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“SANNIO”. USO E ABUSO DEL TOPONIMO.

febbraio 17, 2020

La Storia ricorda un fenomeno migratorio, il ver sacrum (o primavera sacra), avvenuto tra i secoli XI IX a. C., causato dall’incremento demografico e dalle scarse risorse nella regione denominata *Safnio/Sabina.

Scrisse Devoto (1967): Da una forma italica *Safio- è stato derivato il nome di *Safini, latinizzato nella forma Sabini; è il termine che indica le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est, più tardi tutto il territorio compreso tra il Nera e l’Aterno.

Da una forma italica *Safno- è stato derivato il nome della regione *Safnio, in latino Samnium, in osco safinim: da questo, con suffisso greco, il nome degli abitanti Samnites, che compare per la prima volta nella forma Saunitai nello Pseudo-Scilace.

L’estensione del territorio dei *Safini/Samnites/Sanniti dopo le migrazioni, soprattutto quello bagnato dal mare Adriatico, venne descritto da Scilace di Carianda (V sec. a. C.), nel Periplo: 15. Sanniti. Dopo gli iapigi, a partire dal monte Orione (Gargano, n. d. r.), ci sono i sanniti. […]. La navigazione costiera della terra dei sanniti dura due giorni e una notte.

16. Dopo i sanniti c’è il popolo degli umbri, e nella loro terra si trova la città di Ancona.                                                                             I Samnites/Sanniti della costa adriatica, in base alla descrizione di Scilace, erano i Frentani, i Marrucini, i Vestini ed i Piceni, la cui presenza fu confermata molti secoli dopo da Strabone (67 a. C.-17 d. C.).   

Pseudo Scilace: I popoli localizzati ed identificati lungo le coste centro-meridionali della penisola Italica (V sec. a. C.).

Pallottino (1984), ricordando il nome della regione, *Safnio/Samnium/Sabina prima della espansione di Roma, la localizzò: Possiamo tuttavia ritenere, specialmente alla luce delle scoperte e degli studi più recenti, che in un’area compresa tra le Marche, gli Abruzzi e la provincia di Rieti si sia venuta configurando, almeno a partire dagli inizi dell’età del ferrouna unità etnica alla quale si può attribuire il nome generale di Sabini (o, nella loro propria fonologia, Safini). [….]. 

LaSabina. Il territorio *Safnio/Samnium/Sannio(XI-IX sec. a. C.).

 Al nucleo originario si ricollegano, con una differenziazione verosimilmente più tardiva, diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini,Marsi,Peligni,Marruciniecc.); mentre più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise (Pentri Frentani di Larino, n. d. r.) e della Campania (Irpini Caudini, n. d. r.), dalla cui diaspora gemmeranno in piena età storica i Campani, i Lucani, i Bruzi.

Pertanto, erano discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini ed i Lucani.

Il loro vasto territorio era il *Safnio/Samnium/Sannio, distinzione confermata da Strabone: Il Piceno e la parte interna della penisola2. Dopo le città dell’Umbria situate fra Ariminum ed Ancona c’è il Piceno. I Picentini emigrarono dalla Sabina, sotto la guida di un picchio che aveva mostrato la via ai loro primi capi. Di qui il loro nome: chiamano infatti picus questo uccello e lo considerano sacro ad Ares. […]. Oltre il Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica. (vedi figura).

Tra i secoli VI-V a. C. alcuni dei Safini/Sanniti, cosiddetti della “montagna”: i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini e, forse i Frentani, iniziarono la conquista di alcune città greche ed etrusche localizzate nel territorio campano, ma dovettero affrontare i primi scontri con la nascente potenza di Roma: dopo l’unica sconfitta dei Romani presso le Forche Caudine ed i vari trattati di pace, i popoli discendenti daiSafini/Sabini/Sabelli/Sanniti furono definitivamente sconfitti nell’anno 88 a. C..

La presenza nel territorio campano dei Sanniti cosiddetti della “montagna” causò una errata illustrazione di Strabone sulla origine dei Sanniti appartenenti alla popolazione dei Pentri: Intorno ai Sanniti c’è un’altra tradizione secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra contro gli Umbri, […]. Quelli (i Sabini, n. d. r.fecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verisimile perciò supporre che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (i Sabini, n. d. r.).

Lo storico greco si era DISTRATTO: il paese degli Opici non era quello dove, secondo la tradizione il toro si sdraiò, per dormire, bensì, ricordando e citando Antioco (II metà del V sec. a. C.), lo stesso Strabone illustrò un’altra realtà: Antioco dice che questa terra (la pianura campana, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e che Polibio (210/128-203/121 a. C., n. d. r.), proseguì Strabone: distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Strabone, sempre citando Antioco che visse molto prima di lui, aggiunse: dice che questa terra (Campania, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e Polibio distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Opici od Opikoi, nella lingua latina Oschi Osci, era il nome di un unico popolo che abitò per primo la pianura campana e furono ricordati da Antioco, da Polibio (da Antioco), daTucidite (460-395 a. C.) e da Dioniso di Alicarnasso (60/55/-8 a. C.) che a sua volta aveva consultato Antioco e Tucidite.

Gli Opici (greco), Oschi od Osci (latino), subita la conquista dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, ovvero i Pentri, i Carecini, gli Irpini e i Caudini, si < fusero > con essi, dando origine al popolo dei Campani.

Pallottino, scrisse: altro nome dei Campani è Osci, donde la designazione comune di lingua osca per tutte le parlate italico-orientali del Sud. (vedi figura).

I popoli Safini/Sabini//Sabelli/Sanniti, gli Ausoni e gli Opici nel territorio campano prima della dominazione Romana.

L’uso improprio del toponimoSamnium/Sannio e quello dei suoi abitanti, iSanniti, dovrebbe risalire alla fine del III sec. a. C..

Scrisse Salmon (1977): è che dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.) ogni volta che il nome Sanniti viene usato col significato di < abitanti del Sannio > esso serve di norma a indicare i Pentri.

Livio (59 a. C.-17 d. C.) conosceva l’origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, del popolo dei Pentri, avendo ricordò Bovianum/Bojano, la loro capitale: Caput hoc erat Pentrorum Samnitium.

La riforma amministrativa, voluta nel 7 d. C. dall’imperatore Augusto, divise la penisola italica in 11 regiones più le 2 isole; l’esteso territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, secondo la descrizione di Plinio (I sec. d. C.), fu diviso: la II Regione includeva Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos ed i Caudini, ricordati da Plinio unicamente con il nome della loro capitale: Caudio.

Della IV Regione, denominata Sabina et Samnium/Sannio, elencò dapprima le colonie istituite nei territori di quelle che egli considerava le popolazioni più valorose d’Italia: i Frentani, i Carecini, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini; proseguì con l’elenco delle colonie che stimò essere Sannite, presenti nel territorio dei Pentri: Bojano,[…], Alfedena, Isernia, Faifoli, Sepino […], Trivento,  ed evidenziando che i Sanniti furono detti anche Sabelli, e Saunitai dai Greci.

Nella descrizione, successivamente elencò le colonie nel territorio della Sabina e, separatamente, le colonie degli Aequicoli, dei Marsi, includendo i popoli dei Piceni e dei Pretuzi nella V Regione. (vedi figura da wikipedia).

Tra gli storici dell’antichità, Sesto Pompeo Festo (II sec. d. C.) ha causato una grande confusione; ricordando i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione/ver sacrum dalla Sabina verso i territori centro meridionali della penisola italica, scrisse: Samnitibus nomen inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebat. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984).

Come potevano i giovani migranti, fin dalla loro origine (circa XI-IX a. C.) denominati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, derivare il loro vocabulum da un colle il cui nome era Sannio?

La Storia li conosceva già essere Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, pertanto solo il gruppo dei migranti al seguito di Comio Castronio avrebbe dato il vocabulo Sannio al colle, la meta del loro arrivo e del loro stanziamento.

Al tempo (II sec. d. C.) in cui scrisse Festo, come aveva ricordato Salmon e prima di lui Livio, i Romani dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.)  ritenevano che il nome Sanniti usato col significato di < abitanti del Sannio > serviva di norma a indicare i Pentri. (vedi figura 1 e 2).

Molto probabilmente Festo aveva descritto la migrazione/ver sacrum dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ma gli UNICI a seguire, come abbiamo appreso da Strabone, un toro/bue, si denominarono Pentri (visto che erano già Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti).

Nel III sec. d. C., sotto l’imperatore Diocleziano, la IV Regione augustea denominata Sabina et Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituirono la provincia Campania et Samnium. (vedi figura).

 

 

La PROVINCIA SAMNIUM.

Successivamente, probabilmente a causa del terremoto dell’anno 346, fu istituita la provincia Samnium, separata dalla Campania, come testimonia il Codex Theodosianus: Anno Dom. 413. Ubi octo Italiae provinciae nominarut, Campania, Tuscia, Picenum, Samnium, Apulia, Calabria, Brutij, & Lucania.

F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntis secre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Per l’anno 452 abbiamo una ulteriore conferma dell’esistenza della provincia Samnium: l’epistolae di papa Leone I Magno: […] universis episcopis per Campaniam, Samnium et Picenum constitutis e nei Dialoghi di papa Gregorio Magno fra gli anni 593-594: Nuper in Samniae provincia […], quot Samnii provincia noverunt.

Le provinciae: 1. Valeria. 2. Campania. 3. Samnium. 4. Apulia et Calabria.

La provincia Samnium, sia CHIARO, comprendeva UNICAMENTE i territori di alcune popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: i Marrucini, i Frentani, i Carecini, i Pentri, ed i territori pertinenti alle città caudine di Telese e di Alife (e qualche centro della Daunia settentrionale?).

Furono ESCLUSI i territori delle altre città del popolo dei Caudini e tutto il territorio degli Irpini con la città di Benevento, già loro capitale. (vedi figura).

 

IL SAMNIUM/SANNIO IN EPOCA LONGOBARDA E NORMANNA.

La dominazione Longobarda istituì nell’Italia centro-meridionale il ducato di Spoleto con inclusi i territori pertinenti ai popoli di origine Safina/Sabina/Sabelli/Sannita: i Sabini, i Marsi, degli Aequi, i Vestini ed i Peligni; mentre i territori dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini; parte del territorio dei Volsci e dei Sidicini; il territorio campano, il dauno eparte di quello dei Peucezii e dei Lucani costituirono il ducato, poi principato di Benevento o Langobardia minor.

Nei documenti e negli atti ufficiali il territorio pertinente al ducato, poi principato di Benevento o Langobardia minor fu identificato e citato: territorio di Benevento (anni 749-756); provincia di Benevento (anno 810) e territorio della città di Benevento (anno 981), sempre distinto dal territorio della provincia Samnium. (vedi figura).

ESCLUSIVAMENTE Paolo Diacono (720/24-799), storico longobardo, scrivendo dopo diversi anni dalla conquista longobarda dell’Italia, ricordò: La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…]. In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus.).

Per una distrazione o per volere accreditare alla città di Benevento un ruolo di primaria importanza, essendo all’epoca sede del ducato (poi principato) longobardo, lo storico longobardo Paolo Diacono la stimò capitale della provincia Samnium (non del ducato/principato omonimo).

Impropriamente denominò Sannio tutto il territorio del ducato, poi principato di Benevento; un toponimo già pertinente, tra i secoli IV e VI, UNICAMENTE alla già descritta provincia Samnium, con i territori dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, nonché i territori delle città caudine di Telese e di Alife, con l’ESCLUSIONE della città di Benevento e del suo il territorio.

UNICAMENTE Diacono ricordò una città denominata Sannio (disfatta dall’antichità) che avrebbe dato il proprio nome Sannio a l’intera provincia, ossia alla quattordicesima provincia del regno longobardo di cui avrebbe dovuto essere capitale la ricchissima Benevento.

Diacono aveva scritto nell’ VIII sec. d. C., ma nei secoli precedenti (a partire dal XI-IX sec. a. C.) NESSUNO storico greco o latino aveva ricordato un< città> denominata Sannio nel vasto territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sannitie, sorprende NON avesse ricordato nella sua citazione (lo fece solo in un capitolo successivo) la città di Boviano o Bobiano o Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, popolazione cui appartenevano le città di Aufidena ed Isernia, ricordate dallo storico longobardo.  

Non solo, Diacono in occasione della morte di Romuoldo, duca di Benevento, scrisse: gli successe, reggendo le genti sannite per tre anni, suo figlio Grimoaldo; ed aggiunse: Morto anche Gisulfo, duca dei Beneventani, il popolo dei Sanniti ne elevò al ducato il figlio Romualdo.

Fu fatto un uso improprio della denominazione Sannita: il ducato, poi principato di Benevento, era costituito, oltre che dal popolo dei Sanniti, anche dai Marrucini, dai Frentani, dai Carecini, dai Pentri, dagli Irpini (Benevento), dai Caudini, dai Lucani; nonché da una parte, forse la più numerosa, di popoli NON di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita che elevò al ducato Romualdo figlio Gisulfo; essi erano i Volsci, i Sidicini, i Campani, i Dauni ed i Peucezii.

Per l’origine in comune con il popolo dei Sanniti, ignorati da Diacono, oltre a quelli succitati, ricordiamo che erano di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita anche i Sabini, i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi ed   i Peligni, a loro volta inclusi nel ducato di Spoleto. (vedi figura).

RICAPITOLANDO.

Con la riforma augustea nel 7 sec. d. C., la II regione Apulia et Calabria includeva, oltre alla città di Benevento ed il suo territorio già abitato dai Sanniti/Irpini, quello dei Sanniti/Caudini.

Nella IV regione erano stati inclusi i Sanniti: Frentani, Carecini, Marrucini, Peligni, Marsi, Aequi, Vestini, Pentri, Sabini, Aequi e Marsi.

Nella V Regione i Sanniti: Piceni e Pretuzi

Con l’imperatore Diocleziano nel III sec. d. C., la IV Regione augustea denominata Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituì la provincia Campania et Samnium.

Nell’anno 346 fu istituita la provincia Samnium: la città di Benevento con il suo territorio già irpino ed il territorio già dei Caudini, RIMASERO nella provincia Campania.

Dopo quanto scritto da Paolo Diacono, alcuni degli antichi cronisti, ma NON i documenti e gli atti ufficiali redatti all’epoca, conoscendo la Storia dei territori e delle popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita per essere stati tenaci, ma sfortunati difensori della loro libertà contro i Romani, per millanteria non disdegnarono, dopo quando scritto da Diacono, di ENFATIZZARE e stimare Sannio l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento, e ritenere i loro duchi ed i loro principi: duce Samnitium o dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.

Infatti, nella Diversarum gentium historiae antiquae scriptores tres Di Jordanes, si legge: XXXIX. Defucto itaque Gisulfo Beneventanorum; duce Samnitium populus Romoaldum eius filium ad regendum se sublimavit; mentre il Chronicon Salernitanum, li ritenne titolari di un principatum Samnitum: Radelchis (titolare 839- 851) ut supra diximus Beneventanus princeps dum tenuisset principatum Samnitum annos 11 et menses 11; oppure: Sed dum Radelgarium (titolare 851-854) extinctum de hac luce nimirum fuisset, Adelchis, (titolare dal 854 al 878) frater eius principatum Samnitum optinuit.

In Monumenta Germanie historica (III), per gli Annales Beneventani, senza alcuna giustificazione fu scritto: Anno domini 788 mense Agusti 7. Kal. Septembris obiit Arechis, princeps et dux Samnitibus atque fundator sanctae Sophiae e nella Chronica Sancti Benedicti: Gisulfus prior dux Beneventi devastavit Campaniam, qui prefuit Samnitibus ann. 17.

Come esamineremo, nei documenti e negli atti ufficiali trascritti nel Chronicon Vulturnene, sottoscritti dai duchi e dai principi, la città di Benevento fu sempre giudicata UNICAMENTE capitale del ducato e, successivamente, del principato omonimo: Radelchisi princeps Beneventanus; Adelchisum principe Beneventanum o Beventanorum princeps Adelchi o Beneventanum principem Adelchisum; Atenolfus, ut diximus, principatum Beneventanum; Landolfo, Benevenatus princeps.

Il SAMNIUM/SANNIO NEL CHRONICON VULTURNENSE.

Diacono, scrivendo l’Historia Langobardorum, redatta presumibilmente dall’anno 787 all’anno 789, non tenne conto, forse l’ignorava, della ricca documentazione esistente alla sua epoca ed utilizzata dal monaco Giovanni, tra gli anni 11111139, per la redazione del Chronicon Vulturnense: dalla fondazione del monastero di S. Vincenzo martire nell’anno 703 fino prima metà del XII sec..

Nella quasi totalità dei documenti trascritti nel Chronicon Vulturnense ed esistenti al tempo di Diacono, fu data la massima evidenza al toponimo del territorio dove era localizzato il monastero dedicato a S. Vincenzo martire, INEQUIVOCABILMENTE distinto dal territorio del ducato, poi principato di Benevento.

Dal documento più antico, si apprende: [Doc. 9-(689-706)], Gisulfo, sommo duca della gente dei Longobardi, dichiarava la costruzione del monastero di S. Vincenzo nel territorio della nostra santa città di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno.

Nota bene: la sorgente del fiume Volturno era sì dentro i confini del territorio del ducato/principato di Benevento (vedi figura a sn.), ma nel territorio pertinente all’antica provincia Samnium da cui era stato escluso quello occupato dai Sanniti/Irpini. (vedi figura ds.).

[Doc. 10-25 maggio 715]. Fu proprio il re Carlo per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio romano, a dichiarare che il monastero era stato edificato dai santi uomini Paldo, Tato e Taso nella provincia del Sannio presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: […], quod a santis viris Paldone, Tatone et Tasone in Samnii provincia super Volturnum fluvium edificatum fuerat, […]. (vedi figura ds.).

Fu proprio re Carlo Magno a confermare l’inclusione della provincia del Sannio, istituita nel IV sec. d. C., nel ducato/principato longobardo di Benevento o Langobardia minor.

Un’altra lettera, (Doc. n. 27, vol. I), del sovrano testimonia: […] del monastero di San Vincenzo Martire, che è costruito nel luogo che è detto Sannio sul fiume Volturno,.

Il testo originale recita: […] Pauli (abbatis ex monasterio Sancti) Vincencii martiris, (quod est constructum in loco qui dicitur) Samnii, super fluvium Vulturnum. […].

Il [Doc. 11-(749-756)], del signore Astolfo, sommo re dei Longobardi, per intercessione di Gisulfo, esimio duca della gente dei Longobardi, nel territorio di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno, concediamo e confermiamo al venerabile monastero di S. Vincenzo martire, IGNORATO da Diacono, permetteva di localizzare il monastero di S. Vincenzo nel territorio di Benevento (ergo, Gisulfo, non era un duce Samnitium e non esisteva il principatum Samnitum, vedi pagina precedente) presso la sorgente del fiume Volturno e, più precisamente, come confermò Arechi, principe delle genti Longobardi con il [Doc. 12-marzo/aprile 758-26 dicembre 760)]: […], al monastero di S. Vincenzo, che è situato nel territorio del Sannio presso il fiume Volturno, ossia nel territorio già denominato provincia Samnium, incluso nel ducato/principato di Benevento.

Il testo originale recita: […], in monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in finibus, Samnie, iuxta Vulturno flumine.

La precisa localizzazione del monastero di S. Vincenzo fu ricordata da Desiderio, imperatore per disposizione della divina provvidenza, con il [Doc. 14-anteriore al 774): […], che è costruito nel territorio del Sannio, presso la sorgente del fiume Volturno.

Diacono IGNORAVA: il territorio del Sannio altro non era che la provincia Samnium.

La distinzione tra i 2 territori fu descritta in modo CHIARO, INCONFUTABILE ed è EVIDENTE come, all’epoca, il territorio pertinente al ducato/principato di Benevento, a differenza di quanto aveva scritto lo storico longobardo, non fu MAI identificato con il toponimo Sannio, pur essendo stato il territorio beneventano, nell’antico passato occupato dal popolo dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Irpini.

Nel [Doc. 15(742-751)].  Gisulfo si dichiarò: sommo duca a Benevento della gente dei Longobardi, al venerabile monastero di S. Vincenzo martire, che è situato entro i confini del Sannio nel territorio di Benevento presso la sorgente del fiume Volturno.

Nel successivo documento, [Doc. 16-(742-751)], sempre Gisulfo, sommo duca dei longobardi, dichiarò il monastero nel territorio beneventano presso la sorgente del fiume Volturno, omettendo quanto aveva precisato nel Doc. 15, ossia: situato entro i confini del Sannio, ma affermando genericamente nel territorio beneventano, ossia nel territorio del ducato/principato di Benevento.

INDUBBIA era la localizzazione del monastero di S. Vincenzo presso la sorgente del fiume Volturno e, soprattutto, il sito aveva conservato il toponimo Sannio.

Localizzazione ed identificazione confermate anche dal [Doc. 17-754 luglio)], ancora una volta IGNORATO da Diacono: Stefano (vescovo servo dei servi di Dio) ad Atto (venerabile abate del martire di Cristo Vincenzo, fondato presso la sorgente del fiume Volturno, nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento e, […]. Pertanto, poiché avete chiesto a noi che il monastero del beato Vincenzo martire, situato presso il fiume Volturno, nelle parti del Sannio.

Il territorio Sannio e il territorio di Benevento erano sì distinti, ma appartenenti al ducato/principato di Benevento.

Altri documenti confermano la precisa identificazione e localizzazione del territorio Sannio nei confini del ducato/principato di Benevento, evidenziando che già al tempo di Diacono la provincia Samnium ed il territorio dei Sanniti/Pentri, era stato già diviso, (correva l’anno 667), in gastaldati con capoluogo le antiche civitas romane e sedi vescovili: Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, che successivamente, con la presenza dei Franchi, divennero la sede delle contee.

Il territorio Sannio presso le sorgenti del fiume Volturno, si localizzava nel territorio pertinente al gastaldato, poi contea di Venafro. (vedi figure).

Altri documenti, ignorati da Diacono, confermano la NETTA distinzione tra il territorio del Sannio e il territorio di Benevento: Anno 754. […], nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento e, […]. […], a noi che il monastero del beato Vincenzo martire, situato presso il fiume Volturno, nel territorio di Benevento, nelle parti del Sannio. Anno 758-760. […], al monastero di S. Vincenzo, che è situato nel territorio del Sannio presso il fiume Volturno. Anno 787. Carlo re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani al venerabile abate Paolo e ai monaci del monastero di S. Vincenzo, situato nel territorio di Benevento, nelle terre del Sannio.

Anno 787. […], (che è stato costruito nel luogo che è detto) Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Vincencii martiris, (quod est costructum in loco qui dicitur) Samnii, super fluvium Vulturnum, SMENTENDO quanto scritto un anno dopo nel Monumenta Germanie historica (III), per gli Annales Beneventani, in cui è scritto: Anno domini 788 mense Agusti 7. Kal. Septembris obiit Arechis, princeps et dux Samnitibus atque fundator sanctae Sophiae.

SMENTITE confermate anche dai documenti e dagli atti ufficiali sottoscritti negli anni successivi; MAI citarono: principatum Samnitum e dux Samnitibus; UNICAMENTE Beneventane provinciae, Beneventane provincie o fine Beneventi.

Anno 807. Nel nome del Signore.  Al tempo del nostro eccellentissimo signor Grimoaldo, per divina provvidenza principe della provincia di Benevento, […], offriamo al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, che è situato sul fiume Volturno, nel territorio del Sannio, […].

NULLA di nuovo nei documenti e negli atti ufficiali redatti negli anni successivi alla pubblicazione dell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono.

Anno 810. […]. Noi, gloriosissimo Grimoaldo, per divina provvidenza principe della provincia di Benevento, su richiesta del nostro referendario Aodoaldo, abbiamo concesso al monastero di S. Vincenzo martire, che è situato nel territorio del Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Grimoaldus, Dei previdencia, Beneventane provinciae princeps. […], in monasterio Sancti Vincencii martyris, qui situs est in finibus Samnie, iuxta Vulturno flumine.

Anno 812. […] che è posto presso il fiume Volturno nella zona del Sannio. Anno 817. […] al monastero di S. Vincenzo, situato nel Sannio presso il fiume Volturno.

Che il toponimo Sannio non indicasse UNICAMENTE il territorio pertinente al monastero di S. Vincenzo, è documentato nel Chronicon Vulturnense riguardante l’offerta di un casale a Macchia nel Sannio al tempo (anni 824-842) dell’abate Epifanio.

Il sito di Macchia, nella traduzione in italiano del testo latino, è stato identificato con l’attuale Macchiagodena, un insediamento esistente nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri prossimo a Bovianum/Bojano, già loro città madre e capitale.

Si conferma che all’epoca il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, su cui era stato edificato anche il monastero di S. Vincenzo, era sì nei confini del ducato/principato di Benevento, ma si localizzava nell’antica provincia Samnium.

Macchia, con il toponimo Macla Godani, fu ancora ricordata nell’anno 1003 per la donazione della chiesa di S. Apollinare al monastero di S. Vincenzo, da parte della titolare della contea di Boiano, contessa Roffrid, appartenente alla nobiltà longobarda del principato di Benevento.

Interessante è il [Documento 1 – febbraio 1070 ] Io Berardo, figlio del fu Giovanni, che ora abito nel castello di Pietra Abbondante nel territorio Beneventano.

Il castello di Pietra Abbondante era sì nel territorio Beneventano, ma ESATTAMENTE si localizzava, al pari del monastero di S. Vincenzo, nel territorio della provincia Samnium ed i suoi abitanti erano stati i Sanniti/Pentri.

Nel I sec. a. C. era stato il principale centro religioso di tutti i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).

Il toponimo Sannio compare anche nel doc. 167 del marzo 989 per identificare la zona in cui era la località Cerro: […], e inoltre da abitare, piantare vigneti per ventinove anni nella zona del Sannio, nella località detta Cerro.

Cerro è l’odierno Cerro al Volturno in prov. di Isernia, distante dal monastero di S. Vincenzo circa 5-6 km. (3-9 a piedi); pertanto, al pari di Macla Godani/Macchiagodena e Pietrabbondante ed il monastero vulturnense, erano nel territorio abitato da Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri: sì nel ducato/principato di Benevento ma, precisamente nel territorio già della provincia Samnium.

Anno 833-836. […]. Noi, gloriosissimo Sicardo, per divina Provvidenza principe della provincia di Benevento, su richiesta Roffredo, nostro referendario, concediamo al monastero del beato Vincenzo, situato nel territorio del Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Nos vir glorissimus Sicardus, Dei providencia, Beneventane provincie princeps, […], concedimus in monasterio Beatissimi Vincencii martyris, quod situm est in finibus Samnie, iuxta fluvio Vulturno.

E’ bene ricordare anche i 2 documenti, il dell’anno 944: […], quod situm est in partibus Samnie, territorio Beneventano, super fontem Vulturni fluminis ed il dell’anno 965/966: […], in partibus Samnie sito, unde flumen Vulturnus oritur, dove finibus corrisponde a limite o confine e partibus a terre o territorio denominato Sannio, toponimo ereditato da quello della provincia istituita tra i secoli IV-VI secolo, divenuta parte integrante del ducato/principato di Benevento, dove si localizzava il monastero di S. Vincenzo martire.

L’ESATTA localizzazione ed identificazione del monastero di S. Vincenzo descritte dai cronisti dell’epoca non mutò nel corso dei secoli neanche dopo la sua distruzione operata dai Saraceni guidati da Saudan nell’anno 881, né con il suo abbandono per circa 30 anni (vi tornarono intorno all’anno 911).

Anno 936. […], Rambaldo, umile abate del monastero di S. Vincenzo, situato nel territorio di Benevento, nella zona chiamata Sannio, sul fiume Volturno.

Il testo originale recita: […] ex monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in fine Beneventi, ubi Samnia vocatur, super fluvium Vulturnum.

Anno 894. […] del monastero di S. Vincenzo situato nel territorio di Benevento, sul fiume Volturno, nella zona della Sannio.

Il testo originale recita: ex monasterio Sanctii Vincencii, quod situm est in partibus Beneventi, super fluvium Vulturnum, in locuin ubi Samnia vocatur.

Anno 968. […] Paolo, abate del monastero di S. Vincenzo, situato presso le sorgenti del fiume Volturno, nella regione del Sannio, nel territorio di Benvento.

Il testo originale recita: […] … monasterio Sancti Vincencii, situ supra Vulturni fontes, loco Samnie, territorio Beneventano.

Anno 992. […] situato presso la sorgente del fiume Volturno, nella zona del Sannio, nel territorio beneventano. Anno 976. […]. Fondato e costruito presso la sorgente del fiume Volturno, nella zona del Sannio.

Quando agli inizi del XI secolo il principato di Capua fu reso autonomo dal principato di Benevento, il territorio appartenente al monastero di S. Vincenzo, fu assegnato al principato capuano ed il toponimo Sannio continuò ad identificare il territorio dove si localizzava il monastero di S. Vincenzo, situato presso la sorgente del fiume Volturno, sempre pertinente ad una regione, ad un territorio, e ad una località denominata Sannio.

Il nuovo assetto amministrativo non mancò di creare una certa confusione nella redazione dei diplomi trascritti nel Chronicon Vulturnense, tant’è che il monastero di S. Vincenzo fu assegnato a volte al principato di Capua, a volte al principato di Benevento, confermando sempre l’originaria ed unica denominazione del territorio o regione pertinente al monastero: SANNIO.

Anno 1010: Così concedo, consegno e dono al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, situato nel territorio capuano nella località Sannio. Anno 1011. Così concedo, consegno e dono al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, situato nel territorio capuano nella località del Sannio. Anno 1021: […] è venuto Pietro, monaco e preposto del monastero del beato Vincenzo, che nella zona di Benevento, nella località presso il fiume Volturno chiamata Sannio. Anno 1040. […], offriamo al monastero di S. Vincenzo, che è presso la riva del fiume Volturno, nel territorio di Benevento, nella zona del Sannio. Anno 1022: […], diacono del monastero di S. Vincenzo, costruito presso la sorgente del fiume Volturno, vicino la città di Capua. Anno 1029: […] abbiamo offerto a Dio e alla chiesa di S. Vincenzo, levita e martire, che è situata nel territorio di Capua, nella località del Sannio. Anno 1104Al venerabile Giosuè, abate del monastero del martire di Cristo Vincenzo, situato presso la sorgente del fiume Volturno nelle zone del Sannio, nel territorio di Benevento. (vedi figura).

Il monastero nel principato di Capua.

Con il successivo dominio dei Normanni nell’Italia centro-meridionale, i documenti trascritti nel Chronicon Vulturnense, NON mutarono la localizzazione e l’identificazione del monastero di S. Vincenzo; il toponimo Sannio continuò ad identificare con precisione il luogo su cui era stato edificato: presso le sorgenti del fiume Volturno e pertinente amministrativamente al principato di Capua.

La signoria fondiaria della Terra Sancti Vincencii.

Il ricordo di un unico territorio denominato Samnium/Sannio in cui si localizzava anche il capoluogo della contea normanna di Boiano, risale all’anno 1082 come conferma la donazione alla chiesa di S. Maria sita nella civitas Saepinum, da parte del normanno Rodolfo, titolare della contea di Boiano, all’epoca pertinente al Principatus domini Iordani capuani princeps: Cartula Oblationis [1082], febbraio.     

[…]. Ideoque nos hi sumus Raul gratia Dei comes filius quondam dompni Guimundi qui fuit comes, ortus in Europis partibus Alpis et nunc, Deo tuente, comitatum teneo in Sampnitis partibus que vulgo Bubiano vocatur.

Sampnitis è la corruzione di Samnitis/Sanniti e Bubiano quella di Bobiano/Bojano (vedi figura Tabula Peutingeriana III-V sec. a. C.).

Sampnitis è affine a Sampnie scritto nell’anno 1045 per identificare, come esamineremo, il castello Sampnie (odierno Castel San Vincenzo) edificato nei pressi dell’antico monastero longobardo di S. Vincenzo martire presso le sorgenti del fiume Volturno

Il conte Rodolfo era consapevole della localizzazione della sua contea di Boiano nella provincia Samnium (corrotto Sampnitis o Sampnie) di cui faceva parte anche il territorio presso le sorgenti del fiume Volturno, su cui era stato edificato il monastero di S. Vincenzo, entrambi all’epoca compresi nel principato di Capua.

Il toponimo Samnie, Samnia, Samniae, Samnii, Samnium scritto nei documenti del Chronicon Vulturnense e Sampnitis, ricordato dal conte Rodolfo nella sua donazione, CERTAMENTE non poteva essere riferito ad un villaggio, né ad una città, ma al territorio ed al popolo; territorio denominato provincia Samnium dal IV sec..

Sampnie, ricordato nell’anno 1045, potrebbe essere la corruzione di Samnium/Sannio per identificare e localizzare il castello; Sampnitis, ricordato nell’anno 1082, per identificare nella forma corrotta, i Samnitis, suoi abitanti.

SANNIO: CITTA’ O CASTELLO ?

Dimostrare l’esistenza nell’antico passato di un “insediamento” o di una “città” denominata Samnium/Sannio, sempre IGNORATO dalla Storia, è quanto mai difficile, tuttora si ignora la sua localizzazione nel vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Il longobardo Paolo Diacono nel VIII sec., come già esaminato, sostenne: […] Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.

Sì, l’intera provincia fu denominata Sannio, NON per l’esistenza di una città omonima, bensì, come ricorda la Storia, per il toponimo *Safnio/Samnium della patria di origine dei popoli migranti di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

Sì, della stessa origine erano gli Irpini con capitale Benevento ed i Caudini con capitale Caudio/Montesarchio, ma ad eccezione della città caudine di Alife e Telese, erano stati ESCLUSI dal territorio della provincia Samnium.

VERAMENTE è esistito ed esiste, documentato a partire dal X secolo, un insediamento presso il complesso monastico di S. Vincenzo martire più volte ricordato nel Chronicon Vulturnense: Castello Samnie o castello Sampnie localizzato in partibus Samnie situs super Vulturni fluminis o, con più esattezza: est () in partibus Beneventanis, () super fluvium Vulturni locus, () ubi Samnia vocatur in () castello Sampnie.

Anno 982. […] monasterii martiris Sancti Vincencii Christi, in partibus Samnie, situs super Vulturni fluminis. […]. Actu de Castello Samnie.

Anno 985. […] monasterium Sancti Vincencii in partibus Samnie, situs super Vulturni fluminis fontes […]. Actum de Castello Samnie.

Anno 988. […]  monasterii Sancti Vincencii, situs super Vulturni flumini fontes […]. Actum de Castello Samnie.

Anno 995. […] monasterium Sancti Vincencii, situs super Vulturni fluminis fontes  […]. Et te Ummo notarium scribere rogavimus in acto de Castello Samnie.

Anno 1011-1045. […].  Monastero di S. Vincenzo, situato nella zona di Benevento, sul fiume Volturno, nella località detta Sannio. […]. Per vostra sicurezza abbiamo chiesto a Indolfo, chierico e notaio, di scrivere nel distretto (in actu nel testo, n. d. t.) di S. Vincenzo, nel Castello del Sannio.

Il testo originale recita: […] ex monasterio Sancti Vincencii, qui situm est in partibus Beneventanis, super fluvium Vulturni locus, ubi Samnia vocatur […] in actu Sancti Vincencii, in castello Sampnie. (vedi figura).

Cosa era accaduto?

Con il “ritorno alla vita” del monastero di S. Vincenzo, agli inizi del X secolo, dopo la distruzione dell’anno 881 e la fuga nella città di Capua dei monaci superstiti alla strage dei Saraceni, si originò, con le numerose donazioni di terre e di beni da parte dei nobili longobardi e franchi una vera e propria signoria monastica, la Terra Sancti Vincencii, con la concessione ai coloni, per contratto (libellum), di grandi estensioni di terreni da urbanizzare e coltivare.

Agli stessi coloni, documenta il Chronicon Vulturnense, fu concesso di costruire i castra a difesa dei quali, oltre alle mura di cinta, potevano erigere torri e castelli, soprattutto nelle zone di maggiore interesse strategico.

Fra quelli ricordati (anche con i loro nomi latini) dai documenti e dagli atti ufficiali del Chronicon Vulturnense, è stato possibile, localizzando i castra ed i castelli costruiti nel territorio della signoria monastica sorta presso le sorgenti del fiume Volturno, di localizzare e di identificare il Castello Samnie o Castello del Sannio o castello Sampnie con l’odierno Castel San Vincenzo: Castello di Scapoli, Fossa Cieca, Colle Sant’Angelo, Castello di Guado Porcino, Tenzonoso, Cerro con Spina, Acquaviva, Rionero, Mala Cocchiara, Alfedena, Foruli, castello di Fornello, Castiglione, Pizzone, Castel Nuovo, Rocchetta di Colli Cerro [(vedi fig.1° )dal sito: Convegno “Reviviscentia Terrae Sancti Vincentii”].

I castra ed i castelli costruiti nel territorio pertinente alla signoria monastica di S. Vincenzo (a nord di Venafro e nord-est di Isernia). TUTTI localizzati nella provincia Samnium.

Il Castello Samnie o Castello del Sannio o castello Sampnie, l’odierno Castel San Vincenzo, fu costruito in prossimità e ad ovest del centro monastico di S. Vincenzo presso le sorgente del fiume Volturno, in un territorio che nel corso dei secoli fu identificato (in ordine cronologico): territorio della nostra santa città di Benevento (689-706); nella provincia del Sannio (715); entro i confini del Sannio, nel territorio di Benevento (742-751); nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento (754); nel territorio del Sannio (774); nel territorio di Benevento, nelle terre del Sannio (787); nel luogo che è detto Sannio (787); in finibus, Samnie (810); situato nel Sannio (812); in fine Beneventi, ubi Samnia vocatur (936); in partibus Samnie (944); in partibus Samnie sito (965/966); loco Samnie, territorio Beneventano (968); nella zona del Sannio (976); nella zona del Sannio, nel territorio beneventano (992); nel territorio di Capua, nella località del Sannio (1029); nel territorio di Benevento, nella zona del Sannio (1040); nelle zone del Sannio, nel territorio di Benevento (1104).

Il monastero di S. Vincenzo martire (quadrato nero) nel territorio della Provincia Samnium (confine nero) nel principato di Benevento (territorio azzurro).

SAMNIUM/SANNIO: L’ABUSO.

Dopo quanto esaminato dai documenti e dagli atti ufficiali sottoscritti dai re, dai duchi e dai principi sia del ducato/principato di Benevento, sia del principato di Capua, è ERRATO continuare a sostenere l’esistenza di un principatum Samnitum, come NON sono Mai esistiti i titoli nobiliari di dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.

Al contrario, si può sostenere, senza ombra di dubbio: il monastero di S. Vincenzo, sito presso le sorgenti del fiume Volturno, era sì nel territorio della nostra santa città di Benevento (689-706) ma, esattamente, nella provincia del Sannio (715).

Nel territorio della provincia Samnium istituita intorno all’anno 346 e ricordata nell’anno 715 come provincia del Sannio dal re Carlo Magno, confinante ad ovest con la signoria Monastica di Montecassino ed a nord con il ducato di Spoleto, NON era esistita una città denominata Sannio; NEMMENO nelle sue varie “corruzioni” Samnia o Sampnie, che furono adottate per identificare, oltre alla località presso la sorgente del fiume Volturno anche il castello, odierno Castel San Vincenzo, costruito non prima della fondazione del monastero di S. Vincenzo.

In epoca contemporanea e senza tenere in alcun conto delle pubblicazioni degli antichi storici e delle più recenti scoperte archeologiche, il toponimo SANNIO, è stato “sfruttato” per localizzare ed identificare alcuni territori della penisola italica diversi dalla loro origine.

Da uno dei tanti siti internet si legge: L’Appennino Sannita fa parte dell’Appennino Meridionale ed è il tratto che si trova fra la Campania, il Molise e la Puglia. (vedi figura da http://www.moldrek.com/campania.).

Corretta (fig. a sn.) la localizzazione dei M. dell’Irpinia tra le province di Benevento e di Avellino, NON corretta la denominazione M. del Sannio nell’Appenino Campano. L’ App. Sannita (vedi fig. a ds.) dovrebbe identificare la catena montuosa dell’Italia centrale dalla Sabina alla Lucania, NON UNICAMENTE i monti tra il Molise, la Campania e la Puglia.

Dopo M. Matese, Monti del Sannio nell’Appennino         
Campano  ed i Monti dell’Irpinia.

Nel passato, per ricordare l’antico popolo presente in epoca storica nel territorio denominato oggi Molise, si fece un uso improprio del toponimo Sannio: fu aggiunto al nome di alcuni comuni localizzati nel territorio già dei Sanniti/Pentri: Rionero Sannitico; Fòrli del Sannio; Belmonte del Sannio; Cantalupo nel Sannio; Sant’Elena Sannita; Civitanova del Sannio; Morrone del Sannio; Torella del Sannio; Mirabello Sanitico; San Giuliano del Sannio.

Tutti erano/sono nel territorio pentro, pertanto sarebbe stato più corretto aggiungere al nome del centro urbano < dei Pentri >, come accadde per il comune pertinente al territorio dei Sanniti/Frentani: Montorio nei Frentani.

Lo stesso accadde per alcuni comuni nella provincia di Benevento: San Giorgio del Sannio; Cerreto Sannita; San Leucio del Sannio; Colle Sannita; Pesco Sannita; San Martino Sannita; Santa Croce del Sannio, fu utilizzato impropriamente Sannio o Sannita, dimenticando la presenza dei Sanniti/Irpini, CORRETTAMENTE ricordati per la provincia di Avellino, anch’essa territorio irpino: Ariano Irpino; Monteforte Irpino; Altavilla Irpina; Montecalvo Irpino; Volturara Irpina; Bagnoli  Irpino; Capriglia Irpina; Melito Irpino; Savignano Irpino; Salza Irpina; Petruro Irpino.

La città Benevento, memore di quanto fu scritto nelle antiche Cronache, ma non nei documenti e negli atti ufficiali già esaminati, ha sempre rivendicato con orgoglio per sé e per il territorio della sua provincia il toponimo Sannio che, al contrario come abbiamo esaminato, identificava, con quello della provincia di Avellino, un territorio denominato SANNIO/IRPINO, pertinente fino dai secoli XI- IX a. C. al vasto territorio del centro – sud della penisola italica occupati dai *Safini/Samnites/Sanniti, denominati Irpini. (vedi figura).

Oggi, con il toponimo Sannio si identifica UNICAMENTE la provincia di  Benevento e con  Alto Sannio il suo territorio a nord, a confine con quello già dei Sanniti/Pentri, ad est con quello dei Dauni ed a sud con l’attuale provincia di Avellino, UNICA ad essere denominata Irpinia. (vedi figure).

Il territorio della provincia di Benevento o Sannio (fig. a sn.).  Il territorio dell’Alto Sannio nella provincia di Benevento e il territorio della provincia di Avellino o Irpinia.

Con la diffusione in tempi recenti di una nuova ipotesi, conosciuta come < sindrome viteliù >, un Alto Sannio è stato localizzato a nord del territorio della regione Molise, già denominato Alto Molise, pertinente dal secolo XI-IX a. C. al popolo dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Tra gli argomenti proposti dalla < sindrome viteliù >, SCONOSCIUTI dalla STORIA, i giovani protagonisti della migrazione (ver sacrum), erano sì Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ma partendo dalla Sabina si chiamarono impropriamente < Vitelios >

I < Vitelios > non possono essere identificati con i settemila giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti perché era un altro popolo, come scrisse Devoto: i Viteloi vivevano in un altro territorio ed era un’antica tribù protolatina, che occupava una parte imprecisata dell’odierna Calabria, portava un nome che doveva sonare approssimativamente come VITELOI e Aristotele (384/383 a.C.–322 a.C.) ha conservato in forma greca: Italoi.

Questo nome vien derivato da Ellanico (V sec. a.C.) dal nome indigeno del vitello. []. E benché rappresenti un acquisto ben tardo per gli Italici, che fino alla grande invasione del mezzogiorno lo ignoravano, ha diritto d’esser mantenuto anche oggi

Secondo la nuova ipotesi, i < Vitelios > avrebbero preso possesso di un territorio che dovrebbe corrispondere all’Alto Sannio (in terra molisana) e, successivamente (sull’esempio dei vasi comunicanti), dopo diverse generazioni, un’altra migrazione avrebbe originato i Sanniti/Pentri e, nel tempo (?) altre migrazioni avrebbero dato origine ai Sanniti/Caudini, ai Sanniti/Irpini ed ai Sanniti/Lucani. (vedi figura).

Una ipotesi del resto non originale già avanzata da Mommsen (1817-1903): La tradizione racconta come i Sabini, incalzati dagli Umbri, […] votassero una primavera sacra, vale a dire, che giurassero di mandar fuori per fondare in paesi esteri agli Dei nazionali tutti i figli e le figlie, che fossero nate nell’anno della guerra, tosto ch’essi fosser pervenuti in età da ciò. uno di questi sciami votivi fu condotto dal toro di Marte e diè origine ai Sabini o Sanniti che prima presero stanza sui monti lungo il fiume Sangro, e di là partendo occuparono in appresso il bel piano a levante del monte del Matese alle sorgenti del Tiferno, e nell’antico e nuovo territorio, dal toro che li capitanò, chiamarono Boviano i luoghi delle loro adunanze e dei loro magistrati, posti nel territorio antico presso Agnone, nel nuovo presso Boiano.  La picca di Marte guidò la seconda colonia votiva, da cui uscirono i Picenti, popolo astato, che occupò il paese che oggidì la Marca d’Ancona. Una terza colonia sotto l’insegne di un lupo (hyrpus) fermò stanza nel paese di Benevento e prese il nome di Irpini. Nello stesso modo dallo stipite comune si ramificarono le altre ma ….. piccole ramificazioni.

La < sindrome viteliù >, causata dalla descrizione di Mommsen, NON è confermata dalla Storia, né dalla documentazione archeologica: si sarebbero originate popolazioni sì della stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita, NON < Vitelios >, che, emigrando in tempi diversi nelle nuove sedi, avrebbero acquisito una evoluzione cronologicamente inferiore. (vedi figura).

Salmon, ritenne il Sannio, all’epoca della istituzione delle Regioni augustee, essere stato abitato da: i Sanniti/Pentri, i Sanniti/Caudini ed i Sanniti/Irpini; distinguendo però: un Sannio occidentale: la terra dei Caudini era nella Regione I (Lazio e Campania); un Sannio meridionale: la terra degli Irpini, per la maggior parte nella Regione II (Puglia) e un Sannio settentrionale: la terra dei Carecini e dei Pentri, per la maggior parte nella Regione IV (Sannio). (vedi figura).

Il SANNIO secondo Salmon: Sannio settentrionale (PENTRI e Carecini); Sannio meridionale (CAUDINI) e Sannio meridionale (IRPINI).

Ma nella Regione IV (Sabina et Samnium), oltre alle popolazioni ricordate da Salmon: Pentri e Carecini, considerato Sannio settentrionale, vi erano i Frentani, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini e la Sabina. (vedi figura).

Volendo localizzare un territorio denominato Alto Sannio, MAI ricordato dalla Storia, interpretando alto = latitudine, si identificherebbe con il territorio dei Piceni, più a nord rispetto al territorio degli altri popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita; altrimenti, se alto = altezza sul livello del mare, la scelta interesserebbe in assoluto, i popoli dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti stanziati presso il massiccio del Gran Sasso (mt. 2912). (vedi figura).

 Per concludere: NON è MAI esistito nella Storia, né fu ricordato dagli Storici un territorio denominato Pentria. (vedi figura).

Fu utilizzato da V. E. Gasdia nella sua voluminosa pubblicazione sulla Storia di Campobasso edita nell’anno 1960, per identificare il territorio pertinente ai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, ma Pentria trovò ampia diffusione nell’anno 1970 con la istituzione della seconda provincia molisana con capoluogo la città di Isernia: da quell’anno la Pentria identificò IMPROPRIAMENTE ed ESCLUSIVAMENTE il territorio della provincia omonima, e la città divenne, come scrivono e dicono, il capoluogo pentro, tanto da indurre La Regina (1974) a precisare: Una denominazione di territorio costruita sull’etnico < Pentri > non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium >. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica; ma, è bene evidenziare come scrisse Livio e Salmon, Samnium e Samnites dopo il III sec. a. C., identificarono UNICAMENTE il territorio ed il popolo dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Samnium, successivamente, identificando la provincia omonima istituita intorno all’anno 346, fu ricordato nei diplomi e negli atti ufficiali pubblicati nel Chronicon Vulturnense per meglio localizzare l’insediamento monastico di S. Vincenzo al Volturno presso la sorgente del fiume Volturno.

Nelle forme corrotte di Samnia o Sampnie identificò UNICAMENTE il castello, oggi Castel San Vincenzo, costruito nelle del complesso monastico.

Oreste Gentile.

ALTO SANNIO o NAZIONE SANNITA? VOGLIONO RISCRIVERE LA STORIA DEI SANNITI.

dicembre 25, 2013

Il romanzo storico avrebbe permesso al lettore di conoscere i ricordi dell’eroe pentro Gaio Papio Mutilo attraverso una storia inventata, ma alcuni commenti hanno finito per creare delle gratuite deduzioni e dei facili entusiasmi.“

E’ la considerazione che conclude l’articolo VITELIU IL NOME DELLA LIBERTA’: UN ROMANZO “STORICO” O UNA PUBBLICAZIONE “STORICA?, già pubblicato in questo blog.

Le gratuite deduzioni ed i facili entusiasmi hanno originato una iniziativa quanto mai lodevole, ma, ancora una volta, hanno fatto riferimento ad un territorio denominato Alto Sannio, un toponimo che non è mai esistito nella Storia, utilizzato frequentemente nella citata pubblicazione.

I mass media hanno dato ampio risalto al  progetto Parco archeologico ‘Alto Sannio’, descrivendo i territori  che lo formeranno: una parte meridionale delle province di Aquila e di Chieti ed una parte settentrionale della provincia di Isernia.

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I territori (confine nero) dei Comuni che faranno parte del Parco.

Lo scopo: Recuperare l’identità storica che abbraccia Molise e Abruzzo. Un progetto che coinvolge diversi centri dei territori regionali sopra menzionati.

Ciò che sorprende è la scelta di identificare il Parco archeologico con il toponimo Alto Sannio, un territorio, mai esistito nella Storia: i promotori, convinti del contrario, lo hanno localizzato in particolare i Comuni di Agnone, Pescopennataro, Pietrabbondante, Schiavi d’Abruzzo e Alfedena.

Il Molise, o meglio il territorio a nord-est denominato Alto Molise per la posizione geografica ed altimetrica, solo oggi vuole contendere alla provincia di BeneventoSannio per antonomasia, la localizzazione di Alto Sannio (vedi articolo nel blog) nei territori che faranno parte del Parco archeologico.
La scelta del toponimo non è originale, ma amplifica una errata interpretazione della fonti classiche e, non tenendo conto delle nuove scoperte archeologiche, genera confusione a quanti vorrebbero conoscere la Storia dei  popoli italici, in particolare, quella dei Sanniti.

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Il territorio (confine rosso) dell’Alto Molise.

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Il territorio (confine rosso) di Alto Sannio, nome antico < sconosciuto >, abitato da una popolazione < anonima >.

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Il territorio (confine rosso) dell’Alto Sannio nella provincia di Benevento.

Divulgano < notizie storiche, false e tendenziose > sulla migrazione (ver sacrum) dei giovani Sabini, ostinandosi a sostenere l’esistenza di una comunità < autonoma > e, soprattutto,  < anonima > che si era stabilita nei territori dell’Alto Sannio, compresi fra l’alto Sangro, l’alto Molise e l’alto Vastese, spesso ricordata con l’acronimo ALMOSAVA, anche se, seguendo la localizzazione geografica e non l’ordine alfabetico, risulta ALSAMOVA.

C’è chi sostiene: La valle del Verrino con gli attuali comuni di Agnone e Pietrabbondante (sic), e la valle del Sente (sic) , con Castiglione (sic) e Schiavi (sic): fu questa la culla della Comunità genetica della Nazione federata più potente d’Italia dal VI al IV secolo a. C., …. […]. Qui nacque la Nazione Sannita (sic) .

C’è chi consideraL’ALTOSANNIO (sic), territorio coincidente con l’Almosava (sic), il luogo di origine della nazione sannita (sic) che per almeno cinque secoli (VI-I a. C.) ebbe il suo cuore pulsante tra Castel di Sangro, l’antica Aufidena, gli altopiani di S. Pietro Avellana, Carovilli, Vastogirardi, Capracotta, Pescopennataro, Agnone e Pietrabbondante. Secondo il leggendario archeologo Mommsen (sic), le cui teorie oggi vengono confermate dai più recenti scavi di Pietrabbondante fu da questo territorio che le prime generazioni di giovani sanniti migrarono per espandersi (sic) nelle valli di Isernia-Venafro e Bojano-Sepino per costituire i Pentri e poi, un (sic) secoli di primavere sacre, verso Benevento e la Campania per formare Caudini, Hirpini e Lucani.

Nessuna fonte storica ricorda Alto Sannio o nazione sannita, la sua localizzazione fra l’Alto-Molise-Sangro-Vastese (ALMOSAVA); , soprattutto, lo considera il luogo di origine della nazione sannita.

Quanti descrivono la storia del territorio dell’alto corso del fiume Sangroripropongono l’opinione de il leggendario archeologo Mommsen nella sua Storia Romana (1857): La tradizione racconta come i Sabini, incalzati dagli Umbri, votassero una primavera sacra, vale a dire, che giurassero di mandar fuori per fondare in paesi esteri agli Dei nazionali tutti i figli e le figlie, che fossero nate nell’anno della guerra, tosto ch’essi fosser pervenuti in età da ciò. uno di questi sciami votivi fu condotto dal toro di Marte e diè origine ai Sabini o Sanniti che prima presero stanza sui monti lungo il fiume Sagro, e di là partendo occuparono in appresso il bel piano a levante del monte del Matese alle sorgenti del Tiferno, e nell’antico e nuovo territorio, dal toro che li capitanò, chiamarono Boviano i luoghi delle loro adunanze e dei loro magistrati, posti nel territorio antico presso Agnone, nel nuovo presso Boiano. La picca di Marte guidò la seconda colonia votiva , da cui uscirono i Picenti, popolo astato, che occupò il paese che oggidì la Marca d’Ancona. Una terza colonia sotto l’insegne di un lupo (hyrpus) fermò stanza nel paese di Benevento e prese il nome di Irpini. Nello stesso modo dallo stipite comune si ramificarono le altre  ma…..piccole ramificazioni … .

Mommsen, localizzò nel territorio antico presso Agnone l’arrivo della migrazione, ma non identificò la nuova tribù, né identificò la tribù che si stanziò  nel bel piano a levante del monte del Matese alle sorgenti del Tiferno, di cui la Storia ha tramandato il nome: Pentri. Convinto che fossero state fondate due città denominate Boviano, localizzò la prima, la vetus, nel territorio antico presso Agnone, la< nuova  > presso l’odierna Boiano.

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Il territorio (rosso) descritto da Mommsen e la  II migrazione  (freccia nera) verso il Matese.

1. Le teorie del leggendario archeologo Mommsen sono state smentite dagli scavi archeologici nel sito del santuario italico di Pietrabbondante e dagli studi di La Regina, pubblicati nell’anno 1966 in Le iscrizioni osche di Pietrabbondante e la questione di Bovianum Vetus.

Per  fare chiarezza: Bovianum Vetus identificava una delle due Boviano localizzata da Mommsen nel territorio presso Agnone, ma La Regina scrive: L’identificazione di Pietrabbondante con Bovianum Vetus risale a Th. Mommsen il quale nel 1846, dopo aver visitato il Sannio, espose la sua tesi, dapprima ipotetica, confermandola però pochi anni dopo. Essa si fondava essenzialmente sull’iscrizione V. 150, rivenuta a Pietrabbondante. […].

Conclude La Regina: E’ possibile dunque affermare che l’identificazione di Pietrabbondante con Bovianum Vetus è erronea e che le testimonianze antiche su Bovianum sono tutte relative a Boiano.

Salmon (1977), il padre della storiografia dei Sanniti, ha scritto in proposito nella prefazione alla prima edizione (1967) de Il Sannio e i Sanniti: Il mio rincrescimento che l’opinione di questi di questi studiosi (Valerio Cianfarani ed Adriano La Regina, n. d. r.) su Bovianum Vetus mi sia divenuta nota solo dopo che il mio lavoro era già in tipografia, è temperato solo dalla confortante constatazione che sono nella loro ben informata compagnia nell’assegnare Pietrabbondante ai Pentri, e non, come Mommsen, ai Carecini.

Salmon, nella prefazione alla edizione italiana (1977) della stessa pubblicazione, ha scritto: Nei dieci anni trascorsi dall’uscita della prima edizione inglese di questo libro sono emerse nuove informazioni sui Sanniti. Il territorio dei poco conosciuti Carecini è stato identificato con una certa sicurezza, ed è ora evidente che non può aver incluso né Pietrabbondante né Alfedena, i siti portati alla luce che fino ad ora gli venivano attribuiti; entrambe le località appartenevano senza dubbio ai Pentri. Inoltre Pietrabbondante non è la Bovianum Vetus citata da Plinio il Vecchio (Naturalis historia III 107). […]. Il testo è stato corretto e la bibliografia aggiornata alla luce delle conoscenze di questi anni.

2. I fautori dell’esistenza di Alto Sannio o nazione sannita avrebbero dovuto leggere con più attenzione quanto scrisse Mommsen: Una terza colonia sotto l’insegne di un lupo (hyrpus) fermò stanza nel paese di Benevento e prese il nome di Irpini. Nello stesso modo dallo stipite comune si ramificarono le altre piccole ramificazioni; è chiaro che dall’ Alto Sannio o nazione sannita nessuno migrò verso Benevento e la Campania per formare Caudini, Hirpini e Lucani.

 Non è giusto divulgare che Alto Sannio o nazione sannita  fu questa la culla della Comunità genetica della Nazione federata più potente d’Italia dal VI al IV secolo a. C., … Qui nacque la Nazione Sannita …  o che  L’ALTOSANNIO, territorio coincidente con l’Almosava, il luogo di origine  nazione sannita che per almeno cinque secoli (VI-I a. C.) […] fu da questo territorio che le prime generazioni di giovani sanniti migrarono per espandersi nelle valli di Isernia-Venafro e Bojano-Sepino per costituire i Pentri e poi, un secoli di primavere sacre, verso Benevento e la Campania per formare Caudini, Hirpini e Lucani.

Le date ricordate riducono l’epopea dei Sanniti: dal VI al IV secolo a. C., 200 anni sono davvero pochi per un popolo che è stato protagonista nella Storia dall’VIII sec. a. C., inizio della migrazione (ver sacrum), fino al I sec. a. C., con la definitiva conquista Romana;  mentre ai cinque secoli (VI-I a. C.)  bisogna sommare altri 200 anni, calcolati dall’VIII sec. a. C. al  VI sec. a. C..

Devoto (1967): Dall’VIII sec. a. C. salvo gli assestamenti limitati fra la Sabina e il territorio di Gubbio, l’asse dell’espansione italica è rappresentato dalla direzione nord-sud., a causa della crescita demografica, folti gruppi di giovani abitanti nella Sabina, furono costretti ad emigrare (rito del ver sacrum) e diedero origine ai Sanniti che occuparono un vasto territorio centro-meridionale della penisola italica, formando delle nuove comunità con nomi diversi.

Dalla "SABINA" alle tribù dei "Safini/Sanniti".

Il territorio (rosso) della SABINA e l’espansione dei Sabini  verso il centro-meridione della penisola italica.

Devoto,  smentisce Mommsen  ed i  suoi < nostalgici >:  Sicchè  solo di quattro si può ritener verosimile che risalgano fino al periodo della migrazione. Sono queste le tribù dei Carecini con la capitale di Alfedena nell’alto Sangro; quella dei Pentri con la capitale Boviano, nell’alto bacino dell’alto Trigno,  del Biferno, del Fibreno, del Volturno; quella degli Irpini; quella degli Irpini nel bacino del Calore, nelle attuali città di Benevento e di Avellino (e in parte di Foggia); quella dei Caudini, più a occidente, con le città di Caudio e Saticula sulla sinistra del Calore, Telesia fra il Calore e il Volturno, Combulteria , Trebula, Caiazia sulla destra del Volturno: una tribù che confinava direttamente con gli stati della Campania. (N. B.: come abbiamo già esaminato, le nuove ricerche archeologiche ed i nuovi studi di La Regina provano che Alfedena, nè   Bovianum Vetus/Pietrabbondante erano state la capitale dei Carecini.).

Devoto era a conoscenza che i Pentri non migrarono dall’ Alto Sannio o nazione sannita per espandersi nelle valli di Isernia-Venafro e Bojano-Sepino e poi, un secoli di primavere sacre, verso Benevento e la Campania per formare Caudini, Hirpini e Lucani; scrivendo,  Carecini con la capitale di Alfedena nell’alto Sangro, condivide l’opinione di Mommsen, smentita da La Regina, ma, al contrario dello storico tedesco, conferma che era esistita una Bovianum e che nessun territorio denominato Alto Sannio o nazione sannita era stato la culla della Comunità genetica perché solo di quattro si può ritener verosimile che risalgano fino al periodo della migrazione: Carecini, Pentri, Irpini e Caudini.

Dove era il Sannio e chi erano i Sanniti ?

Devoto: Da una forma italica *Safio- è stato derivato il nome di *Safini, latinizzato nella forma Sabini; è il termine che indica le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est, più tardi tutto il territorio compreso tra il Nera e l’Aterno. Da una forma italica *Safno- è stato derivato il nome della regione *Safnio, in latino Samnium, in osco safinim: da questo, con suffisso greco, il nome degli abitanti Samnites, che compare per la prima volta nella forma Saunitai nello Pseudo-Scilace.

*Safnio/Samnium/Sannio era il nome del vasto territorio: si estendeva dai Piceni , i *Safini/Sabini/Samnites stanziati a settentrione, fino ai *Safini/Sabini/Samnites/Lucani a meridione.

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Il territorio (confine rosso) denominato *Safnio/Samnium/Sannio, abitato dai *Safini/Sabini/Sanniti.

Sorprende non poco quanto www. AltoMolise.net attribuisce a La Regina in occasione della presentazione del progetto Parco archeologico dell’Alto Sannio: La Regina nel suo discorso ha tracciato un quadro archeologico d’insieme fra alto Molise e alto Sangro-Vastese. Definendole le terre dove l’Italia nacque, … ,www. laquilablog.it: Ne è convinto il  professor Adriano La Regina (sic), che ha speso gran parte  della sua vita  sui siti archeologici interessati e che non si stanca di ricordarci come l’Alto Sannio sia «la terra dove l’Italia nacque» (sic).

La Regina (1984) ha scritto: I Pentri occupavano gran parte del Molise, con esclusione di tutta la fascia costiera per un’ampiezza verso l’interno di circa 25-30 km., e si estendeva oltre i confini in Abruzzo, su un tratto della valle del Sangro (Opi, Alfedena, Castel di Sangro, Roccacinquemiglia) sulla sinistra del Trigno a nord e ad ovest di Trivento (Schiavi d’Abruzzo, S. Giovanni Lipioni) e, verso sud, sul versante campano del Matese fino al Volturno.

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Il territorio (confine rosso/nero) dei *Safini/Sabini/Sanniti/Pentri, oggi diviso amministrativamente tra le province de L’Aquila, Chieti, Isernia e Campobasso. Della provincia di Campobasso fa parte anche l’antico territorio (nero) dei *Safini/Sabini/Sanniti/Frentani di Larino.

Cianfarani (1978): Fra tutte le antiche leggende e tradizioni delle genti dell’Abruzzo e del Molise quella relativa alla migrazione per la quale i Sabini divennero Samnites è la più ampia e circostanziata. Essa merita di essere riferita in tutti i suoi particolari, così come ci è stata trasmessa dagli antichi, e di essere integrata per quel tanto che l’integrazione può contenere elementi di una realtà storica; infatti l’esodo dei Sabini va inteso come episodio, rimasto tenace nella memoria degli emigrati, della grande diaspora che disseminò genti sabelliche dal centro della Penisola in gran parte dell’Italia centrale e meridionale.

Cianfarani ignora che nel passato esisteva un territorio < anonimo >, solo oggi denominato Alto Sannio o nazione sannita abitato da un popolo < anonimo >, ed in netto disaccordo con Mommsenricorda che sono esistiti dei popoli originati dai *Safini/Sabini in occasione della migrazione (ver sacrum): I Frentani per loro ascendenza e i Carecini per la loro localizzazione appaiono in stretto rapporto con i Sanniti Pentri; a costoro, che di tutte le genti sannitiche costituivano il nerbo, va riferita la leggenda della migrazione sabina, alla quale, in virtù del mitico bove, s’è voluta altresì riportare l’origine di Bovianum, l’attuale Boiano. La città è alle scaturigini del Biferno, ai piedi del monte Miletto, la massima cima del massiccio del Matese, e tutta la zona, pianeggiante in parte, che si allunga sotto le pendici del massiccio da Isernia a Sepino, è territorio pentro per eccellenza.

Pallottino (1984), ignora che nel passato esisteva un territorio < anonimo >, oggi denominato Alto Sannio o nazione sannita, scrive, in disaccordo con MommsenMa la presenza dei Sabini con movimento verso occidente è ricordata fin nella valle del Tevere in tempi piuttosto remoti come prova la loro implicazione nelle stesse tradizioni della fondazione di Roma. Al nucleo originario si ricollegano, con una differenziazione verosimilmente più tardiva, diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, ecc.); mentre più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise e della Campania, dalla cui diaspora gemmeranno in piena età storica i Campani, i Lucani, i Bruzi. […]. Matrice di tutte le genti italiche migranti nell’Italia meridionale sono i Sanniti del Molise e dell’Irpinia, a loro volta collegati ai Sabini secondo la tradizione, e recanti lo stesso nome (Safinim in osco = Samnium; la forma Samnites deriva da Samnium).

Ai sostenitori di Alto Sannio o nazione sannita e di Mommsen, è bene evidenziare quanto scrive ancora Pallottino: Matrice di tutte le genti italiche migranti nell’Italia meridionale sono i Sanniti del Molise e dell’Irpinia, a loro volta collegati ai Sabini secondo la tradizione, e recanti lo stesso nome (Safinim in osco = Samnium; la forma Samnites deriva da Samnium).

Ai sostenitori di Alto Sannio o nazione sannitica e di Mommsen, è bene evidenziare quanto scrive La Regina (1984):

L’area dell’attuale Molise era occupata, all’inizio delle guerre sannitiche, da popolazioni italiche omogenee per caratteri culturali e linguistici, tutte appartenenti al ceppo sannitico, o sabellico, ma organizzato in due entità politiche, lo stato dei << Samnites [Pentri] >> e lo stato dei << [Samnites] Frentani >>.  Ambedue derivavano da un nucleo originario di genti contraddistinte in lingua osca dall’etnico < safin >, la cui area di diffusione sul versante adriatico dell’Italia, ancora nella metà del V secolo, si estendeva a nord fino al fiume Tronto.

La Regina probabilmente fa riferimento al pari di Devoto, al Periplo di Scilace di Carianda (VI-V sec. a. C.), che ricordò l’estensione lungo la costa adriatica del territorio denominato *Safnio/Samnium/Sannio: 15 Sanniti. Dopo gli iapigi, a partire dal monte Orione, ci sono i sanniti. A questo popolo appartengono le seguenti lingue o parlate: laterni, opici, cramoni, bosentini e peucezi, che vanno dal mar Tirreno fino all’Adriatico. La navigazione costiera della terra dei sanniti dura due giorni e una notte. 16 Umbri. Dopo i sanniti c’è il popolo degli umbri, e nella loro terra si trova la città di Ancona.

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Il territorio costiero (rosso) del *Safnio/Samnium/Sannio lungo il mare Adriatico, dal promontorio del Gargano alla città di Ancona

Lungo la costa adriatica, ricordò Scilace, si erano già stanziati  i popoli originati dalla migrazione (ver sacrum) dalla Sabina; essi erano: i Frentani, i Marrucini, i Vestini ed i Piceni; all’interno vi erano gli Aequi, i Marsi, i Peligni, i Carecini, i Pentri, i Caudini, gli Irpini ed i Lucani.

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La costa adriatica (rossa9 dove si erano stanziati i *Safini/Sabini/Sanniti: Frentani, Marruciuni, Vestini e Piceni.

Nessuno dei nuovi popoli era emigrato da un territorio denominato Alto Sannio  o nazione sannita.

E’ bene evidenziare ancora una volta:  i fautori di Alto Sannio o di una  nazione sannita (in figura, confine rosso), contrariamente al parere delle fonti classiche e degli storici, sono convinti che Alto Sannio o nazione sannita e non dalla Sabina, migrò una popolazione < anonima > che avrebbe dato origine ai Pentri e questi, successivamente, ai Caudini, agli Irpini ed ai Lucani.

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Il territorio (confine rosso) dell’Alto Sannio o Nazione Sannita, abitato da una popolazione (?) < anonima > che avrebbe dato origine ai Pentri e questi ai Caudini, agli Irpini ed ai Lucani.

Tagliamonte (1996): Secondo la tradizione più accreditata (Varro, ling. 7. 29; apud Gell. 11. 1. 5; Fest. P. 436 L; Strabo 5. 4. 12; App. Samn. 4. 5; Paul. Fest. P. 436 L; Schol. Isid., ad etym. 14. 4. 18) i Sanniti sarebbero stati originari della Sabina e la loro migrazione si sarebbe realizzata nelle forme rituali di un ver sacrum (<< primavera sacra >>). Nel caso del ver sacrum all’origine dei Sanniti la descrizione più completa è quella fornita da Strabone (5. 4. 12) che tra le varie fonti è in genere quella più sistematica sulle tradizioni etnografiche.

Le fonti classiche e gli storici, tranne Mommsen, concordano nel ritenere che solo la Sabina fu interessata dalla migrazione (ver sacrum) verso i territori centro-meridionali della penisola italica.

Dalla "SABINA" alle tribù dei "Safini/Sanniti".

Dalla SABINA  (confine rosso) ai popoli dei *Safini/Sabini/Sanniti.

La Storia tramanda che i territori pertinenti alla provincia de L’Aquila: Alfedena, la sannitica/pentra/romana Aufidena, Castel di Sangro, la romana Aufidena; gli altopiani di S. Pietro Avellana, Carovilli, Vastogirardi, Capracotta, Pescopenataro, Agnone e Pietrabbondante, in provincia di Isernia, con i territori pertinenti agli attuali comuni dell’alto vastese: Castiglione M. M., Schiavi d’Abruzzo, San Giovanni Lipioni, Torrebruna e Celenza, fin dalla loro fondazione, fecero parte dello lo stato dei << Samnites [Pentri] >> (vedi La Regina).

Il < fantasioso > territorio ALTO SANNIO/ALMOSAVA o Nazione Sannita non è mai esistito nella Storia.

Salmon, con la riforma augustea (I sec. d. C.), non esistendo un Alto Sannio o nazione sannita, tratta di un Sannio Settentrionale per indicare la localizzazione geografica dei due distinti territori occupati dai Sanniti/Carecini e dai Sanniti/Pentri rispetto a quelli dei Sanniti/Caudini e dei Sanniti/Irpini: La terra dei Caudini (Sannio occidentale) era nella Regione I (Lazio e Campoania); la terra degli Irpini (Sannio meridionale) per la maggior parte nella Regione II (Puglia) e la terra dei Carecini e dei Pentri (Sannio settentrionale) per la maggior parte era nella IV Regione (Sannio).

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La Lega Sannita. Sannio settentrionale: Carecini e Pentri. Sannio occidentale: Caudini. Sannio meridionale: Irpini.

Si evince che le terre dove l’Italia nacque non era il territorio denominato Alto Sannio/ALMOSAVA o nazione sannita perché l’Italia nacque dal ver sacrum dei Sabini la cui migrazione originò la prima Italia (Pallottino, 1984).

Il toponimo Alto Sannio, tenendo conto di ciò che tramandano le fonti classiche e gli storici, potrebbe essere utilizzato solo per  localizzare uno dei territori occupati dai *Safini/Sabini/Sanniti in base alla posizione geografica ed all’altimetria.

Per la posizione geografica, il territorio dei  *Safini/Sabini/Sanniti/Piceni , più a nord degli agli altri territori, potrebbe essere considerato l’Alto Sannio;

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Il territorio dei *Safini/Sabini/Sanniti/Piceni.

nel secondo caso, i contendenti sono: il territorio dei  *Safini/Sabini /Sanniti/Vestini per la presenza del massiccio del Gran Sasso o il territorio dei *Safini/Sabini/Sanniti/Peligni per la presenza del massiccio della Maiella.

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Il territorio (confine azzurro) dei Vestini ed il territorio (confine nero) dei Peligni.

L’utilizzo improprio del toponimo Alto Sannio o nazione sannita altera la Storia del *Safini/Sabini/Sanniti.

Oreste Gentile.

FO’RLI’ del Sannio: quale la vocale tonica ?

novembre 9, 2013

Masciotta (1915), scrisse:  Nei Registri angioini questo Comune è detto “Forolum” – “Fòruli” – “Fòroli”; e probabilmente vale “Forum” (luogo di parlamento pubblico o di mercato) “Iulii” (dedicato a Giulia Cesare od altro Giulio), analogamente ai “Forum Livii”, ai “Forum Cornelii”, ecc. Con R. D. 22 gennaio 1863, in conformità del voto emesso dal Consiglio Comunale nella tornata 12 dicembre 1862, Forli venne autorizzata a denominarsi Forli del Sannio per distinguersi da Forlì, capoluogo di provincia nell’Emilia.

Il toponimo dell’odierno centro di Forli (del Sannnio) ha 2 vocali: o ed i, l’accento dove  < cade > ?

Fòrli o Forlì ?

Masciotta, sulla base di quanto ha tramandato la Storia medievale del periodo angioino (XIII sec.), ricordò  Forulum, Fòruli e Fòroli, l’antico toponimo in cui ò è la vocale tonica ; aggiunse: e probabilmente vale “Forum” (luogo di parlamento pubblico o di mercato) “Iulii” (dedicato a Giulia Cesare od altro Giulio), analogamente ai “Forum Livii”, ai “Forum Cornelii”, ecc. .

Ritenne probabile (ancora oggi non esistono delle testimonianze storiche od archeologiche che possano avallare la sua proposta) che il toponimo Forli, già nel medioevo Forulum, Fòruli e Fòroli, derivasse da fòrum, dove ò è sempre la vocale tonica; pertanto, nell’attuale toponimo Forli del Sannio, ò è la vocale tonica.

Era improprio anche il riferimento a Lìvii perché la Storia dell’epoca romana non lo ricorda pertinente al territorio ed all’insediamento medievale di Forulum, Fòruli e Fòroli: la richiesta e l’autorizzazione del Regio Decreto di denominarsi Forli del Sannio per distinguersi da Forlì, capoluogo di provincia nell’Emilia erano fuori luogo, perché la vocale ì è tonica solo in Forlì, il toponimo del capoluogo di provincia dell’Emilia che la Storia ricorda si originò da fòrum Lìvii in cui la prima i divenne vocale tonica: For(um)(vii).

Masciotta scrisse Forli del Sannio senza l’accento sulle 2 prime vocali, sia nel titolo del capitolo del testo, sia nella descrizione gli avvenimenti che lo videro protagonista.

Gli abitanti di Fòrli del Sannio non possono essere chiamati Forlìvesi: il termine deriva dal toponimo latino For(um)(vii) ed è pertinente unicamente agli abitanti di Forlì.                                                                                                                 

Considerato che si ignora il toponimo più antico di Fòrli del Sannio utile per identificare i suoi abitanti, solo dal toponimo medievale Fòruli o Fòroli  deriva Fòrlesi.

Consultando internet, si legge nell’ordine: Sito Istituzionale di Forlì del Sannio; Comune di Forlì del Sannio (IS); Forlì del Sannio: Forlì.

Nel periodo longobardo, al tempo di Gisulfo, duca di Benevento (742), un documento del Chronicon Vulturnense ricorda: … fluvio Forulo, et quomodo Forulus percorri usque in via antiqua.

Il fluvio Fòrulo, nel cui toponimo la vocale tonica è la prima o, corrispondere al corso d’acqua oggi denominato Vandrella: nasce a nord ovest presso le così dette Bocche di Fòrli, attraversa il territorio di Fòrli del Sannio, centro che nel medioevo era conosciuto come Fòruli, per confluire nel fiume Vandra, tributario del fiume Volturno.

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Fòrli (punto rosso). Il corso (rosso) del fiume Fòrulo si immette nel Vantra (azzurro) e questo nel fiume Volturno (bleu).

Il fluvio Fòrulo (rosso nella figura a ds.) si immette nel fiume Vandra (azzurro nella fiugura a sn.) per segnare nel periodo romano il confine tra ilmunic romano di Venafrum e quello di Aesernia; successivamente divenne confine delle due omonime diocesi episcopali e delle contee omonime nel periodo longobardo-franco: … et per gens usque in rivio, qui dicitur Fòruli, eodemque decorrente rivio usque in fluvio Vatra (anno 866).

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1. Contea di Venafro. 2. Contea di Isernia  3. Contea di Trivento. 4. Contea di Boiano. Il castrum Fòruli (rosso)  a confine tra le contee di Venafro, di Isernia e di Trivento.

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Fòruli/Fòrli del Sannio nella contea longobardo-franca di ISERNIA

Nel Chronicon Vulturnense si legge: in rigo de Forulo, et ipsum rivum quomodo vadit in flumine de Vantra, et ipsa Bantra quomodo discendi in flumine Volturno.

Era stato il toponimo Fòrulo del fluvio a dare il nome al medievale Fòruli ?

… fluvio Fòrulo, et quomodo Fòrulus percorri usque in via antiqua: dovrebbe essere la via consolare romana Minucia che da Corfinio giungeva a Brindisi, il cui percorso seguiva a grandi linee il tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela.

(a) "via Latina". (b) "via" della "Tabula Peutingeriana" da "adrotas"-Monteroduni ad "Aufidena". (c) raccordo da "adrotas" ad Isernia. (1) "via Minucia" da Corfinio a Brindisi. (2) "via" della "T.P." da Bojano a "Geronum"-Casacalenda e a "teneapulo"-San Paolo Civitate. (3) "via" della "T.P." da Fòrli del Sannio alla "Taverna del Cortile".

a. via Latina. b. via della Tabula Peutingeriana da adrotas-Monteroduni ad Aufidena. c. raccordo da adrotas ad Isernia. 1. via  (parte del tracciato tratturo Pescasseroli-Candela) da Corfinio a Brindisi. 2. via (tracciato tratturo Matese-Centocelle) della T.P. da Bojano a Geronum-Casacalenda ed a teneapulo-San Paolo Civitate. 3. via (parte tracciato tratturo Castel di Sangro-Lucera) della T.P. da Fòrli del Sannio alla Taverna del Cortile.

E’ nel territorio di Fòruli/Fòrli del Sannio che la Tabula Peutigeriana indicava un bivio tra la via Minucia che seguiva una parte del tratturo Pescasseroli-Candela, ed una “via” anonima (parte del tracciato del tratturo Castel di Sangro-Lucera) che raggiungeva l’odierna Taverna del Cortile – contrada Feudo, presso Campobasso.

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Tabula Peutingeriana1. via Minucia. 3. via anonima, parte del tracciato tratturo Castel di Sangro-Lucera. 2. via romana da Bobiano (Bojano) – adcanales (Baranello) – ad pyr (Campolieto).

La cartografia antica conferma l’antico toponimo: Fùorli e Fuoroli.

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Egnazio Danti sec. XVI. ne La Galleria delle Carte geografiche in Vaticano: Fùorli.

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Egnazio Danti XVI secolo. ne La Galleria delle Carte geografiche in Vaticano: Fuorli.

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G. Antonio Mangini 1642: Fuorli.

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Antonio Zatta 1785: Fuoroli.

I Registri della Cancelleria Angioina ricordarono l’odierno Fòrli del Sannio e testimoniano che Fòruli era un castrum: un gruppo di case circondate da mura difensive con la presenza o meno di un castello solitamente edificato nella zona più elevata: 410. – (Philippe de Forulo, uxori Gentilis de Forulo proditoris, provisio pro restituzione castrorum Foruli, Quinquemilii et feudi in Sangro.

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Fòrli del Sannio: una parte del castrum ed i “ruderi” del castello (freccia)

La citazione testimonia anche che il toponimo  del castrum  Fòruli era utilizzato come cognome da alcuni dei suoi cittadini: Philippe de Fòrulo, uxori Gentilis de Fòrulo.

Di Cicco (1997), nella pubblicazione Il Molise e la Transumanza ricorda per gli anni 1810, 1826-1844, 1843, 1881-1883 le Piante del r. tratturo che dal fiume della Zittola in tenimento di Castel di Sangro conduce alla Motta e Tertiveri, confine del tenimento di Lucera. Tratturo che comincia dal tenimento di Forli. Per gli anni 1837-1841 e 1826-1841 il Tratturo da Pescasseroli allo scaricatoio di Candela. Storia del tratturo. Tratturo nel tenimento di Forli.

Forli aveva conservato nel corso dei secoli il toponimo originario dal castrum Fòr(u)li; ma per l’anno 1883, Di Cicco scrive: Tratturo Pescasseroli-Candela, nella parte che attraversa  la terra di Molise da Rionero Sannitico a Pettoranello. Tratturo in tenimento di Rionero Sannitico. Id. di Forli del Sannio.

Le fonti bibliografiche consultate da Di Cicco ricordano FORLI senza la vocale tonica perché la Storia insegna che derivava dall’antico toponimo Fòr(u)li /Fòr(o)li/  F(ù)or(u)li  in cui la i non era la vocale tonica.

La differenza tra Forli e Forlì era chiarissima: le motivazioni addotte dal Consiglio Comunale nella tornata 12 dicembre 1862 perché fosse autorizzata la sostituzione della vocale tonica ò, tramandata dalla Storia, con la vocale ì, cambiarono non solo il toponimo, ma l’identità dell’antico castrum.

Oreste Gentile.

Il “Sacro Graal” nel MOLISE: “piatto ricco, mi ci ficco”.

agosto 15, 2013

I mass-media hanno dato ampio risalto alla notizia che il MOLISE «Oggi è tra le regioni più piccole di Italia, secoli fa, invece, è stata la contea più grande del Regno di Sicilia di Ruggero II, il Normanno: e nessuno lo sa». Nessuno sa del Calice dell’Ultima Cena, come forse nessuno sa che «Dan Brown ha raccontato (o copiato, come puntualizzano critici e detrattori) una storia che non è avvenuta in Francia, ma in Molise», parola di studiosi, luminari e cultori. Del resto, la piccola landa di terra prende il nome da una famiglia normanna di cavalieri templari: i De Moulins. […]. «Sveleremo al mondo una meraviglia assoluta che sono certo è in Molise»Potrebbe trattarsi del secondo reperto del corredo di Cristo: il primo è la Sindone che sta a Torino, il secondo che manca all’appello è il Graal, ossia il calice della cena con gli Apostoli. Potrebbe stare in Molise perché in Molise con matematica certezza è transitato dal viaggio partito dalla Terra Santa: gli studiosi ne sono i convinti. Basta rifarsi al personaggio del Molise: Ruggero de Moulins. «Abbiamo un cavaliere e una cripta e tutti i cavalieri si sono riportati reliquie dalle crociate per non lasciarle nelle mani dei musulmani».

Grazie alle ricerche di insigni  studiosi ed illustri accademici, il Graal, ossia il calice della cena con gli Apostoli. Potrebbe stare in Molise perché in Molise con matematica certezza è transitato dal viaggio partito dalla Terra Santa.

Gerusalemme, Costantinopoli, Genova, Valencia, Castello di Girors, Castelò del Monte, Takht-i-Sulaiman, Castello di Montsegur, Bari, Torino, OAK Islanda (USA), Rennes le Chateau,  Val Codera, Rosslyn (Scozia), Glastonbury, Aquileia, possono  < mettersi il cuore il cuore in pace >:  le loro testimonianze, le mappe che hanno scoperto, le loro fonti bibliografiche, i loro monumenti non hanno valore se confrontati con due prove stimate inconfutabili sulla presenza del Graal nel MOLISE: Abbiamo un cavaliere e una cripta e tutti i cavalieri si sono riportati reliquie dalle crociate per non lasciarle nelle mani dei musulmani».

Nessuna speranza ha la Basilicata (08 giugno 2006) e la confinante regione Abruzzo (16.10.2012) che  vogliono privare il MOLISE della sensazionale scoperta.

Volendo fare i conti con ciò che tramanda la Storia, la parola di studiosi, luminari e cultori non corrisponde alla VERITA’ !

Non è vero che nessuno lo sa che una parte del territorio dell’attuale regione Molise è stata la contea più grande del Regno di Sicilia di Ruggero II, il Normanno, perché tutti sanno che era anche la più importante per la posizione strategica delle vie comunicazioni tra il centro-nord ed il sud dell’Italia; sappiamo anche, ma forse altri lo ignorano, che Ruggero II, il Normanno, era il suocero (ed il genero) di Ugo II de Molinis/de Molisio, ultimo titolare della contea di Bojano, poi detta di Molise a partire dall’anno 1142.

E’ la verità affermare che il MOLISE prende il nome da una famiglia normanna,  ma gli illustri studiosi, luminari e cultori, ignorano che i de Moulins non potevano essere stati cavalieri templari.

Visto che il Concilio di Troyes si tenne il 13 gennaio 1129, è sufficientemente attendibile ipotizzare che l’anno di fondazione dei cavalieri Templari, sia il 1120.

Se l’anno di fondazione dell’Ordine dei Templari risale all’anno 1120, i normanni de Moulins, poi denomitatisi de Molinis/de Molisio, non erano cavalieri templari perché Rodolfo, il capostipite, giunse nella contea di Bojano intorno al 1045 e ne fu conte nel 1053, mentre i Templari nacquero intorno all’anno 1120;  né è esistito nella famiglia comitale dei de Moulins/ de Molinis/de Molisio il personaggio del Molise: Ruggero de Moulins. (vedi MOLISE MEDIOEVALE E ROGER DE MOULINS).

Oreste Gentile.

 

MOLISE MEDIEVALE: “SIGILLUM COMITE DI MOLISE” o “SIGILLUM COMITE DE MOLISI” ?

agosto 11, 2013

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Il sigillum di cera utilizzato nell’anno 1092 dal comes Ugo (I) de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea normanna di Bojano (1092 c.-1113 c.): UGO COMES DE MOLISIO e la testa di un grifo/ grifone, creatura mitologica formato per metà da un’aquila gigante e l’altra parte da un leone.

Il grifo/grifone in araldica rappresenta la custodia e la vigilanza. Poiché è l’unione del più nobile volatile e del più nobile animale terrestre, è simbolo anche di perfezione e di potenza. (www.portalearaldica.it).

Per ora, è l’unico stemma che conosciamo della famiglia di origine normanna titolare (1053-1160) della contea di Bojano, denominata MOLISE nell’anno 1142.

Le altre simbologie riferite alla contea di Bojano/MOLISE sono da ritenere frutto di fantasia ed antistoriche.

In merito alle contee istituite tra il 1139 ed il 1150 da re Ruggero II, Cuozzo (1989) ricorda la contea di               Mulisium (Molise). Istituita nel 1142, fu concessa da re Ruggero a Ugo II de Mulisio, già conte di Bojano “ e la contea di “Loritellum (Rotello, prov. Campobasso). Istituita nel 1154, fu data a Roberto II de Basunvilla, già conte di Conversano, cugino di re Guglielmo I “: i territori delle due contee che a grandi linee corrispondevano a quelli occupati dai Pentri e dei Frentani di Larino, hanno contribuito alla nascita della regione MOLISE.

E’ corretto scrivere: Sigillum Comite di Molise ?

Prima dell’anno 1142  de Moulins/de Molinis/de Molisio era il cognomine utilizzato dai conti normanni di Bojano per ricordare MOULINS, il castrum dove era nato Rodolfo, loro capostipite.

Dopo l’anno 1142, Molisi/molisianum/Molisio/molisii/Molisinus non era più un cognomine, ma il nome di una contea, la più importante del regno di Ruggero II, suocero (e cognato) del conte Ugo II, già titolare della contea di Bojano.

Nei diplomi dopo l’anno 1142, il conte Ugo II fu citato: comite, et Justitario Ug. de Molisi (1144); UGO COMES molisianum (1148); Ego Ugo boianensis Comes (1149); Ego Hugo dei gratia de molisio Comes e nello stesso diploma Ego HUGO molisii Comes mea propria manu signum crucis fecit (1153); Hugo Molisinus Comes (1160).

La titolarità dei de Moulins/de Molinis/de Molisio ebbe fine, per la mancanza di un erede, con la morte del conte Ugo II dopo l’anno 1160.

Gli successero, come tramandano i diplomi: Riccardus dei, & regia gratia de Molisio Comes (1169); Comitis Roggerii de molisio (1185), Rogg. dei, & reagia gratia de Molisio Comes (1189) e venne ricordato ancora con il titolo di comes de Molisii nell’anno 1191.

Nell’anno 1196 era titolare Muscancervello Molisii comitatum concedit: Corrado di Lutzelinhart, detto Muscancervello, aveva sconfitto Rogerium Molisii comitem.

L’ultimo titolare della contea di Molise, probabile nipote del citato Comitis Roggerii, fu ricordato nell’anno 1269: Rogerius. f. quond. Thomasii Comitis Celani et Albe et Iodecte quond Comitisse Molisii, de Comitatibus Celani Albe et Molisii.

NON comite di Molise, perché la Storia ha tramandato ed insegna: COMES DE MOLISIO, comite de Molisi, COMES molisianum, de molisio Comes, molisii Comes, Molisinus Comes e dopo l’anno 1160: de Molisio Comes, Comitis de molisio, de Molisio Comes, comes de Molisii, Molisii comitatum, Molisii comitem, Comitisse Molisii.

Oreste Gentile.

IL MOLISE MEDIEVALE: UN “CONTADO” o UNA “CONTEA” ?

luglio 30, 2013

Ricerche storiche, sopralluoghi, ritrovamenti di antiche mappe medievali, e non solo, hanno avvalorato la tesi che il Molise non è un “Contado” ma una “Contea”. Un lavoro durato anni, un percorso che ha raccolto collaborazioni importanti in Italia .

Una  questione di lana caprina che si poteva risolvere in poco tempo, senza spese, senza estenuanti ricerche storiche o di antiche mappe medievali, o sopralluoghi (sic); era sufficiente e comodo consultare il vocabolario della Enciclopedia Italiana Treccani.it:

contado s. m. [dal provenz. comtat, che è il lat. comitatus -us, nel sign. mediev. di «feudo di un conte», der. di comes -mĭtis «conte»]. – 1. ant. Dominio e giurisdizione di un conte. 

contèa s. f. [dal fr. ant. comté, che è il lat. comitatus (cfr. comitato e contado); nel sign. 3, dall’ingl. county]. –  1. Territorio su cui aveva giurisdizione un conte.

Nel Dizionario Garzanti della Lingua Italiana:

contado, s.m. territorio intorno alla città; anche popolazione residente nel territorio stesso. Lat. comitatus -us, nel significato mediev. di ‘feudo di un conte’, deriv.  di comes -itis  ‘conte.

contea, s. f. 1. territorio retto da un conte 2. grado o titolo di conte 3. […]. Dal fr. ant. comté, che continua il lat. comitatus; V. contado e conte.

Come si può affermare: che il Molise non è un Contado ma una Contea ?

I 2 sostantivi hanno una sola differenza: il primo è maschile, il secondo è femminile.

Prima dell’arrivo del normanno Rodolfo de Moulins, il territorio della regione MOLISE era stato diviso dai Longobardi ingastaldati e successivamente dai Franchi  in 6 contee.

Il territorio delle contee di Venafro (1), contea di Isernia (2), contea di Trivento (3) e contea di Bojano 4)  avevano fatto (anno 667) parte del gastaldato di Alzecone, Divennero (anno 897?)  4 contee autonome. Nel territorio frentano furono istituite la contea di Termoli (4) e la contea di Larino (5).
Il territorio della contea di Venafro (1), contea di Isernia (2), contea di Trivento (3) e contea di Bojano (6) avevano fatto (anno 667) parte del gastaldato di Alzecone, Divennero (anno 897 ?) 4 contee autonome. Nel territorio frentano furono istituite la contea di Termoli (4) e la contea di Larino (5).

L’abilità politico-militare di Rodolfo de Moulins, divenuto titolare della contea di Bojano aveva “latinizzato” il proprio “cognomine” de Moulins in de Molinis o de Molisio; con i suoi discendenti i confini della loro contea si allargarono sui territori delle contee longobardo-franche di Venafro, Isernia, Trivento e parte di quella di Larino, creando la vasta ed importante contea di Bojano che, a partire dall’anno 1142, per volere di re Ruggero II del regno normanno di Sicilia, fu denominata contea di MOLISE (vedi articolo L’ ORIGINE DELLA CONTEA DI MOLISE.

La contea di MOLISE (anno 1142), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione.
La contea di MOLISE (anno 1142), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione.

Nell’anno 1053 Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio era già titolare della contea longobardo-franca di Bojano; in ordine di tempo, gli successe: il figlio Ugo (I) 1092-1112, i nipoti Simone  1113-1117 e Roberto 1119-1128, il pronipote Ugo (II) 1128-1160, figlio del conte Simone.

Per più di 100 anni la contea normanna di Bojano, denominata MOLISE dall’anno 1142, svolse un ruolo di primaria importanza nella storia dell’Italia centro-meridionale: il  suo territorio già in epoca sannitica godeva di una particolare localizzazione strategica; scrisse E. Jamison: la più grande e la più compatta delle contee del Regno, resa sempre importante dalla sua posizione geografica attraverso le frontiere tra la Puglia e Capua … .

Negli antichi diplomi sottoscritti dai titolari delle 6 contee istituite nell’attuale territorio del Molise nel periodo longobardo-franco e pertinenti al principato di Benevento, è sempre stato ricordato l’esistenza del comitatus, ovvero della contea: Comitati nostri  benafrani (Venafro– anno 966); comitatum Ysernino (Isernia, anno 964); comitatu Treventinu (Trivento anno 1032) comitatu Larinensis (Larino, anno 1045); comitatum Termolense (Termoli, anno 1052); comitatu Bojonensis  (Bojano, anno 1032): quanto occupato dalle 6 contee corrispondeva a gran parte del territorio dell’attuale MOLISE.

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IL  MOLISE

Dalla loro istituzione (dopo l’anno 774) con il dominio dei Franchi , si è sempre scritto comitatu da cui contado o contea, il comes/conte era il titolare.

La famiglia dei de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolari della contea di Bojano, poi denominata contea di Molise, anche nei loro diplomi hanno sempre dichiarato di avere il titolo di comes/conte; può giudicarsi strano, ma nei diplomi sottoscritti dai membri della famiglia comitale titolare della contea di Bojano/MOLISE, il sostantivo contea o comitatu sriferito al loro vasto territorio, non fu mai scritto: Rodolfo dichiarò (1088 e 1091) comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis; Ugo (I) nel 1095 scrisse Nos Ugo Domini gratia Bovianensis Comes; Simone nel 1113: Ego Simon Dom. gratia Balonensis (sic) Comes, filius quodam Ugonis; Roberto nel 1119: ego Robertus Domini gratia Bojanensis Comes; fece eccezione il conte Ugo (II) nell’anno 1153: Ego Hugo dei gratia de molisio Comes filius quodam bone (memorie comitis Symonis coniuxi me) convenientiam cum IOHANNE ABBATI Coenobii Sancte Sophie que est situ in beneven (tana civitate, eo quod) balivi nostri ibant ad placitandum in castello vetulo, et toro, et in castello Sancti iohannis in galdo, et … infra nostrum comitatem.

Il diploma reca la data dell’anno 1153, pertanto la citazione nostrum Comitatem era riferita alla contea di Molise istituita nell’anno 1142.

Con la morte di Ugo (II) avvenuta dopo l’anno 1160, la famiglia dei conti de Moulins/de Molinis/de Molisio si estinse; nell’anno 1166, le cronache dell’epoca ricordano: donato a  Riccardo Mandra uomo di nessun consiglio la nobilissima Contea di Molise.

Ancora un cronista dell’epoca (1193): in Comitatu Molisii castrum montis Rodonis, oggi Monteroduni (IS); mentre per l’anno 1197: in comitatu Molisii, Iserniae civitatem.

Non si traduce: nel contado di Molise o nella contea di Molise ?                                                                                                                                                                La città di Isernia, nel contado o nella contea di Molise ?

Con la riforma voluta da Federico II furono istituite le province continentali del ducato di Puglia, del principato di Capua, e della Calabria; fra esse lo Justitiariatus comitatus Molisii et Terre Laboris.

Ancora al tempo di Federico II, tra gli anni 1241 e 1246 fu ordinato ai vari justitiarii: Nomina castrorum imperialis iusticiaratus Terre Laboris et comitatus Molisii .

L’ultimo titolare della contea di Molise fu Ruggero, figlio del conte Tommaso da Celano e della contessa Giuditta che aveva portato in dote la contea di Molise.

Con la presenza degli Angioini Carlo d’Angiò all’inizio dell’anno 1270, gli revocò la contea di Molise,  inglobandola nell’amministrazione diretta della Corona.

Il vasto territorio del comitatus o contado o contea di Molise, amministrato dalla curia reale con gli ufficiali regi titolari dello Justitiariato Terre Laboris et comitatus Molisiie, fu diviso in più feudi ed assegnati a membri della nobiltà francese, lombarda e romana.

Potremmo azzardare una ipotesi che non sminuisce, né altera la Storia medioevale del MOLISE: la contea di Molise, essendo stata privata di un conte/feudatario suo unico titolare, fu stimata solo come entità territoriale; alcuni  storici preferirono, traducendo dal latino comitatus, scrivere contado, solo per indicava il territorium/territorio diviso tra più feudatarii ?

Gli Storici che hanno tramandato in latino la Storia medioevale del MOLISE hanno sempre fatto riferimento al comitatus o  comitatu Molisii:  chi ha tradotto, ha utilizzato contea o contado, senza, come già detto, sminuire o alterare l’importante ruolo svolto fino alla sua soppressione.

Consultando qualche carta geografica: Regno di Napoli, M. Merian, 1649 riporta Contado di Molise. A. Zatta, 1793, Terra di Lavoro  e Contea di Molise

Lo "JUSTITIARIATO TERRA/AE LABORIS ET COMITATUS MOLISII"

TERRA DI LAVORO  e  Contea di MOLISE (in alto a ds.).

Contado o contea di Molise ?

Una questione di lana caprina che non altera la Storia medioevale del MOLISE

Oreste Gentile.

IL “COLLIS SAMNIUS” O IL “COLLE CHIAMATO SACRO” DEI SANNITI-PENTRI.

maggio 25, 2013

La storia ha tramandato il rito del ver sacrum celebrato dai Sabini per risolvere il problema del sovrappopolamento nella loro regione, la Sabina: i giovani consacrati agli dei furono costretti ad emigrare ed occupare gran parte del territorio centro meridionale della penisola italica, dando origine al popolo dei Piceni, dei Pretuttii, dei Vestini, degli Equi, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini, dei Caudini, dei Lucani e dei Bruzii.

Dalla "SABINA" alle tribù dei "Safini/Sanniti".

Dalla SABINA alle tribù dei SAFINI/SANNITI.

Strabone (I sec. a. C.): Quelli (i Sabini, n. d. r.) fecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare da paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano sparsi in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini.

Sesto Pompeo Festo (II sec. d. C.): Samnitibus nomen inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebat. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984).

Le due citazioni possono integrarsi in un’unica descrizione, verosimile e oggettiva: il gruppo dei settemila giovani Sabini guidati da Comio Castronio e dal toro, animale totemico, giunsero  alle falde del collem cui nome erat Samnio dove fondarono Bovaianom, la metropoli di un nuovo popolo, i Pentri.

Prima di Festo, Diodoro Siculo (I sec. a. C.) aveva ricordato un colle sito nel territorio dei Sanniti: In Italia i consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti in una località chiamata Talio. I vinti (i Sanniti, n. r. d.) allora occuparono un colle chiamato Sacro.

colle chiamato Sacro ricordato da Diodoro Siculo o colle cui nome erat Samnio di Festo ?

I settemila giovani secondo Festo furono chiamati Samnites/Sanniti dal collem cui nomen erat Samnio.

Tagliamonte (1997): Secondo Festo sarebbero stati infatti circa settemila gli uomini che, mossisi dalla Sabina, si sarebbero insediati sotto la guida del dux Cominius Castronius presso il collis Samnius, località dalla quale il nuovo popolo avrebbe tratto il proprio nome.

Grazie al contributo di alcuni studiosi ed alle scoperte archeologiche è possibile fare chiarezza e dimostrare che il nome Samnio o Samnius del collem  o collis ricordato da Festo non poteva identificare i settemila giovani: erano denominati Safini/Sabini/Sanniti per nascita e non in seguito allo stanziamento alle falde del collem cui nome erat Samnio o il collis Samnius, tant’è che i settemila giovani si denominarono Pentri e Samnio o Samnius era il nome del territorio della penisola italica che fu occupato dai Piceni, dai Pretuttii, dai Marrucini, dai Vestini, dagli Equi, dai Marsi, dai Peligni, dai Frentani, dai Caricini, dagli Irpini, dai Caudini, dai Lucani e dai Bruzii dopo il rito ver sacrum.

La vasta area (rosso) della penisola italica occupata dai "Safin/Sabini/Sanniti" nelle loro rispettive sedi.

La vasta area (rosso) della penisola italica occupata dai Safini/Sabini/Sanniti nelle loro sedi.

Devoto (1967): Da una forma italica *Safio- è stato derivato il nome di *Safini, latinizzato nella forma Sabini; è il termine che indica le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est, più tardi tutto il territorio compreso tra il Nera e l’Aterno.

Safio (italica) → Safini → Sabini (latino).

Samnio non poteva derivare dal collem Samnio o collis Samnius, ma, scrisse DevotoDa una forma italica *Safno- è stato derivato il nome della regione *Safnio, in latino Samnium, in osco safinim: da questo, con suffisso greco, il nome degli abitanti Samnites, che compare per la prima volta nella forma Saunitai nello Pseudo-Scilace (VI-V sec. a. C., n. d. r. ).

Safno- (italica) → Safnio → Safinim (osco→ Samnium (latino).  Safinim Samnites/Saunitai.

Pallottino (1984) localizzò la Sabina e ne ricordò il nome che aveva prima della espansione dei Romani: Possiamo tuttavia ritenere, specialmente alla luce delle scoperte e degli studi più recenti, che in un’area compresa tra le Marche, gli Abruzzi e la provincia di Rieti si sia venuta configurando, almeno a partire dagli inizi dell’età del ferro, una unità etnica alla quale si può attribuire il nome generale di Sabini (o, nella loro propria fonologia, Safini). [….]. Al nucleo originario si ricollegano, con una differenziazione verosimilmente più tardiva, diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, ecc.); mentre più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise (Pentri e Frentani di Larino, n. d. r.) e della Campania (Irpini e Caudini, n. d. r.), dalla cui diaspora gemmeranno in piena età storica i Campani, i Lucani, i Bruzi.

Sabini←→Safini → Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, ecc. ed i Sanniti del Molise (Pentri e Frentani di Larino, n. d. r.) → Campani, i Lucani, i Bruzi.

Le TRE epigrafe del V secolo a. C. di Penna Sant’Andrea (prov. di Teramo, territorio dei Pretutii) ricordano Safinus, ossia Sabini; Safinum = Sabini e Safina, riferita alla touta = tribù.

Safinus → Sabini; Safinum = Sabini; Safina denominazione della touta/tribù.

UNA epigrafe Safinim = Samnium, ovvero Sannio, del II secolo a. C. proveniente da Pietrabbondante (prov. di Isernia, territorio dei Pentri).

Safinim/Samnium/Sannio non trasse origine dal nome del collem ricordato da Festo.

Il nome Samnio o Samnius del colle ricordato da Festo non poteva esistere prima dell’arrivo dei settemila giovani guidati da Comio Castromio nel territorio dove furono guidati dal toro/bue ricordato da Strabone.

L’etnico Safini identificava i Piceni, i Pretuttii, i Vestini, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini, i Lucani ed i Bruzii nei loro territori centro meridionali della penisola italica; essendo stato latinizzato dai Romani in Sabini e Sanniti, si creò non poca confusione per gli storici; confusione che aumentò quando i Romani, identificarono Sanniti solo i Carecini, i Pentri, gli Irpini e successivamente, con la presenza di Annibale in Italia, solo i Pentri furono denominati Sanniti.

Prima dell’espansione romana: Safini ←→ Sanniti → Piceni-Pretuttii-Vestini-Equi-Marsi-Peligni-Marrucini- Carecini-Frentani-Pentri-Irpini-Caudini-Lucani-Bruzii. Guerre sannite: (Safini) ←→ Sanniti → Caricini-Pentri-Irpini-Caudini.                                                    Annibale in Italia: (Safini) ←→ Sanniti → Pentri.

In quale territorio dei Safini/Sanniti possiamo localizzare ed identificare il colle che per Diodoro Siculo era denominato Sacro e per Festo era Samnio o Samnius ?

Diodoro Siculo visse nel I sec. a. C., quando già i Romani consideravano Sanniti solo i PentriAppiano (I sec. d. C.) lo confermò, ricordandoli per ultimi, al XII posto, nell’elenco dei popoli che si erano ribellati in occasione della Guerra Sociale (fine I sec. a. C. ); pertanto il colle Sacro era localizzato nel territorio dei Pentri.

Le fonti classiche ricordano anche per gli altri popoli un colle Sacro.

Dionisio di Alicarnasso (I sec. a. C.): gli Arcadi, come Temide aveva loro suggerito su ispirazione divina, scelsero un colle poco lontano dal Tevere, che ora si trova pressochè nel centro della città di Roma, e sulla sommità vi edificarono un piccolo villaggio, quanto bastava per l’equipaggio delle due navi con le quali erano migrati dalla Grecia. […]. Alcuni dei partecipanti alla spedizione implorarono Eracle di essere congedati dal servizio e rimasero in questi territori; trovatosi un colle vantaggioso per la sua posizione, vi formarono un centro, distante circa tre stadi dal Pallantio, che ora si chiama Capitolino.

Dionisio ricordò il nome più antico del colle: cronio, in relazione al culto del dio Crono e del colle che a lui era stato dedicato nella regione dell’Elide; gli Elei, scrisse Dionisio, a loro volta, considerano il colle sacro a Crono e lo onorano con sacrifici. […]. Ma, come invece posso riscontrare io nel confronto tra i due luoghi, il colle cronio, anche prima che giungesse Eracle in Italia, era sacro ed era chiamato dagli abitanti del territorio circostante Saturno e persino tutto quanto il resto della penisola che ora si chiama Italia, era dedicato a questo dio e derivava il suo nome Saturnia dagli abitanti,… .

Qui ottennero (Enea con i Troiani, n. d. r.) dagli Aborigeni un territorio per il loro stanziamento, nella misura che ritenevano loro indispensabile, impiantarono così una città su un colle, scostandosi un poco dal mare, cui diedero il nome di Lavinio.

La Storia ha sempre ricordato il ruolo di un colle anche per le altre popolazioni presenti sul territorio della penisola italica.

Nel territorio dei Liguri: il borgo medievale di Bajardo, un paradiso tra i pini, posto a 900 metri sul livello del mare, domina il bacino del fiume Nervia, offrendo al visitatore lo spettacolo delle Alpi Liguri e Marittime. Nel punto più alto dell’abitato, in epoca preromanica sorgeva un tempio pagano: sul Colle, dominato dalla Chiesa Vecchia, sono custodite le prime tracce celto-liguri. Dal Colle Sacro ai Druidi si apre un orizzonte …. (E. Castiglioni, 2007).

Nei Veneti: Dopo aver in tal modo assicurata la città dalla parte destra del fiume, vollero (i Romani, n. d. r.) estendere le fortificazioni anche alla sinistra parte; al che parve loro il punto più adatto quella collina alta ben 250 piedi, che ora si chiama Colle s. Pietro. Sulla sua vetta adunque, a somiglianza del romano, eressero il campidoglio della città ove posero il tempio di Giove e altre maggiori divinità pagane, non che molte cospicue fabbriche, onde quel luogo si rese il più magnifico di Verona. E qual fosse in epoca romana questa rocca si può desumere dalle masse enormi di pietre, dalle iscrizioni in marmo ed anche dal nome di campidoglio, conservatosi a quel monte fino al secolo XIV. (F. Pollidi, 1837); un Colle strategico per controllare la valle attraversata dall’Adige e dalla via Postumia.

In Etruria, Horta, oggi Orte: (forse da Hortia, divinità etrusca dei raccolti; secondi altri, invece, da <hort>, colle sacro), domina un tratto della valle del Tevere dall’alto di uno sperone tufaceo.

Da InformArezzo (2011): Il mistero e la magia del colle sacro degli Etruschi. […]. L’altura di Castelsecco (m. 424 slm) si eleva a circa tre chilometri a Sud Est della città, quasi frontale rispetto al colle di San Donato su cui sorgeva l’antica Arretium, a dominare una delle principali vie di comunicazione tra la valle dell’Arno e quella del Chiana da un lato, la valle del Tevere ed il territorio umbro dall’altro.

Il suo profilo, con l’ampio pianoro sommitale appositamente sagomato da consistenti interventi antropici, risulta in lontananza ben riconoscibile dalla piana di Arezzo e dalle valli circostanti. (Scheda dell’archeologo Di Silvia Vilucchi, funzionario archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana). […].

Il colle fu, infatti, variamente ritenuto sede della più antica Arezzo “Arretium vetus” (Muller e Gamurrini); acropoli della città, unita al centro abitato corrispondente all’attuale dall’enorme circuito difensivo (Funghini); costruzione romana (Inghirami, Gamurrini, Funghini) o infine stanziamento delle legioni romane nei secoli II e III a.C. (Lopez Pegna).

Nel territorio dei Vestini, Pinna/ Penne, la capitale, il cui nome deriva dalla radice celtica pen- = “sommità”: sorge su quattro colli: Colle Sacro con i suoi 438 metri, Colle Romano, Colle Castello e Colle Cappuccio. (sito uff.le del comune di Penne); sul colle Sacro (mt. 438 s. l. m.) sorse il primo insediamento.

Il colle chiamato Sacro ricordato da Diodoro, così come le fonti classiche ricordano anche per gli altri popoli, potrebbe essere in relazione a 3 eventi celebrati dai Safini/Sabini/Sanniti/Sabelli divenuti Pentri: 1. la sacralità del ver sacrum, ossia la migrazione dalla Sabina dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti; 2. la sacralità della fondazione della metropoli dei Pentri; 3. la sacralità della delimitazione dei confini tra i Pentri ed i consanguinei Peligni, Caricini, Frentani, Irpini e Caudini.

Il ver sacrum è descritto dall’Enciclopedia Treccani: Antico rituale (lat. ver sacrumver) praticato in circostanze di particolare gravità (guerre, carestie, epidemie ecc.) da popolazioni dell’Italia preromana (Sabini, Picenti, Irpini ecc.), con cui si consacravano agli dei, soprattutto a Marte, tutti i nati della primavera ventura. Gli animali venivano sacrificati; gli uomini, divenuti adulti, erano costretti in esecuzione del voto a lasciare la propria comunità e a fondare una colonia. La migrazione era spesso guidata da un animale sacro (il picchio per i Picenti, il lupo per gli Irpini ecc.).

Quale era la meta dei Safini/Sabini/Sanniti/Sabelli che si denominarono Pentri?

Salmon (1977): la tradizione vuole che i primi sacrati a stabilirsi nel Sannio fossero stati condotti da un toro a Bovianum, che divenne la culla della loro nazione.

Cianfarani (1978): … con i Sanniti Pentri; a costoro, che di tutte le genti costituivano il nerbo, va riferita la leggenda della migrazione sabina, alla quale, in virtù del mitico bove, s’è voluta altresì riportare l’origine di Bovianum, l’attuale Boiano.

La moderna Bojano si è sviluppata nell’ampia pianura ricca di acque, protetta a settentrione del massiccio dei monti del Matese.

La città di Bojano alle falde del Matese settentrionale e la sua vasta pianura.

La città di Bojano alle falde del Matese settentrionale e la sua vasta pianura.

Livio (59 a.C. – 17 d.C.) la ritenne la capitale, la metropoli dei Sanniti Pentri:   Bovianum ductus; caput hoc erat Pentrorum Samnitium, longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque.

Appiano (II sec. d. C.) scrisse: Era la città molto bella, e guardata da tre fortezze. Onde Silla mandò alcuni soldati innanzi: e comandò che si studiassero di impadronirsi d’una delle tre rocche, e poi facessero il cenno del fuoco. Veggendo Silla il fumo assaltò i nemici, e combattendo per lo spazio di tre ore continue, prese la città.

Livio ed Appiano non avevano descritto la Bovaianom  fondata dai settemila giovani protagonisti del ver sacrum, ma  si riferivano a Bovianum, la città che dopo la conquista romana si sviluppò (vedi la città romana di Saepinum/Sepino) nella pianura alle falde del monte Crocella, già colle pagano (mt. 1070 s. l. m.).

I settemila giovani ricordati da Festo, denominati Pentri, ritennero appropriato per le loro esigenze difensive e di controllo di fondare il primo insediamento sul colle, oggi denominato Civita Superiore di Bojano, posto a mt. 717 s. l. m..

La capitale dei "Pentri" "Bovaianom", acropoli della "civitas" romana di "Bovianum", "castrum" /"Rocca Bojano" in epoca medioevale.

Bovaianom: sito della capitale dei Pentri  ed acropoli della civitas romana di Bovianum, castrum /Rocca Bojano in epoca medioevale. Visto dalla sommità di monte Crocella, già colle pagano.

ROCCA BOJANO: in alto il "castello" ed il borgo medioevale visto da est.

Civita Superiore di Bojano: sede di Bovaianom. Rocca Boviano in epoca medioevale. Il castello (in alto a sn.).

monte Crocella, Civita Superiore di Bojano e la città con la sua pianura.pianura

monte Crocella, Civita Superiore di Bojano e la città con la sua pianura.

Un colle chiamato Sacro o considerato Sacro.

1. la sacralità del ver sacrum e 2. la sacralità della fondazione della metropoli dei Pentri:

Bovaianom era il nome del primo insediamento sorto sulla sommità del colle che domina/va la pianura e controlla/va le vie di comunicazione; godeva di una peculiarità rispetto alle città-madre degli altri popoli originati dal ver sacrum: picus (picchio) diede il nome al popolo dei Piceni; equus (cavallo) agli Equihirpus (lupo) agli Irpini e lycos (lupo) ai Lucani.

Il toro/bue che guidò i settemila giovani Safini/Sabini/Sanniti/Sabelli non diede il nome al nuovo popolo, ma identificò la loro capitale, la metropoli dei Pentri che fecero derivare il nome dalla radice celtica pen- < sommità > del colle dove avevano fondato il loro primo insediamento; di lì a poco altri insediamenti sorsero  sulle sommità delle colline e dei monti esistenti nel loro vasto territorio.

Il territorio (rosso) della tribù dei "PENTRI".

Il territorio (rosso) dei Pentri: gli insediamenti scoperti (nero e rosso) ed i percorsi tratturali.

3. sacralità della determinazione dei confini tra i Pentri ed i consanguinei Peligni, Caricini, Frentani, Irpini e Caudini.

I popoli "ITALICI" nei loro confini.

I popoli “ITALICI” nei loro confini.

Dalla sommità del monte Crocella (1.070 mt. s. l. m.), già colle pagano, che domina il colle, sua parte integrante, dove era sorta Bovaianom, i settemila giovani Safini/Sabini/Sanniti/Sabelli, divenuti Pentri, ebbero la possibilità di controllare tutto il territorio che avevano occupato e scegliere di  comune accordo con i Peligni, i Caricini, i Frentani, gli Irpini ed i Caudini,  i confini del loro territorio, fissando dei ”capisaldi” visibili ed inconfondibili: le cime di alcune montagne ed in seguito i corsi di alcuni fiumi.

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Il < binomio >: monte Crocella, già colle pagano e Civita Superiore di Bojano, già Bovaianom.

1. monte Crocella, già "colle pagano". 2. la collina di Civita Suoeriore di Bojano, sulla sommità fu fondata BOVAIANOM. 3. Terrazzamento. Il pecordo del tratturo Pescasseroli-Candela. (giallo) Il probabile limite della espansione di "Bovianum"  in epoca romana.

Una fortificazione fu costruita sulla sommità di monte Crocella, già colle pagano, per controllare tutto il territorio pentro ed effettuare una rapida comunicazione visiva tra la capitale Bovaianom e gli insediamenti sorti sulle sommità delle altre colline e montagne.

monte Crocella, particolare della cima con la fortificazione sannitica. (vista da sud).

monte Crocella, già colle pagano, particolare la sommità (rosso) con la fortificazione sannitica. (vista da sud).

planimetria della fortezza (mt. 1.070 s.l.m.)

planimetria della fortezza (mt. 1.070 s.l.m.)

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Fortificazione di monte Crocella, già colle pagano: muro di terrazzamento lato nord (est-ovest)

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Fortificazione di monte Crocella, già colle pagano: muro di terrazzamento lato nord (ovest-est).

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Fortificazione di monte Crocella, già colle pagano: muro di terrazzamento lato nord-ovest.

Dalla sommità di colle pagano lo sguardo spazia per un raggio di circa 45 km., diede la possibilità ai Pentri, partendo da ovest, in direzione della Sabina, loro terra di origine, di scegliere i capisaldi per delimitare i confini del loro territorio: la catena delle Mainardi, il monte Marsicano, il monte Greco, il monte Arazecca li avrebbero separati dai Peligni; mentre il Colle d’Albero, monte Pizzuto, Colle Morasca dai Carecini .

da monte Crocella, panorama verso est.

da monte Crocella, panorama verso ovest.

in basso a sn. sommità del "collis Samnius" o "colle sacro", con vista sulla pianura ovest di Bojano; sullo sfondo tre degli antichi insediamenti montani a difesa della capitale BOVAIANOM.

in basso a sn. sommità di monte Crocella, già colle pagano: (nord-ovest) sulla pianura di Bojano; sullo sfondo tre degli antichi insediamenti montani a difesa della capitale Bovaianom.

caposaldo di confine: colle d'Albero a confine con i FRENTANI. SCHIAVI d'ABRUZZO, antico insediamento pentro con i resti di 2 templi.

da monte Crocella, già colle pagano, (nord) in primo piano la pianura di Bojano; in alto: il caposaldo di confine di colle d’Albero tra il territorio dei Pentri e quello dei Carecini.   Schiavi d’Abruzzo, antico insediamento pentro con i resti di 2 templi italici.

in primo piano la pianura di Bojano; sullo sfondo Serra Guardiola.

dalla sommità di monte Crocella, già colle pagano: (nord est) in primo piano la pianura di Bojano; sullo sfondo Serra Guardiola, caposaldo di confine tra i Pentri ed i Frentani di Larino.

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da monte Crocella, già colle pagano: (nord est) in primo piano la pianura di Bojano e monte Vairano, già sede dell’insediamento pentro di Aquilonia.

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da monte Crocella, già colle pagano: (est) in primo piano la pianura di Bojnanomonte Saraceno di Cercemaggiore, sede di un insediamento pentro ed i monti del territorio degli Irpini.

Quanto è dovuto al caso?

Bovaianom, la capitale, la città madre dei Pentri, sorta sulla sommità del colle dominato da colle pagano è il centro di una “circonferenza” il cui raggio di circa 45 km., pari alla distanza dei capisaldi di confine del loro territorio, la colloca  equidistante da Aufidena (Alfedena) pentra , da Aufidena (Castel di Sangro) romana, dall’odierna Montefalcone del Sannio, antico sito pentrico al limite del territorio dei Frentani, da Benevento, capitale degli Irpini, da Montesarchio, l’antica Caudio, capitale di Caudini; dai Campani dell’antica Capua  (Santa Maria Capua Vetere), da  Casilinum (l’odierna Capua) e da Teanum Sidicinum (Teano) dei Sidicini.

"BOVAIANOM/BOVIANUM/BOJANO", capitale dei "Sanniti Pentri" equidistante dai centri più importanti degli altri popoli.

BOVAIANOM/BOVIANUM/BOJANO, capitale dei Sanniti Pentri è equidistante dai centri più importanti degli altri popoli italici.

I percorsi dei TRATTUTI (verde). (1) Pescasseroli-Candela. (2) Castel di Sangro-Lucera. (3) Celano-Foggia. (4) Matese-Cortile-Centocelle.

Il territorio (rosso) dei PENTRI che comprendeva alcuni centri oggi in provincia de L’Aquila e Chieti. I percorsi dei Tratturi(verde).
(1) Pescasseroli-Candela. (2) Castel di Sangro-Lucera. (3) Celano-Foggia. (4) Matese-Cortile-Centocelle. Gli insediamenti pentri (punto nero e rosso).

Quanto esaminato permette di ritenere sacro il colle dove fu fondata Bovaianom, la capitale, la metropoli dei Pentri, ma era sacro anche monte Crocella, già colle pagano, la cui collocazione aveva permesso di scegliere e fissare i confini con il territorio dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani di Lanciano e di Larino, dei Dauni e degli Irpini verso est; mentre a sud il massiccio del Matese separa i Pentri ancora dagli Irpini e dai Caudini.

Monte Crocella, già colle pagano, per la sua posizione a settentrione del massiccio del Matese e la sua altezza di 1.070 mt. s. l. m., permetteva ai Pentri residenti a Bovaianom di comunicare visivamente con la maggior parte degli insediamenti sorti nel loro vasto territorio delimitato a settentrione dalle cime più elevate: monte Miletto (mt. 2050), monte Gallinola (mt 1.923) e monte Mutria (mt. 1.843).

La sua importanza strategica non fu ignorata da Silla quando, in occasione dell’assedio posto dall’esercito romano a Bovianum sorta alle falde del colle dove era sorto Bovaianom, il primo insediamento pentro divenuto l’acropoli della città di pianura, ordinò ad alcuni soldati di occupare una delle tre fortezze  che la protegevano: per quanto esaminato, la fortificazione non poteva che essere  quella di monte Crocella, già colle pagano, la cui conquista non permise ai ribelli italici di coordinare le loro comunicazioni visive.

Appiano, descrivendo la conquista nell’anno 89 a. C.della civitas romana, già sannita, di Bovianum, scrisse: Era la città molto bella, e guardata da tre fortezze. Onde Silla mandò alcuni soldati innanzi: e comandò che si studiassero di impadronirsi d’una delle tre rocche, e poi facessero il cenno del fuoco. Veggendo Silla il fumo assaltò i nemici, e combattendo per lo spazio di tre ore continue, prese la città.

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Un collem Samnio o collis Samnius.

I settemila giovani Safini/Sabini/Sanniti, ricordati da Festo, giunti nel nuovo territorio: …, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984) o Secondo Festo sarebbero stati infatti circa settemila gli uomini che, mossisi dalla Sabina, si sarebbero insediati sotto la guida del dux Cominius Castronius presso il collis Samnius, località dalla quale il nuovo popolo avrebbe tratto il proprio nome. (Tagliamonte (1997).

I settemila giovani che raggiunsero la loro meta, come esaminato, erano Safini/Sabini/Sanniti già prima che celebrassero il ver sacrum; sappiamo che in seguito  furono i Romani a creare una differente identificazione; pertanto la località collis Samnius non diede il proprio nome al nuovo popolo, perché si denominò Pentri.

Né il nome del colle poteva essere Samnio o Samnius, perché la denominazione identificava l’esteso territorio della penisola italica occupato dai popoli originati dal ver sacrum.

Festo (II sec. d. C.), ignorando le differenze linguistiche esistenti nell’VIII sec. a. C. tra la lingua osca e la latina, identificò con il nome Sanniti solo i Pentri, come avevano fatto i Romani a partire dal II sec. a. C., ritenne che Sanniti derivasse dal nome del collem dove avevano fondato la capitale, la loro città madre, Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Festo sapeva di un colle che i Pentri avevano denominato Samnio o Samnius per ricordare la loro origine comune agli altri popoli nati in seguito alle migrazioni del ver sacrum.

Festo aveva < corretto > in Samnio o Samnius il Sacro tramandato da Diodoro Siculo.

Oreste Gentile.

I “SANTUARI” DEI “SANNITI PENTRI”

marzo 23, 2013

Vinti dai Romani alla fine del III secolo a. C., i popoli di origine sabina furono costretti ad abbandonare i primi insediamenti sorti sulle sommità delle montagne e delle colline per urbanizzare con interventi pubblici e privati le zone di pianura.

Emblematica è la civitas romana di Saepinum/Sepino-Altilia, costruita in pianura e non lontana dal primo insediamento sannita pentro di Saipins/Sepino-Terravecchia.

1. "Saipins". 2. "Saepinum". S. Santuario italico

1. “Saipins”. 2. “Saepinum”. S. Santuario italico

"Saipins" : mura di cinta a  (lato sud).

“SAIPINS”/Sepino: muro di cinta a < doppia cortina > (lato sud).

"Saipins": porta di accesso lato sud, "postierla del Matese"

“SAIPINS”/Sepino: porta di accesso lato sud, “postierla del Matese”

"SAEPINUM" : la  "civitas" romana.

“SAEPINUM”/Sepino: la < monumentale > “civitas” romana. ingresso ovest di “porta Bojano”

I Sanniti Pentri, più degli altri popoli della stessa stirpe, furono favoriti nella ricostruzione essendo stati alleati dei Romani, soprattutto in occasione della presenza di Annibale in Italia.

Prima della sconfitta di Canne (inizio 216 a. C.) e dopo quelle del Ticino (novembre del 218 a. C. ), del Trebbia (dicembre 218 a. C.) e del Trasimeno (giugno 217 a. C.), l’unica vittoria dei Romani avvenne a Gerione (primavera 216 a. C.); Livio: Con l’intervento successivo del sannita Numerio Decimio le sorti della battaglia ritornarono in favore dei Romani. Si racconta che costui, per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano ottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Inoltre, dopo la sconfitta di Canne, una parte dell’esercito romano con i due consoli aveva posto il campo nella pianura presso  Bovianum/Bojano che era stata la capitale dei Sanniti Pentri; Livio: Notizie di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano.

Il territorio dei Sanniti Pentri, fatta eccezione per Aesernia/Isernia nel cui territorio fu inviata una colonia nell’anno 263 a. C., non subì l’istituzione di altre colonie, ma usufruì uno stato di < sovranità limitata > che favorì la ricostruzione civile e religiosa, quest’ultima testimoniata dagli interventi in favore dei santuari già esistenti.

I santuari riportati alla luce sono ubicati in: Vastogirardi, Pietrabbondante, Schiavi d’Abruzzo, Campochiaro, Sepino e San Giovanni in Galdo.

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1. VASTOGIRARDI. 2. PIETRABBONDANTE. 3. SCHIAVI D’ ABRUZZO. 4. CAMPOCHIARO. 5. SEPINO. 6. SAN GIOVANNI IN GALDO.

VASTOGIRARDI.

Vastogirardi: il tempio italico.

Vastogirardi: il “tempio italico”.

(dal < portale > della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise, agg.to il 10/01/2012): Il santuario sannitico, in località S. Angelo, si trova a circa un chilometro da Vastogirardi, nel cuore del Sannio pentro. È posto alle pendici del Monte Capraro e ai margini di un’ampia area pianeggiante bagnata da una sorgente e frequentata già a partire dalla fine del IV secolo a.C.. Il tempio viene costruito tra il 130-120 a.C. e utilizzato ancora in età imperiale. (I sec. a. C.- V sec. d. C, n. d. r.).

PIETRABBONDANTE.

Pietrabbondante: il "tempio A".

Pietrabbondante: il “tempio A”.

Pietrabbondante: il  "tempio B".

Pietrabbondante: il < monumentale > “tempio B”.

(dal < portale > della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise, agg.to il 10/01/2012):  Il luogo di culto testimonia una sistemazione monumentale nel III secolo a.C. con la costruzione del cosiddetto tempio ionico ed una seconda sistemazione all’inizio del secolo successivo, in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a.C., con la costruzione del tempio A. Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con uno schema tipico dell’età ellenistica mediato dall’ambiente campano e latino. Gli ultimi scavi hanno indagato l’area a sud-ovest del complesso monumentale teatro-tempio individuando l’importante domus publica[…]  Al III secolo a.C. appartiene anche il santuario in località Colle Vernone, nella valle del Verrino testimoniato dagli elementi architettonici dell’edificio e da una parte dell’altare con l’iscrizione in osco di dedica ad uno dei Dioscuri. Altre zone del territorio frequentate in questo momento sono l’area dell’attuale abitato di Pietrabbondante e la località di Arco.
Con l’instaurarsi del sistema municipale, gli interessi e le attività di natura amministrativa, sociale, economica e religiosa vengono concentrati nel municipio di Terventum, con il conseguente spopolamento e isolamento delle zone più elevate e meno accessibili. Una volta cessato il culto, gli edifici vennero abbandonati e solo in parte riutilizzati, come mostra un tesoretto monetale di epoca triumvirale, individuato in un vano del porticato sinistro del tempio maggiore. L’ultima frequentazione si ha nel III-IV secolo d.C. con l’uso sepolcrale dell’area dei due porticati, seguita dalla distruzione degli ultimi edifici per un evento violento, probabilmente il terremoto del 346 d.C.

SCHIAVI D’ABRUZZO.

Schiavi d'Abruzzo: i due "templi italici". (a ds. il "tempio minore".

Schiavi d’Abruzzo: i due “templi italici”. (a ds. il “tempio minore”.

Schiavi d'Abruzzo: il "tempio magiore".

Schiavi d’Abruzzo: il “tempio maggiore”.

(dal portale Enciclopedia dell’Arte Antica II Supplemento 1997):                                                                                                                                        Il santuario presenta due grandi fasi edilizie: alla prima, da porsi alla fine del III o agli inizî del II sec. a.C., [] appartiene il tempio maggiore; alla seconda fase, risalente agli inizi del I sec. a.C., da riferirsi una ristrutturazione che ha comportato l’ampiamento dell’area sacra, con conseguente innalzamento del livello pavimentale, per la costruzione di un secondo tempio con relativo altare. []. Tra il 90 e l’88 a.C. si potenziò il santuario con la costruzione di un secondo tempio, a pianta rettangolare (7,40 X 13,30 m). []. Presso la soglia campeggia l’iscrizione a tessere bianche in lingua osca, che insieme al nome del magistrato eponimo Ni. Dekitiis Mi. fornisce il nome del costruttore G. Paapiis Mitileis. Questo intervento risulta, dunque, contemporaneo alla costruzione del tempio Β di Pietrabbondante, cui del resto riconduce il motivo decorativo delle lastre di rivestimento architettonico, pur nella variante a quattro teste entro elementi vegetali. []. Il recente rinvenimento tra le lastre di pavimentazione del pronao del tempio maggiore di 17 monete, distribuite in un arco cronologico compreso tra il 217 a.C. e il 253 d.C., testimonia che il periodo di vita di questo edificio è coerente con la datazione del materiale presente nella stipe votiva. La stipe, rinvenuta nel 1971, si caratterizza soprattutto per la singolarità delle statuette votive dall’aspetto grottesco e caricaturale, ottenute al tornio in botteghe di modesti vasai locali. La frequentazione, anche se sporadica, del santuario di S. è attestata fino al IV sec. d.C. dall’uso rituale dell’altare antistante al tempio minore che, sepolto da una frana nella metà del II sec. d.C., fu ristrutturato in maniera del tutto precaria. [].                                                                                                          Per una prima determinazione del periodo di vita di questo luogo di culto, dal IV sec. a.C. alla guerra sociale, è stato fondamentale il recupero di un consistente numero di monete dallo scavo, appena iniziato, della stipe.

CAMPOCHIARO.

Campochiaro: il pianoro del "santuario italico" di  "Hercul Rani".

Campochiaro: il pianoro del “santuario italico” di “Hercul Rani”. (dopo la casa bianca).

S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982):                                                                                                                                                                                                   Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; sembra opportuno ricordare la presenza, tra i materiali del santuario, di frammento di lamina bronzea con una borchia emisferica applicata presso il margine e, vicino, il foro per una seconda; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..

Inoltre, (Sannio Pentri e Frentani …., 1980): []; le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C., quando un incendio…. .

SEPINO.

Sepino: il "tempio italico".(dal portale della regione Molise).

Sepino: il “tempio italico”.(dal portale della regione Molise).

La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C. Tali reperti si riferiscono alle pratiche di culto che avvenivano nel santuario ed alle attività connesse con il santuario stesso, inteso sia come luogo di preghiera che come luogo in cui si favorivano e si facilitavano incontri e scambi. I materiali più antichi sono decisamente prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. Alcuni degli ex voto rinvenuti nella zona, ed in particolare quelli anatomici, farebbero ipotizzare un culto a carattere salutare, ma si potrebbe pensare a valenze cultuali collegabili alla sfera della fecondità, della riproduzione e della maternità. Dopo questi secoli di massima vitalità del tempio, il sito continuò ad essere frequentato, ma in modo molto ridotto.

SAN GIOVANNI IN GALDO.

San Giovanni in Galdo: il "tempio italico".

San Giovanni in Galdo: il “tempio italico”.

(portale Soprintendenza  per i Beni Archeologici del Molise, agg.to il 10/01/2012):                                                                                                Una frequentazione cultuale è attestata, dal materiale votivo, già alla fine del III-inizi del II secolo a.C. precedente quindi alla sistemazione monumentale che è da datare tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. e continua fino al III secolo d.C. quando si avrà l’abbandono definitivo dell’area.

In base a quanto illustrato e dal confronto delle epoche in cui furono aperti al culto ed alle riunioni civili i santuari presi in esame, risulta che il più antico nel territorio dei Sanniti Pentri era il santuario di Campochiaro dedicato al culto di Ercole, come risulta nella Tabula Peutigeriana: Hercul Rani.

Tabula Peutingeriana": "Bobiano" / Bojano (due torri) e "Hercul Rani" / Campochiaro.

Tabula Peutingeriana”: “Bobiano” / Bojano (due torri) e “Hercul Rani” / Campochiaro.

Da uno scavo del santuario si conosce: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica ed una lamina datata tra la metà del VII e la metà del VI sec, a. C..

I 6 santuari  presi in esame iniziarono lo sviluppo civile e religioso dopo la pace e l’alleanza con i Romani; il santuario di Campochiaro, dedicato ad Ercole, in base ai reperti archeologici è il più antico, forse coevo alla fondazione di Bovaianom/Bovianum/Bojano, la capitale dei Sanniti Pentri, dove i settemila giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dopo la migrazione dalla Sabina in occasione del rito del ver sacrum avevano fondato la loro metropoli.

Moscati (1999): all’area interna appartiene, ed è particolarmente significativa anche la cronologia, l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano. V’è innanzitutto materiale di corredo femminile in bronzo, costituito da fibule ad arco con appendici in forma di ghiande, anelli e bracciali riccamente lavorati. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica.

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“BOVAIANOM”/Bojano: fibula ad arco serpeggiante …., X-IX sec. a. C.

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“BOVAIANOM”/Bojano: cuspide di lancia (De Benedittis), X-VIII sec. a. C.

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“BOVAIANOM”/Bojano: tazze e attingitoio (De Benedittis), IX-VIII sec. a. C..

I reperti archeologici, datati tra il IX-VIII secolo a. C., permettono di localizzare e di identificare il primo insediamento sorto all’arrivo dei settemila giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti divenuti Pentri: nella pianura posta a settentrione del massiccio del Matese dove, secondo la leggenda, si sarebbe fermato il toro/bos taurus e sulla sommità di una collina fondarono la loro metropoli: Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Non è stato ancora scoperto il santurio di Bovaianom/Bovianum/Bojano, poteva non esistere nella metropoli dei Sanniti Pentri ?

Negarlo è assurdo, certamente non scampò alla distruzione della città quando fu conquista da Silla nel 89 a. C..

Il santuario di Campochiaro dedicato ad Ercole era/è il più vicino alla capitale e la sua frequentazione coincide con la vetustà della metropoli.

Come possono giustificare le affermazioni:

Cianfarani (1978): Pietrabbondante << il principale centro religioso e politico del Sannio >>*, in nota: A. La Regina, Il Sannio (cit. a nota 40), pag. 233.

Colonna (1996): Intanto è essenziale non dimenticare che quasi di fronte ad Agnone, sull’opposto versante del Verrino, sorgeva il santuario di Pietrabbondante, in cui riconosciamo il santuario nazionale dei Sanniti Pentri, dove sono affluiti nel IV secolo a. C. splendidi  bronzi figurati da Capua e da Taranto, a cominciare dagli elmi con  paraguance tipo Praeneste, per i quali sembra riduttiva l’interpretazione come preda di guerra.

Coarelli (1996): Non sfuggirà che una funzione del genere (riti di iniziazione, n. d. r. ) si addice particolarmente al santuario di Pietrabbondante, centro sacrale, ma allo stesso tempo anche politico-militare dei Pentri. […]. Questo luogo (Pietrabbondante, n. d. r.), nel caso del Sannio Pentro, non può che essere il santuario di Pietrabbondante, cui A. La Regina ha giustamente identificato una “capitale” politico-sacrale dei Pentri, proponendone l’identificazione con Cominium.

Tagliamonte (2002-2003): Pietrabbondante, sede del più principale – e più noto – santuario dei Sanniti Pentri, […]. Una tale rilevanza deriva, dall’oggettiva, considerevole che la presenza di armi e di parti dell’armamento, intere o frammentarie, assume insieme ai materiali votivi restituitici dagli scavi del monumentale e scenograficio complesso santuariale, … . […]. Una volta definito il preminente ruolo politico e religioso svolto dal complesso di Pietrabbondante in seno all’intero ethons dei Sanniti Pentri, … .

Se così fosse e considerando che il santuario di Pietrabbondante testimonia una sistemazione monumentale nel III secolo a.C. con la costruzione del cosiddetto tempio ionico ed una seconda sistemazione all’inizio del secolo successivo, in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a.C., con la costruzione del tempio A e che  Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B), i Sanniti Pentri della metropoli di Bovaianom e degli insediamenti sorti intorno al IX-VIII secolo a. C., dove celebravano prima del III secolo a. C. le loro assemblee ed i loro riti religiosi ?

Bovaianom/Bojano, la metropoli, la capitale, quale ruolo politico e religioso avrebbe svolto per il popolo dei Sanniti Pentri ?

Quale era lo scopo dei popoli italici quando in occasione della Guerra Sociale avvertirono l’esigenza di istituire una capitale in Corfinium/Italia/Corfinio, successivamente a Bovianum/Bojano e poi in Aesernia/Isernia, se il preminente centro politico religioso era il santuario di Pietrabbondante ?

Non avendo una testimonianza di un tempio di Bovaianom/Bojano, fatta eccezione per il tempio dedicato  a Venere Celeste Augusta  nel I sec. a. C., prendiamo in considerazione il tempio di Campochiaro, il più antico ed il più vicino alla capitale, che misura m. 15.30 x 21.30 = 325, 89 mq.; il tempio A di Pietrabbondante misura: m. 12,20 x 17.70 = 215,94 mq.; Schiavi d’Abruzzo tempio maggiore m. 21 x 11 = 231,00 mq.; ed il tempio minore m. 7.40 x 13.30 = 98,42 mq.; Sepino m. 16,40 x 21,50 = 352,60 mq. e San Giovanni in Galdo m. 7.30 x 8.12 = 59,28 mq..

L’area dei templi era stata realizzata in rapporto alla comunità che li avrebbe utilizzati: il tempio di Sepino rispondeva alle esigenze dei Sanniti Pentri di Saipins; quello di Campochiaro per una comunità meno numerosa, non aveva i requisiti per soddisfare le esigenze della capitale Bovaianom dei Sanniti Pentri, certamente l’insediamento più popoloso che certamente aveva un suo santuario.

Del tempio ionico di Pietrabbondante non si conoscono le dimensioni, ma il successivo tempio A occupava una superfice di circa 215,94 mq., quindi era stato edificato per una comunità meno numerosa di Sepino, di Campochiaro e di Schiavi d’Abruzzo: come poteva essere considerato il principale centro religioso e politico del Sannio, il santuario nazionale dei Sanniti Pentri, centro sacrale, ma allo stesso tempo anche politico-militare dei Pentri, una “capitale” politico-sacrale dei Pentri ?

L’importanza del santuario di Pietrabbondante con il tempio ionico, era simile agli altri costruiti nel territorio dei Sanniti Pentri, ma svolse un ruolo preminente solo in occasione della Guerra Sociale, quando divenne il centro religioso non solo dei Sanniti Pentri, ma dei popoli italici che si erano ribellati a Roma; il suo sviluppo si può riassumere: 1) una sistemazione monumentale nel III secolo a. C. con la costruzione del tempio ionico. 2) una seconda sistemazione all’inizio del secolo successivo (II sec. a. C., n. d. r.) in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a. C., con al costruzione del tempio A. 3) Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con uno schema tipico dell’età ellenistica.

La Regina (1966), in merito al santuario di Pietrabbondante, scrisse: Il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d’Abruzzo, San Giovanni in Galdo, Roccaspromonte, e Macchia Val Fortore. Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benchè segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a. C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri. […]. I motivi di questo improvviso sviluppo edilizio sono di natura ideologica, più che religiosa, come dimostra l’abbandono in cui cadde poco dopo il centro, e trovano origine in quel particolare momento storico in cui si crearono le premesse della guerra sociale. Cessazione nel santuario di qualsiasi attività ufficiale pubblica e religiosa dopo la fine della guerra sociale. E comunque non oltre le ultime resistenze locali durante la guerra civile (battaglia di Porta Collina, o forse assedio di Aesernia fino all’anno 80 a. C.).

L’antico insediamento di Pietrabbondante di cui ancora oggi si ignora il nome osco, ed il  suo santuario, al pari di Corfinium/Corfinio che con il nuovo nome di Italia, fu considerata la capitale degli insorti italici, cadde nell’oblio dopo la sconfitta e la fine della libertà dei popoli italici.

Il santuario di Pietrabbondante, fu protagonista della storia dei Sanniti Pentri per un tempo inferiore a quello degli altri santuari.

VASTOGIRARDI: Il tempio viene costruito tra il 130-120 a.C. e utilizzato ancora in età imperiale. (I sec. a. C.- V sec. d. C, n. d. r.).

PIETRABBONDANTE: Il luogo di culto testimonia una sistemazione monumentale nel III secolo a.C. con la costruzione del cosiddetto tempio ionico ed una seconda sistemazione all’inizio del secolo successivo, in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a.C., con la costruzione del tempio A. Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con uno schema tipico dell’età ellenistica mediato dall’ambiente campano e latino. La Regina (2010): Dopo la guerra sociale il complesso monumentale del
Tempio B e del Teatro non è più adibito a funzioni di culto pubblico.

SCHIAVI D’ABRUZZO: Il santuario presenta due grandi fasi edilizie: alla prima, da porsi alla fine del III o agli inizî del II sec. a.C., [] appartiene il tempio maggiore; alla seconda fase, risalente agli inizi del I sec. a.C., da riferirsi una ristrutturazione che ha comportato l’ampiamento dell’area sacra, con conseguente innalzamento del livello pavimentale, per la costruzione di un secondo tempio con relativo altare. []. Tra il 90 e l’88 a.C. si potenziò il santuario con la costruzione di un secondo tempio, a pianta rettangolare (7,40 X 13,30 m). []. Presso la soglia campeggia l’iscrizione a tessere bianche in lingua osca, che insieme al nome del magistrato eponimo Ni. Dekitiis Mi. fornisce il nome del costruttore G. Paapiis Mitileis. Il recente rinvenimento tra le lastre di pavimentazione del pronao del tempio maggiore di 17 monete, distribuite in un arco cronologico compreso tra il 217 a.C. e il 253 d.C.. La frequentazione, anche se sporadica, del santuario di S. è attestata fino al IV sec. d.C. dall’uso rituale dell’altare antistante al tempio minore che, sepolto da una frana nella metà del II sec. d.C., fu ristrutturato in maniera del tutto precaria. []. Per una prima determinazione del periodo di vita di questo luogo di culto, dal IV sec. a.C. alla guerra sociale, è stato fondamentale il recupero di un consistente numero di monete dallo scavo, appena iniziato, della stipe.

CAMPOCHIARO: S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; sembra opportuno ricordare la presenza, tra i materiali del santuario, di frammento di lamina bronzea con una borchia emisferica applicata presso il margine e, vicino, il foro per una seconda; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C.; le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C..

SEPINO: La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C..

SAN GIOVANNI IN GALDO: Una frequentazione cultuale è attestata, dal materiale votivo, già alla fine del III-inizi del II secolo a.C.  e continua fino al III secolo d.C. quando si avrà l’abbandono definitivo dell’area.

Nel III secolo a. C. i Sanniti Pentri erano ancora incerti sulla scelta della località dove creare un insediamento politico religioso comune a tuti i popoli di origina SabinaCianfarani scrisse in merito al santuario di Schiavi d’Abruzzo: Il tempio, che si data fra la fine del III secolo a. C. e gli inizi del successivo, dovette, nel momento in cui fu intrapresa la costruzione, costituire un’iniziativa di grande importanza, perché, precedente di almeno un secolo al tempio B di Pietrabbondante, avrebbe dovuto essere, almeno nel progetto, fra i templi maggiori – se non il maggiore – del Sannio Pentro. All’impegno tuttavia non furono commisurate le risorse: infatti da vari elementi può dedursi che non fu condotto a termine. 

Prima del III secolo a. C. non esisteva un centro religioso preminente tra quelli presenti nel territorio dei Sanniti Pentri; il < portale > della Soprintendenza, in merito a Pietrabbondante giudica Il luogo di culto testimonia una sistemazione monumentale nel III secolo a.C. con la costruzione del cosiddetto tempio ionico ed una seconda sistemazione all’inizio del secolo successivo, in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a.C., con la costruzione del tempio A. Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con uno schema tipico dell’età ellenistica.

La scoperta di una domus publica nel santuario di Pietrabbondante, conferma la grande importanza del santuario solo alla fine del II secolo a. C., non solo per i Sanniti Pentri, nel cui territorio era stato costruito, ma per tutti i popoli italici che stavano preparando la loro ultima ribellione al potere romano.

La Regina scrive: poteva essere la domus publica del luogo sacro. La prosecuzione delle ricerche rilevò che la casa, costruita verso la fine del II secolo a. C. e quindi contemporanea al tempio, riproduce solamente in parte il modello della residenza aristocratica romano italica, al punto da rappresentare una tipologia del tutto originale, incompatibile con una destinazione privata.

Lo sviluppo edilizio pubblico e religioso nel territorio del Sannio Pentro ed in quello degli altri italici era il preludio alla Guerra Sociale: avevano potuto ricostruzione ed ampliare i loro insediamenti perché favoriti della pace con i Romani dopo gli scontri di fine III secolo a. C..

Dopo la sconfitta patita con la Guerra Sociale, il santuario di Pietrabbondante, avendo assolto il suo compito più di natura ideologica che religiosa, perse la sua importanza.

La Regina: Dopo la guerra sociale il complesso monumentale del Tempio B e del Teatro non è più adibito a funzioni di culto pubblico; non viene distrutto né abbandonato, è conservato come bene pubblico dello stato romano, ma non vi viene eseguita alcuna opera di manutenzione per almeno cinquant’anni. In questo periodo gli edifici decadono e subiscono alcuni danni, In particolare, concerne la domus, crolla gran parte del portico retrostante, che non viene più ricostruito. La casa (domus publica, n. d. r.) di Pietrabbondante perse la sua funzione originaria quando, dopo gli ultimi sviluppi della guerra sociale, il santuario cessò di essere sede di culto pubblico della nazione sannitica. L’intero complesso non presenta tuttavia tracce di devastazioni avvenute durante quel conflitto; sembra anzi che le strutture monumentali siano state rispettate e custodite, sia pure senza notevoli interventi di manutenzione.

Con la conquista di Corfinium/Italia, la prima capitale della Lega italica, di Bovaianom/Bovianum/Bojano, la seconda capitale ed infine di Aesernia/Isernia la terza ed ultima capitale, il santuario e l’insediamento di Pietrabbondante, non avendo avuto una importanza strategica, fu abbandonato al suo destino sia dai ribelli italici che dai Romani.

Fatta eccezione per il ruolo svolto in occasione della Guerra Sociale, se l’insediamento di Pietrabbondante fosse stato uno dei centri o il centro più importanti dei Sanniti Pentri, come si giustifica il suo totale abbandono dopo la fine del conflitto?

La scoperta di un cospicuo numero di armi dovrebbe avallare l’opinione che il santuario di Pietrabbondante fosse stato ancora prima della Guerra Sociale, la sede del principale santuario dei Sanniti Pentri.

Colonna (1996): Intanto è essenziale non dimenticare che quasi di fronte ad Agnone, sull’opposto versante del Verrino, sorgeva il santuario di Pietrabbondante, in cui riconosciamo il santuario nazionale dei Sanniti Pentri, dove sono affluiti nel IV secolo a. C. splendidi bronzi figurati da Capua e da Taranto, a cominciare dagli elmi con paraguance tipo Praeneste, per i quali sembra riduttiva l’interpretazione come preda di guerra.

Il primo scavo avvenne nell’anno 1850 in un’area antistante il tempio A, il secondo scavo nell’anno 1959 presso il grande tempio B; Tagliamonte: Elmi del tipo suditalico-calcidiese …; schinieri anatomici; forse elementi di corazza; esemplari e ganci di cinturoni di tipo “sannitico”; spade lunghe, a doppia taglio, con relativi foderi in lamina di ferro; pugnali … cuspidi di lancia e di giavellotto …. Le dediche collettive effettuate a nome di tutti Pentri dai loro imperatores e duces fra la fine del V e la prima metà del III sec. a. C., all’indomani di vittorie riportate nel corso di spedizioni condotte in area magno-greca, delle cd. tre guerre sannitiche e degli avvenimenti immediatamente successivi, avrebbero, inoltre, dato luogo, per lo meno nel caso del nucleo di armi rinvenute negli scavi borbonici (anno 1850, n. r. d.), all’erezione di un vero e proprio trofeo, in forma di congeries armorum (catasta di armi n. d. r.) sulla spianata antistante il tempio A.

Le armi quando furono dedicate al tempio A ed al tempio B ?

I periodi di sviluppo del santuario di Pietrabbondante si possono riassumere: 1) una sistemazione monumentale nel III secolo a. C. con la costruzione del tempio ionico. 2) una seconda sistemazione all’inizio del secolo successivo (II sec. a. C., n. d. r.) in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a. C., con al costruzione del tempio A. 3) Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con uno schema tipico dell’età ellenistica.

Come poteva essere riconosciamo il santuario nazionale dei Sanniti Pentri, dove sono affluiti nel IV secolo a. C. splendidi bronzi figurati da Capua e da Taranto, a cominciare dagli elmi con paraguance tipo Praeneste, per i quali sembra riduttiva l’interpretazione come preda di guerra, se il tempio ionico, il primo edificio religioso, fu completato nel III secolo a. C. ?

I Sanniti Pentri, gli imperatores ed i duces come avrebbero potuto offrire le dediche fra la fine del V e la prima metà del III sec. a. C, se il tempio ionico fu costruito nel III secolo a. C., il tempio A dopo il 217 a. C. ed il complesso teatro-Tempio B completò il monumentale santuario alla fine del II-inizi del I secolo a.C. ?

Scrive La Regina, il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d’Abruzzo, San Giovanni in Galdo, Roccaspromonte, e Macchia Val Fortore, ma Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benchè segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a. C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri: le armi, stando alle fasi di sviluppo del santuario di Pietrabbondante, furono portate in un periodo compreso tra il 217 a. C. (costruzione del tempio A dopo la distruzione del tempio ionico da parte di Annibale) ed il periodo che precedette la Guerra Sociale, ovvero alla fine del II-inizi del I secolo a. C., dopo che fu completamento il teatrotempio B  che precedette la Guerra Sociale, con lo scopo di ottenere il favore degli dei, soprattutto la Vittoria a cui era stato dedicato il tempio B.

Se le armi fossero state nel santuario prima dell’anno 217 a. C., ovvero in occasione del saccheggio di Annibale, i Cartaginesi, dopo aver distrutto gli edifici esistenti, si sarebbero privati di un così ricco bottino di guerra ?

Verosimilmente, i popoli italici donarono le armi, loro ricco bottino conquistato nel corso dei secoli e probabilmente dedicato in altri santuari, agli dei del tempio A ed alla Victoria del  tempio B,  per essere protetti in occasione dell’ultimo scontro con la potenza di Roma, quando il santuario di Pietrabbondante era sì il luogo di culto dei ribelli.

Oreste Gentile.

 

LA “METROPOLI” DEI “SANNITI PENTRI”.

marzo 1, 2013

Nel < portale > dell’ Enciclopedia Treccani on line, metropoli: Nella Grecia antica, la ‘città’ madre rispetto alle colonie da essa fondate.
Quale era la metropoli dei Pentri?

Livio (I sec. a. C.) per Bovianum/Bojano  scrisse: Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque = era questa la città capitale dei Sanniti Pentri la più ricca ed abbondante di armi e di uomini.

Consultando il vocabolario di latino (a cura di Enrico Olivetti), caput significa anche: principio, origine, metropoli; Bovianum/Bojano era la città capitale, il principio, l’ origine, la metropoli dei Sanniti Pentri.

Alcuni studiosi non hanno dato credito alla descrizione liviana, ma amano disquisire, tra certezze e dubbi, sulla metropoli dei Pentri, localizzandola ed identificandola in località diverse da Bovianum/Bojano.

Con le loro pubblicazioni hanno sì il merito di avere migliorato le nostre conoscenze sul mondo dei popoli italici, ma confondono le idee quando, per non cadere nell’oblio,  creano delle artificiose polemiche.

Chi erano i Pentri?
La storia ha tramandato il rito del ver sacrum celebrato dai Sabini per risolvere il problema del sovrappopolamento nella loro regione, la Sabina: i giovani consacrati ad uno degli dei furono costretti ad emigrare ed occuparono gran parte del territorio centro meridionale della penisola italica, dando origine al popolo dei Piceni, dei Pretuttii, dei Vestini, degli Equi, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini, dei Caudini, dei Lucani e dei Bruzii.

Dalla "SABINA" alle tribù dei "Safini/Sanniti".

Dalla “SABINA” alle tribù dei “Safini/Sabelli/Sanniti”.

Per la migrazione furono utilizzati i tratturi: i percorso naturali che gli animali utilizzavano per gli spostamenti stagionali dalle montagne alle pianure e viceversa.

I percorsi (rosso) dei tratturi.

I percorsi (rosso) dei tratturi. (da “Regione Puglia sito istituzionale.).

La Sabina a buon diritto è la regione-madre di quelle nuove popolazioni.

In merito al termine Safini/Sabini, Devoto (1967) scrisse: Da una forma italica *Safio- è stato derivato il nome di *Safini, latinizzato nella forma Sabini; è il termine che indica le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est, più tardi tutto il territorio compreso tra il Nera e l’Aterno. Da una forma italica *Safno- è stato derivato il nome della regione *Safnio, in latino Samnium, in osco safinim: da questo, con suffisso greco, il nome degli abitanti Samnites, che compare per la prima volta nella forma Saunitai nello Pseudo-Scilace (VI-V sec. a. C.). *Safio-  →  *Safini/Sabini.  *Safno-  → *Safnio → Safinim/Samnium/Sannio.

Pallottino (1984) localizzò la Sabina e ne ricordò il nome che aveva prima della espansione dei Romani: Possiamo tuttavia ritenere, specialmente alla luce delle scoperte e degli studi più recenti, che in un’area compresa tra le Marche, gli Abruzzi e la provincia di Rieti si sia venuta configurando, almeno a partire dagli inizi dell’età del ferro, una unità etnica alla quale si può attribuire il nome generale di Sabini (o, nella loro propria fonologia, Safini). [….]. Al nucleo originario si ricollegano, con una differenziazione verosimilmente più tardiva, 1). diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, ecc.); mentre 2). più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise (Pentri e Frentani di Larino, n. d. r.) e della Campania (Irpini e Caudini, n. d. r.), dalla cui diaspora gemmeranno in piena età storica i Campani, i Lucani, i Bruzi.
1). Sabini/Safini → Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, ecc..
2). Più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sabini/Safini/Sanniti del Molise → (Pentri, Frentani n. d. r.) e della Campania → (Irpini e Caudini n. d. r.).

La vasta area (rosso) della penisola italica occupata dai "Safin/Sabini/Sanniti" nelle loro rispettive sedi.

La vasta area (rosso) della penisola italica occupata dai “Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti” nelle loro rispettive sedi.

I Romani latinizzarono i nomi dei popoli con cui confinavano: Safini divenne Sabini, gli abitanti della Sabina, mentre Samnium/Sannio non indicava la vasta area centro-meridionale della penisola italica, occupata con le migrazioni dei Sabini/Safini, ma solo il territorio occupato dai gruppi di Sabini/Safini identificati dai Romani come Sanniti che nelle loro nuove sedi avevano il nome di Carecini, di Pentri, di Irpini e di Caudini.

IL "SANNIO" (rosso) (ri)conosciuto dai Romani,

IL “SANNIO” (rosso) (ri)conosciuto dai Romani,

Ciò accadde in occasione della espansione dei Romani verso la Campania: fu inevitabile il loro scontro con i consanguinei dei Safini/Sabini, i Sanniti che componevano le 4 tribù alleate i cui territori era considerato il Sannio: la vasta area con cui la Campania confinava a nord-est.
Sanniti → Carecini, Pentri, Irpini e Caudini.

Dopo le vittoriose guerre contro le 4 tribù alleate, i Romani considerarono Sanniti solo i Pentri che in più di una battaglia, ma soprattutto con la presenza di Annibale in Italia, furono preziosi alleati.
Sanniti → Pentri

Il territorio (rosso) della tribù dei "PENTRI" che Romani considerarono "SANNIO".

Il territorio (rosso) della tribù dei “PENTRI” che i Romani consideravano “SANNIO”.

Il territorio (rosso) della tribù dei "PENTRI".

Il territorio (rosso) della tribù dei “PENTRI”. I tratturi (verde).

Livio (I sec. a. C.) identificò Sanniti solo i Pentri ed Appiano (I sec. d. C.), nell’elenco dei 12 popoli italici che parteciparono alla Guerra Sociale del I sec. a.C., ricordò i Sanniti per ultimi, identificandoli Pentri; Salmon (1977) scrisse: Sanniti, nominati per ultimi da Appiano probabilmente per aver voluto dare una lista in crescendo, poiché dimostrarono di essere i più tenaci di tutti gli insorti. […. ]. Con Sanniti Appiano ovviamente intende i Pentri.

Salmon: Quel che è certo  è che dalla fine del III secolo ogno volta che il nome Sanniti viene usato col   significato di < abitanti del Sannio > esso serve di norma a indicare i Pentri. Furono essi,  e non gli Irpini o i Caudini, a venire inseguito inclusi nella IV Regione, quella ufficialmente nota come < Sannio >, nella divisione augustea dell’Italia.                                                                                                                              

La localizzazione del Safinim/Sannio e la identificazione dei safini/sabini/sanniti fatta dai Romani, influenzò ed influenza ancora oggi gli storici e gli studiosi, creando non poca confusione.

Strabone (I sec. a. C.): I Sabini sono una stirpe assai antica e sono autoctoni; loro coloni sono 1). i Piceni e i Sanniti; coloni di questi ultimi sono i Lucani e di questi i Brutti. […]. c’è il Piceno. I Picentini (gli abitanti del Piceno, n. d. r.) emigrarono dalla Sabina, sotto la guida di un picchio che aveva mostrato la via ai loro primi capi. Di qui il loro nome: chiamano infatti picus questo uccello e lo considerano sacro ad Ares. […]. Oltre il Piceno c’è il territorio dei 2). Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica. […]. 3). La Campania che si estende lungo il mare e, al di là di essa, nell’entroterra il Sannio, che arriva fino ai Frentani e ai Dauni. […]. 4). Intorno ai Sanniti c’è ancora un’altra tradizione secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra contro gli Umbri […]. Quelli fecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano sparsi in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verosimile perciò 5). supporre che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (Sabini n. d. r.). Il nome Sanniti, in greco Saunitai, ha invece un’altra origine. 6). Vengono poi gli Irpini, anch’essi Sanniti; derivano il loro nome da quello di un lupo che conduceva la colonia: i Sanniti infatti chiamano hirpos il lupo. Essi confinano con i Lucani dell’entroterra. E ciò basti per quel che riguarda i Sanniti.                                                                           Schematizzando: 1). Sabini → Piceni e Sanniti → Lucani → Bruzi.                                                                                                                                          2). di stirpe sannitica erano: Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani.                                                                                                                          3). La Campania che si estende lungo il mare e, al di là di essa, nell’entroterra il Sannio che arriva fino ai Frentani e ai Dauni: stando alla descrizione, la Campania nell’entroterra confinava con il Sannio che, come già esaminato, non era la vasta area in cui vivevano autonomamente le 10 popolazioni di stirpe sannitica, ma i Romani consideravano il Sannio solo il territorio dove vivevano in modo indipendente i Carecini, i Pentri (i Sanniti di Strabone), gli Irpini ed i Caudini, non citati.                                                                                                                                               4). Intorno ai Sanniti c’è ancora un’altra tradizione secondo cui i Sabini ….. (si noti come lo storico greco distingua i Sanniti dai Sabini): la tradizione descritta da Strabone è stata messa in relazione con la nascita del popolo dei Pentri ed alla fondazione della loro capitale Bovaianom/Bovianum/Bojano.                                                                                                                                                                                                                      5). Ricordando i Sanniti,  lo storico greco suppose che il nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori, i Sabini ed aggiunse che i Sanniti, erano anche  conosciuti con il nome greco Saunitai,  che ha invece un’altra origine.                                                             6). Vengono poi gli Irpini, anch’essi Sanniti … . Essi confinano con i Lucani dell’entroterra: anch’essi erano Sanniti, considerando che  Strabone concluse la descrizione: E ciò basti per quel che riguarda i Sanniti.                                                                                                                  Non ricordò gli Equi, i Carecini ed i Caudini, ma in 2 descrizioni citò Caudio, la loro capitale.

Salmon (1977): La tradizione vuole che i primi sacrati a stabilirsi nel Sannio fossero stati condotti da un toro (vedi Strabone, n.d. r.) a Bovianum, che divenne la culla della loro nazione.

Cianfarani (1978): … con i Sanniti Pentri; a costoro, che di tutte le genti costituivano il nerbo, va riferita la leggenda della migrazione sabina, alla quale, in virtù del mitico bove (il toro di Strabone, n. d. r.) , s’è voluta altresì riportare l’origine di Bovianum, l’attuale Boiano.

Plinio (I sec. d. C.): Dal Sele ha inizio la terza regione, comprendente la Lucania e il Bruzio. Anche in essa si è avuto un frequente                    avvicendamento di popolazioni: …… e infine i 1). Lucani, di origine sannita. Inoltre, nella seconda regione, all’interno, in 2). Irpinia si trova la colonia di Benevento…; e le città …, 3). Caudio,…. Segue la quarta regione, che comprende le popolazioni più valorose d’Italia: ricordò 3). i Frentani di Lanciano, i Carecini, Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Equi, i Vestini, e poi 4). Samnitium, quos Sabellos et Graeci Saunitas dixere, colonia Bovianum (Bojano, n. d. r.) Vetus et alterum cognomine Undecumanorum, Aufidenates (gli abitanti di Alfedena-Castel di Sangro, n. d. r.), Aesernini (gli abitanti di Isernia, n.d. r.), Fagifulani (gli abitanti di Faifoli-Montagano, n. d. r.), Ficollenses (?), Saepinates (gli abitanti di Sepino, n. d. r.), Terventinates (gli abitanti di Trivento, n. d. r.) .

La "IV regione augustea" "SAMNIUM".
La IV regione augustea SAMNIUM.

Ed ancora: Sabinorum Amiternini, Curenses, (…), Interamnates, Nursini, Nomentani, Reatini, Trebulani qui cognominatur Mutuesci et qui Suffenates … . Quinta regio 5). Piceni est, … . Orti sunt a Sabinis voto vere sacro. =  La quinta è la regione del Piceno. Furono originati dai Sabini, in seguito al voto di una primavera sacra).

Schematizzando la descrizione di Plinio e confrontandola con quella di Strabone:                                                                                                               1). i Lucani sono di origine sannita, come scrisse anche Strabone;                                                                                                                                        2). nessuna notizia degli Irpini, ma ricordò Benevento, né dei Caudini di cui ricordò Caudio, la capitale.                                                                      3). nel descrivere la quarta regione augustea Samnium/Sannio, ricordò le popolazioni di stirpe sannita di Strabone, ma  Livio aggiunse i Carecini e gli Equi.                                                                                                                                                                                                                                4). nominando la colonia romana di Bovianum e gli abitanti delle colonie istituite nel territorio dei Pentri (non nominati), identificò solo questa popolazione come Samnitium/Sanniti o Sabelli (vedi Strabone) o, come dicevano i Greci, Saunitas.                                                                             5). confermò l’origine sabina dei Piceni.

Che i Romani, gli storici e gli studiosi avessero creato un pò di confusione è confermato dalla scoperta di 4 epigrafi: una (II sec. a. C.)  a Pietrabbondante, prov. IS, nel Molise, nel territorio dei Pentri, con inciso Safinim, con il significato di Samnium/Sannio; tre (V sec. a. C.) a Penna Sant’Andrea, prov. TE, in Abruzzo, nel territorio dei Pretutii, con inciso Safinus, ossia SabiniSafinum = Sabini Safina, riferita alla touta = tribù.

Padroni di una vasta area che chiamarono Safinim (in latino, Samnium), dal Piceno alla Lucania, originati dal rito del ver sacrum celebrato nella Sabina, loro terra natia, pur vivendo da popoli indipendenti, non avevano dimenticato la comune origine e si considerarono sempre Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

La loro area di diffusione era ben più vasta del Sannio ricordato da Strabone o il Samnium, la regione augustea descritta da Plinio.

Queste conoscenze permettono di localizzare ed identificare nel territorio dei Pentri la metropoli, la loro città-madre.

I Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dopo aver abbandonato tra il IX ed il VIII sec. a. C., la madre-patria Sabina, fondarono nei nuovi territori la loro tribù autonoma, touta in osco, il cui nome derivava dal dio a cui erano stati consacrati, dal condottiero che li aveva guidati, dalla caratteristica morfologia del territorio occupato o dall’animale totemico che li aveva guidati verso i nuovi territori: i Marsi e Marrucini, dal dio Ares, il dio Marte dei Romani; i Vestini, dalla dea Vesta, protettrice del focolare; i Peligni, da Pelico; i Frentani, dal fiume Frento, l’odierno Fortore, o da una città con tale nome, come per i Caudini, dal nome Caudio della loro capitale; i Piceni, dal picus/picchio, animale sacro al dio Ares; gli Irpini, da hirpus/lupo  ed i Lucani, dal greco lycos/lupo, animale sacro ad Ares.

Strabone aveva ricordato Intorno ai Sanniti c’è ancora un’altra tradizione secondo cui i Sabini […] li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano sparsi in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini.

Gli storici concordano nell’identificare nel popolo dei Pentri i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti guidati dal toro, animale sacro al dio Ares; sì un toro, ma era un bos taurus, il bove, la specie che più corrispondeva all’esigenza di essere la loro guida e che diede il nome Bovaianom (osco), Bovianum (latino), Boviano o Bobiano (medioevo), Bojano alla capitale, alla loro città-madre, alla metropoli.

Bovaianom, si originò come città spontanea: un insediamento umano, che si modifica nel tempo senza seguire uno schema preordinato, la cui crescita avviene grazie alle esigenze spontanee della società, quali per esempio necessità commerciali, difensive e di collegamenti tra diversi territori. Nel corso dei secoli, una città spontanea può trasformarsi in una città progettata sotto la spinta di una determinata società, così come si possono avere città progettate che al contrario si trasformano in città spontanee. (Docci, 2006).

Il suo nome, legato alla tradizione del toro/bos taurus della ver sacrum, si originò dalle fiere e dal mercato (La Regina, 1984) e dalla sosta dei bovini nella sua vasta e fertile pianura; il suo sviluppo fu favorito dal nodo viario tra il tratturo Pescasseroli-Candela, il cui percorso in epoca romana divenne la via consolare Minucia, da Corfinio a Brindisi, ed il tratturello Matese-Centocelle, che divenne la via disegnata nella Tabula Peutingeriana per collegare Bovianum (Bobiano nella Tabula), con Teneapulo, Teano degli Apuli, oggi San Paolo Civitate (FG).

La città fu fondata sulla sommità della collina alle falde settentrionali del massiccio del Matese, dove poteva controllare e difendere il tratturo Pescasseroli-Candela, la via utilizzata dai giovani Sabini/Sabelli/Sanniti per la loro migrazione, dominava la vasta pianura, protetta da nord ad est dai monti di Castelpetroso, di Sant’Angelo in Grotte e di Macchiagodena e dalle colline di Sant’Elena, di Spinete, di Colle d’Anchise e fino al valico di Vinchiaturo che la separa/va dalla pianura di Sepino; da ovest a sud era/è protetta da monte Patalecchia e dai monti del Matese: monte Miletto, monte Gallinola e monte Mutria.

1. monte Crocella, già "colle pagano". 2. la collina di Civita Suoeriore di Bojano, sulla sommità fu fondata BOVAIANOM. 3. Terrazzamento. Il pecordo del tratturo Pescasseroli-Candela. (giallo) Il probabile limite della espansione di "Bovianum"  in epoca romana.

1. monte Crocella, già “colle pagano”. 2. la collina di Civita Superiore di Bojano, sulla sommità fu fondata BOVAIANOM. 3. Terrazzamento contrada Piaggia-san Michele. Il pecorso (verde) del tratturo Pescasseroli-Candela.  Il probabile limite della espansione di “Bovianum” in epoca romana (giallo). Necropoli sannita (blu).

1) sommità di monte Crocella, già "colle paganao". 2) sommità di Civita Superiore, sede di "BOVAIANOM". 3) Terrazzamento di contrada Piaggia-san Michele. 4) Insediamento di "BOVIUANUM" città sanntica-romana. 4) Necropoli sannitica.

1) sommità di monte Crocella, già “colle paganao”. 2) sommità di Civita Superiore, sede di “BOVAIANOM”. 3) Terrazzamento di contrada Piaggia-san Michele. 4) “BOVIANUM” città sanntica-romana. 4) Necropoli sannitica.

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“BOVAIANOM”/Bojano: muro di cinta della città “sannitica/pentra” (lato ovest)

BOJANO: "mura ciclopiche" presso la chiesa di s. Erasmo.

“BOVAIANOM”/Bojano: particolare del muro di cinta lato ovest della città “sanntica-pentra”.

BOJANO: particolare delle "mura ciclopiche" di via Biferno.

“BOVAIANOM”/Bojano: particolare delle mura di terrazzamento poste alle falde della collina di Civita Superiore (and.to est-ovest via Biferno).

BOJANO: il "selciato" della "via romana" .

“BOVIANUM”/Bojano: il “selciato” della “via romana”  (II sec. a. C.) dir.ne est-ovest.

Un territorio che per la sua morfologia in parte identica, in parte migliore di quello che avevano dovuto abbandonare, avrebbe potuto soddisfare le esigenze per un rapido sviluppo della nuova comunità.

In epoca romana la città si sviluppò nella pianura e l’insediamento primitivo divenne l’acropoli della città sannitica-romana.

Bovaianom era la metropoli, la città madre dei Pentri?

Livio era consapevole che era questa la città capitale dei Sanniti Pentri la più ricca ed abbondante di armi e di uomini.
La capitale dei Pentri godeva di una peculiarità non comune alle altre capitali dei loro consanguinei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: mentre la loro touta aveva preso il nome da un dio protettore, Ares/Marte o dalla dea Vesta; dal nome della città capitale o dal nome di un condottiero o dall’animale che la tradizione ricordava dato loro per guida nella migrazione: il picus/picchio per la touta dei Piceni, l’hirpus/lupo per gli Irpini o lycos/lupo per i Lucani; il toro ricordato da Strabone, ovvero il bos taurus, il bove che avrebbe dovuto dare il nome alla touta nata alle falde del massiccio del Matese, diede il nome Bovaianom alla città madre, alla capitale, alla metropoli dei  Pentri.

Pentri, scrisse SalmonIl loro nome contiene la stessa radice del celtico pen-, il che implica che i Pentri erano un popolo montanaro.

I dubbi sulla localizzazione e l’identificazione della metropoli dei Pentri sono stati originati da un “passo” di Sesto Pompeo Festo (II-III sec. d. C.): Samnitibus nomen est inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebant. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectos occupasse collem cui nome erat Samnio, indeque traxisse vocabulum (Villa, 1984).

Il grammatico latino scrisse un Epitome di 20 libri, ritenuto “lacunoso”, del De verborum significatione di Verrio Flacco ( fine I sec. a. C.-inizio I sec. d. C.), tramandando, unico tra gli storici, che il nome Sanniti derivava da nomen Samnio  di un collem, la meta di un gruppo di settemila giovani Sabini guidati da Comio Castronio, emigrati in occasione del ver sacrum.                                                                                           

La descrizione di Festo ricorda in parte quanto tramandato da Strabone: Quelli (i Sabini, n. d.r.) fecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano sparsi in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini.

Le due citazioni potrebbe integrarsi in un’unica descrizione, verosimile e oggettiva: il gruppo dei settemila giovani Sabini guidati da Comio Castronio e dal toro, animale totemico, raggiunsero il collem dove fondarono Bovaianom, la loro metropoli.

Il toro/bos taurus diede il nome alla capitale e non alla tribù, perché era ritenuta un insediamento eccezionale, diverso dalle metropoli degli altri popoli loro consanguinei originati dal rito del ver sacrum.

Il collem di Festo, come vedremo, potrebbe essere identificato con il colle chiamato Sacro ricordato da Diodoro Siculo (I sec. a. C.): vinsero in battaglia (i Romani n. d. r.) i Sanniti in una località chiamata Talio. I vinti allora occuparono un colle chiamato Sacro.

I settemila giovani Sabini, si sarebbero chiamati Sanniti dal collem cui nome erat Samnio, indeque traxisse vocabulum?

Non si conosce l’antica fonte bibliografica consultata da Festo, eppure la sua narrazione ha dato origine ad una polemica artificiosa sulla esistenza di un collem od un primitivo insediamento denominato Samnio/Sannio da cui i giovani Sabini/Sabelli, dopo la loro emigrazione, avrebbero derivato il nome Sanniti; ma furono i Romani ad aver latinizzato il loro nome originario:l’osco Safini fu latinizato e divenne Samnites,  quindi  Samnites/Sanniti esisteva prima che arrivasero i settemila Sabini presso il collem di Festo: il collem avrebbe dovuto prendere il nome Samnio dai settemila giovani Safini/Sabini/Sanniti, non viceversa, come sostenuto da Colonna (1996 ): che Pietrabbondante a un certo momento sia stata considerata la metropolis dei Sanniti, la loro “città-madre” in senso geneologico e diacronico, cioè il posto dove i settemila sabini guidati da Cominius Castronius avrebbero assunto il nome di Sanniti da quello del locale collis Samnius, secondo la teoria tramandata da Festo e Paolo Diacono.

Paolo Diacono (VIII sec. d. C.), descrisse La quattordicesima provincia denominata Sannio, attingendo la  notizia da Plinio (Samnitium, quos Sabellos et Graeci Saunitas dixere), scrisse: I Sanniti presero questa denominazione dal tipo di lancia che erano soliti portare; saynia, in greco* (nota, n.d.r). Nella *nota alla sua opera Storia dei Longobardi (a cura di Elio Bartolini, ed. TEA 1988) si legge: cfr. Festo, Ep., p. 347: < Samintes ab hastis appelatus sunt, quas Graeci (parola greca, n. d. r.) appellant >. < Paolo dalla dimora sul colle Samnio suppose una città non mai esistita e da essa fece derivare il nome della regione.  > (Crivellucci, Pauli Diaconi Historia Langobardorum. libri I-III, Istituto storico italiano, Roma 1918, pag. 128).                                                                                                                                                                         

Samnio/Sannio e Samnitis/Sabelli/Sanniti avevano una origine ben diversa.

Pallottino: una unità etnica alla quale si può attribuire il nome generale di Sabini (o, nella loro propria fonologia, Safini). I Sabini erano Safini.                                                                                                                                                                                                                                

Devoto: Da una forma italica *Safio- è stato derivato il nome di *Safini, latinizzato nella forma Sabini; è il termine che indica le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est, più tardi tutto il territorio compreso tra il Nera e l’Aterno. Da una forma italica *Safno- è stato derivato il nome della regione *Safnio, in latino Samnium, in osco safinim, come confermano le epigrafe, tre di Penna S. Andrea (TE) ed una di Pietrabbondante (IS).

Letta (1994): in safino- è agevole riconoscere lo stesso termine che è alla base dei nomi dei Sabini e dei Sanniti.                                                  Non esisteva un collem chiamato Samnio, nè una < tribù dei Sanniti >: l’osco Safinim, il latino Samnium/Sannio indicava tutta l’area centro meridionale della penisola italica occupata dagli emigranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti; furono i Romani che considerarono Sannio solo il territorio occupato dalle 4 tribù, loro acerrime nemiche, fondate dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli: i Carecini, i Pentri, gli Irpini ed i Caudini.

Nella narrativa la fondazione di alcune città è associata alla presenza di un colle: Dionisio di Alicarnasso (I sec. a. C.), per gli avvenimenti accaduti intorno all’anno 1.243 a. C., ricordò: Gli Arcadi, come Temide aveva loro suggerito su ispirazione divina, scelsero un colle poco lontano dal Tevere, che ora si trova pressochè nel centro di Roma, e sulla sommità vi edificarono un piccolo villaggio […]. [Gli Arcadi] le diedero il nome di Pallantio da quello della loro madre in Arcadia; ora, dai Romani è chiamata Palatium.                                                            Pochi anni dopo gli Arcadi, giunsero in Italia un’altra spedizione greca, sotto la guida di Eracle […]; trovatosi un colle vantaggioso per la sua posizione, vi formarono un centro, distante circa tre stadi dal Pallantio, che ora si chiama Capitolino.                                                                  Alcuni, come ho già detto, considerano il nome del colle antico e per questo gli Epei lo avevano molto caro, per il ricordo del colle cronio dell’Elide, che si trova nel territorio di Pisa, vicino al fiume Alfeo; gli Elei, a loro volta, considerano il colle sacro a Crono e lo onorano con sacrifici e altre onoranze, riunendosi a scadenze periodiche. Tuttavia il poeta antico Eusenno e taluni altri Italici pensano altresì che questo nome sia stato dato dagli abitanti di Pisa stessi per la somiglianza tra il colle cronio della loro patria e questo che prescelsero come loro stanziamento in Italia. Ma, come invece posso riscontrare io nel confronto tra i due luoghi, il colle cronio, anche prima che giungesse Eracle in Italia, era sacro ed era chiamato dagli abitanti del territorio circostante Saturnio.                                                                                                        Intorno al 1.182 (?) a. C., Qui ottennero dagli Aborigeni un territorio per il loro stanziamento, nella misura che ritenevano loro indispensabile, impiantarono così una città su un colle, scostandosi un poco dal mare, cui diedero nome di Lavinio.E’ una località adatta alla costruzione di una città, e consiste in una collina non lontana dal Tevere, e distante circa trenta stadi da Roma.

I primi insediamenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri furono costruiti sulla sommità delle montagne e delle colline per difendere e controllare la pianura, le vie di comunicazione e, in modo rapido, potere comunicare visivamente tra loro.

La metropoli della touta dei Pentri fu fondata sulla sommità della collina (posta a 700 mt. s. l. m); successivamente la sua espansione lungo le pendici e fino alla sua base fu favorita da una serie di terrazzamenti costruiti in opera poligonale.

Il castello (sn.) ed il borgo medioevale (ds.) di "Rocca Bojano", oggi Civita Superiore.

Sulla sommità della collina fu fondata “BOVAIANOM”, la “metropoli” dei “SANNITI PENTRI”. (vista da monte Crocella, già “colle pagano”.

1) sommità di monte Crocella, già "colle paganao". 2) sommità di Civita Superiore, sede di "BOVAIANOM". 3) Terrazzamento di contrada Piaggia-san Michele. 4) Insediamento di "BOVIUANUM" città sanntica-romana. 4) Necropoli sannitica.

1) sommità di monte Crocella, già “colle pagano”. 2) sommità di Civita Superiore, sede di “BOVAIANOM”. 3) Terrazzamento di contrada Piaggia-san Michele. 4) Insediamento di “BOVIANUM” città sanntica-romana. 5) Necropoli sannitica.

La metropoli dominava, da ovest ad est, la vasta pianura di Bojano: dal valico di Castelpetroso al valico di Vinchiaturo; dalle Mainarde a monte Vairano ed a monte Saraceno di Cercemaggiore; a sud era difesa dal massiccio del Matese.

La metropoli, la città madre dei giovani Safini/Sanniti che si chiamarono Pentri, era sorta sulla sommità di un colle che per il suo particolare ruolo poteva a buon diritto essere ritenuto Sacro.

Diodoro Siculo ricordò vinsero in battaglia (i Romani, n. d.r.) i Sanniti in una località chiamata Talio. I vinti allora occuparono o si rifugiarono su un colle chiamato Sacro, la loro metropoli?

Da Bovaianom, la vista panoramica non permetteva di controllare in modo completo tutto territorio della touta, ma per i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri fu sufficiente salire sulla sommità del monte che a sud sovrasta/va la loro metropoli, per scoprire che da lì era possibile scegliere e fissare i capisaldi dei confini del loro territorio con quello dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani di Larino e degli Irpini, mentre il massiccio del Matese lo divideva dai Caudini.

monte Crocella, già colle Pagano (mt. 1070 s.l.m.). sito di una fortificazione sannitica (visto da nord) a controllo  e difesa di BOVAIANOM/BOVIANUM/BOVIANO/BOJANO, della pianura e del tratturo Pescasseroli-Candella. centro di comunicazione di controllo di tutto il territorio dei PENTRI.

monte Crocella, già “colle pagano” (mt. 1070 s.l.m.). sito di una fortificazione sannitica (visto da nord) a controllo e difesa di “BOVAIANOM”/”BOVIANUM”, della pianura e del tratturo Pescasseroli-Candella. centro di comunicazione e di controllo di tutto il territorio dei “SANNITI PENTRI”.

monte Crocella/colle pagano: terrazzamento della fortificazione. (visto da nord).

Sommità di monte Crocella/ “colle pagano”: terrazzamento della fortificazione. (visto da nord).

Il monte è denominato monte Crocella, ma nel passato era colle pagano; un colle Sacro che permetteva di controllare tutto il loro territorio e che aveva facilitato e permesso la scelta dei confini del territorio della touta dei Pentri.

La sommità della collina di Civita Superiore di Bojano ed il colle pagano scelti dai giovani Safini/Sabini/Sabelli divenuti Pentri, godono/godevano di un’altra peculiarità: erano/sono equidistanti dalle capitali dei loro consanguinei: Benevento/Irpini, Montescarchio/Caudini , da Capua (Santa Maria Capua Ventere)/Campani e da Teano/Sidicini   

"BOVAIANOM/BOVIANUM/BOJANO", capitale dei "Sanniti Pentri" equidistante dai centri più importanti degli altri popoli.

“BOVAIANOM/BOVIANUM/BOJANO”, capitale dei “Sanniti Pentri” equidistante dai centri più importanti degli altri popoli. I percorsi dei tratturi (verde).

da monte Crocella, panorama verso est.

da monte Crocella, già “colle pagano”panorama est ed i confini dei “PENTRI” con i “PELIGNI”.

monte Crocelle, panorama verso nord

da monte Crocella, già “colle pagano”, panorama nord: “colle d’Albero” era il confine del territorio dei “PENTRI” e dei “CARECINI”. In primo piano una parte della vasta pianura.

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da monte Crocella, già “colle pagano”: il borgo medioevale di Civita Superiore di Bojano, già insediamento di “BOVAIANOM” (a ds.). In basso la pianura e la città di Bojano; sullo sfondo le montagne che separavano i territori dei “PENTRI” e dei “FRENTANI” di Larino.

Per rendere all’ignaro lettore difficile e confusa la conoscenza della storia dell’Italia antica, in modo particolare quella dei Pentri, alcuni studiosi moderni hanno pensato bene di dare credito a quanto fu ricordato solo nei Parallela Minora di Pseudo Plutarco ( I-II sec. d. C.): il console Fabio Fabriciano, dopo aver conquistata e saccheggiata la città di Touxion, la metropoli dei Sanniti, trafugò e portò a Roma la statua di una Venere Nikephoros.

E’ inverosimile che un evento tanto importante fosse ignorato dagli storici latini e greci.

Chi era Fabio Fabriciano?

Nelle Memorie della Regale Accademia Ercolanese di Archeologia, Volume 9 (1862), alla voce 11 Tuxio, si legge: Questa città sannitica conosciamo da un frammento dello storico Dositeo serbatoci da Plutarco ne’ suoi Paralleli, nel quale si legge: Fabio Fabriciano, cognato di Fabio Massimo, devastando la città di Tuxio, metropoli de’ Sanniti, trasportò a Roma la (statua della) Venere vincitrice ch’essi adoravano, come narra Dositeo nel terzo libro delle cose italiche.

Da internet, in La romanisation du Samnium aux 2e et 1er siècles av. J.-C. di Ecole Francaise de Rome, (1991), si legge: durante gli avvenimenti della III guerra sannitica nel 292 il console Fabio Fabriciano trafugò una statua di Afrodite Nicephoros. Il Nissen. Italische Landeskunde. II, p. 815. identifica in questo passo la città di Aequum Tuticum con l’area … .

Coronelli (1707), nell’elenco dei primi consoli Romani ricordò Q. Fab. Max. Rullianus e Q. Fabius Max. Gurges; ignorava l’esistenza di Fabio Fabriciano.

Nel sito cronologia. Leonardo. it/ dei Consoli Romani non esiste Fabio Fabriciano.

L’Enciclopedia Treccani (1935) giudica i Parallela minora: Probabilmente non autentici sono anche i cosidetti Paralleli minori (………., Parallela minora), una seria d’insignificanti aneddoti paralleli tra Greci e Romani.

M. Rizzi e G. Pini (2006), in una nota riferita a C. Giulio Nepote: La notizia può derivare da quella miserabile accozzaglia d’aneddoti che sono i Parallela minora di Ps. Plutarco.

Se il console Fabio Fabriciano non esisteva nella storia di Roma, esisteva la metropoli di Touxion?

Alla luce dei giudizi negativi sull’attendibilità dei Paralleli minora, alcuni studiosi continuano a proporre le ipotesi più fantasiose per localizzare e per identificare la metropoli Touxion.

Dal sito it.inforapid.org/index.php?search=Touxion: Touxion era 1). una leggendaria metropoli sannita del II secolo a.C., sede del più importante centro giuridico e di una mitica statua di Venere dell’antico Sannio. 2). Occupava un ruolo di netta preminenza su tutte le più rinomate città del Sannio poiché era la sede del più grande touto – il centro dove si amministrava la giustizia – nonché del capo supremo dello Stato sannita, il meddix tuticus. La sua ubicazione è tuttora sconosciuta; alcuni storici antichi comunque parlando di essa si riferivano ad Aequum Tuticum. Lo Pseudo-Plutarco dell’età di Traiano e Cicerone parlarono nei loro scritti di un’altra città sannita, Aequum Tuticum chiamandola però proprio con il nome di “Touxion”. Ad Aequum Tuticum si trovava un’altra statua venerata dai Sanniti, la Venus Victrix, che aveva caratteristiche del tutto similari all’Afrodite Nicefora. Inoltre anche Aequum Tuticum, come Touxion, era una metropoli, ed ancora anche ad Aequum Tuticum si trovava un Touto. Per tali motivi una delle ipotesi attualmente più accreditate è che Touxion fosse l’antico Aequum Tuticum. A Touxion si trovava una grandiosa statua di Venere- l’Afrodite Nicefora di Touxion – veneratissima da tutto il popolo sannita. Attorno ad essa si riunivano per effettuare riti propiziatori gli eserciti sanniti, talmente temuti ed imbattibili da essere condannati da Roma alla damnatio memoriae. Tale Venere era infatti conosciuta come “la dea apportatrice di vittoria”.                                                                 1). una leggendaria metropoli sannita del II secolo a.C.. 2). Occupava un ruolo di netta preminenza su tutte le più rinomate città del Sannio poiché era la sede del più grande touto – il centro dove si amministrava la giustizia – nonché del capo supremo dello Stato sannita, il meddix tuticus: sannita indica  il Sannio, ma nel II sec. a. C. i Romani identificavano i Sanniti con i Pentri, ergo la metropoli Touxion dovrebbe essere localizzata nel loro territorio che aveva già una metropoli: Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Cicerone (I sec. a. C.), nell’Epistulae ad Atticum/VI: Octobris datas et scire vis tuas ego quas acceperim. omnis fere quas commemoras, praeter eas quas scribis Lentuli pueris et Equotutico et Brundisio datas. qua re non oichetai tua industria quod vereris sed praeclare ponitur, si quidem id egisti ut ego delectarer. nam nulla re sum delectatus magis, ignorava che Equotutico potesse identificarsi con Touxion ricordata solo nei Parallela Minora di Pseudo Plutarco.

Livio, Plinio o gli altri storici latini o greci, avrebbero trascurato di ricordare un avvenimento così importante che aveva coinvolto la sede del più importante centro giuridico e di una mitica statua di Venere dell’antico Sannio?

Tagliamonte (2002-2003): L’ideologia della vittoria, del resto, pervade così fortemente di sè il culto, da fare con ogni probabilità assimilare una delle divinità titolari del santuario (di Pietrabbondante, n. d. r.) a quella Afrodite Nikeproros, la cui statua fu trasferita da Touxion (ovvero Cominium Tuticum, cioè Pietrabbondante in nota: sull’identificazione di Pietrabbondante con Cominium (Tuticum), già proposta dall’antiquaria ottocentesca e in anni più recenti da A. La Regina, vedi ultimo Colonna 1996: 128.) a Roma per  1). opera di Q. Fabius Maximus Gurges all’epoca della III guerra sannitica.

1). Per identificare Touxion con Pietrabbondante, alias Cominium Tuticum, Fabio Fabriciano, ricordato dai Parelleli minora, è stato identificato con Fabius Maximus Gurges, che fu proconsole nell’anno 291 a. C., come sostenne Salmon: Il proconsole Fabio Gurgite sgominò i Pentri muovendo attraverso la gola del Matese che si trova all’estremità meridionale del Massiccio del Matese, dove la fortezza di Saepinum non costituiva ormai più un ostacolo, e conquistò la roccaforte di Cominium Ocritum, mentre il console Postumio Megelo, muovendo dall’Apulia, sbaragliava gli Irpini.

Se corrispondesse alla realtà quanto scritto da Salmon,  il territorio interessato dagli scontri  si trova all’estremità meridionale del Massiccio del Matese, dove la fortezza di Saepinum, quindi Cominium Ocritum (Dionisio di Alicarnasso citò Cominio) non può essere identificato con Pietrabbondante che era/è sito al nord del territorio dei Pentri. Inoltre nei Parallela Minora Touxion era ritenuta la metropoli dei Sanniti, forse i Pentri che avevano già la loro metropoli in Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Salmon scrisse: cfr. la storia, probabilmente apogrifa, di un certo Fabio Fabriciano e della statua di Afrodite da lui rubata (e proprio nel Sannio), in Pseudo-Plutarco, Parall. Min. 37).
Per i fatti accaduti nell’anno 292 a. C., Salmon: uno dei consoli, Giunio Bruto, con l’aiuto del proconsole Carvilio Massimo manteneva l’ordine in Etruria, mentre l’altro, Fabio Gurgite, poteva dedicarsi ai Caudini. […]. Solo l’intervento di suo padre, Fabio Rulliano, suo legatus, pare lo aiutasse a risolvere la situazione, permettendogli di procedere all’assalto dei Sanniti. Nel corso della campagna egli (Fabio Gurgite, n. d. r.) catturò Gavio Ponzio che, condotto a Roma, lo seguì quando venne celebrato il trionfo e venne decapitato*. Questa descrizione delle imprese di Gurgite nel 292 è tutt’altro che convincente. Padre e figlio avrebbero ricoperto rispettivamente i ruoli di console e legatus, ma questa è certamente una versione romanzata di ciò che effettivamente accadrà nel 213, quando Quinto Fabio Massimo e suo padre (il Temporeggiatore) si trovarono in tale situazione. * Nella nota, Salmon aggiunse: A proposito dell’anno 292, […]; Suda s. v. Fabius. Forse lo Pseudo-Plutarco, Parall. Min. 37 intendeva collegare a questa circostanza l’aneddoto apogrifo riguardante Fabius Fabricianus (sic) che saccheggia una statua di Afridite Nicefora (da Aequum Tuticum?).

Luciana Aigner-Foresti (2005): Nel VI secolo a. C. le singole comunità disponevano di un centro di riunione a carattere protourbano: quello degli Irpini era, alla fine del IV secolo a. C., Aequum Tuticum (CIL IX, p. 122), 1). dei Sanniti Pentri Touxion-*Tuticum (Plut. Mor. 315 A-B. n. 37 B; Colonna 1996, pp. 107 ss.) 2). più che il Bovianum (= Piarabbondante [sic])  nominato da Livio (IX, 31, 4); capoluogo dei Marrucini era Marruvio, la touta ( Ve 218; ST MV 1); Petelia (oggi Strongoli) vicino a 3). Crotone era la “città madre” dei Lucani (metropolis ton Loukanon: Strab. VI, 1, 3, C 254), Consentia  (oggi Cosenza) dei Bretti (metropolis Brettion: Strab. VI, 1, 5 C  256). 

1).  2). Hanno dato credito a Pseudo-Plutarco, Parall. Min., unica testimonianza bibliografica, ma non a Livio (IX, 31, 4), il cui riferimento non era all’odierna Pietrabbondante (non Piarabbondante), bensì alla odierna Bojano, la pentra Bovaianom e la romana Bovianum.   

Livio scrisse: Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque = era questa (Bovaianom/Bovianum/Bojano, n. d. r.) la città capitale dei Sanniti Pentri la più ricca ed abbondante di armi e di uomini.

3). L’autore latino dedicò alla città di Crotone lo stesso elogio fatto a Bojano: Crotonem, Graeca urbem, circumsedit, opulentam quodam armis virisque. (A. U. C., XXIII, 30, 6).

Livio, in occasione dello scontro tra i Romani ed i Cartaginesi nei pressi di Gerione (217 a. C.), scrisse: Con l’intervento successivo del sannita Numerio Decimio le sorti della battaglia ritornarono in favore dei Romani. Si racconta che costui, per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano ottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Possibile che Livio ignorasse l’esistenza di Touxion?

Possibile che anche Plinio ignorasse l’esistenza di Touxion, dopo che aveva letto, come scrisse: circa 2.ooo volumi (ben pochi dei quali sono usati dagli studiosi, a causa della oscurità della materia) di autori antichi scelti?

Cicerone, vissuto prima di Livio e di Plinio, era consapevole della preminenza di Bovianummetropoli dei Pentri, nei confronti di altri insediamenti sanniti: Frentani, homines nobilissimi; Marruccini item pari dignitate: Teano Apulo atque Luceria, equites Romanos, homines honestissimos, laudatores videtis: Boviano, totoque ex Samnio quum laudationes honestissime missae sunt, tum homines amplissimi nobilissimique venerunt.

In merito alla statuta della dea Venere– Afrodite Nicefora trafugata a Touxion, anche in Bovianum era vivo il culto di Venere, tant’è che nel I sec. a. C. fu edificato un tempio a Venere Celeste Augusta.

Se dapprima i Romani considerarono il Sannio l’area che includeva solo i territori dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini ed a partire dalla fine del III sec. a. C., solo il territorio dei Pentri; quante erano le metropoli nel suo territorio?

Metropoli: 1). Città più importante o capitale di uno stato o di una regione; città molto estesa territorialmente, caratterizzata da un grande sviluppo urbanistico e demografico. 2). Presso gli antichi greci, la città madre o la madrepatria in relazione alle colonie fondate altrove.
Stando alle due definizioni, soprattutto la seconda, la metropoli di un popolo era una sola città: farebbe eccezione il territorio dei Pentri?
Una metropoli che i settemila giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti Pentri fondarono sulla collina posta a settentrione del massiccio del Matese che dominava/domina la vasta pianura e le vie di comunicazioni verso l’Apulia e verso la costa del mare Adriatico, allora conosciuto come golfo jonico; sempre protagonista e ricordata dagli storici greci e latini sempre con dovizia di particolari.

La Regina (1984): Forme di insediamento. …, per quanto riguarda la fase pre-romana, è possibile affermare che il nuovo ordinamento dovette tener conto in certa misura delle condizioni di maggior sviluppo che si erano già determinate in alcuni centri. Questo, sappiamo per certo, doveva essere il caso di Bovianum, che la tradizione antica ci rappresenta come centro preminente nel Sannio, almeno a partire dalla fine del IV sec. a. C.. Lo stesso vale per Saepinum.

Preminente nel Sannio, almeno a partire dalla fine del IV sec. a. C.: nel IV sec. a. C., per i Romani il Sannio identificava la vasta area che comprendeva i territori dei Carecini, degli Irpini, dei Caudini e dei Pentri di cui Bovianum/Bojano era la capitale.

Non si comprende perché successivamente La Regina: La maggiore fortuna di Bovianum, che divenne il centro di gran lunga preminente dei Sanniti Pentri dopo la distruzione di Aquilonia (293 a. C.) e dopo la fondazione delle colonie latine di Beneventum (269 a. C.) e di Aesernia (263 a. C.) si dovette proprio alla accresciuta importanza della strada che collegava queste due ultime città.

Per Livio che ricordò gli avvenenimenti dell’anno 311 a. C., Bovianum/Bojano era già la capitale dei Sanniti-Pentri di gran lunga la più ricca di armi e di uomini: molto prima dell’anno 293 a. C. e  fin dalla sua fondazione, la città era il centro di gran lunga preminente dei Sanniti Pentri.

Moscati (1999): …; all’area interna appartiene, ed è particolarmente segnificativa anche la cronologia, l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano. V’è innanzitutto, materiale, materiale di corredo femminile in brozo, costituito da fibule ad arco con appendici in forma di ghiande, anelli e bracciali riccamente lavorati. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinanzi a testiminianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica. Successivamente, scendendo fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie.      

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“BOVAIANOM”/Bojano: fibula ad arco serpeggiante ….  (sec. X-IX  sec. a. C.).

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“BOVAIANOM”/Bojano: cuspide di lancia sec. a. C.ancia X-VII a. C. (De Benedittis, 2005).

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  “BOVAIANOM”/Bojano: tazze-attingitoio età del ferro.   ( da De Benedittis, 2005).

Il  ruolo svolto da Bovaianom/Bovianum/Bojano fu evidenziato da Salmon: Questa città, quale < capitale > dei Pentri, la più potente tribù sannita, fu sempre l’obiettivo supremo di Roma, e gli scrittori romani la nominano ogni volta che vogliono essere più sensazionali del solito, tanto che la notizia della sua cattura è data non meno di tre volte.

L’obiettivo supremo di Roma era la sua conquista, la sua occupazione, ma prima che la città fosse rasa al suolo nell’anno 89 a. C. da Silla, i Romani, pur avendola conquistata, ritennero di non fondare una colonia nel suo territorio: una dimostrazione di  < rispetto > per la metropoli rivale con cui Roma condivideva la sacralità della fondazione.

Godeva di sovranità limitata, tant’è vi trovarono rifugio i reduci sanniti dopo la caduta di Aquilonia (293 a. C.); Livio: La schiera dei fanti che scampò alla battaglia, fu ricacciata verso l’accampamento o verso Aquilonia; la nobiltà e i cavalieri si rifugiarono a Boviano/Bojano. […]; il resto della colonna, incolume, com’era naturale in tanta confusione, giunse a Boviano/Bojano.

Sovranità limitata che vide i Pentri alleati di Roma in occasione della presenza di Annibale nei territori centro meridionali della penisola italica;
Livio: Con l’intervento successivo del sannita Numerio Decimio le sorti della battaglia (presso Gerione, primavera del 217 a. C., n. d. r.) ritornarono in favore dei Romani. Si racconta che costui, per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano ottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Sovranità limitata con i consoli romani accampati nella pianura, nei pressi di Bovianum/Bojano; Livio: Notizie di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano.
Sovranità limitata che permise agli indomiti Pentri di riorganizzarsi ed iniziare un grande sviluppo edilizio dei loro insediamenti distrutti dalle guerre e preparare il loro ultimo moto insurrezionale (91- 88 a. C.) che si sarebbe concluso con la Guerra Sociale che vide Bovianum, dopo Corfinium, capitale della Lega Italica.

Bovaianom/Bovianum/Bojano era la metropoli dei Sanniti Pentri, la storia lo testimonia anche nell’epoca medioevale, quando divenne il capoluogo della omonima contea normanna che si estendeva su gran parte del territorio già dei Pentri.

Cadono nell’oblio le città, a volte mai esistite, che non hanno svolto nella storia un ruolo da protagoniste, la loro esistenza ed il loro ruolo il più delle volte non sono documentati, ma sopravvivono solo con il sostegno di qualche  < autorevole parere >.

Oreste Gentile.

ALMOSAVA.

febbraio 3, 2013

ALMOSAVA è il nome di una nuova circoscrizione amministrativa-socio-sanitaria che comprende alcuni comuni delle province di L’Aquila, Chieti, Isernia e Campobasso.

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dal sito ALMOSAVA: il territorio “sangro-molise-vastese”.

ALMOSAVA, è acronimo di AL-to MO-lise SA-ngro VA-stese, sta a indicare quella terra che, intorno al corso medio alto del Sangro, con il Verrino e l’Alto Trigno, fu il luogo di origine della nazione sannita che almeno cinque secoli (VI-I a. C.) ebbe il suo cuore pulsante tra Castel di Sangro, l’antica Aufidena, gli altopiani di S. Pietro Avellana, Carovilli, Capracotta, Pescopennataro, Agnone e Pietrabbondante. Quelli che oggi sono i territori di confine, in origine confini non avevano. Fu da qui, secondo il Mommsen le cui teorie oggi vengono confermate dai più recenti scavi di Pietrabbondante, che essi fecero migrare generazioni di giovani per espandersi nelle valli di Isernia-Venafro e Bojano-Sepino per costituire i Pentri e poi, un secoli di primavere sacre, verso Benevento e la Campania per formare Caudini, Hirpini e Lucani. Il santuario di Pietrabbondante fu il luogo politico e sacro ove tutti i Sanniti si riconobbero come nazione fino alla fine (82 a. C.).

Il territorio di ALMOSAVA (rosso) ed il MOLISE (bianco. azzurro prov IS)) le migrazioni (giallo) verso Venafro-Isernia. Bojano-Sepino, Verso la Campania e la Lucania (giallo).

Il territorio di ALMOSAVA (rosso) ed il MOLISE (bianco. azzurro prov IS)) le migrazioni (giallo) verso Venafro-Isernia. Bojano-Sepino, Verso la Campania e la Lucania (giallo).

Peraltro, il Territorio dell’ALTO MOLISE ALTO SANGRO e L’ ALTO VASTESE, da Opi a Pietrabbondante, da Alfedena a Trivento, da Castel di Sangro ad Agnone, coincidono con l’ALTO SANNIO, territorio della primaria GENS SANNITICA, che ha dato vita a tutte le altre GENS SANNITICHE. In questo territorio è venuta affermandosi la parola Italia.                                                                                                                               Gli storici di tutte le epoche ignorano il nome della popolazione che abitava il territorio di ALMOSAVA, ma concordano nel tramandare che le migrazioni dei Sabini, legate al ver sacrum, iniziarono intorno all’VIII sec. a. C. ed il popolo dei Pentri si originò dalla Sabina e non da una migrazione dall’ALMOSAVA o ALTO SANNIO.

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Il territorio dei SABINI (giallo) e la direzione delle migrazioni (giallo)

Il territorio dei "PENTRI" (cofini rosso) ed i tratturi (verde): 1) Pescasseroli-Candela. 2) Castel di Sangro-Lucera. 3) Celano-Foggia. 4) Matese- Cortile- Centocelle.

Il territorio dei “PENTRI” (cofini rosso) ed i tratturi (verde): 1) Pescasseroli-Candela. 2) Castel di Sangro-Lucera. 3) Celano-Foggia. 4) Matese- Cortile- Centocelle.

Scrisse Cianfarani  (1978): I Frentani per la loro ascendenza e i Carecini per la loro localizzazione appaiono in stretto rapporto con i Sanniti Pentri; a costoro che di tutte le genti sannitiche costituivano il nerbo, va riferita la leggenda della migrazione sabina, alla quale, in virtù del mitico bove, s’è voluta altresì riportare l’origine di Bovianum, l’attuale Boiano.                                                                                                        Pallottino (1984): Al nucleo originario (dei Sabini, n. d. r.) si ricollegano, con differenziazioni verosimilmente più tardiva, diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, ecc.); mentre più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise (Pentri e Frentani, n. d. r.) e della Campania (Irpini e Caudini, n. d. r.), dalla cui diaspora gemmeranno in piena età storica i Campani, i Lucani, i Bruzi.
La Storia insegna che i popoli italici di origine Sabina, i Pentri, i Peligni, i Carecini, i Frentani di Larino, gli Irpini ed i Caudini, non ignoravano i confini e delimitarono i loro territori con confini precisi, rappresentati dalle montagne, dalle colline e dai corsi d’acqua.
ALMOSAVA era il cuore pulsante tra Castel di Sangro, l’antica Aufidena, gli altopiani di S. Pietro Avellana, Carovilli, Capracotta, Pescopennataro, Agnone e Pietrabbondante; ma Castel di Sangro, ovvero il municipio romano denominato Aufidena, l’insediamento sannitico di Aufidena-Alfedena, oggi in provincia de L’Aquila, gli altopiani di S. Pietro Avellana, Carovilli, Capracotta, Pescopennataro, Agnone e Pietrabbondante, al pari dei territori pertinenti a Castiglione Messer Marino, Schiavi d’Abruzzo, Torrebruna, tanto per citarne alcuni, oggi in provincia di Chieti, fecero sempre parte del territorio dei Pentri fin dalla sua occupazione da parte dei giovani migranti Sabini.

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Il territorio dei “PENTRI” (confine rosso): provincia di Isernia (azzurro), alcuni comuni delle provincie di L’Aquila e di Chieti e parte della provincia di Campobasso (nero).

Al di là di dei confini del territorio dei Pentri, verso nord est, c’erano i loro consanguinei Carecini, con gli odierni centri di Montenerodomo (Juvanum) e Casoli (Cluviae) ed i Frentani di Lanciano e di Larino.
L‘ALTO SANNIO delimita un territorio che non è mai esistito nella storia; Salmon (1984) localizzava nel Sannio le quattro tribù di origine Sabina : Caudini, Sannio occidentale; Irpini, Sannio meridionale; Pentri e Carecini, Sannio settentrionale.

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Il “SANNIO”: 1) “Carecini” e 2) ” Pentri”, Sannio Settentrionale. 4) “Irpini”, Sannio meridionale. 5) “Caudini”, Sannio occidentale.

ALMOSAVA, fu il luogo di origine della nazione sannita che almeno cinque secoli (VI-I a. C.) ebbe il suo cuore pulsante tra Castel di Sangro, l’antica Aufidena, gli altopiani di S. Pietro Avellana, Carovilli, Capracotta, Pescopennataro, Agnone e Pietrabbondante.

La stima dei cinque secoli (VI-I a. C.) è riduttiva per la storia dei Pentri: le recenti scoperte delle necropoli nel territorio della piana di Bojano, hanno restituito una Fibula ad arco serpeggiante (…). Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo (reperti Del Pinto);

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mentre all’ età del ferro (X sec. a. C.), appartengono numerose tazze-attingitoio (foto de Benedittis),

reperti

roccheti, bracciali, saltaleone, laminette con borchie, fibulependagli, umbone di scudo, pugnale, puntale di fodero di spada, coltello;
all’ X-VIII sec. a. C., 3 cuspide di lancia di bronzo;

reperti 2

al VII sec. a. C., bracciali a spirale di bronzo, fibula ad arco serpeggiate, anelli ad astragali di bronzo, tanto per ricordare i più antichi che furono utilizzati dai nostri progenitori Pentri, di origine Sabina.

Oreste Gentile