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IL CAMMINO DA SULMONA AL BOSCO MAZZOCCA DI RICCIA DEL DIMISSIONARIO E FUGGIASCO PAPA CELESTINO V.

maggio 26, 2020

Nella biografia Vita et Miracoli di San Pietro del Morrone. Già Celestino Papa V. Autore della Congreg. De Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedeto. Raccolta Dal P. Don Lelio Marino Lodeggiano Abbate Generale della medesima Congregazione (1630), il Cap. III. del Libro IIII , con il titolo: Il Santo fugge anco, e stà nascosto in diversi luoghi, descrive il viaggio che l’ottantaseienne Papa dimissionario e perseguitato intraprese dalla Cella del Morrone, cioè del luogo di Sant’Onofrio tanto segreto […], se ne partì da là per andarsene in una vastissima selva di Puglia, la qual era lontana dal Monte Morrone il viagio di quattro giorni, & haveva inteso esser’ habitata da alcuni romiti servi d’Idio. […]. Fuggiva il Santo in paesi a lui stranieri per non esser conosciuto […].
Si era nel mese di febbraio dell’anno 1295, che la partita del Santo da Napoli, scrisse Marino, fù nel fine dell’anno 1294, […]. Verso il principio del mese di Marzo dell’istesso anno (1295, n. d. r.), si ritirò nella selva di Puglia, e vi si fermò fin’ al principio del mese d’Aprile ò puoco doppò, essendo che corse quell’anno la Pasqua a 3. Aprile. […].
La presenza del dimissionario Papa nella selva di Puglia, venne all’orecchie d’un certo Abbate dell’ Ordine di San Benedetto delle vesti nere, non solamente che il santo era fuggito dal Morrone & dall’Abruzzo, ma ancora che faceva vita occulta nella Puglia & in questa Selva.
Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma Quarata propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria) nella Puglia detta da gli Geografi Peucetia Hora terra di Bari. […]. Il giorno stesso della Domenica delle Palme 27. di Marzo, scrisse Marino, venne & arrivò in quella Selva con sette altri Monaci in sua compagnia […].
Qual sia questa Selva nella Puglia, dove il Santo stava nascosto, non fù dichiarato e lasciato scritto da gli autori, & difficile il saperlo, perché dicono che dall’Apruzo andando in Puglia tutto il paese sia pieno di selve.
Tuttavia prima che si entri nella Puglia piana per la parte de i Monti mediteranei vi hà tra gli Monti, vicino dove si dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua fin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti; Vi sono ancora altre selve come quella di San Leonardo, & quella dell’Incoronata, che è tra Fogia & la Cerignola molto grande, dove pur stanno molti Romiti & è più credibile che il Santo stesse in questa, perché vicina à Quarata, & lontana dal Morrone le quattro giornate, & da San Giovanni in Piano da una e meza, ò due.
La narrazione di Marino, pur ricca di particolari geografici e religiosi, è alquanto confusa, ma le tessere del mosaico esistono e possono essere collocate nel posto giusto per localizzare ed identificare il luogo dove soggiorno il fuggiasco Pietro di Angelerio.
Il biografo, pur ammettendo le difficoltà per localizzare ed identificare la Selva nella Puglia, preferì indicare quella dell’Incoronata, che è tra Fogia & la Cerignola molto grande, motivando: perché vicina à Quarata, & lontana dal Morrone le quattro giornate, & da San Giovanni in Piano da una e meza, ò due. Il dimissionario e fuggiasco Papa Celestino V era alla ricerca di un luogo solitario e quanto più lontano dalle strade più frequentate e dalle città.
La selva dell’Incoronata, oltre ad essere nei pressi di vie di più frequentate, era anche vicina alla città di Foggia. (vedi figura).

Il territorio interessato dalla descrizione di Marino. 

La scelta di Marino di preferire la selva, quella dell’Incoronata, non fu influenzata dalla sua distanza dalla Cella del Morrone o dal monastero di San Giovanni in Piano, bensì, come esamineremo, dalla località denominata Quarata, dove era sito il Monastero benedettino retto dall’Abbate che fece visita al dimissionario Papa.
Quarata è determinante per dissipare ogni dubbio, alla luce di quanto scrisse lo stesso Marino: Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma Quarata propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria).
Quale sia il nesso tra di Corata e Quaranta, non è dato sapere; quest’ultima era l’antico nome dell’odierna città di CORATO che andò in disuso per volere di Federico II (1194-1250). Nella città di Corato (Quarata) esisteva un convento, dedicato a Santa Maria Annunziata, all’interno delle mura cittadine, nei pressi della Porta delle Monache.
Nel quale già dalla fine del ‘400 risiedevano le monache Benedettine. Queste consacrate erano presenti nel territorio a partire dal XIII secolo, nel vicino complesso, extra moenia, di S. Maria Vetere (oggi S. Domenico ); per motivi di sicurezza scelsero di trasferirsi all’interno del nucleo urbano di Corato, sul sito in questione che era a ridosso della cinta muraria.
Già al tempo in cui scrisse Marino, anno 1630, il toponimo Quarata era stato abolito da Federico II certamente prima del 1250, anno del sua morte, ergo all’epoca della fuga di Papa Celestino V, inizio dell’anno 1295, CORATO era il toponimo della città pugliese.
Il monastero di Quarata, luogo di provenienza dell’Abbate e da sette altri Monaci (NON monache Benedettine) in sua compagnia che incontrarono il dimissionario Papa, era un monastero femminile, come testimonia anche G. Gabrieli in Il monachismo in Puglia. Saggio elencativo e bibliografico; non era presente nel Quadro del patrimonio cassinese e sua floridezza economica e nel diploma
dell’anno 1137 dell’imperatore Lotario III di Supplimburgo.
Marino non tenne in considerazione quanto lui stesso aveva scritto: Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma preferì correggere e sostituire di Corata con Quarata, precisando: propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria) nella Puglia.
Si ignorano i motivi che indussero Marino ad emendare di Corata, il nome del monastero da cui proveniva l’Abbate, sostituendolo con Quarata.

di Corata era l’alterazione di Decorata, una località tutt’oggi esistente nella provincia di Benevento ed a confine con il territorio pertinente alla città di Riccia, conosciuta nel passato con il toponimo laRiccia o la Riccia che altro non è se non l’Ariccia ricordata da Marino: Tuttavia prima che si entri nella Puglia piana per la parte de i Monti mediteranei vi hà tra gli Monti, vicino dove si dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua fin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti.

l’Ariccia fu ricordata da Ciarlanti (1644): Fè nel 1286. che la Riccia, ch’era nel Giustitiariato di Capitanata, si mettesse nel Giustitiariato di Terra di Lavoro, e di Contado di Molisi, che li tornava più commodo.

Nella cartina: laRiccia e una selva grande: il Bosco Mazzocco ed il Bosco Decorato.

Sono proprio le descrizioni del territorio tramandate da Marino a permettere di localizzare il rifugio del fuggiasco e dimissionario Papa Celestino V.
Esiste ancora oggi una vasto bosco che, estendendosi tra i centri di Riccia, Tufara, Decorata, Baselice e Foiano, termina all’inizio della vasta pianura dauna.

Decorata, ricordata da Marino come di Corata, era ed è una località distante poco più di 12 km. a piedi da l’Ariccia (Riccia), ma era ed è sita del vasto bosco omonimo, dove dall’anno 1051 esisteva un monastero: il monisterii Sanctae Mariae, in loco dicto Decoratae che conferma quanto lo stesso Marino aveva scritto: Il monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico; ergo, di Corata = Decoratae.

Il territorio (cerchio verde punteggiato) interessato dalla presenza del dimissionario Papa Celestino V. Confine (linea bianca tratteggiata) tra i monti dell’Appennino e la vasta pianura dauna.

D. G. Barbarulo scrive in merito: Decorata nel 1051 fu sede di un cenobio benedettino. […]. Il conte Nubilone o Nubolone, signore di Ponte di Castel Vipera e di altre terre, insieme a suo figlio Riccardo fondò nel settembre 1051 un monastero nel bosco con chiesa dedicata a Santa Maria di Decorata, come è detto nell’Instumentum fundationis monisterii Sanctae Mariae, in loco dicto Decoratae alla presenza di Robertum Buianensem episcopus e diversi signori dei luoghi vicini. […]. Passò poi ai monaci cassinesi, che spesso si contendevano diritti di potestà su altri monasteri del circondario, come attesta una lite del 1142 tra Guisenolfo, abate di
Santa Maria in Balneo nel territorio di Ripa Literni e Potone, abate di Santa Maria Decorata. Nel 1151 il Papa Anastasio IV, con la bolla “In Eminenti” conferma l’abbazia di Decorata a Pietro, arcivescovo di Benevento e nel 1156 il Papa Adriano IV con la bolla “Et Rationis Ordo” la riconferma a Enrico, arcivescovo di Benevento. Il monastero di Decorata è ricordato in altri documenti del 1300 sempre per questioni di rendite e di affitti di terreni, appartenenti a tale comprensorio, nel territorio molisano; nel 1335 si ha notizia anche di una causa vertente tra Simone de Molisio, feudatario di Castelvetere, e Nicola, abate del monastero di Santa Maria di Decorata. Nel 1374 l’abate di Decorata è elencato tra gli abati della diocesi di Benevento, che avevano l’uso della mitria e della croccia, cioè del baculo, in occasione del Concilio Provinciale dell’Arcivescovo di Benevento Ugone.
Per lungo tempo il territorio di Decorata appartenne ai monaci; nel 1794 la chiesa, il monastero e il feudo furono comprati per 61.620 ducati dal principe di Colle Vincenzo Maria Di Somma, divenendo così di proprietà privata. Oggi di quell’antico monastero resta solo qualche rudere; la vecchia cappella è stata sostituita da una più moderna e funzionale, ultimamente abbellita con dipinti eseguiti dalla pittrice Gabriella D’Aiuto, a dimostrazione dell’importanza che tale luogo di culto riveste ancora per i Decoratesi.
Marino ricordò la selva grande nella quale habitano molti nel XII secolo: come non ricordare che tra i molti Romiti, vi erano stati: il beato Giovanni da Tufara ed il beato Stefano Corumano di Riccia ?
La storia, scrive D. G. Barbarulo, ricorda anche il monastero di “Gualdo Mazzocca in Foiano V.F. (BN) nel 1170, fondato dall’eremita Giovanni da Tufara: Dopo aver cercato invano un luogo solitario sul Gargano, trovò finalmente il suo eremo su un’altura nell’immenso bosco di Mazzocca tra Baselice e Foiano e lì si fece costruire nella roccia una piccola cella; ma la fama delle sue mirabili virtù di carità e di pietà si diffuse rapidamente, tanto che in molti giungevano all’eremo, per venerarlo e seguirlo. Da essi fu costretto a fondare un “oratorio” e un “milite” della città di Troia, di nome Milone, costruì una chiesa in onore della Madonna. Successivamente l’eremita Giovanni sentì la necessità di fondare un monastero per la necessità della congregazione e per le molte persone che vi giungevano. […]. Il Monastero, già dopo la morte dell’Eremita (1170), aveva tre “dipendenze”, a cui si aggiunsero successivamente altre, non solo in territorio sannita, ma anche in territorio pugliese. La considerazione, di cui godeva il Monastero, è dimostrata dai numerosi lasciti e
donazioni, sia da parte delle pubbliche autorità dei luoghi appartenenti alla badia, sia da parte della gente comune, sia da parte di notabili (conti e baroni che dominavano nei vari feudi). In questo modo il Monastero del Gualdo accrebbe il suo patrimonio e aumentò sempre più il suo prestigio. Il Monastero del Gualdo, divenuto poi Abbazia, fu anche un fiorente centro culturale e di studi, come è confermato in un manoscritto, che si conserva presso la Biblioteca Apostolica Vaticana catalogato come Codice Vaticano Latino 5949, che fu scritto a Mazzocca tra il 1197 e il 1209, dove restò fino al XV secolo, passando poi a S. Sofia di Benevento e di lì al Vaticano; il
manoscritto è prezioso, perché costituisce uno splendido esemplare di scrittura beneventana, ma anche per la decorazione e per il contenuto. Il Monastero conservò il suo massimo splendore fino al 1400, quando cominciò la decadenza. La presenza di religiosi di diversi ordini, alcuni provenienti dal Nord, cessò definitivamente durante la peste del 1656.
Il “cammino” intrapreso dal fuggiasco Papa dimissionario, interessò una parte dei territori dell’Abruzzo e del Molise, coinvolgendo i 2 tratturi: il Celano-Foggia, fino a Castel di Sangro, ed il Castel di Sangro-Lucera, da Castel di Sangro a Campodipietra, abbandonandolo per salire verso il territorio di l’Ariccia/Riccia
Il perseguitato e dimissionario Papa Celestino V, all’età di circa 86 anni, scrisse Marini, impiegò quattro giorni per raggiungere dalla Cella del Morrone (Sulmona) una vastissima selva di Puglia, ma per quanto riferito dallo stesso biografo, la sosta avvenne nella località che dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua sin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti.
Dalla Cella del Morrone, nei pressi di Sulmona, utilizzando il tratturo Celano- Foggia fino alla città di Castel di Sangro, la distanza a “piedi” di 45, 1 km. si percorre (dati google) in 9 h. e 55 m..
Da Castel di Sangro fu percorso il tratturo Castel di Sangro-Lucera, conosciuto e già utilizzato dall’illustre fuggiasco (quando all’età di 20 anni si trasferì da Sant’Angelo Limosano, suo paese natale, a Castel di Sangro) per raggiungere la località dice lAriccia (Riccia), una selva grande (bosco Mazzocco/a), che si continua sin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti: la distanza per un percorso a “piedi” (dato google) è pari, escludendo un improbabile sosta a Sant’Angelo Limosano, a circa 100 km..
Pertanto: SulmonaCastel di Sangro = 45 km. + Castel di SangroRiccia 100 km. = 145.km. in quattro giorni (145 km.: 4 gg. = 36 km. al giorno).

L’itinerario da Sulmona a Riccia. Tratturo Celano – Foggia da Sulmona a Castel di Sangro (a) + tratturo Castel di Sangro – Lucera da Castel di Sangro a Riccia (l’Ariccia) (b + c). N. B. Il tratto b +
X fu il percorso scelto in occasione del 1° viaggio da Sant’Angelo Limosano a Castel di Sangro.


L’altro “cammino” è il trasferimento dalla selva grande (l’Ariccia/Riccia) al monastero di San Giovanni in Piano, l’itinerario più breve (dati google) è di circa 84 km. in 17 h. 47 min. : 2 gg. (stimati) = 42 km. al giorno), che Marino valutò: strada e viaggio d’una gionata e meza, o due al più, & il Santo Vecchio ottogenario faceva il viagio a piedi, NON dalla selva grande (l’Ariccia/Riccia), bensì da quella dell’Incoronata di cui si riportano per dovere di informazione le distanze ed i tempi di percorrenza dei 3 itinerari: a 64 km. : 2 gg. (stimati) = 32 km. al giorno. b 65 km. : 2 gg. (stimati) = 32.5 km. al giorno. c 65.5 km. : 2 gg. (stimati) = 32.7 km. al giorno; 3 itinerari da escludere in quanto attraversava la città di Foggia ed il suo territorio, mentre i fuggitivi avevano sempre evitavano i luoghi più frequentati per non essere riconosciuti. (vedi figura).

 

Successivamente il dimissionario Papa si trasferì dal monastero di San Giovanni in Piano a Rodi Garganico per l’imbarco verso l’oriente.

L’itinerario che fu scelto partendo dal rifugio della selva grande, permise di non utilizzare la via Sacra Langobardorum da secoli frequentata dai pellegrini che volevano da Roma e da Benevento raggiungere il santuario di Monte Sant’Angelo.

 

La Via sacra Langobardorum (nera): Benevento-Troia-Foggia- Siponto-Monte Sant’Angelo.

Il mare in burrasca per più giorni e ad ogni tentativo, rigettò a riva i fuggiaschi a circa cinque miglia dalla Città de Vesti (Vieste) i cui abitanti riconobbero tra i fuggiaschi il dimissionario Papa Celestino V che fu presto < prigioniero > del Capitano (cos’ chiamano il Podestà ò Governatore) di quella Città, che non è molto al lido del mare stà il Santo Fra’ Pietro coi compagni.

Da < prigioniero >, da Vieste iniziò un nuovo viaggio verso la città di Anagni dove risiedeva il suo successore, Bonifacio VIII.
Questo fu un altro “itinerario” percorso da Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria; non da uomo libero, ma da    < prigioniero >.

Oreste Gentile.

ANNIBALE NEL “SANTUARIO ITALICO” DI PIETRABBONDANTE ?

maggio 23, 2020

Un aggiornamento all’articolo https://molise2000.wordpress.com/2016/04/02/annibale-nel-territorio-dei-sanniti-pentri.

Come è mio solito, ho letto con molta attenzione l’intervista al prof. Simone Boccardi in merito alla scoperta di un vero e proprio “tesoretto” costituito da 342 monete di bronzo e argento nelle campagne di scavo dell’anno 2010: […]. a Pietrabbondante, sede del santuario che rappresenta il fulcro politico-religioso dei Sanniti Pentri [].

Per quanto tramandano le bibliografie, il santuario di Pietrabbondante solo nella fase preparatoria (fine III-II sec. a. C.) alla Guerra Sociale o Guerra Marsica (91-88 a. C.), DIVENNE il fulcro politico-religioso, non solo del popolo dei Sanniti/Pentri, ma di tutti i popoli, cosiddetti Italici ribellatisi al potere di Roma.

La Regina (1966), in merito al santuario di Pietrabbondante, scrive: Il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d’AbruzzoSan Giovanni in Galdo, Roccaspromonte, e Macchia Val Fortore. Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benchè segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a. C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri[…]; mi permetto di aggiungere: di tutti i popoli italici, ossia Marsi, Peligni, Vestini, Marrucini, Asculani, Frentani, Irpini, Pompeiani, Venusini, Iapygi, Lucani.

Nell’apprendere la Storia dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, mi sono già interessato alla presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dei Sanniti/Pentri e, fino ad ora, NON ho trovato una fonte bibliografica antica che confermasse la sua presenza; anzi, la scoperta delle monete da parte del prof. Boccardi rafforza la mia convinzione.

Gli autori da me consultati sono Polibio e Tito Livio: ampiamente illustrarono quanto accadde nella penisola italica con la presenza di Annibale e del suo esercito.

Conseguì una serie di vittorie: presso il fiume Ticino (novembre 218 a. C.), presso il fiume Trebbia (18 dicembre 218 a. C.), presso il lago Trasimeno (24 giugno 217 a. C.) e presso il fiume Ofanto, a Canne (2 agosto 216 a. C.).

L’unica sconfitta prima di Canne avvenne nel territorio dei Sanniti/Frentani, presso Gerione (estate anno 217-primavera anno 216 a. C.), località non lontana dal confine con i Sanniti/Pentri. (vedi in seguito figura).

Tutti gli itinerari di Annibale e del suo esercito furono descritti dai Polibio e Livio, NESSUNO ricordò un itinerario attraverso il territorio dei Sanniti/Pentri: l’unico popolo della stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita sempre alleato con Roma nella buona e nella cattiva sorte.

Un’alleanza dimostrata sia in occasione della vittoria romana presso Gerione (prima della disastrosa sconfitta di Canne), quando Numerio Decimio, sannita/pentro di Bovianum/Bojano, con un contingente di 500 cavalieri e 8.000 fanti venne in soccorso dell’esercito romano; sia dopo la sconfitta di Canne, per la presenza degli accampamenti dei Romani, scrisse Livio, nel territorio di Bovianum/Bojano.

Polibio e Livio descrissero l’itinerario seguito da Annibale e dal suo esercito dopo la vittoria presso il lago Trasimeno: NON esisteva un passaggio o una sosta nel territorio dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Itinerario di Annibale lungo la costa adriatica dei popoli di origine Safina/ Sabina/Sabella /Sannita dopo la vittoria del lago Trasimeno (1) da Spoleto (2) al territorio dei Dauni. Lontano il territorio (giallo) dei Sanniti Pentri.

Una domanda più che lecita: Annibale avrebbe saccheggiato UNICAMENTE il santuario di Pietrabbondante, lasciando indenni i santuari esistenti nei vicini insediamenti di Vastogirardi, a poco più di 14 km. e di Schiavi d’Abruzzo a poco più di 31 km., localizzati a nord del territorio dei Sanniti/Pentri, alleati dei Romani ? (vedi figura).

Il territorio dei Sanniti/Pentri. I percorsi dei Tratturi. I probabili itinerari di Annibale dal lago Trasimeno alla Daunia lungo la costa adriatica (vedi figura precedente).

Come si può immaginare, l’esercito cartaginese, la cui strategia prediligeva le zone pianeggianti, inoltrarsi fino alla quota di circa 1. 027 m. s.l.m., in un territorio collinare e montuoso pieno di insidie, per andare UNICAMENTE a saccheggiare il santuario di Pietrabbondante ?

Descritto da La Regina: segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione. (vedi figura).

Come si possono ipotizzare dei saccheggiatori cartaginesi, avidi di preda, che dimenticano, oltre ad un cospicuo numero di armi, sono stati stimati 200 elmi ed oltre 300 monete di bronzo e argento (per l’esattezza 342), che rappresentano, come ha dichiarato Boccardi, il pagamento fornito da Roma ai suoi alleati, quali erano i Sanniti Pentri durante il secondo conflitto punico, per il sostentamento delle spese belliche ?

Polibio, né Livio hanno ricordato la distruzione del santuario sannita/pentro di Pietrabbondate; una notizia non da poco, visto che, scrisse Livio: E’ difficile che si siano potute perdere le tracce del passaggio di un esercito così grande.  

Quando sarebbe avvenuto il saccheggio ?

Esamineremo 2 ipotesi

La 1^ esamina quanto accadde intorno all’anno 217 a. C.: Annibale dopo aver “scorrazzato” nella Daunia, scrisse Livio: Allorchè parve sufficiente il riposo concesso ai soldati che erano più lieti di far preda e saccheggiare che riposarsi e di oziare, Annibale, mosso il campo, devastò il territorio Pretuziano e Adriano e quello (Dauno) intorno ad Arpi e a Lucera nella vicina regione dell’Apulia.

Dalla Daunia, aveva scritto Polibio: I Cartaginesi, devastate le località sopra enumerate, varcarono l’Appennino e, discesi nel territorio del Sannio (inteso degli Irpini e dei Caudini, n. d.r.), assai fertile e da lungo tempo immune da guerre, poterono disporre di tanta abbondanza di viveri, […]. Fecero una scorreria anche nel territorio di Benevento, colonia romana: […], e la loro presenza nella città di Telese, priva di mura e piena di ogni sorta di provviste.

Per gli stessi avvenimenti, Livio scrisse: Annibale passò, attraverso il territorio degli Irpini, nel Sannio (il territorio degli Irpini era nel Sannio, n. d. r.); saccheggiò il territorio beneventano (Sannio Irpino, n. d. r.), prese la città di Telesia (sita in territorio Sannio Caudino, n. d. r.). Si mise infatti deliberatamente a provocare Fabio, per vedere se mai, muovendolo a sdegno per tante offese e devastazioni inflitte agli alleati, lo potesse trascinare a un combattimento in pianura. (vedi figura).

IMPORTANTE è ricordare i territori e le città citati da Livio: il territorio degli Irpini, nel Sannio; il territorio beneventano; la pianura di Capua dove, i Cartaginesi si erano accampati e dove apparivano incontrastati, padroni del territorio; la pianura di Stellato, il territorio di Alife, di Caiazzo e di Cales, l’agro Falerno, il monte Callicula e Casilino, la città di Telesia.

Gli spostamenti di Annibale e del suo esercito sono stati ricordati e descritti dagli Storici antichi, si sarebbero distratti UNICAMENTE in occasione della occupazione e della distruzione del santuario di Pietrabbondante ?

Livio, ricordando l’accampamento dei Cartaginesi nel territorio di Alife, per fuggire all’esercito romano comandato da Fabio, scrisse: Allora Annibale, fingendo di dirigersi verso Roma attraverso il Sannio, ritornò nella regione dei Peligni per darsi al saccheggio. […]. Dalle terre dei Peligni Annibale ripiegò indietro la marcia e volgendosi verso l’Apulia giunse a Gerione. […]. Il dittatore (Fabio, n. d. r.) pose un campo fortificato nel territorio di Larino.

ERGO, anche in questo ricordo di Livio, stimato da alcuni storici una < duplicazione > di un precedete passaggio dell’esercito cartaginese, escluse il territorio dei Sanniti/Pentri ed il santuario di Pietrabbondante.

 

I CARTAGINESI AL SANTUARIO DI PIETRABBONDANTE PRIMA DI CANNE ?

 

Lo storico Salmon (1974), correggendo la descrizione di Livio, ricordò la presenza di Annibale nei pressi di Alife e la decisione del condottiero cartaginese di NON invadere il territorio dei Sanniti/Pentri, bensì quello Campano: Annibale si diresse ora verso l’Apulia settentrionale, con l’intenzione di depositare il bottino e passare l’inverno a Geronium.

Non solo, Salmon descrisse anche l’itinerario: Il suo cammino (di Annibale, n. d. r.) lo portò direttamente attraverso il Sannio per mezzo del passò di Vinchiaturo e di Campobasso, e il passaggio del suo esercito dovette essere un’esperienza particolarmente spiacevole per i Pentri.

Quanto spiacevole ?

Salmon non diede una motivazione alla sua affermazione, né ritenne opportuno citare una fonte bibliografica che l’avallasse.

In quella occasione, ossia prima dell’arrivo a Geronium, secondo gli studiosi contemporanei, Annibale avrebbe anche saccheggiato il santuario dedicato ad Ercole, presso l’odierna Campochiaro nel territorio dei Sanniti/Pentri, non lontano da Bovianum/Bojano, già loro capitale e fedele alleata di Roma, nel cui territorio vi erano gli accampamenti Romani.

Perché attaccare UNICAMENTE il lontano santuario di Pietrabbondante e non anche Bovianum/Bojano ? (vedi figura).

L’itinerario ipotizzato da Salmon per proporre la presenza di Annibale nel territorio dei Sanniti/Pentri, MAI fu DESCRITTO DAGLI STORICI ANTICHI.

Annibale avrebbe potuto, senza alcun danno, < penetrare > nel CUORE del Sannio/Pentro, UNICAMENTE per saccheggiare il < lontano > santuario di Pietrabbondante, trascurando i santuari più vicini ? (vedi figura).

Il santuario denominato san Pietro dei Cantoni di Sepino, quello di Sparanise, quello di Vastogirardi, quello di San Giovanni in Galdo localizzato proprio sull’itinerario proposto da Salmon per raggiungere Gerione (vedi figura).

Presso il santuario di san Pietro dei Cantoni, sul percorso dell’esercito Cartaginese, vi era l’insediamento pentroromano di Saepinum/Sepino: Annibale lo risparmiò al saccheggio ?

Il passaggio all’interno del Sannio/Pentro, avrebbe costretto Annibale ad affrontare nuovi scontri con gli alleati di Roma in un territorio morfologicamente più idoneo alle imboscate che ad uno scontro in campo aperto favorevole all’impiego della cavalleria di circa 10. 000 cavalieri, dell’esercito di circa 28. 500 uomini di fanteria pesante e 11. 000 uomini di fanteria leggera.

Andare a depredare e distruggere il lontano santuario di Pietrabbondante, rinunciando anche a parte del bottino, come ha ricordato Boccardi, NON avrebbe ritardato l’arrivo di Annibale e del suo esercito nell’accampamento di Gerione sito territorio dei Sanniti/Frentani nel periodo (estate anno 217 a. C. – primavera anno 216 a. C.) ?

Proprio L’itinerario di Annibale proposto e descritto da Salmon (colore blu) per giungere a Gerione escludeva, oltre agli altri santuari, lo stesso santuario di Pietrabbandante e gli insediamenti del territorio dei Sanniti/Pentri posti a nord ovest del percorso. (vedi figura).

L’itinerario proposto da Salmon: attraverso il Sannio per mezzo del passò di Vinchiaturo e di Campobasso per raggiungere Gerione nel territorio dei Sanniti/Frentani dal territorio degli Irpini. I santuari nel territorio dei Sanniti/Pentri: 1. Pietrabbondante. 2. Vastogirandi. 3. Schiavi d’Abruzzo. 4. San Giovanni in Galdo. 5. Sparanise. 6. Sepino/San Pietro dei Cantoni. 7. Campochiaro.

Potremmo ipotizzare un itinerario per raggiungere Gerione: Annibale sarebbe penetrato nel “cuore” del Sannio/Pentro, la cui popolazione era fedele alleata di Roma (ricordiamo nel territorio presso Bovianum/Bojano gli accampamenti dell’esercito Romano), avrebbe raggiunge indenne il santuario di Pietrabbondante, trascurando tutti gli altri e, tranquillamente, proseguire  per Gerione ? (vedi figura).

Per dare credito alla presenza di Annibale e del suo esercito presso il  santuario di Pietrabbondante, visto la MANCANZA di notizie da parte degli Storici antichi, potremmo ipotizzare un itinerario realizzato quando i Cartaginesi avevano già occupato il territorio di Gerione. (vedi figura).

Una ipotesi improponibile.

Polibio ricordò la decisione del generale Annibale, informato dagli esploratori che nel territorio di Lucera e di Gerunio si trovava grande quantità di frumento e che Gerunio era località molto adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno.

Non più combattimenti, il principale scopo della sosta era soprattutto la raccolta di frumento e trascorrere indenni l’inverno,

Un trasferimento nel territorio dei Sanniti/Pentri per raggiungere UNICAMENTE il santuario di Pietrabbondante, sarebbe stato privo di conseguenze, vista anche la costante sorveglianza cui era soggetto da parte dell’esercito romano accampato sulle colline circostanti ? (vedi figura).

Il probabile ITINERARIO (bianco) di Annibale nel territorio del Sannio/Pentro per giungere a Gerione sito nel Sannio/Frentano e successivamente al santuario di Pietrabbondante, ma trascurando il vicino santuario di Schiavi d’Abruzzo.

Annibale evitò il comodo itinerario ipotizzato da Salmon per raggiungere Gerione: attraverso il Sannio per mezzo del passò di Vinchiaturo e di Campobasso; probabilmente seguì quello già percorso quando dalla Daunia invase il territorio degli Irpini e dei Caudini e poi saccheggiare la vasta pianura Campana. (vedi in seguito).

L’unico scopo era raggiungere la Daunia, allorquando gli fu comunicato, ricordò Polibio: che nel territorio di Lucera e di Geriunio si trovava grande quantità di frumento e che Gerunio era località molta adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno: avanzò dunque marciando alle falde del monte Liburno verso i luoghi suddetti.

Il monte Liburno citato da Polibio, altro non è che la < corruzione > di Taburno, un massiccio con un’altezza massima di 1394 mt.: si localizzava tra il territorio dei Sanniti/Irpini e quello dei Sanniti/Caudini. (vedi figura).

Annibale avanzò dunque marciando alle falde del monte Taburno per giungere a Gerunio con un percorso noto e sicuro, utilizzato, come già detto, dal suo esercito vittorioso quando si era mosso dalla Daunia verso il Sannio/Irpino ed il Sannio/Caudino. (vedi figura).

La partenza per Gerunio era il preludio alla battaglia di Canne del 2 agosto 216 a. C..

I probabili itinerari 1 e 2  di Annibale, muovendo dal monte Taburno, per raggiungere Gerunio/Gerione.

 

I CARTAGINESI AL SANTUARIO DI PIETRABBONDANTE DOPO CANNE ?      

Assalì, depredò e distrusse il santuario di Pietrabbondante dopo la vittoriosa battaglia di Canne ?

Gli autori antichi TACCIONO.

Livio ricordò che i Sanniti, tranne i Pentri, andarono ad ingrossare l’esercito Cartaginese e, con dovizia di particolari, descrisse, a differenza di Polibio, la loro presenza ed il loro strapotere nella pianura campana e nella città di Capua; sottolineando il saccheggio nei territori dei Sidicini, di Suessa, di Alife e di Cassino, senza mai avere manifestato un interesse per  la città di Roma.

Livio ricordò le città ed i territori interessati dalla presenza dell’esercito di Annibale: Interamna, Aquino, l’agro Fregellano sul fiunme Liri, le terre di Frosinone, di Ferentino e di Anagni, la zona di Labico e Fatto scendere l’esercito nella regione Pupinia, pose il campo ad otto miglia da Roma. […]. Frattanto Annibale mosse il campo verso il fiume Aniene a tre miglia da Roma.

Abbandonata ancora una volta la città di Roma, Annibale, scrisse Livio, deviò la marcia da Ereto (Cretone, presso Palombara Sabina) verso il tempio della dea Feronia, iniziando il suo cammino da Reate (Rieti), Cutilia (il lago del ver sacrum sabino, n. d. r.) ed Amiterno; dalla Campania giunse poi nel Sannio, indi nel paese dei Peligni; passò poi sotto la città di Sulmona e si diresse verso i Marrucini, indi attraverso il territorio di Alba giunse a quello dei Marsi, arrivando poi ad Amiterno ed al villaggio di Foruli (borgo della Sabina, oggi Civitatomassa, a una quindicina di chilometri da L’Aquila n. d. r.). (vedi figura).

Lo stesso Livio, precisò: Né questo in questo racconto vi può essere errore, perché in così breve spazio di tempo è difficile che si siano potute perdere le tracce del passaggio di un esercito così grande. Risulta, infatti, che Annibale abbia percorso quell’itinerario; si può soltanto discutere se lo abbia fatto venendo verso Roma, oppure ritornando da Roma verso la Campania. (vedi figura).

Ergo, ancora una volta, nei ricordi degli antichi Storici, il territorio del Sannio/Pentro, NON SUSCITO’ l’INTERESSE di Annibale e del suo esercito; pertanto, la distruzione del santuario di Pietrabbondante, NON può essere imputata al passaggio del suo esercito.

 

Oreste Gentile.

 

STRABONE ED UNA CITTA’ CHIAMATA “PANNA”.

aprile 24, 2020

Strabone, nato intorno al 64 a. C., nel 44 a. C. andò per la prima volta a Roma dove tornò nel 35 a. C.  e vi tornò nel 31, nel 29 e nel 7 a. C. come attesta la sua descrizione di costruzioni erette dopo il 20 a. C., fra cui, da ultima, il portico di Livia, dedicato appunto nel 7 a. C.. Morì probabilmente intorno al 24 d. C., vale a dire all’età di circa 88 anni.

B. Niese ipotizzò (in Geografia L’Italia, BUR a cura di Anna Maria Biraschi, 1988) che Strabone scrivesse la Geografia fra il 17 ed il 23 d. C., mentre Pais la stimò scritta intorno al 7 a. C..  […]. Il Geografo avrebbe successivamente riveduto la sua opera, verso il 18 d. C..

I libri V e VI della Geografia straboniana, scrisse Biraschi, sono interamente dedicati alla descrizione dell’Italia. Per definire l’epoca di composizione, anche per questi libri bisogna basarsi su alcuni dati interni alla descrizione, attenendosi ai quali risulta, per esempio, che Augusto è già morto (quindi siamo dopo il 14 d. C.) mentre Germanico, come si desume dall’elogio di questo principe, che morirà nel 19 d. C., è ancora vivo. Si è supposto pertanto, tenendo conto di questi e di altri dati interni ai libri stessi, che essi fossero redatti intorno al 18 d. C., almeno della loro stesura definitiva.

Fatta questa doverosa premessa, esaminiamo quanto scrisse Strabone nel libro V, 3, 11 in merito alla fase finale dell’intervento di Silla per porre fine alla ribellione dei popoli italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.): A quelli che gli rimproveravano di lasciarsi trascinare a tal punto dalla sua collera, disse che aveva appreso dall’esperienza che nessun Romano avrebbe mai potuto vivere in pace finchè i Sanniti avessero continuato a coesistere come entità autonoma.

E infatti, proseguì Strabone, ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città. (vedi figura).

ORA, ossia al tempo in cui Strabone aveva scritto la sua Geografia (17 ed il 23 d. C. o intorno al 7 a. C. o verso il 18 d. C.), le condizioni di Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Telesia/San Salvatore Telesino e Venafro NON erano ASSOLUTAMENTE paragonabili a quanto aveva loro provocato l’ira di Silla, ossia NON erano del tutto scomparse e NON era vero affermare nessuna merita di essere chiamata città.

Al tempo della redazione della Geografia (17 ed il 23 d. C. o intorno al 7 a. C. o verso il 18 d. C.), le città ricordate avevano goduto dell’intervento di ricostruzione proprio dai loro conquistatori/distruttori Romani.

Strabone, ricordò Panna, ma dimenticò la civitas di Saepinum, la pentra Saipins che, al pari delle altre città citate dallo storico greco, dopo la Guerra Sociale (92-88 a. C.) godettero di una ricostruzione monumentale (vedi figura) e, con la riforma augustea del 7 d. C., divennero municipia o colonie latine, ricordate da Plinio il Vecchio (23-79 d. C.) nella sua Historia Naturalis.

In età augustea (43 a. C. – 17 d. C.), la civitas di Saepinum/Sepino, al pari delle civitates di Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro, Aufidena/Castel di Sangro e Terventum/Trivento, stavano vivendo un periodo di grande sviluppo edilizio; pertanto Strabone, in occasione della stesura (fra il 17 ed il 23 d. C. o intorno al 7 a. C. con una revisione verso il 18 d. C.) della sua Geografia, conoscendo le loro vicende del passato (91-88 a. C.), NON avrebbe dovuto ignorare il loro nuovo sviluppo dopo la distruzione sillana.

Con quali testimonianze Strabone affermò, ricordando ancora una volta la civitas pentra di Aesernia/Isernia: Aesernia ed Allifae sono città che un tempo furono sannite: la prima è stata distrutta nella guerra contro i Marsi, la seconda esiste ancora.

Ergo, Aesernia/Isernia, al contrario di Allifae/Alife, NON esisteva più ?

Aesernia/Isernia, come abbiamo esaminato, fu sì distrutta verso la fine della guerra contro i Marsi, intorno all’anno 89 a. C, ma negli anni successivi, al pari di Bovianum/Bojano anch’essa distrutta, godette della ricostruzione dei conquistatori Romani: tutto ciò fu ignorato da Strabone che, guarda caso, era ben consapevole della bontà dell’olio della già ricordata Venafrum/Venafro: Poi ci sono alcune altre località, fra cui Venafrum. Da dove proviene l’olio migliore.

Strabone avrebbe dovuto conoscere quanto fu realizzato dai conquistatori Romani nella civitas di Aesernia/Isernia tra il 44 ed il 27 a. C., visto la revisione fatta nell’anno 18 d. C. alla sua Geografia.

Di Aesernia/Isernia, come illustra Molise repertorio delle iscrizioni latine Il territorio e la città di Isernia (1999), conosciamo: Le risistemazioni del perimetro urbano, di cui restano testimonianze delle strutture in opera incerta, possono riferirsi ad una fase successiva alla guerra sociale, in cui Isernia divenne l’ultima roccaforte degli insorti Italici agli inizi del I secolo a. C.. Tale tecnica costruttiva, ampiamente diffusa e nota anche in centri vicini (Allifae, Venafrum) viene datata ad età sillana o anche successivamente, essendo impiegata nelle ricostruzioni dopo l’istituzione dei municipi; ed Aesernia/Isernia divenne colonia lege Iulia tra il 44-27 a. C. e municipio sotto Tiberio (14-37 d. C.).

Anche La civitas romana di Saepinum/Sepino era ed è un esempio emblematico di quanto accadde dal II sec. a. C. al V sec. d. C., come illustra il sito MiBACsi ha la massima fioritura in età augustea e una radicale trasformazione dell’impianto urbano, con la costruzione della cinta di mura, che racchiude un’area quadrangolare di circa dodici ettari, interrotta da quattro porte monumentali, con una serie di torri a pianta circolare o ottagonale, nei punti più esposti del tracciato. Sono quindi realizzati gli edifici pubblici nelle adiacenze dell’area forense: […], la basilica, il macellum, il foro, il teatro con il complesso campus, la piscina, il porticus. le terme, i quartieri di abitazioni, gli edifici industriali. (vedi figura https://www.paesionline.it/).

Più o meno simili era stati gli interventi di ricostruzione per le civitates di Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro, Aufidena/Castel di Sangro e Terventum/Trivento, che proprio nell’epoca di Strabone vivevano un periodo di grande sviluppo edilizio. (vedi figura).

1. Panorama della civitas Saepinum/Sepino e 2. la monumentale porta ovest del Decumano verso Bovianum/Bojano. 3. Bovianum /Bojano tratto di strada romana. 4. Reperti abitativi della civitas Aesernia/Isernia.

La stessa Bovianum/Bojano, già città madre dei Sanniti/Pentri e loro capitale, certamente più importante tra le civitate del territorio pentro, potette godere della ricostruzione post Guerra Sociale: vi fu dedotta lege Julia, scrive La Regina, una colonia tra il 44 – 27 a. C., e più probabilmente tra il 43 e il 41 (Lib. Col 231, 259 l.); successivamente, una colonia flavia (CIL IX 2564) vi fu una colonia dedotta da Vespasiano con i veterani della legione XI Claudia tra il 73 e il 75 d. C..

Ergo, Strabone giustamente, all’epoca della stesura della sua Geografia, ignorava quanto sarebbe accaduto nella civitas di Bovianum/Bojano tra il 73 e il 75 d. C.; ma assolutamente non poteva ignorare quanto era accaduto fra gli anni 44 – 27 a. C., vista la redazione della sua Geografi fra il 17 ed il 23 d. C., o intorno al 7 a. C. o verso il 18 d. C..

All’epoca di Augusto (63 avanti Cristo-14 dopo Cristo), scrive La Regina, il Sannio (pentro, n. d. r.) comprendeva solamente un ristretto numero di municipi, tutti ubicati a nord del Matese: Aufidena (Castel di Sangro), Bovianum (Bojano), Aesernia (Isernia), Fagifulae (Montagano, Santa Maria a Faìfoli), Terventum (Trivento), Saepinum (Sepino, Altilia): per una descrizione aderente alla realtà dell’epoca, Strabone NON avrebbe dovuto IGNORARE quanto era veramente accaduto dopo la distruzione dell’intero Sannio dopo l’esito della Guerra Sociale. (vedi figura).

I municipi più importanti nel territorio del Sannio/Pentro.

I maggiori centri urbani rasi al suolo dall’ira sillana tra il 91 e 88 a. C., negli anni successivi tornarono a nuova vita grazie all’interessamento di Roma; solo Panna sarebbe stata esclusa per sempre dal ricordo degli Storici ?

Essi hanno sempre ricordato nel territorio del Sannio/Pentro gli UNICI insediamenti coinvolti nella Guerra Sociale (91-88 a. C.): Bovianum/Bojano, città natia di Papio Mutilo, ricorda il Salmon, ed Aesernia/Isernia che, dopo la conquista di Corfinium/Corfinio, in territorio dei Sanniti/Peligni, divennero la sede della 2^ e 3^ capitale degli Insorti Italici.

Probabilmente, ma nulla di preciso dicono gli Storici, potrebbe essere stato coinvolto l’insediamento di Saepinum/Sepino quando l’esercito Romano, muovendo dal territorio degli Sanniti/Irpini, si trasferì presso Bovianum/Bojano che fu conquistata, come scrisse De Sanctis, dopo un assedio e 3 ore di aspro combattimento.

Strabone, NON ritenne opportuno aggiornare le sue conoscenze su ciò che accadde alle civitates pentre di Bovianum/Bojano ed Aesernia/Isernia dopo la Guerra Sociale; limitò i suoi ricordi UNICAMENTE alla loro distruzione e non alla loro successiva RINASCITA avvenuta prima o contemporaneamente agli interventi messi in atto per la città di Roma, come ricordò lo stesso Strabone: Pompeo, il divino Cesare, Augusto e i suoi figli, la moglie, la sorella hanno dispensato in gran quantità ogni loro cura e ogni spesa per queste opere di abbellimento: il Campo Marzio ne ha ricevute la maggior parte,[…].  

E Panna ?

Strabone, fu l’UNICO storico a conoscere l’esistenza di Panna, ma in quale territorio e quale popolo italico poteva vantarne la localizzazione ?

Il territorio Pentro, quello Frentano o quello degli Irpini o dei Caudini, tanto per elencare i più pertinenti alla descrizione straboniana ?

Panna sarebbe stata distrutta in occasione della devastante Guerra Sociale (91-88 a. C.), ma NESSUNO storico ha ricordato la sua presenza o il suo coinvolgimento, neppure fu descritta la sua distruzione da parte di Silla: nel lungo elenco delle città e dei piccoli insediamenti redatto dagli Storici di ogni epoca, Panna era ESISTITA solo per Strabone.

Se fosse esistita, che < grave peccato > avrebbe commesso più delle altre civitates italiche contro Roma per non aver potuto godere, come tutte le altre civitates, di una ricostruzione ?

I vincitori Romani oltre a ricostruire le 3 città già capitali degli insorti italici: Corfinio, Bojano, Isernia ed altre (vedi Sepino), per quale motivo avrebbero abbandonato all’oblio UNICAMENTE Panna ?

Panna, ricordata SOLO da Strabone, NON è MAI esistita o, probabilmente, il suo vero toponimo fu < corrotto > dal geografo greco, essendo stato l’UNICO tra gli storici/geografi ad averla ricordata tra le città del Sannio pentro: Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro e del Sannio caudino: Telesia/San Salvatore Telesino.

Strabone non era estraneo ad altre < distrazioni >: al paragrafo 12 della sua Geografia così descrisse la migrazione/ver sacrum dei Safini/Sabini/Sabelli/SannitiIntorno ai Sanniti c’è un’altra tradizione secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra contro gli Umbri[…]. Quelli (i Sabinifecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verisimile perciò supporre che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (i Sabini).

La migrazione/ver sacrum era un rito sacro praticato dalle antiche popolazioni presenti nel territorio della penisola italica, ma Strabone nel descrivere quello praticato dai giovani e dalle giovani migranti guidati da un toro, probabilmente si < confuse > in quanto i giovani migranti NON giunsero nel paese degli Opici, ma nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, probabilmente abitata da un popolo di cui la Storia ignora l’identità.

Molti sono gli storici che condivisero e condividono l’affermazione di Strabone, ma guarda caso, ne espresse altre più precise per meglio  localizzare il territorio dove vivevano gli Opici. (vedi figura).

Infatti, ricordando Antioco (seconda metà del V sec. a. C.), Strabone scrisse: dice che questa terra (la pianura campana, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni. 

Di seguito, sempre Strabone, ricordò: Polibio (210/128-203/121 a. C.) distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio). (vedi figura).

Gli OPICI ai quali si dà anche il nome di Ausoni, secondo ANTIOCO (II metà del V sec. a. C.), abitavano (nella pianura campana n. d. r.) attorno al Crater (Vesuvio): ergo, non esistevano, né avevano la residenza a settentrione del Massiccio del Matese. (vedi figura).

Quanto illustrato permette di giudicare l’esistenza di Panna una < distrazione > di Strabone, al pari della ERRATA descrizione della migrazione dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti divenuti Pentri nella terra degli Opici.

Oreste Gentile.

IL MISTERO DELL’INUMATO NELLA TOMBA n. 33 DELLA NECROPOLI ALTOMEDIEVALE DI VICENNE DI CAMPOCHIARO PERTINENTE AL “GASTALDATO DI BOJANO”.

aprile 1, 2020

La necropoli di Vicenne/Campochiaro. (www. Archeologiamedievale).

La tomba n. 33 di Vicenne, scrive Ermanno A. Arslan (2004), con un giovane guerriero sepolto con il suo cavallo. (vedi figura).

 

1. da   Ermanno A. Arslan (2004).   2. dahttp://www.montidelmatese.it

Era il componente, scrive Arslan,di una popolazione, che pur collocandosi in ambito culturale genericamente <merovingio>, ben si distingueva dai longobardi di Benevento, ai quali sicuramente apparteneva il controllo politico del territorio. Si trattava di una comunità di guerrieri a cavallo, con usi funerari propri, con una forte disponibilità economica, con un gusto diverso da quello longobardo. […].

Ne esce il quadro di una società guerriera, con una forte aristocrazia, cui spettava il diritto della sepoltura a cavallo, o di una società di cavalieri liberi ed eguali. […]. A Vicenne invece si aveva il rituale asiatico, con fossa unica, propria della cultura dei cavalieri delle steppe. […].

Il cavaliere, una volta defunto (in una dimensione evidentemente pre-cristiana), continuava ad essere tale dopo la morte e quindi aveva bisogno del suo cavallo, che lo seguiva nella tomba bardato, talvolta ritto sulle quattro zampe piegate, o coricato su un fianco, con la testa vicina a quella del padrone armato.

Il numero abbastanza alto di individui morti in battaglia rivela la funzione militare assolta dal gruppo stanziato a Campochiaro, a presidio probabilmente del confine tra il Ducato di Benevento (ed il ducato di Spoleto) ed il territorio formalmente bizantino di Roma e del Lazio. (vedi figura).

Le tombe con cavallo sono dodici a Vicenne, sette a Morrioni. Su 351 tombe, di uomini, donne, bambini, ben il 5,4%, più di una su 20, aveva il cavallo. A Vicenne era il 7,2%. 

Ne esce il quadro di una società guerriera, con una forte aristocrazia, cui spettava il diritto della sepoltura a cavallo, o di una società di cavalieri ed uguali, ai quali determinate circostanze (la morte eroica ?) guadagnavano un privilegio (essere accompagnati dal fedele compagno di battaglia) che aveva forti significati nell’oltre tomba.

Il corredo funerario: Si hanno anelli in ferro e bronzo, elementi in bronzo della cintura, lo scramasax (lama corta ad un taglio con un solo margine tagliente) con elementi del fodero, le staffe in bronzo, un coltello, elementi delle briglie del cavallo, il morso, una fibbia in bronzo, tre punte di freccia, una cuspide di lancia, un modesto vaso collocato ai piedi del morto. Si trattava quindi di un cavaliere, che conosceva l’uso delle staffe di tipo <avaro>, abituato a combattere dal cavallo, sia a distanza, con l’arco (del quale non è restata traccia) e le frecce, sia accanto, con la lancia prima e poi con la corta sciabola (lo Scramasax). […].

Gli mancava, nel corredo, la Spatha (spada), che appare presente solo in cinque corredi su diciannove con il cavallo. Non possiamo escludere che l’avesse perduta. La Spatha infatti era adatta al combattimento a piedi, quando i guerrieri si affrontavano scendendo da cavallo.

Il combattimento a piedi era stato fatale al giovane guerriero, forse ventenne: egli era morto in battaglia. Colpito al corpo di punta, si era piegato in avanti, presentanto la testa scoperta ad un fendente, sicuramente di una Spatha, che lo aveva ucciso.

Abbiamo così un documento impressionante di una morte < eroica >, che aveva meritato al guerriero la più solenne delle sepolture, dopo che i suoi compagni, risultati vincitori, ne avevano recuperato (o riscattato) il corpo.

Il MISTERO DELLA TOMBA n. 33.

Nella tomba 33, prosegue Arslan, non era deposto il corpo di un cavaliere come tutti gli altri. Infatti egli portava nella tomba un documento eccezionale e misterioso, di grande suggestione: un anello in oro, di tipo raro, anche se non unico. In esso la verga, a sezione circolare, si salda con due globetti a un grande costone ovale riccamente decorato, sulla faccia esterna, dall’esterno, con un filo d’oro a globetti, un filo a torciglione, un filo a listello, un altro filo a torciglione, un altro filo a listello. Infine una fascia in lamina incastona una pietra dura romana (probabilmente corniola) con simboli relativi all’Annona: il moggio con le spighe e i papaveri e, sopra, le bilance.

Eccezionale ed unica è invece la parte posteriore del costone, nascosta, a contatto con il dito, dove si ha una riproduzione del D/ di una moneta.

L’immagine è subcircolare, in cerchio perlinato, ottenuta a sbalzo sulla lamina (con tecnica presumibilmente analoga a quella della produzione delle crocette), con una resa semplificata ma chiara, con un diametro lievemente superiore a quello consueto delle monete. Si ha un busto corazzato a d., con testa diademata. A s. si ha una pseudolegenda, mentre a d. si ha, molto chiara, una grande lettera B, come nelle monete.

Si tratta dell’unico anello di età longobarda, con castone fisso e non girevole sugli attacchi della verga, con il retro del costone figurato.

Nascosta, a contatto con il dito, dove si ha una riproduzione del D/ di una moneta.

Arslan, scrive: Il tipo oconigrafico della gemma romana reimpiegata nell’anello della tomba 33 di Vicenne, il moggio con le spighe e i papaveri e, sopra, le bilance, è stato attribuito all’età di Ottavio (44-42 a. C.) ed avrebbe avuto un preciso significato commemorativo e propagandistico. Le bilance infatti erano attributi specifici dell’Annona e simboleggiavano l’equità distributiva. […]. La simbologia si colloca quindi in un ambito economico-monetario: la gemma potrebbe trovare una opportuna datazione appunto con Claudio (10 a. C.-54 d. C., n. d. r.) o negli anni successivi. (vedi figura).      

Il castone dell’anello con la gemma (A).  Il retro del castone dell’annello (B).

 L’aspetto di maggiore interesse dell’anello è rappresentato dalla presenza di un’immagine sul retro del castone. Si tratta dell’imitazione di un tipo monetale, la cui presenza permette alcune deduzioni fondamentali.

In primo luogo l’utilizzo di un immagine desunta da una classe monetale indica che  in qualche modo se ne condividono le valenze simboliche e sacrali.

Se l’immagine sulla moneta era espressione della “maiestas” del principe (in questo caso il duca), essa, colloca sull’anello, gli permetteva di proporsi come sigillo, che, mediante l’impronta, aveva il potere di convalidare atti o documenti. […]. (vedi figura).

E, per la monetazione < anonima > di VII secolo della zecca di Benevento, è possibile ammettere che l’immagine sul D/, accompagnata da pseudolegenda, non si riferisse più all’imperatore ma al duca. […].

La collocazione dell’immagine del duca, desunta dalle monete, nascosta sul retro del castone (vedi sopra)ma in posizione privilegiata, praticamente contro il corpo, proprio sull’oggetto che simbolicamente rappresetava la dignità del possessore nella comunità (l’anello sigillare, attraverso il quale si esercitava il potere, sia proprio che in delega), indica come il morto avesse riconosciuto l’esistenza di legami specialissimi tra lui e il personaggio effigaito nella moneta. […].

L’anello portava quindi nascosto il segno della fedeltà del morto al duca, con valenze tanto forti da non giustificarne la comunicazione agli altri.

Il portatore dell’anello appare così l’interlocutore diretto di una suprema autorità (quale quella che poteva emettere monete), dalla quale non solo ha ricevuto la dignità tradotta in atto dall’anello sigilare (presumibilmente con il diritto di validare atti), ma anche è stato beneficato in termini tali da stabilire con lui legami a carattere eccezionale. […].

Per questo diretto rapporto, in una società fortemente gerarchizzata come quella del tempo, egli si poneva presumibilmente in posizione privilegiata nella comunità che utilizzava la necropoli. In altre parole potrebbe essere il < capo >, o colocarsi molto vicino al vertice del potere.

Il personaggio sepolto nella tomba n. 33 della necropoli di Vicenne, scrive Arslan, non è pensabile identificarlo con Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, duca dei Protobulgari; l’inumato all’epoca della sua morte aveva venti anni o di poco superiore.

Pure, il personaggio morto in combattimento e sepolto con il suo cavallo nellatomba n. 33non aveva funzioni secondarie nella comunità di Bulgari (o Protobulgari, n. d. r.) che difendeva i confini del ducato: egli aveva un anello sigillo, affidatogli dalla suprema autorità, al quale confermava la propria lealtà nascondendo la sua immagine a contatto della sua pelle.

Arslan, pone degli interrogativi: il figlio del capo ? L’erede di Alzecone ?

I nostri unici documenti sono il passo di Paolo Diacono e i corredi delle tombe di Campochiaro e non possono darci una risposta certa.

Il giovane sfortunato cavaliere è quindi destinato a rimanere senza nome.

Sulla base di quanto esposto con la pubblicazione dell’articolo PAOLO DIACONO. UNO STORICO ATTENDIBILE ? , la necropoli di Vicenne, con la testimonianza archeologica della tomba n. 16, permette di stimare il suo utilizzo già alla fine del VI secolo (500-600) o agli inizi del VII (600-700), confermato dalla presenza della contigua sepoltura, la tomba n. 15, di una bambina, datata alla fine del VI secolo (500-600). (vedi figura).

Pertanto il territorio pertinente alle città di Sepino, Bojano ed Isernia, probabilmente, sarebbe stato concesso ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi seguaci, non nell’anno 667 (VII sec./600-700), bensì all’epoca della titolarità del duca Arechi I (591-641) per essere stati suoi alleati in occasione della espansione del ducato  di Benevento verso i territori dei Bruttii, della Lucania, del Lazio e, probabilmente, del territorio della provincia Samnium, vista la conquista nell’anno 595 della città di Venafro tra gli anni 591595, il cui territorio era compreso nei confini ovest della provincia Samnium.

L’inumato della tomba n. 16.               La bambina della tomba n. 15.

Il giovane ventenne della tomba n. 33 della necropoli di Vicenne potrebbe avere una propria identità in base all’anello in suo possesso: essere il discendete del gastaldo  Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek o essere un suo sfortunato successore, titolare del gastaldato di Bojano.

Oreste Gentile.

PAOLO DIACONO. UNO STORICO ATTENDIBILE ?

marzo 27, 2020

Paolo Diacono, storico longobardo, nella sua Historia Langobardorum (787789/VIII sec.), dopo circa 2 secoli dalla conquista longobarda dell’Italia e dalla instaurazione del loro regno dall’anno 568 all’anno 774, vivendo da “monaco” nel monastero di Montecassino, ricordò anche quanto accadde con la presenza dei Longobardi nel ducato/principato di Benevento.
Non è tutto oro quel che luccica.
Pubblichiamo alcuni giudizi espressi, in epoche diverse, su quanto scritto da Paolo Diacono.

Le critiche.

Dalle Tre Lettere di un giornalista oltramontano (1754): […] e che la sola autorità di Paolo Diacono abbia potuto trarre in sì enorme errore tutti gli Scrittori, e sino i Papi medesimi ?
Francesco Beretta in Dello scisma de’ Capitoli (1770): Paolo Diacono Autore dell’ottavo secolo, Longobardo di origine, Forogiuliese di nascita, […]. Paolo Diacono, siccome abbiam detto, e molte verità aveva omesso, e molte falsità aveva copiate nella sua Storia, fu il primo degli storici nostri (da cui gli altri ciecamente ne hanno tratto copia) che ci abbia descritti, ed alterati codesti fatti, […].
Alessandro Manzoni nel suo Discorso Storico (1845), analizzò’ al capitolo IV. D’una opinione moderna sulla bontà morale de’ Longobardi, quanto aveva scritto Diacono nella Historia Langobardorum, libro III, cap. 16: Questo c’era di mirabile nel regno de’ Longobardi, che non si sentiva mai parlare, né di violenze, n’è d’insidie, né d’angherie: mai un furto, né un assassinio: ognuno girava a piacer suo, con la maggior sicurezza; una frase che suscitò tra Giannone, Muratori e Baronio una vivace discussione, con l’obiezione di quest’ultimo: Così Paolo (Diacono, n. d. r.); ma è un Longobardo che parla: e parlano ben diversamente gli altri, che erano vissuti in quel tempo, e principalmente Gregorio papa, il quale a que’ Longobardi dà, per i loro eccessi, il titolo di nefandissima nazione, e riferisce di essi cose affatto contrarie a quelle che racconta Paolo.
Manzoni, commentò: […]. Basta osservare più esplicitamente che Paolo (Diacono, n. d. r.) parla del regno d’Autari, cioè di cose passate da circa due secoli. Per rendere sospetta la verità d’un fatto storico, principalmente di tempi illetterati, […]. Di più, lo storico (Diacono, n. d. r.), il quale lo chiama uno stato maraviglioso, ne accenna poi qualche cagione? Nessuna.
Questi erano le critiche del tempo passato, ma non mancano le più recenti.
Dal sito http://www.summagallicana.it: NOZZE DI TEODOLINDA E AGINULFO. Autari morì improvvisamente (forse avvelenato) dopo poco più di un anno dal matrimonio, il 5 settembre 590. Secondo il racconto di Paolo Diacono, commovente anche se di dubbia veridicità, in quei mesi la regina letingia avrebbe a tal punto conquistato i Longobardi da far sì che il popolo, spontaneamente, le offrisse la possibilità di scegliersi un nuovo marito e re.                                                                                                                                                  Dal sito https://storiaecronologia.altervista.org: Dopo la conquista di Pavia, Alboino trasferì la capitale (che finora era stata Verona) lì. Ma a Verona fu ucciso in una congiura orchestrata dalla moglie Rosmunda e Elmichi. Paolo Diacono (Historia Langobardorum, II, 28-29) ne fornisce una versione romanzata, non granché attendibile
Stefano Gasparri: Il testimone principale è Paolo Diacono, vissuto nei decenni centrali e finali del secolo VIII e autore di una delle cronache più famose dell’intero medioevo europeo, la Storia dei Longobardi. Nonostante la sua fama, Paolo Diacono rimane un personaggio sul quale gravano molte domande senza risposta. Un breve accenno alla sua biografia è dunque necessario per inquadrare la sua cronaca.
Eliodoro Savino (2005): Alla luce della testimonianza della testimonianza dell’Anonimo Valesiano e di quella altrettanto esplicita – ma non sappiamo quanto attendibile – di Paolo Diacono […].
Francesco Lamendola (2011): Vendicare l’onore di Romilda? Gli storici alle prese con la cavalleria verso le donne, scrive: Sì, è perfettamente vero: il racconto di Paolo Diacono convince poco, è scarsamente verosimile; e, come se non bastasse, esistono ragioni per pensare che egli lo abbia gonfiato, se non addirittura inventato di sana pianta, per un interesse personale, ossia per riscattare la memoria di un suo antenato coinvolto nella ingloriosa caduta di Cividale sotto i colpi degli Avari.
G. MariaFrancese(2015): […]: la sua Historia Langobardorum fu copiata e diffusa per tutto il medioevo e resta ancora oggi la principale fonte storica dei Longobardi. Indubbiamente ebbe il merito di preservare dall’oblio vicende di cui, senza questo libro, si sarebbe perduta ogni la traccia. Questo non toglie che la sua attendibilità sia discutibile, cosa che d’altra parte si può dire di moltissime fonti storiche, se non di tutte: chiunque una vicenda non può fare a meno di considerare i fatti dal suo particolare punto di vista.
Di recente, P. Mieli (2015): Il racconto di questo è di Paolo Diacono ed è stato fatto trecento anni dopo il presunto accaduto. Un lasso di tempo che induce a qualche dubbio circa la veridicità della ricostruzione storica.
Alla luce di questi giudizi, analizziamo quanto scrisse Paolo Diacono in merito 1°. alla provincia Samnium e 2°. alla presenza diAltsek/Altzek/Alzec/Alzeco/Alzeconem o Alzecone: Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Isernia et alias cum suis territoriis civitate. (una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con il loro territorio). (vedi figura).

Il territorio di Alzecone descritto da Paolo Diacono.

1.   La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città  di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. (I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…]. In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant).
Una città “fantasma” denominata Samnium/Sannio o Sannia ?
Al momento, le proposte della sua localizzazione e della sua identificazione variano in base alle personali convinzioni di quanti sostengono e cercano di dimostrare la sua esistenza nel vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: oltre alla mancanza delle antiche fonti bibliografiche, soprattutto mancano le testimonianze archeologiche.
Il toponimo Sannio, scrisse Devoto(1967), identificava una regione: Safnio/Sabina; derivava da *Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim ed i suoi abitanti erano i *Safini/Samnites/Sanniti.
Appellativi che nei secoli XI-IX sec. a. C. identificavano il vasto territorio occupato in occasione della loro migrazione/ver sacrum dai giovani migranti che, nelle nuove sedi, si distinsero in: Piceni, Vestini, Aequi, Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini e Lucani.
Si ignorano i motivi per cui i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti avrebbero dovuto < dare il nome > ad un loro insediamento, vista l’identificazione del loro vasto territorio già con il toponimo Safnio/Samnium/Safinim/Sannio.                                                Correvano i secoli XIIX sec. a. C. e per i secoli successivi NESSUNA testimonia confermava l’esistenza di una città Samnium/Sannio o Sannia (così denominata nell’alto medioevo) nel Sannio. (vedi figura).

l territorio Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim (confini rossi).

Correva l’anno 7 d. C. e la riforma amministrativa, voluta dall’imperatore Augusto, divise amministrativamente la penisola italica in 11 regiones più le 2 isole; l’esteso territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, secondo la descrizione di Plinio (I sec. d. C.), era la IV Regione, denominata Sabina et Samnium/Sannio, con l’elenco delle colonie istituite nei territori di quelle che lo storico considerava le popolazioni più valorose d’Italia: i Frentani, i Carecini, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini; proseguì con l’elenco delle colonie, le uniche giudicate Sannite istituite nel territorio dei Pentri: Bojano,[…], Alfedena, Isernia, Faifoli, Sepino […], Trivento, ed evidenziando che i Sanniti furono detti anche Sabelli, e Saunitai dai Greci. (vedi figura).

La IV regione Sabina et Samnium.

La II Regione includeva le colonie istituite nei territori: Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos e dei Caudini, Plinio non li citò, ma ricordò il nome della loro capitale: Caudium.
La descrizione fatta da Plinio delle colonie istituite nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti si concludeva con le colonie nel territorio pertinente alla Sabina e, separatamente, ricordò quelle degli Aequicoli, dei Marsi ed i popoli della V Regione: i Piceni e dei Pretuzi.
In NESSUNO dei territori descritti da Plinio esisteva una città o una colonia Samnium/Sannio o Sannia.
Siamo nel III sec. d. C., sotto l’imperatoreDiocleziano, la IV Regione augustea denominata Sabina et Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituirono la provincia Campania et Samnium.
Successivamente, probabilmente a causa del terremoto dell’anno 346, fu istituita la provincia Samnium, separata dalla provincia Campania, come testimonia il Codex Theodosianus: Anno Dom. 413. Ubi octo Italiae provinciae nominarut, Campania, Tuscia, Picenum, Samnium, Apulia, Calabria, Brutij, & Lucania.                                                                                                                             Le numerose testimonianze epigrafiche dell’anno 346 ricordano gli interventi di ricostruzione nei territori colpiti dal sisma e nelle civitates della provincia Samnium o in quelle confinanti: Venafro, Isernia, Bojano, Sepino, Alife, Telese; NESSUNA notizia di una civitas Samnium/Sannio o Sannia.                                                                                                                                                                         Per l’anno 452 abbiamo una ulteriore conferma dell’esistenza della provincia Samnium: l’epistolae di papa Leone I Magno: […] universis episcopis per Campaniam, Samnium et Picenum constitutis.
I Dialoghi di papa Gregorio Magno (anni 593594): Nuper in Samniae provincia […], quot Samnii provincia noverunt, confermano la distinzione della Samniae provincia o Samnii provincia dalla provincia Campania e, soprattutto, dal restante territorio che poi sarà il ducato/principato di Benevento.
Se fosse esistita una civitas Samnium/Sannio o Sannia, sarebbe stata ricordata per essere scampata o per avere subito la distruzione sismica e la ricostruzione al pari degli insediamenti, già colonie latine, localizzate ed identificate nella provincia Samnium.
NESSUNISSIMA testimonianza nel Liber coloniarum I, né nel Liber coloniarum II o Libro delle colonie.
Scrive Libertini (2017): Una premessa è indispensabile per discutere la possibile identificazione di questi centri. Il Liber Colonarium è una raccolta di testi più antichi costituita nel IV-V secolo. Esso ci è pervenuto dopo una serie di trascrizioni, eseguite in epoche precedenti o successive alla formazione della raccolta, che in molti punti hanno più o meno corrotto le scritture originali.
Questa fonte menziona una serie di centri abitati di vario tipo(civitates, coloniae, municipia, etc.), per lo più nell’attuale Italia centro-meridionale, i cui territori furono oggetto di limitatio, ovvero di suddivisione e assegnazione del territorio. Tale operazione avveniva per lo più con la divisione del territorio mediante limites (limiti, strade di confine e di passaggio) che definivano quadrati o rettangoli di territorio (centuriatio) oppure strisce di territorio (strigatio). Nella maggior parte dei casi i centri abitati del Liber Coloniarum sono ben identificate […].
UNICAMENTE della città Samnium/Sannio o Sannia NON esiste una traccia e la sua esistenza si fonda soprattutto sulla descrizione di Diacono: In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant (Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…].).
Quale fonte bibliografica fu consultata da Diacono per ritenere Samnium/Sannio o Sannia localizzata nella provincia Samnium ? (vedi figura).
Con la riforma dell’imperatore Diocleziano, la provincia Samnium aveva fatto parte della provincia Campania et Samnium nel cui territorio era compresa anche la città di Benevento. (vedi figura).

Anche Strabone (I sec. a. C.) aveva ricordato nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, NON Samnium/Sannio o Sannia, ma un insediamento denominato Panna, una città di cui ancora oggi è sconosciuta la localizzazione e la identificazione: E infatti ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città.
N. B. Strabone ricordò Panna e dimenticò la civitas di Saepinum, la pentraSaipins. Addirittura, considerando l’epoca in cui scrisse la sua Geografia (c. 18 d. C.), ritenne Bovianum ed Aesernia del tutto scomparse, proprio nel periodo della loro monumentale ricostruzione (vedi in seguito Saepinum), da parte dei conquistatori Romani dopo la Guerra Sociale (92-88 a. C.) e dopo essere diventate municipia e colonie latine ricordate dalla riforma augustea del 7 d. C. citate da Plinio nella sua Historia Naturalis.
Infatti Saepinum/Sepino, al pari delle altre civitates di origine pentra: Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro, Aufidena/Castel di Sangro e Terventum/Trivento, in età augustea 43 a. C.17 d. C. stava vivendo un periodo di grande sviluppo edilizio; pertanto Strabone NON avrebbe dovuto ignorare la sua esistenza (dal II sec. a. C. al V sec. d. C.), come illustra il sito MiBAC: si ha la massima fioritura in età augustea e una radicale trasformazione dell’impianto urbano, con la costruzione della cinta di mura, che racchiude un’area quadrangolare di circa dodici ettari, interrotta da quattro porte monumentali, con una serie di torri a pianta circolare o ottagonale, nei punti più esposti del tracciato. Sono quindi realizzati gli edifici pubblici nelle adiacenze dell’area forense: […], la basilica, il macellum, il foro, il teatro con il complesso campus, la piscina, il porticus. le terme, i quartieri di abitazioni, gli edifici industriali. (vedi figura https://www.paesionline.it/).

Saepinum.                                               Porta Bojano del decumano                                                                       (ingresso ovest).

Questi interventi furono effettuati per tutte le colonie istituite nel territorio dove avrebbe dovuto localizzarsi anche la “città fantasma”: Panna di Strabone e Samnium/Sannio o Sannia di Diacono.                                                                                                                   E se Strabone, elencando le città dei Sanniti: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia, vicina a Venafrum, avesse corrotto il toponimo Saepinum = Panna ?                                                                                                                                                                                   La Panna, alias Saepinum, di Strabone non potrebbe essere la Samnium di Diacono e la Sannia ricordata da alcune fonti bibliografiche medievali ?
Sesto Pompeo Festo (II sec. d. C.), grammatico romano, aveva scritto: Samnitibus nomen inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebat. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984), per sostenere l’esistenza di un colle il cui nome era Sannio da cui i Sabini avrebbero fatto derivare il nome del loro nuovo territorio: Sannio.
Diacono, emendando Festo, dopo 6 secoli cosa scrisse (blu sono le similitudini con Festo): In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant (Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco).
Del tutto simili sono le citazioni prima di Festo e poi di Diacono, nel ricordare il tipo di hastae/lancia denominata saunia e l’origine del Samnitibus nomen; ma sono in disaccordo sull’utilizzo del toponimo Samnium/Sannio: il grammatico romano identificò con Samnium/Samnio/Sannio un colle; lo storico longobardo identificò con Samnium/Samnio/Sannio una città Sannio disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.
Diacono non poteva ignorare Festo e per lo storico longobardo il colle Samnio divenne la città Samnium: TUTTI cercano e NESSUNO trova.
Inoltre, esaminando la frase di Festo, come potevano i giovani migranti, già dalla loro origine (circa XI-IX a. C.) denominati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, derivare il loro vocabulum da un colle il cui nome era Sannio ?
Furono i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri a dare il nome *Safnio/Samnium/Safinim/Sannio al colle chiamato Sacro, citato da Diodoro Siculo (I sec. a. C.), per ricordare la loro patria. (vedi figura).

Non esisteva una città Samnium/Sannio o Sannia ad aver dato il toponimo, Samnium, alla provincia istituita dopo il sisma dell’anno 346 e già utilizzato in epoca augustea nell’anno 7 d. C. per identificare la IV regione e, ancora prima, utilizzato nel XI-IX sec. a. C. per identificare il vasto territorio della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

La città Sannio ricordata da Diacono, avrebbe potuto dare il suo nome all’intera provincia se già il vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dal XI-IX sec. a. C., era stato denominato *Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim ?
NESSUNA fonte bibliografica antica localizza ed identifica una città denominata Panna, né una città denominata Samnium/Sannio o Sannia: se lo storico longobardo, copiando Strabone, avesse “corrotto” il toponimo Panna = Sannia e, Strabone, a sua volta, vista la NON citazione di Saepinum (osco Saipins) nella descrizione delle città del Sannio, a sua volta ne avesse “corrotto” il toponimo in Panna ?
Ossia: Saipins = Saepinum =Samnium/Sannio o Sannia = Panna.
Ma per una città denominata Samnium/Sannio o Sannia = Panna sia l’esistenza, sia il protagonismo storico è ancora tutto da dimostrare.                                                                                                                                                                                                    Ancora una volta Diacono si < distrasse >: nella sua Historia Langobardorum, ricordando l’elezione di Grimoaldo, denominò ducatum Samnitium il ducato di Benevento o Langobardia minor, MAI ricordato dagli Storici.                                                     Altra < distrazione > di Diacono, scrisse: gli successe, reggendo le genti sannite per tre anni, suo figlio Grimoaldo ed aggiunse: Morto anche Gisulfo, duca dei Beneventani, il popolo dei Sanniti ne elevò al ducato il figlio Romualdo.

Romualdo era titolare del territorio denominato esclusivamente Ducato di Benevento o Langobardia minor.                                Altri storici o cronisti dell’epoca, per millanteria non disdegnarono, dopo quanto scritto da Diacono di ENFATIZZARE, stimando Sannio l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento, diedero ai suoi duchi e principi, il titolo: duce Samnitium o dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.                                                                                                                                                  I documenti e gli atti ufficiali sottoscritti all’epoca, MAI associarono Samnium al ducato/principato di Benevento, né al nome dei loro duchi o principi.                                                                                                                                                                                              Il ducato, poi principato di Benevento, era costituito, oltre che dal popolo dei Sanniti, anche dai Marrucini, dai Frentani, dai Carecini, dai Pentri, dagli Irpini (Benevento), dai Caudini, dai Lucani; nonché da una parte, forse la più numerosa, di popoli NON di origine Sannita: i Volsci, i Sidicini, i Campani, i Dauni ed i Peucezii. che elevarono al ducato Romualdo, figlio Gisulfo.                                                          Per l’origine in comune con il popolo dei Sanniti, ricordata da Diacono per identificare i residenti nel ducato/principato, è bene richiamare alla memoria: erano Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, oltre alle popolazioni già citate, anche i Sabini, i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi ed i Peligni, a loro volta inclusi nel ducato di Spoleto. (vedi figura).

 

2. Paolo Diacono scrisse: Una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia.

 Questo giudizio, sic et simpliciter, di Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, non può trovare riscontro in altri storici, essendo stato l’unico a tramandare gli avvenimenti accaduti fino all’anno 789; la Historia Langobardorum Beneventanorum scritta da Erchemperto, suo connazionale, illustrò gli avvenimenti dall’anno 775 all’anno 888.                                                                Possiamo condividere il giudizio espresso da Diacono sullo stato di desertificazione del territorio dove erano stati fondati, intorno ai secoli XI-IX a. C., gli insediamenti di Sepino, Bojano, Isernia ed altri di cui fu ignorata l’esistenza ?                                                         La Storia ricorda: l’ira di Silla dopo la definitiva sconfitta dei popoli italici in occasione della Guerra Sociale (92-88 a. C.), aveva probabilmente raso al suolo, in ordine di tempo, le loro 3 capitali: Corfinio, Bojano ed Isernia, ma una rapida e propagandista ricostruzione dei vincitori romani, fece sì che anche le altre civitates fossero sede di municipii e colonie ed alcune di esse, con l’avvento del cristianesimo, furono sede di diocesi episcopale a partire dal III sec. (vedi la città sannitica/pentra Trivento) o nel IV-V secolo le diocesi di Venafro, Isernia, Bojano, Sepino (fu sede di diocesi solo per un breve periodo) nel territorio dei Sanniti/Pentri; nonché Larino e Termoli (Buca?) nel territorio dei Sanniti/Frentani.

I municipi e le colonie: 1. Venafro. 2. Isernia. 3. Trivento. 4. Termoli (Buca ?). 5. Larino. 6. Bojano. Sepino (tra il tratto rosso intero e punteggiato).

La vasta regione sino allora deserta ricordata da Diacono, posta a settentrione del Massiccio del Matese, dopo la caduta dell’impero romano fu teatro degli scontri tra i Bizantini ed i Goti; il suo territorio corrispondeva alla provincia Samnium, separata intorno all’anno 346 dalla provincia Campania in cui rimase, tra gli altri, sia il territorio pertinente alla città di Benevento, già territorio dei Sanniti/Irpini, sia il territorio dei Sanniti/Caudini, escludendo le loro città di Alife e di Telese, incluse nella provincia Samnium (vedi figura).

Sempre nella provincia Samnium, prima dell’arrivo dei Longobardi, Procopio di Cesarea (500-565) ricordò: la presenza del generale bizantino Belisario e del goto Pizza: […], venuto dal Sannio, in mano a Belisario sé stesso e i Goti che colà con lui abitavano ed una metà del Sannio marittimo fino al fiume che corre in mezzo a quella regione (fiume Trigno o fiume Biferno).                                          Si ignora fino a che punto arrivò la distruzione di quanto esisteva nel territorio descritto negativamente da Diacono, considerando la presenza delle sedi episcopali nelle civitates, i cui titolari erano sempre attenti a preservare ed a tutelare quanto era di loro pertinenza e di loro proprietà da cui ricavavano il loro benessere.                                                                                                                                      Dopo alterne vicende, in Italia, nell’anno 568, nacque il regno longobardo e la provincia Samnium, con l’istituzione del ducato, poi principato di Benevento o Langobardia Minor, fu compresa nei suoi confini non senza scontri con i Bizantini. (vedi figura).

 Diacono, vivendo nella sua residenza “monacale” di Montecassino, quanto descritto nella Historia Langobardorum tra gli anni 787-789, era “per sentito dire” o personalmente aveva conosciuto le condizioni di vita nel territorio e negli insediamenti della provincia Samnium, tanto da considerare una vasta regione deserta, la pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese che, guarda caso, oltre alle esigenze dei propri abitanti, pochi o molti che erano, doveva contribuire con i suoi boschi, con la sua agricoltura, con la caccia, con l’allevamento del bestiame, con la transumanza delle gregge, con la produzione della lana e la sua tessitura, con la lavorazione della ceramica praticata già nel periodo della presenza dei Sanniti/Pentri per l’abbondanza delle cave di argilla, alle esigenze del ducato, poi principato di Benevento. (vedi figura).

I primi Longobardi a scendere a sud, probabilmente utilizzarono la via consolare Minucia (attraversava da nord ovest a sud est l’ampia pianura) più sicura della via consolare Appia o della via litorale adriatica, esplorando i territori da conquistare avranno avuto l’opportunità di conoscere e valutare, oltre alle già descritte risorse naturali esistenti, gli antichi insediamenti montani e collinari edificati dai sanniti per trasformarli in castra che, nei secoli IX-X, rivitalizzati e potenziati, furtrasformati in rocche e castelli per garantire una migliore difesa del territorio. (vedi figura).                                                                                                                               

Le comunicazioni erano sempre state garantite dalle due sicure vie: la prima, era un tratto della via consolare Minucia (Corfinio-Brindisi) tra il ducato di Spoleto ed il ducato/principato di Benevento, che attraversava il territorio pentro da Aufidena/Castel di Sangro e, passando per Aesernia/Isernia, Bovianum/Bojano e Saepinum, raggiungeva la città di Benevento.                                                              La seconda era l’antica via romana della T. P., da Bovianum/Bojano verso la costa adriatica ed al sito di San Paolo Civitate, utile a quanti avessero voluto raggiungere il santuario di san Michele di Monte Sant’Angelo senza passare per la città di Benevento. (vedi figura).

Un tratto della via consolare Minucia, fu percorsa, come ricordò il Chronicon Vulturnense, dai tre nati da nobile stirpe longobarda, Paldo, Taso e Tato quando uscirono dal ducato di Benevento e transitarono per la provincia dei Marsi, pertinente al ducato di Spoleto, per raggiungere la città di Roma e, successivamente, fondare il monastero di san Vincenzo al Volturno presso le sorgenti del fiume Volturno nel territorio pertinente alla provincia Samnium già integrata nel ducato di Benevento o Langobardia minor, come attesta il [Doc. 9-(689-706)], Gisulfo, sommo duca della gente dei Longobardi, dichiarava la costruzione del monastero di S. Vincenzo nel territorio della nostra santa città di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno.                                                                                    Le civitates erano state abbandonate a causa delle invasioni “barbariche” e gli abitanti avevano preferito riorganizzare le antiche difese montane, mentre le nuove abitazioni, scrive Ebanista, furono costruite sia nell’area precedentemente interessata dagli edifici, sia nelle immediate vicinanze, questi abitati marginali convissero, come esamineremo, con aree a destinazione funeraria ed ebbero talora un edificio di culto.

Gli insediamenti tardoantichi e altomedievali nel territorio dell’attuale Molise (dis. R. C. La Fata) di Carlo Ebanista (2019).  Il gastaldato di Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek con i centri di Sepino, Bojano, Isernia e Venafro. Le antiche vie, i tratturi.

Diacono descrisse un avvenimento accaduto, secondo il suo racconto, nel VII sec. d. C. (600-700), quando Grimoaldo era re dei Longobardi dall’anno 662 (all’anno 671), ed il figlio Romualdo era titolare (662-687) del ducato di Benevento, di cui faceva parte la provincia Samnium: In quel periodo Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, un duca dei Bulgari, lasciata, non si sa per quale motivo, la sua gente e passato pacificamente in Italia con tutte le truppe del suo ducato, andò da Grimoaldo promettendogli di servirlo e di fissarsi per sempre nel regno. Questi a sua volta lo mandò a Benevento, dal figlio Romualdo al quale ordinò di concedere ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi territori sufficienti da viverci. E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori.          Come ordinò che Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi quei luoghi e, sebbene parlino anche in latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.                                                                         Si può dare credito, dopo la scoperta delle necropoli di Vicenne e Morrioni, alla descrizione di Paolo Diacono sull’arrivo di   Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek nelducato di Benevento, intorno all’ anno 665, al tempo del duca Romualdo, titolare dal 662 al 687 se, scrive Chiara Provesi (2009), illustrando l’inumato della tomba n. 16: la salma di uomo morto tra i 60 e i 65 anni, deposto con solo corredo personale. […]. La sepoltura, una delle poche datate, risale alla fine del VI secolo (500-600) o agli inizi del VII (600-700): era quindi, una delle più antiche della necropoli. […], come conferma: Accanto a questa sepoltura, la t. 15, di bambina, è datata alla fine del VI secolo (500-600) ?                                                                                                                                                   Ritengo, scrive Proversi, che la t. 16 si possa considerare una delle ‘tombe dei fondatori della necropoli: essa, dunque, che presenta la particolarità della deposizione di un intero cavallo nella stessa fossa del defunto, ha probabilmente funto da modello per le inumazioni successive.                                                                                                                                                                                                   Del resto, a partire dalla fine del VI secolo non è infrequente ritrovare nelle necropoli di area italiana tombe con corredi ammiccanti all’immagine del guerriero a cavallo: speroni, sella, morso, briglie e cintura multipla.

Tomba n. 16                                         tomba n. 15. (da Conoscenze n.4 1988 SABAAAS Molise).

Proversi conclude: La celebre citazione di Paolo Diacono, che racconta di come Alzecone, duca dei Bulgari, fosse stato inviato nel 667 da re Grimoaldo (647-671) al figlio Romualdo I di Benevento (662-687) e di come questi l’abbia accolto con il suo seguito nei territori di Boiano, Sepino e Isernia, ha dato origine all’ipotesi che sia stata questa popolazione a utilizzare la necropoli. Tuttavia, oltre a un’incoerenza cronologica – alcune delle tombe, come si è detto, risalgono alla fine del VI secolo, quindi prima del presunto arrivo dei Bulgariè utile ricordare che Paolo Diacono, il quale scrisse due secoli dopo i fatti, non costituisce sempre una fonte attendibile, come ha giustamente sottolineato anche Stefano Gasparri (già illustrato).                                                                   In base a queste nuove testimonianze, i Bulgari ricordati da Diaconio, identificati dagli storici contemporanei con i Protobulgari, guidati da Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek,  furono invitati a trasferirsi in una vasta regione sino allora deserta NON dal duca Romualdo (662687), ma durante gli anni della titolarità del duca Arechi I (591-641) per essere stati, probabilmente, suoi alleati in occasione della espansione del ducato  di Benevento verso i territori dei Bruttii, della Lucania, del Lazio e, probabilmente, del territorio della provincia Samnium, vista la conquista nell’anno 595 della città di Venafro tra gli anni 591-595, il cui territorio era compreso nei confini ovest della provincia Samnium.

Ergo, sarebbe stato il duca Arechi I, durante la sua titolarità (591-641), a “ricompensare” i suoi alleati Protobulgari, concedendo loro, dopo l’annessione della provincia Samnium al ducato di Benevento, il territorio tra Sepino, Isernia e Bojano, descritti da Diacono in modo difforme dalla reale.                                                                                                                                                                     Per quanto riguarda i villaggi, ricordati sempre da Diacono, essi si localizzavano e localizzano nel territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese (vedi al punto 1.): una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori; la sua descrizione fornisce elementi utili per scoprire la sua fonte bibliografica; ancora una volta era il geografo greco Strabone che, come già esaminato, aveva scritto: E infatti ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, come Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città.  Quale interpretazione dare all’affermazione di Diacono: assegnato ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi una vasta regione sino allora deserta ?                                                                                                                                                                          Definizione di deserta/o (Garzanti): 1. vasta regione caratterizzata da scarsissime precipitazioni, vegetazione effimera e vita animale ridotta; 2. abbandonato dalle persone; disabitato.                                                                                                                                      La sola pianura di Boviano/Bojano occupa un’area di circa 100 kmq., ricca di acqua, circondata da umide colline e da montagne adatte ad ogni tipo di coltura ed allevamento; avrebbero potuto mai i primi conquistatori Longobardi non sfruttare quanto aveva già favorito lo sviluppo dei popoli che li avevano preceduti ? (vedi figura).

La vasta regione sino allora deserta ricordata da Paolo Diacono.

Per quanto nell’alto medioevo la pianura fosse stata coinvolta negli scontri tra le genti di razze diverse presenti nell’Italia centro meridionale, la sua peculiarità ambientale e la sua posizione strategica, non dovettero sfuggire all’arrivo dei primi Longobardi guidati dal re Autari nel loro trasferimento dal nord dell’Italia al territorio beneventano, prima che Zottone, nell’anno 570 c., fosse nominato dal re Autari titolare del ducato di Benevento o Langobardia minor.                                                                                                Dalla nomina di Zottone, anno 570, all’arrivo di Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, nella vasta regione sino allora deserta, poteva mancare la presenza, seppure non numerosa, delle popolazioni autoctone dedite all’agricoltura, all’allevamento del bestiame, etc. ed ai lavori artigianali per loro e per i nuovi conquistatori Longobardi ?                                                                                                           La risposta l’abbiamo dalle 2 sepolture citate pertinenti alle necropoli di Vicenne e di Morrioni.   (vedi figura).                                       Si localizzano nel territorio di Campochiaro sito tra Sepino a sud est e Bojano a nord ovest, lungo il tratturo Pescasseroli-Candela e nei pressi del tratturello Matese-Cortile-Centocelle, ossia proprio in quel territorio ricordato e giudicato da Diacono: vasta regione sino allora deserta, al tempo della presa di possesso dei Protobulgari, non nell’anno 667 (metà del VII sec.) con il duca Romualdo, bensì durante la titolarità del duca Arechi I tra gli anni (591-641).                                                                                                       

Certamente NON era una vasta regione sino allora deserta, visto che operavano ancora delle botteghe, come scrivono V. Ceglia – I. Marchetta (2012): […], Agli inizi del VII secolo (600-700) la ceramica longobarda, prevalentemente costituita da vasi potori stampigliati e lucidati, ha già raggiunto esiti produttivi standardizzati, per quanto le botteghe siano diversificate sul territorio.    Nel contempo la ceramica dipinta è capillarmente diffusa e prodotta con un repertorio morfologico ormai caratterizzante che va distaccandosi dai modelli ingobbiati di tradizione tardo romana. […].                                                                                                        Più in generale le brocche dipinte a fasce rosse di Vicenne mantengono alcune caratteristiche che le accomunano alle produzioni campane dell’area avellinese e salernitana. […]. (vedi figura).                                                                                                    L’ingobbio molto diluito steso a pennello o con panno sull’intera superficie è tipico, infatti, delle ceramiche comuni di tradizione tardo romana generalmente esaurite, dopo un periodo di convivenza con le dipinte a fasce rosse, entro il VI secolo, ma ancora presente a Vicenne dopo la metà del VII secolo (650).                                                                                                                                                Il quadro di confronto delineato per le brocche di Vicenne individua una serie di produzioni locali omologhe datate tra la fine del VI secolo (500-600) e il VII secolo (600-700) e la longevità cronologica dei tipi è testimoniata, proprio nel contesto molisano, da elementi diagnostici di spiccato interesse. […].

Tra VI (500-600) e VII secolo (600-700), infatti, in area meridionale, i nuclei sepolcrali sono piccoli e poco affollati, occupano frequentemente più zone della città o sono connessi a piccoli villaggi rurali e si rilevano pochi casi di cimiteri con la densità delle grandi necropoli longobarde rinvenute nel nord-Italia. La posizione delle necropoli di Campochiaro, centrale tra i due importanti municipia di Saepinum e Bovianum con continuità di vita ancora nel VI (500-600 -VII secolo (600-700), depone a favore della succitata ipotesi.                                                                                                                                                                                           I nuovi arrivati, abituati più alla guerra e non all’agricoltura ed al commercio, si avvalsero della collaborazione dei pochi o molti residenti nella vasta regione considerata da Diacono sino allora deserta.                                                                                      Ermanno A. Arslan (2004), ritiene essere stata: una popolazione, che pur collocandosi in ambito culturale genericamente <merovingio>, ben si distingueva dai longobardi di Benevento, ai quali sicuramente apparteneva il controllo politico del territorio. Si trattava di una comunità di guerrieri a cavallo, con usi funerari propri, con una forte disponibilità economica, con un gusto diverso da quello longobardo. […].                                                                                                                                                                                         Ne esce il quadro di una società guerriera, con una forte aristocrazia, cui spettava il diritto della sepoltura a cavallo, o di una società di cavalieri liberi ed eguali. […]. A Vicenne invece si aveva il rituale asiatico, con fossa unica, propria della cultura dei cavalieri della steppa.                                                                                                                                                                                                    Dopo quanto esaminato, non possiamo che condividere, su Paolo Diacono, i giudizi di Francesco Beretta (1770), Alessandro Manzoni (1845), Stefano Gasparri, Eliodoro Savino (2005),  Francesco Lamendola (2011), G. Maria Francese (2015), P. Mieli (2015) ed i giudizi i siti http://www.summagallicana.it:   https://storiaecronologia.altervista.org.

 

Oreste Gentile.

 

“SANNIO”. USO E ABUSO DEL TOPONIMO.

febbraio 17, 2020

La Storia ricorda un fenomeno migratorio, il ver sacrum (o primavera sacra), avvenuto tra i secoli XI IX a. C., causato dall’incremento demografico e dalle scarse risorse nella regione denominata *Safnio/Sabina.

Scrisse Devoto (1967): Da una forma italica *Safio- è stato derivato il nome di *Safini, latinizzato nella forma Sabini; è il termine che indica le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est, più tardi tutto il territorio compreso tra il Nera e l’Aterno.

Da una forma italica *Safno- è stato derivato il nome della regione *Safnio, in latino Samnium, in osco safinim: da questo, con suffisso greco, il nome degli abitanti Samnites, che compare per la prima volta nella forma Saunitai nello Pseudo-Scilace.

L’estensione del territorio dei *Safini/Samnites/Sanniti dopo le migrazioni, soprattutto quello bagnato dal mare Adriatico, venne descritto da Scilace di Carianda (V sec. a. C.), nel Periplo: 15. Sanniti. Dopo gli iapigi, a partire dal monte Orione (Gargano, n. d. r.), ci sono i sanniti. […]. La navigazione costiera della terra dei sanniti dura due giorni e una notte.

16. Dopo i sanniti c’è il popolo degli umbri, e nella loro terra si trova la città di Ancona.                                                                             I Samnites/Sanniti della costa adriatica, in base alla descrizione di Scilace, erano i Frentani, i Marrucini, i Vestini ed i Piceni, la cui presenza fu confermata molti secoli dopo da Strabone (67 a. C.-17 d. C.).   

Pseudo Scilace: I popoli localizzati ed identificati lungo le coste centro-meridionali della penisola Italica (V sec. a. C.).

Pallottino (1984), ricordando il nome della regione, *Safnio/Samnium/Sabina prima della espansione di Roma, la localizzò: Possiamo tuttavia ritenere, specialmente alla luce delle scoperte e degli studi più recenti, che in un’area compresa tra le Marche, gli Abruzzi e la provincia di Rieti si sia venuta configurando, almeno a partire dagli inizi dell’età del ferrouna unità etnica alla quale si può attribuire il nome generale di Sabini (o, nella loro propria fonologia, Safini). [….]. 

LaSabina. Il territorio *Safnio/Samnium/Sannio(XI-IX sec. a. C.).

 Al nucleo originario si ricollegano, con una differenziazione verosimilmente più tardiva, diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini,Marsi,Peligni,Marruciniecc.); mentre più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise (Pentri Frentani di Larino, n. d. r.) e della Campania (Irpini Caudini, n. d. r.), dalla cui diaspora gemmeranno in piena età storica i Campani, i Lucani, i Bruzi.

Pertanto, erano discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini ed i Lucani.

Il loro vasto territorio era il *Safnio/Samnium/Sannio, distinzione confermata da Strabone: Il Piceno e la parte interna della penisola2. Dopo le città dell’Umbria situate fra Ariminum ed Ancona c’è il Piceno. I Picentini emigrarono dalla Sabina, sotto la guida di un picchio che aveva mostrato la via ai loro primi capi. Di qui il loro nome: chiamano infatti picus questo uccello e lo considerano sacro ad Ares. […]. Oltre il Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica. (vedi figura).

Tra i secoli VI-V a. C. alcuni dei Safini/Sanniti, cosiddetti della “montagna”: i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini e, forse i Frentani, iniziarono la conquista di alcune città greche ed etrusche localizzate nel territorio campano, ma dovettero affrontare i primi scontri con la nascente potenza di Roma: dopo l’unica sconfitta dei Romani presso le Forche Caudine ed i vari trattati di pace, i popoli discendenti daiSafini/Sabini/Sabelli/Sanniti furono definitivamente sconfitti nell’anno 88 a. C..

La presenza nel territorio campano dei Sanniti cosiddetti della “montagna” causò una errata illustrazione di Strabone sulla origine dei Sanniti appartenenti alla popolazione dei Pentri: Intorno ai Sanniti c’è un’altra tradizione secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra contro gli Umbri, […]. Quelli (i Sabini, n. d. r.fecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verisimile perciò supporre che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (i Sabini, n. d. r.).

Lo storico greco si era DISTRATTO: il paese degli Opici non era quello dove, secondo la tradizione il toro si sdraiò, per dormire, bensì, ricordando e citando Antioco (II metà del V sec. a. C.), lo stesso Strabone illustrò un’altra realtà: Antioco dice che questa terra (la pianura campana, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e che Polibio (210/128-203/121 a. C., n. d. r.), proseguì Strabone: distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Strabone, sempre citando Antioco che visse molto prima di lui, aggiunse: dice che questa terra (Campania, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e Polibio distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Opici od Opikoi, nella lingua latina Oschi Osci, era il nome di un unico popolo che abitò per primo la pianura campana e furono ricordati da Antioco, da Polibio (da Antioco), daTucidite (460-395 a. C.) e da Dioniso di Alicarnasso (60/55/-8 a. C.) che a sua volta aveva consultato Antioco e Tucidite.

Gli Opici (greco), Oschi od Osci (latino), subita la conquista dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, ovvero i Pentri, i Carecini, gli Irpini e i Caudini, si < fusero > con essi, dando origine al popolo dei Campani.

Pallottino, scrisse: altro nome dei Campani è Osci, donde la designazione comune di lingua osca per tutte le parlate italico-orientali del Sud. (vedi figura).

I popoli Safini/Sabini//Sabelli/Sanniti, gli Ausoni e gli Opici nel territorio campano prima della dominazione Romana.

L’uso improprio del toponimoSamnium/Sannio e quello dei suoi abitanti, iSanniti, dovrebbe risalire alla fine del III sec. a. C..

Scrisse Salmon (1977): è che dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.) ogni volta che il nome Sanniti viene usato col significato di < abitanti del Sannio > esso serve di norma a indicare i Pentri.

Livio (59 a. C.-17 d. C.) conosceva l’origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, del popolo dei Pentri, avendo ricordò Bovianum/Bojano, la loro capitale: Caput hoc erat Pentrorum Samnitium.

La riforma amministrativa, voluta nel 7 d. C. dall’imperatore Augusto, divise la penisola italica in 11 regiones più le 2 isole; l’esteso territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, secondo la descrizione di Plinio (I sec. d. C.), fu diviso: la II Regione includeva Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos ed i Caudini, ricordati da Plinio unicamente con il nome della loro capitale: Caudio.

Della IV Regione, denominata Sabina et Samnium/Sannio, elencò dapprima le colonie istituite nei territori di quelle che egli considerava le popolazioni più valorose d’Italia: i Frentani, i Carecini, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini; proseguì con l’elenco delle colonie che stimò essere Sannite, presenti nel territorio dei Pentri: Bojano,[…], Alfedena, Isernia, Faifoli, Sepino […], Trivento,  ed evidenziando che i Sanniti furono detti anche Sabelli, e Saunitai dai Greci.

Nella descrizione, successivamente elencò le colonie nel territorio della Sabina e, separatamente, le colonie degli Aequicoli, dei Marsi, includendo i popoli dei Piceni e dei Pretuzi nella V Regione. (vedi figura da wikipedia).

Tra gli storici dell’antichità, Sesto Pompeo Festo (II sec. d. C.) ha causato una grande confusione; ricordando i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione/ver sacrum dalla Sabina verso i territori centro meridionali della penisola italica, scrisse: Samnitibus nomen inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebat. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984).

Come potevano i giovani migranti, fin dalla loro origine (circa XI-IX a. C.) denominati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, derivare il loro vocabulum da un colle il cui nome era Sannio?

La Storia li conosceva già essere Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, pertanto solo il gruppo dei migranti al seguito di Comio Castronio avrebbe dato il vocabulo Sannio al colle, la meta del loro arrivo e del loro stanziamento.

Al tempo (II sec. d. C.) in cui scrisse Festo, come aveva ricordato Salmon e prima di lui Livio, i Romani dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.)  ritenevano che il nome Sanniti usato col significato di < abitanti del Sannio > serviva di norma a indicare i Pentri. (vedi figura 1 e 2).

Molto probabilmente Festo aveva descritto la migrazione/ver sacrum dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ma gli UNICI a seguire, come abbiamo appreso da Strabone, un toro/bue, si denominarono Pentri (visto che erano già Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti).

Nel III sec. d. C., sotto l’imperatore Diocleziano, la IV Regione augustea denominata Sabina et Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituirono la provincia Campania et Samnium. (vedi figura).

 

 

La PROVINCIA SAMNIUM.

Successivamente, probabilmente a causa del terremoto dell’anno 346, fu istituita la provincia Samnium, separata dalla Campania, come testimonia il Codex Theodosianus: Anno Dom. 413. Ubi octo Italiae provinciae nominarut, Campania, Tuscia, Picenum, Samnium, Apulia, Calabria, Brutij, & Lucania.

F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntis secre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Per l’anno 452 abbiamo una ulteriore conferma dell’esistenza della provincia Samnium: l’epistolae di papa Leone I Magno: […] universis episcopis per Campaniam, Samnium et Picenum constitutis e nei Dialoghi di papa Gregorio Magno fra gli anni 593-594: Nuper in Samniae provincia […], quot Samnii provincia noverunt.

Le provinciae: 1. Valeria. 2. Campania. 3. Samnium. 4. Apulia et Calabria.

La provincia Samnium, sia CHIARO, comprendeva UNICAMENTE i territori di alcune popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: i Marrucini, i Frentani, i Carecini, i Pentri, ed i territori pertinenti alle città caudine di Telese e di Alife (e qualche centro della Daunia settentrionale?).

Furono ESCLUSI i territori delle altre città del popolo dei Caudini e tutto il territorio degli Irpini con la città di Benevento, già loro capitale. (vedi figura).

 

IL SAMNIUM/SANNIO IN EPOCA LONGOBARDA E NORMANNA.

La dominazione Longobarda istituì nell’Italia centro-meridionale il ducato di Spoleto con inclusi i territori pertinenti ai popoli di origine Safina/Sabina/Sabelli/Sannita: i Sabini, i Marsi, degli Aequi, i Vestini ed i Peligni; mentre i territori dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini; parte del territorio dei Volsci e dei Sidicini; il territorio campano, il dauno eparte di quello dei Peucezii e dei Lucani costituirono il ducato, poi principato di Benevento o Langobardia minor.

Nei documenti e negli atti ufficiali il territorio pertinente al ducato, poi principato di Benevento o Langobardia minor fu identificato e citato: territorio di Benevento (anni 749-756); provincia di Benevento (anno 810) e territorio della città di Benevento (anno 981), sempre distinto dal territorio della provincia Samnium. (vedi figura).

ESCLUSIVAMENTE Paolo Diacono (720/24-799), storico longobardo, scrivendo dopo diversi anni dalla conquista longobarda dell’Italia, ricordò: La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…]. In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus.).

Per una distrazione o per volere accreditare alla città di Benevento un ruolo di primaria importanza, essendo all’epoca sede del ducato (poi principato) longobardo, lo storico longobardo Paolo Diacono la stimò capitale della provincia Samnium (non del ducato/principato omonimo).

Impropriamente denominò Sannio tutto il territorio del ducato, poi principato di Benevento; un toponimo già pertinente, tra i secoli IV e VI, UNICAMENTE alla già descritta provincia Samnium, con i territori dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, nonché i territori delle città caudine di Telese e di Alife, con l’ESCLUSIONE della città di Benevento e del suo il territorio.

UNICAMENTE Diacono ricordò una città denominata Sannio (disfatta dall’antichità) che avrebbe dato il proprio nome Sannio a l’intera provincia, ossia alla quattordicesima provincia del regno longobardo di cui avrebbe dovuto essere capitale la ricchissima Benevento.

Diacono aveva scritto nell’ VIII sec. d. C., ma nei secoli precedenti (a partire dal XI-IX sec. a. C.) NESSUNO storico greco o latino aveva ricordato un< città> denominata Sannio nel vasto territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sannitie, sorprende NON avesse ricordato nella sua citazione (lo fece solo in un capitolo successivo) la città di Boviano o Bobiano o Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, popolazione cui appartenevano le città di Aufidena ed Isernia, ricordate dallo storico longobardo.  

Non solo, Diacono in occasione della morte di Romuoldo, duca di Benevento, scrisse: gli successe, reggendo le genti sannite per tre anni, suo figlio Grimoaldo; ed aggiunse: Morto anche Gisulfo, duca dei Beneventani, il popolo dei Sanniti ne elevò al ducato il figlio Romualdo.

Fu fatto un uso improprio della denominazione Sannita: il ducato, poi principato di Benevento, era costituito, oltre che dal popolo dei Sanniti, anche dai Marrucini, dai Frentani, dai Carecini, dai Pentri, dagli Irpini (Benevento), dai Caudini, dai Lucani; nonché da una parte, forse la più numerosa, di popoli NON di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita che elevò al ducato Romualdo figlio Gisulfo; essi erano i Volsci, i Sidicini, i Campani, i Dauni ed i Peucezii.

Per l’origine in comune con il popolo dei Sanniti, ignorati da Diacono, oltre a quelli succitati, ricordiamo che erano di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita anche i Sabini, i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi ed   i Peligni, a loro volta inclusi nel ducato di Spoleto. (vedi figura).

RICAPITOLANDO.

Con la riforma augustea nel 7 sec. d. C., la II regione Apulia et Calabria includeva, oltre alla città di Benevento ed il suo territorio già abitato dai Sanniti/Irpini, quello dei Sanniti/Caudini.

Nella IV regione erano stati inclusi i Sanniti: Frentani, Carecini, Marrucini, Peligni, Marsi, Aequi, Vestini, Pentri, Sabini, Aequi e Marsi.

Nella V Regione i Sanniti: Piceni e Pretuzi

Con l’imperatore Diocleziano nel III sec. d. C., la IV Regione augustea denominata Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituì la provincia Campania et Samnium.

Nell’anno 346 fu istituita la provincia Samnium: la città di Benevento con il suo territorio già irpino ed il territorio già dei Caudini, RIMASERO nella provincia Campania.

Dopo quanto scritto da Paolo Diacono, alcuni degli antichi cronisti, ma NON i documenti e gli atti ufficiali redatti all’epoca, conoscendo la Storia dei territori e delle popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita per essere stati tenaci, ma sfortunati difensori della loro libertà contro i Romani, per millanteria non disdegnarono, dopo quando scritto da Diacono, di ENFATIZZARE e stimare Sannio l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento, e ritenere i loro duchi ed i loro principi: duce Samnitium o dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.

Infatti, nella Diversarum gentium historiae antiquae scriptores tres Di Jordanes, si legge: XXXIX. Defucto itaque Gisulfo Beneventanorum; duce Samnitium populus Romoaldum eius filium ad regendum se sublimavit; mentre il Chronicon Salernitanum, li ritenne titolari di un principatum Samnitum: Radelchis (titolare 839- 851) ut supra diximus Beneventanus princeps dum tenuisset principatum Samnitum annos 11 et menses 11; oppure: Sed dum Radelgarium (titolare 851-854) extinctum de hac luce nimirum fuisset, Adelchis, (titolare dal 854 al 878) frater eius principatum Samnitum optinuit.

In Monumenta Germanie historica (III), per gli Annales Beneventani, senza alcuna giustificazione fu scritto: Anno domini 788 mense Agusti 7. Kal. Septembris obiit Arechis, princeps et dux Samnitibus atque fundator sanctae Sophiae e nella Chronica Sancti Benedicti: Gisulfus prior dux Beneventi devastavit Campaniam, qui prefuit Samnitibus ann. 17.

Come esamineremo, nei documenti e negli atti ufficiali trascritti nel Chronicon Vulturnene, sottoscritti dai duchi e dai principi, la città di Benevento fu sempre giudicata UNICAMENTE capitale del ducato e, successivamente, del principato omonimo: Radelchisi princeps Beneventanus; Adelchisum principe Beneventanum o Beventanorum princeps Adelchi o Beneventanum principem Adelchisum; Atenolfus, ut diximus, principatum Beneventanum; Landolfo, Benevenatus princeps.

Il SAMNIUM/SANNIO NEL CHRONICON VULTURNENSE.

Diacono, scrivendo l’Historia Langobardorum, redatta presumibilmente dall’anno 787 all’anno 789, non tenne conto, forse l’ignorava, della ricca documentazione esistente alla sua epoca ed utilizzata dal monaco Giovanni, tra gli anni 11111139, per la redazione del Chronicon Vulturnense: dalla fondazione del monastero di S. Vincenzo martire nell’anno 703 fino prima metà del XII sec..

Nella quasi totalità dei documenti trascritti nel Chronicon Vulturnense ed esistenti al tempo di Diacono, fu data la massima evidenza al toponimo del territorio dove era localizzato il monastero dedicato a S. Vincenzo martire, INEQUIVOCABILMENTE distinto dal territorio del ducato, poi principato di Benevento.

Dal documento più antico, si apprende: [Doc. 9-(689-706)], Gisulfo, sommo duca della gente dei Longobardi, dichiarava la costruzione del monastero di S. Vincenzo nel territorio della nostra santa città di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno.

Nota bene: la sorgente del fiume Volturno era sì dentro i confini del territorio del ducato/principato di Benevento (vedi figura a sn.), ma nel territorio pertinente all’antica provincia Samnium da cui era stato escluso quello occupato dai Sanniti/Irpini. (vedi figura ds.).

[Doc. 10-25 maggio 715]. Fu proprio il re Carlo per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio romano, a dichiarare che il monastero era stato edificato dai santi uomini Paldo, Tato e Taso nella provincia del Sannio presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: […], quod a santis viris Paldone, Tatone et Tasone in Samnii provincia super Volturnum fluvium edificatum fuerat, […]. (vedi figura ds.).

Fu proprio re Carlo Magno a confermare l’inclusione della provincia del Sannio, istituita nel IV sec. d. C., nel ducato/principato longobardo di Benevento o Langobardia minor.

Un’altra lettera, (Doc. n. 27, vol. I), del sovrano testimonia: […] del monastero di San Vincenzo Martire, che è costruito nel luogo che è detto Sannio sul fiume Volturno,.

Il testo originale recita: […] Pauli (abbatis ex monasterio Sancti) Vincencii martiris, (quod est constructum in loco qui dicitur) Samnii, super fluvium Vulturnum. […].

Il [Doc. 11-(749-756)], del signore Astolfo, sommo re dei Longobardi, per intercessione di Gisulfo, esimio duca della gente dei Longobardi, nel territorio di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno, concediamo e confermiamo al venerabile monastero di S. Vincenzo martire, IGNORATO da Diacono, permetteva di localizzare il monastero di S. Vincenzo nel territorio di Benevento (ergo, Gisulfo, non era un duce Samnitium e non esisteva il principatum Samnitum, vedi pagina precedente) presso la sorgente del fiume Volturno e, più precisamente, come confermò Arechi, principe delle genti Longobardi con il [Doc. 12-marzo/aprile 758-26 dicembre 760)]: […], al monastero di S. Vincenzo, che è situato nel territorio del Sannio presso il fiume Volturno, ossia nel territorio già denominato provincia Samnium, incluso nel ducato/principato di Benevento.

Il testo originale recita: […], in monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in finibus, Samnie, iuxta Vulturno flumine.

La precisa localizzazione del monastero di S. Vincenzo fu ricordata da Desiderio, imperatore per disposizione della divina provvidenza, con il [Doc. 14-anteriore al 774): […], che è costruito nel territorio del Sannio, presso la sorgente del fiume Volturno.

Diacono IGNORAVA: il territorio del Sannio altro non era che la provincia Samnium.

La distinzione tra i 2 territori fu descritta in modo CHIARO, INCONFUTABILE ed è EVIDENTE come, all’epoca, il territorio pertinente al ducato/principato di Benevento, a differenza di quanto aveva scritto lo storico longobardo, non fu MAI identificato con il toponimo Sannio, pur essendo stato il territorio beneventano, nell’antico passato occupato dal popolo dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Irpini.

Nel [Doc. 15(742-751)].  Gisulfo si dichiarò: sommo duca a Benevento della gente dei Longobardi, al venerabile monastero di S. Vincenzo martire, che è situato entro i confini del Sannio nel territorio di Benevento presso la sorgente del fiume Volturno.

Nel successivo documento, [Doc. 16-(742-751)], sempre Gisulfo, sommo duca dei longobardi, dichiarò il monastero nel territorio beneventano presso la sorgente del fiume Volturno, omettendo quanto aveva precisato nel Doc. 15, ossia: situato entro i confini del Sannio, ma affermando genericamente nel territorio beneventano, ossia nel territorio del ducato/principato di Benevento.

INDUBBIA era la localizzazione del monastero di S. Vincenzo presso la sorgente del fiume Volturno e, soprattutto, il sito aveva conservato il toponimo Sannio.

Localizzazione ed identificazione confermate anche dal [Doc. 17-754 luglio)], ancora una volta IGNORATO da Diacono: Stefano (vescovo servo dei servi di Dio) ad Atto (venerabile abate del martire di Cristo Vincenzo, fondato presso la sorgente del fiume Volturno, nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento e, […]. Pertanto, poiché avete chiesto a noi che il monastero del beato Vincenzo martire, situato presso il fiume Volturno, nelle parti del Sannio.

Il territorio Sannio e il territorio di Benevento erano sì distinti, ma appartenenti al ducato/principato di Benevento.

Altri documenti confermano la precisa identificazione e localizzazione del territorio Sannio nei confini del ducato/principato di Benevento, evidenziando che già al tempo di Diacono la provincia Samnium ed il territorio dei Sanniti/Pentri, era stato già diviso, (correva l’anno 667), in gastaldati con capoluogo le antiche civitas romane e sedi vescovili: Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, che successivamente, con la presenza dei Franchi, divennero la sede delle contee.

Il territorio Sannio presso le sorgenti del fiume Volturno, si localizzava nel territorio pertinente al gastaldato, poi contea di Venafro. (vedi figure).

Altri documenti, ignorati da Diacono, confermano la NETTA distinzione tra il territorio del Sannio e il territorio di Benevento: Anno 754. […], nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento e, […]. […], a noi che il monastero del beato Vincenzo martire, situato presso il fiume Volturno, nel territorio di Benevento, nelle parti del Sannio. Anno 758-760. […], al monastero di S. Vincenzo, che è situato nel territorio del Sannio presso il fiume Volturno. Anno 787. Carlo re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani al venerabile abate Paolo e ai monaci del monastero di S. Vincenzo, situato nel territorio di Benevento, nelle terre del Sannio.

Anno 787. […], (che è stato costruito nel luogo che è detto) Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Vincencii martiris, (quod est costructum in loco qui dicitur) Samnii, super fluvium Vulturnum, SMENTENDO quanto scritto un anno dopo nel Monumenta Germanie historica (III), per gli Annales Beneventani, in cui è scritto: Anno domini 788 mense Agusti 7. Kal. Septembris obiit Arechis, princeps et dux Samnitibus atque fundator sanctae Sophiae.

SMENTITE confermate anche dai documenti e dagli atti ufficiali sottoscritti negli anni successivi; MAI citarono: principatum Samnitum e dux Samnitibus; UNICAMENTE Beneventane provinciae, Beneventane provincie o fine Beneventi.

Anno 807. Nel nome del Signore.  Al tempo del nostro eccellentissimo signor Grimoaldo, per divina provvidenza principe della provincia di Benevento, […], offriamo al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, che è situato sul fiume Volturno, nel territorio del Sannio, […].

NULLA di nuovo nei documenti e negli atti ufficiali redatti negli anni successivi alla pubblicazione dell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono.

Anno 810. […]. Noi, gloriosissimo Grimoaldo, per divina provvidenza principe della provincia di Benevento, su richiesta del nostro referendario Aodoaldo, abbiamo concesso al monastero di S. Vincenzo martire, che è situato nel territorio del Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Grimoaldus, Dei previdencia, Beneventane provinciae princeps. […], in monasterio Sancti Vincencii martyris, qui situs est in finibus Samnie, iuxta Vulturno flumine.

Anno 812. […] che è posto presso il fiume Volturno nella zona del Sannio. Anno 817. […] al monastero di S. Vincenzo, situato nel Sannio presso il fiume Volturno.

Che il toponimo Sannio non indicasse UNICAMENTE il territorio pertinente al monastero di S. Vincenzo, è documentato nel Chronicon Vulturnense riguardante l’offerta di un casale a Macchia nel Sannio al tempo (anni 824-842) dell’abate Epifanio.

Il sito di Macchia, nella traduzione in italiano del testo latino, è stato identificato con l’attuale Macchiagodena, un insediamento esistente nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri prossimo a Bovianum/Bojano, già loro città madre e capitale.

Si conferma che all’epoca il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, su cui era stato edificato anche il monastero di S. Vincenzo, era sì nei confini del ducato/principato di Benevento, ma si localizzava nell’antica provincia Samnium.

Macchia, con il toponimo Macla Godani, fu ancora ricordata nell’anno 1003 per la donazione della chiesa di S. Apollinare al monastero di S. Vincenzo, da parte della titolare della contea di Boiano, contessa Roffrid, appartenente alla nobiltà longobarda del principato di Benevento.

Interessante è il [Documento 1 – febbraio 1070 ] Io Berardo, figlio del fu Giovanni, che ora abito nel castello di Pietra Abbondante nel territorio Beneventano.

Il castello di Pietra Abbondante era sì nel territorio Beneventano, ma ESATTAMENTE si localizzava, al pari del monastero di S. Vincenzo, nel territorio della provincia Samnium ed i suoi abitanti erano stati i Sanniti/Pentri.

Nel I sec. a. C. era stato il principale centro religioso di tutti i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).

Il toponimo Sannio compare anche nel doc. 167 del marzo 989 per identificare la zona in cui era la località Cerro: […], e inoltre da abitare, piantare vigneti per ventinove anni nella zona del Sannio, nella località detta Cerro.

Cerro è l’odierno Cerro al Volturno in prov. di Isernia, distante dal monastero di S. Vincenzo circa 5-6 km. (3-9 a piedi); pertanto, al pari di Macla Godani/Macchiagodena e Pietrabbondante ed il monastero vulturnense, erano nel territorio abitato da Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri: sì nel ducato/principato di Benevento ma, precisamente nel territorio già della provincia Samnium.

Anno 833-836. […]. Noi, gloriosissimo Sicardo, per divina Provvidenza principe della provincia di Benevento, su richiesta Roffredo, nostro referendario, concediamo al monastero del beato Vincenzo, situato nel territorio del Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Nos vir glorissimus Sicardus, Dei providencia, Beneventane provincie princeps, […], concedimus in monasterio Beatissimi Vincencii martyris, quod situm est in finibus Samnie, iuxta fluvio Vulturno.

E’ bene ricordare anche i 2 documenti, il dell’anno 944: […], quod situm est in partibus Samnie, territorio Beneventano, super fontem Vulturni fluminis ed il dell’anno 965/966: […], in partibus Samnie sito, unde flumen Vulturnus oritur, dove finibus corrisponde a limite o confine e partibus a terre o territorio denominato Sannio, toponimo ereditato da quello della provincia istituita tra i secoli IV-VI secolo, divenuta parte integrante del ducato/principato di Benevento, dove si localizzava il monastero di S. Vincenzo martire.

L’ESATTA localizzazione ed identificazione del monastero di S. Vincenzo descritte dai cronisti dell’epoca non mutò nel corso dei secoli neanche dopo la sua distruzione operata dai Saraceni guidati da Saudan nell’anno 881, né con il suo abbandono per circa 30 anni (vi tornarono intorno all’anno 911).

Anno 936. […], Rambaldo, umile abate del monastero di S. Vincenzo, situato nel territorio di Benevento, nella zona chiamata Sannio, sul fiume Volturno.

Il testo originale recita: […] ex monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in fine Beneventi, ubi Samnia vocatur, super fluvium Vulturnum.

Anno 894. […] del monastero di S. Vincenzo situato nel territorio di Benevento, sul fiume Volturno, nella zona della Sannio.

Il testo originale recita: ex monasterio Sanctii Vincencii, quod situm est in partibus Beneventi, super fluvium Vulturnum, in locuin ubi Samnia vocatur.

Anno 968. […] Paolo, abate del monastero di S. Vincenzo, situato presso le sorgenti del fiume Volturno, nella regione del Sannio, nel territorio di Benvento.

Il testo originale recita: […] … monasterio Sancti Vincencii, situ supra Vulturni fontes, loco Samnie, territorio Beneventano.

Anno 992. […] situato presso la sorgente del fiume Volturno, nella zona del Sannio, nel territorio beneventano. Anno 976. […]. Fondato e costruito presso la sorgente del fiume Volturno, nella zona del Sannio.

Quando agli inizi del XI secolo il principato di Capua fu reso autonomo dal principato di Benevento, il territorio appartenente al monastero di S. Vincenzo, fu assegnato al principato capuano ed il toponimo Sannio continuò ad identificare il territorio dove si localizzava il monastero di S. Vincenzo, situato presso la sorgente del fiume Volturno, sempre pertinente ad una regione, ad un territorio, e ad una località denominata Sannio.

Il nuovo assetto amministrativo non mancò di creare una certa confusione nella redazione dei diplomi trascritti nel Chronicon Vulturnense, tant’è che il monastero di S. Vincenzo fu assegnato a volte al principato di Capua, a volte al principato di Benevento, confermando sempre l’originaria ed unica denominazione del territorio o regione pertinente al monastero: SANNIO.

Anno 1010: Così concedo, consegno e dono al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, situato nel territorio capuano nella località Sannio. Anno 1011. Così concedo, consegno e dono al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, situato nel territorio capuano nella località del Sannio. Anno 1021: […] è venuto Pietro, monaco e preposto del monastero del beato Vincenzo, che nella zona di Benevento, nella località presso il fiume Volturno chiamata Sannio. Anno 1040. […], offriamo al monastero di S. Vincenzo, che è presso la riva del fiume Volturno, nel territorio di Benevento, nella zona del Sannio. Anno 1022: […], diacono del monastero di S. Vincenzo, costruito presso la sorgente del fiume Volturno, vicino la città di Capua. Anno 1029: […] abbiamo offerto a Dio e alla chiesa di S. Vincenzo, levita e martire, che è situata nel territorio di Capua, nella località del Sannio. Anno 1104Al venerabile Giosuè, abate del monastero del martire di Cristo Vincenzo, situato presso la sorgente del fiume Volturno nelle zone del Sannio, nel territorio di Benevento. (vedi figura).

Il monastero nel principato di Capua.

Con il successivo dominio dei Normanni nell’Italia centro-meridionale, i documenti trascritti nel Chronicon Vulturnense, NON mutarono la localizzazione e l’identificazione del monastero di S. Vincenzo; il toponimo Sannio continuò ad identificare con precisione il luogo su cui era stato edificato: presso le sorgenti del fiume Volturno e pertinente amministrativamente al principato di Capua.

La signoria fondiaria della Terra Sancti Vincencii.

Il ricordo di un unico territorio denominato Samnium/Sannio in cui si localizzava anche il capoluogo della contea normanna di Boiano, risale all’anno 1082 come conferma la donazione alla chiesa di S. Maria sita nella civitas Saepinum, da parte del normanno Rodolfo, titolare della contea di Boiano, all’epoca pertinente al Principatus domini Iordani capuani princeps: Cartula Oblationis [1082], febbraio.     

[…]. Ideoque nos hi sumus Raul gratia Dei comes filius quondam dompni Guimundi qui fuit comes, ortus in Europis partibus Alpis et nunc, Deo tuente, comitatum teneo in Sampnitis partibus que vulgo Bubiano vocatur.

Sampnitis è la corruzione di Samnitis/Sanniti e Bubiano quella di Bobiano/Bojano (vedi figura Tabula Peutingeriana III-V sec. a. C.).

Sampnitis è affine a Sampnie scritto nell’anno 1045 per identificare, come esamineremo, il castello Sampnie (odierno Castel San Vincenzo) edificato nei pressi dell’antico monastero longobardo di S. Vincenzo martire presso le sorgenti del fiume Volturno

Il conte Rodolfo era consapevole della localizzazione della sua contea di Boiano nella provincia Samnium (corrotto Sampnitis o Sampnie) di cui faceva parte anche il territorio presso le sorgenti del fiume Volturno, su cui era stato edificato il monastero di S. Vincenzo, entrambi all’epoca compresi nel principato di Capua.

Il toponimo Samnie, Samnia, Samniae, Samnii, Samnium scritto nei documenti del Chronicon Vulturnense e Sampnitis, ricordato dal conte Rodolfo nella sua donazione, CERTAMENTE non poteva essere riferito ad un villaggio, né ad una città, ma al territorio ed al popolo; territorio denominato provincia Samnium dal IV sec..

Sampnie, ricordato nell’anno 1045, potrebbe essere la corruzione di Samnium/Sannio per identificare e localizzare il castello; Sampnitis, ricordato nell’anno 1082, per identificare nella forma corrotta, i Samnitis, suoi abitanti.

SANNIO: CITTA’ O CASTELLO ?

Dimostrare l’esistenza nell’antico passato di un “insediamento” o di una “città” denominata Samnium/Sannio, sempre IGNORATO dalla Storia, è quanto mai difficile, tuttora si ignora la sua localizzazione nel vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Il longobardo Paolo Diacono nel VIII sec., come già esaminato, sostenne: […] Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.

Sì, l’intera provincia fu denominata Sannio, NON per l’esistenza di una città omonima, bensì, come ricorda la Storia, per il toponimo *Safnio/Samnium della patria di origine dei popoli migranti di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

Sì, della stessa origine erano gli Irpini con capitale Benevento ed i Caudini con capitale Caudio/Montesarchio, ma ad eccezione della città caudine di Alife e Telese, erano stati ESCLUSI dal territorio della provincia Samnium.

VERAMENTE è esistito ed esiste, documentato a partire dal X secolo, un insediamento presso il complesso monastico di S. Vincenzo martire più volte ricordato nel Chronicon Vulturnense: Castello Samnie o castello Sampnie localizzato in partibus Samnie situs super Vulturni fluminis o, con più esattezza: est () in partibus Beneventanis, () super fluvium Vulturni locus, () ubi Samnia vocatur in () castello Sampnie.

Anno 982. […] monasterii martiris Sancti Vincencii Christi, in partibus Samnie, situs super Vulturni fluminis. […]. Actu de Castello Samnie.

Anno 985. […] monasterium Sancti Vincencii in partibus Samnie, situs super Vulturni fluminis fontes […]. Actum de Castello Samnie.

Anno 988. […]  monasterii Sancti Vincencii, situs super Vulturni flumini fontes […]. Actum de Castello Samnie.

Anno 995. […] monasterium Sancti Vincencii, situs super Vulturni fluminis fontes  […]. Et te Ummo notarium scribere rogavimus in acto de Castello Samnie.

Anno 1011-1045. […].  Monastero di S. Vincenzo, situato nella zona di Benevento, sul fiume Volturno, nella località detta Sannio. […]. Per vostra sicurezza abbiamo chiesto a Indolfo, chierico e notaio, di scrivere nel distretto (in actu nel testo, n. d. t.) di S. Vincenzo, nel Castello del Sannio.

Il testo originale recita: […] ex monasterio Sancti Vincencii, qui situm est in partibus Beneventanis, super fluvium Vulturni locus, ubi Samnia vocatur […] in actu Sancti Vincencii, in castello Sampnie. (vedi figura).

Cosa era accaduto?

Con il “ritorno alla vita” del monastero di S. Vincenzo, agli inizi del X secolo, dopo la distruzione dell’anno 881 e la fuga nella città di Capua dei monaci superstiti alla strage dei Saraceni, si originò, con le numerose donazioni di terre e di beni da parte dei nobili longobardi e franchi una vera e propria signoria monastica, la Terra Sancti Vincencii, con la concessione ai coloni, per contratto (libellum), di grandi estensioni di terreni da urbanizzare e coltivare.

Agli stessi coloni, documenta il Chronicon Vulturnense, fu concesso di costruire i castra a difesa dei quali, oltre alle mura di cinta, potevano erigere torri e castelli, soprattutto nelle zone di maggiore interesse strategico.

Fra quelli ricordati (anche con i loro nomi latini) dai documenti e dagli atti ufficiali del Chronicon Vulturnense, è stato possibile, localizzando i castra ed i castelli costruiti nel territorio della signoria monastica sorta presso le sorgenti del fiume Volturno, di localizzare e di identificare il Castello Samnie o Castello del Sannio o castello Sampnie con l’odierno Castel San Vincenzo: Castello di Scapoli, Fossa Cieca, Colle Sant’Angelo, Castello di Guado Porcino, Tenzonoso, Cerro con Spina, Acquaviva, Rionero, Mala Cocchiara, Alfedena, Foruli, castello di Fornello, Castiglione, Pizzone, Castel Nuovo, Rocchetta di Colli Cerro [(vedi fig.1° )dal sito: Convegno “Reviviscentia Terrae Sancti Vincentii”].

I castra ed i castelli costruiti nel territorio pertinente alla signoria monastica di S. Vincenzo (a nord di Venafro e nord-est di Isernia). TUTTI localizzati nella provincia Samnium.

Il Castello Samnie o Castello del Sannio o castello Sampnie, l’odierno Castel San Vincenzo, fu costruito in prossimità e ad ovest del centro monastico di S. Vincenzo presso le sorgente del fiume Volturno, in un territorio che nel corso dei secoli fu identificato (in ordine cronologico): territorio della nostra santa città di Benevento (689-706); nella provincia del Sannio (715); entro i confini del Sannio, nel territorio di Benevento (742-751); nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento (754); nel territorio del Sannio (774); nel territorio di Benevento, nelle terre del Sannio (787); nel luogo che è detto Sannio (787); in finibus, Samnie (810); situato nel Sannio (812); in fine Beneventi, ubi Samnia vocatur (936); in partibus Samnie (944); in partibus Samnie sito (965/966); loco Samnie, territorio Beneventano (968); nella zona del Sannio (976); nella zona del Sannio, nel territorio beneventano (992); nel territorio di Capua, nella località del Sannio (1029); nel territorio di Benevento, nella zona del Sannio (1040); nelle zone del Sannio, nel territorio di Benevento (1104).

Il monastero di S. Vincenzo martire (quadrato nero) nel territorio della Provincia Samnium (confine nero) nel principato di Benevento (territorio azzurro).

SAMNIUM/SANNIO: L’ABUSO.

Dopo quanto esaminato dai documenti e dagli atti ufficiali sottoscritti dai re, dai duchi e dai principi sia del ducato/principato di Benevento, sia del principato di Capua, è ERRATO continuare a sostenere l’esistenza di un principatum Samnitum, come NON sono Mai esistiti i titoli nobiliari di dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.

Al contrario, si può sostenere, senza ombra di dubbio: il monastero di S. Vincenzo, sito presso le sorgenti del fiume Volturno, era sì nel territorio della nostra santa città di Benevento (689-706) ma, esattamente, nella provincia del Sannio (715).

Nel territorio della provincia Samnium istituita intorno all’anno 346 e ricordata nell’anno 715 come provincia del Sannio dal re Carlo Magno, confinante ad ovest con la signoria Monastica di Montecassino ed a nord con il ducato di Spoleto, NON era esistita una città denominata Sannio; NEMMENO nelle sue varie “corruzioni” Samnia o Sampnie, che furono adottate per identificare, oltre alla località presso la sorgente del fiume Volturno anche il castello, odierno Castel San Vincenzo, costruito non prima della fondazione del monastero di S. Vincenzo.

In epoca contemporanea e senza tenere in alcun conto delle pubblicazioni degli antichi storici e delle più recenti scoperte archeologiche, il toponimo SANNIO, è stato “sfruttato” per localizzare ed identificare alcuni territori della penisola italica diversi dalla loro origine.

Da uno dei tanti siti internet si legge: L’Appennino Sannita fa parte dell’Appennino Meridionale ed è il tratto che si trova fra la Campania, il Molise e la Puglia. (vedi figura da http://www.moldrek.com/campania.).

Corretta (fig. a sn.) la localizzazione dei M. dell’Irpinia tra le province di Benevento e di Avellino, NON corretta la denominazione M. del Sannio nell’Appenino Campano. L’ App. Sannita (vedi fig. a ds.) dovrebbe identificare la catena montuosa dell’Italia centrale dalla Sabina alla Lucania, NON UNICAMENTE i monti tra il Molise, la Campania e la Puglia.

Dopo M. Matese, Monti del Sannio nell’Appennino         
Campano  ed i Monti dell’Irpinia.

Nel passato, per ricordare l’antico popolo presente in epoca storica nel territorio denominato oggi Molise, si fece un uso improprio del toponimo Sannio: fu aggiunto al nome di alcuni comuni localizzati nel territorio già dei Sanniti/Pentri: Rionero Sannitico; Fòrli del Sannio; Belmonte del Sannio; Cantalupo nel Sannio; Sant’Elena Sannita; Civitanova del Sannio; Morrone del Sannio; Torella del Sannio; Mirabello Sanitico; San Giuliano del Sannio.

Tutti erano/sono nel territorio pentro, pertanto sarebbe stato più corretto aggiungere al nome del centro urbano < dei Pentri >, come accadde per il comune pertinente al territorio dei Sanniti/Frentani: Montorio nei Frentani.

Lo stesso accadde per alcuni comuni nella provincia di Benevento: San Giorgio del Sannio; Cerreto Sannita; San Leucio del Sannio; Colle Sannita; Pesco Sannita; San Martino Sannita; Santa Croce del Sannio, fu utilizzato impropriamente Sannio o Sannita, dimenticando la presenza dei Sanniti/Irpini, CORRETTAMENTE ricordati per la provincia di Avellino, anch’essa territorio irpino: Ariano Irpino; Monteforte Irpino; Altavilla Irpina; Montecalvo Irpino; Volturara Irpina; Bagnoli  Irpino; Capriglia Irpina; Melito Irpino; Savignano Irpino; Salza Irpina; Petruro Irpino.

La città Benevento, memore di quanto fu scritto nelle antiche Cronache, ma non nei documenti e negli atti ufficiali già esaminati, ha sempre rivendicato con orgoglio per sé e per il territorio della sua provincia il toponimo Sannio che, al contrario come abbiamo esaminato, identificava, con quello della provincia di Avellino, un territorio denominato SANNIO/IRPINO, pertinente fino dai secoli XI- IX a. C. al vasto territorio del centro – sud della penisola italica occupati dai *Safini/Samnites/Sanniti, denominati Irpini. (vedi figura).

Oggi, con il toponimo Sannio si identifica UNICAMENTE la provincia di  Benevento e con  Alto Sannio il suo territorio a nord, a confine con quello già dei Sanniti/Pentri, ad est con quello dei Dauni ed a sud con l’attuale provincia di Avellino, UNICA ad essere denominata Irpinia. (vedi figure).

Il territorio della provincia di Benevento o Sannio (fig. a sn.).  Il territorio dell’Alto Sannio nella provincia di Benevento e il territorio della provincia di Avellino o Irpinia.

Con la diffusione in tempi recenti di una nuova ipotesi, conosciuta come < sindrome viteliù >, un Alto Sannio è stato localizzato a nord del territorio della regione Molise, già denominato Alto Molise, pertinente dal secolo XI-IX a. C. al popolo dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Tra gli argomenti proposti dalla < sindrome viteliù >, SCONOSCIUTI dalla STORIA, i giovani protagonisti della migrazione (ver sacrum), erano sì Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ma partendo dalla Sabina si chiamarono impropriamente < Vitelios >

I < Vitelios > non possono essere identificati con i settemila giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti perché era un altro popolo, come scrisse Devoto: i Viteloi vivevano in un altro territorio ed era un’antica tribù protolatina, che occupava una parte imprecisata dell’odierna Calabria, portava un nome che doveva sonare approssimativamente come VITELOI e Aristotele (384/383 a.C.–322 a.C.) ha conservato in forma greca: Italoi.

Questo nome vien derivato da Ellanico (V sec. a.C.) dal nome indigeno del vitello. []. E benché rappresenti un acquisto ben tardo per gli Italici, che fino alla grande invasione del mezzogiorno lo ignoravano, ha diritto d’esser mantenuto anche oggi

Secondo la nuova ipotesi, i < Vitelios > avrebbero preso possesso di un territorio che dovrebbe corrispondere all’Alto Sannio (in terra molisana) e, successivamente (sull’esempio dei vasi comunicanti), dopo diverse generazioni, un’altra migrazione avrebbe originato i Sanniti/Pentri e, nel tempo (?) altre migrazioni avrebbero dato origine ai Sanniti/Caudini, ai Sanniti/Irpini ed ai Sanniti/Lucani. (vedi figura).

Una ipotesi del resto non originale già avanzata da Mommsen (1817-1903): La tradizione racconta come i Sabini, incalzati dagli Umbri, […] votassero una primavera sacra, vale a dire, che giurassero di mandar fuori per fondare in paesi esteri agli Dei nazionali tutti i figli e le figlie, che fossero nate nell’anno della guerra, tosto ch’essi fosser pervenuti in età da ciò. uno di questi sciami votivi fu condotto dal toro di Marte e diè origine ai Sabini o Sanniti che prima presero stanza sui monti lungo il fiume Sangro, e di là partendo occuparono in appresso il bel piano a levante del monte del Matese alle sorgenti del Tiferno, e nell’antico e nuovo territorio, dal toro che li capitanò, chiamarono Boviano i luoghi delle loro adunanze e dei loro magistrati, posti nel territorio antico presso Agnone, nel nuovo presso Boiano.  La picca di Marte guidò la seconda colonia votiva, da cui uscirono i Picenti, popolo astato, che occupò il paese che oggidì la Marca d’Ancona. Una terza colonia sotto l’insegne di un lupo (hyrpus) fermò stanza nel paese di Benevento e prese il nome di Irpini. Nello stesso modo dallo stipite comune si ramificarono le altre ma ….. piccole ramificazioni.

La < sindrome viteliù >, causata dalla descrizione di Mommsen, NON è confermata dalla Storia, né dalla documentazione archeologica: si sarebbero originate popolazioni sì della stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita, NON < Vitelios >, che, emigrando in tempi diversi nelle nuove sedi, avrebbero acquisito una evoluzione cronologicamente inferiore. (vedi figura).

Salmon, ritenne il Sannio, all’epoca della istituzione delle Regioni augustee, essere stato abitato da: i Sanniti/Pentri, i Sanniti/Caudini ed i Sanniti/Irpini; distinguendo però: un Sannio occidentale: la terra dei Caudini era nella Regione I (Lazio e Campania); un Sannio meridionale: la terra degli Irpini, per la maggior parte nella Regione II (Puglia) e un Sannio settentrionale: la terra dei Carecini e dei Pentri, per la maggior parte nella Regione IV (Sannio). (vedi figura).

Il SANNIO secondo Salmon: Sannio settentrionale (PENTRI e Carecini); Sannio meridionale (CAUDINI) e Sannio meridionale (IRPINI).

Ma nella Regione IV (Sabina et Samnium), oltre alle popolazioni ricordate da Salmon: Pentri e Carecini, considerato Sannio settentrionale, vi erano i Frentani, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini e la Sabina. (vedi figura).

Volendo localizzare un territorio denominato Alto Sannio, MAI ricordato dalla Storia, interpretando alto = latitudine, si identificherebbe con il territorio dei Piceni, più a nord rispetto al territorio degli altri popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita; altrimenti, se alto = altezza sul livello del mare, la scelta interesserebbe in assoluto, i popoli dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti stanziati presso il massiccio del Gran Sasso (mt. 2912). (vedi figura).

 Per concludere: NON è MAI esistito nella Storia, né fu ricordato dagli Storici un territorio denominato Pentria. (vedi figura).

Fu utilizzato da V. E. Gasdia nella sua voluminosa pubblicazione sulla Storia di Campobasso edita nell’anno 1960, per identificare il territorio pertinente ai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, ma Pentria trovò ampia diffusione nell’anno 1970 con la istituzione della seconda provincia molisana con capoluogo la città di Isernia: da quell’anno la Pentria identificò IMPROPRIAMENTE ed ESCLUSIVAMENTE il territorio della provincia omonima, e la città divenne, come scrivono e dicono, il capoluogo pentro, tanto da indurre La Regina (1974) a precisare: Una denominazione di territorio costruita sull’etnico < Pentri > non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium >. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica; ma, è bene evidenziare come scrisse Livio e Salmon, Samnium e Samnites dopo il III sec. a. C., identificarono UNICAMENTE il territorio ed il popolo dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Samnium, successivamente, identificando la provincia omonima istituita intorno all’anno 346, fu ricordato nei diplomi e negli atti ufficiali pubblicati nel Chronicon Vulturnense per meglio localizzare l’insediamento monastico di S. Vincenzo al Volturno presso la sorgente del fiume Volturno.

Nelle forme corrotte di Samnia o Sampnie identificò UNICAMENTE il castello, oggi Castel San Vincenzo, costruito nelle del complesso monastico.

Oreste Gentile.

“SANNITI/PENTRI”: GLI UOMINI CHE GOVERNARONO BOJANO (e parte dell’antico MOLISE). 1^ parte.

maggio 31, 2019

IL GOVERNO DEI MAGISTRATI SUPREMI/MEDDIS TUVTIKS (m. t.).

(N. B. per cause tecniche, per alcune vocali delle iscrizioni in osco sono prive dell’accento).

Nella buona e nella cattiva sorte, i magistrati supremi/meddis Tuvticus (m. t.) furono protagonisti dell’ascesa e del declino del popolo dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri e della loro città madre e capitale, Bovaianom/Bovianum/Bojano.

La Storia del territorio del Molise iniziò tra il XI ed il IX secolo a.C., allorquando due gruppi di giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri e Frentani, occuparono il territorio compreso a sud del Massiccio del Matese, ad est dal corso del fiume Fortore, a nord est dal mare Adriatico e dalle colline con la cima di colle d’Albero e ad ovest dalla catena delle Mainarde.

Comprendeva, nel suo territorio, le attualità località di Alfedena e Castel di Sangro ad ovest, oggi in provincia de L’Aquila; Castiglione Messer Marino, Schiavi d’Abruzzo, Borrello, Castelguidone, Celenza sul Trigno, Roio del Sangro, Rosello, San Giovanni Lipioni e Torrebruna in provincia di Chieti.

Il territorio dei Pentri e dei Frentani (di Larino).

Bovaianom (osco), Bovianum (romano), Bobiano/Boviano/Boiano/Bojano (medievale) era la loro città madre, la capitale; il meddis tuvtiks (m. t.) era il magistrato supremo, unico e di nomina annuale, scrive La Regina (1989), che detiene i più elevati poteri pubblici, giurisdizionali e militari. Rappresenta inoltre il popolo negli atti con la divinità, come è dimostrato dalla dedicatio del tempio minore di Pietrabbondante. Detiene l’imperium e può essere acclamato embratur, acquisendo così il diritto di esercitare il trionfo. Ha facoltà di convocare il senato per proporre deliberazioni, anche di spesa pubblica, di cui è esecutore. Ha inoltre capacità di affidare autonomamente opere pubbliche e private.

Il m. t. è anche magistrato eponimo, esercitavano l’autorità ed il loro operato sarebbe stato giudicato dal popolo.

Al loro comando, i Pentri, alleati con i consanguinei Carecini, Caudini e Irpini (in un primo momento forse con i Frentani), iniziarono una lenta ed incisiva conquista di alcune delle più importanti città presenti nel territorio campano fondate dagli Etruschi e dai coloni greci: Capua (Santa Maria Capua Vetere) dei primi, Cuma dei secondi.

I “Sanniti della montagna” occuparono alcune città nel territorio campano.

Ricordare i nomi dei magistrati supremi è davvero arduo: i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti fino al VIV sec. a. C. ignoravano la scrittura che appresero, insieme all’uso delle monete, dai popoli presenti nel territorio campano.

Alfabeto osco                            Esemplare di monetazione campana.

Di alcuni, scrive La Regina: la documentazione epigrafica ha restituito un numero notevole di nomi di m. t. sannitici, soprattutto del II secolo a. C., senza che ci sia tuttavia la possibilità di ricostruire una sequenza ordinata. Sequenze parziali sono determinabili su base prosopografica. Il nucleo più cospicuo proviene da un’officina pubblica di Bovianum/Bojano per la produzione di tegole.

La pentra Bovaianom, la romanaBovianum. Localizzazione delle officine/fornaci dei laterizi (foto a sn.). Le officine/fornaci della località Pincere (1 e 2) e località sant’Antonio Abale (3) (foto a ds.).

 I laterizi venivano bollati con l’indicazione dell’anno. Bolli di questo tipo si sono trovati nel santuario di Campochiaro, oltre che a Bojano e in altre aree circostanti. Nella maggior parte dei casi essi recano in forma abbreviata l’indicazione della magistratura seguita dalla formula onomastica trimembre del magistrato, secondo il seguente schema:

  1. t. mi. heri. uv. = m(eddiss) t(vtikuus) Mi(nis) Heri(is) Uv(eis) ossia ‘medix tuticus Minius Herius Ovi f..

Bollo su coppo con l’iscrizione in lettere alfabeto osco (da destra a sinistra): m. t. mi. heri: ùv .

I meddiss tuvtikus resero grande sia Bovaianom/Bojano, la città madre, la capitale che il popolo dei Sanniti/Pentri, sostenendo contro l’espansione romana 3 guerre dette sannitiche: la 1^ dal 343 al 341 a. C.; la 2^ dal 328 al 304 a. C.; la 3^ dal 298 al 290 a. C. e, per ultima, la Guerra Sociale dal 91 a. C. all’88 a. C..

Non conosciamo il nome di tutti; tra quelli ricordati da La Regina, descriviamo coloro che, più di altri, si distinsero per interventi civili e militari.

PAPII

Br. Paapiis/Brutulus Papius nell’anno 323 a. C, citato da Tito Livio in Ab urbe condita: Un nome soprattutto s’udiva nel coro unanime delle grida, quello di Brutolo Papio; era un uomo nobile e potente, senza dubbio il responsabile della rottura della recente tregua.

Sconfitto, fu inviato prigioniero a Roma, giungendovi cadavere: egli si era sottratto, scrisse Livio, col suicidio all’ignominioso supplizio.

La Regina, tra i discendenti di Br. Paapiis, certamente sempre presenti in Bovaianom/Bovianum/Bojano, ricorda G. Paapiis G. Mutil, embratur/C. Papius C.f.Mutilus imp.  nella Guerra sociale (91-89 a. C.).

Paapiis G. Mutil fu tra i promotori e protagonista dell’ultimo conflitto tra i dominatori Romani ed i ribelli ed indomiti popoli italici sempre pronti a difendere la loro libertà. Di lui, scrive Salmon (1974: […]: molte (monete, n. d. r.) recano addirittura, il suo nome, e alcune perfino il suo titolo (embratur, l’equivalente osco del latino imperator). […]: su una emissione troviamo addirittura Italia in latino su una faccia e Papio in osco sull’altra. (vedi figure).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Guerra SocialeC. Papius C.f. Mutilus, Denario, Zecca al seguito di Papius (in Campania ?), c. 90 a.C.,   AR, (g 3,80, mm 19, h 10). Testa di Libero con corona di foglie di edera a d.; davanti, MVTIL EMBRATVR in caratteri oschi, Rv. Un toro stante verso d., nell’atto di abbattere una lupain ex. [C] PAAPI in caratteri oschi. (da https://www.deamoneta.com).

Monete 347 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,77; mm 21; h 11); Testa elmata di Marte a s.; sotto, Mutil embratur (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: due soldati indicano con le spade un maialino tenuto da un giovanein ex. C. Paapi. C (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 640; Campana 86-97. Molto raro. Patina di collezione e area di ossidazione al dritto, q.spl.. (da https://www.deamoneta.com).

 

Monete 346 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,99; mm 22; h 12); Busto elmato e drappeggiato di Marte a d.; dietro, X e Viteliu (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: quattro guerrieri, due per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapii. C. (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 637; Campana 83. Raro, rimbalzo di conio al dritto, patina di collezione: spl.. (da https://www.deamoneta.com).

Nelle fasi finali (anno 89 a. C.) della Guerra sociale, G. Paapiis G. Mutil, sconfitto presso Saepinum assistette da protagonista alla conquista romana, scrive Salmon, de la città natia di Papio, Bovianum. Lo stesso Papio, ferito, trovò rifugio a Aesernia, dove gli insorti trasferirono anche la loro capitale, dall’ormai caduta Bovianum.

Salmon; ne ricorda la morte nella città di Nola, suo ultimo rifugio nell’anno 80 a. C.: era pienamente un cittadino romano.

Salmon ricorda un suo discendente, M. P. Mutilo: come console, divenne famoso come uno dei sostenitori del programma moralizzatore di Augusto. Il suo carattere servile, comunque, non era in armonia con il suo nome, ed è ovvio ch’egli era completamente romanizzato.

STATII

Tra i protagonisti dei primi scontri dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti contro i Romani, La Regina ricorda Staatiis K, identificandolo con [-] Statius Gelli f., citato da Livio: […]; si presero ventisei insegne, il comandante in capo dei Sanniti Stazio Gellio e molti altri uomini, ed entrambi gli accampamenti. Anche la città di Boviano, il cui assedio era iniziato il giorno seguente, fu in breve tempo conquistata, e i consoli riportarono il trionfo per la grande gloria che s’erano acquistata con le loro imprese.

Era il 305 a. C., l’anno che avrebbe segnato la definitiva conquista della città madre e capitale dei Sanniti/Pentri: i vincitori Romani, riconoscendo l’importante ruolo  svolto da quel popolo nella Storia, concessero a Bovaianom/Bovianum/Bojano ed ai Sanniti/Pentri una < sovranità limitata >, permettendo ai magistrati supremi, residenti nella capitale sita nella pianura a settentrione del Massiccio del Matese, di realizzare, come esamineremo, anche importanti interventi di edilizia pubblica e privata.

Fra i tanti interventi finanziati dai magistrati supremi, il più monumentale fu il santuario italico localizzato presso l’attuale Pietrabbondante che, a partire dal IV sec. a. C., vide dapprima la costruzione di un tempio jonico e successivamente del tempio detto A.

A partire dal II sec. a. C. ed inizio I sec. a. C., il maggiore sviluppo edilizio del santuario si realizzò con la costruzione del complesso tempio-teatro e la domus publica: la probabile residenza del meddìss tuvtikus quando si riunivano i rappresentanti dei popoli italici: divenne il santuario dei ribelli Italici.

La Regina, infatti, ricorda: G. Staatiis L. Klar, nato nel 122 a. C., m.t. poco prima del 90, entra nel senato romano con Silla e viene proscritto nel 42.

Finanziò la costruzione del cosiddetto Tempio B del Santuario italico di Pietrabbondante, come testimonia una iscrizione in alfabeto osco incisa sul lato occidentale del podio: g. staatiis.l.klr [- m.t. suvad eitiuva]d. pestlum. upsannum faamated.p.LX . (Vedi figure).

 Pietrabbondante. Il santuario dei ribelli italici.

 

Il tempio B. (prospetto anteriore).            Il tempio B e teatro (prospetto posteriore).

 

Iscrizione: g. staatiis.l.klr [- m.t. sùvad eìtiuva]d. pestlùm Upsannum faamated.p.LX .

STAII

Livio ricordò la presenza di [Minaz ?]Staiis Minateìs/[Min. ?] Staius Minati f. in un ennesimo scontro avvenuto in territorio campano nell’anno 296 a. C. tra i Sanniti ed i Romani: […]. (I Romani, n. d. r.) Compirono poi un’azione degna di nota: piombarono infatti sul comandante Staium Minatum/Stazio Minacio, che accorreva presso i reparti e li incoraggiava; dispersi quindi i cavalieri ch’erano con lui, lo circondano, lo prendono ancora a cavallo e lo trascinano dal console romano.

Di questa famiglia era Minaz Staiis Minateis/Min. Staius Min. f. che, ricorda La Regina, compare Nei due inventari più antichi, tra i doni conservati nel tempio di Apollo a Delo, è elencata una corona d’oro. Gli inventari più recenti, a partire dal 166, registrano una corona d’argento tra gli oggetti del tempio di Artemide provenienti da Serapo. Sono dunque due le corone donate dallo stesso personaggio.

La correzione del nome in Staius, per la presenza a Delo di Minatus Staius Ovi f. e di C. Staius Ovi è ben fondata.

[…]. Il testo originario, latino, sarà quindi stato Minato Staio Minatei f. fato ex Cumis pro medicatod. La data del dono è di poco anteriore al 180. Negli anni precedenti avevano donato corone d’oro al tempio di Apollo delio i magistrati romani che si erano recati in Oriente, si veda T. Quinctius Flaminius, console del 198, A. Atilius Serranus, pretore nel 192, C. Livius Salinator, pretore nel 191, L. Cornelius Scipio, console nel 190, tutti registrati nella stessa iscrizione 442 su cui compare per la prima volta Minatus Staius.

[…]. Qualunque sia stato il motivo del dono di Minato Staio ai templi di Delo, vi è certamente una connessione con la presenza nell’isola di due suoi nipoti, documentata tra il 130 e il 125 a. C.. Forse fu quella l’occasione in cui gli Staii cominciarono ad interessarsi a Delo.

I rapporti religiosi e commerciali dei Sanniti/Pentri: altro che < rozzi pastori >.

Altri membri della famiglia STAII: T. Staiis T. [m.t.]/T. Staius t.f., Fece costruire la sommità del Tempio A di Pietrabbondante intorno al 180 a. C. e Gn. Staiis Mh.Stafidins metd.t./Cn. Staius Mr.f.Stafidius fu il Dedicante del tempio A di Pietrabbondante intorno al 180 a. C.. (vedi figura).

m.t. L. Staiis Mr./L Staius Mr.f. è presente sui bolli di Bovianum dal santuario Hercul Rani di Campochiaro: m.tl.stai.mr e della stessa Bovianum: g.kammt.lstamr. Fu m.t. almeno due volte, in un caso subentrando a G. Kam (  ), morto in magistratu. (vedi figura).

Tempio A visto dal satellite.                         Tempio A. (da tripAvisor).

 

Il santuario Hercul Rani di Campochiaro.

m.t. L. Staiis Mr./L Staius Mr.f. compare in una iscrizione di Pietrabbondante:

[– st]alieis maraiieis [m.t.], padre di Pak. Staii Mitl./Pacius Staius L.f. cui si deve la costruzione di tre vasche a Pietrabbondante di poco anteriore al 90 a. C.; e probabile fratello di  *Bantis Staiis, padre di Maras Staiis  Bantieis, che nel 90 a. C. offre un dono alla Vittoria nel Tempio B di Pietrabbondante. (vedi dedica e figura in DECITII).

Il dono a cui la dedica si riferisce era stato collocato nel Tempio B.  […]. Il dono era stato offerto da due magistrati associati in qualche impresa della guerra sociale e appartenenti a famiglie sannitiche di elevatissima condizione sociale. Considerando sempre i magistrati supremi/m.t. di cui si conoscono le vicende, agli Staii appartiene m.t. Sn. Staiis Mitl. K./Sn. Staius Metelli f. presente su un bollo del santuario Hercul Rani di Campochiaro m.t.sn.stai.mtl.k: a questo si deve riferire l’iscrizione nel m.t. che fece costruire qualcosa nel tempio A di Pietrabbondante: sten[is ….] meddiss tuv[tik]s, intorno al 130 a. C.. (vedi figure).

 Tempio A di Pietrabbondante.                 (prima e dopo il restauro).

Un dono votivo fu posto nel santuario di Vastogirardi da [sn.]u. staiiius, ossia i due fratelli Stenis e Uvis. Sempre a questo Uvis Staiis si può forse riferire la dedica di una statua nel santuario di Campochiaro: uv.s[taiis ….]. Intorno al 130 a. C.. (vedi figura).

[    ]aiis Hn. m. t/[-] Staius Herenni f. compare, scrive La Regina, nella dedica di un altare eretto senatei stanginud: ‘senatus sententia’ presso Pietrabbondante.

         Santuario di Vastogirardi.

EGNATII

 La Regina ricorda m.t. Ul. Egatiis Ul./Ol. Egnatius Ol.f , bollo di Bovianum da Campochiaro: m.t. ul.egaul; Livio ricordò, per gli avvenimenti dell’anno 296 a. C., K. Eganatiis : […], una grossa guerra viene scatenata contro i Romani in Etruria da molte popolazioni per istigazione del Sannita Gelli Egnazio; e […], quella nazione era stata istigata a levarsi in armi, che Gelli Egnazio, comandante dei Sannitti. Morì nell’anno 295 a. C.: […], ivi cadde Gellio Egnazio, il comandante in capo dei Sanniti; scontri: […], che non valsero tuttavia a fiaccare quegli animi intrepidi, mi limiterò a ricordare che nell’ultimo anno i Sanniti, con le sole loro forze e uniti ad altri, erano stati battuti da quattro eserciti, da quattro comandanti romani, nel territorio di Sentino e in quello dei Peligni, presso Tiferno, nei campi Stellati; avevano perduto il comandante più famoso della loro gente; vedevano gli alleati di guerra, Etruschi, Umbri e Galli, nelle stesse condizioni in cui si trovavano loro; […].

Alla stessa famiglia apparteneva Mr. Eganatiis/Marius Egnatius, comandante durante la guerra sociale, nel 90 prese Venafrum.

 METTII

Sn. Mettiis/Sthennius Mettius ricordato, scrive La Regina, da Fest. 150 L: ‘ ….. cum de toto Samnio gravis incidisse pestilentia, Sthennius Mettius eius gentis principes, convocata civium suorum contione …. Auctor  est Alfius libro primo belli Charthaginensis ‘.  Era Dopo l’anno 289 a. C..

Livio ricordò, in occasione della presenza di Annibale nel territorio campano dopo la vittoria di Canne: Il console Q. Fabio aveva il campo presso Casilino, che era occupata da una guarnigione di duemila Campani e di settecento soldati di Annibale. Essa era comandata da Stazio Mezio, mandato da Cn. Magio Atellano, che in quell’anno era il supremo magistrato.

Ancora una volta è confermata l’alleanza con i Romani dei soli Sanniti/Pentri; tant’è che nei pressi di Bovianum/Bojano erano accampato una parte dell’esercito Romano.

 DECITII

Dekitiis/Numerio Decitius C. f., fu ricordato da Livio per il suo intervento in favore dell’esercito Romano contro l’esercito di Annibale accampato presso Gerione nell’anno 217 prima della battaglia di Canne.

Livio scrisse: Con l’intervento successivo del sannita Numerio Decimio le sorti della battaglia ritornarono in favore dei Romani. Si racconta che costui, per stirpe e ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano ottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Della sua famiglia si conosce m. t. Ni Dekitiis Mi./Numerius Decitius Mi.f. che finanziò la costruzione del tempio minore di Schiavi d’Abruzzo: Scm t ni dekidiud mi m[ 9 10 ] st.legu tangitud aamanfed.esidum.p[ru]fadet.upsed.g.paapi g f .

L’iscrizione testimonia l’appartenenza di alcuni siti oggi in provincia di Chieti al territorio dei Sanniti/Pentri e, successivamente in epoca romana, al municipio ed alla diocesi episcopale di Terventum/Trivento. Anno probabile I sec. a. C.

Schiavi d’Abruzzo. Il tempio minore (da http://www.terraecuore.net).

Luvkis Dekitis Marah[ieis]/L. Decitius Mr.f., compare nel Tempio B di Pietrabbondante insieme con Mr.Staiis Bn., in una dedica alla Vittoria durante la guerra sociale, forse nel 90 a. C.. Si tratta di due comandanti militari, non m. t. in occasione della dedica ma, forse, in precedenza.

maras.staiis.banttiei[s                                                                        luvkis dekitis marah[ieis                                                                        vikturrai dunum ded[ens .           Dedica di donario alla Vittoria da                                                                 Pietrabbondante (da Sannio Pentri e                                                           Frentani dal VI al I sec. a. C., 1980.).

Gn. Dekitiis Pk./Cn. Decitius Samnis: fu ricordato da Cicerone (106-43 a. C.) nella Pro Cluentio:  Cn. Decidio Samniti, ei qui proscriptus est, iniuriam in calamitate eius ab huius familia factam esse dixistis. Ab nullo ille liberalius quam a Cluentio tractatus est: huius illum opes in rebus eius incommodissimis sublevarunt, atque hoc cum ipse tum eius amici necessariique omnes cognorunt. Proscritto da Silla nell’anno 82. Per la sua riabilitazione Cesare pronunziò da giovane l’orazione ricordata da Tacito, pro Deci<ti> Samnite.

 SATRII

 La Regina ricorda m.t. Tr. Sadriis Tr./Tr. Satrius Tr.f. su bollo di Bovianum: m.t.tr.sadri.tr ; ed una iscrizione da Aesernia/Isernia: ‘L. Satrius L.f., magisterdei ‘Samnites inquolae’ (II sec. a. C.).

HERII

E’ noto m.t.Mi.Heriis Uv./Mi. Herius Ovi f. da un bollo di Bovianum dal santuario di Campochiaro: m.t.mi.keri.uv; probabilmente da Sepino il bollo: Dekis Hereiis Dekkieis Saipinaz. Un Herius, scrive La Regina, prese parte alla guerra di Numantia, anno 133 a. C. nell’esercito Romano al comando di Scipione Emiliano.

Dal santuario di Campochiaro proviene un frammento epigrafico: [A]sinis H[eriis ? -].

 POMPONII

Di questa famiglia si conosce m.t. Ni. Pumpuniis Tit./Numerius Pomponius Tit.f., da un bollo di Bovianum dal santuario di Campochiaro: mtnpumtit. Una epigrafe da Aesernia: C. Pomponius V.f., magister ’ dei ‘Samnites inquolae’ (II sec. a. C.) e da Saepinum: Cn. Pomponius Cn. f. Saturninus, senatore del I secolo d. C..

 VESULLIAEI

La Regina ricorda Nv. Vesulliais Tr. M. t./Novius Vesulliaeus Tr.f., vissuto nel II sec. a. C..

Nv. Vesulliais Tr. m. t./Novius compare nella iscrizione trovata nel santuario italico di Pietrabbondante: n(u)v(is) vesulliais tr(eis) m(eddiss) t(utiks) ekik sakaraklum

buvaianud aikdafed/NV. VESULLIAIS TR. M. T. EKIK SAKARAKLUM BUVAIANUD AIKDAFED”/Bovianum, Novio Vesullanio, figlio di Trebi magistrato supremo questo sacello [ ? ].

[Non entriamo nel merito della polemica sorta nell’anno 1846, sulla personale interpretazione di T. Mommsen (vedi: “BOVIANUM VETUS”. “BOVIANUM UNDECUMANORUM”. (2^ parte … in https://molise2000.wordpress.com/…/bovianum-vetus-bovianum-undecumanorum) sosteneva l’esistenza di 2 località denominate Bovianum, non senza aver modificato (manipolato?) una chiara descrizione nella Naturalis Historia di Plinio Secondo il Vecchio (23-79 de. C.)].

Epigrafe di Novius Vesulliaeus Tr.f. . (da Cianfarani, 1978)

 L’altro VESULLIAEI […] era Avl(eis) m.t., cui si deve una dedica a divinità. II sec. a. C..

LUCCEII

Ni. Luvkiis Mr./N. Lucceius Mr. f. inciso su di una moneta d’argento dell’anno 89 a. C.: viteliu / ni. luvki.mr. Probabilmente, scrive La Regina, N. Lucceius Mr.f. morì in magistratu nella prima metà dell’anno 89. (vedi figura).

 Quanto pubblicato da La Regina ha permesso di conoscere solo alcuni nomi dei magistrati Supremi/Meddis Tuvtiks/(m. t.): nella buona e nella cattiva sorte seppero, con le loro fortunate e sfortunate imprese belliche rendere grande la città di Bojano ed una parte del territorio dell’attuale regione Molise del popolo dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri.

Permisero al popolo dei Sanniti/Pentri di progredire, favorendo: la costruzione dei siti difensivi sulle colline e le sommità delle montagne localizzati nel vasto territorio occupato, utili per il controllo del territorio e per facilitare le comunicazioni visive; promossero la costruzione dei Santuari, dei Templi e degli edifici di pubblica utilità; fecero sì che, attraverso la bonifica di un lago o di una palude esistente nella pianura di Bojano, si incrementasse l’agricoltura anche con la coltivazione della vite e dell’ulivo; l’allevamento del bestiame.

I centri fortificati (scoperti) dei Pentri. I santuari (scoperti).

Migliorando gli antichissimi percorsi dei tratturi, utilizzati dagli animali per le loro stagionali migrazioni, incentivarono i rapporti commerciali e culturali con le popolazioni dei territori circostanti (Etruschi e coloni greci dai quali appresero l’alfabeto osco derivante dal greco calcidiese e l’uso delle monete) e con i Greci e con gli altri popoli d’oltre mare.

Incentivarono l’economia industriale, con l’estrazione e la lavorazione dei metalli che importavano soprattutto dai popoli confinati.

I tratturi nel territorio dei Pentri e dei Frentani (foto sn.)  La Tabula Peutingeriana. (foto ds.).

Con il definitivo dominio di Roma, il territorio dei Pentri fu diviso in distretti amministrativi, municipii, facenti capo ad una civitas: Venafrum/Venafro divenne praefectura nel III sec. a. C. e colonia latina all’epoca di Augusto; Aesernia/Isernia fu colonia latina nell’anno 263 a. C.; Terventum/Trivento fu municipium; Bovianum/Bojano fu colonia e munipium; Saepinum/Sepino, municipium.                                                                                                  Con l’avvento del cristianesimo, furono anche sedi diocesane.

L’egemonia dei Pentri e della loro città madre e capitale, Bovaianom, Bovianum/Bojano, pur ridotta a < sovranità limitata >, revocata da Roma dopo la Guerra Sociale (91-88 a. C.), con la caduta dell’impero romano e con l’arrivo di nuovi conquistatori, fu governata da uomini e donne che seppero farle rivivere gli antichi splendori.

Quella vasta pianura di circa 100 kmq., culla dei Sanniti/Pentri, posta alle pendici settentrionali del Massiccio del Matese, oggi è quasi del tutta abbandonata e un sistema moderno di irrigazione costato all’epoca una decina di miliardi giace completamente inutilizzato.

La fiorente manifattura della lana, ricchezza dei Sanniti/Pentri è scomparsa.

Le miniere di manganese per sono state abbandonate.

L’estrazione dell’argilla per produzione delle tegole, dei “tegoloni” e della ceramica è scomparsa.

I boschi che ancora oggi sono presenti sulle colline e sui monti da cui i Sanniti/Pentri avevano sempre ricavato ricchezza di legname e per l’alimentazione, sono abbandonati, tranne per la raccolta dei funghi e del tartufo.

I grossi allevamenti di bestiame non esistono PIU’: non esiste un mattatoio.

Per alcuni anni è esistita una fiorente industria agroalimentare per la macellazione e la confezione dei polli, oggi non esiste PIU’.

La coltivazione della vite e dell’ulivo nelle due aree esposte ad un microclima sono state completamente abbandonate ……………………….., e pensare che nella città di Bojano, nell’anno 1936 si svolse la VII edizione della Festa dell’uva, riproposta nell’ anno 1937 con l’VIII edizione; ergo, la 1^ edizione ci fu nell’anno1929. (vedi figure).

TUTTO questo nella città di Bojano non esiste PIU’.

Oreste Gentile.

 

LA DONNA SANNITA.

dicembre 27, 2018

Descrivere gli usi, i costumi ed il ruolo della donna Sannita, non è semplice per la mancanza di testimonianze dell’epoca in cui visse.
Ciò che è permesso è solo immaginare a quali e quanti sacrifici materiali ed umani fu soggetta, considerando che i conflitti tra i loro uomini ed i Romani durarono all’incirca 50 anni ed altre guerre li videro loro fedeli alleati.
Si sa, in particolare, che l’origine della donna Sannita/Pentra fu conseguente alla migrazione, avvenuta tra l’XI e il IX sec. a. C., di circa 7.000 giovane e giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, furono guidati da Comio Castronio, dalla Sabina al territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese dove fondarono Bovaianom (osco)/Bovianum (latino)/Bojano, la città madre e loro capitale, sulla sommità di una collina e lungo le sue pendici e fino al tratturo Pescasseroli-Candela che aveva facilitato il loro cammino.
Si denominarono Pentri per i loro insediamenti sui monti (dalla radice celtica –pen/sommità) scelti per la difesa, il controllo del territorio e per le comunicazioni visive diurne e notturne.
Il giovane popolo si espanse dal Massiccio del Matese verso ovest, nord e nord est, venendo a confinare con i consanguinei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: Peligni,Carecini, Frentani, Irpini e Caudini; DauniSidicini di altra origine.

Solo dal IV sec. a. C. adottarono la scrittura, dopo avere invaso il territorio campano, e la percentuale dei Sanniti in grado di leggere e scrivere doveva essere molto bassa: tale capacità era probabilmente limitata ai sacerdoti ed agli scrivani. (vedi figura).

Nelle transazioni commerciali, non conoscendo l’uso delle monete, usavano il < baratto >: scambiavano i loro prodotti agricoli, dell’artigianato e, soprattutto, quelli derivanti dal allevamento del bestiame: formaggi, lana, carne e pellame.
Sempre dal IV sec. a. C. usarono le monete coniate dalle popolazioni limitrofe, particolarmente delle popolazioni presenti nel territorio campano: greci ed etruschi; ad eccezione di Aesernia, divenuta colonia latina nell’anno 263 a. C. ebbe una propria zecca.
Coniarono monete proprie solo in occasione della Guerra sociale (91-88 a. C.): zeccche di Corfinio,Bojano, Isernia e di altri centri, con una zecca mobile.

Per la durezza dei loro costumi e per la educazione dei figli, si ritiene che fossero di origine Spartana; V. Cuoco (1770-1823) scrisse nel Platone in Italia: Qui l’educazione dei figli è più che Spartana.
Erano sobri, austeri, amanti del lavoro; la ricchezza non mancava come scrisse Livio (59 a. C.-17 d. C.), ricordando la loro capitale Bovianum: caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissima atque opulentissimum armis virisque (era questo il capoluogo dei Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco di e opulento d’armi e di uomini).
Fra i Sanniti la donna ricopriva un ruolo principale nella educazione dei figli e nella prosperità del paese; anzi erano l’ambito premio per il valore, la virtù e le nobili azioni compiute dai giovani per la difesa del loro territorio.
Per la grande considerazione in cui tenevano la donna, grande importanza aveva la celebrazione del matrimonio: ai genitori non era permesso di maritare liberamente le proprie figlie, né ai giovani era permesso operare una libera scelta.
In occasione delle nozze, scrive Salmon (1985), si celebravano probabilmente cerimonie religiose per favorire la fertilità e la buona fortuna.
Strabone (63 a. C.-23 d. C.) scrisse: Si dice che i Sanniti abbiano una splendida legge, ben calcolata per portare ad eccellere. Infatti ad essi non è lecito dare in moglie le loro figlie ad uomini di loro scelta, ma ogni anno dieci vergini e dieci giovani vengono scelti, i migliori del loro sesso. E la migliore fanciulla viene data al giovane migliore, la seconda al secondo e così via. Se il giovane che ha la prima cambia e si rivela indegno, lo disonorano e gli tolgono la donna che gli era stata data: tale cosa era ritenuta di estrema vergogna e il giovane veniva spregiato, beffato dal popolo e da questo ritenuto infame e disonorato.

Matrimonio dei Sanniti. Manifestazione Ver sacrum della Ass.ne F.D.A.P.A. di Bojano.

Questo modo di celebrare e regolamentare il matrimonio, definito da alcuni una santa legge, fu lodato da tutti gli antichi storici in quanto dava modo ai giovani di condurre sempre, e con ogni sforzo, una vita laboriosa e virtuosa.
Impossibile immaginare una ricompensa più nobile e più grande, che sia nel contempo di minor carico per lo Stato e più capace di agire positivamente e da sprono per l’uno e l’altro sesso.
Lo spirito di avventura e di conquista dei Sanniti, le guerre contro i Romani e con i Romani, la periodica transumanza, teneva lontano dalle case i giovani ed i mariti, di conseguenza tutto il lavoro domestico e di altro genere era svolto dalle donne, dagli anziani e dai fanciulli.
La moglie Sannita, secondo Orazio (65-8 a. C.), godeva di rispetto ed esercitava la sua autorità nella casa: a lei spettava il compito di allevare i figli (è documentata la loro prolificità e ciò era per loro di grande orgoglio) e lo svolgeva con grande severità.
Orazio: se onesta sposa, giovando in parte anch’essa alla sua casa, alla sua prole istessa (qual Sabina o abbronzata moglie d’agile Apulo) al foco intorno del marito al ritorno secche legne prepara, o rinserra in tessute gratelle la greggia munge a lei gonfie mammelle.
Le madri abituavano i figli ai più duri lavori della campagna, a maneggiare la zappa e la scure, ad aggiogare i buoi e guidare gli armenti.
Li coprivano soltanto con leggere vesti per abituarli a sopportare i cocenti raggi del sole, la pioggia, la neve ed i gelidi venti.
Operare e soffrire da forti, diceva la sorella di Caio Ponzio, la quale non avendo altro per poter esercitare l’ultimo dei suoi figli, gli comandava di trasportare la legna.
Orazio: Sed rusticorum mascula militum Proles Sabellis docta ligonibus Versare, glebas, et severae Matris ad arbitrium recisos Portare fustes (era prole di campi e di guerra, duri Sabelli esperti a rovesciare la zolla con la marra; all’ordine dell’austera madre portavano fasci di legna).
Cuoco: La sorella di Ponzio così giustifica la sua severità verso i figli: la vita umana è simile al ferro: coll’esercizio si consuma, è vero, ma utilmente; se non lo si esercita, la ruggine se lo mangia inutilmente e presto. A te sembra strano, o ospita, che il figlio di un larte (dignitario n. d. r.) nipote di Ponzio, si educhi non altrimenti che il figlio del nostro povero e buon vicino Calvo; ma io ti dico che il nipote di Ponzio ha bisogno di cure maggiori per avvezzarsi da questa età a fare ed a soffrire ciò che gli iddii vorranno che faccia e che soffra quando sarà adulto. La sola necessità insegna quanto basta al piccolo Calvo.
Il nipote di Ponzio deve imparare non una ma due cose, difficilissime sempre ad apprendersi, quando si ricevano dai maggiori un nome illustre e qualche ricchezza: operare e soffrire da forte.
Una di queste cose che ignori, il nipote di Ponzio diventa inferiore al figlio di Calvo.
Le donne conducevano vita laboriosa ed austera: erano abili nel lavorare la lana, se consideriamo il clima freddo e la diffusione della pastorizia cui dedicavano il loro tempo quando gli uomini erano impegnati in guerra.
N.B. I reperti proposti provengono dalle necropoli dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dell’Abruzzo e del Molise.
Salmon (1985): La maggior parte della stoffa era certamente tessuta in casa, e consisteva per lo più di lana filata dalle donne. A testimonianza che la tessitura doveva essere una delle occupazioni principali della donna Sannite era l’uso di contrassegnare le tombe con un fuso ed alcune pitture tombali raffigurano donne intente a lavorare la lana.

Pesi da telaio con passante.    Ago crinale di bronzo.          Forbici.

Gli storici concordano nel ritenere la donna Sannita fulcro insostituibile per la conduzione della casa, per l’educazione dei figli, per la prosperità del paese stesso.
Proprio da quest’ultimo compito: prosperità del paese, ricaviamo la visione esatta del ruolo primario che aveva in seno alla società.
La devozione per la dea Mater Matuta, considerata la protettrice della fecondità e delle nascite, era diffusa anche tra le donne di origine Sabina e le statue e gli ex voto a lei dedicate la rappresentano con in grembo e sulle ginocchia uno o più figli in fasce. (vedi figure).

Dagli studi antropologici di reperti anatomici femminili della sinfisi pubica, si ha la testimonianza dei frequenti parti della donna Sannita: la prolificità era motivo di grande orgoglio.
Recenti studi paleodemografici condotti con la scoperta delle necropoli sannite, illustrano, tra zona e zona, la distribuzione della struttura demografiche tra individui maschili e femminili.
Prendendo in esame l’età compresa tra i 20 ed i 70 anni, si distinguono due zone: nella prima la mortalità maschile tra i 20 ed i 40 anni, soprattutto per eventi bellici, è superiore a quella femminile; nella seconda zona, si riscontra una maggiore mortalità femminile, sempre tra i 20 ed i 40 anni, soprattutto per problemi legati al parto.
Compito importantissimo per lo sviluppo della società di quei tempi, era il concepire molti figli; l’esigenza era: più uomini, più guerrieri. (vedi figura).

L’abitazione dei Sanniti detta in osco Triibon, consisteva generalmente in muratura a secco o in legno ed era composta di una sola stanza di forma rettangolare che proteggevano chiudendola con la chiave. (vedi figure).

Monte Vairano (Aquilonia ?). La casa di LN.

 

Pagliara in agro di Vastogirardi (IS)  http://www.flickr.com/photos/molisealberi/3104503742.

 

Il cibo era costituito principalmente da zuppa di avena, farro abbrustolito o in zuppa; frutta; verdure; teste di vitello ed altre carni; prodotti della pesca di lago, fiume e mare; latte e suoi derivati
Quanto scoperto nelle necropoli permette di conoscere solo alcuni dei loro utensili usati nella cucina.

Lucerna (?) con sostegno a base tripode. Infundibulum/imbuto con filtro mobile.

 

Età del ferro e VIII sec. a. C.. Brocchescodelleboccali. (De Benedittis 2005).

 

Olle, ciotole, amphoricos, anfora, boccale. (Cianfarani-Franchi Dell’Orto-La Regina, 1978).

Come tutte le società antiche gli ornamenti più preziosi, al pari degli abiti, erano prerogativa della donna Sannita che apparteneva alla classe aristocratica e differente erano anche l’eleganza e la ricchezza dei monili importati dalla Etruria e dai territori confinanti.
Gli ornamenti, come ogni elemento metallico che riveli un particolare impegno artigianale, quasi sempre debbono essere stati importati da ambienti dove l’artigianato metallurgico era favorito dalla presenza di miniere o da determinate attività commerciali che permettevano l’importazione del metallo prezioso grezzo dai luoghi di produzione.
L’ambra, ad esempio, proveniva dalle remote regioni baltiche e veniva lavorata dai Piceni per essere poi esportata in tutta la penisola.
Né mancano monili in avorio, che indicano precisi rapporti dei Sanniti con i popoli dell’Italia centrale dove si sviluppò la cultura orientalizzante di lavorarlo.
Le donne, dal conto loro, portavano anelli, generalmente semplici e talvolta grandi di terracotta (I grani d’ambra erano molto rari, e prerogativa solo dei più ricchi).
Oltre a questi ornamenti, ne indossavano uno del tipo chiamato chatelaine, consistente in una catena a vita di forma approssimativamente rettangolare, che aveva una sezione centrale costituita da maglia di ferro, con un certo numero di spirali metalliche da ambedue i lati, e da cui pendeva un disco di metallo solitamente forato.
Era lunghe dalla spalla sino ad oltre le ginocchia o dal petto a sotto la cintola, terminando con un pendaglio decorato con motivi geometrici o zoomorfi. (vedi figure).

Agnone (Pentri). Anelli(in alto).  Larino (Frentani). Ornamenti vari. Alfedena (Pentri).

Alfedena (Pentri). Chatelain (da sinistra): Pendaglio ad occhiale. Pendaglio decorato a giorno con motivi geometrici. Pendaglio con decorazione geometrica e zoomorfa fantastica.

 

Fibula a nastro con linee incise; ai lati vegetali stilizzati e graffitti compaiono anche sulla lastrina rettangolare della staffa. La staffa termina a testa d’ariete. Da Ortona (Frentani).

Dalle necropoli scoperte nei territori della Sannita/Vestina, Sannita/Pentra e Sannita/Frentana, provengono gli oggetti di ornamento. (le figure e le descrizioni sono state pubblicate in: Culture Adriatiche Antiche… 1978, Sannio Pentri e Frentani dal VI al I se. A. C. 1980; Samnium Archeologia del Molise 1991; Prima dei Sanniti ? 2005).

Particolari dei corredi funerari femminili della tomba 9, come si indossavano; Cianfarani scrive: corone – una costituita da una serie articolata di castoni di ferro contenenti quadratini d’ambra –, fibule, collane di pasta vitrea e d’ambra, armille e un grosso pettorale di ferro, agganciato sotto il seno mediante fibule e formato da una piastra rettangolare, dalla quale una fitta maglia scendeva
fin sopra la cintura. (vedi figure).

 

Particolari dei corredi funerari femminili descritti della tomba 10.

 

La necropoli di Alfedena (Pentri).

Altri ornamenti femminili, scrive Cianfarani, provengono dalla necropoli di Campovalano (Pretuzi) sono placche rettangolari di lamina di bronzo che nel campo, diviso in due, quattro o sei scomparti, recano spesso ritagliate a giorno figure di quadrupedi. Questi elementi, già ritenuti pertinenti a cinture – ma esiste anche un esemplare in cui realmente sono da vedere le estremità di una cintura che si agganciano l’una all’altra – sono i terminali di lunghe stole, fossero esse di stoffa o, come sembra più probabile, di cuoio, caratteristiche in Abruzzo del costume femminile dell’area di Campovalano. […]. Nel costume la placca doveva essere fermata al petto grazie alla piastra che reca su un lato una sorta di maniglia, mentre l’altra estremità, che non reca tracce di fermagli, doveva ricadere a terra in basso. Le stole sono assegnate alla prima metà del VI secolo a. C.. (vedi figura).

Cianfarani: Certo ben lontano dall’essere esclusivo della nostra regione fu, fino alla tarda età del bronzo (1200 a. C., n. d. r.) l’uso di fermare gli indumenti con spilloni che, trapassando i tessuti o le pelli, erano fissati da un filo bloccato ad un capo dove spesso passava entro una sorta di cruna e si avvolgeva intorno all’altra estremità aguzza.  esempio di questo tipo di fermaglio è dato da uno spillone proveniente da Trasacco (Marsi, n. d. r.), che ha la testa formata da due (o forse tre) anelli.

Dalla fine dell’età del bronzo in tutti i paesi del Mediterraneo centrale e settentrionale e in gran parte dell’Europa, in luogo dello spillone entra in uso la fibula, che per la varietà delle forme che in ogni epoca è un prezioso strumento per la cronologia, oltre che, in molti casi, una vera e propria opera di oreficeria. Consiste essenzialmente in un tondello metallico, in parte rettilineo e aguzzo a un capo, l’ardiglione, che, dopo essersi attorto in due o tre spirali a formare la molla, si ripiega ad arco, alla cui estremità una lamella curva, la staffa, costituisce l’alloggiamento della punta. (vedi figura).
Da Trasacco (Marsi).

La donna Sannita nonostante i gravosi impegni domestici, non disdegnava gli ornamenti: braccali, pendagli, anelli, orecchini, bracciali, bottoncini e saltaleone. [Vedi figura, necropoli di Bojano (Pentri)].

La grande quantità di fibule prova che gli abiti della donna Sannita dovevano essere fermati e non cuciti; probabilmente erano drappeggiati e ripiegati più che sagomati.
Per il loro abbigliamento, Salmon ricorda un lungo peplos bianco senza maniche, fermo in alto da una cintura attorno alla vita (Vedi figura), non dissimile da quello raffigurato nelle pitture e nelle statue delle Divinità femminili.
Tali pitture tombale, però, raffigurano i Sabelli della Campania e risentono quindi dell’influsso greco. Questo soprattutto nel caso di scene che raffiguravano donne in vesti elaborate: è ipotizzabile l’utilizzo del lungo peplos dalla donna Sannita che risiedevano a settentrione del Massiccio del Matese.
Va anche ricordata (manca la figura. n. d. r.) una statuina alta dieci centimetri, che appartiene ad un privato, raffigurante una ragazza che indossa un lungo chiton in atteggiamento di preghiera.

Peplos. Chiton. Himation.

Enciclopedia Treccani: Peplo. Abito delle donne greche, che a Sparta si conservò nell’uso anche dopo la metà del 6° sec. a.C., quando si andò affermando l’uso del chitone. Consisteva in un rettangolo di stoffa di lana, ripiegato per circa un terzo in alto, poi in due parti uguali verticalmente (v. fig.): negli orli superiori così combacianti, fibule lo tenevano fermo sopra le spalle e restava aperto lungo il fianco destro, tenuto aderente da una cintura.
Chitone. Vestito di origine orientale introdotto in Grecia dagli Ioni; di lino o di altra stoffa leggera, era confezionato con un telo cucito come un sacco senza fondo, stretto alla vita da un cordone e fermato alle spalle da due fibbie. Corto per gli uomini, lungo per i personaggi di alto rango e le donne, era aperto sul fianco ( c. dorico) o interamente chiuso. (vedi figura).
Himation (o imàtio) (o imàtion). Il vestito di lana (più tardi anche di lino) originario e nazionale dei Greci antichi, di solito bianco, ma anche colorato o con fasce di colore lungo gli orli; consisteva in un mantello drappeggiato che, per lo più, partendo da una spalla, girava dietro il dorso e tornava sul davanti, ed era portato dagli uomini spesso come unico vestito, dalle donne sopra al peplo o al chitone.

Alcune statue permettono di conoscere come la donna Sannita/Frentana e Sannita/Pentra indossavano i vestiti. (verdi figure).

Larino (Sanniti/Frentani) da Sannio Pentri e Frentani (1980).
Tra i tipi attestati a Larino, le figure femminili panneggiate sono presenti in alta percentuale, con numerose varianti: con chitone semplice legato sotto il seno e con chitone ed himation variante avvolto intorno al tronco; meno frequenti sono invece il tipo di Afrodite seminuda che si appoggia a colonna.

 

Agnone (Pentri).

Pietrabbondante (Pentri).


Isernia (Pentri).

Lastra tombale dipinta: da destra 1^ figura femminile di prospetto con il braccio proteso …… Volto grosso dai lineamenti marcati……… . Indossa un chitone su cui è avvolto l’himation che copre anche il capo. Sul chitone bianco, grossi linee verticali e oblique rosso brune, rendono le pieghe.

Monte Vairano (Pentri).

Figura femminile. Indossa un lungo peplo di cui si distingue parte del panneggio inferiore.

Bojano (Pentri).

Scultura in cotto. Figura femminile panneggiata a tutto tonto. (De Benedittis).

Due statue acefalee mutile femminili stanti, indossano vesti panneggiate.

Tortoreto (Sanniti/Pretuzi).

Anche le statuine votive di bronzo permettono di conoscere come vestiva la donna Sannita.

Carsoli (Marsi).

Altre testimonianze: la prima figura (vista di fronte e di lato sinistro) indossa un doppio indumento (di lana?) costituito da una veste che alle caviglie e un mantello cucito sugli omeri con un buco nel mezzo per pasarvi il collo. I piedi sono ignudi, in testa ha una acconciatura che sembra una specie di cappuccio.
La terza figura indossa invece un lungo corpetto a vita, munito di brevi maniche, e una veste rigida e scampata. Il capo è scoperto e i capelli, appaiono raccolti in una crocchia sulla nuca.

Rapino (Sanniti/Marrucini).           Bucchianico (Sanniti/Marruccini).

Anche la Dama di Capistrello permette di conoscere l’abbigliamento della donna Sannita: scoperta nel territorio dei Sanniti/Vestini, presenta La veste indossata, scrive Cianfarani, è composta da un corsetto scollato con brevi maniche e sorretto da due ampie spalline fissate sul davanti mediante due fibule ad arco serpeggiante ornate di pendagli trapezoidali. Una cintura che gira intorno alla vita segna l’inizio della veste. Tra questa e il corsetto il torace doveva restare scoperto oppure i due indumenti descritti si sovrapponevano ad una veste leggera ed aderente al corpo.
Sul retro sono i resti di una mantellina rettangolare, probabilmente parte di un cappuccio il cui apice era costituito da una sorta di cordone che ricadeva sulle spalle.
Distesi sugli omeri compaiono due nastri che forse servivano a legare il cappuccio sotto il mento. Il braccio destro sinistro sopra il gomito è circondato da un’armilla. (vedi figure).

La donna Sannita curava l’acconciatura dei capelli, la cui eleganza era proporzionata al rango di appartenenza, come testimoniano le diverse statuette votive, le statue e la raffigurazione.
Cianfarani: Nelle teste femminili ricorre una singolare acconciatura che ricorda quella dei bronzetti di Rapino: una specie di cappuccio formato da una fascia piatta e liscia iniziale, seguita da un rotolo che gira attorno alla testa per affinarsi e scomparire dietro le orecchie, e che termina a forma di manica ricadente libera sul collo. Dal cercine che circonda tutto il capo, in alcuni esemplari il cappuccio si innalza rigidamente e due nastri che scendono lateralmente, servivano a fermarlo annodandosi sotto il mento, un elemento di costume analogo a quello ipotizzato per il corsetto femminile di Capestrano. (vedi figure).

Da Carsoli (Marsi).

Da Gildone (Pentri).

 

I calzari indossati dalla donna Sannita hanno resistito ai secoli, come testimoniano Franchi Dell’Orto-La Regina: Colle Fiorano. Notevole è la presenza di calzari con originaria suola lignea bardata di lamina bronzea e con fissi ramponi di ferro, come a Capestrano, o chiodi come a Campovalano. Un paio è stato ricostruito integralmente: la suola, con inchiodata lungo i bordi la fascetta di bronzo, è tenuta sollevata da terra da quattro sostegni a sezione quadrata, collegati a coppie da una piattina e, nel senso della lunghezza, da una sbarretta di ferro che si salda al centro della piattina di collegamento di ciascuna coppia.
Da Loreto Aprutino (Vestini).

Da Campovalano (Pretuzi).

Coppia di calzari con fascetta di fattura etrusca che circonda il bordo con una densa decorazione figurativa: animali, mostri, forse scene di carattere mitico quali Edipo e la sfinge, Europa sul toro (?).

Cianfarani: Anche per i calzari è possibile trarre qualche utile indicazione dagli ex voto carseolani. Vi compare un calzare a stivale in cui il gambale (del quale non è possibile stabilire l’altezza, per lo stato frammentario dei relativi reperti) risulta in un sol pezzo con la tomaia, divisa sul dorso da un taglio longitudinale che, dall’inizio della digitazione, sale fino alla caviglia, dove piega internamente giungendo quasi al malleolo. […].
Nella stipe incontriamo anche il calceus, un calzare a stivaletto con l’imboccatura fino al polpaccio. La tomaia, formata da un sol pezzo di pelle col gambaletto, copre solo la metà del dorso del piede, lasciando libera l’altra metà dall’altezza dell’arco plantare. […].

Nel futuro la scoperta di altre necropoli femminili, consentirà di conoscere meglio il costume della donna Sannita per un giusto riconoscimento nella Storia.

Dall’archivio fotografico Ver sacrum dell’Associazione F.I.D.A.P.A. di Bojano.

 

Oreste Gentile.

” BOVAIANOM “/ ” BOVIANUM ” / UBI EST ?

novembre 18, 2018

Ancora una volta è doveroso illustrare l’esistenza nella antichità di un unico centro denominato BOVAIANOM (osco), BOVIANUM (latino), infine BOJANO.

La sua UNICA localizzazione ed identificazione, più volte illustrata dopo la “forzata” ipotesi di Mommsen che ne stimò una duplice localizzazione e identificazione, modificando colonia, ricordata da Plinio Secondo il Vecchio (23-79 d. C.) nella Naturalis Historia, in coloniae, è stata messa di nuovo in discussione: Bovianum non era ubicata a Pietrabbondante; non era ubicata nel territorio della moderna Bojano, bensì nella pianura di Campochiaro.

Sulla base della ricostruzione storica della guerra sociale  (92-88 a. C.) tramandata con ricchezza di particolari dalle fonti classiche che ricorda la localizzazione di Bovianum/Bojano, hanno scritto [Tutte le citazioni sono tratte del volume Samnites Pentri (2008) di P. Nuvoli]: Diversamente, non sembra essere provata in via definitiva la coincidente ubicazione della Bovianum romana con la Bovianum sannitica, investita dalle legioni di Silla dell’89 a. C., troppo sbrigativamente, anche da parte della dottrina più accreditata assunta come scontata acquisizione. […].

[…] poiché egli (Silla, n. d. r.) conquistò la Bovianum sannitica e non quella romana. La sostanziale coincidenza della Bovianum romana con la Bojano moderna, è archeologicamente confermata dal ricco materiale epigrafico ivi rinvenuto, dai resti di costruzioni, fino al rinvenimento d’un tratto viario in basolato, emerso durante i recenti lavori di sistemazione del torrente Calderari.

E’ da osservare diversamente, che nell’area coincidente con la Bojano moderna, sebbene posta all’interno di un territorio abitato dai Samnites Pentri per alcuni secoli, la presenza di reperti sannitici per la fase anteriore alla Guerra Sociale, è pressochè inesistente.

INNANZITUTTO il toponimo della città madre e capitale, fondata dai Pentri, era Bovaianom (osco); divenne Bovianum (latino) dopo la conquistata dei Romani in occasione della seconda guerra sannitica dell’anno 305 a. C..

Nel periodo oggetto della nostra attenzione, ossia il I sec. a. C., il territorio dei Pentri era stato definitivamente conquistato dai Romani: alla metà del III sec. a. C. avevano occupata Venafro (ingresso ovest del loro territorio), istituendovi dapprima una praefectura e, successivamente la Colonia Augusta Iulia ed occupata Isernia con la deduzione di una colonia nell’anno 263 a. C..

Bovaianom, divenne Bovianum ed i Romani, per un migliore controllo, pur avendo concesso ai Pentri una             < sovranità limitata >, costrinsero i suoi abitanti ad abbandonare il prisco insediamento di altura per urbanizzare la pianura.

Ciò avvenne anche per l’insediamento montano della pentra Saipins (osco): i suoi abitanti furono costretti a scendere nella pianura sottostante per costruire Saepinum/Altilia; successivamente, con le prime invasioni barbariche, abbandonata Saepinum/Altilia, gli abitanti tornarono sulla più sicura Saipins, denominandola Castrum Vetus; l’abbandonarono di nuovo per fondare il castrum Sepino che divenne l’odierna Sepino.

Mentre la città di Sepino può godere delle testimonianze archeologiche dei 3 distinti periodi storici perché vissuti in 3 località diverse, per la città di Bojano sono scarse le testimonianze archeologiche, soprattutto del periodo pentro. (vedi figura).

I 3 distinti periodi storici: pentro, romano e medievale vissuti dalla città di Bojano hanno lasciato poche, ma significative tracce che testimoniano la sua UNICA localizzazione: Bovaianom si sviluppò sulla sommità e lungo le pendici della collina di Civita Superiore di Bojano, fino alla destra del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela la cui larghezza spesso si ridusse a causa dei fenomeni tellurici che distrussero gran parte della romana civitas e la Boviano medievale.

Il sito di Bovaianom subì l’urbanizzazione romana dando origine alla romana civitas  Bovianum. L’insediamento pentro di Civita Superiore di Bojano divenne l’acropoli di Bovianum che, occupando anche la località La Piaggia-san Michele, già pentra, si estese nella pianura al di là del percorso tratturale. (vedi figura).

Nel successivo periodo medievale, l’acropoli sita su Civita Superiore di Bojano, fu dotate delle stesse opere di difesa adottate per Saipins/Castrum Vetus/Terravecchia; questo non accadde in un altro sito, ma ancora una volta là dove era stata fondata Bovaianom che divenne Rocca Boiano, dotata di un castrum e di un castello: per la loro costruzione furono riutilizzati, come era logico che accadesse, purtroppo anche distruggendole, le strutture murarie lasciate dai Pentri, i suoi primi residenti. (vedi figura).

                                                           Rocca Boiano. Castrum e castello.

 BOVAIANOM. EPOCA PENTRA.

Hanno scritto: E’ da osservare diversamente, che nell’area coincidente con la Bojano moderna, sebbene posta all’interno di un territorio abitato dai Samnites Pentri per alcuni secoli, la presenza di reperti sannitici per la fase anteriore alla Guerra Sociale, è pressochè inesistente.

E’ la VERITA’ ?

Dopo la conquista dell’anno 305 a. C. da parte dei Romani, nell’anno 89 a. C. seguì quella definitiva ad opera di Silla, ricordata così da Strabone (64 a. C. – 20 d. C. ?):

E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: BovianumAesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.

Nei principali insediamenti dei Pentri furono inviati i coloni e i veterani delle legioni romane per ripopolarli e favorire la rinascita e l’urbanizzazione: quali testimonianze dell’epoca precedente avrebbe potuto conservare la pentra Bovaianom se gli interventi vennero effettuati UNICAMENTE nello stesso sito o poco lontano, con lo scopo di cancellare il suo glorioso passato ?

Illustriamo le testimonianze archeologiche più significative finora riportate alla luce per documentare l’esistenza di Bovaianom, la città madre e capitale dei Pentri che, dalla sommità di Civita Superiore di Bojano, si estendeva lungo le pendici della collina alla località La Piaggia-san Michele e fino al percorso, lato destro, del tratturo Pescasseroli-Candela.

Sono esclusi gli importantissimi reperti archeologici (i più antichi risultano essere del dal XI-IX sec. a. C.) rinvenuti nella pianura che si estende tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, territorio dei Pentri distante poco più di 4 km. da Bovaianom: la nuova ipotesi li considera NON pertinenti alla città madre, alla capitale dei Pentri, in quanto avrebbero dovuto essere scoperti esclusivamente nelle sue immediate vicinanze o sotto di essa.

ESAMINEREMO UNICAMENTE i reperti archeologici scoperti nell’insediamento di Bovaianom costruito sulla sommità di Civita Superiore di Bojano e che, con una serie di terrazzamenti (o gradoni) sostenuti da muri in opera poligonale (vedi figura), occupava anche le sue pendici: dalla località La Piaggia-san Michele fino al percorso del tratturo Pescasseroli Candela, lo  seguiva parallelamente da ovest ad est, mentre 2 mura in opera rozza poligonale, orientate da nord a sud, delimitavano Bovaianom ad ovest presso la chiesa di sant’Erasmo e ad est, con un breve tratto (in attesa di ulteriore scoperte) nella località Pietre Cadute.

Bovaianom. L’insediamento pentro prima della conquista romanaTerrazzamenti (linee gialle continue est-ovest) e le mura (linea gialla continua e punteggiata nord-sud). Il tratturo Pescasseroli-Candela e la vasta pianura con una palude o un lago. La necropoli (località gialla Maiella).

I Pentri scelsero monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro o Collis Samnius, una località elevata (740 mt.), per costruirvi una fortificazione idonea sia alla difesa che al controllo della vasta pianura sottostante, attraversata dal tratturo Pescasseroli-Candela, sia per le comunicazioni visive di giorno e di notte con gli insediamenti situati intorno e quelli prossimi ai confini territoriali dei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini. (vedi figure).

L’ insediamento di Bovaianom (nelle linee gialle discontinue). Visione generale.(NO indica l’esistenza della pianura NON urbanizzata).

 

Bovaianom. Civita Superiore di Bojano (giallo, in alto). Località La Piaggia-san Michele. I terrazzamenti (linee gialle sottili). Il tratturo Pescasseroli-Candela. Alcuni dei percorsi antichi. Strada provinciale. Tratti di mura in opera poligonale: 1. Località Pietre cadute; 2. Larghetto Gentile. 3. Via Biferno (Quaranta). 4. Palazzo Ducale. 5. Chiesa sant’Erasmo.

Esaminiamo, iniziando dalla sommità di Civita Superiore di Bojano, le evidenze archeologiche conosciute, tenendo in debito conto le modifiche radicali adottate per soddisfare le esigenze dei popoli che, dopo i Pentri, furono presenti nelle successive epoche storiche: Romani, Longobardi, Bulgari, Franchi, Normanni, Angioini etc..

Testimonianze giudicate dalla nuova ipotesi essere alcuni reperti decontestualizzati rivenuti a Civita ed affermare, sempre a proposito di Civita Superiore di Bojano: rimanendo sospeso il ruolo dell’altura di Civita di Bojano in epoca sannitica, ove traccia di mura in opera poligonale, come ipotizza De Benedittis, potrebbero segnalare, per l’orografia del sito, la presenza d’una cintura fortificata, ma non documenterebbero, in assenza di  sepolture ed altri reperti, la presenza d’un agglomerazione vicana riconducibile ai Sanniti Pentri.

La sommità della collina di Civita Superiore di Bojano fu scelta come sede della città madre, la capitale dei Pentri, Bovaianom, proprio per la peculiarità della sua collocazione: controllava e difendeva l’estesa valle dei Pentri ed il tratturo Pescasseroli-Candela che, guarda caso, ad ovest, deviava il suo percorso rettilineo per avvicinarsi alla < base > della collina, seguirla e poi riprendere il percorso originario verso la pianura di San Polo Matese-Campochiaro-Guardiaregia. (vedi figura).

Quale migliore sito per il centro primario dei Pentri ?

Arroccati sulla sommità della collina e lungo le sue pendici avevano a sud < le spalle coperte > dal Massiccio del Matese, potevano difendere e controllare da est, nord ed ovest la vasta e fertile pianura abbondante di acqua, probabilmente con una palude o un lago, ed il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Quanto sarà illustrato, dovrebbero essere, secondo il giudizio della nuova ipotesi: alcuni reperti decontestualizzati rivenuti a Civita.

TUTTI sono pertinenti all’epoca in cui vi risiedevano i Pentri ed è improbabile ci sia stato un < inquinamento delle prove > per confermare la loro presenza.

Non bisogna MAI dimenticare: la stessa sommità scelta dai  Pentri, subì, nel corso dei secoli, la distruzione e la ricostruzione da parte dei Romani, dei Longobardi, dei Normanni e degli altri popoli che occuparono sempre lo stesso territorio.

Non bisogna MAI dimenticare le catastrofi naturali: alluvioni, frane, terremoti che hanno alterato l’assetto del territorio, tanto da essere così banalizzate: L’affermazione che catastrofi naturali quali alluvioni e terremoti abbiano cancellato ogni traccia della civilizzazione sannitica nel tenimento dell’attuale comune di Bojano non sembrano convinceti, giacchè, oltre a non essere sufficientemente documentate per la dimensioni catastrofica, che le avrebbero connotate, non spiegherebbero come i segni della presenza romana si siano conservati con tutta evidenza mentre quelli riferibili ai Sanniti sostanzialmente prodotti nella stessa epoca, siano stati definitivamente cancellati, inghiottiti dal terreno e dispersi.

I catastrofici terremoti (da: terremoti storici che hanno interessato il Sannio-Matese con intensita’ pari o superiore a 5.0. database di riferimento: http://emidius.mi.ingv.it/DBMI04) (a cura di Angelo Pepe) che hanno colpito il territorio di Bojano sono documentati dalla Storia: nell’anno 346 la pianura della romana civitas Bovianum, con Isernia, Alife, Sepino e Telese, fu uno degli epicentri localizzati intorno al Massiccio del Matese.

Una lapide conservata a Bojano ricorda l’evento e l’intervento di Fabio Massimo rector provinciae Samnium per la ricostruzione post sisma. (vedi figura).

[F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntis secre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Nell’anno 1293, terremoto ancora intorno al Massiccio del Matese con epicentro anche a Bojano.

Nell’anno 1456. Questo terremoto è considerato l’evento più disastroso verificatosi in Italia in epoca storica, è l’unico grande evento con cinque aree epicentrali distribuite lungo l’asse della catena, dall’Abruzzo all’Irpinia. […]. Tra i centri più colpiti: Ariano Irpino, S. Giorgio del Sannio, Bojano, Grottaminarda, Vinchiaturo, Isernia (1500 morti).

Nell’anno 1688, terremoto con epicentro il Massiccio del Matese.  

Nell’anno 1805, Epicentro a nord di Bojano. Evento distruttivo su larga area geografica. […]. Imponenti fenomeni idrologici si verificarono in alcune località del Molise, così come riportato da G. S.Poli, Comandante della Real Accademia Militare e Membro Britannico della Società Reale di Londra (1806): “Né furono meno ragguardevoli i fenomeni riguardanti le acque; perciocchè fin dal giorno precedente al tremuoto le acque delle fontane di Bojano naturalmente fredde trovaronsi di avere acquistato un certo grado di tiepidezza, ed osservossi torbida la sorgente del fiume Trigni (Biferno, n. d. r.), […].

Il dì 27 luglio, seguente a quello del Tremuoto, sursero nella città di Bojano tre grandi torrenti d’acqua, somiglianti ad altrettanti fiumi, che inondarono in breve tempo tutta la contrada. Proseguirono essi a scorrere in tal modo per lo spazio di venti giorni; indi diminuendosi gradatamente, sonosi ora ridotti a piccoli rivi. Le acque del fiume Trigni, e del Biferno, come altresì quelle di tutte le sorgenti divennero sì torbide, e fangose, che per tre giorni consecutivi apparivano nere come l’inchiostro”.

Dopo tali eventi naturali, tenendo in debito conto che alcuni di essi avvennero dopo la presenza dei Longobardi, dei Franchi e dei Normanni, tanto per citare solo alcuni dei popoli invasori, si può pretendere ancora la presenza delle testimonianze di epoca pentra ?

Come si può affermare: nel tenimento dell’attuale comune di Bojano […] i segni della presenza romana si siano conservati con tutta evidenza […], se della romana civitas Bovianum non è presente un teatro, un anfiteatro, un tempio, le terme e le mura di cinta, al pari della romana civitas Saepinum, ma unicamente qualche decina di steli, qualche residuo di colonna e pochi metri quadrati di un mosaio ?

Mancando nei pressi della città di Bojano una necropoli pentra, una Romana, una  Longobarda, una Normanna etc., dovremmo dubitare della presenza di quelle popolazioni ?

Questo è quanto resta della presenza dei Pentri nel tenimento dell’attuale comune di Bojano:

1^. Le mura medievali edificate su un triplice terrazzamento pentro. 2^. Muro in opera poligonale all’ingresso di Civita.

 

Tracce di mura poligonali nelle fondazioni del castello di Civita (fig. 1-2). Tegolone glifato (di una sepoltura, IV sec. a. C. ?) rivenuto presso il castello di Civita Superiore di Bojano (fig. 3).

Resti, dei tanti, di manufatti di ceramica a vernice  nera  (VI-V sec. a. C. ?) che si possono recuperare nei pressi del castello:

Dalla Civita Superiore di Bojano, nei pressi della località La Piaggia- san Michele, proviene un peso da telaio (IV – II sec. a. C. ?).

Peso di telaio (IV-II sec. a. C. ?).

Una seria di bolli ricordano un numero notevole, scrive La Regina (1989) di m. t. (medices tutici) sannitici, soprattutto del II secolo a. C.. […] Il nucleo più cospicuo proviene da un’officina pubblica di Bovianum per la produzione di tegole. I laterizi venivano bollati con l’indicazione dell’anno. Bolli di questo tipo si trovano soprattutto nel santuario di Campochiaro, oltre che a Bojano e in altre aree circostanti. Nella maggior parte dei casi essi recano in forma abbreviata l’indicazione della magistratura seguita dalla formula onomastica trimembre del magistrato, secondo il seguente schema:

       m.t.mi.heri. uv. = m(eddiss) t(uvtiks) Mi(nis) Her(is) Uv(eis) = medix tuticus Minius Herius Ovi f’. . […].

  1. kammt.lstamr     2.  v.kr.mt.l.kar     3.   m.t.pk.lai.pk     4.   m.t.g.nim.hn.   

 

  1. m.t.mit.ppa.n (160 a. C.)     6.  ni.staa.mt.g.paap.mit (130 a. C.)   

 

  1. g.papi.mt.m.t.x (130-95 a. C.)   8.  m.t.n.pumt.g    9.  m.t.tr.sadri.tr (II sec. a. C.)
  2. mtl.sta.umit 11.  m.t. mit. ppa. (da Capini 1978).

Da Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano nel medioevo, già acropoli della romana civitas Bovianum, già Bovaianom con i Pentri, proviene il Bollo  ed un Graffito su  frammento di patena a vernice nera (vedi figure).

Bollo su coppo (G. De Benedittis, in StEtr XLVI 1978, p. 410, n.1.). m. t. mi. heri: ùv

 

Iscrizione:   [- – -]x.med[.] fa[- – -]. Interpretato: meddix farri, o magister farri. II sec. a. C..

Ed una figura femminile

Scultura in cotto. Figura femminile panneggiata a tutto tonto. […]. (De Benedittis, 2005).

Nella Bovaianom pentra e nella romana civitas Bovianum, come documentano i bolli, esisteva una “officina” per la produzione di laterizi, tradizione giunta fino ai nostri giorni grazie alla presenza di cave di argilla a sud est ed a sud ovest della città. (vedi figure).

Da Civita Superiore di Bojano, scendendo lungo le sue pendici settentrionali, si localizza la fortificazione La Piaggia-san Michele ed a seguire, una serie di terrazzamenti (3 o forse 4) in opera poligonale, paralleli al percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Bovaianom (giallo). 1. Civita Superiore di Bojano. 2. Località La Piaggia san Michele. Tratti di mura megalitiche: a. Pietre Cadute, b. +laghetto Gentile-via Biferno e Palazzo Ducale, c. chiesa sant’Erasmo. Tratturo. Mura sannitiche (ipotesi. tratt. ni gialli). Espansione della civitas romana: 1. e 2. mura delle romana civitas. a. Tratto di una strada romana.

Quale è il giudizio espresso dalla nuova ipotesi sulle mura di terrazzamento di Bovaianom ?

Altri resti di mura in opera poligonale, pur presenti nel territorio comunale di Bojano ed utilizzati per sistemazioni di pendenze, rimandano più a pratiche colturali romane, cui non era affatto estranea la tecnica di predisporre terrazzamenti in pietra per la sistemazione del suolo agrario.

Con una vasta pianura di circa 100 km² i Romani veramente avrebbero avuto la necessità di coltivare le pendici di una collina che erano state utilizzate dai Pentri soprattutto come strutture difensive ?

Si dimentica che i conquistatori Romani costrinsero gli sconfitti Pentri ad abbandonare gli insediamenti di montagna o di collina, vedi l’esempio di Saipins, per costruire, lì dove le condizioni ambientali lo consentivano, insediamenti stabili in pianura con mura di cinta, anche monumentali, per affermare la loro potenza militare ed economica, vedi la romana civitas Saepinum o la romana civitas Allifae in territorio Caudino.

I Romani avrebbero concesso SOLO agli sconfitti abitanti di Bovaianom di restare nel loro antico insediamento ed addirittura li aiutarono a rafforzare i loro terrazzamenti utilizzati per la difesa di uno degli accessi alla città madre ?

Le mura di terrazzamento scoperte fino ad oggi, dimostrano che furono realizzate in epoche e maniere diverse sin dall’arrivo (XI-IX sec. a. C.) dai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si denominarono Pentri. Si possono ammirare lungo il percorso da ovest ad est ed alla destra del tratturo Pescasseroli-Candela; mentre le mura scoperte ad ovest, presso la chiesa di sant’Erasmo e ad est nella località Pietre Cadute, furono costruite perpendicolari (da sud a nord) allo stesso tratturo.

Il tratto di mura di Larghetto e di via Biferno (Quaranta) segnano il limite di Bovaianom con il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela e con la vasta pianura; mentre sui livelli superiore esistono, ancora oggi, il e terrazzamento con le relative mura di sostegno.

Le mura di Larghetto Gentile.   Le mura di via Biferno (Quaranta).

Le mura del e terrazzamento sono state portate alla luce nel giardino del palazzo Ducale; sono parallele al percorso del tratturo e furono utilizzate per superare il dislivello dalla pianura (via Biferno) alla località La Piaggia-san Michele.

Le mura del Palazzo Ducale e pertinenti al e terrazzamento.

 

Foto in alto: 1° muro sostegno sul 1° terrazzo (foto 1^ a sin.) e particolare dei massi (foto 2^ a des.). Angolo del muro di sostegno (a sin.). Foto in basso: angolo del muro di sostegno (a sin.) e particolare dei massi (a des.)

 

muro di sostegno del terrazzoParticolare.

Le mura megalitiche scoperte nei pressi della chiesa di sant’Erasmo con l’allineamento da nord a sud, confermano l’estensione di Bovaianom fino al tratturo Pescasseroli-Candela, limitando e proteggendo l’insediamento ad ovest; successivamente, con la presenza romana e la costruzione della civitas Boviamun, esse furono prolungate verso nord, nella pianura, oltre il tratturo.

Le mura megalitiche (chiesa sant’Erasmo) ad ovest di Bovaianom

 

PARTICOLARI delle mura località Pietre Cadute.

Una particolare importanza aveva la fortificazione di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro, già Collis Samnius, così descritta dalla nuova ipotesila fortificazione di Monte Crocella, le cui ridotte dimensioni (m. trentatrè, circa) e la posizione (m. 1040 s. l. m.) potrebbero spiegarne la funzione solo come postazione militare, parte del sistema di segnalazione attraverso direttrici ottiche, predisposto dai Pentri, grazie alla sua posizione ottimale per servire l’ampia zona dell’alta asta del Biferno ed il collegamento visivo con la valle  delle (sic) Volturno, attraverso l’altura fortificata de “La Romana”, in agro di Isernia.

Quanto letto è pertinente alla funzione svolta dalla fortificazione di monte Crocella, ma è una < mezza verità >: il suo collegamento visivo diurno e notturno, come esamineremo, si spingeva ben oltre la valle del Volturno, raggiungendo, da ovest verso est, i monti pertinenti ai territori dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani, dei Dauni e degli Irpini. (vedi figure).

1. Bovaianom/Civita Superiore di Bojano. 2.  Monte Crocella. (visti da nord).

Pur essendo di ridotte dimensioni rispetto alle altre fortificazioni ancora esistenti, ha svolto un ruolo di primaria importanza: dalla sua sommità, a quota 1040 mt è possibile osservare l’espansione del territorio dei Pentri ed i suoi termini di confine con gli altri popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Peligni, Carecini, Frentani, Irpini; i Caudini localizzati a sud del Massiccio del Matese e ad est con i Dauni di altra origine.

Inoltre, data la sua altezza, permetteva le comunicazioni visive diurne e notturne tra Bovaianom e gli insediamenti pentri e quelli dei popoli confinanti. (vedi figure).

Un’altra peculiarità: il Colle Sacro e Bovaianom erano equidistanti dalle capitali degli Irpini (Benevento), dei Caudini (Montesarchio), dei Campani (Capua) e dei Sidicini (Teano). (vedi figura).

I confini della regione MOLISE (giallo). La circonferenza con il centro in monte Crocella o con  Bovaianom/Bojano, passa, da ovest, per Alfedena (1), Castel di Sangro (2), Montefalcone del Sannio (6), a confine con i Frentani, per Benevento, capitale degli Irpini, per Montesarchio, capitale dei Caudini, per Capua, capitale di Campani e per Teano, capitale dei Sidicini. I tratturi.

Gli storici e gli studiosi alla unanimità hanno sempre sostenuto che i conquistatori Romani obbligarono i Sanniti ad abbandonare gli insediamenti sulle sommità delle colline e delle montagne, vedi l’esempio di Saipins, per fondarne di nuovi in luoghi più aderenti alle esigenze dei vincitori: migliore controllo dei vinti e propaganda della potenza romana con la < monumentalità > delle opere di edilizia civile, militare e religiosa.

dove, vedi l’esempio di Bovaianom, il territorio non offriva altre soluzioni per creare un nuovo insediamento, il  < nuovo >, la romana Bovianum, oltre a sovrapporsi a l’originario sito  pentro, si  estese soprattutto nella pianura.

Ipotizzare, come è stato fatto, un processo inverso, ossia trasferire una Bovianum sannitica dalla pianura alla montagna per costruirvi una Bovianum romana è IRREALE. (vedi foto).

L’ipotizzato ed IRREALE trasferimento (freccia rossa) di una Bovianum sannita, fondata nella pianura di Campochiaro, al sito dell’attuale Bojano, ossia la Bovianum romana.

Cercare in TUTTO il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese una Bovaianom  pentra ed una Bovianum, civitas romana, distinte e separate non è una impresa ardua, è INUTILE. (vedi figura).

Le sovrapposizioni: la romana civitas Bovianum sull’insediamento pentro di Bovaianom..

La sovrapposizione degli interventi edilizi dei Romani cancellò, come dimostrato, gran parte di ciò che i Sanniti Pentri avevano realizzato nella loro città madre e capitale, Bovaianom; scrisse Strabone, già ricordato, in occasione della guerra sociale: E quando (Silla, n. d. r.) compilò le sue liste di proscrizione, non si dette pace finché non annientò o scacciò dall’Italia chiunque portasse un nome sannita. A coloro che lo rimproveravano per la sua ferocia, egli rispondeva di aver imparato che nessuno dei Romani sarebbe potuto vivere in pace finché anche un solo Sannita fosse sopravvissuto. Ed infatti, ad oggi, le loro città sono ridotte a villaggi e alcune, anzi, sono scomparse del tutto: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro e altre simili, nessuna delle quali è degna di essere considerata città.).

Cosa poteva rimanere dell’antico insediamento di Bovaianom, se non qualche tratto dei terrazzamenti in mura megalitiche, dei frammenti di ceramica a vernice nera o sigillata, dei coppi o tegoloni con iscrizioni in lingua osca e, almeno per ora, una piccola necropoli femminile nella borgata Maiella di Bojano ?

Queste testimonianze non sono state scoperte al di sotto dei reperti romani  ?

Che esistano anche le testimonianze archeologiche della presenza romana è archeologicamente confermata, si sostiene, dal ricco materiale epigrafico, ivi rinvenuto, dai resti di costruzioni, fino al  rinvenimento viario d’un tratto viario in basolato, emerso durante i recenti lavori di sistemazione del torrente (fiume, n. d. r.) Calderari; ma, come abbiamo esaminato, sono state trascurate, pur se scarse, le testimonianze archeologiche della preesistente presenza dei Pentri, con questa affermazione: Colpisce, innanzitutto, la sostanziale mancanza di aree sepolcrali sannitiche in prossimità della Bovianum romana (attuale Bojano).

Fatta eccezione della poco conosciuta e distrutta necropoli femminile pentra scoperta nella località Maiella del comune di Bojano, come avrebbero potuto (r)esistere una necropoli pentra dopo il radicale intervento dei conquistatori romani, dei Longobardi, dei Franchi, dei Normanni, degli Angioini, delle alluvioni, delle frane, dei terremoti, nonché dell’opera distruttrice contemporanea ?

Quanti sono oggi gli insediamenti sanniti che nelle loro vicinanze: a cento metri, a 500 metri, a 2 o a 5 o a 10 km.  possono vantare una  necropoli ?

Tanto per continuare il confronto con Saipins, nelle sue vicinanze è stata scoperta la necropoli pentra ?

Diversa la sorte della pentra Aufidena/Alfedena, la necropoli è stata scoperta a poca distanza dall’insediamento pentro, in quanto i Romani preferirono istituire la “loro” romana civitas Aufidena nella località oggi denominata Castel di Sangro.

Venafro era un insediamento pentro: esiste la sua necropoli o, come scrive la Soprintendenza del Molise, le più antiche testimonianze si riferiscono alla necropoli rinvenuta in agro di Pozzilli con materiale dal VI sec. a.C. alla seconda metà del IV sec. a. C. ?

Isernia era un insediamento pentro: esiste la sua necropoli per confermarlo ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei conquistatori Romani, ma Bovianum non era stata una romana civitas ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei Longobardi, ma Boviano era stato il capoluogo del gastaldato longobardo e della successiva contea longobardo franca ?

Ecco le altrettanto scarse testimonianze medievali: il castello e la presenza di un pluteo nodo longobardo o nodo di Salomone in Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano dal VII-VIII sec.. (vedi figure), e NULLA PIU’.

 

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata la necropoli dei Normanni, ma Boviano era stato il capoluogo della omonima contea normanna e, successivamente, della contea di Molise ?

Nel territorio pertinente alla città di Bojano non è stata trovata una necropoli ebraica, ma in Boviano e, soprattutto, in Civita Superiore di Bojano nel rione denominato Giudecca, era presente una comunità di Ebrei, probabilmente già nel XII secolo ?

Ricordando gli stessi 3 distinti periodi storici vissuti dalla città di Sepino: Saipins (pentro), Saepinum (romano), Castrum Vetus e Castrum Sepino (medievale), in assenza della scoperta della necropoli pentra, in base a quanto si sostiene per Bovaianom, dovremmo cercare in un altro luogo l’insediamento di Saipins ?

Non essendo stata scoperta la necropoli pentra, né la necropoli romana, né la necropoli longobarda, né la necropoli normanna, la città di Sepino non ha MAI vissuto, al pari di Bojano, la presenza ed il dominio di quelle popolazioni ?

Dove dovrebbe essere localizza la città madre, la capitale dei Pentri  ?

Ecco la risposta che danno: Orbene, l’area ricadente nei limiti degli tenimenti dei comuni di Campochiaro, Guardiaregia e San Polo Matese, per le evidenze archeologiche che la connotano, riferibili alla civilizzazione dei Sanniti Pentri, unitamente alla caratterizzazione geografica specifica di quel territorio, che appare maggiormente funzionale alla tipologia insediativa dei Sanniti, può essere indicata, come ipotesi di prima approssimazione, come sede dell’aggregazione vicana italica, denominata Bovianum (in realtà si denominava Bovaianom n. d. r.). (vedi figura).

Nella pianura di San Polo M.-Campochiaro-Guardiaregia, hanno localizzata la Bovianum sannitica. (la (2^ foto da face book sito  < I Sanniti >).

I migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, divenuti Pentri, avrebbero scelto di fondare la loro città madre, la capitale, Bovaianom (sarà Bovianum in epoca romana) nella pianura pertinente agli odierni centri di San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia che appare maggiormente funzionale alla tipologia insediativa dei Sanniti.

Sarebbe stato fondato un insediamento lungo il tratturo Pescasseroli-Candela di cui NON ESISTONO tracce di strutture difensive, né in muratura né, tanto meno, in legno, mentre sono venute alla luce UNICAMENTE una vasta necropoli sannitica ed una vasta necropoli longobarda pertinenti a 2 dei 3 periodi storici che videro protagonista la città di Bojano, fondata, all’inizio della sua lunga Storia, sulle sommità e lungo le pendici della collina di Civita Superiore di Bojano.

L’insediamento proposto ne l’area ricadente nei limiti degli tenimenti dei comuni di Campochiaro, Guardiaregia e San Polo Matese era in balia dei cosiddetti < quattro venti > sia dal punto di vista atmosferico, sia, soprattutto, dal punto di vista difensivo: i suoi < quattro lati > erano esposti agli attacchi di eventuali invasori.

Per coloro che vi risiedevano era difficoltosa anche la fuga verso un rifugio sicuro, vista la distanza e, soprattutto, la pendenza da superare per raggiungere le fortificazioni più vicine: partendo dalla pianura ad una quota di circa 500 – 550 mt., avrebbero trovato rifugio: a sud ovest, in Bovaianom (Civita Superiore di Bojano), posta a 740 mt. s.l.m. o, più in basso, nella località La Piaggia san Michele a quota 560 mt.; nelle Tre torrette di Campochiaro a quota 1.150 mt.; a sud est, su Colle di Rocco a quota di 950 mt., presso Guardiaregia; nelle fortificazioni a nord est: monte Vairano a quota 850 mt., Monteverde di Vinchiaturo a 900 mt. e monte Saraceno di Cercemaggiore a 950 mt.. (vedi figura).

Nella pianura (Punt.ggio giallo con  ?) dovrebbe localizzarsi l’ipotizzata Bovianum. Le fortificazioni pentre (giallo)esistenti che la circondavano.

Da diversi anni la pianura compresa tra i San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia è interessata, in lungo ed in largo, dalla estrazione del cosiddetto < misto > di origine alluvionale; l’estrazione ha permesso di portare alla luce UNA vasta necropoli di epoca pentra (VIII sec. a. C.) ed UNA di epoca longobarda, ma, al momento, visto che gli scavi continuano, NESSUNA testimonianza di un antico insediamento che permetta di ipotizzare in quel sito l’esistenza di una Bovianum pentra o romana o di una Bovianum di epoca longobarda.

DOMANDA: dove era la necropoli dei primi migranti Pentri a partire dal XI-IX sec. a. C., dopo il loro arrivo e dopo9 la fondazione di Bovaianom/Bojano, la città madre, la loro capitale ?

Dovremmo pensare che all’epoca non fossero ancora presenti o che avessero scelto un luogo più idoneo alle loro esigenze per fondare la città madre, loro capitale ?

Fondarla nella pianura pertinente a San Polo MateseCampochiaroGuardiaregia, come è stato ipotizzato, prossima al tratturo Pescasseroli Candela, sarebbe stata priva di strutture difensive stabili e durature, quali all’epoca erano le mura di cinta in opera poligonale, tipiche degli insediamenti fondati nel loro vasto territorio dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, che si denominarono Pentri.

Più che alla agricoltura, la pianura compresa tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, era ed è idonea alla pastorizia, proprio per la natura del terreno e l’assenza di sorgenti o corsi di acqua perenni; hanno scritto: era ricca d’acqua per la presenza di numerose fonti pedemontane, del torrente Quirino e del Biferno (lontano di qualche chilometro, n. d. r.); unica eccezione il torrente La Valle a regime torrentizio (asciutto nei periodo estivo), affluente del fiume Quirino che scorre/va in agro di Guardiaregia, al margine ovest della pianura e, più a nord, sfociava nel fiume Biferno.

La figura è molto esplicativa per localizzare e identificare: il Fiume Quirino, il Torrente La Valle e la vasta pianura (nel quadro tratteggiato), compresa tra San Polo Matese, Campochiaro e Guardiaregia, dove sarebbe stata fondata la loro città madre, la capitale.

BOVAIANOM/BOVIANUM UBI EST ?

Ad ovest, alla distanza di poco più di 4 km., era ben diversa la pianura posta alle falde della collina sulla cui sommità era stata fondata l’UNICA Bovaianom, città madre e capitale dei Pentri: ricca di sorgenti (il corso del fiume Biferno, all’epoca non era ben definito) e, molto probabilmente, vi era la presenza di un lago o di una palude; i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti avevano trovato le stesse condizioni ambientali della Sabina, regione dalla quale erano emigrati (ver sacrum).

Quale prospettive di sviluppo avrebbero raggiunto i Pentri se avessero fondato la loro città madre, la capitale in una territorio, pianeggiane, ma con caratteristiche orografiche diverso dalla località della loro origine ?

Le condizioni ambientali esistenti a nord del Massiccio del Matese, con la pianura di circa 100 km² , rispondevano alle esigenze dei giovani migranti che avevano lasciato la vasta e fertile pianura reatina, estesa per circa 90 km², posta alle falde dei Monti Sibillini con il monte Terminillo, dei Monte Sabini ad ovest, irrigata dal fiume Velino, con i suoi affluenti Salto e Turano e con il lago (o palude) di Cotilia e circondata da umide colline(scrisse Plinio Secondo il Vecchio).

Avendo lasciato la loro città madre e capitale, Rieti, sita all’altitudine di 405 mt. s.l.m. su una piccola altura a sud-est della pianura posta ai piedi dei colli San Mauro (o dei Cappuccini)Sant’Antonio al Monte e Monte Belvedere, erano alla ricerca di un territorio con le medesime o migliori caratteristiche per fondare la loro città madre, la capitale e dare origine ad un nuovo popolo.(vedi figure).

Rieti. Pianura. Monte Terminillo. Lago Cotilia.                          

 

Bovaianom. Pianura. Monte Miletto. Lago/Palude. In figura: Ipotesi (della localizzazione di Bovianum).

La sommità di Civita Superiore di Bojano e le sue pendici, la presenza del tratturo Pescasseroli Candela, la vasta e fertile pianura, le numerose sorgenti, un lago o una palude, le colline e le montagne che la proteggevano, l’importate presenza di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle Sacro o Collis Samnius, per determinare sia i confini tra i Peligni, i Carecini, i Frentani, gli Irpini, loro consanguinei, ed i Dauni, sia per le comunicazioni visive, erano i fattori determinanti per scegliere dove fondare il loro primo insediamento: Bovaianom.

L’insediamento di Bovaianom (giallo): 1. fortificazione di Monte Crocella. 2. Civita Superiore di Bojano. 3. Località La Piaggia san Michele. Percorso (da ovest a est) del tratturo Pescasseroli Candela. Il lago o palude.

Per ultimo, esaminiamo l’assetto della viabilità che esisteva all’arrivo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nel territorio a settentrione del Massiccio del Matese, dopo aver percorso dalla Sabina un tratto del tratturo Celano-Foggia e una parte del tratturo Pescasseroli-Candela. (vedi figura).

Ipotizzare l’esistenza di una Bovianum sannitica, la cui denominazione vera, in osco, era Bovaianom, nel territorio di Campochiaro, chiamando in causa anche la viabilità dell’epoca, è utile unicamente a confondere le idee di quanti vorrebbero conoscere la Storia della città madre, la capitale dei Pentri.

Hanno scritto: E’ noto che sussiste dall’antichità ad oggi, un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica; l’ipotesi dell’ubicazione della Bovianum dei Pentrinell’agro di Campochiaro, troverebbe sostegno anche dall’articolarsi della trama viaria preromana, che sembra indicare, nello stesso, la naturale porta d’accesso settentrionale del Matese, uno spazio dove sarebbe stato più vantaggioso ubicare una struttura insediativa, condizionata dall’allevamento di bestiame, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

Che oggi sussista un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica è indiscutibile, ma tra i secoli XI-IX a. C., quando i giovani migranti si stabilirono nella vasta pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, le loro esigenze erano molto, molto diverse.

In primis, è bene sottolineare: i loro insediamenti furono costruiti sulle sommità delle colline e delle montagne per scopi difensivi, di controllo e di comunicazione visive diurne e notturne; ergo, la loro prima esigenza non fu la viabilità, tanto che si denominarono Pentri per la caratteristica dei loro insediamenti (vedi anche E. T. Salmon, 1974), probabilmente dal celtico pen, cioè cima, punta, sommità da cui deriva anche il nome degli Appennini.

Le uniche vie di comunicazione erano i tratturi: i percorsi naturali seguiti dalle greggi per i loro spostamenti stagionali, partendo dalle montagne e dagli altipiani delle regioni centrali della penisola italica, da ovest verso est, attraversavano il territorio dei

Pentri ed il territorio dei Frentani, permettendo di raggiungere la vasta pianura dauna; gli spostamenti in ambito locale avvenivano utilizzando i tratturelli. (vedi figura).

Dalla SABINA con il tratturo Celano-Foggia fino a Castel di Sangro, proseguirono con il tratturo Pescasseroli-Candela per giungere nella pianura a settentrione del Massiccio del Matese. Tratturello Matese-Cortile Centocelle.    P. entri (confine giallo) e F. rentani (confine nero).

Sminuire il ruolo fondamentale dei tratturi, confonde le idee di quanti vorrebbero conoscere la Storia dei popoli che, dopo le migrazioni (ver sacrum) dalla Sabina, abitarono nei territori della penisola italica centro meridionale.

Pertanto, è inesatto, irreale sostenere: La corretta ricostruzione della topografia del Sannio preromano è resa più difficile da un supposto ruolo esercitato dalla transumanza e dai percorsi tratturali a lungo raggio nel condizionare gli assetti insediativi, ai quali troppo spesso si fa erroneo riferimento nelle ricostruzioni storiche di quel periodo. E’ indubbio che tra viabilità e forme d’urbanizzazione esiste un forte nesso, ma i Sanniti praticavano solo spostamenti degli armenti a breve raggio, tra la montagna e località vallive, e non dalle aree di pascolo estivo verso località lontane, quali l’Apuli, o la Campania, come sarebbe in seguito accaduto nella transumanza romana e moderna.

Ab antiquo, forse prima che l’UOMO li domasse, gli animali, nel periodo autunnale e invernale, dagli inospitali pascoli dei monti e degli altipiani della penisola italica centro meridionale, seguendo il loro istinto, si incamminavano verso le vaste pianure della regione dauna e della Campania; in primavera percorrevano in senso inverso lo stesso itinerario: furono gli animali ad originare i tratturi, utilizzati in epoca Storica dai popoli che si impossessarono dei loro territori.

Potevano gli animali che pascolavano sui monti e sugli altopiani appenninici, nei periodi invernali, trovare alimento nelle poche, se pure vaste pianure ?

Tanto per rimanere nel territorio che fu abitato dai Pentri: gli animali stanziati sugli altopiani del Massiccio del Matese, in autunno e inverno, potevano trovare ristoro nella sola pianura di Bojano e di Sepino ?

Gli animali stanziati sui monti dell’odierno Alto Molise, dove trovavano ristoro in autunno e in inverno ?

Seguendo l’esempio della migrazione delle rondini, anche gli antichi popoli che avevano iniziato ad abitare i territori della penisola italica, da nord al sud, isole comprese, impararono l’uso e l’importanza dei tratturi e, seguendo le greggi, conobbero altri popoli, altre civiltà, scoprendo gli scambi commerciali e culturali.

Inverosimile affermare: i Sanniti praticavano solo spostamenti degli armenti a breve raggio, tra la montagna e località vallive, e non dalle aree di pascolo estivo verso località lontane, quali l’Apuli, o la Campania, come sarebbe in seguito accaduto nella transumanza romana e moderna.

Furono, come già detto, i tratturi, a facilitare le prime migrazioni (ver sacrum) dei popoli che avrebbero dato origine alla Prima Italia anche con le invasioni e le conquiste dei territori limitrofi: la transumanza era praticata, come esaminato, molto, molto, molto prima che fosse incoraggiata e sfruttata dai Romani e, molto tempo dopo, dagli Aragonesi.

Quei popoli erano i Piceni, i Vestini, i Marrucini, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Frentani, i Carecini,  i Pentri, gli Irpini, i Caudini ed i Lucani. (vedi figura).

I popoli (nel confine rosso) originati dalla migrazione (ver sacrum) dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Fu la transumanza a permettere gli scambi commerciali e culturali con i popoli di altra origine: non le monete, non ancora coniate, ma il baratto permise l’acquisto dei beni di prima necessità.

Con il dominio di Roma, furono proprio gli itinerari di alcuni tratturi a permettere la realizzazione delle vie consolari: il Pescasseroli-Candela nell’anno 221 a. C. permise al console M. Minucio Rufo di realizzazione la via consolare Minucia che, staccandosi dalla via consolare Valeria, nei pressi di Corfinio, giungeva a Sulmona, già capitale dei Peligni, ad  Aufidena (Castel di Sangro, municipio romano), ad Isernia (colonia latina), a Bojano, già capitale dei Pentri con sovranità limitata, a Saepinum/Altilia civitas romana, e proseguiva nei territori degli Irpini, dei Dauni, dei Peucezi, fino al porto di Brindisi, territorio dei Messapi.

Via consolare Valeria. Via consolare Latina Casilina. Via consolare Appia. Via consolare Minucia. Via consolare Traiana. Via litorale adriatica. 1. Roma. 2. Venafro. 3. Benevento. 4. Brindisi. 1. Corfinio. 2. Bojano.

Con il dominio di Roma, fu realizzata una via (anonima) per collegare la romana civitas  Bovianum con Teano degli Apuli (San Paolo Civitate) e con Larino nel territorio dei Frentani: poteva non ricalcare l’itinerario del tratturello Matese-Cortile-Centocelle ?

 

Nella Tabula Peutingeriana (III-IV d. C.): la via consolare Minucia  fino a Bobiano/Bovianum/Bojano. La via (anonima) da Bobiano/Bovianum/Bojano a Teneapulo/San Paolo di Civitate (punto rosso). Hercul Rani santuario italico di Campochiaro.

La pianura, di nostro interesse dove era sito l’unica Bovaianom/Bovianum/Bojano e l’ipotetica Bovianum sannitica, posta a settentrione del Massiccio del Matese, era attraversata da ovest a nord est dal tratturo Pescasseroli-Candela e da sud a nord est dal tratturello Matese-Cortile-Centocelle, non dimenticando i tratturelli che dagli altopiani del Massiccio del Matese scendevano verso le pianure per collegarsi ai percorsi principali esistenti nei sottostanti territori dei Pentri, dei Caudini e degli Irpini. (vedi figura).

Il confine tra i Pentri e Caudini e Irpini. Il tratturo Pescasseroli-Candela (1). I tratturelli (punt.ti). Tratturello Capo di campo-Campochiaro e gli altri itinerari minori alle pendici nord e sud del Massiccio del Matese.

Inverosimile è affermare: E’ noto che sussiste dall’antichità ad oggi un nesso inscindibile tra viabilità e agglomerazione urbanistica; l’ipotesi dell’ubicazione della Bovianum dei Pentri nell’agro di Campochiaro, troverebbe sostegno anche dall’articolarsi della trama viaria preromana, che sembra indicare, nello stesso, la naturale porta d’accesso settentrionale al Matese, uno spazio dove sarebbe stato vantaggioso ubicare una struttura insediativa, condizionata dall’allevamento di bestiame, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

Allo stato attuale è impossibile localizzare e identificare nell’agro di Campochiaro una articolazione della trama viaria preromana ed affermare che lo stesso agro possa essere stato la naturale porta d’accesso settentrionale al Matese, rispetto ad ogni altro tratto della piana di Bojano.

La NON CONOSCENZA del territorio posto a sud ed a nord di Bovaianom, può indurre in errore al punto da SOSTENERE un suo isolamento dalla trama viaria preromana con riflessi negativi allo sviluppo dell’allevamento del bestiame.

I percorsi dei tratturelli che dai pascoli montani del Massiccio del Matese permettevano alle greggi di raggiungere la pianura non influenzarono la scelta della localizzazione e della fondazione di Bovaianom.

Una fitta rete di tratturelli agevolano ancora oggi la “discesa” delle greggi dai pascoli montani del Matese verso i territori di Bojano e di San Polo Matese-Campochiaro-Guardiaregia per raggiungere il tratturo Pescasseroli-Candela: la loro esistenza non influenzò la scelta della localizzazione di Bovaianom/Bojano, loro primo insediamento , sulla sommità di Civita Superiore di Bojano.

Il tratturo Pescasseroli-Candela nella pianura di San Polo M.-Campochiaro-Guardiaregia. I tratturelli (linee gialle)I sentieri moderni (linee rosse).

Possiamo ipotizzare un altro percorso utilizzato nel corso della Storia: il tratturello, oggi S. P. n. 331 del versante campano/Caudino per Piedimonte Matese e la S. P. 164 del versante molisano/Pentro, quest’ultimo, di nessuna importanza; passava per Guardiaregia, raggiungeva nella pianura e, lontano da Bovaianom/Bojano, il tratturo Pescasseroli-Candela.

La S. P. 164 (evidenziata dalle frecce bianche) dal confine (linea continua gialla) con la Campania per Guardiaregia fino al tratturo Pescasseroli-Candela.

Ben altra importanza aveva il territorio prossimo all’insediamento di Bovaianom/Bojano, con a settentrione un’area montana adibita a pascolo molto più estesa ed ugualmente attraversata dai tratturelli.

Dalle aree pianeggianti di Campitello Matese e dei Prati di Civita ed altre valli meno note, scendono ancora oggi i tratturelli (linea continua gialla) per raggiungere la pianura ed il tratturo Pescasseroli-Candela. I sentieri moderni. La S. P. n. 100 Bojano–Civita Superiore di Bojano. (linea nera).

Nella pianura presso l’insediamento pentro di Bovaianom/Bovianum/Bojano aveva origine il tratturello, denominato per consuetudine Matese-Cortile-Centocelle, il cui percorso, in epoca romana, aveva dato origine ad una via anonima disegnata UNICAMENTE nella Tabula Peutingeriana: collegava la romana civitas Bovianum/Bojano alla civitas teneapulo/San Paolo Civitate e alla civitas Larinum/Larino.

Dove aveva origine il tratturello ?

Un riposo per le greggi, ubicato ad ovest, prima che raggiungessero la città madre, la capitale dei Pentri, fondata nei pressi del tratturo Pescasseroli-Candela, coincideva con l’odierna Santa Margherita, località dove probabilmente si radunavano le greggi che scendevano dai pascoli montani del Matese nord occidentale per proseguire verso i pascoli della Daunia.

A poca distanza ed a sud del riposo, esisteva un percorso parallelo al tratturo: costeggiava le sorgenti di Maiella e di Santa Maria dei Rivoli e, nell’attraversare Corso Umberto I, la via laterale di Largo Duomo, via Biferno, via Turno, coincideva con il tratturo Pescasseroli-Candela.

La S. S. n. 17 Appulo Sannitica. Il trattuto Pescasserroli-Candela. Il riposo di Santa Margherita (cerchio bianco). Il percorso anonimo (?) parallelo al tratturo.

 Successivamente, testimonia un’antica mappa, nei pressi della chiesetta di sant’Antuono si originava un itinerario denominato Via da Bojano a Campobasso.

Una ipotesi è localizzare l’origine del tratturello Matese-Cortile-Centocelle nei pressi di Bovaianom/Bovianum/Bojano, ossia nel riposo Santa Margherita dove l’antico percorso del tratturello ha dato origine alla S. P. 49 Boiano-Baranello, al pari del tratturo Pescasseroli-Candela che dapprima originò la via consolare Minucia ed in tempi moderni la S. S. 17 Appulo-Sannitica.

Il tratturello, in seguito diventato S. P. n. 49, all’interno della romana e medievale civitas Bovianum, “condivideva” con il tratturo il percorso, ovest est, da porta Paquino a porta Santa Maria; lo abbandonava per proseguire, uscendo dalla porta, in direzione nord est verso Colle d’Anchise e proseguire per adcanales/Baranello.

Che passasse per il territorio di Colle d’Anchise non dovrebbero esserci dubbi; dopo la confluenza del fiume Biferno con il torrente Quirino, dopo la località denominata Ponte del Comune, esiste una strada denominata strada comunale tratturo: un toponimo legato al ricorda dell’antico percorso del tratturello Matese-Cortile-Centocelle che, proseguendo verso l’odierna località Canale di Baranello, passava per Fonte (o Fontanella) Fredda, Fonte Garile e Fonte S. Nicola.

In Bojano, a sinistra dell’inizio della moderna via Cavadini, nei pressi della chiesa di Santa Maria del Parco, è inciso Strada per Termoli.

L’itinerario, corrispondendo al tratturello denominato Matese-Cortile-Centocelle, si < staccava > dal tratturo Pescasseroli-Candela e, procedendo a nord est, lo collegava ai tratturi Castel di Sangro-Lucera e L’Aquila-Foggia, dopo avere collegato Bovianum/Bobiano (nella T. P.)/Bojano a adcanales/Baranello, ad Pyr (Campolieto) e Geronum/Gerione con teneapulo/San Paolo Civitate.

Itinerario Bovianum/Bobianoadcanales/Baranello-Centocelle/C.Le-teneapulo/San Paolo Civitate.

Concludendo: se la S. S. n. 17 denominata Appulo Sannitica fu realizzata seguendo il percorso della via consolare Minucia, a sua volta costruita seguendo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela, la S. P. n. 49 denominata Bojano-Baranello, fu realizzata seguendo una parte del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela ed il tratturello Matese-Cortile-Centocelle che, pertanto, si originava non lontano, ma nei pressi di Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Dopo quanto esaminato, come si può sostenere: Diversamente, l’ubicazione della Bovianum romana – l’attuale Bojano – sembra fisicamente incongrua per rapportarsi utilaristicamente alla catena del Matese, allo scopo d’una sua utilizzazione economica o militare ?

Per concludere, esaminiamo anche il ruolo della romana civitas Bovianum nell’anno 89 a. C., nella fase finale della guerra sociale (92-88 a. C.).

Hanno scritto: Silla, scompaginate le fila di Mutilo e conquistatone l’accampamento, s’appresò a Bovianum (Piana di Campochiaro, secondo l’ipotesi sopra avanzata) per conquistarla. Bovianum, evidentemente, non era circondata da mura, probabilmente solo segnata da staccionate come Compsa, città dell’Irpinia ed era guardata da “tre rocche” da dove i difensori contrastavano i Romani, “specialmente da una di esse”, secondo il racconto dettagliato di Appiano. Tracce di queste tre rocche, all’attualità, non sussistono, sia a Campochiaro sia presso l’attuale Bojano; i siti che talora vengono indicati, come Civita di Bojano, per la sede d’una delle tre, sono improponibili; per la distanza, infatti, da Civita di Bojano era impossibile difendere dall’attacco sillano Bovianum posta ai piedi della montagna, come dal più lontano Monte Crocella; analogamente, la Bovianum di Campochiaro era indifendibile dal luogo fortificato delle Tre Torrette o dalla cintura di Monte Rocco, quest’ultimo in agro di Guardiaregia. Il contesto geografico che il passo d’Appiano suggerisce è di una Bovianum posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito.  Con la sua conquista ha termine la seconda, ma non ultima fase della battaglia.

Confrontiamo quanto letto sia con la descrizione di Appiano (II sec. d. C.) e di Gaetano De Sanctis (1870-1957), la cui opera, La guerra sociale, è stata curata da Leandro Polverini (1976); sia con la documentazione fotografica.

Hanno scritto: Bovianum, evidentemente, non era circondata da mura, probabilmente solo segnata da staccionate come Compsa, città dell’Irpinia.

Per quante ricerche abbia fatto, ignoro se Compsa fosse solo segnata da staccionate; invece è certo: quando i Romani conquistarono la pentra Sepino e la caudina Alife, fortificate, al pari di Bovaianom/Bojano, sulla sommità delle rispettive colline, i loro abitanti furono obbligati a risiedere nella sottostante pianura, costruirono delle città e le dotarono possenti mura ancora oggi esistenti: solo la romana civitas Bovianum/Bojano, sarebbe stata difesa da semplici staccionate ?

Si dubita addirittura del ruolo svolto dalle tre fortezze o tre acropoli poste a difesa della romana civitas Bovianum assediata, attaccata e distrutta da Silla.

Cosa è un acropoli, cosa una rocca, cosa una fortezza ?

Acropoli (https://educalingo.com):  L’acropoli è un termine che originariamente indicava la parte più alta della polis greca. Estendendone il significato, può essere chiamata “acropoli” la parte più eminente e fortificata di un’antica città.

Rocca (Garzanti): 1. fortezza che nei centri abitati d’età medievale e rinascimentale era costruita nel luogo più elevato, per lo più naturalmente difeso da pareti scoscese; era la sede del signore e il luogo di rifugio della popolazione in caso di assalti esterni o di assedi: […]. 2. cima isolata di monte, con pareti ripide e nude.

Fortezza (Garzanti): 1. luogo ed edificio fortificato; in particolare, importante complesso di opere militari fortificate permanenti: espugnare una fortezza.

Dopo le testimonianze archeologiche (terrazzamenti e mura di cinta in opera poligonale), già esaminate, anche le fonti classiche e contemporanee, nonché la documentazione fotografica dimostrano: la romana civitas Bovianum, già pentra Bovaianom era difesa da tre fortezze o tre acropoli o tre rocche.

Appiano: Silla espugnati gli accampamenti di Papio Mutilo procedette a Boviano dove era il consiglio comune dei rivoltosi. Aveva la città tre fortezze e i Bovianesi si tenevano all’erta. Or questi (Silla, n. d. r.) spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potesserosignificandone il fatto col fumo. Dato alfine questo segno, Silla attaccò di fronte il nemico, e combattendo per tre ore, potentissimamente presa la città. Tali sono le imprese di Silla in quella estate; con il giungere dell’inverno si recò a Roma per chiedere il consolato.

De Sanctis-Polverini: La città (Bovianum/Bojano, n. d. r.), che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianurainviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

INCOMPRENSIBILE come si possa NON considerare il ruolo ed il coinvolgimento della romana civitas Bovianum, erede della pentra Bovaianom, dove oggi è la città di Bojano con le sue tre fortificazione già pentre: l’acropoli romana di Civita Superiore di Bojano; la fortificazione di La Loggia san Michele e la sua, non meno importante rispetto alle altre, la fortificazione di monte Crocella, già Colle Pagano, già Colle chiamato Sacro o collis Samnius, ossia le tre fortezze di Appiano o le tre acropoli di De Sanctis.

INCOMPRENSIBILE come si possa sostenere: per la distanza, infatti, da Civita di Bojano era impossibile difendere dall’attacco sillano Bovianum posta ai piedi della montagna, come dal più lontano Monte Crocella.

La distanza NON ebbe importanza nella conquista della romana civitas Bovianum localizzata ai piedi della montagna, sovrastata e difesa, oltre che dalle sue mura di cinta, dalle sue tre fortezze o acropoli; Appiano scrisse: (Silla, n. d. r.) spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potessero, significandone il fatto col fumo; mentre De Sanctis-Polverini ricordano: Silla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianura, inviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione.

Ergo, l’attacco dell’esercito romano fu duplice: dapprima ad una delle tre fortezze o acropoli, successivamente, lo stesso Silla guidò l’esercito contro (le mura ?) la civitas Bovianum, conquistandola dopo tre ore di aspro combattimento.

La conquista della fortificazione o acropoli di monte Crocella da parte dell’esercito di Silla BLOCCO’ le comunicazioni visive, ossia la RICHIESTA DI AIUTO agli Italici ancora presenti negli altri insediamenti non coinvolti in quella battaglia.

Le descrizioni di Appiano e De Sanctis-Polverini, escludono Campochiaro, giudizio condiviso, guarda caso, anche dalla stessa nuova ipotesi: la Bovianum di Campochiaro era indifendibile dal luogo fortificato delle Tre Torrette o dalla cintura di Monte Rocco, quest’ultimo in agro di Guardiaregia.

Esclusione ancora più avvalorata, e non si può che condividere IN TOTO, da questa inaspettato giudizio della nuova ipotesi: il contesto geografico che il passo d’Appiano suggerisce è di una Bovianum posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito. Con la sua conquista ha termine la seconda, ma non ultima fase della battaglia.

Quanto letto, non RISPECCHIA il contesto geografico ricordato da Appiano che, con dovizia di particolari, descrisse in modo inequivocabile il coinvolgimento della romana civitas Bovianum/Bojano, l’UNICO sito della Bovaianom, città madre e capitale dei Pentri ?

ECCO LA PROVA FOTOGRAFIA della romana civitas Bovianum, ricordata, GIUSTAMENTE, essere stata posta in piano con a ridosso tre luoghi fortificati, atti a difendere il sito.

 

 

BOVAIANOM/BOVIANUM IN BOJANO EST.

Oreste Gentile.

IL TRATTURO PESCASSEROLI – CANDELA NEL TERRITORIO DI “BOVAIANOM”/ “BOVIANUM”/ BOJANO.

ottobre 13, 2018

< Transumanza >: trasferimento stagionale (autunno-primavera) degli animali dai pascoli delle montagne e delle colline alle pianure con un clima più mite.

A differenza di quanto qualcuno ha scritto, la transumanza coinvolge quasi tutte le regioni italiane del nord, del centro e del sud, isole comprese, ed alcune nazioni europee.

La sua origine si perde nella notte dei tempi e può essere giudicata un fenomeno naturale: l’istinto degli animali li guidò verso le pianure più rigogliose per il clima e per l’abbondante presenza di acqua.

Il territorio della regione Molise fu particolarmente interessato da questo fenomeno naturale, compreso come è tra le regioni dell’Italia centrale e quelle meridionali.

Il territorio del MOLISE. (da http://chiviaggiaimpara.blogspot.com).

Il suo territorio è attraversato da tutti i tratturi che dagli altopiani abruzzesi (vedi in basso figura 2 da http://www.dailyslow.it) conducono al Tavoliere delle Puglie (vedi figura 3 da https://www.istockphoto.com).

I tratturi nel territorio del MOLISE (da SlideShare).

 

Dai              monti                   alla                      pianura   

La pianura di Bojano, posta a settentrione del Massiccio del Matese, con una superficie di circa 100 km², era/è attraversata da ovest ad est dal tratturo Pescasseroli-Candela e da sud a nord est, dal tratturello Matese-Cortile-Centocelle.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela (linea nera continua, al centro della figura da https:www.pnterest.it).

Il tratturo Pescasseroli-Candela nei pressi della città di Bojano, precisamente dopo aver abbandonato la località di santa Margherita (ad ovest del cimitero) utilizzata per la sosta ed il riposo delle pecore, modificava il percorso rettilineo tipico quando si attraversa una pianura priva di ostacoli, si spostò da est verso sud per giungere ai piedi della collina dell’odierna Civita Superiore di Bojano; successivamente, abbandonando la città di Bojano, riprendeva il suo percorso rettilineo.

La modifica del percorso, molto probabilmente, fu causata dalla esistenza di un lago o di una palude a nord della pianura: una antica tradizione locale tramanda che nella pianura di Bojano esisteva un lago, confermata da alcuni toponimi presenti nel suo territorio.

. Per l’etimologia del fiume Biferno, nome originario Tiferno (all’epoca il suo percorso non era regolare), Cianfarani (1978) scrive:  Nell’antico nome dell’attuale Biferno (lat. Tifernum), si può ravvisare la parola pregreca Tiphospalude, e Typhepianta palustre, riscontrata nell’ambiente mediterraneo: la pianta palustre diedero il nome all’attuale fiume.

La pianura (verde) e Bovaianom/Bojano (giallo) e il tratturo Pescasseroli-Candela (linea verde) nel XI-IX sec. a. C.. Resti di mura poligonali (linee gialle).

2°. La Salita la Piaggia è posta a 540 m. s. l. m., sulle pendici della collina sulla cui sommità è Civita Superiore di Bojano. E’ una delle contrade della città, ma nel passato fu una delle 3 rocche dell’insediamento sannitico-romano e medievale della città di pianura.

Dal sito dell’Enciclopedia Dantesca (1970) a cura di L. Blasucci si apprende che piaggia. Dal latino medievale plagia, ” pendio “, ” terreno in pendenza “; subordinatamente ” costa “, ” spiaggia ” (plagia maris) che Dante ricorda nell’ “: If. VII 108 In la palude va c’ha nome Stige / questo tristo ruscel, quand’è disceso / al piè de le maligne piagge grige, ossia ai piedi della scarpata che divide il quarto dal quinto cerchio infernale.

3°. Il Guado della Foce si localizza a nord-ovest della città di Bojano, nei pressi del ponte della Callora sul torrente Rio (vecchio percorso della S. S. 17) e di Santa Margherita, posta sul tratturo Pescasseroli-Candela, località dove stanziavano gli armenti prima di attraversare il centro della città pentra-romana-medievale.

Dal sito Garzanti LinguisticaGuado2. il punto in cui un corso d’acqua si può guadare: cercare, trovare un guado; un guado difficile, pericoloso. Etimologia: ← lat. vădu(m), connesso con vadĕre ‘andare, passare’, con gu- iniziale tipica delle voci di orig. germanica.

Un guado che permetteva al tratturo di evitare una vasta depressione della pianura denominata Paduli di Sotto.

4°. Paduli di Sotto è la vasta area localizza a nord-est della pianura di Bojano che si estende da Guado della Foce fino alla strada provinciale 49 Bojano-Colle d’Anchise dove la depressione del terreno è inferiore a 480 m. s. l. m..

L’etimologia Paduli dal Nuovo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana di N. Tommaseo2511. Palude, Paduli, stagno, acquitrino, pozzanghera, pozza, pantano, piscina, gora, bottaccio. […]. I Toscani dicono Padule (in nota 2: Villani; Crescenzio; Machiavelli; Martelli.)impadulare e padulaccio non sono né di tant’uso né sì buon suono, come paludaccio e impadulare. La notata differenza, però, non può dirsi costante.

Da quanto esaminato, se proprio non era un lago, esisteva una vasta zona paludosa.

La deviazione verso sud del tratturo Pescasserroli-Candela nei pressi di Guado della Foce e Paduli di Sotto (cerchio punt.to giallo).

 Un’altra anomalia del tratturo Pescasseroli-Candela nella pianura di Bojano è la sua larghezza intra moenia della città medievale che, ancora oggi, coincide con le vie comprese tra Porta Pasquino, ingresso ad ovest della città e la Porta san Biagio uscita ad est per proseguire verso Saepinum/Altilia.

Le vie si identificano con corso Umberto I, un tratto della via di largo Duomo, entrambe già strada provinciale 49, e via Biferno.

Una miniatura del XVI secolo, rappresenta Bojano, erede della  città medievale.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela (linea verde) del periodo medievale nella città di Bojano. 1. Porta Pasquino. 2. Porta san Biagio.

 

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela. Le mura medievali della città di Bojano (linee rosse). 1. Porta Pasquino. 2. Porta La torre. 3. Porta di Visco. 4. Porta Santa Maria. 5. Porta san Biagio.

 

1. Porta Pasquino.   2. Inizio di corso Umberto I (Google).  3. Interno di corso Umberto I.

Il tratturo prosegue: 1. Ingresso al Largo Duomo (già S. P. 49, foto Google) e prosegue 2. per via Biferno (da Google).  3. Via Biferno.  4. Porta San Biagio (ricostr. A. Cimmino).

1.                                         2.                               3.                                                  

4.

La larghezza del tratturo Pescasseroli-Candela, variando da 5. 50 mt. a 3. 50 m.  nella città di Bojano, da Porta Pasquino, Corso Umberto I, via laterale Largo Duomo, via Biferno e Porta san Biagio, non creava nessun problema per il passaggio degli armenti, visto che la larghezza del decumano della civitas di Saepinum, da Porta Bojano all’incrocio con il cardo, varia da 4. 60 a 3. 30 mt..

All’epoca, UNICAMENTE gli OVINI erano trasferiti nella vasta pianura dauna, pertanto la larghezza del tratturo Pescasseroli-Candela, all’interno della civitas Bovianum e della civitas Saepinum, non creava problemi al loro passaggio.

Che siano state UNICAMENTE le pecore ad essere trasferite periodicamente nel Tavoliere di Puglia è testimoniato dalla istituzione della Dogana delle pecore (dohana peducum) o Dogana della mena delle pecore di Puglia per amministrare i pascoli e, scrive Pasquale di Cicco (1987): regolava la più antica industria meridionale. Nella sua essenza la Dogana delle pecore è istituzione molto remota, le cui tracce più sicure ed antiche possono trovarsi già nel IV secolo a.C. e le vicende seguirsi in una lunga e secolare successione.

Che le pecore passassero nella civitas Saepinum attraverso Porta Bojano è ancora oggi testimoniato dall’iscrizione (anno 170 d. C.) incisa in lato, sul piedritto destro, di tre lettere scritte ai magistrati della civitas per denunciare gli abusi dei stationarii e dei magistrati di Saepinum e di Bovianuma ai conduttores delle pecore di proprietà imperiale.

Porta Pasquino di Bovianum (ric,ne)     Porta Bojano di Saepinum.

Il passaggio degli armenti in corso Umberto I.

IL TRATTURO PESCASSEROLI-CANDELA nella Storia di Bojano.

Il tratturo Pescasseroli-Candela fu artefice della fondazione dell’insediamento Sannitico/Pentro di Bovaianom/Bojano: seguendo il suo percorso i giovani migranti Safini/Sabini/Sabellli/Sanniti, (la tradizione ricorda fossero 7. 000 guidati da Comio Castronio), tra i secoli XI-IX a. C.) giunsero ed occuparono la vasta pianura ed il territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese.

Sulla sommità della collina e delle pendici della odierna Civita Superiore di Bojano, fondarono Bovaianom/Bojano, la città madre, la capitale del popolo dei Pentri.

Fecero derivare il nome del loro primo insediamento da BOVE/BUE, l’animale guida o il simbolo totemico che avevano seguito lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela; si denominarono Pentri per la scelta di abitare sulle sommità dei monti e delle colline, controllare e difendere i tratturi ed il territorio sottostante, per comunicare visivamente tra loro.

Il territorio dei Pentri. ll confine. Gli insediamenti (punto rosso). I tratturi, i tratturelli e i bracci.

Nei periodi storici vissuti dalla città di Bojano, il tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela ha, senza alcun dubbio, subito delle modifiche volute sia da coloro che fin dai secoli XI-IX a. C. vi dimorarono, sia a causa delle distruzioni belliche e dei fenomeni naturali: terremoti, frane, alluvioni.

Quando vi giunsero i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione (ver sacrum), il naturale tracciato del tratturo seguiva parallelamente la base della collina sulla cui sommità e lungo le pendici i Sanniti/Pentri avrebbero fondato Bovaianom/Bojano, loro città madre e capitale, come testimoniato le mura in opera poligonale lungo la destra degli odierni corso Umberto I e via Biferno: sono di maniera diversa a secondo l’epoca della loro costruzione.

1^ e 2^   Via Biferno (Quaranta).  3^ Via Biferno (larghetto Gentile).

Possiamo ipotizzare: con i Pentri i principali tratturi, divenuti vere e proprie vie di comunicazione, avessero una lunghezza variabile secondo la meta da raggiungere: il Pescasseroli-Candela aveva una lunghezza di 211/233 km. ed una larghezza, oggi stimata anche per gli altri tratturi di circa 110 mt..

Il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela era/è sufficientemente riconoscibile per essere parallelo alle mura poligonali prossime alla base della collina; non altrettanto il lato sinistro: gli eventi bellici e naturali nel corso dei secoli ne hanno spesso modificato la localizzazione.

A sinistra: Bovaianom si localizza alla destra del tratturo. Resti delle mura poligonali (tratti rossi). Ipotesi della larghezza (110 mt. ?) del tratturo Pescasseroli-Candela da 1. Porta Pasquino a 4.  Porta san Biagio. Il lato destro (linea verde continua) segue le mura poligonali. Il lato sinistro è sempre stato dipendente dal variare della larghezza del percorso. A destra: BOVAIANOM. Resti delle mura poligonali. Ipotesi della larghezza (110 mt. ?) del tratturo Pescaserroli-Candela.

Con la conquista ed il dominio dei Romani, i Pentri furono costretti ad abbandonare l’insediamento di Bovaianom e costruire nella sottostante pianura la più ampia civitas Bovianum.

Come accadde per la civitas Saepinum, costruita in pianura dopo la conquista della pentra Saipins, anche il percorso (ovest-est) del tratturo Pescasseroli-Candela, interno della civitas Bovianum divenne il decumano che, probabilmente, conservò la localizzazione originaria del lato destro del tratturo, mentre potrebbe essere stato spostato verso nord il lato sinistro per aumentarne la larghezza.

Bovaianom pentra (linee gialle). La civitas Bovianumprobabile estensione (linea punt.ta rossa) e la sua acropoli (cerchio giallo punt.to).

Il decumano, come per Saepinum, coincideva con il percorso della via consolare Minucia, costruita dal console Minucio Rufo nell’anno 221 a. C.: utilizzando anche il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela collegava Corfinio, posto sulla via consolare Valeria, con la città di Brindisi, passando per Sulmona, Castel di Sangro, Isernia, Bojano, Sepino etc..

Il percorso della via consolare Minucia (giallo) CorfinioBovianum/Bojano.

La via romana scoperta di recente al centro di Bojano, al di sotto dell’alveo del fiume Calderari, non può essere considerata il decumano/via consolare Minucia della civitas: il lastricato non presenta i tipici “solchi” delle ruote dei carri ed i “passaggi pedonali” a grossi blocchi, ben evidenti nel decumano (via Minucia) di Saepinum.

La civitas romana. Percorso (tra le linee verdi tratteggiate) del tratturo Pescasserroli-Candela. Bovaianom insediamento Pentro (estensione della sua cinta muraria linea tratt.ta gialla). Mura poligonali esistenti (trattini rossi). La civitas Bovianum (sua probabile estensione). La via romana scoperta (tratto continuo).

 

Saepinum/Altilia. Il decumano: “passaggio pedonale” (in alto cerchio giallo); “solco” delle ruote dei carri (in basso cerchio giallo).

Nel periodo medievale la civitas Bovianum sita in pianura, lentamente fu abbandonata a causa dei fenomeni naturali e, soprattutto, per la disfatta dell’impero romano causata dalle invasioni barbariche.

Gli abitanti, per una migliore difesa, tornarono ad occupare sia l’antichissimo insediamento di Bovaianom, divenuto l’acropoli della civitas romana, sia le pendici della collina, già abitate dai Pentri.

La costruzione delle mura di cinta a difesa della civitas medievale, oggi dovrebbe corrispondere agli edifici costruiti sul lato da ovest verso est del corso dei Pentri e di via Turno, riducendo la larghezza del tratturo che ancora oggi si può localizzare ed identificare da Porta Pasquino con il corso Umberto I, la via laterale di largo Duomo (entrambi già strada provinciale 49) e la via Biferno fino a Porta san Biagio.

Itratturo Pescasseroli-Candela, diventato il percorso della via consolare Minucia, aveva conservato l’originaria localizzazione del suo lato destro, mentre il lato sinistro si localizza/va a nord, a ridosso delle mura di cinta medievali, intra moenia. 

La larghezza del tratturo in epoca pentra (giallo) e romana era compresa tra la linea verde continua  e la linea verde tratteggiata.     BOJANO MEDIEVALE. Strutture esistenti(linee gialle) dei Pentri: La Piaggia e i resti di mura poligonali (linea intera gialla); probabile terrazzamento pentro (linea punt.ta gialla). Il percorso del trattuto Pescasseroli-Candela (linea verde continua) era interno alla città medievale (a destra della linea rossa punt.ta) da Porta Pasquino (1) a Porta san Biagio (5). Le altre porte della città medievale: Porta La Torre (2). Porta di Visco (3). Porta Santa Maria (4). 

Non più le invasioni, quanto più le catastrofi naturali, soprattutto i terremoti, modificarono ancora una volta il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia, come evidenzia una antica miniatura (1774) e una  cartografia dell’anno1802 (?).

Cimmino illustra la miniatura dell’anno 1778 realizzata da Vincenzo Magnacca e Nicola Conte in occasione della reintegra del Tratturo Pescasseroli-Candela: il tragitto viene posto, in basso, come un elemento schematico – lineare ed uniforme – sono, però, ben indicati i principali elementi che si incontravano lungo il percorso; per Bojano, oltre alla veduta realistica della città, vengono riportati: il “Ponte (sul fiume) Caldararo” e la “Font(ana) delle pietre cavate”, posta nei pressi della chiesetta diS. Antuono”. Manca il guado del fiume Turno che, necessariamente, doveva effettuare chi volesse passare all’esterno delle mura (attuali corso dei Pentri e via Turno) e non all’interno (attuali corso Umberto I, via Biferno); elemento che invece viene ben evidenziato nelle immagini relative alle successive Reintegre, sia in quella del 1811 sia in quella del 1826. Ciò sembra confermare l’ipotesi, esposta nel mio precedente intervento, che prima del terremoto del 1805 l’attraversamento avvenisse all’interno, tra Porta Pasquino e Porta San Biagio, dopo all’esterno .

Gli autori, a differenza di quanto disegnato per gli altri percorsi dei tratturi, per la città di Bojano fecero una eccezione: venendo da ovest (da sinistra nelle figura), disegnarono il tratturo Pescasseroli-Candela nel tenimento pianeggiante di S. Massimo e, dopo il confine frà Bojano e S. Massimo ed attraversato il fiume Callora, utilizzando il ponte Caldararo, proseguiva “dritto”, non verso Bojano ed all’interno delle sue mura di cinta medievali, ma all’esterno verso i tenimenti di S. Polo, Campochiaro e Guardiaregia.

Magnacca e Conte  vollero dare una visione completa della non comune localizzazione di Bojano, già città madre e capitale dei Pentri: se avessero tracciato all’interno di essa il percorso tratturale avrebbero compromesso la sua caratteristica sistemazione su 3 livelli fortificati importanti dal punto di vista strategico, ossia: Bovaianom, oggi Civita Superiore di Bojano, la contrada La Piaggiasan Michele e la città in pianura sannita romana.

Il loro compito primario era la reintegra anche del trattuto Pescasseroli-Candela, pertanto pensarono bene di estrapolare il percorso interno della città, disegnandolo a nord ed  esterno ad essa.

Gli indizi più salienti per localizzare ed identificare il percorso del tratturo  Pescasseroli-Candela, sono: 1. le arcate del ponte Caldoraro/Calderari; 2. il percorso del tratturo che, dopo averlo passato, fa il suo ingresso attraverso Porta Pasquino  per seguire la lunghezza del ( livello) l’insediamento della città posto in pianura e uscire da Porta san Biagio per proseguire verso le Fonte delle  pietre cavate/Pietre cadute e la chiesetta di S. Antuono.

Qualsiasi altra localizzazione del percorso del tratturo avrebbe compromesso il panorama della città di Bojano.

da Il Molise e la Transumanza di Pasquale di Cicco ed. Iannone 1997.

Nell’anno 1808 o 1859, ossia dopo il terremoto del 1805, è la  mappa realizzata da Zampi evidenzia a destra 3 percorsi anonimi provenienti da destra (nord ovest): il percorso ad ovest nella figura, è l’UNICO che identifica e localizza il tratturo Pescasseroli-Candela: dopo avere attraversato due costruzioni prosegue nei pressi di due sorgenti le cui acque, unendosi in un solo corso, sfocia nel fiume anonimo da identificare con il fiume Caldoraro (oggi Calderari) disegnato anche nella miniatura Magnacca-Conte.

Il percorso, dopo  avere incrociato gli altri due alla sua sinistra, proseguiva per piazza Pasquino e, entrando in città attraverso Porta Pasquino, proseguiva per corso Umberto I, per la via laterale di largo Duomo, per via Biferno ed usciva da Porta san Biagio per raggiungere le sorgenti delle Pietre Cadute.

E’ importante evidenziare un dato inconfutabile: la mappa documenta un itinerario identificabile con il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che, proveniente da ovest, dopo avere incontrato alla sua sinistra altre due strade,  è l’UNICO a proseguire per piazza Pasquino, entrare nella città medievale da Porta Pasquino, percorrere corso Umberto I, la via laterale di piazza Duomo, via Biferno, uscire da Porta san Biagio per proseguire verso le sorgenti delle Pietre Cadute e Saepinum/Altilia.

In evidenza: il percorso verde evidenzia il tratturo Pescasseroli-Candela. Le sorgenti ed i fiume Calderari eTurno. Le porte della città medievale: 1. Porta Pasquino. 2. Porta la Torre. 3. Porta di Visco. 4. Porta Santa Maria. 5. Porta san Biagio. La fortificazione (riquadro giallo) La Piaggia san Michele. Muro di cinta medievale da Porta san Biagio alla fortificazione La Piaggia-san Michele.

Importante è la localizzazione del convento di san Francesco, oggi sede municipale; Zampi lo localizzò nell’ampio spazio esterno alle mura della cinta a nord della città medievale, nelle cui vicinanze non esisteva una strada, ed il corso del fiume Calderaro/Calderari con alla destra due affluenti: il Turno e le acque della sorgente delle Pietre Cavate/Pietre Cadute disegna nella miniatura di Magnacca e Conte.

NON ESISTEVA un percorso all’esterno della città medievale o nei pressi del convento di san Francesco o che fosse parallelo al corso del fiume Calderari; anche gli altri percorsi, ben evidenziati nella mappa, sono TUTTI localizzati sempre all’interno della Bojano medievale

 

 

 

La mappa di Zampi corrisponde, senza alcun dubbio, a quanto fu evidenziato nella miniatura di Magnacca e Conte dell’anno 1774.

Un percorso del tratturo Pescasseroli-Candela diverso dall’originale illustrato fino ad ora, fu disegnato in occasione della reintegra dell’anno 1811 eseguita dopo il disastroso terremoto dell’anno 1805 che interessò particolarmente l’assetto urbano della città di Bojano.

Il nuovo percorso era  extra moenia: da Porta Pasquino aveva abbandonato corso Umberto I, la via laterale di Largo Duomovia Biferno, per seguire le vie esterne che oggi corrispondono a corso dei Pentri e via Turno (già via Valcaturo).

Gli autori nei pressi di Porta Pasquino e Porta san Biagio ritennero opportuno disegnare cumuli di maceri causate dal crollo delle 2 porte e di parte della cinta muraria del lato nord della città che impedivano l’accesso,il passaggio e l’uscita dalla città.

Figura in alto: disegno della reintegra  dell’anno 1811. 2^ figura: i cumuli di macerie (cerchio rosso) presso Porta Pasquino e Porta san Biagio. Il percorso del tratturo originario (linea continua verde) ed il percorso alternativo (linea verde discontinua).

In proposito, Emilia Sarno ha scritto: Particolare della pianta del tratturo Pescasseroli-Candela nel tenimento di Bojano: a differenza della carta del 1778 (vedi sopra, n. d. r.), ora i periti tratteggiano solo l’insediamento in piano con una curva chiusa di colore rosso, dall’Atlante del 1826 dei regi agrimensori Giovanni e Michele Jannantuono Fonte: Archivio di Stato di Campobasso, permettendo di avere una visione più chiara del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela nella città di Bojano dopo il terremoto dell’anno 1805.

Il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela dalla chiesa del Purgatorio proseguiva extra moenia, testimoniato dalla Chiesa Cattedrale sita al lato destro (la Chiesa Cattedrale era sul lato sinistro quando il tratturo era extra moenia) per evitare i cumuli di  macerie presso Porta  Pasquino e Porta san Biagio (vedi figura precedente).

La ricostruzione post terremoto modificò l’assetto urbano della città di Bojano: le mura di cinta a nord, da Porta Pasquino a Porta san Biagio, parzialmente distrutte, furono utilizzate per le nuove costruzioni di civile abitazione ed il tratturo PescasseroliCandela/via consolare Minucia tornò a seguire, come oggi, il percorso intra moenia.

1. foto. Proveniente dalla chiesa del Purgatorio (chiesa in fondo) il tratturo entra in Piazza Pasquino. 2. foto. Porta Pasquino. Ingresso ovest della città di Bojano.

 

1. Porta Pasquino vista da ovest. 2. Ingresso Corso Umberto I. 3. Interno Corso Umberto I.

 

1. Via Biferno vista da ovest. 2. Via Biferno vista da est. 3. Intra moenia nei pressi di Porta san Biagio. 4.  Porta san Biagio vista da est.

Gli edifici, posti a nord, che oggi separano via Biferno (a sud) da via Turno (già via Valcaturo), seguendo il percorso intra moenia del tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia, furono costruiti dopo il terremoto dell’anno 1805 sui “resti” delle mura di cinta della città medievale, come è testimoniato dalla data della costruzione incisa sulla “chiave di volta” delle loro  porte di ingresso.

1. Le abitazioni sulle mura medievali (vista da ovest). 2. Vista da est, si notano i contrafforti. Le date ricordano l’anno della loro costruzione.

Sulla “chiave di volta” incisi  gli anni della ricostruzione dopo il terremoto dell’anno 1805.

 

PER CONCLUDRE:

Un tratto del tratturo Pescasseroli-Candela nel territorio compreso tra i comuni di San Polo Matese e Campochiaro (visto da est). In giallo: 1. La fortificazione pentra di monte Crocella, già Colle Pagano, già Collis Samnius o Colle chiamato sacro. 2. Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano, già Bovaianom.

     Oreste Gentile.