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“L’INVENZIONE DELLA TRADIZIONE”: E. J. HOBSBAWM e LA NASCITA DI PAPA CELESTINO V in ISERNIA.

novembre 10, 2012

Il volume L’invenzione della tradizione, di E. J. Hobsbawm e T. Ranger, pubblicato nel 1983 dalla Cambridge University Press e negli anni 1987, 1994 e 2002 da Einaudi editori di Torino, così nella introduzione: come si inventa una tradizione, afferma che Le <tradizioni> che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta. (…). Tutte le tradizioni inventate infatti, laddove è possibile, ricorrono alla storia come legittimazione dell’azione e cemento della coesione di gruppo.

Nel capitolo Tradizioni e genesi dell’identità di massa in Europa sostiene sul piano dell’invenzione della tradizione tre grandi innovazioni sembrano spiccare per importanza. (…). La seconda fu l’invenzione delle cerimonie pubbliche e la terza innovazione fu la produzione massiccia di monumenti pubblici.

L’invenzione della tradizione, secondo  Hobsbawm, può avvalersi anche del valore pubblicitario degli anniversari e l’emissione di francobolli postali  – dopo il denaro, la più universale tra le forme dell’iconografia pubblica – con immagine storiche, o di genere consimile.

Quanto letto permette di fare una riflessione e di scoprire le innovazioni adottate per sostenere la tradizione inventata per accreditare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio alla città di Isernia.

Claudio Palumbo, vicario generale della diocesi di Isernia e docente di Storia della Chiesa presso l’ITAM in occasione (2008) della presentazione del volume Isernia e il suo Papa dichiarò: < Si tratta di una pubblicazione che ho apprezzato sotto il duplice profilo di sacerdote e di studioso della storia della Chiesa, – ha spiegato don Palumbo – perché ha il merito di riprendere e riconsiderare seriamente la tesi della paternità isernina o iserniana della figura del Papa Santo >. < Se la Storia si mostra avara di notizie, – ha continuato il reverendo c’è una consolidata tradizione che offre conferme in tal senso. Inoltre dai registri della cancelleria Angioina questa tradizione viene sicuramente rafforzata >.

La Storia non si mostra avara di notizie perchè le biografie più antiche, lette attentamente e senza condizionamenti campanilistici, tramandano 8 (otto) indizi storici e geografici validi per localizzare ed identificare la patria di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, nella regione Molise e nella località di Sant’Angelo Limosano:

(1) essere nel Comitatus Molisii. (2) essere nelle vicinanze del monastero di Santa Maria in Faifoli. (3) essere nella diocesi di Benevento. (4) essere un castrum/castellum. (5) essere lontano da Castel di Sangro una giornata + il secondo giorno a hora Nona (ore 15). (6) essere distanti più di quindeci miglia da Castel di Sangro. (7) essere conosciuto con il nome di sancto angelo. (8) essere vicino a Limosano.

Gli 8 (otto) indizi storici e geografici non sono stati mai esaminati dagli storici, dagli uomini di chiesa che hanno sempre voluto sostenere e perpetuare una tradizione inventata in favore di Isernia, arricchendola, come ha evidenziato Hobsbawm per altri avvenimenti, con le innovazioni di cerimonie pubbliche, anniversari, monumenti e l’emissione di francobolli postali.

Le biografie più antiche permettono di conoscere, visto che gli storici e gli uomini di chiesa brancolano nel buio, anche il cognome della famiglia di papa Celestino V, il suo stato patrimoniale e dove trascorse i giorni 14 e 15 ottobre dell’anno 1294 quando da L’Aquila si trasferì a Napoli.

I Registri della Cancelleria Angioina, citati da Palumbo per dare forza alla tradizione inventata, documentano la Storia amministrativa del regno angioino: in essi non esiste un documento che rafforzi la nascita di Pietro di Angelerio nella civitas di Isernia.

Per sostenere la tradizione inventata fu proposta l’esistenza della casa natale di Pietro di Angelerio nella città di Isernia: non che dalla non mai interrotta tradizione che addita tutt’ora ai passanti la casa di Pietro Celestino mercè l’immagine del Santo  posta ad un angolo di essa. (Iorio,1894).

La facciata di una “casa” sita prima dell’anno 1943 in piazza Celestino V , già piazza Concezione, nella città di Isernia.

Sulla parete della casa fu posta una lapide per celebrare il VI centenario (1896-1296) della morte: …  A S. Pietro Celestino cittadino d’Isernia nato in questo luogo secondo la testimonianza della tradizione .

Cosa rimane di quella testimonianza?

La casa sorgeva in piazza Concezione –ora piazza S. Celestino V- …. Purtroppo i bombardamenti del 10-9-1943 distrussero casa e lapide; ai turisti che visitano la nostra città dobbiamo contentarci di indicare il luogo in cui sorgeva la casa di Celestino V… . (Mattei, 1978).

La casa in piazza S. Celestino fu messa in dubbio, ma Mattei non si perse d’animo e propose la presenza di un’altra casa ubicata fuori dalla civitas di Isernia: Ma come salvare la tradizione che additava in Isernia sulle mura a nord della città la casa di S. Pietro Celestino? Nulla vieta di pensare che la famiglia di Angelerio (…) siasi trasferita a Isernia nell’infanzia di S. Pietro Celestino o anche si può supporre che, pur avendo domicilio abituale in campagna nel castello di S. Angelo, abbia posseduto una casa anche nella città di Isernia ove spesso si recava e si tratteneva.

Non poteva mancare il sostegno del vescovo della diocesi di Isernia:

 …, quod situm est quo in loco, ut pie traditum est, paterna domus sita erat in qua Petrus Angelerius ortum habuisse dicitur,… . (Gemma, 1996).

Perché la presenza della casa di papa Celestino V è una tradizione inventata?

L’isernino arciprete e storico Ciarlanti (1644), convinto assertore della nascita nella città di Isernia, ignorava l’esistenza della casa, tanto da non ricordarla nella biografia del papa: se la sua distruzione avvenne a causa dei bombardamenti del 1943, la casa doveva esserci al tempo di Ciarlanti, ovvero circa 300 anni prima.

Per sostenere la tradizione inventata della nascita in Isernia fu esibita anche la copia non autenticata di un documento in cui è scritto religiosi viri fratris Petre de Murrone huius civitatis Ysernie civis.

La copia fu esibita per la prima volta da Telera (1648) ed era sconosciuta a Ciarlanti: era stata scritta con la grafia del XVII secolo  per ricordare, fra gli altri avvenimenti, che papa Celestino V era cittadino di questa città d’Isernia (Mattei,1978), ma non dichiarava  che vi fosse anche nato.

La “COPIA” non AUTENTICATA, della “bolla” di mons. Roberto, vescovo di Isernia, datata 1289. La “COPIA” fu scritta da “IGNOTI” con grafia del XVII. secolo !

Nella pubblicazione (1996) di mons. G. B. Proja è scritto: Circa il luogo di nascita del nuovo santo (papa CelestinoV)  la bolla (di canonizzazione) si limita a indicare una regione “Terra di lavoro”, vasta provincia del regno di Napoli che abbracciava una buona parte della Campania, della Puglia settentrionale, del Lazio e dell’odierno Molise. Volendo precisare maggiormente il luogo, la precedenza va data alla città di Isernia, dove vige la costante tradizione della nascita del santo. La tradizione è fondata sulla esplicita affermazione del vescovo Roberto il quale in una bolla circa “la Fraterna” definisce fra’ Pietro “Aeserniae civis” (1289).

E’ a tutti noto che la cittadinanza si acquisiva e si acquisisce anche se non si è nato in una località!

Hobsbawm  nel suo saggio non valutò che l’invenzione della tradizione potesse sfruttare anche grandi personaggi religiosi.

La tradizione inventata a favore di Isernia non risparmiò san Francesco: Il culto di S. Francesco fu molto in auge nell’età celestiniana. Secondo una tradizione si vuole che durante la venuta dell’assisiate in Isernia (1222, cfr. par. XVI e Ciarl., IV, 333) il Poverello avesse conosciuto fanciullo il futuro Celestino V il quale in quell’epoca aveva otto anni. (Viti, 1972).

La presenza di san Francesco in Isernia fu inventata da Ciarlanti (1644) per due scopi: ) confermare la nascita di Pietro di Angelerio nella città, ) fissare anche l’anno della nascita al 1214 (calcolato sottraendo da 1222, anno della visita, 8, l’età del  fanciullo); ma il  vero anno di nascita, come vedremo, era il 1209.

Il religioso isernino scrisse: Indi (san Francesco) giunto in Isernia anche vi fondò il monastero sotto l’invocazione di S. Stefano, secondo lo stesso autore (Waddingo), ove eziando al presente si vede una stanza, in cui dimorò per qualche tempo, che vi si trattenne; fu invocata la testimonianza degli Annales di Waddingo che non ricordavano l’avvenimento.

Quanto scritto da Ciarlanti permette di conoscere un miracolo: il santo, con la sua visita durata poco più di 2 (due) giorni [(pomeriggio del 3-4 (giorno di Pasqua) del 1222 (Viti, 1972), fondò il monastero in cui dimorò per qualche tempo: in 2 (due) giorni, fondòdimorò!

L’invenzione di Ciarlanti fu condivisa da mons. Gemma (1998), vescovo emerito della diocesi di Isernia: Qui (in Isernia), come vuole una pia tradizione, la tua mamma ti presentò fanciullo a San Francesco perché ti benedisse. Fecondità di quella benedizione!.

Anche il viaggio intrapreso da papa Celestino V da L’Aquila a Napoli nel 1294, fu sfruttato per sostenere la tradizione inventata della nascita in Isernia e della sua presenza nella città nei giorni 14 e 15 ottobre dell’anno 1294: Non abbiamo documentazione sulla dimora in Isernia del neo eletto tra il 14-15 ottobre 1249 (trattasi del 1294), tranne la tradizione orale, ma per quanto detto, è almeno naturale supporre che egli fosse stato onorato nel monastero di S. Maria. (Viti, 1972).

Per dare maggiore credito alla tradizione orale fu inventato il dono di 2 (due) croci ai suoi concittadini: Il 14 e 15 dimora ad Isernia. Alla cattedrale della sua patria il papa donò due croci, prezioso lavoro di argenteria bizantina e langobarda, che tuttora si custodiscono nel tesoro di quel duomo. (Gasdia, 1960).

Conferma Viti (1980): E ben accetto dal Capitolo Cattedrale se soddisfatto (papa Celestino V) dell’accoglienza riservatagli, donava a quel consesso due croci di argento di fattura longobarda-bizantina e Colitto (1980): Una radicatissima e antichissima tradizione, di cui abbiamo tracce fin dal XVI secolo, afferma che le due suddette croci furono donate da S. Pietro Celestino al Capitolo Cattedrale di Isernia nel suo passaggio per la detta città andando a Napoli.

E’ strano che le tracce di una visita avvenuta nel 1294, XIII secolo, fossero conosciute solo fin dal XVI secolo: dopo 300 anni!

La descrizione delle 2 (due) croci fatta da Gasdia e da Viti non corrisponde a quella più dettagliata di Colitto: Nel tesoro del Capitolo Cattedrale di Isernia sono custodite due pregevoli ed antichissime croci, di cui una con un pezzettino del legno della S. Croce è in argento e misura circa 40 centimetri di altezza (probabilmente proviene da una bottega fiorentina e ha il Cristo in stile bizantino), l’altra è tutta in oro, ricoperta di pietre preziose e misura circa 25 centimetri di altezza. (…). Queste notizie mi sono state date dal rev. Sac. D’Antonio M. Mattei, canonico curato della cattedrale i Isernia.

Ciarlanti (1644) per primo aveva ricordato le 2 (due) croci: … e due Croci, ch’egli (papa Celestino V) in dono mandò alla sua Patria (Isernia), che nel Duomo si conservano.

Il religioso isernino era consapevole che le 2 (due) croci erano state inviate e non donate da papa Celestino V, perciò non erano in relazione, testimoniavano il suo passaggio per la detta città andando a Napoli, come avevano affermato Gasdia (1960), Viti (1980) e Colitto (1980).

Mons. Gemma (1998) volle ricordare l’evento: e qui (in Isernia) tu lasciasti, come segno d’affetto, di comunione e di protezione quella croce argentea che il tesoro della nostra cattedrale custodisce, quale emblema di un particolare legame che ti unisce alla tua città natale: tu lasciasti, ma Ciarlanti aveva scritto mandò!

Quante erano/sono le croci?

2 (due) o 1 (una)?

Nel 1998 il vescovo Gemma aveva ricordato l’esistenza di 1 (una) croce, ma 2 (anni) dopo, nel 2010, Palumbo lo smentì: La tradizione orale lega a questo momento (la presenza in Isernia il 14 e 15 ottobre 1294) il dono delle due preziosi croci, di ottima fattura medioevale, lasciate dal papa al capitolo della cattedrale che tuttora le conserva gelosamente.

2 (DUE) croci esposte in occasione della presenza della sacre spoglie di papa Celestino V nella cattedrale di Isernia (da “Pietro Celestino. ll cammino di un santo”. Isernia 2010, a firma di Claudio Palumbo.

Sempre nel maggio 2010, in occasione della presenza delle sacre spoglie del papa anche nella cattedrale della città di Isernia per la celebrazione dell’VIII centenario della sua nascita (12092009), leggiamo un’altra smentita a ciò che aveva affermato dal vescovo Gemma (1998): Durante l’intero mese, in cattedrale si potrà visitare una mostra che racconta la vita di Celestino V e, accanto all’urna con il suo corpo, saranno esposte le due croci che egli donò alla città di Isernia.

Si abusò della credulità popolare! (art. 661 C.P.).

Una fotografia utilizzata per sostenere la tradizione inventa: era una innovazione sconosciuta a Hobsbawm.

Quanti sostengono la tradizione inventata hanno consultato anche le fonti biografiche più antiche, ma il più delle volte le hanno interpretate ad usum delphini.

Un esempio fra i tanti: Palumbo (maggio 2010): S. Pietro Celestino (Pietro Angelerio o Pietro del Morrone) nasce in terra d’Isernia, nel Molise, tra il 1209 e il 1215, secondo una accreditata tradizione storiografica risalente a fonti contemporanee al santo. Valga per tutte l’espressione del contemporaneo Guglielmo de’ Nangis (+ tra il 1300 ed il 1303), monaco benedettino dell’abbazia di St. Denis, che nel suo noto Chronicon universale lo dice “Yserniensis dioecesis, appulus natione. ( in merito l’articolo PAPA CELESTINO V NEL “CHRONICON” DI GUGLIELMO DE NANGIS E NON SOLO ….!).

La frase Yserniensis dioecesis, appulus natione  è stata estrapolata dal Chronicon con l’unico scopo di sostenere una accreditata tradizione storiograficaa favorevole  ad Isernia, ma la citazione non è originale: è simile a quelle tramandate dai biografi più antichi che Palumbo dovrebbero ben sconoscere.

E’ importante evidenziare: de’ Nangis, unica fonte citata da Palumbo, era uno “scrittore di cronache storiche” autore di un Chronicon pubblicato nel M.G. H; non scrisse una vera e propria biografia di papa Celestino V, ma si interessò anche degli avvenimenti degni di rilievo accaduti nell’anno 1294 e nei mesi di maggio e di luglio.

Al vol. XXVI, pag.690 si legge: 1294. Mens Maio ad nuptias filie regis Anglie, quam Henricus comes de Barro desponsaverat, Iohannes dux Brabancie apud Barrum invitatus, fuit ibidem in …. . Quinta die mensis Iulii apud Perusium post ecclesie Romane duorum annorum, trium mensium et duorum dierum, vacationem frater Petrus de Morone, Yserniensis dyocesis, natione Apullus, monachus et pater cuiusdam tenuis religionis ab eo institute, …: frate Pietro del Morrone, della diocesi iserniense, natione/nascita Apullus, cioè non isernino!

Palumbo ha voluto enfatizzare una delle notizie che arricchiscono il Chronicon di Guglielmo de’ Nangis.

Palumbo certamente conosce le biografie scritte dagli altri uomini di chiesa che tramandano sì notizie più particolareggiate, ma la loro scarsa conoscenza della storia e della geografia dell’Italia del XIII secolo, non permette di localizzare e di identificare la patria di papa Celestino V.

Il cardinale Jacopo Stefaneschi, tra il 1296 ed il 1314 nell’Opus Metricum scrisse: De prima vita Fr. Petri singulari exercitationis eremiticae rigore. Est locus Aprutii (a), cui profert accola nomen Molisium (b), patria huic quonda vel parte LaborisTerrae(c)! Et, quamquam humilis generis, pietate referti.

Il cardinale commise 2 errori: (a) il luogo di nascita non poteva essere un locus dell’Abruzzo, (b)il nomen della patria poteva essere Molisium; (c) la patriasi localizza nella provincia o Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii, precisamente, come vedremo, nel Comitatus Molisii.

Il frate F. Francisci Pipini (1270–1328), bolognese scrisse nel suo Chronicon: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam (a) provinciae Terrae-Laboris (b), vocatus prius FraterPetrus de Murono, de Ordine, qui a plerisque dicitur Sancti Damiani:  (a) indicazione errata; (b) il riferimento è incompleto, vedi quanto detto al precedente punto (c)

Bernardi Guidonis (1261–1331) francese, vescovo, scrittore ed inquisitore dell’ordine Domenicano, scrisse: COElestinus V. conversatione Heremita. Natione de terra laboris (a) Oriundus prope Sulmona (b), inopinatè sanè eligitur ad Papatum VII. Kal. Mensis Julii anno Domini MCCXCIV: (a) indicazione incompleta, vedi precedente (c);  (b) indicazione errata.

La Bolla di Canonizzazione (1313),ricordando O quam felix es Provincia & Terrae Laboris … . B. igitur Petrus, de predicta provincia Terrae Laboris traxisse fertur originem, ex honestis parentibus, Catholicis & devoti, non aiuta a risolvere la secolare polemica, né è utile per sostenere la tradizione inventatautile ai fini della localizzazione della patria la citazione della Provincia Terrae Laboris, vedi punto (c).

Petrus de Alliaco (1326–1415), cardinale francese, filosofo, teologo ed astronomo, non volle smentire le errate conoscenze dei predecessori: Fuit itaque vir eximia virtute laudabilis, re ac nomine Petrus, in petra, quae Christus est, … . Hic ergo de Abrutio in partibus Apuliae natus, spirutu qua carne: i riferimenti geografici sono entrambi errati.

Nel Liber Pontificalis (1892)  CELESTINUS V, conversazione eremitica, natione de terra Laboris (a), oriundus prope Sulmonen. … ad ipsum, qui tunc erat in partibus Apulie seu Aprutii, in suo habitaculo colens Deum:  (a) il riferimento è incompleto, vedi punto (c) incompleto. La città di Sulmona non era in Terra di Lavoro e  l’Apulia poteva essere confusa con l’Abruzzo.

Una confusione geografica e storica sorprendente: solo la buona volontà degli studiosi e degli storici laici o presbiteri, non condizionata da campanilismi, può districare l’ingarbugliata matassa.

Una confusione che non consente di localizzare e di identificare il luogo di nascita di papa Celestino V ed ancora oggi, soprattutto gli uomini di chiesa, non vogliono fare chiarezza: in più occasioni hanno preferito accreditare la nascita alla città di Isernia.

La tradizione inventata oggi preferisce indicare non la città, ma in modo generico: nato in Terra d’Isernia.

Recentemente, ma già era stato pubblicato in passato, in occasione della celebrazione dell’VIII centenario della nascita del papa molisano, la diocesi di Termoli-Larino (febbraio 2010) e la diocesi di Isernia-Venafro (maggio 2010) hanno pubblicato di comune accordo perchè l’autore era Palumbo: S. Pietro Celestino (Pietro Angelerio o Pietro del Morrone) nasce in terra d’Isernia, nel Molise, tra il 1209 ed il 1215, secondo una accreditata tradizione storiografica risalente a fonti contemporanee al santo: il riferimento è al Chronicon di de’ Nangis.

Mons. Visco, vescovo della diocesi di Isernia-Venafro, nella omelia del 1 maggio 2010: Fratelli carissimi, siamo contenti – direi orgogliosi se l’orgoglio fosse una virtù – di sentirci concittadini di un così grande, coraggioso campione della fede, (…). Quante volte ci siamo infervorati nel dibattito storico circa la nostra città che ha dato i natali a San Pietro Celestino – e questo è indice di profondo attaccamento alla tradizione che vuole Pietro Angelerio nato in terra d’Isernia: non più nel città, ma nell’ ambito del suo territorio.

Perché questa scelta?

Il Chronicon di de’ Nangis, tramanda Yserniensis dyocesis, natione Apullus: è stato sottovalutato il riferimento a natione Apullus  che evidenzia la scarsa conoscenza della storia e della geografia del cronista, dando maggiore valore a  affermare che era, forse inteso come territorio diocesiano e non più nella città; ma la terra d’Isernia era sconosciuta dalla Storia e da tutti i biografi di papa Celestino V.

E’ improbabile che Palumbo ignori quanto scritto nel Bullarium Romanorum (tomo IV, 1859): Coelestinus Quintus, antea Petrus de Murrhone Monachus, filius Angelerii, patria Iserniensis: in modo chiarissimo è indicato il luogo di nascita; perché ha scelto la controversa citazione Yserniensis dyocesis, natione Apullus per sostenere la tradizione inventata?

Palumbo è a conoscenza che nell’Annuario Pontificio, organo ufficiale della Santa Sede, fino all’anno 1997 era scritto: S. Celestino Vn. a Isernia, Pietro del Murrone … , ma dal 1998 alla stessa voce si legge:  S. Celestino V, del Molise, Pietro del Murrone … ?

Chi mente? 

Gli storici, consapevoli dei problemi che interessano alcuni episodi della vita terrena di papa Celestino V, hanno sempre  manifestano uno scarso interesse alla risoluzione, forse per non  imbarazzare gli uomini di chiesa che hanno alimentato ed alimentano la tradizione inventata a causa della poca conoscenza della storia e della geografia del XIII secolo.

Gli uomini di chiesa che fanno?

Dichiarano (mons. Spina, vescovo di Sulmona-Valva, 2009): Lasciamo questa ricerca agli storici e agli studiosi con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita.

Uno scaricabarili che offende l’intelligenza di quanti vorrebbero conoscere la verità; gli uomini di chiesa condizionano gli storici e gli studiosi che, a loro volta, trascurano e sottovalutato (probabilmente ignorano) l’importanza degli indizi storici e geografici tramandati dalle più antiche biografie e validi per fare una selezionare tra le località che ambiscono ad essere la patria del santo molisano e scrivere la parola fine alle speculazioni campanilistiche.

La loro simpatia è per la città di Isernia visto quanto è scritto anche nel retro di un santino distribuito nella basilica di Collemaggio de L’Aquila: Pietro nacque in Isernia nel 2015. ….. . (A.D. 2005).

Nacque … nel 2015, ma nel 2009 hanno celebrato gli 800 anni della nascita, avvenuta nel 1209 (vero anno della nascita); cosa faranno nel 2015?

Se gli uomini di chiesa dimostrano tanta incertezza per l’anno della nascita, con tutta probabilità le loro scarse conoscenze hanno influito sulla valutaione del luogo di nascita, della conoscenza dei cognomi e dello  stato patrimoniale dei genitori e di ciò che accadde il 14 e 15 ottobre 1294.

Esamineremo come la loro confusione abbia incoraggiato la candidatura di altre località site fuori dai confini della regione Molise.

Cosa non si sono inventati!

Casa, bolla-copia del 1289, san Francesco, croci, fotografia, omelie ed un lungo elenco di interpretazioni o estrapolazioni bibliografiche ad usum delphini.

Seguendo l’elenco delle innovazioni proposte da Hobsbawm per accreditare l’invenzione della tradizione, per papa Celestino V troviamo una celebrazione, una lapide, un monumento e l’emissione di un francobollo.

Mons. Gemma, vescovo emerito di Isernia, nella omelia del 20 maggio 1996 informò i fedeli: Soltanto pochi minuti fa  – anche questo voglio qui ricordare a lode e plauso per i promotori – ho inaugurato insieme al sindaco di Isernia una lapide che abbiamo posto sulle pareti diroccate e fortunatamente rese visibili di un santuarietto (…). La lapide oltre ad indicare tale presenza (di papa Celestino V) e, quindi, la celebrazione dell’odierno centenario, vuole essere l’anticipo di alcune opere che l’amministrazione comunale si è detta disponibile ad attuare: un monumento cittadino a Pietro Angelerio in luogo degno della nostra città …. .

L’epigrafia della lapide: Aeserniensis civitas Petro Angelerio concivi / Prestantissimo Septies Centenaria recurrente die ab obitu / Aeserniae XIX Maii MCMXCVI Rotary Club Isernia.

La dedica ricorda il testo della bolla-copia del 1289: Pietro Angelerio era considerato concittadino, non una chiara dichiarazione alla nascita in Isernia, perchè  la cittadinanza si acquisiva e si acquisisce anche risiendendo in una località.

Già nel 1896 una lapide era stata posta nella piazza Concezione, oggi piazza Celestino V in occasione del VI anniversario della morte di papa Celestino V:

L’epigrafe non ricorda la nascita, ma la cittadinanza isernina di Pietro di Angelerio così come era stato scritto nella copia-bolla del vescovo Roberto; la novità è rappresentata dal cognome LEONE che fu inventato per la madre Maria.

Non esiste un biografo o un documento che possa confermare il cognome LEONE.

L’invenzione di un cognome è un innovazione sconosciuta a Hobsbawm.

Poteva mancare un monumento?

La sua epigrafe: Isernia al suo papa santo.

Il monumento dedicato a papa Celestino V.

E’ collocato nella piazza, già piazza Concezione, oggi piazza Celestino V dove, secondo la tradizione inventata, era sita la casa del santo.

L’intitolazione di una piazza è una innovazione sconosciuta a Hobsbawm.

Fu emesso un francobollo commemorativo, annunciato da mons. Gemma nell’omelia del 1996: E a questo sento il dovere di richiamare la mia chiesa che celebra con gioia questo centenario (VII della morte). Il quale, come tutti sapevano e sanno, ha prodotto anche un francobollo ommemorativo emesso l’altro giorno dalle poste italiane. Il merito va anche ad alcuni dei nostri, i quali hanno lavorato egregiamente soprattutto al fine che il nome di Isernia  apparisse nel francobollo, secondo il primario disegno. (…) e così il nome della nostra città, grazie a lui, a Pietro Celestino, percorrerà le vie di tutta Italia e del mondo, veicolato da quella passione filatelica che molti conoscono …. .

Perché accontentarsi solo dell’emissione di 3.000.000 di francobolli?

Fu stampata una cartolina ed un annullo filatelico in 1.000 esemplari sempre con lo scopo di evidenziare la nascita in Isernia nell’anno 1215; ma nell’anno 2010, la diocesi di Isernia-Venafro parteciperà alla celebrazione dell’VIII centenario della nascita 1209-2009.

Se hanno dimostrato certezza nel pubblicizzare l’anno 1215, perché hanno condiviso le celebrazioni organizzate nell’anno 2009/2010?

Questa contraddizione la dice lunga sulla sicurezza sempre manifestata per accreditare la tradizione inventata!

L’omelia di mons. Gemma confermò il movente che ha sempre spinto la città di Isernia a rivendicare la nascita di papa Celestino V: il nome della nostra città percorrerà le vie di tutta Italia e del mondo, già evidenziato da Ciarlanti nel XVII secolo: Si gloriano, e con ragione, molti luoghi di queste parti di aver dato al Mondo uomini santi, e veri servi di d’Iddio, che con le loro ottime operazioni hanno grandemente ajutato la S. Chiesa, e giovato non poco ai Popoli. Ma più di tutte  le altre può fregiarsi, e gloriarsi la Città d’Isernia, per aver partorito il Santissimo Pietro Sommo Pontefice chiamato Celestino V, tanto noto per tutto l’Universo.

Non poteva mancare il sostegno della “carta stampata” nel diffondere la notizia di una sensazionale scoperta di inedite fonti bibliografiche che avrebbero confermato la tradizione inventata.

Damiani nel 2008: documenti interessanti ed ancora inediti sono custoditi nella biblioteca di Montecassino e che L’Associazione “la Fraterna”, a breve inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

Stiamo nell’anno 2012 e non si conosce quanto è scritto nei documenti interessanti ed ancora inediti dove è chiaro, come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V!

Se l’invenzione della tradizione (Hobsbawm) ha permesso che il nome della nostra città (Isernia) percorrerà le vie di tutta Italia e del mondo, come affermò il vescovo Gemma(1996) e come scrisse Ciarlanti (1644): Ma più di tutte  le altre può fregiarsi, e gloriarsi la Città d’Isernia, per aver partorito il Santissimo Pietro Sommo Pontefice chiamato Celestino V, tanto noto per tutto l’Universo, perché altre località non possono gloriarsi?

Sant’Angelo d’Alife/Raviscanina, nella regione Campana ed in provincia di Caserta, dall’anno 2005 rivendica la nascita di papa Celestino V.

Una rivendicazione che ha creato delle invenzioni ignorate da Hobsbawm: la peregrinatio delle spoglie di papa Celestino V, una targa posta all’ingresso del paese ed un palio.

La peregrinatio:

Da il Mezzogiorno Quotidiano di Terra di lavoro (24 maggio 2011): SANT’ANGELO D’ALIFE (Ce) Le spoglie di Celestino V tornano nel paese che diede i natali al Papa del “gran rifiuto”. L’evento, che vedrà la peregrinatio delle spoglie, è stato presentato in una conferenza stampa svoltasi presso la Casa comunale ….. . (…), e infine, la precisa e dettagliata ricerca dello storico Domenico Caiazza, il quale ha dimostrato che il Papa del “gran rifiuto” nacque (stando al Liber pontificalis) in Sant’Angelo di Terra di Lavoro (identificabile con Sant’Angelo di Rupecanina, oggi territorio dei Comuni di Raviscanina e Sant’Angelo d’Alife).

La targa (da You TubeRaviscanina L’arrivo del Cardinale Sepe. reportage di verdematese, 4 giugno 2011) posta all’ingresso del paese: Benvenuti a RAVISCANINA Terra Natale di Celestino V

Il palio:

Un palio in memoria di Celestino V, il Papa che fece il Gran Rifiuto e che ebbe i suoi natali a Raviscanina, in Terra di Lavoro. L’iniziativa, organizzata dalla Pro Loco Rupecanina e dall’Ente Provinciale per il Turismo di Caserta, sarà presentata in conferenza stampa venerdì prossimo, 7 settembre, alle ore 11.00 nella sala conferenze dell’Ept, all’interno della Reggia di Caserta. Per due giorni, l’8 e il 9 settembre, la cittadina dell’alto casertano rievocherà la figura di Celestino V, nato nel 1219 (era l’anno 1209) nel castello di Rupecanina, come emerso dal ritrovamento della sua bolla di canonizzazione. Le spoglie del Papa, di cui anche Dante parla nella Divina Commedia, furono esposte l’anno scorso nella chiesa di Santa Croce. (da qui Caserta, 3 settembre 2012)

La tradizione inventata, proposta da qualche anno, è basata su quanto e scritto in 2 (due) pubblicazioni sempre conosciute dagli studiosi e che abbiamo già esaminato: 

  1) il Liber pontificalis (1892), ricordato nel 24 mggio 2011: CELESTINUS V, conversazione eremitica, natione de terra Laboris, oriundus prope Sulmonen. …. ad ipsum, qui tunc erat in partibus Apulie seu Aprutii, in suo habitaculo colens Deum. 

2) la conosciutissima e più antica bolla di canonizzazione scritta nel 1313, ricordata il 3 settembre 2012: O quam felix es Provincia & Terrae Laboris … . B. igitur Petrus, de predicta provincia Terrae Laboris traxisse fertur.

Dove è scritto Sant’Angelo di Terra di Lavoro?

Nel Liber Pontificalis (1892) fu scritto natione de terra Laboris, oriundus prope Sulmonen: come può avallare la candidatura di Sant’Angelo di Terra di Lavoro identificabile con Sant’Angelo di Rupecanina, oggi territorio dei Comuni di Raviscanina e Sant’Angelo d’Alife?

 Quanti conoscono la storia del regno federiciano-angioino sa che la citazione natione de terra Laboris era riferita alla provincia o Justitiariato del regno angioino denominato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii, mentre  la frase oriundus prope Sulmonen testimonia che l’autore ignorava il luogo di origine di Pietro di Angelerio.

Le 2 (due) antiche ed autorevoli citazioni non si differenziano da quanto abbiamo già visto:

a) Jacopo Stefaneschi, tra il 1296 ed il 1314 nell’Opus Metricum aveva scritto: Est locus Aprutii, cui profert accola nomen Molisium, patria huic quonda vel parte Laboris Terrae!

b) F. Francisci Pipini (1270–1328) nel Chronicon: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam provinciae Terrae-Laboris.

c) Bernardi Guidonis (1261–1331): COElestinus V. conversatione Heremita. Natione de terra laboris Oriundus prope Sulmona.

d) Petrus de Alliaco (1326–1415): Fuit itaque vir eximia virtute laudabilis, re ac nomine Petrus, in petra, quae Christus est, … . Hic ergo de Abrutio in partibus Apuliae natus, spirutu qua carne.

E’ bene tenere presente che gli autori ricordati ed i redattori  della Bolla di Canonizzazione e del Liber Pontificalis hanno dimostrato di  ignorare la storia e la geografia dell’epoca in cui visse papa Celestino V.

PROVINCIA o JUSTITIARIATO TERRA/AE LABORIS ET COMITATUS MOLISII:

Lo “JUSTITIARIATO TERRA/AE LABORIS ET COMITATUS MOLISII”. DUE TERRITORI AUTONOMI AMMINISTRATI DA UN UNICO “JUSTITIARIO.  Il <piccolo>, ma importante “COMITATUS MOLISII”  (in alto a  dx. della linea rossa).

Papa Celestino V era nato nel Comitatus Molisii.

Una Casa, una bolla-copia del 1289, san Francesco, le croci, una fotografia, le interpretazioni  e le estrapolazioni bibliografiche ad usum delphini, una celebrazione, l’ intitolazione di una piazza, le lapidi, un monumento, l’emissione di un francobollo, una cartolina ed un annullo filatelico per secoli hanno sollevato un polverone per mantenere in vita la tradizione inventata: la conoscenza della storia e della geografia dell’epoca in cui visse papa Celestino V, dissipa il primo ed estingue la seconda.

Le più antiche fonti biografiche favoriscono Sant’Angelo Limosano.

Un esempio per tutte, l’autorevole giudizio di mons. Sergio Pagano (27 agosto 2012), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano,  sulla più antica biografia di papa Celestino V, conosciuta come Vita Cla fonte più attendibile sulle gesta di CelestinoV, scritta da un suo confratello poco dopo la morte del papa.

Per  il profano: la fonte più attendibile significa la fonte più credibile che, se letta attentamente, non dovrebbe dare origine a dubbi ed a fantasiose ricostruzioni della vita terrena di papa Celestino V, con buona pace di quanti, soprattutto gli uomini di chiesa che, emulando lo struzzo, sostengono o promuovono le invenzioni per  sostenere la tradizione inventata.

Cosa ha tramandato la Vita C ?

In primis: che l’anno della nascita era il 1209; ma gli uomini di chiesa, non sapendo fare di conto, dubitano e chiamano in causa gli storici: dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215, ma non hanno rifiutato di celebrare nel 2009 gli 800 della nascita!

Nella Vita C  è scritto che il dimissionario papa Celestino V morì nel 1296 all’età di 87 anni: una semplice differenza dà 1209.

In secundis: la Vita C, ricordando la sua nomina ad abate del monastero di Santa Maria di/in Faifoliss nell’anno 1276,  evidenzia che si tratta dello stesso il monastero dove il giovane Pietro di Angelerio frequentò il noviziato dall’età di 17 anni  e per 3 anni: Inter alia cepit unum bonum monasterium tunc paene dirutur et destructum, quod vocabatur Sancta Maria in Fayfolis, quod erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

Il monastero era in provincia dove egli stesso era nativo: la provincia corripondeva al distretto angioino, già federiciano, denominato Justitiariato Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii; essendo ancora oggi il monastero di Santa Maria di/in Faifoli nel territorio della regione Molise, provincia era riferito al Comitatus Molisii e la giurisdizione ecclesiastica era pertinente alla diocesi metropolitana di Benevento.

Marini (1630), in più occasioni, lo confermò nella biografia del papa: l’ordine di San Benedetto in qualche Monastero più vicino alla sua patria, il quale forse fu quello di Santa Maria in Faifoli nella Diocesi di Benevento, dove egli era fu fatto Abate.

Le pubblicazioni degli storici e la maggioranza degli uomini di chiesa, favorevoli o meno alla sua nascita nella città di Isernia, hanno sempre condiviso ciò che tramandano le più antiche biografie di papa Celestino V: il giovane Pietro di Angelerio aveva frequentato da novizio e per 3 (tre anni) il  monastero di Santa Maria in/di Faifoli, come ricordava la VITA C.

C’è chi (Palumbo, 2010) fa eccezione e, per sostenere la tradizione inventata, dubita e crea dubbi al lettore ignaro: … ritroviamo Pietro monaco in un altro monastero benedettino ( S. Maria di Faifoli ?).

Perchè il punto interrogativo ?

Caiazzo (2005): … ma su dove avesse compiuto il noviziato e preso l’abito già in antico si brancola nel buio. (…). , credo sia ragionevolmente dimostrato che studiò nella vicina abbazia cistercense di Santa Maria della Ferrara, sita su un colle presso la riva del Volturno, non lungi da Vairano, e che qui fece professioe religiosa, vestì l’abito bianco Cistercensi ed apprese la devozione allo Spirito Santo, … .

Perchè Santa Maria della Ferrara ?

Una invenzioni sconosciuta a Hobsbawm: un monastero per sostenere la tradizione inventata.

Oreste Gentile.

GIAMBATTISTA MASCIOTTA: uno storico non attendibile.

dicembre 28, 2011

La voluminosa (4 volumi) opera Il Molise dalle origine ai nostri giorni pubblicata dal dott. Giambattista Masciotta negli anni: 1915, il I volume; 1916, il II  e Gli altri 2 volumi sono stati pubblicati a cura dell’Amministrazione Provinciale nel 1952, è sempre stata stimata un opera fondamentale per chi voglia ricostruire un quadro storico di riferimento delle vicissitudini del Molise e della sua gente nel corso dei secoli.

G. Masciotta: uno dei 4 volumi.

L’interpretazione delle fonti bibliografiche fatta da Masciotta  per illustrare la storia medioevale del Molise ha determinato una descrizione dei fatti e dei protagonisti che non corrisponde alla realtà: il lettore è tratto in inganno e potrebbe indurre altri in errore se dovesse esporre gli stessi argomenti.

Nel vol. I a pag. 128: Da appena un secolo era installato in Benevento il ducato longobardo allorchè nel 667 –essendo Grimoaldo re d’Italia e duca di Benevento Romualdo suo figlio- un condottiero slavo a nome Alczeco venne con pacifiche intenzioni nella penisola chiedendo ospitalità per sé e per i suoi al Re, e profferendogli il servigio militare. ……., inviò Alczeco al figlio: il quale accolse benevolmente il profugo e gli assegnò tutta la contrada che si estende al di qua del Matese, da Sepino ad Isernia, Boiano compresa. Così il Giannone, sull’autorità di Paolo Warnefrido (65).

Il gastaldato del bulgaro Alzecone (rosso) nel ducato longobardo di Benevento. Anno 667.

A pag. 129: Il castaldato di Boiano costituì dunque il nucleo iniziale di quell’unità feudale che nei tempi normanni prese il nome di Contea di Molise (Comitatus Molisii), ma a pag. 130 l’autore si smentisce: Giova fermare questi dati, tanto per rilevare che la Contea di Molise di origine longobarda, contrariamente a quanto si ritiene dai più, che la fanno normanna. In prosieguo di tempo la popolazione accresciuta e le necessità amministrative che ne dipesero, addussero un’ulteriore frammentazione alla circoscrizione; e così verso il 1000 il ducato di Benevento presentavasi partito in 34 contee, delle quali non meno di otto ebbero a capoluogo università attualmente molisane, quali Molise, Boiano, Isernia, Venafro, Sesto, Pietrabbondante, Larino e Termoli (67).

Quale chiarimento dà Masciotta nella nota (67) a supporto della sua affermazione?

(67) Op. alla nota (65), volume II, libro VI, a pag. 215.

E’ chiaro che aver scritto libro VI fu una distrazione in quanto l’opera è composta da 4 volumi, non da VI; però sorprende l’argomento che è descritto  nella nota (65) del volume II: Discorsi delle famiglie estinte, forastiere, o non comprese nei Seggi di Napoli, …., e nel libro VI, ovvero ilIV, a pag.215 si legge: (215) Opera alla nota (172), a pag. 389 del II volume: nulla che possa legittimare quanto affermato a pag. 130.

La Storia tramanda: verso il 1000 il ducato di Benevento era già principato ed il longobardo Arechi II era già principe nell’anno 758 ed i 6, non 8, gastaldati longobardi istituiti nel territorio pentro-frenatano divennero contee con il dominio dei Franchi, succeduti ai Longobardi; Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Larino e Termoli, già civitas in epoca romana e sede di diocesi episcopale a partire dal IV-V secolo con la diffusione del cristianesimo, erano i capoluoghi dei 6 gastaldati istituiti nei territori già occupati dai Pentri e dai Frentani di Larino.

Il territorio delle contee di Venafro (1), contea di Isernia (2), contea di Trivento (3) e contea di Bojano, con il territorio di Sepino (6) avevano fatto (anno 667) parte del gastaldato di Alzecone, Divennero (anno 897?) 4 contee autonome. Nel territorio frentano furono istituite la contea di Termoli (4) e la contea di Larino (5).

Pag. 131: …; della Contea di Molise occorre parlare qui, perché investe direttamente la genesi della provincia intera.

L’affermazione di Masciotta  è esatta: l’estensione territoriale della contea di Molise corrispondeva a gran parte dell’antico territorio dei Pentri e con quello dei Frentani di Larino avrebbero dato origine al MOLISE. L’importanza dell’argomento evidenziata da Masciotta avrebbe meritato una ricerca più approfondita ed una interpretazione più diligente delle fonti bibliografiche che aveva consultato. 

Il territorio del MOLISE: territorio dei Pentri + territorio dei Frentani.

La contea di MOLISE (rosso), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione anno 1142.

Masciotta pose e rispose alla domanda: La Contea pentro-slava perché fu detta di Molise?

(1) Si è molto favoleggiato in proposito, e specialmente intorno alla famiglia di Molisio, de Molisio ed anche Marchisio, chi sostenendo tale famiglia essere di origine normanna, chi facendone una diretta prosapia di Tancredi Marchese che seguì Guglielmo di Buglione in Terrasanta, e furono cantati dal Tasso. (2) Il Giannone, ad esempio, sulla scorta di Camillo Pellegrino, opina che il Castaldato di Boiano diede origine alla Contea di Molise; e giudica per proprio conto che la nuova Contea fu denominata da Molise, città antica del Sannio (non altrimente che Boiano ed Isernia) da cui quindi prese il nome la famiglia Molise poi estinta (69). (3) Il Tria, in mancanza di altro criterio critico, fa dipendere il nome della Contea semplicemente dal trasferimento della sede di questa da Boiano a Molise (70).Giovanni Pontano, prima di loro, aveva ritenuto che la Contea prendesse nome dal castello di Molise, dal quale ebbe origine la famiglia: avviso che fu pure del Summonte (71). Il Ciarlanti è di parere, invece, che la famiglia e non il luogo di origine avesse conferito il nome alla Contea (72); e gli fece eco de Attellis e il Galanti. Il Giustiniani, a sua volta, presume di poter precisare che da un castello edificato da Ugone di Molisio, ed al quale diede il proprio nome (cioè il comune di Molise) venisse la denominazione della Contea.

(1). La Gerusalemme liberata di Tasso nel canto I, 5 ricorda Goffredo di Buglione, conquistatore di  Gerusalemme nell’anno 1099 e canto I, 9 ricorda Tancredi: nessuna notizia di Guglielmo di Buglione in Terrasanta, né di Tancredi Marchese. La Storia ricorda Tancredi Marchisio condottiero crociato, nipote di Roberto il Guiscardo e cugino di Boemondo d’Antiochia; partecipò alla prima crociata nell’anno 1096 e visse fino all’anno 1112: vale a dire 30 anni prima che la contea normanna di Bojano divenisse contea di Molise nell’anno 1142 .

(2). Non si può sostenere che il Castaldato di Boiano diede origine alla Contea di Molise: il gastaldato di Bojano che forse comprendeva anche il territorio di Sepino, di Isernia, di Trivento e di Venafro, subì un ridimensionamento con l’istituzione dei 3 gastaldati autonomi,  ad eccezione di Sepino il cui territorio, già pertinente al municipio romano, fu inglobato nel gastaldato di Bojano. Perché fosse istituita la contea di Molise o comitatus Molisii dobbiamo attendere: (I) l’arrivo intorno all’anno 1045 di Rodolfo dal castrum normanno di MOULINS; (II) la presa di possesso di Rodolfo della titolarità della contea di Bojano; (III) la sua conquista della contea di Isernia e della contea di Trivento; (IV) la conquista da parte del figlio Ugo (I) della contea di Venafro e parte del territorio della contea di Larino.

I territori conquistati dal conte Rodolfo e dal figlio, conte Ugo (I), formarono la vasta contea di Bojano che con la titolarità del conte Ugo (II) detto Ugone, figlio del conte Simone e nipote di Ugo I, fu considerata fra le più importanti del regno normanno di Ruggero II. La riorganizzazione del regno normanno di Sicilia fece sì che la contea di Bojano fosse denominate contea di Molise: Molise derivava dal cognome dei conti che si era originato da MOULINS, il paese normanno dove Rodolfo era nato.

Il gastaldato, poi contea di BOJANO.

(3). Masciotta avrebbe dovuto ampliare la ricerca anche ad altre fonti bibliografiche ed adottare un maggiore criterio critico, come aveva preteso da Tria; non avrebbe dovuto dare credito a ciò che scrisse Giannone: Molise, città antica del Sannio, una città inesistente! Non avrebbe dovuto dare credito a ciò che sostenne Tria sul trasferimento della sede di questa da Boiano a Molise,  o a Pontano e a Summonte. La sede del capoluogo della contea di Bojano-Molise, fino all’epoca di Federico II, fu solo la città di Bojano. Masciotta, come vedremo, avrebbe dovuto dare maggiore credito a Ciarlanti ed approfondire le ricerche su quanto avevano scritto anche de Attellis e Galante, ed avrebbe dovuto interpretare con più diligenza quanto aveva proposto Giustiniani sull’origine del nome MOLISE: da un castello edificato da Ugone di Molisio, ed al quale diede il proprio nome (cioè il comune di Molise) venisse la denominazione della Contea; Ugone di Molisio avrebbe dapprima dato su sollecitazione del re Ruggero II il proprio nome alla contea ed in seguito al comune di Molise. Giustiniani aveva detto una <mezza verità> che Masciotta non seppe interpretare, ritendo un dato positivo ed una vera e propria pregiudiziale che il comunello o feudo di Molise ricordato da Giustiniani, non è mentovato nel Catalogo borrelliano dei baroni del 1187.  

Masciotta pose e rispose con convinzione alla domanda: Che cosa esprime il Catalogo?

Che Molise non esisteva, ed in tal caso le spiegazioni del Pontano, del Giannone, del Giustiniani e del Tria, mancano di fondamento. Resta quella del Ciarlanti, la quale non merita del pari una grande considerazione pel fatto che i nomi delle università precessero quelli delle stirpi feudali. ……. Questo fatto (di cui siamo convinti nell’annosa elaborazione dei nostri quattro volumi) meriterebbe una lunga illustrazione, che pertanto intendiamo risparmiare al lettore, nella fiducia ch’esso vorrà accettare senza diffidenza il nostro asserto. Ciarlanti (1644) era nel giusto: la nobilissima famiglia di Molise trà questo grandemente fioriva, e giunse a grandezza tale, c’havendo poco men che conquistate tutte le Terre di questa Provincia, dal lor cognome fu denominata Contado di Molise, come anche Molise chiamarono un castello, che alcuni di quella edificarono presso le rovine dell’antica Città di Tiferno, e così sono state poi sempre denominate; come nel giusto era Galanti (1780): La contea di Molise deve essere di più recente istituzione, e la denominazione ha dovuto riceverla dalla famiglia di Molise e non dal villaggio di tal nome. E’ pare dunque potersi affermare, che Pontano non dica il vero, quando scrive (I), che Molise, che fu in dominio di detta famiglia, avesse ella ricevuto il nome. Ciarlanti (2) bene suppose, che Molise fosse stato da alcuno di tal famiglia edificato; ed aggiunse in modo chiaro: Questo nome Molise, siccome dovrebbe essere a tutti conosciuto, è comunale a molti luoghi e città della Francia e de’ Paesi bassi. Quale cosa più verisibile, che il cognome di una famiglia normanna abbia da più lontana origine?

Masciota, volendo imporre la propria convinzione, chiese al lettore la fiducia ch’esso vorrà accettare senza diffidenza il nostro asserto.

Scrisse: Ed ecco presentarsi un problema che non si è mai affacciato alla mente degli storici. (1) La famiglia Molisio non potrebbe essere la medesima di quella ch’ebbe a capostipite Alczeco, divenuta indigena di fatto dopo quattro secoli d’immigrazione e di sedentarietà? (2) Riesce, è vero impossibile di poter dimostrare la continuità della stirpe slava; ma la logica non consente che tale continuità debba scartarsi con sentenza aprioristica, tanto più che tratterebbesi di una filiazione di soli quattro secoli. (3) I discendenti di Alczeco, come e per tali, sono rimasti ignoti a noi nei nomi e negli eventi; ma non vi ha nessun documento, nessun cenno nella storia, nessuna testimonianza di autore che alluda o alla perdita che essi avessero fatto dei domini, od all’estinzione della stirpe. (4) La continuità della compagine territoriale è elemento di qualche efficienza per inferire la continuità delle stirpe, tanto più che se la prima intrusione di pochi slavi profughi nel nostro territorio non passò in silenzio nella storia de secolo VII, non si comprende come avesse potuto passare inosservato nel secolo XI il trapasso di così vasta plaga da una signoria quattro volte secolare ad una signoria novella e forestiera. (5) Nei documenti, nei diplomi, nelle istorie relativa al secolo XI, troviamo inoltre indifferentemente adoperate le denominazioni di Conte di Molise, Conte di Boiano e Conte d’Isernia: fatto non scevro d’importanza, perché può attestare che l’antica famiglia feudale slavo-pentra, creata dai longobardi, sopravviveva in numerose propaggini all’inizio del periodo normanno.

Masciotta, con una argomentazione non conforme a ciò che era accaduto dal  VII al XII, scrisse: Si potrebbe obbiettare, alla nostra argomentazione, che il cognome Molisio o Marchisio deve pure avere un particolare significato. E’ giusto. Ed eccoci a rispondere. (6) Anzitutto può darsi che il silenzio del Catalogo Borrelliano in rapporto all’Università di Molise sia una mera omissione, e che Molise non solo esistesse nei tempi longobardi, ma fosse un’antica città del Sannio, e precisamente “Melae” o “Meles” distrutta da Fabio nel 538, ritenuta irpina da Livio (XXIV-XX) ed identica  a Molise dell’Olstenio nelle sue “Annotazioni a Cluverio” (73). In tal caso si può ammettere che i lontani discendenti di Alczeco, avendo edificato un castello in ricordanza e sul voluto posto della città distrutta, ricevessero da questo il nome, come era costume generale. (7) Potrebbe però anche sospettarsi che i cognomi Molisio (come scrive Pietro Diacono) o Molino (come scrive il Capecelatro) fossero deformazione del cognome Marchisio, frequentissimo oltre ogni credere nella diplomatica remota di molti comuni pentri ed anche frentani. E non è chi non veda che Marchisio è derivativo di “marchia” della quale la potente stirpe era signora.  (8) Nulla osta, dunque, ad ammettere che i Marchisio o Molisio fossero nel secolo X ed IX gli eredi o diretti o collaterali del condottiero slavo del secolo VII: tutto più, poi, quando si consideri che della famiglia Molisio –pur così celebre nei fasti della storia- nessuno ha saputo indicare né le origini, né la provenienza. E normanna, certo, non fu. (9) Passiamo ora in rassegna I Conti di Molise, dei quali è stato possibile rintracciare i nomi e le azioni, attraverso laboriose indagini e fatiche molte di controllo. Dopo Alcezeco, castaldo di Boiano nell’anno 667, non si ha notizia che di Guadelberto, pur castaldo di Boiano, vivente nell’anno 870, cioè due secoli dopo. Questo Guadelperto o Guandelperto è mentovato dal Giannone, il quale ne rilevò il nome dagli scritti di Erchemperto pubblicati da Camillo Pellegrino (74). (10) Qualche autore, di cui mi sfugge il nome, ritiene che costui il primo a fregiarsi del titolo di Conte di Molise.

Alla luce di quanto tramandano la Storia ed i diplomi dell’epoca, esaminiamo i 10 punti illustari dall’asserto di Masciotta.

(1). (2). (10). La Storia dei Longobardi, scritta dallo storico longobardo Paolo Diacono, descrive per l’anno 667 solo la presenza del bulgaro Alzeco (Alzecone) nel territori già dei Pentri e l’istituzione di un gastaldato che comprendeva i territori di Sepino, Bojano, Trivento, Isernia, Venafro, denominato gastaldato di Alzecone, ignorando la sede del capoluogo. Per gli avvenimenti dell’anno 867, dopo 200 anni di silenzio, ancora uno storico longobardo, Erchemberto, ricorda Guandelperto, titolare del gastaldato di Bojano e sfortunato protagonista di uno scontro con i Saraceni; si ignora se il suo gastaldato comprendesse, oltre a quelli di Bojano, i territori di Sepino, di Trivento,  di Isernia e di Venafro o se già esistessero, fatta eccezione per Sepino, i gastaldati di Venafro, di Isernia e di Trivento in territorio pentro; di Larino e Termoli in territorio frentano. I cronosti dell’epoca tacciono sulla sorte del bulgaro Alzecone e del longobardo Guandelperto; nessuno ha ricordato che Guandelperto fosse il primo a fregiarsi del titolo di Conte di Molise come affermò Masciotta, a cui sfugge il nome dell’autore che avrebbe pubblicato la notizia. Guandelperto fu ricordato dagli storici dell’epoca con il titolo di gastaldo e non di conte; nel IX secolo ancora esistevano i gastaldati che divennero contee con la riorganizzazione messa in atto con i Franchi.

(3). (4). La presenza nel gastaldato di Bojano del longobardo Guandelperto evidenzia che la stirpe slava di Alzecone si era estinta, sopravviveva sì La continuità della compagine territoriale, come scrisse Masciotta, ma non può essere valutata elemento di qualche efficienza per inferire la continuità delle stirpe: le compagine territoriale, ovvero i gastaldati e, successivamente le contee, come i ducati e successivamente i principati, conservarono l’unità territoriale originaria, solo i feudatari ed i principi furono soggetti al volere dei re. I Franchi, pur avendo imposto il loro dominio, lasciarono la titolarità dei principati e delle contee ai signori di origine longobarda: le contee pentre di Venafro, di Isernia, di Trivento, di Bojano e le contee frentane di Larino e Termoli avevano feudatari appartenenti alla nobiltà longobarda che risiedevano, il più delle volte, nel principato di Benevento: nel 954, il gastaldo, poi conte Paldefrid era feudatario di Veanfro; nel 962, Landulfo era titolare della contea di Isernia; nel 992, il conte Berardi era titolare della contea di Trivento; prima dell’anno 1010, il conte Roffrid, nipote del principe di Benevento Pandolfo I, era titolare della contea di Larino e prima del 1010, la contea di Termoli era retta dal conte Attoni.

(5). (8). (9). (10). Non è corretto affermare, come fece Masciotta, che Nei documenti, nei diplomi, nelle istorie relativa al secolo XI, troviamo inoltre indifferentemente adoperate le denominazioni di Conte di Molise, Conte di Boiano e Conte d’Isernia: fatto non scevro d’importanza, perché può attestare che l’antica famiglia feudale slavo-pentra, creata dai longobardi, sopravviveva in numerose propaggini all’inizio del periodo normanno. Tutti i documenti, i diplomi e la Storia lo smentiscono: nel secolo XI (dal 1.000- al 1.100) non esisteva un Conte di Molise perché la denominazione Molise fu utilizzata dal conte Ugo (II), titolare della contea di Bojano, a partire dall’anno 1142, nè indifferentemente fossero adoperate le denominazioni di Conte di Bojano e Conte d’Isernia: con l’espansione della contea di Bojano sui territori delle contee di Venafro, Isernia, Trivento e parte della contea di Larino, la denominazione della estesa contea citata dai conti  de Moulins/de Molisio nei documenti e nei diplomi era contea di Bojano e contea di Molise dopo l’anno 1142. Masciotta ignorava che nell’anno 1003 (secolo XI), la contea longobardo-franca di Bojano era retta dalla contessa Maria, figlia del conte Roffrid, moglie del conte Potefrid, figlio del conte Magenolfi: di stirpe longobarda, non  slava. Un diploma ignorato da Masciotta, fu sottoscritto da Adenolfo, vescovo metropolita di Capua, nell’anno 1032 (secolo XI), confermava l’esistenza del Comitatu Iserniensis, del Comitatu Venafrano e del Comitatu Bojonensis; non esisteva un Conte di Molise, né la contea di Molise.

(7). (9). Masciotta sostenne che Potrebbe però anche sospettarsi che i cognomi Molisio (come scrive Pietro Diacono) o Molino (come scrive il Capecelatro) fossero deformazione del cognome Marchisio, frequentissimo oltre ogni credere nella diplomatica remota di molti comuni pentri ed anche frentani. E non è chi non veda che Marchisio è derivativo di “marchia” della quale la potente stirpe era signora, ma si guardò bene dal riportare un riferimento bibliografico concreto: è davvero una impresa ardua far derivare l’etimologia di Molise da Marchisio  che ricorda sì “marchia”, ma non un legame storico con il territorio dei Pentri, nè con la istituzione dei municipi romani, dei gastaldati longobardi, delle contee longobarde-franche e della contea di Molise istituita nell’anno 1142. Masciotta, come già esaminato, fece un riferimento improprio a Tancredi Marchisio vivente nell’anno 1112, principe di Antiochia, figlio di Odobono Marchisio e di Emma, sorella di Roberto il Guiscardo, nonché cugino di Boemondo d’Antiochia. L’etimologia di Molise non deriva dalla deformazione di Marchisio, che era il cognome di Tancredi presente prevalentemente in Terra Santa dopo aver preso parte alla prima crociata dell’anno 1096. Non esiste una testimonianza che possa legare la sua presenza nelle contee istituite nel territorio già pentro-frentano. Nel 1112, anno della morte di Tancredi Marchisio, era titolare della contea di Bojano il conte Simone, figlio del conte Ugo (I) e nipote di Rodolfo de Moulins o de Molisio, di origine normanna  già nel 1053 conte di Bojano: la contea si era ampliata con la conquista dei territori delle contee di Venafro, di Isernia, di Trivento e parte di quella di Larino. Dopo 30 anni, nel 1142, con la titolarità del conte Ugo (II), detto Ugone, genero e cognato (!) del re Ruggero II, la contea fu denominata Molise, per ricordare il cognome adottato dai conti normanni in ricordo di Moulins, il castrum dove era nato Rodolfo, il capostipite, figlio di Guimondo (II) e di Emma.

(6). Masciotta, avendo più simpatia per il bulgaro Alzecone che per i normanni di Rodolfo, più che mai convinto che l’etimologia di Molise non derivasse dal cognome dei signori normanni di Bojano, propose una ipotesi alquanto <bizzarra>, facendo scempio della Storia che ricorda la presenza di Annibale in Italia: l’esistenza di un’antica città del Sannio e precisamente “Melae” o “Meles” distrutta da Fabio nel 538, ritenuta irpina da Livio (XXIV-XX). Livio (XXVII, I) scrisse: In Italia il console Marcello, dopo aver ripreso per tradimento Salapia, strappò con la forza ai Sanniti le città di Marmoree (Marmoreas) e di Mele (Meles), Qui furono sopraffatti circa tremila soldati di Annibale, che vi erano stati lasciati come guarnigione; giustamente ritenne irpina “Meles” (non “Melae”), perché il teatro di guerra era il territorio degli Irpini, identificati da Livio come i Sanniti alleati dei Cartaginesi; pertanto l’antica città del Sannio non poteva essere localizzata nel territorio dei Pentri che all’epoca erano fedeli alleati dei Romani. Masciotta volle passare in rassegna i Conti di Molise, dei quali è stato possibile rintracciare i nomi e le azioni, attraverso laboriose indagini e fatiche molte di controllo, ma non fu altrettanto diligente nella scelta e nella interpretazione di quelle fonti bibliografiche che gli avrebbe permesso di conoscere, di descrivere  e di diffondere la vera dinastia dei Conti  di Molise. Aveva sottovalutato la ricerca di Ciarlanti sull’etimologia di Molise, ma ne condivise le notizie e quelle di altri studiosi in merito alla famiglia comitale di origine normanna dei de Moulins/de Molisio: Raoul, o Rodolfo, è menzionato dal Ciarlanti qual padre di Ugone. …. Il Ciarlanti per dare un’idea della potenza cui era pervenuta la stirpe di dei Conti di Boiano o di Molise, narra che nel 1105 essendo morto in Isernia, Simone, figlio di Ugone, la salma ne fu trasportata con riti solenni ed imponente corteo nella lontana Badia Cassinese. Roberto, conte di Bojano, fu probabilmente figlio, certo erede di Ugone. …. Ugone di Molisio è detto indifferentemente Conte di Boiano o Conte di Molise. Figlio di Roberto, che gli diede il nome del proprio padre.

Le certezze di Masciotta modificarono  la Storia: il conte Rodolfo de Moulins/ de Molisio generò il conte Ugo (I): erano titolari della contea di Bojano che all’inizio del loro mandato era costituita dai territori pertinenti ai municipia romani ed alle diocesi episcopali di Bojano e di Sepino; il titolo di conte di Bojano fu riconosciuto fino all’anno 1142 (non prima), solo in seguito fu sostituito da conte di Molise. Il conte Ugo (I) generò il conte Simone che nel 1105 morì a causa di un terremoto nella città di Isernia la cui contea era stata conquistata molti anni prima dal conte Rodolfo. Al conte Simone, a causa della minore età, non gli successe il figlio Ugo (II) detto Ugone, ma lo zio Roberto divenne titolare della contea di Bojano: non il padre di Ugo o Ugone, come scrisse Masciotta, ma era fratello del conte Simone. Solo Ugo (II) o Ugone si fregiò del titolo di conte di Bojano e di Molise non prima dell’anno 1142: sposò una figlia di Ruggero II, mentre una sorella di Ugo (II) fu amante del re.

Masciotta, proseguendo la descrizione di quanto era accaduto nel Molise nel medioevo, dimostrò di conoscere la Storia, ma l’ <antipatia> per i Normanni e per la famiglia de Moulins/de Molisio, gli fece commettere altri errori di interpretazioni delle fonti bibliografiche: Ugone di Molise parteggiò per la S. Sede: cosa che, se non costituisce una prova diretta, è però un indizio serio che la famiglia comitale non era normanna, ma longobarda.

L’ignaro lettore è tratto in inganno quando consulta la pubblicazione di Masciotta e può contribuire alla diffusione di notizie che non rispecchiano la vera Storia medioevale del Molise: Ugo (II), detto Ugone, figlio di Simone, si oppose al suocero Ruggero II per salvaguardare il suo potere, la sua indipendenza e l’integrità della sua contea di Molise.

Masciotta scrisse ancora: Il re Ruggero acconsentì al perdono, e gli diede in isposa una propria figlia naturale, nome Clemenzia, frutto d’illeciti amori con la contessa di Catanzaro. Le nozze ebbero luogo nel 1135. …. Da Ugone e Clemenzia nacque Clarizia, la quale sposò Teobaldo di Baro, nobile borgognone, portando in dote Sepino, Campobasso, S. Giovanni in Golfo e Tappino. Le cronache dell’epoca tramandano che Clemenza la contessa di Catanzaro non era una propria figlia naturale di re Ruggero, ma fu figlia di Segegualda, moglie del fu Raimondo di Catanzaro. Entrambi nel 1167, 28 luglio, ind. XIV, donarono alla Chiesa di Cefalù … : era figlia legittima di Raimondo di Catanzaro!

Sempre più sicuro del suo metodo di indagine e della sua interpretazione delle fonti bibliografiche, pur avendo consultato i cronisti dell’epoca, propose all’ignaro lettore la sua storia medioevale del Molise.

Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

LA CITTA’ DI BOJANO “DISTRUGGE” O “NASCONDE” LE PROPRIE TESTIMONIANZE STORICHE.

dicembre 10, 2011

La fondazione della città di BOJANO (“VER SACRUM”. ORIGINE DI UNA CITTA’: BOJANO. ORIGINE DI UNA TRIBU’: I PENTRI. ORIGINE DI UNA REGIONE: IL MOLISE) risale all’VIII secolo a. C. quando settemila giovani SABINI/SABELLI in occasione del ver sacrum emigrarono e si stanziarono alle falde settentrionali del massiccio del Matese per costituire latribù dei PENTRI. BOJANO  che era la loro capitale, la città-madre, con il nome osco BOVAIANOM, fu edificata sulla sommità della collina oggi denominata CIVITA SUPERIORE di Bojano  e, con una serie di terrazzamenti in “opera poligonale”, raggiungeva a valle il tratturo Pescasseroli-Candela. La “fortificazione” sorta sulla cima di monte Crocella, già colle Pagano, il  COLLIS SAMNIUS o UN COLLE CHIAMATO SACRO dei SANNITI-PENTRI. dominava e controllava tutto il territorio dei PENTRI che confinavano con i consanguinei PELIGNI, CARECINIFRENTANI di LARINO, IRPINI e CAUDINI; mentre ad est con i DAUNI di altra origine.

La “fortificazione ” localizzata sulla cima di monte Crocella, già “colle Pagano” (in alto a ds.). “BOVAIANOM” sulla sommità di Civita Superiore di Bojano e lungo le pendici della collina (località “Piaggia-san Michele)  fino al “tratturo Pescasseroli-Candela (verde).

Considerata l’importanza della città-capitale, BOVAIANOM/BOJANO fu protagonista sia della espansione dei popoli italici nei territori limitrofi, sia delle guerre contro Roma.

Conquista, la civitas romana  BOVIANUM/BOJANO fu ricostruita in pianura  ed il nuovo intervento edilizio, pur arricchendola, distrusse quanto era stato lasciato dai padri fondatori sabini/sabelli.

I successivi conquistatori non furono da meno: i LONGOBARDI, i coloni BULGARI, i NORMANNI, gli ANGIOINI etc., adeguarono alla loro cultura ed alle loro esigenze le strutture architettoniche e militari delle epoche passate; mentre nel presente il disinteresse dei suoi abitanti le sta dando il “colpo di grazia“.

BOVAIANOM/BOVIANUM/ BOVIANO/BOBIANO/BOJANO, una Storia di circa 2.811 anni, come li testimonia?

Bojano DISTRUGGE LA PROPRIA STORIA.

Il borgo medioevale di Rocca Bojano: passato e presente.

La foto (sn.) mostra ciò che restava delle mura di cinta (1 e 2) medioevale poste sul lato est di Rocca Bojano: la foto (ds.) evidenzia quanto di recente è andato distrutto (1 e 2).

Il muro di cinta medioevale lato est di “Rocca Bojano”: prima (sn.) e dopo (ds.) la “distruzione”.

Le mura medioevali della città di Bojano e l’antico palazzo vescovile: ieri ed oggi.

Pacichelli (sn.): Bojano medioevale ed il muro di cinta lato est con “Porta san Biagio”. Miniatura del “Tratturo: in evidenza il palazzo vescovile sito nella località “Piaggia-san Michele”.

L’incisione di Pacicheli (XVI sec.) evidenzia (rosso) il muro di cinta medioevale (lato est) della città che da Porta san Biagio raggiungeva il terrazzamento della Piaggia-san Michele, mentre la miniatura del tratturo mostra (freccia rossa) la localizzazione del palazzo  vescovile.

Già nel 1980 il palazzo vescovile ed il muro di cinta (lato est) della città medioevale erano “ruderi”; qualche anno dopo non esistevano! (foto a ds. in rosso).

Quanto restava (1980) del palazzo vescovile ( I freccia gialla nella foto a sn. ) e del muro di cinta medioevale lato est ( II freccia gialla, foto a sn.). La “distruzione” (foto a ds. del palazzo vescovile e del muro di cinta -rosso-).

Bojano NASCONDE LA PROPRIA STORIA.

Devoto, ne Gli antichi Italici (1967), illustrando le testimonianze archeologiche scoperte nelle varie località dell’Abruzzo e del Molise, evidenziava quanto era emerso nei pressi della città di Bojano: Infine, sulla stessa linea, presso la sorgente del Biferno, si trova l’odierna Boiano, anticamente Bovianum, la cui importanza è però fino ad ora quasi nulla.

Scarsi erano i reperti archeologici del periodo italico scoperti nel territorio bojanese a causa di quanto era accaduto proprio dall’importante ruolo svolta dalla capitale dei PENTRI nelle epoche succesive; ma a partire dall’anno 1974 con la scoperta della fortificazione sannitica di monte Crocella, già Colle Pagano, citato in precedenza, una serie di scoperte archeologiche hanno confermato l’importanza ed il ruolo di Bojano nella Storia.

Le testimonianze delle mura di difesa pertinenti alla città italica e quelle tipiche dei terrazzamenti utilizzati dai PENTRI per la difesa del suolo e per l’urbanizzazione anche delle pendici della collina, erano davvero scarse; la scoperta in occasione dei lavori di restauro nei pressi della chiesa di sant’Erasmo  di un lungo tratto del muro di cinta ad est della città pentra, arricchiva le conoscenze sulle cosidette “mura ciclopiche”.

BOJANO. Un “primo piano” delle “mura ciclopiche” presso la chiesa di sant’Erasmo.

Lo studioso ed il visitore interessati alla originalità del tratto di muro, hanno una “sgradita” sorpresa: le “mura ciclopiche” sono state ingabbiate in una struttura di ferro e vetro;  a causa della vegetazione sviluppata e per la condensazione dell’aria all’interno di essac è praticamente impossibile  vederle e studiarle.

BOJANO: “primo piano” della gabbia che custodisce le “mura ciclopiche” presso la chiesa di s. Erasmo.
La scoperta di numerosi reperti archeologici da parte del ricercatore Del Pinto e quelli che furono recuperati dai soci dell’Archeoclub all’epoca presente nella città di Bojano, promossero la nascita di un museo per la loro conservazione e fruibilità: fu acquistato a spese delle “casse” comunali il <palazzo> Colagrosso, sito nel centro della città, là dove sorgeva il “foro” della civitas romana: il piano terra del <palazzo> divenne l’unica sala di esposizione per accogliere gli studiosi ed i visitatori.

BOJANO. Palazzo Colagrosso (sullo sfondo).

I “mass-media” ed “internet” così evidenziarono l’iniziativa: 

BOJANO: il suo museo venne pubblicizzato “urbi et orbi”!

Questi alcuni dei reperti esposti:

BOJANO: fermaglio X-IX sec. a. C.

BOJANO: coppa a semicerchi penduli sec. IX-VIII sec. a. C. .

BOJANO

Possiamo ammirare questi “oggetti” perchè furono pubblicati (2005) da De Benedittis in Prima dei Sanniti?; accontentiamoci: il museo è sparito e sono spariti i reperti!

In occasione della sistemazione idraulica del fiume Calderali che scorre nella città di Bojano, venne alla luce un “imponente” selciato di epoca romana del I sec. a.C.; le sue dimensioni e la struttura dei blocchi utilizzati per la realizzazione ne rappresentano un unicum.

BOJANO: il “selciato” della “via romana” .

Bojano  così nasconde e protegge l’importante reperto:

BOJANO: sotto l’acqua una “strada romana”!

Nel museo di Bojano esisteva la “stele sepolcrale” di un bambino deceduto all’età di nove mesi; era stata custodita diligentemente da Del Prete perchè testimoniava la presenza cristiana nella città e nella diocesi di BOJANO già nel III secolo; fu data in custodia ai soci del disciolto Archeoclub cittadino e da questi al museo di Bojano, inconsapevoli che sarebbe poi sparita con gli altri reperti.

BOJANO: la “stele sepolcrale” con la dedica a Probiliano. III sec.

BOJANO dopo la caduta dell’impero romano, continuò ad essere protagonista: il castello costruito dai gastaldi LONGOBARDI-BULGARI a difesa del castrum di Rocca Bojano , già (VIII sec. a. C.) sito di  BOVAIANOM, capitale dei PENTRI, e acropoli della civitas romana sorta nella pianura dominata dalla rocca omonima, ristrutturato ed ampliato dai conti NORMANNi, è  sempre stato stimato la testimonianza del ruolo che la città svolse anche in epoca medioevale. 

BOJANO: ricostruzione (ass.ne “Falco”) del borgo medioevale di “Rocca Bojano”, oggi CIVITA SUPERIORE.

BOJANO:  “ricostruzione” del “castello” di “ROCCA BOJANO”, oggi CVITA SUPERIORE (lato nord-est).

 Le vicende belliche, i terremoti, gli agenti atmosferici e soprattutto l’incuria di coloro che avrebbero dovuto custodire “gelosamente” quanto la Storia ci aveva lasciato in eredità, hanno ridotto il castello ad un rudere invisibile.

Il castello (sn.) ed il borgo medioevale (ds.) di “Rocca Bojano”, oggi Civita Superiore.

 Le fotografie, più di ogni commento, illustrano il degrado che sta subendo il castello e l’impossibilità di poter “ammirare” il poco che resta.

La vegetazione con il passare del tempo impedisce la vista dei ruderi del castello “longobardo-normanno”.

BOJANO: “c’era una volta ………. un castello !

…. oggi non c’è più !

grazie alla freccia sappiamo che dietro gli alberi ci sono i ruderi di un castello …….!

….. qualcosa si riesce a vedere ed è stata anche restaurata di recente ….. !

…… dopo alcuni anni la vegetazione la fa da padrona ……! Nel frattempo il castello è stato anche ristrutturato ….. !

Sub Adalberto Praesule narrant Rodulphus de Molinis Boviani Comitem Cathedralem Ecclesiam, novam condidisse anno 1080: la cattedrale della diocesi di BOJANO fu costruita o ricostruita nell’anno 1080 da Rodolfo de Mouins/de Molisio , conte di Bojano. La scoperta di una “fonte battesimale” al di sotto del pavimento dell’altare maggiore ed altri reperti risalenti al XI secolo, testimoniano che l’antica cattedrale era ubicata nell’attuale sito.

Anno 1905: scorcio ( a sn.) dell’antica cattedrale della diocesi di BOJANO.

Nell’anno 1905, l’ampia “piazza” antistante l’antica cattedrale era utilizzata per il “mercato” di generi diversi; successivamente lo spazio alla sinistra dell’edificio religioso fu scelto per l’ubicazine del monumento ai Caduti di Bojano e, come ha illustrato Tavone, per la realizzazione di un vero e proprio Parco della rimembranza in cui l’acqua purificatrice delle fontane, i cipressi espressione di eternità, il verde del manto erboso, il gruppo scultoreo e le scritte del suo basamento concorrono a ricordare perennemente i bojanesi morti per l’Italia.

Anno 1930: scorcio dell’antica cattedrale della diocesi di Bojano ed il “parco della  rimembranza”.

 La localizzazione del Parco della rimembranza fu appropriata, ma nel corso degli anni, i “simboli” utilizzati hanno “compromesso” il “quadro d’insieme dell’architettura dell’antico edificio religioso. 

Anni 1950: “Parco della rimembranza” e l’antica cattedrale.

 Le fotografie esprimono con chiarezza quanto sta avvenendo nel corso degli anni:

Anno 1960: la “vegetazione” la “fa da padrone”, ma l’ “imponente” edificio religioso è ancora visibile.

anno 2011 (novembre):  il monumento ai Caduti e l’antica cattedrale esistono ancora?

I cipressi ed i pini hanno superato l’altezza l’antico campanile della cattedrale, annullando la sua “maestosità” e nascondendo il monumento ai Caduti!

Confronto tra passato (1960) e presente (2011).

Bojano ha rinnegato il simbolo della sua origine che per secoli era stato rappresentato nel gonfalone della città: il suo nome BOVAIANOM/BOVIANUM/BOVIANO/BOBIANO/BOJANO prese origine  da BUE, l’animale sacro al dio Ares.

Lo “stemma” di Bojano (in alto a sn.) prima della modifica. Il “bue” riprodotto in una “stele” (in alto a ds.).”Bollo” (in basso a sn.) del “comune di Bojano”. Il “bue” posto sul portale della chiesa di santa Maria del Parco.

Lo stemma di Bojano oggi è questo:

Bojano: il suo “moderno” gonfalone!

In merito: CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

Che il futuro possa ridare a questa antichissima città le testimonianze del suo glorioso passato!

Oreste Gentile.