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SIMONE DI ALTAVILLA, PRINCIPE DI TARANTO ULTIMO DISCENDENTE (madre) DELLA FAMIGLIA DI ORIGINE NORMANNA MOULINS/MOLINIS/MOLISIO,TITOLARI DELLA CONTEA DI BOIANO/MOLISE ED UNA RIVOLTA NEL REGNO NORMANNO DI SICILIA (XII SEC.).

maggio 10, 2021

Ugo (II), l’ultimo (titolare della contea dall’anno 1140?) conte della famiglia normanna originaria del castrum di Moulins, dopo avere trascorso una vita avventurosa per difendere l’autonomia della sua importante e vasta contea di Boiano.

in occasione dell’assemblea di Silva Marca (1142) dovette riconoscere il controllo del potere centrale, all’epoca rappresentato dal re Ruggero II di Altavilla, titolare del regno normanno di Sicilia.

Fra le altre disposizioni, era stato stabilito un nuovo nome: Contea di Molise/Molisii, per ricordare il castrum ed il cognomine di origine della famiglia dei suoi (5) titolari: Rodolfo; Ugo (I); Simone; Roberto ed Ugo (II).

Le cronache dell’epoca tramandano il suo matrimonio con una delle figlie naturali di re Ruggero II e l’amore del re per una sorella del conte, con la nascita di Simone.

Il prestigio acquisito presso la corte reale e nominato anche Justitiario del regno normanno di Sicilia, fece sì che il conte Ugo (II) preferì abbandonare la sua residenza nel castrum-castellum di Rocca Boiano (vedi figura castellum e castrum).

    

Per concludere la vita terrena nella città di Palermo, presso la corte reale.

Solo occasionalmente fu presente nella città di Boiano nell’anno 1149 e nella città di Venafro nell’anno 1153.

Per la salvezza della sua anima, non sdegnò di fare trasferire, prima della sua morte (anno 1160) dal castrum di Sepino, il corpo di santa Cristina presso la cattedrale di Palermo, retta all’epoca dall’arcivescovo Ugo.

Vivere alla corte reale normanna di Palermo non era impresa facile: scandali, intrighi, ribellioni contro il potere centrale e, non ultimo, le gelosie tra figli naturale e figli legittimi pronti a rivendicare in ogni maniera la titolarità del regno, di un principato, di un ducato o di una contea.

In base a quanto pubblicato da Cuozzo (2020), le fonti bibliografiche dell’epoca ricordano, alla morte di re Ruggero II avvenuta tra il 26 ed il 27 febbraio 1154 [6 anni prima del conte Ugo (II)?], l’assegnazione testamentaria del Principato di Taranto in favore di Simone, figlio illegittimo di re Ruggero di Altavilla[nipote del conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio], nonostante l’opposizione del correggente Guglielmo.

La motivazione, illustra Cuozzo: << idem Symoni Principati Tarenti contra patris testamentum absturelat >>, apportando la motivazione che i figli illegittimi non potessero essere titolari né del Ducato di Puglia né dei Principati di Taranto e di Capua riservati ai figli legittimi e che potessero essere ammessi soltanto alla titolarità delle contee e delle altre titolarità del regno.

Tra le notizie incerte, frammentarie e partigiane dei cronisti dell’epoca, Symone, principe di Taranto, per nulla intimorito dalle minacce, svolse un ruolo di primo piano nella congiura organizzata contro il re Guglielmo da Matteo Bonello e da Tancredi figlio illegittimo di Ruggero, Duca di Puglia, figlio primogenito di re Ruggero II.

Negli avvenimenti dell’epoca si inserisce, non senza creare confusione, la folle passione amorosa di Matteo Bonello per una figliuola bastarda del Re Ruggiero, ch’era stata moglie di Ugone Conte di Molise.

Il nome di questa avvenente contessa, vedova del conte Ugo (II), titolare della importantissima contea di Molise, è sconosciuto alle cronache dell’epoca e la sua storia di amore con Matteo Bonello la vide protagonista involontaria di una congiura di Palazzo in cui era coinvolta un’altra nobildonna, Clementia, contessa di Catanzaro, ritenuta, è bene sottolineare, per errore, la moglie del conte Ugo (II), genero e suocero di re Ruggero II d’Altavilla.

I cronisti dell’epoca imputano alle scarse capacità politiche e militari di re Guglielmo, detto il Malo, figlio legittimo di re Ruggero II d’Altavilla e nuovo re di Sicilia, le cause che determinarono la nascita di focolai di rivolta ispirati dai conti che male avevano accettato l’autorità accentratrice dopo l’assemblea di Silva Marca(1142).

Il nuovo ed inetto sovrano si era circondato di consiglieri astuti ed ambiziosi, prediligendo soprattutto, ricordano i cronisti, l’Ammiraglio Maione che il re Guglielmo teneramente amava, e molto in lui confidava, fortemente sdegnossi contro di essi, e per frequenti nunci e lettere ordinò loro che questo proposito desistessero, tenendo egli l’Ammiraglio per fedele e giusto uomo.

La congiura fu programmata, ricordano i cronisti: E una congiura, benchè di nascosto, con altri Baroni di Sicilia, favoriva Matteo Bonello, il quale giurato avea di menar in moglie la figlia dell’Ammiraglio; imperocchè da’ Conti gli era stata promessa che se l’Ammiraglio uccideva, gli avrebbero dato in moglie Clemenza Contessa di Catanzaro.

Riassumendo: Matteo Bonello, ricordano le cronache dell’epoca, era costui di nobilissimo sangue, e appresso a tutti di chiaro nome ed illibato, ed era altresì per parentado congiunti a molti nobili uomini di Calabria; pertanto il programma da realizzare da parte dell’Ammiraglio Maione che l’amava non altramente che se stato fosse un suo figlio (Matteo Bonello, n. d. r.), era il matrimonio con una sua figliuola ancora piccoletta promessa gli aveva in isposa.

Vi era un ostacolo: Or costui (Matteo Bonello, n. d. r.) preso dalla bellezza di una figliuola bastarda del Re Ruggiero, ch’era stata moglie di Ugone Conte di Molise, aveva cominciato ad abborrire le nozze della fanciulla promessagli in matrimonio, perché non nata di nobil sangue.

I vertici del quadrilatero amoroso:

(A). Matteo Bonello – (B). la vedova del conte Ugo (II) – (C). la giovane figlia dell’Ammiraglio Maione – (D). Clementia, la contessa di Catanzaro; ruolo centrale centro: Maione.

La reazione dell’Ammiraglio Maione fu violenta: Ma l’Ammiraglio avendo ogni cosa conosciuta, sturbando il volere di entrambi[Bonellovedova del conte Ugo (II), n. d. r.], avea comandato che si fosse diligentemente custodito il palazzo (in Palermo, n. d. r.) della Contessa; la qual cosa assai a malincuore quegli portava. Pigliata adunque l’ambasceria, e valicato il Faro, (Matteo Bonello, n. d. r.) se ne andò in Calabria.

In Calabria, avendo valicato il Faro, scrissero i cronisti, Matteo Bonello incontrò i congiurati capeggiati da Ruggiero di Martorano il quale, consapevole della sensibilità del giovane Matteo Bonello per il fascino femminile, aveva promesso: Dappodichè noi faremo in ogni modo, e certo otterremo che la Contessa di Catanzaro ti si voglia strignere in matrimonio e, a tor via ogni cagion di dubbio, noi ti renderem certo e sicuro questa nostra promessa, sia che star tu ne voglia alla fede del giuramento, sia a qualunque altra cosa che per noi si possa, ed a te piaccia richiedere.

Di quanto poi la Contessa ti avanzi di nobiltà, di quanti potenti uomini ricusato abbia le nozze, non accade qui dire, riputando essere tutto a te già ben noto.

Matteo Bonello accettò di partecipare alla congiura essendosi altresì con la Contessa medesima e con suoi parenti conchiuso dipoi il suddetto matrimonio, dato che dall’una e dall’altra il giuramento, venne scambievolmente confermato l’accordo e si stabilì certo tempo di uccider Maione.

Rientrato Matteo Bonello dalla Calabria nella città di Palermo: Or mentre che l’Ammiraglio nella vigilia di San Martino a notte avanzata ritornava da una visita fatta all’Arcivescovo di Palermo, Matteo Bonello, posti gli agguati in su la via ch’è presso la Porta di Sant’Agata (vedi figura, n. d. r.) vennegli incontro, e ferendolo di spada lo uccise: uscendo di Palermo la notte medesima si rifugiò nella sua terra.

A Matteo Bonello non mancò il perdono di re Guglielmo quando, messo al corrente delle malvagità dell’Ammiraglio, molto volentieri udito aveva la nuova della sua morte.

Fece ritorno nella città di Palermo sapendo che il Re non avrebbe osato di fare cosa contro di lui, sì pel favor ch’egli avea della plebe, e sì ancora perché, com’ei confidava, tutti i Conti ch’eransi con lui ribellati.

Dopo la morte di re Ruggero II di Altavilla determinante fu l’assenza di un uomo forte che amministrasse il vasto territorio del regno e, soprattutto, avesse la capacità di ridimensionare le ambizioni delle numerose famiglie aristocratiche.

Presso la corte reale di Palermo, vivevano sempre personaggi, eredi legittimi o naturali, pronti a rivendicare la titolarità di un Principato, di un Ducato, di una Contea.

Tra questi, certamente non restò nell’ombra, come già illustrato, il giovane Symone di Altavilla, figlio naturale di re Ruggero II e di una sorella di Ugo (II), conte di Molise; il giovane trovò un valido alleato in Matteo Bonello, sempre legato dalla passione amorosa e corrisposta dalla vedova del conte Ugo (II).

Non era la prima volta di un matrimonio tra la famiglia normanna dei Moulins/Molinis/Molisio, titolari della contea di Boiano e la più famosa famiglia degli Altavilla: precedentemente, il conte Rodolfo, era stato testimone della sfortunatissima e tragica unione tra una (Beatrice o Adelizia) delle sue figlie ed il cavaliere Serlo II, figlio di Serlo I, nipote di Roberto il Guiscardo, trucidato dai Saraceni nella battaglia di Cerami nell’anno 1072.

CHI ERA L’AVVENENTE CONTESSA DI MOLISE ?

Nulla di più sappiamo, oltre alle notizie dei cronisti dell’epoca: NON ERA LA CONTESSA di CATANZARO.

Alcuni studiosi (Perrella, 1889) esibiscono unicamente questa descrizione: Adelaide, figlia del Re Ruggieri e moglie di Ugo Conte di Molise e Principe di Sepino e di Bojano, non avendo figli, venuta a morte, consegnò al Vescovo Rainaldo 5 cantaia di argento di Chiesa per la Cattedrale di Bojano.

Ergo, Adelaide, figlia del Re Ruggieri e moglie di Ugo Conte di Molise e Principe di Sepino e di Bojano, NON AVEVA LASCIATO EREDI.

Con l’incondizionato appoggio di Matteo Bonello Tutti (i congiurati, n. d. r.) adunque a tal consiglio appigliandosi, vollero nell’impresa avere compagni il Conte Simone figliuol naturale di Re Ruggiero, e Tancredi figliuolo del Duca Ruggiero, per soddisfare le disposizioni testamentarie per la titolarità del Principato di Taranto. Forte dell’appoggio dei nobili congiurati e conoscendo, avendovi vissuto fin dalla nascita, ogni angolo del palazzo reale, il conte Simone ebbe facile accesso per catturare lo zio, il re Guglielmo: cavò di prigione i nobili uomini che vi erano, avendo già prima introdotti in Palazzo i loro compagni. I quali postisi appresso al Conte Simone, che, per essere allevato colà entro, ben conoscevan e ogni più risposta via, venne a luogo dove il Re stava ragionando.

L’esito della ribellione, per le impari forze in campo, non fu favorevole a Matteo Bonello, né al suo protetto, il conte Simone, pretendente alla titolarità del Principato di Taranto, figlio naturale di re Ruggero II e di una sorella di Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio, conte di Molise.

Matteo Bonello, tradito dai congiurati, con l’inganno fu catturato, abbacinato, ricordano le cronache, e tagliatili i nervi sopra i talloni, fu rinchiuso in orrenda prigione, e tra perpetue tenebre avvolto così dalla sua miseria, come dalla oscurità del luogo cagionategli.

Le cronache dell’epoca non ci hanno tramandato le altre avventure del conte Simone dopo l’esito della congiura; forse esiliato dalla Sicilia.

Clementia, la contessa di Catanzaro ?

Indomita e tenace, continuò la sua ribellione al re Guglielmo: Ed erasi ribellata in Calabria la Contessa di Catanzaro, ed aveva afforzato Taverna, fortissima terra, così di gente, come di tutte le altre cose bisognevoli; ma la sua resistenza fu resa vana dal grande spiegamento di forze dell’esercito reale contro il suo castello.

Ricordano i cronisti dell’epoca: Questo è sol chiaro, che in turpe e miserabile modo preso da’ soldati e messo a sacco e ruba il castello, la Contessa e sua madre, e i capi del negozio Tommaso ed Alferio suoi zii paterni, furono con molti altri soldati condotti alla presenza del Re.

Le pene che re Guglielmo I inflisse ai ribelli furono severissime: Tommaso, fu impiccato in Messina; Alferio fu condannato a morte nello stesso castello di Taverna; gli altri soldati ribelli: furon crudelmente fatti straziare, cavando ad alcuni gli occhi, e ad altri tagliando le mani: e la Contessa con sua madre prima in Messina, indi a Palermo menate, rimaser quivi prigioniere.

Quanto accadde aveva avuto inizio (1142) nel momento della massima espansione territoriale, politica ed amministrativa della contea di Boiano/Molise in seno al regno normanno di Sicilia.

Senza la presenza di un legittimo titolare appartenente alla dinastia normanna Moulins/Molinis/Molisio, giunta intorno all’anno 1045/46 in Italia e nella civitas di Boiano, capoluogo della contea longobardo/franca, fu testimone di altre epiche imprese di cui, come vedremo, si resero protagonisti, alternandosi nella titolarità del feudo, i suoi conti e le sue contesse.

 (continua).

Oreste Gentile.

BEATO ROBERTO DI SALLA. MONACO CELESTINIANO.

maggio 3, 2021

1

Roberto da Salle (santiebeati.it).

Su internet, nella pubblicazione Celestino V di A. Serramonacesca (1964) si leggere: CONTENUTO TROVATO ALL’INTERNO – PAGINA 97. Il suo culto a Morrone del Sannio ha del commovente ed il suo nome risuona familiare come quello d’un celeste protettore … Sul frontone della Chiesa che una volta fu quella del suo Monastero è scritto a grandi caratteri: San Roberto.

Morrone del Sannio.

Morrone del Sannio. La chiesa di san Roberto di Salle ed i resti del monastero.

Serramonacesca, scrive:

VOGLIAMO ANCHE RIMARCARE CHE QUESTO DISCEPOLO PREDILETTO, DOPO LA MORTE DI SAN PIER CELESTINO, VENNE NEGLI STESSI LUOGHI OV’ERA NATO E VISSUTO IL SUO MAESTRO; DA MORRONE DEL SANNIO, INFATTI, E’ POSSIBILE VEDERE SANT’ANGELO LIMOSANO ED IL TERRITORIO DI SANTA MARIA (IN FAIFOLIS n. d. r. ). (vedi figura).

Mi permetto di soffermarmi sulla citazione di Serramonacesca, ricordando sia il nome del paese ov’era nato e vissuto il suo Maestro (fra’ Pietro da/del Morrone, n. d. r.), ossia Sant’Angelo Limosano (l’antico castrum sancto angelo vicino a Limosano); sia il territorio di Santa Maria in Faifolis sito dell’omonimo monastero benedettino dove il giovane Pietro fece il suo ingresso all’età di circa 17 anni per compiere 3 anni di noviziato. (vedi figura).

E’ bene EVIDENZIARE: Il monastero di Santa Maria in Faifolis è SOLO uno degli 8 indizi per affermare, senza tema di essere smentiti: Pietro di Angelerio e di Maria, nacque nel vicino (12 km.) castrum di Sant’Angelo (Limosano). (vedi figura).

Mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo della diocesi Campobasso-Bojano, ancora oggi, è l’UNICO prelato ad avere il coraggio di dire la verità sul luogo di nascita di papa Celestino V, come scrisse nell’articolo pubblicato sul Messaggero di Sant’Antonio (luglio-agosto 2008), dopo la sua prima visita pastorale all’antico monastero benedettino di Santa Maria in FaifolisIn questo monastero benedettino […] e lui (Pietro di Angelerio, n. d. r.) proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallataSant’Angelo Limosano. (vedi figura).

CHIARO ?

Ciò che è CHIARO all’arcivescovo Bregantini, è tutt’ora NEGATO VERGOGNOSAMENTE dai suoi esimi colleghi (sic): l’AGNELLO è SOLO ed i LUPI sono TANTI.

Gli uomini di chiesa lo ignorano, o fanno finta di ignorare, per FAVORIRE ed ATTRIBUIRE la nascita di papa Celestino V alla città di Isernia, senza una testimonianza concreta, ma solo con diverse motivazioni basate, come ripetono da secoli, su una antica tradizione orale e su dei falsi documenti.

Chi era il discepolo prediletto da fra’ Pietro da/del Morrone, ricordato da Petrarca in occasione della elezione dell’eremita fra’ Pietro da/del Morrone, al soglio pontificio per diventare il 191° Pontefice (5 mesi e 8 gg.) nell’anno 1294 ?

Il giovane Roberto da Salle divenne protagonista nella vita di Pietro di Angelerio e di Maria, frà Pietro da/del Morrone, dal momento in cui si diffuse la notizia della sua elezione a Papa.

Le biografie ricordano la nascita in Salle (PE), nell’anno del Signore 1273, da Tommaso e Benvenuta; fu conosciuto anche con il nome di Santuccio, ignoro se gli fosse stato attribuito fin dalla nascita o dallo stesso suo superiore Pietro da/del Morrone per il grande affetto che nutriva per lui. (vedi figura).

                          Salle. (wikipedia).

Il vezzeggiativo Santuccio usato per identificare il nostro Roberto, considerando le tante BUFALE inventate dai sostenitori pro Isernia della nascita di Pietro di Angelerio e di Maria, è stato utilizzato e sfruttato per nominare Pietro di Angelerio e di Maria: il santone di Isernia.

Se il discepolo era Santuccio, il maestro doveva essere il santone, MAI così ricordato nelle biografie più antiche o conosciuto dai suoi biografi con simile appellativo.

In occasione del processo di Canonizzazione di Pietro di Angelerio e di Maria, nell’anno 1306, Telera ricordò: Roberto, era di trentatre anni di età, 17 di monacato, e che due anni e dieci mesi servi la persona del Suo santo Maestro, prima di essere fatto portato al Papato. […].

Nella tenera età di sette anni circa, nei quali appena altri conseguiscono le cognizioni delle cose, leggiamo che Roberto pervenisse alla perfezione dell’Evangelo, dal che potremmo ammirare le doti e le grazie, che il Cielo doveva dargli nel progresso della sua vita, se così a buon’ora lo rese al mondo tanto cospicuo. […].

Giunse il Beato (Roberto, n. d. r.) all’anno decimo quinto, senza essere incorso in peccato veruno; […].

Fattosi chierico per lasciare il mondo ed ascriversi alla milizia del Signore, si dedicò ai servigi spirituali della Chiesa maggiore di Salla; non soddisfatto, scrisse Telera, avendo appreso dalla madre le virtù di Pietro del Morrone la cui fama era celebratissima in tutte le parti del mondo, e molto più in quei contorni, decise di osservare ed imitare la santa vita di Pietro del Morrone. […].

Fu il buon Giovane accolto dal Santo in Orfente con molta dignità, perché mostrava indole di vero Monaco: ed all’incontro sentì Roberto gran contento nel vedersi accarezzare dal Santo Vecchio. […].

Ma Pietro da/del Morrone, amabilmente, smorzò l’entusiasmo del giovane, consigliando: dovesse entrare in un’altra Religione approvato da Santa Chiesa; al che il perseverante Roberto rispose che nessun’altra veste avrebbe ricoperto il suo corpo, che quella sua e dei suoi discepoli. […].

Pervenuto il Beato Giovane all’anno decimosesto, con licenza e beneplacito dei suoi genitori vendette la parte che gli spettava del patrimonio e le diede ai poveri. Poi senza più indugiare volò al suo Santo Padre (Pietro, s. n. r.) in S. Giovanni d’ Orfente e non potendo questi fare altra resistenza alle calde domande di lui, con le proprie mani gli diede l’abito della Santa Religione, il che occorse nell’anno 1289. […].

Fece l’anno di noviziato nel già detto Monastero di S. Giovanni, luogo asprissimo ed inaccessibile, dove l’andare non era senza gran pericolo della vita. Quivi si trovò Roberto presente a molti miracoli operati da Celestino, dai quali si accese con maggior fervore al servizio di Dio. (vedi figura in alto da sn. Calaiatri.ii e iviaggidimanuel.it; in basso a sn. eremi.abaq.it e giobbe.org.).

Nell’eremo di Sant’Onofrio giunse all’eremita Pietro di Angelerio e di Maria, Pietro da/del Morrone, la notizia della sua elezione a Papa, già diffusa per tutto il territorio del regno angioino dopo la fine del conclave, 5 luglio 1294 tenuto nella città di Perugia; e subito la nobiltà ed il re si prepararono a raggiungere da Napoli, sede del regno, la città di Sulmona. (vedi figura a sn. casevancanzedandrea.com  a ds. sluurpy.it ).

L’eremo di Sant’Onofrio al Morrone.        L’eremo di Sant’Onofrio al Morrone e la città di Sulmona (a ds.).

Pietro da/del Morrone nell’apprendere la notizia, scrisse Marini, si spaventò è tremò tutto, sì perché non si conosceva atto à sì gran incarico, come perche era omnimamente contrario al suo instituto; & che ripieno di malinconia giorno è notte si lamentava, querelava è lagnava. […]. Conforme à questi suoi ragionamenti haveva anco deliberato nell’animo suo di fuggire il carico Pontificale & abandonare occultamente quel sasso è luogo, dove egli habitava, accioche non fosse trovato e tiratovi per forza. Riferiscono l’autori, ch’egli tentò di fuggire con un sol compagno, il quale scrive Francesco Petrarca vicino di quei tempi, che fù Roberto di Salle discepolo del Santo all’hora giovine (che poi divenne un grande essemplare di Satità, e quasi di austerità e fatti miracolosi superò il maestro.).

Petrarca descrisse il carattere di Roberto da Salle.

Una volta scoperti nel loro nuovo rifugio, Pietro di Angelerio e di Maria, dopo avere accettato la nomina, propose al giovane fra’ Roberto di seguirlo nella sua “nuova avventura”: ma circondato (fra’ Pietro, n. d. r.) dalla inopinata e subita moltitudine del popolo, non sperando di poter uscire delle sue mani, si rivolse al discepolo, e domandollo se voleva seguire per tal modo tirato e sforzato alle cose grandi; ma il discepolo. che avea imparato dal maestro di far poco conto del mondo, e d’amare Cristo e la virtù e la pace e il silenzio e la solitudine, mediante le quali si va al cielo, disse: << Io ti priego che tu mi perdoni, e che tu abia rispetto alla mia fatica e al mio pericolo, e che tu vogli più tosto avermi successore della povera cella e del sicuro ozio, che partecipe della ricca gloria e piena di ansiedate >>.

Infatti, l’umile discepolo Roberto, ricordò Telera, rifiutò la nomina cardinalizia promessagli da frà Pietro: Al quale invito l’intrepido e costantissimo discepolo, anche se capiva l’implicita offerta del grado Cardinalizio e dell’onore del ministro più confidente del Papato, non altrimenti condiscese, ma con disprezzo di sublime umiltà ricusò le grandezze del mondo, quasi vilissimo fango, per farsi certo possessore del Cielo. Onde la sua risposta fu che egli molto più di buon cuore lo supplicava di essere fatto successore del Morrone, che partecipe del Vaticano.

Il giovane fra’ Roberto rimase sul Morrone, ricordò Telera, nella stessa cella occupata dall’anziano Pietro da/del Morrone, mai immaginando del suo improvviso ritorno dopo 5 mesi per la rinuncia alla cattedra di Pietro e della tristezza che avrebbe provato per la successiva separazione causata dalla fuga del più che ottantenne Maestro verso uno dei porti della Puglia per sottrarsi alla persecuzione del nuovo papa Bonifacio VIII, preoccupato per lo scisma che si sarebbe potuto originare per la presenza di 2 Papi.

                       Papa Celestino V.                                       Papa Boniofacio VIII. (da Biografieonline).

L’ex papa Celestino V, povero ed umile, certamente era più amato e venerato del suo successore tanto odiato da Dante da collocarlo, ancora vivente, nell’VIII cerchio dell’Inferno, nella terza bolgia di Malebolge tra i simoniaci.

Il fuggiasco ed anziano Pietro non volle essere seguito da Roberto nella sua nuova e sfortunata fuga: fu costretto l’appassionato Roberto a restare in quella cella, avendo così disposto Celestino, scrisse Telera, affinchè non mancasse agli altri Monaci l’esempio di tutte le religiose virtù. Ed intanto si esercitava il Beato (Roberto, n. d. r.) in continue orazioni, per travagli e peregrinazioni, che l’estrema vecchiezza pativa il suo S. Padre il quale, dopo tante agitazioni, finì santamente la vita nel carcere di Fumone,il sabato del 19 maggio dell’anno 1296.

Roberto dopo la morte di Pietro rimase ancora 2 anni in Sant’Onofrio del Morrone per trasferirsi nel Monastero di S. Giorgio della Roccamorice e soggiornarvi per circa 12 anni. (vedi figura).

                                                      Monastero di San Giorgio-Roccamorice

Scrisse Telera: Ma non gli permisero più lunga quiete, poiché il gran talento che in esso i Superiori scorgevano ai negozi temporali, fu cagione che lo destinassero Procuratore del sacro Monastero di S. Spirito della Maiella, in data 11 luglio 1314 per restare fino all’anno 1317. (vedi figura a sn.Tripadvosir).

Successivamente, dando prova di grande saggezza nella sua attività, scrisse Telera, fece passaggio per obbedienza dei maggiori al Priorato di Santa Croce della Rocca di Montepiano o, come sostengono altri biografi, nel monastero di San Pietro Apostolo di Roccamontepiano (vedi figura), fabbricato, ricordò Telera, per volere di Roberto da Salle.

Stando a quanto scrisse Telera, Roberto da Salle dimostrò sempre grande obbedienza e disponibile: Non ebbe stanza permanente Roberto nel tempo che esercitava il già detto ufficio, ma da un Monastero all’altro si portava come bisogno richiedeva: Roma, Caramanico, Lama dei Peligni, Atessa, Gessopalena, Montepiano. (vedi figura).

Ed ecco giungere Roberto de Salle nella terra del comitatus  Molisii dove era nato il suo affezionato ed amatissimo Maestro: papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria.

Vi esistevano da lungo tempo i monasteri di Agnone, S. Maria della Maiella (anno 1292); Bojano, San Martino (anno 1290); Cerro al Volturno, San Giovanni (anno 1294); Isernia, S. Spirito (anno 1272); Trivento, S. Maria (anno 1290); Venafro, S. Spirito (anno 1294). (vedi figura, punti neri).

In base alla bibliografia antica, la laboriosa missione di Roberto de Salle si svolse soprattutto nel territorio oggi denominato Basso MOLISE, con la fondazione del monastero di Ss. Annunziata in Guglionesi intorno all’anno 1320 da cui dipendevano: S. Angelo in Termoli (anno 1320); S. Pietro Celestino Papa e Confessore in Montorio nei Frentani; S. Roberto di Morrone in Sannio; S. Pietro in Petrella Tifernina; S. Pietro in Limosano (1312). (vedi figura, punti rossi).

Inoltre ricordiamo, in quanto pare ristrutturata da Roberto di Salle la chiesa di S. Maria della Libera, in Campobasso, fondata, ma è improbabile (leggenda metropolitana), da fra’ Pietro di Angelerio e di Maria.

Le località (vedi figura) frequentate DAPPRIMA da PIETRO di ANGELERIO e di MARIA E, SUCCESSIVAMENTE, DAL DISCEPOLO ROBERTO DELLA SALLE nel comitatus Molisii. MAI STATO PRESENTE IN UNA LOCALITA’ DENOMINATA SANT’ANGELO RAVISCANINA O SOGGIORNATO PRESSO IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLA FERRARIA.

Carta canta e Catarina sona:

SUI PASSI DELL’EREMITA FRA PIETRO FIGLIO DI ANGELERIO E DI MARIA e del discepolo FRA ROBERTO DELLA SALLE.  (vedi figura). 

                                    

Le località visitate da Roberto della Salle nel territorio del Comitatus Molisii.

Per quanto riguarda la presenza e l’operosità di Roberto della Salle in Morrone del Sannio, leggiamo in www.morronedelsannio.com: DELLA CHIESA DI SAN ROBERTO. E’ costruita fuori dell’abitato e propriamente sotto Morrone verso Ripabottoni in località “le Schiavone”. E’ ad una sola navata abbastanza spaziosa e fu del monastero di San Pietro Celestino, del quale si vedono insigne vestigi vicino alla stessa chiesa. Il monastero fu in vigore della costituzione di Innocenzo X ed, al presente, è grancia del Venerabile priorato di questo ordine in “Oppidi Cellis Nisij” (Guglionesi) appartenente alla diocesi di Termoli. Da poco due statue lignee da lì furono trasferite ed accomodate e indorate nella chiesa matrice, cioè la statua della beatissima Maria Vergine di Monte Carmelo e la statua di San Pietro Celestino della quale si conserva una reliquia del Santo con l’indoratura.  […].

Che si conservi la statua di San Pietro Celestino sopra la chiesa madre, ove al passato si trova portandosi in processione ad essa chiesa di San Roberto il giorno del 19 maggio festa che si celebra ogni anno in onore di San Pietro Celestino e che dopo solennizzata la messa in quella si ritorni in processione in detta chiesa madre. Alla chiesa sono ammessi oneri di messa. San Pietro Celestino è il “Compatrono” di detta terra di Morrone.

Chiesa di s. Roberto. (ds. da www.morronedelsannio.com).

Il buon Roberto della Salle, per caso o per sua scelta, come già detto, svolse la sua missione in un territorio non lontano dal paese di origine di fra’ Pietro di Angelerio e di Maria: Sant’Angelo Limosano, l’antico castrum sancto angelo ricordato dalle biografie più antiche.

Roberto della Salle, avendo vissuto fino all’anno 1341 e condiviso la vita eremitica a stretto contatto con Pietro e con i confratelli a cui il santo eremita molisano era particolarmente legato, ossia fra’ Bartolomeo da Trasacco e fra’ Tommaso da Sulmona, autori della più accreditata delle sue biografia, la cosiddetta Vita C datata 1303-1306, conosceva BENE la localizzazione della sua patria, prima che altri biografi, suoi contemporanei, senza una testimonianza concreta, inventassero le località più diverse.

In ordine cronologico le località furono identificate in Molisium (1296-1314) ed in Sulmona (1270-1328); per poi arrivare alla pubblicazione della così detta Autobiografia (1300 ?), si stima redatta dallo stesso Pietro, dove non fu nominata la località di origine, bensì un castrum e non una civitas (quale era Isernia), una differenza non di poco conto per identificare la località della sua nascita.

L’Autobiografia offre un altro importantissimi indizio SEMPRE IGNORATO: il tempo impiegato dal giovane Pietro quando, abbandonato il monastero di Santa Maria in Faifolis o il suo luogo di nascita, si diresse a Castel di Sangro.

E’ scritto: Dopo un giorno di cammino …. Così, rimase solo (il giovane Pietro, n. d. r.). Camminando per un altro giorno, all’ora nona (ore 15, n. d. r.), giunse a Castel di Sangro.

Quanto descritto era conosciuto da Roberto della Salle, ma è SEMPRE ed ancora oggi, IGNORATO dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana; fa tifo UNICAMENTE per la città di Isernia: per andare a piedi da Sant’Angelo Limosano a Castel di Sangro si impiega una giornata più un’altra mezza giornata; per andare da Isernia a Castel di Sangro basta mezza giornata. (vedi figura).

Successivamente, tra gli anni 1303-1306, quindi vivente Roberto della Salle, la pubblicazione della Vita C, stimata essere la fonte più sicura per conoscere la vita di Pietro di Angelerio e di Maria, ricordò la localizzazione del monastero dove il giovane Pietro fu ospitato per il noviziato: quod vocatur Sancta Maria in Faifolis, quoa erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

Dopo la morte di Roberto della Salle, la maggioranza dei biografi di Pietro di Angelerio e di Maria si sentirono autorizzati, SENZA valide argomentazioni, alcune di esse perfino INVENTATE, a far nascere papa Celestino V in Isernia o in altre località.

Fu nel territorio di origine di papa Celestino V che Roberto volle vivere ed operarsi per il bene dei più bisognosi e costruire un monastero in Morrone del Sannio.

 Morrone del Sannio. Resti del monastero. (da www.morronedelsannio.com).         

Ma nulla sappiamo della una sua presenza nel castrum sancti angeli o nel monastero benedettino di Santa Maria in Faifolis; mentre la biografia di Telera ricorda i miracoli sia in vita che dopo la morte avvenuta nel Monastero della Terra chiamata Morrone al 18 di Luglio ad ora di nona, l’anno dell’umana salute 1341.

Ed i miracolati furono tanti anche se in alcune circostanze non è semplice identificare le località in cui avvennero: monastero del Morrone (sulla Maiella) o monastero del Morrone (del Sannio).

Tra i miracoli più significativi, Telera ricordò in occasione della presenza di Roberto in Campobasso, un certo Bartolomeo Molisi per impretare la salute d’un suo figliuolo chiamato Riccardo. Nella stessa Terra di Campobasso una Donna per nome Giburgagiacendo come un sasso immobile nel letto, uscì di letto con perfetta salute e ne resa grazie al Signore. Furono miracolati Giovanni Di Nicolò giovane prosperoso e Guglielmo Bordoni, il quale per molti anni giacque stroppiato, ed aveva i piedi rivolti ed attaccati alle cosce. Un altro Guglielmo portò la sua figlia chiamata Mobilia, che pativa di scrofole, fra le quali una era grossa quanto un uovo sotto la gola, per la quale correva pericolo della vita e come il Beato la segnò con la Croce, l’ascesso disparve e si ridusse al pari dell’altra carne.

Il beato Roberto dimorò, dove compì un miracolo, anche in Limosano, sicuramente nel monastero S. Petri Caelestini fondato nell’anno 1312, un centro distante poco più di 3. 800 km. da sancto angelo, il castrum dove era nato papa Celestino V: Ludovico Montano, che era rotto e non poteva senza la legatura camminare, raccomandato all’orazione del Beato per mezzo dell’Arciprete di Limosano, ove in quel tempo dimorava Roberto, recuperò la salute col solo segno della Croce.

Non è dato sapere se per una sua scelta o per assecondare la volontà del suo più illustre Maestro, anche il Beato Roberto non nominò MAI il piccolo castrum dove erano nato il santo papa confessore, pur avendo percorso in lungo ed il largo il suo territorio e preso dimora nelle vicine località del castrum Limosano, nel Monastero di Santa Maria in Faifolis ed in Morrone nel Sannio, sede del monastero da lui fondato.

Dalla cartina allegata si evince senza ombra di dubbio il territorio pertinente al Comitatus Molisi: UNICAMENTE DEGLI SPROVVEDUTI UOMINI DI CULTURA (sic) O DI CHIESA IGNORANO LA STORIA DEL TERRITORIO PERTINENTE AL REGNO ANGIOINO NEL PERIODO IN CUI VISSE IL NOSTRO SANTO FRATE: NATO NELL’ANNO 1209 (29 GIUGNO) NEL CASTRUM SANCTO ANGELO (Limosano), MORTO NEL CASTELLO DI FUMONE NELL’ANNO 1296 (19 MAGGIO), ALL’ETA’ DI 87 ANNI.

ESISTONO SOLO ED UNICAMENTE INDIZI, INDIZI, INDIZI, MAI VALUTATI ED ADDIRITTURA SOTTOVALUTATI E DERISI DAGLI AUTOREVOLI UOMINI DI CHIESA CHE, PUR DI NON ACCREDITARE LA NASCITA DI PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA, AL CASTRUM SANCTO ANGELO (Limosano), CONTINUANO INDIFFERENTEMENTE A SBALLOTTARE LE SUE SACRE SPOGLIE DA UNA LOCALITA’ ALL’ALTRA, DA UN TERRITORIO ALL’ALTRO, CON LE MOTIVAZIONI PIU’ BANALI E RIDICOLE.

Oreste Gentile.

GLI ANTICHISSIMI TERRAZZAMENTI SANNITI/PENTRI DI BOVAIANOM/BOJANO DIVENNERO VIE E VICOLI.

marzo 31, 2021

La sommità della collina dove oggi sorge Civita Superiore di Bojano, nei secoli XI-IX a. C. era la sede della 2^ fortificazione di Bovaianom, città madre e capitale del popolo dei Sanniti/Pentri; lungo le pendici della collina esposte a nord, oggi si notano diversi appezzamenti di terreno parzialmente coltivati, ma interessanti per la presenza di più di un terrazzamento al di sotto ed a di sopra della strada provinciale n. 100 da Bojano a Civita Superiore di Bojano. (vedi figura).

Da non confonderli con un muro di sostegno in cemento coperto dalla vegetazione, costruito intorno agli anni ’50 per bloccare un movimento franoso.

L’ipotesi della loro presenza si basa sull’esistenza, ancora oggi, di altri terrazzamenti in opera megalitica scoperti nel giardino del Palazzo Ducale, lungo la base della collina ed alla destra del tratturo Pescaseroli-Candela.

Un sopralluogo potrebbe confermare se questi terrazzamenti furono costruiti utilizzando dei grossi massi con le superfici più o meno lavorate, come erano solito fare i Sanniti/Pentri anche in occasione della fondazione della loro città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, tra i secc. XI-IX a. C.: dalla sommità dell’attuale borgo di Civita Superiore di Bojano, con una serie di terrazzamenti in rozza opera poligonale, da est verso ovest, parallelamente, occuparono le pendici della collina esposte a nord per terminare sul lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela, largo circa 110 mt. dove Bovaianom, stando a quanto ancora oggi resta delle sue mura, confinava con la vasta pianura di circa 100 kmq.. (vedi figura).

I terrazzamenti oggi sono sottratti alla nostra attenzione a causa della irregolare messa a dimora delle numerosissime piante di pino poste ad ogni ricorrenza della cosiddetta “Festa degli Alberi” e MAI diligentemente potate. (vedi figura). 

Le mura di terrazzamento avevano una triplice importanza: creavano e sostenevano una superficie pianeggiante su cui costruire le abitazioni, permettevano la coltivazione e davano la possibilità di predisporre i guerrieri per la difesa dell’insediamento. (vedi figure. 2^ figura: Terrazzamento delle mura poligonali sannite. da Telesianarrando.it. 3^ figura: Terrazzamento con strada e scalinata in territorio di Bojano).

Terrazzamenti con strada e scalinata lungo le pendici della collina

Le superfici orizzontali dei terrazzamenti furono utilizzate per il piano di calpestio dei vicoli ancora oggi esistenti nel centro storico di Bojano: si sviluppano da ovest verso ovest, grosso modo parallelamente al tratturo Pescasseroli Candela, oggi via Garibaldi, corso Umberto I, via Biferno. Da Porta Pasquino (ovest) a Porta san Biagio (est). (vedi figura).

Le vie più importanti sono denominate: 1. Via Corte Vecchia. 2. Via GargagliaVia ColleSalita Piaggia. 3. Via Erennio Ponzio che confluisce nella Via ColleSalita Piaggia. (vedi figura, colorazione gialla).

Probabilmente, anche la S. P. n. 100 dalla città di Bojano a Civita Superiore di Bojano, utilizzò per tratti più o meno lunghi, modificandoli, i piani dei terrazzamenti. (vedi figura).

provinciale

Un interessante disegno dell’abate Pacichelli (1703) ci mostra la città di Bojano all’epoca in cui egli visse: da est e ad ovest si notano le mura medievali con le porte di accesso. Il disegno evidenzia parzialmente l’antica urbanizzazione della città, iniziando dalla pianura dove era/è ubicata ancora oggi la chiesa cattedrale con gli altri edifici di culto ed edifici abitativi costruiti a ridosso delle mura medievali

Parallelamente ed all’interno delle mura medievali, nel disegno si notano gli edifici, anche di culto, costruiti a partire da ovest, ossia da Porta Pasquino, lungo corso Umberto I e via Biferno per terminare ad est nei pressi della chiesa costruita proprio su Porta san Biagio e nei pressi di una torre ancora oggi esistente a sud ed alla sinistra dell’ingresso della citata chiesa. (vedi figura).

Allo stato delle cose, la torre medievale fu costruita sulla superficie piana di un terrazzamento sito lungo le pendici della collina. (vedi figura).

Le mura medievali. I terrazzamenti. La torre.
Le mura medievali (rosso). I terrazzamenti (giallo). La torre (senape).

Pacichelli, con gli altri edifici localizzati nel suo disegno in terza fila, permette di identificare 2 terrazzamenti che oggi corrispondono al 2. Via GargagliaVia ColleSalita Piaggia ed al 3. Via Erennio Ponzio che confluisce nella Via ColleSalita Piaggia. (vedi figura).

Il suo disegno localizzò il palazzo vescovile tra corso Umberto I e via Gaspare Gargaglia, presso l’odierna chiesa di sant’Erasmo, già convento di Santa Chiara.

Iniziando un percorso in piano da ovest verso est, lungo corso Umberto I, notiamo che per superare i dislivelli tra i vari terrazzamenti la cui superficie pianeggiante aveva permesso, come già detto, la realizzazione delle vie, furono costruite delle lunghe scalinate in pietra (la maggior parte OGGI sostituite con  “strade” in betonelle)con direzione da nord a sud: era il vico o il vicoletto con diversa pendenza, ancora oggi esistenti. (vedi figure).

Prima di imboccare Corso Umberto I (ovest-est), dal Largo Episcopio (quota 488 mt.), inizia la via Numerio Decimio (nord-sud): a sinistra si procede sul terrazzamento utilizzato per costruire la Via G. Gargaglia (ovest-est, quota 495 mt.) e, successivamente, un altro terrazzamento  per realizzare la via Erennio Ponzio (ovest-est, quota 505 mt.).

Dopo il Largo Episcopio, e subito dopo l’inizio di Corso Umberto I (quota 493 mt.), sulla destra, c’è il Vico Lavinaro che permette di raggiungere la citata Via G. Gargaglia (quota 496 mt.). A Vico Lavinaro, segue Vico San Luigi (quota 491 mt.) con innesto ancora una volta con Via G. Gargaglia (quota 496 mt.) che a sinistra conduce in Piazzetta San Martino (quota 496 mt.).

La Piazzetta San Martino (quota 496 mt.) è dominata da un alto terrapieno (terrazzamento ?): da quota di 496 mt. raggiuge la quota 505 mt. dove c’è un giardino ed a quota 512 mt. la Via Erennio Ponzio (ovest-est), raggiungibile dalla piazzetta con una ripida scalinata (nord-sud). (vedi figura).

Tornando a percorre il Corso Umberto, dopo il vico San Luigi, il vico Malizia, a destra, di fronte alla medievale Porta di Visco, sale da quota 493 mt. a quota 501 mt. per incrociare Via Colle (ovest-est) e via Erennio Ponzio (ovest-est), dando inizio alla ripida Salita Piaggia (ovest-est). (vedi figure).

Anche le superficie piane degli altri terrazzamenti presenti lungo le pendici della collina e paralleli al tratturo Pescasseroli-Candela, furono utilizzati per costruire le vie (ovest-est), e collegate, dopo Corso Umberto I, con i vicoli (nord-sud) al Largo Duomo ed a Via Biferno.

Non esiste una documentazione bibliografica o archeologica per conoscere lo sviluppò urbano della Bovaianom, sannita/pentra e poco conosciamo della civitas sannita/romana Bovianum, tranne una descrizione di Appiano: la città era molto bella e difesa da 3 rocche, protagonista nell’anno 89 a. C., essendo stata scelta sede della 2^ capitale della Lega Italica in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).

La 1^ rocca fortificata si localizza sulla sommità di monte Crocella, a quota 1040 mt.; la civitas sannita/romana Bovianum si estendeva nella pianura; conservava il suo antichissimo insediamento, l’acropoli  sulla sommità della collina di Civita Superiore di Bojano, sua 2 ^ fortificazione ed includeva la 3^ fortificazione, identificata con la Contrada La Piaggia. (vedi figura).

Oreste Gentile.

LA VIA CONSOLARE MINUCIA da CORFINIUM/Corfinio a BRUNDISUM/Brindisi ed il DECUMANO DELLA CIVITAS SANNITA/ROMANA di BOVIANUM/BOJANO. 

marzo 13, 2021

Radke (1981), scrive: Dalle fonti letterarie – si tratta, però, in confronto a quelle delle pietre miliari, di una testimonianza meno importante – è attesta, oppure si deduce con certezza, la costruzione di una strada da parte di un consule negli esempi seguenti: […]. 19.  221 a. C.  via Minucia (Cic. Att. IX, 6, 1 e altri).

CHI gli altri autori dopo Cicerone (106 – 43 a. C.) ?

  1. Cicerone sull’esistenza della via consolare Minucia, scrisse […]. Aggiunse alle sei coorti stanziate in Alba si erano unite a Curio sulla via Minucia; il che gli era stato scritto da Cesare, il quale sarebbe a Roma tra pochi dì.
  2. Orazio (65 – 8 a. C.): […]. Ma di che cosa disputa? Se Castore ne sappia più di Dòcile, se per Brindisi è meglio la via Appia o la Minucia.
  3. Strabone (64 a. C. – 23 d. C ).: […]. Ci sono due vie che partono a Brendesion: la prima è una mulattiera che passa attraverso il territorio dei Peucezi chiamati Pedicli e poi attraversa quello dei Dauni e dei Sanniti fino a raggiungere Beneventum. Su questa via c’è la città di Egnatia e poi Celia, Netium, Canusium ed Herdonia. L’altra via, che passa per Taranto […]. E’ chiamata via Appia. […]. Tutte e due le vie, dopo essere partite da Brentesion, si ricongiungono presso Beneventum e la Campania. La via che conduce da qui fino a Roma si chiama Appia e passa attraverso Caudium, Calatia, Capua e Casilinum, fino a Sinuessa. (vedi figure).

CHIARO ?

Dopo quanto descritto dagli antichi Storici: la via consolare Minucia si originava presso Corfinio e giungeva a Brindisi; possiamo ipotizzare seguisse ed intersecasse i principali percorsi dei tratturi provenienti dagli altipiani dei monti dell’odierno Abruzzo centrale: il Celano-Foggia, il Castel di Sangro-Lucera e il Pescasseroli-Candela; oggi corrisponde alla S. S. 17. (vedi figura).

La recente scoperta al di sotto dell’alveo del fiume Calderari, in pieno centro della moderna città di Bojano, di una strada di epoca romana, conoscendo l’estensione della civitas sannita/romana, possiamo ammirare, seppure in pessime condizioni di manutenzione, uno dei decumani, ossia le strade all’interno di una città con direzione da est verso ovest.

Il decumano scoperto a Bojano, ha una lunghezza di circa 44 mt. ed una larghezza di circa 9 mt., fino ai 14. 30 mt. con il marciapiede, la cui larghezza per il tratto scoperto, è di circa 2. 40 mt.: vi si affacciavano gli ingressi degli edifici abitativi e commerciali (vedi in seguito decumano massimo di Ercolano).

Il suo selciato realizzato con pietre poligonali, in ottimo stato di conservazione, permette di formulare alcune ipotesi sulla antica urbanizzazione della civitas sannita/romana di Bovianum/Bojano, tenendo ben presente quanto accadde per la vicina civitas Saepinum/Altilia/Sepino, la cui costruzione nella pianura dell’alto Tammaro iniziò dopo la definitiva conquista romana del precedente insediamento fortificato di Saipins nell’anno 293 a. C..

L’insediamento fortificato della città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, Bovaianom/Bojano, occupato definitivamente dai Romani nell’anno 305 a. C., obbligò gli abitanti, con l’aiuto dei Romani, a urbanizzare il territorio pianeggiante posto alla base della collina inglobando, come accadde per Saepinum/Altilia/Sepino, il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

La civitas sannita/romana Bovianum/Bojano si allungava, allargandosi, verso est, nord ed ovest: dalla base della collina dove si localizzava il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela e, per i reperti rinvenuti negli anni passati, si estendeva fino all’attuale linea ferroviaria.

Per la vasta area urbanizzata, come per le altre civitates, esisteva più di un decumano (tra cui quello di recente scoperto) e più di un cardo (vedi figura), come testimonia l’antico assetto urbano, come vedremo, dell’antica città di Ercolano: più di un decumano, più di un cardo.

L’ insediamento montano sannita/pentro di Bovaianom. La civitas sannita/pentra/romana di Bovianum con i tracciati dei decumani e dei cardi. Il decumano scoperto (tratto rosso al centro della figura). Il tratturo Pescasseroli-Candela.

Nella civitas Saepinum sono stati riportati alla luce: il decumano, già tratturo Pescasseroli-Candela, poi via consolare Minucia ed il cardo, già tratturello proveniente dai pascoli del Massiccio del Matese; nell’area del loro incrocio fu creato il foro.

Nella civitas di Saepinum è interessante notare subito dopo l’ingresso ovest di Porta Bojano e lungo il percorso del suo decumano, largo non più di 4. 00 mt.: i solchi delle ruote dei carri lasciate sul selciato e quanto resta dei marciapiedi e degli antichi passaggi pedonali, ben sistemati e comodi per il transito dei carri e dei pedoni.(vedi figure).

L’utilizzo primario dell’unico decumano della civitas di Saepinum riportato alla luce era: il transito dei mezzi di trasporto ed il passaggio dei pedoni e delle greggia, come dimostrano le disposizioni impartite dai prefetti romani scolpite alla destra dell’ingresso di Porta Bojano, per proteggere le pecore dal furto da parte di coloro che erano preposti al loro controllo.

Esaminando il decumano recentemente scoperto in Bojano e valutando l’ottimo stato di conservazione del suo selciato, protetto nei secoli dallo spesso (circa 3 mt.) strato di terra su cui scorrevano le acque del fiume Calderari, l’assenza dei solchi delle ruote dei carri e delle grosse pietre utilizzate per i passaggi pedonali, possiamo pensare ad un diverso utilizzo rispetto al decumano di Saepinum: il decumano di Bovianum era interdetto al transito dei carri; ciò spiegherebbe il motivo dell’assenza dei profondi solchi delle ruote dei carri.

Si potrebbe obiettare che con il trascorre dei secoli tutto è stato levigato dal deflusso delle acque, ma è un fenomeno improbabile visto che sulla superfice del decumano non potevano scorrere le acque in quanto protetto da uno spesso strato di terreno (circa 3 mt.), ma è soprattutto l’assenza dei grossi massi di pietra utilizzati per i passaggi pedonali a testimoniare il suo utilizzo esclusivamente per il traffico pedonale: oggi si presenta con la sua superficie ben levigata e priva di avvallamenti.

Illuminante e quanto mai appropriato l’esempio del decumano massimo riportato alla luce nella antica città di Ercolano e descritto nel sito https://www.pompei.it/scavi-ercolano/decumano-massimo: Il decumano massimo è la strada principale delle città romane e quindi anche di Ercolano e per questo ospitava ai suoi lati le case più prestigiose. Molto trafficata era riservata solo al traffico pedonale.

Qui (scrive http://www.vesuvioweb.com/it) fu scoperto l’arco trionfale, le grandi case-ville con le ampie fauci aperte sugli ampi marciapiedi (dai 2,50 metri ai 2,80 metri) e poi le fontane. Stupisce tuttavia e stupì certamente all’epoca dello scavo, la larghezza della carreggiata, ben 12 metri (in Bovianum/Bojano era di 9 mt.). […].

La fontana di Ercole che era stata costruita per abbeverare gli animali da traino, che passavano per il cardo V, segnava in maniera assolutamente inequivocabile il limite del traffico su ruota.

Uno dei decumani scoperto nella città di Bojano, dalla larghezza di poco inferiore al decumano massimo di Ercolano, 9.00 mt rispetto ai 14 mt., ma superiore al decumano di Saepinum largo 4.00 mt., era interdetto al passaggio dei carri, pertanto cerchiamo di localizzare il decumano pertinente alla via consolare Minucia nella civitas di Bovianum/Bojano, tenendo presente ciò che accadde nella civitas Saepinum/Altilia/Sepino.

Nella civitas di Saepinum la via consolare Minucia era il decumano, già percorso del tratturo Pescasseroli-Pescasseroli la cui larghezza massima, valutata a 111 mt., si ridusse a 4.00 mt. attraversando la civitas di Saepinum.

Conosciamo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela nella città di Bojano, ma non la sua reale larghezza a causa delle continue modifiche dell’assetto urbano succedutesi nel tempo e causato soprattutto dai frequenti terremoti.

L’unico dato certo è il suo lato destro rappresentato dalle mura di terrazzamento in opera poligonale, oggi ancora esistenti: erano il limite dell’insediamento montano della città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, Bovaianom/Bojano.

Pertanto, la reale larghezza di 111 mt. del tratturo Pescasseroli-Candela pone il lato sinistro del suo percorso, come dimostra la figura, al di là dell’attuale corso dei Pentri e nei pressi della 3^ fila degli alberi di platani di piazza Roma ed anche dopo l’edificio che ospita l’odierna sede municipale, già convento francescano edificato nell’anno 1347; pertanto, l’area era molto più vasta, probabilmente era l’area dove, all’epoca dei Sanniti/Pentri, si svolgeva il mercato che, guarda caso, si continua a svolgere.

Quella vasta area nel corso dei secoli, MAI fu occupata da costruzioni, tranne nel 1347 con il convento di san Francesco.

La vasta area occupa circa 3. 500 ha. e presenta una caratteristica forma ellittica irregolare dovuta ai fabbricati che oggi la delimitano; nominalmente è stata divisa in Piazza della Vittoria, a nord est; Piazza Roma a nord ovest e Via Cavallerizza a nord: potrebbe identificarsi con il foro, vedi quello di Saepinum, originato dall’incrocio del decumano, via consolare Minuccia, oggi denominato corso dei Pentri, già S. S. 17 Appulo Sannitica, con uno dei due cardi centrali provenienti da sud, dalla base della collina.

 

 

Oggi il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela nell’attraversare Bojano ha una larghezza variabile, molto inferiore ai normali 111 mt.; si riduce a poco più di 5 mt. quando attraversa intra moenia la città medievale di Boviano/Bobiano/Boiano/Bojano: era ed è un percorso proprio a ridosso delle mura medievali: da Porta Pasquino, ad ovest, fino a Porta san Biagio ad est, e parallelo alle 2 porte della cinta muraria a nord: Porta di Visco e Porta Santa Maria.

Questo è quanto.

 Oreste Gentile.

LO STEMMA DELLA REGIONE MOLISE.

febbraio 15, 2021

Come sovente accade quando si parla o si scrive della Storia della regione Molise, i “campanilismi” o una negligente ricerca bibliografica creano sempre accessi dibattiti.

L’argomento attuale è lo stemma della regione Molise: fu approvato nella seduta del 9 giugno 1977 con relazione del prof. A. La Regina con le seguenti motivazioni:

Illuminante, quanto inascoltata la relazione del consigliere U. Gentile:

Probabilmente Gentile aveva letto con profitto quanto Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, scrisse nell’anno 1644: La nobilissima famiglia di Molise trà questo grandemente fioriva, e giunse a grandezza tale, c’havendo poco menche conquistate tutte le Terre di questa Provincia, dal lor cognome fu denominata Contado di Molise, come anche Molise chiamarono un Castello, che alcuni di quella edificarono presso le rovine dell’antica Città di Tiferno, e così sono state poi sempre denominate.

Una descrizione chiara e storicamente documentata dai diplomi redatti nei secoli XI-XII sottoscritti da conti de Moulins/Molinis/Molisio e dalle fonti bibliografiche.

Riassumendo quanto accadde nell’anno 1142 nell’assemblea di Villa Marca (AV) voluta da re Ruggero II, fu il conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio, genero del sovrano e titolare della vasta contea di Boiano, a dare il proprio cognomine alla contea di MOLISE.

SENZA SE E SENZA MA.

Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

COLLE DI ROCCO/GUARDIAREGIA-CAMPOCHIARO (HERCUL RANI)-SAN POLO MATESE-BOJANO (BOVAIANOM). CAMMINANDO NELLA STORIA E CON LA STORIA CON I SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (VIII PUNTATA).

febbraio 14, 2021

Lasciando il santuario sannita/pentro sito nella località di san Pietro dei Cantoni, ci incamminiamo lungo il sentiero a destra fino all’incrocio con il sentiero proveniente da destra e lo seguiremo, vegetazione permettendo, fino alla località Colle di Rocco, sede di un insediamento sannita/pentro posto alla quota di circa 1025 mt. sul versante settentrionale del Massiccio del Matese.

Caratteristica comune a tutti gli altri insediamenti fortificati fino ad ora visitati, anche da Colle di Rocco si controllavano, si comunicava e si proteggevano le pianure di Bovaianom/Bojano e di Saipins/Sepino, tra i principali centri sorti sul percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

come raggiungere (tracciato giallo) Colle di Rocco dal santuario sannita/pentro di san Pietro dei Cantoni.

 L’insediamento fortificato su Colle di Rocco, permetteva le comunicazioni visive tra le fortificazioni a sud di Bovaianom/Bojano: la fortificazione di Saipins/Sepino e la civitas sannita romana di Saepinum.

De Benedittis (1977): […]. ad est di Guardiaregia, è collocato a circa 1025 m; anch’esso (centro fortificato, n. d. r.) assai simile a quello di Montefalcone (del Sannio, n. d. r.)Restano ben conservati 110 m che terminano chiaramente ad angolo su entrambe le estremità; non si esclude sia più lungo. Anche qui il materiale è preso sul posto; le mura sono alte m 1,60 e presentano una profondità di m 2,20, una misura già rinvenuta nel recinto di Civitanova del Sannio. La sua collocazione sulla montagna sovrastante il passo di Vinchiaturo permette di mettere in comunicazione il recinto di Campochiaro con quello di Sepino-Terravecchia.

La Regina (1989). Fortificazioni sannitiche a Colle di Rocco.

Scendendo dall’insediamento fortificato di Colle di Rocco lungo il sentiero a sinistra, raggiungiamo la pianura ed il tratturo Pescasseroli-Candela che, dopo la visita al santuario sannita/pentro di Hercul Rani, percorreremo nel tratto tra Campochiaro e San Polo Materse nel cui sottosuolo fu scoperta una vasta necropoli. (vedi figura).

Un territorio ricco di Storia e, soprattutto, di testimonianze archeologiche utili per modificare le stime sul periodo in cui avvenne il definitivo stanziamento dei popoli di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita; ma non solo, quando inizieremo il Cammino nella Storia e con la Storia lungo il percorso dalla città di Spoleto, capitale del Ducato longobardo omonimo, alla città di Benevento anch’essa capitale del Ducato omonimo, conosceremo le vicende vissute sempre dal territorio pertinente alla città di Bojano: ancora una volta si conferma l’esistenza di città fondate per essere indiscusse protagoniste nella grande Storia

In merito alla scoperta della necropoli sannita/pentra, Moscati, scrisse (ed.ne 1999): […], l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso  Boiano.o […]. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica. Successivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie.                                                                                                                     

Tra i reperti più antichi già conosciuti in passato e pertinenti al X-VIII sec. a. C. ricordiamo ed ammiriamo tre cuspidi di lancia, già descritte da D’Agostino nell‘anno 1980: Le testimonianze più antiche legate alla presenza umana in questo territorio si riferiscono alla prima età del ferro e sono relative a cuspidi di lancia in bronzo rinvenute presso Bojano. (vedi figura).

Successivamente, le scoperte di Del Pinto, arricchendo come abbiamo visto nella IV puntata nel nostro cammino le testimonianze archeologiche del popolo dei Sanniti/Pentri, documentano un periodo più antico della loro  presenza: una fibula ad arco serpeggiante (…). Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo ed un tipo di vaso caratteristico dell’Eubea databile tra la fine del IX e la prima metà dell’VIII sec. a. C..

Il versante nord est del Massiccio del Matese ed a sud est di Bojano, era percorso da una fitta rete di tratturelli utili alle greggi per scendere dai pascoli montani e raggiungere il tratturo Pescasseroli-Candela.

Uno dei tratturelli, oggi S.P. 331, dal territorio del Sannio/Caudino, valicando il Matese, proseguiva sul versante del Sannio/Pentro e raggiungeva l’attuale Guardiaregia, la pianura ed il tratturo su citato. (vedi figure. N. B. per un errore di informazione, nelle figure in cui compare la S. P. 164, in realtà è la S. P. 331).

La fitta rete di tratturelli  (vedi figura linea continua gialla) esisteva anche a sud ovest della città madre e capitale dei Sanniti/Pentri: scendevano dai pianori di Campitello Matese, dei Prati di Civita e da altri di minore estensione, sempre per collegarsi con il tratturo Pescasseroli-Candela. (vedi figura).

Terrazzamenti in rozza opera poligonale lungo le pendici della montagna a settentrione del Massiccio del Matese ad ovest di Bojano per i tratturelli provenienti dai pianori dei Prati di Civita e da Campitello Matese e per creare aree pianeggianti pre favorire la coltivazione.

                                               

                                           

Dopo esserci incamminati dal tratturo Pescasseroli-Candela lungo uno dei tratturelli per raggiungere a sud il santuario sannita/pentro Hercul Rani, sostiamo un attimo per osservare sia gli ultimi contrafforti del Massiccio del Matese solcati da profondi canaloni causati dalle abbondanti precipitazioni, sia i fitti boschi ed anche non vedendole, i pianori dove stanziavano le greggi.

Questo territorio, intorno all’anno 311 a. C., fu testimone di una imboscata organizzata dai Sanniti/Pentri, forse alleati con i loro consanguinei, contro l’esercito romano reduce dalla grave ed umiliante sconfitta presso le Forche Caudine (321 a. C.), ma riorganizzati, stavano realizzando una inarrestabile espansione.

Lo Storico greco-siculo ricordò: I consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti, n.d.r.) in una località chiamata Talio. I vinti (i Sanniti, n. d. r.) allora occuparono un colle chiamato Sacro e al sopraggiungere della notte i Romani si ritirarono nel loro accampamento; […]. Successivamente, aggiunse, furono posti presidi nelle città di Cataracta e Ceraunilia.

Livio, descrivendo stesso avvenimento dell’anno 311 a. C., fu più ricco di particolari: dopo la conquista di Cluviae/Casoli sita nel territorio dei Carecini Supernates, i consoli Romani si trasferirono in Boviano/Bojano: era questa la capitale dei Sanniti Pentri, la città di gran lunga più ricca e fornita di armi e di uomini.

I capi del Sannio, avendo programmato di tendere insidie avevano inviato ai consoli dei contadini fuggiaschi per  organizzare delle imboscate per cogliere di sorpresa e a circondare l’esercito, quando si fosse disordinatamente abbandonato al saccheggio.      

Pertanto, fu reso nota ad uno dei consoli che una grande quantità di bestiame era stata sospinta verso un bosco fuori mano (… pecoris vim ingentem in saltus avium compulsam esse …), lo indussero a condur là le legioni armate alla leggera per far preda. Ivi un grande esercito nemico (i Sanniti, n. d. r.) aveva occupato di nascosto le vie e, quando vide che i Romani erano entrati nel bosco, balzato fuori all’improvviso con gran frastuono, piombò loro addosso alla sprovvista.

La Regina in base a quanto letto, dà grande importanza alla citazione saltus avium, proponendone la localizzazione con una sua documentata disquisizione sulle citazione: percorso arduo di montagna e il saltus che ha tuttavia anche l’accezione tecnica, nel linguaggio giuridico, di luogo ricco di boschi e di pasture con la presenza di un insediamento rurale.

La Regina, ricordando: allora occuparono un colle chiamato Sacro, citato da Diodoro Siculo, ne propone la identifica con l’arce di Bovianum, impiantata sul crinale di un’altura del tutto isolata alle pendici del Matese.

Bovaianom/Bojano non aveva una sola arce, ne possedeva 3, come ricordò Appiano, e solo dopo la sua occupazione da parte di un piccolo contingente del suo esercito romano, Silla riuscì dopo 3 ore di combattimento ed un lungo assedio a conquista e distruggere la Bovianum civitas romana che, scrisse sempre Appiano, era molto bella e difesa da 3 arce.

L’arce conquista, la identifico con il colle Sacro, sita sulla sommità di monte Crocella (1.040 mt.) ricordato da Diodoro Siculo o con il collis Samnius ricordato da Festo; essendo di notevole importanza strategia per coordinare rapidamente le comunicazioni visive tra Bovaianom e tutti gli altri insediamenti del territorio dell’intero Sannio. (vedi descrizione dettagliata nella IV puntata).

Pertanto, possiamo ipotizzare la localizzazione dell’imboscata programmata dai Sanniti contro i Romani, in base alla citazione: dei boschi dove erano stati nascosti ingenti quantità di bestiame, come avevano riferito i “falsi” delatori sanniti; alla esistenza di un colle chiamato Sacro e ad un percorso arduo di montagna, tra i monti, i boschi ed i vasti pascoli del Massiccio del Matese che, secondo La Regina, si trovava certamente sul Matese a sud est di Bojano. Presso Campochiaro, in località Civitavecchia, a quota 1296, vi è l’altura fortificata nota con il nome delle Tre Torrette, difficilmente accessibile, delimitata da valloni e, su di un lato, da uno strapiombo altissimo della montagna. Ritornando alla realtà, l’insediamento Sannita/Pentro delle Tre Torrette o Civitavecchia, sito all’altezza variabile dai 1.200 ai 1.400 mt..                                                                                                                                          La fortificazione aveva una triplice importanza: a). coordinava le comunicazioni visive tra il centro fortificato di monte Crocella (il colle chiamato Sacro) di Bovaianom, la città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, con tutti gli altri insediamenti; b). controllava e c). difendeva i percorsi del tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello che, come vedremo, dalla pianura di Bojano saliva verso il santuario italico di Ercole per poi proseguire verso sud-sud ovest per raggiungere il territorio dei Sanniti/Caudini e dei Sanniti/Irpini residenti a sud-est del Massiccio del Matese.

Teatro dell’imboscata (vedi fig. in alto). Localizzazione del santuario di Hercul Rani e l’importanza della localizzazione della fortificazione delle Tre Torrette (vedi figura in basso).

Dopo avere ricostruito ed  illustrato uno dei tanti scontri tra i Sanniti e gli invasori Romani, abbandoniamo il tratturo Pescasseroli-Candela per riprendere il cammino lungo il sentiero verso il santuario di Ercole/Hercul Rani.                                   

La Tabula Peutingeriana lo identifica con il toponimo Hercul Rani e lo localizza correttamente, osservandola attentamente, da sud verso nord, alla destra di Bobiano/Bojano, ma così come lo presenta la Tabula non corrisponde alla realtà: il toponimo Hercul Rani fu posto vicino alla figura delle 2 torri utili per localizzare ed identificare Aecas/Troia (FG) sulla via per Lucerie/Lucera, Arpos/Arpi e Siponto; mentre è reale il suo collegamento con Sepinum e questa con Benevento; inoltre, essendo di minore importanza, mancavano le vie/tratturelli per collegare il santuario al territorio dei Sanniti/Pentri e con le popolazioni limitrofe della stessa origine: i Sanniti/Caudini, i Sanniti/Irpinied i Sanniti/Frentani.

                                           

Per sottolineare l’importanza del santuario, abbiamo il parere della S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C., n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; sembra opportuno ricordare la presenza, tra i materiali del santuario, di frammento di lamina bronzea con una borchia emisferica applicata presso il margine e, vicino, il foro per una seconda; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..

Scrivono S. Capini e La Regina (2015): Il sito del santuario corrisponde all’antica Herculaneum, località ricordata da Livio (10, 45, 10) per la battaglia là combattuta nel 293 a.C.: la circostanza che il passo liviano, nel contesto descrittivo dell’avvenimento, parli di un oppidum murato, si spiega ricordando che quello di Campochiaro è il solo santuario dei Sanniti munito di una cinta muraria, edificata già nella fase di IV sec. a.C. e analoga, nell’aspetto, a quelle degli insediamenti fortificati. […].

Il santuario subì ingenti danni da un forte terremoto nel III sec. a. C., ma fu ristrutturato per continuare ad essere frequentato fino al II sec. d. C.: le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C., quando un incendio […]. [Sannio Pentri e Frentani. (1980)].

Anche dopo una probabile distruzione da parte di Silla in seguito alla conquista ed alla distruzione della vicina Bovianum/Bojano, 2^ capitale delle Lega Italia in occasione della Guerra Sociale, il santuario continuò a svolgere le sue funzioni religiose e politiche.

Tra il III ed il IV secolo si assiste ad una ripresa della frequentazione del sito, da mettere verosimilmente in rapporto con l’uso dei percorsi viari che attraversano questa parte del territorio. Non esiste alcun elemento che faccia pensare a qualche forma di sovrapposizione del culto cristiano, se si esclude, in tempi recenti, la creazione di uno spazio religioso denominato “la Madonnella”. (vedi figura).

                                                   

Il santuario si localizza ai “piedi” dell’insediamento fortificato delle Tre Torrette ed era dedicato principalmente a Hercules/herekleis (genitivo)/Ercole, con un tempio ed altre strutture edili costruite su un terrazzamento artificiale a grossi massi in opera poligonale; ma è documentata per ora la presenza dei Dioscuri, raffigurati su una placchetta di argento dorato (IV sec. a. C.), […].

L’area terrazza del santuario visto dall’alto. Il tempio (in alto a sn.) e la porta dell’ingresso a ovest (a ds.).

La Divinità titolare del culto nel santuario e nel tempio, scrivono CapiniLa Regina: era Ercole: a lui si riferiscono molti dei ritrovamenti effettuati e soprattutto una dedica graffita su ceramica che conserva l’epiclesi con cui Ercole era invocato in questo luogo, aisernis, aggettivo che rimanda al nome antico del Matese.

Non essendo stato ancora scoperto un santuario pentro nelle immediate vicinanze della città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, quello di Hercul Rani di Campochiaro è stato stimato essere stato il suo principale luogo di culto.

La planimetria del santuario ci permette di localizzare ed ammirare la porta di ingresso ad ovest ed il tempio nella parte superiore del terrazzamento costruito a grossi blocchi di pietra in opera poligonale visibili a nord, con un andamento per un lungo tratto da est a ovest. (vedi figura).                                                                                       

Del tempio, scrive La Regina, resta solamente la parte inferiore del basamento che misura m 15,30 di lunghezza e m 21,30 di lunghezza, a cui è da aggiungere un’ampia gradinata frontale di cui sono riconosciute le fondazioni. […]. Era prostilo, probabilmente tetrastilo, di ordine ionico, con decorazioni di terracotta applicate alle trabeazioni lignee e al tetto. […]. L’edificio si data nella II metà del II sec. a. C., probabilmente intorno al decennio 130-120 a. C.. (vedi figura).

Primo piano del muro di terrazzamento in opera poliginale (SBAMolise).

Come per la città di Bojano anche Campochiaro NON HA un proprio Museo Archeologico; possiamo ammirare solo una parte dei reperti archeologici UNICAMENTE (spero siano esposti) fra i TANTI, nell’UNICO Museo Archeologico Sannitico istituito nella città di Campobasso; ma ALCUNI li possiamo ammirare grazie alle immagini fotografiche pubblicate nell’articolo curato da Capini e LA Regina in FANA, TEMPLA, DELUBRA. CORPUS DEI LUOGHI DI CULTO DELL’ITALIA ANTICA (2015).

Iniziamo dalle Tegole prodotte in un’officina pubblica, probabilmente di Bovianum, recanti bolli rettilinei impressi con sigilli bronzei; iscrizioni in lettere incavate, con direzione da destra a sinistra se non diversamente indicato.            I bolli servivano per datare la produzione. È adottata a tal fine la dizione che compariva negli elenchi della cronologia ufficiale, con l’annotazione della magistratura eponima annualem(eddíss) t(úvtíks), seguita dalla formula onomastica dei singoli magistrati, anch’essa abbreviata. […].                                                                      I nomi si devono quindi leggere in caso nominativo, come viene peraltro dimostrato dall’abbreviazione del prenome m(ina)z  secondo il criterio adottato anche nei Fasti consolari; l’ablativo assoluto è invece usato in altri contesti, come in latino. In alcuni casi tuttavia il nome è da sciogliere in caso genitivo con la carica posposta, m(eddikiaí) t(úvtíkaí) = in magistratu publico.[…].                                                                                                                             

La destinazione dei laterizi a edifici pubblici di Bovianum e della zona circostante, ossia ai santuari di Campochiaro, Colle d’Anchise, Castello del Matese, e anche a edifici pubblici di Saepinum, nell’ area urbana e al santuario della Mefite a S. Pietro di Cantoni, dimostra che la res publica (túvtú/touto) rappresentata dal meddix tuticus era costituita dall’intera comunità dei Samnites Pentri e non da singole entità cantonali.

La Regina (1989) in merito al ritrovamento dei bolli anche in altri siti, scrive: I bolli si datano nell’arco di circa un secolo prima della guerra sociale. A Pietrabbondante le tegole bollate compaiono in edifici del II sec. a.C.– inizi del I sec. a. C. (Tempio A, Tempio B, domus publica), ma non nel Tempio del santuario orientale, distrutto alla fine del III sec. a.C.. […]. I bolli si datano nell’arco di circa un secolo prima della guerra sociale

Tra i ritrovamenti non mancano alcuni resti di decorazioni architettoniche: Gli scarsissimi frammenti di terrecotte architettoniche raccolti finora nel corso dello scavo appartengono a serie decorative diverse: si riconoscono antefisse con potnia theron di tipi diversi; altre con figura maschile; serie diverse di lastre traforate; antepagmenta con palmette contrapposte e doppie spirali. Si tratta, in ogni caso, di pochissimi frammenti isolati […] tra questi, un’antefissa con scena di Ercole che lotta con il leone ed un frammento di sima con gocciolatoio a testa di leone. Provengono probabilmente da un fregio, pochissimi frammenti raccolti in situazioni diverse. (vedi figura).

[…]. La ceramica a vernice nera rappresenta il nucleo più significativo, essendo del tutto isolata una piccola lekythos a reticolo. Le forme attestate sono generalmente diffuse in tutta l’Italia meridionale, e particolarmente in Campania, in Apulia e nel Sannio, tra la metà del IV e la metà del III sec. a.C.; ciascuna forma è presente in più esemplari che appaiono caratterizzati da una grande omogeneità nelle caratteristiche tecniche. Sono presenti patere di forme diverse, coppe a vasca emisferica, coppe e coppette con parete concavo-convessa (fig. 56), coppe e coppette con orlo rientrante (fig. 57), skyphoi (fig. 58), piccole olpai (fig. 59), alle quali si aggiunge un unico esemplare di coppetta miniaturistica.                                                                                                              Il materiale comprende ancora un solo unguentario e un frammento di una lucerna del tipo delle kitchen lamps. La classe maggiormente rappresentata quantitativamente è la ceramica comune, con pochi vasi di argilla depurata – tre brocche (fig. 60), un’anfora (fig. 61), una coppetta – ed una abbondante quantità di ceramica grezza, presente però con una varietà di forme piuttosto esigua: accanto a pochi esemplari di brocche, bacini, scodelle (fig. 62) e coperchi, la grande maggioranza del materiale è infatti costituita da olle di dimensioni diverse (figg. 63-64). L’insieme è stato interpretato come il vasellame utilizzato per un banchetto sacro.

Altri reperti sono stati datati tra il III e la metà del I sec. a. C.; comprendono terrecotte architettoniche (frammenti di lastre traforate ed una testa di cavallo da un fregio), frammenti di intonaco dipinto, ceramica comune e a vernice nera, unguentari; si notano inoltre una cuspide di lancia ed un sauroter di ferro (i soli elementi relativi all’armamento finora trovati nel santuario, probabilmente, per le reciproche proporzioni, pertinenti al medesimo oggetto), alcune piccole clave di bronzo, una stele d’argento, riferimento miniaturistico a simulacri analoghi a quelli lignei dal santuario della Mefite nella valle di Ansanto (fig. 65).

Stele miniaturistica d’argento (da Capini 1980).

Siamo costretti a vedere SOLO le immagini degli oggetti recuperati nel corso della campagna di scavi condotta dalla Soprintendenza archeologica del Molise.

Sempre a causa della ASSENZA di un Museo Archeologico Pentro non possiamo conoscere ed ammirare le numerose ed antichissime monete; la maggior parte di esse non furono coniate dai Sanniti/Pentri, tranne le loro emissione nel I sec. a. C. in occasione della Guerra Sociale, probabilmente con una zecca mobile: in Corfinio dei Sanniti/Peligni; in Bojano ed in Isernia dei Sanniti/Pentri.

Ancora una volta siamo costretti a vedere SOLO le immagini di quelle recuperate nel corso della campagna di scavi condotta dalla Soprintendenza archeologica del Molise: I ritrovamenti monetari dal santuario di Campochiaro costituiscono un nucleo piuttosto interessante per la loro abbondanza e varietà […]. La maggior quantità di monete, quasi un terzo di quelle raccolte, si concentra nel III secolo e deve essere messa in rapporto con la seconda fase del santuario. Si tratta per lo più di monete campane del tipo Apollo/toro androprosopo […]; abbondate è pure la documentazione relativa ad Aesernia la cui presenza va direttamente messa in rapporto con la rinomanza del santuario nell’ambito del territorio pentro.  (vedi figure).


Quanto visto testimonia la numerosa presenza nel santuario dedicato ad Ercole di popolazioni non solo di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, ma anche popoli dei territori confinanti agevolati, come visto in precedenza, dai percorsi tratturali per i residenti a sud del Massiccio del Matese, mentre le popolazioni della costa adriatica, Sanniti/Frentani e gli abitanti dell’Apulia potevano accedere per mezzo della via anonima da Bobiano/Bojano a teneapulo/Teano degli Apuli/San Paolo Civitate, costruita in epoca romana seguendo, nel territorio pentro ed in quello frentano, il percorso del braccio tratturale MateseCortileCentocelle (vedi IV puntata).

Dopo la visita al santuario della Civitella, riprendiamo il cammino per raggiungere l’insediamento fortificato delle Tre Torrette.

Potremmo percorre una moderna e comoda strada asfaltata, ma è preferibile seguire un antico sentiero, partendo da quota 800 mt per raggiungere quota 1.070 mt.) ed attraversando dapprima un moderno luogo di culto detto “la Madonnella”, dedicato alla Madonna del Carmelo, e proseguire, vegetazione permettendo, lungo il pendio della montagna verso la Fonte Francone.

Percorrendo l’antico sentiero si nota quanto resta di una scalinata realizzata con gradini in pietra non lavorata e lì dove il tracciato curva per supera il dislivello, esiste ancora oggi uno spazio sufficiente per agevolare l’incontro ed il passaggio per chi sale e per chi scende.

Dopo una breve sosta ristoratrice presso la fonte, riprendiamo il cammino lungo il tratturello alla sinistra dell’antica fonte: agevole e non impegnativo ci permette di raggiunge Valle Uma e, volendo, si può proseguire verso la S. P. 331 (in cartina S. P. 164) per essere nel territorio dei Sanniti/Caudini.                                                                      Noi deviamo a destra verso l’insediamento fortificato delle Tre Torrette ad una quota di 1200-1400 mt..

La sua importanza era triplice: coordinava le comunicazioni visive tra il centro fortificato di monte Crocella (1040 mt.) e di Bovaianom (da 450 a 740 mt.) con gli altri insediamenti costruiti nel territorio pentro; controllava e difendeva i percorsi del tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello che dalla pianura di Bojano, salendo verso il santuario italico di Hercul Rani, raggiungeva Valle Uma per poi  proseguiva verso il territorio dei Sanniti/Caudini e dei Sanniti/Irpini residenti a sud del Massiccio del Matese.

1. Fortificazione di monte Crocella.          2. Fortificazione Tre Torrette-Civitavecchia3. Santuario italico di Ercole/Civitella.              4. Campochiaro.               B. BOVAIANOM/Civita Superiore di Bojano. Tratturo Pescasseroli-Candela (linea continua). Tratturello (linea tratt.ta).

 

Planimetrie del centro fortificato Tre Torrette/Civitavecchia da Guide archeologiche Laterza (1984). a sn. Dell’Orto-La Regina (1978).

Al nostra arrivo e dopo aver < ripreso fiato >, ammiramo quanto fu realizzato dai Sanniti/Pentri.

Particolari di una torre del centro fortificato de Le Tre TorretteCivitavecchia.

                                               

I particolari di un recinto.

Serie di terrazzamenti a nord ovest del centro fortificato de Le Tre Torrette

                                              

Terminata la visita, riprendiamo il cammino utilizzando dopo la Fonte Francone, la  comoda strada asfalta che scende nella sottostante pianura di Bojano ed il tratturo Pescasseroli-Candela per raggiungere la città di Bojano dove terminerà il nostro cammino nella Storia e con la Storia dei  Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti denominatisi Pentri quando, partendo dalla loro terra di origine il *Safnio, in latino Samnium (Devoto 1967), presero stabile dimora sulla sommità delle colline, delle montagne e nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese.

Area delle necropoli e le cave lungo il tratturo Pescasseroli-Candela (asfalto) direzione Saepinum nel tratto San Polo Matese e Campochiaro.

Per coloro che non hanno avuto la possibilità di vedere i reperti archeologici scoperti nella vasta area di Camponi (le foto sono pubblicate nella IV puntata) e sottratti alla ammirazione per la NEGLIGENZA di quanti stanno privando la città di Bojano di un MUSEO ARCHEOLOGICO DEI PENTRI, riproponiamo una breve documentazione  fotografica.

TROPPO BELLI per non riproporli alla vostra ATTENZIONE.

Dopo quanto ammirato, abbiamo la conferma del grado di civiltà raggiunto dal popolo dei Sanniti/Pentri  e SMENTISCONO chi continua a giudicarli UNICAMENTE dei rozzi pastori.

Proseguendo verso la città di Bojano dove terminerà il nostro cammino, sempre lungo il tratturo Pescasseroli-Candela, alla nostra sinistra si localizza una vasta area caratterizzata da un microclima, oggi completamente abbandonata alla crescita non regolata della vegetazione di bassi ed alto fusto, ma all’epoca dei Sanniti/Pentri aveva offerto la possibilità di coltivare anche l’olivo, la vite e di quanto poteva svilupparsi con una temperatura mite; di conseguenza, oltre ai prodotti tipici dell’agricoltura, disponevano con l’allevamento del bestiame di latte, di carne, di lana, di pelle, di olio, di vino etc..                                                                                                                              Non dimenticando le cave di argilla la cui lavorazione permetteva la produzione di oggetti di vario genere ed utilità.

Il nostro cammino che ha interessato anche il tratturo Pescasseroli-Candela, partendo dal territorio denominato *Safnio/Samnium/Sannio, durante le varie tappe ci ha fatto conoscere e rivivere un invidiabile passato dei popoli originati dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti;  purtroppo ci riporta alla realtà osservando le condizioni attuali del suo antico percorso. (vedi figura).

Il tratturo Pescasseroli-Candela (dir.ne Pescasseroli) come si presente oggi nei pressi di Bojano (est).

Siamo arrivati, il traguardo del nostro cammino nella Storia e con la Storia dei Safini/Sabini/Sabelli/Sannti/Pentri, è presso la porta orientale della città medievale di Bojano, porta san Biagio a guardia della quale, ancora oggi, esiste un torre medievale, inglobata tra le mura di una moderna casa privata: era l’ingresso orientale della civitas medievaleBovianum/Boviano/Bobiano/Boiano/Bojano: ci dà appuntamento al nostro prossimo cammino sulla Via dei 2 Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento.

Oreste Gentile.

 

MONTEVERDE (?)-CERCEMAGGIORE (?)-SEPINO (SAIPINS/SAEPINUM). CAMMINANDO NELLA STORIA E CON LA STORIA CON I SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (VIII PUNTATA).

febbraio 6, 2021

Continuando il nostro cammino per conoscere gli insediamenti costruiti dai Sanniti/Pentri sulla sommità delle colline e delle montagne a nord est della pianura di Bojano e di Sepino, lasciato il centro fortificato su monte Vairano, scendiamo verso la valle per risalire e raggiungere l’insediamento fortificato di Monteverde di Vinchiaturo.

Da monte Vairano, ripercorriamo il sentiero in direzione Baranello e, seguendo la comoda S. P. 49, nei pressi dell’incrocio con la S. S. 87, imbocchiamo e seguiamo la S. P. 69 fino al quadrivio conosciuto con il nome le quattro vie nuove per imboccare, subito a sinistra, la strada che sale verso l’antica chiesa di santa Maria di Monteverde e seguire, di fronte a sinistra, la strada per la Rocca, l’insediamento sannita/pentro sito alla quota di circa 1.000 mt., sorto per controllare il territorio da ovest verso est  e rendere possibili le comunicazioni visive tra i vari insediamenti. Come sempre accade per la fantasia di qualche studioso del passato, a cui fa sempre eco qualche studioso locale, la fortificazione denominata la Rocca fu identificata e si continua a ricordarlo, con Ruffirium, distrutta da Quinto Fabio sotto la dittatura di Lucio Papirio Cursore.

NON esiste uno Storico che abbia ricordato l’avvenimento: PURA INVENZIONE, PURA FANTASIA solo per accreditare al proprio luogo natio, come si era/è solito fare, un avvenimento ed un ruolo storico MAI avuto.              Infatti, i personaggi ricordati sono reali, le operazioni belliche avvennero nel territorio del Sannio, ma fu IMBRINIUM l’unica località conquistata da Quinto Fabio, ricordata da Livio  (Ab urbe condita libri, VIII, 30).            L’avvenimento precedette la sconfitta dei Romani alle Forche Caudine nell’anno 321 a. C..

Non è dato sapere chi inventò la BUFALA dell’esistenza di un sito denominato Ruffirium; a detta di alcuni la citazione sarebbe da accreditare a Francesco De Sanctis autore di Notizie Istoriche di Ferentino nel Sannio al presente la Terra di Ferrazzano in Provincia di Capitanata (1741), in cui dovremmo leggere l’origine di MirabelloSannitico, localizzato ad est e poco distante dall’insediamentosannitico/pentro la Rocca ed alla quota di circa 600 mt..

La pubblicazione di De Sanctis, consultabile su internet, cita Mirabello in 10 pagine (73. 166. 395. 400. 401. 403. 423. 451. 454. 479): NON esiste Ruffirium.

La disinformazione si perpetua nel tempo ed è addirittura ufficializzata; tant’è che il detto da cosa nasce cosa, nel caso in esame è quanto mai “azzeccato”: la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 20 ottobre 1994, scrive, tra le tante altre cose: Nonché emergenze di notevole importanza, risalenti già al periodo sannitico fra le quali la più evidente la cinta muraria di grande estensione, posta tra il comune di Vinchiaturo e quello di Mirabello, che secondo alcuni studiosi racchiudevano la città sannita di <Ruffirio > ed in cui ancora oggi emergono resti di mura poligonali ed ingenti quantità di reperti ceramici e notevolmente rilevanti sono in un area ad essa adiacente e precisamente in località < Monteverde > i ruderi di un monastero benedettino […].

Fatta questa doverosa precisazione iniziamo a percorrere tra la fitta vegetazione i sentieri all’interno del recinto fortificato di la Rocca di Monteverde.

I centri fortificati Sanniti/Pentri (giallo) sorti a difesa della pianura di Bojano e Sepino e del tratturo Pescasseroli-Candela.

Da De Benedittis (1977) possiamo conoscere l’insediamento di la Rocca: Il terzo recinto, quello di Monteverdeè posto sulla montagna denominata La Rocca a S O di Monte Vairano, da cui dista in linea d’aria non più di 5 km. La cinta è formata da grossi blocchi irregolari sovrapposti a secco e si presenta per lunghi tratti in buono stato di conservazione. La sua lunghezza è di circa 600 m. Presenta una forma leggermente triangolare con vertice in direzione nord[…]; Non appaiono angoli, né torri; l’area racchiusa è di circa 30-40.000 mq; va dunque incluso tra i recinti minori a cui è assegnabile una funzione di avvistamento e segnalazione oggi non meglio classificabileIn effetti la sua collocazione appare quanto mai opportuna per mettere in comunicazione la cinta di Monte Vairano con la piana di Sepino e con i recinti a quest’ultima connessi come quello di Monte Saraceno presso Cercemaggiore; né d’altra parte va escluso il controllo esercitato dal recinto su due arterie notevoli quali il tratturo che da Campochiaro porta a Casacalenda e l’alto corso del torrente Tappino […]. De Benedittis (1988): Sulla cima posta sull’altra sponda del torrente Tappino è posta un’altra cinta di piccole dimensioni (700 m. circa di perimetro) di forma ellittica collocata ad un’altezza di poco meno di 1000. Sul lato Nord-Est sono forse riconoscibili resti della porta. A breve distanza dalla cima sorgono i ruderi della chiesa di S. Maria di Monteverde che dà il nome alla località.

Planimetria della fortificazione sannitica di la Rocca.                                           

Mirabello Sannitico (CB), Monte La Rocca: la fortificazione sannitica (da La Regina 1989).

Altri particolari delle mura del centro fortificato.

Lasciamo la fortificazione de la Rocca e torniamo verso l’antico monastero di santa Maria di Monteverde per seguire la S. S. 17 il cui tracciato potrebbe sovrapporsi al più antico della via consolare Minucia che, come sappiamo, si originava a Corfinio ed arrivava a Brindisi.                                                                                                Al bivio, nei pressi della località Taverna/Crocella, abbandoniamo la statale ed imbocchiamo a destra la S. P. 54 che abbandoniamo al bivio per Cercepiccola per proseguire con la S. P. 86 verso Cercemaggiore intravedendo, in lontananza, monte Saraceno, toponimo che dall’anno 1876 ha sostituito l’originale Pianadolfo, dalla chiara origine Longobarda,  ricorda S. Vandozzi  (2016), che ricorda la presenza di quella popolazione nel periodo alto medievale nel territorio molisano, tema del nostro prossimo cammino nella Storia e con la Storia.

Da archeologicamolise.beniculturali.itL’insediamento di Cercemaggiore, ubicato sulla cima di Monte Saraceno, si sviluppa nella parte più alta del monte, a quota 1089 metri s.l.m. È articolato in due cinte, il cui circuito in parte si sovrappone. La più antica circonda la parte più alta della montagna ed include un’area di circa 20.000 mq.  Le mura sono a doppia faccia a vistadello spessore di m. 1,50 circa. Sono visibili attualmente, due porte, entrambe perpendicolari al muro, prive dell’architrave. La seconda cerchia di mura, molto più estesa della prima, include uno spazio di circa 220.000 mq. Le mura sono generalmente costruite con blocchi rozzi di forma poligonale, con una sola faccia a vistaVi si aprono due porteQuella principale a nord-ovest, è la più grande, è obliqua al muro e si apre in corrispondenza di un percorso che attraversa tutta l’area interna alla fortificazione, sfociando a sud-ovest (qui era probabilmente collocata una porta analoga, presso una sorgente).                                                                                                                                                             

Un’altra porta, molto piccola e di struttura molto semplice si apre a sud, conserva ancora il blocco di pietra che funge da architrave. (vedi figure).

Planimetria fortificazione di monte Saraceno (Dell’Orto-La Regina).

Altri particolari del centro fortificato di monte Saraceno.

Valeria Scocca (2015), scrive: Lo scavo dell’arx ha restituito cospicui quantitativi di ceramiche, di fittili e di metalli d’età ellenistica, in particolare ceramica a vernice nera, oggetti in ferro e monete d’argento di Velia, che suggeriscono una lunga frequentazione del sito, collocabile tra la fine del V-prima metà del IV ed il I sec. a.C.. A suggerire l’ipotesi di una destinazione cultuale dell’area concorre il rinvenimento di un’ascia miniaturistica in ferro (lungh. 3 cm), a destinazione probabilmente votiva, che trova puntuali riscontri in oggetti analoghi provenienti dai santuari di S. Pietro di Cantoni e di Ercole a Campochiaro, ascrivibili ad un arco cronologico compreso tra IV e III sec. a.C..

IGNORO dove siano custoditi ed esposti.

Rincresce abbandonare il bel panorama offerto dalla fortificazione di monte Saraceno, una delle tante esistenti nel territorio dei Sanniti/Pentri di cui forse per sempre si ignorerà l’antichissimo nome, ma era tra i più importanti non solo per la sua estensione, quanto più per la sua localizzazione a difesa e controllo soprattutto del confine est-sud-est del territorio.

All’epoca “faceva coppia” con l’insediamento sito a sud, la fortificazione di Saipins/Terravecchia che ci apprestiamo a raggiungere percorrendo dapprima un sentieri verso il centro di San Giuliano del Sannio.

E’ interessante sapere, purtroppo l’epoca della loro presenza non è pertinente al periodo storico del nostro cammino, che nel territorio di San Giuliano del Sannio di cui si ignora l’antico nome sannita/pentro, sono tornati alla luce cospicui resti di una villa della famiglia sepinate dei Neratiigens  del municipium di Saepinumcolonnecapitellisarcofagicippi ed una tabula lusoria ed altro materiale databile a partire dal II sec. a. C..

Continuando il percorso lungo il tratturello proveniente dai pascoli Massiccio del Matese, entriamo dalla porta Tammaro e, percorrendo il cardo nella civitas sannita/romana di Saepinum, usciamo dalla porta Matese ed iniziamo l’ascesa lungo il sentiero della collina per raggiungere l’importante meta: Saipins.

archeologicamolise.beniculturali.itSorge in posizione strategica sulla valle del Tammaro, sulla omonima altura a quota 953 metri. Da tale posizione si controllano sia il percorso della valle (il tratturo Pescasseroli-Candela) sia la via che dalla valle risale sui monti del Matese. Il circuito delle mura si sviluppa per circa 1500 metri e sfrutta, dove esistente, la difesa naturale costituita da speroni rocciosi e strapiombi. Caratteristica delle mura è la doppia cortina murariauna esterna più bassa e l’altra arretrata di circa 3 metri rispetto alla primatra le due corre un terrapieno utilizzato per il cammino di ronda. Lungo il percorso sono visibili tre porte di cui quella orientale, detta “postierla del Matese“, si apre in corrispondenza della via di accesso dal valico; la seconda è sul lato nord-ovest, la cosidetta “porta dell’Acropoli“, dalla quale si usciva per l’approvvigionamento idrico delle tre Fontane. La più importante per funzione e dimensione è quella che si apre nell’angolo est delle mura, la cosiddetta “porta del Tratturo“, nella quale sbocca la via proveniente dalla vallata. Delle tre, la “postierla del Matese” è quella meglio conservata, con un’apertura di m. 1,20 e un’altezza di m. 2,50la copertura è ottenuta con grandi lastroni di pietra disposti in piano.

L’area del Massiccio del Matese settentrionale occupata dall’insediamento fortificato di Sainips.

La postierla del Matese, inglobata nelle maestose e possenti mura di cinta in opera rozzamente poligonale con la sua superba bellezza ci dà il benvenuto. (vedi foto).

postierla del Matese e le mura della fortificazione vista da nord.

 

Particolare della cinta muraria a doppia cortina nei pressi della postierla del Matese.(vista da nord est) (beniculturali.it) 

Particolari della cinta muraria e delle strutture interne del centro fortificato di Saipins.

E’ bene ammirare una statuina rinvenuta nei pressi delle mura di cinta dell’insediamento fortificato di Saipins.

una statuetta di offerente in bronzo, trovata nel secolo XIX «presso le mura ciclopiche» di Terravecchia e datata dal Colonna al III-II sec. a.C., può verosimilmente attribuirsi al santuario di S. Pietro di Cantoni.

Dopo la nostra visita, con la promessa di ritornare per conoscere le testimonianze di quanto accadde nel periodo altomedievale, torniamo in pianura per ammirare quanto seppero realizzare i Sanniti/Pentri dopo la definitiva conquista di Saipins nell’anno 293 a. C. da parte dei Romani.

Come era accaduto per tutti gli insediamenti fortificati, compresa lo loro città madre e capitale Bovaianom, sorti sulle sommità delle colline e delle montagne dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dopo la conquista Romana, anche la conquista di Saipins nell’anno 293 a. C., ebbe come conseguenza l’obbligo per i suoi abitanti di risiedere nelle rispettive pianure e con la collaborazione degli stessi conquistatori costruirono nella pianura anche ampliando i loro preesistenti insediamenti localizzati all’incrocio del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela con i tratturelli proventi dai pascoli del Massiccio del Matese.

Per molteplici cause non abbiamo più una chiara testimonianza archeologica della sannita romana civitas Bovianum/Bojano; più evidente è la sannita romana civitas Saepinum/Altilia/Sepino, ancora oggi protetta con possenti mura costruite, scrive La Regina, tra il 2 a. C. ed il 4 sec. d. C..

Scendendo da Saipins con il tratturello Matese, giunti nei pressi di porta Terravecchia, ci dirigiamo ad ovest lungo le mura di cinta per entrare e visitare la civitas sannita/pentra/romana seguendo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che, dopo il suo ingresso dalla monumentale porta Boiano, divenne il decumano. (vedi figura).

Il nostro cammino, interessandosi al periodo iniziale della presenza dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nel loro nuovo territorio,  fa sosta in Saepinum per ammirare le testimonianze archeologiche datate fino alla fine del I sec. a C..

Matteini Chiari e V. Scocca (2015), scrivono: Le evidenze materiali più antiche si inquadrano cronologicamente tra il Neolitico finale e l’Eneolitico, l’età del Bronzo e l’età del FerroResidui di strutture abitative (frammenti di concotto e ceramica) provengono da contrada Cantoni. Si segnalano inoltre rinvenimenti sporadici pre-protostorici, frutto di ricerche di superficie effettuate nel secolo scorso  Il rinvenimento di un colum in bronzo di produzione etrusca, databile alla prima metà del V sec. a.C., dai dintorni di Altilia, ha suggerito l’ipotesi dell’esistenza di un centro arcaico situato nelle immediate vicinanze della Saepinum romana, del quale peraltro non sussiste, almeno al momento, alcuna evidenza archeologica. Lo stesso poleonimo, verosimilmente connesso alla radice del verbo latino saepio = «recingo», tradisce l’origine dell’insediamento, sorto come emporio e stazione di sosta per le greggi transumanti che attraversavano il Molise per raggiungere i pascoli invernali del Tavoliere.

Nel periodo preromano l’insediamento su cui poi sorgerà la civitas Saepinum, sito sull’incrocio del tratturo Pescasseroli-Candela (ovest-est) con il tratturello proveniente dai pascoli del Matese (sud-nord), fu fondato con lo scopo agricolo, zootecnico e commerciale, come testimonia la fullonica costruita proprio nei pressi dell’incrocio del decumano con il cardo, nell’area che in epoca romana sarà riservata al forum. (vedi figura).                      Torelli: […] la presenza di un edificio di natura industriale, una fullonica […] legata alla transumanza ed alle consuete attività di scambio e di mercato nel luogo di sosta delle greggi. […]. Della fullonica sepinate rimangono le sole vasche (lacus) in cocciopesto intercomunicanti a piani decrescenti.

La Regina (1984): Alla fine del II sec. a. C. esiste già un complesso di edifici per abitazioni private che rivelano l’adozione di modelli architettonici evoluti e l’impiego di maestranze qualificate. […].                                                   Anche al di sotto di una casa ubicata presso il Foro, in corrispondenza dell’impluvio di età imperiale è stato trovato un impluvio di terracotta, della fine del II sec. a. C., recante incise alcune lettere dell’alfabeto osco. (vedi figura). 

                                                                                                                                                                     

Abbandonato il foro e percorrendo ancora un breve tratto del decumano, alla sinistra e nei pressi della fontana del grifo troviamo la cosiddetta area industriale: il mulino ad acqua, la casa del sannita con l’impluvio e la conceria con le sue 4 vasche di decantazione.

Tra i reperti archeologici più antichi scoperti nella civitas sannita/romana, ricordiamo un colum databile alla fine del VI secolo a. C.: il colum sepinate rimane sino ad ora un documento assolutamente isolato a comprovare nel Molise un rapporto commerciale con ambienti di cultura etrusca, scrisse Cianfaranise altri trovamenti non verranno a confermare questo rapporto, l’oggetto sarebbe  stato portato dal suo possessore per il tramite di commerci. (vedi figura)

Quì termina la visita all’aperto nella civitas sannita /romana di Saepinum, ma la sua Storia è documentata dai reperti archeologici esposti nelle sale nel vicino Museo della città e del territorio-Sepino. (vedi figure).

Il Museo è localizzato in alcune sale delle antiche abitazioni agricole realizzare alla fine dell’800, sfruttando per le loro fondazioni la struttura superiore della cavea del teatro costruito, dicono gli esperti, dopo la costruzione delle imponenti mura di cinta (tra 2 a. C. e 4 d. C.).

Le vetrinette per le esposizione permettono di ammirare quanto scoperto nel territorio della sannita/romana civitas Saepinum. 

 

Skyphos (bicchiere) in ceramica a vernice nera.

Nella sala sono anche proposti alcuni reperti monetali di varia provenienza, quali una didracma d’argento di zecca tarantina della metà del III secolo a.C. ed una moneta di re Prusias di Bitinia, della fine del III secolo- prima metà del II secolo a.C.. Poco più recenti sono le monete di zecca romana, della metà del II – I secolo a.C..

Arricchita la nostra conoscenza dei Sanniti/Pentri vissuti dapprima nell’insediamento montano fortificato Saipins e successivamente, dopo la conquista Romana, in pianura nella civitas sannita/romana Saepinum, uscendo da porta Boiano, a sinistra seguiamo un viottolo verso l’antico santurio sannita/pentro.

Maurizio Matteini Chiari (2015): Il santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino occupa una posizione di spalto rilevata (q. 666 s.l.m.) e dominante, aperta sull’ampia vallata del fiume Tammaro.

L’area sacra, recinta da murature megalitiche in opera poligonale, oggi ispessite da accatastamenti progressivi e precari di pietrame dai campi contigui, disegna un triangolo irregolare i cui lati si allungano sul terreno lungo il versante per qualche centinaio di metri.

L’area interna, vistosamente livellata, ha sezione piatta sviluppandosi su un ampio terrazzo artificiale ricavato per intagli progressivi di roccia lungo lo scosceso pendio che da Terravecchia (q. 953 s.l.m.) scende, talora in sensibile acclività, ad Altilia (q. 548 s.l.m.) e al Tammaro. È una collocazione felicissima non solo perché il santuario gode di un’esposizione aperta al continuo soleggiamento, ma anche, e soprattutto, perché questa ubicazione costituisce un sicuro punto di equilibrio, non da ultimo anche topografico, fra aree sommitali destinate alla difesa (Terravecchia) e aree di valle destinate al mercato ed alla produzione (fasi repubblicane di Altilia) nell’ambito comunitario e cantonale dei Saepinates.

Il santuario ai nostri occhi diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C.

Il III sec. a.C. è, dunque, particolarmente presente. I manufatti, di produzione locale e assai più spesso di importazione, costituiscono un documento di valore assoluto, oggettivamente incontrovertibile, dell’importanza ormai assunta dal culto e dal santuario di San Pietro di Cantoni, ma sono anche il segno tangibile, evidentissimo, di una nuova o rinnovata prosperità della comunità dei Saepinates

Teniamo sempre presente, come già detto: dopo la conquista della città madre e capitale Bovaianom e la fondazione della sannita/romana Bovianum, la presenza delle pianure  a settentrione del Massiccio del Matese e la presenza dei percorsi tratturali, alcuni dei più importati  divennero vie consolari,  contribuirono ad incrementare l’allevamento del bestiame, dei prodotti lattiero-caseari, l’industria dell’argilla, gli scambi commerciali e culturali con i popoli confinanti o, come abbiamo visto nei precedenti cammini nella Storia e con la Storia dei Sanniti/Pentri, con i popoli di oltremare.

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Planimetria del tempio e il tempio. Foto aerea (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari

Il santuario ai nostri occhi, aggiunge Maurizio Matteini Chiari, diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C. È, difatti, a partire da questa data che la presenza di manufatti diviene gradualmente più cospicua, più omogenea, in altri termini più «strutturale» perché questi cominciano ad evidenziare una precisa destinazione d’uso, a presentare comuni caratteristiche formali e dimensionali e perché costituiscono, con qualche oggettiva evidenza, presenze a loro modo selezionate e mirate e riferibili, in prima istanza, al culto. Il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi).

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Statuetta bronzea di divinità femminile (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Il repertorio, amplissimo e variegato, degli oggetti riconducibili al culto, all’offerta devozionale quanto allo strumentario usato nel rituale, all’interno del santuario è documentato emblematicamente dal contenuto della stipe votiva che ha restituito la statuetta in bronzo di divinità con dedica di trebis dekkiis, composta da una vistosa e preziosa congerie di materiali, talora anche miniaturistici: pinakes e fittili votivi diversi (fig. 104), tanagrine, unguentari, pesi da telaio, monili in metallo prezioso, elementi di abbigliamento, ceramiche, recipienti fittili e in metallo e ancora strumenti in metallo e pietra lavica (Matteini Chiari c.s.), monete. La datazione della stipe votiva non sembra, tuttavia, oltrepassare la fine del III sec. a.C..

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Il tempio. Stipe votiva in corso di scavo (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Con l’immagine di questa splendida testimonianza che dovrebbe DEFINITIVAMENTE “mettere” a TACERE quanti continuano a giudicare i discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti unicamente dei rozzi pastori, riprendiamo il nostro cammino verso l’ULTIMA PUNTATA: l’insediamento fortificato di Colle di Rocco pertinente al territorio di Guardiaregia; il santuario sannita/pentro Hercul Rani e l’insediamento fortificato delle Tre torrette nel territorio di Campochiaro e conoscere, attraverso una breve descrizione, l’imboscata organizza in quel territorio contro l’esercito Romano dai Sanniti/Pentri, forse con i loro consanguinei confinanti.

Teatro dell’imboscata (vedi fig. in alto). Localizzazione del santuario di Hercul Rani e la localizzazione della fortificazione delle Tre Torrette (vedi figura in basso).

Oreste Gentile.

(Continua con l’ultima puntata).

 

VII PUNTATA. “CAMMINANDO CON LA STORIA E NELLA STORIA” A NORD EST DEL MASSICCIO DEL MATESE NEL TERRITORIO DEI SANNITI/PENTRI DI COLLE D’ANCHISE, BARANELLO, MONTE VAIRANO.

gennaio 27, 2021

Dopo la delusione della GRAVISSIMA NEGLIGENZA per l’ASSENZA di un Museo Archeologico Pentro  in Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, per ammirare de visu i numerosi reperti archeologici scoperti da Del Pinto, ed accontentarci UNICAMENTE delle immagini pubblicate da De Benedittis, riprendiamo il nostro cammino con la Storia e nella Storia per scoprire quanto resta degli altri insediamenti costruiti dai Sanniti/Pentri lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela sulle sommità delle colline e delle montagne e lungo le pendici settentrione a del Massiccio del Matese. (vedi figura).

Procedendo lungo il tratturo Pescasseroli-Candela ed in prossimità di una delle fornaci per lavorazione dell’argilla, ad est di Bojano, si vede la collina dove si localizza il comune di Colle d’Anchise il cui territorio da est ad ovest non è stato avaro nel restituire interessanti reperti archeologici di epoca Sannita/Pentra.

Per raggiungere la località l’itinerario segue la direzione, ma non l’antico percorso ormai cancellato del tratturello Matese-Cortile-Centocelle: si distaccava a sinistra del Tratturo Pescasseroli-Candela e procedeva a nord est verso gli insediamenti più interni del territorio pentro e fra questi, probabilmente, l’importante insediamento fortificato  sulla sommità di monte Vairano/Aquilonia (?) una vera e propria città sannita/pentra, alla quota poco meno di 1.000 mt..

Dapprima, durante il percorso, conosceremo quanto di interessante dal punto di vista storico ed archeologico è stato scoperto nelle località di Colle S. Giovanni ad ovest e Colle Sparanise ad est, pertinenti al centro di Colle d’Anchise (vedi figura).

Di Colle S. Giovanni, Scaroina e Somma (2015) ricordano: Alcuni bolli con la citazione del meddíss túvtiks provengono anche dalla località di Colle S. Giovanni (707 m s.l.m.), nel comune di Colle d’Anchise, un’area in cui sono segnalate tracce di strutture e si raccolgono tegoloni e ceramica acroma e a vernice nera. Tali elementi hanno fatto ipotizzare all’autore la presenza di un edificio sacro di tipo rurale, tuttavia nessuno dei ritrovamenti effettuati si può collegare direttamente alla sfera cultuale.

A est dello stesso comune, alla destra del torrente Quirino e della S. S. 674/a, si localizza Colle Sparanise, dove è stato scoperto un luogo di culto, scrive Scaroina: ha restituito frammenti di terrecotte architettoniche e un bollo osco. Il successivo scavo condotto nel 1975 ha evidenziato la presenza di strutture da mettere in relazione con un’area sacra. L’edificio − individuato solo in parte − occupa una posizione preminente sul lato settentrionale della piana di Bojano. Doveva avere una copertura realizzata con tegoloni e gli scavi hanno restituito anche elementi architettonici e resti di un’antefissa. Le tracce di bruciato presenti nella zona − che si estendono per almeno 25 m intorno all’edificio − sembrano documentare una notevole estensione dell’area archeologica. Il materiale più antico viene datato intorno al III sec. a.C., mentre l’ultima fase documentata è circoscritta al III sec. d.C..

Abbiamo notizie, e purtroppo non possiamo ammirare, i reperti archeologici scoperti nel territorio di Colle d’Anchise e custoditi da privati (vedi figura).

Riprendiamo il cammino lungo la collina diretti al centro di Baranello, ma prima del nostro arrivo l’attenzione è per il toponimo della contrada Canale dove ci ha portato, provenienti da Colle Sparanise una breve discesa.

Che il toponimo, conservato e tramandato nei secoli, ricordi la località canales citata nella Tabula Peutingeriana, posta a XI miglia da Bobiano/Bojano ?                                                                                                                 Tenuto conto che 1 miglio oggi corrisponde a 1. 60 km., la distanza risulta di circa 17, 60 km. e la distanza odierna da Bojano a Baranello è di circa 12 km. con la S. P. 49 che si origina poco più ad ovest di Bojano e dopo averne attraversato il centro, prosegue per Colle d’Anchise, Baranello per poi immettersi sulla S. S. 17 per raggiungere Campobasso e per un’altra strada arrivare a Cortile.

Praticamente, come è stato dimostrato in altre pubblicazioni, Canales potrebbe essere localizzata e identificata nei pressi di Baranello, dove è sopravvissuto il toponimo Canale; dopo ad Canales, nella  T. P. vi è un incrocio (punto rosso) presso il corso di un fiume non identificato, ma è possibile ipotizzare, visto che subito dopo è segnato ad pyR VIII, dove pyR identifica un qualcosa pertinente al fuoco = pyr (greco), ossia una località nei pressi dell’odierno centro di Campolieto e VIII (miglia passum) indicano la distanza di pyr dalla località anonima posta nel punto di incrocio tra il segmento/via proveniente da ad canales e la linea a forma di L capovolta con le VIII m. p., pari a circa 12. 80 km..

La strada proveniente senza ombra di dubbio da Bobiano/Bojano, sappiamo seguiva il percorso del tratturello Matese-Cortile-Centocelle ed incrociava come ancora incrocia il tratturo Castel di Sangro-Lucera, proprio nella odierna località denominata Taverna Cortile 

Che i Sanniti/Pentri avessero stabile dimore nel territorio di Baranello è testimoniato, come già visto, dagli oggetti recuperati in zone diverse, ma soprattutto, come avremo modo di visitare ed ammirare nel vasto insediamento sannita/pentro su monte Vairano: una localizzazione privilegiata nei confronti degli altri insediamenti.

Stando in Baranello è possibile, riuscendo ad incontrare il responsabile, ammirare  della “collezione” di Alessandro Barone inaugurata nel lontano 1897, oggi denominata Museo Civico di Baranello.                                                 Nel Museo/Bazar possiamo ammirare interessantissimi reperti archeologici di ogni epoca e di ogni genere, ma si ignora il territorio della loro scoperta; numerosissimi sono i dipinti di epoche diverse. (vedi figura).

Pertinente al territorio dei Sanniti/Pentri presenti all’epoca nel territorio di Baranello, sono le 3 asce conservate nel Museo Provinciale Sannitico di Campobasso, accentratore di TUTTI i reperti archeologici scoperti nel territorio provinciale e, come per il Museo di Baranello, sì conservati diligentemente e selezionati a secondo le epoche di appartenenza, ma nelle vetrinette della esposizione sono davvero tanti gli oggetti pregevoli  da non permettere una attenta osservazione per ognuno di essi o, almeno, per i più pregiati.

Al Bronzo finale ed alla prima Età del Ferro sono state datate le 3 asce ed a conferma della diffusione del culto di Ercole nel Sannio/Pentro, anche dal territorio di Baranello proviene un bronzetto (vedi figure).

Lasciando il centro di Baranello, a nord est scendiamo  in una stretta valletta per seguire uno dei 2 itinerari che ci condurrà, con una salita da 550 mt. circa alla quota di circa 900 mt., sulla sommità di monte Vairano dove si sta portando alla luce una vera e propria città sannita/pentra, il cui abbandono dopo l’occupazione romana, ci consente, grazie alle periodiche campagne di scavo, di conoscere quanto è stato portato alla luce, il modo di vivere dei suoi abitanti ed ammirare quanto seppero realizzare.                                                                                    Vedremo alcune delle loro abitazioni, le strade che frequentavano, le loro piazze e le aree riservate alle loro attività.


De Benedittis (2017): La presenza dell’uomo a Monte Vairano trova le sue prime attestazioni nel VI sec. a.C..
Il dato è documentato da due rinvenimenti sporadici: una châtelaine (sorta di lunga catenella in bronzo utilizzata come elemento decorativo nell’abbigliamento femminile) trovata nei pressi della cima più alta dell’area e un bracciale in bronzo. Questi elementi propongono, già in questa data, la formazione di un insediamento consistente.
La documentazione archeologica ci indica la definizione dell’abitato in tutte le sue forme urbane alla fine del IV sec. a.C., periodo questo in cui furono costruite le mura. L’abitato vive il periodo di maggiore sviluppo tra il IV e il I sec. a.C.: subito dopo la frequentazione dell’area si riduce drasticamente. I materiali rinvenuti nella massiccia
quantità di rovine, associati a consistenti tracce d’incendio, ci consentono di collocare la distruzione dell’abitato di Monte Vairano nel lasso cronologico in cui ricadono le operazioni belliche del dittatore Silla nella piana di Bovianum (89 a.C.). […].

Da http://web-facstaff.sas.upenn.eduIl Monte Vairano ha il più esteso circuito di mura di fortificazione del Pentrian (sic) Sannio (2,9 km), che racchiude circa 49 ettari, ma il suo antico nome non può essere accertato con certezza. Le mura, che risalgono alla fine del IV secolo a.C., contengono tre porte: la Porta Vittoria o Porta Vittoria, la Porta Meridionale o Porta Sud e la Porta Occidentale o Porta Ovest. Appena dentro la Porta Sud, lungo una strada larga 4 metri, è stata scavata una struttura di incerta destinazione. Datato al II secolo a. C., conteneva vari pezzi di ceramica incisi con le lettere “LNin alfabeto osco, ed è quindi diventato noto come la casa di LN o “Casa ‘LN‘”. Questa struttura fu distrutta da un incendio all’inizio del I secolo a.C.. Finora sono state scoperte due fornaci extramurali, mentre una terza è stata trovata costruita in Porta Vittoria ad un certo punto nel III secolo a.C.

Andiamo ad ammirare la famosa casa di LN, una delle prime scoperte delle periodiche campagne di scavo (finanziamenti permettendo) sotto la direzione di De Benedittis, per riportare alla luce quanto realizzarono i residenti Sanniti/Pentri.

Rozzi pastori ? Vediamo.

Vale la pena fermarci e conoscere meglio quanto resta e come era la casa di un sannita/pentro; scrive a proposito http://archeologicamolise.beniculturali.it/: La casa di LN. Nei pressi della Porta Meridionale è individuata e completamente scavata una piccola struttura abitativa del II secolo a.C. chiamata Casa di LN per il ricorrere delle due lettere in osco graffite su diversi oggetti rinvenuti al suo interno. Nella pianta, di forma quadrangolare, è condizionata da due strutture preesistenti che sono l’alta sostruzione alle spalle della casa e la strada che la fiancheggia. I muri nord ed ovest sono realizzati con blocchi di pietra, gli altri due usando la tecnica del “torchis” in cui l’argilla, mescolata a paglia e fieno, è usata a riempire un’intelaiatura lignea. Il pavimento, in cocciopesto, è ad un livello leggermente più alto del piano stradale. Si attesta la presenza di intonaco rosso nelle pareti e nero nello zoccolo. Il tetto, probabilmente a due falde, era coperto con tegole e caratterizzato da un’antefissa, raffigurante la lotta tra Eracle e il leone Nemeo, avente probabilmente la funzione di acroterio.  La casa è costituita da un solo vano che presenta un piano di cottura, realizzato con una grande tegola posta di piatto, presso l’angolo sudest e sul lato opposto il lavabo e la conduttura fittile che permetteva il deflusso dell’acqua. L’esistenza di un telaio verticale a pesi può essere ipotizzata in seguito al rinvenimento di 39 pesi di forma tronco-piramidale e tronco-conica. Il materiale della casa restituisce ceramica da mensa (a vernice nera ed acroma), da cucina e da dispensa; si segnala un dolio contenente farro e legumi in cui è stata ritrovata una valva di ostrica. La struttura viene distrutta da un incendio nella prima metà del I secolo a.C., l’area diventa quindi luogo di passaggio in funzione di Fonte Canala, si registra comunque una frequentazione fino all’età medievale. (foto in b/n di De Benedittis).

Proseguiamo la nostra visita tra i ruderi di ciò che resta dell’antico ed “anonimo” insediamento dotato, come  detto, di strade e piazze. (vedi figura).                                                                                                                  

 

Visitando questo luogo, spero che, camminando nella Storia e con la Storia, qualche dubbio sulla vita quotidiana dei  Safini/Sabini/Safini/Sabelli/Sanniti, se fosse identico a quello di tanti cultori di Storia, possa dissolversi radicalmente: NON erano rozzi pastori.

Per la difesa dei loro insediamenti costruirono poderose  mura con grossi massi poligonali (vedi foto); 

coltivavano la terra, e nel sito di monte Vairano, ricorda De Benedittis, sono stati scoperti: falci, falcetti, zappe, roncole; ed anche una vanga: Essa è particolarmente intrigante in quanto si presenta tecnicamente molto elaborata essendo costituita da due lamine di ferro che, distanziate grazie a dei perni in modo progressivo, si trasformavano in un sottile cuneo; ai lati dell’innesto del bastone le due lamine erano poi ripiegate così da avere due ampi piani su cui esercitare la forza del piede.

utilizzavano le fornaci, i mulini; per le loro attività quotidiane legate, queste sì alla pastorizia, utilizzavano i pesi da telaio per la lavorazione della lana, come scrive De Benedittis: Che i tessuti siano stati realizzati a Monte Vairano è buon testimone quanto resta del telaio della casa di “ln”, ma anche la moltitudine di pesi da telaio che si sono rinvenuti durante gli scavi, bollati o meno. La lana, filata attraverso il fuso, permetteva di realizzare panni che si trasformavano, passando per il sarto, in abiti. Per questa seconda fase di lavorazione c’erano gli aghi di bronzo; a Monte Vairano ne è stato trovato uno: una sottile asticciola di bronzo, appuntita a un’estremità, e un foro (la cruna) nell’altra, nel quale era introdotto il filo per cucire. (vedi figura. Foto De Benedittis).

Altri utensili erano usati per la trasformazione del latte e praticavano anche la pesca, probabilmente lungo le rive del fiume Biferno e altri corsi d’acqua. (vedi figure).

Abbiamo ammirato in altre occasioni i corredi militari recuperati dopo la scoperta delle loro necropoli, curati nei minimi particolari, come testimoniano tutti i reperti; e che dire dei corredi femminili, raffinati ed eleganti ?

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui costumi del popolo dei Sanniti/Pentri, rozzi pastori, gli abitanti di monte Vairano curavano anche la bellezza del loro corpo; ricorda De Benedittis: L’uso del rasoio presso i Sanniti era già noto dal VI sec. a.C.; l’abitudine alla rasatura la si nota anche dalla presenza di almeno un rasoio nelle tombe arcaiche sannite. I rasoi più antichi erano rettangolari e bilama e avevano un anello per essere sospesi al collo; quello rinvenuto a Monte Vairano, una sottile e tagliente lamina di bronzo lunata, testimonia come la forma tra III e I sec. a.C. fosse stata modificata.

Erano dei rozzi pastori, ma avvezzi all’uso dei profumi: La presenza di unguentarii (venditori d’unguenti) e di furarii (venditori di profumi) a Monte Vairano non trova evidenze epigrafiche ma la quantità di vasi specifici per contenere queste sostanze ce lo fa ipotizzare; sono piccole ampolle d’argilla molto compatta impermeabilizzate al loro interno per contenere essenze odorose con corpo ovoidale da cui si dipartono uno stelo e un lungo collo; le basi sono sempre troncoconiche.

Non meravigliamoci, i Sanniti/Pentri residenti in monte Vairano, godeva dell’assistenza di esperti medici chirurghi; lo testimonia De Benedittis: I primi strumenti chirurgici trovati in ambiente romano si datano alla seconda metà del I sec. d.C.; quello di Monte Vairano risale sicuramente al II-I sec. a.C.. Di medici residenti a Monte Vairano erano probabilmente il bisturi di bronzo, il flebotomo a lama lunga seghettata utilizzato per salassi e le pinzette in bronzo lavorato qui rinvenuti.

Nell’insediamento di monte Vairano esisteva una zona industriale e De Benedittis (2017), per la presenza di alcune cave di argilla, stima fossero esistite tre fornaci per la produzione di tegole e vasi a vernice nera, pesi da telaio etc.; ed un mulino la cui mola era mossa da una coppia di animali da soma.

De Benedittis, scrive: Altro dato che oggi conosciamo sui mestieri sanniti è quello dei “pavimentisti”; la tecnica che adoperavano prevedeva la sistemazione di piccole piastrelle quadrangolari di varia dimensione su un piano composto di due strati: uno di frammenti di tegole in basso e uno prevalentemente composto di malta. (vedi figura).

Erano anche macellai. (vedi figura).

Non era un popolo di rozzi pastori, avevano i loro scribi.                                                                                            De Benedittis, scrive: I Sanniti avevano un alfabeto molto diverso da quello romano e scrivevano da destra verso sinistra. Alcuni oggetti rinvenuti a Monte Vairano attestano la presenza di diversi scribi, addetti alla scrittura; sono infatti sopravvissuti diversi stili.

Amavano l’arte (vedi figura).

Pastori ? Si,  ma anche guerrieri, aristocratici e commercianti con i popoli confinanti, ma l’insediamento di monte Vairano documenta anche gli scambi commerciali dei Sanniti/Pentri con la Grecia, utilizzando la via anonima, disegnata nella Tabula Peutingeria, per raggiungere i porti dell’odierna Termoli nel territorio dei Frentani o, tramite i tratturi, i porti della Daunia o quelli esistenti lungo la costa salentina.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui costumi del popolo dei Sanniti/Pentri, rozzi pastori, sappiano che gli abitanti di monte Vairano curavano la bellezza del loro corpo; ricorda De Benedittis: L’uso del rasoio presso i Sanniti era già noto dal VI sec. a.C.; l’abitudine alla rasatura la si nota anche dalla presenza di almeno un rasoio nelle tombe arcaiche sannite. I rasoi più antichi erano rettangolari e bilama e avevano un anello per essere sospesi al collo; quello rinvenuto a Monte Vairano, una sottile e tagliente lamina di bronzo lunata, testimonia come la forma tra III e I sec. a.C. fosse stata modificata.

Su quanto seppero realizzare ed utilizzare i Sanniti/Pentri nell’insediamento di monte Vairano, mi sono riservato per ultimo una loro attività che si diffuse soprattutto con l’avvento del cristianesimo: le campane.                               La fusione delle campane nella regione Molise risalirebbe, stando a quanto scoperto nell’antico sito di monteVairano, al IV-III sec. a. C. e la tradizione continua tutt’ora nella fonderia Marinelli di Agnone.                          Da una rapida ricerca è documentata la fusione delle campane presso il monastero di san Vincenzo al Volturno già all’epoca dell’abate Giosuè (792-817), come ricorda De Benedittis (1995): […], una immensa fornace per la fabbricazione dei laterizi utilizzati per i tetti e per le pavimentazioni, e un pozzo per la fusione delle campane, all’interno del quale venivano fuse campane di 50 centimetri circa di diametro, a giudicare dalle scorie di lavorazione rinvenute.

La tradizione è continuata nei secoli in diversi altri centri del territorio molisano, ricordiamo i più anziani: il dei fonditori ricordati, tale Giacomo da Isernia già fondeva nel 1433 ed a seguire: Nicola da Capracotta nel 1542. Vincenzo di Saliceto nel 1547. Giovanni Iuliano o Giuliani da Agnone nel 1559. Francesco Vanni da Guardiaregia nel 1639.Giovanni Di Francesco da Guardiaregia nel 1685. Rocco Saia di Agnone nel 1700.

Infine, vale la pena ricordare, come scrive De Benedittis,  i materiali legati al mondo religioso a Monte Vairano; tra questi fa la sua bella presenza un simpulum. Un simpulum o simpuvium era un piccolo mestolo con una
lunga maniglia usato nei sacrifici per fare libagioni e per sorbire i vini versati sulla testa delle vittime sacrificali. Il simpulum era il simbolo del sacerdozio; nel mondo romano era una delle insegne del Collegio dei Pontefici; in diverse monete romane il simpolo è mostrato con il litio e con altri strumenti sacrificali e augurali. […] in quello di Monte Vairano il bastoncello ha la forma di una colonna ionica con capitelli e le terminazioni a forma di palmipede; prodotto già dalla fine del II sec. a.C. quello di Monte Vairano è tra i più eleganti finora rinvenuti.

Per quanto riguarda l’identificazione dell’antico insediamento con Aquilonia distrutta dai Romani nell’anno 293 a. C. in base alla descrizione di Livio, esso, a differenza degli altri insediamenti pentri ipotizzati essere stati Aquilonia, soddisfa i 2 indizi ricordatidallo Storico romano: i Romani vincitori inseguirono gli sconfitti Sanniti in fuga in direzione di Bovianum/Bojano; 2^ uno dei consoli vincitori con l’esercito abbandonò monte Vairano e si diresse verso l’insediamento pentro di Saipins/Sepino.                                                                                                              La figura è quanto mai eloquente: l’insediamento di monte Vairano possiede entrambi i requisiti.                    

Qualora venisse accertata la identificazione di un altro insediamento pentro con Aquilonia,  posto lontano da Bovianum/Bojano, ma nelle vicinanze ad altre località pentre, la descrizione liviana dovrebbe essere stimata inattendibile.

Sono 3 attualmente gli insediamenti candidati per la localizzazione e la identificazione di Aquilonia: Montaquila (IS), monte san Paolo/Colli al Volturno (IS) e Pietrabbondante (IS).                                                                              Qualora si accertasse essere stato uno di essi Aquilonia, la descrizione di Livio non giustificherebbe la fuga dei Sanniti da Aquilonia verso la lontana Bovianum/Bojano, visto la vicinanza di altri insediamenti: se Aquilonia fossero stata Montaquila o Colli al Volturno/colle san Paolo, i fuggiaschi avrebbero trovato rifugio nei centri più vicini di Venafro o di Isernia o in altri centri minori.                                                                                                                 Se Aquilonia fosse stata Pietrabbondante, i rifugi più vicini erano i centri  di Schiavi d’Abruzzo o di Trivento o altri centri minori. (vedi figura).

Lasciando alle prossime scoperte archeologiche la risposta alla secolare polemica, concediamoci un lungo riposo per poi riprendere il cammino verso gli altri insediamenti che si affacciano sul percorso del tratturo Pesacsseroli-Candela.

Oreste Gentile.

(continua).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNIBALE E’ STATO NEI PRESSI DELLLE RIVE DEL FIUME FORTORE (FERTOR O FRENTO) ?

gennaio 18, 2021

NESSUNO può dubitare della presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dell’attuale regione Molise, all’epoca diviso tra 2 popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: i Pentri ed i Frentani, questi nei territori di Lanciano e di Larino.

I primi a nord del Massiccio del Matese, i secondi anche nella vasta pianura costiera adriatica attraversata dai fiumi il Trigno, a confine con i Frentani di Lanciano, il Biferno proveniente dal territorio dei Pentri e il Fortore a confine con i Dauni. (vedi figura).

NESSUNO PUO’ DUBITARE DI UN ERRORE DEGLI STORICI ANTICHI E CONTEMPORANEI O CHE IGNORASSERO LA LOCALIZZAZIONE DEL FIUME OFANTO, L’ANTICO AUFIDUS E DEL FIUME FORTORE, L’ANTICO FERTOR/FRENTO E, SORATTUTTO, LA LOCALIZZAZIONE DELLA ROCCA DI CANNE RICORDATA DAGLI STORICI DI OGNI EPOCA INSIEME CON LE CITTA’ DI CANOSA E SALAPIA PROTAGONISTE DELLA FAMOSISSIMA BATTAGLIA TRA L’ESERCITO ROMANO E GLI INVASORI CARTAGINESI.

Ricordo uno Storico per tutti, il greco Strabone (64-23 a. C.), in modo chiaro ed inconfutabile, scrisse: Da Bari al fiume Aufidus, su cui si trova il porto dei Canusini, ci sono 400 stadi, per raggiungere il porto si risale il fiume per 90 stadi. Vicino c’è anche Salapia, porto della città di Argyrippa (Arpi, n. d. r.).

Polibio (fine II sec. a. C.) prima di Strabone e  Livio (64/59 a.C. – 12/17 d. C.), storico romano contemporaneo di Strabone, descrissero l’epopea di Annibale e del suo esercito nella penisola italica e gli itinerari dei suoi spostamenti da un versante all’altro del Tirreno e dell’Adriatico.

Per quanto riguarda la sua presenza nel territorio dei Pentri, non esiste alcuna citazione ed a conti fatti è VERO in quanto i Pentri rimasero, a differenza delle altre popolazioni italiche, fedeli alleati dei Romani dopo la conquista e l’occupazione della loro capitale e città madre, Bovaianom/Bojano.

Non possiamo gridare ai quattro venti: ANNIBALE E’ STATO A BOJANO, solo per il ritrovamento di una moneta punica nel castello medievale di Civita Superiore di Bojano (vedi foto).

Nel dritto è raffigurata la dea Tanit (o Demetra o Persefone), la dea più importante per i cartaginesi, volta a sinistra. Al rovescio cavallo stante, con zampa anteriore alzata, forse emblema stesso della città di Cartagine. (A. Cimmino),

Al contrario, è documentata la presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dei Frentani descritta dettagliatamente da Polibio e da Livio.

Tabula Peutingeriana. Localizzazione del territorio teatro della presenza dei Cartaginesi.

La prima presenza, nel ricordo di Polibio, avvenne dopo la disfatta dei Romani sul lago Trasimeno da dove Annibale si trasferì sulle sponde del mare Adriatico; proseguì attraverso i territori dei Pretuzi, Adria, dei Marrucini e devastò il territorio dei Frentani sia quello pertinente a Lanciano, sia quello di Larino, continuando la sua invasione in direzione della Iapigia, dove, scrisse Polibio, vivevano i Dauni, i Peucezi ed i Messapi.

Probabilmente Annibale passò sul ponte costruito sul fiume Biferno, ricordato nei secoli dalla gente del posto con il suo nome; permetteva, per chi proveniva dalle regioni del nord della penisola italica, le comunicazioni a sud est verso le colline dove era l’insediamento di Casacalenda ed il centro fortificato di Gerione. (vedi figura).

Il ponte di Annibale (foto de il Bene Comune).

Livio, a differenza di Polibio, dopo il lago Trasimeno, ricordò il passaggio per Spoleto, per il territorio dei Piceni e confermò quanto ricordato da Polibio: i Pretuzi, Adria, NON ritenne opportuno ricordare le devastazioni nei territori dei Marrucini e dei Frentani; ma la confermò nel territorio Dauno intorno ad Arpi e Lucera.

Questi sono i ricordi i di Polibio e Livio della discesa di Annibale nei territori della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

Il territorio dei Pentri non fu ricordato da Polibio e Livio, una grave distrazione, un vuoto di memoria, o Annibale lo riteneva troppo infido e non adatto alla sua strategia militare per affrontare, come sempre fece vittoriosamente, i Romani nei luoghi pianeggianti idonei alla “potenza” della sua cavalleria numidica, considerata la punta di diamante dell’esercito Cartaginese: dove se non in una vasta pianura poteva sviluppare tutta la sua “forza” ?

Altro motivo per NON attraversare il territorio dei Pentri era la presenza degli accampamenti dell’esercito romano, come ricordò Livio, allorquando, dopo la battaglia di Canne, i Cartaginesi spadroneggiavano nei territori del sud.

Pertanto, quando venne il momento di trasferirsi con l’esercito dal territorio campano a Gerione, NON attraversò il territorio dei Pentri; in quella occasione, avendo posto l’assedio, secondo Polibio nel territorio Falernum Ager ad ovest di Caserta, mentre Livio ricordò la presenza di Annibale nei  pressi della città caudina di Alife e, avendo saputo dagli esploratori, scrisse Livio, che nel territorio di Lucera e di Gerunio si trovava grande quantità di frumento, preferì recarsi a Gerione poiché, scrisse sempre Livio, Gerunio era località molto adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno.

SOLO in occasione di quel trasferimento, probabilmente fu coinvolto il fiume Fortore: provenendo da ovest di Benevento [dal Farlenum Ager (Polibio) o da Alife (Livio)], non potendo attraversare il territorio dei Pentri, l’esercito di Annibale si diresse verso Gerione lungo il Fortore, dalla sua sorgente fino al territorio pianeggiante dell’odierna Gambatesa.

Risalì verso nord lunghe le colline in direzione di Gerunio/Casacalenda dove, successivamente, avrebbe subito la sua sconfitta dopo le vittorie presso il fiume Ticino, il fiume Trebbia ed il lago Trasimeno.

Probabilmente e solo per un breve tratto, Annibale utilizzò l’itinerario programmato dall’esercito Romano nell’anno 321 a. C. per andare dal territorio Caudino in soccorso di Lucera; un trasferimento che causò ai Romani la prima ed unica sconfitta e l’umiliazione presso le Forche Caudine e MAI arrivarono in soccorso di Lucera. (vedi figura X itinerario mai percorso).

Corsi e ricorsi della Storia: nel 321 a. C. il viaggio verso la città di Lucera causò l’UNICA sconfitta dell’esercito Romano contro i Sanniti; nell’anno 217 a. C. la città di Lucera fu indirettamente la causa della prima sconfitta di Annibale sul suolo italico.

Quanto esposto sulla base delle fonti bibliografiche di Polibio e Livio, potrebbe essere l’UNICA ipotesi per testimoniare la presenza di Annibale e del suo esercito lungo le rive del fiume Fortore; NON ESISTONO altre circostanze.

Per concludere, anche dopo i famosi “ozi” di Capua, Annibale senza MAI arrivare a Roma per cingerla d’assedio, strategia non consona al suo esercito, pare, secondo solo Livio, abbia intrapreso un altro itinerario che, come SEMPRE, ESCLUDEVA il territorio dei Pentri.  (vedi figura).

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

VI PUNTATA. UNA AMARA SORPRESA NELLA CITTA’ MADRE E CAPITALE DEI SANNITI/PENTRI (XI-IX A. C.). C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA    

dicembre 28, 2020

Nel nostro cammino nella Storia e con la Storia, ci accingiamo a visitare gli insediamenti costruiti dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti sulle sommità delle colline e delle montagne per difendersi, per comunicare visivamente tra loro e per proteggere le pianure di Bojano e di Sepino, poste a settentrione del Massiccio del Matese ed attraversate da ovest ad est dal tratturo Pescasseroli-Candela. (vedi figura).

Nella città di Bojano la sosta si protrarrà, e di questo mi scuso con i miei compagni di cammino, ma è utile per meglio conoscere, attraverso le scoperte archeologiche, quanto è accaduto nel suo territorio nel periodo Storico che stiamo rivivendo lungo l’itinerario utilizzato dai giovani migranti tra il XI-IX sec. a. C..

Visiteremo e conosceremo l’antica Storia degli attuali centri di Castrelpetroso, Sant’Angelo in Grotte, Macchiagodena, Frosolone, Spinete e, dopo Bojano, San Polo Matese, Campochiaro, Baranello/Monte Vairano, Monteverde di Vinchiaturo, Guardiaregia e Cercamaggiore, terminando il cammino nel territorio pertinente a Sepino, a confine con il territorio degli Sanniti/Irpini, lì dove il tratturo Pescasseroli-Candela devia verso est per raggiungere la vasta pianura di Candela nel territorio dei Dauni.

Riprendiamo il cammino dal valico di Castelpetroso dove il tratturo Pescasseroli-Candela, ancora percorribile fin oltre il confine del territorio dei Sanniti/Pentri con i Sanniti/Irpini, era controllato e difeso dal sovrastante ed ampio insediamento localizzato alla quota di 900-1.000 mt., tra Castelpetroso e Sant’Angelo in Grotte. (vedi figure).

Ciò che videro i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti prima del valico di Castelpetroso.

L’insediamento sopra Castelpetroso.

Cianfarani (1978) ipotizza, vista la presenza della odierna Basilica minore dell’Addolorata e la sua vicinanza al tratturo, il culto di dèi guaritori, i quali suggeriscono cure e rimedi ai loro fedeli immersi nel sonno all’interno del santuario (quello italico, n. d. r.). […] e il santuario di Castel Petroso che aduggia la severa bellezza del monte Miletto con la goffa mole pseudogotica.

Camminando, notiamo a sinistra, Macchiagodena, centro medievale denominato dai LongobardiMaccla de godino (argomento del nostro prossimo Cammino); nel suo territorio di Vallefredda è possibile visitare un esteso sito sannita/pentro confinante ad ovest con l’insediamento di Sant’Angelo in Grotte  e ad est con la fortificazione di Civitelle di Frosolone.

www.iserniaturismo.it scrive: Nel complesso, il territorio fa parte di quell’area delimitata dal massiccio del Matese e dalla depressione di fondovalle della Piana di Bojanodove correva la grande viabilità, e le alture dell’Alto Molise.

Vallefredda (gola d’ingresso da Macchiagodena)  vista  da nord); sullo sfondo il Massiccio del Matese e monte Miletto (2050 m. s.l.m., a destra). (www.teleaesse.it).

 

Localizzazione di Vallefredda.   Foto di Charles Myne. Vallefredda (particolare).

foto b/n di N. Paone.

Luigi Scaroina Maria Carla Somma (2015) ricordano: gli oggetti rinvenuti in passato nel territorio di Macchiagodena, in particolare un’oinochoe a becco obliquo in bronzo di fine VI-inizi V sec. a.C. e 3 secchie in bronzo datate tra I e II sec. d.C. e una patera, anch’essa in bronzo, di I sec. a.C..

Valle Freddacon la sua posizione geografica gravitante sull’importante asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise, pur avendo carattere di un insediamento secondario rispetto ai principali centri sannitici. E’ stimato essere stato: l’asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise.

Un asse viario descritto da La Regina (2013)  ed utile per proporre un futuro itinerario culturale per il nostro cammino nella Storia e con la Storia: dal territorio dei Sanniti/Marrucini al territorio dei Sanniti/Pentri.    Questa strada, scrive La Regina, che attraversava il santuario (di Pietrabbondante, n. d. r.), faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, Guardiagrele–Comino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci-Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone; oppure, noi possiamo ipotizzare, un itinerario  tra Sant’Angelo in Grotte e Macchiagodena difeso dai loro rispettivi insediamenti. (vedi figura).

La strada proposta da La Regina (tracciato giallo e rosso) dalla valle dell’Aterno alla pianura di Bojano. Tratturo Pescasseroli-Candela (7). Tratturo Castel di Sangro Lucera (6). Via da Bovianum/Bojano a Teano degli Apuli/San Paolo Civitate, sul tracciato dei bracci tratturali MateseCortile (15) e Cortile–Centocelle (8).

Questo collegamento, abbandonato nelle epoche successive, prima della pianura di Bojano era ben difeso anche dalla fortificazione posta ad est, oggi località Civitelle di Frosolone.

ZappittelliScacciavillaniLabbate Sui rilievi meridionali della montagna di Frosolone, a circa 1000 mt a sud-est della fortificazione sannitica di Civitelle (B. Sardella), in località Colle San Martinoc’è la presenza di allineamenti di blocchi di grandi dimensioni, a pianta rettangolare (circa 13,70 m x 10,50 m), relativi probabilmente ad una struttura di difficile interpretazione architettonica anche per un secondo corpo adiacente al lato minore in direzione sud-est.

Il sito di Colle San Martino visto dall’alto.

In particolare, il sito di “Civitelle”, conosciuto anche con il nome di Castellone, comprende una vasta area fortificata che si estende tra le alture di Castellone nord (1205 m) e Castellone sud (1207,40 m) e digrada verso valle nella zona denominata San Martino, seguendo il pendio naturale. Complessivamente la fortificazione racchiude un’area di 150000 mq avente un perimetro di 1900 m. Tra le due cime si trova una piccola valle, in zona Castellone, orograficamente meno esposta agli agenti atmosferici, all’interno della quale molto probabilmente era presente una qualche struttura abitativa.

La Regina, evidenziano ZappittelliScacciavillaniLabbate, pur riconoscendo nella fortificazione un insediamento stabile superiore ad un comune aggregato ruralelo ritiene un insediamento rurale dalla forte vocazione difensiva; non un centro urbano a causa della eccessiva altitudine, il tipo di accessi, la disorganica articolazione degli spazi interni e la mancanza di decoro nella costruzione delle mura. (vedi figure Dell’Orto-La Regina).

Le Fortificazione sannitiche di Frosolone, terza cerchia di mura.

 

Primo piano della terza cerchia di mura.

Oakley, proseguono i tre autori, invece, individua il sito come un insediamento abbastanza complesso e ben congegnato al punto tale da prevedere zone abitate stabilmente, aree adibite al pascolo e zone predisposte esclusivamente per la difesa. Secondo Oakley l’aspetto più importante è che l’area fortificata comprenda tre circuiti murari; quello più a settentrione è totalmente delimitato in zona Castellone nord e sarebbe stata l’acropoli del sito.

Sulla base della classificazione di Lugli, è accettabile inserire il tipo di mura rilevato nell’opera poligonale di prima maniera, con una doppia differenziazione nella tecnica costruttiva. Alcuni tratti di cinta fortificata dovevano avere un doppio parametro, ipotizzabile sulla base delle evidenze archeologiche: a valle andava a costituire il muro di sostruzione e a monte definiva la cortina del recinto, a volte riempita con del pietrame per creare dei terrazzamenti. Questi tratti sono stati ubicati nelle zone dove è maggiore la visibilità del territorio circostante. (vedi figura).

Dopo la visita alle Civitelle di Frosolone ed avere ammirato quanto di buono e di bello realizzarrono i Sanniti/Pentri, padroni del territorio e giudicati rozzi pastori, in compagnia della delusione per non conoscere ancora l’antico toponimo del sito, riprendiamo il nostro cammino verso la città di Bojano.

I motivi di localizzare Bovaianom/Bojano la città madre e capitale sulla sommità della collina e lungo le sue pendici poste a settentrione del Massiccio del Matese, sono stati ampiamente illustrati nella precedente IV puntata nel nostro cammino: i 7.000 giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti si denominarono Pentri per avere scelto di cotruire i propri insediamenti sulle sommità delle colline e delle cime delle montagne; pertanto, a differenza degli altri gruppi di migranti, per la loro identificazione nei nuovi territori non adottarono il nome della specie dell’animale scelto per guida, ma preferirono attribuirlo, ECCEZIONALMENTE, alla città madre, alla capitaleBovaianom. (vedi figura).

Vi illustro una ipotesi molto suggestiva per scoprire l’etimologia del nome della città di BO JANO, la pentra  BOVA IANOM, la romana BOV IANUM o BOB IANO, la medievale BOV IANO.

Il nome è composto da 2 sostantivi con una diversa etimologiaBOVA – IANOM; BOV – IANUM o BOB – IANO;    BOV – IANO ed infine il moderno BO –JANO. 

BOVABOV o BOB e l’odierno BO derivano da BUE, un BOS taurus primigenius, l’animale guida o la sua raffigurazione totemica su di uno stendardo seguito dai 7. 000 giovani migranti.

IANOM, IANUM – IANOIANO JANO della 2 parte del toponimo potrebbe  derivare dal dio italico IANUSJANUS GIANO, divinità che per gli antichi popoli, come scrive Ramorino (2004), era il Dio d’ogni principio, ed ogni inizio dell’umana attività era sacro a Giano. Il principiar bene era per gli antichi un buon augurio per procedere bene nell’impresa. Quindi nulla si incominciava senza chiedere la protezione di Giano e anche qualsiasi cerimonia religiosain onore di qualsiasi divinitàdoveva essere precedutada una preghiera a Giano.                                                                                                                              Se così fosse, IANUS, JANUS o GIANO fu invocato insieme con il dio ARES dai SABINI (nel loro territorio esiste un monte Giano) in occasione del ver sacrum per un buon augurio per procedere bene nell’impresa di dare origine a nuovi insediamenti, a nuove città, a nuovi popoli e nuove civiltà.                                  IANUSJANUS o GIANO veniva raffigurato bifronte, ovvero guardava al passato ed al futuro:  i Safini/Sabini/Sabelli /Sanniti con il ver sacrum avevano lasciato alle spalle il loro passato e si erano incamminati verso il loro futuro.

IANUSJANUSGIANO era venerato custode e protettore dei limita, dei confini stimati sacri ed inviolabili, così scrive Sogari (2009)dato che ogni qual volta si parla di definire un confine ed un termine da vigilare si parla di Giano e anche questo non è ignoto alla toponomastica che ci indica, in alcune regioni, le attività che lo avrebbero visto come Nume Tutelare. Giano è a guardia dei confini, non dobbiamo aver tema di errori a definirlo in tal modo, quindi da Dio prettamente simbolico e occultato diventa una figura manifestamente attiva e partecipe della vita degli antichi Gentili Italici che ne avevano diffuso il culto in molte aree agricole ma anche a delimitazione di aree selvagge a mo’ di divisione tra il mondo selvatico ed il mondo degli uomini e delle relative attività umane.

Come illustrato nella IV puntata del nostro cammino nella Storia e con la Storia, i confini del territorio dei Sanniti/Pentri erano stati scelti e fissati dalla sommità di monte Crocella, già il colle chiamato Sacro ricordato da Dionisio (I sec. a. C.) o il collem cui nome erat Samnio, ricordato da Festo (II sec. d. C.), occupato dai hominum septe milia duce Comio Castronio.                                                                                                   

Della città di Bojano abbiamo conosciuto nella IV puntata i motivi per cui giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti denominatisi Pentri, avevano preferito fondare sulla sommità della collina, oggi denominata Civita Superiore di Bojano, Bovaianom la loro città madre e capitale.

Il territorio di Bojano agli occhi dei giovani migranti presentava delle altre caratteristiche non meno importanti ed idonee per fondare un insediamento stabile, sicuro e difendibile.

Un esempio, già visto nella IV puntata, è l’insediamento della sannita/pentra Aufidena, non dissimile da quello ancora esistente di Lucus Angitiae e dell’insediamento di Bovaianom: la costruzione di una fortificazione una sulla sommità di una collina o di una montagna ed il suo sviluppo lungo il pendio, con una serie di terrazzamenti sostenuti da pietre in rozza opera poligonale, raggiungeva la pianura. (vedi figura).

Mattiocco (1989), nella IV puntata, descrive la civitas Aufidena/Castel di Sangropotrebbe affacciarsi anche l’ipotesi, comunque neppure in questo caso suffragata da alcuna prova obiettiva, di un prolungamento verso il basso del perimetro murario destinato, a somiglianza di quanto è documentato altrove (Bovianum, Lucus Angitiae), a racchiudere l’abitato vicano sottostante che, in epoca romana, assumendo decise connotazioni di tipo urbano, ebbe sicuramente un suo proprio apparato difensivo.

Da una attenta osservazione si nota la somiglianza e quindi i criteri di scelta dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, per costruire i loro insediamenti  dove il territorio offriva la possibilità di sfruttare la sommità di un rilievo, le sue pendici e parte della pianura sottostante: Lucus Angiutiae/Luco dei Marsi; Aufidena/Castel di Sangro e Bovaianom/Bojano. (vedi figure).

L’altra prerogativa, comune ad altri importanti insediementi era la presenza di una palude o di un lago; nel territorio di Bojano, come già illustrato ampiamente nella IV puntata, all’epoca dell’arrico dei giovani migranti esisteva una palude o un lago. (vedi figura).

La localizzazione della città di Bojano, ma anche di altri insediamenti sanniti, favorendo la difesa,  il controllo del territorio e le comunicazioni, non mutò nel corso della Storia; pertanto, nelle epoche successive alla sannita e romana, ci furono radicali interventi di ristrutturazione da parte nei nuovi conquistatori: Longobardi, Franchi, Normanni, Angioini etc., idonei alle loro tradizioni ed esigenze.

Queste radicali trasformazioni, ad esempio, non accadde per la città di Sepino in quanto la sua localizzazione mutò nel corso della Storia; infatti ancora oggi esistono ben distinti l’insediamento sannita di Saipins/Terravecchia; l’insediamento romano di Saepinum/Altilia e l’insediamento medievale nella Sepino moderna.

Sepino. I suoi 3 insediamenti        Bojano. I suoi 3 insediamenti nella nella Storia.                                     nella Storia.

Coloro che mi stanno seguendo in questo cammino nella Storia e con la Storia, giungendo nella città di Bojano, dopo quanto illustrato ed ammirato nella IV puntata, rimarranno DELUSI.                                                            Infatti, oltre a non poter godere la vista delle opere di edilizia: strade, abitazioni, templi, teatri ed anfiteatri, terme etc., realizzate nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri nel corso della sua lunga Storia, in Bojano non esiste un Museo Archeologico.

NELLA COLPEVOLE MANCANZA DI UN MUSEO ARCHEOLOGICO NELLA CITTA’ MADRE E CAPITALE DEI SANNITI/PENTRI, DOBBIAMO ACCONTENTARCI DI AMMIRARE LE FOTOGRAFIE DEI REPERTI SCOPERTI NEL SUO TERRITORIO.

Documentano la presenza dei Sanniti/Pentri già nel IX secolo a. C.; i loro rapporti commerciali e culturali con le popolazioni confinanti della loro stessa origine o di origine diversa: i Greci della Daunia; i Greci e gli Etruschi delle colonie nel territorio campano e con le popolazioni greche dell’oltremare Adriatico.

Da essi appresero la scrittura soprattutto dell’alfabeto greco calcidese utilizzato dai coloni greci presenti nel territorio campano e, non avendo una zecca propria, utilizzarono le loro monete visto che fino ad allora, per le transazioni commerciali, avevano utilizzato il baratto.

Fece eccezione, con una propria zecca, come illustrato nella IV puntata, la città di Isernia.

Sappiamo che gli Italici coniarono le proprie monete solo in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), probabilmente utilizzando una zecca mobile, dapprima a Corfinio, come già visto, in Bojano e per ultima, come illustrato, in Isernia.

Vale le pena documentare (non esiste un suo esemblare nella città di Bojano) una delle monete coniate allorquando fu la 2^ sede della capitale della Lega Italica.

La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,17; mm 19; h 2); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato. (da https://auctions.bertolami).

Il grado di civiltà e benessere conseguito dai Sanniti/Pentri è testimoniato da ciò che è stato anche scoperto nel territorio pertinente a Bovaianom, loro città madre e capitale.

Il mio grande rammarico, dopo tanto cammino in vostra compagnia, è non potervi guidare in un museo dei Sanniti/PentriQUI’ proprio in Bojano, nella loro città madre e capitale; forse l’UNICA tra le capitali dei popoli italici a NON AVERE UN MUSEO ARCHEOLOGICO PENTRO.

E’ UNA VERGOGNA: visitando la città di Bojano ed il suo territorio, origine del popolo dei Pentri ed embrione di una parte del territorio della attuale regione Molise quando divenne contea normanna di Boiano per merito del conte Ugo (I) de Moulins/Molinis/Molisio e contea di Molise durante la titolarità del figlio, il conte Ugo (II) nell’anno 1142, NON ABBIAMO LA POSSIBILITA’ DI VEDERE ED AMMIRARE QUANTO DI BELLO SEPPERO REALIZZARE O ACQUISTARE DAGLI ALTRI POPOLI.

DOPO I SANNITI, VI DIMORARONO: I ROMANI, I LONGOBARDI, I NORMANNI, GLI SVEVI E GLI ANGIOINI.

Soprattuto negli ultimi anni, TANTE SONO LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE SCOPERTE NEL TERRITORIO PERTINENTE ALLA PENTRA BOVAIANOM, ALLA ROMANA BOVIANUM, ALLA MEDIOEVALE BOVIANO/BOBIANO/BOIANO/BOJANO.

DOVE SONO ?

ALCUNE SI POSSONO AMMIRARE NEL MUSEO SANNITICO DI CAMPOBASSO; LA MAGGIOR PARTE SONO BEN CONSERVATE, CHISSA’ FORSE IN QUALCHE MAGAZZINO DELLA SOPRINTENDENZA.

E’ UNA VERGOGNA.

INASCOLTATO IL SUGGERIMENTO E L’AUSPICIO DI DE BENEDITTIS (2005): Ricerche sul Sannio per il periodo compreso tra l’Età del Ferro e le Guerre Sannitiche; per ora quello che possiamo proporre è un piccolo tassello che può contribuire alla ricostruzione di un periodo della storia della piana ancora oscuro e alla valorizzazione di una struttura museale di cui la città di Bojano ha diritto.

SOTTOLINEO ed EVIDENZIO: HA DIRITTO.

A NULLA E’ VALSA LA PETIZIONE SOTTOSCRITTA DA CIRCA 1.000 BOJANESI PER LA ISTITUZIONE DI UN MUSEO ARCHEOLOGICO, tranne UNA SUA OCCASIONALE APERTURA, TANT’E’ CHE ALCUNI SITI INTERNET ANCORA INVITANO A VISITARLO.

Probabilmente, la città di BOJANO è l’UNICA città madre, l’UNICA capitale DI UN ANTICO POPOLO A NON AVERE UN MUSEO PER DOCUMENTARE IL SUO GLORIOSO PASSATO.

Qui, scrive ancora De Benedittisnegli strati superficiali della zona denominata Camponi, posta tra i comuni di Guardiaregia e Spinete, si erano collocate aree funerarie risalenti cronologicamente al periodo compreso tra il IX ed il IV sec. a.C..

Nel camminare nella Storia e con la Storia della città di Bojano, OGGI POSSIAMO ammirare UNICAMENTE le fotografie dei numerosi ed interessanti reperti archeologici.

Pertanto, lasciato Frosolone, il cammino ci porta a Spinete, distante da Bojano meno di 6 km., nel cui territorio furono scoperti numerosi tegoloni di argilla utilizzati per la copertura degli edifici religiosi e civili. (vedi figure).

Alcuni tegoloni hanno impresso il nome del meddíss túvtiks, ossia il magistrato supremo dei Sanniti/Pentri residenti in Bovaianom/Bojano, la loro città madre e capitale, dove aveva sede anche il senato pentro.

La tradizione di lavorare l’argilla per i tegoloni ed altri manufatti, è stata mantenuta in vita fino al secolo scorso con l’esistenza di più di una fornace (se ricordano 13) nelle vicinanze del percorso del tratturo PescasseroliCandela; ed ancora oggi è possibile ammirare quanto resta di alcune. (vedi figura).         

Le fornaci era sì nei pressi delle cave di argille, ma queste si localizzavano in 2 vaste aree soggette ad un particolare clima molto diverso dal restante territorio della città pedemontana esposta prevalentemente a nord e privata dei raggi solari dall’autunno ad oltre l’inizio della stagione primaverile. Tale situazione permetteva nelle 2 aree la coltivazione dell’uva, dell’ulivo e di quant’altro necessitava di una temperatura mite.                                  Ergo, i Sanniti/Pentri residenti nella città madre e capitale, producevano, diversamente dai loro poco intelligenti discendenti (sic) anche vino ed olio. (vedi figura).

Non solo tegoloni in argilla, ma anche oggetti votivi, probabilmente anche la testa femminile fittile rinvenuta in Spinete. [vedi figura Luigi Scaroina e Maria Carla Somma (2015)].

Dei reperti archeologici ammiriamo UNICAMENTE le immagini di alcuni pertinenti ai secc. X-VIII a. C. ed un Mercurio del IV sec. a. C., trovati per primi nel territorio di Bojano nell’800 ed esposti nel Museo Sannitico di Campobasso.

Si hanno notizie della esistenza di reperti pertinenti ad una necropoli pentra scoperta in occasione degli scavi di fondazione di fabbricati nella odierna borgata Maiella ad ovest della città di Bojano e della chiesa di santa Maria dei Rivoli costruita su un tempio romano, non lontano dal percorso del tratturo Pescasseroli-Candela e, probabilmente, fuori le mura della Bovianum romana (vedi figura) se le sue mura di cinta dovessero corrispondere a quelle preesistenti e pertinenti alla pentra Bovaianom dove si localizzava ad ovest, nel medioevo, Porta sant’Erasmo.

Sia la necropoli sannita/pentra, sia una necropoli altomedievale, pertinente ad un contingente di origine protobulgaro o avara, si localizzano ad est di Bovaianom/Bovianum/Boviano, ma sempre in prossimità del tratturo Pescasseroli-Candela. (conosceremo la necropoli altomedievale in un prossimo cammino da Spoleto a Benevento sulle orme dei Longobardi).

reperti recuperati da Del Pinto sono circa 250 ed avrebbero potuto arricchire più di una sala museale se nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri si fosse manifestata la VOLONTA’ di istituire un Museo dei Sanniti/Pentri.

Da istituire non in una città < senza Storia  >, ma in una città che più o meno in ogni epoca e fin dalla sua origine (XI-IX a. C.) ha sempre controllato ed amministrato un territorio che dall’anno 1142 sarà chiamato Molise.

Ricordiamo il giudizio Moscati (1999) sui primi oggetti scoperti: […], l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano. […]. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sanniticaSuccessivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzopunte di lancia e di giavellottoceramiche varie.

Furono esaminati i componenti sia dei corredi maschili: residui di cinturoni ed alcuni gancicuspidi di lancia; sia dei corredi femminili: anellibraccialiarmillefibule.  (vedi figura).

Le scoperte di Del Pinto continuarono, arricchendosi di altre preziose testimonianze.

Le avremmo potuto ammirare nelle sale del Museo dei Sanniti/Pentri di Bojano e conoscere quanto di bello avevano realizzato o acquistato da altri popoli quei rozzi pastori-guerrieri.

NON ESISTENDO UN MUSEO, siamo costretti ad apprezzare i numerosi reperti grazie alle immagini descritte e pubblicate da De Benedittis (2005).

In una delle sale di un immaginario Museo Archeologico Pentro della città di Bojano, possiamo AMMIRARE, tra i TANTI, i 2 REPERTI PIU’ ANTICHI, databili tra la fine del IX e la prima metà dell’VIII sec. (vedi figure).

Dovendo continuare il cammino nelle Storia e con la Storia per conoscere le altre testimonianze archeologiche ancora presenti nel territorio dei Sanniti/Pentri, dedichiamo la nostra visita alle sale dell’immaginario Museo Archeologico Pentro di Bojano dove sono esposti gli oggetti più antichi, ossia pertinenti all’Età del Ferro e, via via, alle epoche successive.

 

Prima di tornare alla realtà dopo avere immaginato la nostra visita al Museo Archeologico Pentro della città di Bojano, vediamo ciò che resta di un fregio dorico  pertinente ad un monumento funerario del I sec. a. C..

Quello che di bello e particolarmente interessante da ammirare è un “unicum”, stiamo essere del IV sec. a. C.: una spada di bronzo raffigurante Ercole barbuto; secondo La Regina, utilizzata più per cerimonie che per un combattimento.

Dopo avere ammirato quanto di interessante e di bello un Museo Archeologico Pentro nella città di Bojano, potrebbe offrire al turista e allo studioso per documentare la Storia millenaria del territorio pertinente al popolo dei Sanniti/Pentri, la ultima attenzione la dedichiamo alla conoscenza ed al giudizio espresso dallo storico greco Appiano (II sec. d. C.) per la romana civitas Bovianum in occasione dell’assedio e della conseguente conquista e radicale sua distruzione durante la Guerra Sociale, ultimo e definitivo scontro tra i due popoli sempre rivali: i Sanniti ed i Romani.

AppianoSilla mutando luogo mosse l’armi contro Buoani (Bojano, n. d. r.), la qual gente era stata un comune ricettacolo delle città ribellate. Era la città molto bella, e guardata da tre fortezze. Onde Silla mondò alcuni soldati innanzi: e comandò che si studiasse di insignorirsi (occupasse, n. d. r.) d’una delle tre rocchee poi si facesse il cenno del fuoco. Vegendo Silla il fumo assaltò i nemici, e combattendo per lo spazio di tre ore continueprese la città. E queste cose furono fatte da Silla in quella state (in quella estate, n. d. r.) con una somma felicità.

Dopo quanto documentato ed illustrato della Storia di Bojano grazie alle immagini dei reperti archeologici esposti nel Museo Archeologico Sannita VIRTUALE, riprendiamo il nostro cammino e, utilizzando i vecchi sentieri, dal tratturo Pescasseroli-Candela, possiamo raggiungono la sommità della collina di Civita Superiore di Bojano, già Bovaianom, ed osservare le tracce degli antichi terrazzamenti in rozza opera poliginale ed alcuni brevi percorsi con la presenza di quanto resta degli antichissimi gradini in pietra per agevolare il cammino a cavallo o a piedi e quanto resta dei gradini di 2 antichi viottoli: dalla pianura salgono alla sommità di Civita Superiore di Bojano. (veidi figura).

                                           

La sommità di monte Crocella è raggiungibile sia a piedi,  partendo dal centro di Bojano, sia con l’utilizzo dell’auto fino a Civita Superiore di Bojano (parcheggio B percorso a piedi più lungo o il percorso  A  più breve) con lo scopo di ammirare, dalla fortificazione sannita con le sue mura di terrazzamento in rozza opera poligonale, l’ampio panorama sul territorio del Molise  da ovest verso est (vedi figure)  (vedi IV puntata).

I percorsi.

 Il panorama dalla sommità di monte Crocella sull’ampia pianura di Bojano e su una parte del territorio del Molise dei Sanniti/Pentri, da ovest verso est.

Dopo la permanenza nella città di Bojano per meglio conoscere la sua antichissima Storia, riprendiamo il cammino nella Storia e con la Storia sempre lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che per un lungo tratto, soprattutto nella pianura tra San Polo Matese e fino al corso del torrete Quirino, ha conservato eccezionalmente la sua larghezza originale di circa 110 mt.. (vedi figure).

Il tratturo Pescasseroli-Candela tra San Polo Matese e Campochiaro controllato da monte Crocella e Civita Superiore di Bojano. In lontananza il valico di Castelpetroso.

Faremo di volta in volta delle deviazioni per visitare le località di maggiore interesse storico: San Polo Matese, Campochiaro, Guardiaregia, Monte Vairano, Cercemaggiore e Sepino, arrivo e conclusione del nostro cammino nella Storia e con la Storia.

Oreste Gentile.

(continua).