V PUNTATA. LA META E’ SEMPRE PIU’ VICINA. C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.).

dicembre 7, 2020

NOTA: I tracciati dei tratturi ed alcune mappe nelle figure allegate potrebbe non corrispondere con esattezza alla realtà a causa della scarsa documentazione esistete sugli antichi percorso e sui confini dei territori. Mi scuso per l’imprecisione.

Dopo la descrizione dell’arrivo dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri, nella loro definitiva sede indicata dall’oracolo a settentrione del Massiccio del Matese e dopo avere scelto la sede di Bovaianom/Bojano, città madre e capitale; dopo avere scelto e fissati i confini del loro territorio in accordo con i consanguinei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini, si divisero in più gruppi per occupare il territorio loro assegnato a settentrione del Massiccio del Matese ed esteso fino alle colline (distanti circa 25 km. dalla costa adriatica).

Continuando il nostro soggiorno nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, ritorniamo nei pressi della virtuale “porta di accesso” posta tra il territorio dei Sanniti/Peligni ed il loro consanguinei Sanniti/Pentri, ben controllata e difesa dalle fortificazioni costruite sulla sommità delle montagne di Roccacinquemiglia, di Castel di Sangro e di Alfedena. (vedi figura).

 Di Stefano (2001): Le tre cime di Castel di Sangro, Alfedena e Roccacinquemiglia sono tutte a vista fra di loro, unite oltre che mediante la viabilità principale anche attraverso una serie di percorsi secondari. Le tre fortificazioni sono, come già detto, disposte su rilievi minori, tutti intorno ai mille metri di altitudine, ma in posizione di grande importanza strategica. […].

E’ stata verificata la possibilità di comunicazione con cinte appartenenti a sistemi difensivi di altre zone, tanto da poter parlare di un omogeneo sistema strategico “regionale”.

Infatti, dalle cime più orientali come Castel di Sangro o Roccacinquemigliaè perfettamente visibile Monte S. Nicola, presso il comune di Capracotta, sede di un’altra grande cinta fortificata, e dalle Morge è possibile trasmettere agevolmente segnali con la cinta di monte Cavallerizzo presso Vastogirardi. Le due cinte di Capracotta e Vastogirardi sono situate su rilievi molisani che costituiscono la spalla meridionale della valle del Sangro.

Distano circa quindici chilometri da Castel di Sangro e rivestono un’importanza strategica particolare in quanto sorvegliano gli accessi che da nord conducono verso il fiume Trigno e il comprensorio di Pietrabbondante. (vedi figura).

 L’importanza strategica della zona è, inoltre, testimoniata dalla presenza di tre importanti tratturi nel territorio di Castel di Sangro: il Lucera-Castel di Sangro, il Pescasseroli-Candela ed il Celano-Foggia. […]. La zona di Castel di Sangro costituisce punto di convergenza di una serie di tracciati di importanza primaria, che non potevano essere lasciati senza sorveglianza. […]. E in effetti la funzione primaria che le tre fortificazioni svolgevano era la sorveglianza integrata dei tracciati e dei valichi d’accesso a nord ovest del territorio occupato dai Sanniti/Pentri.

Per Roccacinquemiglia, Di Stefano, scrive: Le fortificazioni di Castel di Sangro e Roccacinquemiglia, invece, occupano i rilievi presso le pendici meridionali dell’Arazeccala loro presenza consente il controllo capillare dell’alta valle del Sangro e del valico del tratturo Celano-Foggia presso Castel di Sangro. (vedi figura).

La cinta fortificata di Roccacinquemiglia, situata circa 5 chilometri da Castel di Sangro. […]. La fortificazione corre sulla mezzacosta di tre rilievi dalla quota omogenea, intorno ai 1150 m. con il circuito medio di 1500 mLa presenza allinterno delle mura, di uno spazio pianeggiante da un lato aumentava considerevolmente l’area intramuranea fruibile, quantificabile in circa 108.500 metri quadrati. […]. Lo spazio pianeggiante interno fa ipotizzare che la cinta ospitasse al suo interno strutture abitative stabili, necessitanti di spazi meno ristretti, rispetto a quelli offerti dai pendii. (vedi figura).

Abbandonata Roccacinquemiglia, ci incamminiamo lungo la S.P. 119 verso Castel di Sangro, mentre il nostro sguardo viene attratto dalla rocca che domina la città e la pianura circostante.

La città di Castel di Sangro: a sua pianura e la sua rocca (a sn.) (da latransiberianaditalia.com).

L’antico insediamento sannita/pentro si identificava con il nome Aufidena, occupata dai Romani nell’anno 298 a. C., dopo 7 anni dalla conquista della capitale Bovaianom/Bojano.

In merito al toponimo dell’odierno centro, anch’esso denominato Alfedena, La Regina (1984), scrive: Il nome antico di Aufidena si è tuttavia tramandato non a Castel di Sangro, ma all’odierna Alfedena, ove esistono cospicui resti di un insediamento sannitico, poco esplorati, ed una vasta area di necropoli, meglio conosciuta. Una tale situazione dette origine in passato a dubbi ed incertezze sulla reale identificazione del sito dell’antica Aufidena. Se infatti il municipio romano di Aufidena è da riconoscere in Castel di Sangro, come si è detto, è evidente che in epoca successiva, e probabilmente nell’ambito dell’organizzazione territoriale ecclesiastica, con il nome di Aufidena si venne a designare l’abitato che tuttora lo mantiene e che lo aveva già assunto nel X secolo.  […]. E comunque evidente che in epoca altomedievale si ebbe questo passaggio di denominazione da un sito all’altro, non diversamente da quanto avvenne per Capua antica (oggi Santa Maria Capua Vetere) e moderna (anticamente Casilinum).

Chiarita la Storia e l’identificazione di Castel di Sangro con (l’unica) Aufidena, prepariamoci ad ammirare le testimonianze del suo passato.

I Sanniti/Pentri dopo avere partecipato al rito sacro della fondazione di Bovaianom/Bojano ed alla scelta dei capisaldi di confine con gli altri popoli consanguinei e loro confinanti, tornarono a percorre il tratturo Pescasseroli- Candela per insediarsi nella pianura attraversata dal fiume Sangro e, come era accaduto per Bovaiannom/Bojano ed accadrà per gli altri insediamenti, costruirono la fortezza di Aufidena sulla sommità della collina per controllare, difendere il territorio circostante e comunicare rapidamente con gli altri centri.

Lasciando il centro cittadino, visitiamo l’insediamento sannitico/pentro.

Di StefanoLa cinta di Castel di Sangro è edificata su di un rilievo calcareo dalla conformazione molto particolare: il colle è caratterizzato da una cima allungata (quota 1004 m), lunga poco più di un centinaio di metri, la quale sul versante settentrionale si allarga fino a raggiungere gli 80 m. […].

Alle pendici meridionali di questo colle si trova il centro abitato di Castel di Sangro. […]. La fortificazione si presenta come la congiunzione fra una cinta apicale ed una di pendio. La cinta “superiore” muniva la parte sommitale del rilievo di quota (1004 m), limitandosi a seguirne la conformazione. […]. La lunghezza complessiva della cinta superiore è stimabile intorno ai 700 m, e la sua forma irregolare era dovuta alla conformazione irregolare del colle. […]. La lunghezza complessiva della cinta di pendio era di circa 550 m, per una lunghezza totale delle due cinte di circa 1250 m ed una superficie interna quantificabile intorno ai 61.750 metri quadrati. (vedi figura).

Scavi archeologici recenti, scrive http://www.archeoclublaquila.it, hanno dato alla luce resti di abitazioni e di balneum, una piccola culina (cucina), statue e fistulae di piombo e una iscrizione in lingua osca

 

Mattiocco (1989) descrive l’assetto urbano della civitas Aufidena/Castel di Sangro: potrebbe affacciarsi anche l’ipotesi, comunque neppure in questo caso suffragata da alcuna prova obiettiva, di un prolungamento verso il basso del perimetro murario destinato, a somiglianza di quanto è documentato altrove (Bovianum, Lucus Angitiae), a racchiudere l’abitato vicano sottostante che, in epoca romana, assumendo decise connotazioni di tipo urbano, ebbe sicuramente un suo proprio apparato difensivo. (sarà illustrato nella puntata conclusiva).

L’insediamento fortificato dei Sanniti/Pentri di Aufidena/Castel di Sangro.

Interessante è la visita alla sezione dedicata alla collezione archeologica esposta nel Museo civico Aufidenate, ubicato presso l’ex convento della Maddalena, per conoscere le poche testimonianze di quanto seppero realizzare quei “rozzi pastoriSanniti/Pentri stanziati nel territorio dell’AltoSangro.

Possiamo ammirare, oltre al complesso religioso, due bronzetti votivi di Ercole in assalto, secc. IV a. C.: teneva nella mano destra la clava e nella sinistra la leontè (la pelle del leone nemeo, trofeo della sua prima fatica), oggi smarrito; una lamina di bronzo raffigurante un toro (sannitico).

Il MuseoCivicoAufidenate. (foto Abruzzoturismo.it),

Ed una serie di steli di epoche diverse, di cui 2 con dedica a lettere dell’alfabeto osco appreso dai Safini/Sabini/Safini/Sanniti intorno al VIV sec. a. C. in occasione della loro presenza nel territorio campano abitato dagli Opici, Ausoni e da coloni etruschi e greci, dalla cui fusione si originarono gli Oschi o Osci.

                                             
Lasciamo la città di Castel di Sangro e procediamo lungo la S.S. 17, ma prima di incamminarci sul tratturo Pescasseroli-Candela dal ponte della Zittola, deviamo sulla strada a destra verso il centro di Alfedena di cui, visto quanto illustrato per Aufidena = Castel di Sangro, ancora ignoriamo l’antichissimo nome. (vedi figura).

Procediamo sempre nel territorio sannita pentro, dove recenti scoperte archeologiche (www.teleaesse.it) testimoniano la frequentazione del sito di Campo Dragone di Scontrone, già dalla prima età del ferro (IX secolo a. C.) all’età romana (dal II- I a. C. all’età imperiale). (vedi figura).

Un piccolo tassello in più per testimoniare la presenza dei Sanniti/Pentri e dei loro consanguinei, discendenti dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, nei loro territori tra i secoli XI-IX a. C..

Arrivando in Alfedena e visitando il suo antichissimo insediamento fortificato, abbiamo la conferma della sua costruzione e del suo utilizzo per difendersi, per controllare e per comunicare, fin dai secc. XI-IX a. C. e non tra i secc. V o IV a. C., impegnati come erano, soprattutto i Carecini, i Pentri, gli Irpini e i Caudini ad invadere e conquistare alcune città del territorio campano.

Di StefanoLa fortificazione di Alfedena-il Curino è posta presso le pendici occidentali della cresta del monte Arazecca, presso il valico del tratturo Pescasseroli-Candela e la strettoia del fiume Sangro presso Barrea. […]. Sul valico della Forca, presso Alfedena, incombono non solo la già citata cinta del Curino ma anche la contigua cinta di Civitalta, da cui si ha il controllo completo dell’area. […]. La più nota è sicuramente quella sul monte Civitalta (quota 1190 m); le scarse evidenze rendono difficoltosa, a tutt’oggi, una precisa identificazione tipologica della cinta[…].

Il Curino, generalmente identificato con l’Aufidena sannitica, è una fortificazione definibile come “cinta pluriapicale con vallecola interna”. Il circuito delle muralungo circa 1750 mcinge una serie di cime disposte parallelamente con orientamento nord-sud.  (vedi figura).

                     

Civitalta di Alfedena e la valle del Curino di Alfedena vista da Civitalta (Mattiocco).

Per riposare dopo dell’impegnativa escursione per conoscere l’antichissima residenza dei Sanniti/Pentri nel territorio della moderna Alfedena, completiamo la visita nella zona archeologica (vedi figura) e, soprattutto, al Museo Sannitico Comunale “A. De Ninno”, per conoscere quanto di bello ed interessante realizzarono e abitualmente utilizzavano quei “rozzi pastori”.

Dell’Orto-La Regina (1978), ricordano che le più antiche tombe, prive di rivestimento, furono datate da Mariani (relazione 1901) al VII a. C.; mentre furono datate tra il VI e V quelle con rivestimenti a lastroni.

La loro cultura per il bello è testimoniata dalle serie di manufatti documentati e descritti accuratamente da Dello Orto-La Regina

Lasciato il Museo di Alfedena, torniamo sui nostri passi: dal ponte della Zittola seguiamo per un tratto il tratturo Castel di Sangro-Lucera per la località Castello di Montanto, sita a nord e sul tratturo Castel di Sangro-Lucera; volendo, è possibile fare una escursione nel suo centro fortificato sulla sommità di monte Castello, costruito alla quota di 1.199 mt..  

Scrive Mattiocco: il muro corre per circa 400 metri tutt’intorno alla sommità dell’altura seguendone la morfologia piuttosto irregolare, rasentando la cresta lungo il versante di NW, per poi piegare verso settentrione, flettere a gomito per discendere con una curva ad ampio raggio lungo il pendio orientale e risalire in quota verso occidente fino a chiudere un’area di circa 8.500 mq.. (vedi figure).

     

 

epigrafe osca rinvenuta a Montalto agli inizi del 1800. https://it.wikipedia.org/

Dopodichè, percorriamo la strada che ci porta in Fòrli del Sannio per apprezzare un altro insediamento sannita/pentro intelligentemente localizzato dai giovani migranti Sanniti, denominati Pentri.

Prima, vale la pena chiarire quale è la vocale tonica del toponimo Forli: Fòrli o Forlì ?

Il toponimo, Fòrli è esatto; deriva dal nome antico medievale di Fòrulum/Fòruli, al pari del nome del fiume Forulo/Forulus, che scorre nei pressi, ricordato nel Chronicon Vulturnense (XII sec.) e come riporta E. Danti (sec. XVI) nelle carte geografiche conservate nella Galleria delle Carte geografiche in Vaticano: Fuorli. (vedi figura).

Ergo, nulla a che vedere con il toponimo Forlì, capoluogo di provincia dell’Emilia e Romagna, ricordato con esattezza dalla Storia per l’origine da fòrum Lìvii, dove la prima ì divenne vocale tonica: For(um)(vii).

Secondo la descrizione di De Benedittis e di Cecilia Ricci (2007): La fortificazione di Castel Canonico si pone nell’alta valle del fiume Volturno tra due antiche città romane: Aufidena al nord ed Aesernia al sud. […]. Il territorio di Forli è costeggiato da due tratturi: il Pescasseroli-Candela ad ovest ed il tratturo Lucera-Castel di Sangro ad est. Sono questi due percorsi, quelli tratturali e quello della valle della Vandrealla, a rappresentare nel tempo gli elementi di congiunzione tra Aufidena a nord ed Aesernia a sud.

Le mura di Castel Canonico delimitano un’area approssimativamente romboidale di circa 21.000 mq; il perimetro è di poco più di 600 m (612 m). Le dimensioni dei perimetri delle fortificazioni sannitiche variano: alcuni superano i 5 km, altri non raggiungono i 400 m per cui quella di Forli si colloca tra quelle piccole.

Le mura in alcuni tratti non hanno continuità in quanto utilizzano, quando c’è, la presenza della roccia affiorante, soprattutto sui lati scoscesi; è in particolare utilizzato questo sistema sui lati sud ed est, dove il pendio è molto ripido e quindi difeso già dalla conformazione naturale.

Riprendiamo il tratturo Pescasseroli-Candela, lungo un  percorso molto accidentato e, seguendo la S.S. 17, prima di arrivare nella città di Isernia, possiamo visitare i centri di Miranda e di Castelromano.

Miranda si caratterizza per la localizzazione del suo antico borgo: fu posto per controllare la via tra il territorio isernino, attraversato dal tratturo PescasseroliCandela, ed il territorio pertinente ai centri di Carovilli e di Pescolanciano posti sul percorso del tratturo Castel di Sangro-Lucera, difeso e controllato dai rispettivi centri fortificati sanniti/pentri.

Nulla si conosce di Miranda nell’epoca in cui si insediarono i Sanniti/Pentri, ma per quanto illustrato, occupava una posizione strategica.

Del suo antico passato abbiamo unicamente un rilievo funerario dei Paccii, scrivono Dell’OrtoLa Regina: al centro il padre e la madre del personaggio che, verso la metà del I sec. a. C., fece costruire il sepolcro; questi è rappresentato a sinistra; a destra la sorella: C. Paccius L. V <o>ltinia Capito ex < testamento> sibi et suis fieri i [ussit]; / L. Paccio patri, Neratia matri, Pacciae sorori.

La scultura era pertinente ad un monumento funerario e fu rinvenuta nel vallone S. Lucia distante 2 km. dal paese.

I personaggi (da sn.): il piccolo figlio C. Paggio Capitone; il padre L. Piaccio; la madre Neratia e la figlia Paccia. (www.romanoimpero.com).

Lasciando Miranda, raggiungiamo a destra, lì di fronte, a sud, Castelromano, odierna frazione di Isernia; nelle cui vicinanze, ad ovest, alla quota di circa 800-900 mt., fu costruita una fortificazione sannitica di cui ancora si ignora il toponimo.

Occupa un’area pianeggiante di circa 300 ettari, scrive www.molisealberi.com/isernia; mentre https://it.wikipedia.org/wiki/Tuttora si conservano resti di tre imponenti cinte murarie poste a difesa di un insediamento fortificato (oppida) ed un ingresso largo circa 4 metri dov’è ancora visibile la pavimentazione stradale, risalente ai secoli III secolo a.C. e IV a.C., (?) abitato dai Sanniti della tribù Pentra […]. L’abitato, che occupava l’area pianeggiante alle pendici del monte, era difeso da mura in opera poligonale, ben individuabili sul lato est, mentre il lato occidentale era protetto da uno strapiombo naturale. Di questa prima struttura si individua, in prossimità della porta, un raddoppiamento delle mura su livelli diversi. A sud dell’abitato, in località Croce, una seconda cinta muraria proteggeva il sepolcreto con decine di tombe, attualmente indagate solo in parte. Una terza fortificazione alla sommità del monte delimitava un’area ricca di materiale archeologico affiorante. Le mura sono realizzate con grossi massi sbozzati e più o meno squadrati, sovrapposti con una certa regolarità, con scaglie irregolari negli interstizi.

Riprendiamo il cammino per prepararci ad una attenta visita alla città di Isernia fondata sì dai Sanniti/Pentri nel secolo XI-IX a. C., ma protagonista di una lunghissima Storia iniziata circa 750.000 anni e documentata dalla scoperta, anni addietro, di un “giacimento paleolitico”; ma questa è tutta un’altra Storia.

Prima di conoscere quanto di interessante può offrirci Isernia, è bene chiarire l’utilizzo improprio del toponimo Pentria per identificare il territorio pertinente alla provincia di Isernia.

Scrive in merito La Regina (1984): Una denominazione di territorio costruita sull’etnico <Pentri> non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium>. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica.

Capito, soprattutto voi divulgatori di notizie ?

Conosciamo l’origine del toponimo: Isernia.

Un frammento di vaso rinvenuto nel santuario italico di Campochiaro, dedicato, come vedremo, a Hercul Rani (Ercole), con dedica, scrive Capini (2000), ad Ercole. Hercules Aesernius assume l’epiteto dal tema del nome italico del massiccio del Matese (*aisern-), donde anche Aesernia. Datazione: III sec. a.C..

Del centro sannitico, (di Isernia) come sostiene anche La Regina, che doveva esistere nella stessa località non sappiamo praticamente nulla. Nel 263 a. C. vi venne dedotta una colonia latina destinata a controllare questo nodo strategico.

Infatti, avrete notato al nostro arrivo in Isernia la sua localizzazione: controllava le 2 strade principali indispensabili per gli spostamenti dei Sanniti/Pentri: la 1^ conduceva alla città sannita/pentra di Venafro, sita a confine con il Lazio ad ovest e con la Campania a sud; la 2^ era l’importante via consolare Minucia da noi seguita dal territorio dei Sanniti/Sabini per giungere nei territori dei Sanniti/Vestini, dei Sanniti/Peligni ed infine in quello dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Pertanto, il territorio pertinente alla colonia latina di Aesernia, era la classica < spina nel cuore > per i Sanniti/Pentri che, pur amministrando la rimanente parte del loro territorio con sovranità limitata, avevano perso per sempre la libertà dopo la definiva conquista nell’anno 305 a. C. di Bovaianom, loro città madre e capitale, divenuto Bovianum, nome assegnato alla civitas romana dai conquistatori.

          

La città di Isernia localizzazione nevralgica per le comunicazioni. (a sn,).  Il territorio pertinente alla colonia latina di Isernia. (a ds.).

Il radicale intervento edilizio dei conquistatori Romani, come accadde per gli altri insediamenti sanniti non costretti a trasferire il loro primo insediamento, vedi il caso della pentra Bovaianom, ma non della pentra Saipins trasferita dal sito montano alla pianura, anche per la “prima” Isernia ha lasciato poche testimonianze della presenza dei Sanniti/Pentri.

Conferma La Regina: Questo impianto, riferito all’intervento Romano, corrisponde alla colonia latina, mentre ignoriamo completamente l’aspetto del precedente insediamento sanniti.

Ciò che oggi possiamo ammirare di quell’epoca, ricorda La Regina: I più antichi resti superstiti sono quelli delle mura in opera poligonale di calcare travertinoide, classificabili nella < terza maniera > e il tempietto sottostante alla cattedrale, che appartengono certamente alla colonia del 263 (a. C.). 

F. Valente (2010), scrive: Un tratto realizzato anch’esso in muratura ciclopica lo vediamo infatti riaffiorare all’interno del cortile del monastero di S. Maria delle Monache. Se poi controlliamo la distanza del primo tratto dall’asse del decumano maggiore, oggi via Marcelli, vediamo che è uguale alla distanza del secondo pezzo rispetto al medesimo asse misurato all’altezza del monastero predetto. Potrebbe in questo caso, rendersi plausibile l’ipotesi che il tratto poligonale, essendo realizzato da maestranze diverse, sia anteriore a quello della colonia latina e posteriore alle guerre sannitiche

Una necropoli scoperta presso la località Quadrella, ricordata anche da Garrucci (1848): testimonia l’occupazione Romana pubblicando alcune delle iscrizioni funerarie; mentre il sito www.molise.org/territorio/Isernia, scrive, “sic et simpliciter”: Ad Isernia ci sono state scoperte di tombe e monumenti funerari attinenti alle necropoli che si svilupparono sulle strade che conducevano fuori la città. Una delle necropoli è stata rinvenuta in località Quadrella, posizionata a sud di Isernia. La necropoli inizia dall’unione dei fiumi Carpino e Sordo con il fiume Cavaliere e prosegue lungo la strada che passa sulla riva destra del Cavaliere.

Interessante è la visita alla cattedrale di Isernia, sede vescovile fin dal V sec.; scrive Dell’OrtoLa Regina: La cattedrale di Isernia è fondata su un edificio antico di cui sono tuttora evidenti i resti sul lato lungo del Corso Marcelli per un tratto dei 13 metri. Essi sono pertinenti al podio di un tempio che nel profilo delle modanature si collega a modelli di ambiente latino di epoca arcaica, che però hanno avuto notevole diffusione nell’Italia centrale, durante il III secolo a. C., in connessione con deduzioni di colonie latine o con assegnazioni viritane. Il tempio di Isernia non è dunque anteriore alla datazione di deduzione della colonia latina di Aesernia (263 a. C.), ma anzi da mettere in relazione con la fondazione stessa: sarà stato costruito quindi negli anni immediatamente successivi.

La Regina: L’altare del tempio è probabilmente quello conservato nell’imposta del vecchio arco medievale di S. Pietro, che presenta la stessa tipica sagoma del podio. Nello stesso arco sono inserite quattro statue antiche di ignota provenienza.

 Nel locale Museo archeologico Santa Maria delle Monache dovrebbe essere esposta la Base di donatario con dedica dei Samnites inquolae. Il pilastrino, scrivono Dell’Orto-La Regina, che sosteneva in origine una statuetta bronzea di cui restano gli incassi sul piano superiore, ed una iscrizione dedicatoria parzialmente distrutta. La dedica èanteriore alla guerrasociale, e d’altra parte la forma inquolae, indica una datazione alta nell’ambito del II secolo a. C..

E’ interessante la valutazione storica di Dell’Orto-La Regina della dedica dei Samnites: ci fornisce una documentazione sull’organizzazione degli abitanti originari del luogo, privati di capacità politica e ridotti nella condizione di stranieri residenti, incolae, cui erano riconosciuti limitati diritti civili, nella struttura politica e sociale della colonia latina:

Samnites  /  inquolae /  v.  d.  d. ; / mag(istri) / C. Pomponius

f.  /  C.  Percennius   L.  f. /  L.  f.  /   L.  Satrius  L.  f.  /  C.  Marius No.  f.

Il gentilizio Satrius identifica un magistrato eponimo sannitico, un meddix tuticus del II secolo a. C., impresso su tegole prodotte a Bovianum: m.  t.  tr.  Sadri.  Tr..

Altra importante struttura monumentale degna di una visita è l’acquedotto romano scoperto nel sottosuolo della città di Isernia, costruito in occasione della fondazione della colonia latina.

Valente (2008) scrive: si sviluppa nella prima parte per una lunghezza di circa 3.300 metri congiungendo il “caput aquae”, presso la montagna di S. Martino, al serbatoio principale, situato nelle immediate vicinanze della porta decumana superiore della città. La seconda parte, per una lunghezza di circa 1.100 metri, è invece interamente compresa nel centro urbano e segue l’allineamento del decumano maggiore della città fino alla porta inferiore verso Venafro. (vedi figura).


Tra gli insediamenti dei Sanniti/Pentri, Isernia fu il 1^ ad avere una propria zecca e a battere moneta, testimoniata da molti esemplari sparsi per il mondo nei musei o presso collezioni private.

Tra i conii più antichi le cui immagini si ispirarono ad alcuni simboli campani, si conoscono dagli esemplari rinvenuti nel santuario italico Hercul Rani di Campochiaro e conservati presso il Museo Sannitico di Campobasso (vedi figura).

Una delle monete (la 1^ della figura) coniata tra il 280-268 a. C. reca la leggenda AISERNINO davanti alla testa di Apollo e a rovescio la figura del Toro androprosopo gradiente a ds.  con volto di rospetto, coronato da Vittoria.

La leggenda AESERNINO conferma: chi nasce in Isernia è ISERNINO, non è ISERNIANO.

 


La città di Isernia tornerà protagonista della Storia dei popoli italici quando, aderendo alla ribellione contro Roma in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), sarà la 3^ capitale della Lega dopo la conquista di Corfinium/Corfinio, 1^ capitale e di Bovianum/Bojano, 2^ capitale.

Nell’occasione, con una zecca mobile al seguito dei ribelli italici, come era accaduto in Corfinio e in Bojano, furono coniate le monete anche in Aesernia .

Prima di lasciare Isernia è opportuno ammirare la Fontana Fraterna; Valente, scrive: E’ sicuramente il monumento più intrigante e misterioso di Isernia per l’assoluta incertezza nella conoscenza delle sue origini, della sua storia e delle sue evoluzioni architettoniche nel tempo. Alla carenza di informazioni, poi, si sono aggiunte fantasiose e folkloristiche interpretazioni epigrafiche che hanno finito per creare ulteriori dubbi e deviazioni interpretative sulla storia di questa straordinaria fontana che, comunque, è una delle più belle dell’Italia minore.

Sono tante le fantasie nate intorno alla storia di questa fontana, ricordate da Valente: Dobbiamo tenerci la Fontana della Fraterna così come è oggi, immaginando che Celestino V l’abbia benedetta quando era in vita, che AE PONT sia un pezzo del mausoleo di Ponzio Pilato, che il moderno restauro sia una cosa fatta bene e che la certezza scientifica sia solo una scomoda avversaria della fantasia?
Ovviamente le cose non stanno proprio come ci piace immaginare, ma a volte gli uomini preferiscono una suggestiva verità ad una scomoda certezza.

Noi, ammirando il monumento così come l’ha illustrato Valente, sottolineiamo: Celestino V, oltre a non essere nato in Isernia, non esiste una testimonianza della sua benedizione alla fontana; inoltre, la scritta AE PONT non era pertinente ad un mausoleo di proprietà della famiglia di Ponzio Pilato, vista la “manipolazione” alle alla epigrafe originale AE PONT, interpretata arbitrariamente: (famili)AE  PONT(iae) = famiglia Ponzia.

 Il giudizio degli esperti, illustra e clamorosamente smentisce:

Di età classica sono pure i due frammenti di epigrafe (CIL. IX, 2636, 2718): il primo (AE   PONT) è leggibile come (Nerv)AE   PONT(ific). (I.RE.S.S.MO.- Sopr. Arch. del Molise, 2001).

 

Ammirata la Fontana Fraterna, riprendiamo il cammino verso est, uscendo dalla città di Isernia e percorrendo la S.S. 17 sotto il vigile controllo del caratteristico centro medievale di Pesche: “appiccicato” alle pendici della sua montagna, probabilmente, data l’importanza strategica del territorio, vi esisteva un insediamento sannitico  fortificato. (Vedi figura).

 

La strada in salita è dominata e controllata dall’attuale centro di Pettoranello di cui sappiamo da http://www.comune.pettoranellodelmolise.is.it: […]. A testimoniarne la presenza, nello specifico dei Pentri, sono state rilevate tracce di una fortificazione costituita da una cinta muraria che circonda l’altura di “Castelluccio” e percorsa all’interno da un sentiero che si collega alla piana di Pantaniello e al fiume Carpino, presumibilmente a controllo e difesa della valle del fiume, importante via di accesso all’Alto Molise, ossia il Sannio/Pentro settentrionale. (vedi figura).

Proseguendo e superando il valico di Castelpetroso, spartiacque tra il versante tirreno ed il versante adriatico, ci appare, come accadde per la prima volta ai 7.000 giovani Sanniti/Pentri, l’ampia e fertile pianura estesa a settentrione del Massiccio del Matese, con la maestosa figura di monte Miletto (2.050 mt.) e di monte Gallinola (1.923 mt.) ancora ammantati di neve e, non visibile e più lontano, c’è il monte Mutria (1.822 mt.).

Sicuramente furono sorpresi e con un “nodo alla gola” e con un po’ di “nostalgia”, ricordarono le montagne che avevano abbandonate ed ancora innevate: il monte Terminillo (2.217 mt.), il monte Giano (1.820 mt.) ed il monte Nuria (1888 mt.).

La meta indicata e descritta dall’oracolo custodito presso il lago di Cotilia stava per essere raggiunta.

Oreste Gentile.

(Contiuna).

C’E TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. 4^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.): IL PERCHE’ DI UNA SCELTA E L’ARRIVO.

novembre 23, 2020

Il nostro itinerario, ripercorrendo il CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI al tempo della loro migrazione dalla Sabina, abbandona il tratturo Celano-Foggia per utilizzare un tratto della S. S. 17 verso Castel di Sangro, già Aufidena, toponimo del municipio romano e, precedentemente, dell’antico sito sannita/pentro localizzato nella odierna Alfedena.

Seguendo la cronologia di quanto accadde tra i secc. XI-IX a. C., il gruppo dei 7.000 giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ricordati da Festo, dal territorio dell’attuale Castel di Sangro, dovevano proseguire (e noi con loro), verso sud est in cerca di una nuova terra in cui prendere stabile dimora, ma si trovarono a dovere fare una scelta dell’itinerario da seguire: il tratturo Castel di Sangro-Foggia o il  tratturo Pescasseroli-Candela ? (vedi figura).

Se avessero scelto di proseguire lungo il trattuto Castel di Sangro-Foggia, ai loro occhi si sarebbe presentato, stando a quanto avevano riferito i loro “esploratori”, un territorio molto diverso dal luogo natio,                        abituati come erano alla presenza di una o più pianure, di abbondanti sorgenti d’acqua per sviluppare meglio ogni tipo di coltura ed alla presenza di colline e di montagne; ma la scelta era soprattutto condizionata dal desiderio di fermarsi in un territorio che rendesse più agevole anche le comunicazioni con i popoli confinanti di origine diversa.

I consanguinei, anch’essi migranti, per fondare la città madre e capitale, avevano priviligiato i territori pianeggianti, circondati da montagne o da colline, nei pressi di un fiume, di un lago o di una palude: Ascoli Piceno per i Piceni; Pinna per i Vestini; forse Capradosso (?) per gli Aequi; San Benedetto dei Marsi per i Marsi; Sulmona per i Peligni; Chieti per i Marrucini; Lanciano per i Frentani; Benevento per gli Irpini; Montesarchio per i Caudini; Petelia per i Lucani.

Meno fortunati erano stati i consanguinei Carecini che, suddivisi Infernates (Inferiori) con capoluogo Juvanum/Montenerodomo e Supernates (Superiori) con capoluogo Cluviae/Piano Laroma/Casoli, pur avendoli fondati in una zona più o meno pianeggiante, il restante territorio era prevalentemente montuoso.

Infatti, scrisse Salmon (1977): Forse il loro nome contiene la stessa radice del celtico *carreg, <roccia> (vedi anche l’inglese crag), a cui è stato aggiunto il suffisso latino -no. In altre parole i Carecini, come gli Ernici, erano uomini delle rocce.

Il tratturo Castel di SangroLucera, si dirigeva, infatti, verso est (Vastogirardi-Carovilli) con un percorso altimetrico variabile: montana > 900 mt. per 9 km.; sub montana 600-900 mt. per 42 km.; collina per 200-600 mt. per 16 km. (dati Unimol). (vedi figure).

Lambiva a sud il territorio oggi denominato Alto Molise (oggi denominato erroneamente Alto Sannio): L’area dell’alto Molise si estende dalla provincia di Isernia fino al confine con le province di Chieti e dell’Aquila. E’ costituita perlopiù da una struttura collinare-montuosa con pochi tratti pianeggianti coincidenti con le vallate del fiume Trigno e del fiume Sangro (http://regione.molise.it); ed a nord, sempre nell’ Alto Molise, più accidentato era il percorso del tratturo L’Aquila-Foggia.                                                                                                                  All’epoca, essendo i percorsi tratturali delle vere e proprie vie di comunicazione, nella stagione invernale sarebbero stati impraticabili e per lungo tempo preclusi al traffico.

Più agevole era il percorso del tratturo PescasseroliCandela: dal territorio di Castel di Sangro, si dirigeva verso sud est (Rionero Sannitico-Isernia), con un percorso altimetrico: montana > 900 per 4. 2 km.; sub montana 600-900 mt. per 15 Km; collina per 200-600 mt. per 40 km..

Perciò, dal ponte della Zittola, anche noi riprendiamo il cammino seguendo le orme del gruppo dei 7.000 giovani di ambo i sessi, guidati da Comio Castronio e dal BUE, aninale sacro al dio Mamerte (Marte dei Romani), come ricordò Festo (II sec. d. C.), lungo la S. S. 17, già via consolare Minucia (221 a. C.) che per lunghi tratti segue il tratturo Pescasserroli-Candela

E’ ipotizzabile la conoscenza di Comio Castronio e dei giovani migranti della meta da raggiungere: non si improvvisa una partenza e la presa di possesso di un territorio sconosciuto.

Nei periodici spostamenti per condurre le loro gregge verso i territori pianeggianti della Daunia, ebbero l’occasione per valutare e per scegliere il territorio dove trasferire per sempre la loro residenza dopo avere concordato con i nativi una pacifica convivenza; uno scontro armato avrebbe decimato il giovane gruppo di migranti.

La meta prestabilita, come riferiscono le fonti storiche e come esamineremo al nostro arrivo, NON poteva che essere la vasta pianura di circa 100 kmq., posta a settentrione della catena del Massiccio del Matese. (vedi fotografia Ass. Falco).

                                                                                                                                                                                                        All’epoca (e non solo), lo sviluppo di una comunità si realizzava con la fondamentale presenza di acqua, di una vasta area pianeggiante, di colline, di montagne e di “comode” strade.

Il gruppo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si denominarono Pentri, provenivano, come illustrato nella 1^ puntata, dalla Sabina, precisamente dalla vasta pianura reatina e dalla pianura nei cui pressi vi era il lago di Cotilia (Cutilias aquas) ricco di leggende: si tramanda l’esistenza in esso di un’isola galleggiante (era una fitta ed alta vegetazione spontanea lacustre mossa dal vento) etc..

I giovani migranti avevano già scelto un territorio quanto meno simile al luogo natio, ossia la pianura a settentrione della catena del Massiccio del Matese che più di altre, avrebbe soddisfatto le loro esigenze di vita e di sviluppo: l’acqua, la presenza di un lago o di una palude, i boschi, le colline e le montagne. (vedi figura).

La pianura reatina e la pianura bojanese a confroto.

La leggenda, impadronitasi della Storia, ricordò sia la scelta fatta dal BUE di fermarsi nella pianura bojanese, sia la scelta fatta dai giovani Pentri di dare alla loro città madre, alla loro capitale, il nome BOVAIANON/Bojano, in ricordo del BUE animale a loro sacro.

Una eccezione, se esaminiamo l’origine dei nomi degli altri popoli Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: fu deciso di derivarli dalla razza dell’animale scelto come totem/guida: i Piceni dal picchio, gli Aequi dal cavallo, gli Irpini da hirpos; mentre le altre popolazioni consanguinee derivarono il nome da quello dei loro condottieri, dal nome di uno degli dei protettori, dal toponimo di una città già esistente o dal nome di un fiume, etc..

I 7.000 giovani si nominarono Pentri, derivandolo, scrisse Salmon, dalla radice celtica pen-, ossia sommità pertinente alle colline ed alle montagne su cui costruirono i loro primi insediamenti idonei per il rifugio e difesa, per il controllo della pianura sottostante e delle vie di comunicazione, nonché per comunicare rapidamente fra loro di giorno con  i raggi riflessi del sole e con il fumo; di notte con il fuoco.

La scelta di localizzare la loro città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, non è dato sapere quanto sia stato casuale: risulta essere al centro di una ipotetica circonferenza ed equidistante dalle capitali (città madre) degli Irpini, Benevento, dei Caudini, Caudio, dei Campani, Capua e dei Sidicini, Teano.

Ancora oggi, con un comodo percorso, possiamo fare una deviazione al nostro cammino per raggiugere la sommità di monte Crocella, a 1040 mt., già Colle pagano, sede di una tipica fortificazione megalitica costruita su un terrazzamento con grosse pietre non lavorate. (vedi figure).

Da monte Crocella il visitatore può ammirare tutto il territorio occupato dai Pentri fino ai confini, partendo da ovest verso est, con i territori dei consanguinei: Peligni, Carecini, Frentani, Dauni (altra origine) e gli Irpini.              Da qui, controllavano e comunicavano all’istante con le altre fortificazioni costruite sulla sommità delle colline e delle montagne.

Non solo, proprio l’unicità della sua localizzazione (siamo sempre nel campo delle ipotesi, sostenute dalla realtà) permise ai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti del popolo dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini, di scegliere e fissare, con una cerimonia all’epoca ritenuta sacra, i capisaldi dei confini tra i loro territori (come dimostra la figura).

Pertanto, monte Crocella potrebbe essere identificato con il colle chiamato Sacro ricordato da Dionisio (I sec. a. C.) nel Sannio: i consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti; e con il collem cui nome erat Samnio, ricordato da Festo (II sec. d. C.), occupato dai hominum septe milia duce Comio Castronio.

Alla luce di quanto finora illustrato e senza troppo disquisire, è possibile precisare: il colle chiamato Sacro da Dionisio non poteva avere il nomen erat Samnio ricordato da Festo, da cui sarebbe successivamente derivato il nome Sanniti: i 7.000 giovani, per la loro origine, già erano Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Inoltre, anche la descrizione fatta da Strabone (I sec. a. C.) è fuori dalla realtà:                                                              I giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti NON giunsero in un territorio abitato dagli Opici, ma da gente di cui ancora è sconosciamo l’identità.

Eppure, STRABONE conosceva la realtà: Antioco dice che questa terra (la pianura campana) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e che Polibio (210/128-203/121 a. C.) distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Torniamo alla nostra Storia ed al nostro cammino.

Da monte Crocella possiamo godere la vista di Civita Superiore di Bojano, già Bovaianon, il primo insediamento dei Pentri,  e vedere le poche testimonianze dell’epoca: brevi tratti di 3 terrazzamenti utilizzati per vie di accesso e, successivamente, per le fondazioni delle mura del castrum medievale (lato sud);  nonchè quanto rimane di un muro in rozza opera poligonale all’ingresso ovest. (vedi figure).

Come erano i TERRAZZAMENTI SANNITICI. (Santuario italico di Ercole presso Sulmona.)

Possiamo osservare come si sviluppò Bovaianom: dalla sommità della collina posta a 750 mt. s.l.m., con una serie (4-5) di terrazzamenti in rozza opera megalitica, “scese” lungo le pendici nord della collina, costruendo, a metà di esse (oggi contrada La Piaggia-san Michele) un insediamento fortificato più ampio.   

Quanto finora descritto ed osservato, corrisponde a quanto scrisse Appiano (II sec. d. C.) e ricordato da De Sanctis (1976): La città, che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianura, inviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

Succesivamente i terrazzamenti, dopo la 3^ fortificazione, scendevano verso valle (vedi figura), per terminare

 con un lungo muro di sostegno in opera poliginale e di epoche diverse, lungo il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela che, avendo abbandonato il suo percorso rettilineo nella pianura, seguiva la base della collina per riprendere, successivamente, il suo percorso verso il “passo di Vinchiaturo” e la pianura di Sepino.

Il motivo della deviazione del percorso del Tratturo PescasseroliCandela ?

La presenza di un lago o di una palude, una presenza già ricordata nei territori dei Sabini, dei Peligni e delle altre popolazioni della stessa stirpe Safina.

L’ipotesi si basa: 1°. L’inaspettata deviazione (da ovest-est a sud) del percorso del tratturo verso la base della collina. 2°. L’esistenza del toponimo Guado della foce localizzato all’inizia della suddetta deviazione. 3°. L’esistenza nella stessa località del toponimo Paduli di sotto (di Paduli si  conosce bene il significato) 4°. Il nome del fiume Biferno prese origine, scrisse Cianfarani: nell’antico nome dell’attuale Biferno, Tifernum, si può ravvisare la parola pregreca tiphos, palude, e typheLa tifa è una pianta palustre molto diffusa, caratterizzata da steli lunghi e sottili, che possono raggiungere i 150-300 cm e che culminano in spighe dall’aspetto caratteristico “a tubo”, di colorazione marrone. La specie più nota è la Typha latifolia. (vedi figura).

5. La recente scoperta della “strada romana” al di sotto del fiume Calderari, dimostra che il suo corso non aveva un percorso regolare e le acque scorrevano in altre zone della pianura, probabilmente, senza una regolarità.

Ergo, una parte della vasta pianura di Bojano, proprio dalla località dove devia il tratturo Pescasseroli-Candela era occupata da una palude o da un lago.

Per il controllo, la difesa e per le comunicazioni, oltre agli insediamenti sorti nella pianura, furono costruiti gli insediamenti difensivi sulla sommità delle colline e delle montagne: i centri fortificati dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Pertanto, facendo sosta nella città di Bojano si possono iniziare una serie di visite camminando lungo il tratturo Pescasseroli-Candela sulle orme dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri, per conoscere ed apprezzare i centri fortificati ed i santuari: i loro luoghi di culto, scoperti e solo in parte restaurati. (vedi figure)

 

I centri fortificati nel territorio dei Pentri. 1. Aufidena. 2. Castel di Sangro. 3. Castiglione M.M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

 

Le fortificazioni site a sud e di fronte a Bovaianom/Bojano.

Percorrendo oggi il tratturo Pescasseroli-Candela, la nostra presenza, come accadeva nell’antichissimo passato, non sarebbe sfuggita a chi fosse stato presente in uno dei numerosi centri fortificati finora scoperti sulle sommità delle colline e delle montagne. (vedi figura).

I centri fortificati prossimi (nella linea azzurra) al percorso del tratturo Pescasserolo-Candela. 1, Alfedena. 2. Castel di Sangro/Aufudena. Fuori dal territorio molisano si localizano e identificano: 3. Castiglione M. M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

La religiosità dei Sanniti/Sabini/Sabelli/Sanniti detti Pentri, si manifestò delimitando in alcune località particolari del loro territorio (la presenza di una sorgente di acqua o di un bosco), una più o meno estesa area sacra, i santuari, dedicati ad uno o più idoli; fra i più adorati: Ercole, la dea Vittoria etc..

Sul nostro cammino lungo il tratturo Pescasseroli-Candela,possiamo visitare

il santuario italico di Hercul Rani (dedicato ad Ercole), così citato dalla Tabula Peutingeriana (III sec. d. C. ?), nella località Civitella di Campochiaro (vedi figura); ed il santuario italico di San Pietro dei Cantoni di Sepino, la pentra Saipins, la romana Saepinum.

Per il santuario pentro dedicato al culto di Ercole da S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; […]; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..                                                                                                Inoltre, (Sannio Pentri e Frentani ….1980): []; le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C., quando un incendio…

Una delle ultime scoperte ha migliorato le nostre conoscenze  del santuario italico delle Civitelle di Campochiaro e dell’origine del toponimo Matese e della città di Isernia.

Per il santuario italico di Sepino: La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.[…]. I materiali più antichi sono decisamente prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. Alcuni degli ex voto rinvenuti nella zona, ed in particolare quelli anatomici, farebbero ipotizzare un culto a carattere salutare, ma si potrebbe pensare a valenze cultuali collegabili alla sfera della fecondità, della riproduzione e della maternità.

Scive Matteini Chiara: il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi. (vedi figura).

La Tabula Peutingeriana citata per identificare il santuario Hercul Rani di Campochiaro, documenta anche una via anonima: iniziava presso Bobiano/Bojano e lo collegava con teneapulo/San Paolo Civitate (FG) e, con una diramazione a nord, con Larino, città dei Sanniti/Frentani.

Certamenta la via anonima non era nata per un caso; era l’antichissimo percorso del tratturello o braccio Matese-Cortile-Centocelle, percorso dalle gregge dai pascoli esistenti sul Massiccio del Matese alla pianura di Bojano e, successivamente, non utilizzando il tratturo Pescasseroli-Candela, si dirigevano a nord est verso le località di Cortile/Campobasso e di Centocelle/Ripabottoni, la località di incontro con il tratturo Celano-Foggia.

Probabilmente furono i Romani a migliorare il suo percorso, prolungandolo nel territorio dei Frentani per raggiungere Geronum/Gerione/Casacalenda e la civitas di Larinum/Larino. (vedi figura).

La T. P.. (in alto). La via consolare Minucia (in alto) da Corfinio, attraverso i territori dei Peligni, dei Pentri, degli Irpini, con un raccordo si collegava alla loro capitale, Benevento. La T. P. (in basso). Una via anonima da Bobiano/Bojano-adcanales/Baranello-ad pyr/Campolieto-Geronum/Gerione/Casacalenda, giungeva a teneapulo/Teano degli Apuli/San Paolo Civitate.

La stessa via anonima della T. P. fu utilizzata dal condottiero Numerio Decimio di Bovianum, divenuta civitas romana dopo la sua definitiva conquista nell’anno 305 a. C., per aiutare l’esercito romano accampato presso Gerione ed infligere la prima sconfitta all’esercito cartaginese prima della disastrosa battaglia presso Canne (2 agosto 216 a. C.); scrisse Livio: Si racconta che costui (Numerio Decimio) per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano (presso Geroniumottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Ergo, i Sanniti/Pentri ed i loro consanguinei che abbiamo imparato a conoscere durante il nostro cammino, non erano soltanto dei “rozzi” (sic) pastori come si è solito stimarli, ma vista la documentazione esistente, avevano anche scambi commerciali oltre mare e, soprattutto, con i Greci.

Dopo la visita di coloro che hanno voluto raggiungere i centri fortificati posti a difesa ed al controllo del tratturo Pescasseroli-Candela  nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, si può, continuando a soggiornare nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, fare un cammino a ritroso per conoscere, con la testimonianza dei numerosi reperti archeologici, i Sanniti/Pentri vissuti nei centri di Alfedena, di Scontrone, di Castel di Sangro, di Isernia, e di Sepino.

Oreste Gentile

(continua).

 

 

 

C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. 3^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.): DAL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/VESTINI AL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/PELIGNI PER ARRIVARE AL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/PENTRI.

novembre 14, 2020

Per arrivare nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Peligni, dopo avere attraversato i territori dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, loro progenitori, e quello dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Vestini, si possono seguire 2 itinerari per proseguire il cammino nella Storia prima di arrivare alla meta: il territorio dove prese stabile dimora il gruppo di 7.000 giovani e giovane Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che, come vedremo, si chiamarono Pentri.

Dopo Navelli, in territorio dei Safini/Vestini, si prosegue verso sud est, non  lungo il percorso del tratturo Centurelle-Montesecco per le località di Collepietro e di Bussi, ma seguendo l’itinerario della S. S. 17, si scende nell’ampia valle peligna verso Popoli, Corfinio, Pratola Peligna e Sulmona.

Percorredo la S. S. 17, si arriva a Corfinio, l’antica Corfinium proclamata prima capitale d’Italia in occasione della Guerra Sociale, combattuta dai popoli italici e loro alleati contro Roma, tra gli anni 91-88 a. C..

Per la sua Storia, la  città di Corfinio merita una visita accurata, soprattutto per modificare il giudizio molto diffuso di considerare i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ed i loro discendenti UNICAMENTE dei rozzi ed ignoranti pastori.

La scelta per essere la sede degli insorti italici e del loro senato non fu casuale, bensì favorita dalla particolare localizzazione: era al centro ed all’interno del terrirorio della penisola italica occupato dai popoli fautori della ribellione al potere di Roma.

Non era isolata: 2 vie consolari permettevano di collegare la prima capitale d’Italia, ai territori dei socii italici localizzati ad ovest, ad est, a sud ed a nord della penisola: la via consolare Tiburtina-Valeria e la via consolare Minucia che si originava proprio nel suo terrirorio.

Dal sito www.sitiarcheologiciditalia.it/corfinium, si apprende: Corfinium è situata nella Valle Peligna, nome che ricorda i suoi primi abitanti, i Peligni appunto, che occuparono la zona sin dal IX secolo a.C..

Lo stesso sito descrive il parco archeologico della città: Il Parco archeologico, intitolato a Nicola Colella, che studiò a lungo Corfinio, si articola in tre zone: l’area di piano San Giacomo, quella dei due templi, e quella del santuario di Sant’Ippolito.

La prima è la città imperiale, fittamente abitata, di cui si può osservare parte della struttura: le strade con i marciapiedi in ghiaia, una delle quali era ricoperta da un portico di cui rimangono i perimetri di diversi edifici, i negozi, alcune abitazioni private e le terme. In particolare, vi sono i resti di una domus decorata a mosaici policromi. L’area dei due templi ospita un tempio maggiore detto il tempio italico, (I sec. a.C.) in opus incertus, di cui si può osservare la struttura, divisa in tre ambienti, la cella principale, decorata con un pavimento a mosaico bianco e nero ancora oggi conservato, due ambienti laterali, un altro ambiente più piccolo bipartito a pianta rettangolare e i muri in opus reticulatus. Vi era anche una necropoli, con tombe scavate nella ghiaia e risalenti al IV secolo a.C..

L’area del santuario di Sant’Ippolito ha preso questo nome in età medioevale quando era frequentata per una fonte di acque terapeutiche. Il luogo ospita anche una serie di resti di edifici databili tra IV e il I secolo a.C.

Maggiori dettagli della Storia di Corfinio li offre il locale museo archeologico dedicato al sacerdote Antonio de Nino, studioso e ricercatore a cui si deve la scoperta di numerose necropoli antiche.

Dal sito www.italiavirtualtour.it: un’accetta in pietra verde del IV millennio a.C., che di fatto testimonia la frequentazione della zona già in epoca arcaica. Inoltre nelle vetrine è possibile ammirare anche vasellame, fibule, fuseruole e pesi dell’età del ferro (X sec. a.C.).

Dal sito www.museocorfinio.it: Corfinio sorge all’interno della Valle Peligna, conca che nel Plistocene era occupata da un lago. […]. A partire dall’età del Ferro la pesenza umana divenne stanziale (IX se. a. C.) e alcuni utensili di pietra e ferro esposti in questo museo ne sono la testimonianza.

Nella prima sala del museo De Nino, si possono ammirare oggetti relativi ad ambiti culturali assai vari e lontani: torques gallici, anforette canosine, specchi e fiaschette bronzee etruschi, gioielli in ambra del mar Baltico etc..

Soprattutto per i gioielli in ambra del mar Baltico, torneremo a parlare quando saremo nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti detti Pentri.

Nella terza sala sono visibili corredi funerari del II secolo a. C., relativi a tombe a fossa femminili, maschili ed infanti. Spiccano alcuni oggetti in bronzo, tra cui olpai con anse decorate e una patèra con all’interno resti organici, oltr a oggetti di toeletta e monili.

Alla luce delle testimonianze archeologiche, come già evidenziato, dovremmo sicuramente cambiare il giudizio di alcuni storici e di studiosi che hanno sempre giudicato i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ed i loro discendenti dei semplici, ignoranti e rozzi pastori.

Non avranno conosciuto l’uso delle monete, ma in base a quanto viene recuperato anche dai più recenti scavi archeologici, l’uso del “baratto”, prima della conoscenza e dell’uso delle monete coniate soprattutto dalle zecche campane, certamente era molto redditizio.

Le prime monete furono coniate proprio in Corfinium, prima capitale d’Italia, in contrapposizione alla monetazione romana; per primi vi incisero la leggenda: ITALIA. (vedi foto di alcuni esemplari).

Delle epigrafe pertineti al terrirorio di Corfinium, Cianfarani ricordò Le iscrizioni peligne, conservate nel piccolo Antiquario di Corfinio e nel Museo comunale di Sulmona, sono tutte assai tarde ed appartengono pertanto al momento finale dell’indipendenza italica.

Lasciata Corfinio, 1^ capitale d’Italia, seguendo la S. S. 17, si entra in Sulmo mihi patria est, la patria del poeta latino Ovidio, nato nell’anno 43 a. C. e morto in esilio, in Tomi sul mar Nero, nell’anno 17 d. C.).

Fu Ovidio, scrisse Cianfarani, a formulare l’origine del toponimo Sulmona da una leggenda originata dal nome Solimo, eponimo di Sulmona, come compagno di Enea; ma era (sempre Cianfarani) un parto della della fervida fantasia del poeta peligno, perché il suo nome non ricompare altrove in tutta la letteratura latina.

Cianfarani propose un’altra ipotesi sull’origine del toponimo Sulmona: Per spiegare il nome di Sulmona si potrebbe pensare a sol, con la stessa radice di suolo, e a mo, un suffisso di luogo che si ritrova altrove.

Tra le testimonianze archeologiche e degno di una accurata visita il santuario di Ercole Curino  (IV-III sec. a. C.) e quanto in esso è stato successivamente scoperto.

Lasciata la S. S. 17, si prosegue a sinistra  verso  l’Abbazia di Santo Spirito del Morrone per raggiungere l’area archeologica di Ercole Curino, ai piedi del famoso eremo di Sant’Onofrio al Morrone. (vedi figura).

Dal sito www.sabap-abruzzo.beniculturali.it: Il Parco archeologico del Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni Settanta nel territorio comunale di Sulmona. È posto alle pendici del Monte Morrone, in località Badia ed è una delle più importanti aree sacre d’Abruzzo, con la sua caratteristica struttura di santuario terrazzato che dall’età ellenistica (IV-III sec. a.C.) ebbe fasi di vita e di ricchezza fino alla metà del II sec.d.C..

È costruito su terrazzamenti artificiali che organizzano gli spazi sacri digradanti lungo il pendio montano: sul livello più alto è documentata la prima fase edilizia, con tempio su alto podio; l’ampliamento successivo del terrazzo vide la costruzione del cosiddetto sacello con la gradinata monumentale interrotta dal piazzale lastricato, alla cui base si aprivano i porticati affacciati sulla conca peligna; all’inizio del I sec.a.C. si fa risalire la ristrutturazione generale del luogo di culto, con un terrazzo inferiore, sostenuto da un imponente muro in opera quasi reticolata, sul quale si imposta la serie degli ambienti voltati sottostanti il piazzale. (vedi figure).

Visione frontale del santuario di Hercules Curinus (in alto). Visione della sezione trasversale con evidenziati i suoi terrazzamenti.

Tornando sulla S. S. 17 ed attraversando la città di Sulmona, è interessantissima la visita al Museo Civico Santissima Annunziata.

Il  sito www.tripadvisor.it permette di conoscere quanto si può ammirare in alcune sale del Museo; purtroppo nella figura manca l’epoca della realizzazione dei reperti. (vedi figura).

e da commons.wikimedia.org, sempre senza l’epoca della loro realizzazione, possiamo ammirare:

 

Molto cospicua è la documentazione di altri importanti manufatti con l’epoca della loro realizzazione.

Il sito www.culturaitalia.it dà la possibilità di farci conoscere alcuni dei tanti reperti archeologici della collezione Pansa, rinvenuti del territorio peligno di Sulmona e conservati nel Museo Archeologico.

Per le testimonianze epigrafiche, CiarfaraniDell’OrtoLa Regina, evidenziarono un Rilievo funerario con scena di transumanza, datato alla fine del I secolo a. C. con la sottostante epigrafe, che contiene un ammonimento:              << Avverto gli uomini: non diffidate di voi stessi >>. […]. Il rilievo rappresenta dunque un altro esempio della produzione di arte plebea degli ultimi anni della repubblica.

Dalla patria di Ovidio l’itinerario seguito dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri prosegue verso sud est per valicare le montagne e scendere nella pianura di Castel di Sangro, l’antica civitas romana di Aufidena; ma sorge un problema: la via consolare Minucia (221 a. C.), oggi S. S. 17, segue l’itinerario del tratturo Celano-Foggia per attraversare l’altipiano delle Cinquemiglia o proseguiva, stando a quanto disegnato nella Tabula Peutingeriana, verso  Jovis Larene (Campo di Giove) e successivamente Aufidena ?

Seguiamo l’itinerario del trattuto Celano-Foggia, oggi S. S. 17, valichiamo le montagne attraversando l’altipiano delle Cinquemiglia ed abbandoniamo il suo percorso nei pressi di Roccaraso per scendere, seguendo la S. S. 17, verso Castel di Sangro, già Aufidena, già toponimo dell’antico sito sannita/pentro della odierna Alfedena.

Mancando dei riferimenti certi dei confini, nel territorio pertinente all’odierna Castel di Sangro, siamo nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, chiamatisi Pentri.

Proseguendo il cammino lungo il tratturo PescasserroliCandela fino al confine con il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Irpini, conosceremo la loro Storia e quanto seppero realizzare nelle località prossime al loro itinerario.

Oreste Gentile.

 

(contiuna).

 

 

 

 

2 ^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.) NEL TERRITORIO DEI “SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI” E DEI “SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/VESTINI”.

novembre 7, 2020

L’itinerario proposto illustra solo alcune delle testimoniaze legate alla presenza dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dal XI-IX sec. a. C. alla fine del I sec. a. C. (dominazione romana) in alcuni territori della penisola italica.

Inizia dall’antichissima regione della Sabina, tanto per intenderci il territorio con capoluogo la città di Rieti e segue il percorso dei tratturi, le famose vie naturali utilizzate stagionalmente e da tempo immemorabile dalle greggi per i loro trasferimenti dai pascoli montani dell’appennino centro-meridionale alle pianure costiere e soprattutto verso la pianura della Daunia.

L’itinerario seguito dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti divenuti PENTRI.

Una delle migrazioni/ver sacrum interessò un gruppo di 7. 000 giovani che, ricordò Festo (III sec.), guidati da Comio Castronio, seguirono un bue (uno stendardo con dipinto l’animale totem) animale sacro al dio Mamerte (Marte dei Romani), e presero possesso della pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, ricca di acqua, di colline e di montagne ed ai piedi di un colle chiamato Sacro (Diodoro Siculo,I sec. a. C.) o collem cui nome erat Samnio (Festo, II sec. d. C.).

Si denominarono Pentri, ossia abitanti sulla sommità delle colline o delle montagne, le più idonee al controllo ed alla difesa della pianura, delle vie di comunicazione e per comunicare visivamente con i raggi riflessi del sole, il fumo ed il fuoco.

Il Cammino dei Safini/Pentri che ci accingiamo a seguire, inizia dal territorio dei Safini/Sabini/Sabelli (piccoli Sabini)/Sanniti, ossia dalla vasta pianura reatina e dalla pianura nei cui pressi vi è il lago di Cotilia  (Cutilias aquas) ricco di leggende: si tramanda l’esistenza in esso di un’isola galleggiante (era una fitta ed alta vegetazione spontanea lacustre mossa dal vento), non lontano dalla città omonima abitata inizialmente dagli Aborigeni e sede del tempio dedicato alla dea Vacuna. (vedi figure).

 

Lasciata la pianura si arriva al passo di Antrodoco (l’antica Interocrea) da dove inizia, con un lungo percorso verso sud est che oggi corrisponde, a grandi linee, alla S. S. 17 Appulo Sannita lunga circa 304,5 km., per raggiunge la città di Foggia.                                                                                                                                                                Un itinerario che segue, interseca, ed a volte si sovrappone per lunghi tratti  ai percorsi dei tratturi: L’Aquila-Foggia; Centurelle-Montesecco; Celano-Foggia; Castel di Sangro-Lucera e Pescasseroli-Candela. (vedi figure).

La S. S. 17 Appulo-Sannita.                       La S. S. 17 si sovrappone al                                                                         percoso di 4 tratturi.

Sempre nel territorio dei  Safini/Sabini, a circa 10 km. dalla città di L’Aquila, vi era  Amiternum, localizzata tra i centri di San Vittorino, di  Scoppito e di Sassa.

Il suo nome deriva dal vicino fiume Aterno [atrno, il nome divinizzato. (Cianfarani-Dell’Orto-La Regina)].

La Regina (1984): Catone (citato da Dionigi di Alicarnasso, II 49) afferma che il più antico insediamento sabino, Testruna, sarebbe stato in prossimità di Amiterno, dove Varrone (presso Dionigi, I 14) colloca anche Lista, da lui considerata il principale centro degli Aborigeni. […]. L’oppidum primitivo conquistato dai Romani nel 293 (a. C.) occupava certamente la sommità del colle di S. Vittorino; l’anfiteatro ed il teatro furono costruiti successivamnete nella pianura sottostante dove era sorto il nuovo insediamento voluto Romani come era accaduto per tutti gli insediamenti dei discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti costruiti per la difesa, per il controllo del territorio e per le rapide comunicazioni visive.

Alcune delle testimonianze archeologiche nel terrirorio dei Safini/SABINI.

Da San Vittorino proviene un rilievo con pompa funebre, scrisse Cianfarani (1978),  di un cippo con iscrizione attribuito al I sec. a. C.; (vedi in seguito la tomba a fossa).

un rilievo con il combattimento tra gladiatiori, a cui forse fece riferimento Salmon (1977): Inoltre, si sono ritrovate raffigurazioni di guerreri italici che indossavano un solo gambale, presumibilmente per proteggere lo stingo dall’attrito con il bordo dello scudo. Una di essa proviene da Amiternum presso Sulmona, e un’altra che risale circa al 100, da L’Aquila, e rappresentano due uomini impegnati nella lotta.

Di particolare interesse la presenza nella necropoli di Aminernum (san Vittorino di Pizzoli), delle tombe a camere con letti funerari costruiti in legno e rivestinti in osso (da bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it anno 2014) inquadrabili tra il II sec. a.C. e il I sec. d. C..

Da Scoppito, metà I sec. a. C.:

Cianfarani, ricordando Plinio, scrisse: I Sabini di Amiternum e i Picentes producevano dell’ottimo vino.

L’itinerario prosegue lungo la S. S.17 per raggiungere la città di L’Aquila.

Dal sito http://www.movimentotellurico.it  si apprende: Quando fu scelto il sito per la fondazione della città, si individuò un luogo chiamato Acquilis o Acculi o anche Acculae, per l’abbondanza delle sorgenti che vi si trovavano. La zona era in una posizione strategica tra i due poli entro i quali doveva nascere il nuovo centro urbano e cioè i due centri di Forcona e Amiternum.                                                                                                                              Acculi, vicina anche al fiume Aterno, corrisponde all’attuale Borgo Rivera, dove oggi si trova la Fontana delle 99 cannelle; al tempo della fondazione c’era lì una chiesa con un monastero, Santa Maria ad Fontes de Acquilis (o de Aquila)

Fu dunque scelto per la nuova città il nome di Aquila, che riprendeva il toponimo già esistente, ma che richiamava anche l’emblema dell’aquila imperiale, secondo il Diploma di fondazione attribuito all’Imperatore Corrado IV.

La visita al Museo Nazionale d’Abruzzo ospitato nel castello cinquecentesco è interessante; scrive La Regina (1984): la sezione archeologica, che comprende soprattutto materiale lapideo, per lo più proveniente dalla provincia dell’Aquila, è raccolta in sei sale del pianterreno. Nelle prime tre sale sono esposte le iscrizioni relative alla vita pubblica, mentre nella quarta e quinta sono raccolti i monumenti che illustrano la vita privata. L’ultima sala è dedicata a oggetti di dimensioni ridotte (per lo più ceramica), dei quali si ignora quasi sempre il contesto di provenienza.

Inoltre si può ammirare lo scheletro di un MAMMUTHUS MERIDIONALIS VESTINUS scoperto nel 1954 nella località Madonna della Strada di Scoppito, vissuto nel periodo Quaternario: è il terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’era geologica del Cenozoico. Ha inizio alla fine del Pliocene, l’ultima epoca geologica del Neogene, 2,58 milioni di anni fa ed è tuttora in corso.

Tornando alla scoperta del periodo storico, testimone della migrazione dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, il nostro cammino, raggiunta e visitata la città di L’Aquila, riprende partendo dalla Basilica di Collemaggio, località scelta per convenzione  come luogo di origine del tratturo L’AquilaFoggia/tratturo Magno o Regio (successivemente utilizzato per la costruzione della S. S.  17), con lo scopo di visitare lungo il percoso i centri dei Sanniti/Vestini: Onna, Bazzano, Fossa, Peltuinum, Caporciano e Navelli.

Nel territorio della frazione di Onna, nell’anno 2016 fu scoperta una necropoli con 46 tombe e relativi corredi, pertinente ai secc. VIII e II sec. a.C..

A seguire, c’è Bazzano dove, scrive www.giulianovaweb.it: […]. Sono state riportate alla luce 1250 tombe che coprono un arco cronologico compreso tra il X e il I secolo a. C.. Alla prima età del ferro [(X-XVIII secolo a. C.) ?] si datano le tombe monumentali costituite da tumuli con menhir, simili a quelli rinvenuti a Fossa (AQ); alla prima età orientalizzante e arcaica (VIII-VI a. C.) si datano i corredi funebri molto ricchi, come il cosiddetto “Principe di Bazzano”, sepoltura che conteneva vasi di bronzo proveniente dall’Etruria e vasi in ceramica provenienti dai Pretuzi, antico popolo che abitava nel territorio teramano. All’età ellenistico-romana (IV-I secolo a. C.), ultima fase dell’utilizzo della necropoli, risalgono i letti funerari rivestiti in osso lavorato con figure di animali, uomini e divinità ed un rarissimo pendente in vetro policromo di lavorazione cartaginese. A differenza di Fossa, i corredi sono più marcatamente vestini quindi con carattere più indigeno e chiuso, Bazzano essendo posta lungo vie commerciali, era più aperta ai traffici e ai rapporti internazionali (con l’Etruria, con i Pretuzi e con i Punici), di conseguenza i corredi funerari rinvenuti testimoniano maggiori contatti con le popolazioni limitrofe e con la capitale. Oltre alla necropoli sono stati portati alla luce una strada di età romana ed un edificio ad essa connesso, probabilmente un mansio (stazione di sosta).  (Vedi figure).

Dopo un breve percorso, vale la pena una breve deviazione a destra del tratturo per raggiungere e visitare l’antica necropoli di Fossa, descritta da www.sitiarcheologiciditalia.it: la necropoli di Fossa è situata in un’area abitata certamente sin dal IX secolo a.C., nell’età del ferro, anche se alcune testimonianze fanno pensare ad un’occupazione, anche se non continuativa, risalente ad un’epoca ancora precedente durante l’età del bronzo. La necropoli è in particolare associata a un popolo italico, i Vestini […]. Lodierna Fossa si trova sul territorio che corrispondeva in parte all’antica Aveia, una delle città principali dei Vestini, che entrò nell’orbita romana nel III secolo a.C. in seguito alla terza guerra contro i Sanniti, dei quali la città era alleata.

La STONEHENGE D’ABRUZZO di Alina Di Mattia. 

Tornando sul tratturo L’Aquila-Foggia, proseguiamo per ammirare quanto resta dell’antica Peltuinum, il cui primo insediamento fu occupata dal centro romano scrive (LuisaMigliorati), ed i corredi sepolcrali dell’età del ferro sono stati rinvenuti presso le mura, ma precedenti insediativi sono documentati da strutture in mattoni crudi associate a materiali ceramici di III-II sec. a.C.; le attestazioni sono tuttavia troppo scarse per definire le caratteristiche organizzative del sito.

Per la fondazione della città romana, collocabile intorno alla metà del I sec. a.C., fu individuato un pianoro (vedi figura).

Peltuinum. Tempio e teatro. (da http://www.romanoimpero.com).

Nel comprensorio vestino una serie di dati epigrafici con dedica ad Ercole puntualizza la fascia tratturale, approssimativamente ricalcata dalla SS 17, nel tratto che attraversa l’altipiano di Navelli (vedi figura).

L’altipiano di Navelli nel territorio dei Safini/Vestini.

 Le iscrizioni, che coprono un arco di tempo dal III sec. a.C. al II sec. d.C., ricordano voti sciolti “per grazia ricevuta” (dal Pagus Fificulanus e da S. Maria in Cerulis di Navelli) e l’offerta della decima (ancora dal Pagus Fificulanus) o attestano l’esistenza di cultores Herculis(dal Pagus Fificulanus e da Furfo) e di collegia Herculis sacr[um?] datato al II sec. d.C. Herculis (ancora da Furfo e da Aufinum).

Lasciando Peltuinum ed attraversando l’ampio altipiano di Navelli, giungiamo alla chiesa di Santa Maria di Centurelli: nelle sue vicinanze si abbandona  il percorso del tratturo Regio per seguire un breve tratto del tratturo Centurelli-Montesecco (vedi figura), verso il centro di Navelli, già insediamento vestino con il nome antico di Incerulani, già esistente nel VI sec. a. C., documentata da un’iscrizione (Dell’Orto-La Regina) rinvenuta nel territorio di Caporciano. (vedi figura).

L’area della vicina chiesa di Santa Maria di Centurelli, oggi dell’Annunziata, scrisse Cianfarani, era pertinente ad un santuario che una dedica del III sec. a. C., posta da un T. Vettius, fa riconoscere di Hercules Iovis, e di cui restano elementi architettonici smembrati. Tra questi particolarmente importante è una lastra modanata pertinente al coronamento di un podio di edificio colonnato, del II sec. a. C., certamente un tempietto, su cui era incisa un’iscrizione di cui rimane solo il nome Pontediu [ s ].

Cianfarani concluse: La zona di Navelli ha restituito in passato anche altri documenti archeologici […], che rivelano come essa fosse occupata da un insediamento già in epoca arcaica.

Per i più curiosi e con la voglia di conoscere qualcosa in più del popolo dei Safini/Sanniti/Vestini, ricordiamo la vicinanza al nostro itinerio, a circa 7 km. di Capestrano, località nota per la scoperta di una necropoli della statua di un Guerriero e di un torsetto femminile.

La necropoli fu datata, secondo il parere di Ciafarani-Dell’OrtoLa Regina, alla prima età del ferro, cioè fra il VII e VI a. C., (vedi figura di resti umani dalla necropoli di recente scoperta 2018, n. d. r.) e ritenute coeve alla scultura.     Il VI sec. a. C. gode di maggior credito se confrotato, come suggeriscono gli studiosi di cui sopra, con il materiale della necropoli di Alfedena.

La statura del Guerriero poggia su un piedistallo ed è sorretta da due pilastrini laterali con una iscrizione dedicatoria: Il testo è disposto verticalmente su una sola riga, e procede con andamento retrogrado dal basso verso l’alto sulla fronte del pilastrino che sostiene la statua a sinistra, rispetto a chi guarda.

m a k u p r ì k o r a m o p s ù t a n i n i s r a k i n e v ì i p o m [ 3 – 4 ] ì i

[…]. Ne risulta la sequenza: ma kuprì opsùt aninis rakinevìi pom […]ìi

[…]. Il senso dell’iscrizione, continuano Ciafarani-Dell’OrtoLa Regina, incisa sulla statua di Capestrano dovrebbe pertanto essere:

 <<  me bella immagine-dono fece Aninius per rakinevìi pom[…]ìi  >>

Per il torsetto femminile abbiamo la descrizione:

Questo, sommariamente, è quanto di interessante e di bello può essere ammirato lungo l’itinerario che da ovest verso est attravesa una parte del territorio dei Safini/SABINI e dei Safini/VESTINI.

Lasciato il centro di Navelli proseguiremo verso il territorio dei Safini/PELIGNI per giungere nel territorio dove i Safini/PENTRI presero la definitiva dimora ed iniziarono a scrivere con i loro consanguinei la Storia della Prima Italia.

Oreste Gentile.

(continua).

1^ PUNTATA.  C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA  STORIA E NELLA STORIA. “” LE VIE ROMEE “” E “” LA VIA FRANCIGENA. “”

ottobre 30, 2020

E’ aumentata la voglia di camminare: si utilizzano gli itinerari più antichi, originati per motivi religiosi o per cause di guerre; ma di recente sono stati creati dei nuovi percorsi, accreditati per essere stati utilizzati nel passato.

La penisola italica, per la sua millenaria Storia, è considerata ancora oggi un “ponte” naturale per collegare le regioni del nord Europa con le regioni dell’oriente mediterraneo. (vedi figura).

Successisamente, con la diffusione del cristianesimo, nacquero le vie romee: permettevano ai devoti pellegrini provenienti dal nord dell’Europa di raggiungere Roma, pregare sulle tombe di Pietro, di Paolo, di altri santi martiri e per visitare la città residenza del Papa. (vedi figura).

www.eviandando.it    Le vie romee.

 All’inizio fu la via romea, nome assunto, scrive la Treccani, nel Medioevo, nel tratto fra Ravenna e Pomposa, dalla Via Popilia romana, essendo l’abituale percorso dei pellegrini provenienti da Venezia e dalle Alpi orientali e diretti verso Roma. Il nome poi si estese più a N fino ad Adria e più a S fino a Rimini. Successivamente, nel 18° sec., il nome fu dato alla strada (molto più interna della precedente, a N di Ravenna) che congiunge Ferrara con Ravenna, poi con Rimini (ora Statale Adriatica). La vecchia strada R., decaduta a poco a poco a sentiero, fra le pinete e le valli di Ravenna e di Comacchio, fra Ravenna e Venezia.

Pertanto, l’altra via consolare Popilia sempre costruita dal console Publio Popilio Levante nell’anno 132 a. C. tra le città di Capua e Reggio Calabria, non era una via romea visto il suo percorso a sud della città di Roma.  (vedi figura).

wikipedia.org

Genericamente era dette romee tutte le vie attraverso cui i pellegrini (romei) giungevano a Roma, in particolare la via Francigena.

Molti erano i percorsi e diverse le loro denominazioni: molto spesso fu dato il nome della località più importante attraversata o il nome della popolazione residente o derivava dalla caratteristica morfologia del territorio; ma UNICO era l’itinerario della via Francigena, già via romea.

All’inizio della sua storia, la via romea, successivamente chiamata via Fancigena o Francisca, era l’itinerario più importante e famoso, grazie alla diffusione del cristianesimo ed al suo sempre più frequente uso fatto dai devoti pellegrini, residenti nel nord dell’Europa per visitare sì la città di Roma ma, volendo, avrebbero potuto proseguire, con la consolare via Appia  fino a Benevento e poi con la via consolare Traiana, verso i porti più importanti della Puglia per raggiungere la Terrasanta.

Il percorso della UNICA via romea, chiamata via Fancigena o Francisca, iniziava da Canterbury e dopo l’Inghilterra, proseguiva per la Francia, la Svizzera; attraversando il valicato passo del Gran San Bernardo, entrava  l’Italia per giungere a Roma, dopo 1. 800 km., di cui 1.000 km. in territorio italico (vedi figura).

La caduta dell’impero romano d’occidente fu la conseguenza della morte dell’imperatore romano Romolo Augustolo, avvenuta nell’anno 476 d. C.; pertanto, l’importante via romea proveniente dall’Inghilterra fu soprattutto utilizza dalle popolazioni germaniche per invadere e conquistare l’Italia.

Con il trascorre del tempo, oltre ai pellegrinaggi, furono incrementati gli scambi commerciali e, dopo l’arrivo dei Longobardi, con la presenza in Italia dei Franchi, giunti utilizzando il percorso centro-meridionale della via romea presente nel loro territorio italico, fu denominato via Francigena o via Francisca.(vedi figura).

Risale all’anno 990 il viaggio dell’arcivescovo Sigerico e la sua descrizione del percorso con le varie tappe in occasione del ritorno dalla città di Roma alla sua residenza nella città di Canterbury, dopo avere ricevuto il Pallio dal Papa.

Percorse tutta l’antica via romea, già denominata via Francigena o via Francisca, correva l’anno 990 ed i Franchi erano saldamente al potere in Italia. (vedi fig.).

Lavia Francigena o via Francesca, già via romea. (da Cammini d’Europa).

OGGI, facendo scempio della Storia, alcune regioni italiane rivendicano un percorso della LORO via Francigena; vedi ad esempio: la Sicilia, i cui territori INEQUIVOCABILMENTE erano ESCLUSI DALL’ITINERARIO DELLA VIA FRANCIGENA. (vedi fig.).

La Magna Via Francigena (da Terre di Mezzo).

Altre, vedi il Molise, vantando la presenza ancora oggi del toponimo via francesca o via francisca nei loro territori posseduti dai Franchi, ha impropriamente creato un legame con il piu famoso ed unico itinerario, denominato via Francigena o via Francesca.

Una domanda molto pertinente pone il sito www.lovelymolise.com: Anche in Molise passava un tratto della via Francigena? Come sovente accade, non tutti gli studiosi sono d’accordo sulla questione. Per alcuni c’era una via Francigena anche in Molise che collegava il Lazio ai percorsi della Campania e della Puglia. Per altri invece si tratta di una questione ‘politica’ che non trova riscontro nelle fonti storiche.

SAGGIA VALUTAZIONE.

NO STORIA, NO VIA FRANCIGENA O VIA FRANCESCA NEL MOLISE.

La rivendicazione si basa UNICAMENTE su alcune fonti storiche le quali, non citano la via Francigena o la via Francesca nel territorio del Molise, ossia l’antico  percorso utilizzato dai Longobardi, dai Franchie dall’ arcivesco Sigerico, bensì alcuni più o meno lunghi tratti di antiche strade localizzati un po’ qua, un po’ là, ristrutturati o creati durante la dominazione dei Franchi.

Dalena (2017), in merito alla diffusione del toponimo  francisca per identificare una via presente, guarda caso, anche in territorio del Molise, ricorda: La denominazione Francisca deriverebbeanche dallo stanziamento lungo queste strade di coloni francesi che via via si trasformarono da livellari in enfiteuti e possessori di terre. Lo riprova un contratto di livello di ventinove anni  stipulato nel 962 dall’abate vulturnense Paolo II con un gruppo di otto persone native << de Francia >> insediato a Cerasuolo, non lontano dal Volturno, quasi al confine tra la Terra Sancti Benedicti e la Terra di Sancti Vincencii.

Il Chonicon Vulturnense nel testo del Doc. 93 redattonell’ anno 954, cita per 2 volte la via Francisca (oggi nelle carte IGM località Francesca) a sud  dei centri di Santa Maria Oliveto e Roccaravindola; nelle sue vicinanze si localizzava la silva Cicerana. (vedi figura).

Infante (2009) scrive, ricordando il periodo storico della presenza nell’Italia meridionale dei Normanni, succeduti ai Franchi: […]. Troia e Siponto. L’attestazione più antica sembra quella riportata da un documento del 1024, in cui compare il nome di “via Francigena”. In tale documento, detto anche Privilegium Baiolorum Imperalium, si tracciano i confini del territorio di Troia e, ad un certo punto, […]. Ed ancora: in ipso rigo qui nominatur Porcilli, et de alio latere fine ipse rivus iam dicti Porcili quo modo venit in iam dicta via francisca, et est infra ipsa dicta finem vineis petie XIII et dono atque concedo de aliis meis rebus que ego habeo in ipso dictum comitatu Termolense.

Pertanto, nei territori della penisola italica dominati dei Franchi, il toponimo Francesca identificava ed ancora oggi identifica, l’area presso la Tavera Ravindola ed il toponimo via francisca si localizzava in un territorio tra Troia, Siponto e Termoli.

Da est ad ovest, da nord a sud del vasto territorio dell’Italia centro-meridionale occupato dai Franchi, molto frequente doveva essere l’uso, in ricordo della loro presenza, del toponimo francisca o francesca; testimonia, come scrive Dalena: La denominazione Francisca deriverebbeanche dallo stanziamento lungo queste strade di coloni francesi, native << de Francia >>.

Dalena ricorda più di un itinerario utilizzato dai Franchi per invadere o per sedare focolai di ribellioni nei territori occupati; essi furono denominati via francesca o via francisca, ma NULLA avevano in comune con l’itinerario di Sigerico, ASSOLUTAMENTE religioso da Roma a Canterbury (o viceversa),utilizzato dai pellegrini e, successivamente, anche e soprattutto, per scopi commerciali e militari.

Concludendo, prima e dopo i Franchi c’erano state le invasione di altri popoli e, come illustrato per la diffusione del toponimo francesca o francisca, ancora oggi esistono diverse località occupate dai Longobardi con i toponimi: Fara, Staffoli, Gualdo, Sala etc., mentre altre con il toponimo saraceni o saracino, ricordano la presenza dei Saraceni.

SI, più di UNA via francesca o francisca, ma l’itinerario dell’UNICA via Francigena o via Francesca, come testimonia la Storia, si originava a Cantherbury e terminava a Roma.

Successivamente da Roma i pellegrini ed i commercianti, proseguivano verso i porti pugliesi per raggiungere la Terrasanta: la famosa via consolare Appia era la più frequentata e passava per le importati città di Capua e di Benevento, ma soprattutto, lungo il percorso denominato convenzionalmente Via Francigena del Sud, era importante la presenza dei monasteri: permettevano ai pellegrini di soddisfare lo “spirito” ed ai mercanti o a quanti erano dediti ad altre attività, offriva la possibilità di trovarvi ristoro  e riposo.

In seguito, con la diffusione del culto per l’Arcangelo Michele i viaggiatori potevano anche incamminarsi verso il luogo della sua apparizione: Monte Sant’Angelo. (vedi figura).

Con il passare del tempo e la scarsa manutenzione dell’antica via consolare Appia, soggetta all’impraticabilità di alcuni tratti (tra cui la ricordata area paludosa dell’agro pontino, ricorda Dalena, indirizzarono i pellegrini lungo la direttrice Latina/Casilina, che dalla seconda metà del X secolo, viene considerata via Francisca.

Essa, scrive Dalena, staccatasi dalla via Prenestina/Latina in prossimità di Teano, attraverso il Pons Marmoreus, si collegava all’antica direttrice Venafro-Alife-Benevento e alla Traiana poco oltre Benevento. (vedi figura a sn., l’ itinerario rosso da Radke  la direttrice (Venafro)-Alife-Telese-Benevento. Figura a ds. dall’Itinerarium Provinciarum  l’itinerario TeanoAlifeTeleseBenevento).

A tale proposito è spontaneo e logico denominare via Francigena del sud l’itinerario  a sud di Roma,  città mèta della via Francigena.

NON ESISTONO VIE (plurale), ma una SOLA,UNICA VIA, convenzionalmente chiamata Francigena del sud.

Il percorso della cosiddetta Francigena del sud, dapprima identificato, dopo la città di Roma, con la via consolare Appia;successivamente lo divennela via Latina/Casilina, con una probabile deviazione per la città di Venafro per raggiungere le città di Alife, Telese e Benevento. (vedi figura).

Dopo la deviazione della Latina/Casilina per Venafro, si poteva proseguire per Alife, etc.: oppure da Teano esisteva una bretella per Alife etc..

Che la via Francigena del sud proseguisse verso Venafro per visitare ed essere ospitati presso il monastero di San Vincenzo al Volturno e poi tornare indietro verso Alife, è INVEROSIMILE a causa delle continue distruzioni subite dal famoso monastero nel corso della sua TORMENTATA Storia, ricordata da http://abbaziasanvincenzo.org:

Subito dopo la nascita, nel 703, il cenobio benedettino intraprende un cammino di espansione che culmina nella gloriosa fase avuta durante l’impero carolingio. Uno sviluppo di crescita rapido e imponente al quale però è seguito anche un rapido declino. Già nella prima metà del IX secolo, giungono i primi segnali di difficoltà per la comunità e il loro imponente monastero.

Soprattutto l’incursione saracena particolarmente cruenta dell’881 può rappresentare il brusco passaggio dalla fase di ascesa a quella di declino che culmina con l’abbandono del sito originario e lo spostamento sulla riva opposta del fiume. Anche qui, dove oggi sorge la nuova abbazia, una storia non facile modella le fasi di vita della nuova e più piccola comunità mentre, dall’altra parte del fiume, secoli di silenzio cancellano ogni traccia visiva dell’antica abbazia; come illustra anche il sito www.avvenire.it/agora/pagine/san-vincenzo-al-volturno: In particolare, si è capito che, nel corso della ricostruzione avvenuta tra la fine del X secolo e la prima metà del successivo.

In situazioni meno precarie erano i monasteri esistenti lungo l’altro percorso: l’abbazia cassinese di Santa Maria in Cingla nel territorio di Ailano; il monastero di Santa Maria della Ferrara nel territorio di Vairano Patenora; nei pressi di Alife, in località Porchiera, il restaurato santuario della Madonna delle Grazie e nel territorio dell’antica Telesia (od. San Salvatore Telesino) i pellegrini avrebbero potuto visitare ed essere ospitati nell’abbazia benedettina di san Salvatore (VII-IX secolo) prima di giungere nella città di Benevento, capoluogo del ducato/principato dove era possibile visitare l’Abbazia longobardo di Santa Sofia: dall’anno 768 ospitò le reliquie di San Mercurio e di altri 31 martiri cristiani, tanto da essere stata stimata, scrive www.santasofiabenevento.it, la Chiesa nazionale e simbolo della spiritualità del popolo longobardo.

Da Benevento si poteva scegliere l’itinerario da seguire: la più antica via consolare Appia o la più comoda via consolare Traiana, già via consolare Minucia, ricorda da Cicerone (10643 a. C.), da Orazio (658 a. C.) e da Strabone (p. 60 aC.-c20 d. C.), con la possibilità di visitare anche la grotta dell’apparizione micaelica di Monte Sant’Angelo. (vedi figura riassuntiva).

Un itinerario denominato via Francigena del sud, iniziando dall’antica città di Venafro e proseguendo verso le altre antiche città di Isernia, di Bojano, di Sepino per giungere a Benevento, non avrebbe offerto ai pellegrini o ai comuni viandanti alcuna struttura religiosa per il ristoro dell’anima e del corpo.

Ergo, la via Francigena del sud da Roma seguiva un percorso nei territori localizzati a sud del Massiccio del Matese. (vedi figura).

La via Francigena del sud /via Francigena del sud a sud del Massiccio del Matese.

PER DAVVERO LA REGIONE MOLISE NON OFFRE UN ITINERARIO PERTINENTE AL SUO IMPORTANTE RUOLO SVOLTO NELLA STORIA ?

CAMMINANDO INDIETRO NELLA SUA STORIA, scopriamo e propaniamo alcuni percorsi molto, ma molto più antichi delle vie romee e della via Francigena o via Francisca, o della via Francigena del Sud; IL PIU’ ANTICO RISALE AI SECOLI XI-IX a. C.: prima della fondazione di Roma (753 a. C.); prima dell’arrivo dei Longobardi (VI sec. d. C.) e degli altri popoli invasori.

Per le bellezze naturali, per le numerosissime testimonianze archelogiche e per i  monumenti del più antico passato, ci limiteremo ad illustrare i vari percosi e ricordare  le località più importanti in modo da STIMOLARE LA VOSTRA CURIOISITA’ ED IL VOSTRO INTERESSE PER UNA VISITA.

SCOPRIRETE QUANTO, ED E’ DAVVERO TANTO, C’E’ DI BELLO ED INTERESSANTE DA CONOSCERE.

                                              BUON VIAGGIO NEL PASSATO.

Oreste Gentile.

(continua).

LA BUFALA STORICA PLANETARIA DELLA PRESENZA DI PAPA CELESTINO V NELLA CITTA’ DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 DI OTTOBRE DELL’ANNO 1294; IL SUO REGALO ALLA CITTA’ DI 2 (DUE) CROCI ED IL VITALIZIO DEL RE CARLO II AI CONGIUNTI DEL PAPA.

ottobre 15, 2020

I sostenitori della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria, fra le tante BUFALE nel tempo SMENTITE, esibiscono 2 prove.

La 1^ prova. il dono di 2, dico e ripeto, DUE croci di argento di fattura longobarda-bizantina alla cattedrale della città di Isernia.

Cantera, chi più di lui, aveva interesse ad esibire una testimonianza certa per accreditare la presenza del papa molisano nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 nella città di Isernia e di esservi anche NATO ?

Dopo avere modificato gli itinerari del viaggio di trasferimento da L’Aquila a Napoli del corteo papale e reale; dopo avere INVENTATO e DESCRITTO una sosta ed un soggiorno del papa nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294, avrebbe perso la < ghiotta > prova di descrivere le 2 croci donate dal papa alla cattedrale della < sua Isernia > ?

Ebbene, Cantera IGNORAVA l’esistenza delle 2 croci donate alla cattedrale della città, per un motivo molto semplice: le 2 CROCI NON ERANO MAI ESISTITE.

Chi più del già citato Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, tenace sostenitore della nascita in Isernia di Pietro di Angelerio e di Maria, avrebbe potuto conoscere la VERITA’ del dono delle 2 croci ?

Ebbene, Ciarlanti dichiarò: e due Croci, ch’egli in dono mandò (si, avete letto bene: MANDO’) alla sua Patria (Isernia), che nel Duomo si conservano: ossia Celestino V, non ERA PRESENTE IN ISERNIA, ma le mandò da una località ignota in un’epoca altrettanto ignota.

Ma c’è un altro REBUS da risolvere: TUTTI e lo stesso Ciarlanti, sostengono che le croci fossero 2 (dico DUE) e TUTTI, tranne Ciarlanti, come esaminato, sostengono che fossero state donate in occasione della presenza del papa molisano in Isernia il 14 e 15 ottobre 1294.

Ebbene, il compianto mons. A. Gemma, vescovo della diocesi di Isernia-Venafro, scrisse in un articolo per il quotidiano Nuovo Molise, nella cronaca di Isernia del 30 agosto 1998, a proposito del dono delle 2 CROCI: […], e qui (in Isernia) tu lasciasti, come segno d’affetto, di comunione e di protezione quella croce argentea che il tesoro della cattedrale gelosamente custodisce, quale emblema di un particolare legame che ti unisce alla tua città natale.

Chi non dice la VERITA’ ?

Ciarlanti, che ricordò le 2 croci MANDATE da Celestino V o Gemma che dichiarò: quella croce (ossia UNA) tu lasciasti ?

ENTRAMBI HANNO TORTO.

ESISTE solo UNA croce ed ASSOLUTAMENTE NON FU MANDATA IN DONO, come scrisse Ciarlanti, né fu PERSONALMENTE LASCIATA, come scrisse Gemma.

In base a quanto fu scritto in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra dei cimeli e documenti (L’Aquila 1954), il Catalogo della Mostra delle reliquie e cimeli della città di Isernia, così descrisse l’UNICA CROCE in esposizione era: 18. Croce in argento dorato (alt. cm. 25 più base dello stesso metallo alta cm. 12). Di finissimo cesello e sbalzo; tempestata di pietre dure, rubini, lapislazzuli ed ametiste. Ha sui bracci delicati smalti su fondo azzurro rappresentanti figure sacre. Nobilissima ispirazione dell’alta oreficeria, forse fiorentina. Seconda metà del sec. XIV. Proprietà del Capitolo Cattedrale di Isernia. (vedi figura).


In base alla descrizione dell’UNICA croce esposta in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra dei cimeli e documenti (L’Aquila 1954), ESSA, IN ALCUN MODO, PUO’ ESSERE MESSA IN RELAZIONE con papa Celestino V.

AMMESSO E NON CONCESSO fosse stata mandata o donata personalmente dal papa alla città di Isernia nell’anno 1294, ossia alla fine del XIII secolo, come si può GIUSTIFICARE la sua realizzazione alla Seconda metà del sec. XIV, ossia intorno all’anno 1350, mentre Celestino V l’avrebbe avuta tra le mani nell’ anno 1294, ossia sei anni prima alla fine del XIII secolo ?

Ergo, la croce esibita, NON TESTIMONIA NEL MODO PIU’ ASSOLUTO quanto scrisse mons. Gemma, stimandola essere: […] emblema di un particolare legame che ti unisce alla tua città natale.

NO CROCE, NO LEGAME, NO NASCITA DI PAPA CELESTINO V NELLA CITTA’ DI ISERNIA.

La 2^ prova. Hanno scritto: il re Carlo II d’Angiò aveva assegnato, in occasione della visita di papa Celestino V, un annuo vitalizio ad alcuni suoi congiunti residenti nella città di Isernia.

Dovrebbe essere un’altra TESTIMONIANZA per confermare la nascita ed il forte legame affettivo di papa Celestino V con la città di Isernia.

Anche per questa TESTIMONIANZA ESISTONO seri dubbi sull’utilizzo fatto da alcuni dei suoi biografi favorevoli alla nascita nella città di Isernia.

L’annuo vitalizio, sarebbe stato assegnato tra il giorno 14 e 15 ottobre 1294, quando Celestino V ed i suoi più stretti parenti si sarebbero incontrati in Isernia; ossia, l’annuo vitalizio avrebbe dovuto avere la data del 14 o 15 ottobre 1294.

Dell’annuo vitalizio erano CONVINTI e lo SOSTENNERO: Cantera (1892), Celidonio (1954) e con essi, TANTI altri autori nostri contemporanei.

La VERITA’ l’aveva già descritta Ciarlanti che, come sappiamo era convinto della nascita di papa Celestino V nella città di Isernia.

Ciarlanti (1640), proprio in merito all’annuo vitalizio, aveva scritto a CHIARE LETTERE: come nel Regist. del 1298. e 1299. e non potendo poi quegli (riferendosi ai parenti del papa) averle, ce le assegnò sopra la bagliva di Sulmona, come nel Regist. dei 1298 con la data in Napoli al 1. di Settembre; […]: B. Carolus II. etc. Secreto Aprutii, necnon Bajuolis, et Cabellotis, seu Credenceriis Cabellae Bajulationis, et altorum Jurium Curiae nostrae ad ipsa Cabellam spectatibus in Sulmona praesentibus, etc. Pridem per patentes literas nostras Secreto Apuliae, nenc non Bajolationis Fogiae tum presentibus, quam futuris sub certa forma recolimus injunxisse, ut Nicolao de Angeleri fratri, ac Guillelmo, et Petro Roberti de Angeleri nepotis quod. Santissimi Patris Domini Celestini olim Sacrosantae Romanae, ac universalis Ecclesiae Summi Ponteficis ed in seguito fu specificato: dicto scilicet Nicolao de annuo redditu untiarum auri decem, et cui libet praedictorum   et Petri, de annuo redditu unciarum auri quinque percipiendo per eos in Terra, vel bonis fiscalibus Regni nostri nostra Curiam assignandis sub debito debito militari servitio […].

In poche parole, Ciarlanti così riassunse: Erano pure fratelli germani di tale Santissimo, e famosissimo Papa, a cui contemplazione il Re lì fe sì picciol non dono, ma gravoso assegnamento per servigio militare che avessero a fare.

Pertanto, l’ANNUO VITALIZIO era stato SI, VERAMENTE stato concesso ai parenti di Celestino V, MA NON IN OCCASIONE DELLA SUA PRESENZA NELLA CIVITAS DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 OTTOBRE 1294 (trattasi di UNA BUFALA STORICA PLANETARIA), MA FU CONCESSO IN DATA 1° SETTEMBRE 1298, ossia 2 anni dopo la morte di Pietro di Angelerio e di Maria, avvenuta il 19 maggio 1296 nel castello di Fumone.

NELLE BIOGRAFIE di TELERA e di SPINELLI NON C’E’ TRACCIA DELL’ANNUO VITALIZIO nell’anno 1294; NON C’E’ TRACCIA DEL SOGGIORNO ISERNINO del 14 e 15 ottobre 1294.

La verità sulla concessione dell’annuo vitalizio era già nota al biografo Marini già nell’anno 1630, data della pubblicazione della sua opera, prima ancora che la conoscesse Ciarlanti (1640), ma NON fu MAI ACCETTATA, al pari della IDENTIFICAZIONE, da parte di Marini,  DEL VERO LUOGO DI NASCITA di Pietro di Angelerio e di Maria, dagli UOMINI DI CHIESA e dagli STUDIOSI (sic) nostri contemporanei che CONTINUANDO A PRENDERE IN GIRO GLI IGNARI FEDELI.

Marini, in modo CHIARO, scrisse: Mi avisa si bene il Molto Reverendo Padre Abbate D. Francesco d’Ailli d’haver letto nel Regio Archivio della Zecca di Napoli, dove dice esser registrate molte cose antiche di quel regno, in un libro Pergameno, che Carlo secondo Rè di Napoli doppò la morte di questo nostro santo, donò una certa rèdita od entrata perpetua de danari ad un nipote del santo, il nome del quale dice di non ricordarsi, sopra la gabella della bagliva della Città di Sulmona e sopra la dogana di Foggia, à devotione di questo Santo Pietro, che fù Celestino Quinto.

TUTTO ACCADDE DOPO LA MORTE di questo Santo Pietro, che fù Celestino Quinto.

Dopo avere consultato anche le altre biografie di papa Celestino V, scritte da alcuni storici del nostro tempo, trovo davvero DELUDENTE la loro condivisione della presenza del papa molisano nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294.

Oreste Gentile.

  

 

 

UNA BUFALA STORICA PLANETARIA: LA PRESENZA DI PAPA CELESTINO V NELLA CIVITAS DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 OTTOBRE 1294.

ottobre 14, 2020

Cantera (1892), scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di 13 visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine, e si INVENTO’: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

 

CHI ?  Ma papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria.

Perché fu inventato il viaggio e la sua presenza nella città di Isernia ?

Per sostenere UNICAMENTE la nascita di papa Celestino V nella civitas di Isernia.

Cantera non era l’unico biografo di papa Celestino V ad essere convinto della sua nascita nella civitas di Isernia; prima di lui ci furono: Telera (1640), Spinelli (1741) ed ancora più convinto era Ciarlanti (1640), arciprete della cattedrale della città di Isernia.

Marini (1630) ed ALTRI più antichi biografi del papa, ASSOLUTAMENTE LA IGNORAVANO.

Ed allora, COME MAI i biografi Telera, Spinelli e Ciarlanti, tra i biografi più convinti delle origini isernine di papa Celestino V, IGNORAVANO la presenza del pontefice nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 nella città di Isernia ?

MISTERO.

Per sostenere la sua convinzione, Cantera non sdegnò di manipolare, come abbiamo già esaminato, quanto era stato già stato scritto dai più autorevoli biografi sul viaggio/trasferimento di papa Celestino V dalla città di L’Aquila alla città di Napoli.

La città di Isernia, risulta SEMPRE ESCLUSA dai documenti sottoscritti da papa Celestino V durante le soste nelle località site sul percorso del suo trasferimento, diligentemente ricordati e pubblicati da Potthaste e dallo stesso Cantera.

Cantera, sfruttando la mancanza dei documenti solitamente sottoscritti da Celestino V nelle sue soste più o meno lunghe, per rendere credibile il passaggio ed il soggiorno di Celestino V nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294, propose un itinerario da Sulmona ad Isernia che, SI, è sempre esistito, ma in quella occasione non era pertinente: la partenza avvenne da Sulmona, ma la destinazione NON era la città di Isernia, bensì il monastero vulturnense. (vedi figura).

Già non corrispondeva al vero il doppio viaggio dell’anziano papa da Sulmona a Castel di Sangro e poi di nuovo a Sulmona, descritto da Cantera; ma nella sua pubblicazione Cantera, senza una plausibile giustificazione, scrisse: Per andare da Sulmona ad Isernia dovevasi transitare << per partes Vallis Oscure, Peschi, Rivinigri et Foruli >>, e nel dì 17 giunse a S. Germano ed ivi deliberò di visitare il celebre Archicenobio di Monte Cassino ove restò fino al 20 ottobre 1294. (vedi figura).

NON c’azzeccava (simpatica forma dialettale) la descrizione dell’itinerario da Sulmona ad Isernia (circa 75 km.) se lo stesso Cantera, dando per certa la presenza di papa Celestino V il giorno 13 ottobre 1294 nel monastero vulturnense, avrebbe dovuto quanto meno descivere un itinerario più breve (circa 26 km.) da percorrere visto che il giorno 14 ottobre 1294 Celestino V partiva dal monastero vulturnense per il suo INVENTATO viaggio verso la città di Isernia.

CERTAMENTE era da prediligere un itinerario più adeguato alle esigenze di un viaggiatore ultraottantenne quale era Pietro di Angerio/papa Celestino. (vedi nella figura il confronto tra i 2 itinerari).

Bisogna tenere anche conto che, stando il corteo papale e reale presso il monastero di san Vincenzo al Volturno, se fosse vero, ma NON LO E’, in base a quanto scritto da Cantera, per andare dalla città di Isernia al monastero di Montecassino l’itinerario sarebbe stato più lungo. (vedi confronto tra il VERO itinerario (fig. a sn.) e l’itinerario basato sulla BUFALA di Cantera (fig. a ds.).

Ebbene, se proprio Cantera scrisse: Il 13 ottobre Celestino proseguì l’itinerario e da Sulmona passò a Castel di Sangro […] ed indi nello stesso dì di 13 ottobre visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, […] e di seguito aggiunse: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15, che c’azzeccava (nella simpatica forma dialettale) la citazione e la descrizione dell’itinerario da Sulmona ad Isernia, in precedenza da noi esaminato, se la meta era il monastero vulturnense ? (vedi figure precedenti).

Il papa molisano ed il suo numeroso corteo, ripartendo dal monastero vulturnense, AVREBBERO senz’altro SCELTO UN ITINERARIO PIU’ BREVE per raggiugere il monastero di Montecassino.

La città di Isernia in base ai documenti redatti all’epoca ed a TUTTE le biografie antiche, tranne la SOLA descrizione di Cantera era ESCLUSA. (vedi foto).

Diversi autori contemporanei, senza verificare la veridicità di quanto illustrato da Cantera, oltre a CONDIVIDERLA, l’hanno arricchita con altri avvenimenti MAI, dico MAI accaduti e MAI, dico MAI, ricordati dagli antichi biografi di papa Celestino V.

2  (due) SAREBBERO gli AVVENIMENTI e NESSUNO DI ESSI CORRISPONDE ALLA REALTA’.  

1^. il dono di 2, dico e ripeto, DUE croci di argento di fattura longobarda-bizantina alla cattedrale della città di Isernia. (vedi figura).

2^. il re Carlo II d’Angiò aveva assegnato un annuo vitalizio ad alcuni congiunti di papa Celestino V, residenti nella città di Isernia.

 

Oreste  Gentile.

(continua).

 

 

ANCORA UN “GIALLO”. LA PRESENZA DI PAPA CELESTINO V NEL MONASTERO DI SAN VINCENZO AL VOLTURNO IN OCCASIONE DEL SUO VIAGGIO DALLA CITTA’ DE L’AQUILA ALLA CITTA’ DI NAPOLI.

ottobre 13, 2020

             

Cantera ricordò, come illustrato nel precedente articolo, il viaggio di andata e di ritorno di papa Celestino V dalla città di Sulmona al castrum di Castel di Sangro, nel giorno 12 ottobre 1294.

Il giorno dopo, ossia il 13 ottobre 1294, sempre e solo secondo Cantera, il viaggio riprese dalla città di Sulmona e, passando nuovamente per il castrum di Castel di Sangro, giunse al monastero benedettino di san Vincenzo al Volturno.

L’anziano papa, all’epoca aveva 85 anni compiuti, avrebbe percorso circa 171 o 196 km. in una carrozza trainata da cavalli, seguita da un lungo corteo, per una strada prevalentemente di montagna. (vedi cartine).

 Cantera, è bene ricordare, scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di13 (proveniente nientepopodimeno ed inverosimilmente, da Sulmona) visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine; e di seguito: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

MARINI, TELERA e SPINELLI, NULLA scrissero in occasione del passaggio da Castel di Sangro e della visita al monastero di san Vincenzo al Volturno.

Ma ancora di più, vedremo nel prossimo articolo, come i 3 biografi IGNORASSERO, NEL MODO PIU’ ASSOLUTO che: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

La visita e la sosta nel monastero di san Vincenzo al Volturno ci furono e, forse, si protrassero per più giorni per permettere a papa Celestino V di porre un radicale rimedio alla decadenza materiale e spiritualmente dell’antico monastero e, procedendo, come vedremo, anche alla nomina di un abate di sua fiducia.  

Il monastero di san Vincenzo al Volturno. (foto http://www.sanvincenzoalvolturno.it).

Papa Celestino V aveva una grande esperienza per riorganizzare la vita religiosa di un monastero; nell’anno 1276 era stato nominato abate del monastero di Santa Maria in Faifoli da Capoferroarcivescovo di Benevento:  Mentio religiosi viri fr. Petri de Morronoabbatis monast. S. Marie de Faypula, ord. Sancti Benedicti, qui assecuratur ab hominibus casalium Corneti (o Cerreti) et Sancti Benedicti in Comitatu Molisii.

La chiesa del monastero di Santa Maria in Faifolis (foto regione Molise).

Nella dettagliata descrizione pubblicata da Potthast e dal documento n. 23997 si apprende: il giorno 13 ottobre 1294 il papa era presente nel monastero di san Vincenzo al Volturno; ma NULLA è dato sapere di cosa fece dei giorni successivi; probabilmente la sosta nel monastero vulturnense si protrasse e NULLA VIETA di IPOTIZZARLA durata fino al giorno 16 ottobre 1294 (quindi una sosta di circa 4 gg.), visto il successivo documento n. 23998, redatto in data 17 ottobre 1294 in ap. S. Germano, ossia presso il monastero benedettino di Montecassino, dove svolse gli stessi impegni, già adottati per il monastero di san Vincenzo al Volturno.

Infatti, così furono descritti da Marini: Da Sulmona à Napoli (Marini, NULLA scrisse su quanto accadde nel monastero di                s. Vincenzo al Volturno) fece Celestino il viagio per San Germano, & andò di persona à Monte Cassino, per riformare quel Monastero, & unirlo alla sua religione, e vi fece perciò eleggere pe Abbate Angelerio uno de suoi discepolihavervi introdotti cinquanta de suoi Monaci, e sforzati quei Monaci neri à pigliare l’habito de suoi, che è di colore camelino di vilissimo panno: […].

Ciò che accadde nel monastero di Montecassino, era già successo in modo del tutto simile nel monastero vulturnense: la nomina del nuovo abate, Nicola, anch’egli dell’ordine celestiniano, da parte del papa molisano e la riorganizzazione dello stesso monastero nel pieno della sua decadenza materiale e spirituale.

Cantera, è bene ricordare, scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di 13 (proveniente nientepoponimenoche ed inverosimilmente, da Sulmona) visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine; e di seguito scrisse: sic et simpliciter: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

Sempre da Potthast apprendiamo, dal documento n. 23999 redatto in data 23 ottobre 1294, la presenza del papa e del corteo al suo seguito nella città di Theanae/Teano, dopo la visita al monastero di san Vincenzo al Volturno, successiva alla sua visita del monastero di Montecassino.

In Theanae si trattenne, come testimonia il documento n. 2400, redatto in data 28 ottobre 1294, con le solite sottoscrizioni di documenti con argomenti politici (influenzate del re angioino) e religiosi; ergo, si trattene in base alle date ed ai numeri di protocollo, 5 giorni.

Il giorno 3 novembre 1294 era già in Capuae, documento n. 24001 e NULLA si conosce di come abbia trascorso i giorni, fino al 13 novembre, documento n. 24002, allorquando era già presente nella città di Napoli, sede del regno angioino.

FINE DEL VIAGGIO.

IMPORTANTE NOTARE: durante i soggiorni nelle città in occasione del trasferimento dalla città di L’Aquila alla città di Napoli, papa Celestino V dedicava sempre una parte del suo tempo ad impartire delle nuove disposizioni di carattere politico e religioso, tutto diligentemente protocollato e trascritto da Potthast nel Regesta Pontificem Romanorum (18741875).

Risulta chiaro: non tuti i giorni in cui soggiornava, l’anziano pontefice sottoscriveva documenti; probabilmente, in base alla numerazione del protocollo, RIPOSAVA e ne aveva ben ragione all’età di 85 anni.

E’ bene ancora una volta ripetere: questo accadde anche durante il suo soggiorno nel monastero di san Vincenzo al Volturno, come testimonia il documento n. 23997 del 13 ottobre 1294 e, sulla base del documento n. 23998, redatto il 17 ottobre 1294 ap. S. Germanum, Celestino V, a buon diritto e con il consenso di re Carlo II d’Angiò, avrebbe riposato per 4 giorni.

Era già accaduto nel lungo soggiorno in L’Aquila dopo la sua elezione; accadde in Sulmona ed accadde, per i motivi già esposti, presso il monastero vulturnense; e di lì a poco sarebbe accaduto durante il suo soggiorno presso il monastero di Montecassino, testimoniato, come per il monastero vulturnense, dall’UNICO documento n. 23998, già citato, sottoscritto il 17 ottobre 1294.

Successivamente, il documento n. 23999 con data 23 ottobre 1294, essendo stato redatto nella città di Theanae, TESTIMONIA il soggiorno di papa Celestino V dal 17 ottobre al 22 ottobre 1294 nel monastero di Montecassino.

Cantera, UNICO tra i biografi antichi di papa Celestino V, sfruttò la mancanza di notizie e di documenti per affermare, URBI ET ORBI:

NEL 14 ANDO’ AD ISERNIA, RIMANENDOVI FINO AL DI’ 15.

Il GIALLO, diventerà una vera BUFALA nella prossima ed ultima puntata del giorno 15 ottobre 2020.

Oreste Gentile.

(continua).

 

 

IL “GIALLO” SI INFITTISCE. IL VIAGGIO DI PAPA CELESTINO V e del re CARLO II d’ANGIO DALLA CITTA’ DI SULMONA AL CASTRUM DI CASTEL DI SANGRO.

ottobre 12, 2020

Desta non poca meraviglia la mancanza di notizie da parte del suo maggiore biografo, don Lelio Marini Abbate Gen. de i Celestini (1630), sulla presenza di papa Celestino V nel castrum di Castel di Sangro il giorno 12 ottobre 1294 dopo il suo soggiorno, come abbiamo esaminato, nella città di Sulmona.

In base al documento n. 23996 pubblicato da Potthast, il papa molisano il giorno 12 ottobre 1294 era presente nel castrum di Castel di Sangro: Quaestionem inter abbatem conventumque monasterii s. Mariae Monte Virginis ord. s. Ben. et B. Avellinensem episcopum super quodam annuo censu unius librae cerae ortam terminat.

LA STORIA, come suole dirsi, si TINGE ANCORA PIU’ DI GIALLO ed inizia proprio sulla presenza di papa Celestino V e del suo numeroso corteo nel castrum di Castel di Sangro. (vedi foto).

Cantera (1892) ricordò un viaggio di andata e ritorno dell’anziano papa (84 anni) dal castrum di Castel di Sangro: il 13 ottobre Celestino proseguì l’itinerario e da Sulmona passò a Castel di Sangro, nella quale terra vi era recato pure il giorno precedente (ossia il 12), ed indi nello stesso dì 13 ottobre visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine.

Semplifichiamo quanto letto: il 13 ottobre il papa da Sulmona si recò a Castel di Sangro, dove era già stato il giorno 12 ottobre, e proseguì il viaggio per visitare il convento di S. Vincenzo.

E’ INVEROSIMILE: un uomo di 85 anni, papa Celestino V, con la necessità di re Carlo II d’Angiò di condurlo con tanta fretta nella città di Napoli, capitale del suo regno, potesse sostenere in molto meno di 24 ore un viaggio pari a: il giorno 12. Sulmona-Castel di Sangro + Castel di Sangro-Sulmona = 98 km. ed il giorno 13. Sulmona-Castel di Sangroconvento di S. Vincenzo al Volturno = 73 km. (passando per Alfedena) o 98 km. (passando per Rionero Sannitico – Bivio di Fòrli S. – Acquaviva d’Isernia – Cerro -Castel san Vincenzo), per un totale di 171 km. o 196 km. in una sola giornata. (vedi foto).

ASSURDO. 

Infatti, esaminando quanto scrissero in proposito i suoi biografi più (e meno) accreditati, NESSUNO ricordò quanto illustrato da Cantera.

Marini, come già esaminato, non ritenne opportuno ricordare la sosta in Castel di Sangro: da Sulmona lo fece arrivare direttamente a San Germano, & andò di persona à Monte Cassino per riformare quel Monastero […].

Telera (1648), scrisse: In Castel di Sangro al suo passaggio, si liberarono moltissimi ossessi dal demonio, e furono sanati infermi di ogni sorta di male, che si tralasciano da raccontare minutamente e, successivamente, il papa era In S. Germano […].

Spinelli (1663) fu molto, molto conciso nel descrivere quanto accadde dopo l’elezione al pontificato e la lunga permanenza di Celestino V nella città di L’Aquila: Nel proseguire l’incominciato cammino, passò dalla città di Sulmona, tralasciando quanto descritto minuziosamente da Marini in merito alla permanenza del papa, nella “patria di Ovidio (Sulmo mihi patria est)”, (vedi precedente articolo), dal giorno 7 al giorno 11 ottobre 1294.

Al pari di MARINI e TELERA, anche SPINELLI, NULLA scrisse del passaggio per Castel di Sangro e, come esamineremo, NEMMENO della visita al monastero di san Vincenzo al Volturno dove era giunto il giorno 13 ottobre 1294.

Dando credito a Potthast, il documento n. 23997 da lui esibito, fu redatto il giorno 12 ottobre 1294 nel castrum di Castel di Sangro, una località che aveva già vista la presenza del giovane Pietro di Angelerio e di Maria, dopo il compimento dei 20 anni e l’abbandono della sua patria: arrivò nel pomeriggio (ore 15) di un giorno, probabilmente nel mese di gennaio dell’anno 1229, per iniziare il suo lungo periodo di eremitaggio durato circa 65 anni; i primi 3 anni proprio nei pressi di Castel di Sangro.

Le sue più antiche biografie concordano: la partenza in compagnia di un confratello, che di lì a poco lo avrebbe abbandonato, avvenne da una località non identificata e così ricordata: lassando il proprio sangue (Bugatti, 1520) e Usciamo dalla Patria, & andiamo lontano à servire à Dio (Marini, 1630).

Papa Celestino V, sostando nel castrum di Castel di Sangro, definì, come testimonia il documento n. 23996 con data 12 ottobre 1294, una disputa: Quaestionem inter abbatem conventumque monasterii s. Mariae Montis Virginis ord. s. Ben. et Avellinensem episcopum super quodam annuo censu unius librae cerae ortam terminat.

Cantera ricordò il descritto provvedimento papale, ma, come già esaminato, fece tornare nello stesso giorno 12 ottobre, il vecchio papa nella città di Sulmona per poi affrontare, il 13 ottobre un nuovo il viaggio verso il monastero di san Vincenzo al Volturno, dopo avere percorso, a 85 anni, circa 171 o 196 km..

Cantera, è bene ricordare, scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di 13 (venendo nientepopodimeno ed inverosimilmente, direttamente dalla città Sulmona) visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine; e di seguito scrisse: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

MA QUESTO E’ UN ARGOMENTO CHE TRATTEREMO AMPIAMENTE IN UNO DEI PROSSIMI APPUNTAMENTI.

Oreste Gentile.
(continua).

IL VIAGGIO DI PAPA CELESTINO V e del re CARLO II d’ANGIO’ DALLA CITTA’ DI L’AQUILA ALLA CITTA’ DI SULMONA.

ottobre 8, 2020

La partenza dalla città di L’Aquila, presumibilmente avvenne la mattina del 6 ottobre, avendo stabilito già il 7 ottombre 1294 la sua residenza in monasterio s. Spititus prope Sulmonam, come ricordò Potthast, un luogo di culto a lui particolarmente caro.

Infatti, agli inizi del suo lungo periodo di eremitaggio, circa 65 anni, dopo averne trascorsi 3 nei pressi del castrum di Castel diSangro, si era rifugiato sul Monte Morrone, nei pressi della città di Sulmona, d’onde, scrisse Marini(1630), acquistò perpetuo cognome, e fama celeberrima per tutto il mondo, che non finirà mai più.

In quel medesimo luogo, trà l’altre opre fatte da lui, ricordò Marini, fù la Chiesa, & il luogo di Santa Maria del Morrone, nel quale anco incominciò ricevere, & admettere compagni e discepoli. […]. In oltre si raccoglie (si apprende), che questo luogo di Santa Maria del Morrone era nella parte inferiore, & alla radice del Monte (Morrone), & à punto dove fu poi ampiata è chiamata Santo Spirito, per le donazioni di terreni colti ed incolti.

L’ampliamento dei possedimenti fondiari della Chiesa, & il luogo di Santa Maria del Morrone, fecero sì che l’estesa proprietà fondiaria e la stessa chiesa di Santa Maria costituissero il Monastero & Abbatia di San Spirito dove papa Celestino V, soggiornò dal 7 all’11 ottobre prima di riprendere il viaggio alla volta del castrum di Castel di Sangro.

Il Monastero & Abbatia di San Spirito.

In quel lasso di tempo, oltre a svolgere i compiti importanti e solenni, essendo la più alta carica della gerarchia della Chiesa cattolica, papa Celestino V si interessò anche di faccende politiche.

Golinelli (2007), ricorda: Tra 7 giovedi e martedi 11 ottobre fece sosta con il seguito e la curia nella sua Sulmona presso l’abbazia di Santo Spirito, da dove operò come pontefice permettendo di prendere la tonsura con i primi quattro ordini minori religiosi e assegnando l’amministrazione della Chiesa di Lione al giovane figlio di Carlo II d’Angiò, Ludovico, che doveva morire poco dopo, in odore di santità, nel 1297 e fu canonizzato nel 1317 ed intervenendo in favore del vescovo di LUNI.

Il giorno 9 ottobre ritornò ad ammonire il re d’Aragona, perché aveva sposato la cugina Isabella di Castiglia, senza le necessarie dispense canoniche, per cui i loro figli, risultando illegittimi, non avrebbero potuto succedergli al trono.

Lo stesso giorno, ricorda Golinelli, consacrò in modo solenne l’altare di Santo Spirito alla presenza di sette cardinali e di una grande folla.

Il giorno seguente, domenica 10 ottobre 1209, s’incamminò sull’erta del Monte Morrone e finalmente raggiunse il suo amato eremo di Sant’Onofrio.

 Re Carlo II era sempre con lui, a confermarne gli atti e corroborandoli con altri suoi privilegi, soprattutto a vantaggio dei monasteri celestiniani.

C’era un pensiero che assillava il papa, quello di proteggere come buon pastore il gregge dei suoi monaci, e per questo egli sembrava disposto a scambiare favori col sovrano, concedendogli in cambio tutto ciò che egli chiedeva.

Tra il re Carlo II d’Angiò e l’anziano eremitapapa Celestino V si era stabilito un tacito accordo: Do ut des.

Il giorno 11 ottobre, ricordò Potthast nel doc. 23995 la littera papae unientis conventui S. Petri prope Beneventum certa monasteria et ecclesias hic exspressas.

Durante la sua permanenza nella città di Sulmona, papa Celestino V, operò alcuni miracoli, a conferma della sua santità:            Doppò che Celestino partì dall’Aquila l’istesso giorno, overo il seguente (come è più credibile per la longheza del viagio) passò detto Raiano, che è nel piano di Valva ò di Sulmona (e di quà si raccoglie che ritornò per la strada fatta nell’andare) lui una donna chiamata Amata, contratta e fidrata in tutti i suoi membri in modo, che non solo non poteva andare, ma ne anco muoversi, ò mutarsi da un luogo ad un altro, se non era portata da altri, ò se non si trascinava per terra: Portata da Padre & posta longo la strada, per la quale Celestino doveva passare, Datagli la benedizione col segno della Croce sopra di lei dal Santo Papa, fù in un subito da quell’hora perfettamente liberata, e si levò da se stessa, & andò e caminò libera e speditamente senza impedimento alcuno.

Seguirono, come ricordò Marini, ad opera del papa molisano altri miracoli nelle città interessate dal suo viaggio verso la città di Napoli.

Durante il suo soggiorno sulmonese, Marini ricordò: Mentre Celestino era nel Monastero di Santo Spirito presso Sulmona, venne à morte uno dei Cardinali fatti dal medesimo Pontefice de i doi del suo Ordine, quello che si chiamava Pietro […]. Si trovava sempre al fianco del Potefice (Pontefice, Celestino V) l’Arcivescovo di Benevento Frà Pietro Aquilano, che nel secolo si chiamava Giovanni de Castro Celi come Vicecancegliere, una nomina che fu disapprovato dagli altri cardinali.

Quanto descritto. accadde in occasione della presenza di papa Celestino V, del re angioino e del numeroso corteo nella città di Sulmona.

Assolti tutti i compiti politici e religiosi, tutti si mossero alla volta del castrum di Castel di Sangro.

Il probabile itinerario seguito da corteo papale e reale dalla città di  Sulmona al castrum di Castel di Sangro.

Oreste Gentile.

(continua).