dirsi costante.

Da quanto esaminato, se proprio non era un lago, esisteva una vasta zona paludosa.

La deviazione verso sud del tratturo Pescasserroli-Candela nei pressi di Guado della Foce e Paduli di Sotto (cerchio punt.to giallo).

 Un’altra anomalia del tratturo Pescasseroli-Candela nella pianura di Bojano è la sua larghezza intra moenia della città medievale che, ancora oggi, coincide con le vie comprese tra Porta Pasquino, ingresso ad ovest della città e la Porta san Biagio uscita ad est per proseguire verso Saepinum/Altilia.

Le vie si identificano con corso Umberto I, un tratto della via di largo Duomo, entrambe già strada provinciale 49, e via Biferno.

Una miniatura del XVI secolo, rappresenta Bojano, erede della  città medievale.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela (linea verde) del periodo medievale nella città di Bojano. 1. Porta Pasquino. 2. Porta san Biagio.

 

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela. Le mura medievali della città di Bojano (linee rosse). 1. Porta Pasquino. 2. Porta La torre. 3. Porta di Visco. 4. Porta Santa Maria. 5. Porta san Biagio.

 

1. Porta Pasquino.   2. Inizio di corso Umberto I (Google).  3. Interno di corso Umberto I.

Il tratturo prosegue: 1. Ingresso al Largo Duomo (già S. P. 49, foto Google) e prosegue 2. per via Biferno (da Google).  3. Via Biferno.  4. Porta San Biagio (ricostr. A. Cimmino).

1.                                         2.                               3.                                                  

4.

La larghezza del tratturo Pescasseroli-Candela, variando da 5. 50 mt. a 3. 50 m.  nella città di Bojano, da Porta Pasquino, Corso Umberto I, via laterale Largo Duomo, via Biferno e Porta san Biagio, non creava nessun problema per il passaggio degli armenti, visto che la larghezza del decumano della civitas di Saepinum, da Porta Bojano all’incrocio con il cardo, varia da 4. 60 a 3. 30 mt..

All’epoca, UNICAMENTE gli OVINI erano trasferiti nella vasta pianura dauna, pertanto la larghezza del tratturo Pescasseroli-Candela, all’interno della civitas Bovianum e della civitas Saepinum, non creava problemi al loro passaggio.

Che siano state UNICAMENTE le pecore ad essere trasferite periodicamente nel Tavoliere di Puglia è testimoniato dalla istituzione della Dogana delle pecore (dohana peducum) o Dogana della mena delle pecore di Puglia per amministrare i pascoli e, scrive Pasquale di Cicco (1987): regolava la più antica industria meridionale. Nella sua essenza la Dogana delle pecore è istituzione molto remota, le cui tracce più sicure ed antiche possono trovarsi già nel IV secolo a.C. e le vicende seguirsi in una lunga e secolare successione.

Che le pecore passassero nella civitas Saepinum attraverso Porta Bojano è ancora oggi testimoniato dall’iscrizione (anno 170 d. C.) incisa in lato, sul piedritto destro, di tre lettere scritte ai magistrati della civitas per denunciare gli abusi dei stationarii e dei magistrati di Saepinum e di Bovianuma ai conduttores delle pecore di proprietà imperiale.

Porta Pasquino di Bovianum (ric,ne)     Porta Bojano di Saepinum.

Il passaggio degli armenti in corso Umberto I.

IL TRATTURO PESCASSEROLI-CANDELA nella Storia di Bojano.

Il tratturo Pescasseroli-Candela fu artefice della fondazione dell’insediamento Sannitico/Pentro di Bovaianom/Bojano: seguendo il suo percorso i giovani migranti Safini/Sabini/Sabellli/Sanniti, (la tradizione ricorda fossero 7. 000 guidati da Comio Castronio), tra i secoli XI-IX a. C.) giunsero ed occuparono la vasta pianura ed il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese.

Sulla sommità della collina e delle pendici della odierna Civita Superiore di Bojano, fondarono Bovaianom/Bojano, la città madre, la capitale del popolo dei Pentri.

Fecero derivare il nome del loro primo insediamento da BOVE/BUE, l’animale guida o il simbolo totemico che avevano seguito lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela; si denominarono Pentri per la scelta di abitare sulle sommità dei monti e delle colline, controllare e difendere i tratturi ed il territorio sottostante, per comunicare visivamente tra loro.

Il territorio dei Pentri. ll confine. Gli insediamenti (punto rosso). I tratturi, i tratturelli e i bracci.

Nei periodi storici vissuti dalla città di Bojano, il tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela ha, senza alcun dubbio, subito delle modifiche volute sia da coloro che fin dai secoli XI-IX a. C. vi dimorarono, sia a causa delle distruzioni belliche e dei fenomeni naturali: terremoti, frane, alluvioni.

Quando vi giunsero i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione (ver sacrum), il naturale tracciato del tratturo seguiva parallelamente la base della collina sulla cui sommità e lungo le pendici i Sanniti/Pentri avrebbero fondato Bovaianom/Bojano, loro città madre e capitale, come testimoniato le mura in opera poligonale lungo la destra degli odierni corso Umberto I e via Biferno: sono di maniera diversa a secondo l’epoca della loro costruzione.

1^ e 2^   Via Biferno (Quaranta).  3^ Via Biferno (larghetto Gentile).

Possiamo ipotizzare: con i Pentri i principali tratturi, divenuti vere e proprie vie di comunicazione, avessero una lunghezza variabile secondo la meta da raggiungere: il Pescasseroli-Candela aveva una lunghezza di 211/233 km. ed una larghezza, oggi stimata anche per gli altri tratturi di circa 110 mt..

Il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela era/è sufficientemente riconoscibile per essere parallelo alle mura poligonali prossime alla base della collina; non altrettanto il lato sinistro: gli eventi bellici e naturali nel corso dei secoli ne hanno spesso modificato la localizzazione.

A sinistra: Bovaianom si localizza alla destra del tratturo. Resti delle mura poligonali (tratti rossi). Ipotesi della larghezza (110 mt. ?) del tratturo Pescasseroli-Candela da 1. Porta Pasquino a 4.  Porta san Biagio. Il lato destro (linea verde continua) segue le mura poligonali. Il lato sinistro è sempre stato dipendente dal variare della larghezza del percorso. A destra: BOVAIANOM. Resti delle mura poligonali. Ipotesi della larghezza (110 mt. ?) del tratturo Pescaserroli-Candela.

Con la conquista ed il dominio dei Romani, i Pentri furono costretti ad abbandonare l’insediamento di Bovaianom e costruire nella sottostante pianura la più ampia civitas Bovianum.

Come accadde per la civitas Saepinum, costruita in pianura dopo la conquista della pentra Saipins, anche il percorso (ovest-est) del tratturo Pescasseroli-Candela, interno della civitas Bovianum divenne il decumano che, probabilmente, conservò la localizzazione originaria del lato destro del tratturo, mentre potrebbe essere stato spostato verso nord il lato sinistro per aumentarne la larghezza.

Bovaianom pentra (linee gialle). La civitas Bovianumprobabile estensione (linea punt.ta rossa) e la sua acropoli (cerchio giallo punt.to).

Il decumano, come per Saepinum, coincideva con il percorso della via consolare Minucia, costruita dal console Minucio Rufo nell’anno 221 a. C.: utilizzando anche il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela collegava Corfinio, posto sulla via consolare Valeria, con la città di Brindisi, passando per Sulmona, Castel di Sangro, Isernia, Bojano, Sepino etc..

Il percorso della via consolare Minucia (giallo) CorfinioBovianum/Bojano.

La via romana scoperta di recente al centro di Bojano, al di sotto dell’alveo del fiume Calderari, non può essere considerata il decumano/via consolare Minucia della civitas: il lastricato non presenta i tipici “solchi” delle ruote dei carri ed i “passaggi pedonali” a grossi blocchi, ben evidenti nel decumano (via Minucia) di Saepinum.

La civitas romana. Percorso (tra le linee verdi tratteggiate) del tratturo Pescasserroli-Candela. Bovaianom insediamento Pentro (estensione della sua cinta muraria linea tratt.ta gialla). Mura poligonali esistenti (trattini rossi). La civitas Bovianum (sua probabile estensione). La via romana scoperta (tratto continuo).

 

Saepinum/Altilia. Il decumano: “passaggio pedonale” (in alto cerchio giallo); “solco” delle ruote dei carri (in basso cerchio giallo).

Nel periodo medievale la civitas Bovianum sita in pianura, lentamente fu abbandonata a causa dei fenomeni naturali e, soprattutto, per la disfatta dell’impero romano causata dalle invasioni barbariche.

Gli abitanti, per una migliore difesa, tornarono ad occupare sia l’antichissimo insediamento di Bovaianom, divenuto l’acropoli della civitas romana, sia le pendici della collina, già abitate dai Pentri.

La costruzione delle mura di cinta a difesa della civitas medievale, oggi dovrebbe corrispondere agli edifici costruiti sul lato da ovest verso est del corso dei Pentri e di via Turno, riducendo la larghezza del tratturo che ancora oggi si può localizzare ed identificare da Porta Pasquino con il corso Umberto I, la via laterale di largo Duomo (entrambi già strada provinciale 49) e la via Biferno fino a Porta san Biagio.

Itratturo Pescasseroli-Candela, diventato il percorso della via consolare Minucia, aveva conservato l’originaria localizzazione del suo lato destro, mentre il lato sinistro si localizza/va a nord, a ridosso delle mura di cinta medievali, intra moenia. 

La larghezza del tratturo in epoca pentra (giallo) e romana era compresa tra la linea verde continua  e la linea verde tratteggiata.     BOJANO MEDIEVALE. Strutture esistenti(linee gialle) dei Pentri: La Piaggia e i resti di mura poligonali (linea intera gialla); probabile terrazzamento pentro (linea punt.ta gialla). Il percorso del trattuto Pescasseroli-Candela (linea verde continua) era interno alla città medievale (a destra della linea rossa punt.ta) da Porta Pasquino (1) a Porta san Biagio (5). Le altre porte della città medievale: Porta La Torre (2). Porta di Visco (3). Porta Santa Maria (4). 

Non più le invasioni, quanto più le catastrofi naturali, soprattutto i terremoti, modificarono ancora una volta il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia, come evidenzia una antica miniatura (1774) e una  cartografia dell’anno1802 (?).

Cimmino illustra la miniatura dell’anno 1778 realizzata da Vincenzo Magnacca e Nicola Conte in occasione della reintegra del Tratturo Pescasseroli-Candela: il tragitto viene posto, in basso, come un elemento schematico – lineare ed uniforme – sono, però, ben indicati i principali elementi che si incontravano lungo il percorso; per Bojano, oltre alla veduta realistica della città, vengono riportati: il “Ponte (sul fiume) Caldararo” e la “Font(ana) delle pietre cavate”, posta nei pressi della chiesetta diS. Antuono”. Manca il guado del fiume Turno che, necessariamente, doveva effettuare chi volesse passare all’esterno delle mura (attuali corso dei Pentri e via Turno) e non all’interno (attuali corso Umberto I, via Biferno); elemento che invece viene ben evidenziato nelle immagini relative alle successive Reintegre, sia in quella del 1811 sia in quella del 1826. Ciò sembra confermare l’ipotesi, esposta nel mio precedente intervento, che prima del terremoto del 1805 l’attraversamento avvenisse all’interno, tra Porta Pasquino e Porta San Biagio, dopo all’esterno .

Gli autori, a differenza di quanto disegnato per gli altri percorsi dei tratturi, per la città di Bojano fecero una eccezione: venendo da ovest (da sinistra nelle figura), disegnarono il tratturo Pescasseroli-Candela nel tenimento pianeggiante di S. Massimo e, dopo il confine frà Bojano e S. Massimo ed attraversato il fiume Callora, utilizzando il ponte Caldararo, proseguiva “dritto”, non verso Bojano ed all’interno delle sue mura di cinta medievali, ma all’esterno verso i tenimenti di S. Polo, Campochiaro e Guardiaregia.

Magnacca e Conte  vollero dare una visione completa della non comune localizzazione di Bojano, già città madre e capitale dei Pentri: se avessero tracciato all’interno di essa il percorso tratturale avrebbero compromesso la sua caratteristica sistemazione su 3 livelli fortificati importanti dal punto di vista strategico, ossia: Bovaianom, oggi Civita Superiore di Bojano, la contrada La Piaggiasan Michele e la città in pianura sannita romana.

Il loro compito primario era la reintegra anche del trattuto Pescasseroli-Candela, pertanto pensarono bene di estrapolare il percorso interno della città, disegnandolo a nord ed  esterno ad essa.

Gli indizi più salienti per localizzare ed identificare il percorso del tratturo  Pescasseroli-Candela, sono: 1. le arcate del ponte Caldoraro/Calderari; 2. il percorso del tratturo che, dopo averlo passato, fa il suo ingresso attraverso Porta Pasquino  per seguire la lunghezza del ( livello) l’insediamento della città posto in pianura e uscire da Porta san Biagio per proseguire verso le Fonte delle  pietre cavate/Pietre cadute e la chiesetta di S. Antuono.

Qualsiasi altra localizzazione del percorso del tratturo avrebbe compromesso il panorama della città di Bojano.

da Il Molise e la Transumanza di Pasquale di Cicco ed. Iannone 1997.

Nell’anno 1808 o 1859, ossia dopo il terremoto del 1805, è la  mappa realizzata da Zampi evidenzia a destra 3 percorsi anonimi provenienti da destra (nord ovest): il percorso ad ovest nella figura, è l’UNICO che identifica e localizza il tratturo Pescasseroli-Candela: dopo avere attraversato due costruzioni prosegue nei pressi di due sorgenti le cui acque, unendosi in un solo corso, sfocia nel fiume anonimo da identificare con il fiume Caldoraro (oggi Calderari) disegnato anche nella miniatura Magnacca-Conte.

Il percorso, dopo  avere incrociato gli altri due alla sua sinistra, proseguiva per piazza Pasquino e, entrando in città attraverso Porta Pasquino, proseguiva per corso Umberto I, per la via laterale di largo Duomo, per via Biferno ed usciva da Porta san Biagio per raggiungere le sorgenti delle Pietre Cadute.

E’ importante evidenziare un dato inconfutabile: la mappa documenta un itinerario identificabile con il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che, proveniente da ovest, dopo avere incontrato alla sua sinistra altre due strade,  è l’UNICO a proseguire per piazza Pasquino, entrare nella città medievale da Porta Pasquino, percorrere corso Umberto I, la via laterale di piazza Duomo, via Biferno, uscire da Porta san Biagio per proseguire verso le sorgenti delle Pietre Cadute e Saepinum/Altilia.

In evidenza: il percorso verde evidenzia il tratturo Pescasseroli-Candela. Le sorgenti ed i fiume Calderari eTurno. Le porte della città medievale: 1. Porta Pasquino. 2. Porta la Torre. 3. Porta di Visco. 4. Porta Santa Maria. 5. Porta san Biagio. La fortificazione (riquadro giallo) La Piaggia san Michele. Muro di cinta medievale da Porta san Biagio alla fortificazione La Piaggia-san Michele.

Importante è la localizzazione del convento di san Francesco, oggi sede municipale; Zampi lo localizzò nell’ampio spazio esterno alle mura della cinta a nord della città medievale, nelle cui vicinanze non esisteva una strada, ed il corso del fiume Calderaro/Calderari con alla destra due affluenti: il Turno e le acque della sorgente delle Pietre Cavate/Pietre Cadute disegna nella miniatura di Magnacca e Conte.

NON ESISTEVA un percorso all’esterno della città medievale o nei pressi del convento di san Francesco o che fosse parallelo al corso del fiume Calderari; anche gli altri percorsi, ben evidenziati nella mappa, sono TUTTI localizzati sempre all’interno della Bojano medievale

 

 

 

La mappa di Zampi corrisponde, senza alcun dubbio, a quanto fu evidenziato nella miniatura di Magnacca e Conte dell’anno 1774.

Un percorso del tratturo Pescasseroli-Candela diverso dall’originale illustrato fino ad ora, fu disegnato in occasione della reintegra dell’anno 1811 eseguita dopo il disastroso terremoto dell’anno 1805 che interessò particolarmente l’assetto urbano della città di Bojano.

Il nuovo percorso era  extra moenia: da Porta Pasquino aveva abbandonato corso Umberto I, la via laterale di Largo Duomovia Biferno, per seguire le vie esterne che oggi corrispondono a corso dei Pentri e via Turno (già via Valcaturo).

Gli autori nei pressi di Porta Pasquino e Porta san Biagio ritennero opportuno disegnare cumuli di maceri causate dal crollo delle 2 porte e di parte della cinta muraria del lato nord della città che impedivano l’accesso,il passaggio e l’uscita dalla città.

Figura in alto: disegno della reintegra  dell’anno 1811. 2^ figura: i cumuli di macerie (cerchio rosso) presso Porta Pasquino e Porta san Biagio. Il percorso del tratturo originario (linea continua verde) ed il percorso alternativo (linea verde discontinua).

In proposito, Emilia Sarno ha scritto: Particolare della pianta del tratturo Pescasseroli-Candela nel tenimento di Bojano: a differenza della carta del 1778 (vedi sopra, n. d. r.), ora i periti tratteggiano solo l’insediamento in piano con una curva chiusa di colore rosso, dall’Atlante del 1826 dei regi agrimensori Giovanni e Michele Jannantuono Fonte: Archivio di Stato di Campobasso, permettendo di avere una visione più chiara del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela nella città di Bojano dopo il terremoto dell’anno 1805.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela dalla chiesa del Purgatorio proseguiva extra moenia, testimoniato dalla Chiesa Cattedrale sita al lato destro (la Chiesa Cattedrale era sul lato sinistro quando il tratturo era extra moenia) per evitare i cumuli di  macerie presso Porta  Pasquino e Porta san Biagio (vedi figura precedente).

La ricostruzione post terremoto modificò l’assetto urbano della città di Bojano: le mura di cinta a nord, da Porta Pasquino a Porta san Biagio, parzialmente distrutte, furono utilizzate per le nuove costruzioni di civile abitazione ed il tratturo PescasseroliCandela/via consolare Minucia tornò a seguire, come oggi, il percorso intra moenia.

1. foto. Proveniente dalla chiesa del Purgatorio (chiesa in fondo) il tratturo entra in Piazza Pasquino. 2. foto. Porta Pasquino. Ingresso ovest della città di Bojano.

 

1. Porta Pasquino vista da ovest. 2. Ingresso Corso Umberto I. 3. Interno Corso Umberto I.

 

1. Via Biferno vista da ovest. 2. Via Biferno vista da est. 3. Intra moenia nei pressi di Porta san Biagio. 4.  Porta san Biagio vista da est.

Gli edifici, posti a nord, che oggi separano via Biferno (a sud) da via Turno (già via Valcaturo), seguendo il percorso intra moenia del tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia, furono costruiti dopo il terremoto dell’anno 1805 sui “resti” delle mura di cinta della città medievale, come è testimoniato dalla data della costruzione incisa sulla “chiave di volta” delle loro  porte di ingresso.

1. Le abitazioni sulle mura medievali (vista da ovest). 2. Vista da est, si notano i contrafforti. Le date ricordano l’anno della loro costruzione.

Sulla “chiave di volta” incisi  gli anni della ricostruzione dopo il terremoto dell’anno 1805.

 

PER CONCLUDRE:

Un tratto del tratturo Pescasseroli-Candela nel territorio compreso tra i comuni di San Polo Matese e Campochiaro (visto da est). In giallo: 1. La fortificazione pentra di monte Crocella, già Colle Pagano, già Collis Samnius o Colle chiamato sacro. 2. Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano, già Bovaianom.

     Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SAN FRANCESCO NELLA REGIONE MOLISE ?

agosto 24, 2018

Vi esorto a non fidarvi, come in questo caso, di quanti illustrano la Storia della regione MOLISE senza una seria ricerca bibliografica.

MAI PRENDERE IN GIRO CHI VUOLE CONOSCERE LA STORIA DEL PROPRIO TERRITORIO.

La presenza di san Francesco nel territorio del MOLISE è di attualità non per la scoperta di un documento o di una biografia del Santo, ma unicamente per l’invenzione di un suo cammino / itinerario da Assisi al santuario di Monte Sant’Angelo e dei suoi soggiorni in alcuni centri molisani.

Per giustificare questo inesistente cammino / itinerario del Santo, ora dichiarano di aver preso in considerazione anche la fondazione di un convento o la semplice presenza dei suoi confratelli.

Se nel territorio molisano volessimo creare o far passare un cammino / itinerario in base alla sola presenza di un convento o dei monaci francescani, sarebbero certamente molto di più le città o i paesi ad essere coinvolti. (vedi figura).

Paola Cerella, infatti scrive: Con una buona dose di certezza, tra il 1262 ed il 1290 in Molise dovevano essere già aperti i conventi di Agnone, Isernia, Venafro, Campobasso, Boiano e Pianisi. […]; ed aggiungo Sepino, Toro, Casacalenda, Guglionesi, San Martino in Pensilis, Larino e Termoli, tanto per citare i più noti. (vedi figura).

              

Cerella: Il sapere che in Molise, alla fine del XIII secolo, risultavano in piena attività non pochi conventi francescani, generalmente intitolati al Poverello di Assisi, porta a pensare al fervore religioso con cui i molisani accolsero il messaggio di quest’ultimo.

Pertanto: I molisani accolsero il messaggio di san Francesco, ma non godettero MAI della sua presenza.

Guardando l’itinerario proposto nella cartina (da libri.terre.it), notiamo che, tranne Toro, sono stati esclusi i centri dove ancora oggi, tranne Bojano, esiste un convento legato al cultoNON alla presenza, del Santo di Assisi.

Nel passato, altri studiosi hanno tentato di accreditare la presenza di san Francesco in alcuni centri del Molise; Ciarlanti (1644) sostenne, con una maldestra manipolazione del testo originale Annales Minor (1625-1654) di Lukas Wadding, la presenza di san Francesco nella città di Isernia nella Pasqua dell’anno 1222 (vedi articolo “San Francesco nella città di Isernia”).

Sfruttare ancora oggi la figura di san Francesco è un tentativo per accreditare un cammino / itinerario MAI percorso per raggiungere il santuario di san Michele a Monte Sant’Angelo, attraversando alcuni centri del Molise.

Se il Santo fosse partito dall’Umbria, regione di origine, avrebbe potuto seguire 2 vie: la 1^, che possiamo chiamare dei 2 Ducati, escludendo Roma, collegava Spoleto, capitale del ducato omonimo, con Benevento, capitale della Langobardia minor, un itinerario documentato dalla Storia: dopo Spoleto, seguiva da Corfinio la via  consolare Minucia per raggiungere Benevento, importantissimo centro religioso e politico, e proseguire sulla via Sacra Langobardorum fino a Monte Sant’Angelo. La 2^ via dall’Umbria raggiungeva Roma e da lì, seguendo la via Latina Casilina, al monastero di Montecassino e poi alla volta di Benevento per proseguire verso Monte Sant’Angelo con via Sacra Langobardorum (vedi figura).

Via dei 2 Ducati: SPOleto. COrfinio. Via Latina (azzurra) fino alla via Appia (rossa) CAserta e proseguire per BeNevento. Via Sacra Langobardorum (gialla) da Benevento a Monte Sant’Angelo. A. I. Airano Irpino. CAnosa. Territorio della regione MOLISE (confini tratt.ti neri).

UNICAMENTE la scoperta di altre biografie potrebbe modificare quanto hanno tramandato gli Annales minor di Wadding, gli unici cui hanno fatto riferimento gli storici e gli studiosi per descrivere il viaggio di san Francesco verso Monte Sant’Angelo.

Oreste Gentile.

 

I MOLISANI POSSONO RITENERSI DISCENDENTI DEI “SANNITI PENTRI” E DEI “SANNITI FRENTANI” ?

agosto 3, 2018

C’è chi sostiene i MOLISANI discendenti, ossia abbiamo origine (Treccani); essere nato, avere origine, provenire (De Mauro); avere origine (Garzanti); Avere origine da una certa famiglia o stirpe (il Sabatini Coletti) dai fieri SANNITI PENTRI e SANNITI FRENTANI.

Tra i secoli XI-IX a. C., i SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI migrarono (ver sacrum) dalla SABINA verso i territori centro meridionali della penisola italica e diedero origine a diversi popoli, tra cui i PENTRI e i FRENTANI.

I primi occuparono il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese e a ovest e nord est alcune località oggi in provincia di Chieti e di L’Aquila; a nord est confinavano con i CARECINI e con i FRENTANI, loro consanguinei, stanziati lungo la costa del mare Adriatico e nell’interno con le città principali di Lanciano e di Larino; infine, a est I PENTRI confinavano con i DAUNI di origine greca. (vedi figure).

I popoli originati dal Ver sacrum.

La regione MOLISE: il territorio dei SANNITI PENTRI e il territorio dei SANNITI FRENTANI.

DUE potenze, la Romana e la Sannita nel VI-V sec. a. C. di comune accordo iniziarono ad espandersi nella penisola italica centro meridionale; successivamente, unicamente i Romani, soggiogati i PENTRI e i FRENTANI, continuarono una lenta quanto inesorabile conquista dell’Italia  e di gran parte del continente europeo.

Probabilmente la penetrazione romana nel territorio pentro ebbe il suo epilogo con la conquista di Bovaianom/Bojano, la loro città madre e capitale, nell’anno 305 a. C. e a loro fu concessa una sovranità limitata, tant’è che solo nell’anno 268 a. C., dopo la battaglia di Aquilonia dell’anno 293 a. C., i primi PENTRI a perdere la loro origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA furono i cittadini di Venafro e Isernia: nell’anno 268 a. C., Venafro fu incorporata da Roma e divenne civitas sine suffragio e poi sede di praefecturae; Isernia, città che rivendica di essere stata ed essere capoluogo pentro, divenne colonia latina nell’anno 263 a. C..

Con la definitiva sconfitta dei popoli italici nella guerra sociale (88-92 a. C.), i PENTRI persero anche la sovranità limitata e subirono l’ira distruttrice di Silla, ricordata da Strabone (64 a. C. – 20 d. C. ? ): E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.

Nell’antico territorio della regione MOLISE, i principali insediamenti di Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Sepino nel territorio dei PENTRI e gli insediamenti di Larino nel territorio dei FRENTANI, furono inviati i coloni e i veterani delle legioni romane per ripopolarli e favorirne la rinascita e l’urbanizzazione.

Per i PENTRI e i FRENTANI era la FINE della loro stirpe cosiddetta Italica, originata nei secoli XI-IX a. C..

Il futuro avrebbe riservato alle nuove popolazioni presenti nell’antico territorio della regione MOLISE nuovi conquistatori di origine diversa.

Caduto l’Impero Romano, la penisola italica subì, nel corso de IV-V secolo, un susseguirsi d’invasioni di popoli di nazionalità diversa: gli UNNI, guidati da Attila tra il 434 e il 440; gli ERULI di Odoacre nell’anno 476; gli OSTROGOTI (GOTI orientali) guidati da Teodorico e i BIZANTINI.

I GOTI e i BIZANTINI si contesero il dominio dell’Italia tra gli anni 535 e 553; l’avvenimento è conosciuto con il nome di guerra greco-gotica.

Il territorio già dei PENTRI e dei FRENTANI, all’epoca svolse un ruolo di primo piano: geograficamente era un cuscinetto tra l’Italia del nord, dominata dai GOTI e l’Italia del centro sud, dove era iniziato un lento processo di conquista da parte dei BIZANTINI.

Poi dalla Scandinavia, secondo il mito, arrivarono in Italia i LONGOBARDI guidati da Alboino. Nel corso delle vicende storiche legate alla loro presenza e al loro dominio anche l’antico territorio dei PENTRI e dei FRENTATI subì una nuova invasione e miscuglio di razze: i LONGOBARDI e i BULGARI (al servizio dei primi) ebbero in concessione, nell’anno 667, il territorio pentro con i centri di Sepino, Bojano e Isernia; tante sono le località e le attività che ancora oggi conservano nel loro nome l’origine longobarda.

Poi arrivarono i NORMANNI, e poi gli ANGIOINI, e poi gli ARAGONESI, e poi gli ASBURGI di SPAGNA e di VIENNA.

Per mettere la parola FINE a questo rimescolamento di razze e di sangue, la Storia ricorda l’arrivo dei BORBONI.

Il sangue SANNITA, dopo tante invasioni (dal 305 a. C. al 1860) scorre ancora nelle arterie e nelle vene dei MOLISANI ?

 

Oreste Gentile.

“ALLIPHAE”/”ALLIFAE”/ALIFE NEL TERRITORIO DEI “CAUDINI”.

luglio 15, 2018

Il Massiccio del Matese è il confine naturale tra una parte della regione Molise (del territorio dei Pentri) e una parte della regione Campana (del territori degli Irpini e dei Caudini). (vedi figura).

Una secolare polemica localizza l’antica città di Alliphae/Castello del Matese e la romana Allifae/Alife oggi Alife, NON nel territorio dei Caudini, a sud nel Massiccio del Matese, bensì nel territorio dei Pentri, localizzati a nord del Massiccio del Matese.

Una differenza non di poco conto che esclude l’importanza, come esamineremo, dei confini naturale rappresentati dalle montagne, dalle colline, dai fiumi, etc..

Le linee/termini di confine scelte per le loro caratteristiche sul Massiccio del Matese, sui Monti Trebulani, sul Taburno, sul Tifata e sui rilievi minori presenti nel territorio pentroirpinocaudino, separavano tra loro il territorio dei Pentri, degli Irpini, dei Caudini, dei Sidicini, degli Aurunci e dei Campani. (vedi figura).

La conoscenza dell’orografia della Valle Alifana e della Valle Telesina, il corso del fiume Volturno, danno il loro contributo alla soluzione della secolare vexata quaestio.

Il Massiccio del Matese svolge un ruolo fondamentale per localizzare le 3 popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Pentri, Irpini e Caudini. (vedi figura).

Il territorio a sud del Massiccio del Matese (estensione linea gialla). I territori dei Sidicini, degli Aurunci, dei Campani e degli Irpini. Gli altri principali termini di confine: Monti Trebulani, Tifata e Taburno. Il fiume Volturno. Il confine (attuale giallo-arancio) tra la regione MOLISE (territorio dei Pentri) e la regione CAMPANA (territorio degli Irpini, dei Caudini e dei Sidicini).

Salmon (1985) scrive: A confine occidentale del Sannio fa la guardia un grande bastione naturale, l’aspro Massiccio del Matese/mons Tifernus (lungo più di 40 chilometri e largo circa 25, con un lago carsico alla sua sommità e una cima il Monte Miletto, che si innalza oltre i 2000 metri (2.050, n. d. r.). Il massiccio è visibile quasi fino all’Adriatico e domina l’ampia vallata del fiume Volturno (l’antico Volturnus), separandola dalla stretta valle del Tammaro (l’antico Tamarus) più est. Al pari del Monte Taburno il Massiccio del Matese ha una propagine verso ovest, sull’altra sponda (occidentale) del Volturno […]. Ciascuno di questi gruppi montuosi poteva servire come ultima possibilità di rifugio per l’una e per l’altra delle tribù del Sannio: […], i Monti Irpini per il popolo omonimo, il Monte Taburno per i Caudini e la Montagna del Matese per i Pentri. (vedi figura).

I monti: Matese.  TL/Trebulani. Tb/Taburno. TF/Tifata.  Pt/Partenio. Tr/Termine.                                                              

T. Salmon Il Sannio e i Sanniti  (1985).

Salmon, sostenendo il Monte Taburno per i Caudini e la Montagna del Matese per i Pentri, non tiene conto che la Montagna del Matese era il rifugio anche degli Irpini a est e dei Caudini a sud.

Lo storico, come esamineremo, convinto che Alife fosse in territorio Pentro e NON in territorio Caudino, esclude quest’ultimo dalla vicinanza alle pendici meridionali della Montagna del Matese; pertanto anche i vicini territori della città di Telesia e gli altri insediamenti ad essa vicini, erano in territorio Pentro ? (vedi figura di una ipotesi improponibile).

Inoltre gli Irpini, stanziati nel territorio a sud della Montagna del Matese, ossia a nord di Benevento, loro capitale, potevano trovare rifugio proprio sul Matese, oltre al citato monte Taburno che li separava dai Caudini , ed ancora più a sud, potevano rifugiarsi anche sul Partenio o Monti dell’Avella e sul Terminio, che, probabilmente, corrispondevano ai Monti Irpini ricordati da Salmon.

Gli stessi Caudini, non solo potevano trovare rifugio sul versante settentrionale e occidentale del monte Taburno, come giustamente sostiene Salmon, ma sulle pendici del Massiccio del Matese meridionale e, più a sud, sul versante orientale dei monti Trebulani, e ancora sul Tifata, versante settentrionale e sul Partenio versante settentrionale, nella cui valle era stata fondata Caudium/Montesarchio, loro capitale. (vedi foto).

Ipotesi improponibile.

La REALTA’.

Per volere o per mera coincidenza Bojano, capitale dei Pentri, Benevento, capitale degli Irpini e Montesarchio, capitale dei Caudini furono fondate nei pressi o alle pendici di massicci montuosi idonei per il rifugio, la difesa e le comunicazioni visive diurne e  notturne con le altre comunità. (vedi figure).

La localizzazione di Bojano.

 

La localizzazione di Benevento e di Montesarchio

Il Massiccio del Matese nei confronti degli altri sistemi montuosi aveva una prerogativa: posto tra i versanti del mare Adriatico a nord e del mare Tirreno a sud era visibile a molta distanza ed era l’unico a separare i territori dei 3 popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita stanziati alle sue pendici: i Pentri  a nord, gli Irpini a sud e sud est, i Caudini a sud ovest.

Quale migliore pietra termine di confine per delimitare i loro territori ?

Non una semplice pietra per riconoscere i confini, ma una montagna sacro utile anche per il rifugio, il controllo dei rispettivi territori e per le rapide comunicazioni visive diurne e notturne; era il simbolo della loro unità nella reciproca indipendenza e sovranità. (vedi figura).

Alliphae/Alife il suo primo sito è stato identificato con Castello del Matese distante poco più di 10 km.: un insediamento proprio alle pendici meridionali del confine naturale rappresentato dal Massiccio del Matese ed il suo territorio, come esamineremo, era pertinente ai Caudini che a nord confinavano con i Pentri, a ovest con i Sidicini, a sud con gli Aurunci e i Campani, a est con gli Irpini. (vedi figure).

I monti: Matese. TL/Trebulani. TB/Taburno. TF/Tifata. PT/Partenio. TR/Termine.

 

Le popolazioni confinanti con i Caudini: Pentri, Irpini, Campani, Aurunci e Sidicini.

La scoperta di un santuario italico nella località di Capo di Campo a quota 1050 mt., tra le cime del Massiccio del Matese, nei pressi dell’omonimo lago, permette di formulare una nuova ipotesi sulla linea di confine tra i Pentri  a nord e i Caudini a  sud. (vedi figure 1 e 2).

Soricelli (2015): Il sito di Capo di Campo si colloca all’estremità sud-orientale della piana occupata dal lago del Matese, a circa m 1050 s.l.m., a ridosso di un tratturo che ricalca uno dei percorsi che in antico scavalcavano il massiccio matesino collegando la Campania al Sannio. Tale percorso, lasciata la piana alifana e raggiunto il passo di Pretemorto, attuale passo di Miralago, scendeva nella piana lacustre passando in prossimità del nostro sito, scavalcava la sella del Perrone, raggiungeva le Tre Torrette, passando sotto la fortificazione sannitica che la controllava, le girava intorno percorrendo valle Uma e poi ridiscendeva, attraversando il santuario di Ercole in loc. Civitella a Campochiaro, fino a raggiungere la sottostante piana di Bojano ove incrociava il tratturo Pescasseroli-Candela.(vedi figura 3).

Fig. 1. Il probabile confine tra Pentri e Caudini dopo la scoperta del santuario italico di Capo di Campo.

 

Fig. 2. Il confine MOLISE-CAMPANIA (linea bianca). Confine (tr.to) tra Pentri, Caudini e Irpini dopo la scoperta di Capo di Campo. Estensione del Massiccio del Matese (giallo tr.to).

 

Fig. 3. Confine tra Pentri, Caudini e Irpini dopo la scoperta di Capo di Campo (linea tr.ta). Strade esistenti (linea continua viola). Trattuto Pescasseroli-Candela (1). UNO dei Tratturelli (2che scavalca il Matese.

Capo di Campo, al momento, rappresenta uno dei termini di confine scelto e stabilito dai Pentri e dai Caudini, i 2 popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, localizzato nel cuore del Massiccio del Matese e pertinente al territorio pentro, come testimoniano i < bolli > dei meddix tuticus dei Pentri sui laterizi della fornace di Bovaianom/Bovianum/Bojano, la loro città madre, la capitale.

Soricelli: Al più tardi nel II sec. a.C. (periodo 1), l’area doveva essere occupata da un edificio, per la cui realizzazione era stata prevista la messa in opera di grossi blocchi squadrati di calcare fossilifero, legati con malta e, talora, con grappe a coda di rondine, accuratamente sagomati, nel quale è verosimile riconoscere un edificio di culto. L’imponenza della struttura e la presenza di bolli laterizi dall’officina pubblica di bovaianom, fanno escludere che l’edificio abbia avuto una destinazione privata, mentre la posizione assolutamente isolata presso la sommità del Matese non rende credibile la possibilità di una struttura pubblica di tipo civile. Inoltre, il materiale ad esso riferibile, sebbene per ora quantitativamente limitato, orienta nettamente verso una destinazione sacra del sito. […]. Il rinvenimento di questi bolli permette di assegnare il controllo della conca lacustre, dei pascoli circostanti e delle attività economiche che su di essa gravitavano, ai Sanniti Pentri e, molto probabilmente, proprio a bovaianom, posta immediatamente alle sue spalle e ad essa direttamente collegata da un tracciato che ancora oggi parte da Civita di Bojano, raggiunge la sorgente di Capo d’Acqua, attraversa la valle dell’Esule [(dove è presente ceramica di IV-II/I sec. a.C.): ritrovamenti di Salvatore Buompane, n.d.r.]. e da qui scende nella piana lacustre.  (vedi figura).

 Ciò comporta che il confine tra Allifae bovaianom (e, dunque, tra i territori controllati da Roma e dai Sanniti Pentri), nel III-II sec. a.C., debba essere spostato verso sud, quanto meno lungo la più bassa linea di rilievi che cinge sul lato meridionale la conca del lago del Matese, se non più a valle, all’altezza delle fortificazioni del Cila e di Castello del Matese. L’abbandono dell’edificio può essere collocato nei primi anni del I sec. a.C., forse in relazione con gli avvenimenti della guerra sociale che investirono pesantemente bovaianom ed il suo territorio (App. BC. 1, 51, 223-225; Obseq. 56). È da sottolineare, a riguardo, che le monete repubblicane fin qui rinvenute negli strati d’uso dell’edificio sannitico o residue negli strati posteriori sono tutte anteriori al 90 a.C. (la moneta più tarda sicuramente databile è rappresentata da un denario suberato di C. Claudius Pulcher databile al 110-109 a.C..

La linea di confine tra i Pentri (MOLISE) e i Caudini (CAMPANIA) nel corso della Storia non dovrebbe avere subito sostanziali cambiamenti, considerando quanto accadde con la presenza di Annibale nel territorio di Alife dopo la battaglia di Canne.

Il confine naturale era ed è rappresentato dal Massiccio del Matese; esiste la linea del confine odierno (tr.gio bianco) tra le regioni MOLISE e CAMPANIA e la linea del confine dell’epoca italica (tr.gio arancione) ipotizzato dopo la scoperta del caposaldo rappresentato dal santuario di Capo di Campo pertinente al territorio dei Pentri. (vedi figura).

Le linee di confine. Il Massiccio del Matese (linea punt.ta giallo). Il confine tra il MOLISE e la CAMPANIA (linea continua bianca). Il confine tra Pentri, Caudini e gli Irpini (linea punt.ta arancione e azzurro).

La scoperta nel santuario di bolli laterizi a lettere osche, provenienti dalle fornaci dell’antichissima Bojano, permette, scrive Soricelli, di assegnare il controllo della conca lacustre, dei pascoli circostanti e delle attività economiche che su di essa gravitavano, ai Sanniti Pentri e, molto probabilmente, proprio a bovaianom, posta immediatamente alle sue spalle.

Soricelli: I bolli di Capo di Campo risultano tutti attestati anche nel santuario di Ercole in loc. Civitella a Campochiaro, ad eccezione del n. 10, attualmente privo di confronti. […]. Il bollo n. 9  infatti può essere ricostruito nella sua interezza grazie ad un esemplare da Campochiaro (scheda Campochiaro, Civitella, loc., herekleis (gen.)/ Hercules: fonti epigrafiche, n. 29) che risulta provenire dal medesimo punzone utilizzato per gli esemplari di Capo di Campo. La lettura che di esso si propone è la seguente: n·pap·mr·nu·t, con la prima parte del bollo da sciogliere n(iumsis) pap(iís) m(a)r( ), mentre nu·t, piuttosto che alla formula onomastica di n(iumsis) pap(iís), potrebbe riferirsi alla natura del suo ufficio e sciogliersi, semmai, nu(mnud) t(outas), ovvero «a nome / per conto della comunità»: n·pap·mr·nu[·t] N. Papius Mr. f. nomine [rei publicae] «N. Papio, figlio di Mr., per conto della comunità (ha eseguito / ha curato)».

Il termine di confine, pertanto, tra i Pentri e i Caudini è testimoniato dalla località Capo di Campo e dal suo santuario; NON esistono, al momento, testimonianze per sostenere: nel III-II sec. a. C., debba essere spostato verso sud, quanto meno lungo la più bassa linea di rilievi che cinge sul lato meridionale la conca del lago del Matese, se non più a valle, all’altezza delle fortificazioni del Cila e di Castello del Matese.

Qualunque siano stati i motivi che al momento ignoriamo, i termini di confine tra i Pentri, gli Irpini e i Caudini furono scelti e stabiliti in occasione della presa di possesso dei loro rispettivi territori (secoli XI-IX a. C.).

Le linee di confine. Il Massiccio del Matese (linea punt.ta giallo). Il confine tra il MOLISE e la CAMPANIA (linea continua bianca). Il confine tra Pentri, Caudini e gli Irpini (linea punt.ta arancione e azzurro).

Quanto è stato scoperto a Capo di Campo, ricorda il bollo laterizio a lettere osche con impresso il nome del magistrato repubblicano appaltatore dei lavori Ni. Dekitiis Mi. e del costruttore G. Papiis Mitileis, proveniente dalle fornaci della capitale Bojano, scoperto nel santuario italico di Schiavi d’Abruzzo: permette di fissare uno dei termine di confine del territorio dei Pentri con i Carecini a nord e i Frentani a nord est: la cima di Colle d’Albero visibile dalla fortificazione di monte Crocella, già colle pagano, già Colle Samnium, già Colle Sacro, sito sulle ultime propaggine settentrionali del Massiccio del Matese, permise ai Pentri di fissare i termini di confine del loro territorio, da ovest verso est e sud, con i consanguinei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini. (vedi figura).

Dalla fortificazi one di monte Crocella, già Colle Samnium, già Colle Sacro: la valle dei Pentri (in primo piano) con una “parte” della capitale Bovianum. In alto: Colle d’Albero (termine di confine) e Schiavi d’Abruzzo sede del santuario italico.

Alcuni storici del XVIII secolo, senza una chiara documentazione, localizzarono Alliphae/Alife nel territorio dei Caudini.

Storici del XVIII secolo e studiosi contemporanei, senza una chiara documentazione e con descrizioni a volte contraddittorie, la localizzano nel territorio dei Pentri, sostenendo: Alife è una delle città più antiche del Sannio Pentro.

Le bibliografie classiche ricordano Alife negli avvenimenti in cui fu coinvolta, NON la ricordano nel territorio dei Pentri e hanno lasciando chiari indizi per localizzarla nel territorio dei Caudini.

Tra gli storici del passato, Gianfrancesco Trutta, nato in Alife, in Dissertazioni istoriche delle antichità Alifane (1776) localizzò Alife nel territorio dei Pentri.

Lo studioso NON ritenne il Massiccio del Matese  il confine naturale tra il popolo dei Pentri e dei Caudini quando ricordò la città di Piedimonte: […] è situato a piè, del gran Matese, sulla strada maestra, che mena per detto Monte al Sannio montuoso, e per la quale comunicavano i Sanniti Pentri di qua, con gli altri Pentri di là della montagna: che esistesse una via di comunicazione tra i 2 versanti del Massiccio del Matese è più che probabile, al contrario: è improbabile che nella vasta pianura posta a sud di esso fossero presenti i Pentri, NON i Caudini e gli Irpini.

E’ difficile immaginare un confine tra i Pentri, gli Irpini e i Caudini che non sia stato (ancora lo è) il Massiccio del Matese, un <  termine di confine > naturale, visibile da tutti i territori dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita confinanti con i Pentri.

Trutta, convinto della localizzazione di Alife nel territorio dei Pentri, in occasione di quanto accadde dopo la vittoria dei Cartaginesi a Canne, scrisse:[…], vedo chiaramente, che Alife in quel tempo si mantenne a’ Romani fedele, giacchè era ne’ Sanniti Pentri: le descrizioni liviane, che esamineremo, descrivendo quanto accadde dopo la battaglia di Canne, smentiscono Trutta ed escludo Alife dal territorio dei Pentri. (vedi in seguito).

Di tutt’altro parere G. M. Galanti (1790), non ha dubbi sulla localizzazione di Alife e del popolo dei Caudini: Capitolo X.  Della regione Alifana. Questa regione contiene le diocesi di Alife, di Telese, di Cajazzo e una parte della diocesi di Sant’Agata de’ Goti. Era anticamente abitata da’ Sanniti Caudini. E’ dominata da due monti degli Appennini detti, Matese a settentrione e Taburno a oriente, ed ha a mezzogiorno i monti Tifata. Il colle Trebulano è a occidente, ed è un gruppo di colline di figura quasi triangolare, cinto in parte dal Volturno. La campagna che fra questi monti è bagnata dal Volturno, dal Torano, dal Calore e dall’Isclero è molto fertile, e vi prospera il frumentone. […]. (Vedi figura).

Descrizione de’ luoghi principali. ALIFE. E’ situata poco lontana dal Volturno in una spaziosa pianura nelle vicinanze del Matese tra Venafro e Telese: era anticamente una città rinomata del Sannio Caudino. […].

Una descrizione chiara e aderente alla realtà geografica e storica.

Il territorio dei CAUDINI: La picciola porzione della Campania racchiusa tra li Monti Tifata, Taburno e Matese dicevasi Sannio Caudino con i fiumi: Volturno, Torano, Calore e l’Isclero.

Galanti: Telese è una città del Sannio. Nella storia Romana è celebre il nome di Ponzio Telesino.  LIBRO IX. COROGRAFIA DEL SANNIO. CAPITOLO I. Saggio della sua Storia. Questa provincia ha 46 miglia nella sua maggiore lunghezza e 42 miglia della sua larghezza. Confina coll’Abruzzo, colla Capitanata, col Principato Ulteriore e colla Campania felice dalla quale è separata dal Matese ch’è uno degli Appennini. La sua superficie è 880 miglia quadrate e 180 mila abitanti. Questa provincia, che oggi è tenuta in picciola considerazione, fu già sede de’ Sanniti, ch’è quanto dire di popoli numerosi e potenti, i quali per quasi cento anni contrastarono a’ Romani l’impero dell’Italia. Le diverse popolazioni, che componevano il Sannio, si dividevano principalmente in Pentri e Irpini […]. La picciola porzione della Campania racchiusa tra li Monti Tifata, Taburno e Matese dicevasi Sannio Caudino:  la città di Alliphae e il suo territorio erano, pertanto, pertinenti alla picciola porzione della Campania racchiusa tra Monti Tifata, Taburno e Matese.

Una descrizione corografica chiara e ricca di particolari che già nell’anno 1790, se fosse stata esaminata con attenzione, avrebbe dato la giusta localizzazione sia al popolo dei Caudini, sia alla città di Alife. (vedi figura).

Il territorio dei Caudini delimitato dai Monti Tifata, Taburno e Matese citati da Galanti, ma vanno ricordati anche i Trebulani, confine sud ovest dei Caudini con gli Aurunci e i Sidicini.

M. ALFANO (1823): Alife Città Vescovile suffraganea di Benevento in una spaziosa pianura del Monte Matese, poco lungi dal fiume Volturno, d’aria malsana, circa 30 miglia da Capoa distante, e 24 da Napoli.[…]. Il suo titolo di contea è di Gaetani. E’ antichissima, fondata dagli Osci, popoli originarj da’ Tirreni, che furono i primi abitatori dell’Italia. Col tempo divenne una delle sette città del Sannio Caudino: la spaziosa pianura del Monte Matese era pertinente alla città di Alife; ergo, posta la pianura di Alife a sud nel Monte Mateseconfinava e non era  nel territorio dei Pentri.

Da quanto letto, già nell’anno 1823 si poteva localizzare Alife nel territorio dei Caudini, essendo UNA delle sette città del Sannio Caudino. (vedi figura).

Fu tolta a’ Sanniti da Fabio Massimo, prosegue Alfano, che li fece passare per sotto il vergognoso giogo; e dopo averla cinta di mura, la costituì Colonia Militare, siccome leggesi in una lapide.

Nel ricordare Sant’Agata dei Goti, identificandola con l’antica Saticula, la definisce Oppido del Sannio, senza precisare se Irpino, Caudino o Pentro.

Per la città di Telese, Alfano ricorda: Città disabitata in una pianura, 5 miglia da Cerreto distante, e 30 da Capoa, feudo dei Sangro Casacalenda. In tempo della repubblica Romana era una celebre Città dell’antico Sannio, senza precisare: Caudino, Irpino o Pentro ?

Giustiniani (1846): La region Sannite più vasta in lunghezza che in larghezza era circondata al nord dai Frentani ed Apuli, all’est dagli Apuli e Lucani, al sud dai Lucani e Campani, all’ovest dagli Ausoni e Peligni. […]. (vedi figura).

Antiche tradizioni ci additano vicatim le sue prime abitazioni, fin anche alle falde ed alture dei monti: indi ci accennano le sue città più o meno riguardevoli, come tra i Pentri Bojano, Telese, Esernia, Alife, TriventoTifernoSepino, Murganzia, Duronia, Calazia, Cassa, Orbitano, Plistia ec.; tra i Caudini Caudio, Saticola, Trebola, Compulteria ec.; e tra gl’Irpini Callife (Gioia Sannita, era Caudina, n. d. r.), Avellino, Rufrio (Presenzano, era Sidicina, n. d. r.)Taurasia, Aeca, Aequatico, Erdonia, Trevico, Aquilonia, Cominto, Romulea, Malevento, Consa, Eclano ec. […]. (vedi figura).

Giustiniani: La region Sannite (confini nero): Carecini, Pentri, Irpini e Caudini, detti Sanniti della montagna, in seno al più vasto territorio (confini rosso) dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Era la Campania divisa dal Sannio per mezzo dei monti Tifati, e dalle falde occidentali degli Appennini. […]. Divenuti infatti i Sanniti ogni dì più audaci ed ambiziosi, obbligarono i degenerati Etruschi a render comune anche l’importante città del Volturno (Capua, n. d. r.) e il suo contado. […]. A tal risposta, Cornelio penetrò dalla Campania nel Sannio Caudino, e rese soggette a se Alife, Callife, e Rufrio.

Giustiniani ritenne Alife e Callife/Gioia Sannitica nel Sannio Caudino; esiste qualche dubbio per Rufrio/Rufrae/Presenzano per essere località di confine dei Sidicini con i Pentri nord-nord est, con gli Aurunci a sud e con i Caudini a sud est.

Il Rendiconto delle tornate e dei lavori dell’Accademia di archeologia (1888), riporta: Le Forche Caudine sono il tema di un lavoro storico topografico letto dal Prof. … descritta altrove da Livio col nome di valle di Saticula; il che non solo concorre ad assicurare definitivamente la corrispondenza di Saticula con S. Agata dei Goti che si localizza nel territorio dei Caudini.

Viti (1855): potè allora avvenire che anche gli abitatori (di Piedimonte d’Alife, n. d. r.) della vicina Alife, una delle capitali Città del Sannio Pentro, si portasse a costruire sulla propinqua falda dell’Appennino il Castello superiore di Piedimonte […].

E’ inverosimile che il Sannio Pentro avesse più di una capitale: la Storia ricorda la sola Bovaianom/Bovianum/Bojano, localizzata a nord del Massiccio del Matese.

E’ evidente, gli storici e gli studiosi, nelle loro descrizioni, non sempre hanno fatto distinzione tra Pentri, Irpini e Caudini, popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita; li identificarono e identificano ancora oggi, come già detto: UNICAMENTE SANNITI; quando parlano del territorio del Matese-Casertano, dichiarano di essere stato in origine parte del Sannio, senza specificare che è il territorio del Sannio Caudino.

L’equivoco probabilmente si originò dalla ambizione dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini, detti i Sanniti della montagna, di conquistare i territori della fertile pianura campana, iniziato con la conquista della città di Capua (o città del Volturno) occupata dagli Etruschi: divennero, senza alcuna distinzione, Sanniti, un appellativo usato in seguito dalle bibliografie antiche, dagli storici e dagli studiosi contemporanei.

Sanniti, come scrive Salmon, furono identificati da Livio UNICAMENTE i Pentri: Quel che è certo è che dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.) ogni volta che il nome Sanniti viene usato col   significato di < abitanti del Sannio > esso serve di norma a indicare i Pentri. Furono essi, e non gli Irpini o i Caudini, a venire inseguito inclusi nella IV Regione, quella ufficialmente nota come < Sannio >, nella divisione augustea dell’Italia. 

Salmon, stimato il più attento tra gli storici e studiosi contemporanei dei Sanniti, non offre una soluzione per localizzare il territorio occupato dai Caudini e a proposito dei confini del Sannio alla metà del IV sec. a. C., scrive: […]. Ad ovest il confine attraversava i Monti Trebulani separando da un lato le sidicine Rufrae e Teanum e l’aurunca Cales dalle città sannite di Trebula e Cubultaria dall’altro (in territorio Caudino, n. d. r.). Più a sud, nella Campania vera e propria, Saticula e Caudium erano certamente nel Sannio, ma non specifica trattarsi del territorio dei Caudini; mentre, scrive Salmon: Calatia, Suessula, Nola e Abella vengono descritte come esterne ad esso  (dal territorio Caudino, n. d. r. ).

Lo storico ignora i Caudini, ignora i confini pertinenti al loro territorio, ma ricorda Trebula, Cubulteria, Saticula e la loro capitale Caudium, affermando in modo generico: certamente nel Sannio che, a rigore di logica NOI sappiamo corrispondere al territorio Caudino, tanto vero che in seguito lo storico precisa per la città di Trebula: A Trebula Balliensis, nel Sannio, vi è un area che costituiva probabilmente il luogo in cui si riunivano l’assemblea dei Caudini.

Perché non specifica che per < nel Sannio > s’intende il < territorio Caudino >, considerando che presso Trebulla Balliensis, scrive proprio Salmon, vi è un area che costituiva probabilmente il luogo in cui si riunivano l’assemblea dei Caudini ?

N. B.

Trebula/Treglia/Pontelatone, territorio Caudino, in linea d’aria è distante poco più di 16 km. da Alife/Castello del Matese.

Salmon, ricordando alcuni dei monti e alcune delle città considerate da Galanti (1790), Alfano (1823) e Giustiniani (1846) in territorio Caudino, ignora o non giudica degne di menzione le conclusioni a cui i 3 studiosi erano giunti: erano TUTTE in territorio Caudino.

D’altronde le 7 città ricordate da  G. M. ALFANO, pertinente TUTTE al territorio Caudino, hanno in linea d’aria da Alife queste distanze: Telesia/San Salvatore Telesino, che era in territorio Caudino, dista da Alife 17 km.; Cubulteria/Alvignano, che era in territorio Caudino, dista da Alife 9 km. e da Telesia/San Salvatore Telesino che era in territorio Caudino 14. 37 km.; Trebula Balliensis/Treglia che era in territorio Caudino dista da Alife 13 km.; Caiatia/Caiazzo che era in territorio Caudino dista da Alife 17 km.; Saticula/Sant’Agata de’ Goti che era in territorio Caudino dista da Alife 30 km. e Caudium/Montesarchio, la capitale dei Caudini, dista da Alife 39. km..

Sono particolari non di poco conto per localizzare Alliphae/Castello del Matese/Allifae/Alife nel territorio dei Caudini. (vedi figura).

Il territorio della città di Alliphae/Castello del Matese ancora oggi confina a sud con il territorio di Cubulteria/Alvignano, città appartenuta ai Caudini: UNICAMENTE il territorio o agro di Alife dovrebbe essere considerato in territorio Pentro, pur essendo a sud del Massiccio del Matese, confine naturale, come esamineremo, anche per i popoli degli Irpini e dei Caudini ?

Potremmo ipotizzare, ma è solo una mera ipotesi: Alliphae/Castello del Matese nel territorio dei Pentri se la linea di confine NON fosse il Massiccio del Matese, ma la riva destra del fiume Volturno; di conseguenza avremmo: il territorio pertinente ad Alliphae/Castello del Matese sarebbe nel territorio Pentro, mentre Cubulteria/Alvignano, Caitia/Caiazzo e Cubulteria/Treglia, poste sulla riva sinistra del Volturno sarebbero, come giustamente erano, in territorio Caudino.

La linea di  confine tra i Pentri e i Caudini se fosse stata rappresentata dalla riva destra del fiume Volturno, al pari di Alliphae/Castello del Matese, avrebbe ESCLUSO dal territorio dei Caudini i centri di Telesia/San Salvatore Telesino, Saticula/Sant’Agata dei Goti e la stessa capitale, Caudium/Montesarchio, città SICURAMENTE Caudine pur essendo alla destra del fiume Volturno.

Il fiume Volturno NON poteva essere considerato il confine naturale tra i territori dei Pentri e dei Caudini e degli Irpini: la linea di confine che ancora oggi separa le regioni MOLISE e Campania, passava UNICAMENTE sul Massiccio del Matese (vedi figura).

Mera IPOTESI: la riva destra del Volturno confine tra i Sidicini, i Pentri, i Caudini e gli Aurunci.

N. B.

Quando si parla di Allifae/Castello del Matese (il primo insediamento caudino) e di Alife romana, si intende tutto il territorio a esse pertinente.

Salmon: Dopo la guerra sociale, tutti i Pentri avevano acquisito la piena cittadinanza romana. Aufidena, Bovianum, Fagifuale, Saepinum e Terventum appartenevano tutte alla tribù Voltinia  e secondo le divisioni augustee appartenevano alla Regione IV: tutte queste città, eccetto forse Aufidena, erano state dei < Sanniti > ai tempi della guerra sociale. Ma oltre a questi, vi erano anche altri (? n. d. r.) Pentri.  Studiosi della storia locale ritengono probabile a ragione, che Allifae fosse pentra (in nota: subì danni ad opera di Annibale,  come era prevedibile nel caso di una comunità pentra, Livio XXII, 13, 17, 18; XXVI 9; cfr. Silio Italico VIII 535; XII 526. ) ed in tal caso la loro ubicazione e il fatto che ne divisero le sorti fa pensare che anche Casinum, Venafrum ed Atina lo fossero (Pentre, n. d. r.).

Salmon chiama in causa Livio XXII, 13, 17, 18; XXVI 9, ma lo storico latino, come esamineremo, NON offre alcuna descrizione per localizzare Alife nel territorio dei Pentri; idem Silio Italico VIII 535 scrisse: illic Nuceria et Gaurus, navalibus actaprole Dicarchea; multo cum milite Graiaillic Parthenope ac Poeno non pervia Nola, Allifae et Clanio contemptae semper Acerrae.  XII 526: irreperibile.

 N.B.

Per la localizzazione di Allifae, Salmon si è fidato degli studiosi della storia locale (alcuni di essi sono stati esaminati in precedenza, n. d. r.), al punto da sostenere: vi erano altri Pentri oltre ai Pentri di Aufidena, Bovianum, Fagifulae, Saepinum e Terventum; certo, erano Pentri gli abitanti di Venafrum, territorio Pentro, ma NON LO ERANO MAI STATI, come esamineremo, gli abitanti delle  città di  Casinum e di Atina (vedi figura).

Le colonie (.) romane nel territorio dei Pentri: Aufidena/Castel di Sangro. Trivento. Fagifaulae/Montagano. Sepino. Bojano. Isernia. Venafro.

Casinum/Cassino e Atina NON erano in territorio Pentro, bensì nel territorio dei Volsci, al confine ovest dei Pentri, tant che proprio Salmon scrive: […], e durante il IV secolo il Sannio si espanse in questa direzione giungendo ad includere i territori fino al fiume Liri: a quel tempo Atina, Casinum, Arpinum, Fregelle e Interamna Lirenas (e presumibilmente  Venafrum e Aquinum) erano città Sannite.

Ergo, Salmon avrebbe dovuto precisare: Atina, Casinum, Arpinum, Fregelle e Interamna Lirenas e Aquinum DIVENNERO città Sannite NON per fondazione, ma UNICAMENTE per essere state conquistate dalla lega sannitica nel IV secolo a. C..

Salmon, scrive: […]. Nei venticinque anni successivi al 354 Roma ottenne il controllo di Sora, Satricum, Fabrateria e Luca (? n. d. r.), tutte città volsce e tutte, per quanto ci è noto, a ovest del fiume (Liri, n. d. r.). Sappiamo da Livio che i Sanniti erano tenuti al corrente degli avvenimenti e che non sollevarono obiezioni. Allo stesso modo, i Romani non si opposero a che i Sanniti s’impadronissero di Interamna, Casinum, Arpinum (e, presumibilmente, Aquinum) e distruggessero Fregellae; due di queste città erano certamente dei Volsci e tutte erano situate a est del fiume.

E’ da ritenere che le città conquistate (non fondate) dai Sanniti, ossia dai 4 popoli uniti in una Lega detta sannitica,  Carecini, Pentri, Irpini e Caudini (forse anche i Frentani, in un primo momento): Atina, Casinum, Arpinum, Fregelle, Interamna Lirenas  e Aquinum NON potevano essere considerate città pertinenti a uno dei territori della Lega Sannitica, né tanto meno ai Pentri: TUTTE erano state fondate nei territori abitati da popoli NON di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

La linea di confine del territorio dei Pentri ancora una volta era stata tracciata idealmente sulla sommità delle montagne scelte come termini di confine rappresentate dalla Catena delle Mainarde e dai Monti Marsicani nei pressi di Barrea, Alfedena e Castel di Sangro, con le cime di monte Greco, di monte Arazecca etc. (vedi figura).

Il confine (linea arancione) occidentale del territorio dei Pentri. Il corso del fiume Liri (bianco).

 

Dalla fortificazione di Monte Crocella furono fissati a ovest i capisaldi di confine del territorio dei Pentri con i Volsci e i Peligni. (leggasi Mainarde e Arazecca).

Per le vicende di Alife, citate da Salmon, che videro protagonista Annibale nel Sannio prima e dopo la battaglia di Canne, si rimanda a quanto sarà illustrato dalla bibliografia classica che escludono Alife dal territorio dei Pentri.

Salmon: […]. Le città dei Caudini comprendevano Caudium, la loro <capitale>, e tre località sui monti Trebulani o nelle loro vicinanze, ad ovest del Volturno: Caiatia, Trebula e Cubulteria [in nota: Nessuno scrittore antico menziona esplicitamente tali città come caudine, ma Livio (XXIII 14.13) lo lascia chiaramente intendere. [(n. d. r.: nell’ordine sono Caiazzo, Ponteleone (Treglia sua frazione) e Alvignano)]. (vedi figura).

Anche Telesia, probabilmente la città natale del grande Gavio Ponzio, e Saticula, divenuta colonia latina nel 313, erano presumibilmente (sic !) caudine. (In nota precisa: La narrazione di Livio degli eventi delle Forche Caudine fa pensare che Ponzio, l’eroe sannita, fosse un caudino, e sembra che egli fosse originario di Telese. Saticula era certamente sannita, ed è difficile immaginare a quale tribù potesse appartenere, se non ai Caudini). (vedi figura).

I Caudini, prosegue Salmon: vivevano tra le montagne ai margini della pianura campana (Monte Taburno e Monti Trebulani), nella valle dell’Isclero e lungo il tratto centrale del Volturno. (In nota precisa: Grazio Falisco, Cynegetica 509, ritiene che il Monte Taburno fosse in territorio caudino).

Salmon con le sue descrizioni, conferma che NON era il fiume Volturno il confine tra i Pentri e i Caudini, bensì, non ricordato da Salmon, il Massiccio del Matese. (Vedi figura).

 Salmon evidenzia: E’ vero che Livio non li nomina, ricordando gli Irpini, specificatamente nella sua narrazione delle guerre sannitiche, ma egli non menziona neppure i Carecini né i Caudini. Perfino i Pentri vengono nominati individualmente solo una volta da Livio e due da Dionigi. La ragione per cui gli scrittori antichi non differenziavano le varie tribù sannitiche nel parlare di questo periodo storico è ovvio. A quel tempo la Lega sannitica esisteva ed agiva unitariamente, quindi non c’era motivo per nominare singolarmente le varie tribù. Ciononostante, Livio dice chiaramente che gli Irpini erano uno dei popoli del Sannio e che le guerre sannitiche furono in parte combattute in territorio irpino e, avrei aggiunto,Caudino,vedi l’episodio delle Forche Caudine.

N. B.

L’errore di localizzare Alliphae/Castello del Matese e Alife romana nel territorio dei Pentri si originò quando i Romani, trasformarono i Caudini in una quantità di comunità completamente separate e forse tentarono di frazionare ancora di più gli Irpini, rendendo < indipendenti > gli Avellinesi (Salmon).

Ciò spiegherebbe l’opinione corrente di ritenere Sannio unicamente il territorio della provincia di Benevento; Irpinia il territorio della provincia di Avellino; valle Caudina il territorio nei pressi della città di Montesarchio (Caudium) con le sue forche caudine; sena una antica denominazione, la Valle Telesina e la Valle Alifana le 2 valli che si estendono a sud del (onnipresente) Massiccio del Matese.

Nell’anno 343 a. C. la pace tra Romani e Sanniti ebbe termine e il primo scontro avvenne con la sconfitta dei Sanniti vicino al Monte Barbaro (l’antico Mons Gaurus), in Campania. Ma l’altro console, A. Cornelio Cosso, nel tentativo di invadere il Sannio, cadde in un’imboscata vicino alla fortezza di Saticula e riuscì a salvarsi. Seguì la sconfitta dei Sanniti presso Suessula.

Da quanto tramandato da Livio e ricordato da Salmon, è chiaro che gli scontri tra le due potenze NON interessarono, all’epoca, il territorio dei Pentri, bensì il suo confine sud occidentale nel territorio dei Caudini, con la fortezza di Saticula/Sant’Agata dei Goti (non lontana dalla capitale Caudium) e Suessula in territorio degli Aurunci. […]. (vedi figura).

 Salmon precisa: Le vittorie di Valerio Corvo al Monte Barbato (Garaus) e a Suessula nel 343 sembrano anticipare le campagne di Roma contro Annibale in quelle stesse zone nel 215.

Come avremo modo di esaminare, dopo la disastrosa battaglia di Canne (216 a. C.) il teatro degli scontri tra Romani e Cartaginesi si spostò nei territori degli Irpini, dei Caudini e dei Campani; il territorio dei Pentri fu escluso e non subì, come vedremo, la presenza e la devastazione di Annibale.

I Pentri fu l’unico popolo, tra i Sanniti, a restare fedele alleato dei Romani, prima e dopo Canne.

Con la conquista di Napoli e l’attigua Paleopolis già in possesso dei Sanniti, Salmon ricorda: Intanto, con un’azione di copertura, pare nella valle del Volturno di fronte  a Callife (Pratella o Gioia Sannita ? n. d. r.), Alife e Rufrae (Presenzano, n. d. r.), il collega di Filone, Cornelio Lentulo, impediva l’invio dei rinforzi dal Sannio: non era  un attacco diretto al territorio dei Pentri, ma un accerchiamento per indebolire i loro alleati della Lega Sannita.

A tale proposito, G. Guadagno (1998) scrive: Quando, nel 326 a.C., i Romani iniziarono la seconda guerra contro i Sanniti, Tito Livio (59 a.C – 17 d.C.) ci ricorda che per penetrare nel Sannio Caudino furono occupate dai primi: « Alliphae, Calliphae, Rufrium e il resto del territorio al primo arrivo dei consoli fu devastato in lungo e in largo », e che, nel 310 a.C., il « console Caio Marcio Rutilio, prese d’assalto i Sanniti, con cui si era scontrato presso la città di Alife », nel momento in cui il loro vecchio capo, Erennio Ponzio, si era recato nell’accampamento alifano, e che, infine, risultati « contro l’esercito dei Sanniti, con cui si era scontrato presso la città di Alife », finalmente lo vinse e lo fece passare sotto il “giogo”. (vedi figura).

 Guadagno: Le successive battaglie tra Romani e Sanniti si svolsero lontano dal « territorio alifano ». Solo nel 290 a.C. si raggiunse la pace. I Sanniti rimasero indipendenti, ma legati ai Romani da un “foedus”, in un’alleanza vincolante. I Romani per controllare meglio i Sanniti, vinti ma non domati, inviarono nel “territorio alifano” coloni. Così anche il Medio-Volturno, dopo essere stato colonizzato, assunse le caratteristiche tipiche del paesaggio agrario romano. La popolazione sannitica (gli Alifani, n. d. r), decimata dall’esercito romano, dalle montagne e dalle colline del Matese scese a valle, dove il territorio era stato diviso secondo i principi della “Centuriatio”, “Parcellata in quadrati regolari”, dopo aver individuato le due fondamentali linee, che si incrociavano ad angolo retto, del “decumanus maximus” da Est a Ovest, e del “cardo maximus” da Nord a Sud. Con la colonizzazione romana tutto “il territorio alifano” assunse un aspetto completamente nuovo, e, nella pianura, all’incrocio “decumanus” e del “cardo”, veniva edificata Alliphae, con terme, templi, acquedotti, teatro, anfiteatro, criptoportici, foro… mentre il territorio che lo circondava appariva, nella buona stagione, ricco di campi coltivati a frumento in pianura, e, in collina, a vigneti ed a uliveti. Sparse ovunque, sorgevano splendide “villae”, “fora, vici, conciliabula, frazioni”.

Gli Alifani avevano degli insediati sulle pendici meridionali del Massiccio del Matese e il confine con i Pentri era stato tracciato più a nord come è testimoniato di recente da santuario pentro di Capo di Campo.

Che Alife e il suo territorio NON fossero abitati dai Pentri è testimoniato, evidenziando ancora una volta, anche dalle vicende che la videro protagonista dopo la battaglia di Canne.

Dopo la seconda guerra punica (218-207 a.C.), il pretore urbano inviò un prefetto ad Alife (praefectura sine suffragio), che trattò durissimamente le popolazioni locali a causa dell’appoggio che le indomite popolazioni sannite avevano offerto ad Annibale.

Ergo, gli Alifani si erano schierati a favore di Annibale dopo la sconfitta dei Romani a Canne, mentre il popolo dei Pentri aveva confermato la sua fedele alleanza agli sconfitti.

Successivamente, scrive Guadagno, soprattutto durante l’epoca di Silla (dall’estate dell’ 82 a.C.), con la presenza ad Alliphae di soldati colonizzati, e, determinatasi una duratura pace e stabilità politica dell’Impero, iniziò, come per tutti i territori romanizzati, anche per Alliphae un periodo di straordinario splendore.

Quanto letto permette di acquisire maggiori notizie aderenti alla realtà degli avvenimenti che interessarono Alife e il suo territorio.

Soprattutto evidenzia (esamineremo con maggiori dettagli) come la presenza di Annibale sia utile per localizzare, se ancora ci fossero dei dubbi, l’antica città di Alife nel territorio dei Caudini.

Salmon, convinto della localizzazione di Alife nel territorio dei Pentri, non la ricorda nel corso della seconda guerra sannitica, né in occasione della terza quando ci furono incursioni da parte degli insediamenti caudini dei Monti Trebulani (Trebula Balliensis, Cubulteria, e Caiatia) nell’Agro Falerno e nell’Agro Vescino: possibile che l’insediamento di Alife non sia stato protagonista visto la vicinanza, non più di 16 km. dai citati centri caudini ? (vedi figura).

In quale evento Salmon localizza con sicurezza il territorio dei Pentri ?

Se in precedenza gli attacchi dei Romani avevano interessato i territori dei Caudini e degli Irpini stanziati a sud del Massiccio del Matese, per conquistare a nord  il territorio dei Pentri, gli eserciti romani si mossero da nord verso la Valle dei Pentri dove si localizzava la loro città madre, la capitale, Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Correva l’anno 305 a. C., Salmon: E’ quindi probabile che il doppio assalto abbia avuto luogo all’estremità settentrionale del massiccio e cioè che i Romani si siano mossi dal Campus Stellatis in direzione del passaggio lungo il versante nord del Massiccio del Matese in due colonne, da entrambi i lati della Rocca Monfina, […]. Dopo che le due colonne si furono riunite, forse nei pressi di Rufrae (Presenzano, n. d. r.), l’opposizione nemica dovette ulteriormente intensificarsi, poiché i Sanniti dovettero radunare tutti gli uomini disponibili di Venafrum, Aquilonia (?, n. d. r.) ed Aesernia per impedire ai Romani di aggirare l’estremità settentrionale del massiccio e dirigersi verso la valle del Biferno, in cui si trovavano posizioni-chiave dei Pentri. Secondo una delle fonti di Livio, il console Minucio perse la vita, ma i Romani riuscirono a spezzare la resistenza del nemico, prendere prigioniero il generale Gellio e riversarsi nella valle dei Pentri, dove avrebbero finalmente espugnata Bovianum, la loro < capitale >. Questa versione di fatti è nel complesso confermata da Diodoro. (Vedi figura).

L’itinerario seguito dai 2 eserciti Romani verso la Valle dei Pentri.

Da quanto esaminato NESSUNA descrizione permette di localizzare nel territorio dei Pentri la città di Alife e il suo territorio, poste a sud del Massiccio del Matese.

Lo stesso accadde per gli avvenimenti nell’anno 291 a. C.; Salmon: […], due eserciti romani mossero sul Sannio, e stavolta non fu possibile fermarli. Il proconsole Fabio Gurgite sgominò i Pentri muovendo attraverso la gola che si trova all’estremità meridionale del Massiccio del Matese dove la fortezza di Saepinum non costituiva ormai più un ostacolo, e conquistò la roccaforte di Cominium Ocritum, mentre il console Postumio Megello, muovendo dall’Apulia, sbaragliava gli Irpini.

Il sito di Cominium Ocritum è tuttora ignoto: alcuni autori lo localizzano nel territorio degli Irpini, altri in quello dei Pentri.

Salmon ricorda sì la fortezza di Saepinum, ma nessuno degli autori classici la citò nei suoi racconti, né ricordarono l’itinerario che avrebbe percorso il console Postumio.

Dionisio di Alicarnasso (60/55 – dopo 8 a. C.) ricordò: Fabio vincitore dei Sanniti, denominati Pentri e, mentre era intento all’assedio di Cominio, fu sollevato dal comando da Postumio.

Livio, ricordando la presenza dei Carteginesi nel territorio degli Irpini, uno dei popoli italici passato con Annibale dopo la sua vittoria presso Canne, permette di localizzare Cominio Ocrito nei pressi di Benevento, territorio Irpino: Annone, il quale nelle vicinanze della città di Cominio Ocrito ebbe notizia del disastro degli alloggiamenti, […], ritornò tra i Bruzzi, più simile ad uno che fugge che ad uno che si mette in marcia.

Vedremo che il territorio dei Pentri non fu coinvolto nelle vicende che, dopo Canne, videro protagonista Annibale e il suo esercito nei territori della penisola italica centro-meridionale.

Dopo quanto esaminato, non esistono riferimenti storici e geografici sufficienti per localizzare l’antica Alliphae/Alife o Castello del Matese, l’insediamento di montagna, e il suo agro nel territorio dei Pentri stanziati a ovest, a nord e a est del Massiccio del Matese.

Un motivo della difficoltà degli storici e degli studiosi di localizzare la città di Allifae nel territorio dei Caudini potrebbe essere spiegata da ciò che scrive Salmon: Evidentemente, i Romani erano decisi non solo ad annientare lo stato tribale dei Caudini, ma anche a sradicare definitivamente ogni senso di solidarietà tribale con i popoli affini della zona più a est; ma crea qualche dubbio allorquando, ricordando la localizzazione dei municipi dopo la sconfitta degli Italici, scrive: A questi si possono aggiungere i luoghi che all’epoca di Strabone, Plinio e Tolomeo facevano da lungo tempo parte della Campania: Allifae, Caiatia, Telesia, Trebula e Venafrum.

I 3 storici citati da Salmon non permettono di localizzare Allifae nel territorio dei Caudini e neppure nel territorio dei Pentri.

Strabone (64 a. C. – 20 d. C. ? ) nella sua descrizione non diede alcun indizio per localizzare Allifae nella Campania, scrisse: Poi ci sono alcune località, fra cui Venafro, da cui proviene l’olio migliore. La città è situata su un’altura ai cui piedi scorre il Volturno che, dopo essere passato anche vicino a Casilinum, si getta in mare presso la città omonima. Aesernia ed Allifae sono città che un tempo furono sannite: la prima è stata distrutta nella guerra contro i Marsi, la seconda esiste ancora.

Città che un tempo furono sannite ?

Pentre, Irpine o Caudine ?

Aesernia, con certezza, era pentra e Allifae era Caudina.

Strabone non dà notizie di Caiatia, pertinente ai Caudini; ricordò Telesia, vicino Venafrum che stimò in modo generico città Sannita; ricordò Bovianum e Aesernia, città dei Pentri e Panna, ancora sconosciuta; seguì il ricordo di Beneventum e Venusia.

Plinio (23 – 79) ricordò gli Allifani quando illustrò: Questa regione, a partire dal Tevere è la prima d’Italia secondo la divisione di Augusto. All’interno sono le colonie di Capua -detta così dalla pianura di 40 miglia in cui sorge- Aquino, Suessa, Venafro, Sora, Teano Sidicino, Nola; le città di Avellino, Ariccia, Alba Longa, Acerra, Alife, Atina, Alatri, Anagni, […], Suessola, Telese, Trebula Balliense.

Nella II regione augustea erano stati inclusi i territori che ci interessano: gli Irpini e i Caudini, Venafro, città pentra di confine, e i Frentani di Larino.

Nulla prova che Allifae possa essere considerata pentra.

Tolomeo (100-170 d. C.), citato da Salmon, ricordando il territorio de’ Sanniti [Abruzzo], non dà notizie precise per localizzare Alife nel territorio dei Pentri, scrisse semplicemente e in modo chiaro: Boiano Esernia Sepino Allifa Tutico Telesia Benevento Caudio.

In verità, Boiano Esernia Sepino erano città dei Pentri; Allifa Telesia e Caudio erano nel territorio dei Caudini, Tutico e Benevento in territorio Irpino.

Gli autori classici e la riforma augustea testimoniano la perdita dell’identità storica delle città fondate dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti voluta da L. C. Silla (138 – 78 a. C.).

Strabone: E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.

Ricapitolando quanto scritto da Salmon, erano città caudine UNICAMENTE: Calatia/Caiazzo, Trebula/Treglia/Ponteleone, Cubulteria/Alvignano, Telese, Saticula/Sant’Agata dei Goti e Caudium/Montesarchio; vivevano tra le montagne: monte Taburno e i monti Trebulani, nella valle dell’Isclero e lungo il tratto centrale del Volturno.

Dopo quanto esaminato, la città caudina di Alliphae/Castello del Matese e la città romana di Alifae si possono localizzare e identificare UNICAMENTE nel territorio dei Caudini. (vedi figura).

Salmon ha ignorato il confine a nord del tratto centrale del Volturno, ossia il Massiccio del Matese meridionale che domina/va la Valle Telesina dove si localizza San Salvatore Telesino, l’antica Telesia, e la moderna Telese, città in territorio Caudino; posta a ovest delle 2 località, distante poco più di 20  km., vi era/è Allifae/Alife: tutte poste a sud del Massiccio del Matese e a nord del tratto centrale del Volturno e della valle dell’Isclero.

La Valle Telesina. Telese (primo piano) ai piedi del monte Pugliano. San Salvatore Telesino (al centro) ai piedi della Rocca. Il monte Acero (in alto a destra). La Valle Alifana (in fondo). da https://www.anteprima24.it

Come potevano i Pentri essere localizzati sul versante sud del confine naturale rappresentato dal Massiccio del Matese dalle cui pendici iniziavano 2 valli contigue: la Valle Alifana a sud ovest e la Valle Telesina a sud est, confinante la prima valle a sud ovest con i monti Trebulani e la seconda valle confinante con il versante occidentale del monte Taburno stimato il confine naturale tra i Caudini e gli Irpini ? (vedi figura).

La bibliografia classica offre elementi utili per localizzare Allifae/Alife nel territorio Caudino, NON in quello dei Pentri, confermando la sua localizzazione in base alla descrizione di ciò che accadde nella penisola italica centro meridionale durante la presenza di Annibale e del suo esercito: MAI nel territorio dei Pentri.

Polibio, prima della battaglia di Canne (216 a. C.), ossia quando i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita erano alleati di Roma, scrisse: I Cartaginesi, devastate le località sopra enumerate, varcarono l’Appennino e, discesi nel territorio del Sannio (inteso degli Irpini e dei Caudini, n. d. r.), assai fertile e da lungo tempo immune da guerre, poterono disporre di tanta abbondanza di viveri, […]. Fecero una scorreria anche nel territorio di Benevento (Irpino, n. d. r.), colonia romana: presero fra l’altro la città di Venosa (in nota: da identificarsi forse con il moderno villaggio di Castel Venere; Livio XXII,13,1, invece di questa località, cita Telesia, centro sannitico a nord-ovest di Benevento.), priva di mura e piena di ogni sorta di provviste.

Annibale NON conquistò la città di Venosa, ma l’odierna Castel Venere, poco distante da Telesia; scrisse Livio: Annibale passò, attraverso il territorio degli Irpini, nel Sannio; saccheggiò il territorio beneventano, prese la città di Telesia.

Proveniente da Arpi, in Daunia, Annibale Passò attraverso il territorio degli Irpini, nel Sannio, ma il territorio degli Irpini era parte del Sannio; potremmo identificare il Sannio citato dallo storico con il territorio dei Caudini perché Telesia era, senza dubbio, città caudina.

Ergo, Annibale passò attraverso il territorio degli Irpini, dopo aver saccheggiato il territorio beneventano che era irpino, valicò il Taburno, entrò nel territorio dei Caudini e prese la città di Telesia/San Salvatore Telesino. (vedi figura).

 Annibale, prosegue Livio, mosse l’esercito verso la Campania per impadronirsi di Capua: lo indussero a dirigersi dal Sannio verso la Campania; da quale Sannio ?

Avendo occupato Telesia, era nel territorio del Sannio Caudino, teatro degli scontri.

Allifae era a pochi chilometri da Telesia, con certezza in territorio caudino, tanto da essere coinvolta nelle scorrerie dell’esercito cartaginese: Annibale discese nella pianura di Stellato attraverso il territorio di Alife, di Caiazzo e di Cales. (vedi figura).

Frattanto Annibale, fatto passare l’esercito attraverso il giogo, dopo avere assalito alcuni nemici proprio sul valico, pose gli accampamenti nel territorio di Alife.

Il giogo potrebbe essere localizzato nei pressi dei monti Trebulani: uno alla destra (est) passava per Caiazzo, l’itinerario di Annibale proveniente da Alife, diretto a Cales; l’altro (a ovest) potrebbe essere localizzato presso il giogo del monte Calligula dei monti Trebulani a nord di Cales, città dei Sidicini.

Quanto descritto accadde nei territori posti a sud del Massiccio del Matese, confine naturale tra le popolazioni dei: Pentri a nord, Caudini a sud e gli Irpini a sud ovest. (vedi figura).

Livio: Anche Fabio mosse il campo e, attraversato il passo sopra Alife, si fermò in un luogo alto e reso forte dalla stessa sua posizione.

Fabio, probabilmente, aveva preceduto Annibale e, prima che questi si accampasse nella pianura di Alife, aveva posto l’esercito a difesa del passo sopra Alife, accesso, attraverso il Massiccio del Matese, al territorio dei Pentri. (vedi figura).

Teatro degli scontri descritti da Livio. Via Appia (1). Via Venafro-Alife-Telese-Benevento (2).

 Livio: Allora Annibale, fingendo di dirigersi verso Roma attraverso il Sannio, ritornò, invece, nella regione dei Peligni per darsi al saccheggio; […].

Dalla terra dei Peligni Annibale ripiegò indietro la marcia e volgendosi verso l’Apulia giunse a Gereonio/Gerione, […]. Il dittatore pose un campo fortificato nel territorio di Larino.

Un trasferimento MAI avvenuto.

Questi spostamenti di Annibale descritti da Livio hanno suscitato dei dubbi a Salmon: Livio XXII, 18.6 sgg. Fa compiere ad Annibale una lunga deviazione attraverso il territorio dei Peligni, ma le sue stesse parole (< tum per Samnium Romam se petere simulare >) mostrano come egli confonda qui la marcia di Annibale nel 217 con quella del 211, quando effettivamente egli attraversò il territorio dei Peligni XXVI, 11.11).

Dopo la vittoriosa battaglia di Canne (216 a.C.), scrisse Livio: Passarono quindi ai Cartaginesi queste popolazioni: Campani, Atellani, Calatini, Irpini, parte dell’Apulia, i Sanniti tranne i Pentri, tutti i Bruzi, i Lucani, e oltre a questi gli Uzentini, quasi tutto il litorale greco, i Tarentini, quei di Metaponto, i Crotonesi, i Locresi e tutti i Galli cisalpini: avendo già nominato gli Irpini, per i Sanniti tranne i Pentri intende gli altri consanguinei tra cui i Caudini.

Annibale, scrisse Livio, tornò nel Sannio: chiamato nella terra degli Irpini da Stazio Trebbio, che gli prometteva di consegnargli la città di Compsa (Conza, n. d. r.) e dopo la presa di Capua  si erano alleati ai Cartaginesi: i Bruzi e gli Apuli, una parte dei Sanniti e dei Lucani, già citati in precedenza dallo storico latino.

Annibale, ricevuta la resa di Capua condusse l’esercito nel territorio di Nola, provocando la reazione del pretore Claudio Marcello che, scrisse Livio, si diresse a Caiazzo e di qui, varcato il fiume Volturno, passando per il territorio di Saticola e di Trebula, salito fino a Suessula, giunse a Nola attraverso i monti. (vedi figura).

 Livio ricordò: Fabio occupò con la forza le città di  Combulteria (Alvignano), Trebula (Treglia/Ponteleone)  e Austicola (?) che erano passate dalla parte dei Cartaginesi; ancora: Marcello, da Nola che occupava con una guarnigione, fece frequenti incursioni nel territorio irpino ed in quello dei Sanniti Caudini, mettendo tutto a ferro e fuoco per rinnovare il ricordo delle antiche sconfitte subite dai Romani nel Sannio.

Lo scenario degli scontri tra l’esercito di Annibale, vittorioso a Canne, e l’esercito Romano non mutò: i territori interessati erano quelli dei Campani, degli Irpini, ma soprattutto quello dei Caudini con le città di Telesia, Combulteria/Alvignano e Trebula/ Treglia/Ponteleone: erano stati alleati dei Cartaginesi.

Livio: […]; l’altro console, Fabio, si diresse verso il Sannio per devastarne i campi e riprendere con le armi le città che erano passate al nemico. Il paese di Caudio nel Sannio fu più di tutto devastato violentemente; i campi furono incendiati in lungo e in largo ricca; fu fatta ricca preda di bestiame e di uomini; le città di Compulteria, Telesia, Compsa, Fagifula (?) e Orbitanio (?) furono prese con la forza: per la 1^ volta si evidenzia l’esistenza del paese/territorio di Caudio pertinente al vasto territorio denominato SANNIO.

La città di Allifae per quale motivo dovrebbe essere localizzata nel territorio dei Pentri  se la città  caudina di Combulteria/Alvigno  dista in linea d’aria 8. 51 km. e la città caudina di Telesia dista 17. 40 km. e la città caudina di Caiazzo 16. 95 km. ?

Infatti, in una precedente citazione,  Livio aveva scritto che Annibale, fatto passare l’esercito attraverso il giogo, dopo avere assalito alcuni nemici proprio sul valico, pose gli accampamenti nel territorio di Alife, senza alcun impedimento per essere i Caudini divenuti alleati.

I Caudini, in base alle descrizioni degli storici antichi, avevano fissato i termini di confine dai popoli localizzati all’intorno, dando la preferenza alle montagne: i monti Trebulani, a sud ovest, li separava dai Sidicini; i monti Tifata li separava dai Campani a sud; il Partenio e il Taburno separava, a sud e sud est, il territorio Caudino da quello degli Irpini e l’imponente Massiccio del Matese, a nord e nord est, dove si localizzavano Allifae/Alife  e Telesia, separava gli Irpini e i Caudini dai Pentri. (vedi figura).

Livio: Annibale nel giorno in cui passò il Volturno pose l’accampamento non lontano dal fiume; il giorno dopo giunse nel territorio dei Sidicini; al di là di Cales. Qui si fermò un sol giorno per saccheggiare, indi condusse i suoi per la via Latina, attraverso i territori di Suessa, di Alife e di Cassino diretto nell’agro Fregellano. (vedi figura).

Per raggiungere la città di Alife Annibale, oltre alla via Latina, probabilmente utilizzò la via (?) che, staccandosi dalla via Latina dopo aver lasciato la cittàdi Venafro, in territorio dei Pentri, MAI attraversato o invaso dall’esercito Cartaginese, segue per un tratto il corso del fiume Volturno per raggiungere le città di Alife, di Telesia e di Benevento, capitale degli Irpini. (vedi figura).

La Viaanonima(? bianca tr.ta) dalla via Latina (bianca tr.ta), dopo Venafro raggiungeva  Alife, Telesia e Benevento. Itinerario di Annibale: dal territorio dei Sidicini, al di là di Cales, attraverso i territori di Suessa,  di Alife e di Cassino …. .

Annibale evitò sempre di attraversare il territorio dei Pentri, una popolazione da sempre fedele alleata dei Romani soprattutto dopo la battaglia di Canne.

Il territorio dei Pentri non offriva ai Cartaginesi la possibilità di applicare la loro tattica di guerra per utilizzare al meglio la loro arma migliora, la cavalleria, cui era indispensabile una vasta pianura.

Le pianure nel territorio dei Pentri si localizzavano nell’agro della città di Venafro, di Bojano, loro capitale e di Sepino; si caratterizzavano per essere circondate da montagne e colline sulla cui sommità erano stati costruiti centri fortificati (punti rossi) per la difesa del territorio con le sue vie rappresentate dai tratturi (vedi figura) e dalla principale via consolare Minucia, per le rapide comunicazioni visive con le popolazioni confinanti.

Territorio dei Pentri (confine linea nera tr.ta). Tratturello AlifeCampochiaro (linea tr.ta).                                                                                            

Il territorio dei Pentri e le sue fortificazioni (punti rossi).

Il territorio dei Pentri svolse un’importante funzione di < cerniera > tra Roma e l’Apulia dove più volte Annibale affrontò i Romani. (vedi figura).

Livio dapprima ricordò l’aiuto vittorioso portato da Numerio Decimio, cittadino pentro di Boviano/Bojano, all’esercito romano accampato nei pressi di Gereonio/Gerione in territorio dei Frentani; fu l’unica vittoria dei Romani prima della gravosa sconfitta di Canne: per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano ottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Dopo Canne, mentre l’esercito Cartaginese spadroneggiava nei territori Irpini, Caudini, Campani etc., Livio ricordò che nel territorio di Boviano/Bojano era accampamento una parte dell’esercito romano: Notizia di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano. (vedi figura).

La centralità del territorio dei Pentri e gli Itinerari di Annibale. (linee tratteggiate  gialla).

Da quanto esaminato, NON esiste UNA fonte bibliografica che possa sostenere la localizzazione della città Caudina di Alliphae/Allifae/Alife nel territorio dei Pentri.

Oreste Gentile.

 

 

PAPA CELESTINO V. LA CHIESA E LA CARTA STAMPATA I DEPOSITARI DELLA VERITA’ ?

maggio 19, 2018

Celebriamo oggi, sabato 19 maggio 2018, S. Celestino V papa, al secolo Pietro di Angelerio, nel giorno della sua morte avvenuta sabato 19 maggio 1296, nel castello di monte Fumone, all’età di 87 anni, essendo nato lunedì 29 giugno 1209.

In quale località ?

                                      UNA DOMANDA SENZA UNA RISPOSTA.

Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Il giorno 13 maggio 2018 è stata celebrata la 52ma Giornata delle Comunicazioni sociali. Tema: Notizie false e giornalismo di pace, e, come sempre, la Chiesa ha invitato i fedeli a pregare: Perché gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione nel raccontare il mondo che li circonda siano sempre  attenti e rispettosi della verità e della dignità di ogni persona…. .

Come spesso accade, sono pochi gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione che rispodono all’invito della Chiesa e, a volte, sono gli stessi uomini di Chiesa a < predicare bene e razzolare male >.

Una vicenda che si trascina da secoli: l’identificazione del luogo di nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio (per brevità non esamireremo l’anno della nascita, il cognome dei genitori, lo stato patrimoniale e la sua presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294).

Cosa hanno scritto gli uomini di Chiesa in merito al luogo della nascita di Pietro di Angelerio ?

Dimostrano indifferenza alla secolare polemica, tanto da scrivere nell’anno 2009, in occasione della celebrazione dell’VIII centenario (1209-2009) della nascita di papa Celestino V: Cari fratelli e sorelle, noi Arcivescovi e i Vescovi dell’Abruzzo e del Molise siamo lieti di annunciare che a San Pietro Celestino V viene dedicato uno speciale anno giubilare dal 28 agosto 2009 al 29 agosto 2010 in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215.  Le diocesi del Molise sono tutte coinvolte, essendo S. Pietro Celestino compatrono del Molise. Pietro Angelerio è nato nel Molise, è stato a Faifoli (Montagano) come chierico e come abate. La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia.

Perché evidenziare La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia e citare UNICAMENTE la città che da secoli ne rivendica la nascita ?

Perché ricordare la secolare polemica e giustificare l’atteggiamento dellaChiesa dichiarando: Oggi discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi (uomini di Chiesa, n. d. r.) queste cose interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita.

Si < lavano le mani > come Ponzio Pilato, poi esprimono pareri contrastanti tanto da confonderel’ignaro con queste dichiarazioni:1. nacque nel Molise2. nasce in terra d’Isernia, nel Molise; 3. il luogo di nascita è conteso tra Sant’Angelo Limosano e Isernia. Non entriamo nel merito ma di certo sentiamo molto fondato il sito di Sant’Angelo Limosano, perché quel paese meglio giustifica la sua presenza giovanile presso il monastero di Faifoli. 4. La ininterrotta tradizione locale, suffragata anche da autorevoli storici dell’ordine celestiniano, vuole nato in terra d’Isernia. 5. Hanno perfino dato la loro < benedizione> a una nuova località in provincia di Caserta che in tempi recenti si è candidata per rivendicare la nascita del papa molisano.

                                                  PIATTO RICCO MI CI FICCO.

Ignoro cosa sia stato scritto nell’Annuario Pontificio dell’anno 2018,ma nell’edizione dell’anno 1997, era scritto: S. Celestino V, n. a Isernia, Pietro del Morrone;  mentre nella edizione dell’anno 1998S. Celestino V, del Molise, Pietro del Murrone: MOLISE indica tutto il territorio del regione, ergo papa Celestino V potrebbe essere nato in uno dei suoi 136 comuni, ma le biografie ricordano che nacque in un castrum,  mentre Isernia era una civitas ed entrambe si localizzavano nel comitatus o conteadi Molise.

                              “CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE … INTENDA”.

Così agiscono gli uomini di Chiesa.

Per come agiscono i giornalisti, esaminiamo un articolo pubblicato da un noto quotidiano del Molise il 13 aprile dell’anno 2008.

Il redattore (ne ometto l’identità per non offrirgli una “gratuita pubblicità”), esordisce, sic et simpliciter: L’iserniano Celestino V.

ISERNIANO (agg.vo-sost.vo masch.)  ?

La documentazione archeologica, numismatica e letteraria lo SMENTISCE.

Gaio Plinio Secondo il Vecchio (23 – 79 d. C.) in Naturalis Historia (libro III, 107) ricordò gli Aesernini.

Non male come premessa dell’articolo !

Il redattore, cicero pro domo sua, ha citato correttamente Platina (1421-1481), il cui vero nome era Bartolomeo Sacchi, abbreviatore [Enciclopedia Treccani: Nel Medioevo, denominazione (lat. abbreviator o breviator) degli ausiliari dei notai e, dal sec. 14°, degli impiegati della cancelleria pontificia che facevano estratti delle suppliche ricevute e stendevano le minute delle bolle e dei brevi pontifici.] di alcuni pontefici e fu direttore della Biblioteca Vaticana; la sua pubblicazione principale fu un breve trattato di gastronomia.

Con superficialità e leggerezza, senza un’approfondita ricerca bibliografica, ignorando quanto tramandato dai primi biografi del papa molisano, nell’anno 1479 Platina scrisse una breve: De vitis Pontifici: Celestino Quinto, chiamato prima Pietro da Morone, fù de Isernia e visse heremita in un luoghetto solitario due miglia lungi da Sulmona.

Chi furono i primi biografi di papa Celestino V, ignorati da Platina e dal diligente redattore ?

Il cardinale Jacopo Stefaneschi, circa 200 anni prima di Platina, tra il 1296 e il 1314, a pochi anni dalla morte (1296) di Celestino V, nel suo Opus Metricum aveva ricordato, riferendosi al luogo di nascita: Est locus Aprutii, cui profert accola nomen Molisium, patria huis: quonda vel parte Laboris Terrae.

                                               IGNORATA ISERNIA.

Il frate F. Francisci Pipini (1270-1328), bolognese scrisse nel Chronicon: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam provinciae Terrae-Laboris, vocatus prius Frater Petrus de Murone.    

                                               IGNORATA ISERNIA.

TRE biografie denominate Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306), ma la Vita C è stimata la più attendibile perché scritta da Bartolomeo da Trasacco e Tommaso da Sulmona, DUE dei discepoli più cari che stettero accanto a Pietro di Angelerio fino alla morte, ricordando il primo monastero frequentato dal giovane Pietro, scrissero: quod vocatur Sancta Maria in Fayfolis quod erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

Il monastero era nella provincia oriundus (di nascita) e Santa Maria in Faifoli dove fu ospite per il noviziato, è poco distante da Sant’Angelo Limosano.

                                                IGNORATA ISERNIA.

Per brevità, ricordiamo i biografi che scrissero PRIMA di Platina:

Guidonis (12611331) vescovo francese, fu dello stesso parere di Pipini.

                                                IGNORATA ISERNIA.

La Bolla di Canonizzazione (1313), ricordò: la Provincia di Terra di Lavoro, omettendo comitatus Molisi che era la denominazione di un unico Justitiariato nel regno di Napoli; proseguendo, il testo della Bolla ricordò erroneamente: Hic Fr. Petrus de Morone antea dictus, natione Apulus Monachu.

                                                 IGNORATA ISERNIA.

Natione Apulus scrisse anche Petrus de Alliaco, cardinale francese (1326 – 1415).

                                                  IGNORATA ISERNIA.

Tra gli anni 1471- 1474, Stefano di Lecce, celestiniano e professore di sacra teologia,

IGNORATO dal Platina che aveva scritto nel 1479 (circa 8-5 anni dopo) e dal redattore dell’articolo in esame, nella Vita del Beatissimo Confessore Pietro Angelerio scrisse: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado del Molise, vicino Limosano. […] si chiamava Santa Maria del Molise (corruzione di Faifoli, n. d. r.), vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.

                                                      IGNORATA ISERNIA.

Lelio Marini, Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto scrisse la biografia San Pietro del Morrone già Celestino Papa V (1630), composta di 550 pagine e a buon diritto, può essere stimata la più completa per la ricchezza delle descrizioni storiche, geografiche e religiose.

Nella prefazione alla sua opera, Marini citò tra i biografi di Celestino V, anche Dionigi Fabro Francese, di cui non ho trovato altre notizie, mentre il redattore dell’articolo ricorda tale Fabbro, assertore dell’origine isernina di papa Celestino V.

MARINI ricordò che alla sua epoca (XVII sec.) si era diffusa la notizia: La patria del Santo secondo l’opinione volgare fù Esernia antica & illustre città dei Sanniti, ma aggiunse diligentemente: Altri scrittori non di meno hanno lasciato memoria, che il luogo dove nacque Pietro, fu un castello chiamato Sant’Angelo: così hanno alcuni Manoscritti antichissimi, la prima parte de i quali si professa nel prologo, che fù lasciata scritta di propria mano da un Monaco di Santa vita discepolo del Santo & si hà che fu il Beato Roberto de Sale. Et dal trattato, che scritto di mano del Santo medesimo delle cose passate nella sua fanciullezza & nei primi anni della sua conversione, fù trovato nella Cella di lui.  (segue un riferimento a quanto scritto dal cardinale Giacomo Caitano che citò un luogo chiamato Molisi e alla bolla di Canonizatione, già esaminata).

                                                            CAPITO ?

Marini 1630, quale scopo aveva per accreditare la nascita di papa Celestino V al castrum dell’odierno Sant’Angelo Limosano e non alla civitas di Isernia ?

Alcuni anni  dopo Marini, Ciarlanti 1640 (citato dal redattore) Telera 1648, Spinelli 1664, il Bullari Romano 1741, Celidonio 1896, senza indizi, indicarono la civitas di Isernia.

Il redattore dell’articolo evidenzia la pubblicazione nell’anno 1894 di un volume straordinario in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita.

In verità, in verità a tale proposito, vale la pena esaminare quanto scrisse Grano nell’anno 1996: La Bolla fu esibita per la prima volta da Celestino Telera nel 1648, il quale così la inserì nella sua opera: “” Nacque Pietro detto del Morrone nell’anno di nostra salute 1215, sotto il pontificato d’Innocenzo III, in Isernia, città dei Sanniti; benchè altri, quanto alla patria, diversamente, ma senza appoggio di vere ragioni, stimassero; poiché negli antichi Officij della Chiesa e nella vita di lui, scritte da più gravi Autori leggiamo esser’egli nato in quella città. Il che si fa molto più chiaro da un editto del 1289 (che si trova appresso què cittadini) in cui Roberto Vescovo di Isernia, eresse una Compagnia di persone devote per impiegarle in esercitij di carità verso gl’infermi e peregrini “”.

Il testo della Bolla, ricorda: Nos Robertus, Dei gratia yserniensis, […] religosi viri fratris Petre de Murrone huius civitatis Ysernie civis […]. Actum Ysernie anno Domini Millesimo ducentesimo ottuagesimo nono, primo Octubris, terti anno secundo.e Indictionis, Pontificatus Nicolay Pape quarti. (1° ottobre 1289).

Il redattore esprime un proprio giudizio sul testo della pergamena, affermando: in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita: in verità, Petre de Murrone fu ritenuto civitate Ysernie civis, ovvero semplicemente cittadino della città di Isernia, non nato o nativo di Isernia: la cittadinanza si acquisiva e si acquisisce trasferendosi dal luogo di nascita in un’altra località (di residenza); dove era scritto, come afferma il redattore, la data di nascita di fratris Petre de Murrone ?  

                                                          MISTERO.

Il MISTERO infittisce sulla esistenza della Bolla: SOLO Telera aveva trovato NON l’originale, ma una COPIA del XVI secolo di cui si ignora la provenienza; pertanto l’avrebbe potuta compilare lo stesso Telera.

Le sorprese non mancano e il giallo è sempre più avvincente.

Il Santo Giovanni Paolo II fu tratto in errore dal suo entourage che gli aveva scritto il discorso, ricordato dal redattore nel suo articolo, pronunciato il giorno 16 novembre 1996 in occasione della visita dei pellegrini non solo della diocesi di Isernia-Venafro con il vescovo mons. Gemma, come ha evidenziato il redattore presente all’evento; perché non ha ricordato anche la presenza dei fedeli della diocesi di Trivento con il loro vescovo mons. Santucci ?

                                                          MISTERO.

Avendo visionato la registrazione dell’evento, riassumo quanto ci interessa: il vescovo di Isernia-Venafro esordì rivendicando al capoluogo della sua diocesi la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angeleni; il Santo Papa, leggendo con molta fatica a causa della salute precaria quanto scritto da altri, rispose: Cari pellegrini di Isernia-Venafro, in questi tre anni di celebrazioni centenarie celestiane a ricordo dell’elevazione al sommo Pontificato dell’iserniano Pietro da Morrone, divenuto Celestino V, e dell’anniversario della sua santa morte […] .

E’ bene evidenziare che nel momento stesso in cui furono pronunciate queste parole, mons. Santucci, vescovo di Trivento, seduto tra il Pontefice e mons. Gemma, subito si volse verso il collega isernino per un commento di cui ignoro il contenuto: un suo giudizio sul termine iserniano o sulla nascita di Pietro di Angelerio nella città di Isernia ?

                                                              MISTERO.

Mons. Santucci (al centro) si rivolge a mons. Gemma. La mantellina bianca del Santo Giovanni Paolo II, seduto alla sinistra del vescovo della diocesi di Trivento. (immagine TV Telemolise).

Il redattore ha dato all’evento GRANDISSIMA importanza, al punto da scrivere: Questo basta e avanza per mettere a tacere qualche “ugola solitaria”.

Il finale dell’articolo è sorprendente.

Il redattore scrive: Conclusione: documenti interessanti ed ancora inediti sono custoditi nella biblioteca di Montecassino. L’associazione “La Fraterna” a breve inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

Correva l’anno 1998, mese di Aprile; SIAMO nell’anno del Signore 2018, giorno 19 maggio, san Celestino V papa: I MEMBRI de L’associazione “La Fraterna” HANNO DIMENTICATO hanno dimenticato di inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti o SI SONO PERSI NEI LUNGHI CORRIDOI DELLA BIBLIOTECA MONUMENTO NAZIONALE DELL’ABBAZIA DI MONTECASSINO o i documenti interessanti ed ancora inediti NON SONO MAI ESISTITI ?

                                                           MISTERO.

Dopo 10 anni, siamo in attesa della pubblicazione dei documenti interessanti ed ancora inediti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

E GLI UOMINI DI CHIESA CONTINUANO A FARE TIFO PER LA CITTA’ DI ISERNIA o per la TERRA DI ISERNIA.

                                                            AMEN.

Oreste Gentile.

 

LE “TAVOLE EUGUBINE” e LA “TAVOLA OSCA” di CAPRACOTTA/AGNONE SCRITTE DAI SOLDATI DI ANNIBALE

maggio 11, 2018

Prima che dall’anno 2012 si diffondesse la < sindrome viteliù >, dall’anno 1990 nel Molise si era diffusa la       < sindrome battaglia di Canne > che modificava radicalmente le nostre conoscenze: la battaglia di Canne, che TUTTE le fonti classiche hanno sempre ricordato avvenuta presso il fiume Ofanto in territorio Dauno, sarebbe avvenuta presso il fiume Fortore in territorio Pentro; la millenaria cultura del popolo dei Pentri sarebbe stata influenzata dalla presenza dei disertori dell’esercito Cartaginese in cui erano presenti mercenari: iberici, celti, i frombolieri delle Baleari, i cavalieri Numidi, gli Spagnoli e gli Africani.

Questo preambolo è utile per esaminare quanto è stato illustrato da un articolo/intervista di un noto quotidiano molisano pubblicato il 29 aprile u. s. .

Nella pagina dedicata ad Agnone Alto Molise, si afferma che i templi edificati dai PENTRI, popolazione di origine (XI-IX sec. a. C.), Safina/Sabina/Sabella/Sannita furono costruiti da maestranze punico-molisani, del II sec. a. C. e che La Tavola (detta osca trovata nel territorio di Capracotta, n. d. r.), evidenzia la stessa in-congruenza del toro-bue e dei templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà.

In verità, i più importanti templi scoperti in alcuni centri del territorio dei PENTRI, restaurati e studiati, testimoniano che:

VENAFRO esisteva un santuario frequentato già dal IV sec. a. C..

VASTOGIRARDI, Il tempio fu costruito tra il 130-120 a.C..

mmmm

PIETRABBONDANTE, nella seconda metà del IV sec. a. C. iniziò la frequentazione del santuario per diventare nei secoli successivi e fino alla disfatta degli Italici nella guerra sociale (I sec. a. C.) il loro luogo di culto preminente.

 

SCHIAVI D’ABRUZZO: Il santuario presenta due grandi fasi edilizie: alla prima, da porsi alla fine del III o agli inizi del II sec. a.C., […] appartiene il tempio maggiore; alla seconda fase, risalente agli inizi del I sec. a.C., da riferirsi una ristrutturazione che ha comportato l’ampiamento dell’area sacra, con conseguente innalzamento del livello pavimentale, per la costruzione di un secondo tempio con relativo altare.

CAMPOCHIARO, la frequentazione del santuario è testimoniata da materiale votivo datato seconda metà del IV-prima metà del III sec. a. C..

SEPINO, il santuario ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.. Tali reperti si riferiscono alle pratiche di culto che avvenivano nel santuario ed alle attività connesse con il santuario stesso, inteso sia come luogo di preghiera che come luogo in cui si favorivano e si facilitavano incontri e scambi. I materiali più antichi sono prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. (vedi figura ).   

L’area del santuario

SAN GIOVANNI IN GALDO, una frequentazione cultuale è attestata, dal materiale votivo, già alla fine del III-inizi del II secolo a.C. precedente quindi alla sistemazione monumentale che è da datare tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. e continua fino al III secolo d.C. quando si avrà l’abbandono definitivo dell’area. (vedi figura).

L’area del tempio.

 Quanto esaminato e divulgato dalla Soprintendenza Archeologica del Molise, SMENTISCE l’affermazione: templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà, NON CORRISPONDE ALLA VERITA’ STORICA E ARCHEOLOGICA.

Ma quali templi punico-molisani !

Il popolo dei PENTRI, dopo la definitiva conquista da parte dei Romani della loro città madre, la capitale Bovaianom nell’anno 305 a. C., godevano di “sovranità limitata”, ma persero i territori pertinenti alla praefectura di Venafrum (anno 290 a. C. ?) e alla colonia latina di Aesernia, istituita nell’anno 263 a. C..

I punici e i molisani costruirono i templi così detti italici ?

I punici militavano in un esercito che, alleato con alcune delle popolazioni cosiddette italiche, fatta eccezione dei PENTRI, avevano un unico scopo: abbattere il potere di Roma; i molisani solo dall’anno 1142 sarebbero stati protagonisti nella STORIA.

La STORIA ricorda nell’anno 218 a. C. il passaggio delle Alpi da parte dell’esercito di Annibale e la sua presenza in Italia si protrasse fino all’anno 204 a. C. (totale circa 14 anni), quando fu richiamato in Africa.

TUTTE le fonti antiche, ricordando i percorsi dell’esercito cartaginese in lungo e in largo per la penisola italica, non documentano la sua presenza nel territorio dei PENTRI, infatti è sempre bene ricordare, fu l’unica popolazione di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita fedele alleata di ROMA. (vedi figure. Per saperne di più, articolo Annibale nel territorio dei Sanniti/Pentri ? in molise2000.wordpress.com).

 Gli itinerari dell’esercito cartaginesi tramandati da Tito Livio hanno sempre escluso il territorio dei PENTRI. (vedi figure).

Come i punici avrebbero potuto costruito dei templi in un territorio che MAI avevano attraversato e MAI avrebbe dato loro ospitalità per essere stati, i PENTRI, sempre ostili nei loro confronti ?

E’ a dir poco DELIRANTE quanto si legge nell’artico/intervista: […]. Il che fa pensare (dopo un lungo preambolo dell’intervistatore che probabilmente IGNORA la STORIA, n. d. r.) che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

L’esercito di Annibale aveva vinto a Canne e giudico impossibile, sulla base degli Storici di ogni epoca, che i vincitori non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: quanto mai nella Storia di tutte le  guerre sono i vincitori ad abbandore il loro esercito vincitore ?  (scusate il gioco di parole).

Dopo lo scontro vittorioso di Canne, l’esercito di Annibale spadroneggiava nei territori dell’Italia meridionale, ma non nel territorio dei PENTRI; addirittura si arricchì dell’alleanza con: CampaniAtellaniCalatini, i Bruzzi, i Lucani, gli Uzentini, i Tarentini, quei di Metaponto, i Crotonesi, i Locresi e tutti i Galli cisalpini.

Se ci siano stati disertori, la Storia ricorda quelli presenti nell’esercito romano sconfitto.

Livio scrisse: tuttavia, né le disfatte,  le defezioni degli alleati ebbero la forza di spingere i Romani a pronunciare in nessun luogo mai la benchè minima parola di pace.

L’esercito di Annibale era composto prevalentemente da mercenari il cui unico scopo era il bottino che spettava loro dopo ogni la vittoria.

Con la vittoria dell’Aufido-Ofanto, Tito Livio scrisse: Cartaginesi raccolsero qui un’ingente preda. Al di fuori dei cavalli e degli uomini e di quella quantità d’argento che si trovava nel campo, tutto il resto fu abbandonato al saccheggio !

Per saccheggio s’intende quell’azione militare che mira a depredare e ad acquisire bottino portando allo stesso tempo lo scompiglio e la distruzione, altro che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua, come riferisce l’articolo/intervista.

Romani e i fedeli alleati Pentri avrebbero permesso che nel loro territorio fossero ospitati dei nemici che, invece di nascondersi, si accoppiassero con le loro donne e si dedicassero alla stesura del testo della Tavola osca di Capracotta/Agnone, dopo avere già scritto: le Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.) ?

E’ bene ricordare che il territorio dei PENTRI, l’unica popolazione italica rimasta fedele alleata di Roma, la separava dai territori degli Apuli e degli Irpini dove spadroneggiava” l’esercito vincitore di Annibale in attesa di conquistare la città di Capua.

Tito Livio ricordò la presenza di un accampamento dell’esercito romano nei pressi di Bovianum/Bojano, capitale dei PENTRI: Notizie di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano.

Per coloro che IGNORANO quando furono “incise” la Tavola osca e le Tavole Egubine, è bene precisare: la prima fu rinvenuta in località Fonte del Romito, […], forse la più importante testimonianza dell’osco sannitico: si tratta di una tavola di bronzo (cm. 28 x 16,5), datata al 250 a. C. circa e attualmente conservata presso il British Museum di Londra, su cui sono presenti iscrizioni in lingua osca che citano 17 divinità sannitiche connesse con riti agrari.

Le seconde, Tavole Eugubine/Iguvine sono sette tavole di bronzo, […], alcune in alfabeto etrusco, altre in alfabeto latino contenenti un testo in lingua umbra, che è il più importante documento per lo studio della lingua e della civiltà umbre. Risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica. Contengono descrizioni di sacrifici e statuti di una confraternita sacerdotale, che è detta dei fratelli Atiedi. (Enc.dia Treccani).

Le due citazioni bibliografiche SMENTISCONO CLAMOROSAMENTE che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere la Tavola osca di Capracotta/Agnone se è stata stimata dell’anno 250 a. C. circa ?

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere le Tavole Eugubine se risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica ?

Invocare l’esegesi linguistica è stato quanto mai inopportuno: ammesso (e non concesso, recitava Totò) che i soldati Cartaginesi e i loro mercenari sapessero scrivere l’etrusco,  l’osco e il latino, come avrebbero redatto i testi delle 2 Tavole visto il loro arrivo in Italia nell’ anno 218 a. C., mentre la Tavola osca fu incisa nell’ anno 250 a. C. circa e le Tavole Eugubine in parte nel III sec. a. C., in parte nel II sec. a. C., tenendo ben presente che la redazione del testo originale è assai più antica e risalirebbe forse al I millennio a. C. ?

L’artico/intervista offre al lettore un’altra perla: Forse, anche la continuità con il passato, se Capracotta è l’antica Cominium sannita, Carovilli, l’introvabile Aquilonia e Pietrabbondante, la Bovianum vetus.

Fortuna per noi, l’articolo/intervista ha termine, altrimenti l’intervistato avrebbe stravolto tutta la Storia antica e localizzato nel territorio dell’Alto Molise, all’epoca territorio dei Pentri, per la gioia di chi è stato influenzato dalla < sindrome viteliù >, anche le località ancora IGNOTE di Volana, Herculanea e Palumbinum, mentre il restante territorio sarebbe stato una inospitale zona deserta ! (vedi figura).

Il territorio dei Sanniti/Pentri (nei confini gialli)

Oreste Gentile.

Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, conte di Boiano e la contessa di Catanzaro nel castello di Macchia d’Isernia ?

maggio 4, 2018

Il castello di Macchia d’Isernia gode l’ammirazione degli studiosi e dei visitatori; è singolare volere arricchire la sua Storia con avvenimenti mai accaduti.

 

E’ priva di fondamento la notizia pubblicata dal sito:

http://www.comune.macchiadisernia.is.it/storia-e-cultura/arte-e-monumenti/ilcastello/: […].  Intorno alla prima metà del 1100 l’edificio fu residenza di Clementina, figlia di Ruggero II il Normanno, re di Sicilia, che andò in sposa a Ugone di Molise.

Qualche studioso (sic) di recente ha divulgato la notizia della presenza in un periodo estivo del capostipite della famiglia Moulins/Molinis/Molisio, il conte Rodolfo, figlio di Guimondo (II), signore del castrum di Moulins, e di Emma.

Non esiste una fonte bibliografica che possa testimoniare la presenza del conte Rodolfo nel castello di Macchia d’Isernia in un periodo estivo ed è ampiamente documentato dalle cronache dell’epoca che non esisteva Clementina, ma Clemenza, contessa di Catanzaro: non era stata la moglie di Ugone di Molise; non era figlia di Ruggero II il Normanno, ma era figlia di Raimondo conte di Catanzaro e di Segelguarda.

Il conte Ugo (II), figlio del conte Simone, titolare della contea di Bojano, poi detta MOLISE dall’anno 1142, aveva sposato una figlia naturale di re Ruggero (II) di Sicilia e il re Ruggero (II) ebbe una relazione amorosa con la sorella del conte Ugo (II) con la nascita di Simone per ricordare il conte Simone, padre del conte Ugo (II) e dell’anonima figlia.

Con l’avvento di re Gugliemo I, Simone divenne titolare del principato di Taranto.

Il conte Ugo (II) morì nell’anno (o poco dopo) 1160, senza lasciare eredi.

La dinastia del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio.

 

La contea di Bojano-MOLISE nell’anno 1142.

 

Questo è quanto tramandano le cronache dell’epoca.

Oreste Gentile.