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MONTEVERDE (?)-CERCEMAGGIORE (?)-SEPINO (SAIPINS/SAEPINUM). CAMMINANDO NELLA STORIA E CON LA STORIA CON I SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (VIII PUNTATA).

febbraio 6, 2021

Continuando il nostro cammino per conoscere gli insediamenti costruiti dai Sanniti/Pentri sulla sommità delle colline e delle montagne a nord est della pianura di Bojano e di Sepino, lasciato il centro fortificato su monte Vairano, scendiamo verso la valle per risalire e raggiungere l’insediamento fortificato di Monteverde di Vinchiaturo.

Da monte Vairano, ripercorriamo il sentiero in direzione Baranello e, seguendo la comoda S. P. 49, nei pressi dell’incrocio con la S. S. 87, imbocchiamo e seguiamo la S. P. 69 fino al quadrivio conosciuto con il nome le quattro vie nuove per imboccare, subito a sinistra, la strada che sale verso l’antica chiesa di santa Maria di Monteverde e seguire, di fronte a sinistra, la strada per la Rocca, l’insediamento sannita/pentro sito alla quota di circa 1.000 mt., sorto per controllare il territorio da ovest verso est  e rendere possibili le comunicazioni visive tra i vari insediamenti. Come sempre accade per la fantasia di qualche studioso del passato, a cui fa sempre eco qualche studioso locale, la fortificazione denominata la Rocca fu identificata e si continua a ricordarlo, con Ruffirium, distrutta da Quinto Fabio sotto la dittatura di Lucio Papirio Cursore.

NON esiste uno Storico che abbia ricordato l’avvenimento: PURA INVENZIONE, PURA FANTASIA solo per accreditare al proprio luogo natio, come si era/è solito fare, un avvenimento ed un ruolo storico MAI avuto.              Infatti, i personaggi ricordati sono reali, le operazioni belliche avvennero nel territorio del Sannio, ma fu IMBRINIUM l’unica località conquistata da Quinto Fabio, ricordata da Livio  (Ab urbe condita libri, VIII, 30).            L’avvenimento precedette la sconfitta dei Romani alle Forche Caudine nell’anno 321 a. C..

Non è dato sapere chi inventò la BUFALA dell’esistenza di un sito denominato Ruffirium; a detta di alcuni la citazione sarebbe da accreditare a Francesco De Sanctis autore di Notizie Istoriche di Ferentino nel Sannio al presente la Terra di Ferrazzano in Provincia di Capitanata (1741), in cui dovremmo leggere l’origine di MirabelloSannitico, localizzato ad est e poco distante dall’insediamentosannitico/pentro la Rocca ed alla quota di circa 600 mt..

La pubblicazione di De Sanctis, consultabile su internet, cita Mirabello in 10 pagine (73. 166. 395. 400. 401. 403. 423. 451. 454. 479): NON esiste Ruffirium.

La disinformazione si perpetua nel tempo ed è addirittura ufficializzata; tant’è che il detto da cosa nasce cosa, nel caso in esame è quanto mai “azzeccato”: la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 20 ottobre 1994, scrive, tra le tante altre cose: Nonché emergenze di notevole importanza, risalenti già al periodo sannitico fra le quali la più evidente la cinta muraria di grande estensione, posta tra il comune di Vinchiaturo e quello di Mirabello, che secondo alcuni studiosi racchiudevano la città sannita di <Ruffirio > ed in cui ancora oggi emergono resti di mura poligonali ed ingenti quantità di reperti ceramici e notevolmente rilevanti sono in un area ad essa adiacente e precisamente in località < Monteverde > i ruderi di un monastero benedettino […].

Fatta questa doverosa precisazione iniziamo a percorrere tra la fitta vegetazione i sentieri all’interno del recinto fortificato di la Rocca di Monteverde.

I centri fortificati Sanniti/Pentri (giallo) sorti a difesa della pianura di Bojano e Sepino e del tratturo Pescasseroli-Candela.

Da De Benedittis (1977) possiamo conoscere l’insediamento di la Rocca: Il terzo recinto, quello di Monteverdeè posto sulla montagna denominata La Rocca a S O di Monte Vairano, da cui dista in linea d’aria non più di 5 km. La cinta è formata da grossi blocchi irregolari sovrapposti a secco e si presenta per lunghi tratti in buono stato di conservazione. La sua lunghezza è di circa 600 m. Presenta una forma leggermente triangolare con vertice in direzione nord[…]; Non appaiono angoli, né torri; l’area racchiusa è di circa 30-40.000 mq; va dunque incluso tra i recinti minori a cui è assegnabile una funzione di avvistamento e segnalazione oggi non meglio classificabileIn effetti la sua collocazione appare quanto mai opportuna per mettere in comunicazione la cinta di Monte Vairano con la piana di Sepino e con i recinti a quest’ultima connessi come quello di Monte Saraceno presso Cercemaggiore; né d’altra parte va escluso il controllo esercitato dal recinto su due arterie notevoli quali il tratturo che da Campochiaro porta a Casacalenda e l’alto corso del torrente Tappino […]. De Benedittis (1988): Sulla cima posta sull’altra sponda del torrente Tappino è posta un’altra cinta di piccole dimensioni (700 m. circa di perimetro) di forma ellittica collocata ad un’altezza di poco meno di 1000. Sul lato Nord-Est sono forse riconoscibili resti della porta. A breve distanza dalla cima sorgono i ruderi della chiesa di S. Maria di Monteverde che dà il nome alla località.

Planimetria della fortificazione sannitica di la Rocca.                                           

Mirabello Sannitico (CB), Monte La Rocca: la fortificazione sannitica (da La Regina 1989).

Altri particolari delle mura del centro fortificato.

Lasciamo la fortificazione de la Rocca e torniamo verso l’antico monastero di santa Maria di Monteverde per seguire la S. S. 17 il cui tracciato potrebbe sovrapporsi al più antico della via consolare Minucia che, come sappiamo, si originava a Corfinio ed arrivava a Brindisi.                                                                                                Al bivio, nei pressi della località Taverna/Crocella, abbandoniamo la statale ed imbocchiamo a destra la S. P. 54 che abbandoniamo al bivio per Cercepiccola per proseguire con la S. P. 86 verso Cercemaggiore intravedendo, in lontananza, monte Saraceno, toponimo che dall’anno 1876 ha sostituito l’originale Pianadolfo, dalla chiara origine Longobarda,  ricorda S. Vandozzi  (2016), che ricorda la presenza di quella popolazione nel periodo alto medievale nel territorio molisano, tema del nostro prossimo cammino nella Storia e con la Storia.

Da archeologicamolise.beniculturali.itL’insediamento di Cercemaggiore, ubicato sulla cima di Monte Saraceno, si sviluppa nella parte più alta del monte, a quota 1089 metri s.l.m. È articolato in due cinte, il cui circuito in parte si sovrappone. La più antica circonda la parte più alta della montagna ed include un’area di circa 20.000 mq.  Le mura sono a doppia faccia a vistadello spessore di m. 1,50 circa. Sono visibili attualmente, due porte, entrambe perpendicolari al muro, prive dell’architrave. La seconda cerchia di mura, molto più estesa della prima, include uno spazio di circa 220.000 mq. Le mura sono generalmente costruite con blocchi rozzi di forma poligonale, con una sola faccia a vistaVi si aprono due porteQuella principale a nord-ovest, è la più grande, è obliqua al muro e si apre in corrispondenza di un percorso che attraversa tutta l’area interna alla fortificazione, sfociando a sud-ovest (qui era probabilmente collocata una porta analoga, presso una sorgente).                                                                                                                                                             

Un’altra porta, molto piccola e di struttura molto semplice si apre a sud, conserva ancora il blocco di pietra che funge da architrave. (vedi figure).

Planimetria fortificazione di monte Saraceno (Dell’Orto-La Regina).

Altri particolari del centro fortificato di monte Saraceno.

Valeria Scocca (2015), scrive: Lo scavo dell’arx ha restituito cospicui quantitativi di ceramiche, di fittili e di metalli d’età ellenistica, in particolare ceramica a vernice nera, oggetti in ferro e monete d’argento di Velia, che suggeriscono una lunga frequentazione del sito, collocabile tra la fine del V-prima metà del IV ed il I sec. a.C.. A suggerire l’ipotesi di una destinazione cultuale dell’area concorre il rinvenimento di un’ascia miniaturistica in ferro (lungh. 3 cm), a destinazione probabilmente votiva, che trova puntuali riscontri in oggetti analoghi provenienti dai santuari di S. Pietro di Cantoni e di Ercole a Campochiaro, ascrivibili ad un arco cronologico compreso tra IV e III sec. a.C..

IGNORO dove siano custoditi ed esposti.

Rincresce abbandonare il bel panorama offerto dalla fortificazione di monte Saraceno, una delle tante esistenti nel territorio dei Sanniti/Pentri di cui forse per sempre si ignorerà l’antichissimo nome, ma era tra i più importanti non solo per la sua estensione, quanto più per la sua localizzazione a difesa e controllo soprattutto del confine est-sud-est del territorio.

All’epoca “faceva coppia” con l’insediamento sito a sud, la fortificazione di Saipins/Terravecchia che ci apprestiamo a raggiungere percorrendo dapprima un sentieri verso il centro di San Giuliano del Sannio.

E’ interessante sapere, purtroppo l’epoca della loro presenza non è pertinente al periodo storico del nostro cammino, che nel territorio di San Giuliano del Sannio di cui si ignora l’antico nome sannita/pentro, sono tornati alla luce cospicui resti di una villa della famiglia sepinate dei Neratiigens  del municipium di Saepinumcolonnecapitellisarcofagicippi ed una tabula lusoria ed altro materiale databile a partire dal II sec. a. C..

Continuando il percorso lungo il tratturello proveniente dai pascoli Massiccio del Matese, entriamo dalla porta Tammaro e, percorrendo il cardo nella civitas sannita/romana di Saepinum, usciamo dalla porta Matese ed iniziamo l’ascesa lungo il sentiero della collina per raggiungere l’importante meta: Saipins.

archeologicamolise.beniculturali.itSorge in posizione strategica sulla valle del Tammaro, sulla omonima altura a quota 953 metri. Da tale posizione si controllano sia il percorso della valle (il tratturo Pescasseroli-Candela) sia la via che dalla valle risale sui monti del Matese. Il circuito delle mura si sviluppa per circa 1500 metri e sfrutta, dove esistente, la difesa naturale costituita da speroni rocciosi e strapiombi. Caratteristica delle mura è la doppia cortina murariauna esterna più bassa e l’altra arretrata di circa 3 metri rispetto alla primatra le due corre un terrapieno utilizzato per il cammino di ronda. Lungo il percorso sono visibili tre porte di cui quella orientale, detta “postierla del Matese“, si apre in corrispondenza della via di accesso dal valico; la seconda è sul lato nord-ovest, la cosidetta “porta dell’Acropoli“, dalla quale si usciva per l’approvvigionamento idrico delle tre Fontane. La più importante per funzione e dimensione è quella che si apre nell’angolo est delle mura, la cosiddetta “porta del Tratturo“, nella quale sbocca la via proveniente dalla vallata. Delle tre, la “postierla del Matese” è quella meglio conservata, con un’apertura di m. 1,20 e un’altezza di m. 2,50la copertura è ottenuta con grandi lastroni di pietra disposti in piano.

L’area del Massiccio del Matese settentrionale occupata dall’insediamento fortificato di Sainips.

La postierla del Matese, inglobata nelle maestose e possenti mura di cinta in opera rozzamente poligonale con la sua superba bellezza ci dà il benvenuto. (vedi foto).

postierla del Matese e le mura della fortificazione vista da nord.

 

Particolare della cinta muraria a doppia cortina nei pressi della postierla del Matese.(vista da nord est) (beniculturali.it) 

Particolari della cinta muraria e delle strutture interne del centro fortificato di Saipins.

E’ bene ammirare una statuina rinvenuta nei pressi delle mura di cinta dell’insediamento fortificato di Saipins.

una statuetta di offerente in bronzo, trovata nel secolo XIX «presso le mura ciclopiche» di Terravecchia e datata dal Colonna al III-II sec. a.C., può verosimilmente attribuirsi al santuario di S. Pietro di Cantoni.

Dopo la nostra visita, con la promessa di ritornare per conoscere le testimonianze di quanto accadde nel periodo altomedievale, torniamo in pianura per ammirare quanto seppero realizzare i Sanniti/Pentri dopo la definitiva conquista di Saipins nell’anno 293 a. C. da parte dei Romani.

Come era accaduto per tutti gli insediamenti fortificati, compresa lo loro città madre e capitale Bovaianom, sorti sulle sommità delle colline e delle montagne dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dopo la conquista Romana, anche la conquista di Saipins nell’anno 293 a. C., ebbe come conseguenza l’obbligo per i suoi abitanti di risiedere nelle rispettive pianure e con la collaborazione degli stessi conquistatori costruirono nella pianura anche ampliando i loro preesistenti insediamenti localizzati all’incrocio del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela con i tratturelli proventi dai pascoli del Massiccio del Matese.

Per molteplici cause non abbiamo più una chiara testimonianza archeologica della sannita romana civitas Bovianum/Bojano; più evidente è la sannita romana civitas Saepinum/Altilia/Sepino, ancora oggi protetta con possenti mura costruite, scrive La Regina, tra il 2 a. C. ed il 4 sec. d. C..

Scendendo da Saipins con il tratturello Matese, giunti nei pressi di porta Terravecchia, ci dirigiamo ad ovest lungo le mura di cinta per entrare e visitare la civitas sannita/pentra/romana seguendo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che, dopo il suo ingresso dalla monumentale porta Boiano, divenne il decumano. (vedi figura).

Il nostro cammino, interessandosi al periodo iniziale della presenza dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nel loro nuovo territorio,  fa sosta in Saepinum per ammirare le testimonianze archeologiche datate fino alla fine del I sec. a C..

Matteini Chiari e V. Scocca (2015), scrivono: Le evidenze materiali più antiche si inquadrano cronologicamente tra il Neolitico finale e l’Eneolitico, l’età del Bronzo e l’età del FerroResidui di strutture abitative (frammenti di concotto e ceramica) provengono da contrada Cantoni. Si segnalano inoltre rinvenimenti sporadici pre-protostorici, frutto di ricerche di superficie effettuate nel secolo scorso  Il rinvenimento di un colum in bronzo di produzione etrusca, databile alla prima metà del V sec. a.C., dai dintorni di Altilia, ha suggerito l’ipotesi dell’esistenza di un centro arcaico situato nelle immediate vicinanze della Saepinum romana, del quale peraltro non sussiste, almeno al momento, alcuna evidenza archeologica. Lo stesso poleonimo, verosimilmente connesso alla radice del verbo latino saepio = «recingo», tradisce l’origine dell’insediamento, sorto come emporio e stazione di sosta per le greggi transumanti che attraversavano il Molise per raggiungere i pascoli invernali del Tavoliere.

Nel periodo preromano l’insediamento su cui poi sorgerà la civitas Saepinum, sito sull’incrocio del tratturo Pescasseroli-Candela (ovest-est) con il tratturello proveniente dai pascoli del Matese (sud-nord), fu fondato con lo scopo agricolo, zootecnico e commerciale, come testimonia la fullonica costruita proprio nei pressi dell’incrocio del decumano con il cardo, nell’area che in epoca romana sarà riservata al forum. (vedi figura).                      Torelli: […] la presenza di un edificio di natura industriale, una fullonica […] legata alla transumanza ed alle consuete attività di scambio e di mercato nel luogo di sosta delle greggi. […]. Della fullonica sepinate rimangono le sole vasche (lacus) in cocciopesto intercomunicanti a piani decrescenti.

La Regina (1984): Alla fine del II sec. a. C. esiste già un complesso di edifici per abitazioni private che rivelano l’adozione di modelli architettonici evoluti e l’impiego di maestranze qualificate. […].                                                   Anche al di sotto di una casa ubicata presso il Foro, in corrispondenza dell’impluvio di età imperiale è stato trovato un impluvio di terracotta, della fine del II sec. a. C., recante incise alcune lettere dell’alfabeto osco. (vedi figura). 

                                                                                                                                                                     

Abbandonato il foro e percorrendo ancora un breve tratto del decumano, alla sinistra e nei pressi della fontana del grifo troviamo la cosiddetta area industriale: il mulino ad acqua, la casa del sannita con l’impluvio e la conceria con le sue 4 vasche di decantazione.

Tra i reperti archeologici più antichi scoperti nella civitas sannita/romana, ricordiamo un colum databile alla fine del VI secolo a. C.: il colum sepinate rimane sino ad ora un documento assolutamente isolato a comprovare nel Molise un rapporto commerciale con ambienti di cultura etrusca, scrisse Cianfaranise altri trovamenti non verranno a confermare questo rapporto, l’oggetto sarebbe  stato portato dal suo possessore per il tramite di commerci. (vedi figura)

Quì termina la visita all’aperto nella civitas sannita /romana di Saepinum, ma la sua Storia è documentata dai reperti archeologici esposti nelle sale nel vicino Museo della città e del territorio-Sepino. (vedi figure).

Il Museo è localizzato in alcune sale delle antiche abitazioni agricole realizzare alla fine dell’800, sfruttando per le loro fondazioni la struttura superiore della cavea del teatro costruito, dicono gli esperti, dopo la costruzione delle imponenti mura di cinta (tra 2 a. C. e 4 d. C.).

Le vetrinette per le esposizione permettono di ammirare quanto scoperto nel territorio della sannita/romana civitas Saepinum. 

 

Skyphos (bicchiere) in ceramica a vernice nera.

Nella sala sono anche proposti alcuni reperti monetali di varia provenienza, quali una didracma d’argento di zecca tarantina della metà del III secolo a.C. ed una moneta di re Prusias di Bitinia, della fine del III secolo- prima metà del II secolo a.C.. Poco più recenti sono le monete di zecca romana, della metà del II – I secolo a.C..

Arricchita la nostra conoscenza dei Sanniti/Pentri vissuti dapprima nell’insediamento montano fortificato Saipins e successivamente, dopo la conquista Romana, in pianura nella civitas sannita/romana Saepinum, uscendo da porta Boiano, a sinistra seguiamo un viottolo verso l’antico santurio sannita/pentro.

Maurizio Matteini Chiari (2015): Il santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino occupa una posizione di spalto rilevata (q. 666 s.l.m.) e dominante, aperta sull’ampia vallata del fiume Tammaro.

L’area sacra, recinta da murature megalitiche in opera poligonale, oggi ispessite da accatastamenti progressivi e precari di pietrame dai campi contigui, disegna un triangolo irregolare i cui lati si allungano sul terreno lungo il versante per qualche centinaio di metri.

L’area interna, vistosamente livellata, ha sezione piatta sviluppandosi su un ampio terrazzo artificiale ricavato per intagli progressivi di roccia lungo lo scosceso pendio che da Terravecchia (q. 953 s.l.m.) scende, talora in sensibile acclività, ad Altilia (q. 548 s.l.m.) e al Tammaro. È una collocazione felicissima non solo perché il santuario gode di un’esposizione aperta al continuo soleggiamento, ma anche, e soprattutto, perché questa ubicazione costituisce un sicuro punto di equilibrio, non da ultimo anche topografico, fra aree sommitali destinate alla difesa (Terravecchia) e aree di valle destinate al mercato ed alla produzione (fasi repubblicane di Altilia) nell’ambito comunitario e cantonale dei Saepinates.

Il santuario ai nostri occhi diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C.

Il III sec. a.C. è, dunque, particolarmente presente. I manufatti, di produzione locale e assai più spesso di importazione, costituiscono un documento di valore assoluto, oggettivamente incontrovertibile, dell’importanza ormai assunta dal culto e dal santuario di San Pietro di Cantoni, ma sono anche il segno tangibile, evidentissimo, di una nuova o rinnovata prosperità della comunità dei Saepinates

Teniamo sempre presente, come già detto: dopo la conquista della città madre e capitale Bovaianom e la fondazione della sannita/romana Bovianum, la presenza delle pianure  a settentrione del Massiccio del Matese e la presenza dei percorsi tratturali, alcuni dei più importati  divennero vie consolari,  contribuirono ad incrementare l’allevamento del bestiame, dei prodotti lattiero-caseari, l’industria dell’argilla, gli scambi commerciali e culturali con i popoli confinanti o, come abbiamo visto nei precedenti cammini nella Storia e con la Storia dei Sanniti/Pentri, con i popoli di oltremare.

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Planimetria del tempio e il tempio. Foto aerea (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari

Il santuario ai nostri occhi, aggiunge Maurizio Matteini Chiari, diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV sec. a.C. o, più probabilmente, agli inizi del III sec. a.C. È, difatti, a partire da questa data che la presenza di manufatti diviene gradualmente più cospicua, più omogenea, in altri termini più «strutturale» perché questi cominciano ad evidenziare una precisa destinazione d’uso, a presentare comuni caratteristiche formali e dimensionali e perché costituiscono, con qualche oggettiva evidenza, presenze a loro modo selezionate e mirate e riferibili, in prima istanza, al culto. Il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi).

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Statuetta bronzea di divinità femminile (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Il repertorio, amplissimo e variegato, degli oggetti riconducibili al culto, all’offerta devozionale quanto allo strumentario usato nel rituale, all’interno del santuario è documentato emblematicamente dal contenuto della stipe votiva che ha restituito la statuetta in bronzo di divinità con dedica di trebis dekkiis, composta da una vistosa e preziosa congerie di materiali, talora anche miniaturistici: pinakes e fittili votivi diversi (fig. 104), tanagrine, unguentari, pesi da telaio, monili in metallo prezioso, elementi di abbigliamento, ceramiche, recipienti fittili e in metallo e ancora strumenti in metallo e pietra lavica (Matteini Chiari c.s.), monete. La datazione della stipe votiva non sembra, tuttavia, oltrepassare la fine del III sec. a.C..

Sepino, località San Pietro di Cantoni. Il tempio. Stipe votiva in corso di scavo (da La dea, il santo, una terra 2004). da Maurizio Matteini Chiari.

Con l’immagine di questa splendida testimonianza che dovrebbe DEFINITIVAMENTE “mettere” a TACERE quanti continuano a giudicare i discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti unicamente dei rozzi pastori, riprendiamo il nostro cammino verso l’ULTIMA PUNTATA: l’insediamento fortificato di Colle di Rocco pertinente al territorio di Guardiaregia; il santuario sannita/pentro Hercul Rani e l’insediamento fortificato delle Tre torrette nel territorio di Campochiaro e conoscere, attraverso una breve descrizione, l’imboscata organizza in quel territorio contro l’esercito Romano dai Sanniti/Pentri, forse con i loro consanguinei confinanti.

Teatro dell’imboscata (vedi fig. in alto). Localizzazione del santuario di Hercul Rani e la localizzazione della fortificazione delle Tre Torrette (vedi figura in basso).

Oreste Gentile.

(Continua con l’ultima puntata).

 

VII PUNTATA. “CAMMINANDO CON LA STORIA E NELLA STORIA” A NORD EST DEL MASSICCIO DEL MATESE NEL TERRITORIO DEI SANNITI/PENTRI DI COLLE D’ANCHISE, BARANELLO, MONTE VAIRANO.

gennaio 27, 2021

Dopo la delusione della GRAVISSIMA NEGLIGENZA per l’ASSENZA di un Museo Archeologico Pentro  in Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, per ammirare de visu i numerosi reperti archeologici scoperti da Del Pinto, ed accontentarci UNICAMENTE delle immagini pubblicate da De Benedittis, riprendiamo il nostro cammino con la Storia e nella Storia per scoprire quanto resta degli altri insediamenti costruiti dai Sanniti/Pentri lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela sulle sommità delle colline e delle montagne e lungo le pendici settentrione a del Massiccio del Matese. (vedi figura).

Procedendo lungo il tratturo Pescasseroli-Candela ed in prossimità di una delle fornaci per lavorazione dell’argilla, ad est di Bojano, si vede la collina dove si localizza il comune di Colle d’Anchise il cui territorio da est ad ovest non è stato avaro nel restituire interessanti reperti archeologici di epoca Sannita/Pentra.

Per raggiungere la località l’itinerario segue la direzione, ma non l’antico percorso ormai cancellato del tratturello Matese-Cortile-Centocelle: si distaccava a sinistra del Tratturo Pescasseroli-Candela e procedeva a nord est verso gli insediamenti più interni del territorio pentro e fra questi, probabilmente, l’importante insediamento fortificato  sulla sommità di monte Vairano/Aquilonia (?) una vera e propria città sannita/pentra, alla quota poco meno di 1.000 mt..

Dapprima, durante il percorso, conosceremo quanto di interessante dal punto di vista storico ed archeologico è stato scoperto nelle località di Colle S. Giovanni ad ovest e Colle Sparanise ad est, pertinenti al centro di Colle d’Anchise (vedi figura).

Di Colle S. Giovanni, Scaroina e Somma (2015) ricordano: Alcuni bolli con la citazione del meddíss túvtiks provengono anche dalla località di Colle S. Giovanni (707 m s.l.m.), nel comune di Colle d’Anchise, un’area in cui sono segnalate tracce di strutture e si raccolgono tegoloni e ceramica acroma e a vernice nera. Tali elementi hanno fatto ipotizzare all’autore la presenza di un edificio sacro di tipo rurale, tuttavia nessuno dei ritrovamenti effettuati si può collegare direttamente alla sfera cultuale.

A est dello stesso comune, alla destra del torrente Quirino e della S. S. 674/a, si localizza Colle Sparanise, dove è stato scoperto un luogo di culto, scrive Scaroina: ha restituito frammenti di terrecotte architettoniche e un bollo osco. Il successivo scavo condotto nel 1975 ha evidenziato la presenza di strutture da mettere in relazione con un’area sacra. L’edificio − individuato solo in parte − occupa una posizione preminente sul lato settentrionale della piana di Bojano. Doveva avere una copertura realizzata con tegoloni e gli scavi hanno restituito anche elementi architettonici e resti di un’antefissa. Le tracce di bruciato presenti nella zona − che si estendono per almeno 25 m intorno all’edificio − sembrano documentare una notevole estensione dell’area archeologica. Il materiale più antico viene datato intorno al III sec. a.C., mentre l’ultima fase documentata è circoscritta al III sec. d.C..

Abbiamo notizie, e purtroppo non possiamo ammirare, i reperti archeologici scoperti nel territorio di Colle d’Anchise e custoditi da privati (vedi figura).

Riprendiamo il cammino lungo la collina diretti al centro di Baranello, ma prima del nostro arrivo l’attenzione è per il toponimo della contrada Canale dove ci ha portato, provenienti da Colle Sparanise una breve discesa.

Che il toponimo, conservato e tramandato nei secoli, ricordi la località canales citata nella Tabula Peutingeriana, posta a XI miglia da Bobiano/Bojano ?                                                                                                                 Tenuto conto che 1 miglio oggi corrisponde a 1. 60 km., la distanza risulta di circa 17, 60 km. e la distanza odierna da Bojano a Baranello è di circa 12 km. con la S. P. 49 che si origina poco più ad ovest di Bojano e dopo averne attraversato il centro, prosegue per Colle d’Anchise, Baranello per poi immettersi sulla S. S. 17 per raggiungere Campobasso e per un’altra strada arrivare a Cortile.

Praticamente, come è stato dimostrato in altre pubblicazioni, Canales potrebbe essere localizzata e identificata nei pressi di Baranello, dove è sopravvissuto il toponimo Canale; dopo ad Canales, nella  T. P. vi è un incrocio (punto rosso) presso il corso di un fiume non identificato, ma è possibile ipotizzare, visto che subito dopo è segnato ad pyR VIII, dove pyR identifica un qualcosa pertinente al fuoco = pyr (greco), ossia una località nei pressi dell’odierno centro di Campolieto e VIII (miglia passum) indicano la distanza di pyr dalla località anonima posta nel punto di incrocio tra il segmento/via proveniente da ad canales e la linea a forma di L capovolta con le VIII m. p., pari a circa 12. 80 km..

La strada proveniente senza ombra di dubbio da Bobiano/Bojano, sappiamo seguiva il percorso del tratturello Matese-Cortile-Centocelle ed incrociava come ancora incrocia il tratturo Castel di Sangro-Lucera, proprio nella odierna località denominata Taverna Cortile 

Che i Sanniti/Pentri avessero stabile dimore nel territorio di Baranello è testimoniato, come già visto, dagli oggetti recuperati in zone diverse, ma soprattutto, come avremo modo di visitare ed ammirare nel vasto insediamento sannita/pentro su monte Vairano: una localizzazione privilegiata nei confronti degli altri insediamenti.

Stando in Baranello è possibile, riuscendo ad incontrare il responsabile, ammirare  della “collezione” di Alessandro Barone inaugurata nel lontano 1897, oggi denominata Museo Civico di Baranello.                                                 Nel Museo/Bazar possiamo ammirare interessantissimi reperti archeologici di ogni epoca e di ogni genere, ma si ignora il territorio della loro scoperta; numerosissimi sono i dipinti di epoche diverse. (vedi figura).

Pertinente al territorio dei Sanniti/Pentri presenti all’epoca nel territorio di Baranello, sono le 3 asce conservate nel Museo Provinciale Sannitico di Campobasso, accentratore di TUTTI i reperti archeologici scoperti nel territorio provinciale e, come per il Museo di Baranello, sì conservati diligentemente e selezionati a secondo le epoche di appartenenza, ma nelle vetrinette della esposizione sono davvero tanti gli oggetti pregevoli  da non permettere una attenta osservazione per ognuno di essi o, almeno, per i più pregiati.

Al Bronzo finale ed alla prima Età del Ferro sono state datate le 3 asce ed a conferma della diffusione del culto di Ercole nel Sannio/Pentro, anche dal territorio di Baranello proviene un bronzetto (vedi figure).

Lasciando il centro di Baranello, a nord est scendiamo  in una stretta valletta per seguire uno dei 2 itinerari che ci condurrà, con una salita da 550 mt. circa alla quota di circa 900 mt., sulla sommità di monte Vairano dove si sta portando alla luce una vera e propria città sannita/pentra, il cui abbandono dopo l’occupazione romana, ci consente, grazie alle periodiche campagne di scavo, di conoscere quanto è stato portato alla luce, il modo di vivere dei suoi abitanti ed ammirare quanto seppero realizzare.                                                                                    Vedremo alcune delle loro abitazioni, le strade che frequentavano, le loro piazze e le aree riservate alle loro attività.


De Benedittis (2017): La presenza dell’uomo a Monte Vairano trova le sue prime attestazioni nel VI sec. a.C..
Il dato è documentato da due rinvenimenti sporadici: una châtelaine (sorta di lunga catenella in bronzo utilizzata come elemento decorativo nell’abbigliamento femminile) trovata nei pressi della cima più alta dell’area e un bracciale in bronzo. Questi elementi propongono, già in questa data, la formazione di un insediamento consistente.
La documentazione archeologica ci indica la definizione dell’abitato in tutte le sue forme urbane alla fine del IV sec. a.C., periodo questo in cui furono costruite le mura. L’abitato vive il periodo di maggiore sviluppo tra il IV e il I sec. a.C.: subito dopo la frequentazione dell’area si riduce drasticamente. I materiali rinvenuti nella massiccia
quantità di rovine, associati a consistenti tracce d’incendio, ci consentono di collocare la distruzione dell’abitato di Monte Vairano nel lasso cronologico in cui ricadono le operazioni belliche del dittatore Silla nella piana di Bovianum (89 a.C.). […].

Da http://web-facstaff.sas.upenn.eduIl Monte Vairano ha il più esteso circuito di mura di fortificazione del Pentrian (sic) Sannio (2,9 km), che racchiude circa 49 ettari, ma il suo antico nome non può essere accertato con certezza. Le mura, che risalgono alla fine del IV secolo a.C., contengono tre porte: la Porta Vittoria o Porta Vittoria, la Porta Meridionale o Porta Sud e la Porta Occidentale o Porta Ovest. Appena dentro la Porta Sud, lungo una strada larga 4 metri, è stata scavata una struttura di incerta destinazione. Datato al II secolo a. C., conteneva vari pezzi di ceramica incisi con le lettere “LNin alfabeto osco, ed è quindi diventato noto come la casa di LN o “Casa ‘LN‘”. Questa struttura fu distrutta da un incendio all’inizio del I secolo a.C.. Finora sono state scoperte due fornaci extramurali, mentre una terza è stata trovata costruita in Porta Vittoria ad un certo punto nel III secolo a.C.

Andiamo ad ammirare la famosa casa di LN, una delle prime scoperte delle periodiche campagne di scavo (finanziamenti permettendo) sotto la direzione di De Benedittis, per riportare alla luce quanto realizzarono i residenti Sanniti/Pentri.

Rozzi pastori ? Vediamo.

Vale la pena fermarci e conoscere meglio quanto resta e come era la casa di un sannita/pentro; scrive a proposito http://archeologicamolise.beniculturali.it/: La casa di LN. Nei pressi della Porta Meridionale è individuata e completamente scavata una piccola struttura abitativa del II secolo a.C. chiamata Casa di LN per il ricorrere delle due lettere in osco graffite su diversi oggetti rinvenuti al suo interno. Nella pianta, di forma quadrangolare, è condizionata da due strutture preesistenti che sono l’alta sostruzione alle spalle della casa e la strada che la fiancheggia. I muri nord ed ovest sono realizzati con blocchi di pietra, gli altri due usando la tecnica del “torchis” in cui l’argilla, mescolata a paglia e fieno, è usata a riempire un’intelaiatura lignea. Il pavimento, in cocciopesto, è ad un livello leggermente più alto del piano stradale. Si attesta la presenza di intonaco rosso nelle pareti e nero nello zoccolo. Il tetto, probabilmente a due falde, era coperto con tegole e caratterizzato da un’antefissa, raffigurante la lotta tra Eracle e il leone Nemeo, avente probabilmente la funzione di acroterio.  La casa è costituita da un solo vano che presenta un piano di cottura, realizzato con una grande tegola posta di piatto, presso l’angolo sudest e sul lato opposto il lavabo e la conduttura fittile che permetteva il deflusso dell’acqua. L’esistenza di un telaio verticale a pesi può essere ipotizzata in seguito al rinvenimento di 39 pesi di forma tronco-piramidale e tronco-conica. Il materiale della casa restituisce ceramica da mensa (a vernice nera ed acroma), da cucina e da dispensa; si segnala un dolio contenente farro e legumi in cui è stata ritrovata una valva di ostrica. La struttura viene distrutta da un incendio nella prima metà del I secolo a.C., l’area diventa quindi luogo di passaggio in funzione di Fonte Canala, si registra comunque una frequentazione fino all’età medievale. (foto in b/n di De Benedittis).

Proseguiamo la nostra visita tra i ruderi di ciò che resta dell’antico ed “anonimo” insediamento dotato, come  detto, di strade e piazze. (vedi figura).                                                                                                                  

 

Visitando questo luogo, spero che, camminando nella Storia e con la Storia, qualche dubbio sulla vita quotidiana dei  Safini/Sabini/Safini/Sabelli/Sanniti, se fosse identico a quello di tanti cultori di Storia, possa dissolversi radicalmente: NON erano rozzi pastori.

Per la difesa dei loro insediamenti costruirono poderose  mura con grossi massi poligonali (vedi foto); 

coltivavano la terra, e nel sito di monte Vairano, ricorda De Benedittis, sono stati scoperti: falci, falcetti, zappe, roncole; ed anche una vanga: Essa è particolarmente intrigante in quanto si presenta tecnicamente molto elaborata essendo costituita da due lamine di ferro che, distanziate grazie a dei perni in modo progressivo, si trasformavano in un sottile cuneo; ai lati dell’innesto del bastone le due lamine erano poi ripiegate così da avere due ampi piani su cui esercitare la forza del piede.

utilizzavano le fornaci, i mulini; per le loro attività quotidiane legate, queste sì alla pastorizia, utilizzavano i pesi da telaio per la lavorazione della lana, come scrive De Benedittis: Che i tessuti siano stati realizzati a Monte Vairano è buon testimone quanto resta del telaio della casa di “ln”, ma anche la moltitudine di pesi da telaio che si sono rinvenuti durante gli scavi, bollati o meno. La lana, filata attraverso il fuso, permetteva di realizzare panni che si trasformavano, passando per il sarto, in abiti. Per questa seconda fase di lavorazione c’erano gli aghi di bronzo; a Monte Vairano ne è stato trovato uno: una sottile asticciola di bronzo, appuntita a un’estremità, e un foro (la cruna) nell’altra, nel quale era introdotto il filo per cucire. (vedi figura. Foto De Benedittis).

Altri utensili erano usati per la trasformazione del latte e praticavano anche la pesca, probabilmente lungo le rive del fiume Biferno e altri corsi d’acqua. (vedi figure).

Abbiamo ammirato in altre occasioni i corredi militari recuperati dopo la scoperta delle loro necropoli, curati nei minimi particolari, come testimoniano tutti i reperti; e che dire dei corredi femminili, raffinati ed eleganti ?

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui costumi del popolo dei Sanniti/Pentri, rozzi pastori, gli abitanti di monte Vairano curavano anche la bellezza del loro corpo; ricorda De Benedittis: L’uso del rasoio presso i Sanniti era già noto dal VI sec. a.C.; l’abitudine alla rasatura la si nota anche dalla presenza di almeno un rasoio nelle tombe arcaiche sannite. I rasoi più antichi erano rettangolari e bilama e avevano un anello per essere sospesi al collo; quello rinvenuto a Monte Vairano, una sottile e tagliente lamina di bronzo lunata, testimonia come la forma tra III e I sec. a.C. fosse stata modificata.

Erano dei rozzi pastori, ma avvezzi all’uso dei profumi: La presenza di unguentarii (venditori d’unguenti) e di furarii (venditori di profumi) a Monte Vairano non trova evidenze epigrafiche ma la quantità di vasi specifici per contenere queste sostanze ce lo fa ipotizzare; sono piccole ampolle d’argilla molto compatta impermeabilizzate al loro interno per contenere essenze odorose con corpo ovoidale da cui si dipartono uno stelo e un lungo collo; le basi sono sempre troncoconiche.

Non meravigliamoci, i Sanniti/Pentri residenti in monte Vairano, godeva dell’assistenza di esperti medici chirurghi; lo testimonia De Benedittis: I primi strumenti chirurgici trovati in ambiente romano si datano alla seconda metà del I sec. d.C.; quello di Monte Vairano risale sicuramente al II-I sec. a.C.. Di medici residenti a Monte Vairano erano probabilmente il bisturi di bronzo, il flebotomo a lama lunga seghettata utilizzato per salassi e le pinzette in bronzo lavorato qui rinvenuti.

Nell’insediamento di monte Vairano esisteva una zona industriale e De Benedittis (2017), per la presenza di alcune cave di argilla, stima fossero esistite tre fornaci per la produzione di tegole e vasi a vernice nera, pesi da telaio etc.; ed un mulino la cui mola era mossa da una coppia di animali da soma.

De Benedittis, scrive: Altro dato che oggi conosciamo sui mestieri sanniti è quello dei “pavimentisti”; la tecnica che adoperavano prevedeva la sistemazione di piccole piastrelle quadrangolari di varia dimensione su un piano composto di due strati: uno di frammenti di tegole in basso e uno prevalentemente composto di malta. (vedi figura).

Erano anche macellai. (vedi figura).

Non era un popolo di rozzi pastori, avevano i loro scribi.                                                                                            De Benedittis, scrive: I Sanniti avevano un alfabeto molto diverso da quello romano e scrivevano da destra verso sinistra. Alcuni oggetti rinvenuti a Monte Vairano attestano la presenza di diversi scribi, addetti alla scrittura; sono infatti sopravvissuti diversi stili.

Amavano l’arte (vedi figura).

Pastori ? Si,  ma anche guerrieri, aristocratici e commercianti con i popoli confinanti, ma l’insediamento di monte Vairano documenta anche gli scambi commerciali dei Sanniti/Pentri con la Grecia, utilizzando la via anonima, disegnata nella Tabula Peutingeria, per raggiungere i porti dell’odierna Termoli nel territorio dei Frentani o, tramite i tratturi, i porti della Daunia o quelli esistenti lungo la costa salentina.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui costumi del popolo dei Sanniti/Pentri, rozzi pastori, sappiano che gli abitanti di monte Vairano curavano la bellezza del loro corpo; ricorda De Benedittis: L’uso del rasoio presso i Sanniti era già noto dal VI sec. a.C.; l’abitudine alla rasatura la si nota anche dalla presenza di almeno un rasoio nelle tombe arcaiche sannite. I rasoi più antichi erano rettangolari e bilama e avevano un anello per essere sospesi al collo; quello rinvenuto a Monte Vairano, una sottile e tagliente lamina di bronzo lunata, testimonia come la forma tra III e I sec. a.C. fosse stata modificata.

Su quanto seppero realizzare ed utilizzare i Sanniti/Pentri nell’insediamento di monte Vairano, mi sono riservato per ultimo una loro attività che si diffuse soprattutto con l’avvento del cristianesimo: le campane.                               La fusione delle campane nella regione Molise risalirebbe, stando a quanto scoperto nell’antico sito di monteVairano, al IV-III sec. a. C. e la tradizione continua tutt’ora nella fonderia Marinelli di Agnone.                          Da una rapida ricerca è documentata la fusione delle campane presso il monastero di san Vincenzo al Volturno già all’epoca dell’abate Giosuè (792-817), come ricorda De Benedittis (1995): […], una immensa fornace per la fabbricazione dei laterizi utilizzati per i tetti e per le pavimentazioni, e un pozzo per la fusione delle campane, all’interno del quale venivano fuse campane di 50 centimetri circa di diametro, a giudicare dalle scorie di lavorazione rinvenute.

La tradizione è continuata nei secoli in diversi altri centri del territorio molisano, ricordiamo i più anziani: il dei fonditori ricordati, tale Giacomo da Isernia già fondeva nel 1433 ed a seguire: Nicola da Capracotta nel 1542. Vincenzo di Saliceto nel 1547. Giovanni Iuliano o Giuliani da Agnone nel 1559. Francesco Vanni da Guardiaregia nel 1639.Giovanni Di Francesco da Guardiaregia nel 1685. Rocco Saia di Agnone nel 1700.

Infine, vale la pena ricordare, come scrive De Benedittis,  i materiali legati al mondo religioso a Monte Vairano; tra questi fa la sua bella presenza un simpulum. Un simpulum o simpuvium era un piccolo mestolo con una
lunga maniglia usato nei sacrifici per fare libagioni e per sorbire i vini versati sulla testa delle vittime sacrificali. Il simpulum era il simbolo del sacerdozio; nel mondo romano era una delle insegne del Collegio dei Pontefici; in diverse monete romane il simpolo è mostrato con il litio e con altri strumenti sacrificali e augurali. […] in quello di Monte Vairano il bastoncello ha la forma di una colonna ionica con capitelli e le terminazioni a forma di palmipede; prodotto già dalla fine del II sec. a.C. quello di Monte Vairano è tra i più eleganti finora rinvenuti.

Per quanto riguarda l’identificazione dell’antico insediamento con Aquilonia distrutta dai Romani nell’anno 293 a. C. in base alla descrizione di Livio, esso, a differenza degli altri insediamenti pentri ipotizzati essere stati Aquilonia, soddisfa i 2 indizi ricordatidallo Storico romano: i Romani vincitori inseguirono gli sconfitti Sanniti in fuga in direzione di Bovianum/Bojano; 2^ uno dei consoli vincitori con l’esercito abbandonò monte Vairano e si diresse verso l’insediamento pentro di Saipins/Sepino.                                                                                                              La figura è quanto mai eloquente: l’insediamento di monte Vairano possiede entrambi i requisiti.                    

Qualora venisse accertata la identificazione di un altro insediamento pentro con Aquilonia,  posto lontano da Bovianum/Bojano, ma nelle vicinanze ad altre località pentre, la descrizione liviana dovrebbe essere stimata inattendibile.

Sono 3 attualmente gli insediamenti candidati per la localizzazione e la identificazione di Aquilonia: Montaquila (IS), monte san Paolo/Colli al Volturno (IS) e Pietrabbondante (IS).                                                                              Qualora si accertasse essere stato uno di essi Aquilonia, la descrizione di Livio non giustificherebbe la fuga dei Sanniti da Aquilonia verso la lontana Bovianum/Bojano, visto la vicinanza di altri insediamenti: se Aquilonia fossero stata Montaquila o Colli al Volturno/colle san Paolo, i fuggiaschi avrebbero trovato rifugio nei centri più vicini di Venafro o di Isernia o in altri centri minori.                                                                                                                 Se Aquilonia fosse stata Pietrabbondante, i rifugi più vicini erano i centri  di Schiavi d’Abruzzo o di Trivento o altri centri minori. (vedi figura).

Lasciando alle prossime scoperte archeologiche la risposta alla secolare polemica, concediamoci un lungo riposo per poi riprendere il cammino verso gli altri insediamenti che si affacciano sul percorso del tratturo Pesacsseroli-Candela.

Oreste Gentile.

(continua).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNIBALE E’ STATO NEI PRESSI DELLLE RIVE DEL FIUME FORTORE (FERTOR O FRENTO) ?

gennaio 18, 2021

NESSUNO può dubitare della presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dell’attuale regione Molise, all’epoca diviso tra 2 popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: i Pentri ed i Frentani, questi nei territori di Lanciano e di Larino.

I primi a nord del Massiccio del Matese, i secondi anche nella vasta pianura costiera adriatica attraversata dai fiumi il Trigno, a confine con i Frentani di Lanciano, il Biferno proveniente dal territorio dei Pentri e il Fortore a confine con i Dauni. (vedi figura).

NESSUNO PUO’ DUBITARE DI UN ERRORE DEGLI STORICI ANTICHI E CONTEMPORANEI O CHE IGNORASSERO LA LOCALIZZAZIONE DEL FIUME OFANTO, L’ANTICO AUFIDUS E DEL FIUME FORTORE, L’ANTICO FERTOR/FRENTO E, SORATTUTTO, LA LOCALIZZAZIONE DELLA ROCCA DI CANNE RICORDATA DAGLI STORICI DI OGNI EPOCA INSIEME CON LE CITTA’ DI CANOSA E SALAPIA PROTAGONISTE DELLA FAMOSISSIMA BATTAGLIA TRA L’ESERCITO ROMANO E GLI INVASORI CARTAGINESI.

Ricordo uno Storico per tutti, il greco Strabone (64-23 a. C.), in modo chiaro ed inconfutabile, scrisse: Da Bari al fiume Aufidus, su cui si trova il porto dei Canusini, ci sono 400 stadi, per raggiungere il porto si risale il fiume per 90 stadi. Vicino c’è anche Salapia, porto della città di Argyrippa (Arpi, n. d. r.).

Polibio (fine II sec. a. C.) prima di Strabone e  Livio (64/59 a.C. – 12/17 d. C.), storico romano contemporaneo di Strabone, descrissero l’epopea di Annibale e del suo esercito nella penisola italica e gli itinerari dei suoi spostamenti da un versante all’altro del Tirreno e dell’Adriatico.

Per quanto riguarda la sua presenza nel territorio dei Pentri, non esiste alcuna citazione ed a conti fatti è VERO in quanto i Pentri rimasero, a differenza delle altre popolazioni italiche, fedeli alleati dei Romani dopo la conquista e l’occupazione della loro capitale e città madre, Bovaianom/Bojano.

Non possiamo gridare ai quattro venti: ANNIBALE E’ STATO A BOJANO, solo per il ritrovamento di una moneta punica nel castello medievale di Civita Superiore di Bojano (vedi foto).

Nel dritto è raffigurata la dea Tanit (o Demetra o Persefone), la dea più importante per i cartaginesi, volta a sinistra. Al rovescio cavallo stante, con zampa anteriore alzata, forse emblema stesso della città di Cartagine. (A. Cimmino),

Al contrario, è documentata la presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dei Frentani descritta dettagliatamente da Polibio e da Livio.

Tabula Peutingeriana. Localizzazione del territorio teatro della presenza dei Cartaginesi.

La prima presenza, nel ricordo di Polibio, avvenne dopo la disfatta dei Romani sul lago Trasimeno da dove Annibale si trasferì sulle sponde del mare Adriatico; proseguì attraverso i territori dei Pretuzi, Adria, dei Marrucini e devastò il territorio dei Frentani sia quello pertinente a Lanciano, sia quello di Larino, continuando la sua invasione in direzione della Iapigia, dove, scrisse Polibio, vivevano i Dauni, i Peucezi ed i Messapi.

Probabilmente Annibale passò sul ponte costruito sul fiume Biferno, ricordato nei secoli dalla gente del posto con il suo nome; permetteva, per chi proveniva dalle regioni del nord della penisola italica, le comunicazioni a sud est verso le colline dove era l’insediamento di Casacalenda ed il centro fortificato di Gerione. (vedi figura).

Il ponte di Annibale (foto de il Bene Comune).

Livio, a differenza di Polibio, dopo il lago Trasimeno, ricordò il passaggio per Spoleto, per il territorio dei Piceni e confermò quanto ricordato da Polibio: i Pretuzi, Adria, NON ritenne opportuno ricordare le devastazioni nei territori dei Marrucini e dei Frentani; ma la confermò nel territorio Dauno intorno ad Arpi e Lucera.

Questi sono i ricordi i di Polibio e Livio della discesa di Annibale nei territori della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

Il territorio dei Pentri non fu ricordato da Polibio e Livio, una grave distrazione, un vuoto di memoria, o Annibale lo riteneva troppo infido e non adatto alla sua strategia militare per affrontare, come sempre fece vittoriosamente, i Romani nei luoghi pianeggianti idonei alla “potenza” della sua cavalleria numidica, considerata la punta di diamante dell’esercito Cartaginese: dove se non in una vasta pianura poteva sviluppare tutta la sua “forza” ?

Altro motivo per NON attraversare il territorio dei Pentri era la presenza degli accampamenti dell’esercito romano, come ricordò Livio, allorquando, dopo la battaglia di Canne, i Cartaginesi spadroneggiavano nei territori del sud.

Pertanto, quando venne il momento di trasferirsi con l’esercito dal territorio campano a Gerione, NON attraversò il territorio dei Pentri; in quella occasione, avendo posto l’assedio, secondo Polibio nel territorio Falernum Ager ad ovest di Caserta, mentre Livio ricordò la presenza di Annibale nei  pressi della città caudina di Alife e, avendo saputo dagli esploratori, scrisse Livio, che nel territorio di Lucera e di Gerunio si trovava grande quantità di frumento, preferì recarsi a Gerione poiché, scrisse sempre Livio, Gerunio era località molto adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno.

SOLO in occasione di quel trasferimento, probabilmente fu coinvolto il fiume Fortore: provenendo da ovest di Benevento [dal Farlenum Ager (Polibio) o da Alife (Livio)], non potendo attraversare il territorio dei Pentri, l’esercito di Annibale si diresse verso Gerione lungo il Fortore, dalla sua sorgente fino al territorio pianeggiante dell’odierna Gambatesa.

Risalì verso nord lunghe le colline in direzione di Gerunio/Casacalenda dove, successivamente, avrebbe subito la sua sconfitta dopo le vittorie presso il fiume Ticino, il fiume Trebbia ed il lago Trasimeno.

Probabilmente e solo per un breve tratto, Annibale utilizzò l’itinerario programmato dall’esercito Romano nell’anno 321 a. C. per andare dal territorio Caudino in soccorso di Lucera; un trasferimento che causò ai Romani la prima ed unica sconfitta e l’umiliazione presso le Forche Caudine e MAI arrivarono in soccorso di Lucera. (vedi figura X itinerario mai percorso).

Corsi e ricorsi della Storia: nel 321 a. C. il viaggio verso la città di Lucera causò l’UNICA sconfitta dell’esercito Romano contro i Sanniti; nell’anno 217 a. C. la città di Lucera fu indirettamente la causa della prima sconfitta di Annibale sul suolo italico.

Quanto esposto sulla base delle fonti bibliografiche di Polibio e Livio, potrebbe essere l’UNICA ipotesi per testimoniare la presenza di Annibale e del suo esercito lungo le rive del fiume Fortore; NON ESISTONO altre circostanze.

Per concludere, anche dopo i famosi “ozi” di Capua, Annibale senza MAI arrivare a Roma per cingerla d’assedio, strategia non consona al suo esercito, pare, secondo solo Livio, abbia intrapreso un altro itinerario che, come SEMPRE, ESCLUDEVA il territorio dei Pentri.  (vedi figura).

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

VI PUNTATA. UNA AMARA SORPRESA NELLA CITTA’ MADRE E CAPITALE DEI SANNITI/PENTRI (XI-IX A. C.). C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA    

dicembre 28, 2020

Nel nostro cammino nella Storia e con la Storia, ci accingiamo a visitare gli insediamenti costruiti dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti sulle sommità delle colline e delle montagne per difendersi, per comunicare visivamente tra loro e per proteggere le pianure di Bojano e di Sepino, poste a settentrione del Massiccio del Matese ed attraversate da ovest ad est dal tratturo Pescasseroli-Candela. (vedi figura).

Nella città di Bojano la sosta si protrarrà, e di questo mi scuso con i miei compagni di cammino, ma è utile per meglio conoscere, attraverso le scoperte archeologiche, quanto è accaduto nel suo territorio nel periodo Storico che stiamo rivivendo lungo l’itinerario utilizzato dai giovani migranti tra il XI-IX sec. a. C..

Visiteremo e conosceremo l’antica Storia degli attuali centri di Castrelpetroso, Sant’Angelo in Grotte, Macchiagodena, Frosolone, Spinete e, dopo Bojano, San Polo Matese, Campochiaro, Baranello/Monte Vairano, Monteverde di Vinchiaturo, Guardiaregia e Cercamaggiore, terminando il cammino nel territorio pertinente a Sepino, a confine con il territorio degli Sanniti/Irpini, lì dove il tratturo Pescasseroli-Candela devia verso est per raggiungere la vasta pianura di Candela nel territorio dei Dauni.

Riprendiamo il cammino dal valico di Castelpetroso dove il tratturo Pescasseroli-Candela, ancora percorribile fin oltre il confine del territorio dei Sanniti/Pentri con i Sanniti/Irpini, era controllato e difeso dal sovrastante ed ampio insediamento localizzato alla quota di 900-1.000 mt., tra Castelpetroso e Sant’Angelo in Grotte. (vedi figure).

Ciò che videro i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti prima del valico di Castelpetroso.

L’insediamento sopra Castelpetroso.

Cianfarani (1978) ipotizza, vista la presenza della odierna Basilica minore dell’Addolorata e la sua vicinanza al tratturo, il culto di dèi guaritori, i quali suggeriscono cure e rimedi ai loro fedeli immersi nel sonno all’interno del santuario (quello italico, n. d. r.). […] e il santuario di Castel Petroso che aduggia la severa bellezza del monte Miletto con la goffa mole pseudogotica.

Camminando, notiamo a sinistra, Macchiagodena, centro medievale denominato dai LongobardiMaccla de godino (argomento del nostro prossimo Cammino); nel suo territorio di Vallefredda è possibile visitare un esteso sito sannita/pentro confinante ad ovest con l’insediamento di Sant’Angelo in Grotte  e ad est con la fortificazione di Civitelle di Frosolone.

www.iserniaturismo.it scrive: Nel complesso, il territorio fa parte di quell’area delimitata dal massiccio del Matese e dalla depressione di fondovalle della Piana di Bojanodove correva la grande viabilità, e le alture dell’Alto Molise.

Vallefredda (gola d’ingresso da Macchiagodena)  vista  da nord); sullo sfondo il Massiccio del Matese e monte Miletto (2050 m. s.l.m., a destra). (www.teleaesse.it).

 

Localizzazione di Vallefredda.   Foto di Charles Myne. Vallefredda (particolare).

foto b/n di N. Paone.

Luigi Scaroina Maria Carla Somma (2015) ricordano: gli oggetti rinvenuti in passato nel territorio di Macchiagodena, in particolare un’oinochoe a becco obliquo in bronzo di fine VI-inizi V sec. a.C. e 3 secchie in bronzo datate tra I e II sec. d.C. e una patera, anch’essa in bronzo, di I sec. a.C..

Valle Freddacon la sua posizione geografica gravitante sull’importante asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise, pur avendo carattere di un insediamento secondario rispetto ai principali centri sannitici. E’ stimato essere stato: l’asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise.

Un asse viario descritto da La Regina (2013)  ed utile per proporre un futuro itinerario culturale per il nostro cammino nella Storia e con la Storia: dal territorio dei Sanniti/Marrucini al territorio dei Sanniti/Pentri.    Questa strada, scrive La Regina, che attraversava il santuario (di Pietrabbondante, n. d. r.), faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, Guardiagrele–Comino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci-Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone; oppure, noi possiamo ipotizzare, un itinerario  tra Sant’Angelo in Grotte e Macchiagodena difeso dai loro rispettivi insediamenti. (vedi figura).

La strada proposta da La Regina (tracciato giallo e rosso) dalla valle dell’Aterno alla pianura di Bojano. Tratturo Pescasseroli-Candela (7). Tratturo Castel di Sangro Lucera (6). Via da Bovianum/Bojano a Teano degli Apuli/San Paolo Civitate, sul tracciato dei bracci tratturali MateseCortile (15) e Cortile–Centocelle (8).

Questo collegamento, abbandonato nelle epoche successive, prima della pianura di Bojano era ben difeso anche dalla fortificazione posta ad est, oggi località Civitelle di Frosolone.

ZappittelliScacciavillaniLabbate Sui rilievi meridionali della montagna di Frosolone, a circa 1000 mt a sud-est della fortificazione sannitica di Civitelle (B. Sardella), in località Colle San Martinoc’è la presenza di allineamenti di blocchi di grandi dimensioni, a pianta rettangolare (circa 13,70 m x 10,50 m), relativi probabilmente ad una struttura di difficile interpretazione architettonica anche per un secondo corpo adiacente al lato minore in direzione sud-est.

Il sito di Colle San Martino visto dall’alto.

In particolare, il sito di “Civitelle”, conosciuto anche con il nome di Castellone, comprende una vasta area fortificata che si estende tra le alture di Castellone nord (1205 m) e Castellone sud (1207,40 m) e digrada verso valle nella zona denominata San Martino, seguendo il pendio naturale. Complessivamente la fortificazione racchiude un’area di 150000 mq avente un perimetro di 1900 m. Tra le due cime si trova una piccola valle, in zona Castellone, orograficamente meno esposta agli agenti atmosferici, all’interno della quale molto probabilmente era presente una qualche struttura abitativa.

La Regina, evidenziano ZappittelliScacciavillaniLabbate, pur riconoscendo nella fortificazione un insediamento stabile superiore ad un comune aggregato ruralelo ritiene un insediamento rurale dalla forte vocazione difensiva; non un centro urbano a causa della eccessiva altitudine, il tipo di accessi, la disorganica articolazione degli spazi interni e la mancanza di decoro nella costruzione delle mura. (vedi figure Dell’Orto-La Regina).

Le Fortificazione sannitiche di Frosolone, terza cerchia di mura.

 

Primo piano della terza cerchia di mura.

Oakley, proseguono i tre autori, invece, individua il sito come un insediamento abbastanza complesso e ben congegnato al punto tale da prevedere zone abitate stabilmente, aree adibite al pascolo e zone predisposte esclusivamente per la difesa. Secondo Oakley l’aspetto più importante è che l’area fortificata comprenda tre circuiti murari; quello più a settentrione è totalmente delimitato in zona Castellone nord e sarebbe stata l’acropoli del sito.

Sulla base della classificazione di Lugli, è accettabile inserire il tipo di mura rilevato nell’opera poligonale di prima maniera, con una doppia differenziazione nella tecnica costruttiva. Alcuni tratti di cinta fortificata dovevano avere un doppio parametro, ipotizzabile sulla base delle evidenze archeologiche: a valle andava a costituire il muro di sostruzione e a monte definiva la cortina del recinto, a volte riempita con del pietrame per creare dei terrazzamenti. Questi tratti sono stati ubicati nelle zone dove è maggiore la visibilità del territorio circostante. (vedi figura).

Dopo la visita alle Civitelle di Frosolone ed avere ammirato quanto di buono e di bello realizzarrono i Sanniti/Pentri, padroni del territorio e giudicati rozzi pastori, in compagnia della delusione per non conoscere ancora l’antico toponimo del sito, riprendiamo il nostro cammino verso la città di Bojano.

I motivi di localizzare Bovaianom/Bojano la città madre e capitale sulla sommità della collina e lungo le sue pendici poste a settentrione del Massiccio del Matese, sono stati ampiamente illustrati nella precedente IV puntata nel nostro cammino: i 7.000 giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti si denominarono Pentri per avere scelto di cotruire i propri insediamenti sulle sommità delle colline e delle cime delle montagne; pertanto, a differenza degli altri gruppi di migranti, per la loro identificazione nei nuovi territori non adottarono il nome della specie dell’animale scelto per guida, ma preferirono attribuirlo, ECCEZIONALMENTE, alla città madre, alla capitaleBovaianom. (vedi figura).

Vi illustro una ipotesi molto suggestiva per scoprire l’etimologia del nome della città di BO JANO, la pentra  BOVA IANOM, la romana BOV IANUM o BOB IANO, la medievale BOV IANO.

Il nome è composto da 2 sostantivi con una diversa etimologiaBOVA – IANOM; BOV – IANUM o BOB – IANO;    BOV – IANO ed infine il moderno BO –JANO. 

BOVABOV o BOB e l’odierno BO derivano da BUE, un BOS taurus primigenius, l’animale guida o la sua raffigurazione totemica su di uno stendardo seguito dai 7. 000 giovani migranti.

IANOM, IANUM – IANOIANO JANO della 2 parte del toponimo potrebbe  derivare dal dio italico IANUSJANUS GIANO, divinità che per gli antichi popoli, come scrive Ramorino (2004), era il Dio d’ogni principio, ed ogni inizio dell’umana attività era sacro a Giano. Il principiar bene era per gli antichi un buon augurio per procedere bene nell’impresa. Quindi nulla si incominciava senza chiedere la protezione di Giano e anche qualsiasi cerimonia religiosain onore di qualsiasi divinitàdoveva essere precedutada una preghiera a Giano.                                                                                                                              Se così fosse, IANUS, JANUS o GIANO fu invocato insieme con il dio ARES dai SABINI (nel loro territorio esiste un monte Giano) in occasione del ver sacrum per un buon augurio per procedere bene nell’impresa di dare origine a nuovi insediamenti, a nuove città, a nuovi popoli e nuove civiltà.                                  IANUSJANUS o GIANO veniva raffigurato bifronte, ovvero guardava al passato ed al futuro:  i Safini/Sabini/Sabelli /Sanniti con il ver sacrum avevano lasciato alle spalle il loro passato e si erano incamminati verso il loro futuro.

IANUSJANUSGIANO era venerato custode e protettore dei limita, dei confini stimati sacri ed inviolabili, così scrive Sogari (2009)dato che ogni qual volta si parla di definire un confine ed un termine da vigilare si parla di Giano e anche questo non è ignoto alla toponomastica che ci indica, in alcune regioni, le attività che lo avrebbero visto come Nume Tutelare. Giano è a guardia dei confini, non dobbiamo aver tema di errori a definirlo in tal modo, quindi da Dio prettamente simbolico e occultato diventa una figura manifestamente attiva e partecipe della vita degli antichi Gentili Italici che ne avevano diffuso il culto in molte aree agricole ma anche a delimitazione di aree selvagge a mo’ di divisione tra il mondo selvatico ed il mondo degli uomini e delle relative attività umane.

Come illustrato nella IV puntata del nostro cammino nella Storia e con la Storia, i confini del territorio dei Sanniti/Pentri erano stati scelti e fissati dalla sommità di monte Crocella, già il colle chiamato Sacro ricordato da Dionisio (I sec. a. C.) o il collem cui nome erat Samnio, ricordato da Festo (II sec. d. C.), occupato dai hominum septe milia duce Comio Castronio.                                                                                                   

Della città di Bojano abbiamo conosciuto nella IV puntata i motivi per cui giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti denominatisi Pentri, avevano preferito fondare sulla sommità della collina, oggi denominata Civita Superiore di Bojano, Bovaianom la loro città madre e capitale.

Il territorio di Bojano agli occhi dei giovani migranti presentava delle altre caratteristiche non meno importanti ed idonee per fondare un insediamento stabile, sicuro e difendibile.

Un esempio, già visto nella IV puntata, è l’insediamento della sannita/pentra Aufidena, non dissimile da quello ancora esistente di Lucus Angitiae e dell’insediamento di Bovaianom: la costruzione di una fortificazione una sulla sommità di una collina o di una montagna ed il suo sviluppo lungo il pendio, con una serie di terrazzamenti sostenuti da pietre in rozza opera poligonale, raggiungeva la pianura. (vedi figura).

Mattiocco (1989), nella IV puntata, descrive la civitas Aufidena/Castel di Sangropotrebbe affacciarsi anche l’ipotesi, comunque neppure in questo caso suffragata da alcuna prova obiettiva, di un prolungamento verso il basso del perimetro murario destinato, a somiglianza di quanto è documentato altrove (Bovianum, Lucus Angitiae), a racchiudere l’abitato vicano sottostante che, in epoca romana, assumendo decise connotazioni di tipo urbano, ebbe sicuramente un suo proprio apparato difensivo.

Da una attenta osservazione si nota la somiglianza e quindi i criteri di scelta dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, per costruire i loro insediamenti  dove il territorio offriva la possibilità di sfruttare la sommità di un rilievo, le sue pendici e parte della pianura sottostante: Lucus Angiutiae/Luco dei Marsi; Aufidena/Castel di Sangro e Bovaianom/Bojano. (vedi figure).

L’altra prerogativa, comune ad altri importanti insediementi era la presenza di una palude o di un lago; nel territorio di Bojano, come già illustrato ampiamente nella IV puntata, all’epoca dell’arrico dei giovani migranti esisteva una palude o un lago. (vedi figura).

La localizzazione della città di Bojano, ma anche di altri insediamenti sanniti, favorendo la difesa,  il controllo del territorio e le comunicazioni, non mutò nel corso della Storia; pertanto, nelle epoche successive alla sannita e romana, ci furono radicali interventi di ristrutturazione da parte nei nuovi conquistatori: Longobardi, Franchi, Normanni, Angioini etc., idonei alle loro tradizioni ed esigenze.

Queste radicali trasformazioni, ad esempio, non accadde per la città di Sepino in quanto la sua localizzazione mutò nel corso della Storia; infatti ancora oggi esistono ben distinti l’insediamento sannita di Saipins/Terravecchia; l’insediamento romano di Saepinum/Altilia e l’insediamento medievale nella Sepino moderna.

Sepino. I suoi 3 insediamenti        Bojano. I suoi 3 insediamenti nella nella Storia.                                     nella Storia.

Coloro che mi stanno seguendo in questo cammino nella Storia e con la Storia, giungendo nella città di Bojano, dopo quanto illustrato ed ammirato nella IV puntata, rimarranno DELUSI.                                                            Infatti, oltre a non poter godere la vista delle opere di edilizia: strade, abitazioni, templi, teatri ed anfiteatri, terme etc., realizzate nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri nel corso della sua lunga Storia, in Bojano non esiste un Museo Archeologico.

NELLA COLPEVOLE MANCANZA DI UN MUSEO ARCHEOLOGICO NELLA CITTA’ MADRE E CAPITALE DEI SANNITI/PENTRI, DOBBIAMO ACCONTENTARCI DI AMMIRARE LE FOTOGRAFIE DEI REPERTI SCOPERTI NEL SUO TERRITORIO.

Documentano la presenza dei Sanniti/Pentri già nel IX secolo a. C.; i loro rapporti commerciali e culturali con le popolazioni confinanti della loro stessa origine o di origine diversa: i Greci della Daunia; i Greci e gli Etruschi delle colonie nel territorio campano e con le popolazioni greche dell’oltremare Adriatico.

Da essi appresero la scrittura soprattutto dell’alfabeto greco calcidese utilizzato dai coloni greci presenti nel territorio campano e, non avendo una zecca propria, utilizzarono le loro monete visto che fino ad allora, per le transazioni commerciali, avevano utilizzato il baratto.

Fece eccezione, con una propria zecca, come illustrato nella IV puntata, la città di Isernia.

Sappiamo che gli Italici coniarono le proprie monete solo in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), probabilmente utilizzando una zecca mobile, dapprima a Corfinio, come già visto, in Bojano e per ultima, come illustrato, in Isernia.

Vale le pena documentare (non esiste un suo esemblare nella città di Bojano) una delle monete coniate allorquando fu la 2^ sede della capitale della Lega Italica.

La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,17; mm 19; h 2); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato. (da https://auctions.bertolami).

Il grado di civiltà e benessere conseguito dai Sanniti/Pentri è testimoniato da ciò che è stato anche scoperto nel territorio pertinente a Bovaianom, loro città madre e capitale.

Il mio grande rammarico, dopo tanto cammino in vostra compagnia, è non potervi guidare in un museo dei Sanniti/PentriQUI’ proprio in Bojano, nella loro città madre e capitale; forse l’UNICA tra le capitali dei popoli italici a NON AVERE UN MUSEO ARCHEOLOGICO PENTRO.

E’ UNA VERGOGNA: visitando la città di Bojano ed il suo territorio, origine del popolo dei Pentri ed embrione di una parte del territorio della attuale regione Molise quando divenne contea normanna di Boiano per merito del conte Ugo (I) de Moulins/Molinis/Molisio e contea di Molise durante la titolarità del figlio, il conte Ugo (II) nell’anno 1142, NON ABBIAMO LA POSSIBILITA’ DI VEDERE ED AMMIRARE QUANTO DI BELLO SEPPERO REALIZZARE O ACQUISTARE DAGLI ALTRI POPOLI.

DOPO I SANNITI, VI DIMORARONO: I ROMANI, I LONGOBARDI, I NORMANNI, GLI SVEVI E GLI ANGIOINI.

Soprattuto negli ultimi anni, TANTE SONO LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE SCOPERTE NEL TERRITORIO PERTINENTE ALLA PENTRA BOVAIANOM, ALLA ROMANA BOVIANUM, ALLA MEDIOEVALE BOVIANO/BOBIANO/BOIANO/BOJANO.

DOVE SONO ?

ALCUNE SI POSSONO AMMIRARE NEL MUSEO SANNITICO DI CAMPOBASSO; LA MAGGIOR PARTE SONO BEN CONSERVATE, CHISSA’ FORSE IN QUALCHE MAGAZZINO DELLA SOPRINTENDENZA.

E’ UNA VERGOGNA.

INASCOLTATO IL SUGGERIMENTO E L’AUSPICIO DI DE BENEDITTIS (2005): Ricerche sul Sannio per il periodo compreso tra l’Età del Ferro e le Guerre Sannitiche; per ora quello che possiamo proporre è un piccolo tassello che può contribuire alla ricostruzione di un periodo della storia della piana ancora oscuro e alla valorizzazione di una struttura museale di cui la città di Bojano ha diritto.

SOTTOLINEO ed EVIDENZIO: HA DIRITTO.

A NULLA E’ VALSA LA PETIZIONE SOTTOSCRITTA DA CIRCA 1.000 BOJANESI PER LA ISTITUZIONE DI UN MUSEO ARCHEOLOGICO, tranne UNA SUA OCCASIONALE APERTURA, TANT’E’ CHE ALCUNI SITI INTERNET ANCORA INVITANO A VISITARLO.

Probabilmente, la città di BOJANO è l’UNICA città madre, l’UNICA capitale DI UN ANTICO POPOLO A NON AVERE UN MUSEO PER DOCUMENTARE IL SUO GLORIOSO PASSATO.

Qui, scrive ancora De Benedittisnegli strati superficiali della zona denominata Camponi, posta tra i comuni di Guardiaregia e Spinete, si erano collocate aree funerarie risalenti cronologicamente al periodo compreso tra il IX ed il IV sec. a.C..

Nel camminare nella Storia e con la Storia della città di Bojano, OGGI POSSIAMO ammirare UNICAMENTE le fotografie dei numerosi ed interessanti reperti archeologici.

Pertanto, lasciato Frosolone, il cammino ci porta a Spinete, distante da Bojano meno di 6 km., nel cui territorio furono scoperti numerosi tegoloni di argilla utilizzati per la copertura degli edifici religiosi e civili. (vedi figure).

Alcuni tegoloni hanno impresso il nome del meddíss túvtiks, ossia il magistrato supremo dei Sanniti/Pentri residenti in Bovaianom/Bojano, la loro città madre e capitale, dove aveva sede anche il senato pentro.

La tradizione di lavorare l’argilla per i tegoloni ed altri manufatti, è stata mantenuta in vita fino al secolo scorso con l’esistenza di più di una fornace (se ricordano 13) nelle vicinanze del percorso del tratturo PescasseroliCandela; ed ancora oggi è possibile ammirare quanto resta di alcune. (vedi figura).         

Le fornaci era sì nei pressi delle cave di argille, ma queste si localizzavano in 2 vaste aree soggette ad un particolare clima molto diverso dal restante territorio della città pedemontana esposta prevalentemente a nord e privata dei raggi solari dall’autunno ad oltre l’inizio della stagione primaverile. Tale situazione permetteva nelle 2 aree la coltivazione dell’uva, dell’ulivo e di quant’altro necessitava di una temperatura mite.                                  Ergo, i Sanniti/Pentri residenti nella città madre e capitale, producevano, diversamente dai loro poco intelligenti discendenti (sic) anche vino ed olio. (vedi figura).

Non solo tegoloni in argilla, ma anche oggetti votivi, probabilmente anche la testa femminile fittile rinvenuta in Spinete. [vedi figura Luigi Scaroina e Maria Carla Somma (2015)].

Dei reperti archeologici ammiriamo UNICAMENTE le immagini di alcuni pertinenti ai secc. X-VIII a. C. ed un Mercurio del IV sec. a. C., trovati per primi nel territorio di Bojano nell’800 ed esposti nel Museo Sannitico di Campobasso.

Si hanno notizie della esistenza di reperti pertinenti ad una necropoli pentra scoperta in occasione degli scavi di fondazione di fabbricati nella odierna borgata Maiella ad ovest della città di Bojano e della chiesa di santa Maria dei Rivoli costruita su un tempio romano, non lontano dal percorso del tratturo Pescasseroli-Candela e, probabilmente, fuori le mura della Bovianum romana (vedi figura) se le sue mura di cinta dovessero corrispondere a quelle preesistenti e pertinenti alla pentra Bovaianom dove si localizzava ad ovest, nel medioevo, Porta sant’Erasmo.

Sia la necropoli sannita/pentra, sia una necropoli altomedievale, pertinente ad un contingente di origine protobulgaro o avara, si localizzano ad est di Bovaianom/Bovianum/Boviano, ma sempre in prossimità del tratturo Pescasseroli-Candela. (conosceremo la necropoli altomedievale in un prossimo cammino da Spoleto a Benevento sulle orme dei Longobardi).

reperti recuperati da Del Pinto sono circa 250 ed avrebbero potuto arricchire più di una sala museale se nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri si fosse manifestata la VOLONTA’ di istituire un Museo dei Sanniti/Pentri.

Da istituire non in una città < senza Storia  >, ma in una città che più o meno in ogni epoca e fin dalla sua origine (XI-IX a. C.) ha sempre controllato ed amministrato un territorio che dall’anno 1142 sarà chiamato Molise.

Ricordiamo il giudizio Moscati (1999) sui primi oggetti scoperti: […], l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano. […]. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sanniticaSuccessivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzopunte di lancia e di giavellottoceramiche varie.

Furono esaminati i componenti sia dei corredi maschili: residui di cinturoni ed alcuni gancicuspidi di lancia; sia dei corredi femminili: anellibraccialiarmillefibule.  (vedi figura).

Le scoperte di Del Pinto continuarono, arricchendosi di altre preziose testimonianze.

Le avremmo potuto ammirare nelle sale del Museo dei Sanniti/Pentri di Bojano e conoscere quanto di bello avevano realizzato o acquistato da altri popoli quei rozzi pastori-guerrieri.

NON ESISTENDO UN MUSEO, siamo costretti ad apprezzare i numerosi reperti grazie alle immagini descritte e pubblicate da De Benedittis (2005).

In una delle sale di un immaginario Museo Archeologico Pentro della città di Bojano, possiamo AMMIRARE, tra i TANTI, i 2 REPERTI PIU’ ANTICHI, databili tra la fine del IX e la prima metà dell’VIII sec. (vedi figure).

Dovendo continuare il cammino nelle Storia e con la Storia per conoscere le altre testimonianze archeologiche ancora presenti nel territorio dei Sanniti/Pentri, dedichiamo la nostra visita alle sale dell’immaginario Museo Archeologico Pentro di Bojano dove sono esposti gli oggetti più antichi, ossia pertinenti all’Età del Ferro e, via via, alle epoche successive.

 

Prima di tornare alla realtà dopo avere immaginato la nostra visita al Museo Archeologico Pentro della città di Bojano, vediamo ciò che resta di un fregio dorico  pertinente ad un monumento funerario del I sec. a. C..

Quello che di bello e particolarmente interessante da ammirare è un “unicum”, stiamo essere del IV sec. a. C.: una spada di bronzo raffigurante Ercole barbuto; secondo La Regina, utilizzata più per cerimonie che per un combattimento.

Dopo avere ammirato quanto di interessante e di bello un Museo Archeologico Pentro nella città di Bojano, potrebbe offrire al turista e allo studioso per documentare la Storia millenaria del territorio pertinente al popolo dei Sanniti/Pentri, la ultima attenzione la dedichiamo alla conoscenza ed al giudizio espresso dallo storico greco Appiano (II sec. d. C.) per la romana civitas Bovianum in occasione dell’assedio e della conseguente conquista e radicale sua distruzione durante la Guerra Sociale, ultimo e definitivo scontro tra i due popoli sempre rivali: i Sanniti ed i Romani.

AppianoSilla mutando luogo mosse l’armi contro Buoani (Bojano, n. d. r.), la qual gente era stata un comune ricettacolo delle città ribellate. Era la città molto bella, e guardata da tre fortezze. Onde Silla mondò alcuni soldati innanzi: e comandò che si studiasse di insignorirsi (occupasse, n. d. r.) d’una delle tre rocchee poi si facesse il cenno del fuoco. Vegendo Silla il fumo assaltò i nemici, e combattendo per lo spazio di tre ore continueprese la città. E queste cose furono fatte da Silla in quella state (in quella estate, n. d. r.) con una somma felicità.

Dopo quanto documentato ed illustrato della Storia di Bojano grazie alle immagini dei reperti archeologici esposti nel Museo Archeologico Sannita VIRTUALE, riprendiamo il nostro cammino e, utilizzando i vecchi sentieri, dal tratturo Pescasseroli-Candela, possiamo raggiungono la sommità della collina di Civita Superiore di Bojano, già Bovaianom, ed osservare le tracce degli antichi terrazzamenti in rozza opera poliginale ed alcuni brevi percorsi con la presenza di quanto resta degli antichissimi gradini in pietra per agevolare il cammino a cavallo o a piedi e quanto resta dei gradini di 2 antichi viottoli: dalla pianura salgono alla sommità di Civita Superiore di Bojano. (veidi figura).

                                           

La sommità di monte Crocella è raggiungibile sia a piedi,  partendo dal centro di Bojano, sia con l’utilizzo dell’auto fino a Civita Superiore di Bojano (parcheggio B percorso a piedi più lungo o il percorso  A  più breve) con lo scopo di ammirare, dalla fortificazione sannita con le sue mura di terrazzamento in rozza opera poligonale, l’ampio panorama sul territorio del Molise  da ovest verso est (vedi figure)  (vedi IV puntata).

I percorsi.

 Il panorama dalla sommità di monte Crocella sull’ampia pianura di Bojano e su una parte del territorio del Molise dei Sanniti/Pentri, da ovest verso est.

Dopo la permanenza nella città di Bojano per meglio conoscere la sua antichissima Storia, riprendiamo il cammino nella Storia e con la Storia sempre lungo il percorso del tratturo Pescasseroli-Candela che per un lungo tratto, soprattutto nella pianura tra San Polo Matese e fino al corso del torrete Quirino, ha conservato eccezionalmente la sua larghezza originale di circa 110 mt.. (vedi figure).

Il tratturo Pescasseroli-Candela tra San Polo Matese e Campochiaro controllato da monte Crocella e Civita Superiore di Bojano. In lontananza il valico di Castelpetroso.

Faremo di volta in volta delle deviazioni per visitare le località di maggiore interesse storico: San Polo Matese, Campochiaro, Guardiaregia, Monte Vairano, Cercemaggiore e Sepino, arrivo e conclusione del nostro cammino nella Storia e con la Storia.

Oreste Gentile.

(continua).

V PUNTATA. LA META E’ SEMPRE PIU’ VICINA. C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.).

dicembre 7, 2020

NOTA: I tracciati dei tratturi ed alcune mappe nelle figure allegate potrebbe non corrispondere con esattezza alla realtà a causa della scarsa documentazione esistete sugli antichi percorso e sui confini dei territori. Mi scuso per l’imprecisione.

Dopo la descrizione dell’arrivo dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri, nella loro definitiva sede indicata dall’oracolo a settentrione del Massiccio del Matese e dopo avere scelto la sede di Bovaianom/Bojano, città madre e capitale; dopo avere scelto e fissati i confini del loro territorio in accordo con i consanguinei Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini, si divisero in più gruppi per occupare il territorio loro assegnato a settentrione del Massiccio del Matese ed esteso fino alle colline (distanti circa 25 km. dalla costa adriatica).

Continuando il nostro soggiorno nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, ritorniamo nei pressi della virtuale “porta di accesso” posta tra il territorio dei Sanniti/Peligni ed il loro consanguinei Sanniti/Pentri, ben controllata e difesa dalle fortificazioni costruite sulla sommità delle montagne di Roccacinquemiglia, di Castel di Sangro e di Alfedena. (vedi figura).

 Di Stefano (2001): Le tre cime di Castel di Sangro, Alfedena e Roccacinquemiglia sono tutte a vista fra di loro, unite oltre che mediante la viabilità principale anche attraverso una serie di percorsi secondari. Le tre fortificazioni sono, come già detto, disposte su rilievi minori, tutti intorno ai mille metri di altitudine, ma in posizione di grande importanza strategica. […].

E’ stata verificata la possibilità di comunicazione con cinte appartenenti a sistemi difensivi di altre zone, tanto da poter parlare di un omogeneo sistema strategico “regionale”.

Infatti, dalle cime più orientali come Castel di Sangro o Roccacinquemigliaè perfettamente visibile Monte S. Nicola, presso il comune di Capracotta, sede di un’altra grande cinta fortificata, e dalle Morge è possibile trasmettere agevolmente segnali con la cinta di monte Cavallerizzo presso Vastogirardi. Le due cinte di Capracotta e Vastogirardi sono situate su rilievi molisani che costituiscono la spalla meridionale della valle del Sangro.

Distano circa quindici chilometri da Castel di Sangro e rivestono un’importanza strategica particolare in quanto sorvegliano gli accessi che da nord conducono verso il fiume Trigno e il comprensorio di Pietrabbondante. (vedi figura).

 L’importanza strategica della zona è, inoltre, testimoniata dalla presenza di tre importanti tratturi nel territorio di Castel di Sangro: il Lucera-Castel di Sangro, il Pescasseroli-Candela ed il Celano-Foggia. […]. La zona di Castel di Sangro costituisce punto di convergenza di una serie di tracciati di importanza primaria, che non potevano essere lasciati senza sorveglianza. […]. E in effetti la funzione primaria che le tre fortificazioni svolgevano era la sorveglianza integrata dei tracciati e dei valichi d’accesso a nord ovest del territorio occupato dai Sanniti/Pentri.

Per Roccacinquemiglia, Di Stefano, scrive: Le fortificazioni di Castel di Sangro e Roccacinquemiglia, invece, occupano i rilievi presso le pendici meridionali dell’Arazeccala loro presenza consente il controllo capillare dell’alta valle del Sangro e del valico del tratturo Celano-Foggia presso Castel di Sangro. (vedi figura).

La cinta fortificata di Roccacinquemiglia, situata circa 5 chilometri da Castel di Sangro. […]. La fortificazione corre sulla mezzacosta di tre rilievi dalla quota omogenea, intorno ai 1150 m. con il circuito medio di 1500 mLa presenza allinterno delle mura, di uno spazio pianeggiante da un lato aumentava considerevolmente l’area intramuranea fruibile, quantificabile in circa 108.500 metri quadrati. […]. Lo spazio pianeggiante interno fa ipotizzare che la cinta ospitasse al suo interno strutture abitative stabili, necessitanti di spazi meno ristretti, rispetto a quelli offerti dai pendii. (vedi figura).

Abbandonata Roccacinquemiglia, ci incamminiamo lungo la S.P. 119 verso Castel di Sangro, mentre il nostro sguardo viene attratto dalla rocca che domina la città e la pianura circostante.

La città di Castel di Sangro: a sua pianura e la sua rocca (a sn.) (da latransiberianaditalia.com).

L’antico insediamento sannita/pentro si identificava con il nome Aufidena, occupata dai Romani nell’anno 298 a. C., dopo 7 anni dalla conquista della capitale Bovaianom/Bojano.

In merito al toponimo dell’odierno centro, anch’esso denominato Alfedena, La Regina (1984), scrive: Il nome antico di Aufidena si è tuttavia tramandato non a Castel di Sangro, ma all’odierna Alfedena, ove esistono cospicui resti di un insediamento sannitico, poco esplorati, ed una vasta area di necropoli, meglio conosciuta. Una tale situazione dette origine in passato a dubbi ed incertezze sulla reale identificazione del sito dell’antica Aufidena. Se infatti il municipio romano di Aufidena è da riconoscere in Castel di Sangro, come si è detto, è evidente che in epoca successiva, e probabilmente nell’ambito dell’organizzazione territoriale ecclesiastica, con il nome di Aufidena si venne a designare l’abitato che tuttora lo mantiene e che lo aveva già assunto nel X secolo.  […]. E comunque evidente che in epoca altomedievale si ebbe questo passaggio di denominazione da un sito all’altro, non diversamente da quanto avvenne per Capua antica (oggi Santa Maria Capua Vetere) e moderna (anticamente Casilinum).

Chiarita la Storia e l’identificazione di Castel di Sangro con (l’unica) Aufidena, prepariamoci ad ammirare le testimonianze del suo passato.

I Sanniti/Pentri dopo avere partecipato al rito sacro della fondazione di Bovaianom/Bojano ed alla scelta dei capisaldi di confine con gli altri popoli consanguinei e loro confinanti, tornarono a percorre il tratturo Pescasseroli- Candela per insediarsi nella pianura attraversata dal fiume Sangro e, come era accaduto per Bovaiannom/Bojano ed accadrà per gli altri insediamenti, costruirono la fortezza di Aufidena sulla sommità della collina per controllare, difendere il territorio circostante e comunicare rapidamente con gli altri centri.

Lasciando il centro cittadino, visitiamo l’insediamento sannitico/pentro.

Di StefanoLa cinta di Castel di Sangro è edificata su di un rilievo calcareo dalla conformazione molto particolare: il colle è caratterizzato da una cima allungata (quota 1004 m), lunga poco più di un centinaio di metri, la quale sul versante settentrionale si allarga fino a raggiungere gli 80 m. […].

Alle pendici meridionali di questo colle si trova il centro abitato di Castel di Sangro. […]. La fortificazione si presenta come la congiunzione fra una cinta apicale ed una di pendio. La cinta “superiore” muniva la parte sommitale del rilievo di quota (1004 m), limitandosi a seguirne la conformazione. […]. La lunghezza complessiva della cinta superiore è stimabile intorno ai 700 m, e la sua forma irregolare era dovuta alla conformazione irregolare del colle. […]. La lunghezza complessiva della cinta di pendio era di circa 550 m, per una lunghezza totale delle due cinte di circa 1250 m ed una superficie interna quantificabile intorno ai 61.750 metri quadrati. (vedi figura).

Scavi archeologici recenti, scrive http://www.archeoclublaquila.it, hanno dato alla luce resti di abitazioni e di balneum, una piccola culina (cucina), statue e fistulae di piombo e una iscrizione in lingua osca

 

Mattiocco (1989) descrive l’assetto urbano della civitas Aufidena/Castel di Sangro: potrebbe affacciarsi anche l’ipotesi, comunque neppure in questo caso suffragata da alcuna prova obiettiva, di un prolungamento verso il basso del perimetro murario destinato, a somiglianza di quanto è documentato altrove (Bovianum, Lucus Angitiae), a racchiudere l’abitato vicano sottostante che, in epoca romana, assumendo decise connotazioni di tipo urbano, ebbe sicuramente un suo proprio apparato difensivo. (sarà illustrato nella puntata conclusiva).

L’insediamento fortificato dei Sanniti/Pentri di Aufidena/Castel di Sangro.

Interessante è la visita alla sezione dedicata alla collezione archeologica esposta nel Museo civico Aufidenate, ubicato presso l’ex convento della Maddalena, per conoscere le poche testimonianze di quanto seppero realizzare quei “rozzi pastoriSanniti/Pentri stanziati nel territorio dell’AltoSangro.

Possiamo ammirare, oltre al complesso religioso, due bronzetti votivi di Ercole in assalto, secc. IV a. C.: teneva nella mano destra la clava e nella sinistra la leontè (la pelle del leone nemeo, trofeo della sua prima fatica), oggi smarrito; una lamina di bronzo raffigurante un toro (sannitico).

Il MuseoCivicoAufidenate. (foto Abruzzoturismo.it),

Ed una serie di steli di epoche diverse, di cui 2 con dedica a lettere dell’alfabeto osco appreso dai Safini/Sabini/Safini/Sanniti intorno al VIV sec. a. C. in occasione della loro presenza nel territorio campano abitato dagli Opici, Ausoni e da coloni etruschi e greci, dalla cui fusione si originarono gli Oschi o Osci.

                                             
Lasciamo la città di Castel di Sangro e procediamo lungo la S.S. 17, ma prima di incamminarci sul tratturo Pescasseroli-Candela dal ponte della Zittola, deviamo sulla strada a destra verso il centro di Alfedena di cui, visto quanto illustrato per Aufidena = Castel di Sangro, ancora ignoriamo l’antichissimo nome. (vedi figura).

Procediamo sempre nel territorio sannita pentro, dove recenti scoperte archeologiche (www.teleaesse.it) testimoniano la frequentazione del sito di Campo Dragone di Scontrone, già dalla prima età del ferro (IX secolo a. C.) all’età romana (dal II- I a. C. all’età imperiale). (vedi figura).

Un piccolo tassello in più per testimoniare la presenza dei Sanniti/Pentri e dei loro consanguinei, discendenti dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, nei loro territori tra i secoli XI-IX a. C..

Arrivando in Alfedena e visitando il suo antichissimo insediamento fortificato, abbiamo la conferma della sua costruzione e del suo utilizzo per difendersi, per controllare e per comunicare, fin dai secc. XI-IX a. C. e non tra i secc. V o IV a. C., impegnati come erano, soprattutto i Carecini, i Pentri, gli Irpini e i Caudini ad invadere e conquistare alcune città del territorio campano.

Di StefanoLa fortificazione di Alfedena-il Curino è posta presso le pendici occidentali della cresta del monte Arazecca, presso il valico del tratturo Pescasseroli-Candela e la strettoia del fiume Sangro presso Barrea. […]. Sul valico della Forca, presso Alfedena, incombono non solo la già citata cinta del Curino ma anche la contigua cinta di Civitalta, da cui si ha il controllo completo dell’area. […]. La più nota è sicuramente quella sul monte Civitalta (quota 1190 m); le scarse evidenze rendono difficoltosa, a tutt’oggi, una precisa identificazione tipologica della cinta[…].

Il Curino, generalmente identificato con l’Aufidena sannitica, è una fortificazione definibile come “cinta pluriapicale con vallecola interna”. Il circuito delle muralungo circa 1750 mcinge una serie di cime disposte parallelamente con orientamento nord-sud.  (vedi figura).

                     

Civitalta di Alfedena e la valle del Curino di Alfedena vista da Civitalta (Mattiocco).

Per riposare dopo dell’impegnativa escursione per conoscere l’antichissima residenza dei Sanniti/Pentri nel territorio della moderna Alfedena, completiamo la visita nella zona archeologica (vedi figura) e, soprattutto, al Museo Sannitico Comunale “A. De Ninno”, per conoscere quanto di bello ed interessante realizzarono e abitualmente utilizzavano quei “rozzi pastori”.

Dell’Orto-La Regina (1978), ricordano che le più antiche tombe, prive di rivestimento, furono datate da Mariani (relazione 1901) al VII a. C.; mentre furono datate tra il VI e V quelle con rivestimenti a lastroni.

La loro cultura per il bello è testimoniata dalle serie di manufatti documentati e descritti accuratamente da Dello Orto-La Regina

Lasciato il Museo di Alfedena, torniamo sui nostri passi: dal ponte della Zittola seguiamo per un tratto il tratturo Castel di Sangro-Lucera per la località Castello di Montanto, sita a nord e sul tratturo Castel di Sangro-Lucera; volendo, è possibile fare una escursione nel suo centro fortificato sulla sommità di monte Castello, costruito alla quota di 1.199 mt..  

Scrive Mattiocco: il muro corre per circa 400 metri tutt’intorno alla sommità dell’altura seguendone la morfologia piuttosto irregolare, rasentando la cresta lungo il versante di NW, per poi piegare verso settentrione, flettere a gomito per discendere con una curva ad ampio raggio lungo il pendio orientale e risalire in quota verso occidente fino a chiudere un’area di circa 8.500 mq.. (vedi figure).

     

 

epigrafe osca rinvenuta a Montalto agli inizi del 1800. https://it.wikipedia.org/

Dopodichè, percorriamo la strada che ci porta in Fòrli del Sannio per apprezzare un altro insediamento sannita/pentro intelligentemente localizzato dai giovani migranti Sanniti, denominati Pentri.

Prima, vale la pena chiarire quale è la vocale tonica del toponimo Forli: Fòrli o Forlì ?

Il toponimo, Fòrli è esatto; deriva dal nome antico medievale di Fòrulum/Fòruli, al pari del nome del fiume Forulo/Forulus, che scorre nei pressi, ricordato nel Chronicon Vulturnense (XII sec.) e come riporta E. Danti (sec. XVI) nelle carte geografiche conservate nella Galleria delle Carte geografiche in Vaticano: Fuorli. (vedi figura).

Ergo, nulla a che vedere con il toponimo Forlì, capoluogo di provincia dell’Emilia e Romagna, ricordato con esattezza dalla Storia per l’origine da fòrum Lìvii, dove la prima ì divenne vocale tonica: For(um)(vii).

Secondo la descrizione di De Benedittis e di Cecilia Ricci (2007): La fortificazione di Castel Canonico si pone nell’alta valle del fiume Volturno tra due antiche città romane: Aufidena al nord ed Aesernia al sud. […]. Il territorio di Forli è costeggiato da due tratturi: il Pescasseroli-Candela ad ovest ed il tratturo Lucera-Castel di Sangro ad est. Sono questi due percorsi, quelli tratturali e quello della valle della Vandrealla, a rappresentare nel tempo gli elementi di congiunzione tra Aufidena a nord ed Aesernia a sud.

Le mura di Castel Canonico delimitano un’area approssimativamente romboidale di circa 21.000 mq; il perimetro è di poco più di 600 m (612 m). Le dimensioni dei perimetri delle fortificazioni sannitiche variano: alcuni superano i 5 km, altri non raggiungono i 400 m per cui quella di Forli si colloca tra quelle piccole.

Le mura in alcuni tratti non hanno continuità in quanto utilizzano, quando c’è, la presenza della roccia affiorante, soprattutto sui lati scoscesi; è in particolare utilizzato questo sistema sui lati sud ed est, dove il pendio è molto ripido e quindi difeso già dalla conformazione naturale.

Riprendiamo il tratturo Pescasseroli-Candela, lungo un  percorso molto accidentato e, seguendo la S.S. 17, prima di arrivare nella città di Isernia, possiamo visitare i centri di Miranda e di Castelromano.

Miranda si caratterizza per la localizzazione del suo antico borgo: fu posto per controllare la via tra il territorio isernino, attraversato dal tratturo PescasseroliCandela, ed il territorio pertinente ai centri di Carovilli e di Pescolanciano posti sul percorso del tratturo Castel di Sangro-Lucera, difeso e controllato dai rispettivi centri fortificati sanniti/pentri.

Nulla si conosce di Miranda nell’epoca in cui si insediarono i Sanniti/Pentri, ma per quanto illustrato, occupava una posizione strategica.

Del suo antico passato abbiamo unicamente un rilievo funerario dei Paccii, scrivono Dell’OrtoLa Regina: al centro il padre e la madre del personaggio che, verso la metà del I sec. a. C., fece costruire il sepolcro; questi è rappresentato a sinistra; a destra la sorella: C. Paccius L. V <o>ltinia Capito ex < testamento> sibi et suis fieri i [ussit]; / L. Paccio patri, Neratia matri, Pacciae sorori.

La scultura era pertinente ad un monumento funerario e fu rinvenuta nel vallone S. Lucia distante 2 km. dal paese.

I personaggi (da sn.): il piccolo figlio C. Paggio Capitone; il padre L. Piaccio; la madre Neratia e la figlia Paccia. (www.romanoimpero.com).

Lasciando Miranda, raggiungiamo a destra, lì di fronte, a sud, Castelromano, odierna frazione di Isernia; nelle cui vicinanze, ad ovest, alla quota di circa 800-900 mt., fu costruita una fortificazione sannitica di cui ancora si ignora il toponimo.

Occupa un’area pianeggiante di circa 300 ettari, scrive www.molisealberi.com/isernia; mentre https://it.wikipedia.org/wiki/Tuttora si conservano resti di tre imponenti cinte murarie poste a difesa di un insediamento fortificato (oppida) ed un ingresso largo circa 4 metri dov’è ancora visibile la pavimentazione stradale, risalente ai secoli III secolo a.C. e IV a.C., (?) abitato dai Sanniti della tribù Pentra […]. L’abitato, che occupava l’area pianeggiante alle pendici del monte, era difeso da mura in opera poligonale, ben individuabili sul lato est, mentre il lato occidentale era protetto da uno strapiombo naturale. Di questa prima struttura si individua, in prossimità della porta, un raddoppiamento delle mura su livelli diversi. A sud dell’abitato, in località Croce, una seconda cinta muraria proteggeva il sepolcreto con decine di tombe, attualmente indagate solo in parte. Una terza fortificazione alla sommità del monte delimitava un’area ricca di materiale archeologico affiorante. Le mura sono realizzate con grossi massi sbozzati e più o meno squadrati, sovrapposti con una certa regolarità, con scaglie irregolari negli interstizi.

Riprendiamo il cammino per prepararci ad una attenta visita alla città di Isernia fondata sì dai Sanniti/Pentri nel secolo XI-IX a. C., ma protagonista di una lunghissima Storia iniziata circa 750.000 anni e documentata dalla scoperta, anni addietro, di un “giacimento paleolitico”; ma questa è tutta un’altra Storia.

Prima di conoscere quanto di interessante può offrirci Isernia, è bene chiarire l’utilizzo improprio del toponimo Pentria per identificare il territorio pertinente alla provincia di Isernia.

Scrive in merito La Regina (1984): Una denominazione di territorio costruita sull’etnico <Pentri> non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium>. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica.

Capito, soprattutto voi divulgatori di notizie ?

Conosciamo l’origine del toponimo: Isernia.

Un frammento di vaso rinvenuto nel santuario italico di Campochiaro, dedicato, come vedremo, a Hercul Rani (Ercole), con dedica, scrive Capini (2000), ad Ercole. Hercules Aesernius assume l’epiteto dal tema del nome italico del massiccio del Matese (*aisern-), donde anche Aesernia. Datazione: III sec. a.C..

Del centro sannitico, (di Isernia) come sostiene anche La Regina, che doveva esistere nella stessa località non sappiamo praticamente nulla. Nel 263 a. C. vi venne dedotta una colonia latina destinata a controllare questo nodo strategico.

Infatti, avrete notato al nostro arrivo in Isernia la sua localizzazione: controllava le 2 strade principali indispensabili per gli spostamenti dei Sanniti/Pentri: la 1^ conduceva alla città sannita/pentra di Venafro, sita a confine con il Lazio ad ovest e con la Campania a sud; la 2^ era l’importante via consolare Minucia da noi seguita dal territorio dei Sanniti/Sabini per giungere nei territori dei Sanniti/Vestini, dei Sanniti/Peligni ed infine in quello dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Pertanto, il territorio pertinente alla colonia latina di Aesernia, era la classica < spina nel cuore > per i Sanniti/Pentri che, pur amministrando la rimanente parte del loro territorio con sovranità limitata, avevano perso per sempre la libertà dopo la definiva conquista nell’anno 305 a. C. di Bovaianom, loro città madre e capitale, divenuto Bovianum, nome assegnato alla civitas romana dai conquistatori.

          

La città di Isernia localizzazione nevralgica per le comunicazioni. (a sn,).  Il territorio pertinente alla colonia latina di Isernia. (a ds.).

Il radicale intervento edilizio dei conquistatori Romani, come accadde per gli altri insediamenti sanniti non costretti a trasferire il loro primo insediamento, vedi il caso della pentra Bovaianom, ma non della pentra Saipins trasferita dal sito montano alla pianura, anche per la “prima” Isernia ha lasciato poche testimonianze della presenza dei Sanniti/Pentri.

Conferma La Regina: Questo impianto, riferito all’intervento Romano, corrisponde alla colonia latina, mentre ignoriamo completamente l’aspetto del precedente insediamento sanniti.

Ciò che oggi possiamo ammirare di quell’epoca, ricorda La Regina: I più antichi resti superstiti sono quelli delle mura in opera poligonale di calcare travertinoide, classificabili nella < terza maniera > e il tempietto sottostante alla cattedrale, che appartengono certamente alla colonia del 263 (a. C.). 

F. Valente (2010), scrive: Un tratto realizzato anch’esso in muratura ciclopica lo vediamo infatti riaffiorare all’interno del cortile del monastero di S. Maria delle Monache. Se poi controlliamo la distanza del primo tratto dall’asse del decumano maggiore, oggi via Marcelli, vediamo che è uguale alla distanza del secondo pezzo rispetto al medesimo asse misurato all’altezza del monastero predetto. Potrebbe in questo caso, rendersi plausibile l’ipotesi che il tratto poligonale, essendo realizzato da maestranze diverse, sia anteriore a quello della colonia latina e posteriore alle guerre sannitiche

Una necropoli scoperta presso la località Quadrella, ricordata anche da Garrucci (1848): testimonia l’occupazione Romana pubblicando alcune delle iscrizioni funerarie; mentre il sito www.molise.org/territorio/Isernia, scrive, “sic et simpliciter”: Ad Isernia ci sono state scoperte di tombe e monumenti funerari attinenti alle necropoli che si svilupparono sulle strade che conducevano fuori la città. Una delle necropoli è stata rinvenuta in località Quadrella, posizionata a sud di Isernia. La necropoli inizia dall’unione dei fiumi Carpino e Sordo con il fiume Cavaliere e prosegue lungo la strada che passa sulla riva destra del Cavaliere.

Interessante è la visita alla cattedrale di Isernia, sede vescovile fin dal V sec.; scrive Dell’OrtoLa Regina: La cattedrale di Isernia è fondata su un edificio antico di cui sono tuttora evidenti i resti sul lato lungo del Corso Marcelli per un tratto dei 13 metri. Essi sono pertinenti al podio di un tempio che nel profilo delle modanature si collega a modelli di ambiente latino di epoca arcaica, che però hanno avuto notevole diffusione nell’Italia centrale, durante il III secolo a. C., in connessione con deduzioni di colonie latine o con assegnazioni viritane. Il tempio di Isernia non è dunque anteriore alla datazione di deduzione della colonia latina di Aesernia (263 a. C.), ma anzi da mettere in relazione con la fondazione stessa: sarà stato costruito quindi negli anni immediatamente successivi.

La Regina: L’altare del tempio è probabilmente quello conservato nell’imposta del vecchio arco medievale di S. Pietro, che presenta la stessa tipica sagoma del podio. Nello stesso arco sono inserite quattro statue antiche di ignota provenienza.

 Nel locale Museo archeologico Santa Maria delle Monache dovrebbe essere esposta la Base di donatario con dedica dei Samnites inquolae. Il pilastrino, scrivono Dell’Orto-La Regina, che sosteneva in origine una statuetta bronzea di cui restano gli incassi sul piano superiore, ed una iscrizione dedicatoria parzialmente distrutta. La dedica èanteriore alla guerrasociale, e d’altra parte la forma inquolae, indica una datazione alta nell’ambito del II secolo a. C..

E’ interessante la valutazione storica di Dell’Orto-La Regina della dedica dei Samnites: ci fornisce una documentazione sull’organizzazione degli abitanti originari del luogo, privati di capacità politica e ridotti nella condizione di stranieri residenti, incolae, cui erano riconosciuti limitati diritti civili, nella struttura politica e sociale della colonia latina:

Samnites  /  inquolae /  v.  d.  d. ; / mag(istri) / C. Pomponius

f.  /  C.  Percennius   L.  f. /  L.  f.  /   L.  Satrius  L.  f.  /  C.  Marius No.  f.

Il gentilizio Satrius identifica un magistrato eponimo sannitico, un meddix tuticus del II secolo a. C., impresso su tegole prodotte a Bovianum: m.  t.  tr.  Sadri.  Tr..

Altra importante struttura monumentale degna di una visita è l’acquedotto romano scoperto nel sottosuolo della città di Isernia, costruito in occasione della fondazione della colonia latina.

Valente (2008) scrive: si sviluppa nella prima parte per una lunghezza di circa 3.300 metri congiungendo il “caput aquae”, presso la montagna di S. Martino, al serbatoio principale, situato nelle immediate vicinanze della porta decumana superiore della città. La seconda parte, per una lunghezza di circa 1.100 metri, è invece interamente compresa nel centro urbano e segue l’allineamento del decumano maggiore della città fino alla porta inferiore verso Venafro. (vedi figura).


Tra gli insediamenti dei Sanniti/Pentri, Isernia fu il 1^ ad avere una propria zecca e a battere moneta, testimoniata da molti esemplari sparsi per il mondo nei musei o presso collezioni private.

Tra i conii più antichi le cui immagini si ispirarono ad alcuni simboli campani, si conoscono dagli esemplari rinvenuti nel santuario italico Hercul Rani di Campochiaro e conservati presso il Museo Sannitico di Campobasso (vedi figura).

Una delle monete (la 1^ della figura) coniata tra il 280-268 a. C. reca la leggenda AISERNINO davanti alla testa di Apollo e a rovescio la figura del Toro androprosopo gradiente a ds.  con volto di rospetto, coronato da Vittoria.

La leggenda AESERNINO conferma: chi nasce in Isernia è ISERNINO, non è ISERNIANO.

 


La città di Isernia tornerà protagonista della Storia dei popoli italici quando, aderendo alla ribellione contro Roma in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), sarà la 3^ capitale della Lega dopo la conquista di Corfinium/Corfinio, 1^ capitale e di Bovianum/Bojano, 2^ capitale.

Nell’occasione, con una zecca mobile al seguito dei ribelli italici, come era accaduto in Corfinio e in Bojano, furono coniate le monete anche in Aesernia .

Prima di lasciare Isernia è opportuno ammirare la Fontana Fraterna; Valente, scrive: E’ sicuramente il monumento più intrigante e misterioso di Isernia per l’assoluta incertezza nella conoscenza delle sue origini, della sua storia e delle sue evoluzioni architettoniche nel tempo. Alla carenza di informazioni, poi, si sono aggiunte fantasiose e folkloristiche interpretazioni epigrafiche che hanno finito per creare ulteriori dubbi e deviazioni interpretative sulla storia di questa straordinaria fontana che, comunque, è una delle più belle dell’Italia minore.

Sono tante le fantasie nate intorno alla storia di questa fontana, ricordate da Valente: Dobbiamo tenerci la Fontana della Fraterna così come è oggi, immaginando che Celestino V l’abbia benedetta quando era in vita, che AE PONT sia un pezzo del mausoleo di Ponzio Pilato, che il moderno restauro sia una cosa fatta bene e che la certezza scientifica sia solo una scomoda avversaria della fantasia?
Ovviamente le cose non stanno proprio come ci piace immaginare, ma a volte gli uomini preferiscono una suggestiva verità ad una scomoda certezza.

Noi, ammirando il monumento così come l’ha illustrato Valente, sottolineiamo: Celestino V, oltre a non essere nato in Isernia, non esiste una testimonianza della sua benedizione alla fontana; inoltre, la scritta AE PONT non era pertinente ad un mausoleo di proprietà della famiglia di Ponzio Pilato, vista la “manipolazione” alle alla epigrafe originale AE PONT, interpretata arbitrariamente: (famili)AE  PONT(iae) = famiglia Ponzia.

 Il giudizio degli esperti, illustra e clamorosamente smentisce:

Di età classica sono pure i due frammenti di epigrafe (CIL. IX, 2636, 2718): il primo (AE   PONT) è leggibile come (Nerv)AE   PONT(ific). (I.RE.S.S.MO.- Sopr. Arch. del Molise, 2001).

 

Ammirata la Fontana Fraterna, riprendiamo il cammino verso est, uscendo dalla città di Isernia e percorrendo la S.S. 17 sotto il vigile controllo del caratteristico centro medievale di Pesche: “appiccicato” alle pendici della sua montagna, probabilmente, data l’importanza strategica del territorio, vi esisteva un insediamento sannitico  fortificato. (Vedi figura).

 

La strada in salita è dominata e controllata dall’attuale centro di Pettoranello di cui sappiamo da http://www.comune.pettoranellodelmolise.is.it: […]. A testimoniarne la presenza, nello specifico dei Pentri, sono state rilevate tracce di una fortificazione costituita da una cinta muraria che circonda l’altura di “Castelluccio” e percorsa all’interno da un sentiero che si collega alla piana di Pantaniello e al fiume Carpino, presumibilmente a controllo e difesa della valle del fiume, importante via di accesso all’Alto Molise, ossia il Sannio/Pentro settentrionale. (vedi figura).

Proseguendo e superando il valico di Castelpetroso, spartiacque tra il versante tirreno ed il versante adriatico, ci appare, come accadde per la prima volta ai 7.000 giovani Sanniti/Pentri, l’ampia e fertile pianura estesa a settentrione del Massiccio del Matese, con la maestosa figura di monte Miletto (2.050 mt.) e di monte Gallinola (1.923 mt.) ancora ammantati di neve e, non visibile e più lontano, c’è il monte Mutria (1.822 mt.).

Sicuramente furono sorpresi e con un “nodo alla gola” e con un po’ di “nostalgia”, ricordarono le montagne che avevano abbandonate ed ancora innevate: il monte Terminillo (2.217 mt.), il monte Giano (1.820 mt.) ed il monte Nuria (1888 mt.).

La meta indicata e descritta dall’oracolo custodito presso il lago di Cotilia stava per essere raggiunta.

Oreste Gentile.

(Contiuna).

C’E TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. 4^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.): IL PERCHE’ DI UNA SCELTA E L’ARRIVO.

novembre 23, 2020

Il nostro itinerario, ripercorrendo il CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI al tempo della loro migrazione dalla Sabina, abbandona il tratturo Celano-Foggia per utilizzare un tratto della S. S. 17 verso Castel di Sangro, già Aufidena, toponimo del municipio romano e, precedentemente, dell’antico sito sannita/pentro localizzato nella odierna Alfedena.

Seguendo la cronologia di quanto accadde tra i secc. XI-IX a. C., il gruppo dei 7.000 giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ricordati da Festo, dal territorio dell’attuale Castel di Sangro, dovevano proseguire (e noi con loro), verso sud est in cerca di una nuova terra in cui prendere stabile dimora, ma si trovarono a dovere fare una scelta dell’itinerario da seguire: il tratturo Castel di Sangro-Foggia o il  tratturo Pescasseroli-Candela ? (vedi figura).

Se avessero scelto di proseguire lungo il trattuto Castel di Sangro-Foggia, ai loro occhi si sarebbe presentato, stando a quanto avevano riferito i loro “esploratori”, un territorio molto diverso dal luogo natio,                        abituati come erano alla presenza di una o più pianure, di abbondanti sorgenti d’acqua per sviluppare meglio ogni tipo di coltura ed alla presenza di colline e di montagne; ma la scelta era soprattutto condizionata dal desiderio di fermarsi in un territorio che rendesse più agevole anche le comunicazioni con i popoli confinanti di origine diversa.

I consanguinei, anch’essi migranti, per fondare la città madre e capitale, avevano priviligiato i territori pianeggianti, circondati da montagne o da colline, nei pressi di un fiume, di un lago o di una palude: Ascoli Piceno per i Piceni; Pinna per i Vestini; forse Capradosso (?) per gli Aequi; San Benedetto dei Marsi per i Marsi; Sulmona per i Peligni; Chieti per i Marrucini; Lanciano per i Frentani; Benevento per gli Irpini; Montesarchio per i Caudini; Petelia per i Lucani.

Meno fortunati erano stati i consanguinei Carecini che, suddivisi Infernates (Inferiori) con capoluogo Juvanum/Montenerodomo e Supernates (Superiori) con capoluogo Cluviae/Piano Laroma/Casoli, pur avendoli fondati in una zona più o meno pianeggiante, il restante territorio era prevalentemente montuoso.

Infatti, scrisse Salmon (1977): Forse il loro nome contiene la stessa radice del celtico *carreg, <roccia> (vedi anche l’inglese crag), a cui è stato aggiunto il suffisso latino -no. In altre parole i Carecini, come gli Ernici, erano uomini delle rocce.

Il tratturo Castel di SangroLucera, si dirigeva, infatti, verso est (Vastogirardi-Carovilli) con un percorso altimetrico variabile: montana > 900 mt. per 9 km.; sub montana 600-900 mt. per 42 km.; collina per 200-600 mt. per 16 km. (dati Unimol). (vedi figure).

Lambiva a sud il territorio oggi denominato Alto Molise (oggi denominato erroneamente Alto Sannio): L’area dell’alto Molise si estende dalla provincia di Isernia fino al confine con le province di Chieti e dell’Aquila. E’ costituita perlopiù da una struttura collinare-montuosa con pochi tratti pianeggianti coincidenti con le vallate del fiume Trigno e del fiume Sangro (http://regione.molise.it); ed a nord, sempre nell’ Alto Molise, più accidentato era il percorso del tratturo L’Aquila-Foggia.                                                                                                                  All’epoca, essendo i percorsi tratturali delle vere e proprie vie di comunicazione, nella stagione invernale sarebbero stati impraticabili e per lungo tempo preclusi al traffico.

Più agevole era il percorso del tratturo PescasseroliCandela: dal territorio di Castel di Sangro, si dirigeva verso sud est (Rionero Sannitico-Isernia), con un percorso altimetrico: montana > 900 per 4. 2 km.; sub montana 600-900 mt. per 15 Km; collina per 200-600 mt. per 40 km..

Perciò, dal ponte della Zittola, anche noi riprendiamo il cammino seguendo le orme del gruppo dei 7.000 giovani di ambo i sessi, guidati da Comio Castronio e dal BUE, aninale sacro al dio Mamerte (Marte dei Romani), come ricordò Festo (II sec. d. C.), lungo la S. S. 17, già via consolare Minucia (221 a. C.) che per lunghi tratti segue il tratturo Pescasserroli-Candela

E’ ipotizzabile la conoscenza di Comio Castronio e dei giovani migranti della meta da raggiungere: non si improvvisa una partenza e la presa di possesso di un territorio sconosciuto.

Nei periodici spostamenti per condurre le loro gregge verso i territori pianeggianti della Daunia, ebbero l’occasione per valutare e per scegliere il territorio dove trasferire per sempre la loro residenza dopo avere concordato con i nativi una pacifica convivenza; uno scontro armato avrebbe decimato il giovane gruppo di migranti.

La meta prestabilita, come riferiscono le fonti storiche e come esamineremo al nostro arrivo, NON poteva che essere la vasta pianura di circa 100 kmq., posta a settentrione della catena del Massiccio del Matese. (vedi fotografia Ass. Falco).

                                                                                                                                                                                                        All’epoca (e non solo), lo sviluppo di una comunità si realizzava con la fondamentale presenza di acqua, di una vasta area pianeggiante, di colline, di montagne e di “comode” strade.

Il gruppo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si denominarono Pentri, provenivano, come illustrato nella 1^ puntata, dalla Sabina, precisamente dalla vasta pianura reatina e dalla pianura nei cui pressi vi era il lago di Cotilia (Cutilias aquas) ricco di leggende: si tramanda l’esistenza in esso di un’isola galleggiante (era una fitta ed alta vegetazione spontanea lacustre mossa dal vento) etc..

I giovani migranti avevano già scelto un territorio quanto meno simile al luogo natio, ossia la pianura a settentrione della catena del Massiccio del Matese che più di altre, avrebbe soddisfatto le loro esigenze di vita e di sviluppo: l’acqua, la presenza di un lago o di una palude, i boschi, le colline e le montagne. (vedi figura).

La pianura reatina e la pianura bojanese a confroto.

La leggenda, impadronitasi della Storia, ricordò sia la scelta fatta dal BUE di fermarsi nella pianura bojanese, sia la scelta fatta dai giovani Pentri di dare alla loro città madre, alla loro capitale, il nome BOVAIANON/Bojano, in ricordo del BUE animale a loro sacro.

Una eccezione, se esaminiamo l’origine dei nomi degli altri popoli Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: fu deciso di derivarli dalla razza dell’animale scelto come totem/guida: i Piceni dal picchio, gli Aequi dal cavallo, gli Irpini da hirpos; mentre le altre popolazioni consanguinee derivarono il nome da quello dei loro condottieri, dal nome di uno degli dei protettori, dal toponimo di una città già esistente o dal nome di un fiume, etc..

I 7.000 giovani si nominarono Pentri, derivandolo, scrisse Salmon, dalla radice celtica pen-, ossia sommità pertinente alle colline ed alle montagne su cui costruirono i loro primi insediamenti idonei per il rifugio e difesa, per il controllo della pianura sottostante e delle vie di comunicazione, nonché per comunicare rapidamente fra loro di giorno con  i raggi riflessi del sole e con il fumo; di notte con il fuoco.

La scelta di localizzare la loro città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, non è dato sapere quanto sia stato casuale: risulta essere al centro di una ipotetica circonferenza ed equidistante dalle capitali (città madre) degli Irpini, Benevento, dei Caudini, Caudio, dei Campani, Capua e dei Sidicini, Teano.

Ancora oggi, con un comodo percorso, possiamo fare una deviazione al nostro cammino per raggiugere la sommità di monte Crocella, a 1040 mt., già Colle pagano, sede di una tipica fortificazione megalitica costruita su un terrazzamento con grosse pietre non lavorate. (vedi figure).

Da monte Crocella il visitatore può ammirare tutto il territorio occupato dai Pentri fino ai confini, partendo da ovest verso est, con i territori dei consanguinei: Peligni, Carecini, Frentani, Dauni (altra origine) e gli Irpini.              Da qui, controllavano e comunicavano all’istante con le altre fortificazioni costruite sulla sommità delle colline e delle montagne.

Non solo, proprio l’unicità della sua localizzazione (siamo sempre nel campo delle ipotesi, sostenute dalla realtà) permise ai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti del popolo dei Peligni, dei Carecini, dei Frentani, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini, di scegliere e fissare, con una cerimonia all’epoca ritenuta sacra, i capisaldi dei confini tra i loro territori (come dimostra la figura).

Pertanto, monte Crocella potrebbe essere identificato con il colle chiamato Sacro ricordato da Dionisio (I sec. a. C.) nel Sannio: i consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti; e con il collem cui nome erat Samnio, ricordato da Festo (II sec. d. C.), occupato dai hominum septe milia duce Comio Castronio.

Alla luce di quanto finora illustrato e senza troppo disquisire, è possibile precisare: il colle chiamato Sacro da Dionisio non poteva avere il nomen erat Samnio ricordato da Festo, da cui sarebbe successivamente derivato il nome Sanniti: i 7.000 giovani, per la loro origine, già erano Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Inoltre, anche la descrizione fatta da Strabone (I sec. a. C.) è fuori dalla realtà:                                                              I giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti NON giunsero in un territorio abitato dagli Opici, ma da gente di cui ancora è sconosciamo l’identità.

Eppure, STRABONE conosceva la realtà: Antioco dice che questa terra (la pianura campana) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e che Polibio (210/128-203/121 a. C.) distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Torniamo alla nostra Storia ed al nostro cammino.

Da monte Crocella possiamo godere la vista di Civita Superiore di Bojano, già Bovaianon, il primo insediamento dei Pentri,  e vedere le poche testimonianze dell’epoca: brevi tratti di 3 terrazzamenti utilizzati per vie di accesso e, successivamente, per le fondazioni delle mura del castrum medievale (lato sud);  nonchè quanto rimane di un muro in rozza opera poligonale all’ingresso ovest. (vedi figure).

Come erano i TERRAZZAMENTI SANNITICI. (Santuario italico di Ercole presso Sulmona.)

Possiamo osservare come si sviluppò Bovaianom: dalla sommità della collina posta a 750 mt. s.l.m., con una serie (4-5) di terrazzamenti in rozza opera megalitica, “scese” lungo le pendici nord della collina, costruendo, a metà di esse (oggi contrada La Piaggia-san Michele) un insediamento fortificato più ampio.   

Quanto finora descritto ed osservato, corrisponde a quanto scrisse Appiano (II sec. d. C.) e ricordato da De Sanctis (1976): La città, che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianura, inviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

Succesivamente i terrazzamenti, dopo la 3^ fortificazione, scendevano verso valle (vedi figura), per terminare

 con un lungo muro di sostegno in opera poliginale e di epoche diverse, lungo il lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela che, avendo abbandonato il suo percorso rettilineo nella pianura, seguiva la base della collina per riprendere, successivamente, il suo percorso verso il “passo di Vinchiaturo” e la pianura di Sepino.

Il motivo della deviazione del percorso del Tratturo PescasseroliCandela ?

La presenza di un lago o di una palude, una presenza già ricordata nei territori dei Sabini, dei Peligni e delle altre popolazioni della stessa stirpe Safina.

L’ipotesi si basa: 1°. L’inaspettata deviazione (da ovest-est a sud) del percorso del tratturo verso la base della collina. 2°. L’esistenza del toponimo Guado della foce localizzato all’inizia della suddetta deviazione. 3°. L’esistenza nella stessa località del toponimo Paduli di sotto (di Paduli si  conosce bene il significato) 4°. Il nome del fiume Biferno prese origine, scrisse Cianfarani: nell’antico nome dell’attuale Biferno, Tifernum, si può ravvisare la parola pregreca tiphos, palude, e typheLa tifa è una pianta palustre molto diffusa, caratterizzata da steli lunghi e sottili, che possono raggiungere i 150-300 cm e che culminano in spighe dall’aspetto caratteristico “a tubo”, di colorazione marrone. La specie più nota è la Typha latifolia. (vedi figura).

5. La recente scoperta della “strada romana” al di sotto del fiume Calderari, dimostra che il suo corso non aveva un percorso regolare e le acque scorrevano in altre zone della pianura, probabilmente, senza una regolarità.

Ergo, una parte della vasta pianura di Bojano, proprio dalla località dove devia il tratturo Pescasseroli-Candela era occupata da una palude o da un lago.

Per il controllo, la difesa e per le comunicazioni, oltre agli insediamenti sorti nella pianura, furono costruiti gli insediamenti difensivi sulla sommità delle colline e delle montagne: i centri fortificati dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Pertanto, facendo sosta nella città di Bojano si possono iniziare una serie di visite camminando lungo il tratturo Pescasseroli-Candela sulle orme dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, denominatisi Pentri, per conoscere ed apprezzare i centri fortificati ed i santuari: i loro luoghi di culto, scoperti e solo in parte restaurati. (vedi figure)

 

I centri fortificati nel territorio dei Pentri. 1. Aufidena. 2. Castel di Sangro. 3. Castiglione M.M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

 

Le fortificazioni site a sud e di fronte a Bovaianom/Bojano.

Percorrendo oggi il tratturo Pescasseroli-Candela, la nostra presenza, come accadeva nell’antichissimo passato, non sarebbe sfuggita a chi fosse stato presente in uno dei numerosi centri fortificati finora scoperti sulle sommità delle colline e delle montagne. (vedi figura).

I centri fortificati prossimi (nella linea azzurra) al percorso del tratturo Pescasserolo-Candela. 1, Alfedena. 2. Castel di Sangro/Aufudena. Fuori dal territorio molisano si localizano e identificano: 3. Castiglione M. M.. 4. Schiavi d’Abruzzo.

La religiosità dei Sanniti/Sabini/Sabelli/Sanniti detti Pentri, si manifestò delimitando in alcune località particolari del loro territorio (la presenza di una sorgente di acqua o di un bosco), una più o meno estesa area sacra, i santuari, dedicati ad uno o più idoli; fra i più adorati: Ercole, la dea Vittoria etc..

Sul nostro cammino lungo il tratturo Pescasseroli-Candela,possiamo visitare

il santuario italico di Hercul Rani (dedicato ad Ercole), così citato dalla Tabula Peutingeriana (III sec. d. C. ?), nella località Civitella di Campochiaro (vedi figura); ed il santuario italico di San Pietro dei Cantoni di Sepino, la pentra Saipins, la romana Saepinum.

Per il santuario pentro dedicato al culto di Ercole da S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica; […]; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..                                                                                                Inoltre, (Sannio Pentri e Frentani ….1980): []; le tracce di una modesta frequentazione del santuario proseguono fino al II secolo d. C., quando un incendio…

Una delle ultime scoperte ha migliorato le nostre conoscenze  del santuario italico delle Civitelle di Campochiaro e dell’origine del toponimo Matese e della città di Isernia.

Per il santuario italico di Sepino: La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.[…]. I materiali più antichi sono decisamente prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. Alcuni degli ex voto rinvenuti nella zona, ed in particolare quelli anatomici, farebbero ipotizzare un culto a carattere salutare, ma si potrebbe pensare a valenze cultuali collegabili alla sfera della fecondità, della riproduzione e della maternità.

Scive Matteini Chiara: il culto sembra incentrarsi su una figura femminile, verosimilmente Mefite (e la statuetta dedicata da trebis dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi. (vedi figura).

La Tabula Peutingeriana citata per identificare il santuario Hercul Rani di Campochiaro, documenta anche una via anonima: iniziava presso Bobiano/Bojano e lo collegava con teneapulo/San Paolo Civitate (FG) e, con una diramazione a nord, con Larino, città dei Sanniti/Frentani.

Certamenta la via anonima non era nata per un caso; era l’antichissimo percorso del tratturello o braccio Matese-Cortile-Centocelle, percorso dalle gregge dai pascoli esistenti sul Massiccio del Matese alla pianura di Bojano e, successivamente, non utilizzando il tratturo Pescasseroli-Candela, si dirigevano a nord est verso le località di Cortile/Campobasso e di Centocelle/Ripabottoni, la località di incontro con il tratturo Celano-Foggia.

Probabilmente furono i Romani a migliorare il suo percorso, prolungandolo nel territorio dei Frentani per raggiungere Geronum/Gerione/Casacalenda e la civitas di Larinum/Larino. (vedi figura).

La T. P.. (in alto). La via consolare Minucia (in alto) da Corfinio, attraverso i territori dei Peligni, dei Pentri, degli Irpini, con un raccordo si collegava alla loro capitale, Benevento. La T. P. (in basso). Una via anonima da Bobiano/Bojano-adcanales/Baranello-ad pyr/Campolieto-Geronum/Gerione/Casacalenda, giungeva a teneapulo/Teano degli Apuli/San Paolo Civitate.

La stessa via anonima della T. P. fu utilizzata dal condottiero Numerio Decimio di Bovianum, divenuta civitas romana dopo la sua definitiva conquista nell’anno 305 a. C., per aiutare l’esercito romano accampato presso Gerione ed infligere la prima sconfitta all’esercito cartaginese prima della disastrosa battaglia presso Canne (2 agosto 216 a. C.); scrisse Livio: Si racconta che costui (Numerio Decimio) per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano (presso Geroniumottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Ergo, i Sanniti/Pentri ed i loro consanguinei che abbiamo imparato a conoscere durante il nostro cammino, non erano soltanto dei “rozzi” (sic) pastori come si è solito stimarli, ma vista la documentazione esistente, avevano anche scambi commerciali oltre mare e, soprattutto, con i Greci.

Dopo la visita di coloro che hanno voluto raggiungere i centri fortificati posti a difesa ed al controllo del tratturo Pescasseroli-Candela  nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese, si può, continuando a soggiornare nella città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, fare un cammino a ritroso per conoscere, con la testimonianza dei numerosi reperti archeologici, i Sanniti/Pentri vissuti nei centri di Alfedena, di Scontrone, di Castel di Sangro, di Isernia, e di Sepino.

Oreste Gentile

(continua).

 

 

 

C’E’ TANTA VOGLIA DI CAMMINARE CON LA STORIA E NELLA STORIA. 3^ PUNTATA. IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX sec. a. C.): DAL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/VESTINI AL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/PELIGNI PER ARRIVARE AL TERRITORIO DEI *SAFINI/SABINI/SAMNITES/PENTRI.

novembre 14, 2020

Per arrivare nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Peligni, dopo avere attraversato i territori dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, loro progenitori, e quello dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Vestini, si possono seguire 2 itinerari per proseguire il cammino nella Storia prima di arrivare alla meta: il territorio dove prese stabile dimora il gruppo di 7.000 giovani e giovane Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che, come vedremo, si chiamarono Pentri.

Dopo Navelli, in territorio dei Safini/Vestini, si prosegue verso sud est, non  lungo il percorso del tratturo Centurelle-Montesecco per le località di Collepietro e di Bussi, ma seguendo l’itinerario della S. S. 17, si scende nell’ampia valle peligna verso Popoli, Corfinio, Pratola Peligna e Sulmona.

Percorredo la S. S. 17, si arriva a Corfinio, l’antica Corfinium proclamata prima capitale d’Italia in occasione della Guerra Sociale, combattuta dai popoli italici e loro alleati contro Roma, tra gli anni 91-88 a. C..

Per la sua Storia, la  città di Corfinio merita una visita accurata, soprattutto per modificare il giudizio molto diffuso di considerare i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ed i loro discendenti UNICAMENTE dei rozzi ed ignoranti pastori.

La scelta per essere la sede degli insorti italici e del loro senato non fu casuale, bensì favorita dalla particolare localizzazione: era al centro ed all’interno del terrirorio della penisola italica occupato dai popoli fautori della ribellione al potere di Roma.

Non era isolata: 2 vie consolari permettevano di collegare la prima capitale d’Italia, ai territori dei socii italici localizzati ad ovest, ad est, a sud ed a nord della penisola: la via consolare Tiburtina-Valeria e la via consolare Minucia che si originava proprio nel suo terrirorio.

Dal sito www.sitiarcheologiciditalia.it/corfinium, si apprende: Corfinium è situata nella Valle Peligna, nome che ricorda i suoi primi abitanti, i Peligni appunto, che occuparono la zona sin dal IX secolo a.C..

Lo stesso sito descrive il parco archeologico della città: Il Parco archeologico, intitolato a Nicola Colella, che studiò a lungo Corfinio, si articola in tre zone: l’area di piano San Giacomo, quella dei due templi, e quella del santuario di Sant’Ippolito.

La prima è la città imperiale, fittamente abitata, di cui si può osservare parte della struttura: le strade con i marciapiedi in ghiaia, una delle quali era ricoperta da un portico di cui rimangono i perimetri di diversi edifici, i negozi, alcune abitazioni private e le terme. In particolare, vi sono i resti di una domus decorata a mosaici policromi. L’area dei due templi ospita un tempio maggiore detto il tempio italico, (I sec. a.C.) in opus incertus, di cui si può osservare la struttura, divisa in tre ambienti, la cella principale, decorata con un pavimento a mosaico bianco e nero ancora oggi conservato, due ambienti laterali, un altro ambiente più piccolo bipartito a pianta rettangolare e i muri in opus reticulatus. Vi era anche una necropoli, con tombe scavate nella ghiaia e risalenti al IV secolo a.C..

L’area del santuario di Sant’Ippolito ha preso questo nome in età medioevale quando era frequentata per una fonte di acque terapeutiche. Il luogo ospita anche una serie di resti di edifici databili tra IV e il I secolo a.C.

Maggiori dettagli della Storia di Corfinio li offre il locale museo archeologico dedicato al sacerdote Antonio de Nino, studioso e ricercatore a cui si deve la scoperta di numerose necropoli antiche.

Dal sito www.italiavirtualtour.it: un’accetta in pietra verde del IV millennio a.C., che di fatto testimonia la frequentazione della zona già in epoca arcaica. Inoltre nelle vetrine è possibile ammirare anche vasellame, fibule, fuseruole e pesi dell’età del ferro (X sec. a.C.).

Dal sito www.museocorfinio.it: Corfinio sorge all’interno della Valle Peligna, conca che nel Plistocene era occupata da un lago. […]. A partire dall’età del Ferro la pesenza umana divenne stanziale (IX se. a. C.) e alcuni utensili di pietra e ferro esposti in questo museo ne sono la testimonianza.

Nella prima sala del museo De Nino, si possono ammirare oggetti relativi ad ambiti culturali assai vari e lontani: torques gallici, anforette canosine, specchi e fiaschette bronzee etruschi, gioielli in ambra del mar Baltico etc..

Soprattutto per i gioielli in ambra del mar Baltico, torneremo a parlare quando saremo nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti detti Pentri.

Nella terza sala sono visibili corredi funerari del II secolo a. C., relativi a tombe a fossa femminili, maschili ed infanti. Spiccano alcuni oggetti in bronzo, tra cui olpai con anse decorate e una patèra con all’interno resti organici, oltr a oggetti di toeletta e monili.

Alla luce delle testimonianze archeologiche, come già evidenziato, dovremmo sicuramente cambiare il giudizio di alcuni storici e di studiosi che hanno sempre giudicato i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ed i loro discendenti dei semplici, ignoranti e rozzi pastori.

Non avranno conosciuto l’uso delle monete, ma in base a quanto viene recuperato anche dai più recenti scavi archeologici, l’uso del “baratto”, prima della conoscenza e dell’uso delle monete coniate soprattutto dalle zecche campane, certamente era molto redditizio.

Le prime monete furono coniate proprio in Corfinium, prima capitale d’Italia, in contrapposizione alla monetazione romana; per primi vi incisero la leggenda: ITALIA. (vedi foto di alcuni esemplari).

Delle epigrafe pertineti al terrirorio di Corfinium, Cianfarani ricordò Le iscrizioni peligne, conservate nel piccolo Antiquario di Corfinio e nel Museo comunale di Sulmona, sono tutte assai tarde ed appartengono pertanto al momento finale dell’indipendenza italica.

Lasciata Corfinio, 1^ capitale d’Italia, seguendo la S. S. 17, si entra in Sulmo mihi patria est, la patria del poeta latino Ovidio, nato nell’anno 43 a. C. e morto in esilio, in Tomi sul mar Nero, nell’anno 17 d. C.).

Fu Ovidio, scrisse Cianfarani, a formulare l’origine del toponimo Sulmona da una leggenda originata dal nome Solimo, eponimo di Sulmona, come compagno di Enea; ma era (sempre Cianfarani) un parto della della fervida fantasia del poeta peligno, perché il suo nome non ricompare altrove in tutta la letteratura latina.

Cianfarani propose un’altra ipotesi sull’origine del toponimo Sulmona: Per spiegare il nome di Sulmona si potrebbe pensare a sol, con la stessa radice di suolo, e a mo, un suffisso di luogo che si ritrova altrove.

Tra le testimonianze archeologiche e degno di una accurata visita il santuario di Ercole Curino  (IV-III sec. a. C.) e quanto in esso è stato successivamente scoperto.

Lasciata la S. S. 17, si prosegue a sinistra  verso  l’Abbazia di Santo Spirito del Morrone per raggiungere l’area archeologica di Ercole Curino, ai piedi del famoso eremo di Sant’Onofrio al Morrone. (vedi figura).

Dal sito www.sabap-abruzzo.beniculturali.it: Il Parco archeologico del Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni Settanta nel territorio comunale di Sulmona. È posto alle pendici del Monte Morrone, in località Badia ed è una delle più importanti aree sacre d’Abruzzo, con la sua caratteristica struttura di santuario terrazzato che dall’età ellenistica (IV-III sec. a.C.) ebbe fasi di vita e di ricchezza fino alla metà del II sec.d.C..

È costruito su terrazzamenti artificiali che organizzano gli spazi sacri digradanti lungo il pendio montano: sul livello più alto è documentata la prima fase edilizia, con tempio su alto podio; l’ampliamento successivo del terrazzo vide la costruzione del cosiddetto sacello con la gradinata monumentale interrotta dal piazzale lastricato, alla cui base si aprivano i porticati affacciati sulla conca peligna; all’inizio del I sec.a.C. si fa risalire la ristrutturazione generale del luogo di culto, con un terrazzo inferiore, sostenuto da un imponente muro in opera quasi reticolata, sul quale si imposta la serie degli ambienti voltati sottostanti il piazzale. (vedi figure).

Visione frontale del santuario di Hercules Curinus (in alto). Visione della sezione trasversale con evidenziati i suoi terrazzamenti.

Tornando sulla S. S. 17 ed attraversando la città di Sulmona, è interessantissima la visita al Museo Civico Santissima Annunziata.

Il  sito www.tripadvisor.it permette di conoscere quanto si può ammirare in alcune sale del Museo; purtroppo nella figura manca l’epoca della realizzazione dei reperti. (vedi figura).

e da commons.wikimedia.org, sempre senza l’epoca della loro realizzazione, possiamo ammirare:

 

Molto cospicua è la documentazione di altri importanti manufatti con l’epoca della loro realizzazione.

Il sito www.culturaitalia.it dà la possibilità di farci conoscere alcuni dei tanti reperti archeologici della collezione Pansa, rinvenuti del territorio peligno di Sulmona e conservati nel Museo Archeologico.

Per le testimonianze epigrafiche, CiarfaraniDell’OrtoLa Regina, evidenziarono un Rilievo funerario con scena di transumanza, datato alla fine del I secolo a. C. con la sottostante epigrafe, che contiene un ammonimento:              << Avverto gli uomini: non diffidate di voi stessi >>. […]. Il rilievo rappresenta dunque un altro esempio della produzione di arte plebea degli ultimi anni della repubblica.

Dalla patria di Ovidio l’itinerario seguito dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri prosegue verso sud est per valicare le montagne e scendere nella pianura di Castel di Sangro, l’antica civitas romana di Aufidena; ma sorge un problema: la via consolare Minucia (221 a. C.), oggi S. S. 17, segue l’itinerario del tratturo Celano-Foggia per attraversare l’altipiano delle Cinquemiglia o proseguiva, stando a quanto disegnato nella Tabula Peutingeriana, verso  Jovis Larene (Campo di Giove) e successivamente Aufidena ?

Seguiamo l’itinerario del trattuto Celano-Foggia, oggi S. S. 17, valichiamo le montagne attraversando l’altipiano delle Cinquemiglia ed abbandoniamo il suo percorso nei pressi di Roccaraso per scendere, seguendo la S. S. 17, verso Castel di Sangro, già Aufidena, già toponimo dell’antico sito sannita/pentro della odierna Alfedena.

Mancando dei riferimenti certi dei confini, nel territorio pertinente all’odierna Castel di Sangro, siamo nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, chiamatisi Pentri.

Proseguendo il cammino lungo il tratturo PescasserroliCandela fino al confine con il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Irpini, conosceremo la loro Storia e quanto seppero realizzare nelle località prossime al loro itinerario.

Oreste Gentile.

 

(contiuna).

 

 

 

 

SAN BARTOLOMEO IN GALDO (BN), ANTICO INSEDIAMENTO “SANNITA/PENTRO” O “SANNITA/IRPINO” ?

luglio 23, 2020

In questa estate dell’anno 2020, della epidemia coronavirus, dopo circa 3.000 anni dall’insediamento dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nei territori centro meridionali della penisola italica, c’è chi domanda: l’odierna città di San Bartolomeo in Galdo era sita al territorio dei Sanniti/Pentri o nel territorio dei Sanniti/Irpini ?

Cerchiamo di rispondere alla domanda utilizzando la rappresentazione cartografica dei territori delle 2 antiche popolazioni.

La cartina raffigura il territorio dei Sanniti/Pentri e dei Sanniti/Frentani (di Larino) dove, nel territorio dei Pentri, con capitale Bovianum/Bojano, si localizzavano anche alcuni insediamenti oggi pertinenti alle province di L’Aquila (vedi ad esempio Alfedena, Castel di Sangro) e di Chieti (vedi da esempio Castiglione M. M., Schiavi d’Abruzzo, Torrebruna).

Il territorio pertinente alla 2 popolazioni Sannite venne a costituire, nel corso della Storia, il territorio dell’attuale regione MOLISE.

La seconda cartina propone il territorio degli Irpini (giallo), con capitale Beneventum/Benevento, dove la localizzazione di San Bartolomeo in Galdo dovrebbe essere pressappoco nell’alto corso del fiume Fortore.

Ergo, San Bartolomeo in Galdo era nel territorio dei Sanniti/Irpini.

Con la dominazione romana e la riforma augustea, Plinio (I sec. d. C.), descrivendo i distinti territori, ricordò i Pentri nella IV Regio IV Sabina et Samnium ed Frentani di Larino e gli Irpini, nella II Regio Apulia et Calabria.

Nella descrizione della IV Regio, nessun indizio permette di localizzare il territorio pertinente a San Bartolomeo in Galdo nel territorio dei Pentri, mentre Plinio, nel descrivere il territorio della II Regio, ricordò Larinantes cognomine Frenatani e i Ligures qui cognominatur Corneliani et qui Baebiani.

Ebbene, la Storia documenta con Julius Beloch (1926) Es reichte bis S . Bartolomeo in Galdo , wo sich eine Inschrift mit ihrer Tribus , der Velina , gefunden hat (IX 938 ) , also bis an die Berge , die Samnium von Apulien trennen . Die Hauptstadt der … Ager Taurasinus . 542 VI 2 . Die italischen … (È andato a S. Bartolomeo in Galdo, dove è stata trovata un’iscrizione con la sua tribù, la Velina (IX 938), fino alle montagne che separano il Sannio dalla Puglia. La capitale di Ager Taurasinus … ):                                                      nel territorio pertinente a San Bartolomeo in Galdo furono inviati i Liguri Corneliani ?

La tribù Velina, scrisse Levi (1988), è quella in cui vengono incluse le colonie dei liguri trapiantate nel Sannio […].

Pareti (1952): E poiché Taurasia, con ogni probabilità, era là dove un secolo dopo ci compare l’ager Taurasinus, in cui furono … (~- Pago Veiano presso Pescolamazza), lungo l’attuale via da Benevento a Lucerà, per SBartolomeo in Galdo e Volturara. Fot..

Athenaeum vol. 42 (1964), si legge: dalle Alpi Apuane all’ager Taurasinus (precisamente al sito degli attuali Reino e (?) San Bartolomeo in Galdo) e sopravvissuti con lo stesso etnico nell’età repubblicana e imperiale ( v . M . ZAMBELLI, Ligures B ., « Diz . Ep . di Ant …).

Salmon (1977), descrivendo gli avvenimenti dell’anno 295 a. C.: […]. Muovendo verso sud, si assicurò la totale acquiescenza di <Lucana> prendendovi ostaggi, ed espugnò, presumibilmente, saccheggiandola, Taurasia, il cui territorio, l’Ager Taurasinus, tra Luceria e Beneventum, è nei pressi dell’odierna San Bartolomeo in Galdo.

De Martino (1979): Il materiale epigrafico pone i Liguri Baebiani nella località Macchia, mentre per i Corneliani si suppone che fossero nel luogo attuale di SBartolomeo in Galdo. Studiosi di questo argomento suppongono che l’ager Taurasinus fosse proprio …

Patterson (1988): […]. Diversamente l’ubicazione (o la stessa esistenza) della città dei Liguri Corneliani è un vero mistero, sebbene taluni hanno suggerito che questa si sarebbe trovata vicino a Castelvetere Valfortore (12-14 km. da San Bartolomeo in Galdo, n.d.r.).

Patterson dubita dell’esistenza di due distinte comunità: una città distinta e separata dei Liguri Corneliani e che il nome dell’insediamento a Macchia (di Circello, n. d. r.) sia semplicemente una versione abbreviata dei <Ligures Baebiani et Corneliani>.

Tagliamonte (1996): Così per esempio, nel 180 a. C., nell’episodio della deportazione di 47.000 Liguri Apuani, distinti in due gruppi (detti Ligures Baebiani e Ligures Corneliani, dal nome dei due proconsoli, M. Baebius Thamphilus e P. Cornelius Cethegus, incaricati del loro trasferimento), in area irpina, nell’ager Taurasinorum (con sedi amministrative localizzate rispettivamente presso Circello, loc. Macchia, e  San Bartolomeo in Galdo, località Castelmagno), se da un lato costituisce un’ulteriore tappa nel processo di destrutturazione della regione, dall’altro risponde verosimilmente all’esigenza di far fronte al fenomeno dello spopolamento delle campagne.  

Sirago (2000): Sannio (quasi metà della sua popolazione) 64 , e li sistemarono nell’ ager Taurasinus , praticamente a nord e ad est di … Giunsero i Liguri dalle mura di Benevento fino a S . Bartolomeo in Galdo e scesero fino a Celenza Valfortore ( Ligures ….

Gli Storici, a parte i dubbi sulla stessa esistenza dei Liguri Corneliani, manifestati, come abbiamo esaminato, da Patterson, sono convinti della localizzazione dei Liguri Corneliani e l’ager Taurasinun nei territorio della città di San Bartolomeo in Galdo.

Tornando ad esaminare la cartografia realizzata sulla base delle antiche bibliografie, evidenziamo i confini territoriali stabiliti con la istituzione dei municipi durante la dominazione romana che poi vennero adottati con l’arrivo del cristianesimo per i confini delle diocesi episcopali.

Il territorio pertinente a San Bartolomeo in Galdo MAI fu compreso dentro il confine dei municipi pentri.

Stessa situazione con la istituzione della provincia Campania et Samnium, nell’anno 297; le varie popolazioni presenti nei territori dell’Italia centro meridionale conservarono i loro antichi confini: il territorio pertinete a San Bartolomeo in Galdo era sempre localizzato nel territorio degli Irpini.

 

Sempre FUORI dai confini del territorio dei Pentri, negli anni successivi quando fu istituita la provincia Samnium con i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Marrucini, Frentani di Lanciano e di Larino, Carecini, Pentri ed i territori delle città di Alife e di Telese pertinenti al popolo dei Sanniti/Caudini.

Ancora una volta fu ESCLUSO dal territorio dei Sanniti/Pentri il territorio pertinente all’odierna città di San Bartolomeo in Galdo, sempre compreso nel territorio dei Sanniti/Irpini, mentre furono incluse 2 città dei Sanniti/Caudini: Alife e Telese i cui territori si localizzavano al di là del Massiccio del Matese, confine naturale tra i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

Con l’avvento del cristianesimo nei territori dei Sanniti/Pentri e Frentani furono istituite le diocesi episcopali i cui confini coincidevano con quelli dei municipi romani: in NESSUNO dei loro territori si localizzava la città di San Bartolomeo in Galdo, essendo sita nel territorio dei Sanniti/Irpini.

Nel territorio dei Sanniti/Pentri: 1. Diocesi di Venafro. 2. Diocesi di Isernia. 3. Diocesi di Trivento. 4. Diocesi di Bojano + diocesi di Sepino. Nel territorio dei Sanniti/Frentani: 5.  Diocesi di Larino. 6. Diocesi di Termoli.

Anche per i periodi storici successivi il territorio dei Sanniti/Pentri e quello pertinente alla città di San Bartolomeo in Galdo, furono sempre distinti, ma uniti solo amministrativamente durante la dominazione longobarda quando, con l’istituzione del ducato di Benevento, SOLO il territorio già dei Pentri, con i suoi antichissimi ed immutati confini, costituì il gastaldato del protobulgario Alzecone (vedi figura).

Nel successivo periodo della dominazione normanna, ancora una volta, il compatto territorio dei Sanniti/Pentri costituì la contea di Boiano che dall’anno 1142 fu denominata contea di Molise: la città di San Bartolomeo in Galdo era ESCLUSA dai suoi confini.

Per concludere, esaminiamo i capisaldi di confine ad est del territorio dei Sanniti/Pentri che separavano dal loro territorio quello dei Sanniti/Irpini, confrontandoli con all’attuale confine tra la regione Molise e la regione Campania e Puglia.

Essi furono scelti e posti sulle cime e lungo le “catene” dei monti che vanno da sud verso nord est nei territori di Parlupiano (?), Sepino (MO), Morcone (CA), San Giuliano del Sannio (MO).

Inoltre: Decorata (CA), Riccia (MO) e Castelvetere Val Fortore (CA) i cui territori sono caratterizzati dal vasto Bosco Mazzocca e, successivamente, il confine continua nella stretta valle e lungo il corso del fiume Fortore verso il mare Adriatico.                                  La sua sponda sinistra segnò il confine con il territorio ad ovest dei Sanniti/Pentri (Molise) e con quello a nord dei Sanniti/Frentani (Molise) e lungo la sua sponda destra con il territorio dei Dauni. (vedi figura).

Quanto esposto è confermato dalla possibilità di localizzare ed identificare dalla sommità di monte Crocella le cime delle catene montuose e delle colline scelte opportunamente dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti per fissare i termini di confine, stabili e sicuri, tra il territorio dei Pentri con i Peligni a nord ovest, con i Carecini a nord, con i Frentani a nord, nord est, con i Dauni ad est e gli Irpini  a sud est.  Il Massiccio del Matese a sud  separava i Pentri ancora dagli Irpini e dai Caudini.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

GLI EBREI E LA GIUDECCA IN CIVITA SUPERIORE DI BOJANO, GIA’ ROCCA BOIANO.

luglio 14, 2020

In quale epoca gli Ebrei iniziarono ad abitare in Civita Superiore di Bojano ?

In un altro articolo avevo formulato 3 ipotesi, ma con il presente articolo mi soffermo sulla 1^ ipotesi per dimostrare quanto sia la PIU’ REALE: gli Ebrei già dai primi anni del secolo VII era presenti nel territorio di Bojano, basandomi sulla esistenza, ancora oggi, sia del toponimo Giudecca o via della Giudecca, sempre utilizzato in antico per identificare il quartiere abitato dagli Ebrei (stimo volgare definirlo ghetto), sia su ciò che resta di un pluteo di epoca longobarda con nodi di Salomone, erano residenti in Rocca Boiano/Civita Superiore di Bojano. (vedi figure).

Ferorelli (1966) stimò l’arrivo degli Ebrei nell’Italia meridionale quasi nello stesso tempo che a Roma. Per recarsi dall’oriente a quella città, dovevano generalmente sbarcare a Brindisi o a Pozzuoli, e, per la via Appia attraversare l’antica Calabria, cioè Terra d’Otranto, e poi la Puglia, il Sannio e la Campania.

Per la loro nuova residenza, potevano non scegliere anche il territorio pertinente alla città di Bojano ?

Il territorio del Sannio, intendendo quello Pentro, era attraversato da ovest ad est dalla via consolare Minucia esistente dal 221 a. C.: da Corfinio, raggiungeva Brindisi dopo avere attraversato Isernia, Bojano e Sepino; e prima, da Isernia, deviando per Venafro, collegava il Sannio/Pentro alla via consolare Latina/Casilina ed alla città di Roma.

Ma la Minucia divenne ancora più importate nel periodo longobardo per facilitare le comunicazioni tra Spoleto, capitale del ducato omonimo con Benevento, capitale dell’altro ducato omonimo.

Inoltre, un’altra via romana collegava Bojano con Larino e San Paolo Civitate. (vedi figura).

Nel territorio Pentro, precisamente nella città di Venafro, ricordò Ferorelli, già risiedeva un ebreo che comprò nel 591 alcuni vasi sacri da due chierici.

Questa testimonianza, permette di stimare la presenza degli Ebrei anche nei territori pertinenti nell’anno 667 al gastaldato di Alzecone nel ducato longobardo di Benevento o Langobardia minor.

Se liberi cittadini e dediti al commercio, scrisse Ferorelli, potevano, almeno alcuni, restare o tornar subito in tali regioni, allettati dalla fertilità del suolo (il territorio di Bojano lo era e lo è tuttora, n. d. r.) e dalla floridezza delle città marittime; se prigionieri di guerra e schiavi poteva invece, anche in parte, esservi mandati a coltivare i latifondi dei Romani: Bovianum/(Bojano), dopo la definitiva conquista di Silla (91-88 a. C.) era diventata, al pari della vicina Saepinum/Sepino ed altre del Sannio/Pentro: Isernia, Trivento, Venafro e Castel di Sangro, oggi in Abruzzo, un florido municipium, poi colonia romana e, con l’avvento del cristianesimo, sede di diocesi episcopale.

Siamo così, con certezza, all’ultimo secolo dell’era antica (I sec. a. C., n. d. r.), e, con grande probabilità, al tempo in cui a Roma si dirigevano o da poco erano giunti i primi ebrei; ed è per questo che contemporaneamente essi ben potevano esistere o cominciare a prendere stabile dimora anche in altre città dell’Italia meridionale.

Ferorelli pubblicò un elenco delle città dell’Italia meridionale in cui gli Ebrei dimorarono durante la seconda metà del XV: sono ricordate tra le tante città, Campobasso ed Isernia; NON Bojano e Venafro, città dove nell’anno 591 era avvenuto l’acquisto di alcuni vasi sacri da parte di un Ebreo ivi residente.

Alla luce di quanto esposto possiamo ipotizzare, visto ancora oggi l’esistenza del toponimo Giudecca in Civita Superiore di Bojano e del citato pluteo di epoca longobarda che gli Ebrei NON fossero più presenti durante la seconda metà del XV.

Esistono documenti attestanti la presenza e l’attività di uomini di origine Ebraica nella città di Bojano: nel settembre dell’anno 1147 era presente il notaio di origine Ebraica, N. Machabeo, rogò una concessione di Roberto, Vescovo di Boiano a’ Cosmo figlio di Pietro habitator di Boiano; nel gennaio dell’anno 1168 viveva in Bojano il cittadino di origine Ebraica Salathiele figlio di Giovanni.

Quando gli Ebrei avrebbero presero dimora per la prima volta in Rocca Boiano/Civita Superiore di Bojano ?

MANCANDO una documentazione certa, il loro arrivo può essere basato sugli avvenimenti che videro protagonisti per lungo tempo i territori pertinenti alle città di Bojano e di Benevento, considerando lo stretto rapporto amministrativo tra il territorio già dei Sanniti/Pentri e il ducato di longobardo (poi principato) di Benevento in cui era stato incluso dal VI secolo.

La Storia ricorda il ripopolamento del nostro territorio con l’arrivo di coloni Protobulgari, sicuramente vi erano anche gruppi di Longobardi in cerca di fortuna e non mancavano alcuni membri della aristocrazia beneventana

A questo trasferimento potrebbero avere partecipato gli Ebrei, vista la loro numerosa presenza fin dal V secolo nella città di Benevento che ospitava una comunità ebraica dalle radici secolari e in pieno rigoglio. Tracce dell’antica presenza potrebbero essere due epigrafi latine databili al V secolo.

La presenza di una comunità di Ebrei nella città, capitale del Ducato, il cui territorio confinava con il gastaldato di Alzecone, è ricordata: La prima testimonianza storica certa della presenza di Ebrei a Benevento è segnalata verso l’836, essi facevano parte del ceto mercantile durante il principato di Sicardo, Principe longobardo e godevano della sua protezione, così come quelli di Amalfi. Ciò era dovuto alla necessità di dare impulso ai commerci che erano quasi nulli a causa della grande arretratezza delle aree interne sotto il dominio longobardo.

CHIARO ?

Il territorio pertinente al gastaldato di Boiano, rispetto ai gastaldati istituiti nell’antico territorio del Sannio/Pentro, era il più vicino alla città di Benevento, una vicinanza accresciuta ancora più per la dipendenza della diocesi episcopale di Boiano dal metropolita di Benevento e per avere in comune il loro santo patrono: san Bartolomeo. (vedi figura).

Inoltre, molto più importante per i rapporti tra la capitale Benevento ed il gastaldato di Boiano, era la via, già descritta, che facilitava e favoriva la comunicazione e gli scambi commerciali della capitale del ducato di Benevento con Spoleto, capitale dell’omonimo ducato, e con la più lontana Pavia, sede del regno longobardo.

Potremmo ipotizzare: quanto accadeva nella città di Benevento, capitale del ducato, si rifletteva nel territorio del gastadato di Boiano.

Cesare Colafemmina,ha ricordato: In quel tempo gli ebrei dell’Italia meridionale eccellevano nell’arte della tintoria (tincta Iudeorum), divenuta quasi una loro specializzazione; la Giudecca, rione della loro residenza nella città di Benevento, era sita nella parte nord-orientale.

Ebbene, riscontrando l’inesistenza del toponimo Giudecca nella città di Bojano, ma ESCLUSIVAMENTE nella borgata di Civita Superiore di Bojano, si è autorizzati ad ipotizzare la loro residenza nella Giudecca localizzata tra le antiche mura (intramoenia) del castrum di Rocca Boiano (vedi figura) e svolgevano, come esamineremo, tutte le loro attività artigiane e commerciali nella sottostante città.

Il castrum di Rocca Boiano.         Rocca Boiano e la sottostante localizzazione della Giudecca.      Boiano medievale.

Rocca Boiano con la caduta dell’impero romano, dopo essere stata l’acropoli della civitas romana Bovianum sviluppata in pianura e sede del primo insediamento della città madre dei Sannita/Pentri e capitale Bovaianom, fondata nel XI-IX sec. a. C., tornò a svolgere il suo ruolo di “protezione” e di “difesa” dei suoi abitanti che, tornando a risiedervi dopo il parziale abbandono della civitas di pianura, la potenziarono con mura di cinta e con una rocca edificata sull’area più elevata del territorio; successivamente fu ampliata per diventare un vero e proprio castello. (vedi figura).

Le case di abitazione della Giudecca, ancora oggi esistenti, si localizzano a sud del borgo e furono costruite a ridosso delle mura perimetrali di difesa del castrum; una collocazione simile alla tecnica di costruzione adottata per la Giudecca nella città di Salerno: Con il tempo le case si addossarono al muro della città e si fusero con esso: così nel 1271 l’ebreo Salomon de Tincta chiese il permesso di aprire delle finestre nel muro meridionale della città per dare luce alla propria casa e la facoltà gli fu accordata, purché le aperture non risultassero dannose per la città stessa e pregiudizievoli per i vicini. (vedi figura).

Le case di Salerno addossate  Le case della Giudecca addossate al muro  al muro di cinta della città.    di cinta del castrum.

Il cognome de Tincta dell’ebreo salernitano Salomon testimonia, come in precedenza ricordato, la maggiore attività a cui gli Ebrei si dedicavano ed eccellevano: nell’arte della tintoria (tincta Iudeorum) e, avendo la possibilità di sfruttare le risorse idriche della vasta pianura di Bojano e la presenza dell’importante tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello Matese-Cortile-Centocelle, svilupparono la manifattura laniera con la costruzione delle valchiere o gualchiera in località denominate Valcaturo, come ancora oggi nella città di Bojano esistono i toponimi: tintiere, per identificare una strada; valcaturo, gualchiera o valchiera, dal germanico walkan o dal francese gauchier, per identificare la località dove esse erano state costruite.

Un’altra testimonianza della residenza e della preminente attività degli Ebrei nel territorio di Bojano è l’esistenza della chiesa dedicataa san Biagio, costruita a ridosso di una delle porte di accesso alla città medievale e nei pressi della località denominata nel passato Valcaturo e della esistenza di via Valcaturo, oggi via Turno.

Perché è importante la denominazione san Biagio della chiesa ?

La chiesa esisteva prima dell’anno 1241 ed in quell’anno Federico II ne espropriò gli arredi ed altri beni, come accadde per le chiese esistenti nelle diocesi episcopali della contea di Molise: il santo che ancora si venera è protettore degli cardalana, essendo stato torturato con i pettini utilizzati per la filatura della lana.

Ergo, se nell’anno 1241, epoca federiciana esisteva la chiesa di san Biagio, se nella città di Bojano operavano le gualchiere o valchiere utilizzate solitamente dagli abili artigiani di origine Ebraica, se consideriamo l’assenza nella città di Bojano di una località che nel suo toponimo ricordasse, come era in uso, la loro stabile residenza, gli Ebrei erano già presenti nel territorio di Bojano nell’anno 1241 (ante) e risiedevano nella Giudecca del castrum di Rocca Boiano.

Il nome Gualchiera/e deriva dal termine longobardo Walkan = rotolare, in questo caso molto probabilmente indicante una macchina che gira (http://caivaldarnosuperiore.it/), utilizzate e diffuse con la presenza dei Longobardi per la lavorazione della lana.

Nell’articolo Il mulino di Via Turno (ru mul∂ni∂ll∂) Margherita Lucarelli docente di lettere del Liceo Scientifico di Bojano, in Mainelli (2003), scrive: Nel grafico della Reintegra del tratturo del 1811, l’area della Chiesa di S.Biase, presso la porta omonima, mostra la biforcazione delle acque affioranti in superficie in Fiume Turno e in Fosso della Valchiera. Oggi esiste ancora il toponimo Valcaturo per indicare l’area del Fosso della Valchiera detto anche La canala che, situata a ridosso delle mura di Porta S.Biagio sul percorso del tratturo Pescasseroli-Candela, costituiva un servizio della stazione degli armenti di S. Antonio Abate. […]. Presso la porta S. Biagio è presente ancora un dislivello di alcuni metri. Sul punto del salto maggiore del Fosso della Gualchiera, detto poi La canala, è individuabile una struttura muraria in pietra a crociera che insiste sul dislivello e sul letto de La canala stessa inclusa nella struttura. Ciò ne fa suppore lo sfruttamento nel periodo di massimo splendore della transumanza, cioè coevo alle Gualchiere del secolo XVIII.

Non a caso, il toponimo dell’attuale centro abruzzese di Fara San Martino testimonia la sua origine Longobarda: Fara, ossia l’insediamento dove vivevano individui discendenti dallo stesso progenitore che, guarda caso, sfruttando le acque del fiume Verde, avevano localizzato ed esiste oggi una (nel passato forse più di una) gualchiera.

Gualchiera Orsatti in Fara San Martino. (da farasanmartino.comunitaospitali.it).

La civitas Boviano/Bojano la cui pianura era ricca di acque, come testimoniano i citati toponimi, aveva la sua o le sue gualchiere e la sua o le sue tintiere, utilizzate dagli Ebrei in qualità di proprietari o di operai, residenti nella Giudecca di  Rocca Boiano, già acropoli della civitas sannitaromana, localizzata nella sottostante pianura e parzialmente abbandonata, soprattutto nei suoi quartieri meno difendibili dalle incursioni dei Saraceni contro i quali si scontrò, perdendo la vita, Guandelperto, gastaldo di Boviano/Bojano nell’anno 860.

Abitando nella Giudecca di Rocca Boiano, gli Ebrei erano attivi nei loro opifici localizzati ad est della città di Bojano e nella località poco distante denominata per l’abbondanza delle acque Rio freddo.

Quando l’operosa attività degli Ebrei iniziò a non essere più autonoma, ma soggetta al potere civile e, soprattutto ecclesiastico ?

Come sempre, quanto accadde agli Ebrei residenti nella città di Benevento, accadde agli Ebrei residenti nel territorio della città di Bojano, con il principe Longobardo Landolfo VI: egli si era impossessato nell’anno 1054 della città capoluogo del principato, epoca in cui la contea di Bojano era retta dal normanno il conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio per avere sposato la titolare, la contessa Emma Roffrid, appartenente alla nobiltà longobarda del principato longobardo franco di Benevento.

Colafemmina ha ricordato: Dopo questo intervento, gli ebrei di Benevento non avranno più a che fare con principi secolari, se non saltuariamente e per periodi non lunghi, ma con la Santa Sede, perché, come si è detto, alla morte di Landolfo VI (1077) il papa prese definitivamente possesso della città e, con essa, degli ebrei. E il primo atto del governo pontificio nei confronti di fu quello di assicurarsi la tassa sulle loro tintorie (tincta Iudeorum), un reddito che era fino ad allora appartenuto quest’ultimi all’erario privato del principe. In quel tempo gli ebrei dell’Italia meridionale eccellevano nell’ arte della tintoria, divenuta quasi una loro specializzazione.

In base ai documenti tutt’ora esistenti gli Uomini Chiesa gestivano nel territorio della città di Bojano le gualchiere ed i mulini già nell’anno 1307: il vescovo Guglielmo agì contro il procuratore dei frati Minori per il possesso dei Valcatori siti a Rio freddo sopra il Ponte; lo stesso vescovo Guglielmo, sempre nell’ anno1307, prese possesso di tre Valcatori siti in Rio freddo; mentre nell’anno 1314 con il vescovo Angelofurono ricordati Due Molini e tre valcaturi a Rio freddo; sempre degli stessi immobili si ha notizia nell’anno 1333 con il vescovo Andrea; nell’anno 1403 con l’Abb. Cicco de Senis e nell’anno 1404 gli Abb.ti Antonio e nuovamenteCicco de Senis, trattano una locazione della mità di un Molino, e di un Valcaturo di essi canonici, sito dove si dice alle pietre dirrupe (oggi, Pietre cadute, n. d. r.) ed infine, nell’anno 1405, una locazione in emphytheusim di un Mulino, e loco di Valcaturo della Chiesa di san Bartolomeo.

Nei successivi documenti (163 e 164) dell’anno 1516, 12 luglio, sottoscritti da Silvio Pandone vescovo di Boiano fu ricordato un molino < in pertinensiis S. Poli >, con due macine sito in Rio freddo; non furono ricordati i valcaturi, forse non oggetti della donazione (o andati in disuso ?).

L’ultimo documento trascritto nei Regestri Gallucci è dell’anno 1655, ma dall’anno 1405, 25 marzo, NON si hanno notizie dei valcaturi.

Dopo quanto esaminato, valutiamo le varie ipotesi esposte nel corso degli anni sull’arrivo e la presenza degli Ebrei nella località Giudecca in Civita Superiore di Bojano.

In ordine cronologico, hanno proposto l’arrivo degli Ebrei nel castello di Rocca Boiano all’epoca dell’imperatore Federico II (1194-1250): […]. Un’ulteriore cinta muraria, che fortificava il castello, si univa alla cinta merlata che racchiudeva l’intera cittadella; un insieme di mura quindi di cui ancora oggi si conserva la parte occidentale, parte importante perchè al proprio interno erano sorte delle piccole abitazioni riservate ad una colonia di ebrei, giunti al seguito di Federico II. (http://www.regione.molise.it/web/turismo/turismo.nsf).

C’è chi sostiene l’arrivo di una colonia di Ebrei nell’anno 1456 per incrementare la popolazione della città di Bojano più che decimata dal terremoto, detto di santa Barbara, dell’anno 1456.

Il sito https://www7.tau.ac.il/omeka/italjuda/items/show/590, ricorda che Negli ultimi decenni del XV secolo il vescovo di Boiano, da cui C. (Campobasso n. d. r.)dipendeva, trasferì qui la sua residenza, e prese ad angariare gli ebrei, proibendo ai macellai di rifornire di carne macellata e tagliata secondo il loro uso, come era stato solito e consueto. La comunità ricorse alla Camera della Sommaria, che in data 30 luglio 1482 invitò il prelato a non creare novità e dissidi. La lettera non raggiunse l’effetto desiderato, perché il 25 settembre 1489 la Sommaria intervenne di nuovo, questa volta contro il capitano cittadino che aveva multato due macellai per avere preparato la carne per gli ebrei: se gli Ebrei svolgevano le loro attività in Campobasso, probabilmente erano presenti, nell’anno 1482, anche nella città di Bojano.

C’è chi ha ricordato le migrazioni/fuga degli Ebrei a causa della secolare persecuzione, come illustra il sito it-it.facebook.com › civitasuperiore › posts › la-storia: La storia degli Ebrei Sefarditi di cui alcuni dopo la cacciata dalla Spagna si stabilirono nella odierna Giudecca a Civita. […]. Alla fine il governo trovò la soluzione della questione ebraica in Spagna: l’editto di espulsione del 1492: gli ebrei dovevano lasciare la Spagna entro tre mesi.    

Pur sostenendo la presenza degli Ebrei nella città di Bojano nei periodi: 1°. Ante anno 1250 della morte di Federico II; 2°. All’anno 1456,dopo il disastroso terremoto; 3°. All’anno 1482/89,con il vescovo di Boiano; 4°. All’anno 1492 a causa dell’editto di espulsione dalla Spagna, NESSUNO ha identificato nella città di Bojano una località che ricordasse la loro residenza; l’UNICA, ancora oggi e fin dal periodo alto medievale, è la Giudecca in Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano.

TUTTE le epoche potrebbero aver visto SI’ l’arrivo di Ebrei nel territorio pertinente alla città di Bojano, ma la Storia, per ora, documenta nel territorio di Bojano l’esistenza di UNA sola località di residenza: la Giudecca.

Inoltre, per fugare ogni altro dubbio, similmente per quanto accadde nell’anno 1271 nella città di Salerno su esplicita richiesta de l’ebreo Salomon de Tincta, anche nella Giudecca di Rocca Boiano le case si addossarono al muro della città e si fusero con esso, purché le aperture non risultassero dannose per la difesa della Rocca e pregiudizievoli per i vicini.

Oreste Gentile.

IL CAMMINO DA SULMONA AL BOSCO MAZZOCCA DI RICCIA DEL DIMISSIONARIO E FUGGIASCO PAPA CELESTINO V.

maggio 26, 2020

Nella biografia Vita et Miracoli di San Pietro del Morrone. Già Celestino Papa V. Autore della Congreg. De Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedeto. Raccolta Dal P. Don Lelio Marino Lodeggiano Abbate Generale della medesima Congregazione (1630), il Cap. III. del Libro IIII , con il titolo: Il Santo fugge anco, e stà nascosto in diversi luoghi, descrive il viaggio che l’ottantaseienne Papa dimissionario e perseguitato intraprese dalla Cella del Morrone, cioè del luogo di Sant’Onofrio tanto segreto […], se ne partì da là per andarsene in una vastissima selva di Puglia, la qual era lontana dal Monte Morrone il viagio di quattro giorni, & haveva inteso esser’ habitata da alcuni romiti servi d’Idio. […]. Fuggiva il Santo in paesi a lui stranieri per non esser conosciuto […].
Si era nel mese di febbraio dell’anno 1295, che la partita del Santo da Napoli, scrisse Marino, fù nel fine dell’anno 1294, […]. Verso il principio del mese di Marzo dell’istesso anno (1295, n. d. r.), si ritirò nella selva di Puglia, e vi si fermò fin’ al principio del mese d’Aprile ò puoco doppò, essendo che corse quell’anno la Pasqua a 3. Aprile. […].
La presenza del dimissionario Papa nella selva di Puglia, venne all’orecchie d’un certo Abbate dell’ Ordine di San Benedetto delle vesti nere, non solamente che il santo era fuggito dal Morrone & dall’Abruzzo, ma ancora che faceva vita occulta nella Puglia & in questa Selva.
Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma Quarata propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria) nella Puglia detta da gli Geografi Peucetia Hora terra di Bari. […]. Il giorno stesso della Domenica delle Palme 27. di Marzo, scrisse Marino, venne & arrivò in quella Selva con sette altri Monaci in sua compagnia […].
Qual sia questa Selva nella Puglia, dove il Santo stava nascosto, non fù dichiarato e lasciato scritto da gli autori, & difficile il saperlo, perché dicono che dall’Apruzo andando in Puglia tutto il paese sia pieno di selve.
Tuttavia prima che si entri nella Puglia piana per la parte de i Monti mediteranei vi hà tra gli Monti, vicino dove si dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua fin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti; Vi sono ancora altre selve come quella di San Leonardo, & quella dell’Incoronata, che è tra Fogia & la Cerignola molto grande, dove pur stanno molti Romiti & è più credibile che il Santo stesse in questa, perché vicina à Quarata, & lontana dal Morrone le quattro giornate, & da San Giovanni in Piano da una e meza, ò due.
La narrazione di Marino, pur ricca di particolari geografici e religiosi, è alquanto confusa, ma le tessere del mosaico esistono e possono essere collocate nel posto giusto per localizzare ed identificare il luogo dove soggiorno il fuggiasco Pietro di Angelerio.
Il biografo, pur ammettendo le difficoltà per localizzare ed identificare la Selva nella Puglia, preferì indicare quella dell’Incoronata, che è tra Fogia & la Cerignola molto grande, motivando: perché vicina à Quarata, & lontana dal Morrone le quattro giornate, & da San Giovanni in Piano da una e meza, ò due. Il dimissionario e fuggiasco Papa Celestino V era alla ricerca di un luogo solitario e quanto più lontano dalle strade più frequentate e dalle città.
La selva dell’Incoronata, oltre ad essere nei pressi di vie di più frequentate, era anche vicina alla città di Foggia. (vedi figura).

Il territorio interessato dalla descrizione di Marino. 

La scelta di Marino di preferire la selva, quella dell’Incoronata, non fu influenzata dalla sua distanza dalla Cella del Morrone o dal monastero di San Giovanni in Piano, bensì, come esamineremo, dalla località denominata Quarata, dove era sito il Monastero benedettino retto dall’Abbate che fece visita al dimissionario Papa.
Quarata è determinante per dissipare ogni dubbio, alla luce di quanto scrisse lo stesso Marino: Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma Quarata propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria).
Quale sia il nesso tra di Corata e Quaranta, non è dato sapere; quest’ultima era l’antico nome dell’odierna città di CORATO che andò in disuso per volere di Federico II (1194-1250). Nella città di Corato (Quarata) esisteva un convento, dedicato a Santa Maria Annunziata, all’interno delle mura cittadine, nei pressi della Porta delle Monache.
Nel quale già dalla fine del ‘400 risiedevano le monache Benedettine. Queste consacrate erano presenti nel territorio a partire dal XIII secolo, nel vicino complesso, extra moenia, di S. Maria Vetere (oggi S. Domenico ); per motivi di sicurezza scelsero di trasferirsi all’interno del nucleo urbano di Corato, sul sito in questione che era a ridosso della cinta muraria.
Già al tempo in cui scrisse Marino, anno 1630, il toponimo Quarata era stato abolito da Federico II certamente prima del 1250, anno del sua morte, ergo all’epoca della fuga di Papa Celestino V, inizio dell’anno 1295, CORATO era il toponimo della città pugliese.
Il monastero di Quarata, luogo di provenienza dell’Abbate e da sette altri Monaci (NON monache Benedettine) in sua compagnia che incontrarono il dimissionario Papa, era un monastero femminile, come testimonia anche G. Gabrieli in Il monachismo in Puglia. Saggio elencativo e bibliografico; non era presente nel Quadro del patrimonio cassinese e sua floridezza economica e nel diploma
dell’anno 1137 dell’imperatore Lotario III di Supplimburgo.
Marino non tenne in considerazione quanto lui stesso aveva scritto: Il Monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico, ma preferì correggere e sostituire di Corata con Quarata, precisando: propriamente si chiama il luogo (Hora questo è membro del Monastero di Santa Maria d’Andria) nella Puglia.
Si ignorano i motivi che indussero Marino ad emendare di Corata, il nome del monastero da cui proveniva l’Abbate, sostituendolo con Quarata.

di Corata era l’alterazione di Decorata, una località tutt’oggi esistente nella provincia di Benevento ed a confine con il territorio pertinente alla città di Riccia, conosciuta nel passato con il toponimo laRiccia o la Riccia che altro non è se non l’Ariccia ricordata da Marino: Tuttavia prima che si entri nella Puglia piana per la parte de i Monti mediteranei vi hà tra gli Monti, vicino dove si dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua fin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti.

l’Ariccia fu ricordata da Ciarlanti (1644): Fè nel 1286. che la Riccia, ch’era nel Giustitiariato di Capitanata, si mettesse nel Giustitiariato di Terra di Lavoro, e di Contado di Molisi, che li tornava più commodo.

Nella cartina: laRiccia e una selva grande: il Bosco Mazzocco ed il Bosco Decorato.

Sono proprio le descrizioni del territorio tramandate da Marino a permettere di localizzare il rifugio del fuggiasco e dimissionario Papa Celestino V.
Esiste ancora oggi una vasto bosco che, estendendosi tra i centri di Riccia, Tufara, Decorata, Baselice e Foiano, termina all’inizio della vasta pianura dauna.

Decorata, ricordata da Marino come di Corata, era ed è una località distante poco più di 12 km. a piedi da l’Ariccia (Riccia), ma era ed è sita del vasto bosco omonimo, dove dall’anno 1051 esisteva un monastero: il monisterii Sanctae Mariae, in loco dicto Decoratae che conferma quanto lo stesso Marino aveva scritto: Il monastero di questo Abbate si chiamava di Corata scrive il libro antico; ergo, di Corata = Decoratae.

Il territorio (cerchio verde punteggiato) interessato dalla presenza del dimissionario Papa Celestino V. Confine (linea bianca tratteggiata) tra i monti dell’Appennino e la vasta pianura dauna.

D. G. Barbarulo scrive in merito: Decorata nel 1051 fu sede di un cenobio benedettino. […]. Il conte Nubilone o Nubolone, signore di Ponte di Castel Vipera e di altre terre, insieme a suo figlio Riccardo fondò nel settembre 1051 un monastero nel bosco con chiesa dedicata a Santa Maria di Decorata, come è detto nell’Instumentum fundationis monisterii Sanctae Mariae, in loco dicto Decoratae alla presenza di Robertum Buianensem episcopus e diversi signori dei luoghi vicini. […]. Passò poi ai monaci cassinesi, che spesso si contendevano diritti di potestà su altri monasteri del circondario, come attesta una lite del 1142 tra Guisenolfo, abate di
Santa Maria in Balneo nel territorio di Ripa Literni e Potone, abate di Santa Maria Decorata. Nel 1151 il Papa Anastasio IV, con la bolla “In Eminenti” conferma l’abbazia di Decorata a Pietro, arcivescovo di Benevento e nel 1156 il Papa Adriano IV con la bolla “Et Rationis Ordo” la riconferma a Enrico, arcivescovo di Benevento. Il monastero di Decorata è ricordato in altri documenti del 1300 sempre per questioni di rendite e di affitti di terreni, appartenenti a tale comprensorio, nel territorio molisano; nel 1335 si ha notizia anche di una causa vertente tra Simone de Molisio, feudatario di Castelvetere, e Nicola, abate del monastero di Santa Maria di Decorata. Nel 1374 l’abate di Decorata è elencato tra gli abati della diocesi di Benevento, che avevano l’uso della mitria e della croccia, cioè del baculo, in occasione del Concilio Provinciale dell’Arcivescovo di Benevento Ugone.
Per lungo tempo il territorio di Decorata appartenne ai monaci; nel 1794 la chiesa, il monastero e il feudo furono comprati per 61.620 ducati dal principe di Colle Vincenzo Maria Di Somma, divenendo così di proprietà privata. Oggi di quell’antico monastero resta solo qualche rudere; la vecchia cappella è stata sostituita da una più moderna e funzionale, ultimamente abbellita con dipinti eseguiti dalla pittrice Gabriella D’Aiuto, a dimostrazione dell’importanza che tale luogo di culto riveste ancora per i Decoratesi.
Marino ricordò la selva grande nella quale habitano molti nel XII secolo: come non ricordare che tra i molti Romiti, vi erano stati: il beato Giovanni da Tufara ed il beato Stefano Corumano di Riccia ?
La storia, scrive D. G. Barbarulo, ricorda anche il monastero di “Gualdo Mazzocca in Foiano V.F. (BN) nel 1170, fondato dall’eremita Giovanni da Tufara: Dopo aver cercato invano un luogo solitario sul Gargano, trovò finalmente il suo eremo su un’altura nell’immenso bosco di Mazzocca tra Baselice e Foiano e lì si fece costruire nella roccia una piccola cella; ma la fama delle sue mirabili virtù di carità e di pietà si diffuse rapidamente, tanto che in molti giungevano all’eremo, per venerarlo e seguirlo. Da essi fu costretto a fondare un “oratorio” e un “milite” della città di Troia, di nome Milone, costruì una chiesa in onore della Madonna. Successivamente l’eremita Giovanni sentì la necessità di fondare un monastero per la necessità della congregazione e per le molte persone che vi giungevano. […]. Il Monastero, già dopo la morte dell’Eremita (1170), aveva tre “dipendenze”, a cui si aggiunsero successivamente altre, non solo in territorio sannita, ma anche in territorio pugliese. La considerazione, di cui godeva il Monastero, è dimostrata dai numerosi lasciti e
donazioni, sia da parte delle pubbliche autorità dei luoghi appartenenti alla badia, sia da parte della gente comune, sia da parte di notabili (conti e baroni che dominavano nei vari feudi). In questo modo il Monastero del Gualdo accrebbe il suo patrimonio e aumentò sempre più il suo prestigio. Il Monastero del Gualdo, divenuto poi Abbazia, fu anche un fiorente centro culturale e di studi, come è confermato in un manoscritto, che si conserva presso la Biblioteca Apostolica Vaticana catalogato come Codice Vaticano Latino 5949, che fu scritto a Mazzocca tra il 1197 e il 1209, dove restò fino al XV secolo, passando poi a S. Sofia di Benevento e di lì al Vaticano; il
manoscritto è prezioso, perché costituisce uno splendido esemplare di scrittura beneventana, ma anche per la decorazione e per il contenuto. Il Monastero conservò il suo massimo splendore fino al 1400, quando cominciò la decadenza. La presenza di religiosi di diversi ordini, alcuni provenienti dal Nord, cessò definitivamente durante la peste del 1656.
Il “cammino” intrapreso dal fuggiasco Papa dimissionario, interessò una parte dei territori dell’Abruzzo e del Molise, coinvolgendo i 2 tratturi: il Celano-Foggia, fino a Castel di Sangro, ed il Castel di Sangro-Lucera, da Castel di Sangro a Campodipietra, abbandonandolo per salire verso il territorio di l’Ariccia/Riccia
Il perseguitato e dimissionario Papa Celestino V, all’età di circa 86 anni, scrisse Marini, impiegò quattro giorni per raggiungere dalla Cella del Morrone (Sulmona) una vastissima selva di Puglia, ma per quanto riferito dallo stesso biografo, la sosta avvenne nella località che dice l’Ariccia, una selva grande, che si continua sin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti.
Dalla Cella del Morrone, nei pressi di Sulmona, utilizzando il tratturo Celano- Foggia fino alla città di Castel di Sangro, la distanza a “piedi” di 45, 1 km. si percorre (dati google) in 9 h. e 55 m..
Da Castel di Sangro fu percorso il tratturo Castel di Sangro-Lucera, conosciuto e già utilizzato dall’illustre fuggiasco (quando all’età di 20 anni si trasferì da Sant’Angelo Limosano, suo paese natale, a Castel di Sangro) per raggiungere la località dice lAriccia (Riccia), una selva grande (bosco Mazzocco/a), che si continua sin’ al piano, nella quale habitano molti Romiti: la distanza per un percorso a “piedi” (dato google) è pari, escludendo un improbabile sosta a Sant’Angelo Limosano, a circa 100 km..
Pertanto: SulmonaCastel di Sangro = 45 km. + Castel di SangroRiccia 100 km. = 145.km. in quattro giorni (145 km.: 4 gg. = 36 km. al giorno).

L’itinerario da Sulmona a Riccia. Tratturo Celano – Foggia da Sulmona a Castel di Sangro (a) + tratturo Castel di Sangro – Lucera da Castel di Sangro a Riccia (l’Ariccia) (b + c). N. B. Il tratto b +
X fu il percorso scelto in occasione del 1° viaggio da Sant’Angelo Limosano a Castel di Sangro.


L’altro “cammino” è il trasferimento dalla selva grande (l’Ariccia/Riccia) al monastero di San Giovanni in Piano, l’itinerario più breve (dati google) è di circa 84 km. in 17 h. 47 min. : 2 gg. (stimati) = 42 km. al giorno), che Marino valutò: strada e viaggio d’una gionata e meza, o due al più, & il Santo Vecchio ottogenario faceva il viagio a piedi, NON dalla selva grande (l’Ariccia/Riccia), bensì da quella dell’Incoronata di cui si riportano per dovere di informazione le distanze ed i tempi di percorrenza dei 3 itinerari: a 64 km. : 2 gg. (stimati) = 32 km. al giorno. b 65 km. : 2 gg. (stimati) = 32.5 km. al giorno. c 65.5 km. : 2 gg. (stimati) = 32.7 km. al giorno; 3 itinerari da escludere in quanto attraversava la città di Foggia ed il suo territorio, mentre i fuggitivi avevano sempre evitavano i luoghi più frequentati per non essere riconosciuti. (vedi figura).

 

Successivamente il dimissionario Papa si trasferì dal monastero di San Giovanni in Piano a Rodi Garganico per l’imbarco verso l’oriente.

L’itinerario che fu scelto partendo dal rifugio della selva grande, permise di non utilizzare la via Sacra Langobardorum da secoli frequentata dai pellegrini che volevano da Roma e da Benevento raggiungere il santuario di Monte Sant’Angelo.

 

La Via sacra Langobardorum (nera): Benevento-Troia-Foggia- Siponto-Monte Sant’Angelo.

Il mare in burrasca per più giorni e ad ogni tentativo, rigettò a riva i fuggiaschi a circa cinque miglia dalla Città de Vesti (Vieste) i cui abitanti riconobbero tra i fuggiaschi il dimissionario Papa Celestino V che fu presto < prigioniero > del Capitano (cos’ chiamano il Podestà ò Governatore) di quella Città, che non è molto al lido del mare stà il Santo Fra’ Pietro coi compagni.

Da < prigioniero >, da Vieste iniziò un nuovo viaggio verso la città di Anagni dove risiedeva il suo successore, Bonifacio VIII.
Questo fu un altro “itinerario” percorso da Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria; non da uomo libero, ma da    < prigioniero >.

Oreste Gentile.