BOJANO NEGLI “ANTICHI ITINERARI”.

dicembre 17, 2016

 BOJANO/BOVAIANOM/BOVIANUM/BOVIANO-BOBIANO, capitale storica della regione Molise, fu fondata dai SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI tra i secoli X-IX a. C. alle falde settentrionali del massiccio del Matese e svolse un ruolo di primaria importanza nel corso della Storia, soprattutto nel periodo compreso tra il X-IX secolo a. C. ed il XIII secolo.

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Il territorio presso Bojano nel X – IX sec. a. C.. (tratturo verde)

I tratturi permisero la migrazione (ver sacrum) dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti verso i territori prescelti per dare origine alle nuove popolazioni: Piceni, Marrucini, Vestini, Equi, Marsi, Peligni, Carecini, Frentani, Pentri, Irpini, Caudini e Lucani.

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Le direzioni delle migrazioni dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti

Lo sviluppo della città di Bojano fu favorito fin dalla sua fondazione (X-IX a. C.), da uno dei tratturi che attraversavano da occidente ad oriente il territorio della attuale regione Molise e consentivano la transumanza stagionale delle greggi dagli altipiani dell’Abruzzo alle coste adriatiche ed alla pianura dauna.

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I percorsi dei tratturi

 

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I tratturi nel Molise. Da: [PDF] MoliSeb Wine & FoodBlog.

 Il tracciato del tratturo denominato Pescasseroli-Candela, come vedremo, raccordandosi a nord con gli altri percorsi, permise di costruire la via consolare Minucia: passando per la città di Bojano, collegava la città peligna di Corfinio, posta sulla via consolare Valeria, con la città di Brindisi.

Bojano, in osco Bovaianom, in latino Bovianum, fu la città-madre, la capitale dei PENTRI fino alla conquista romana; 2^ capitale della Lega Italica in occasione della guerra sociale (I sec. a. C.), colonia, municipio e sede di diocesi episcipale durante il dominio romano.

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Le colonie, i municipia e le diocesi episcolali nel territorio dei Sannti Pentri e Frentani: 1. Venafro 2. Isernia 3. Trivento 4. Termoli 5. Larino 6. Bojano

Con il dominio dei Longobardi, Bojano fu capoluogo di uno dei gastaldati (anno 667) nel ducato di Benevento e, successivamente, di uno dei 6 gastaldati nel ducato di Benevento istituiti nei territori che avrebbero costituita la regione Molise.

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Con i Franchi, i gastaldati divennero contee e, con il dominio dei Normanni, Bojano accrebbe la sua importanza avendo esteso i confini della omonima contea inglobando i territori pertinenti alle contee di Venafro, Isernia, Trivento, parte di quella di Larino e con 2 feudi: Serracapriola in provincia di Foggia e Castelvolturno in provincia di Caserta.

Nell’anno 1142 la Contea di Boiano fu denominata Contea di Molise.

Molise, per ricordare la famiglia comitale Molinis, Molisio originaria del feudo normanno di MOULINS.

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La contea di Molise nella sua massima espansione (confine rosso).

La contea di Molise, con capoluogo Boiano, fu protagonista di tutti gli avvenimenti che videro impegnati i suoi titolari in conflitto con i re e gli imperatori presenti all’epoca nell’Italia centro meridionale.

La sua decadenza inizò con il dominio degli Angioini.

In considerazione del suo ruolo, Bojano fu presente negli itinerari e nella più antica cartografia.

La più antica carta geografica che rappresenta la città di Bojano in base alle coordinate geografiche calcolate all’epoca, è la Geografia di Tolomeo (I sec. d. C.).

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Le coordinate calcolate da Tolomeo.

 

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 ( Nota: nella cartina realizzata secondo le coordinate calcolate da Tolomeo nel I secolo, la localizzava di Bovianum/Bojano (bianco) a nord di Aesernia/Isernia ha sollevato il classico “polverone” per sostenere la sua identificazione con l’odierna Pietrabbondante (IS): era la conferma che era esistito Bovianum vetus citato nella Storia una sola volta da Plinio. Coloro che hanno voluto “sfruttare” l’imprecisione causata dalle coordinate geografiche di Tolomeo, non hanno valutato che altre città non rispettavano le odierne localizzazioni: Sulmo/Sulmona, Corfinium/Corfinio, Aufiudena/Castel di Sangro, Anxanum/Lanciano e lo stesso territorio dei Frentani, erano stati posti più a sud di Bovianum/Bojano, mentre nella realtà sono a nord di Bojano e della stessa Pietrabbondante ).

Si deve ad un console romano la costruzione della via Minucia che interessava i territori interni della penisola italica con un percorso parallelo alla via Appia, alla via Latina/Casilina ed alla via litorale adriatico.

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La Via consolare Minucia (giallo). 1 Corfinio. 2. Bojano (tratto giallo). Via Appia (1). Via Latina/Casilina (2), Via Traiana (azzurro), Via litorale adriatico (marrone).

Secondo Radke (1981), il costruttore della via Minucia dovrebbe essere scelto tra: M. Minucio Rufo console nel 221 a. C., Quinto Minucio Rufo console nel 197 a. C. e Q. Minucio Thermus console nel 193 a. C.. Radke propende per M. Minucio Rufo.

La via Minucia fu ricordata da Cicerone (106 – 43 a. C.), da Orazio (65 – 8 a. C.) e da Strabone (p. 60 a. C. – c. 20 d. C.) che scrisse: Ci sono due vie che partono da Brendesion: la prima è una mulattiera che passa attraverso il territorio dei Peucezi chiamati Pedicli e poi attraverso quello dei Dauni e dei Sanniti fino a raggiungere a Beneventum. Su questa via c’è la città di Egnatia e poi Celia, Netium, Canusium ed Herdonia. L’altra via, passa per Taranto, volge un pò verso sinistra, allungando l’itinerario di circa un giorno. E’ chiamata via Appia ed è maggiormente praticabile per i carri.

La prima, ricordata da Strabone come una mulattiera era la via Minucia che oggi si identifica con la S. S. Appulo Sannita 17.

La via consolare Minucia (1) fu disegnata nella Tabula Peutingeriana (Itineraria picta/dipinto) le cui edizioni furono stimate all’anno 170 ed all’anno 365.

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Bojano si localizza e si identifica con Bobiano (2 torri) ed è posto ad oriente della catena appenninica e non lontano (a sinistra) da Hercul Rani (Campochiaro).

Le località poste sulla via consolare Minucia e riportare nella T. P., sono nell’ordine: Corfinio, Sulmona, Campo di Giove, Castel di Sangro, bivio Fòrli del Sannio, Isernia, Santa Maria del Molise, Bojano, Campochiaro, Sepino, Ariano Irpino.

Da Bobiano si originava una altra via (2) che lo collegava con adcanales (Baranello), e con: ad pyr (Campolieto), Geronum (Gerione-Casacalenda) e Teneapulo (S. Paolo Civiate).

Bobiano/Bojano era collegato anche con la costa del mare Adriatico con un percorso che seguiva il tracciato del tratturo Matese-Centocelle, oggi identificabile con la odierna S. S. 87 Sannitica.

Nella città di Bojano, all’inizio di via Francesco Cavadini l’iscrizione STRADA S. AGOSTINO PER NAPOLI E TERMOLI testimonia l’esistenza della via che collegava la capitale dei Sanniti Pentri con il territorio dei Sanniti Frentani, con la costa adriatica ed il territorio die Dauni.

Una via precursora dell’attuale S. S. 647 “Bifernina“, da Bojano a Termoli.

 

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Foto R. Colella.

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All’epoca della T. P., il tracciato da Bobiano/Bojano raggiungeva nell’ordine: adcanales nei pressi di Baranello (? CB), l’odierna taverna Cortile nei pressi di Campobasso, dove incrociava il trattuto Castel di Sangro-Lucera, ad pyr presso Campolieto (CB), Geronum/GerioneCasacalenda (CB) e teneapulo/San Paolo Civitate (FG).

Un lungo tratto della via consolare Minucia pertinente al percorso da Milano a Reggio Calabria, fu descritto nell’Itineraria Antonii Augusti (Itineraria ad notata/descrittivo, anni 284-305): Iter quod a Mediolano per Picenum et Campaniam ad Columnam, id est Traiectum Siciliae ducit mpm DCCCCLVI sic […].

Castello Firmano mpm XX. Troento civitas mpm XXVI. Castro civitas mpm XII. Aterno civitas mpm XXIIII. Interpromium vicus mpm XXV. Sulmone civitas mpm XXVIIII. Aufidena civitas mpm XXIIII. Serni civitas mpm XXVIII. Boviano civitas mpm XVIII. Super Thamari fluvium mpm XVI. Ad Equum tuticum mpm XXI. Ad Matrem magnam mpm XVI.

Nel secolo VII la città di Bojano è ricordata dal Ravennatis Anonymi Cosmographia come Bobianum, localizzata dopo la città di Esernia (Isernia) e prima del sito di Rani (Hercul Rani/Campochiaro nella Tabula Peutingeria):

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e nel Guidonis Geographia: Bobianum si localizza tra Cleturcium (Santa Maria del Molise) e Rani (Campochiaro).

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In epoca medievale il territorio della regione MOLISE, già pertinente alle popolazioni italiche dei Sanniti Pentri e dei Sanniti Frentani, svolse un ruolo di primaria importanza per le comunicazioni tra il nord ed il sud della penisola italica.

Le cronache dell’epoca longobarda, ricordano l’esistenza di una via che facilitava le comunicazioni tra la città di Spoleto, capoluogo dell’omonimo ducato, con la città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducatoprincipato, e da qui, con la Via Sacra Langobardorum, si poteva raggiungeva il santuario di Monte Sant’Angelo.

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La via dei 2 Ducati (gialla). La via Sacra Langobardorum o via micaelica o via dell’Angelo (o dell’Arcangelo) o Cammino dell’Angelo (linea senape)

La via dei 2 Ducati, in epoca federiciana, fu testimone della ribellione del conte Tommaso di Celano e delle contessa Giuditta, titolare della contea di Molise.

Fu utilizzata per il trasferimento degli eserciti dell’imperatore e dei ribelli fedeli al conte da Rocca Boiano, l’odierna Civita Superiore di Bojano, e dalla città di Bojano, capoluogo della contea di Molise, al castellum di Rocca Mandolfi ed a Celano, capolugo della omonima contea.

Con l’avvento degli Angioini iniziò il lento declino della città di Bojano: la contea di Molise non più data in feudo e fu amministrata dalla corte reale.

Oreste Gentile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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IL TERREMOTO E’ UN ” CASTIGO DIVINO ” ?

novembre 7, 2016

Dal periodico Famiglia Cristiana:

< Una visione pagana, non cristiana. Offensiva per i credenti, scandalosa per chi non crede >. Da Oltretevere, dopo giorni di polemiche roventi, arriva l’intervento – pesantissimo – di condanna del Vaticano su uno dei conduttori di Radio Maria, il domenicano padre Giovanni Cavalcoli, che lo scorso 30 ottobre, a poche ore dal violento terremoto che ha devastato Norcia e Camerino provocando migliaia di sfollati, ha affermato che questi disastri sono un castigo divino per le          < offese >, parole di Cavalcoli, arrecate < alla famiglia e alla dignità del matrimonio con le unioni civili >.  A intervenire dalla Santa Sede è stato monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato: < Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede >, ha detto venerdì sera all’Ansa. Per Becciu queste posizioni sono < datate al periodo precristiano che non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo >. Impossibile quindi  < non chiedere perdono ai nostri fratelli colpiti dalla tragedia del terremoto per essere additati come vittime dell’ira di Dio. Sappiano invece – conclude – che hanno la simpatia, la solidarietà e il sostegno del Papa, della Chiesa, di chi ha un briciolo di cuore >.  

Non si tratta di essere credenti o non credenti, ma qualcuno dovrebbe spiegare perché nell’uso comune, quando accade qualcosa di spiacevole, istintivamente si dice   ” è un castigo di Dio “.

I credenti sono consapevoli che quanto di spiacevole accade può essere causato dalla    “trasgressione” ai “voleri divini”; i non credenti, con quella imprecazione, manifestano il loro disappunto.

Sorprende non poco la reazione di coloro che si professano credenti alla esternazione del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli.

Teologo è chi si dedica allo studio allo studio delle cose divine e del loro rapporto con quelle umane e naturali; egli, come tutti coloro che si professano credenti, crede nel diluvio universale, crede nei “castighi di Dio” verso il Faraone e gli Egiziani, crede in Sodoma e Gomorra: tutti avvenimenti illustrati con dovizia di particolari dalla Sacra Bibbia ed accaduti nella cosiddetta epoca                 < precristiana >.

Perché Dio in epoca < precristiana > fu così severo ed oggi, per chi si dice credente, dovrebbe essere permissivo ?

In epoca  < precristiana > è stato scritto: Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra. Allora Dio disse a Noè: < E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra per causa loro è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con al terra. >.

Oggi, in epoca < cristiana >, Dio dovrebbe tollerare coloro che quotidianamente sono dediti alla corruzione, alla violenza, alla perversione ?

Vogliono far intendere che dopo il soggiorno di Cristo sulla terra presso i mortali, Dio dovrebbe essere meno vendicativo, più permissivo, più misericordioso ?

Se non sbaglio, Mosè ricevette le Tavole dei 10 Comandamenti nell’epoca               < precristiana >, hanno ancora valore per i credenti che vivono l’attuale epoca           < cristiana > ?

Non è stato Gesù a dire: Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti, non sono venuto per abolire, ma per dare compimento ?

Disse ancora: sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso. […]. Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra ? No, vi dico, ma la divisione. […]. No, vi dico, se non vi convertite perirete alla stesso modo.

Addirittura disse: Chi poi dice al fratello: “stupido“, sarà sottoposto al sinedrio; chi gli dice “pazzo“, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.

Altro che perdono o misericordia !

Gesù oltre alle benedizioni, non proferì anche le maledizioni ?

Non disse: Quelli che vivono secondo la carne non possono piacer a Dio ?

Nella nostra  epoca < cristiana >, per il credente, Dio sarà misericordioso verso coloro che vivono secondo la carne ?

Non è stato Gesù ad invitare i peccatori alla conversione, senza la quale non si entra nel Regno e non ci sarà misericordia ?

Quale è stata la bestemmia del teologo ?

Ha affermato che questi disastri sono un castigo divino per le < offese > arrecate < alla famiglia e alla dignità del matrimonio con le unioni civili >: è solo il parere di uno che si professa credente; il non credente avrebbe < fatto spallucce > con un sorriso beffardo !

E’ da ritenere che se proprio la Chiesa non avesse sollevato il polverone, la                     bestemmia del teologo sarebbe passata inosservata, ma hanno voluto creare lo scandalo.

Oreste Gentile

SAN FRANCESCO NELLA CITTA’ DI ISERNIA ?

ottobre 29, 2016

La notizia della presenza di san Francesco nella città di Isernia fu documentata da Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, nella sua opera Memorie Historiche del Sannio (1644): Dopo ch’ebbe pigliato (san Francesco) molti luoghi nella Puglia, nel ritorno onorando di nuovo con la sua presenza queste parti, fondò altri tre (monasteri) nella Provincia di Benevento, cioè quello di Mirabella. Ovvero di Acqua putrida, di Avellino, e di S. Maria Oliveta nella Terra d’Apici, come afferma il Vandingo in detto anno. Indi giunto in Isernia anche vi fondò il Convento sotto l’invocazione di S. Stefano, secondo lo stesso Autore, ove etiandio al presente si vede una stanza, in cui dimorò per quel poco tempo. Che vi si trattenne. […]. Vi è anche la campana, che fu fatta nel 1259.

Come non credere all’arciprete Ciarlanti?

Ma, consultando il testo originale Annales Minor (1625-1654), di Lukas Wadding scopriamo che san Francesco non è mai stato nella città di Isernia, né vi fondò un monastero.

Wadding, scrisse:

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Si legge: 1 San Francesco era in Puglia ed aveva visitato il santuario di San Michele. 2 Nei pressi di Benevento città nella provincia terrae laboris fondò un monastero presso Mirabello (Acquae pitridae), un altro ad Avellino ed il terzo a sancta Mariae Oliveta, presso l’odierna Apice. Successivamente san Francesco si trasferì presso oppido vici Albi e in oppido Apostae giunse a Eugubium (Gubbio), in Umbria città antica….. .

E la sua presenza ed il monastero nella città di Isernia ?

La città fu ignorata da san Francesco, visto che Vadding, prima che il santo giungesse al santuario di Monte Sant’Angelo, tramanda la sua presenza nell’odierna Mignano Monte Lungo, precisando che era adiacente a campis Venafranis (Venafro); successivamente il santo si trasferì a Maddaloni.

fr2Ci sono stati studiosi che hanno voluto “sfruttare” quanto scritto da Ciarlanti per testimoniare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio nella città di Isernia, inventando l’incontro di san Francesco, presente nella città addirittura nel giorno di Pasqua del 3 aprile 1222: Il culto di S. Francesco fu molto in auge nell’età celestiniana. Secondo una tradizione si vuole che durante la venuta dell’assisiate in Isernia (1222, cfr. par. XVI e Ciarl., IV, 333) il Poverello avesse conosciuto fanciullo il futuro Celestino V il quale in quell’epoca aveva otto anni.

Altri hanno scritto: Era l’anno 1222: Francesco d’Assisi, di passaggio per Isernia, nota tra la folla che lo attornia e lo venera un bambino di poco più di sei anni. Gli si avvicina, gli sorride dolcemente, lo accarezza. Il bambino diventerà Papa: papa Celestino V.

Quanta poesia, quanta dolcezza in questa descrizione, ma la Storia è tutt’altra cosa.

L’inesattezza di Ciarlante è stata sfruttata da alcuni studiosi per accreditare alla città di Isernia sia la nascita di Pietro di Angelerio, sia un diverso anno di nascita da loro stimato essere il 1215, mentre le più antiche biografie tramandano l’anno 1209.

Sottraendo da 1222, anno della presenza in Isernia di san Francesco, gli 8 anni del fanciullo, si ottiene 1214; sottraendo da 1222 i più 6 o 7 anni del bambino, si ottiene 1216 o 1215.

Questo è quanto.

(nel blog vedi in merito altri articoli)

Oreste Gentile

 

IL “CAMMINO DEI SAFINI”. LA NASCITA DELLA “PRIMA ITALIA”.

ottobre 11, 2016

Se non ci fosse l’UNIONE EUROPEA condurremmo tutti una vita noiosa e soprattutto sedentaria.

Grazie a questo lungo elenco di itinerari approvati il “cittadino europeo” ha la possibilità di intraprendere un lungo e salutare cammino ……………. !

Da La via micaelica: importanza di un itinerario europeo di Gabriele Tardio, si apprende:

Con sede a Lussemburgo, esso nasce per “dare attuazione al programma degli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa”. Le attività svolte da questa istituzione comprendono il sostegno agli enti che propongono progetti per l’analisi delle azioni e la ricerca di partner europei; l’applicazione delle priorità della politica del Consiglio d’Europa in materia di itinerari culturali; la vigilanza sulle evoluzioni delle espressioni della cultura e la consulenza a chi sia intenzionato a presentare progetti sull’evoluzione del turismo culturale.

Lista degli itinerari già selezionati dal consiglio d’Europa: I Cammini di pellegrinaggio: I Cammini di Santiago. La Via Francigena. Habitat rurale nei Pirenei. Le Vie di Mozart. L’ itinerario Schickhardt. L’itinerario dei Cistercensi.

La rete dei siti cluniacensi. I Celti. Le Rotte dei Vichinghi. L’ Itinerario Wenzel. L’Itinerario Vauban. L’Eredità Al-Andalus. Le rotte dei Sefaradi. Itinerari europei del patrimonio ebraico. La Rotta del ferro nei Pirenei. Le rotte dell’olivo. La Via Regia. Itinerari europei del patrimonio delle migrazioni. Le Transversales. Teatri della Gioventù. Centri d’arte. Le Rotte dei Fenici. Gli Zingari. L’Umanismo. Le Luci del Nord. Le Città europee delle Grandi Scoperte. Il Barocco. Le rotte europee della setta e del tessile. I riti e le feste popolari in Europa. Il Libro e lo Scritto. L’itinerario militari fortificate in Europa: Il progetto della Via Carolingia è nato per rispondere al bisogno di ricercare e trasmettere il senso di appartenenza ad una comunità più grande, quale è l’Europa, seguendo il percorso del viaggio (da Aquisgrana a Roma).

Alle Associazioni delle Regioni interessate e, soprattutto, a quelle presenti nella città di Bojano, considerando l’importanza ed il ruolo svolto dalla nostra città nel periodo della nascita dei popoli di origine safina/sabina/sabella/sannita (vera sacrum), si offre l’occasione di proporre il cammino dei SAFINI che permise la nascita della Prima Italia.

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Le regioni interessate dal percorso: MARCHE con la provincia di Ascoli Piceno; LAZIO con la provincia di Rieti; ABRUZZO con il suo territorio; il MOLISE con il suo territorio; CAMPANIA con le province di Benevento e di Avellino e la BASILICATA con i territori che a nord confinano con la Campania e la Puglia.

Tutti i territori interessati sono ricchi di Storia e di cospicue emergenze archeologiche: le necropoli, i santuari, i teatri.

I musei presenti nelle città e nei piccoli centri permettono di ammirare quanto seppero realizzare i popoli della cosiddetta Prima Italia: armi, monili maschili e femminili, monete e suppellettili in ceramica etc., etc..

Le Associazioni ed i burocrati non perdano l’occasione di proporre un itinerario quanto mai CULTURALE e salutare.

 

Oreste Gentile.

“VIA MICAELICA”: QUANTE NE SONO ESISTITE ? CHI CI CAPISCE E’ BRAVO.

settembre 30, 2016

 Le fonti bibliografiche e gli antichi itinerari tramandano che fin dall’epoca longobarda (VII secolo) la città di Benevento, capitale dell’omonimo ducato, era collegata con il santuario di Monte Sant’Angelo da un percorso denominato Via Sacra Langobardorum o via Micaelica o via dell’Angelo.

Oggi c’è la < smania > della novità che sta creando solo CONFUSIONE, disorientando lo studioso o il curioso.

Hanno deciso che NON esiste UNA Via Sacra Langobardorum o via Micaelica o via dell’Angelo, ma più itinerari con gli stessi nomi.

Giudicate voi.

Nel sito www.retecamminifrancigeni.eu/index.php, è scritto:

CAMMINO DELL’ARCANGELO (Via Micaelica da Benevento).  Sull’asse viario della Via Appia Traiana, a Benevento, si innesta un suggestivo cammino, detto CAMMINO dell’Arcangelo,   convergente al Santuario di San Michele nel Gargano, meta antichissima di pellegrinaggi da tutta l’Europa cristiana longobarda e germanica.

L’ultimo tratto, che coincide con la Via Micaelica  da Roma, è detto anche Via Sacra Langobardorum: un antico cammino, erede di ancora più antichi tratturi, che, staccandosi dalla via Appia Traiana all’altezza di Troia, permetteva di raggiungere, attraverso gli attuali S. Severo, Stignano, S. Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, il santuario di San Michele, al culmine del Gargano.

Concorda con quanto letto, la pubblicazione: La via Francigena della Capitanata. […] (2008), a cura di Vecchione, Pazienza, Russo, Infante, Longo, del Giudice e Guglielmi che hanno pubblicato l’itinerario percorso da Bernardo il Saggio nell’anno 870 .

Il percorso rosso corrisponde alla Via Sacra Langobardorum o la via Micaelica o la via dell’Angelo.

 

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L’ itinerario percorso dal Bernardo il Saggio nell’anno 870.

Il suddetto percorso dovrebbe corrispondere, nell’ultimo tratto, alla descrizione (da Benevento a Monte Sant’Angelo), dell’itinerario disegnato nella sottostante cartina (linea gialla): dal sito

www.angolohermes.com/Approfondimenti/San_Michele/Micaelica.html., così descritto: Tranche 3: da Roma a Monte Sant’Angelo. Roma – Castelgandolfo – Nemi – Velletri – Giulianello – Cori – Sermoneta – Sezze – Fossanova – Terracina – Fondi – Sperlonga – Sessa Aurunca – Francolise – Sant’Angelo in Formis (Capua) – Casertavecchia – Sant’Agata de’ Goti – Foglianise – Benevento – Buonalbergo – Aequum Tuticum – Troia – Lucera – San Severo – Santuario di Stignano – San Giovanni Rotondo – Monte Sant’Angelo.

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Dal sito L’ Angolo di hermes: L’itinerario (giallo)  S. Angelo in Formis-Benevento- Monte Sant’Angelo.

Oggi vengono proposti nuovi e diversi percorsi denominati via Micaelica che, identificando non UNO, ma 4 (quattro) itinerari per raggiungere Monte Sant’Angelo, escludono la città di Benevento ed altre storiche località .

Il sito PELLEGRINANDO documenta l’esistenza di più itinerari proposti da autori diversi, denominati via Micaelica.

giallo: itinerario Seracchioli – blu: itinerario D’Atti/Cinti – rosso: itinerario Iubilantes mattone: itinerario ministeriale.

giallo: itinerario Serracchioli blu: itinerario D’Atti/Cintirosso: itinerario Iubilantesmarrone: itinerario ministeriale.

Si legge (il grassetto è d. r.): L’ itinerario odierno non è ancora definito in modo univoco.  Non è ancora stata apposta la segnaletica orizzontale e verticale. Esistono luoghi di accoglienza povera prevalentemente in strutture religiose e luoghi di sosta in strutture private turistiche.

C’è un percorso “ufficiale” tracciato su iniziativa del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo, al quale hanno aderito le Regioni Lazio, Puglia, Molise e Campania: http://www.viefrancigenedelsud.it/it/. Sono scaricabili dal sito le tracce GPS ed è consultabile una mappa interattiva nella quale sono visualizzabili i percorsi, le strutture di accoglienza pellegrina e turistica.

Segue la descrizione dell’itinerario D’Atti/Cinti (blu): nella loro guida (vedi sotto) propongono un itinerario che differisce dal precedente nel tratto laziale e campano riunendosi con quello a Benevento e proseguendo sostanzialmente coincidente sino a Brindisi.   Da qui il cammino prosegue fino a Santa Maria di Leuca.

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Itinerario (rosso) D’Atti/Cinti

E’ l’UNICO, tra quelli che stiamo esaminando, che corrisponde alla descrizione tramandate dalle fonti bibliografiche e dai primi pellegrini, ossia l’antico ed originario percorso:

Benevento-Casalbore-Troia-Siponto-MonteSant’Angelo: Via Sacra Langobardorum o Via micaelica o via dell’Angelo.

L’itinerario di Angela Serracchioli, nella sua guida (vedi sotto) propone un itinerario francescano/micaelico che inizia a Poggio Bustone, termine del Cammino di Francesco per raggiungere Monte Sant’Angelo.   Questo percorso si snoda più a nord rispetto agli altri, partendo dal Lazio, attraversando Abruzzo, Molise e terminando in Puglia, sul Gargano.

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Itinerario (giallorosso) Serracchioli. (ripr.ne deformata)

In territorio Molisano l’itinerario della Serracchioli attraversa le località: Carovilli, Carpinone, Sant’Angelo in Grotte, Sant’Elena Sannita, Ripalimosani, Toro e Pietracatella.

Ignoro, fatta eccezione di Sant’Angelo in Grotte, se nelle altre località sia presente una antica testimonianza della devozione a San Michele; è certo che sono state trascurate altri centri del Molise in cui esistono strutture medievali dedicate all’Arcangelo.

Segue l’itinerario, così descritto: L’associazione “Iubilantes“ di Como ha realizzato nel 2002 un pellegrinaggio da Roma a Monte Sant’Angelo. L’itinerario ha seguito quello di Nikulas sino a Cassino. Di qui, anziché seguire a sud per il Matese e l’Irpinia, è salito nel Sannio, raggiungendo Lucera, San Severo, San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo.

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Itinerario (rosso) Iubilantes.

L’itinerario, correttamente, segue l’ originario, antico e tradizionale percorso seguito da Nikulas da Roma a Benevento per la via Latina/Casilina fino a Cassino: perché DOPO è salito nel Sannio, raggiungendo Lucera, San Severo, San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo ?

Più che del Sannio, si tratta del territorio della regione Molise pertinente ai Sanniti PENTRI che MAI è stato attraversato né dalla via Francigena (vedi articolo VIA FRANCIGENA DEL SUD ED IL MOLISE.), né dalla Via micaelica.

Inoltre, come accade per l’itinerario Serracchioli, l’itinerario Iubilantes nel territorio molisano ha trascurato località in cui ancora esistono strutture medievali che testimoniano il culto per San Michele: la cartina evidenzia unicamente Venafro, Montaquila, Bojano, Vinchiaturo, Ferrazzano, Riccia e Campodipietra; soprattutto l’itinerario molisano non corrisponde alla Via micaelica descritta dalle fonti bibliografiche e dai primi pellegrini.

Il sito Pellegrinado.it, prosegue nella descrizione (rosso e grasseto sono è d.r.): Anacleto, Mario, Rinaldo hanno percorso la Via Micaelica, sperimentando alcuni percorsi, verificandoli, proponendo variantiQuesta è la descrizione del loro cammino, proposto a chi voglia ripercorrerlo e segnale miglioramenti e precisazioni al tracciato.

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Itinerario Anacleto, Mario, Rinaldo.

Riassumendo, le tappe dell’ itinerario sono: Roma – Albano Laziale – Artena – Anagni – Alatri – Isola Liri – Atina – Colli al Volturno Santuario dell’Addolorata di Pastena VinchiaturoJelsi – San Marco La Catola – San Severo – San Giovanni Rotondo – Monte Sant’Angelo – Siponto.(I centri in grassetto rosso sono in territorio molisano).

  è una via Micaelica perché la meta è Monte Sant’Angelo, ma non corrisponde alla tradizionale ed originale via Micaelica che non attraversava il territorio della regione Molise e che esclude alcune località legate al culto di San Michele fin dal medioevo.

Dopo quest’ampia panoramica: quale è il percorso, il tracciato dell’antica ed originale via micaelica ?

Oreste Gentile.

 

L’ UNIONE EUROPEA E LA “VIA MICAELICA”.

settembre 29, 2016

Con la ricorrenza nel giorno 29 settembre in cui la chiesa celebra San Michele Arcangelo, insieme a Gabriele e Raffaele, esaminiamo le viae più importanti che hanno sempre permesso di raggiunge Monte Sant’Angelo in provincia di Foggia.

(Giovanni 1,45-51): […]. Natanaele esclamò; “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”.

Parafrasando l’esclamazione di Natanaele noi possiamo dire: Dall’Unione Europea può mai venire qualcosa di buono ?

Con i tanti problemi economici – finanziari e politici ancora da risolvere, L’UE non trova di meglio che emanare direttive su: la lunghezza delle banane, il diametro delle albicocche, un baccello non deve avere meno di 3 piselli, la curvatura dei cetrioli, il diametro “giusto” delle vongole, i decibel dei tosaerba per limitare l’inquinamento acustico.

Di recente, L’Ue ci impone il formaggio senza latte […]. In parole povere Bruxelles decide che per adeguarci alle schifezze in uso negli altri Paesi europei dobbiamo permettere anche noi la produzione del formaggio «zero latte». E per raggiungere questo bel risultato la Commissione Ue si è presa il disturbo e la fatica di mandarci una lettera ufficiale di messa in mora per infrazione. Non è così che si aumenta il prestigio e la legittimità delle istituzioni europee. Del resto Bruxelles ha già dato via libera al cioccolato senza cacao, al vino senza uva e alla carne annacquata.

Poteva mancare “una premurosa attenzione” dell’UE per la nostra cultura ?

Dal momento che l’Unione Europea ha iniziato a finanziare, come scrive il sito http://www.politichepiemonte.it/site/index, Il progetto Per Viam. Pilgrims’ Routes in Action, finanziato dall’Unione Europea, vede collaborare partner europei coinvolti nella valorizzazione degli itinerari di pellegrinaggio certificati dal Consiglio d’Europa al fine di migliorare la comunicazione, la visibilità e la fruibilità della Via Francigena e degli altri itinerari storici di pellegrinaggio quali il Cammino di Santiago di Compostela, quello di San Michele, la via di Sant’Olav, l’itinerario di San Martino di Tours, attraverso il coinvolgimento di dieci Paesi Europei ed il rafforzamento politico-istituzionale lungo l’asse Nord-Sud del Mediterraneo, sono nati, come i funghi dopo la pioggia ed il calore del sole, “nuovi ed ineditiitinerari di pellegrinaggio (?) che stravolgono quanto hanno tramandato le antiche fonti bibliografiche sui principali “itinerari” seguiti dai primi, veri pellegrini da non confondere con i moderni < camminatori >.

Oggi va molto di moda il cosiddetto “Pellegrinaggio (definito dal dizionario Sabatini Coletti: Viaggio verso un luogo sacro, fatto per devozione, penitenza, preghiera) culturale e religioso” che dovrebbe (sottolineo dovrebbe), seguire gli antichi itinerari per raggiungere le 3 mete principali: Gerusalemme, Roma, Monte Sant’Angelo Santiago de Compostella.

Per i pellegrini provenienti dal nord dell’Europa, d’obbligo era il passaggio e la sosta nella città di Roma, tanto che le vie per raggiungerla vennero denominate Romee ed una di esse, la via Francigena (vedi figura), soprattutto in epoca Longobarda, divenne la più importante per il collegamento con la città di Pavia, capitale del regno longobardo.

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dal sito L’Angolo di Hermes: La via Francigena.

Hanno scritto: L’Europa in cammino. Non esiste una sola via Francigena: vi sono bensì numerose vie di pellegrinaggio che portano questo nome, tracciate nel corso dei secoli dai popoli in movimento attraverso l’Europa. (vedi nel sito l’articolo VIA FRANCIGENA DEL SUD ED IL MOLISE.)

Allo stesso modo, con i finanziamenti (o direttive ?) dell’Unione Europea, la Storia dell’antica via per il Monte Sant’Angelo è stata stravolta: non esiste più UNA via micaelica, ma TANTE vie micaeliche.

In principio fu la Via Sacra Langobardorum.

Scrive Dalena (grassetto anche precedente è del redattore): Soprattutto dopo la vittoria sui bizantini nel 650, raccontata nel secondo episodio dell’Apparitio, i duchi di Benevento Grimoaldo I (647-671) e Romualdo I (662-687), con l’appoggio del vescovo di Benevento, Barbato, tra le iniziative legate alla promozione del culto micaelico, come la sua diffusione nella Longobardia maior e la realizzazione di luoghi di ricovero, resero più sicure le strade di pellegrinaggio in Terrasanta che prevedevano la sosta alla grotta dell’Arcangelo, dove pervenivano tramite il diverticolo “Troia-Siponto-Monte-Sant’Angelo”, denominato Via Sacra Langobardorum o, più comunemente, “Via dell’Angelo.[…].

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Via Sacra Langobardorum o Via dell’Angelo o Via Peregrinorum o Via Micaelica: Benevento (BN)-Troia (TR)-Siponto (SI)-Monte Sant’Angelo (S. M.). Vedi anche Itinerario di Bernardo.

Tra VII e VIII secolo è ricordato ancora il passaggio di alcuni pellegrini settentrionali per le strade maestre del Ducato (di Benevento, n.d.r. ) diretti in Terrasanta, come l’abate Thomas di Farfa all’inizio dell’VIII secolo, al ritorno, e San Magdalveo nel 757 che avrebbero seguito lo stesso itinerario compiuto dal monaco Bernardo tra l’867 e l’870. […].

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da  LA VIA FRANCIGENA NELLA CAPITANATA, autori vari: l’ Itinerario di Bernardo. (rosso-nero). La Via Sacra Langobardorum (rossa).

Lo stesso itinerario francigeno si inserisce, e non solo simbolicamente, dentro un altro grande itinerario di fede e devozione, denominato “Via dell’Angelo”, che collegava Mont-Saint-Michel (Normandia) al santuario micaelico del Gargano attraverso l’abbazia di San Michele della Chiusa in Val di Susa, fondata verso la fine del X secolo da pellegrini francesi diretti al santuario garganico.

Un’altra testimonianza di Dalena: Il monaco islandese Nikulas Saemundarson, abate del monastero benedettino di Thingeyrar, durante il viaggio a Gerusalemme effettuato tra il 1151 e il 1154 che Da Benevento il pellegrino islandese segue la direttrice Traiana/Francigena sino a Troia, da dove un diverticolo denominato ‘via Peregrinorum’, forse da identificarsi con l’antica via sacra Langobardorum, conduce a Siponto e al santuario micaelico del Gargano. L’itinerario prosegue verso Bari, per una sosta al santuario nicolaiano, e verso il porto di Brindisi lungo la direttrice adriatica attraverso le città costiere di Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta e Giovinazzo.

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Da la VIA FRANCIGENA NELLA CAPITANA, autori vari: L’ Itinerario di Nikulas Saemundarson (rosso-nero). Via Sacra Langobardorum (rossa).

Scrive Giuseppe Piemontese (sottolinea e grassetto il redattore), probabilmente dopo l’iniziativa (o direttiva) della Unione Europea: Recentemente, tuttavia, attraverso alcune pubblicazioni (Corsi, Infante, Bertelli) riguardanti i percorsi su cui sono sorti gli insediamenti micaelici in Italia, si tenta di sottovalutare o negare del tutto l’importanza della Via Sacra Langobardorum, confutandone il significato e la stessa esistenza.

Il tutto a vantaggio di una generalizzazione degli itinerari micaelici, sorti lungo la Via Francigena. Noi invece, siano convinti che fu propria la presenza dei Longobardi nell’Italia meridionale a dare origine alla Via Sacra Langobardorum, che era ben differente dal percorso canonico della Via Francigena o Via Francesca. Con i Longobardi, infatti,  si ebbe un grande sviluppo del pellegrinaggio micaelico da Benevento al Gargano, tanto da creare una vera e propria “strata peregrinorum“, che prenderà, in seguito, la denominazione di Via Sacra Langobardorum.

E tale noi la chiameremo, in quanto la presenza  qualificante e determinate dei Longobardi nell’Italia centro-meridionale, ha determinato la nascita di una vera e propria civiltà e cultura legata al culto micaelico, civiltà che sopravvivrà anche dopo la scomparsa della Longobardia Maior, ad opera di Carlo Magno (742-814), mentre essa continuerà nella Longobardia Minor, fino all’XI secolo, con al centro la città di Benevento, da cui parte e si sviluppa la Via Sacra Langobardorum.

Del resto di una “strata peregrinorumlongobarda,  si parla già al tempo della regina Ansa, moglie di Desiderio (756-774), la quale aveva dato disposizione affinché i pellegrini diretti al santuario di San Michele sul Gargano avessero la massima protezione da parte delle autorità. Ciò lo si ricava dall’Epitaphium Ansae reginae, riportato dallo storico longobardo Paolo Diacono nella sua opera Historia langobardorum.

Inoltre lo stesso percorso, che va da Benevento verso il Gargano, attraversando i territori di San Severo, la valle di Stignano, la gola del torrente Jana presso San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, lo troviamo, quale strada di pellegrinaggio micaelico, in un documento dell’849, intitolato Redelgisi et Siginulfi Divisio Ducatus Beneventani, in cui, in seguito alla divisione del ducato di Salerno dal principato di Benevento, si fa esplicito riferimento al pellegrinaggio che si era sviluppato verso il santuario garganico.

Con tale accordo i beneventani si impegnavano a consentire ai salernitani l’attraversamento indisturbato dei propri territori per poter raggiungere il santuario garganico. In seguito abbiamo diversi altri  documenti che attestano l’esistenza di una via sacra verso il santuario garganico (sacra perché nel santuario micaelico vi era la prerogativa dell’indulgenza plenaria).[…].

In tutti gli altri casi, come abbiamo visto, il pellegrinaggio diretto verso il santuario di San Michele si chiamava Via Francesca e nella dizione popolare Via Sacra Langobardorum.

Via Francigena del sud è una qualifica, quindi, indistinta e generalizzante, che comprendeva l’intero percorso viario del pellegrinaggio cristiano dalla Francia fino a Roma. Mentre quello più specifico riguardante Benevento e il Gargano, sia lungo la direttiva della Litoranea che quella dell’Appia-Traiana,  poteva essere chiamata, come lo intendiamo noi, come Via Francesca o più propriamente Via Sacra Langobardorum, che costituiva un itinerario specifico riguardante l’Italia meridionale, con riferimento esclusivo al santuario micaelico.

A tale proposito, ricorda Piemontesi, così scrive G. Otranto: “Tra le tante strade secondarie che facevano corona alla Traiana, assunse particolarmente importanza la cosiddetta Via Sacra Langobardorum, denominazione che non ha riscontro in epoca medievale, ma viene abitualmente usata dagli studiosi moderni per indicare la via che penetrava nel Gargano da sud-ovest e che era percorsa principalmente dai Longobardi di Benevento per raggiungere la grotta dell’angelo di cui erano particolarmente devoti: per questo fu definita sacra. Nel tratto terminale, passava per l’antica Ergitium, nelle vicinanze di San Severo, attraversava la valle di Stignano, raggiungendo l’attuale convento di San Matteo a San Marco in Lamis, per poi proseguire verso San Giovanni Rotondo, da dove, attraverso la valle di Carbonara, convogliava i pellegrini, che confluivano da tanti  diverticula laterali, verso al grotta-santuario”.

Evidentemente l’assunzione del culto micaelico da parte dei Longobardi venne ad incidere positivamente sullo sviluppo sociale e culturale delle popolazioni meridionali, ampliando e intensificando la rete viaria fra Benevento e il Gargano, attraverso la nascita di quella che sarà per antonomasia chiamata la Via Sacra Langobardorum, che costituirà una delle costanti principali di tutto il pellegrinaggio medievale e che diventerà una delle vie principali nel contesto storico-geografico fra Oriente ed Occidente.

Scrive il sito Iubilantes.it (sottolinea e grassetto del redattore): Via Micaelica italiana e europea. La Via Micaelica: importanza di un itinerario europeo. Destinazione: il monte dell’Angelo. […]. Il nostro percorso per Monte S. Angelo vuole essere, nelle nostre intenzioni, non solo un tratto dell’antichissima Via Sacra Longobardorum ma anche la via italiana verso la Terrasanta. Come la Via Francigena, riconosciuta nel 1994, e il Cammino di Santiago, riconosciuto negli anni ’80, anche il Cammino verso il Monte dell’Angelo dovrebbe essere riconosciuto dal Consiglio d’Europa come Itinerario Culturale Europeo [riconoscimento ottenuto nel 2007, N.d.R.].

Fa riflettere il fatto, non certo casuale, che un percorso più ampio sulle tracce dei Monti dell’Angelo porta inevitabilmente ad una dimensione transeuropea e agli avamposti più cruciali della cristianità: a Mont St. Michel in Normandia, avamposto verso il nord; alla Sacra di San Michele, avamposto nelle Alpi; e infine, appunto, a Monte S. Angelo, avamposto verso l’oriente. Le grandi rotte di pellegrinaggio hanno fatto la comune civiltà europea. E certamente la Via MICAELICA è stata una di queste. A questo dovremmo lavorare. Bisogna riportare la gente a riscoprire le più antiche tradizioni, e a farlo camminando sulle antiche strade che hanno fatto l’Europa: questo è l’obiettivo concreto al quale ci piace lavorare.” […].

Il cammino  “verso il monte dell’Angelo”, o Via Micaelica, è un percorso storico fondamentale per la storia italiana ed europea.

Dall’VIII al XIII secolo, dai tempi longobardi  e per tutta la Pax normanna l’itinerario terrestre attraverso l’Italia in direzione Gerusalemme è stato quello che portava ai porti della Puglia. L’itinerario si snodava principalmente lungo l’asse viario Appia, Casilina (Casamari – Montecassino), Appia Traiana, Via Sacra Langobardorum (San Severo- Monte Sant’Angelo).

Quello, appunto, ripercorso dal pellegrinaggio Iubilantes.

Nulla da eccepire dopo questa dettagliata e documentata premessa, ma l’itinerario che esamineremo, proposto da Iubilantes, stravolge il percorso dell’antico itineraro su descritto con dovizia di particolari.

L’ itinerario Iubilantes disegnato (rosso) nella cartina inizia da Roma, prosegue lungo la via Casilina (Casamari-Montecassino), poi devia, abbandonando la tradizionale via Appia Traiana e la Via Sacra Langobardorum, citate nella descrizione, verso la città di Venafro e proseguire nel territorio interno della regione Molise.

L’itinerario Iubilantes (linea rossa): prima di Mignano Monte Lungo, devia per Venafro e prosegue nel territorio della regione Molise fino a Monte Sant’Angelo-Manfredonia-Barletta.

L’ itinerario Iubilantes (linea rossa): prima di Mignano Monte Lungo, devia per Venafro e prosegue nel territorio della regione Molise fino a Monte Sant’Angelo-Manfredonia-Barletta.

L’itinerario proposto da IubilantesLa “Via Micaelica” può diventare, merita di diventare, un itinerario dello spirito e della cultura da riproporre alla comunità mondiale. Come per il Cammino di Santiago, percorso da migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; come  per la Via Francigena, nella cui valorizzazione l’Associazione Iubilantes è da tempo fortemente impegnata, così dovrebbe essere per questo straordinario percorso, che può essere definito – e lo è davvero in numerosi antichissimi documenti – la “via Francigena” del Sud, la via italiana verso la Terrasanta.

Lo testimoniano numerosi itinerari, a partire dall’Itinerarium Bernardi monaci franci (870) che fondò Mont St. Michel recando con sé “reliquie” dal santuario garganico; autorevole e celebre l’itinerario di Nikulas de Munkathvera, abate islandese (1154) che, dopo essere giunto a Roma percorrendo la Francigena, si imbarca in Puglia dopo avere seguito il consueto itinerario Appia – Casilina – Monte S. Angelo. Lo testimonia l’esperienza dello stesso San Francesco, anch’egli pellegrino al Santuario garganico di San Michele nel suo percorso missionario verso la Terrasanta.

Purtroppo le testimonianze di Berardi monaci e Nikulas de Munkathvera, giustamente invocate da Iubilantes, non corrispondono all’itinerario che essi propongono attraverso il territorio interno della regione Molise.

LA “VIA FRANCIGENA DELLA CAPITANATA” STUDIO PER UN PROGETTO DI VALORIZZAZIONE TURISTICA ED ECONOMICA DEL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI FOGGIA Vincenzo Vecchione, Pasquale Pazienza, Massimo Russo, Renzo Infante, Luigi Longo, Michele Del Giudice e Raffaele Guglielmi. Quaderno n. 14/2008, permette di ristabilire la verità sugli antichi itinerari che dalla città di Roma raggiungevano Monte Sant’Angelo ed i porti della Puglia.

L’ Itinerarium Bernardi monaci franci dell’anno 870, citato da Iubilantes ed illustrato in precedenza, è stato pubblicato dal su citato Studio:

2. ITINERARIO DEI LUOGHI SANTI DI BERNARDO IL SAGGIO (870)

2. ITINERARIO (linea nera) DEI LUOGHI SANTI DI BERNARDO IL SAGGIO (870).

Bernardo intraprende il viaggio da Roma e anche se non menziona tutte le tappe del viaggio, sembra probabile che egli segua la via Traiana fino a Troia, da dove si dirama l’antica strada per raggiungere il porto di Siponto, e di lì affronti la salita sino al santuario micaelico. […].

Studio che ha pubblicato anche l’itinerario di Nikulas de Munkathvera citato  da Iubilantes: autorevole e celebre l’itinerario di Nikulas de Munkathvera, abate islandese (1154) che, dopo essere giunto a Roma percorrendo la Francigena, si imbarca in Puglia dopo avere seguito il consueto itinerario Appia – Casilina – Monte S. Angelo. Lo testimonia l’esperienza dello stesso San Francesco, anch’egli pellegrino al Santuario garganico di San Michele nel suo percorso missionario verso la Terrasanta.  La descrizione e la figura allegata smentiscono il passaggio per il territorio interno della regione Molise.

3. L’ITINERARIO DI PELLEGRINAGGIO AI LUOGHI SANTI DI NIKULAS DI MUNKATHVERA, ABATE ISLANDESE (1151-1154).

3. L’ITINERARIO (linea nera) DI PELLEGRINAGGIO AI LUOGHI SANTI DI NIKULAS DI MUNKATHVERA, ABATE ISLANDESE (1151-1154).

Dopo quanto esaminato, un cultore di Storia resta davvero confuso.

Il sito L’Angolo di hermes, ne I segreti di San Michele. La via Micaelica, descrive la Trache 3: da Roma a Monte Sant’Angelo: Sermoneta–Sezze–Fossanova–Terracina– Fondi–Sperlonga-Sessa Aurunca–Francolise–de’ Goti–Foglianise–Benevento– Buonalbergo-Aequum Tuticum–Troia–Lucera-San Severo-Monte Sant’Angelo, non fa altro che ricordare il percorso della via Appia (con una deviazione per Foglianise) e della Via Sacra Langobardorum o via Micaelica da Benevento a Monte Sant’Angelo.

Consultando il sito Pellegrinando|Francigena del Sud e Via Micaelica http://www.pellegrinando.it › Cammini in Italia e in Europa, abbiamo la testimonianza di ciò che sta accadendo da quando l’ Unione Europea ha iniziato il finanziamento, il recupero e la valorizzazione delle antiche viae percorse dai pellegrini dalla città di Roma a Monte Sant’Angelo ed ai porti della Puglia.

Hanno scritto (grassetto del redattore) giustamente: Viene chiamata Via Micaelica, o Via dell’Angelo, se la si considera la Via che collega Roma con Monte S. Angelo, ove si trova l’antichissimo santuario ipogeo di San Michele. Sempre più spesso, anche se impropriamente, viene chiamata “Francigena del Sud” se la si considera l’ideale prosecuzione della via che collega il nord Europa con Roma.  Il suo tracciato segue l’itinerario della romana Via Latina (detta più comunemente Casilina) o della Via Appia fino a Capua e lungo la Via Appia Traiana.

Tra il 1151 ed il 1154 Nikulas di Munkathvera, abate islandese del monastero di Thingor, si recò in pellegrinaggio a Roma e a Gerusalemme e scrisse un diario accurato nel quale descrisse itinerari, varianti di percorso, luoghi visitati. Oltrepassata Roma l’abate scelse la Via Latina in quanto la Via Appia nel tempo si era andata impaludando nell’area Pontina; passò da Frascati, Ferentino, Ceprano, Aquino, Capua, Montecassino, Benevento, Siponto, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Bari. Un’altra descrizione di questo percorso è stata lasciata dal re francese Filippo Augusto che, tornando alla fine del secolo XII dalla terza crociata, sbarcò ad Otranto, seguì la costa pugliese percorrendo poi la via Appia Traiana e la Via Latina, in un percorso coincidente in sostanza con quello di Nikulas.

Questa direttrice di viaggio ha garantito, fin dall’epoca romana, un collegamento tra il mediterraneo orientale e Roma. Le navi potevano attraccare ad Otranto, Brindisi, Bari, Siponto. Le vie consolari, nonostante l’abbandono seguito alla decadenza e poi alla caduta dell’impero romano, che ne garantiva la continua manutenzione, conducevano a Roma e, attraverso la Via Francigena, all’Italia e all’Europa del nord. Questa direttrice fu quindi utilizzata per scopi commerciali, civili, bellici oltre che come via di pellegrinaggio.

Anche su questa Via erano presenti luoghi di ospitalità e protezione dei viandanti e dei pellegrini. Diversi ordini cavallereschi e congregazioni ospitaliere assicuravano questo servizio, stimolati a questo dallo slancio religioso costituito dalle sette Crociate che, fra l’XI ed il XIII secolo, fecero transitare nell’Italia del sud eserciti, volontari, pellegrini, uomini di chiesa. La necessità di provvedere anche al sostentamento di queste persone spinsero questi ordini religiosi e cavallereschi ad intraprendere attività agricole e commerciali.

I principali ordini cavallereschi su questa via erano i Templari, i Cavalieri Teutonici, gli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Le principali congregazioni ospedaliere erano l’Ordine di Santo Spirito, i Cruciferi, e Betlemiti.

A questa dettagliata descrizione seguono i disegni di alcuni itinerari (vedi cartina in basso), ma alcuni di essi NULLA hanno a che fare con i percorsi  precedentemente descritti ed utilizzati ab antiquo dai pellegrini ricchi o poveri, dai commercianti, dai vari ordini cavallereschi, dai papi, dai re e dagli imperatori. (per saperne di più vedi articolo Chi ci capisce è bravo.)

giallo: itinerario Seracchioli – blu: itinerario D’Atti/Cinti – rosso: itinerario Iubilantes mattone: itinerario ministeriale.

Itinerari pubblicati da Iubilantes: giallo: itinerario Seracchioli – blu: itinerario D’Atti/Cinti – rosso: itinerario Iubilantes mattone: itinerario ministeriale.

L’itinerario dell’antica via Micaelica tramandato dalla Storia, percorso e descritto nei minimi dettagli dagli antichi pellegrini nobili e plebei è sopravvissuto a tutte le epoche ed alle vicende che hanno interessato l’Italia centro-meridionale, quale è lo scopo di proporre delle varianti a quanto è stato già sperimentato, verificato e proposto ab antiquo ?

Da Roma, centro della cristianità, dapprima con la via Appia e successivamente con la via Latina o via Casilina, i pellegrini avevano al possibilità di visitare e sostare presso le abbazie di Casamari, di Montecassino ed altre meno importanti, fino a raggiungere la città di Benevento, capoluogo del ducato longobardo, per visitare la famosa basilica di Santa Sofia, le tombe dell’apostolo Bartolomeo, di san Barbato e venerare le reliquie di altri Santi.

Da Benevento la via Sacra langobardorum o via Micaelica o via dell’Angelo permetteva un rapido ed agevole percorso per raggiungere Monte Sant’Angelo: 3 denominazioni diverse , ma hanno sempre identificato un unico antico ed originale percorso.

La smania del nuovo, stravolgendo la Storia: hanno creato dei nuovi itinerari denominandoli “via micaelica” che nulla hanno a che fare con il percorso dei primi pellegrini il cui unico scopo era la visita e la sosta in luoghi ritenuti “santi”.

Oreste Gentile

 

 

Oreste Gentile.

I “SANNITI” REALIZZAVANO. I “POLITICI” PROMETTONO ! I TRATTURI (IERI) E LE STRADE STATALI (OGGI). SI STAVA MEGLIO, QUANDO SI STAVA PEGGIO !

settembre 15, 2016

Tanti incontri, tante chiacchiere, tante promesse e, soprattutto, quanto tempo perso !

Non sanno più cosa inventarsi per la crescita economica e sociale delle nostre Regioni; ora è la volta della costruzione di nuove strade per migliorare il movimento di uomini e di mezzi.

Hanno impiegato circa 30 anni per realizzare 2 S. S. dette “fondovalli” : La Bifernina (S. S. 647, in figura n. 1) da Bojano (CB) a Termoli (CB) e la Trignina (S. S. 650, in figura n. 2) da Isernia a S. Salvo (CH), per migliorare i collegamenti tra la costa adriatica e l’entroterra (Molise, Abruzzo, Lazio e Campania).

Intorno agli anni ’70 iniziarono i lavori della “fondovalleSangritana (S. S. 652, in figura n. 3) che collega Fossacesia (CH) a Castel di Sangro (AQ), non ancora ultimati nell’anno 2016.

Oltre alla S. S. Adriatica che corre lungo la costa adriatica e la “A 14”, autostrada adriatica, le altre S. S. presenti in Abruzzo e Molise sono: la S. S. 17 “Appulo Sannitica” (in figura S.S. 17, linea gialla) che si origina presso Antrodoco (RI) e giunge a Foggia, seguendo a grandi linee il tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela (in figura linea verde); è disegnata nella Tabula Peutingeriana (in figura linea gialla) del III sec. d. C, come via consolare Minucia da Corfinio (AQ) a Brindisi.

La S. S. 87 “Sannitica” (in figura linea gialla) da Napoli a Termoli (CB), nel tratto molisano segue il tracciato del tratturello Matese-Cortile- Centocelle ed è presente nella Tabula Peutingeriana con il tracciato Bobiano/Bojano-ad canales/Baranello-ad pyr-Campolieto-geronium/Gerione/Casacalenda (vedi figura).

La S. S. 6 dir. (in figura linea azzurra) da San Pietro in Fine (CE) a Venafro (IS) e la S. S. 85 da Venafro ad Isernia. Disegnata anche nella Tabula Peutingeriana.

La S. S. 158 della “Valle del Volturno” (in figura linea senape) dal bivio di Roccaravindola (IS) (o bivio Monteroduni) ad Alfedena (AQ)-Castel di Sangro (AQ), disegnata nella Tabula Peutingeriana per un breve tratto che si origina da ad Rotas (Monteroduni) e si ferma all’Appennino.

La S. S. 86 “Istonia” dal bivio di Fòrli del Sannio (Is), presso S. S. 17, prosegue per Agnone (IS) e giunge a Vasto (CH).

Queste sono le strade più importanti che interessano il territorio del Molise ed una parte del territorio dell’Abruzzo.

I loro tracciati risalgono alla preistoria quando gli animali, migrando al cambiamento di stagione dagli altopiani abruzzesi e molisani alla vasta pianura dauna, tracciarono diversi itinerari: i tratturi.

1. Tratturo Pescasseroli- Candela. 2. Tratturo Castelo di Sangro-Lucera. 3. Tratturello del Matese-Cortile-Centocelle. 4. Tratturo Celano-Foggia. A. Sprondasino-Castel del Giudice. B. Ateleta-Biferno. 5. Centurelle-Montesecco. 6. L’Aquila-Foggia.

1. Tratturo Pescasseroli- Candela. 2. Tratturo Castelo di Sangro-Lucera. 3. Tratturello del Matese-Cortile-Centocelle. 4. Tratturo Celano-Foggia. A. Sprondasino-Castel del Giudice. B. Ateleta-Biferno. 5. Centurelle-Montesecco. 6. L’Aquila-Foggia.

Nelle epoche storiche, alcuni dei percorsi tratturali furono utilizzati dai Romani per costruire importanti vie consolari ancora in uso nelle epoche successive e fino all’epoca moderna quando, con le opportune modifiche, divennero le Strade Statali. La più antica rappresentazione di alcune di esse è documentata dalla Tabula Peutingeriana del III secolo d. C..

Tabula Peutingeriana (III sec.): in evidenza (linea gialla) le strade i cui tracciati sono stati utilizzati dalle moderne Strade Statali riportate nella soprastante figura. [da sinistra verso destra: VE = Venafro. Punto nero = ad Rotas (Monteroduni). C. S. = Castel di Sangro. IS = Isernia. Punto rosso = Cluturno (Santa Maria del Molise). BO = Bojano. Punto nero = Hercul Rani (Campochiaro). Punto nero = Sepinum (Sepino)]. [da BO = Bojano in alto verso sinistra: punto nero = ad Canales (Baranello). Segue punti neri = ad Pyr (Campolieto) e Geronum (Casacalenda).

Tabula Peutingeriana (III sec.): in evidenza (linea gialla) le strade i cui tracciati sono stati utilizzati dalle moderne Strade Statali riportate nella soprastante figura. [da sinistra verso destra: VE = Venafro. Punto nero = ad Rotas (Monteroduni). C. S. = Castel di Sangro. IS = Isernia. Punto rosso = Cluturno (Santa Maria del Molise). BO = Bojano. Punto nero = Hercul Rani (Campochiaro). Punto nero = Sepinum (Sepino)]. [da BO = Bojano in alto verso sinistra: punto nero = ad Canales (Baranello). Segue punti neri = ad Pyr (Campolieto) e Geronum (Casacalenda).

Lo stato attuale delle principali vie di comunicazione tra l’Abruzzo ed il Molise (figura).

Stato attuale: 1. S.S. 647 “Bifernina” Bojano-Termoli. 2. S. S. “Trignina” S. Salvo-Isernia. 3. S. S. “Sangritana” Fossaceca-Castel di Sangro. 4. Fondo valle Verrino: “Trignina” - Agnone. 5. “Fresilia”: Bifernina - Frosolone. T. (verde) tracciato tratturo. P. (giallo) via nella Tabula Peutingeriana. S. S. 17 e 87 (strade statali odierne). S. S. 156 (strada statale Volturno). C. S. Castel di Sangro. IS Isernia. VE Venafro. BO Bojano. 4. (azzurro) S.S. Venafrana.

Stato attuale: 1. S.S. 647 “Bifernina” Bojano-Termoli. 2. S. S. “Trignina” S. Salvo-Isernia. 3. S. S. “Sangritana” Fossaceca-Castel di Sangro. 4. Fondo valle Verrino: “Trignina” – Agnone. 5. “Fresilia”: Bifernina – Frosolone. T. (verde) tracciato tratturo. P. (giallo) via nella Tabula Peutingeriana. S. S. 17 e 87 (strade statali odierne). S. S. 156 (strada statale Volturno). C. S. Castel di Sangro. IS Isernia. VE Venafro. BO Bojano. 4. (azzurro) S.S. Venafrana.

La S. S. “Sangritana”, Fossacesia – Castel di Sangro, iniziata all’incirca nel 1970 non è ultimata, ma in più di un incontro a scadenze pluriennali, si è discusso di una nuova strada definita “transcollinare” o “dorsale appennica”, il cui tracciato (nella cartina tratteggio bianco) dovrebbe essere parallelo alla S. S. 17 (linea gialla), ma più a nord-est verso la costa adriatica, utile per collegare le 3fondovalli” (nella figura: la 1. la 2. e la 3. ancora da completare).

collinareLa nuova strada denominata “transcollinare” o “dorsale appenninica”, è considerata un opera di primaria importanza tant’è che se ne discute da più anni.

Cronologicamente, si ricorda che nel dicembre 2009 il sito www.mynews.it/sotto-costa pubblicava: Oggi, nella sede del Consiglio regionale d’Abruzzo, i rappresentanti delle Regioni Marche, Abruzzo e Molise e delle Province di Ancona, Macerata, Fermo, Ascoli Piceno, Teramo, Pescara, Chieti e Campobasso hanno firmato il Protocollo d’intesa che costituisce il primo concreto passo verso la realizzazione della Dorsale Marche – Abruzzo – Molise, un corridoio stradale che, nella sostanza, riprende la vecchia idea progettuale della transcollinare ed ha lo scopo di mettere in collegamento le aree interne delle tre regioni interessate. Sottolineando: Con questa nuova arteria stradale verranno messi in collegamento tra loro le strade di fondovalle che costituiscono le principali infrastrutture di collegamento trasversale. Ad esempio, nel Molise, si avrà finalmente un raccordo fra la Trignina ( S.S. 650) e la Bifernina (S.S. 647) . Dobbiamo tener conto, che l’assenza di grandi vie di comunicazione ha penalizzato le nostre aree interne, determinandone lo spopolamento. Solo con un raccordo veloce fra la montagna e la costa sarà possibile frenare l’esodo di popolazioni verso la costa.[…].

La dorsale Marche – Abruzzo – Molise rientra nelle opere di interesse nazionale in quanto infrastruttura strategica a valenza interregionale. Le opere previste in Molise avranno il costo presumibile di 18 ml. di euro. 

Considerando la fondamentale importanza della nuova arteria stradale, la cosiddetta “prima pietra” dovrebbe avere già una sua giusta collocazione ed invece, nell’anno 2016, siamo ancora al punto 0 (zero); solo: parole, parole, parole !

Il 10 settembre dell’anno 2016 TERMOLIlive ore 23.00, ha pubblicato: Una transcollinare per collegare Bifernina, Trianina e Val di Sangro.

Per l’occasione il Presidente della regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, ha annunciato l’approvazione del progetto definitivo per il completamento della Fondovalle Sangro, un arteria importante anche per il Molise. “Un grande traguardo – commenta Maurizio Cacciavillani, responsabile enti locali per il Molise-, ma ora è il momento di pensare al collegamento delle tre arterie principali della regione molisana, al fine di congiungere il capoluogo Campobasso con la Val di Sangro, zona di fondamentale importanza anche per i molisani, essendoci molte attività produttive, ed anche in vista del progetto di parco archeologico Alto Sannio, che abbraccia località dell’Alto Molise e dell’Abruzzo.

Ergo: a). La “fondovalle” Sangritana”, già denominata S. S. 652, iniziata intorno agli anni 70, nell’anno 2016 avrebbe raggiunto l’agognato traguardo dell’approvazione del suo progetto definitivo. b). In merito al collegamento delle tre arterie di cui è il momento di pensare alla data del 10 settembre 2016, ignorando che già 7 anni prima, nel dicembre 2009 (vedi sopra), era stato firmato nella sede del Consiglio regionale d’Abruzzo, i rappresentanti delle Regioni Marche, Abruzzo e Molise e delle Province di Ancona, Macerata, Fermo, Ascoli Piceno, Teramo, Pescara, Chieti e Campobasso, il Protocollo d’intesa che costituisce il primo concreto passo verso la realizzazione della Dorsale Marche – Abruzzo – Molise, un corridoio stradale che, nella sostanza, riprende la vecchia idea progettuale della transcollinare ed ha lo scopo di mettere in collegamento le aree interne delle tre regioni interessate.

I Sanniti che già nel X secolo a. C. popolavano e dominavano nei territori della penisola italica, molto più pratici dei “politici” dei nostri giorni, avevano risolto i problemi della viabilità migliorando i percorsi dei tratturi e creandone dei nuovi: ciò che oggi è stato fatto o è ancora da realizzare, i Sanniti lo avevano già fatto.

La “transcollinare” o Dorsale Marche-Abruzzo-Molise, i Sanniti, nei loro rispettivi territori: Marrucino, Carecino e Pentro già l’avevano realizzata per migliorare le comunicazioni e gli scambi commerciali.

Sopravvive ancora oggi: il suo tracciato è stato utilizzato per le altre Strade Statali e, soprattutto, per le numerose strade provinciali nei loro rispettivi territori abruzzesi e molisani.

Nella cartina: la “transcollinare” o “dorsale appenninica” dei Sanniti (linea gialla). Le 3 S. S. di “fondovalle” (linea bianca). Le località (punto rosso) nell’ordine citate da La Regina tra Chieti (partenza) e Bojano (arrivo).

Nella cartina: la “transcollinare” o “dorsale appenninica” dei Sanniti (linea gialla). Le 3 S. S. di “fondovalle” (linea bianca). Le località (punto rosso) nell’ordine citate da La Regina tra Chieti (partenza) e Bojano (arrivo).

La Regina scrive: Questa strada che attraversa il santuario (di Pietrabbondante, n. d. r.), faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum (Chieti, n. d. r,) e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, Guardiagrele-Comino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci, Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone. Un miliario di Montenerodomo (CIL IX 5974) dimostra che nel IV secolo d. C., vi era una strada che da Teate (Chieti, n. d. r.) si dirigeva verso il Sangro nei pressi di Trebula (Quadri) donde si diramavano percorsi diversi. La prosecuzione verso Bovianum (Bojano, n. d. r.) non divenne una “via publica” romana, ma nel percorso più antico restano tracce della viabilità locale e dei sentieri che tuttora collegano quei luoghi; se ne apprende implicitamente l’esistenza anche da Livio (IX, 31) a proposito delle operazioni dell’anno 311 a. C. nel Sannio.

Gli stessi Sanniti: Marrucini, Carricini e Pentri, se avessero conosciuto l’esistenza del toponimo < Alto Sannio > per identificare e localizzare, come è stato scritto, alcune località dell’Alto Molise e dell’Abruzzo, si sarebbero < scompisciati dalle risate >: nella Storia non è mai esistito un < Alto Sannio >.

I Sanniti erano a conoscenza che il territorio oggi denominato Alto Molise, altro non era che il territorio più settentrionale dei Sanniti Pentri, a confine con i Sanniti Carecini e con i Sanniti Frentani.

Anche alcune località dell’Abruzzo meridionale, oggi denominato Alto Sangro: Alfedena, Castel di Sangro, centri oggi in provincia de L’Aquila, erano comprese nel territorio dei Sanniti Pentri ed a confine con i Sanniti Peligni.

E’ certo: tra le strade iniziate e non ancora finite, dorsali da realizzare non si sa quando e nuovi toponimi, ancora una volta siamo costretti ad esclamare: si stava meglio quando si stava peggio !

Oreste Gentile

 

 

 

 

A A A CERCASI MAGNATE PER LA CITTA’ DI BOJANO.

settembre 10, 2016

CERCASI MAGNATE ITALIANO O STRANIERO PER FARE RINASCERE LA CITTA’ DI BOJANO IN PROVINCIA DI CAMPOBASSO.

La città di BOJANO. Passato GLORIOSO,. Futuro INCERTO.

La città di BOJANO. Passato GLORIOSO,. Futuro INCERTO.

LA STORIA DI QUESTA CITTA’ E’ INVIDIABILE: FONDATA INTORNO AL X- IX SEC. A. C. FU CAPITALE DEI SANNITI PENTRI.

Il territorio (rosso) della tribù dei "PENTRI".

Il territorio (rosso) della tribù dei SANNITI PENTRI. I “tratturi” (linea verde).

CON LA CONQUISTA ROMANA FU MUNICIPIO, COLONIA E SEDE DI DIOCESI EPISCOPALE.

La contea del conte Rodolfo de Molinis/de Molisio.

I confini (rosso) della colonia, del municipio e della diocesi episcopale della civitas BOVIANUM.

CAPOLUOGO DELLA CONTEA LONGOBARDO-FRANCA, CAPOLUOGO DELLA CONTEA OMONIMA IN EPOCA NORMANNA E DELLA PIU’ ESTESA CONTEA DI MOLISE.

La contea di MOLISE (anno 1142), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione.

La contea di MOLISE (confine rosso, anno 1142), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione. Titolare: conte Ugo (II) de Molisio, genero di re Ruggero II.

LA SUA DECADENZA INIZIO’ NEL XIII SECOLO, MA FU ANCORA, NELL’ANNO 1860, PROTAGONISTA DELL’UNITA’ D’ITALIA.

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Quivi, nella così detta Loggia dei Pallotta, per acclamazione, Girolamo Pallotta fu acclamato < Prodittatore > e dichiarata la decadenza del governo borbonico; la annessione di tutto l’ estendimento strategico boianese alla Monarchia del Re Galantuomo. […].

IL SOTTOSUOLO DEL SUO TERRITORIO HA RESTITUITO UN INGENTE NUMERO DI REPERTI ARCHEOLOGICI (IL PIU’ ANTICO RISALE AL X-IX SECOLO A. C.), PERTANTO SI RENDE NECESSARIO L’ISTITUZIONE DI UN MUSEO CIVICO.

ALCUNI REPERTI:

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VISTA LA LENTEZZA DELLA BUROCRAZIA, SI CHIEDE UN CONTRIBUTO FINANZIARIO PER LA “NASCITA” DEL MUSEO CIVICO PER IL RILANCIO CULTURALE E TURISTICO DELLA CITTA’.

E’ IN GIOCO L’ESISTENZA STESSA DELLA CITTA’.

GRAZIE A QUANTI CONTRIBUIRANNO AL SUO SALVATAGGIO.

 

IL PRIMO FONDITORE (“MAGISTER CAMPANARUM”) DELLA REGIONE MOLISE ERA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

agosto 8, 2016

 IL PRIMO FONDITORE DI CAMPANE (MAGISTER CAMPANARUM) ERA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

Chi l’avrebbe mai detto: il primo fonditore di campane (magister campanarum) vissuto nella regione Molise, era nato nella città di Isernia.

In attesa di ulteriori scoperte, Uberto D’Andrea nella sua attenta ricerca delle fonti bibliografiche e dei documenti di archivio, in Campane e Fonditori in Abruzzo e Molise dal 1532 ai giorni nostri (parte II)”, ricorda: Giacomo da Isernia, che nel 1433 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano.

La città di Isernia ha sempre vantato personaggi ed avvenimenti non pertinenti alla sua antica e gloriosa storia, vedi la nascita di Ponzio Pilato o di papa Cestinino V, al secolo Pietro di Angelerio, o essere stata la I^ capitale d’Italia in occasione della Guerra Sociale, dimenticando quanti veramente hanno dato lustro alla città.

Non è dato sapere se il magister campanarum Giacomo da Isernia avesse la fonderia in città e se, oltre a fondere campane come era in uso fare all’epoca, si dedicasse anche alla fusione di armi leggere e pesanti o all’arte della lavorazione del rame.

All’epoca, per le poche e non comode vie di comunicazione, il trasporto delle campane era quanto mai difficoltoso, pertanto erano i “magister campanarum” a spostarsi da una località all’altra ed “in loco”, ai piedi dei campanili, scavavano la fossa per fondere e creare una o più campane.

Dopo Giovanni da Isernia, in una ipotetica classifica, al 2° posto D’Andrea ricorda Nicola da Capracotta: nel 1542 aveva fuso una campana in Villetta Barrea e nel 1544 organizzò la fusione della < campana mezana > che ancora nel 1754 figurava sul campanile della Chiesa della Tomba in Sulmona. Nel 1545 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista in Castel di Sangro.

Dei magistri campanarum vissuti in Agnone, la “palma” spetta a Giovanni Iuliano o Giuliani, di cui D’Andrea ricorda: Già nel 1559 abitava e lavorava in Chieti, il fonditore agnonese di campane Giovanni Iuliano o Giuliani. Eppure, siamo informati che Egli, insieme ai propri figli Fabio e Giuseppe aveva ricevuto in prestito oltre 176 ducati da Donna Sibilia Valignani di Chieti.

Anche in Matrice, provincia di Campobasso, viveva, scrive D’Andrea, Mastro Vincenzo di Saliceto, campanaro abitante in Matrice. Intorno al 1547 colò per due volte in Vasto, una campana per la Chiesa di S. Maria Maggiore”. (magister campanarum itinerante).

Ancora il centro turistico montano di Capracotta, con Donato Perillo, da Capracotta ed abitante in S. Pietro Avellana. […], promise ai Procuratori del SS.mo Sacramento di Scanno, di fondere una campana da quattro cantaia, nonché una campanella per S. Maria di Loreto.

Nel centro matesino di Guardiaregia (CB) vissero DUE magistri campanarum: Mastro Francesco Vanni, da Guardiaregia. Fuse nel 1639 la squilla della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Cusano Mutri, provincia di Benevento. Mastro Giovanni Di Francesco, da Guardiaregia. Nel 1685 fuse per la chiesa trinitaria di Campobasso, una campana poi caduta dal campanile a causa del terremoto del 26 Luglio 1805. Si ha notizia di Domenico de Francisco, nell’anno 1702 fuse una campana per la chiesa La Chiesa di Ave Gratia Plena di Piedimonte Matese (CE), forse un altro figlio di Mastro Francesco Vanni e fratello di mastro Giovanni.

Non poteva mancare la città di Campobasso, dove D’Andrea ricorda: “Di mastri campanari equivalenti a fonditori di campane, Campobasso è stata sede di uno solo (Rocco Saia, originario di Agnone) verso la fine del 1700.

Oreste Gentile.

Per saperne di più: «

I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia meridionale ed insulare).

luglio 15, 2016

Meridionale insulare

 

PUGLIA

Raffaele Fanelli ne Il cimitero altomedievale di S. Maria a Piano S. Giovanni (Canosa di Puglia) (2012/13)          ricorda che sono state localizzate 2 fosse di fusione per campana, attribuite ad età medievale.

Giacomo Cirsone in La basilica della SS. Trinità di Venosa …: La fase prenormanna (metà X-XI secolo), alla nota 13: I confronti si individuano ancora una volta in area daunia a Canosa di Puglia, dove nel Battistero si San Giovanni, all’interno dell’area della vasca battesimale sono state indagate due fosse per la fusione di campane, databili la più antica al XII e la seconda tra la seconda metà del XII ed il XIII secolo, messe in relazione con l’attività di Rogerius Melfie Campanarum operante nella città agli inizi del XII secolo. (vedi Lucania)

Nicola Vacca, in Fonditori di bronzo in Brindisi: La lavorazione del bronzo in questa città era certamente molto antica. Plinio ricorda (in nota: Hist. Nat., L. XXXIII, cap. IX, 45; L XXXIV, cap. 17, 48) che se proprio non proprio inventati, a Brindisi si lavoravano a perfezione gli specchi fatti di stagno e di rame, la tradizionale formula tuttavia in uso, per ottenere il bronzo.

L’autore ricorda Le successive indagini dirette ad illustrare l’arte fusoria in tutto il Salento (avremo fonditori in Martina, in Taranto, in Lecce, in Carosino e specialmente in Gallipoli dal ‘400 al ‘800 sui quali ho raccolto un cospicuo materiale documentario ed illustrativo di prodotti ancora superstiti) permettono ora di superare le riserve e di mettere a profitto ciò che per eccesso di cautela avevo accantonato.

Da un amico studioso avevo avuto notizia di una campana gallipolina del ‘500 esistente sul campanile del duomo di Brindisi …… – anzicchè da Gallipoli, era uscita da officina di Brindisi. Sulla campana, si legge la seguente iscrizione: BERNARDIN. DE FIGVEROA. ARCHIP. BRUND. ET. ORIT. FECIT. A. D. MDLXXVI. PONT. S. D. N. GREGORI. P. P. XIII. A. V. + IACOBO. SCORCIAPINO. BRUND. FLATORE + in cui flatore, nel senso di fonditore.

Nella città di Brindisi si fondevano soprattutto cannoni, con l’iscrizione, scrive Vacca Mastro Cola Scorciapino me fecit, 1540, proponendone la parentela con Jacopo Scorciapino, il flatore della campana del 1576.

Da Arte e artisti di Terra d’Otranto: tra Medioevo ed età moderna, si apprende di De Monte De Riso Angelo fonditore, nato in Martina Franca e vissuto nel secolo XV, nel 1466 fuse la campana grande della collegiata di Mesagne con materiale metallico fornitogli dalla stessa Università di Mesagne.

Dal sito web dei sanseveresi si apprende che tra le cinque campane della chiesa di san Severino, c’è la Nicolaus, la campana piccola dell’orologio, fusa nel 1494 dal fonditore Nicola di San Severo.

Elena Lenzi, La chiesa Matrice di Mesagne… . (1996): annovera tra i suoi primi artigiani Stefano Tedesco, documentato alla fine del Quattrocento (campana del duomo di Lecce).

Esaurendo numerose ordinazioni del mercato per tutto il Cinquecento, si attesta in Gallipoli la famiglia Patitari (già citati), con i mastri Alvise, Lupo, Nuzzo e Santo.

A riprova di una fiorente produttività delle locali officine, che conobbero un autentico periodo d’oro in specie nel Settecento, si registrano pure come mastri gallipolitani Giovangiacomo Cuti, Giovanni Vincenzo Bono, Francesco Bosco, Pietro de Napoli […].

Dalla rivista Archivio Storico Pugliese volumi 59-60: Nel 1562 è la volta di mastro Giovanni Battista de Fiella, originario di Monopoli ma residente a Bitonto, autore della nuova campana per la barlettana chiesa di Santa Maria Maggiore.

Sono ricordati altri mastri fonditori di Brindisi, non propriamente per le campane: Alfonso, Stefano e Luigi Maria Cupiti da Messina.

Dal sito Fine modulo    Puglia positiva www.pugliapositiva.blogspot.it: maggio 2015: Dal XVI secolo, le fonti locali riportano notizie certe sulla presenza dell’arte campanaria a Lecce.

I maestri fonditori leccesi avevano le loro botteghe in un isola di case, detta appunto “Isola dei ferrari”, situata nel pittagio di San Biagio, tra la chiesa di Santa Chiara e il Palazzo del Governatore.

Il più noto fonditore leccese di quel secolo, capostipite di una dinastia di ferrari e bronzisti, fu Colamaria Gricelli che nel 1572, costruì un orologio sistemato poi sulla torretta del Sedile.

Nel 1695 Benedetto Gricelli fuse la campana grande per il campanile del duomo. Firmate probabilmente dallo stesso artista e datate 1696 e 1710 sono rispettivamente le campane del piccolo campanile di San Matteo e quella della cattedrale di Nardò.

Vacca, in Rinascita Salentina, riferendo di Ettore Vernole ne Il castello di Gallipoli, 1933 pagg. 148-149 e 226: Mastro Alvise Patitari e Mastro Lupo Patitari: il primo fuse nel 1535 ed il secondo nel 1538. Una campana rotta, conservata nel museo civico di Gallipoli, reca questa iscrizione:M. L. Patitari. De Gallipoli. MDXXXXXXX. Mentem. Sanctam spontaneam. honorem. Deo et Patrie liberacionem. Una campana parrocchiale di Maruggio fu fusa da un altro gallipolino: M. Nuzzo. Patitari. de Gallipoli. MDXXII.

Il Vernole, scrive Vacca, parla di un altro fonditore gallipolino, Francesco Bosco, del quale, una campanetta fusa nel ‘600, esiste sulla torre campanaria della chiesa del sacro cuore di Gallipoli. Senonchè il cognome non è Bosco, ma Rosco. Sulla campana piccola del Sedile del Pubblico Reggimento di Lecce, si legge inequivocabilmente: Iesus Maria. M. Francesco Rosco. Di Gallipoli. Anno Domini 1685.

Vacca ricorda un altro fonditore gallipolino, Mastro Pietro de Napoli, nell’iscrizione della campana che è sulla chiesa di S. Maria della Grazia in Martina: Monti Oppidi Martinae Purgatorii. Dicata MDCLII. M. P. De Napoli Gallip..

Il Mastro Pietro de Napoli dovrebbe identificarsi con il Maestro Pietro di Gallipoli che, scrisse il nostro Panettera: Sabato 2 luglio 1672 ore 16 si colò e fuse la campana grande del vescovado da Maestro Pietro di Gallipoli ed essere il gallipolino Pietro Napoletano che rifuse la campana grande, già del 1484, per volere di Monsignore Antonio Pignatelli.

Un altro fonditore di sacre squille, scrive Vacca, fuse la campana grande dell’orologio del Sedile del Pubblico Reggimento di Lecce: M. Santo Patitari M. D. L. XXXVII. […], ben quattro fonditori di sacri bronzi vi furono in Gallipoli nei secoli successivi al XVI.

Una campana delle campane della collegiata di Galatone e una del convento dei Riformati di Soleto furono fuse in Gallipoli da Mastro Giovanni Vincenzo Bono, la prima nel 1635 e la seconda nel 1639.

Sono ricordati, per dovere di informazione i gallipolini: mastro Carlo Cossano (1715) ed i mastri Baldassarre Cosentini e Leonardo Di Mitri (1754).

Vacca, che già nel 1604 non vi erano più officine in Brindisi per cui si dovette ricorrere a maestranze forestiere?

D’Andrea  (II), ricorda i fonditori di Puglia e Basilicata i quali arrivarono nel 1573 a Campobasso, citando Francesco di Mastro Geronimo, da Alberona (FG) ed abitante in Castelluccio degli Schiavi e Mastro Angelis de Stellis, da Salandra (MT): fusero una campana per la chiesa e confraternita della Trinità di Campobasso.

Dal sito Tintinaboli della fonderia Pellegrino Daniele si apprende: del dono, fattoci molti anni fa dalla “Antica Fonderia Giustozzi” di Trani, di tutte le sue sagome e i calchi in legno e gesso. […].

A questo punto, un piccolo cenno alla fonderia Giustozzi è doveroso. Essa è nata nel XVII secolo ed ha realizzato innumerevoli concerti  di campane in tutto il Meridione d’Italia (Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, Abruzzo,…).

Possiamo con sicurezza affermare che non c’è paese nel Sud Italia in cui non si trovi ancora almeno un campana Giustozzi. La cura e la passione con cui davano vita alle campane, li ha contraddistinti per almeno quattro secoli, affermandoli sul mercato. Poi, purtroppo, la mancanza di lavoro nel settore, ha inevitabilmente creato un dissesto economico per il quale, negli anni ‘80, tante fonderie tra cui anche la Antica Fonderia Giustozzi, hanno dovuto chiudere.

 

BASILICATA

Giacomo Cirsone in La basilica della SS. Trinità di Venosa …. La fase prenormanna (metà X-XI secolo): Connesso con l’edificazione della torre di facciata è l’impianto di una serie di strutture per la lavorazione del metallo; tra queste, la più importante, è un cantiere per la fusione di una campana, realizzato tagliando i piedi di calpestio degli ambienti sopradescritti; nella navata centrale sono state individuate due grosse fosse, databili entrambe all’XI secolo, in una delle quali è stato rivenuto in situ il ‘maschio’, di forma troncoconica, ovvero l’anima in argilla refrattaria sulla quale viene effettuata la colatura del metallo fuso.

La stessa fonte bibliografica ricorda Il rinvenimento di due fosse per campana anche a Canosa di Puglia, e la presenza di un artigiano lucano Rugerius Melfie Campanarum che firma le porte bronzee per la cattedrale canosina, lasciano ipotizzare anche per Venosa la presenza di maestranze itineranti specializzate nella produzione di questo tipo di manufatti, al servizio dei poteri locali.

D’Andrea (II), ricordando i fonditori di Puglia e Basilicata i quali arrivarono nel 1573 a Campobasso, cita Francesco di Mastro Geronimo, da Alberona (FG) ed abitante in Castelluccio degli Schiavi e Mastro Angelis de Stellis, da Salandra (MT), i quali fusero una campana per la chiesa e confraternita della Trinità di Campobasso.

Per dovere di cronaca: da La Farfalla del 23 maggio 2013, si hanno poche notizie delle famiglie Olita e Bruno di Pignola (PZ), si ignora se fusero prima dell’anno 1700.

Girolamo Oliva, nacque a Pignola (trasferito ad Acerenza) nel 1786 da Luigi ed Orsola Amorelli, apprende l’arte dal nonno Aulita Donat’Antonio, maestro fonditore di Matera.

 

 CALABRIA

Dalla pubblicazione IV Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. Pré-tirages (Scriptorium … a cura di Riccardo Francovich, Marco Valenti, Società degli archeologi medievisti italiani) si apprende: Concludiamo indicando, per l’età post medievale, il rinvenimento di una fornace di fusione per campana a San Nicola di Crissa (VV), nell’omonima chiesa. Solo in parte scavata, è stata datata alla fine del XVIII. Non è da escludere che l’attività di fusione sia stata svolta da maestranze specializzata proveniente dalla vicina Vibo Valentia, dove le fonti documentarie segnalano la presenza di alcuni importanti maestri fonditori.

Da Federico Tarallo (1908) in Alcuni cenni storici sulla fonderia di campane in Monteleone, oggi Vibo Valentia: […]. al 1671, tempo in cui un Gerardo Olitapo da Vignola (vedi Emilia Romagna), fonditore di campane girovago, qui lungamente fermossi per espletare le molte incombenze che dai paesi circonvicini aveva ricevute. A non lungo andare un suo figlio, il cui nome non è a noi pervenuto, m’anche lui fonditore, s’imparentò con la famiglia Bruno togliendo in isposa una di questo casato.

Corsi più anni, e cioè verso il 1700, la fonderia impiantata dagli Olitapo cessò dal funzionare, o meglio, di essa non si ha notizia alcuna che chiarir potesse con precisione che cosa ne sia addivenuta.

Fatto sta che una nuova fonderia venne su verso i primi dell’ottocento gestita da un Gerardo Bruno e da questi lungamente tenuta finchè passata in potere di due suoi figliuoli Niccola e Gennaro, non fu da costoro fino al 1815 esercitata. […].

E prima d’ogni altro ricorderemo i fratelli Giovanni, Placido e Francesco Gullo, che nel 1697 fusero la campana maggiore della Chiesa di S. Michele in questa città, siccome dalla iscrizione inerente alla stessa campana si rileva.

 

SICILIA

Da Cannoni e Fonditori in Sicilia nel XV e XVI secolo di Antonino Palazzolo si apprende dei magistri campanarum che in Sicilia oltre a fondere le campane, prestavano la loro opera per la fusione di cannoni.

L’attività degli Arena, rinomati fonditori di campane e di cannoni originari di Tortorici (Me) trasferitisi a Catania agli inizi del XV secolo, fu iniziata dal capostipite Pietro il quale aveva partecipato come bombardiere all’assedio di Siracusa, Catania e del castello di Paternò, per cui fu accusato di ribellione contro la regina Bianca). […].

L’arte della fusione di artiglierie originariamente era legata a quella delle campane, da cui deriva l’appellativo di Campanaro o Campana attribuito ai componenti della famiglia Arena, i fratelli Antonio, Gaspare e Pietro sr., magistros expertos faciendo passavolanti zarbatanas et alias res de mitallo, i quali acquisiscono la cittadinanza palermitana nel 1488.

Nel privilegium ferrariorum del 1498 gli Arena compaiono in carica come consoli della maestranza dei ferrari, qualificati come mastri bombarderi e campanari, assieme a Giovanni Pages, fonditore regio. […].

Nell’anno 1494 i fratelli Antonio e Pietro Arena apprestano una campana di cantara 11. 25 per il convento di S. Domenico a Palermo. Antonio muore a Palermo nel 1500 e gli subentra nell’attività il figlio Pietro che entrerà in società con gli zii; dalle disposizioni testamentarie del 31 luglio di quell’anno troviamo interessanti indicazioni relative all’estensione della attività di fonditore tra Messina e Palermo. In un contratto del 15 ottobre 1502 Gaspare, assieme al fratello Pietro major, riscuote 10 onze a saldo della fusione di alcuni pezzi di artiglieria eseguiti per conto della regia Corte, commissionati l’anno precedente.

Il 12 gennaio 1510 Gaspare Arena doveva riscuotere un compenso pattuito con la chiesa madre di Corleone per una campana; l’anno successivo egli scompare dalla scena e gli subentrano nel ’29 Matteo e Gaspare figli di Pietro majuri.

L’anno precedente un altro fonditore di Tortorici, Bartolomeo Citro, si era allogato con la confraternita della chiesa di S. Marco nel quartiere Seralcadi a Palermo per una campana.

Nel ’14 Pietro Arena prende il posto di fonditore dell’artiglieria del Regno.

Nell’anno 1524 viene ricordato Pietro Arena, campanarius.

Il 26 novembre 1526 Pietro Arena si era impegnato con Antonio Agliata, barone di Villafranca, per una campana del peso di un cantaro da destinare alla chiesa di S. Giovanni di quella terra, valutata onze 7.15.

Nell’anno 1533 Pietro mayuri, assieme a Giacomo e Matteo, in società con il nipote Pietro minuri, rifondono una campana di 6 cantára per il convento del Carmine e l’anno successivo quella del Castellammare di Palermo di cantáro 1.15. L’attività dei fonditori regi prosegue con Gaspare, il quale nel 1540 consegna una campana di bronzo di 4 cantàra a Francesco Giaconia, procuratore del convento di S. Francesco di Ciminna. Giovan Domenico Arena aveva fornito nel 1541 alcuni pezzi di artiglieria a Siracusa e nello stesso anno Matteo viene nominato regio fonditore. Nel ’48 Gaspare Arena il 5 dicembre fornisce una campana al convento di S. Domenico di Trapani. Per concludere questo breve capitolo sui fonditori al servizio della regia Corte, possiamo rilevare che l’attività degli Arena cessò inspiegabilmente con Matteo nel 1555, per cui non se ne conoscono le cause, forse, imputabili al superamento dei processi di fusione o più semplicemente ad uno scarso interesse per l’attività familiare.

Un Antonio Campanaro, bombarderius, viene menzionato in un rogito notarile del 16 giugno 1492; forse, si tratta dello stesso fonditore che nel ‘ 96 viene chiamato per fornire bombarde alla città di Troina.

Per l’anno 1492 è ricordato il mastro Bartolomeo Balbo, forse un fonditore.

Un Pietro Bolo, dell’omonima cittadina, era presente a Palermo nel 1508 per impiantare una forgia nella contrada della Guzzetta.

Il Bolo bombardiere fonde una campana grande per il convento della Gancia a Palermo nel 1561, costo 12 onze..

Rosario Termotto con i MASTRI DI CAMPANE” NEI PAESI DELLE MADONIE, dà notizie delle famiglie dedite all’arte della fusione delle campane, soprattutto nel paese di Tortorici ed evidenzia la famiglia dei Giarrusso a Petralia Sottana e la famiglia Carabillò a Castelbuono.

La presenza di fonditori tortoriciani nelle Madonie, finora documentata, risale alla fine del Quattrocento (1496), periodo nel quale i maestri Giovanni Sanfilippo e Matteo Tilemmi risultano impegnati a Polizzi. Nell’importante centro montano i due maestri realizzano campane per la Chiesa Madre e per quella dei Domenicani, mentre l’anno successivo Nicolò Tilemmi fonde quella grande della stessa Chiesa Madre.

All’inizio del Cinquecento si riscontra la presenza dei noti fratelli Gaspare e Pietro Campana il cui nome risulta inciso su una campana della chiesa di S. Giacomo a Collesano, tuttora custodita all’interno della stessa. Nella campana si può infatti leggere: MCCCCCVI…ME FECERUNT GASPAR PETRUS FRATRES DE CAMPANARIO.

L’attività dei fratelli Campana è, tra l’altro, documentata per la Cattedrale di Palermo e per Termini.

In quest’ultima cittadina abbiamo notato, esposta in una cappella laterale della chiesa madre, una campana, con due espressivi rilievi raffiguranti una Deposizione e una Madonna con Bambino, che riporta incisi l’anno di fusione 1506 ed i nomi dei due fratelli sopra ricordati.

Uno dei fratelli dovrebbe essere quel Gaspare, campanaro, che nel 1503 esegue la campana grande della chiesa del convento di S. Domenico di Palermo, secondo quanto registrano gli Annali di quella istituzione.

Tra le numerose botteghe tortoriciane, una che può vantare un considerevole numero di fonditori è quella della famiglia Garbato, documentata dal 1530 al 1628.

Nelle Madonie la presenza dei Garbato risale al 1561-62 quando il magister hyeronimus carbato de terra turtureti, capostipite della famiglia, si obbliga coi procuratori e l’economo della Chiesa Madre di Collesano a culare campanam magnam.

Lo studioso di Tortorici Sebastiano Franchina ha individuato altri due fonditori della famiglia Garbato di nome Gerolamo: uno, figlio di Natale, nel 1585 opera ad Alcamo, l’altro fonde la campana della Chiesa Madre di Enna nel 1626.

Non è agevole a chi dei due ascrivere la campana fusa nel 1597 per la chiesa di S. Francesco di Comiso e un piccolo gruppo di campane fuse per chiese madonite tra il 1594 ed il 1614.

Più chiara dovrebbe essere la paternità di alcune campane pagate dai giurati di Caccamo nel 1627, probabile opera del maestro già presente a Enna. Di alcune di queste campane diamo notizia per la prima volta.

Alla fine di marzo del 1594, Gerolamo Garbato si obbliga coi procuratori della Chiesa Madre di Castelbuono (attuale Matrice Vecchia) a colare la campana nominata nova per il compenso di sette onze, parte delle quali erogate a mastro Pietro Garbato ed il resto da ricevere in metallo a fine servizio.

Il fonditore garantisce la campana per la durata di cinque anni, impegnandosi a rifarla entro due mesi in caso di rottura.

Una nota in coda all’atto principale attesta che la campana viene regolarmente consegnata e mastro Gerolamo saldato delle sue spettanze.

Alcuni mesi prima, settembre 1593, per la stessa campana nuova si era impegnato il fonditore Giacomo Sanfilippo che avrebbe dovuto consegnarla entro la festa di S. Nicola. Ma, nonostante la riscossione di un anticipo di dodici tarì, evidentemente l’obbligo non viene rispettato.

Nel mese di aprile del 1608 Gerolamo Garbato si obbliga col vescovo di Cefalù D. Martino Mira, col canonico D. Antonio Ganguzza, con l’ U.J.D. Antonio de Nigrellis e con Didaco Sandoval, deputati alla fabbrica della cattedrale di fondere una campana che sarà consegnata nel 1609.

Qualche anno dopo, ottobre 1613, Gerolamo Garbato fonde la campana della chiesa di S. Giacomo a Sclafani.

Lo stesso maestro, all’inizio di maggio del 1614, dichiara di aver ricevuto sei onze dal dottore Giuseppe La Russa per aver fuso la campana del convento agostiniano di S. Giovanni Battista della vicina Caltavuturo.

A Caccamo, nel mese di maggio del 1627, mastro Gerolamo si obbliga coi giurati locali (Pietro Lo Ciuffo, Francesco Sponzello, Vincenzo Musciotto, Giuseppe Cipolla) a fare campanam unam sive cimbalum horologii.

L’area operativa dei Garbato si estende, sin dai primi decenni dell’impianto della bottega, a buona parte della Sicilia.

Figlio di Girolamo, che abbiamo visto attivo attorno alla metà del ‘500, è Domenico, noto per la sua attività a Tortorici e a S. Angelo di Brolo, il quale si era impegnato a rifare una campana per la Chiesa Madre di Polizzi, senza poi rispettare i tempi dell’inizio dei lavori.

É per questo motivo che il vicario parrocchiale della cittadina demaniale, nel febbraio del 1578, affida l’incarico a suo fratello Antonino che si obbliga a consegnare l’opera entro Pasqua.

Un Filippo Garbato, del quale non conosciamo i rapporti di parentela con gli altri esponenti della bottega, è l’autore, non altrimenti noto, di una campana eseguita nel 1597 per la chiesa di S. Filippo di Sclafani

Parecchie, invece, sono le opere note di Andrea Garbato che nelle Madonie conosciamo già operoso nel 1606 quando, con lo agiutu di dio, Maria Vergini e di sancto Petro, cola la campana grande della Chiesa Madre di Collesano assieme ai familiari Cataldo, Pietro e Graziano.

Nell’aprile del 1603, lo stesso si obbliga col vicario del locale convento domenicano ad culandam et construhendam….novam campanam…secundum artem, garantendola tre anni.

Nell’aprile del 1608, ancora mastro Andrea si obbliga col rettore della chiesa di S. Rocco della stessa cittadina madonita a fare una campana di cantàra dui a baxo, con tutto il necessario a carico della chiesa; nello stesso periodo, mastro Andrea fonde una campana per la chiesa di S. Giacomo, sempre a Collesano.

Oltre che a Collesano, nelle Madonie, mastro Andrea Garbato lavora pure a Cefalù, dove alla fine del 1596 si obbliga a D. Beatrice Basile e Cardona, humili abatisse del devoto monastero di S. Caterina.

Parecchi anni dopo, maggio del 1623, il maestro esegue una campana per la Chiesa Madre di Sclafani.

L’attività del maestro fonditore dovrebbe dunque dispiegarsi su un arco di tempo molto lungo, circa un quarantennio, se, come sembra, si riferisce ancora a lui una incisione su una campana della chiesa di S. Pietro di Motta d’Affermo, nei Nebrodi, che, tra l’altro, riporta inciso Andreas Garbatus fecit MDLXXXIV.

La campana grande della Chiesa Madre di Collesano vede l’impegno di Pietro e Cataldo Garbato, zio e nipote che stipulano il contratto anche a nome di mastro Andrea e Graziano.

Una clausola del contratto precisa che, se quest’ultimo non potrà venire a Collesano, lo stesso potrà essere rimpiazzato da Antonino Prizuto.

Termotto: L’atto, a mio avviso, è una chiara spia dell’affollarsi delle commesse per la bottega dei Garbato che spesso sono obbligati a lavorare in équipe per far fronte alle numerose richieste provenienti da tutta l’area siciliana.

Sulla poco conosciuta attività di Graziano Garbato si è aperto uno spiraglio con la segnalazione di una sua fornitura di undici masculi di brunzo per la Chiesa Madre di Collesano, avvenuta nel 1599, cui segue, nel 1600, una liquidazione, ad opera della stessa chiesa, per una campana fusa a Castelbuono.

Nello stesso anno il maestro si obbliga con l’arciprete della Chiesa Madre di quest’ultima cittadina, D. Silvio Prestigiovanni a fondere una campana per la chiesa madonita.

Ancora a Castelbuono, nel 1601 mastro Graziano si obbliga con l’abate di S. Anastasia, don Cosimo de Marchisio, a reficere et fundere una campana.

Nel 1602 ritroviamo mastro Graziano a Ciminna quando, assieme ad Antonino Margaglio, pure di Tortorici, fonde una campana per la chiesa madre di quella cittadina.

Fratello di Natale e Antonino, Pietro Garbato è finora documentato nelle Madonie a Collesano e a Sclafani.

Nel primo centro fonde la più volte ricordata campana grande della Chiesa Madre, a Sclafani nel 1598 ne aveva fusa una per la chiesa di S. Filippo.

Lo stesso maestro risulta presente a Castelbuono nel 1582 quando si obbliga con la Maggior Chiesa a fare una campana.

Mastro Domenico Garbato è figlio di Cataldo, come risulta da una incisione su una campana di Ciminna del 1625.

Nelle Madonie Domenico compare a Collesano nel marzo del 1609 quando si obbliga con la confraternita di S. Giacomo a rifondere la campana mizana.

Alcuni anni dopo, ottobre 1613, mastro Domenico fonde una campana per la chiesa di S. Giacomo a Sclafani.

L’attività finora nota della famiglia Zumbo è datata tra il 1620 e la fine del Settecento.

É possibile però retrodatare l’avvio della bottega almeno alla metà del ‘500.

Su una campana depositata in una navata della cattedrale di Cefalù abbiamo infatti notato, oltre all’anno di fusione 1559, il nome dello sconosciuto fonditore Cataldo Zumbo. Essa proviene dalla torre campanaria della stessa Chiesa Cattedrale.

Famiglia totalmente sconosciuta è quella dei Cola.

Un Gerolamo Cola, calderarius terre Tortoreti, il 20 settembre 1573 vende per sei onze una campana nella città di Polizzi, mentre molti anni dopo, nel marzo del 1629, un maestro Domenico Cola calderarius terre turtureti et habitator civitatis Castri Boni, si obbliga a fare una campana per servizio della chiesa di S. Stefano di Geraci, utilizzando il metallo della campana vecchia.

Nel mese di dicembre del 1580, mastro Giordano Carruba (Xharruba) si obbliga coi rettori della confraternita di S. Sebastiano di Castelbuono per realizzare una campana per la loro chiesa.

Nel successivo mese di luglio 1581, l’honorabilis magister Jurdanus Carruba vende ai rettori della chiesetta di S. Cosimo e Damiano di Collesano una campana.

Il 4 agosto 1595 a Sclafani una campana cade dal campanile e si rompe. La stessa viene comprata da Antonino Mascari che si obbliga a fornirne un’altra.

Non è chiaro se il Mascari fosse un fonditore, cosa probabile, o un generico operatore attivo nel campo del commercio di metalli.

Altro fonditore di Tortorici, finora completamente sconosciuto, è Antonino Blanca che nel marzo del 1632 fonde una campana di buono suono senza nesciuno defetto, con metallo e ogni altra cosa a suo carico, per la chiesa di S. Marco a Collesano. Pochi anni dopo, nel gennaio del 1635, lo stesso maestro si obbliga con padre fra’ Pietro Porcaro di Polizzi, vicario del convento domenicano collesanese, a fare una campana di metallo bono, bella, di bel sono, ben fatta senza nessuno defetto, con metallo e ogni altra cosa a suo carico, per la chiesa di S. Marco a Collesano.

Pochi anni dopo, nel gennaio del 1635, lo stesso maestro si obbliga con padre fra’ Pietro Porcaro di Polizzi, vicario del convento domenicano collesanese, a fare una campana di metallo bono, bella, di bel sono, ben fatta senza nessuno defetto

Famiglia poco nota nel panorama dei fonditori di Tortorici è quella dei Messina che abbiamo documentato a Collesano nel 1620-1621 con Vincenzo che realizza una campana per la chiesa madre e con Sebastiano che nel 1626 lavora per la stessa chiesa e per quella di S. Maria.

Quest’ultimo maestro si ritrova a Ciminna dove nel 1635 realizza una campana per la chiesa di S. Giuseppe.

Sempre a Ciminna, nel 1608, si riscontra lo sconosciuto Simone Messina di Tortorici che fonde tre campane per quella chiesa Matrice, mentre a Caccamo ne realizza una per la chiesa del convento di S. Francesco.

Lo sconosciuto maestro Giacomo Ciancio, nel mese di maggio del 1634, conclude un cambium et permutationem con il procuratore della chiesa collesanese di S. Antonio abate. La chiesa cede la sua campana fracta et ut dicitur xiaccata dal peso di quaranta rotoli ed il maestro ne consegna una nuova di venti, oltre alla somma di ventiquattro tarì pro equaliatione.

Due giorni dopo, a Cefalù, mastro Jacobo, qualificato caldararius et campanarius Tortoreti, vende al locale convento di S. Pietro Nolasco una campana nuova di quasi sessanta rotoli.

A conferma che per buona parte del ‘600 la presenza dei fonditori tortoriciani nelle Madonie è massiccia, quasi esclusiva, riportiamo che, nel maggio del 1649, Francesco Ferraù, nella qualità di cessionario del defunto fratello Giacomo, elegge un proprio procuratore per riscuotere delle somme dovute dal convento di S. Francesco di Cefalù per il prezzo di una campana fusa dal fratello.

Un decennio dopo, 5 dicembre 1660, mastro Gerolamo Cicero riceve quarantacinque rotoli di metallo dal cappellano ed economo della chiesa di S. Maria della Grazia extra terram di Collesano, impegnandosi a fare una campana nuova.

Alcuni anni dopo, novembre del 1674, mastro Gerolamo, secondo quanto riportano i libri dei conti della chiesa di S. Sebastiano e Fabiano di Collesano (oggi chiesa del Collegio), viene retribuito con onze 1.12 per una campanotta.

Pure completamente sconosciuto è il fonditore Domenico Costanzo che nel 1666 ratifica, a Castelbuono, un impegno a fondere una campana, assunto a Geraci anche a suo nome da parte di Paolo Carabillò. La campana è destinata alla chiesa della confraternita di S. Bartolomeo di Geraci.

Incerta appare la cittadinanza del fonditore Domenico Russo, noto, come cittadino di Bivona, per aver assunto nel 1670 un impegno a rifondere una campana per la chiesa del convento domenicano di Sciacca.

Ancora cittadino di Tortorici lo stesso maestro risulta nel febbraio del 1640 quando si obbliga col tesoriere della maggior chiesa di Pollina a fundiri et culare di novo quella campana di detta chiesa al presente muta nel campanile della stessa forma, maniera e misura, conforme sarà la pisata.

Quando Domenico Russo compare a Sclafani, dove nel 1658 realizza tre campane per chiese locali, risulta già habitator di Bivona, centro del quale è cittadino nel 1670, come ricordato. Domenico Russo è uno dei tanti fonditori itineranti che nel corso della sua attività cambia cittadinanza, spostando la sua area di interesse ed operatività.

Pure di Tortorici è lo sconosciuto fonditore Giovanni Russo che nel 1623, a Collesano, subentra al fonditore ennese Giacomo Giarrusso che non aveva eseguito una campana per la quale era impegnato con la chiesa madre del centro madonita.

La documentata origine da Tortorici di almeno due fonditori della famiglia Russo mi fa ritenere che possa aver avuto agganci col centro dei Nebrodi l’altrettanto sconosciuto maestro Giacomo Russo, funditor metalli, qualificato cittadino di Palermo quando nel 1626 dichiara di aver ricevuto oltre otto onze da padre fra’ Gerolamo Rosiglio, priore del convento di Monte Carmelo di Caccamo, per il magisterio della fusione di una campana

I maestri di Tortorici, per tutto il Cinquecento e gli inizi del Seicento, nell’area delle Madonie, detengono quasi il monopolio: il solo “intruso” che abbiamo intercettato è il palermitano Antonino de Salvo che nel 1564 si obbliga con padre fra’ Paolo de Sardo, guardiano del convento di S. Francesco di Polizzi, a fari e culari la campana di detto convento che si ritrovava rotta.

Le prime notizie inerenti la famiglia Giarrusso, fonditori di origine ennese, risalgono al 1605, anno in cui i giurati del centro nebrodense di Castel di Lucio (Castelluzzo) commissionano a mastro Mariano una campana da servire per le convocazioni del Consiglio Civico.

Nello stesso anno, ancora nel medesimo centro, il fonditore esegue una campana grande, dal costo di ben quarantaquattro onze, per la chiesa di S. Michele Arcangelo. Oggi la stessa è custodita nella chiesa di S. Nicolò.

La bottega dei Giarrusso si stabilizza a Petralia, ove stipula il proprio contratto matrimoniale pure Francesco, anche lui fonditore e figlio di mastro Mariano.

Nel 1628, assieme a Calogero, probabilmente altro suo figlio, mastro Mariano rifonde una campana per la chiesa di S. Giovanni Battista la Maddalena di Polizzi.

Pochi anni dopo il 1634, Mariano, ora qualificato cittadino di Petralia Sottana, si impegna con il procuratore della congregazione di S. Biagio di Polizzi a fondere una campana per la chiesetta eponima, riutilizzando il metallo recuperato da quella vecchia che si era rotta.

Nello stesso 1636, Mariano esegue una conocchia per la chiesa di S. Nicola a Castel di Lucio, cittadina che lo vede a lungo operoso.

Le ultime notizie finora note sul fonditore risalgono al 1637, quando è ripetutamente presente a Collesano.

Nel luglio di quell’anno, Mariano Giarrusso, che ora risulta essere di Enna ed habitator Petraliae Inferioris, si obbliga coi giurati del centro madonita a fare una campana per la chiesa del convento dei cappuccini.

Nel successivo mese di agosto del 1637, lo stesso maestro dichiara di aver ricevuto dal procuratore dell’abbazia benedettina di S. Caterina quasi due onze pro magisterio di una campana. Dopo la metà di agosto del 1637 non abbiamo rinvenuto altra documentazione su mastro Mariano Giarrusso, ma la sua bottega continua ad avere una florida attività con altri esponenti della famiglia.

Francesco è certamente attivo come fonditore almeno dal 1631, anno in cui visiona la fusione della campana dell’abbazia di S. Maria del Parto a Castelbuono, eseguita da suo fratello Giuseppe, mentre nel 1634 lavora per i giurati di Cefalù.

Nel 1645 fonde una campana di circa quattrocento chilogrammi per la chiesa conventuale di S. Francesco di Polizzi, con metallo apprestato dai frati.

Anche Francesco lavora a Collesano.

Risulta, infatti, dai libri dei conti della locale confraternita di S. Giovanni Battista che nell’anno indizionale 1645/46 vengono dapprima liquidate quasi cinque onze al petraliese Francesco Giarrusso, mastro di campani, e poi ancora altre nove per la campana quali si volse fondere di novo per aversi xiaccato …e per mastrìa della campana piccola.

Nel 1651, Francesco Giarrusso si obbliga coi giurati di S. Mauro a fondere due campane mezzane col metallo di altrettante campane rotte della Chiesa Madre di S. Giorgio e di quella parrocchiale di S. Maria de Franchis.

Nel 1652 Francesco ritorna a Polizzi: nel gennaio si obbliga col procuratore del monastero benedettino di S. Maria la Grazia a fare una campana di grandezza e peso secondo il metallo che riceverà.

Nello stesso anno Francesco Giarrusso, ancora a Polizzi, si obbliga col procuratore della chiesa di S. Giovanni Battista la Maddalena a farci la campana rutta vecchia nova.

Qualche anno più tardi, 1657, ritroviamo il fonditore a Sclafani dove riceve quattro onze, ad integrazione di sedici, dalla locale chiesa di S. Filippo per il magisterio della campana ed il metallo.

Le ultime notizie che abbiamo reperito sul fonditore petraliese risalgono al 1661.

In data 10 giugno, egli si obbliga ancora coi giurati di S. Mauro a fundarci una campana al presenti rutta per la Chiesa Madre di S. Giorgio.

Altro fonditore della famiglia Giarrusso è Giuseppe che nel mese di maggio del 1631, si impegna a Pollina con i giurati cittadini e col tesoriere della chiesa madre, autorizzato dal vescovo di Cefalù, a colare la campana menzana.

Pochi mesi dopo, a Castelbuono, lo stesso fonditore, ora dichiarato cittadino di Enna, si obbliga con D. Vincenzo Rosselli, abate di S. Maria del Parto sub vocabolo sancti Guillelmi, a colare, facere et complere…secundum artem una campana per l’abbazia.

Successivamente, mastro Giuseppe Giarrusso e mastro Francesco Petrolo fusores della campana dell’abbazia, entrati evidentemente in società.

Quanto descritto documenta quindi la stretta collaborazione di fonditori dell’area Enna- Petralia Sottana con quelli di Tortorici, centro da cui proviene mastro Fabio Petrolo (Pitrolo), esponente di una famiglia di fonditori di campane attiva dall’ultimo quarto del ‘500 alla fine del ‘700.

Nel ’51 i mastri Calogero Giarrusso e Francesco Torregrossa di Enna, in solido con Francesco Capparoso si obbligano con D. Giuseppe Brocato, procuratore della Chiesa Madre di Collesano, a fundere et de novo facere campanam xiaccatam della chiesa parrocchiale di S. Maria.

L’anno successivo, da solo, Francesco Capparoso fonde una campana per la confraternita di S. Giacomo che regge la chiesa eponima.

Qualche anno dopo, sempre a Collesano, nel mese di luglio del 1658 mastro Calogero Giarrusso, ancora qualificato come cittadino Castri Joannis seu ennei, fuse una campana nuova per la chiesa dell’abbazia di S. Maria di Pedale.

Per Calogero è documentata un’attività quasi quarantennale, se ben trentasei anni dopo la sua prima apparizione a Polizzi ritorna ancora nella stessa cittadina nel mese di ottobre del 1664 quando, assieme a Giacomo Ragusa, tortoriciano residente a Castelbuono, fuse una campana grande per il convento di S. Francesco di Polizzi.

Altri esponenti della famiglia Giarrusso, di cui non conosciamo i rapporti parentali con i precedenti maestri, sono Giacomo e Barbaro Giarrusso.

Il primo, cittadino ennese, risulta documentato da un atto del 14 novembre 1622 quando a Collesano si obbliga coi procuratori della Chiesa Madre a fundere et culare una campana rotta che avrebbe portato, a proprie spese, a Castelbuono. […]. Ma la campana non verrà eseguita dal maestro ennese e per essa, l’anno successivo, contrae obbligo lo sconosciuto fonditore di Tortorici Giovanni Russo.

Sempre nel 1622 Giacomo fuse una campana per la Chiesa di S. Pietro di Castelbuono.

Barbaro Giarrusso, magister campanarum, di Petralia Sottana compare invece in un atto del maggio 1660 quando, col calderaio Didaco Carabillò di Tortorici e coi palermitani Giacomo e Antonino La Rosa, padre e figlio pure calderai, costituisce una società ad commune comodum et incommodum laborem, lucrum ut dicitur a fari campani, maschi, lamperi et tutti altri servitii di loro arti chi troveranno a fari. L’atto mostra chiaramente come i maestri campanari non si limitino a fondere campane e come non sia inusuale costituire società, anche per brevi periodi.

La società di cui sopra verrà infatti sciolta meno di un mese dopo, avendo prima fornito di metalli e maschi varie chiese di Collesano.

Un ultimo fonditore ennese, attivo nelle Madonie, ma che doveva tenere bottega nella sua città, è il poco noto Giuseppe Bonaccolto che nel novembre del 1662 si obbliga a fondere la campana grande della Chiesa Madre di Sclafani per la buona somma di venti onze.

Lo stesso maestro, nel 1646, si era impegnato a fondere una campana di circa 320 chilogrammi per la Matrice di Castronovo.

Originari di Tortorici, attorno alla metà del ‘600, i maestri fonditori Carabillò si insediano a Castelbuono dove avviano una bottega che resterà ininterrottamente attiva per quasi tre secoli, fino oltre il secondo dopoguerra, conquistando una posizione di chiaro predominio in tutto il comprensorio madonita, anche se la presenza di altri maestri tortoriciani non verrà mai del tutto meno. I Carabillò riusciranno inoltre ad avere una significativa presenza in varie zone dei Nebrodi, area di influenza dei Ventimiglia, potente casato feudale che aveva in Castelbuono la sede marchionale.

Nel 1626 inizia l’attività mastro Giorgio che con Domenico Cara costruiscono alcuni misuratori in rame per misurare olio, mosto e vino.

Pare che solo dal settembre del 1633, mastro Giorgio si obbliga a fare una campana di vermicellaro.

Due anni dopo, Giorgio Carabillò e Giuseppe Faranda, anche lui di Tortorici, ricevono dal governatore della cappella del Crocifisso nella chiesa di S. Pietro, sempre a Castelbuono, una campana vecchia al fine di farne una nuova più grande. Da un documento del 10 giugno 1642 si apprende che Giorgio Carabillò si impegna a pagare a Bartolomeo Zumbo il metallo che questi aveva apprestato per la fusione di una campana per la quale si erano obbligati solidalmente, nel dicembre del 1636, col convento castelbuonese dell’Annunziata.

Alcuni anni dopo, Giorgio Carabillò risulta sposato con Bettuzza Musarra, la cui famiglia è ben nota nel panorama dei fonditori di Tortorici: i matrimoni incrociati nelle famiglie di fonditori di campane dovevano essere abbastanza frequenti.

Nel 1645 mastro Giorgio lavora a Tusa dove fonde una campana per la chiesetta del Rosario.

I componenti della famiglia Carabillò che operano nel campo della fusione sono numerosissimi.

Ciò ha dato luogo a frequenti omonimie che rendono difficoltoso individuare con precisione la paternità di specifiche opere. A volte, poi, si aggiunge il fatto che su alcune campane è inciso soltanto il nome della bottega, senza altra specificazione.

Dei quindici fonditori della famiglia Carabillò, che abbiamo individuati attivi tra i primi decenni del ‘600 ed il 1964, ben sei, attraverso varie generazioni, portano il nome Paolo.

Il primo di essi si ritrova operante a Collesano nel 1664/1665 quando riceve prima un acconto e poi il saldo per la fattura di una campana fusa per la chiesa di S. Giacomo.

Nel 1666, assieme a Domenico Costanzo di Tortorici e abitante a Castelbuono, Paolo Carabillò si obbliga con Barbaro Attinasi, tesoriere e procuratore della confraternita di S. Bartolomeo di Geraci, a fondere una campana per la chiesa eponima.

Poco dopo, ancora a Collesano, nel 1667/68, lo stesso Paolo riceve, assieme a Giacomo Marotta di Tortorici, dodici onze dalla confraternita di S. Giovanni Battista per la fusione della campana nuova.

Paolo Carabillò e Giacomo Marotta, in quegli anni, intrattengono un rapporto societario, cosa abbastanza frequente, come conferma la loro presenza solidale a Sclafani quando, nel mese di febbraio del 1667, vengono chiamati a fondere la campana grande di quella Chiesa Madre.

Poco dopo, luglio del ’69, ancora a Sclafani, Paolo Carabillò si impegna con D. Giuseppe Brocato a fondere una piccola campana che consegnerà a Castelbuono, città nella quale tiene bottega.

Nello stesso periodo, di nuovo a Collesano, mastro Paolo riceve dai rettori della chiesa ex-conventuale di S. Francesco, il cui convento era stato abolito da poco, poco più di tre onze per sua mercede e magisterio della campana quale era xiaccata e si fondìo di novo.

Intanto la presenza della bottega Carabillò è pure attestata a Polizzi, dove nell’aprile del 1674 magister Paulus Calabrò (sic) si obbliga con padre Giovanni de Messina, priore di S. Maria del Carmelo, a fare una campana con il metallo che riceverà dal committente. É ancora lo stesso maestro il fonditore della campana della chiesa del SS.mo Salvatore di Castelbuono che, oltre a portare inciso il nome del fonditore, reca le prime due cifre di un imprecisato anno del XVII secolo.

Altro esponente della famiglia Carabillò, attivo tra ‘600 e ‘700, è mastro Sebastiano che, con i conti dell’anno indizionale 1693/94, risulta ricevere delle somme dalla Chiesa Madre di Collesano: pagati a mastro Sebastiano Caltabellò maestro campanaro per havere squagliato e rifatto li due mazzoletti novi (onze) 3.

Nel 1695/96, nella stessa Collesano, il fonditore percepisce un acconto di sei onze dai confratelli di S. Nicolò per avere rifuso la campana della loro chiesa.

Tra Seicento e Settecento, un proprio spazio operativo si ritaglia anche Sebastiano Mendoza che negli interventi sopra citati appare in rapporto societario con uno dei Carabillò.

Ma il Mendoza opera anche autonomamente, come è documentato da un pagamento per circa cinque onze pro eius magisterio et attrattu di haver fonduto e culato due campane ut dicitur mazzoletti della Maggior Chiesa, sempre a Collesano. Siamo nell’agosto del 1696. Poco dopo, conti del 1698/99, la stessa chiesa gli liquida cinque onze per la rifusione di un’altra campana.

Raimondo Lentini in Fonditori di campane a Burgio, ricorda: “… che a Burgio, un piccolo comune dell’agrigentino, a partire dall’anno 1500, si tramanda da nonno a nipote la singolare tradizione dell’arte della fusione delle campane”: la famiglia dei Virgadamo che da centinaia di anni di storia si conferma tra le più antiche officine fonditori di campane a conduzione familiare.

A Burgio fusero i Baiamenti e gli Arcuri .

Cuzzoni: L’attività di ferrari era tradizionalmente praticata dagli ebrei a Palermo, Catania ed in altri luoghi.

Nella seconda metà del secolo XVI, a Messina era attivo il fonditore di campane spagnolo Aron.

Nel sec. XVI. A Palermo esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Georgius De Garbato, operante anche a Galbiate (LC).

Barnaba Gaetani Tripi, sec. XV. Nel secolo XV, il Feudatario di Tripi era il pisano Barnaba Gaetani che fornì quattro bronzi alla città di Palermo.

Nel secolo XV, a Messina era attivo Giovanni Pages (oriundo spagnolo) che fornì nel 1480, 4 grandi bronzi per Malta.

 Barnaba Gaetani Messina, sec. XV.

Nel secolo XV, a Messina era attivo Giordano Perusino (probabilmente oriundo di Perugia. Vedi Umbria) che fornì nel 1468 diversi bronzi per la torre di Ficarazzi.

Georgius Panormitanus nel XVI sec. fondeva a Galbiate (LC).

L’ arcidiocesi di Brindisi Ostuni informa che nella città di Mesagne si ricorda il mastro fusore Giovanni Maria Cupito da Messina che fuse negli anni 1608 e 1611.

Nel 1540 mastro Gaspere Arena originario di Tortorici firmò un contratto con Francesco Giaconia da Ciminna per una campana di bronzo di 4 cantara per al chiesa di san Francesco a Ciminna.

 

SARDEGNA

Dal sito Chiese. spazioinwind.libero.it/oristano: La Chiesetta dell’Assunta.

Nel bel campanile a vela troviamo due campane, una delle quali, del 1504, in bronzo fuso e di forma antica, porta una scritta a caratteri gotici “Jesus- Franciscus Lecca me fecit- A.M.D.IIII”. La tradizione vuole che questa campana sia suonata dal 1° al 31 Agosto di ogni anno, di giorno e qualche volta anche di notte, in onore dei festeggiamenti della B.V. Assunta sita in Curcuris (Oristano).

Oreste Gentile

(Fine).