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IL TRATTURO PESCASSEROLI – CANDELA NEL TERRITORIO DI “BOVAIANOM”/ “BOVIANUM”/ BOJANO.

ottobre 13, 2018

< Transumanza >: trasferimento stagionale (autunno-primavera) degli animali dai pascoli delle montagne e delle colline alle pianure con un clima più mite.

A differenza di quanto qualcuno ha scritto, la transumanza coinvolge quasi tutte le regioni italiane del nord, del centro e del sud, isole comprese, ed alcune nazioni europee.

La sua origine si perde nella notte dei tempi e può essere giudicata un fenomeno naturale: l’istinto degli animali li guidò verso le pianure più rigogliose per il clima e per l’abbondante presenza di acqua.

Il territorio della regione Molise fu particolarmente interessato da questo fenomeno naturale, compreso come è tra le regioni dell’Italia centrale e quelle meridionali.

Il territorio del MOLISE. (da http://chiviaggiaimpara.blogspot.com).

Il suo territorio è attraversato da tutti i tratturi che dagli altopiani abruzzesi (vedi in basso figura 2 da http://www.dailyslow.it) conducono al Tavoliere delle Puglie (vedi figura 3 da https://www.istockphoto.com).

I tratturi nel territorio del MOLISE (da SlideShare).

 

Dai              monti                   alla                      pianura   

La pianura di Bojano, posta a settentrione del Massiccio del Matese, con una superficie di circa 100 km², era/è attraversata da ovest ad est dal tratturo Pescasseroli-Candela e da sud a nord est, dal tratturello Matese-Cortile-Centocelle.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela (linea nera continua, al centro della figura da https:www.pnterest.it).

Il tratturo Pescasseroli-Candela nei pressi della città di Bojano, precisamente dopo aver abbandonato la località di santa Margherita (ad ovest del cimitero) utilizzata per la sosta ed il riposo delle pecore, modificava il percorso rettilineo tipico quando si attraversa una pianura priva di ostacoli, si spostò da est verso sud per giungere ai piedi della collina dell’odierna Civita Superiore di Bojano; successivamente, abbandonando la città di Bojano, riprendeva il suo percorso rettilineo.

La modifica del percorso, molto probabilmente, fu causata dalla esistenza di un lago o di una palude a nord della pianura: una antica tradizione locale tramanda che nella pianura di Bojano esisteva un lago, confermata da alcuni toponimi presenti nel suo territorio.

. Per l’etimologia del fiume Biferno, nome originario Tiferno (all’epoca il suo percorso non era regolare), Cianfarani (1978) scrive:  Nell’antico nome dell’attuale Biferno (lat. Tifernum), si può ravvisare la parola pregreca Tiphospalude, e Typhepianta palustre, riscontrata nell’ambiente mediterraneo: la pianta palustre diedero il nome all’attuale fiume.

La pianura (verde) e Bovaianom/Bojano (giallo) e il tratturo Pescasseroli-Candela (linea verde) nel XI-IX sec. a. C.. Resti di mura poligonali (linee gialle).

2°. La Salita la Piaggia è posta a 540 m. s. l. m., sulle pendici della collina sulla cui sommità è Civita Superiore di Bojano. E’ una delle contrade della città, ma nel passato fu una delle 3 rocche dell’insediamento sannitico-romano e medievale della città di pianura.

Dal sito dell’Enciclopedia Dantesca (1970) a cura di L. Blasucci si apprende che piaggia. Dal latino medievale plagia, ” pendio “, ” terreno in pendenza “; subordinatamente ” costa “, ” spiaggia ” (plagia maris) che Dante ricorda nell’ “: If. VII 108 In la palude va c’ha nome Stige / questo tristo ruscel, quand’è disceso / al piè de le maligne piagge grige, ossia ai piedi della scarpata che divide il quarto dal quinto cerchio infernale.

3°. Il Guado della Foce si localizza a nord-ovest della città di Bojano, nei pressi del ponte della Callora sul torrente Rio (vecchio percorso della S. S. 17) e di Santa Margherita, posta sul tratturo Pescasseroli-Candela, località dove stanziavano gli armenti prima di attraversare il centro della città pentra-romana-medievale.

Dal sito Garzanti LinguisticaGuado2. il punto in cui un corso d’acqua si può guadare: cercare, trovare un guado; un guado difficile, pericoloso. Etimologia: ← lat. vădu(m), connesso con vadĕre ‘andare, passare’, con gu- iniziale tipica delle voci di orig. germanica.

Un guado che permetteva al tratturo di evitare una vasta depressione della pianura denominata Paduli di Sotto.

4°. Paduli di Sotto è la vasta area localizza a nord-est della pianura di Bojano che si estende da Guado della Foce fino alla strada provinciale 49 Bojano-Colle d’Anchise dove la depressione del terreno è inferiore a 480 m. s. l. m..

L’etimologia Paduli dal Nuovo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana di N. Tommaseo2511. Palude, Paduli, stagno, acquitrino, pozzanghera, pozza, pantano, piscina, gora, bottaccio. […]. I Toscani dicono Padule (in nota 2: Villani; Crescenzio; Machiavelli; Martelli.)impadulare e padulaccio non sono né di tant’uso né sì buon suono, come paludaccio e impadulare. La notata differenza, però, non può dirsi costante.

Da quanto esaminato, se proprio non era un lago, esisteva una vasta zona paludosa.

La deviazione verso sud del tratturo Pescasserroli-Candela nei pressi di Guado della Foce e Paduli di Sotto (cerchio punt.to giallo).

 Un’altra anomalia del tratturo Pescasseroli-Candela nella pianura di Bojano è la sua larghezza intra moenia della città medievale che, ancora oggi, coincide con le vie comprese tra Porta Pasquino, ingresso ad ovest della città e la Porta san Biagio uscita ad est per proseguire verso Saepinum/Altilia.

Le vie si identificano con corso Umberto I, un tratto della via di largo Duomo, entrambe già strada provinciale 49, e via Biferno.

Una miniatura del XVI secolo, rappresenta Bojano, erede della  città medievale.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela (linea verde) del periodo medievale nella città di Bojano. 1. Porta Pasquino. 2. Porta san Biagio.

 

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela. Le mura medievali della città di Bojano (linee rosse). 1. Porta Pasquino. 2. Porta La torre. 3. Porta di Visco. 4. Porta Santa Maria. 5. Porta san Biagio.

 

1. Porta Pasquino.   2. Inizio di corso Umberto I (Google).  3. Interno di corso Umberto I.

Il tratturo prosegue: 1. Ingresso al Largo Duomo (già S. P. 49, foto Google) e prosegue 2. per via Biferno (da Google).  3. Via Biferno.  4. Porta San Biagio (ricostr. A. Cimmino).

1.                                         2.                               3.                                                  

4.

La larghezza del tratturo Pescasseroli-Candela, variando da 5. 50 mt. a 3. 50 m.  nella città di Bojano, da Porta Pasquino, Corso Umberto I, via laterale Largo Duomo, via Biferno e Porta san Biagio, non creava nessun problema per il passaggio degli armenti, visto che la larghezza del decumano della civitas di Saepinum, da Porta Bojano all’incrocio con il cardo, varia da 4. 60 a 3. 30 mt..

All’epoca, UNICAMENTE gli OVINI erano trasferiti nella vasta pianura dauna, pertanto la larghezza del tratturo Pescasseroli-Candela, all’interno della civitas Bovianum e della civitas Saepinum, non creava problemi al loro passaggio.

Che siano state UNICAMENTE le pecore ad essere trasferite periodicamente nel Tavoliere di Puglia è testimoniato dalla istituzione della Dogana delle pecore (dohana peducum) o Dogana della mena delle pecore di Puglia per amministrare i pascoli e, scrive Pasquale di Cicco (1987): regolava la più antica industria meridionale. Nella sua essenza la Dogana delle pecore è istituzione molto remota, le cui tracce più sicure ed antiche possono trovarsi già nel IV secolo a.C. e le vicende seguirsi in una lunga e secolare successione.

Che le pecore passassero nella civitas Saepinum attraverso Porta Bojano è ancora oggi testimoniato dall’iscrizione (anno 170 d. C.) incisa in lato, sul piedritto destro, di tre lettere scritte ai magistrati della civitas per denunciare gli abusi dei stationarii e dei magistrati di Saepinum e di Bovianuma ai conduttores delle pecore di proprietà imperiale.

Porta Pasquino di Bovianum (ric,ne)     Porta Bojano di Saepinum.

Il passaggio degli armenti in corso Umberto I.

IL TRATTURO PESCASSEROLI-CANDELA nella Storia di Bojano.

Il tratturo Pescasseroli-Candela fu artefice della fondazione dell’insediamento Sannitico/Pentro di Bovaianom/Bojano: seguendo il suo percorso i giovani migranti Safini/Sabini/Sabellli/Sanniti, (la tradizione ricorda fossero 7. 000 guidati da Comio Castronio), tra i secoli XI-IX a. C.) giunsero ed occuparono la vasta pianura ed il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese.

Sulla sommità della collina e delle pendici della odierna Civita Superiore di Bojano, fondarono Bovaianom/Bojano, la città madre, la capitale del popolo dei Pentri.

Fecero derivare il nome del loro primo insediamento da BOVE/BUE, l’animale guida o il simbolo totemico che avevano seguito lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela; si denominarono Pentri per la scelta di abitare sulle sommità dei monti e delle colline, controllare e difendere i tratturi ed il territorio sottostante, per comunicare visivamente tra loro.

Il territorio dei Pentri. ll confine. Gli insediamenti (punto rosso). I tratturi, i tratturelli e i bracci.

Nei periodi storici vissuti dalla città di Bojano, il tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela ha, senza alcun dubbio, subito delle modifiche volute sia da coloro che fin dai secoli XI-IX a. C. vi dimorarono, sia a causa delle distruzioni belliche e dei fenomeni naturali: terremoti, frane, alluvioni.

Quando vi giunsero i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione (ver sacrum), il naturale tracciato del tratturo seguiva parallelamente la base della collina sulla cui sommità e lungo le pendici i Sanniti/Pentri avrebbero fondato Bovaianom/Bojano, loro città madre e capitale, come testimoniato le mura in opera poligonale lungo la destra degli odierni corso Umberto I e via Biferno: sono di maniera diversa a secondo l’epoca della loro costruzione.

1^ e 2^   Via Biferno (Quaranta).  3^ Via Biferno (larghetto Gentile).

Possiamo ipotizzare: con i Pentri i principali tratturi, divenuti vere e proprie vie di comunicazione, avessero una lunghezza variabile secondo la meta da raggiungere: il Pescasseroli-Candela aveva una lunghezza di 211/233 km. ed una larghezza, oggi stimata anche per gli altri tratturi di circa 110 mt..

Il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela era/è sufficientemente riconoscibile per essere parallelo alle mura poligonali prossime alla base della collina; non altrettanto il lato sinistro: gli eventi bellici e naturali nel corso dei secoli ne hanno spesso modificato la localizzazione.

A sinistra: Bovaianom si localizza alla destra del tratturo. Resti delle mura poligonali (tratti rossi). Ipotesi della larghezza (110 mt. ?) del tratturo Pescasseroli-Candela da 1. Porta Pasquino a 4.  Porta san Biagio. Il lato destro (linea verde continua) segue le mura poligonali. Il lato sinistro è sempre stato dipendente dal variare della larghezza del percorso. A destra: BOVAIANOM. Resti delle mura poligonali. Ipotesi della larghezza (110 mt. ?) del tratturo Pescaserroli-Candela.

Con la conquista ed il dominio dei Romani, i Pentri furono costretti ad abbandonare l’insediamento di Bovaianom e costruire nella sottostante pianura la più ampia civitas Bovianum.

Come accadde per la civitas Saepinum, costruita in pianura dopo la conquista della pentra Saipins, anche il percorso (ovest-est) del tratturo Pescasseroli-Candela, interno della civitas Bovianum divenne il decumano che, probabilmente, conservò la localizzazione originaria del lato destro del tratturo, mentre potrebbe essere stato spostato verso nord il lato sinistro per aumentarne la larghezza.

Bovaianom pentra (linee gialle). La civitas Bovianumprobabile estensione (linea punt.ta rossa) e la sua acropoli (cerchio giallo punt.to).

Il decumano, come per Saepinum, coincideva con il percorso della via consolare Minucia, costruita dal console Minucio Rufo nell’anno 221 a. C.: utilizzando anche il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela collegava Corfinio, posto sulla via consolare Valeria, con la città di Brindisi, passando per Sulmona, Castel di Sangro, Isernia, Bojano, Sepino etc..

Il percorso della via consolare Minucia (giallo) CorfinioBovianum/Bojano.

La via romana scoperta di recente al centro di Bojano, al di sotto dell’alveo del fiume Calderari, non può essere considerata il decumano/via consolare Minucia della civitas: il lastricato non presenta i tipici “solchi” delle ruote dei carri ed i “passaggi pedonali” a grossi blocchi, ben evidenti nel decumano (via Minucia) di Saepinum.

La civitas romana. Percorso (tra le linee verdi tratteggiate) del tratturo Pescasserroli-Candela. Bovaianom insediamento Pentro (estensione della sua cinta muraria linea tratt.ta gialla). Mura poligonali esistenti (trattini rossi). La civitas Bovianum (sua probabile estensione). La via romana scoperta (tratto continuo).

 

Saepinum/Altilia. Il decumano: “passaggio pedonale” (in alto cerchio giallo); “solco” delle ruote dei carri (in basso cerchio giallo).

Nel periodo medievale la civitas Bovianum sita in pianura, lentamente fu abbandonata a causa dei fenomeni naturali e, soprattutto, per la disfatta dell’impero romano causata dalle invasioni barbariche.

Gli abitanti, per una migliore difesa, tornarono ad occupare sia l’antichissimo insediamento di Bovaianom, divenuto l’acropoli della civitas romana, sia le pendici della collina, già abitate dai Pentri.

La costruzione delle mura di cinta a difesa della civitas medievale, oggi dovrebbe corrispondere agli edifici costruiti sul lato da ovest verso est del corso dei Pentri e di via Turno, riducendo la larghezza del tratturo che ancora oggi si può localizzare ed identificare da Porta Pasquino con il corso Umberto I, la via laterale di largo Duomo (entrambi già strada provinciale 49) e la via Biferno fino a Porta san Biagio.

Itratturo Pescasseroli-Candela, diventato il percorso della via consolare Minucia, aveva conservato l’originaria localizzazione del suo lato destro, mentre il lato sinistro si localizza/va a nord, a ridosso delle mura di cinta medievali, intra moenia. 

La larghezza del tratturo in epoca pentra (giallo) e romana era compresa tra la linea verde continua  e la linea verde tratteggiata.     BOJANO MEDIEVALE. Strutture esistenti(linee gialle) dei Pentri: La Piaggia e i resti di mura poligonali (linea intera gialla); probabile terrazzamento pentro (linea punt.ta gialla). Il percorso del trattuto Pescasseroli-Candela (linea verde continua) era interno alla città medievale (a destra della linea rossa punt.ta) da Porta Pasquino (1) a Porta san Biagio (5). Le altre porte della città medievale: Porta La Torre (2). Porta di Visco (3). Porta Santa Maria (4). 

Non più le invasioni, quanto più le catastrofi naturali, soprattutto i terremoti, modificarono ancora una volta il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia, come evidenzia una antica miniatura (1774) e una  cartografia dell’anno1802 (?).

Cimmino illustra la miniatura dell’anno 1778 realizzata da Vincenzo Magnacca e Nicola Conte in occasione della reintegra del Tratturo Pescasseroli-Candela: il tragitto viene posto, in basso, come un elemento schematico – lineare ed uniforme – sono, però, ben indicati i principali elementi che si incontravano lungo il percorso; per Bojano, oltre alla veduta realistica della città, vengono riportati: il “Ponte (sul fiume) Caldararo” e la “Font(ana) delle pietre cavate”, posta nei pressi della chiesetta diS. Antuono”. Manca il guado del fiume Turno che, necessariamente, doveva effettuare chi volesse passare all’esterno delle mura (attuali corso dei Pentri e via Turno) e non all’interno (attuali corso Umberto I, via Biferno); elemento che invece viene ben evidenziato nelle immagini relative alle successive Reintegre, sia in quella del 1811 sia in quella del 1826. Ciò sembra confermare l’ipotesi, esposta nel mio precedente intervento, che prima del terremoto del 1805 l’attraversamento avvenisse all’interno, tra Porta Pasquino e Porta San Biagio, dopo all’esterno .

Gli autori, a differenza di quanto disegnato per gli altri percorsi dei tratturi, per la città di Bojano fecero una eccezione: venendo da ovest (da sinistra nelle figura), disegnarono il tratturo Pescasseroli-Candela nel tenimento pianeggiante di S. Massimo e, dopo il confine frà Bojano e S. Massimo ed attraversato il fiume Callora, utilizzando il ponte Caldararo, proseguiva “dritto”, non verso Bojano ed all’interno delle sue mura di cinta medievali, ma all’esterno verso i tenimenti di S. Polo, Campochiaro e Guardiaregia.

Magnacca e Conte  vollero dare una visione completa della non comune localizzazione di Bojano, già città madre e capitale dei Pentri: se avessero tracciato all’interno di essa il percorso tratturale avrebbero compromesso la sua caratteristica sistemazione su 3 livelli fortificati importanti dal punto di vista strategico, ossia: Bovaianom, oggi Civita Superiore di Bojano, la contrada La Piaggiasan Michele e la città in pianura sannita romana.

Il loro compito primario era la reintegra anche del trattuto Pescasseroli-Candela, pertanto pensarono bene di estrapolare il percorso interno della città, disegnandolo a nord ed  esterno ad essa.

Gli indizi più salienti per localizzare ed identificare il percorso del tratturo  Pescasseroli-Candela, sono: 1. le arcate del ponte Caldoraro/Calderari; 2. il percorso del tratturo che, dopo averlo passato, fa il suo ingresso attraverso Porta Pasquino  per seguire la lunghezza del ( livello) l’insediamento della città posto in pianura e uscire da Porta san Biagio per proseguire verso le Fonte delle  pietre cavate/Pietre cadute e la chiesetta di S. Antuono.

Qualsiasi altra localizzazione del percorso del tratturo avrebbe compromesso il panorama della città di Bojano.

da Il Molise e la Transumanza di Pasquale di Cicco ed. Iannone 1997.

Nell’anno 1808 o 1859, ossia dopo il terremoto del 1805, è la  mappa realizzata da Zampi evidenzia a destra 3 percorsi anonimi provenienti da destra (nord ovest): il percorso ad ovest nella figura, è l’UNICO che identifica e localizza il tratturo Pescasseroli-Candela: dopo avere attraversato due costruzioni prosegue nei pressi di due sorgenti le cui acque, unendosi in un solo corso, sfocia nel fiume anonimo da identificare con il fiume Caldoraro (oggi Calderari) disegnato anche nella miniatura Magnacca-Conte.

Il percorso, dopo  avere incrociato gli altri due alla sua sinistra, proseguiva per piazza Pasquino e, entrando in città attraverso Porta Pasquino, proseguiva per corso Umberto I, per la via laterale di largo Duomo, per via Biferno ed usciva da Porta san Biagio per raggiungere le sorgenti delle Pietre Cadute.

E’ importante evidenziare un dato inconfutabile: la mappa documenta un itinerario identificabile con il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che, proveniente da ovest, dopo avere incontrato alla sua sinistra altre due strade,  è l’UNICO a proseguire per piazza Pasquino, entrare nella città medievale da Porta Pasquino, percorrere corso Umberto I, la via laterale di piazza Duomo, via Biferno, uscire da Porta san Biagio per proseguire verso le sorgenti delle Pietre Cadute e Saepinum/Altilia.

In evidenza: il percorso verde evidenzia il tratturo Pescasseroli-Candela. Le sorgenti ed i fiume Calderari eTurno. Le porte della città medievale: 1. Porta Pasquino. 2. Porta la Torre. 3. Porta di Visco. 4. Porta Santa Maria. 5. Porta san Biagio. La fortificazione (riquadro giallo) La Piaggia san Michele. Muro di cinta medievale da Porta san Biagio alla fortificazione La Piaggia-san Michele.

Importante è la localizzazione del convento di san Francesco, oggi sede municipale; Zampi lo localizzò nell’ampio spazio esterno alle mura della cinta a nord della città medievale, nelle cui vicinanze non esisteva una strada, ed il corso del fiume Calderaro/Calderari con alla destra due affluenti: il Turno e le acque della sorgente delle Pietre Cavate/Pietre Cadute disegna nella miniatura di Magnacca e Conte.

NON ESISTEVA un percorso all’esterno della città medievale o nei pressi del convento di san Francesco o che fosse parallelo al corso del fiume Calderari; anche gli altri percorsi, ben evidenziati nella mappa, sono TUTTI localizzati sempre all’interno della Bojano medievale

 

 

 

La mappa di Zampi corrisponde, senza alcun dubbio, a quanto fu evidenziato nella miniatura di Magnacca e Conte dell’anno 1774.

Un percorso del tratturo Pescasseroli-Candela diverso dall’originale illustrato fino ad ora, fu disegnato in occasione della reintegra dell’anno 1811 eseguita dopo il disastroso terremoto dell’anno 1805 che interessò particolarmente l’assetto urbano della città di Bojano.

Il nuovo percorso era  extra moenia: da Porta Pasquino aveva abbandonato corso Umberto I, la via laterale di Largo Duomovia Biferno, per seguire le vie esterne che oggi corrispondono a corso dei Pentri e via Turno (già via Valcaturo).

Gli autori nei pressi di Porta Pasquino e Porta san Biagio ritennero opportuno disegnare cumuli di maceri causate dal crollo delle 2 porte e di parte della cinta muraria del lato nord della città che impedivano l’accesso,il passaggio e l’uscita dalla città.

Figura in alto: disegno della reintegra  dell’anno 1811. 2^ figura: i cumuli di macerie (cerchio rosso) presso Porta Pasquino e Porta san Biagio. Il percorso del tratturo originario (linea continua verde) ed il percorso alternativo (linea verde discontinua).

In proposito, Emilia Sarno ha scritto: Particolare della pianta del tratturo Pescasseroli-Candela nel tenimento di Bojano: a differenza della carta del 1778 (vedi sopra, n. d. r.), ora i periti tratteggiano solo l’insediamento in piano con una curva chiusa di colore rosso, dall’Atlante del 1826 dei regi agrimensori Giovanni e Michele Jannantuono Fonte: Archivio di Stato di Campobasso, permettendo di avere una visione più chiara del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela nella città di Bojano dopo il terremoto dell’anno 1805.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela dalla chiesa del Purgatorio proseguiva extra moenia, testimoniato dalla Chiesa Cattedrale sita al lato destro (la Chiesa Cattedrale era sul lato sinistro quando il tratturo era extra moenia) per evitare i cumuli di  macerie presso Porta  Pasquino e Porta san Biagio (vedi figura precedente).

La ricostruzione post terremoto modificò l’assetto urbano della città di Bojano: le mura di cinta a nord, da Porta Pasquino a Porta san Biagio, parzialmente distrutte, furono utilizzate per le nuove costruzioni di civile abitazione ed il tratturo PescasseroliCandela/via consolare Minucia tornò a seguire, come oggi, il percorso intra moenia.

1. foto. Proveniente dalla chiesa del Purgatorio (chiesa in fondo) il tratturo entra in Piazza Pasquino. 2. foto. Porta Pasquino. Ingresso ovest della città di Bojano.

 

1. Porta Pasquino vista da ovest. 2. Ingresso Corso Umberto I. 3. Interno Corso Umberto I.

 

1. Via Biferno vista da ovest. 2. Via Biferno vista da est. 3. Intra moenia nei pressi di Porta san Biagio. 4.  Porta san Biagio vista da est.

Gli edifici, posti a nord, che oggi separano via Biferno (a sud) da via Turno (già via Valcaturo), seguendo il percorso intra moenia del tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia, furono costruiti dopo il terremoto dell’anno 1805 sui “resti” delle mura di cinta della città medievale, come è testimoniato dalla data della costruzione incisa sulla “chiave di volta” delle loro  porte di ingresso.

1. Le abitazioni sulle mura medievali (vista da ovest). 2. Vista da est, si notano i contrafforti. Le date ricordano l’anno della loro costruzione.

Sulla “chiave di volta” incisi  gli anni della ricostruzione dopo il terremoto dell’anno 1805.

 

PER CONCLUDRE:

Un tratto del tratturo Pescasseroli-Candela nel territorio compreso tra i comuni di San Polo Matese e Campochiaro (visto da est). In giallo: 1. La fortificazione pentra di monte Crocella, già Colle Pagano, già Collis Samnius o Colle chiamato sacro. 2. Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano, già Bovaianom.

     Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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SAN FRANCESCO NELLA REGIONE MOLISE ?

agosto 24, 2018

Vi esorto a non fidarvi, come in questo caso, di quanti illustrano la Storia della regione MOLISE senza una seria ricerca bibliografica.

MAI PRENDERE IN GIRO CHI VUOLE CONOSCERE LA STORIA DEL PROPRIO TERRITORIO.

La presenza di san Francesco nel territorio del MOLISE è di attualità non per la scoperta di un documento o di una biografia del Santo, ma unicamente per l’invenzione di un suo cammino / itinerario da Assisi al santuario di Monte Sant’Angelo e dei suoi soggiorni in alcuni centri molisani.

Per giustificare questo inesistente cammino / itinerario del Santo, ora dichiarano di aver preso in considerazione anche la fondazione di un convento o la semplice presenza dei suoi confratelli.

Se nel territorio molisano volessimo creare o far passare un cammino / itinerario in base alla sola presenza di un convento o dei monaci francescani, sarebbero certamente molto di più le città o i paesi ad essere coinvolti. (vedi figura).

Paola Cerella, infatti scrive: Con una buona dose di certezza, tra il 1262 ed il 1290 in Molise dovevano essere già aperti i conventi di Agnone, Isernia, Venafro, Campobasso, Boiano e Pianisi. […]; ed aggiungo Sepino, Toro, Casacalenda, Guglionesi, San Martino in Pensilis, Larino e Termoli, tanto per citare i più noti. (vedi figura).

              

Cerella: Il sapere che in Molise, alla fine del XIII secolo, risultavano in piena attività non pochi conventi francescani, generalmente intitolati al Poverello di Assisi, porta a pensare al fervore religioso con cui i molisani accolsero il messaggio di quest’ultimo.

Pertanto: I molisani accolsero il messaggio di san Francesco, ma non godettero MAI della sua presenza.

Guardando l’itinerario proposto nella cartina (da libri.terre.it), notiamo che, tranne Toro, sono stati esclusi i centri dove ancora oggi, tranne Bojano, esiste un convento legato al cultoNON alla presenza, del Santo di Assisi.

Nel passato, altri studiosi hanno tentato di accreditare la presenza di san Francesco in alcuni centri del Molise; Ciarlanti (1644) sostenne, con una maldestra manipolazione del testo originale Annales Minor (1625-1654) di Lukas Wadding, la presenza di san Francesco nella città di Isernia nella Pasqua dell’anno 1222 (vedi articolo “San Francesco nella città di Isernia”).

Sfruttare ancora oggi la figura di san Francesco è un tentativo per accreditare un cammino / itinerario MAI percorso per raggiungere il santuario di san Michele a Monte Sant’Angelo, attraversando alcuni centri del Molise.

Se il Santo fosse partito dall’Umbria, regione di origine, avrebbe potuto seguire 2 vie: la 1^, che possiamo chiamare dei 2 Ducati, escludendo Roma, collegava Spoleto, capitale del ducato omonimo, con Benevento, capitale della Langobardia minor, un itinerario documentato dalla Storia: dopo Spoleto, seguiva da Corfinio la via  consolare Minucia per raggiungere Benevento, importantissimo centro religioso e politico, e proseguire sulla via Sacra Langobardorum fino a Monte Sant’Angelo. La 2^ via dall’Umbria raggiungeva Roma e da lì, seguendo la via Latina Casilina, al monastero di Montecassino e poi alla volta di Benevento per proseguire verso Monte Sant’Angelo con via Sacra Langobardorum (vedi figura).

Via dei 2 Ducati: SPOleto. COrfinio. Via Latina (azzurra) fino alla via Appia (rossa) CAserta e proseguire per BeNevento. Via Sacra Langobardorum (gialla) da Benevento a Monte Sant’Angelo. A. I. Airano Irpino. CAnosa. Territorio della regione MOLISE (confini tratt.ti neri).

UNICAMENTE la scoperta di altre biografie potrebbe modificare quanto hanno tramandato gli Annales minor di Wadding, gli unici cui hanno fatto riferimento gli storici e gli studiosi per descrivere il viaggio di san Francesco verso Monte Sant’Angelo.

Oreste Gentile.

 

I MOLISANI POSSONO RITENERSI DISCENDENTI DEI “SANNITI PENTRI” E DEI “SANNITI FRENTANI” ?

agosto 3, 2018

C’è chi sostiene i MOLISANI discendenti, ossia abbiamo origine (Treccani); essere nato, avere origine, provenire (De Mauro); avere origine (Garzanti); Avere origine da una certa famiglia o stirpe (il Sabatini Coletti) dai fieri SANNITI PENTRI e SANNITI FRENTANI.

Tra i secoli XI-IX a. C., i SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI migrarono (ver sacrum) dalla SABINA verso i territori centro meridionali della penisola italica e diedero origine a diversi popoli, tra cui i PENTRI e i FRENTANI.

I primi occuparono il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese e a ovest e nord est alcune località oggi in provincia di Chieti e di L’Aquila; a nord est confinavano con i CARECINI e con i FRENTANI, loro consanguinei, stanziati lungo la costa del mare Adriatico e nell’interno con le città principali di Lanciano e di Larino; infine, a est I PENTRI confinavano con i DAUNI di origine greca. (vedi figure).

I popoli originati dal Ver sacrum.

La regione MOLISE: il territorio dei SANNITI PENTRI e il territorio dei SANNITI FRENTANI.

DUE potenze, la Romana e la Sannita nel VI-V sec. a. C. di comune accordo iniziarono ad espandersi nella penisola italica centro meridionale; successivamente, unicamente i Romani, soggiogati i PENTRI e i FRENTANI, continuarono una lenta quanto inesorabile conquista dell’Italia  e di gran parte del continente europeo.

Probabilmente la penetrazione romana nel territorio pentro ebbe il suo epilogo con la conquista di Bovaianom/Bojano, la loro città madre e capitale, nell’anno 305 a. C. e a loro fu concessa una sovranità limitata, tant’è che solo nell’anno 268 a. C., dopo la battaglia di Aquilonia dell’anno 293 a. C., i primi PENTRI a perdere la loro origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA furono i cittadini di Venafro e Isernia: nell’anno 268 a. C., Venafro fu incorporata da Roma e divenne civitas sine suffragio e poi sede di praefecturae; Isernia, città che rivendica di essere stata ed essere capoluogo pentro, divenne colonia latina nell’anno 263 a. C..

Con la definitiva sconfitta dei popoli italici nella guerra sociale (88-92 a. C.), i PENTRI persero anche la sovranità limitata e subirono l’ira distruttrice di Silla, ricordata da Strabone (64 a. C. – 20 d. C. ? ): E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.

Nell’antico territorio della regione MOLISE, i principali insediamenti di Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Sepino nel territorio dei PENTRI e gli insediamenti di Larino nel territorio dei FRENTANI, furono inviati i coloni e i veterani delle legioni romane per ripopolarli e favorirne la rinascita e l’urbanizzazione.

Per i PENTRI e i FRENTANI era la FINE della loro stirpe cosiddetta Italica, originata nei secoli XI-IX a. C..

Il futuro avrebbe riservato alle nuove popolazioni presenti nell’antico territorio della regione MOLISE nuovi conquistatori di origine diversa.

Caduto l’Impero Romano, la penisola italica subì, nel corso de IV-V secolo, un susseguirsi d’invasioni di popoli di nazionalità diversa: gli UNNI, guidati da Attila tra il 434 e il 440; gli ERULI di Odoacre nell’anno 476; gli OSTROGOTI (GOTI orientali) guidati da Teodorico e i BIZANTINI.

I GOTI e i BIZANTINI si contesero il dominio dell’Italia tra gli anni 535 e 553; l’avvenimento è conosciuto con il nome di guerra greco-gotica.

Il territorio già dei PENTRI e dei FRENTANI, all’epoca svolse un ruolo di primo piano: geograficamente era un cuscinetto tra l’Italia del nord, dominata dai GOTI e l’Italia del centro sud, dove era iniziato un lento processo di conquista da parte dei BIZANTINI.

Poi dalla Scandinavia, secondo il mito, arrivarono in Italia i LONGOBARDI guidati da Alboino. Nel corso delle vicende storiche legate alla loro presenza e al loro dominio anche l’antico territorio dei PENTRI e dei FRENTATI subì una nuova invasione e miscuglio di razze: i LONGOBARDI e i BULGARI (al servizio dei primi) ebbero in concessione, nell’anno 667, il territorio pentro con i centri di Sepino, Bojano e Isernia; tante sono le località e le attività che ancora oggi conservano nel loro nome l’origine longobarda.

Poi arrivarono i NORMANNI, e poi gli ANGIOINI, e poi gli ARAGONESI, e poi gli ASBURGI di SPAGNA e di VIENNA.

Per mettere la parola FINE a questo rimescolamento di razze e di sangue, la Storia ricorda l’arrivo dei BORBONI.

Il sangue SANNITA, dopo tante invasioni (dal 305 a. C. al 1860) scorre ancora nelle arterie e nelle vene dei MOLISANI ?

 

Oreste Gentile.

“ALLIPHAE”/”ALLIFAE”/ALIFE NEL TERRITORIO DEI “CAUDINI”.

luglio 15, 2018

Il Massiccio del Matese è il confine naturale tra una parte della regione Molise (del territorio dei Pentri) e una parte della regione Campana (del territori degli Irpini e dei Caudini). (vedi figura).

Una secolare polemica localizza l’antica città di Alliphae/Castello del Matese e la romana Allifae/Alife oggi Alife, NON nel territorio dei Caudini, a sud nel Massiccio del Matese, bensì nel territorio dei Pentri, localizzati a nord del Massiccio del Matese.

Una differenza non di poco conto che esclude l’importanza, come esamineremo, dei confini naturale rappresentati dalle montagne, dalle colline, dai fiumi, etc..

Le linee/termini di confine scelte per le loro caratteristiche sul Massiccio del Matese, sui Monti Trebulani, sul Taburno, sul Tifata e sui rilievi minori presenti nel territorio pentroirpinocaudino, separavano tra loro il territorio dei Pentri, degli Irpini, dei Caudini, dei Sidicini, degli Aurunci e dei Campani. (vedi figura).

La conoscenza dell’orografia della Valle Alifana e della Valle Telesina, il corso del fiume Volturno, danno il loro contributo alla soluzione della secolare vexata quaestio.

Il Massiccio del Matese svolge un ruolo fondamentale per localizzare le 3 popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Pentri, Irpini e Caudini. (vedi figura).

Il territorio a sud del Massiccio del Matese (estensione linea gialla). I territori dei Sidicini, degli Aurunci, dei Campani e degli Irpini. Gli altri principali termini di confine: Monti Trebulani, Tifata e Taburno. Il fiume Volturno. Il confine (attuale giallo-arancio) tra la regione MOLISE (territorio dei Pentri) e la regione CAMPANA (territorio degli Irpini, dei Caudini e dei Sidicini).

Salmon (1985) scrive: A confine occidentale del Sannio fa la guardia un grande bastione naturale, l’aspro Massiccio del Matese/mons Tifernus (lungo più di 40 chilometri e largo circa 25, con un lago carsico alla sua sommità e una cima il Monte Miletto, che si innalza oltre i 2000 metri (2.050, n. d. r.). Il massiccio è visibile quasi fino all’Adriatico e domina l’ampia vallata del fiume Volturno (l’antico Volturnus), separandola dalla stretta valle del Tammaro (l’antico Tamarus) più est. Al pari del Monte Taburno il Massiccio del Matese ha una propagine verso ovest, sull’altra sponda (occidentale) del Volturno […]. Ciascuno di questi gruppi montuosi poteva servire come ultima possibilità di rifugio per l’una e per l’altra delle tribù del Sannio: […], i Monti Irpini per il popolo omonimo, il Monte Taburno per i Caudini e la Montagna del Matese per i Pentri. (vedi figura).

I monti: Matese.  TL/Trebulani. Tb/Taburno. TF/Tifata.  Pt/Partenio. Tr/Termine.                                                              

T. Salmon Il Sannio e i Sanniti  (1985).

Salmon, sostenendo il Monte Taburno per i Caudini e la Montagna del Matese per i Pentri, non tiene conto che la Montagna del Matese era il rifugio anche degli Irpini a est e dei Caudini a sud.

Lo storico, come esamineremo, convinto che Alife fosse in territorio Pentro e NON in territorio Caudino, esclude quest’ultimo dalla vicinanza alle pendici meridionali della Montagna del Matese; pertanto anche i vicini territori della città di Telesia e gli altri insediamenti ad essa vicini, erano in territorio Pentro ? (vedi figura di una ipotesi improponibile).

Inoltre gli Irpini, stanziati nel territorio a sud della Montagna del Matese, ossia a nord di Benevento, loro capitale, potevano trovare rifugio proprio sul Matese, oltre al citato monte Taburno che li separava dai Caudini , ed ancora più a sud, potevano rifugiarsi anche sul Partenio o Monti dell’Avella e sul Terminio, che, probabilmente, corrispondevano ai Monti Irpini ricordati da Salmon.

Gli stessi Caudini, non solo potevano trovare rifugio sul versante settentrionale e occidentale del monte Taburno, come giustamente sostiene Salmon, ma sulle pendici del Massiccio del Matese meridionale e, più a sud, sul versante orientale dei monti Trebulani, e ancora sul Tifata, versante settentrionale e sul Partenio versante settentrionale, nella cui valle era stata fondata Caudium/Montesarchio, loro capitale. (vedi foto).

Ipotesi improponibile.

La REALTA’.

Per volere o per mera coincidenza Bojano, capitale dei Pentri, Benevento, capitale degli Irpini e Montesarchio, capitale dei Caudini furono fondate nei pressi o alle pendici di massicci montuosi idonei per il rifugio, la difesa e le comunicazioni visive diurne e  notturne con le altre comunità. (vedi figure).

La localizzazione di Bojano.

 

La localizzazione di Benevento e di Montesarchio

Il Massiccio del Matese nei confronti degli altri sistemi montuosi aveva una prerogativa: posto tra i versanti del mare Adriatico a nord e del mare Tirreno a sud era visibile a molta distanza ed era l’unico a separare i territori dei 3 popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita stanziati alle sue pendici: i Pentri  a nord, gli Irpini a sud e sud est, i Caudini a sud ovest.

Quale migliore pietra termine di confine per delimitare i loro territori ?

Non una semplice pietra per riconoscere i confini, ma una montagna sacro utile anche per il rifugio, il controllo dei rispettivi territori e per le rapide comunicazioni visive diurne e notturne; era il simbolo della loro unità nella reciproca indipendenza e sovranità. (vedi figura).

Alliphae/Alife il suo primo sito è stato identificato con Castello del Matese distante poco più di 10 km.: un insediamento proprio alle pendici meridionali del confine naturale rappresentato dal Massiccio del Matese ed il suo territorio, come esamineremo, era pertinente ai Caudini che a nord confinavano con i Pentri, a ovest con i Sidicini, a sud con gli Aurunci e i Campani, a est con gli Irpini. (vedi figure).

I monti: Matese. TL/Trebulani. TB/Taburno. TF/Tifata. PT/Partenio. TR/Termine.

 

Le popolazioni confinanti con i Caudini: Pentri, Irpini, Campani, Aurunci e Sidicini.

La scoperta di un santuario italico nella località di Capo di Campo a quota 1050 mt., tra le cime del Massiccio del Matese, nei pressi dell’omonimo lago, permette di formulare una nuova ipotesi sulla linea di confine tra i Pentri  a nord e i Caudini a  sud. (vedi figure 1 e 2).

Soricelli (2015): Il sito di Capo di Campo si colloca all’estremità sud-orientale della piana occupata dal lago del Matese, a circa m 1050 s.l.m., a ridosso di un tratturo che ricalca uno dei percorsi che in antico scavalcavano il massiccio matesino collegando la Campania al Sannio. Tale percorso, lasciata la piana alifana e raggiunto il passo di Pretemorto, attuale passo di Miralago, scendeva nella piana lacustre passando in prossimità del nostro sito, scavalcava la sella del Perrone, raggiungeva le Tre Torrette, passando sotto la fortificazione sannitica che la controllava, le girava intorno percorrendo valle Uma e poi ridiscendeva, attraversando il santuario di Ercole in loc. Civitella a Campochiaro, fino a raggiungere la sottostante piana di Bojano ove incrociava il tratturo Pescasseroli-Candela.(vedi figura 3).

Fig. 1. Il probabile confine tra Pentri e Caudini dopo la scoperta del santuario italico di Capo di Campo.

 

Fig. 2. Il confine MOLISE-CAMPANIA (linea bianca). Confine (tr.to) tra Pentri, Caudini e Irpini dopo la scoperta di Capo di Campo. Estensione del Massiccio del Matese (giallo tr.to).

 

Fig. 3. Confine tra Pentri, Caudini e Irpini dopo la scoperta di Capo di Campo (linea tr.ta). Strade esistenti (linea continua viola). Trattuto Pescasseroli-Candela (1). UNO dei Tratturelli (2che scavalca il Matese.

Capo di Campo, al momento, rappresenta uno dei termini di confine scelto e stabilito dai Pentri e dai Caudini, i 2 popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, localizzato nel cuore del Massiccio del Matese e pertinente al territorio pentro, come testimoniano i < bolli > dei meddix tuticus dei Pentri sui laterizi della fornace di Bovaianom/Bovianum/Bojano, la loro città madre, la capitale.

Soricelli: Al più tardi nel II sec. a.C. (periodo 1), l’area doveva essere occupata da un edificio, per la cui realizzazione era stata prevista la messa in opera di grossi blocchi squadrati di calcare fossilifero, legati con malta e, talora, con grappe a coda di rondine, accuratamente sagomati, nel quale è verosimile riconoscere un edificio di culto. L’imponenza della struttura e la presenza di bolli laterizi dall’officina pubblica di bovaianom, fanno escludere che l’edificio abbia avuto una destinazione privata, mentre la posizione assolutamente isolata presso la sommità del Matese non rende credibile la possibilità di una struttura pubblica di tipo civile. Inoltre, il materiale ad esso riferibile, sebbene per ora quantitativamente limitato, orienta nettamente verso una destinazione sacra del sito. […]. Il rinvenimento di questi bolli permette di assegnare il controllo della conca lacustre, dei pascoli circostanti e delle attività economiche che su di essa gravitavano, ai Sanniti Pentri e, molto probabilmente, proprio a bovaianom, posta immediatamente alle sue spalle e ad essa direttamente collegata da un tracciato che ancora oggi parte da Civita di Bojano, raggiunge la sorgente di Capo d’Acqua, attraversa la valle dell’Esule [(dove è presente ceramica di IV-II/I sec. a.C.): ritrovamenti di Salvatore Buompane, n.d.r.]. e da qui scende nella piana lacustre.  (vedi figura).

 Ciò comporta che il confine tra Allifae bovaianom (e, dunque, tra i territori controllati da Roma e dai Sanniti Pentri), nel III-II sec. a.C., debba essere spostato verso sud, quanto meno lungo la più bassa linea di rilievi che cinge sul lato meridionale la conca del lago del Matese, se non più a valle, all’altezza delle fortificazioni del Cila e di Castello del Matese. L’abbandono dell’edificio può essere collocato nei primi anni del I sec. a.C., forse in relazione con gli avvenimenti della guerra sociale che investirono pesantemente bovaianom ed il suo territorio (App. BC. 1, 51, 223-225; Obseq. 56). È da sottolineare, a riguardo, che le monete repubblicane fin qui rinvenute negli strati d’uso dell’edificio sannitico o residue negli strati posteriori sono tutte anteriori al 90 a.C. (la moneta più tarda sicuramente databile è rappresentata da un denario suberato di C. Claudius Pulcher databile al 110-109 a.C..

La linea di confine tra i Pentri (MOLISE) e i Caudini (CAMPANIA) nel corso della Storia non dovrebbe avere subito sostanziali cambiamenti, considerando quanto accadde con la presenza di Annibale nel territorio di Alife dopo la battaglia di Canne.

Il confine naturale era ed è rappresentato dal Massiccio del Matese; esiste la linea del confine odierno (tr.gio bianco) tra le regioni MOLISE e CAMPANIA e la linea del confine dell’epoca italica (tr.gio arancione) ipotizzato dopo la scoperta del caposaldo rappresentato dal santuario di Capo di Campo pertinente al territorio dei Pentri. (vedi figura).

Le linee di confine. Il Massiccio del Matese (linea punt.ta giallo). Il confine tra il MOLISE e la CAMPANIA (linea continua bianca). Il confine tra Pentri, Caudini e gli Irpini (linea punt.ta arancione e azzurro).

La scoperta nel santuario di bolli laterizi a lettere osche, provenienti dalle fornaci dell’antichissima Bojano, permette, scrive Soricelli, di assegnare il controllo della conca lacustre, dei pascoli circostanti e delle attività economiche che su di essa gravitavano, ai Sanniti Pentri e, molto probabilmente, proprio a bovaianom, posta immediatamente alle sue spalle.

Soricelli: I bolli di Capo di Campo risultano tutti attestati anche nel santuario di Ercole in loc. Civitella a Campochiaro, ad eccezione del n. 10, attualmente privo di confronti. […]. Il bollo n. 9  infatti può essere ricostruito nella sua interezza grazie ad un esemplare da Campochiaro (scheda Campochiaro, Civitella, loc., herekleis (gen.)/ Hercules: fonti epigrafiche, n. 29) che risulta provenire dal medesimo punzone utilizzato per gli esemplari di Capo di Campo. La lettura che di esso si propone è la seguente: n·pap·mr·nu·t, con la prima parte del bollo da sciogliere n(iumsis) pap(iís) m(a)r( ), mentre nu·t, piuttosto che alla formula onomastica di n(iumsis) pap(iís), potrebbe riferirsi alla natura del suo ufficio e sciogliersi, semmai, nu(mnud) t(outas), ovvero «a nome / per conto della comunità»: n·pap·mr·nu[·t] N. Papius Mr. f. nomine [rei publicae] «N. Papio, figlio di Mr., per conto della comunità (ha eseguito / ha curato)».

Il termine di confine, pertanto, tra i Pentri e i Caudini è testimoniato dalla località Capo di Campo e dal suo santuario; NON esistono, al momento, testimonianze per sostenere: nel III-II sec. a. C., debba essere spostato verso sud, quanto meno lungo la più bassa linea di rilievi che cinge sul lato meridionale la conca del lago del Matese, se non più a valle, all’altezza delle fortificazioni del Cila e di Castello del Matese.

Qualunque siano stati i motivi che al momento ignoriamo, i termini di confine tra i Pentri, gli Irpini e i Caudini furono scelti e stabiliti in occasione della presa di possesso dei loro rispettivi territori (secoli XI-IX a. C.).

Le linee di confine. Il Massiccio del Matese (linea punt.ta giallo). Il confine tra il MOLISE e la CAMPANIA (linea continua bianca). Il confine tra Pentri, Caudini e gli Irpini (linea punt.ta arancione e azzurro).

Quanto è stato scoperto a Capo di Campo, ricorda il bollo laterizio a lettere osche con impresso il nome del magistrato repubblicano appaltatore dei lavori Ni. Dekitiis Mi. e del costruttore G. Papiis Mitileis, proveniente dalle fornaci della capitale Bojano, scoperto nel santuario italico di Schiavi d’Abruzzo: permette di fissare uno dei termine di confine del territorio dei Pentri con i Carecini a nord e i Frentani a nord est: la cima di Colle d’Albero visibile dalla fortificazione di monte Crocella, già colle pagano, già Colle Samnium, già Colle Sacro, sito sulle ultime propaggine settentrionali del Massiccio del Matese, permise ai Pentri di fissare i termini di confine del loro territorio, da ovest verso est e sud, con i consanguinei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini. (vedi figura).

Dalla fortificazi one di monte Crocella, già Colle Samnium, già Colle Sacro: la valle dei Pentri (in primo piano) con una “parte” della capitale Bovianum. In alto: Colle d’Albero (termine di confine) e Schiavi d’Abruzzo sede del santuario italico.

Alcuni storici del XVIII secolo, senza una chiara documentazione, localizzarono Alliphae/Alife nel territorio dei Caudini.

Storici del XVIII secolo e studiosi contemporanei, senza una chiara documentazione e con descrizioni a volte contraddittorie, la localizzano nel territorio dei Pentri, sostenendo: Alife è una delle città più antiche del Sannio Pentro.

Le bibliografie classiche ricordano Alife negli avvenimenti in cui fu coinvolta, NON la ricordano nel territorio dei Pentri e hanno lasciando chiari indizi per localizzarla nel territorio dei Caudini.

Tra gli storici del passato, Gianfrancesco Trutta, nato in Alife, in Dissertazioni istoriche delle antichità Alifane (1776) localizzò Alife nel territorio dei Pentri.

Lo studioso NON ritenne il Massiccio del Matese  il confine naturale tra il popolo dei Pentri e dei Caudini quando ricordò la città di Piedimonte: […] è situato a piè, del gran Matese, sulla strada maestra, che mena per detto Monte al Sannio montuoso, e per la quale comunicavano i Sanniti Pentri di qua, con gli altri Pentri di là della montagna: che esistesse una via di comunicazione tra i 2 versanti del Massiccio del Matese è più che probabile, al contrario: è improbabile che nella vasta pianura posta a sud di esso fossero presenti i Pentri, NON i Caudini e gli Irpini.

E’ difficile immaginare un confine tra i Pentri, gli Irpini e i Caudini che non sia stato (ancora lo è) il Massiccio del Matese, un <  termine di confine > naturale, visibile da tutti i territori dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita confinanti con i Pentri.

Trutta, convinto della localizzazione di Alife nel territorio dei Pentri, in occasione di quanto accadde dopo la vittoria dei Cartaginesi a Canne, scrisse:[…], vedo chiaramente, che Alife in quel tempo si mantenne a’ Romani fedele, giacchè era ne’ Sanniti Pentri: le descrizioni liviane, che esamineremo, descrivendo quanto accadde dopo la battaglia di Canne, smentiscono Trutta ed escludo Alife dal territorio dei Pentri. (vedi in seguito).

Di tutt’altro parere G. M. Galanti (1790), non ha dubbi sulla localizzazione di Alife e del popolo dei Caudini: Capitolo X.  Della regione Alifana. Questa regione contiene le diocesi di Alife, di Telese, di Cajazzo e una parte della diocesi di Sant’Agata de’ Goti. Era anticamente abitata da’ Sanniti Caudini. E’ dominata da due monti degli Appennini detti, Matese a settentrione e Taburno a oriente, ed ha a mezzogiorno i monti Tifata. Il colle Trebulano è a occidente, ed è un gruppo di colline di figura quasi triangolare, cinto in parte dal Volturno. La campagna che fra questi monti è bagnata dal Volturno, dal Torano, dal Calore e dall’Isclero è molto fertile, e vi prospera il frumentone. […]. (Vedi figura).

Descrizione de’ luoghi principali. ALIFE. E’ situata poco lontana dal Volturno in una spaziosa pianura nelle vicinanze del Matese tra Venafro e Telese: era anticamente una città rinomata del Sannio Caudino. […].

Una descrizione chiara e aderente alla realtà geografica e storica.

Il territorio dei CAUDINI: La picciola porzione della Campania racchiusa tra li Monti Tifata, Taburno e Matese dicevasi Sannio Caudino con i fiumi: Volturno, Torano, Calore e l’Isclero.

Galanti: Telese è una città del Sannio. Nella storia Romana è celebre il nome di Ponzio Telesino.  LIBRO IX. COROGRAFIA DEL SANNIO. CAPITOLO I. Saggio della sua Storia. Questa provincia ha 46 miglia nella sua maggiore lunghezza e 42 miglia della sua larghezza. Confina coll’Abruzzo, colla Capitanata, col Principato Ulteriore e colla Campania felice dalla quale è separata dal Matese ch’è uno degli Appennini. La sua superficie è 880 miglia quadrate e 180 mila abitanti. Questa provincia, che oggi è tenuta in picciola considerazione, fu già sede de’ Sanniti, ch’è quanto dire di popoli numerosi e potenti, i quali per quasi cento anni contrastarono a’ Romani l’impero dell’Italia. Le diverse popolazioni, che componevano il Sannio, si dividevano principalmente in Pentri e Irpini […]. La picciola porzione della Campania racchiusa tra li Monti Tifata, Taburno e Matese dicevasi Sannio Caudino:  la città di Alliphae e il suo territorio erano, pertanto, pertinenti alla picciola porzione della Campania racchiusa tra Monti Tifata, Taburno e Matese.

Una descrizione corografica chiara e ricca di particolari che già nell’anno 1790, se fosse stata esaminata con attenzione, avrebbe dato la giusta localizzazione sia al popolo dei Caudini, sia alla città di Alife. (vedi figura).

Il territorio dei Caudini delimitato dai Monti Tifata, Taburno e Matese citati da Galanti, ma vanno ricordati anche i Trebulani, confine sud ovest dei Caudini con gli Aurunci e i Sidicini.

M. ALFANO (1823): Alife Città Vescovile suffraganea di Benevento in una spaziosa pianura del Monte Matese, poco lungi dal fiume Volturno, d’aria malsana, circa 30 miglia da Capoa distante, e 24 da Napoli.[…]. Il suo titolo di contea è di Gaetani. E’ antichissima, fondata dagli Osci, popoli originarj da’ Tirreni, che furono i primi abitatori dell’Italia. Col tempo divenne una delle sette città del Sannio Caudino: la spaziosa pianura del Monte Matese era pertinente alla città di Alife; ergo, posta la pianura di Alife a sud nel Monte Mateseconfinava e non era  nel territorio dei Pentri.

Da quanto letto, già nell’anno 1823 si poteva localizzare Alife nel territorio dei Caudini, essendo UNA delle sette città del Sannio Caudino. (vedi figura).

Fu tolta a’ Sanniti da Fabio Massimo, prosegue Alfano, che li fece passare per sotto il vergognoso giogo; e dopo averla cinta di mura, la costituì Colonia Militare, siccome leggesi in una lapide.

Nel ricordare Sant’Agata dei Goti, identificandola con l’antica Saticula, la definisce Oppido del Sannio, senza precisare se Irpino, Caudino o Pentro.

Per la città di Telese, Alfano ricorda: Città disabitata in una pianura, 5 miglia da Cerreto distante, e 30 da Capoa, feudo dei Sangro Casacalenda. In tempo della repubblica Romana era una celebre Città dell’antico Sannio, senza precisare: Caudino, Irpino o Pentro ?

Giustiniani (1846): La region Sannite più vasta in lunghezza che in larghezza era circondata al nord dai Frentani ed Apuli, all’est dagli Apuli e Lucani, al sud dai Lucani e Campani, all’ovest dagli Ausoni e Peligni. […]. (vedi figura).

Antiche tradizioni ci additano vicatim le sue prime abitazioni, fin anche alle falde ed alture dei monti: indi ci accennano le sue città più o meno riguardevoli, come tra i Pentri Bojano, Telese, Esernia, Alife, TriventoTifernoSepino, Murganzia, Duronia, Calazia, Cassa, Orbitano, Plistia ec.; tra i Caudini Caudio, Saticola, Trebola, Compulteria ec.; e tra gl’Irpini Callife (Gioia Sannita, era Caudina, n. d. r.), Avellino, Rufrio (Presenzano, era Sidicina, n. d. r.)Taurasia, Aeca, Aequatico, Erdonia, Trevico, Aquilonia, Cominto, Romulea, Malevento, Consa, Eclano ec. […]. (vedi figura).

Giustiniani: La region Sannite (confini nero): Carecini, Pentri, Irpini e Caudini, detti Sanniti della montagna, in seno al più vasto territorio (confini rosso) dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Era la Campania divisa dal Sannio per mezzo dei monti Tifati, e dalle falde occidentali degli Appennini. […]. Divenuti infatti i Sanniti ogni dì più audaci ed ambiziosi, obbligarono i degenerati Etruschi a render comune anche l’importante città del Volturno (Capua, n. d. r.) e il suo contado. […]. A tal risposta, Cornelio penetrò dalla Campania nel Sannio Caudino, e rese soggette a se Alife, Callife, e Rufrio.

Giustiniani ritenne Alife e Callife/Gioia Sannitica nel Sannio Caudino; esiste qualche dubbio per Rufrio/Rufrae/Presenzano per essere località di confine dei Sidicini con i Pentri nord-nord est, con gli Aurunci a sud e con i Caudini a sud est.

Il Rendiconto delle tornate e dei lavori dell’Accademia di archeologia (1888), riporta: Le Forche Caudine sono il tema di un lavoro storico topografico letto dal Prof. … descritta altrove da Livio col nome di valle di Saticula; il che non solo concorre ad assicurare definitivamente la corrispondenza di Saticula con S. Agata dei Goti che si localizza nel territorio dei Caudini.

Viti (1855): potè allora avvenire che anche gli abitatori (di Piedimonte d’Alife, n. d. r.) della vicina Alife, una delle capitali Città del Sannio Pentro, si portasse a costruire sulla propinqua falda dell’Appennino il Castello superiore di Piedimonte […].

E’ inverosimile che il Sannio Pentro avesse più di una capitale: la Storia ricorda la sola Bovaianom/Bovianum/Bojano, localizzata a nord del Massiccio del Matese.

E’ evidente, gli storici e gli studiosi, nelle loro descrizioni, non sempre hanno fatto distinzione tra Pentri, Irpini e Caudini, popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita; li identificarono e identificano ancora oggi, come già detto: UNICAMENTE SANNITI; quando parlano del territorio del Matese-Casertano, dichiarano di essere stato in origine parte del Sannio, senza specificare che è il territorio del Sannio Caudino.

L’equivoco probabilmente si originò dalla ambizione dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini, detti i Sanniti della montagna, di conquistare i territori della fertile pianura campana, iniziato con la conquista della città di Capua (o città del Volturno) occupata dagli Etruschi: divennero, senza alcuna distinzione, Sanniti, un appellativo usato in seguito dalle bibliografie antiche, dagli storici e dagli studiosi contemporanei.

Sanniti, come scrive Salmon, furono identificati da Livio UNICAMENTE i Pentri: Quel che è certo è che dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.) ogni volta che il nome Sanniti viene usato col   significato di < abitanti del Sannio > esso serve di norma a indicare i Pentri. Furono essi, e non gli Irpini o i Caudini, a venire inseguito inclusi nella IV Regione, quella ufficialmente nota come < Sannio >, nella divisione augustea dell’Italia. 

Salmon, stimato il più attento tra gli storici e studiosi contemporanei dei Sanniti, non offre una soluzione per localizzare il territorio occupato dai Caudini e a proposito dei confini del Sannio alla metà del IV sec. a. C., scrive: […]. Ad ovest il confine attraversava i Monti Trebulani separando da un lato le sidicine Rufrae e Teanum e l’aurunca Cales dalle città sannite di Trebula e Cubultaria dall’altro (in territorio Caudino, n. d. r.). Più a sud, nella Campania vera e propria, Saticula e Caudium erano certamente nel Sannio, ma non specifica trattarsi del territorio dei Caudini; mentre, scrive Salmon: Calatia, Suessula, Nola e Abella vengono descritte come esterne ad esso  (dal territorio Caudino, n. d. r. ).

Lo storico ignora i Caudini, ignora i confini pertinenti al loro territorio, ma ricorda Trebula, Cubulteria, Saticula e la loro capitale Caudium, affermando in modo generico: certamente nel Sannio che, a rigore di logica NOI sappiamo corrispondere al territorio Caudino, tanto vero che in seguito lo storico precisa per la città di Trebula: A Trebula Balliensis, nel Sannio, vi è un area che costituiva probabilmente il luogo in cui si riunivano l’assemblea dei Caudini.

Perché non specifica che per < nel Sannio > s’intende il < territorio Caudino >, considerando che presso Trebulla Balliensis, scrive proprio Salmon, vi è un area che costituiva probabilmente il luogo in cui si riunivano l’assemblea dei Caudini ?

N. B.

Trebula/Treglia/Pontelatone, territorio Caudino, in linea d’aria è distante poco più di 16 km. da Alife/Castello del Matese.

Salmon, ricordando alcuni dei monti e alcune delle città considerate da Galanti (1790), Alfano (1823) e Giustiniani (1846) in territorio Caudino, ignora o non giudica degne di menzione le conclusioni a cui i 3 studiosi erano giunti: erano TUTTE in territorio Caudino.

D’altronde le 7 città ricordate da  G. M. ALFANO, pertinente TUTTE al territorio Caudino, hanno in linea d’aria da Alife queste distanze: Telesia/San Salvatore Telesino, che era in territorio Caudino, dista da Alife 17 km.; Cubulteria/Alvignano, che era in territorio Caudino, dista da Alife 9 km. e da Telesia/San Salvatore Telesino che era in territorio Caudino 14. 37 km.; Trebula Balliensis/Treglia che era in territorio Caudino dista da Alife 13 km.; Caiatia/Caiazzo che era in territorio Caudino dista da Alife 17 km.; Saticula/Sant’Agata de’ Goti che era in territorio Caudino dista da Alife 30 km. e Caudium/Montesarchio, la capitale dei Caudini, dista da Alife 39. km..

Sono particolari non di poco conto per localizzare Alliphae/Castello del Matese/Allifae/Alife nel territorio dei Caudini. (vedi figura).

Il territorio della città di Alliphae/Castello del Matese ancora oggi confina a sud con il territorio di Cubulteria/Alvignano, città appartenuta ai Caudini: UNICAMENTE il territorio o agro di Alife dovrebbe essere considerato in territorio Pentro, pur essendo a sud del Massiccio del Matese, confine naturale, come esamineremo, anche per i popoli degli Irpini e dei Caudini ?

Potremmo ipotizzare, ma è solo una mera ipotesi: Alliphae/Castello del Matese nel territorio dei Pentri se la linea di confine NON fosse il Massiccio del Matese, ma la riva destra del fiume Volturno; di conseguenza avremmo: il territorio pertinente ad Alliphae/Castello del Matese sarebbe nel territorio Pentro, mentre Cubulteria/Alvignano, Caitia/Caiazzo e Cubulteria/Treglia, poste sulla riva sinistra del Volturno sarebbero, come giustamente erano, in territorio Caudino.

La linea di  confine tra i Pentri e i Caudini se fosse stata rappresentata dalla riva destra del fiume Volturno, al pari di Alliphae/Castello del Matese, avrebbe ESCLUSO dal territorio dei Caudini i centri di Telesia/San Salvatore Telesino, Saticula/Sant’Agata dei Goti e la stessa capitale, Caudium/Montesarchio, città SICURAMENTE Caudine pur essendo alla destra del fiume Volturno.

Il fiume Volturno NON poteva essere considerato il confine naturale tra i territori dei Pentri e dei Caudini e degli Irpini: la linea di confine che ancora oggi separa le regioni MOLISE e Campania, passava UNICAMENTE sul Massiccio del Matese (vedi figura).

Mera IPOTESI: la riva destra del Volturno confine tra i Sidicini, i Pentri, i Caudini e gli Aurunci.

N. B.

Quando si parla di Allifae/Castello del Matese (il primo insediamento caudino) e di Alife romana, si intende tutto il territorio a esse pertinente.

Salmon: Dopo la guerra sociale, tutti i Pentri avevano acquisito la piena cittadinanza romana. Aufidena, Bovianum, Fagifuale, Saepinum e Terventum appartenevano tutte alla tribù Voltinia  e secondo le divisioni augustee appartenevano alla Regione IV: tutte queste città, eccetto forse Aufidena, erano state dei < Sanniti > ai tempi della guerra sociale. Ma oltre a questi, vi erano anche altri (? n. d. r.) Pentri.  Studiosi della storia locale ritengono probabile a ragione, che Allifae fosse pentra (in nota: subì danni ad opera di Annibale,  come era prevedibile nel caso di una comunità pentra, Livio XXII, 13, 17, 18; XXVI 9; cfr. Silio Italico VIII 535; XII 526. ) ed in tal caso la loro ubicazione e il fatto che ne divisero le sorti fa pensare che anche Casinum, Venafrum ed Atina lo fossero (Pentre, n. d. r.).

Salmon chiama in causa Livio XXII, 13, 17, 18; XXVI 9, ma lo storico latino, come esamineremo, NON offre alcuna descrizione per localizzare Alife nel territorio dei Pentri; idem Silio Italico VIII 535 scrisse: illic Nuceria et Gaurus, navalibus actaprole Dicarchea; multo cum milite Graiaillic Parthenope ac Poeno non pervia Nola, Allifae et Clanio contemptae semper Acerrae.  XII 526: irreperibile.

 N.B.

Per la localizzazione di Allifae, Salmon si è fidato degli studiosi della storia locale (alcuni di essi sono stati esaminati in precedenza, n. d. r.), al punto da sostenere: vi erano altri Pentri oltre ai Pentri di Aufidena, Bovianum, Fagifulae, Saepinum e Terventum; certo, erano Pentri gli abitanti di Venafrum, territorio Pentro, ma NON LO ERANO MAI STATI, come esamineremo, gli abitanti delle  città di  Casinum e di Atina (vedi figura).

Le colonie (.) romane nel territorio dei Pentri: Aufidena/Castel di Sangro. Trivento. Fagifaulae/Montagano. Sepino. Bojano. Isernia. Venafro.

Casinum/Cassino e Atina NON erano in territorio Pentro, bensì nel territorio dei Volsci, al confine ovest dei Pentri, tant che proprio Salmon scrive: […], e durante il IV secolo il Sannio si espanse in questa direzione giungendo ad includere i territori fino al fiume Liri: a quel tempo Atina, Casinum, Arpinum, Fregelle e Interamna Lirenas (e presumibilmente  Venafrum e Aquinum) erano città Sannite.

Ergo, Salmon avrebbe dovuto precisare: Atina, Casinum, Arpinum, Fregelle e Interamna Lirenas e Aquinum DIVENNERO città Sannite NON per fondazione, ma UNICAMENTE per essere state conquistate dalla lega sannitica nel IV secolo a. C..

Salmon, scrive: […]. Nei venticinque anni successivi al 354 Roma ottenne il controllo di Sora, Satricum, Fabrateria e Luca (? n. d. r.), tutte città volsce e tutte, per quanto ci è noto, a ovest del fiume (Liri, n. d. r.). Sappiamo da Livio che i Sanniti erano tenuti al corrente degli avvenimenti e che non sollevarono obiezioni. Allo stesso modo, i Romani non si opposero a che i Sanniti s’impadronissero di Interamna, Casinum, Arpinum (e, presumibilmente, Aquinum) e distruggessero Fregellae; due di queste città erano certamente dei Volsci e tutte erano situate a est del fiume.

E’ da ritenere che le città conquistate (non fondate) dai Sanniti, ossia dai 4 popoli uniti in una Lega detta sannitica,  Carecini, Pentri, Irpini e Caudini (forse anche i Frentani, in un primo momento): Atina, Casinum, Arpinum, Fregelle, Interamna Lirenas  e Aquinum NON potevano essere considerate città pertinenti a uno dei territori della Lega Sannitica, né tanto meno ai Pentri: TUTTE erano state fondate nei territori abitati da popoli NON di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

La linea di confine del territorio dei Pentri ancora una volta era stata tracciata idealmente sulla sommità delle montagne scelte come termini di confine rappresentate dalla Catena delle Mainarde e dai Monti Marsicani nei pressi di Barrea, Alfedena e Castel di Sangro, con le cime di monte Greco, di monte Arazecca etc. (vedi figura).

Il confine (linea arancione) occidentale del territorio dei Pentri. Il corso del fiume Liri (bianco).

 

Dalla fortificazione di Monte Crocella furono fissati a ovest i capisaldi di confine del territorio dei Pentri con i Volsci e i Peligni. (leggasi Mainarde e Arazecca).

Per le vicende di Alife, citate da Salmon, che videro protagonista Annibale nel Sannio prima e dopo la battaglia di Canne, si rimanda a quanto sarà illustrato dalla bibliografia classica che escludono Alife dal territorio dei Pentri.

Salmon: […]. Le città dei Caudini comprendevano Caudium, la loro <capitale>, e tre località sui monti Trebulani o nelle loro vicinanze, ad ovest del Volturno: Caiatia, Trebula e Cubulteria [in nota: Nessuno scrittore antico menziona esplicitamente tali città come caudine, ma Livio (XXIII 14.13) lo lascia chiaramente intendere. [(n. d. r.: nell’ordine sono Caiazzo, Ponteleone (Treglia sua frazione) e Alvignano)]. (vedi figura).

Anche Telesia, probabilmente la città natale del grande Gavio Ponzio, e Saticula, divenuta colonia latina nel 313, erano presumibilmente (sic !) caudine. (In nota precisa: La narrazione di Livio degli eventi delle Forche Caudine fa pensare che Ponzio, l’eroe sannita, fosse un caudino, e sembra che egli fosse originario di Telese. Saticula era certamente sannita, ed è difficile immaginare a quale tribù potesse appartenere, se non ai Caudini). (vedi figura).

I Caudini, prosegue Salmon: vivevano tra le montagne ai margini della pianura campana (Monte Taburno e Monti Trebulani), nella valle dell’Isclero e lungo il tratto centrale del Volturno. (In nota precisa: Grazio Falisco, Cynegetica 509, ritiene che il Monte Taburno fosse in territorio caudino).

Salmon con le sue descrizioni, conferma che NON era il fiume Volturno il confine tra i Pentri e i Caudini, bensì, non ricordato da Salmon, il Massiccio del Matese. (Vedi figura).

 Salmon evidenzia: E’ vero che Livio non li nomina, ricordando gli Irpini, specificatamente nella sua narrazione delle guerre sannitiche, ma egli non menziona neppure i Carecini né i Caudini. Perfino i Pentri vengono nominati individualmente solo una volta da Livio e due da Dionigi. La ragione per cui gli scrittori antichi non differenziavano le varie tribù sannitiche nel parlare di questo periodo storico è ovvio. A quel tempo la Lega sannitica esisteva ed agiva unitariamente, quindi non c’era motivo per nominare singolarmente le varie tribù. Ciononostante, Livio dice chiaramente che gli Irpini erano uno dei popoli del Sannio e che le guerre sannitiche furono in parte combattute in territorio irpino e, avrei aggiunto,Caudino,vedi l’episodio delle Forche Caudine.

N. B.

L’errore di localizzare Alliphae/Castello del Matese e Alife romana nel territorio dei Pentri si originò quando i Romani, trasformarono i Caudini in una quantità di comunità completamente separate e forse tentarono di frazionare ancora di più gli Irpini, rendendo < indipendenti > gli Avellinesi (Salmon).

Ciò spiegherebbe l’opinione corrente di ritenere Sannio unicamente il territorio della provincia di Benevento; Irpinia il territorio della provincia di Avellino; valle Caudina il territorio nei pressi della città di Montesarchio (Caudium) con le sue forche caudine; sena una antica denominazione, la Valle Telesina e la Valle Alifana le 2 valli che si estendono a sud del (onnipresente) Massiccio del Matese.

Nell’anno 343 a. C. la pace tra Romani e Sanniti ebbe termine e il primo scontro avvenne con la sconfitta dei Sanniti vicino al Monte Barbaro (l’antico Mons Gaurus), in Campania. Ma l’altro console, A. Cornelio Cosso, nel tentativo di invadere il Sannio, cadde in un’imboscata vicino alla fortezza di Saticula e riuscì a salvarsi. Seguì la sconfitta dei Sanniti presso Suessula.

Da quanto tramandato da Livio e ricordato da Salmon, è chiaro che gli scontri tra le due potenze NON interessarono, all’epoca, il territorio dei Pentri, bensì il suo confine sud occidentale nel territorio dei Caudini, con la fortezza di Saticula/Sant’Agata dei Goti (non lontana dalla capitale Caudium) e Suessula in territorio degli Aurunci. […]. (vedi figura).

 Salmon precisa: Le vittorie di Valerio Corvo al Monte Barbato (Garaus) e a Suessula nel 343 sembrano anticipare le campagne di Roma contro Annibale in quelle stesse zone nel 215.

Come avremo modo di esaminare, dopo la disastrosa battaglia di Canne (216 a. C.) il teatro degli scontri tra Romani e Cartaginesi si spostò nei territori degli Irpini, dei Caudini e dei Campani; il territorio dei Pentri fu escluso e non subì, come vedremo, la presenza e la devastazione di Annibale.

I Pentri fu l’unico popolo, tra i Sanniti, a restare fedele alleato dei Romani, prima e dopo Canne.

Con la conquista di Napoli e l’attigua Paleopolis già in possesso dei Sanniti, Salmon ricorda: Intanto, con un’azione di copertura, pare nella valle del Volturno di fronte  a Callife (Pratella o Gioia Sannita ? n. d. r.), Alife e Rufrae (Presenzano, n. d. r.), il collega di Filone, Cornelio Lentulo, impediva l’invio dei rinforzi dal Sannio: non era  un attacco diretto al territorio dei Pentri, ma un accerchiamento per indebolire i loro alleati della Lega Sannita.

A tale proposito, G. Guadagno (1998) scrive: Quando, nel 326 a.C., i Romani iniziarono la seconda guerra contro i Sanniti, Tito Livio (59 a.C – 17 d.C.) ci ricorda che per penetrare nel Sannio Caudino furono occupate dai primi: « Alliphae, Calliphae, Rufrium e il resto del territorio al primo arrivo dei consoli fu devastato in lungo e in largo », e che, nel 310 a.C., il « console Caio Marcio Rutilio, prese d’assalto i Sanniti, con cui si era scontrato presso la città di Alife », nel momento in cui il loro vecchio capo, Erennio Ponzio, si era recato nell’accampamento alifano, e che, infine, risultati « contro l’esercito dei Sanniti, con cui si era scontrato presso la città di Alife », finalmente lo vinse e lo fece passare sotto il “giogo”. (vedi figura).

 Guadagno: Le successive battaglie tra Romani e Sanniti si svolsero lontano dal « territorio alifano ». Solo nel 290 a.C. si raggiunse la pace. I Sanniti rimasero indipendenti, ma legati ai Romani da un “foedus”, in un’alleanza vincolante. I Romani per controllare meglio i Sanniti, vinti ma non domati, inviarono nel “territorio alifano” coloni. Così anche il Medio-Volturno, dopo essere stato colonizzato, assunse le caratteristiche tipiche del paesaggio agrario romano. La popolazione sannitica (gli Alifani, n. d. r), decimata dall’esercito romano, dalle montagne e dalle colline del Matese scese a valle, dove il territorio era stato diviso secondo i principi della “Centuriatio”, “Parcellata in quadrati regolari”, dopo aver individuato le due fondamentali linee, che si incrociavano ad angolo retto, del “decumanus maximus” da Est a Ovest, e del “cardo maximus” da Nord a Sud. Con la colonizzazione romana tutto “il territorio alifano” assunse un aspetto completamente nuovo, e, nella pianura, all’incrocio “decumanus” e del “cardo”, veniva edificata Alliphae, con terme, templi, acquedotti, teatro, anfiteatro, criptoportici, foro… mentre il territorio che lo circondava appariva, nella buona stagione, ricco di campi coltivati a frumento in pianura, e, in collina, a vigneti ed a uliveti. Sparse ovunque, sorgevano splendide “villae”, “fora, vici, conciliabula, frazioni”.

Gli Alifani avevano degli insediati sulle pendici meridionali del Massiccio del Matese e il confine con i Pentri era stato tracciato più a nord come è testimoniato di recente da santuario pentro di Capo di Campo.

Che Alife e il suo territorio NON fossero abitati dai Pentri è testimoniato, evidenziando ancora una volta, anche dalle vicende che la videro protagonista dopo la battaglia di Canne.

Dopo la seconda guerra punica (218-207 a.C.), il pretore urbano inviò un prefetto ad Alife (praefectura sine suffragio), che trattò durissimamente le popolazioni locali a causa dell’appoggio che le indomite popolazioni sannite avevano offerto ad Annibale.

Ergo, gli Alifani si erano schierati a favore di Annibale dopo la sconfitta dei Romani a Canne, mentre il popolo dei Pentri aveva confermato la sua fedele alleanza agli sconfitti.

Successivamente, scrive Guadagno, soprattutto durante l’epoca di Silla (dall’estate dell’ 82 a.C.), con la presenza ad Alliphae di soldati colonizzati, e, determinatasi una duratura pace e stabilità politica dell’Impero, iniziò, come per tutti i territori romanizzati, anche per Alliphae un periodo di straordinario splendore.

Quanto letto permette di acquisire maggiori notizie aderenti alla realtà degli avvenimenti che interessarono Alife e il suo territorio.

Soprattutto evidenzia (esamineremo con maggiori dettagli) come la presenza di Annibale sia utile per localizzare, se ancora ci fossero dei dubbi, l’antica città di Alife nel territorio dei Caudini.

Salmon, convinto della localizzazione di Alife nel territorio dei Pentri, non la ricorda nel corso della seconda guerra sannitica, né in occasione della terza quando ci furono incursioni da parte degli insediamenti caudini dei Monti Trebulani (Trebula Balliensis, Cubulteria, e Caiatia) nell’Agro Falerno e nell’Agro Vescino: possibile che l’insediamento di Alife non sia stato protagonista visto la vicinanza, non più di 16 km. dai citati centri caudini ? (vedi figura).

In quale evento Salmon localizza con sicurezza il territorio dei Pentri ?

Se in precedenza gli attacchi dei Romani avevano interessato i territori dei Caudini e degli Irpini stanziati a sud del Massiccio del Matese, per conquistare a nord  il territorio dei Pentri, gli eserciti romani si mossero da nord verso la Valle dei Pentri dove si localizzava la loro città madre, la capitale, Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Correva l’anno 305 a. C., Salmon: E’ quindi probabile che il doppio assalto abbia avuto luogo all’estremità settentrionale del massiccio e cioè che i Romani si siano mossi dal Campus Stellatis in direzione del passaggio lungo il versante nord del Massiccio del Matese in due colonne, da entrambi i lati della Rocca Monfina, […]. Dopo che le due colonne si furono riunite, forse nei pressi di Rufrae (Presenzano, n. d. r.), l’opposizione nemica dovette ulteriormente intensificarsi, poiché i Sanniti dovettero radunare tutti gli uomini disponibili di Venafrum, Aquilonia (?, n. d. r.) ed Aesernia per impedire ai Romani di aggirare l’estremità settentrionale del massiccio e dirigersi verso la valle del Biferno, in cui si trovavano posizioni-chiave dei Pentri. Secondo una delle fonti di Livio, il console Minucio perse la vita, ma i Romani riuscirono a spezzare la resistenza del nemico, prendere prigioniero il generale Gellio e riversarsi nella valle dei Pentri, dove avrebbero finalmente espugnata Bovianum, la loro < capitale >. Questa versione di fatti è nel complesso confermata da Diodoro. (Vedi figura).

L’itinerario seguito dai 2 eserciti Romani verso la Valle dei Pentri.

Da quanto esaminato NESSUNA descrizione permette di localizzare nel territorio dei Pentri la città di Alife e il suo territorio, poste a sud del Massiccio del Matese.

Lo stesso accadde per gli avvenimenti nell’anno 291 a. C.; Salmon: […], due eserciti romani mossero sul Sannio, e stavolta non fu possibile fermarli. Il proconsole Fabio Gurgite sgominò i Pentri muovendo attraverso la gola che si trova all’estremità meridionale del Massiccio del Matese dove la fortezza di Saepinum non costituiva ormai più un ostacolo, e conquistò la roccaforte di Cominium Ocritum, mentre il console Postumio Megello, muovendo dall’Apulia, sbaragliava gli Irpini.

Il sito di Cominium Ocritum è tuttora ignoto: alcuni autori lo localizzano nel territorio degli Irpini, altri in quello dei Pentri.

Salmon ricorda sì la fortezza di Saepinum, ma nessuno degli autori classici la citò nei suoi racconti, né ricordarono l’itinerario che avrebbe percorso il console Postumio.

Dionisio di Alicarnasso (60/55 – dopo 8 a. C.) ricordò: Fabio vincitore dei Sanniti, denominati Pentri e, mentre era intento all’assedio di Cominio, fu sollevato dal comando da Postumio.

Livio, ricordando la presenza dei Carteginesi nel territorio degli Irpini, uno dei popoli italici passato con Annibale dopo la sua vittoria presso Canne, permette di localizzare Cominio Ocrito nei pressi di Benevento, territorio Irpino: Annone, il quale nelle vicinanze della città di Cominio Ocrito ebbe notizia del disastro degli alloggiamenti, […], ritornò tra i Bruzzi, più simile ad uno che fugge che ad uno che si mette in marcia.

Vedremo che il territorio dei Pentri non fu coinvolto nelle vicende che, dopo Canne, videro protagonista Annibale e il suo esercito nei territori della penisola italica centro-meridionale.

Dopo quanto esaminato, non esistono riferimenti storici e geografici sufficienti per localizzare l’antica Alliphae/Alife o Castello del Matese, l’insediamento di montagna, e il suo agro nel territorio dei Pentri stanziati a ovest, a nord e a est del Massiccio del Matese.

Un motivo della difficoltà degli storici e degli studiosi di localizzare la città di Allifae nel territorio dei Caudini potrebbe essere spiegata da ciò che scrive Salmon: Evidentemente, i Romani erano decisi non solo ad annientare lo stato tribale dei Caudini, ma anche a sradicare definitivamente ogni senso di solidarietà tribale con i popoli affini della zona più a est; ma crea qualche dubbio allorquando, ricordando la localizzazione dei municipi dopo la sconfitta degli Italici, scrive: A questi si possono aggiungere i luoghi che all’epoca di Strabone, Plinio e Tolomeo facevano da lungo tempo parte della Campania: Allifae, Caiatia, Telesia, Trebula e Venafrum.

I 3 storici citati da Salmon non permettono di localizzare Allifae nel territorio dei Caudini e neppure nel territorio dei Pentri.

Strabone (64 a. C. – 20 d. C. ? ) nella sua descrizione non diede alcun indizio per localizzare Allifae nella Campania, scrisse: Poi ci sono alcune località, fra cui Venafro, da cui proviene l’olio migliore. La città è situata su un’altura ai cui piedi scorre il Volturno che, dopo essere passato anche vicino a Casilinum, si getta in mare presso la città omonima. Aesernia ed Allifae sono città che un tempo furono sannite: la prima è stata distrutta nella guerra contro i Marsi, la seconda esiste ancora.

Città che un tempo furono sannite ?

Pentre, Irpine o Caudine ?

Aesernia, con certezza, era pentra e Allifae era Caudina.

Strabone non dà notizie di Caiatia, pertinente ai Caudini; ricordò Telesia, vicino Venafrum che stimò in modo generico città Sannita; ricordò Bovianum e Aesernia, città dei Pentri e Panna, ancora sconosciuta; seguì il ricordo di Beneventum e Venusia.

Plinio (23 – 79) ricordò gli Allifani quando illustrò: Questa regione, a partire dal Tevere è la prima d’Italia secondo la divisione di Augusto. All’interno sono le colonie di Capua -detta così dalla pianura di 40 miglia in cui sorge- Aquino, Suessa, Venafro, Sora, Teano Sidicino, Nola; le città di Avellino, Ariccia, Alba Longa, Acerra, Alife, Atina, Alatri, Anagni, […], Suessola, Telese, Trebula Balliense.

Nella II regione augustea erano stati inclusi i territori che ci interessano: gli Irpini e i Caudini, Venafro, città pentra di confine, e i Frentani di Larino.

Nulla prova che Allifae possa essere considerata pentra.

Tolomeo (100-170 d. C.), citato da Salmon, ricordando il territorio de’ Sanniti [Abruzzo], non dà notizie precise per localizzare Alife nel territorio dei Pentri, scrisse semplicemente e in modo chiaro: Boiano Esernia Sepino Allifa Tutico Telesia Benevento Caudio.

In verità, Boiano Esernia Sepino erano città dei Pentri; Allifa Telesia e Caudio erano nel territorio dei Caudini, Tutico e Benevento in territorio Irpino.

Gli autori classici e la riforma augustea testimoniano la perdita dell’identità storica delle città fondate dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti voluta da L. C. Silla (138 – 78 a. C.).

Strabone: E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.

Ricapitolando quanto scritto da Salmon, erano città caudine UNICAMENTE: Calatia/Caiazzo, Trebula/Treglia/Ponteleone, Cubulteria/Alvignano, Telese, Saticula/Sant’Agata dei Goti e Caudium/Montesarchio; vivevano tra le montagne: monte Taburno e i monti Trebulani, nella valle dell’Isclero e lungo il tratto centrale del Volturno.

Dopo quanto esaminato, la città caudina di Alliphae/Castello del Matese e la città romana di Alifae si possono localizzare e identificare UNICAMENTE nel territorio dei Caudini. (vedi figura).

Salmon ha ignorato il confine a nord del tratto centrale del Volturno, ossia il Massiccio del Matese meridionale che domina/va la Valle Telesina dove si localizza San Salvatore Telesino, l’antica Telesia, e la moderna Telese, città in territorio Caudino; posta a ovest delle 2 località, distante poco più di 20  km., vi era/è Allifae/Alife: tutte poste a sud del Massiccio del Matese e a nord del tratto centrale del Volturno e della valle dell’Isclero.

La Valle Telesina. Telese (primo piano) ai piedi del monte Pugliano. San Salvatore Telesino (al centro) ai piedi della Rocca. Il monte Acero (in alto a destra). La Valle Alifana (in fondo). da https://www.anteprima24.it

Come potevano i Pentri essere localizzati sul versante sud del confine naturale rappresentato dal Massiccio del Matese dalle cui pendici iniziavano 2 valli contigue: la Valle Alifana a sud ovest e la Valle Telesina a sud est, confinante la prima valle a sud ovest con i monti Trebulani e la seconda valle confinante con il versante occidentale del monte Taburno stimato il confine naturale tra i Caudini e gli Irpini ? (vedi figura).

La bibliografia classica offre elementi utili per localizzare Allifae/Alife nel territorio Caudino, NON in quello dei Pentri, confermando la sua localizzazione in base alla descrizione di ciò che accadde nella penisola italica centro meridionale durante la presenza di Annibale e del suo esercito: MAI nel territorio dei Pentri.

Polibio, prima della battaglia di Canne (216 a. C.), ossia quando i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita erano alleati di Roma, scrisse: I Cartaginesi, devastate le località sopra enumerate, varcarono l’Appennino e, discesi nel territorio del Sannio (inteso degli Irpini e dei Caudini, n. d. r.), assai fertile e da lungo tempo immune da guerre, poterono disporre di tanta abbondanza di viveri, […]. Fecero una scorreria anche nel territorio di Benevento (Irpino, n. d. r.), colonia romana: presero fra l’altro la città di Venosa (in nota: da identificarsi forse con il moderno villaggio di Castel Venere; Livio XXII,13,1, invece di questa località, cita Telesia, centro sannitico a nord-ovest di Benevento.), priva di mura e piena di ogni sorta di provviste.

Annibale NON conquistò la città di Venosa, ma l’odierna Castel Venere, poco distante da Telesia; scrisse Livio: Annibale passò, attraverso il territorio degli Irpini, nel Sannio; saccheggiò il territorio beneventano, prese la città di Telesia.

Proveniente da Arpi, in Daunia, Annibale Passò attraverso il territorio degli Irpini, nel Sannio, ma il territorio degli Irpini era parte del Sannio; potremmo identificare il Sannio citato dallo storico con il territorio dei Caudini perché Telesia era, senza dubbio, città caudina.

Ergo, Annibale passò attraverso il territorio degli Irpini, dopo aver saccheggiato il territorio beneventano che era irpino, valicò il Taburno, entrò nel territorio dei Caudini e prese la città di Telesia/San Salvatore Telesino. (vedi figura).

 Annibale, prosegue Livio, mosse l’esercito verso la Campania per impadronirsi di Capua: lo indussero a dirigersi dal Sannio verso la Campania; da quale Sannio ?

Avendo occupato Telesia, era nel territorio del Sannio Caudino, teatro degli scontri.

Allifae era a pochi chilometri da Telesia, con certezza in territorio caudino, tanto da essere coinvolta nelle scorrerie dell’esercito cartaginese: Annibale discese nella pianura di Stellato attraverso il territorio di Alife, di Caiazzo e di Cales. (vedi figura).

Frattanto Annibale, fatto passare l’esercito attraverso il giogo, dopo avere assalito alcuni nemici proprio sul valico, pose gli accampamenti nel territorio di Alife.

Il giogo potrebbe essere localizzato nei pressi dei monti Trebulani: uno alla destra (est) passava per Caiazzo, l’itinerario di Annibale proveniente da Alife, diretto a Cales; l’altro (a ovest) potrebbe essere localizzato presso il giogo del monte Calligula dei monti Trebulani a nord di Cales, città dei Sidicini.

Quanto descritto accadde nei territori posti a sud del Massiccio del Matese, confine naturale tra le popolazioni dei: Pentri a nord, Caudini a sud e gli Irpini a sud ovest. (vedi figura).

Livio: Anche Fabio mosse il campo e, attraversato il passo sopra Alife, si fermò in un luogo alto e reso forte dalla stessa sua posizione.

Fabio, probabilmente, aveva preceduto Annibale e, prima che questi si accampasse nella pianura di Alife, aveva posto l’esercito a difesa del passo sopra Alife, accesso, attraverso il Massiccio del Matese, al territorio dei Pentri. (vedi figura).

Teatro degli scontri descritti da Livio. Via Appia (1). Via Venafro-Alife-Telese-Benevento (2).

 Livio: Allora Annibale, fingendo di dirigersi verso Roma attraverso il Sannio, ritornò, invece, nella regione dei Peligni per darsi al saccheggio; […].

Dalla terra dei Peligni Annibale ripiegò indietro la marcia e volgendosi verso l’Apulia giunse a Gereonio/Gerione, […]. Il dittatore pose un campo fortificato nel territorio di Larino.

Un trasferimento MAI avvenuto.

Questi spostamenti di Annibale descritti da Livio hanno suscitato dei dubbi a Salmon: Livio XXII, 18.6 sgg. Fa compiere ad Annibale una lunga deviazione attraverso il territorio dei Peligni, ma le sue stesse parole (< tum per Samnium Romam se petere simulare >) mostrano come egli confonda qui la marcia di Annibale nel 217 con quella del 211, quando effettivamente egli attraversò il territorio dei Peligni XXVI, 11.11).

Dopo la vittoriosa battaglia di Canne (216 a.C.), scrisse Livio: Passarono quindi ai Cartaginesi queste popolazioni: Campani, Atellani, Calatini, Irpini, parte dell’Apulia, i Sanniti tranne i Pentri, tutti i Bruzi, i Lucani, e oltre a questi gli Uzentini, quasi tutto il litorale greco, i Tarentini, quei di Metaponto, i Crotonesi, i Locresi e tutti i Galli cisalpini: avendo già nominato gli Irpini, per i Sanniti tranne i Pentri intende gli altri consanguinei tra cui i Caudini.

Annibale, scrisse Livio, tornò nel Sannio: chiamato nella terra degli Irpini da Stazio Trebbio, che gli prometteva di consegnargli la città di Compsa (Conza, n. d. r.) e dopo la presa di Capua  si erano alleati ai Cartaginesi: i Bruzi e gli Apuli, una parte dei Sanniti e dei Lucani, già citati in precedenza dallo storico latino.

Annibale, ricevuta la resa di Capua condusse l’esercito nel territorio di Nola, provocando la reazione del pretore Claudio Marcello che, scrisse Livio, si diresse a Caiazzo e di qui, varcato il fiume Volturno, passando per il territorio di Saticola e di Trebula, salito fino a Suessula, giunse a Nola attraverso i monti. (vedi figura).

 Livio ricordò: Fabio occupò con la forza le città di  Combulteria (Alvignano), Trebula (Treglia/Ponteleone)  e Austicola (?) che erano passate dalla parte dei Cartaginesi; ancora: Marcello, da Nola che occupava con una guarnigione, fece frequenti incursioni nel territorio irpino ed in quello dei Sanniti Caudini, mettendo tutto a ferro e fuoco per rinnovare il ricordo delle antiche sconfitte subite dai Romani nel Sannio.

Lo scenario degli scontri tra l’esercito di Annibale, vittorioso a Canne, e l’esercito Romano non mutò: i territori interessati erano quelli dei Campani, degli Irpini, ma soprattutto quello dei Caudini con le città di Telesia, Combulteria/Alvignano e Trebula/ Treglia/Ponteleone: erano stati alleati dei Cartaginesi.

Livio: […]; l’altro console, Fabio, si diresse verso il Sannio per devastarne i campi e riprendere con le armi le città che erano passate al nemico. Il paese di Caudio nel Sannio fu più di tutto devastato violentemente; i campi furono incendiati in lungo e in largo ricca; fu fatta ricca preda di bestiame e di uomini; le città di Compulteria, Telesia, Compsa, Fagifula (?) e Orbitanio (?) furono prese con la forza: per la 1^ volta si evidenzia l’esistenza del paese/territorio di Caudio pertinente al vasto territorio denominato SANNIO.

La città di Allifae per quale motivo dovrebbe essere localizzata nel territorio dei Pentri  se la città  caudina di Combulteria/Alvigno  dista in linea d’aria 8. 51 km. e la città caudina di Telesia dista 17. 40 km. e la città caudina di Caiazzo 16. 95 km. ?

Infatti, in una precedente citazione,  Livio aveva scritto che Annibale, fatto passare l’esercito attraverso il giogo, dopo avere assalito alcuni nemici proprio sul valico, pose gli accampamenti nel territorio di Alife, senza alcun impedimento per essere i Caudini divenuti alleati.

I Caudini, in base alle descrizioni degli storici antichi, avevano fissato i termini di confine dai popoli localizzati all’intorno, dando la preferenza alle montagne: i monti Trebulani, a sud ovest, li separava dai Sidicini; i monti Tifata li separava dai Campani a sud; il Partenio e il Taburno separava, a sud e sud est, il territorio Caudino da quello degli Irpini e l’imponente Massiccio del Matese, a nord e nord est, dove si localizzavano Allifae/Alife  e Telesia, separava gli Irpini e i Caudini dai Pentri. (vedi figura).

Livio: Annibale nel giorno in cui passò il Volturno pose l’accampamento non lontano dal fiume; il giorno dopo giunse nel territorio dei Sidicini; al di là di Cales. Qui si fermò un sol giorno per saccheggiare, indi condusse i suoi per la via Latina, attraverso i territori di Suessa, di Alife e di Cassino diretto nell’agro Fregellano. (vedi figura).

Per raggiungere la città di Alife Annibale, oltre alla via Latina, probabilmente utilizzò la via (?) che, staccandosi dalla via Latina dopo aver lasciato la cittàdi Venafro, in territorio dei Pentri, MAI attraversato o invaso dall’esercito Cartaginese, segue per un tratto il corso del fiume Volturno per raggiungere le città di Alife, di Telesia e di Benevento, capitale degli Irpini. (vedi figura).

La Viaanonima(? bianca tr.ta) dalla via Latina (bianca tr.ta), dopo Venafro raggiungeva  Alife, Telesia e Benevento. Itinerario di Annibale: dal territorio dei Sidicini, al di là di Cales, attraverso i territori di Suessa,  di Alife e di Cassino …. .

Annibale evitò sempre di attraversare il territorio dei Pentri, una popolazione da sempre fedele alleata dei Romani soprattutto dopo la battaglia di Canne.

Il territorio dei Pentri non offriva ai Cartaginesi la possibilità di applicare la loro tattica di guerra per utilizzare al meglio la loro arma migliora, la cavalleria, cui era indispensabile una vasta pianura.

Le pianure nel territorio dei Pentri si localizzavano nell’agro della città di Venafro, di Bojano, loro capitale e di Sepino; si caratterizzavano per essere circondate da montagne e colline sulla cui sommità erano stati costruiti centri fortificati (punti rossi) per la difesa del territorio con le sue vie rappresentate dai tratturi (vedi figura) e dalla principale via consolare Minucia, per le rapide comunicazioni visive con le popolazioni confinanti.

Territorio dei Pentri (confine linea nera tr.ta). Tratturello AlifeCampochiaro (linea tr.ta).                                                                                            

Il territorio dei Pentri e le sue fortificazioni (punti rossi).

Il territorio dei Pentri svolse un’importante funzione di < cerniera > tra Roma e l’Apulia dove più volte Annibale affrontò i Romani. (vedi figura).

Livio dapprima ricordò l’aiuto vittorioso portato da Numerio Decimio, cittadino pentro di Boviano/Bojano, all’esercito romano accampato nei pressi di Gereonio/Gerione in territorio dei Frentani; fu l’unica vittoria dei Romani prima della gravosa sconfitta di Canne: per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano ottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Dopo Canne, mentre l’esercito Cartaginese spadroneggiava nei territori Irpini, Caudini, Campani etc., Livio ricordò che nel territorio di Boviano/Bojano era accampamento una parte dell’esercito romano: Notizia di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano. (vedi figura).

La centralità del territorio dei Pentri e gli Itinerari di Annibale. (linee tratteggiate  gialla).

Da quanto esaminato, NON esiste UNA fonte bibliografica che possa sostenere la localizzazione della città Caudina di Alliphae/Allifae/Alife nel territorio dei Pentri.

Oreste Gentile.

 

 

PAPA CELESTINO V. LA CHIESA E LA CARTA STAMPATA I DEPOSITARI DELLA VERITA’ ?

maggio 19, 2018

Celebriamo oggi, sabato 19 maggio 2018, S. Celestino V papa, al secolo Pietro di Angelerio, nel giorno della sua morte avvenuta sabato 19 maggio 1296, nel castello di monte Fumone, all’età di 87 anni, essendo nato lunedì 29 giugno 1209.

In quale località ?

                                      UNA DOMANDA SENZA UNA RISPOSTA.

Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Il giorno 13 maggio 2018 è stata celebrata la 52ma Giornata delle Comunicazioni sociali. Tema: Notizie false e giornalismo di pace, e, come sempre, la Chiesa ha invitato i fedeli a pregare: Perché gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione nel raccontare il mondo che li circonda siano sempre  attenti e rispettosi della verità e della dignità di ogni persona…. .

Come spesso accade, sono pochi gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione che rispodono all’invito della Chiesa e, a volte, sono gli stessi uomini di Chiesa a < predicare bene e razzolare male >.

Una vicenda che si trascina da secoli: l’identificazione del luogo di nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio (per brevità non esamireremo l’anno della nascita, il cognome dei genitori, lo stato patrimoniale e la sua presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294).

Cosa hanno scritto gli uomini di Chiesa in merito al luogo della nascita di Pietro di Angelerio ?

Dimostrano indifferenza alla secolare polemica, tanto da scrivere nell’anno 2009, in occasione della celebrazione dell’VIII centenario (1209-2009) della nascita di papa Celestino V: Cari fratelli e sorelle, noi Arcivescovi e i Vescovi dell’Abruzzo e del Molise siamo lieti di annunciare che a San Pietro Celestino V viene dedicato uno speciale anno giubilare dal 28 agosto 2009 al 29 agosto 2010 in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215.  Le diocesi del Molise sono tutte coinvolte, essendo S. Pietro Celestino compatrono del Molise. Pietro Angelerio è nato nel Molise, è stato a Faifoli (Montagano) come chierico e come abate. La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia.

Perché evidenziare La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia e citare UNICAMENTE la città che da secoli ne rivendica la nascita ?

Perché ricordare la secolare polemica e giustificare l’atteggiamento dellaChiesa dichiarando: Oggi discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi (uomini di Chiesa, n. d. r.) queste cose interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita.

Si < lavano le mani > come Ponzio Pilato, poi esprimono pareri contrastanti tanto da confonderel’ignaro con queste dichiarazioni:1. nacque nel Molise2. nasce in terra d’Isernia, nel Molise; 3. il luogo di nascita è conteso tra Sant’Angelo Limosano e Isernia. Non entriamo nel merito ma di certo sentiamo molto fondato il sito di Sant’Angelo Limosano, perché quel paese meglio giustifica la sua presenza giovanile presso il monastero di Faifoli. 4. La ininterrotta tradizione locale, suffragata anche da autorevoli storici dell’ordine celestiniano, vuole nato in terra d’Isernia. 5. Hanno perfino dato la loro < benedizione> a una nuova località in provincia di Caserta che in tempi recenti si è candidata per rivendicare la nascita del papa molisano.

                                                  PIATTO RICCO MI CI FICCO.

Ignoro cosa sia stato scritto nell’Annuario Pontificio dell’anno 2018,ma nell’edizione dell’anno 1997, era scritto: S. Celestino V, n. a Isernia, Pietro del Morrone;  mentre nella edizione dell’anno 1998S. Celestino V, del Molise, Pietro del Murrone: MOLISE indica tutto il territorio del regione, ergo papa Celestino V potrebbe essere nato in uno dei suoi 136 comuni, ma le biografie ricordano che nacque in un castrum,  mentre Isernia era una civitas ed entrambe si localizzavano nel comitatus o conteadi Molise.

                              “CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE … INTENDA”.

Così agiscono gli uomini di Chiesa.

Per come agiscono i giornalisti, esaminiamo un articolo pubblicato da un noto quotidiano del Molise il 13 aprile dell’anno 2008.

Il redattore (ne ometto l’identità per non offrirgli una “gratuita pubblicità”), esordisce, sic et simpliciter: L’iserniano Celestino V.

ISERNIANO (agg.vo-sost.vo masch.)  ?

La documentazione archeologica, numismatica e letteraria lo SMENTISCE.

Gaio Plinio Secondo il Vecchio (23 – 79 d. C.) in Naturalis Historia (libro III, 107) ricordò gli Aesernini.

Non male come premessa dell’articolo !

Il redattore, cicero pro domo sua, ha citato correttamente Platina (1421-1481), il cui vero nome era Bartolomeo Sacchi, abbreviatore [Enciclopedia Treccani: Nel Medioevo, denominazione (lat. abbreviator o breviator) degli ausiliari dei notai e, dal sec. 14°, degli impiegati della cancelleria pontificia che facevano estratti delle suppliche ricevute e stendevano le minute delle bolle e dei brevi pontifici.] di alcuni pontefici e fu direttore della Biblioteca Vaticana; la sua pubblicazione principale fu un breve trattato di gastronomia.

Con superficialità e leggerezza, senza un’approfondita ricerca bibliografica, ignorando quanto tramandato dai primi biografi del papa molisano, nell’anno 1479 Platina scrisse una breve: De vitis Pontifici: Celestino Quinto, chiamato prima Pietro da Morone, fù de Isernia e visse heremita in un luoghetto solitario due miglia lungi da Sulmona.

Chi furono i primi biografi di papa Celestino V, ignorati da Platina e dal diligente redattore ?

Il cardinale Jacopo Stefaneschi, circa 200 anni prima di Platina, tra il 1296 e il 1314, a pochi anni dalla morte (1296) di Celestino V, nel suo Opus Metricum aveva ricordato, riferendosi al luogo di nascita: Est locus Aprutii, cui profert accola nomen Molisium, patria huis: quonda vel parte Laboris Terrae.

                                               IGNORATA ISERNIA.

Il frate F. Francisci Pipini (1270-1328), bolognese scrisse nel Chronicon: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam provinciae Terrae-Laboris, vocatus prius Frater Petrus de Murone.    

                                               IGNORATA ISERNIA.

TRE biografie denominate Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306), ma la Vita C è stimata la più attendibile perché scritta da Bartolomeo da Trasacco e Tommaso da Sulmona, DUE dei discepoli più cari che stettero accanto a Pietro di Angelerio fino alla morte, ricordando il primo monastero frequentato dal giovane Pietro, scrissero: quod vocatur Sancta Maria in Fayfolis quod erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

Il monastero era nella provincia oriundus (di nascita) e Santa Maria in Faifoli dove fu ospite per il noviziato, è poco distante da Sant’Angelo Limosano.

                                                IGNORATA ISERNIA.

Per brevità, ricordiamo i biografi che scrissero PRIMA di Platina:

Guidonis (12611331) vescovo francese, fu dello stesso parere di Pipini.

                                                IGNORATA ISERNIA.

La Bolla di Canonizzazione (1313), ricordò: la Provincia di Terra di Lavoro, omettendo comitatus Molisi che era la denominazione di un unico Justitiariato nel regno di Napoli; proseguendo, il testo della Bolla ricordò erroneamente: Hic Fr. Petrus de Morone antea dictus, natione Apulus Monachu.

                                                 IGNORATA ISERNIA.

Natione Apulus scrisse anche Petrus de Alliaco, cardinale francese (1326 – 1415).

                                                  IGNORATA ISERNIA.

Tra gli anni 1471- 1474, Stefano di Lecce, celestiniano e professore di sacra teologia,

IGNORATO dal Platina che aveva scritto nel 1479 (circa 8-5 anni dopo) e dal redattore dell’articolo in esame, nella Vita del Beatissimo Confessore Pietro Angelerio scrisse: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado del Molise, vicino Limosano. […] si chiamava Santa Maria del Molise (corruzione di Faifoli, n. d. r.), vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.

                                                      IGNORATA ISERNIA.

Lelio Marini, Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto scrisse la biografia San Pietro del Morrone già Celestino Papa V (1630), composta di 550 pagine e a buon diritto, può essere stimata la più completa per la ricchezza delle descrizioni storiche, geografiche e religiose.

Nella prefazione alla sua opera, Marini citò tra i biografi di Celestino V, anche Dionigi Fabro Francese, di cui non ho trovato altre notizie, mentre il redattore dell’articolo ricorda tale Fabbro, assertore dell’origine isernina di papa Celestino V.

MARINI ricordò che alla sua epoca (XVII sec.) si era diffusa la notizia: La patria del Santo secondo l’opinione volgare fù Esernia antica & illustre città dei Sanniti, ma aggiunse diligentemente: Altri scrittori non di meno hanno lasciato memoria, che il luogo dove nacque Pietro, fu un castello chiamato Sant’Angelo: così hanno alcuni Manoscritti antichissimi, la prima parte de i quali si professa nel prologo, che fù lasciata scritta di propria mano da un Monaco di Santa vita discepolo del Santo & si hà che fu il Beato Roberto de Sale. Et dal trattato, che scritto di mano del Santo medesimo delle cose passate nella sua fanciullezza & nei primi anni della sua conversione, fù trovato nella Cella di lui.  (segue un riferimento a quanto scritto dal cardinale Giacomo Caitano che citò un luogo chiamato Molisi e alla bolla di Canonizatione, già esaminata).

                                                            CAPITO ?

Marini 1630, quale scopo aveva per accreditare la nascita di papa Celestino V al castrum dell’odierno Sant’Angelo Limosano e non alla civitas di Isernia ?

Alcuni anni  dopo Marini, Ciarlanti 1640 (citato dal redattore) Telera 1648, Spinelli 1664, il Bullari Romano 1741, Celidonio 1896, senza indizi, indicarono la civitas di Isernia.

Il redattore dell’articolo evidenzia la pubblicazione nell’anno 1894 di un volume straordinario in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita.

In verità, in verità a tale proposito, vale la pena esaminare quanto scrisse Grano nell’anno 1996: La Bolla fu esibita per la prima volta da Celestino Telera nel 1648, il quale così la inserì nella sua opera: “” Nacque Pietro detto del Morrone nell’anno di nostra salute 1215, sotto il pontificato d’Innocenzo III, in Isernia, città dei Sanniti; benchè altri, quanto alla patria, diversamente, ma senza appoggio di vere ragioni, stimassero; poiché negli antichi Officij della Chiesa e nella vita di lui, scritte da più gravi Autori leggiamo esser’egli nato in quella città. Il che si fa molto più chiaro da un editto del 1289 (che si trova appresso què cittadini) in cui Roberto Vescovo di Isernia, eresse una Compagnia di persone devote per impiegarle in esercitij di carità verso gl’infermi e peregrini “”.

Il testo della Bolla, ricorda: Nos Robertus, Dei gratia yserniensis, […] religosi viri fratris Petre de Murrone huius civitatis Ysernie civis […]. Actum Ysernie anno Domini Millesimo ducentesimo ottuagesimo nono, primo Octubris, terti anno secundo.e Indictionis, Pontificatus Nicolay Pape quarti. (1° ottobre 1289).

Il redattore esprime un proprio giudizio sul testo della pergamena, affermando: in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita: in verità, Petre de Murrone fu ritenuto civitate Ysernie civis, ovvero semplicemente cittadino della città di Isernia, non nato o nativo di Isernia: la cittadinanza si acquisiva e si acquisisce trasferendosi dal luogo di nascita in un’altra località (di residenza); dove era scritto, come afferma il redattore, la data di nascita di fratris Petre de Murrone ?  

                                                          MISTERO.

Il MISTERO infittisce sulla esistenza della Bolla: SOLO Telera aveva trovato NON l’originale, ma una COPIA del XVI secolo di cui si ignora la provenienza; pertanto l’avrebbe potuta compilare lo stesso Telera.

Le sorprese non mancano e il giallo è sempre più avvincente.

Il Santo Giovanni Paolo II fu tratto in errore dal suo entourage che gli aveva scritto il discorso, ricordato dal redattore nel suo articolo, pronunciato il giorno 16 novembre 1996 in occasione della visita dei pellegrini non solo della diocesi di Isernia-Venafro con il vescovo mons. Gemma, come ha evidenziato il redattore presente all’evento; perché non ha ricordato anche la presenza dei fedeli della diocesi di Trivento con il loro vescovo mons. Santucci ?

                                                          MISTERO.

Avendo visionato la registrazione dell’evento, riassumo quanto ci interessa: il vescovo di Isernia-Venafro esordì rivendicando al capoluogo della sua diocesi la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angeleni; il Santo Papa, leggendo con molta fatica a causa della salute precaria quanto scritto da altri, rispose: Cari pellegrini di Isernia-Venafro, in questi tre anni di celebrazioni centenarie celestiane a ricordo dell’elevazione al sommo Pontificato dell’iserniano Pietro da Morrone, divenuto Celestino V, e dell’anniversario della sua santa morte […] .

E’ bene evidenziare che nel momento stesso in cui furono pronunciate queste parole, mons. Santucci, vescovo di Trivento, seduto tra il Pontefice e mons. Gemma, subito si volse verso il collega isernino per un commento di cui ignoro il contenuto: un suo giudizio sul termine iserniano o sulla nascita di Pietro di Angelerio nella città di Isernia ?

                                                              MISTERO.

Mons. Santucci (al centro) si rivolge a mons. Gemma. La mantellina bianca del Santo Giovanni Paolo II, seduto alla sinistra del vescovo della diocesi di Trivento. (immagine TV Telemolise).

Il redattore ha dato all’evento GRANDISSIMA importanza, al punto da scrivere: Questo basta e avanza per mettere a tacere qualche “ugola solitaria”.

Il finale dell’articolo è sorprendente.

Il redattore scrive: Conclusione: documenti interessanti ed ancora inediti sono custoditi nella biblioteca di Montecassino. L’associazione “La Fraterna” a breve inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

Correva l’anno 1998, mese di Aprile; SIAMO nell’anno del Signore 2018, giorno 19 maggio, san Celestino V papa: I MEMBRI de L’associazione “La Fraterna” HANNO DIMENTICATO hanno dimenticato di inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti o SI SONO PERSI NEI LUNGHI CORRIDOI DELLA BIBLIOTECA MONUMENTO NAZIONALE DELL’ABBAZIA DI MONTECASSINO o i documenti interessanti ed ancora inediti NON SONO MAI ESISTITI ?

                                                           MISTERO.

Dopo 10 anni, siamo in attesa della pubblicazione dei documenti interessanti ed ancora inediti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

E GLI UOMINI DI CHIESA CONTINUANO A FARE TIFO PER LA CITTA’ DI ISERNIA o per la TERRA DI ISERNIA.

                                                            AMEN.

Oreste Gentile.

 

LE “TAVOLE EUGUBINE” e LA “TAVOLA OSCA” di CAPRACOTTA/AGNONE SCRITTE DAI SOLDATI DI ANNIBALE

maggio 11, 2018

Prima che dall’anno 2012 si diffondesse la < sindrome viteliù >, dall’anno 1990 nel Molise si era diffusa la       < sindrome battaglia di Canne > che modificava radicalmente le nostre conoscenze: la battaglia di Canne, che TUTTE le fonti classiche hanno sempre ricordato avvenuta presso il fiume Ofanto in territorio Dauno, sarebbe avvenuta presso il fiume Fortore in territorio Pentro; la millenaria cultura del popolo dei Pentri sarebbe stata influenzata dalla presenza dei disertori dell’esercito Cartaginese in cui erano presenti mercenari: iberici, celti, i frombolieri delle Baleari, i cavalieri Numidi, gli Spagnoli e gli Africani.

Questo preambolo è utile per esaminare quanto è stato illustrato da un articolo/intervista di un noto quotidiano molisano pubblicato il 29 aprile u. s. .

Nella pagina dedicata ad Agnone Alto Molise, si afferma che i templi edificati dai PENTRI, popolazione di origine (XI-IX sec. a. C.), Safina/Sabina/Sabella/Sannita furono costruiti da maestranze punico-molisani, del II sec. a. C. e che La Tavola (detta osca trovata nel territorio di Capracotta, n. d. r.), evidenzia la stessa in-congruenza del toro-bue e dei templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà.

In verità, i più importanti templi scoperti in alcuni centri del territorio dei PENTRI, restaurati e studiati, testimoniano che:

VENAFRO esisteva un santuario frequentato già dal IV sec. a. C..

VASTOGIRARDI, Il tempio fu costruito tra il 130-120 a.C..

mmmm

PIETRABBONDANTE, nella seconda metà del IV sec. a. C. iniziò la frequentazione del santuario per diventare nei secoli successivi e fino alla disfatta degli Italici nella guerra sociale (I sec. a. C.) il loro luogo di culto preminente.

 

SCHIAVI D’ABRUZZO: Il santuario presenta due grandi fasi edilizie: alla prima, da porsi alla fine del III o agli inizi del II sec. a.C., […] appartiene il tempio maggiore; alla seconda fase, risalente agli inizi del I sec. a.C., da riferirsi una ristrutturazione che ha comportato l’ampiamento dell’area sacra, con conseguente innalzamento del livello pavimentale, per la costruzione di un secondo tempio con relativo altare.

CAMPOCHIARO, la frequentazione del santuario è testimoniata da materiale votivo datato seconda metà del IV-prima metà del III sec. a. C..

SEPINO, il santuario ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.. Tali reperti si riferiscono alle pratiche di culto che avvenivano nel santuario ed alle attività connesse con il santuario stesso, inteso sia come luogo di preghiera che come luogo in cui si favorivano e si facilitavano incontri e scambi. I materiali più antichi sono prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. (vedi figura ).   

L’area del santuario

SAN GIOVANNI IN GALDO, una frequentazione cultuale è attestata, dal materiale votivo, già alla fine del III-inizi del II secolo a.C. precedente quindi alla sistemazione monumentale che è da datare tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. e continua fino al III secolo d.C. quando si avrà l’abbandono definitivo dell’area. (vedi figura).

L’area del tempio.

 Quanto esaminato e divulgato dalla Soprintendenza Archeologica del Molise, SMENTISCE l’affermazione: templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà, NON CORRISPONDE ALLA VERITA’ STORICA E ARCHEOLOGICA.

Ma quali templi punico-molisani !

Il popolo dei PENTRI, dopo la definitiva conquista da parte dei Romani della loro città madre, la capitale Bovaianom nell’anno 305 a. C., godevano di “sovranità limitata”, ma persero i territori pertinenti alla praefectura di Venafrum (anno 290 a. C. ?) e alla colonia latina di Aesernia, istituita nell’anno 263 a. C..

I punici e i molisani costruirono i templi così detti italici ?

I punici militavano in un esercito che, alleato con alcune delle popolazioni cosiddette italiche, fatta eccezione dei PENTRI, avevano un unico scopo: abbattere il potere di Roma; i molisani solo dall’anno 1142 sarebbero stati protagonisti nella STORIA.

La STORIA ricorda nell’anno 218 a. C. il passaggio delle Alpi da parte dell’esercito di Annibale e la sua presenza in Italia si protrasse fino all’anno 204 a. C. (totale circa 14 anni), quando fu richiamato in Africa.

TUTTE le fonti antiche, ricordando i percorsi dell’esercito cartaginese in lungo e in largo per la penisola italica, non documentano la sua presenza nel territorio dei PENTRI, infatti è sempre bene ricordare, fu l’unica popolazione di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita fedele alleata di ROMA. (vedi figure. Per saperne di più, articolo Annibale nel territorio dei Sanniti/Pentri ? in molise2000.wordpress.com).

 Gli itinerari dell’esercito cartaginesi tramandati da Tito Livio hanno sempre escluso il territorio dei PENTRI. (vedi figure).

Come i punici avrebbero potuto costruito dei templi in un territorio che MAI avevano attraversato e MAI avrebbe dato loro ospitalità per essere stati, i PENTRI, sempre ostili nei loro confronti ?

E’ a dir poco DELIRANTE quanto si legge nell’artico/intervista: […]. Il che fa pensare (dopo un lungo preambolo dell’intervistatore che probabilmente IGNORA la STORIA, n. d. r.) che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

L’esercito di Annibale aveva vinto a Canne e giudico impossibile, sulla base degli Storici di ogni epoca, che i vincitori non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: quanto mai nella Storia di tutte le  guerre sono i vincitori ad abbandore il loro esercito vincitore ?  (scusate il gioco di parole).

Dopo lo scontro vittorioso di Canne, l’esercito di Annibale spadroneggiava nei territori dell’Italia meridionale, ma non nel territorio dei PENTRI; addirittura si arricchì dell’alleanza con: CampaniAtellaniCalatini, i Bruzzi, i Lucani, gli Uzentini, i Tarentini, quei di Metaponto, i Crotonesi, i Locresi e tutti i Galli cisalpini.

Se ci siano stati disertori, la Storia ricorda quelli presenti nell’esercito romano sconfitto.

Livio scrisse: tuttavia, né le disfatte,  le defezioni degli alleati ebbero la forza di spingere i Romani a pronunciare in nessun luogo mai la benchè minima parola di pace.

L’esercito di Annibale era composto prevalentemente da mercenari il cui unico scopo era il bottino che spettava loro dopo ogni la vittoria.

Con la vittoria dell’Aufido-Ofanto, Tito Livio scrisse: Cartaginesi raccolsero qui un’ingente preda. Al di fuori dei cavalli e degli uomini e di quella quantità d’argento che si trovava nel campo, tutto il resto fu abbandonato al saccheggio !

Per saccheggio s’intende quell’azione militare che mira a depredare e ad acquisire bottino portando allo stesso tempo lo scompiglio e la distruzione, altro che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua, come riferisce l’articolo/intervista.

Romani e i fedeli alleati Pentri avrebbero permesso che nel loro territorio fossero ospitati dei nemici che, invece di nascondersi, si accoppiassero con le loro donne e si dedicassero alla stesura del testo della Tavola osca di Capracotta/Agnone, dopo avere già scritto: le Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.) ?

E’ bene ricordare che il territorio dei PENTRI, l’unica popolazione italica rimasta fedele alleata di Roma, la separava dai territori degli Apuli e degli Irpini dove spadroneggiava” l’esercito vincitore di Annibale in attesa di conquistare la città di Capua.

Tito Livio ricordò la presenza di un accampamento dell’esercito romano nei pressi di Bovianum/Bojano, capitale dei PENTRI: Notizie di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano.

Per coloro che IGNORANO quando furono “incise” la Tavola osca e le Tavole Egubine, è bene precisare: la prima fu rinvenuta in località Fonte del Romito, […], forse la più importante testimonianza dell’osco sannitico: si tratta di una tavola di bronzo (cm. 28 x 16,5), datata al 250 a. C. circa e attualmente conservata presso il British Museum di Londra, su cui sono presenti iscrizioni in lingua osca che citano 17 divinità sannitiche connesse con riti agrari.

Le seconde, Tavole Eugubine/Iguvine sono sette tavole di bronzo, […], alcune in alfabeto etrusco, altre in alfabeto latino contenenti un testo in lingua umbra, che è il più importante documento per lo studio della lingua e della civiltà umbre. Risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica. Contengono descrizioni di sacrifici e statuti di una confraternita sacerdotale, che è detta dei fratelli Atiedi. (Enc.dia Treccani).

Le due citazioni bibliografiche SMENTISCONO CLAMOROSAMENTE che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere la Tavola osca di Capracotta/Agnone se è stata stimata dell’anno 250 a. C. circa ?

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere le Tavole Eugubine se risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica ?

Invocare l’esegesi linguistica è stato quanto mai inopportuno: ammesso (e non concesso, recitava Totò) che i soldati Cartaginesi e i loro mercenari sapessero scrivere l’etrusco,  l’osco e il latino, come avrebbero redatto i testi delle 2 Tavole visto il loro arrivo in Italia nell’ anno 218 a. C., mentre la Tavola osca fu incisa nell’ anno 250 a. C. circa e le Tavole Eugubine in parte nel III sec. a. C., in parte nel II sec. a. C., tenendo ben presente che la redazione del testo originale è assai più antica e risalirebbe forse al I millennio a. C. ?

L’artico/intervista offre al lettore un’altra perla: Forse, anche la continuità con il passato, se Capracotta è l’antica Cominium sannita, Carovilli, l’introvabile Aquilonia e Pietrabbondante, la Bovianum vetus.

Fortuna per noi, l’articolo/intervista ha termine, altrimenti l’intervistato avrebbe stravolto tutta la Storia antica e localizzato nel territorio dell’Alto Molise, all’epoca territorio dei Pentri, per la gioia di chi è stato influenzato dalla < sindrome viteliù >, anche le località ancora IGNOTE di Volana, Herculanea e Palumbinum, mentre il restante territorio sarebbe stato una inospitale zona deserta ! (vedi figura).

Il territorio dei Sanniti/Pentri (nei confini gialli)

Oreste Gentile.

Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, conte di Boiano e la contessa di Catanzaro nel castello di Macchia d’Isernia ?

maggio 4, 2018

Il castello di Macchia d’Isernia gode l’ammirazione degli studiosi e dei visitatori; è singolare volere arricchire la sua Storia con avvenimenti mai accaduti.

 

E’ priva di fondamento la notizia pubblicata dal sito:

http://www.comune.macchiadisernia.is.it/storia-e-cultura/arte-e-monumenti/ilcastello/: […].  Intorno alla prima metà del 1100 l’edificio fu residenza di Clementina, figlia di Ruggero II il Normanno, re di Sicilia, che andò in sposa a Ugone di Molise.

Qualche studioso (sic) di recente ha divulgato la notizia della presenza in un periodo estivo del capostipite della famiglia Moulins/Molinis/Molisio, il conte Rodolfo, figlio di Guimondo (II), signore del castrum di Moulins, e di Emma.

Non esiste una fonte bibliografica che possa testimoniare la presenza del conte Rodolfo nel castello di Macchia d’Isernia in un periodo estivo ed è ampiamente documentato dalle cronache dell’epoca che non esisteva Clementina, ma Clemenza, contessa di Catanzaro: non era stata la moglie di Ugone di Molise; non era figlia di Ruggero II il Normanno, ma era figlia di Raimondo conte di Catanzaro e di Segelguarda.

Il conte Ugo (II), figlio del conte Simone, titolare della contea di Bojano, poi detta MOLISE dall’anno 1142, aveva sposato una figlia naturale di re Ruggero (II) di Sicilia e il re Ruggero (II) ebbe una relazione amorosa con la sorella del conte Ugo (II) con la nascita di Simone per ricordare il conte Simone, padre del conte Ugo (II) e dell’anonima figlia.

Con l’avvento di re Gugliemo I, Simone divenne titolare del principato di Taranto.

Il conte Ugo (II) morì nell’anno (o poco dopo) 1160, senza lasciare eredi.

La dinastia del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio.

 

La contea di Bojano-MOLISE nell’anno 1142.

 

Questo è quanto tramandano le cronache dell’epoca.

Oreste Gentile.         

I “CENTRI FORTIFICATI” NEL SANNIO PENTRO.

aprile 30, 2018

PREMESSA.

 Mura ciclopiche, dal dizionario Treccani on line: mura c., quelle costituite da macigni rozzi ed enormi, sovrapposti senza regolarità (anche dette poligonali o pelasgiche, perché gli antichi attribuivano le mura di alcune cittadelle micenee ai Pelasgi e ai Ciclopi).

Furono utilizzate nella costruzione dei terrazzamenti per vincere i dislivelli e costruire sul piano le abitazioni, per creare le aree da destinare alla coltivazione, per il controllo e la difesa del territorio.


La Regina (2013): Le fortificazioni megalitiche sono invece costruite con attenzione agli aspetti difensivi, facendo ricorso soprattutto all’asperità dei luoghi, senza impiegare maestranze specializzate nella lavorazione della pietra. Le mura si datano all’epoca delle guerre sannitiche (?, n. d. r.) e costituiscono un sistema organicamente predisposto per la tutela del territorio su iniziativa dello stato. Le mura sembrano quindi realizzate con il contributo obbligatorio di una parte della popolazione, specialmente degli individui soggetti alla leva militare e con il lavoro di prigionieri deportati ‘in lapicidinis’, seguendo le istruzioni di comandanti esperti di poliorcetica poco interessati all’eleganza della costruzione.

Di Stefano (2001), conferma l’importanza e la funzione dei centri fortificati costruiti nel territorio del Sannio Pentro: La sorveglianza avveniva attraverso il completo controllo visuale del territorio, la capacità, attraverso sentieri secondari, di intervenire velocemente nei confronti di un aggressore, e la possibilità di comunicare con le altre fortificazioni attraverso eventuali segnali luminosi. […].

Esistevano delle fortificazioni minori di cui Di Stefano scrive: Queste fortificazioni minori contornano le cime più grandi, creando un omogeneo sistema difensivo a guardia del territorio e dei suoi accessi. […].

Tutte le fortificazioni sono poste in maniera tale da essere visibili reciprocamente e la loro distanza non è mai superiore ai dieci chilometri dalle cinte contigue. E’ stata inoltre verificata la possibilità di comunicazione con cinte appartenenti a sistema difensivi di altre zone, tanto da poter parlare di un omogeneo sistema strategico “regionale”. […].

Ciò induce a pensare che questi sistemi fortificati non fossero limitati solamente alle aree che essi difendevano direttamente, ma fossero parte di una difesa più generale, che comportava collegamenti con cinte più lontane, non attinenti al contesto territoriale di appartenenza.

La posizione delle cime presso il massiccio del Matese, dislocate ad anello su tutti i lati del rilievo, costituisce un esempio lampante.

La pianura a settentrione del Massiccio del Matese. Il tratturo Pescasseroli-Candela (1) e il tratturello Matese-Cortile-Centocelle (2). I centri fortificati.

La funzione delle cinte, in mancanza di dati di scavo, si può dedurre solo dalla loro grandezza e posizione: le più piccole, apicale, si può ipotizzare avessero compiti esclusivamente militari (vedi il centro fortificato di monte Crocella di Bojano, n. d. r.). La loro frequentazione doveva essere limitata alle esigenze o alle stagioni. Le più estese […], oltre al controllo strategico del territorio, avranno ospitato insediamenti stabili o avranno avuto la funzione di rifugi in quota per la popolazione che viveva in “vicatim”.

 

LO STANZIAMENTO DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/PENTRI. 

Tra i secoli XI-IX a. C., uno dei gruppi di giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti protagonista della migrazione (ver sacrum), seguendo un bue, animale sacro al dio Ares/Mamerte/Marte, o un vessillo con il suo simbolo totemico, percorrendo dalla Sabina (pianura del lago Cotilia) le vie (tratturi) utilizzate dalle greggia per le stagionali migrazioni (transumana), giunsero e presero possesso della pianura posta a settentrione del massiccio del Matese, espandendosi fino ad occupa parte dei territori oggi pertinenti alle province di Chieti e L’Aquila, il territorio della provincia di Isernia e gran parte della provincia di Campobasso.

I percorsi dei tratturi più importanti dalla Sabina alla Daunia.

Fondarono la loro città madre, Bovaianom (osco)/Bovianum (latino)/Bojano, la capitale del nuovo popolo che si chiamò Pentri.

Il loro nome, scrive Salmon (1977), contiene la stessa radice del celtico pen-, <sommità>, il che implica che i Pentri erano un popolo di montanari. Essi popolavano il cuore del Sannio, la regione del Massiccio del Matese e le sue vicinanze, e le valli del fiume Trinius (Trigno) e Tifernus (Biferno).

Tutto fa pensare che fossero forti e temibili, la spina dorsale della nazione.

Un buon numero di essi era concentrato nella sola zona aperta del Sannio, oltre all’Irpinia, di una certa estensione, la valle dominata da Bovianum e Saepinum, attraversata da ovest verso est dal tratturo PescasseroliCandela e dal tratturello MateseCortileCentocelle.

 

Il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti PENTRI. I “popoli” confinanti. I fiumi.

Il territorio dei Sanniti/Pentri si caratterizza ancora oggi per la presenza dei centri fortificati (o, recinti) costruiti sulla sommità delle colline e delle montagne soprattutto con lo scopo di controllare e difendere gli insediamenti di pianura, le vie di comunicazioni, nonché di comunicare rapidamente tra loro con i raggi riflessi del sole, con il fumo e con il fuoco durante la notte.

I centri fortificati nel territorio dei Sanniti/Pentri.       

 

L’IMPORTANZA DEL CENTRO FORTIFICATO DI “MONTE CROCELLA” DI BOJANO.

Il centro fortificato che domina da sud la pianura di Bojano, scoperto nell’anno 1984, all’apparenza senza importanza per le sue dimensioni di circa 900 mq., posto sulla sommità di monte Crocella, già colle pagano, a 1040 mt. s. l. m., svolse un ruolo di primaria importanza nella Storia dei Sanniti Pentri.

 

Monte Crocella visto da nord.             Monte Crocella visto da sud.

Strada di accesso (a) al centro fortificato (b). Centro (c). Plan.tria                                                              

Sommità di monte Crocella. Muro di terrazzamento lato ovest.

Sommità di monte Crocella. Muro di terrazzamento lato nord ovest.

Muro di terrazzamento lato nord visto dall’alto.      Visto dal basso

Dalla sommità di monte Crocella furono scelti e fissati i < capisaldi di confine > con i popoli consanguinei: Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini; potremmo identificare il monte Crocella, già Colle Pagano, con il colle chiamato sacro ricordato da Diodoro Siculo (I sec. a. C.) e con il collis Samnius di Festo (II sec. d. C.): sacralità dovuta alla scelta e alla definizione dei confini del territorio dei Pentri. (vedi figura, procedendo da ovest verso est).

Dalla pianura dei Sanniti/Frentani di Larino, due dei <capisaldi > di confine con i Sanniti/Pentri: la cima Serra Guardiola mt. 669 (in lontananza a destra) e la cima Monte Cece mt. 697 (a sinistra).

Un’altra prerogativa del centro fortificato di monte Crocella o è propria di Bovaianom/Bovianum/Bojano, città madre, capitale dei Sanniti/Pentri, era la sua equidistanza dalle città madre, dalle capitali degli Irpini, Benevento; dei Caudini, Montesarchio; dei Campani, Capua (Santa Maria Capua Vetere) e dei Sidicini, Teano.

Inoltre era equidistante da Aufidena (Alfedena, 1), Aufidena romana (Castel di Sangro, 2), Montefalcone del Sannio (6). (vedi figura).

Fissati i confini del loro territorio, i Sanniti/Pentri iniziarono l’occupazione e la creazione dei loro siti sulle montagne, sulle colline e nelle pianure; tutto avvenne dopo il loro arrivo databile tra XI-IX sec. a. C.: potrebbero avere già trovato i centri fortificati, adattandoli alle loro esigenze di difesa, di comunicazioni o, come nel caso della fortificazione di monte Crocella di Bojano, utilizzarli anche per fissare i confini del loro territorio con quelli dei consanguinei loro confinanti.

I centri fortificati dovevano esistere già prima dell’VIII sec. a. C., considerando la scoperta di numerose necropoli dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti datate a quell’epoca ed esistevano certamente prima del VI-V sec. a. C. quando i Sanniti: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini, definiti Sanniti della montagna iniziarono l’invasione dei territori campani con la conquista della città etrusca di Capua (445 a. C.) e della città greca calcidese di Cuma (421-420 a. C.).

Appiano (95 ca.-165 d. C. ca.), descrivendo la guerra sociale, ricordò: Silla espugnati gli accampamenti di Papio Mutilo procedette a Boviano dove era il consiglio comune dei rivoltosi. Aveva la città tre fortezze e i Bovianesi si tenevano all’erta. Or questi spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potessero, significandone il fatto col fumo. Dato alfine questo segno, Silla attaccò di fronte il nemico, e combattendo per tre ore, potentissimamente presa la città. Tali sono le imprese di Silla in quella estate; con il giungere dell’inverno si recò a Roma per chiedere il consolato.

De Sanctis (Polverini, 1976): La città, che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianurainviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

Nell’anno 89 a. C. Silla aveva espugnato Bovianum/Bojano, la civitas sannitaromana costruita, dopo la conquista romana, nella pianura ai piedi della collina sulla cui sommità e lungo le sue pendici, con una serie di terrazzamenti, era stata fondata Bovaianom, la città madre, la capitale dei Sanniti/Pentri, oggi Civita Superiore di Bojano, che divenne l’acropoli della civitas di pianura.

Il centro fortificato di monte Crocella, da sempre utilizzato per comunicare con gli altri insediamenti sparsi per il territorio dei Sanniti/Pentri e dei loro confinanti consanguinei, dovrebbe corrispondere alla fortezza ricordata da Appiano o una delle acropoli ricordate da De Sanctis.

La 2^ fortezza corrisponde al già citato antico sito di Bovaianom, acropoli della Bovianum di pianura.

La 3^ fortezza si localizza e identifica con l’odierna contrada La Piaggia-san Michele, all’apice di una serie di terrazzamenti in mura megalitiche che iniziano dalla base della collina alla destra del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Guerra sociale. Planimetria della civitas Bovianum sannita-romana (giallo). 1. Bovaianom-acropoli. 2. Contrada La Piaggia San Michele. 3. Fortificazione di monte Crocella.

 

L’estensione della civitas sannitica romana Bovianum (nel tratt.gio gallo). L’acropoli (Bovaianom, nel tratt.gio rosso) . Il tratturo Pescasseroli-Candela. La via per la litorale adriatica.

 

1. L’acropoli (Bovaianom) della civitas sannitica romana Bovianum (giallo). 2. Terrazzamento La Piaggia-San Michele. 3. centro fortificato monte Crocella. Posizione dell’esercito di Silla di fronte alla civitas Bovianum.

 

  GLI ALTRI CENTRI FORTIFICATI DEI SANNITI/PENTRI.

La descrizione dei centri fortificati di cui esiste un’ampia documentazione, inizia da nord ovest e procede verso sud est, seguendo i percorsi dei tratturi che attraversavano e attraversano il territorio dei Sanniti/Pentri: PescasseroliCandela (7), Castel di SangroLucera (6), CelanoFoggia (5), AteletaBiferno (11); il tratturello MateseCortileCentocelle (15 e 8) ed i bracci SprondasinoCastel del Giudice (12) e PescolancianoSprondasino (13).

I percorsi dei principali tratturi.

 

I centri fortificati nel territorio dei Sanniti/Pentri.

                   

ROCCACINQUEMIGLIA. ALFEDENA. CASTEL DI SANGRO.

 Tre centri fortificati a difesa delle vie di accesso al territorio dei Sanniti/Pentri e per la comunicazione visiva con i vicini popoli consanguinei: Sanniti/Marsi, Sanniti/Peligni e Sanniti/Carecini.

Di Stefano evidenzia: L’importanza strategica della zona è, inoltre, testimoniata dalla presenza di tre importanti tratturi nel territorio di Castel di Sangro: il Lucera-Castel di Sangro, il Pescasseroli-Candela ed il Celano-Foggia. […]. La zona di Castel di Sangro costituisce punto di convergenza di una serie di tracciati di importanza primaria, che non potevano essere lasciati senza sorveglianza. […].E in effetti la funzione primaria che le tre fortificazioni svolgevano era la sorveglianza integrata dei tracciati e dei valichi d’accesso a nord ovest del territorio occupato dai Sanniti/Pentri.

Ingresso nord ovest (cerchio giallo) nel territorio del Sannio/Pentro con i tratturi: Celano-Foggia (5), Castel di SangroLucera (6) e Pescasseroli-Candela (7).

Le tre cime di Castel di Sangro, Alfedena e Roccacinquemiglia sono tutte a vista fra di loro, unite oltre che mediante la viabilità principale anche attraverso una serie di percorsi secondari. Le tre fortificazioni sono, come già detto, disposti su rilievi minori, tutti intorno ai mille metri di altitudine, ma in posizione di grande importanza strategica. […].

E’ stata verificata la possibilità di comunicazione con cinte appartenenti a sistemi difensivi di altre zone, tanto da poter parlare di un omogeneo sistema strategico “regionale”. Infatti, dalle cime più orientali (sic, n. d. r.) come Castel di Sangro o Roccacinquemiglia, è perfettamente visibile Monte S. Nicola, presso il comune di Capracotta, sede di un’altra grande cinta fortificata, e dalle Morge è possibile

trasmettere agevolmente segnali con la cinta di monte Cavallerizzo presso Vastogirardi. Le due cinte di Capracotta e Vastogirardi sono situate su rilievi molisani che costituiscono la spalla meridionale della valle del Sangro.

Distano circa quindici chilometri da Castel di Sangro e rivestono un’importanza strategica particolare in quanto sorvegliano gli accessi che da nord conducono verso il fiume Trigno e il comprensorio di Pietrabbondante.

I centri fortificati a difesa dei tratturi: Celano-Foggia, Castel di Sangro-Lucera e Pescasseroli-Candela, ingresso nord ovest del Sannio Pentro.

 

ROCCACINQUEMIGLIA.

 Di Stefano: Le fortificazioni di Castel di Sangro e Roccacinquemiglia, invece, occupano i rilievi presso le pendici meridionali dell’Arazecca: la loro presenza consente il controllo capillare dell’alta valle del Sangro e del valico del tratturo Celano-Foggia presso Castel di Sangro. La cinta fortificata di Roccacinquemiglia, situata circa 5 chilometri da Castel di Sangro, è catalogabile come una struttura “pluriapicale con vallecola interna”. La fortificazione corre sulla mezzacosta di tre rilievi dalla quota omogenea, intorno  ai 1150 m. con il circuito medio di 1500 m. La presenza all’interno delle mura, di uno spazio pianeggiante da un lato aumentava considerevolmente l’area intramuranea fruibile, quantificabile in circa 108.500 metri quadrati. […]. Lo spazio pianeggiante interno fa ipotizzare che la cinta ospitasse al suo interno strutture abitative stabili, necessitanti di spazi meno ristretti, rispetto a quelli offerti dai pendii.

Il monte Arazzeca visto dalla fortificazione di monte Crocella.

                                    

Planimetria e particolare delle mura.

 

ALFEDENA.        

Di Stefano: La fortificazione di Alfedena-il Curino è posta presso le pendici occidentali della cresta del monte Arazecca, presso il valico del tratturo Pescasseroli-Candela e la strettoia del fiume Sangro presso Barrea. […]. Sul valico della Forca, presso Alfedena, incombono non solo la già citata cinta del Curino ma anche la contigua cinta di Civitalta, da cui si ha il controllo completo dell’area. […]. La più nota è sicuramente quella sul monte Civitalta (quota 1190 m); le scarse evidenze rendono difficoltosa, a tutt’oggi, una precisa identificazione tipologica della cinta. […].

Il Curino, generalmente identificato con l’Aufidena sannitica, è una fortificazione definibile come “cinta pluriapicale con vallecola interna”. Il circuito delle mura, lungo circa 1750 m, cinge una serie di cime disposte parallelamente con orientamneto nord-sud.

Civitalta di Alfedena e la valle del Curino di Alfedena vista da Civitalta (Mattiocco).

 

1^ Planimetria Curino              e    Civitalta (Di Stefano). 2^ Plan.tria fortificazione Civitalta (Mattiocco).

              

Particolare della cinta poligonale del Curino di Alfedena (E. Mattiocco).

 

Traccia della fortificazione di Civitalta, verso SW. Particolare della cinta muraria di Civitalta (Mattiocco).

                  

CASTEL DI SANGRO (Aufidena romana).

Di Stefano: La cinta di Castel di Sangro è edificata su di un rilievo calcareo dalla conformazione molto particolare: il colle è caratterizzato da una cima allungata (quota 1004 m), lunga poco più di un centinaio di metri, la quale sul versante settentrionale si allarga fino a raggiungere gli 80 m. Le pendici di questo colle, molto diverse l’una dall’altra, costituiscono la sua peculiarità. Nel versante orientale il pendio ha un dislivello di circa 50 m. che separano la cima da una serie di declivi, oggi coltivati, che scemano dolcemente fino al fondovalle Sangro. Il versante nord

Il versante nord è quello più scosceso ed inaccessibile, con oltre 150 m di dislivello rispetto al corso del fiume Sangro.

Gli altri due versanti sono caratterizzati da piano scosceso, che partendo dalla cima scende di oltre 50 m di quota, ed è delimitato ad ovest ed a sud da un dislivello di circa 30 m. il che rendeva i due versanti assolutamente inaccessibili. Alle pendici meridionali di questo colle si trova il centro abitato di Castel di Sangro.

La cinta, che in alcune sue parti conserva tratti di murari imponenti, è stata variamente catalogata: si è parlato, sulla scorta delle ricerche, di inizio secolo, di una fortificazione con cinte multiple concentriche avvolgenti le pendici. La ricostruzione generalmente accettata è quella di una semplice cinta apicale, che munisce il ciglio tattico del rilievo. […]. La fortificazione si presenta come la congiunzione fra una cinta apicale ed una di pendio. La cinta “superiore” muniva la parte sommitale del rilievo di quota (1004 m), limitandosi a seguirne la conformazione. […]. La lunghezza complessiva della cinta superiore è stimabile intorno ai 700 m, e la su forma irregolare era dovuta alla conformazione irregolare del colle. […]. La lunghezza complessiva della cinta di pendio era di circa 550 m, per una lunghezza totale delle due cinte di circa 1250 m ed una superficie interna quantificabile intorno ai 61.750 metri quadrati.

Dell’Orto-La Regina, planimetria delle fortificazioni sannitiche di Castel di Sangro. Veduta dell’altura fortificata che sovrasta il centro abitato.

 

Mattiocco. Particolare della cinta muraria. Mura poligonali alle “Scale del Lupo”.

E. Mattiocco (1989) descrive l’assetto urbano della civitas Aufidena/Castel di Sangro: potrebbe affacciarsi anche l’ipotesi, comunque neppure in questo caso suffragata da alcuna prova obiettiva, di un prolungamento verso il basso del perimetro murario destinato, a somiglianza di quanto è documentato altrove (Bovianum, Lucus Angitiae), a racchiudere l’abitato vicano sottostante che, in epoca romana, assumendo decise connotazioni di tipo urbano, ebbe sicuramente un suo proprio apparato difensivo.

Da La Regina. L’insediamento fortificato di Lucus Angitiae/Luco dei Marsi.

 

1^ L’insediamento fortificato di Bovaianom/ Bojano. 2^ L’ insediamento fortificato di Aufidena/Castel di Sangro.

Luco dei Marsi alle pendici della fortificazione di Monte Penna.

 

Castel di Sangro alle pendici della fortificazione di Colle san Giovanni.

 

Bojano alle pendici della fortificazione di Civita Superiore, già Bovaianom. (foto https://bojanodavivere.it.).

 

MONTENERO VALCOCCHIARA.

 Fortificazione di Monte Castellano.

Mario Pagano-Michele Raddi (2006): L’estensione della cinta muraria è di circa 480 ml, racchiudendo un’area di circa 1, 5 ha con uno sviluppo medio altimetrico intorno ai 1000 m s.l.m.. […]. La fortificazione sembrerebbe rientrare nella tecnica edilizia di prima maniera del Lugli, e lo stato di conservazione della cinta per buona parte è discreto.  La funzione di questo insediamento è da collegare alla presenza di grande aree per il pascolo ed all’attraversamento  della zona di più tratturelli di collegamento ai pascoli d’altura, alle montagne del versante molisano e abruzzese, area Mainarde e della Meta. Inoltre, la fortificazione di Monte Castellano resta un avamposto formidabile per il collegamento anche con i centri sannitici dell’Abruzzo, come ad esempio Aufidena.

 

1^Località Madonna della Fonte. Veduta da Colle Castellano. 2^ Monte Castellano veduta aerea da ovest.

 

1^ Fortificazione di Monte Castellano. Particolare delle mura. 2^ Particolare della tecnica edilizia.

Fortificazione di Pozzo Dattone.

L’area racchiusa dalla cinta occupa una superficie di 1.50 ha, per una lunghezza lineare di circa 500 m. e probabilmente riveste il ruolo fondamentale di controllo di un percorso antico, che attraversa l’insediamento. […]. E’ stato eseguito un rilievo dettagliato del sito che ha permesso di evidenziare sulla sommità dell’altura, a quota 1.050 s.l.m., i resti di una piccola chiesa medievale.                                  

 

Planimetria.                                                   Montenero. Pozzo Dattone

              

RIONERO SANNITICO.

Centro fortificato di Castello, presso MontaIto. (E. Mattiocco).

Sorge nei pressi del tratturo Pescaseroli-Candela alla quota di 1199 mt.; il muro corre per circa 400 metri tutt’intorno alla sommità dell’altura seguendone la morfologia piuttosto irregolare, rasentando la cresta lungo il versante di NW, per poi piegare verso settentrione, flettere a gomito per discendere con una curva ad ampio raggio lungo il pendio orientale e risalire in quota verso occidente fino a chiudere un area di circa 8500 mq.

Planimetria del centro fortificato.   Particolare della cinta muraria.

 

Particolare del centro fortificato.

 

 SAN PIETRO AVELLANA.

La Regina evidenzia una recinzione minore, autonoma nella parte più elevata dell’altura della fortificazione di monte Miglio.

Dell’Orto-La Regina. Il monte Miglio. Planimetria del centro fortificato.

 

1^ Particolare della mura di cinta. 2^ da http://www.moliseexplorer.com particolare delle mura di cinta.

 

   CAPRACOTTA.

 La Regina: A sud di Capracotta, e a monte della strada che la collega con il bivio di Staffoli, la vetta del Monte Cavallerizzo (m 1524) è fortificata con un imponente tratto di mura in opera poligonale. La costruzione delimita, con andamento curvilineo nord-ovest-sud, uno spazio protetto naturalmente sul lato orientale dalla ripidità della montagna. L’area fortificata ha una superficie di oltre 27.000 mq., e ad essa si accede da una porta situata all’estremità occidentale. Non era certamente destinata a forme di insediamento permanente, ma aveva carattere prettamente difensivo.

Aveva comunicazioni visive con il centro fortificato di monte Miglio (m. 1350) di San Pietro Avellana, a sud est di monte Cavallerizzo, il monte Saraceno (m. 1212) di Pietrabbondante, a sud est, e il monte S. Nicola, a nord ovest, sempre in territorio di Capracotta. Dalla vetta del Monte Cavallerizzo, scrive La Regina, si può godere  una veduta straordinaria, amplissima, di tutto il Molise.

Dell’Orto-La Regina. Monte Cavallerizzo. Planimetria e particolare del centro fortificato.

Una seconda fortificazione si localizza su monte S. Nicola a quota 1517 mt..

1^ https://www.capracottatracking.com particolare della cinta muraria e 2^ Monte S. Nicola.

 

AGNONE.

 Da http://www.regione.molise.it/web/assessorati/bic.: In località S.Lorenzo sono venute alla luce numerose […]. Nella stessa zona sono visibili i resti di una fortificazione sannitica in opera poligonale.

1^ Planimetria da Studi sull’Italia dei Sanniti (2000). Agnone. Località San Lorenzo.

 

1^ https://www.pontelandolfonews.com    2^ Altosannio Magazine: Un tratto delle mura poligonali di San Lorenzo nel 1964 Foto A. La Regina

 

 

 BELMONTE DEL SANNIO.

 Da Terra e Cuore d’Abruzzo e Molise: […]. In epoca preromana l’area è abitata dai Sanniti che hanno lasciato traccia nella cintura fortificata in opera poligonale sul monte Roccalabbate ai cui piedi, nel 1027, viene fondata la Badia di Santa Maria della Noce. (vedi figura).

 

 MONTEFALCONE NEL SANNIO.

 E’ un errore identificare Montefalcone nel Sannio di cui ignoriamo l’antico nome con Marmoreas, corrotta in Maronea. (vedi articolo Montefalcone nel Sannio non è Maronea. Molise2000 Blog).

L’antico sito dei Sanniti/Pentri era posto a confine con il territorio dei Sanniti/Frentani (di Larino) e conserva sul monte La Rocchetta i resti di una fortificazione. (vedi figure).

1^ Planimetria fortificazione (La Regina). 2^ Localizzazione della fortificazione.

 

Montefalcone (CB): fortificazioni sannitiche (La Regina, 1989).

 

  PIETRABBONDANTE.

 La Regina (2013): Il monte che sovrasta il santuario sannitico di Pietrabbondante è stato denominato Caraceno nel secolo scorso ma il toponimo originale, Seraceno o Saraceno, è ben documentato dalla cartografia ottocentesca. La vetta è chiusa su due lati da mura megalitiche formate da blocchi di pietra non lavorati, visibili sul lato settentrionale e su quello occidentale. L’esplorazione è iniziata nel 1959 ed è proseguita negli anni successivi. Non ancora invaso dalla vegetazione, il tracciato della fortificazione era allora interamente riconoscibile sul versante occidentale per la lunghezza di 225 metri alla quota costante di circa 1180-1190 metri, con un andamento dettato dalla curva di livello; a tratti le mura si conservavano in elevato, come tuttora si possono vedere, e per il resto affioravano appena dal piano di campagna; lungo il loro allineamento era ben visibile il materiale lapideo crollato verso l’esterno dell’area fortificata. Saggi di scavo hanno consentito di misurarne lo spessore (m. 2,30) e di scoprire, alla distanza di 73 metri dall’estremità nord-occidentale, una postierla larga un metro, conservata per l’altezza di m. 1,60. L’estremità settentrionale del muraglione si congiunge con una roccia prominente; quella meridionale con una parete rocciosa molto scoscesa; la linea difensiva proseguiva con andamento ovest-est, quasi parallelo al tratto settentrionale sfruttando il forte dislivello della parete rocciosa fino al vecchio sentiero per Monte Lamberti, poi modificato da lavori per renderlo carrabile. Sul lato settentrionale le mura, solo in parte visibili, formano un angolo retto con quelle del versante occidentale e si estendono fino alla Morgia dei Corvi, un alto sperone roccioso, per la lunghezza di circa 850 metri scendendo dai 1200 ai 1000 metri di altitudine. […]. La restante parte della fortificazione è ricostruibile solo ipoteticamente riguardo alla posizione puntuale delle mura, ma in maniera abbastanza sicura per la conformazione generale e la dimensione approssimativa dell’area racchiusa: ne restano brevi tratti individuati con saggi di scavo soprattutto alla base della Morgia dei Corvi e tra questa e un’altra prominenza ubicata a ovest di essa. Sulla Morgia vi era una postazione di avvistamento con sostruzioni megalitiche; da qui la fortificazione doveva collegarsi con la roccia del Castello, per poi seguire un tracciato corrispondente all’attuale allineamento di case lungo il versante meridionale del Corso Sannitico e della Piazza Vittorio Veneto; doveva poi risalire verso la sommità del monte per saldarsi con la parete di roccia naturale presso il sentiero per Monte Lamberti. Nulla dimostra per ora che la sommità del monte fosse completamente circondata da mura ai margini di una cerchia più estesa come a Frosolone e a Cercemaggiore. […].

È comunque da escludere che il recinto fosse molto più ampio e che potesse includere la località Calcatello con il santuario. L’area fortificata aveva una forma lunga e stretta: si sviluppava per 1240 metri, con una larghezza non superiore ai 225 metri. Lo spazio interno non ha rivelato resti d’insediamento italico, né tracce di occupazione, accertate solamente sugli speroni rocciosi adibiti a posizioni stabili di avvistamento. […].

Un piccolo nucleo di sepolture comprendente anche alcune tombe a tumulo, databili tra la prima metà del V ed il III secolo a.C., è stato trovato casualmente nel corso di lavori alla Troccola fuori del recinto murario a una quota di circa 1050 metri. […]. Al momento presente non vi sono elementi per credere che l’area fortificata fosse stabilmente occupata da un insediamento, sia pure di modesta entità; sembra più probabile che essa sia stata creata per l’arroccamento difensivo, nei casi di necessità, delle comunità insediate in piccoli nuclei nel territorio circostante. La fortificazione svolgeva inoltre una funzione di controllo su un punto di passaggio obbligato, cioè sulla sella di Pietrabbondante e quindi sulla via che da nord a sud collegava la valle del Sangro con quella del Trigno.

Questa strada, che attraversava il santuario, faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, Guardiagrele-Comino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci-Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone. Un miliario di Montenerodomo (CIL IX 5974) dimostra che nel IV secolo d.C. vi era una strada che da Teate si dirigeva verso il Sangro nei pressi di Trebula (Quadri) donde si diramavano percorsi diversi. La prosecuzione verso Bovianum non divenne una ‘via publica’ romana, ma del percorso più antico restano tracce nella viabilità locale e nei sentieri abbandonati che tuttora collegano quei luoghi; se ne apprende implicitamente l’esistenza anche da Livio (IX 30-32) a proposito delle operazioni dell’anno 311 a.C. nel Sannio. Livio riferisce infatti che il console Giunio Bubulco Bruto dopo aver preso Cluviae avrebbe espugnato anche Bovianum. Alcuni non hanno voluto darvi credito, giudicando poco verosimile una penetrazione romana nella regione sannitica in epoca così alta, e supponendo che in luogo di Bovianum si debba intendere Iuvanum nei Carricini; questo sarebbe però da dimostrare e la forzatura della testimonianza antica non appare ammissibile. […].

Il fittissimo sistema di insediamenti fortificati (oppida) e di postazioni difensive di altura (castella) dimostra d’altra parte che le incursioni delle legioni romane difficilmente potevano essere respinte con azioni campali, e che l’arroccamento di abitati e di fortezze costituiva la forma di difesa più efficace. Le mura del Monte Saraceno, come quelle delle altre fortificazioni di cui sono costellate le alture del Sannio, sono costruite con blocchi megalitici informi e pietre di dimensioni minori per il riempimento degli interstizi. Il materiale veniva cavato a monte della costruzione e trascinato in basso per essere allineato secondo una quota costante, come sul lato occidentale, oppure con un andamento ortogonale rispetto alle curve di livello, come sul lato settentrionale. La fortificazione si avvaleva di pareti rocciose naturalmente scoscese, integrate, ove necessario con tratti artificiali, come sulla Morgia dei Corvi. […].

1. monte Saraceno. 2. Santuario    planimetria del centro              italico                                                    fortificato.

      

In nero l’allineamento delle fortificazioni megalitiche; in rosso il loro tracciato ipotetico basato sull’andamento orografico; in giallo le strade antiche.

 

1^ La Regina. La vetta del monte vista da sud-est, 1959. 2^ La terrazza a ovest della vetta, 1962.

 

1^ Il versante occidentale della fortificazione, 9 agosto 1962Mura sul versante occidentale, 1959.

 

1^ Postierla, veduta dall’esterno verso nord-est. 2^ Postierla, guancia settentrionale vista dall’interno delle mura, 9 agosto 1962.

 

1^. Postierla, guancia meridionale, vista dall’esterno, 9 agosto 1962. 2^. Postierla, 5 luglio 2012.

 

1^. Postierla 27 luglio 2007  2^. Mura sul versante settentrionale della fortificazione, 27 luglio 2009.

 

1^.  Mura sulla Morgia dei Corvi, 1961.            2 ^. La Morgia dei Corvi (in alto a destra).

    

CAROVILLI.

 Guide archeologiche Laterza (1984): A Carovilli, sul Monte Ferrante, in posizione strategica tra il tratturo Castel di Sangro-Lucera ed il tratturo Celano-Foggia, è ubicato un centro fortificato di notevole entità, con tracce di insediamento rappresentate da ceramica di IV-III sec. a. C. e da armi di ferro. Il monte è circondato da mura distribuite in alcuni tratti su diversi ordini con andamento parallelo. Sul versante meridionale esse si allineano su tre tracciati a distanza regolare di pochi metri.

   Dell’Orto-La Regina.

                                            

CHIAUCI.

 Da http://www.riservamabaltomolise.it/i-nostri-comuni/chiauci.html: È presente una fortificazione sannitica  sulla cima piatta di colle S. Onofrio [(IV secolo a.C.) ? n. r. d.]. La cinta muraria presenta tratti ben conservati e numerosi blocchi calcarei sovrapposti, con uno sviluppo complessivo di oltre 2400 metri. Le pietre che la compongono sono di grandi dimensioni, sbozzate a faccia vista e posizionate “a secco” (senza l’utilizzo di malta), con pietre di minori dimensioni utilizzate per il riempimento dei pochi interstizi tra un blocco e l’altro. Attualmente è ancora possibile leggere la presenza lungo i tratti murari di due porte di accesso, una delle quali ad apertura obliqua (porta scea). (vedi figure Dell’OrtoLa Regina).

 

CIVITANOVA DEL SANNIO.

http://www.softwareparadiso.it/ambiente/archeologia_caselle_civitanova.htm: I reperti sono tratti lunghi qualche decina di metri, poco oltre se ne vedono ancora, più brevi ma sempre a cingere un terrazzamento tra rocce e, ora, dentro un fitto bosco, ben poco accessibile se è vero che, dentro quell’area, si riesce difficilmente a trovare una strada per scendere a valle. Il fatto è che il sistema ha un lato, quello a nord, completamente chiuso da rocce alte decine di metri e a strapiombo, e sugli altri fronti i massi poggiati dall’uomo, a secco, pesanti anche una decina di quintali. La verità è che internamente ne sono stati visti un paio grandi più di due metri cubi ciascuno e, quindi, del peso che si aggira sulle quattro o cinque tonnellate per ognuno di essi

La tecnologia della costruzione. I massi, di forma non squadrata, erroneamente definiti poligonali, come altrove si dice in questo stesso sito, sono stati posti in opera a secco, come venivano trovati in natura. Essi bloccano i passaggi tra una roccia e un’altra. Alcuni sono rotolati a valle, come appare evidente e come si deduce dall’attuale altezza delle mura: poco oltre i due metri. Mentre dovevano essere almeno il triplo in origine a giudicare dalla funzione e, soprattutto, dalla presenza di fianco delle altezze naturali delle rocce fra cui s’incastravano. Unico modo per essere dissuasive verso un attacco nemico. Non si nota dovunque una pur minima lavorazione delle pietre. Come si dice anche in altre pagine, i costruttori dell’epoca non dovevano essere in possesso di attrezzature capaci di sagomare i massi o di spaccarli a renderli meno pesanti per il trasporto. Non si capisce per quale ragione avessero dovuto fare sforzi immani per spostare ciò che, a pezzi, poteva avere la medesima funzione, anzi si sarebbe potuto costruire con maggiore celerità e tecnica

Particolare delle mura sannitiche. L’altezza di questo muro è di circa 2 metri. Un altro tratto di muro di cinta, di fianco al precedente.

La tecnologia della costruzione I massi, di forma non squadrata, erroneamente definiti poligonali, come altrove si dice in questo stesso sito, sono stati posti in opera a secco, come venivano trovati in natura. Essi bloccano i passaggi tra una roccia e un’altra. Alcuni sono rotolati a valle, come appare evidente e come si deduce dall’attuale altezza delle mura: poco oltre i due metri. Mentre dovevano essere almeno il triplo in origine a giudicare dalla funzione e, soprattutto, dalla presenza di fianco delle altezze naturali delle rocce fra cui s’incastravano. Unico modo per essere dissuasive verso un attacco nemico.

 

PESCOLANCIANO.

Il territorio di Pescolanciano attraversato dal tratturo Caste di Sangro-Lucera, da ovest verso est, si caratterizza per la presenza di 2 centri fortificati: uno si localizza sulla collina di Santa Maria dei Vignali, a nord ovest, l’altro sul monte Totila, a sud del percorso tratturale.

Non lontano (vedi figura) si localizzano i centri fortificati di Carovilli, di Chiauci, di Civitanova e di Duronia, quest’ultimo in comunicazione visiva con la collina Civita Superiore di Bojano dove fu fondato il primo insediamento dei Sanniti/Pentri, Bovaianom/Bovianum, la città madre, la capitale. (vedi figura).

 Pagano-Raddi: Una delle più notevoli e ben conservate cinte poligonali del Molise è quella della collina di Santa Maria dei Vignali presso Pescolanciano, che domina per lungo tratto il tratturo Castel di Sangro-Lucera nel punto in cui esso incrocia un asse importante per la viabilità trasversale dell’area.

E’ costituita da due cinte, nella più esterna delle quali è stata scavata una monumentale porta, protetta da un leggero saliente della muratura e, a breve distanza dall’esterno, da un’ opera avanzata, costruita in fretta con tecnica più scadente e con blocchi appena sbozzati. Quella della sommità presenta un fossato ancora ben riconoscibile nel lato più esposto, che dovrebbe risalire all’epoca sannitica oppure essere stato realizzato solo in epoca medievale, quando la collina fu nuovamente occupata. (vedi figura La ReginaB. Di Marco).

 Della cinta  (vedi fig. sopra, n. d. r.) possedevamo finora un rilievo di B. De Marco. Essa racchiude un’area di circa 6 ettari.  I recenti rilievi effettuati con l’ausilio del GPS satellitare hanno evidenziato che la fortificazione copre un area di 2,2 ha. Per una lunghezza lineare di circa 770 m, con andamento medio altimetrico della cinta pari 920 m s.l.m.

Santa Maria dei Vignali. Particolare della fortificazione nei pressi della porta nord.

 

1^. Strada di accesso alla porta nord ovest della fortificazione. 2^. Particolare dell’ opera poligonale di seconda maniera. 3^. Particolare della porta nord ovest. 4^. Fortificazione sannitica, tratto nord nei pressi della porta.

Sul versante sud-ovest di Santa Maria dei Vignali, durante un sopralluogo effettuato da alcuni studiosi sono state scoperte alcune grosse cisterne con relativi canali di raccolta, ricavati direttamente nel banco roccioso. Ciò potrebbe indicare la presenza di un esteso abitato….

Per il centro fortificato di monte Totila, Franco Valente (2010), scrive: […]. E’ noto che le cosiddette rocche sannitiche sono frequenti nel territorio ed hanno sempre una consistenza muraria di grande rilevanza, ma è altrettanto certo che nel territorio esiste una miriade di piccoli recinti ben definiti da sistemi murari che, pur non avendo le caratteristiche delle difese ciclopiche, sembrano in grado di offrire una sorta di difesa .

Se ne trovano in grande quantità, per esempio, su monte Cesima (Sesto Campano-Presenzano) o comunque nelle zone di montagne aventi una particolare conformazione per la disponibilità non solo di vaste aree da destinare ai pascoli, ma anche di terreni da volgere ad attività agricole. Tra queste particolare interesse presenta quel monte che si chiama Totila e che è compreso tra i comuni di Miranda, Sessano e Pescolanciano. Esso, per la posizione particolare e per le caratteristiche morfologiche, si trova a costituire uno dei punti nodali del sistema sannitico […].               

1^. Monte Totila. 2^. Residui di cinte megalitiche su monte Totila. 3^. Residui megalitici su monte Totila. 4^. Residui di cinte megalitiche su monte Totila.

 

FORLI DEL SANNIO.

De Benedittis e Cecilia Ricci (2007): La fortificazione di Castel Canonico si pone nell’alta valle del fiume Volturno tra due antiche città romane: Aufidena al nord ed Aesernia al sud. […]. Il territorio di Forli è costeggiato da due tratturi: il Pescasseroli – Candela ad ovest ed il tratturo Lucera – Castel di Sangro ad est. Sono questi due percorsi, quelli tratturali e quello della valle della Vandrealla, a rappresentare nel tempo gli elementi di congiunzione tra Aufidena a nord ed Aesernia a sud.

Localizzazione della fortificazione di Castel Canonico-Forli del Sannio. 5. Tratturo Celano-Foggia. 6. Tratturo Castel di Sangro-Lucera.

 

Le mura di Castel Canonico delimitano un’area approssimativamente romboidale di circa 21.000 mq; il perimetro è di poco più di 600 m (612 m). Le dimensioni dei perimetri delle fortificazioni sannitiche variano: alcuni superano i 5 km, altri non raggiungono i 400 m per cui quella di Forli si colloca tra quelle piccole.

Le mura in alcuni tratti non hanno continuità in quanto utilizzano, quando c’è, la presenza della roccia affiorante, soprattutto sui lati scoscesi; è in particolare utilizzato questo sistema sui lati sud ed est, dove il pendio è molto ripido e quindi difeso già dalla conformazione naturale.

 

ACQUAVIVA D’ISERNIA.

Il sito http://infomolise.molisedati.it/sito/moligal.nsf dà notizia: Località La Spina, resti di fortificazione sannitica.

 

CERRO AL VOLTURNO.

Nel suo territorio esistono 2 centri fortificati su: Monte della Foresta e Monte Santa Croce.

Territorio di Cerro al Volturno. Monte della Foresta ( piano). Monte Santa Croce ( pian0).

Pagano-Raddi: La fortificazione sannitica di Monte della Foresta di Cerro al Volturno (IS) riconosciuta nel 1990, rappresenta una delle scoperte archeologiche più interessanti dell’area dell’alto Volturno.

Essendo una delle più modeste cinte murarie dell’area, per una lunghezza lineare di circa 100 metri e con un orientamento del tratto murario nord-sud, con esposizione sul versante est di difficile interpretazione archeologica, in quanto durante i rilievi sono emersi nuovi particolari sulla consistenza dell’insediamento e sulla sua funzione. L’Alta Valle del Volturno svolge un ruolo fondamentale nell’antichità come area attraversata da numerosi tratti viari con destinazioni differenti.

Monte della Foresta di Cerro al Volturno ha una posizione centrale rispetto ad un’area in cui il fiume Volturno rappresenta una difesa naturale dell’insediamento. L’altura è punto di incrocio di due importanti vie di comunicazioni, l’una verso l’Alto Sangro, l’altra verso Isernia attraverso Fornelli, dove nei pressi della località Acropoli nel Comune di Macchia d’Isernia si congiungeva ad una importante via proveniente da Colli a Volturno, versante sinistro del fiume Volturno, che a sua volta confluiva nella famosa via Romana, sul versante destro del fiume: viabilità importante, derivata dalla località Francesca nel Comune di Montaquila.

La visibilità per 360° da quota 964 n s.l.m.. sull’area circostante, permette l’avvistamento di numerose fortificazioni tra cui, Monte san Paolo, La Portella nel comune di Castel san Vincenzo (in nota: Fortificazione scoperta da Michele Raddi e Giancarlo Pozzo, poco conosciuta e studiata), la Romana presso Isernia e i centri fortificati dell’Alto Molise, questa caratteristica conferisce al sito un ruolo fondamentale per il controllo del territorio.

In primo luogo, la fortificazione, data la sua dimensione (vedi monte Crocella di Bojano, n. d. r.) poteva svolgere solo una funzione di difesa in modo molto limitato, in quanto proprio il versante est, quello esposto ad eventuali attacchi, è del tutto indifendibile, di facile accesso per il raggiungimento dell’insediamento posto a quota 994 m s. l. m., mentre quello ovest ha una conformazione geomorfologica accidentata, tale da rendere vano ogni eventuale attacco da quel lato.

 Dal Comune di Cerro al Volturno: Il primo insediamento ha origini sannite, come testimoniano i resti di questa civiltà emersi sulla vetta del monte Santa Croce, nel territorio comunale: resti di fortificazioni, tra cui una muraglia lunga circa 600 metri, larga circa 2,5 metri ed alta oltre i 3 metri.

Le mura megalitiche.

                                                                            

COLLI AL VOLTURNO.

Da Club Alpino Italiano. Sottosezione di Montaquila Sezione di “Valle del Volturno” Piedimonte Matese. Escursione del 15 novembre 2015: L’escursione si svolgerà nell’area del Parco Archeologico di Monte San Paolo dove si trovano le vestigia di un insediamento d’epoca sannita costituite dai resti di una poderosa cinta muraria e di una struttura adibita al culto.

Ciò non esclude una frequentazione del sito in età precedente (al 293 a. C. , n. d. r.); il complesso di Monte San Paolo era collocato infatti in un punto di snodo importantissimo sia per i traffici commerciali che per i contatti con le altre tribù sannite collocate al di là della catena delle Mainarde. Oltre ai resti della poderosa fortificazione è stato riportato alla luce in località Monte Tuoro un complesso identificato come luogo di culto per il materiale votivo rinvenuto, databile tra III-II secolo a. C.; lungo il pendio e nella zona limitrofa affiorano resti di materiale e strutture murarie riferibili ad un probabile abitato.

Un tratto della fortificazione posta sulla sommoità di Monte S. Paolo (Raddi 2012).

 

Particolari delle mura di cinta della fortificazione.

        

 

 VENAFRO.

 Scrive Maurizio Zambardi (2013): Sono trascorsi più di sette anni da quando fu individuato, quasi per caso, un lungo tratto di mura in opera poligonale di epoca sannitica su Monte Santa Croce a Venafro. Da allora molti altri rinvenimenti si sono aggiunti ai primi, arricchendo il quasi inesistente bagaglio di conoscenze che si aveva sull’argomento in questione. Infatti, ad eccezione di un piccolo tratto di pochi metri posto in località “Le Croci”, nulla si conosceva di strutture di epoca sannitica nel territorio di Venafro prima del 1999. […].

Questi recinti assolvevano a diverse funzioni e avevano lunghezza variabile, a seconda dell’importanza della zona da difendere. I piú piccoli, che si trovavano in posizioni particolarmente idonei per il controllo di vaste aree, erano strutturati come dei veri e propri osservatori fortificati; gli altri, di dimensioni superiori, oltre alla fondamentale funzione di controllo, costituivano centri di raccordo e rifugio per gli abitanti sparsi nelle sottostanti pianure, o di campi trincerati per il concentramento delle forze o per lo stazionamento provvisorio degli eserciti. […].

L’utilizzazione di tali fortificazioni è venuta certamente meno con la fine delle Guerre Sannitiche, […]. La parte alta di Monte Santa Croce è caratterizzata dalla presenza di rilevanti strapiombi e scoscendimenti rocciosi che costituiscono di per sé una poderosa difesa naturale. Le aree delimitate da questi strapiombi si sono rivelate strategicamente importanti nel momento in cui sono state racchiuse dall’uomo grazie ad opere murarie. Le ampie zone cosí protette e fortificate sono state poi regolarizzate con terrazzamenti che hanno reso agevoli le superfici, utili sia per lo stanziamento stabile di centri abitati che per la messa a coltura dei terreni o delle aree di pascolo.

Da http://www.francovalente.it/:

Planimetria cinta muraria Monte Santa Croce-Rocca Sarturno di Venafro.

 

Monte Santa Croce.

 

La pianura di Venafro (est) vista da Monte Santa Croce.

La parte alta di Monte Santa Croce è caratterizzata dalla presenza di rilevanti strapiombi e scoscendimenti rocciosi che costituiscono di per sé una poderosa difesa naturale. Le aree delimitate da questi strapiombi si sono rivelate strategicamente importanti nel momento in cui sono state racchiuse dall’uomo grazie ad opere murarie. Le ampie zone cosí protette e fortificate sono state poi regolarizzate con terrazzamenti che hanno reso agevoli le superfici, utili sia per lo stanziamento stabile di centri abitati che per la messa a coltura dei terreni o delle aree di pascolo.

 Remo Di Chiaro, in http://remoblogga.blogspot.it/2012/10/le-mura-sannitiche.html, scrive: A Venafro, però, di queste cinte murarie, se si esclude un piccolo tratto di una decina di metri posto in località “Le Croci” nella parte alta di monte Santa Croce, sembrava non ve ne fosse traccia. Di recente invece, sul versante meridionale della stessa montagna le mura sono state individuate in una zona posta a monte della strada che da Venafro porta a Conca Casale. Ciò che le contraddistingue sono la loro lunghezza e la maniera rettilinea con cui salgono, seguendo una linea di maggior pendenza della montagna e oltrepassando la macchia verde di una pineta.

Le mura sono realizzate con l’impiego di enormi massi di calcare, grossolanamente sbozzati e sovrapposti l’uno all’altro senza malta.[…].

Venafro. Le mura sannitiche.

 

ISERNIA/CASTELROMANO.

https://it.wikipedia.org/wiki/: Tuttora si conservano resti di tre imponenti cinte murarie poste a difesa di un insediamento fortificato (oppida) ed un ingresso largo circa 4 metri dov’è ancora visibile la pavimentazione stradale, risalente ai secoli III secolo a.C. e IV a.C., abitato dai Sanniti della tribù Pentra […] L’abitato, che occupava l’area pianeggiante alle pendici del monte, era difeso da mura in opera poligonale, ben individuabili sul lato est, mentre il lato occidentale era protetto da uno strapiombo naturale. Di questa prima struttura si individua, in prossimità della porta, un raddoppiamento delle mura su livelli diversi. A sud dell’abitato, in località Croce, una seconda cinta muraria proteggeva il sepolcreto con decine di tombe, attualmente indagate solo in parte. Una terza fortificazione alla sommità del monte delimitava un’area ricca di materiale archeologico affiorante. Le mura sono realizzate con grossi massi sbozzati e più o meno squadrati, sovrapposti con una certa regolarità, con scaglie irregolari negli interstizi.

Pla.tria fortificazioni (B. di Marco).         Le mura di Castel                                                                                            Romano nel 1982 (foto F.                                                                                Valente).

 

Le mura di Castel Romano nel 1982 (foto F. Valente).

 

LONGANO.

Mario Pagano-Michele Raddi: Le fortificazioni di Monte Longo nella toponomastica dell’ I. G. M. I. e nella identificazione catastale di località Saraceno, rappresenta uno dei baluardi di difesa indispensabile per il raggiungimento del versante sud-est delle cime del Matese, attraverso un percorso ben identificato di viabilità secondarie e rispetto al tratturo Pescasseroli-Candela.

La posizione strategica della fortificazione sannitica di Monte Longo pone l’accento sulle caratteristiche difensive di un’area di passaggio ai pascoli del Matese e al versante campano, attraverso il valico obbligato del valico di Monte Civita (1.168 m s. l. m.).

Sito del Comune: localizzazione                 Planimetria (Pagano-Raddi).  della fortificazione (giallo).

 

PETTORANELLO.

 http://www.comune.pettoranellodelmolise.is.it: […]. A testimoniarne la presenza, nello specifico dei Pentri, sono state rilevate tracce di una fortificazione costituita da una cinta muraria che circonda l’altura di “Castelluccio” e percorsa all’interno da un sentiero che si collega alla piana di Pantaniello e al fiume Carpino, presumibilmente a controllo e difesa della valle del fiume, importante via di accesso all’Alto Molise. (vedi figura).

                                        

MACCHIAGODENA.

Una fortificazione sannitica nella località Vallefredda di Macchiagodena.

http://www.iserniaturismo.it/ scrive: Nel complesso, il territorio fa parte di quell’area delimitata dal massiccio del Matese e dalla depressione di fondovalle della Piana di Bojano, dove correva la grande viabilità, e le alture dell’Alto Molise. La conformazione geologica è costituita da rocce calcaree, arenarie e argille; queste ultime si espandono dal versante subito a valle dell’attuale centro urbano a sud-est fino a raggiungere il fondovalle. […].

 

Localizzazione di Vallefredda.   Foto di Charles Myne. Vallefredda                                                                (particolare).

 

da http://www.teleaesse.it.. Vallefredda (gola d’ingresso da Macchiagodena)  vista  da nord); sullo sfondo il massiccio del Matese e monte Miletto (2050 m. s.l.m., a destra).

 

                   (Foto B/N di Natalino Paone).

Valle Fredda, con la sua posizione geografica gravitante sull’importante asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise, pur avendo carattere di un insediamento secondario rispetto ai principali centri sannitici, rappresenta un luogo fondamentale per il trasferimento degli armenti dall’altura alla pianura e viceversa, e proprio in questa prospettiva l’indagine archeologica potrebbe svolgere un ruolo rilevante, nei prossimi anni, per accertare l’estensione e l’importanza di tale insediamento.

Quale asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise?

Questa strada, scrive La Regina (2013) che attraversava il santuario (di Pietrabbondante, n. d. r.), faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, GuardiagreleComino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci-Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone; o, probabilmente, nel territorio difeso dalle fortificazioni di Frosolone, Civitella, e di Macchiagodena, Valle Fredda.(vedi figura).

La strada (gialla) dalla valle dell’Aterno alla pianura e la probabile strada (gialla punt.ta) verso Bojano.

       

FROSOLONE.

ZappittelliS. ScacciavillaniL. Labbate (2016): Il territorio di Frosolone e in particolare la sua montagna è caratterizzato da sempre dalla presenza di ampie areali e cime dalle cui sommità è possibile godere di un’ottima visuale dei territori circostanti e di buona parte della regione. A tale proposito ne sono un esempio le cime di Colle dell’Orso (1393 m), da cui è possibile avere un’ampia veduta della zona di Isernia. Dalle alture di Colle Confalone (1348 m) e del vicino Monte Marchetta (1376 m), invece, si scorgono parte dei territori dell’area matesina a sud; ad est, tutta la zona del Molise centrale e del basso Molise fino a raggiungere i monti Dauni e il Beneventano; da nord-ovest, invece è possibile intravedere il complesso della Majella.[…].

Quanto descritto evidenzia l’importanza strategica del centro fortificato di Civitelle: oltre al controllo e alla difesa del tratturo Pescasseroli-Candela a sud e il tratturo Castel di Sangro-Lucera a nord, permetteva di gestire rapidamente le comunicazioni visive tra la capitale, Bovaianom (monte Crocella) e tutti gli insediamenti dei Sanniti/Pentri. (vedi figure).

Tratturo Pescasseroli-Candela (7). Tratturo Castel di Sangro-Lucera (6). Via Teate-Bovianum (tratt.ta).

Sui rilievi meridionali della montagna di Frosolone, a circa 1000 m a sud-est della fortificazione sannitica di Civitelle (B. Sardella), in località Colle San Martino, c’è la presenza di allineamenti di blocchi di grandi dimensioni, a pianta rettangolare (circa 13,70 m x 10,50 m), relativi probabilmente ad una struttura di difficile interpretazione architettonica anche per un secondo corpo adiacente al lato minore in direzione sud-est.

Il sito di Colle San Martino visto dall’alto.

In particolare, il sito di “Civitelle”, conosciuto anche con il nome di Castellone, comprende una vasta area fortificata che si estende tra le alture di Castellone nord (1205 m) e Castellone sud (1207,40 m) e digrada verso valle nella zona denominata San Martino, seguendo il pendio naturale.

Complessivamente la fortificazione racchiude un’area di 150000 mq avente un perimetro di 1900 m. Tra le due cime si trova una piccola valle, in zona Castellone, orograficamente meno esposta agli agenti atmosferici, all’interno della quale molto probabilmente era presente una qualche struttura abitativa.

Dell’Orto-La Regina: Planimetria delle fortificazioni sannitiche di Frosolone (Isernia).

 

La localizzazione del centro fortificato di Civitele/Frosolone.

 

A sud di Civitelle, tracce di mura megalitiche tra le strade di servizio del centro eolico.

 La Regina, evidenziano i tre autori, pur riconoscendo nella fortificazione un insediamento stabile superiore ad un comune aggregato rurale, lo ritiene un insediamento rurale dalla forte vocazione difensiva; non un centro urbano a causa della eccessiva altitudine, il tipo di accessi, la disorganica articolazione degli spazi interni e la mancanza di decoro nella costruzione delle mura. (vedi figure Dell’Orto-La Regina).

Tav. 232 a-b. Fortificazione sannitiche di Frosolone, terza cerchia di mura.

           

Primo piano della terza cerchia di mura

 Oakley, invece, individua il sito come un insediamento abbastanza complesso e ben congegnato al punto tale da prevedere zone abitate stabilmente, aree adibite al pascolo e zone predisposte esclusivamente per la difesa. Secondo Oakley l’aspetto più importante è che l’area fortificata comprenda tre circuiti murari; quello più a settentrione è totalmente delimitato in zona Castellone nord e sarebbe stata l’acropoli del sito.

Tratto delle mura più a settentrioneLe mura in corrispondenza della porta d’accesso.

Sulla base della classificazione di Lugli, è accettabile inserire il tipo di mura rilevato nell’opera poligonale di prima maniera, con una doppia differenziazione nella tecnica costruttiva. Alcuni tratti di cinta fortificata dovevano avere un doppio parametro, ipotizzabile sulla base delle evidenze archeologiche: a valle andava a costituire il muro di sostruzione e a monte definiva la cortina del recinto, a volte riempita con del pietrame per creare dei terrazzamenti. Questi tratti sono stati ubicati nelle zone dove è maggiore la visibilità del territorio circostante. (vedi figura 13).

 Nella zona di Castellone Nord sono stati rilevati alcuni tratti di queste mura, che in diversi punti sono ancora leggibili e misurano circa 4,50 m (vedi figura 14). Altri muri sono costruiti con un unico parametro e hanno uno spessore medio di 1.50 metri. Sono costituiti da blocchi sbozzati grossolanamente, atti comunque ad essere giustapposti gli uni sull’altro, dalle svariate forme di parallelepipedo. Gli spazi tra i blocchi sono chiusi da massi di dimensioni minori e da blocchi smussati a forma di zeppe o di scaglie.

 

 

Il tratto delle mura in corrispondenza della porta: muro di monte e muro di valle.

 

 Altri particolari del centro fortificato.

Centro fortificato (interno) visto da ovest. L’abitato di Frosolone a destra. Sullo sfondo monte Vairano.

 

Il centro fortificato visto da nord. I monti di Schiavi d’Abruzzo in fondo a sinistra.

 

Muro di cinta a sud, con allineamento da est ad ovest.

 

Struttura poligonale muro interno al centroMuro di terrazzamento interno nord-sud.

 

Muro di cinta (a sinistra) lato sud. Muro di terrazzamento con interno abitativo.

 

Muro di terrazzamento (a sinistra) a ridosso di un ricovero di pietra a secco.

 

  DURONIA.

 http://www2.provincia.campobasso.it/cultura: La fortificazione di Duronia, sulla sommità di Civita a quota 925 s.l.m., presenta mura di circa 2 m. di spessore, con una cortina esterna di grossi blocchi di forma poligonale poco lavorati e una interna di blocchi più piccoli. Le mura, conservate per lunghi tratti nella parte occidentale, si vanno a collegare a tratti fortificati naturalmente da dirupi rocciosi o da pendii molto ripidi. Il perimetro è poco meno di 1 Km, con una superficie interna di 70.000 mq. È possibile scorgere, lungo il percorso, la presenza di una piccola porta che si apre frontalmente, larga circa m.1. L’altura fortificata domina la valle del fiume Trigno e più da vicino quella del torrente Fiumarello, suo affluente. Ai piedi settentrionali dell’altura corre il tratturo Castel di Sangro-Lucera.

Fig. (sinistra). Dell’Orto-La Regina. Il tratturo Castel di SangroLucera (linera verde). Fig. (destra). Centro fortificato sannitico ….  difesa naturale attraverso l’altura di Duronia, visto dal centro fortificato di Civitanova del Sannio (IS).

 

Il tratturo Castel di Sangro-Lucera separa l’abitato di Duronia dalla Civita; visibile Civitelle di Frosolone.

 

 

http://www.molise.org/territorio/Campobasso/Duronia: La Civita Le mura ciclopiche. 1. Civitanova del S.. 2. Pietrabbondante. 

Dell’Orto-La Regina. Fortificazioni sannitiche di Duronia.

                                 

A nord, il centro fortificato di Civita di Duronia (nel cerchio giallo) è visibile da monte Crocella e da Civita Superiore di Bojano. La pianura di Bojano (in primo piano). (Vedi ingrandimento in basso).

 

Dal centro fortificato di monte Crocella è possibile comunicare con i centri di Vallefredda, Colle dell’Orso, Duronia, Castiglione M. M., Colle d’Albero confine con i Sanniti (Carecini e Frentani) e Schiavi d’Abruzzo, sede di santuario sannitico/pentro.

 

CASTROPIGNANO.

De Benedittis: Quella di Castropignano vede il perimetro di mura distendersi dall’altura su cui sorgono i ruderi del Castello d’Evoli fin giù a lambire la valle del Biferno. Qui risale per rinchiudere una lunga lingua in cui si erge, quasi al centro, il Cantone della Fata, una sporgenza rocciosa posta al centro dell’area delimitata. Le strutture murarie, per lo più ben conservate, sono in luce in alcuni tratti per oltre 2 metri di altezza. Più in alto, a ridosso del castello, restano tracce di una seconda cinta più piccola.[…], è segnalato il rinvenimento di alcune tombe che dai materiali recuperati sono databili alla fine del IV sec. a. C..

 

Planimetria della fortificazione sannitica di Castropignano.           

 

Fig. 1. Il terrazzamento naturale del castello visto da est. (da Creative Motion). Fig. 2. Il terrazzamento naturale visto da sud. (da PaesiOnline.it).

 

Castropignano: Fortificazioni sannitiche. (La Regina, 1989).

 

ORATINO.

http://www.molise.org: La torre del paese e’ collocata su una rupe chiamata “la rocca”, che scende a picco sull’argine destro del fiume Biferno. 

Data la sua ubicazione strategica, la “rocca” e’ stata sempre considerata una fortificazione naturale e fin dall’epoca sannitica rafforzata anche con delle mura
Il primo insediamento si ebbe durante la preistoria quando sono state riportate alla luce delle ceramiche risalenti al XIV-XIII secolo a.C.. La seconda fase di occupazione riguarda strutture molto antiche, tra cui le mura sannitiche le cui superfici sono rivestite da lastre in pietra o marmo di forma poligonale
.

Fig. 1. La rocca  vista da est. ( http://rete.comuni-italiani.it foto valdanterolfo).   Fig. 2.Planimetria.

 

La rocca di Oratino vista da ovest (http://rete.comuni-italiani.it  foto A.   Giammateo).

 

CAMPOBASSO.

De Benedittis (1977): Il quarto recinto, quello di Campobasso, è collocato sulla montagna denominata S. Antonio. Data la sovrapposizione medievale e gli squarci subiti dalla montagna in epoca recente […], non rimangono che pochi tratti ben conservati; tuttavia le dimensioni ipotetiche, che dovrebbero essere confermate dallo scavo […]; da ciò si può dedurre che il perimetro, di forma ovoidale piuttosto allungata, non doveva superare gli 800 m circa. Anche qui per la sua costruzione si è proceduto alla creazione di un gradone nel pendio del monte con la sistemazione di un paramento esterno formato da grossi blocchi squadrati rozzamente e sovrapposti a secco con successivo riempimento del tratto interno. […]. La funzione principale di recinto è probabilmente, oltre a quello di controllo dell’area circostante, in cui si snodano diversi tratturi, anche quella di collegamento tra il recinto di Monte Vairano e quelli vicini.

De Benedittis (1988): Nell’area da noi considerata ricade anche quanto sopravvive delle strutture megalitiche rinvenute sulla sommità del Monte S. Antonio di Campobasso. Di esso sono stati riconosciuti due tratti: il primo, posto sul versante Nord, fiancheggia la strada che conduce al castello Monforte; il secondo, sul versante Sud, è riutilizzato in parte dal primo circuito medievale di mura che caratterizzano il centro storico di Campobasso. Qui, tra i ruderi della chiesa di S. Michele Arcangelo (oggi scomparsa), uno dei più antichi edifici ecclesiastici costruiti nella parte alta di Campobasso, fu anche rinvenuta agli inizi del XX sec. una iscrizione osca andata purtroppo perduta [….].

Fig. 1. Planimetria della fortificazione sannitica di Campobasso. Fig. 2. Tracce (ev.te giallo) di mura megalitiche alla base del castello Monforte (http://slideplayer.it).

 

Fig. 1. Fortificazioni sannitiche. (La Regina 1989). Fig. 2.      Fortificazioni sannitiche: porta. (La Regina 1989)

 

Fortificazioni sannitiche inglobate in mura medievali. (La Regina 1989).

 

 FERRAZZANO

De Benedittis (1977): Il quinto recinto, quello di Ferrazzano, è stato individuato solo in parte sul versante nord, ma un’indagine più accurata permetterà il rinvenimento anche del tratto a sud già segnalato in passato tuttavia è possibile presumere che il perimetro non superi i 1.000 m. Va notata la connessione di questo recinto con quello di Monteverde per il controllo della valle del Tappino, via naturale molto importante per i collegamenti tra il cuore del Sannio e la Daunia

De Benedittis (1988): Noto già dal ‘600, se n’è persa ogni traccia fino ai giorni nostri. Anche qui possano riconoscersi due circuiti di mura: il primo delimita la parte alta del monte su cui sorge l’abitato di Ferrazzano di cui sostanzialmente sembra avere la stessa superficie; ben più vasto il secondo percorso che dalla cima del monte si estende a ventaglio in direzione del torrente Tappino fino ad inglobare parte della sottostante area pianeggiante dove oggi sorge il campo sportivo.

Le strutture qui rivenute sono ben conservate ed emergono dal terreno in alcuni tratti per quasi tre metri. Qui è forse possibile riconoscere una delle porte che si aprivano nel circuito murario più esterno.

Dal sottostante pendio posto sul lato Nord si diparte un braccio tratturale non riportato sulle carte che sembra mettere in comunicazione Ferrazzano con il braccio tratturale Matese-Taverna del Cortile.  

Planimetria della fortificazione sannita di Ferrazzano. (De Benedittis).

                       

Fortificazioni sannitiche (La Regina 1989).

 

 GILDONE.

 http://archeologicamolise.beniculturali.it/: Le mura sono realizzate a 902 m s.l.m. e dominano la valle del torrente Carapelle e il tratturo Castel di Sangro-Lucera. Il circuito murario è realizzato con blocchi irregolari e si segue in maniera discontinua; racchiude sia il pianoro superiore sia zone piuttosto accidentate, in particolare sul lato orientale e nord-orientale

La Regina (1989). Planimetria della cinta muraria.

 

Particolari della cinta muraria.

 

 

BARANELLO/BUSSO.

La pianura di Bovaianom/Bojano e le sue fortificazioni viste da monte Crocella.

 http://archeologicamolise.beniculturali.it/: Monte Vairano è un centro importante del Sannio Pentro. Occupa un altopiano del monte omonimo, parallelo al Massiccio del Matese, caratterizzato da quattro colline che vengono regolarizzate con opere di terrazzamento. Il sito è crocevia di percorsi naturali che lo collegano alle coste adriatiche e di due tratturi, il Pescasseroli-Candela e il Fittola-Mulino Grande, che ne evidenziano la centralità rispetto al territorio circostante.

L’abitato è stato parzialmente indagato, mostra uno sviluppo nel IV-III secolo a.C. ed un ridimensionamento intorno alla metà del I secolo a.C. (poco si conosce della frequentazione dell’area nel VI-IV secolo a.C.). Il territorio circostante attesta la presenza nel periodo repubblicano di siti fortificati e piccoli insediamenti rurali; all’inizio del I secolo d.C. si assiste ad un abbandono dei primi e ad un ridimensionamento dei secondi, gli insediamenti rurali che restano produttivi subiscono ampliamenti e modifiche strutturali.

La cinta muraria, della fine del IV secolo a.C., racchiude un’area di 50 ettari e si sviluppa su un tracciato di circa 3 km. È realizzata usando la cosiddetta puddinga ciottolosa, formata da ciottoli di fiume ed arenaria, e inglobando la roccia affiorante quando è sufficiente elemento di difesa. Il circuito è interrotto dall’apertura di tre porte a doppio battente: Porta Occidentale ad ovest; Porta Vittoria o Porta Orientale ad est e Porta Meridionale o Porta Monteverde a sud. Nei pressi di Porta Vittoria e della Porta Meridionale sono state individuate delle strutture quadrangolari interpretate come basi di torri di guardia con un alzato probabilmente in materiale deperibile. Una fornace è stata individuata presso Porta Vittoria, utilizzata nel II secolo a.C. per la produzione di ceramica a vernice nera.

(Dell’Orto-La Regina). 1 Porta Vittoria. 2 Porta Meridionale. 3 Porta Occidentale. 4 Local.ne casa LN.

 

porta Vittoria.                             Porta Meridionale il quartiere                                                                   (da http://archeologica molise ……).

 

Mura poligonali.

 

  La casa di LN.

Nei pressi della Porta Meridionale è individuata e completamente scavata una piccola struttura abitativa del II secolo a.C. chiamata Casa di LN per il ricorrere delle due lettere in osco graffite su diversi oggetti rinvenuti al suo interno. Nella pianta, di forma quadrangolare, è condizionata da due strutture preesistenti che sono l’alta sostruzione alle spalle della casa e la strada che la fiancheggia. I muri nord ed ovest sono realizzati con blocchi di pietra, gli altri due usando la tecnica del “torchis” in cui l’argilla, mescolata a paglia e fieno, è usata a riempire un’intelaiatura lignea. Il pavimento, in cocciopesto, è ad un livello leggermente più alto del piano stradale. Si attesta la presenza di intonaco rosso nelle pareti e nero nello zoccolo. Il tetto, probabilmente a due falde, era coperto con tegole e caratterizzato da un’antefissa, raffigurante la lotta tra Eracle e il leone Nemeo, avente probabilmente la funzione di acroterio.  La casa è costituita da un solo vano che presenta un piano di cottura, realizzato con una grande tegola posta di piatto, presso l’angolo sudest e sul lato opposto il lavabo e la conduttura fittile che permetteva il deflusso dell’acqua. L’esistenza di un telaio verticale a pesi può essere ipotizzata in seguito al rinvenimento di 39 pesi di forma tronco-piramidale e tronco-conica.

Il materiale della casa restituisce ceramica da mensa (a vernice nera ed acroma), da cucina e da dispensa; si segnala un dolio contenente farro e legumi in cui è stata ritrovata una valva di ostrica. La struttura viene distrutta da un incendio nella prima metà del I secolo a.C., l’area diventa quindi luogo di passaggio in funzione di Fonte Canala, si registra comunque una frequentazione fino all’età medievale.

La casa di LN.

 

VINCHIATURO – MIRABELLO SANNITICO.

 

I centri fortificati visti dalla fortificazione di monte Crocella. Il sito (in basso a sinistra) di Bovaianom/Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri.

 De Benedittis (1977): Il terzo recinto, quello di Monteverde, è posto sulla montagna denominata La Rocca a S O di Monte Vairano, da cui dista in linea d’aria non più di 5 km. La cinta è formata da grossi blocchi irregolari sovrapposti a secco e si presenta per lunghi tratti in buono stato di conservazione. La sua lunghezza è di circa 600 m. Presenta una forma leggermente triangolare con vertice in direzione nord. […]; Non appaiono angoli, né torri; l’area racchiusa è di circa 30-40.000 mq; va dunque incluso tra i recinti minori a cui è assegnabile una funzione di avvistamento e segnalazione oggi non meglio classificabile. In effetti la sua collocazione appare quanto mai opportuna per mettere in comunicazione la cinta di Monte Vairano con la piana di Sepino e con i recinti a quest’ultima connessi come quello di Monte Saraceno presso Cercemaggiore; né d’altra parte va escluso il controllo esercitato dal recinto su due arterie notevoli quali il tratturo che da Campochiaro porta a Casacalenda e l’alto corso del torrente Tappino […].

De Benedittis (1988): Sulla cima posta sull’altra sponda del torrente Tappino è posta un’altra cinta di piccole dimensioni (700 m. circa di perimetro) di forma ellittica collocata ad un’altezza di poco meno di 1000. Sul lato Nord-Est sono forse riconoscibili resti della porta. A breve distanza dalla cima sorgono i ruderi della chiesa di S. Maria di Monteverde che dà il nome alla località.

Planimetria della fortificazione sannitica di Monteverede.                

Mirabello Sannitico (CB), Monte La Rocca: fortificazione sannitiche (da La Regina 1989).

 

 Altri particolari delle mura del centro fortificato.

 

 

 

 

 CERCEMAGGIORE. MONTE SARACENO.

 

Monte Saraceno, i confini dell’Irpinia e la pianura di Bojano visti (est) da monte Crocella.

 http://archeologicamolise.beniculturali.it: L’insediamento di Cercemaggiore, ubicato sulla cima di Monte Saraceno, si sviluppa nella parte più alta del monte, a quota 1089 metri s.l.m. È articolato in due cinte, il cui circuito in parte si sovrappone. La più antica circonda la parte più alta della montagna ed include un’area di circa 20.000 mq. Le mura sono a doppia faccia a vista, dello spessore di m. 1,50 circa. Sono visibili attualmente, due porte, entrambe perpendicolari al muro, prive dell’architrave. La seconda cerchia di mura, molto più estesa della prima, include uno spazio di circa 220.000 mq. Le mura sono generalmente costruite con blocchi rozzi di forma poligonale, con una sola faccia a vista. Vi si aprono due porte. Quella principale a nord-ovest, è la più grande, è obliqua al muro e si apre in corrispondenza di un percorso che attraversa tutta l’area interna alla fortificazione, sfociando a sud-ovest (qui era probabilmente collocata una porta analoga, presso una sorgente).

Un’altra porta, molto piccola e di struttura molto semplice si apre a sud, conserva ancora il blocco di pietra che funge da architrave. (vedi figure).

1^. Planimetria (Dell’Orto-La Regina).  2^. La fortificazione di monte Saraceno (primo piano) e Cercemaggiore in fondo (http://archeologicamolise.beniculturali.it).

 

1^. Particolare delle mura (archeologicamolise).  2^. Particolare delle mura e della porta sud (Dell’Orto-La Regina).

Altri particolari del centro fortificato di monte Saraceno.

Monte Saraceno. Tratto di muro lato sud.

 

Postierla lato ovest vista dall’interno della fortificazione.

 

Postierla lato ovest vista dall’esterno della fortificazione.

 

Monte Saraceno. Il terrazzamento lato nord est.

 

Particolare del muro di terrazzamento lato nord est.

 

CAMPOCHIARO.TRE TORRETTE/CIVITAVECCHIA.  

 L’attenzione degli studiosi si è concentrata soprattutto sul santuario italico dedicato a Ercole nella località Civitella, trascurando il centro fortificato della località Tre Torrette-Civitavecchia, alla quota di 1200-1400 mt..

La sua importanza era duplice: coordinava le comunicazioni visive tra il centro fortificato di monte Crocella e di Bovaianom, la capitale dei Sanniti Pentri con gli altri insediamenti; controllava e difendeva i percorsi del tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello che dalla pianura di Bojano saliva verso il santuario italico di Ercole per proseguire verso il territorio dei Sanniti/Caudini e dei Sanniti/Irpini insediati a sud del massiccio del Matese.                           

1. Fortificazione di monte Crocella. 2. Fortificazione Tre Torrette-Civitavecchia. 3. Santuario italico di Ercole/Civitella. 4. Campochiaro. B. BOVAIANOM/Civita Superiore di Bojano. Tratturo Pescasseroli-Candela (linea condinua). Tratturello (linea tratt.ta).

                             

1^. da Guide archeologiche Laterza (1984).  2^. da Dell’Orto-La Regina. PLANIMETRE del centro fortificato Tre Torrette/Civitavecchia.

  

Particolari di una torre del centro fortificato di Tre TorretteCivitavecchia.

 

Particolari di un recinto.

   

1^. Dal centro fortificato delle Tre Torrette: vista a nord ovest di terrazzamenti e insediamenti.        2^.   Serie di terrazzamenti.

 

GUARDIAREGIA.

De Benedittis (1977): […]. ad est di Guardiaregia, è collocato a circa 1025 m; anch’esso (centro fortificato, n. d. r.) assai simile a quello di Montefalcone (del Sannio, n. d. r.). Restano ben conservati 110 m che terminano chiaramente ad angolo su entrambe le estremità; non si esclude sia più lungo. Anche qui il materiale è preso sul posto; le mura sono alte m 1,60 e presentano una profondità di m 2,20, una misura già rinvenuta nel recinto di Civitanova del Sannio. La sua collocazione sulla montagna sovrastante il passo di Vinchiaturo permette di mettere in comunicazione il recinto di Campochiaro con quello di Sepino-Terravecchia.

La Regina (1989). Fortificazioni sannitiche a Colle di Rocco.

                       

SEPINO.

http://archeologicamolise.beniculturali.it/: Sorge in posizione strategica sulla valle del Tammaro, sulla omonima altura a quota 953 metri. Da tale posizione si controllano sia il percorso della valle (il tratturo Pescasseroli-Candela) sia la via che dalla valle risale sui monti del Matese. Il circuito delle mura si sviluppa per circa 1500 metri e sfrutta, dove esistente, la difesa naturale costituita da speroni rocciosi e strapiombi. Caratteristica delle mura è la doppia cortina muraria, una esterna più bassa e l’altra arretrata di circa 3 metri rispetto alla prima; tra le due corre un terrapieno utilizzato per il cammino di ronda. Lungo il percorso sono visibili tre porte di cui quella orientale, detta “postierla del Matese“, si apre in corrispondenza della via di accesso dal valico; la seconda è sul lato nord-ovest, la cosidetta “porta dell’Acropoli“, dalla quale si usciva per l’approvvigionamento idrico delle tre Fontane. La più importante per funzione e dimensione è quella che si apre nell’angolo est delle mura, la cosiddetta “porta del Tratturo“, nella quale sbocca la via proveniente dalla vallata. Delle tre, la “postierla del Matese” è quella meglio conservata, con un’apertura di m. 1,20 e un’altezza di m. 2,50; la copertura è ottenuta con grandi lastroni di pietra disposti in piano.

 

1^. Planimetria Di Marco-La Regina2^ http://archeologicamolise. 

 

http://beniculturali.it/ particolare della cinta muraria a doppia cortina nei pressi della postierla del Matese.

La postierla del Matese.

Particolari della cinta muraria e delle strutture interne al centro fortificato.

1^. Coop. Altilia P.L s.c.a.r.l.              2^. Particolari della cinta muraria esterna a doppia cortina lato sud.

 

                                        It.vikiloc-Foto di Sepino.

Con la caduta dell’impero romano, le popolazioni che erano state obbligate ad abbandonare i centri fortificati costruiti sulle sommità delle montagne e delle colline, per difendersi dall’invasione delle popolazioni provenienti dalle regioni del nord Europa, tornarono dove avevano trovato rifugio i loro progenitori Sanniti/ Pentri.

Ne potenziarono la difesa costruendo nuove mura di cinta adeguate alle nuove esigenze: le mura più alte con o senza i < merli >; erano i castra, con o senza un castello, dimora del signore e comandante.

Diversi furono i centri fortificati ristrutturati, ma altri ne furono costruiti su quasi tutto il territorio, un fenomeno definito incastellamento.

Civita Superiore di Bojano, già  Bovaianom. Nel medioevo Rocca Boiano costituita dal castrum ad est e il castello  ad ovest.

L’esteso territorio occupato dai Sanniti/Pentri nei secoli  XI-IX a. C., con l’esclusione di alcuni centri oggi pertinenti alle province di L’Aquila e di Chieti, nell’anno 1142 d. C. costituì la contea di MOLISE, già contea di Boiano.

Centri fortificati dei Sanniti/Pentri.

 

Contea di Boiano-MOLISE: centri fortificati e loro incastellamento.

Questa è un’altra grande e bella Storia.

 

Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRE “PICCOLI BOJANESI” RICORDANO LA STORIA DEI LORO PADRI E LA STORIA DI BOJANO.

marzo 13, 2018

La pubblicazione San Biagio in Boiano da chiesa “de porta” a parrocchia emarginata (2018) curata da C. Colalillo e M. P. Pettograsso ha permesso di scoprire, con la consulenza di C. Ricci, l’esistenza di un “neonato anonimo”, deceduto prima di compiere un anno di vita, figlio di Aelius Vitalis vissuto nella civitas romana Bovianum/Bojano nella prima metà del III secolo d. C.. (vedi figure).


Non è un caso unico: esiste una seconda lapide con l’iscrizione datata a III-IV secolo d. C. che ricorda il piccolo Caio Probiliano figlio di Quinto vissuto 9 mesi e 10 giorni, sepolto al quinto giorno delle calende di marzo (25 marzo); una terza lapide di Ugo Serafin, figlio di Antonio e Amelia, fanciullo di quindici mesi deceduto l’11 giugno 1862. (vedi figure).

Se sconosciute sono le cause della loro morte, possiamo conoscere la storia dei loro sfortunati genitori e la storia della città Bojano per il breve periodo della loro esistenza.

Il “neonato anonino” era figlio di Aelius Vitalis, veteranus degli equites singulares Augusti.
Una vasta letteratura, soprattutto straniera, si è interessata agli equites singulares, in maggioranza uomini di origine celtica.
Alcuni studiosi sostengono formassero un corpo di cavalleria della Guardia Imperiale, chiamata in più iscrizioni anche Equites singulares Augusti Caesaris, domini nostri che, in numero di 1.000 accompagnavano l’imperatore ed i governanti delle provincie romane.

Claudio Calaiacono, Sulle tracce della maledetta “scorta” degli imperatori (2017) scrive: In una sala (del Museo della Civiltà Romana, n. d. r.) sono stati riprodotti tutti i bassorilievi della Colonna Traiana, idealmente “srotolata” per apprezzarne ogni dettaglio. Cercate la scena numero 89 e osservatela attentamente. È un momento della guerra di Traiano contro i Daci, una battaglia in cui si vedono alcuni soldati a cavallo. Si tratta di un corpo di assoluto prestigio composto da eccezionali cavalieri, il cui compito era quello di difendere l’imperatore durante le battaglie. Erano gli Equites Singulares, angeli custodi a cavallo.

L’autore ricorda la loro triste fine: schieratisi con Massenzio contro Costantino nella battaglia dell’anno 312 presso Ponte Milvio, sconfitti, il corpo degli Equites fu così annientato nel disonore, e la loro memoria cancellata per sempre. […].
Una campagna di scavo recentissima ha portato alla luce i resti di quei soldati, seppelliti con le loro armi e vestiti con ricchissimi tessuti in oro. Sono proprio i lamenti d’oro di quegli indumenti a essere giunti a noi, rivelando con certezza la sepoltura di quei valorosi angeli custodi degli imperatori romani.
Il nome Esquilino, uno dei rioni di Roma, deriva dal castrum degli Equites Singulares Augusti: la loro caserma, castra priora equitum singularium era localizzata sul Celio nei pressi dell’attuale via Tasso.
Dove oggi sorge la Basilica di San Giovanni in Laterano, l’imperatore Settimio Severo edificò un nuovo grande complesso denominato Castra Nova equitum singularium.
C. Ricci, scrive: Ignoriamo le ragioni che influirono nella scelta di Aelius Vitalis di stabilirsi presso Boiano dopo il congedo; si trattò forse di motivi familiari, dal momento che l’assegnazione di terre ai veterani da parte degli imperatori divenne pratica desueta già a partire dagli inizi del II secolo.
Aelius Vitalis era già in congedo e, pertanto, scampò all’eccedio di Ponte Milvio avvenuto 
nell’ anno 312, viveva nella civitas romana di Bovianum/Bojano.
L’antica capitale dei Sanniti/Pentri, era stato municipio romano sotto G. Cesare (48 – 46 a. C.), successivamente colonia lege Julia con le assegnazioni agrarie (43-41 a. C.) e prima dell’anno 75 d. C. colonia flavia per lo stanziamento dei veterani della legione XI Claudia dell’imperatore Vespasiano. (vedi figure dal C. I. L.).

Il territorio (confine rosso) della colonia della civitas Bovianum. I confini del territorio dei Sanniti/Pentri prima della conquista romana.

Come si presentava la civitas Bovianum agli occhi del “neonato anonimo” e di Caio
Probiliano 
?

Bovianum si era sviluppata nella pianura attraversata da 2 strade: la via consolare Minucia che, seguendo parte il tratturo Pescasseroli – Candela, collegava la civitas Corfinium al porto di Brundisium; ed una via che, seguendo il tratturello Matese – Cortile-Centocelle e attraversando il territorio dei Sanniti/Frentani di Larino, collegava Bovianum alla via litorale adriatica.

L’acropoli di Bovianum era l’insediamento di Bovaianom, sorto sulla sommità della collina dell’odierna Civita Superiore di Bojano, già città madre, capitale dei Sanniti/Pentri, che si estendeva con una serie di terrazzamenti in “opera poligonale” fino al percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Solo ammirando la bellezza della civitas Saepinum, possiamo immaginare la maggiore estensione e la bellezza della civitas Bovianum. (vedi figure).

Planimetria della civitas Saepinum.  La civitas Bovianum. 1. Acropoli. 2. Estensione della civitas (punt.gio giallo). Il tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia. Via per la litorale adriatica.

Il territorio dei Sanniti/Pentri con la riforma augustea dell’anno 7 d. C. fu incluso nella IV Regione Samnium e fece parte del distretto Campania et Samnium con la riforma di Diocleziano dell’anno 297.

Se la data III – IV stimata del decesso è esatta, Caio Probiliano figlio di Quinto fu inconsapevole testimone di questi mutamenti amministrativi e chissà, forse fu coinvolto e vittima del terribile terremoto dell’anno 346: oltre ad ingenti danni materiali deve aver generato senza dubbio ripercussioni assai pesanti sulla situazione economica […].  In tale clima di emergenza, prosegue M. Gaggiotti (1978), ad un primitivo funzionario (Aunotius Iustinianus), che forse sintomaticamente e non casualmente appare sprovvisto di qualsiasi distinzione di rango, segue un vir clarissimus (Fabius Maximus), inviato probabilmente per le sue esperienze o supposte capacità organizzative e decisionali, necessarie in un frangente del genere.

[F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntissecre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Nulla si conosce di Quinto Probiliano, padre del neonato Caio, ma la stele è importante per testimoniare a partire dal III-IV secolo la presenza cristiana nella città di Bojano, sede di diocesi: Laurentius, in base alla documentazione esistente, è considerato il 1° episcopus Bovianensis per avere sottoscritto gli atti del sinodo
romano indetto da papa (498 – 514) Simmaco nell’anno 502.

I confini della diocesi di Bovianum non rispettarono quelli della colonia romana: una piccola parte fece parte della diocesi di Limosano mentre i territori a est che confinavano con i Sanniti/Irpini, furono assegnati alla diocesi di Benevento, ad eccezione di Sassinoro che, probabilmente terra irpina, fu assegnata alla diocesi di Bovianum. (vedi figure).

Il territorio delle diocesi di Bojano.   Il territorio della colonia Bovianum.

Più notizie si hanno per il periodo in cui visse il piccolo Ugo Serafin, figlio di Antonio.                                             Era nato 11 marzo dell’anno 1861.

Lo sfortunato padre Antonio nel ricordare la nascita di Ugo nella città di Bojano, già liberata dalla presenza dei Borboni, invoca il piccolo Ugo a intercedere presso Dio per la liberazione di Venezia.

Il Veneto e Venezia per essere annessi a l’Italia dovette aspettare la fine della terza guerra d’indipendenza, conclusa il 3 ottobre 1866 a Vienna con la firma del trattato di pace.

Ancora una volta, la città di Bojano, già protagonista della Storia antica e medievale dell’Italia, vide i suoi abitanti partecipare attivamente alla liberazione: Capo di questi coraggiosi era Girolamo Pallota, scrisse Nicola Marucci (aprile 1923): un distinto e autentico patriota, deputato al Parlamento Napoletano del’48 […]. Il Pallotta adunque, d’accordo con tutti i Comitati d’agitazione del Mezzogiorno, anelava il momento di poter tradurre in atto quello che il suo amicissimo di cuore e di fede, Stefano Iadopi d’Isernia, aveva predicato qui il 1848, cioè, in caso di rivoluzione nelle altre parti del Regno, proclamare la immediata istituzione di un “governo provvisorio”. […].

La mattina del 5 settembre 1860, su gli antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore si vide sventolare la bandiera tricolore! Il simbolo invocato, ed aspettato da tanto tempo dagli uomini appartenenti alla nuova fede, apparso e scomparso come meteora nel 1848. era lì a sventolare al sole e alla brezza molisana di quel mite
settembre con su la bianca croce di Savoia, e quel simbolo, da tanto tempo desiderato, sognato, finalmente era lì, arra di pace, promessa di quiete per 
tutti coloro – o quanti! – che avevano sofferto e che avevano veduto i loro cari fuggitivi, dispersi, esuli, carcerati!

La bandiera tricolore sventolò dal castello di Civita Superiore di Bojano, primo insediamento dei Sanniti/Pentri, città madre e capitale. Sede dei conti titolari della contea longobarda/franca e normanna di Bojano. L’imperatore Federico II se ne assicurò il possesso.

Erano guidati dai colonelli Pateras, Fanelli e Raimondi. Era loro cappellano il Canonico Bianchi, altri dice il La Riccia, abbruzzese; e degli uomini che seguivano pochi erano armati di schioppo, i rimanenti con lunghe mazze alle cui punte erano stati fermati stili, falci, ronche ed altri arnesi rurali. […].
Tutti i boianesi d’ogni classe e il Battaglione della Guardia Nazionale, comandato dal Maggiore Michelangelo Campanella, mossero loro incontro coi soliti < Evviva! > echeggianti per queste nostre convalli e con grande meraviglia dei capi dei Cacciatori del Vesuvio, che non si aspettavano una così festosa accoglienza da parte del popolo.
Ma la ragione bisogna ritrovarla nel fatto che le masse erano state predisposte alla rivoluzione oltre che dal Pallotta, dai liberali Casale, Chiovitti, Nardone, Gatti, Campanella, Sisto, Perrella, Romano, Tiberio, ecc. ecc. e la Guardia Nazionale era veramente e sinceramente di sentimenti italiani.
Il Pallotta, patriota di incontestabile probità come dice il Colonello Medico Petella, nella sua pregevole opera     < La Legione Matese >, ospitò nel suo palazzo Pateras, Fanelli e Raimondi
.
Quivi, nella così detta Loggia dei Pallotta, per acclamazione, Girolamo Pallotta fu acclamato                            < Pro-dittatore > e dichiarata la decadenza del governo borbonico; la annessione di tutto l’estendimento strategico boianese alla Monarchia del Re Galantuomo; la proclamazione, per esso estendimento, della dittatura di Giuseppe Garibaldi e da quel giorno tutti gli atti civili e giudiziari dovevano essere intestati a < Vittorio Emanuele Re Costituzionale e Giuseppe Garibaldi Dittatore >.
Il Governo provvisorio risultò così costituito: Pallotta Girolamo, Pro Dittatore; Raimondi Ercole, Segretario generale; Romano Gennaro, Tabegna Giovanni Giuseppe, Sisto Biagio, Ministri; Diamente Gaetano, segretario particolare del Governo provvisorio
.
E le autorità costituite? Il Sindaco, il Primo Eletto, Antonio Tiberio, era un gentiluomo e liberale di antica data.

Il palazzo di  G. Pallotta.

Appena proclamato il Governo provvisorio se ne dette comunicazione al Sotto Intendente d’Isernia, signor Giacomo Venditti, il quale, esultante ed esaltato, rispondeva: < Lo slancio dei popoli è voce di Dio! Il Governo provvisorio in nome di Vittorio Emanuele e Garibaldi Dittatore, è istituito >.
E qui convenivano tutti i liberali dei paesi vicini e cioè: San Massimo, Roccamandolfi, Cantalupo, Sant’Angelo in Grotte, Castel Petroso, Macchiagodena, Cameli (oggi Sant’Elena Sannita) Spinete, Colledanchise, Vinchiaturo, Guardiaregia, Campochiaro, San Polo Matese, ecc., ecc. Insomma Boiano, in quei giorni divenne una ….. Clobenza a rovescio!
Marucci conclude: Boiano, tra le tante pagine della sua storia ignorata, misconosciuta, derisa anche, (perché no?) ne ha una veramente gloriosa ed è quella del 5 settembre 1860, nel qual giorno (era di mercoledì), due giorni prima che Garibaldi entrasse in Napoli, proclamò la decadenza della Dinastia borbonica e la Dittatura di Giuseppe Garibaldi con Vittorio Emanuele re d’Italia.
Tale atto d’immensa audacia, che, ripetendosi le tragedie del 1899, del 1821, e del 1848, poteva avere per epilogo la forca, fu compiuto da Girolamo Pallotta e da pochi altri boianesi audaci come lui e perciò sarebbe doveroso ricordare con un marmo, un sasso, una corona – che divenisse testimonianza alla più lontana posterità – il luogo, la data e il nome di quegli uomini che tanto amore portarono per l’Italia
.

E Ugo Serafin, sfortunato padre di Ugo ?

F. Tavone scrive (2011): La presenza di Antonio Serafini (sic) a Bojano si può spiegare tenendo presente che immediatamente dopo l’Unità l’esercito nazionale fu impegnato a domare il brigantaggio sviluppatosi nell’ex Regno delle Due Sicilie e il Matese all’epoca, ma non solo, era rifugio privilegiato di alcune bande. […].                Nato a Monselice, in provincia di Padova, il 28 febbraio 1827, da Vincenzo e Antonia Martinengo, Antonio Serafini (sic) nel 1848 si pone al servizio del Governo Provvisorio Veneto, formatosi dopo la cacciata degli Austriaci, arruolandosi nella Legione Padovana, divenuta poi Brenta e Bacchiglione. Ottiene i gradi di caporale, di sergente e di sottotenente.                                                                                                          Nell’agosto del 1849 lascia il servizio in seguito alla restaurazione nel Veneto del governo asburgico. L’anno dopo è forzatamente arruolato nell’esercito austriaco. Nel 1852 è ammesso alla Scuola cadetti, nella quale copre l’incarico di sergente contabile. Il 22 febbraio 1856 ottiene il congedo illimitato. Il 24 giugno si sposa con la cittadina Amalia Brigo, l’Amalia citata nella lapide.                                                                                                    Richiamato in servizio nel 1859 diserta per motivi politici. Impellente era per lui il raggiungimento dell’Unità d’Italia. Nel luglio dello stesso anno è sergente nel III Reggimento Brigata Reggio, del quale un mese dopo diviene sottotenente grazie a decreto del Dittatore delle Province Modenesi. Con tale carica il 25 marzo del 1860 entra nell’esercito nazionale. Nel successivo mese di novembre ottiene la carica di luogotenente, con la quale lo troviamo a Bojano. La carriera di Serafini (sic) non si ferma qui.
Dopo il decesso del piccolo Ugo probabilmente abbandonò la città di Bojano quando il Veneto liberato fu annesso al regno dei Savoia: Nel 1866, scrive Tavone, è capitano nel XV° e nel XVI° Reggimento Fanteria. Tra gli anni Settanta e Ottanta è capitano contabile a Treviso.                                                                                              Va sottolineato che Antonio Serafini (sic) partecipa alla prima guerra di indipendenza, riceve dal Governo dell’Emilia una medaglia d’argento commemorativa per la campagna di Venezia del 1848 ed è autorizzato a fregiarsene insieme a quella istituita con Regio Decreto del 4 marzo 1865 per le guerre combattute a favore dell’indipendenza e dell’Unità d’Italia.
ONORE al papà del piccolo Ugo Serafin.

Tre periodi storici vissuti dalla città di Bojano illustrati dalla breve vita di 3 neonati.

Oreste Gentile.

10° ANNIVERSARIO DELL’ARRIVO DI MONS. GIANCARLO MARIA BREGANTINI NELLA ARCIDIOCESI DI CAMPOBASSO BOJANO.

gennaio 22, 2018

AUGURI di LUNGA VITA a padre Giancarlo per il decennale della Sua presenza nella arcidiocesi di Campobasso-Bojano: Padre Giancarlo, così desidera essere chiamato dai suoi fedeli e da quanti hanno il piacere di incontrarlo.

Ha saputo conquistare la simpatia e l’amicizia dei più e, per le sue idee, non mancano coloro che lo criticano.

Con il suo accattivante sorriso e con le sue innegabili capacità affronta le quotidiane difficoltà; non gli manca l’esperienza, alla luce di quanto si legge nella sua prima biografia del compianto storico Mario Casaburi in Giancarlo Maria BREGANTINI una luce nel giardino della LOCRIDE (Editoriale Progetto 2000, 2013)Dal libro del prof. Casaburi è evidente, poi, come la “storia” di Mons. Bregantini, per tredici anni vescovo di Locri- Gerace, e dal 2007 arcivescovo metropolita di Campobasso- Bojano, non sia soltanto “storia ecclesiastica”, ma è inesorabilmente intrecciata alla “storia civile” di una comunità. Bregantini è un trentino “adottato” dal Sud, che ha imparato ad amare il Sud come neanche il Sud sa amare se stesso. Prete operaio, prima, vescovo coraggioso ed attento alle istanze sociali, dopo, l’intera parabola pastorale di Bregantini nella locride si caratterizza per l’impegno che egli profonde nell’offrire una speranza a gente stanca e snervata dalle angherie della criminalità organizzata.

Dopo la gioiosa e cordiale accoglienza dei fedeli nella < sua > arcidiocesi di Campobasso-Bojano, si diffuse, proprio per le sue capacità e la grande esperienza acquisita nella diocesi di Locri-Gerace, il timore di un suo rapido trasferimento in una diocesi più importante o, avvenimento più probabilmente, la nomina “cardinalizia”.

[…]. Frequenti i suoi viaggi e gli impegni spirituali del prelato trentino nella diocesi lombarda, tanto che il suo nome, scrisse un’agenzia di stampa, era già stato incluso nel 2011 nella rosa dei papabili nella successione all’uscente Dionigi Tettamanzi. Allora Benedetto XVI gli preferì Angelo Scola.

Il timore si accrebbe quando il < nostro > arcivescovo scrisse le meditazioni:  VOLTO DI CRISTO, VOLTO DELL’UOMO, lette da papa Francesco in occasione della Via Crucis del venerdì santo dell’anno 2014; e  la voce che si diffuse nel mese di dicembre sempre dell’anno 2014, al punto che dovette dichiarare: Il Vescovo ringrazia della stima ma sorride della ingenuità dei giornalisti visto che la notizia è infondata! –ed ha soggiunto-  Ma c’è qualcuno che mi vuole proprio cacciare! “.

Il 15 gennaio 2015, isNews pubblicava: CAMPOBASSO. Ci ha pensato Papa Francesco in persona, durante l’Angelus, a smentire i rumors molisani. In realtà che Monsignor Bregantini potesse essere nominato Cardinale sembrava più che una possibilità e più di una voce girava con insistenza negli ambianti molisani, soprattutto dopo la storica visita del Pontefice in Regione e gli ottimi rapporti tra il numero uno della Chiesa cattolica e il nostro Vescovo. Ma Padre Giancarlo non figura tra i tre italiani che otterranno ufficialmente la nomina il prossimo 14 febbraio.

Ancora nell’anno 2016, in un articolo di Salvatore Bruno: Ma, secondo alcune indiscrezioni filtrate da ambienti vicini alla curia della Capitale, quell’incarico sarebbe destinato al cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia, mentre Bregantini dovrebbe approdare all’ombra della “Madunina”, in una posizione comunque assai strategica nell’ambito dei nuovi equilibri della Chiesa, in piena evoluzione grazie all’azione riformatrice messa in atto da Papa Francesco.

Fu una previsione errata: la nomina fu conferita a mons. Mario Delpini, già vicario generale della diocesi di Milano; ancora una mancata < promozione > nel concistoro del 28 giugno dell’anno 2017.

I timori dei fedeli dell’arcidiocesi di Campobasso Bojano sono per il momento svaniti e il < nostro > padre Giancarlo Maria, per il piacere dei più o per il dispiacere di tanti, è ancora con noi.

Le nomine “cardinalizie” si sono succedute nel tempo e padre Giancarlo Maria continua la sua missione pastorale nella < sua > diocesi molisana.

Com’è nella natura umana, all’iniziale preoccupazione del suo trasferimento ha fatto seguito la delusione della mancata assegnazione della < porpora > e il suo nome non è mai stato scritto nei vari elenchi dei < promossi >.

Nel frattempo i Molisani hanno appreso la nomina (o promozione ?) di mons. Angelo Spina, vescovo di Sulmona- Valva, ad arcivescovo della diocesi di Ancona- Osimo, mentre il vicario della diocesi di Isernia è stato nominato vescovo della diocesi di Trivento.

Ricordo una frase attribuita a Giulio Andreotti: A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.

Prima che incontrassi padre Giancarlo il 25 agosto del 2008 (san Bartolomeo, patrono di Bojano e dell’arcidiocesi), avevo letto un suo articolo pubblicato dal Messaggero di Sant’Antonio (luglio-agosto 2008) scritto dopo la sua visita pastorale all’antico monastero benedettino di Santa Maria in Faifolis: In questo monastero benedettino […] e lui (Pietro di Angelerio) proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallata, Sant’Angelo Limosano.

Con il buon senso e, conoscendo la vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, padre Giancarlo aveva espresso il suo parere sul luogo di nascita del papa molisano, inconsapevole di essere finito in un ginepraio che dura da circa 800 anni: il luogo di nascita di Pietro di Angelerio che all’età di 17 anni aveva iniziato il noviziato proprio nel monastero di Santa Maria in Faifoli.

Avendo fatto un po’ di calcoli, l’anno 2009 era appropriato per celebrare l’anniversario degli 800 anni della nascita di Pietro di Angelerio.

Padre Giancarlo si fece promotore dell’iniziativa presso la Conferenza Episcopale Abruzzese Molisana, altri suoi colleghi la fecero propria e, probabilmente, fu isolato da quanti sono convinti che la città di Isernia sia stato il paese natale di Pietro di Angelerio.

Nella occasione, convinto delle proprie conoscenze e, soprattutto, di buon senso, padre Bregantini continuò a sostenere le sue valutazioni.

In un mio articolo del 17 settembre 2010, con la conclusione delle celebrazioni dell’anniversario celestiniano, espressi alcuni giudizi su quanto accaduto: Gli studiosi e gli storici hanno potuto sempre illustrare le loro ricerche e le loro considerazioni per far conoscere la vita spirituale e religiosa di papa Celestino V, in ogni epoca ed in diversi dibattiti; un rito ripetuto di recente, una passerella per coloro che vivono nell’ombra, una opportunità che in tanti hanno colto al volo per farsi conoscere, per far conoscere il proprio pensiero e per arricchire il loro “curriculum” nella speranza di un “avanzamento” di carriera ecclesiastica o laica.

Dopo circa 7 anni, c’è chi ha goduto del mio augurio con un “avanzamento” di carriera ecclesiastica; ma il mio augurio non ha coinvolto padre Giancarlo, sempre convinto delle sue conoscenze, avendo ancora una volta affermato: “Un evento significativo per la nostra terra del Molise, pur vissuto con molta semplicità – ha detto il vescovo durante l’omelia della Celebrazione Eucaristica da lui presieduta- che diede al paese, novanta anni orsono, un ulteriore impulso spirituale già vivo per aver dato i natali a san Pietro Celestino. (primapaginamolise.it del 4.1.2016).

Se il nostro amato arcivescovo, padre Giancarlo, continuerà a indicare Sant’Angelo Limosano, luogo di nascita di papa Celestino V, non potrà mai aspirare alla dignità cardinalizia: rimarrà con noi nel Molise, con il piacere dei più o con il dispiacere di tanti.

AUGURI, padre Giancarlo.

Oreste Gentile.