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Vincenzo Eduardo Gasdia. Uno storico attendibile ? LA RISPOSTA AI LETTORI.

dicembre 7, 2017

Ho conosciuto la Storia di Campobasso in 2 volumi di Gasdia, l’edizione dell’anno 1960, per il capitolo A cavallo tra dugento e trecento. Il papa campobassano.

Ero interessato, a differenza degli uomini di Chiesa, alla vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, e, tra i tanti autori antichi e contemporanei, scoprii che Gasdia, aveva scritto, convinto: Mi sono chiesto molte volte: perché i Campobassani sono infinitamente tiepidi pel loro papa sicuramente campobassano perché molisano: Celestino V ?

Mi meravigliai non poco dell’assioma campobassano = molisano: Gasdia accreditava alla storia di Campobasso tutti gli avvenimenti accaduti nel territorio dell’attuale regione MOLISE, a iniziare dalla Storia dei Sanniti Pentri (XI – IX sec. a. C.).

Poco male, ma i lettori, esaminando le sue descrizioni, sapranno identificare i personaggi e le località che furono i veri protagonisti della Storia del Molise.

Purtroppo l’attenta lettura, il confronto di quanto scrisse Gasdia e consultando i documenti e le fonti bibliografiche antiche, ci faranno scoprire più di una disattenzione (?) che modifica la Storia medievale del Molise e in particolare l’antica Storia della città di Bojano che “volente o dolente”, dal  XI – IX a. C. al XIII sec. d. C., ebbe un ruolo da protagonista di primaria importanza.

Sorvolando sulla Storia dei Sanniti Pentri e Frentani, esaminiamo quanto scrisse (in rosso) Gasdia per il periodo medievale longobardo: Alzecone giunse nel territorio di campobasso < cum omni suo ducatu et exercitu >, cioè con la massa della popolazione che era guardata dalla gente in armi; ma Paolo Diacono ha tramandato in modo chiaro, per l’anno 667: E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. (vedi figura).

Gasdia: Guadelperto o Guandelperto, secondo alcuni scrittori di cose campobassane sarebbe l’ultimo gastaldo di Boiano ed insieme il primo conte del contado di Molise. Questo nuovo vocabolo, Contado di Molise, prese il posto del precedente, Gastadato di Boiano; il contado poi chiamano anche comarca.

Ercheperto, scrisse: In quel tempo Maielpoto Telesino e Guandelperto gastaldo di Boiano con molte cure e con preghiere assoldarono Lamberto, duca di Spoleto, e Gerardo conte dei Marsi, ed andarono incontro allo stesso Saugdan, che ritornava dalla devastazione di Capua, affrontandolo nella terra di Ario (Ariano Irpino ?,n. d. r.).

Correva l’anno 860 e, stando alle cronache dell’epoca, Guandelperto fu l’ultimo gastaldo longobardo titolare del gastaldato di Boiano, MAI ebbe il titolo di conte, non ancora esisteva il contado di Molise: si parlerà di Contado o di contea di Molise solo dall’anno 1142.

Molto scrisse Gasdia per il periodo medievale normanno e, pur ricordando il papa Leone IX e i contendenti longobardi e normanni che presero parte alla battaglia di Civitate avvenuta nell’anno 1053,   trascurò la presenza di un normanno al fianco di Roberto il Guiscardo: Hos Bovianensis comitis comitata Radulfi; era il conte Rodolfo di origine normanna, all’epoca già titolare della contea longobardo franca di Boiano.

Con il titolo Signorie forestiere del volume, Gasdia illustrò al lettore La gens Molise. […]. E’ l’opinione di molti a proposito della gens Molise che i primi soggetti di essa si siano appropriato il vocabolo del feudo locale ad essi pervenuto assumendolo come proprio cognome, quando, come si sa, i cognomi non esistevano ancora e si andavano formando. Ma qual era codesto cognome all’origine?  Appunto perché nel secolo XII era cognome in formazione abbiamo varietà di forme: Molissi (genitivo), de Molisio, de Mulisio, de Mulisi, de Molino, de Molina (assai meno frequente), de Molinis e, scrive d’Ovidio, ma non mi sento incoraggiato a seguirlo, Molinensis, che a me non è mai occorso di leggere. E non è finita.

Gasdia scrisse su Marchisio: Tra il ginepraio di tante difficoltà un’altra più grave si insinua. I cognomi Molisio o Molino sarebbero la deformazione del cognome Marchisio, < frequentissimo oltre ogni credere nella diplomatica remota di molti comuni pentri ed anche frentani >. E su questa frequenza il Masciotta per conto suo è disposto ad ammettere che i < Marchisio o Molisio fossero nel secolo X ed XI gli eredi o diretti o collaterali del condottiero slavo (Alzecone bulgaro) del secolo VII >.

Sempre sullo stesso argomento, Gasdia ritenne utile far conoscere l’opinione degli altri studiosi; ne ricordò 10 vissuti in epoche diverse.

Il Rossi, scrisse Gasdia, tende a mostrare che il cognome originario dei Molise era Marchisio, e dice che Ugone di Molise famoso duce normanno era nipote di Tancredi Marchese o Marchisio cantato da Torquato Tasso.

Giovan Gioviano Pontano, è d’opinione che i Molise trassero origine e cognome dal castello di MoliseGiovannatonio Summonte aderisce a Pontano. Il Giannone poi scrive che l’origine della Contea di Molise risale al gastaldato di Boiano e che prese il nome da una sconosciuta città del Sannio antico chiamata Molise, dalla quale a loro volta derivarono il proprio cognome i Molise. Gianvincenzo Ciarlanti nelle sue  < Memorie historiche del Sannio > pensa che la gens Molise abbia dato il proprio cognome alla località Molise. Giuseppe Maria Galanti nel < Saggio sopra l’antica storia dei primi abitatori d’Italia > è della stessa opinione. Il Del Re opina che i Molise abbiano trasmesso il loro cognome al castello di Molise. Così anche il Giustiniani il quale scrive che Ugone di Molise diede il proprio cognome al castello di Molise da lui medesimo edificato. E dal castello divenuto titolo feudale sarebbe poi passato per estensione al contado. Il Tria poi scrive che la contea di Boiano fu puramente e semplicemente trasferita a Molise. Ma non tocca affatto il cognome. Il D’Attellis è anch’esso del parere che furono i Molise a dare il loro cognome al paese.

Proseguì Gasdia: La verità è che ci sono prove, come l’esistenza di Dio, pro e contra, in senso o nell’altro, se prevale il sofisma e si abbandonò a una lunga disquisizione lasciando il lettore all’oscuro dell’origine del nome MOLISE e aumentando la confusione affrontando l’argomento Donde venivano i Molise.

Altra incognita, scrisse Gasdia: donde erano venuti a noi nel territorio pentro questi che poi si chiamarono Molise?. C’è chi opina che i Molise provenissero dal ceppo langobardo, che dal ceppo normanno, e chi dal ceppo slavo bulgaro. Mi domando; perché non unghero e perché non saraceno? E se invece fossero proprio, come dire?, cresciuti in fama e potere per meriti poi gradatamente acquisiti in casa?

Giudico sconcertante ciò che Gasdia scrisse nella Conclusione. Fin tanto che l’insperato ritrovamento di documenti non ci illumini di più continuerò a ritenere che – se anche seduce l’idea di un soprannome o bulgaro o langobardo o normanno latinizzato, portato da un insigne guerriero cui venne assegnata una comarca che egli denominò dal suo gentilizio Molisius –  Molise fu un territorio o grande o piccolo da cui il suo feudatario prese cognome quando i cognomi erano in formazione. Quel nobile salito in eccelsa fortuna sotto gli Altavilla rese illustre nei secoli l’umile terra d’origine, Molise, la contea di Molise, la provincia gioacchina di Molise. Rammentiamo intanto la prima apparizione del nome Molise nel 1187: segue la nota n. 25 riferita a: Masciotta I : 132.

In merito alla nota n. 25, Masciotta aveva scritto in modo semplice e chiaro: … il comunello o feudo di Molise, non è menzionato nel Catalogo borrelliano dei baroni del 1187.

L’anno 1187 ricordato da Gasdia, non era pertinente a la prima apparizione del nome Molise, bensì all’anno di una delle edizione del Catalogo borrelliano dei baroni o Catalogus baronum redatto fra il 1150 e il 1168. 

Rinviando l’illustrazione della vera origine del cognome MOLISE e dei personaggi della nobile casata d’origine normanna, leggiamo ancora quanto propose Gasdia nella Genealogia di Rodolfo di Molise.

I Molise appariscono innanzi tutto come una razza molto prolifera. Una contessa Emma, della quale non conosciamo altre notizie genealogiche che la sua discendenza, come figlia, da un Goffredo, ebbe due mariti un Raho o Raone Trincanotte, da Eboli, e Gimmondo di Molise. Non è nemmeno noto quale dei due sia stato il primo marito. Dal grembo fecondo di questa donna nacquero almeno otto figli, Guglielmo, che sembra nato dal matrimonio col Trincanotte, e Rodolfo, Roberto, Ugone, Antonio, Gismondo II, Alano, Tustano, tutti sicuramente figli di Gismondo I di Molise. Quando noi conosciamo di Emma, attraverso atti di pietà religiosa, corre l’anno 1082 ed è già vedova d’entrambi i mariti, nonna, per parte del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di tre giovani, Ruggero, Roberto e Rainulfo Tricanotte, e per parte di Rodolfo di Molise di altri sette nipoti.

Rodolfo di Molise era conte di Boiano e d’Isernia, e da moglie Alberada (l’Aubèree dei Normanni) aveva generato i sette figli: Ugo od Ugone I, Guglielmo, Raul, Ruggero, Roberto, Alice e Beatrice. Di Ugone I abbiamo a più riprese notizie dal 1085 al 1094 al 1105. Egli era succeduto a suo padre nella comarca di Molise, nella contea di Boiano, e fedele alla tradizione della sua famiglia era di ottimi costumi cristiani. Il Gattola di Montecassino afferma, con fondamento, che i Molise feudalmente dipendevano dai principi di Capua, come vassalli del principe Riccardo e poi di Giordano. La comarca di Ugone I aveva un’estensione notevole, superava infatti il nostro Molise, raggiungendo l’Adriatico lungo le sponde del Biferno ed il Tirreno fino a Castellamare del Volturno.

Ugone I aveva costituito alle proprie dipendenze numerosi suffeudatari, e senza dubbio non avrà trascurato i suoi figli, per quanto da quello che noi conosciamo non sia possibile identificare che il solo Ruggero, il quale teneva Pratella e Montedipietro. Ecco l’elenco dei suffeudatari. […].

Gasdia, aveva preso visione di diverse fonti bibliografiche ed è davvero molto, molto strano, frequentando assiduamente la Biblioteca Monumento Nazionale dell’abbazia di Montecassino, l’avere ignorato quanto tramandavano le antiche pergamene conservate nell’archivio della Biblioteca che testimoniano le “donazioni” sottoscritte dai conti di origine normanna titolari della contea di Boiano.

Avvedendosi della sua scoperta degli strafalcioni pubblicati da alcuni studiosi che aveva consultato, avrebbe potuto dare una risposta certa alle sue stesse domande, risolvere i suoi dubbi e non creare confusione all’ignaro lettore.

Gasdia ha descritto vicende non pertinenti alla Storia del gastaldato longobardo di Boiano e alla contea longobardo franca normanna di Boiano, denominata contea di Molise dall’anno 1142.

Iniziamo dalla sua affermazione: Alzecone giunse nel territorio di campobasso < cum omni campobasso; Paolo Diacono, storico longobardo, ricordò unicamente le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori.

La sua lunga disquisizione, già esaminata, sull’origine del cognome MOLISE disorienta il lettore ignaro delle vicende dei migranti normanni che, prima dell’anno 1053, fissarono la dimora in Boiano e nel suo territorio, già contea longobardo franca.  (vedi figura).

I 6 gastaladati longobardi, poi contee longobardo franche: 1. Venafro. 2. Isernia. Trivento. 4. Termoli. 5. Larino. 6. Boiano.

  Erano migranti Normanni provenienti dal castrum di Moulins al comando di Rodolfo primogenito di  Guimondo, signore del castrum di Moulins.

Il conte Rodolfo, come tutti i Normanni presenti nell’Italia meridionale, fece derivare il proprio cognomine dal nome del castrum dove era nato: MOULINS, italianizzato in MOLINIS o MOLISIO. (vedi figura).

Il castrum di MOULINS, oggi

 Lo stesso accadde per la più famosa famiglia normanna Altavilla, giunta in Italia prima di Rodolfo: dalla località di provenienza, la normanna HAUTANVILLE, si denominò ALTAVILLA.

Gasdia non avrebbe dovuto accettare passivamente le 10 ipotesi sull’origine del cognomine dei conti normanni di Boiano e della loro nazione di origine e di provenienza, ma avrebbe dovuto approfondire le ricerche per non alimentare la confusione al punto che scrisse: Ugone di Molise famoso duce normanno era nipote di Tancredi Marchese o Marchisio cantato da Torquato Tasso;  ed a porre domande all’ignaro lettore a cui lui, studioso, avrebbe dovuto dare una risposta più aderente alla realtà: Altra incognita, donde erano venuti a noi nel territorio pentro questi che poi si chiamarono Molise?. C’è chi opina che i Molise provenissero dal ceppo langobardo, chi dal ceppo normanno, e chi dal ceppo slavo bulgaro. Mi domando: perché non unghero e perché non saraceno? E se invece fossero proprio, come dire?, cresciuti in fama e potere per meriti poi gradatamente acquisiti in casa?

Quale risposta avrebbe potuto dare l’ignaro lettore?

Era Gasdia a dover dare delle risposte, vista la sua assidua frequentazione della Biblioteca di Montecassino, ricca di documenti originali, di cronache dell’epoca e di pubblicazioni antiche; lui avrebbe dovuto chiarito i dubbi e rispondere ai suoi interrogativi.

Egli non ignorava le donazioni della contessa Emma che aveva addirittura definito atti di pietà religiosa, tanto che scrisse: Una contessa Emma, della quale non conosciamo altre notizie genealogiche che la sua discendenza, come figlia, da un Goffredo, ebbe due mariti un Raho o Raone Trincanotte, da Eboli, e Gimmondo di Molise. Non è nemmeno noto quale dei due sia stato il primo marito. Dal grembo fecondo di questa donna nacquero almeno otto figli, Guglielmo, che sembra nato dal matrimonio col Trincanotte, e Rodolfo, Roberto, Ugone, Antonio, Gismondo II, Alano, Tustano, tutti sicuramente figli di Gismondo I di Molise. Quando noi conosciamo di Emma, attraverso atti di pietà religiosa, corre l’anno 1082 ed è già vedova d’entrambi i mariti, nonna, per parte del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di tre giovani, Ruggero, Roberto e Rainulfo Tricanotte, e per parte di Rodolfo di Molise di altri sette nipoti. (vedi figura).

Purtroppo, il testo originale del diploma dalla contessa Emma nell’anno 1082 e gli altri che furono sottoscritti negli anni 1083, 1089, e ancora 2 (due) nell’anno 1090, smentiscono Gasdia.

Nel testo originale dell’anno 1082 si legge: Nos emma (filia quondam) ioffrit, que prius fui uxor domni rao qui dictus est trincanocte de eboli, et postea uxor fui guimundi, qui dictus est de molisii, una cum rucgerio et robberto et rao nepotis nostris, filiis quondam guidelmi qui fuit filius nostrer. Noi Emma, figlia del defunto ioffrit, fui prima moglie del signore Rao (Rodolfo n. d. r.) detto Trincanotte di Eboli, e dopo fui moglie di Guimundi, che dicono essere de Molisii, con Ruggero e Roberto e Rao (Rodolfo, n. d. r.) nostri nipoti, figli del defunto Guglielmo che fu nostro figlio.

 

Diploma sottoscritto da Emma, contessa di Eboli, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, arca B 22.

 

L’albero genealogico della contessa di Eboli.

Non solo il testo del diploma dell’anno 1082, ricordato da Gasdia, smentisce Gasdia, ma lo smentiscono anche i diplomi sottoscritti dalla contessa Emma negli anni 1083, 1089 e i 2 (due) diplomi dell’anno 1090: ignoravano l’ esistenza del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di Rodolfo di Molise e degli altri sette nipoti.

Rao o Rodolfo ricordato nei 5 diplomi sottoscritti dalla contessa Emma permettono di identificare unicamente Rao Trincanotte, il suo primo marito, e Rao, suo nipote in quanto figlio del defunto Guglielmo.

La contessa Emma MAI ricordò nelle sue donazioni Rodolfo di Molise e i suoi sette figli.

E’ FALSO ciò che scrisse Gasdia: Rodolfo di Molise era conte di Boiano e d’Isernia, e da sua moglie Alberada (l’Aubèree dei Normanni) aveva generato i sette figli: Ugo od Ugone I, Guglielmo, Raul, Ruggero, Roberto, Alice e Beatrice. Di Ugone I abbiamo a più riprese notizie dal 1085 al 1094 al 1105. Egli era succeduto a suo padre nella comarca di Molise, nella contea di Boiano, e fedele alla tradizione della sua famiglia era di ottimi costumi cristiani. Il Gattola di Montecassino afferma, con fondamento, che i Molise feudalmente dipendevano dai principi di Capua, come vassalli del principe Riccardo e poi di Giordano. La comarca di Ugone I aveva un’estensione notevole, superava infatti il nostro Molise, raggiungendo l’Adriatico lungo le sponde del Biferno ed il Tirreno fino a Castellamare del Volturno. Ugone I aveva costituito alle proprie dipendenze numerosi suffeudatari, e senza dubbio non avrà trascurato i suoi figli, per quanto da quello che noi conosciamo non sia possibile identificare che il solo Ruggero, il quale teneva Pratella e Montedipietro. Ecco l’elenco dei suffeudatari. […].

La Storia illustra: 1°. Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio, conte di Boiano MAI dichiarò di essere conte d’Isernia. Ughelli, in Italia Sacra (16431662), ricordò: Rodulphum de Molinis Boviani Comitem. Fu proprio Rodolfo a sottoscrivere le donazioni dell’anno 1088 e dell’anno 1092, dichiarando: Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis e Ego Rodulfus cognomine de Molisio Dei gratia Comes patriae Bovianensis; ed il figlio Ugo (I) sa di essere per Domini gratia Bovianensis Comes: il territorio della contea longobardo franca di Isernia era stata annessa dal conte Rodolfo alla contea normanna di Boiano con il beneplacito di Giordano, principe di Capua ed alla donazione del principe Riccardo I, padre di Giordano, entrambi appartenenti alla famiglia normanna dei Drengot. (vedi figura: diplomi di donazione del conte Rodolfo e del conte Ugo (I).

2°. La moglie del conte Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio NON era mai stata Alberada (l’Alberada dei Normanni), come sostenne Gasdia; la prima moglie fu Alferada, deceduta dopo il suo arrivo in Italia; Emma fu la seconda moglie e i figli: Ugo (I), Roberto, Rodulfi, Guglilemo, Adelizia e Beatrice. (vedi figura).

NON era mai esisteva una figlia Alice, ma 2 nipoti: Ruggero e Roberto, figli di Roberto.

Alberada evocata da Gasdia, in realtà era la sorella di Rodolfo conte di Boiano, rimasta in Normandia.

Quale significato dare alla citazione di Gasdia: comarca di Molise nella contea di Boiano?

Comarca nella lingua catalana corrisponde al termine italiano contea: esisteva una contea (comarca) di Molise nella contea di Boiano?

Il conte Ugo (I) successe al conte Rodolfo e, come scrisse giustamente Gasdia, ampliò i confini della contea di Boiano.

Per volontà o per distrazione, Gasdia commise ancora un grave errore, creando confusione NON nella storia di Campobasso, ma nella Storia di Bojano e della regione Molise: accreditò al conte Ugo (I), nato prima dell’anno 1088 e deceduto prima dell’anno 1113, ciò che sarebbe accaduto al tempo di suo nipote conte Ugo (II), figlio del conte Simone, vissuto fino all’anno 1160.

Fu al tempo del conte Ugo (II) de Molinis/de Molisio, nell’anno 1142, che la contea di Boiano fu denominata contea di MOLISE o, come scrive Cuozzo (1989): Mulisium (Molise). Istituita nel 1142, fu concessa da re Ruggiero a Ugo II de Mulisio, già conte di Boiano.

La contea di MOLISE, già contea di Boiano (confine rosso).

Fu nell’epoca del conte Ugo (II) la redazione del Catalogus Baronum (11501168) con l’elenco dei feudatari e dei feudi del regno normanno di Sicilia.

Per quanto riguarda la contea di Molise, amministrata dal conte Ugo (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, NON esistevano tra i numerosi suffeudatari, come scrisse Gasdia, un Ruggero, figlio di Ugone I, o meglio dovrebbe essere figlio del conte Ugo (II) che, guarda caso, come esamineremo, morì dopo l’anno 1160 senza lasciare eredi.

Ciò che scrisse Gasdia era pura fantasia: avere identificato un Ruggero il figlio del conte Ugo (II), dimostra la superficialità delle sue ricerche: nel Catalogus Baronum fu ricordato Rogerius de Molisio, feudatario del conte di Molise, di Pratellam e Montem Petralimprandum, ma l’elenco cita anche un Rogerius de Mulisio, feudatario del conte di Molise, teneva in demanio Baranello nel principato di Capua e Petrellam nel ducato di Apulia.

Nessuno dei DUE era figlio del conte Ugo (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea di Molise, già contea di Boiano.

Gasdia continuò a creare confusione nella Storia della città di Bojano e della regione Molise; scrisse al paragrafo Carestia a pagina 314 del volume I: All’anno 1053 va attribuita la notizia che a far parte dell’esercito normanno si trovano un conte di Telese ed un conte di Boiano < dont la prèsence confirme l’envahissement de la principautè >>. Forse costui è Guglielmo Molise, signore di Campobasso, atteso che egli è ricordato tale durante il regno di Roberto Guiscardo d’Altavilla (1057 + 1085). In quest’epoca si nota che vi fu gran carestia a Campobasso, talchè si panificava con farina di querce desseccate ed altre cortecce d’alberi miste con poca farina di frumento. Nel 1085 circa il conte di Boiano è Rodolfo, che milita coi Normanni. La testimonianza è dell’Apuliense. Hos Bovianensis comitis comitata Rodulfi, Est virtus et consilio pollentis, et armis.

Già la confusione era TANTA: Gasdia passò a illustrare i fatti accaduti all’epoca di Ugo (I) e di Ugo (II) de Moulins/de Molinisi/de Molisio, nonno il primo, nipote il secondo, ossia tra gli anni 1088 1160, ricordando un avvenimento accaduto nell’anno 1053 che in realtà vide protagonista il conte Rodolfo, padre del conte Ugo (I) e bisnonno del conte Ugo (II).

Si trattava, come già ricordata, della famosa battaglia combattuta nell’anno 1053 presso Civitate: erano contrapposti gli ultimi nobili di origine longobarda e l’esercito di papa Leone IX ai nuovi conquistatori Normanni

Le cronache dell’epoca e giustamente Gasdia, citando Apuliese, ricordò in modo chiaro uno dei contenenti normanni presente e protagonista:  Hos Bovianensis comitis comitata Rodulfi.

Cosa combinò Gasdia ?

Accreditò a un anonimo e sconosciutissimo Guglielmo Molise, signore di Campobasso quanto accaduto al Bovianensis comitis comitata Rodulfi: Guglielmo Molise, signore di Campobasso, atteso che egli è ricordato tale durante il regno di Roberto Guiscardo d’Altavilla (1057 + 1085).

IGNORO chi fosse costui.

Gasdia scrisse: Ugone II, conte di Boiano avrebbe dimorato a Molise, e di là avrebbe trasferito la sua dimora a Campobasso. Il titolo di Boiano sarebbe stato abbandonato per assumere quello del contado di Molise, tipica istituzione normanna, opera di Ruggero II d’Altavilla conte, poi re di Sicilia (1101 + 1154). […]. Da questo Ugo od Ugone conte di Molise discende un Simone, il quale, morto ad Isernia l’anno 1105 oppure 1113, fu portato a seppellire nell’atrio della chiesa di Montecassino.

SCONCERTANTE.

NON esiste un solo documento, non una fonte bibliografica che avalli la dimora di Ugone II, conte di Boiano, nel paese di Molise e la sua dimora a Campobasso.   

Il conte Simone, figlio primogenito del conte Ugo (I), era il padre, non il figlio di Ugo od Ugone [(il conte Ugo (II)]: sottoscrisse una donazione nell’anno 1113 e morì nell’anno 1117 nella città di Isernia a causa di un terremoto: His pertubationibus insistentibus, Symon filius Ugonis de Molisi, apud Yserniam, vita decessit eius ad hoc monasterium delatum atque in atrio ecclesiae beati Benedicti reconditum est.

Gasdia, forse a causa della sua < non conoscenza > dei discendenti del normanno conte Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea di Boiano, non si avvide che Roberto, il secondo figlio del conte Ugo (I) e zio del conte Ugo (II), per la minore età del nipote, fu nominato titolare- reggente della contea di Boiano.

Divenuto titolare il nipote conte Ugo (II), Roberto fu nominato dominus castri Sepini e i suoi discendenti divennero domini campobassi.

Il conte (reggente) Roberto fu il “capostipite” della dinastia dei domini campobassi  della famiglia de Moulins/de Molinis/de Molisio, come testimoniano le pergamene dell’epoca conservate presso l’Archivio Parrocchiale di santa Cristina di Sepino. (vedi figura).

 

Dalla confusa illustrazione di Gasdia delle vicende del conte Ugo (II), vale la pena esaminare quanto scrisse del matrimonio  del conte Ugo (II) di cui le cronache dell’epoca ignorarono il nome della moglie: Ugone II sposò un’Altavilla: Clarizia, Clarice, Clemenza, origine della grandezza del Molise. Incertezza sul nome.

La Storia ricorda il matrimonio del conte Ugone II, titolare della conte di Molise, già contea di Bojano, con una figlia, forse Adelaide, di re Ruggero II; quest’ultimo era stato l’amante della sorella (non si conosce il nome) del conte Ugo (II) e dalla loro relazione era nato Simone, in memoria del padre della sorella del conte Ugo (II), il conte Simone, deceduto in Isernia.

Clarizia, Clarice, Clemenza fu la consorte del conte Ugo (II) e, soprattutto, non era un’Altavilla.

Una maggiore diligenza nella ricerca bibliografica avrebbe permesso a Gasdia di conoscere: Clemenza la contessa di Catanzaro non era la figlia di re Ruggero II, ma fu figlia di Segegualda, moglie del fu Raimondo di Catanzaro. Entrambi nel 1167, 28 luglio, ind. XIV, donarono alla Chiesa di Cefalù .

Clemenza la contessa di Catanzaro era figlia legittima di Raimondo di Catanzaro.

La ricca documentazione sull’epopea della famiglia comitale de Moulins/de Molinis/de Molisio probabilmente fu all’origine della confusione di Gasdia, tanto da scambiare il conte Ugo (II) con il conte Ugo (I):

Dimorando nel nativo Molise, Ugone I*  generò da Clemenza di Catanzaro, Roberto*, Simone* e Clarizia* o Clarice* (alcuno per errore ha scritto Sancia). […]. Ugone I di Molise* morì nel suo feudo intorno al 1160. Suo figlio Simone*, premortogli, venne seppellito a Montecassino; ignoriamo invece dove morì e dove fu sepolto il padre. Rimasero di lui la vedova*, un figlio ed erede del maggiorasco Roberto, e Clarice*, fatta contessa di Campobasso e maritata a Tebaldo di Baro borgognone, capitano di ventura.

Errata corrige: il protagonista di quanto illustrato da Gasdia non era il conte Ugo o Ugone I, ma il nipote, il conte Ugo (II), figlio del conte Simone.

1°. Nel nativo Molise, Gasdia intendeva la contea di Molise o il paese di Molise? Probabilmente il conte Ugo (II) morì nella città di Palermo, sede della corte reale.

2°. Ugone I citato da Gasdia, che poi sarebbe il conte Ugo (II), NON aveva sposato Clemenza di Catanzaro, bensì una figlia di re Ruggero II e non LASCIO’ eredi.

3°. Roberto e Simone erano gli UNICI figli del conte Ugo (I); non era mai esistita una figlia Clarizia o Clarice (o Sancia).

4°. Ugone I di Molise NON morì intorno al 1160; il 1160 era l’anno della morte di Ugone (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, conte di Molise.

5°. Il conte Simone morì nell’anno 1117, NON prima del conte Ugo (I), suo padre che era deceduto nell’anno 1113.

6°. Non è dato sapere se Rimasero (di lui) la vedova Gasdia  si riferiva al conte Ugo (I) che aveva generato Simone e Roberto o al conte Ugo (II) che non lasciò eredi: NESSUNO Roberto e Clarice (o Sancia) contessa di Campobasso.

E’ difficile seguire l’ordine cronologico per comprendere gli avvenimenti descritti da Gasdia visto il suo metodo di selezione e di verifica delle fonti bibliografiche  consultate.

E’ difficile seguire l’ordine cronologico per comprendere gli avvenimenti descritti da Gasdia visto il suo metodo di selezione e di verifica delle fonti bibliografiche  consultate.

Scrivere: Ugone in occasione delle nozze di Clarice le assegnava in dote quattro piccoli feudi: Campobasso, Sepino, Tappino e San Giovanni in Gulfo.

E ancora: Morto Ugone entrò in possesso del contado suo figlio Roberto. La vedova guadagnò la Sicilia, rientrando a corte, in Palermo, dove ritrovò la madre sua naturale e tutta la parentela. E qui, questa bellezza fatale ordì la rovina della casata dei Molise, degli antichi signori di Boiano e di Campobasso.

NESSUNA fonte bibliografica conferma quanto illustrato da Gasdia.

Tornando alle vicende che coinvolsero la contessa di Catanzaro, probabilmente mai sposata, le cronache dell’epoca descrivono la sua ribellione al re Gugliemo I; in terra di Calabria fu sconfitta e condotta alla presenza del sovrano insieme alla madre e agli zii materni TommasoAlferio; prosegue il cronista: […]; e la Contessa con sua madre prima in Messina, indi a Palermo menate, rimaser quivi prigioniere.

Con l’ultima disattenzione di Gasdia, si conclude la nostra analisi: Nell’anno 1085 il re Ruggero I di Sicilia, consentito al matrimonio di sua figlia Clemenza o Clarizia o Clarice – bastarda – col conte Ugo od Ugone di Molise, figlio di Rodolfo conte di Boiano e d’Isernia, le assegnava in dote CampobassoCosì, jure maritali, Ugone divenne conte di Campobasso, o meglio, signore, titolo unificato coi precedenti, costituendo così per la prima volta il contado personale dei Molise.

La confusione è tanta.

1°. Nell’anno 1085 non esisteva re Ruggero I di Sicilia, bensì Ruggero I gran conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, e padre di Ruggero II, re di Sicilia.

2°. Il conte Ugo od Ugone di Molise era figlio di Rodolfo, ossia era il conte Ugo (I) il cui titolo nobiliare era conte di Boiano, non esistendo la contea di Molise (1142).

3°. Non esistendo il matrimonio tra un Ugo od Ugone, ossia il conte Ugo (II), con Clemenza o Clarizia o Clarice, non esisteva la dote Campobasso.

4°. Ugone (I o II) non assunse MAI il titolo di conte di Campobasso.

 

Quanto esposto può bastare per farvi emettere un giudizio.

Oreste Gentile.

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LA REINCARNAZIONE DI THEODOR MOMMSEN E LA STORIA DEI “SANNITI PENTRI”.

novembre 4, 2017

Theodor Mommsen, storico, numismatico, giurista, epigrafista e filologo tedesco, generalmente considerato il più grande classicista del XIX secolo, premio Nobel per la letteratura nell’anno 1902, morì nell’anno 1903.

Ignoravo che lui fosse la causa della diffusione della < sindrome viteliù >, convinto che nell’aldilà, avendo conosciuto e confrontato le conclusioni delle sue ricerche con Giacomo Devoto, morto nell’anno 1975, con Valerio Cianfarani, morto nell’anno 1977, con Edward Togo Salmon, morto nell’anno 1988 e con Sabatino Moscati, morto nell’anno 1997, si fosse ricreduto sull’origine dei popoli che tra il XI ed il IX secolo a. C. occuparono i territori della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

Anche i premi Nobel hanno la “capa tosta”; pertanto, Devoto, Cianfarani, Salmon, Moscati ed i viventi Adriano La Regina, Gianluca Tagliamonte, Gianfranco De Benedittis, Stefania Capini, Angela Di Niro, Roberta Cairoli, Valeria Ceglia e tanti altri storici e studiosi, farebbero bene a cambiare mestiere e dare credito a chi oggi REINCARNA Theodor Mommsen e diffonde la     < sindrome viteliù >.
Il reicarnato Mommsen è venuto a conoscenza solo nel novembre 2017 della scoperta fatta nel mese di settembre dell’anno 2004 di una necropoli arcaica nel territorio del comune di San Pietro Avellana, località Piana di Sangro, di cui si conoscono 25 sepolture databili tra l’ VIII e il VI secolo a. C. e, preso dalla foga della sua scoperta non solo ha localizzato la “Val Fondillo a Barrea”, mentre è nel comune di Opi, ma ha stimato, bontà sua, le tombe tra il “IX – VIII secolo”, mentre sono datate, quelle di Barrea, località Baia/Convento, tra il 899 a.C. – 200 a.C. .
Il reincarnato Mommsen ignora che la necropoli di Barrea è stata scoperta nella Vallis Regia e risale ad un periodo che va dal VII all’ IV secolo a. C. e della necropoli di Alfedena, in località “Campo Consolino” è stato scritto: nel 1882 si rinvenne una necropoli italica unica per la sua imponenza ed importanza, con tombe ad inumazione databili dal VII al III sec. A.C. Ne sono state stimate circa 15.000 e ne sono state esplorate circa 3.000.
Per la necropoli di Scontrone, sappiamo: L’area era già conosciuta come sito di necropoli di epoca italica, tant’è che tornano alla luce sepolture con reperti provenienti da strati relativi a epoche diverse che vanno dalla prima età del ferro (IX secolo a.C.) all’età romana (dal II-I secolo a.C. fino all’età imperiale).

Per la necropoli di Guastra (così scrive il reincarnato Mommsen, o forse è Guastre ?) di Capracotta, la datazione dei reperti è compresa tra il 590 ed il 525 a. C. ; mentre per il territorio di Pietrabbondante, scrive la Soprintendenza Archeologica del Molise: Le testimonianze più antiche, risalenti al V secolo a.C., sono quelle dei corredi restituiti dalla necropoli in località Troccola, sulle pendici occidentali del monte Saraceno. La sommità di questo monte verrà fortificata con una cinta muraria in opera poligonale, raccordata ad opere di difesa poste a quote più basse, in un momento in cui il territorio viene dotato di strutture difensive per opporsi alla minaccia romana. In questo momento (seconda metà del IV secolo a.C.) inizia la frequentazione del luogo di culto in località Calcatello.
Sulla base di quanto illustrato e, soprattutto, sulla datazione delle necropoli, il reincarnato Mommsen vuole riproporci la sua bufala (non la mozzarella campana) sull’origine dei popoli di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita.
Partiti dalla Sabina: i giovani migranti, a cui il reincarnato Mommsen non dà alcuna identità, si sarebbero per prima stanziati tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro e solo in seguito, con altre migrazioni avrebbero dato origine ai popoli che si denominarono Pentri, Caudini, Irpini.

Il territorio occupato (tratt.to rosso) dai giovani migranti

A rigor di logica, in base alla datazione delle necropoli citate dal reincarnato Mommsen e sulla sua inoppugnabile certezza dell’avvenuto 1° stanziamento degli anonimi giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dovremmo quanto meno scoprire che i loro discendenti (Pentri, Caudini ed Irpini), emigrando nelle rispettive sedi, fossero stati inumati in necropoli che dovrebbero per forza essere datate molto, ma molto dopo il IX – VIII secolo a. C..
Purtroppo per il reincarnato Mommsen, le testimonianze delle necropoli scoperte presso i Pentri, i Caudini e gli Irpini, confermano l’inesistenza del 1° stanziamento tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro degli anonimi giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: la loro inumazione è avvenuta prima dell’VIII secolo a. C., ossia era coeva o addirittura più antica, di quella dei loro presunti progenitori.
Moscati, scrisse (ed.ne 1999): […], l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano. […]. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica (area che includeva: Pentri, Carricini, Frentani, n. d. r.).
Successivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie.
Moscati non poteva conoscere ciò che fu scoperto nella pianura di Bojano, negli anni successivi alla sua morte: aree funerarie risalenti cronologicamente, scrive De Benedittis (2005), al periodo compreso tra il IX ed il IV se. a.C. .
Un’area, quella di Bojano, scrive De Benedittis, aperta agli scambi culturali sin dall’Età del Ferro probabilmente legata a quella viabilità naturale che attraversa la Piana di Bojano.
Nella collezione Del Pinto, spicca il più antico reperto: Fibula ad arco serpeggiante (…). Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo. (vedi figura).

Bovaianom/Bojano era la città madre, la capitale dei Sanniti/Pentri, un popolo già presente ed operante sul territorio ancor prima che una “anonima” popolazione si stanziasse tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro.

Anche per il popolo degli Sanniti/Irpini abbiamo ritrovamenti occasionali che permettono una datazione che va dagli inizi del IX sec. a. C. agli inizi dell’VIII.

Per il popolo dei Sanniti/Caudini: le sepolture portate in luce a Montesarchio sono più di 3.000, distribuite lungo un arco cronologico compreso tra la prima Età del Ferro e la fine del IV-inizi del III secolo a. C..
La Storia, più che le necropoli, testimonia il contemporaneo sviluppo economico, sociale e bellico dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Caricini, Pentri, Caudini ed Irpini, definiti dagli Storici i Sanniti della montagna: alla fine del V secolo a. C. occuparono la città etrusca di Capua (anno 445 a. C.) e la città di Cuma (anno 421-420 a. C.).
Probabilmente il reincarnato Mommsen ignora che l’edificazione delle aree sacre e dei templi scoperti nel territorio dei Sanniti/Pentri è così descritta dalla Soprintendenza:
Vastogirardi, frequentata dal IV sec. a. C.. Pietrabbondante, frequentata dal III sec. a. C.. Schiavi d’Abruzzo, fine III ed inizio II sec. a. C.. Campochiaro, alcuni reperti trovati nel santuario sono stati datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C.. Sepino, frequentazione a partire dal IV sec. a. C.. San Giovanni in Galdo, frequentato già alla fine del III-inizi del II secolo a.C..
Come si può giudicare sacro per eccellenza il santuario di Pietrabbondante?
Il reincarnato Mommsen ignora che Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con uno schema tipico dell’età ellenistica mediato dall’ambiente campano e latino. Gli ultimi scavi hanno indagato l’area a sud-ovest del complesso monumentale teatro-tempio individuando l’importante domus publica: unicamente alla fine del II-inizi del I secolo a.C. il centro religioso di Pietrabbondante fu considerato il Santuario della Nazione Sannita.
Nel periodo precedente, La Regina scrive (1966) del santuario di Pietrabbondante: Il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d’Abruzzo, San Giovanni in Galdo, Roccaspromonte, e Macchia Val Fortore. Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benchè segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a. C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri. […].
Purtroppo il reincarnato Mommsen continua a divertirsi, manipolando soprattutto la Storia dei Sanniti/Pentri.
Che riposi in pace.

Oreste Gentile.

“VITELIU”: LA VERITA’ DALLA ZECCA DI “BOVIANUM”, 2^ CAPITALE DELLA “LEGA ITALICA”.

marzo 31, 2017

L’origine di Viteliù.

Dionisio di Alicarnasso (60/55 – 8 a. C.), scrisse: 35. 1. Con l’andar del tempo la penisola assunse invece il nome Italia dal nome Italo, un sovrano che ridusse in suo potere, come tramanda Antioco di Siracusa (V sec. a. C.), tutta quanta la terra compresa tra il golfo S. Eufemia e la città di Scilace, tra Copanello e Catanzaro Marina, che così fu la prima terra ad essere chiamata Italia da Italo. […].

2. Ellanico di Lesbo (vissuto tra il 480- 406 a. C.) diversamente afferma che, mentre Eracle conduceva i buoi di Gerione ad Argo ed era ormai giunto in Italia, un vitello balzò via dalla mandria e, fuggendo, attraversò sia la penisola, sia, a nuoto, lo stretto di mare e giunse in Sicilia. Eracle si mise ad inseguire il vitello ed ovunque capitasse domandava sempre agli abitanti del luogo se per caso qualcuno lo avesse visto, ma quella popolazione, poco pratica del greco, per indicare quel tipo di animale nel proprio linguaggio, lo chiamava vitelius, come nel linguaggio odierno, così, da quell’animale prese nome Vitulia tutta la regione attraversata dal vitello in fuga. 3. Non vi è del resto da meravigliarsi che, con l’andar del tempo, il nome si sia modificato sino alla forma attuale (ITALIA, n. d. r.), dato che anche i nomi greci hanno subito analoghe trasformazioni.

Il territorio denominato Vitulia

 

NESSUNO dei territori pertinenti ai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti era stato attraversato dal vitello, né quei territori erano compresi nella regione denominata Vitulia.

Il territorio (rosso) occupato dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti 

Viteliù, scrisse Devoto (1967) citando Aristotele (III sec. a. C.): Sotto forma indigena (Viteliù, n.d.r.) è stato appreso da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Lettura. da destra a sinistra

Galasso (1979), scrisse: Una etimologia antica metteva il nome Italia in relazione con vitulus, vitello, facendo allusione al totem di una tribù conosciuta dai Greci nella parte meridionale della penisola o l’abbondanza di bovini che essi avrebbero riscontrato. […]. E’ probabile che il nome derivi dalla parlata del gruppo latino-siculo anziché dalla parlata del gruppo umbro-sabellico, a cui poi la denominazione di Italici si sarebbe dapprima e in particolare riferita. […]. Nell’area osca il nome Italia, con cui i Greci indicavano la parte inferiore della penisola, venne ripreso <sotto forma indigena> da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Pallottino (1984): Si conia un tipo di moneta con l’immagine del toro italico che schiaccia la lupa romana (e le scritte Vìteliù = Italia richiamano all’antica etimologia Itali da vituli < vitelli >.

Lettura: da destra a sinistra

Salmon (1977): I ribelli coniavano deliberatamente monete d’argento sul tipo di quelle romane […]. Esse recavano il nome Italia (latino) o Vitelio (osco), invece di Roma.

Non una città e nessuno dei territori occupati dai Sabini/Safini/Sabelli/Sanniti erano denominati Vitulia, Viteliu o Viteliù prima della Guerra sociale: unicamente alcune < monete >, coniate nel I sec. a. C. in occasione della Guerra sociale recavano la leggenda Viteliu e, soprattutto, non era MAI esistito un popolo denominato Vitelios.

Francesca Tataranni in [Athenaeum 93. 1 (2005), pp. 291-304] Il toro, la lupa e il guerriero: l’immagine marziale dei Sanniti nella monetazione degli insorti italici durante la guerra sociale (90-88 a.C.), scrive (N.B. la serie delle monete citate dall’autrice non è pertinente alla monete riprodotte nel presente studio, n. d. r.): L’Italia, come afferma Diodoro Siculo (90 – 30 a. C.), descrivendo la Guerra sociale (91-88 a. C.), fu divisa in due parti. I popoli e i singoli centri che aderirono alla rivolta vennero infatti ripartiti in due principali schieramenti, sulla demarcazione dei quali certamente influirono fattori geografici, linguistici ed etnici. I Piceni, le popolazioni sabelliche dell’Appennino centrale e forse i Frentani, tutti già ampiamente latinizzati, vennero a costituire il fronte centrosettentrionale della rivolta, anche definito «marsico», al comando del quale fu posto il «console» Q. Poppaedius Silo; le genti di stirpe sannitica e le comunità apule che ancora utilizzavano la lingua osca formarono invece il cosiddetto gruppo meridionale o «sannita», comandato dal «console» C. Papius Mutilus.

Salmon: Da tali fonti, questi risultano essere i popoli schierati contro Roma (l’ordine è di Appiano): I. Marsi. II. Peligni. III. Vestini. IV. Marrucini. V. Asculani. VI. Frentani. VII. Irpini. VIII. Pompeiani o Nolani. IX. Venusini. X. Lucani. XI. Sanniti. Nominati per ultimi da Appiano probabilmente per aver voluto dare una lista in crescendo, poiché dimostrarono di essere i più tenaci di tutti gli insorti. […]. Salmon, precisa: Con Sanniti Appiano ovviamente intende i Pentri.

I soci della Lega Italica: popoli e singole città, all’inizio del conflitto: Corfinium (in alto sn.) e Bovianum (al centro).

Il quartier generale delle operazioni di guerra fu stabilito nella città peligna di Corfinium, che con il nuovo nome di Italica divenne la (?, lettera greca, n. d. r.) ed in nota: Strabo 5. 4. 2, che al pari di Velleio Patercolo (2. 16. 5) attribuisce alla capitale confederata il nome di Italica. Italia è invece la denominazione attestata in Diod. 37. 2. 7.

Corfinium = Italica o Italia, giammai Viteliù.

Lapide celebrativa di Corfinium: […]. Nella Guerra Sociale del I sec. A. C. e ribattezzata ITALIA

Per far fronte alle spese di guerra la neo-capitale confederata cominciò subito a coniare denari d’argento che, oltre a contrastare il monopolio della moneta romana, divennero in mano ai ribelli un efficace strumento di propaganda politica anti-romana.

Alla zecca di Corfinium/Italica è infatti attribuibile la maggior parte delle emissioni approntate dagli insorti italici tra il 90 e l’89 a.C.: qui furono probabilmente battute le emissioni con leggenda in lingua latina (serie 2c, 3b-g, 7a-c, 8), l’unica serie attestata con leggenda bilingue (serie 2b) e le primissime emissioni con leggenda in lingua osca (1, 2a). Su queste monete all’immagine della testa elmata o laureata di Italia sul diritto corrispondono sul rovescio ora l’immagine dei Dioscuri a cavallo, ora la scena del giuramento a otto/sei guerrieri, ora l’immagine dell’Italia seduta e coronata.

Dal sito https://www.deamoneta.com/, alcune delle monete coniate a Corfinium:

Monete 343 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,83; mm 18; h 5); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. II. Sydenham 629; Campana 8. Raro, leggera patina, bb+.

Monete 344 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,89; mm 18; h 11); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto guerrieri, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. IIΛX. Sydenham 629; Campana 29. Molto raro, leggera patina. Schiacciatura di conio al dritto, q.spl / spl.

Monete 345 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,87; mm 20; h 6); Testa laureata di Italia a s.; dietro, ITALIA, Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. L. Sydenham 621; Campana 68. Raro, patina di collezione. Frattura di conio al dritto, q.spl.

 

Monete 348 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,65; mm 18; h 3); Busto laureato di Italia a d.; dietro, ITALIA; davanti, XVI, Rv. Italia, seduta sugli scudi, tiene lo scettro; dietro, Vittoria che la incorona; in ex. […]. Sydenham 622; Campana 109-114. Raro, patina scura, q.spl.

Nessuna recava la leggenda Viteliu.

Con la conquista di Corfinium e l’occupazione dei territori circostanti da parte dei Romani, la Guerra sociale si spostò nei territori meridionali ed in modo speciale nel territorio dei Pentri: la capitale degli insorti fu trasferita nella loro città madre, la loro metropoli, Bovaianom (osco), divenuta Bovianum (latino), città sannitica romana.

Bovianum. La 2^ capitale della Lega italica e la sua zecca.

Si ignorano le strategie adottate dai soci italici per contrastare l’avanza dei Romani, ma le monete che furono coniate nel corso dei nuovi eventi, testimoniano i continui trasferimenti della zecca, dapprima in territorio campano, successivamente nella 2^ capitale, Bovianum.

La Guerra sociale che si era spostata nel cuore del Sannio Pentro, coinvolgendo la 2^ capitale della Lega italiaca ed i territori dei ribelli delle città Campane, fece rinascere soprattutto nei Pentri: 1°. il mito del ver sacrum legato al toro/BUE, simbolo dell’animale guida ed a Mamerte, dio protettore dei giovani che avevano fondato la loro metropoli e la loro tribù; 2°. l’orgoglio di riutilizzare, in contrapposizione a quello latino, il loro alfabeto detto osco.

Francesca Tataranni, scrive: Come è stato giustamente rilevato, il repertorio figurativo delle emissioni che stiamo esaminando appare «più consono allo spirito nazionalista sannita che a quello più unitario dei confederati». Tale impressione è a mio giudizio pienamente confermata da alcuni elementi interni alla classificazione cronologica e tipologica degli esemplari ai quali gli studiosi moderni non sempre hanno prestato la dovuta attenzione. Innanzitutto la maggior parte di queste monete, su cui compaiono soltanto leggende in lingua osca, fu emessa nel biennio immediatamente successivo al trasferimento della capitale della confederazione italica da Corfinium a Bovianum avvenuto intorno alla metà dell’89 a.C.: tali monete furono quindi coniate in una fase avanzata del conflitto in cui, sfaldandosi progressivamente il fronte settentrionale della rivolta, il teatro delle operazioni militari aveva subito un significativo spostamento verso il settore meridionale, localizzandosi soprattutto in Campania e nel Sannio pentro.

La datazione al 90 a.C. delle serie 6a-b e 6c non contraddice in sostanza questa ricostruzione, trattandosi nel primo caso di due emissioni probabilmente militari, quindi non ufficiali, coniate a nome del comandante sannita C. Papius Mutilus da una zecca itinerante al seguito delle sue armate in Campania, e nel secondo caso di un’emissione ufficiale – come indica la leggenda Víteliú sul rovescio ma di brevissima durata e chiaramente improntata alle precedenti.

Da sottolineare: il comandante sannita C. Papius Mutilus era originario di Bovianum, un pentro: è ipotizzabile che le monete con la sua effige siano state tutte coniate nella città madre dei Pentri, Bovaianom, la sannitica romana Bovianum, 2^ capitale della Lega Italica e sua patria.

Tataranni: Nessuna delle emissioni prese in esame, eccetto forse la serie 6c, fu dunque coniata dalla zecca di Corfinium, ma quasi tutte furono approntate dalla zecca di Bovianum, un paio forse da quella di Aesernia. […]. Le serie 4 e 5, con la scena del giuramento a quattro e a due guerrieri sul rovescio e leggenda osca su entrambi i lati, furono coniate «a nome di C. Papio Mutilo, forse non dalla zecca centrale ma da una piccola zecca al seguito della sua armata», già impegnata in azioni di guerra nel settore meridionale.

Tali emissioni, strettamente collegate alla serie del giuramento ma battute dal comandante sannita indipendentemente dal tipo confederato, segnano dunque il passaggio ad una nuova fase nella monetazione italica della guerra sociale durante la quale i ribelli coniarono un consistente gruppo di monete a leggenda osca caratterizzate da una notevole originalità stilistica e tipologica.

Si tratta di poco più di trecento esemplari noti, databili tra il 90 e l’88 a.C., che riportano sul rovescio uno dei due famosi tipi convenzionalmente detti del ‘trionfo del toro sannita sulla lupa romana’ e del ‘guerriero stante e toro accosciato’.

Sul primo tipo compare l’immagine di un toro raffigurato nell’atto di atterrare una lupa,

La Guerra Sociale, C. Papius C.f. Mutilus, Denario, Zecca al seguito di Papius (in Campania ?), c. 90 a.C., AR, (g 3,80, mm 19, h 10). Testa di Libero con corona di foglie di edera a d.; davanti, MVTIL EMBRATVR in caratteri oschi, Rv. Un toro stante verso d., nell’atto di abbattere una lupa; in ex. [C] PAAPI in caratteri oschi. Sydenham 641a; Campana s. 6a, n. 100 (same dies); HNItaly 427. Estremamente raro.

mentre il secondo tipo è caratterizzato da una scena che viene così descritta da Campana: «Guerriero stante di fronte, con la testa elmata volta a destra, vestito di corazza e di mantello, si appoggia con la mano destra alla lancia con la punta rivolta al suolo e stringe con la mano sinistra l’elsa della spada il piede sinistro poggia sul cadavere disteso della lupa romana (? n. d. r.). A destra, toro accosciato di fronte».

Monete 349 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,92; mm 19; h 3); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù. (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 127-129. Raro, leggera patina. Graffio al dritto, bb+.

 

Monete 350 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,17; mm 19; h 2); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 147. Raro, patina di collezione, spl.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti, i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’(?, parola greca, n. d. r) sannitico (i Pentri, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Per quanto riguarda le emissioni della Lega italica in territorio campano:

 

Monete 351 – La Guerra Sociale, Denario, zecca itinerante (in Campania ?), c. 88-87 a.C.; AR (g 3,78; mm 18; h 5); Busto pileato di Dioscuro a d.; sopra, stella, Rv. Italia in biga verso d., tiene scudo e lancia; sotto, T. Sydenham 633; Campana 159. Raro, patina di collezione, q.spl.

 

Monete 347 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,77; mm 21; h 11); Testa elmata di Marte a s.; sotto, Mútil embratur (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: due soldati indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapi. C (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 640; Campana 86-97. Molto raro. Patina di collezione e area di ossidazione al dritto, q.spl.

 

Monete 346 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,99; mm 22; h 12); Busto elmato e drappeggiato di Marte a d.; dietro, X e Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: quattro guerrieri, due per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapii. C. (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 637; Campana 83. Raro, rimbalzo di conio al dritto, patina di collezione: spl.

Una moneta testimonia l’epilogo della Guerra sociale e l’uso del vocabolo: Viteliù.

Riassumendo quanto ampiamente pubblicato da Francesca Tataranni, in occasione della Guerra sociale fu affermata la consanguineità solo tra i popoli italici che già esisteva ancora prima che Roma assumesse il ruolo di potenza egemone della penisola, mentre Vitulìa era diffusa nella lingua epicoria ed identificava le popolazioni anelleniche stanziate nel sud della penisola e tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., forse grazie all’apporto delle genti di stirpe sannitica, fu estesa fino a comprendere le popolazioni centro appenniniche insediate a nord del Sannio, escludendo inizialmente il Lazio. […].

Tataranni, scrive: La figura del toro, come si è detto, fu utilizzata per la prima volta nel 90 a.C. in un’emissione visibilmente celebrativa di C. Papius Mutilus in cui non compariva però la leggenda Víteliú, mentre il primo tentativo di associarla a questa leggenda in una coniazione ufficiale (serie 6c) non ebbe, a quanto pare, buon esito.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (Pentri, n. d. r.), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (lettere greche, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (i Pentri, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Alla luce di tali considerazioni mi sembra dunque legittimo ravvisare nella connotazione marziale delle immagini esaminate una delle principali componenti ideologiche degli scontri propagandistici che precedettero e accompagnarono il conflitto armato tra Roma e i suoi alleati.

Che agli inizi del I sec. a.C. i socii italici, quindi anche i Sanniti (Pentri, n. d. r.), conoscessero il simbolo della lupa e il significato ad esso attribuito dai Romani è abbastanza intuitivo, soprattutto se si considera che alla diffusione di questo simbolo in ambiente italico dovette in parte contribuire la sua raffigurazione, nel tipo della lupa che allatta i gemelli, su varie emissioni argentee e bronzee coniate da Roma tra la metà del III e la fine del II sec. a.C., nel periodo cioè di maggior afflusso del numerario romano nel Sannio interno (il territorio dei Pentri, n. d. r.). E’ quindi probabile che nell’ultimo quarto del II sec. a.C., quando la questione italica esplose in tutta la sua gravità, gli alleati italici vedessero riflessa in questa immagine la superba convinzione, più volte espressa dai Romani, di esser stati eletti ab origine dagli dèi alla conquista di un vasto dominio sui popoli, immemori e sprezzanti del consistente apporto militare fornito dall’ (lettere greche, n. d. r.) alla realizzazione di questo mirabile destino. Ed è altrettanto plausibile che per questa medesima ragione, una volta scoppiato il conflitto, i ribelli del gruppo sannita (i Pentri, n. d. r.) avessero cercato di screditare la pretesa superiorità militare dei Romani rappresentata dalla lupa attribuendosi dei simboli collettivi che avvalorassero l’autentica e ingenita propensione dell’ (lettere greche, n. d. r.) all’esercizio della guerra: sotto l’egida del dio Marte, al quale erano stati consacrati fin dalle origini, i valorosi guerrieri sanniti (Pentri, n. d. r.) avrebbero trionfato sulla lupa romana e sterminato il branco di lupi raptores ai quali essa, allattando il fondatore di Roma, aveva fatalmente trasmesso il proprio istinto di famelico predatore.[…].

Pur riconoscendo nell’iconografia delle monete coniate dai ribelli italici istanze propagandistiche legate all’attualità politica, mi domando se il carattere artificiale che il Briquel attribuisce al simbolo del toro non debba essere invece imputato al sistema di associazioni secondarie (toro/lupa; toro/Víteliú) in cui la figura di questo animale fu artatamente inserita durante la guerra sociale.

Si potrebbe quindi ammettere che per gli abitanti del Sannio interno (i Pentri, n. d. r.) l’immagine del toro non costituisse soltanto un funzionale richiamo alle proprie origini leggendarie, bensì l’icastica espressione di un’autoscienza collettiva, un simbolo cioè intrinsecamente correlato al racconto del ver sacrum dalla Sabina ma già estrapolato dal contesto narrativo di questa antica tradizione e utilizzato dai Samnites per antonomasia (i Pentri, n. d. r.) come segno rappresentativo della propria identità etnica. Anziché pensare con il Briquel ad un’invenzione estemporanea degli Italici in rivolta, si potrebbe forse interpretare il toro italico raffigurato sulle monete della guerra sociale come l’adattamento di un simbolo collettivo già esistente (il toro sannita) alle nuove istanze ideologiche sopravvenute in una fase avanzata del conflitto, quando il ‘popolo del toro’ (i Pentri, n. d. r.), secondo l’ipotesi in precedenza delineata, giunse probabilmente ad autoidentificarsi con l’Italia ancora in lotta contro la lupa romana.

Solo nella fase conclusiva dello scontro con Roma, venuti ormai meno i presupposti della guerra e ridottosi il fronte della resistenza italica alle posizioni occupate dai Sanniti (i Pentri, n. d. r.), soltanto allora sulle monete degli insorti all’immagine del guerriero e del toro accosciato fu associato il coronimo Safinim, affinché in esso potessero ravvisare un comune vincolo di appartenenza etnica tutti coloro che si consideravano ancora uniti (lettere greche, n. d. r.).

Tataranni: L’immagine fu ripresa nel tipo del guerriero stante e toro accosciato soltanto dopo le ultime due emissioni in lingua latina, in una ‘fortunata’ emissione ufficiale della zecca di Bovianum (serie 9b) che fu approntata dopo la deditio (RESA, n. d. r.) dei Vestini, Marrucini, Peligni e Marsi per i ribelli intenzionati a proseguire la lotta contro Roma.

E’ bene evidenziare ciò che questa moneta rappresenta per la Storia: fu coniata in occasione de La Guerra Sociale, in Bovianum, c. 89 a.C.: Testa laureata di Italia a s. con la leggenda Viteliù in caratteri oschi; in Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato: Comio Castronio (?) ed il toro/BUE che guidarono nel ver sacrum i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nella pianura posta alle falde settentrionali del massiccio del Matese per fondare Bovaianom, la città madre, la metropoli del nuovo popolo dei PENTRI.

L’orientamento ideologico di queste monete potrebbe dunque essere definito ‘sannita’ nella più ampia accezione etnografica del termine, ovvero solo dei Pentri. Quest’ultimo appello ad un’identità collettiva allargata, ma linguisticamente circoscritta agli insorti parlanti osco, era anzitutto basato su una facile, per quanto non originaria connessione tra il nome epicorio dell’Italia (Víteliú) e la tradizione sul ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r.) che attribuiva al toro un ruolo fondamentale nel processo di etnogenesi di questo popolo: la leggenda cui si attribuiva l’origine di Bovaianom (osco)/Boviaum (latino)/Bojano e della tribù dei Pentri.

E’ infatti possibile, prosegue Tataranni, che nella fase conclusiva del conflitto, operando un ‘glissement’ o una forzatura semantica rispetto all’etimologia che faceva derivare questo coronimo dal termine indigeno indicante il vitello, i Sanniti (i Pentri, n. d. r.) ancora in lotta contro la lupa romana fossero arrivati ad elaborare un concetto di Italia non romana come ‘terra del toro’, un’Italia cioè rappresentata stricto sensu (in senso stretto, n. d. r.) dalle genti del ver sacrum guidato da questo animale: erano i Pentri. […].

Il fatto che nella fase finale della guerra sociale, quando il fronte della resistenza italica si era ormai ridotto alle sole posizioni occupate dai Sanniti (Pentri, n. d. r.) e dai Lucani, la tipologia del guerriero stante e toro accosciato fosse stata percepita e utilizzata come immagine rappresentativa del solo Sannio (Pentro, n. d. r.) mi sembra confermare inequivocabilmente la pertinenza specifica e originaria di questa simbologia alle genti storicamente classificate come sannitiche (i Pentri, n. d. r.): tanto da essere state coniate unicamente nella zecca di Bovianum, 2^ capitale della Lega italica, già Bovaianom, città madre, metropoli dei Pentri.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (parola greca, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche.

Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti (Pentri, n. d. r.) intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (Pentre, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Una testimonianza preziosa delle monete coniate dalla zecca di Bovianum/Bojano, già capitale dei Pentri e 2^ capitale della Lega italica, in occasione della Guerra sociale, con la loro leggenda e le loro immagini.

Una testimonianza che conferma il ruolo di primaria importanza svolto dal popolo dei Pentri e dalla loro capitale nella Storia della penisola italica prima e dopo l’espansione romana, nonché l’utilizzo del vocabolo Viteliù unicamente durante le fasi finali della Guerra sociale, ovvero nel I secolo a. C..

Nella Storia della penisola italica giammai era esistita una popolazione denominata Vitelios.

Oreste Gentile

 

DIOMEDE ed il SANNIO.

marzo 24, 2017

Scrivere del mito o della leggenda di Diomede e come se si camminasse in un < campo minato >: sono state tramandate le sue presenze e le sue imprese, ma dove la fantasia ha sostituito la Storia ?

O. Parlangeli, in Testimonianze linguistiche della Daunia preromana: Ci piacerebbe, dunque, dar credito a tutto ciò che gli antichi narravano sulle avventure occorse nella nostra Capitanata a Diomede e ai suoi amici e nemici, ma, purtroppo, non avendo a nostra disposizione nessun documento e nessun monumento che ci aiuti ad effettuare il controllo della veridicità di quelle vicende, dovremo accontentarci di registrarle senza accettarle, ma senza neppure rifiutarle definitivamente o totalmente, con la mutria di chi crede d’essere, lui soltanto, il depositario della verità, e di tutta la verità.

La presenza di Diomede nella penisola italica (non ancora Italia) è legata soprattutto all’incontro ed all’amicizia con Dauno, re dei Dauni possessori del territorio settentrionale della odierna Puglia.

Stefania Quindici Gigli in Uomo, acqua e paesaggio: atti dell’incontro di studio sul tema …, (1997), ha scritto di Danuo: Figlio dell’arcade Licaone e fratello di Iapige e Peucezio (e di Enotrio, vedi Dionisio di Alicarnasso, n. d.r.), il personaggio mitico in questione sarebbe giunto in Italia dando vita ad un regno, che da lui avrebbe preso il nome, corrispondente ad una delle tre parti, in cui risulta diviso anticamente l’ethos degli Iapigi.

Stando alla sua genealogia “arcadica”, egli (Dauno, n. d. r.) sarebbe vissuto parecchie generazioni prima della guerra di Troia. Ciò nonostante lo si trova poi strettamente collegato alla leggenda di Diomede in Italia.

E’ fin troppo evidente: l’epoca della presenza di re Dauno nel territorio dei Dauni non era l’epoca che vide Diomede nello stesso territorio.

Le fonti classiche datano la migrazione degli Arcadi, figli di Licaone: Enotrio, Peucezio, Dauno e Iapige, diciassette generazioni prima della guerra di Troia (1.800 a. C.), mentre Diomede arrivò sulle coste dell’odierna Puglia dopo la conclusione della guerra di Troia, ossia nell’anno 1184, fine secolo XII a. C., ovvero dopo circa 616 anni.

I due leggendari personaggi non si sono mai incontrati, eppure le fonti bibliografiche hanno tramandato la loro presenza ed il loro coinvolgimento negli avvenimenti che interessarono la Storia della penisola italica prima della conquista romana.

Le fonti classiche non sono concordi sulla loro morte: sostengono la morte di Dauno per mano di Diomede o Dauno avrebbe ucciso Diomede.

Il mito, la leggenda di Diomede, nacque e si diffuse molti secoli dopo la fine della guerra di Troia (1184 a. C.) per opera di: Mimnermo di Colofone ( VII – prima metà VI sec. a. C.), Ibico (metà VI sec. a. C.), Pindaro (518 – 438 a. C.), Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Diomede, un personaggio mitico, leggendario e, soprattutto, ubiquitario:

Arpi, Venusia, Beneventum, Aequum Tuticum, Venafrum, Histonium, Lanuvium, Ancona, Adria, Spina, sono solo alcune delle città che avrebbe fondato < girovagando > per la penisola e le coste italiche.

Anche la Galizia rivendica una fondazione per opera di Diomende.

Juan Francisco de Masdeu in Storia critica di Spagna e della coltura spagnuola in ogni genere. (1787): Diomede Re d’Etolia secondo Dionigio Alessandrino venne ancor egli in Spagna dopo la guerra di Trojana, e per asserzione di Silio Italico fu il Fondator di Tide, che oggi si chiama Tui nella Gallizia.

Marina R. Torelli scrive in Benevento romana (2009): Stabilire una cronologia certa per la diffusione del mito di Diomede in Italia è problema di difficile soluzione in quanto non solo occorre distinguere nelle varie fonti, per lo più tarde, a noi giunte, il livello cronologico cui può riferirsi la notizia riportata, ma anche perché non è comunque semplice sceverare il momento iniziale di diffusione e affermazione della leggenda dalle successive molteplici utilizzazioni e strumentalizzazioni operate in chiave propagandistica.

 

Propaganda romana anti-sannita.

 

Luigi Pareti (1885 – 1962) in Storia della regione lucano- bruzzia nell’antichità (pubblicato 1998): La figura di DIOMEDE nelle zone italiote pare non avesse altro importanza che come divinità venerata con i templi a Metaponto ed a Turi; ma invece ebbe un ampio sviluppo non solo culturale sibbene leggendario più a nord. E ciò dipese, con ogni verisimiglianza, dal fatto che esso venne identificato, sia per il nome (cf. il Sallentino Iuppiter Menzana), sia per la caratteristica di domator di cavalli, con la figura mitica indigena, iapigia; e ciò verisimilmente nelle città grecizzate delle zone costiere dell’Apulia, presso cui si ebbero scali mercantili greci già in periodo miceneo (cf. Coppa Nevigata), come Siponto, Elpi-Salapia, Brindisi e isole Diomendee, per cui si parlava della metamorfosi dei compagni dell’eroe, e si additava il suo tempio-tomba. [A motivo di sincretrismi analoghi si deve certo la diffusione della leggenda diomedea nelle altre zone dove pervennero i commercianti micenei, nell’arcipelago veneto e nelle zone circostanti, ed in Istria.]

Queste peripezie (e quindi queste identificazioni) di Diomede in Occidente erano ancora ignote agli aedi (poeta) omerici, sicchè l’Odissea ne ignora un nostos (viaggio) travagliato, ma erano già conosciute, almeno parzialmente, da Mimnermo, che allude all’andata dell’eroe in Daunia ed alla sua uccisione per opera di un re Dauno; e ad Ibico, il quale allude alle sue vicende nelle isole Diomedee (Tremiti). Licofrone [(Aless. 592-632 e Tzetze (del XII secolo, n. d. r.)], che traendo da Timeo, sviluppò la leggenda di Diomede in Apulia, dichiara che molti erano stati (i poeti) della terra <presso il Mare Io (= Ionio-Adriatico) che ne avevano cantato >, in quei mari, la penetrazione già iniziata dai micenei, tanti secoli prima. Può pensarsi che tutta risalga a qualche poeta epico della Grecia occidentale, perché non risulta che l’Alcmeodine, del 600 av. Cr., narrasse, per Diomede, anche avventure occidentali, extra elleniche.

Ma una volta stabilita l’equazione tra il greco Diomede e qualche figura mitica iapigia-illirica, era naturale che anche le località interne, in cui avevano culto le figure mitiche indigene equiparate con Diomede, fossero messe in rapporto con lui, a cominciare da Arpi che fu detta Argirippa (Argo Ippio), da Luceria, da Canusio e anche da centri della Peucezia, che si creassero nuovi dettagli sulla sua saga, ad es. sul suo diritto al possesso parziale dell’Apulia, contesogli dal re Dauno, e sulla sua costruzione, in località imprecisata, di un tempio ad Atena Iliaca; – che infine si estendesse l’azione di Diomede anche fuori dall’Apulia: nel Sannio, in Umbria, nel Lazio (oltre che nelle zone venete ed istriane, di cui già dicemmo).

La leggenda di diomedea, prosegue Pareti), andò così ampliandosi, senza limiti, tanto che alla fine della Repubblica, a Roma, Iullo Antonio (45 – 2 a. C.) potè comporre dei Diomedea, in 12 libri. […].

Come per le peripezie di Diomede, così per quelle di Idomeneo entrò in gioco l’Apulia, e non la zona Italiota.

Pareti: Potremmo dunque concludere affermando: che molte erano le località costiere Italiote, che si ritenevano od immaginavano occupate più o meno stabilmente da eroi greci, soli o coi loro seguiti, prima della colonizzazione greca, nei tempi immediatamente successivi alla guerra di Troia, o in quella ad essi precedente. Non pochi di quei dati sono certo privi di ogni valore, dovuti alla fantasia di poeti ed eruditi; una parte furono dedotti per ipotesi da culti, sacrifici, onomastica connessa più o meno a dovere con quelle figure; mentre per una terza aliquota lo spunto per la localizzazione fu data dal ricordo, in qualche modo conservatosi, che su quelle spiagge, prima di impiantarvi colonie, i Greci si erano già avventurati per le loro imprese commerciali e piratesche. […].

Pareti offre un lungo elenco soprattutto delle città delle Magna Grecia abbinate al mito od alla leggenda di personaggi eroici, sottolineando: Quel che deve risultare ben chiaro, metodicamente parlando, è che per alcuni casi riusciamo a rintracciare gli spunti di quelle fantasie: culti, cerimonie, onomastica e toponomastica, ricordo di commerci ed avventure greche, precedenti la colonizzazione; ma che in se stessi quei racconti, di pura fantasia, non hanno alcun valore storico: che cioè si può spiegare qualche parte della leggenda con fatti storici concreti, ma non è possibile azzardarsi a fabbricare della storia inedita deducendo dalle leggende, e dalle invenzioni poetiche.

Ergo, anche la presenza di Diomede nel SANNIO è pura fantasia e non ha un riscontro storico.

Simona Sanchirico scrive nel portale del comune di Lanuvio: Per Roma, invece, soprattutto dopo l’alleanza del 326 a.C. con la città diomedea per eccellenzaArpiDiomede rappresentava un mezzo di avvicinamento culturale e politico con la Daunia, con la quale l’Urbe era solidale nell’assimilazione parziale e nella contemporanea alterità da Greci ed Etruschi, in funzione anti-sannita.

 Tagliamonte, in I SANNITI Caudini, Irpini, Pentri, Carricini, Frentani. (1996).

Secondo la tradizione antica, l’itinerario che Diomede avrebbe percorso dalla Puglia al Lazio, era contrassegnato da una serie di fondazioni di città operate dal mitico eroe greco. Le fonti letterarie, in particolare quelle di tradizione romana, gli attribuiscono infatti la fondazione di Arpi, Lucera, Canusium, Venusia, Aequum Tuticum, Beneventum, Venafrum, Lanuvium (Ps. Arist., de mir. Ausc. 109; App., bell. civ. 2. 20; Solin. 2. 10; Serv., ad Aen. 8. 9. 11. 246; Schol. ad Serv., locc. citt.; Proc., bell. Goth. 1. 15. 8-9; Steph. Byz., ethn, sv. ?:; etc.).

Stando alla tarda testimonianza dello storico Procopio di Cesarea, Benevento sarebbe stata inoltre sede dell’incontro tra Enea e Diomende. Quest’ultimo avrebbe qui restituito al troiano il Palladio, la statua di Atena sottratta a Troia, quel fatale pignus imperii la cui riconsegna avrebbe sancito, secondo la tradizione filoromana, la fine delle ostilità tra Greci, e Troiani/Romani.

Fatta eccezione per Lanuvium, le località di cui Diomede sarebbe stato ecista si trovano in aree prossime (Arpi, Canusium) o ai limiti (Luceria, Venusia) della zona di influenza e di espansione sannitica; in territorio irpino (Aequum Tuticum, Benevento), oppure ai margini occidentali di quello pentro (Venafrum). Ne resta escluso il cuore del Sannio, l’area più interna e più montuosa, abitata dai Pentri e Carricini, oltre alla Frentania.

Ancora una volta, le vicende storiche e politiche-amministrative del Sannio e delle aree limitrofe tra il IV e III secolo a. C. ci aiutano a comprendere l’origine e il significato storico dell’adozione della leggenda di Diomede in ambiente romano.

L’itinerario di Diomede tocca località che avevano costituito alcune delle principali tappe del processo di penetrazione e di espansione romana nel Sannio e nella Daunia. Arpi divenne alleata dei Romani nel 326 a. C., Canusium nel 318. Nel 314 venne dedotta la colonia latina di Luceria, cui fecero seguito quelle di Venusia (291) e di Beneventum (268). Nel 268 Venafrum fu annessa all’ager Romanus mediante la concessione della civitas sine sufragio e divenne sede di praefectura. Alcune di queste località (Beneventum, Venusia) si trovano lungo il tracciato della via Appia, la cui costruzione procedette parallelamente all’avanzata romana nel sud della penisola.

Da questi dati risulta dunque abbastanza evidente l’uso propagandistico e strumentale che Roma fece della figura e della leggenda di Diomede al fine di giustificare e di consolidare la propria avanzata nel Meridione. L’adozione in ambiente romano della versione greco-apula della leggenda di Diomede – figura che in età ellenistica viene ad assumere una valenza simbolica e paradigmatica del patrimonio mitologico greco e, più in generale, della stessa grecità – appare funzionale a quella politica di isolamento e di accerchiamento del mondo sannitico condotta da Roma in quegli anni, in primo luogo attraverso la deduzione di colonie di diritto latino.

Con il richiamo a una presunta, originaria grecità (Diomede) di centri e località della Daunia, dell’Irpinia e delle zone periferiche del territorio pentro, Roma, oltre a blandire in qualche modo l’elemento coloniale italiota, intende innanzitutto distinguere e separare il mondo dauno da quello sannitico, e poi, nell’ambito di quest’ultimo, il territorio irpino e la fascia più occidentale di quello pentro da Sannio interno, allo scopo di isolare il nemico più irriducibile.

L’affermazione della leggenda di Diomede nel Sannio si situa dunque in quella prospettiva politica romana, di cui prima si parlava, nella quale le linee di articolazione interne al mondo sannitico diventano barriere di separazione.

Non Diomede nel territorio dei Sanniti, ma furono i Sanniti, i Sanniti della montagne: i Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini, a programmare verso la fine del V sec. a. C. la loro espansione nella pianura campana ed il territorio Dauno.

I SANNITI: altro che rozzi pastori.

La periodica transumanza aveva permesso ai Sanniti di conoscere le risorse pastorali ed agricole del vasto territorio dauno, ma gli scambi commerciali, utilizzando il baratto (non conoscevano, né coniavano monete), aveva permesso loro di acquisire il “piacere” per quanto di bello offrivano gli eredi della cultura greca.

D’altronde i corredi funerari sia maschili che femminili, risalenti all’ IX- VIII sec. a. C., testimoniano che i Sanniti conoscevano l’arte della ceramica, seppure scarsamente decorata, realizzavano eleganti ornamenti maschili e femminili, le loro famose corazze, i cinturoni, gli scudi e le loro tipiche cuspide delle lance che furono i Greci presenti nella penisola italica chiamare Saunion.

Franco Biancofiore, in Origini e sviluppo della civiltà daunia (1967 ?): L’evidenza archeologica dimostra che a partire circa dall’XI sec. a. Cr. si estende nel Gargano e in Daunia la facies subappenninica, peraltro documentata in tutta l’Italia meridionale, la quale con il suo contenuto economico-culturale sarà uno dei presupposti della civiltà daunia. […].

D’altro canto le genti osco-sabelliche dovettero contribuire in misura più accentuata al processo evolutivo della civiltà appenninica in area daunia con le transumanze attraverso il Subappennino ricordate dagli scrittori romani, medioevali e moderni.

Dunque, la cresta dei monti dauni con i suoi valichi praticabili fu territorio atto agli spostamenti periodici delle comunità pastorali.

In breve il fenomeno lascia evidenza linguistica ed archeologica nel V secolo ed echi negli scrittori classici che ci hanno tramandato come fondazione osca Lucera e Venosa.

La civiltà daunia include ora anche questo altro elemento culturale che, come pure dalla sua diffusione nella regione pugliese e in tutta l’Italia meridionale, ha assunto consistenza di apporti linguistici sia pure di modesta entità e, quindi, anche etnici. […].

Nulla, dunque, ci impedisce di ritenere che alla fondazione dei centri urbani dauni abbiano contribuito anche elementi etnici diversi da quelli che la tradizione storica antica ci ha tramandato per la regione apula.

La presenza di un sepolcro a tumulo entro la cinta muraria di Arpi suggerisce che alla fondazione della città hanno anche collaborato gruppi sabellici nel periodo della loro permanenza in Apulia.

Anche alle origini di Siponto e forse di Salapia hanno contribuito genti di varia etnogenesi. Ma questi centri divengono città dal IV secolo a. Cr. quando la civiltà daunia va perdendo il suo carattere di originalità per divenire apula in senso più ampio ed evolversi alla luce delle correnti ellenistiche.

Maria Luisa Marchi, in Dall’abitato alla città. La romanizzazione della Daunia attraverso l’evoluzione dei sistemi insediativi, Atti delle Giornate di Studio sulla Daunia Antica in memoria di Marina Mazzei (Foggia 2004), Bari 2008, pp. 267-286.scrive:

[…]. In questo contesto, a partire dal V secolo a.C., ma soprattutto nel IV secolo, si assiste alla penetrazione di un elemento culturale da ricollegare con il mondo osco-sabellico. Si tratta in alcuni casi di un sicuro predominio militare attraverso una continua pressione fisica dalle montagne verso la vasta pianura apula, che si manifesta con scontri diretti e occupazioni, in altri di un semplice influsso culturale che si palesa attraverso una sottile infiltrazione, quella delle classi subalterne che si inseriscono nel contesto socioeconomico daunio sotto forma di forza lavoro militare, mentre quella delle classi egemoni attraverso alleanze matrimoniali.

La presenza sannitica è documentata in molti centri della Daunia da Lucera, dove se ne ha notizia dalle fonti, a Teanum Apulum, che batte moneta con legenda in osco, a Carlantino, sul Fortore, dove è documentata una necropoli sannitica , a Lavello dove una tomba isolata di guerriero, deposto supino secondo il rito centro italico, è stata riconosciuta come sepoltura di un possibile mercenario sannitico e sull’acropoli dell’abitato, dove accanto ad una concentrazione di tombe principesche si trova una sepoltura di un personaggio femminile, anch’esso deposto supino, probabilmente identificabile con una donna sannita entrata a pieno titolo nell’ambito di un gruppo familiare emergente, sino a Venusia oltre la linea dell’Ofanto, dove nel territorio della futura colonia si è riscontrato l’uso della lingua osca in un insediamento di IV secolo a.C. e dove si è documentata la presenza di nuclei abitativi di modeste dimensioni abbandonati con il sorgere della colonia sorgere, infine a Banzi, centro culturalmente daunio, in cui si assiste al diffondersi a livello istituzionale, oltre che linguistico, di formule osche che permangono fino al I secolo a.C., sembrano essere risparmiate solo da questo fenomeno Arpi e Canosa, roccaforti della cultura dauna.[…].

L’intervento romano in area Daunia è concordemente indicato nel 326 a.C., anno in cui le fonti collocano la richiesta di intervento da parte dei principes dauni . L’alleanza con le popolazioni apule fu per i Romani l’occasione di aggirare il comune nemico sannitico.

Con L’intervento romano in area Daunia iniziò, sfruttando la figura mitica di Diomede, la propaganda anti-sannita da parte di Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Giseppe Morea in LA POLIS CANUSINA dalla preistoria alla conquista romana (1989): L’età del bronzo (circa la metà del secondo millennio a .C. XV sec. a. C.). Furono riaperti in questo periodo i contatti con i paesi e le contrade dell’Italia centrale (Molise, Abruzzo e Marche); come testimonianze abbiamo la ceramica trovata ad Andria che richiama quella abruzzese e marchigiana. Anche nel Pulo molfettese non mancano riflessi di tipo marchigiano ed abruzzese. Solo nell’ultimo periodo di questa età troviamo infiltrazioni e contatti con la vera e propria civiltà appenninica. Le caratteristiche sociali cambiarono e alla beata civiltà agricola subentrò quella pastorale.

Vito Antonio e Giuliano Volpe, in Puglia romana (1993): 3. Crisi di identità.

Quando i Romani giunsero in Puglia, nel 326 a. C., la regione era già politicamente mortificata, in via di decadenza, senza un proprio nome specifico. […]. L’unità regionale era stata compromessa dall’onomastica imposta dagli stranieri: i Pugliesi del sud erano detti Iapyges dai Greci e quelli del nord Apuli dai Sanniti. Ma entrambe le parole riproducevano nelle rispettive lingue il nome unico delle popolazioni locali, che nella propria lingua dovevano dirsi Iapudi. Gamma]Se per i Greci il § [delta] fra due vocali diventa y [gamma], per i Sanniti, del gruppo osco, diventa l: un passaggio sempre esistito tra fonetica pugliese e quella campana. I due vocaboli, Iapyges e Apuli, erano dunque la stessa cosa, effetto della pronuncia diversa di due diversi popoli vicini (nota 46).

Gli autori scrivono nella nota 46: E. De Juliis, Gli Iapigi. Storia e civiltà della Puglia preromana. Milano 1988, pag. 15: < la parte settentrionale della Puglia, al tempo della pressione sannitica, nel IV sec. a. C., doveva essere indicata col nome non greco, ma locale di Iapudia, trasformato dai Sanniti in Apudia, e quindi in Apulia, con il mutamento di I tipico dell’osco >.

Furono addirittura i Sanniti a coniare il toponimo Apulia ed Apuli.

Concludendo

I tratturi che da tempo immemorabile avevano permesso il periodico spostamento degli animali dai monti delle regioni centrali della penisola italica verso il territorio pianeggiante della Daunia, detta successivamente Apulia, permisero ai popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita di fondare le nuove tribù che continuarono gli scambi commerciali e culturali iniziati dai loro progenitori con i Dauni.

Nel V secolo a. C., i Carecini, i Pentri, i Cauidini e gli Irpini, i Sanniti delle montagne, intrapresero l’invasione e l’occupazione dei territori della pianura campana e della Daunia/Apulia, subito ostacolata dalla potenza di Roma.

In questa lunga Storia dei rapporti tra i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita con i Dauni/Apuli, Diomede non è mai stato protagonista.

Oreste Gentile

 

LA “GIUDECCA” IN CIVITA SUPERIORE DI BOJANO.

dicembre 17, 2016

Giudecca nella Enciclopedia Treccani on line: Nome dato anticamente in varie città d’Italia al quartiere abitato dagli Ebrei o prevalentemente da Ebrei.

Nella città di Bojano, nel borgo denominato Civita Superiore di Bojano che domina la città e l’omonima pianura posta a settentrione del massiccio del Matese, esiste, pur indicando una via, la denominata località Giudecca: il toponimo dovrebbe testimoniare l’esistenza ed identificare il quartiere abitato dagli Ebrei o prevalentemente da Ebrei.

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Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano: la Località Giudecca (tratto intero rosso: la via omonima) e la sua probabile estensione (linea punteggiata rossa).

 

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La cinta muraria (tra il tratt,gio rosso, vista da sud) del castrum di Rocca Boiano, parete esterna delle abitazioni della Località (via) Giudecca.

Pur essendo diffusa tra i cittadini di Bojano l’opinione della presenza di una comunità ebraica nella località Giudecca in Civita Superiore di Bojano, si è sempre ignorato il periodo del suo arrivo, ma potremmo sapere di più conoscendo le vicende storiche di cui fu indiscussa protagonista Civita Superiore di Bojano, all’epoca denominata Rocca Boiano.

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La toponomastica (rettangolo bianco in alto a sn.) indica Località Giudecca. La via è parallela alle mura del lato sud (and.to est-ovest) del castrum di Rocca Boiano.

 

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Particolare di alcune delle abitazioni (sullo sfondo) che “poggiano” sul muro di cinta (lato sud) di Rocca Boiano, terminando ad est con una torre d’angolo. L’ingresso delle abitazioni “affaccia” sulla Località (via) Giudecca.

La Storia, per i secoli X-IX a. C. ricorda la colonizzazione del territorio posto a settentrione del massiccio del Matese da parte dei giovani di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

Presero il nome di Pentri e sulla sommità della collina (Civita Superiore di Bojano) fondarono Bovaianom, la loro città madre, la capitale che dominava la vasta pianura.

Con la dominazione romana, l’importante insediamento divenne l’acropoli della città sannita-romana fondata lungo le pendici della collina e nella pianura interessata dal percorso della via consolare Minucia (Corfinio-Brindisi) e dalla via che permetteva di raggiungere Teano degli Apuli (San Paolo Civitate) e la costa adriatica.

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1. Civita Superiore di Bojano. 2. La città di Bojano in epoca romana. T. Tratturo Pescasseroli-Candela. V. via da Bovianum a Teneapulo ed alla costa adriatica.

Con la caduta dell’impero romano e con la presenza dei Longobardi, l’antico sito di Bovaianom, proprio per la sua originale localizzazione, tornò ad essere protagonista della Storia: l’insediamento, con la costruzione delle mura di cinta con più torri, divenne un castrum ed al suo interno, nella zona più elevata, fu costruito un castello.

Era sorta Rocca Boiano a difesa di Boiano, la civitas di pianura.

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Rocca Boiano (lato sud) vista da monte Crocella: il castello (a sn.) separato in modo chiaro dal castrum (borgo a ds.).

E’ in questo periodo che le vicende di Rocca Boiano e della civitas di Boiano tornarono a legarsi con la Storia di Benevento ed alla comunità ebraica presente nella città, già capitale dei Sanniti Irpini.

Nel periodo longobardo la città di Benevento fu il capoluogo dell’omonimo ducato e, successivamente, del principato che comprendeva i territori già dei Pentri e dei Frentani, oggi regione Molise.

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Anno 667: il duca Romualdo, figlio del re Grimoaldo, concesse al bulgaro Alzecone, scrisse Paolo Diacono, una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. Come ordinò che Alzecone, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi (VIII sec.) quei luoghi e, sebbene parlino anche latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.

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Nell’anno 667 i territori delle 3 città citate da Diacono costituirono un unico gastaldato, ma nell’anno 860, quando i Franchi si erano già sostituiti ai Longobardi nel governare la penisola italica ed il ducato di Benevento che con Arechi II era divenuto principato indipendente (774), esistevano già 6 distinti gastaldati: Venafro, Isernia, Trivento, Termoli, Larino e Boiano il cui gastaldo, Guandelperto, di sua iniziativa e con l’aiuto di Maielpoto telesino con molte cure e con preghiere assoldarono Lamberto duca di Spoleto, e Gerardo conte dei Marsi, per contrastare l’avanzata dell’esercito dei Saraceni guidati da Saugdan.

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I confini dei gastaldati-contee-diocesi di: 1. Venafro. 2. Isernia.              3. Trivento. 4. Termoli. 5. Larino. 6. Bojano.

Con il dominio dei Franchi i gastaldati, conservando la loro originaria estensione territoriale, divennero contee con un proprio titolare.

In seguito, alla fine dell’anno 900, con l’istituzione del principato di Capua e del principato di Benevento, le contee di Venafro ed Isernia furono amministrate dai principi di Capua, le contee di Trivento, Termoli, Larino e Boiano dai principi di Benevento.

Nello stesso tempo, le diocesi episcopali istituite agli inizi del IV-V secolo nei capoluoghi dei municipia delle 6 civitates capoluogo delle omonime gastaldati/contee, furono così amministrate: le diocesi di Venafro ed Isernia dalla metropolita di Capua, le diocesi di Trivento, Termoli, Larino e Boiano dalla metropolita di Benevento.

Nell’anno 1003 Maria, figlia del conte Roffrid, appartenente alla nobiltà del principato di Benevento, era già titolare del gastaldato di Boiano, non ancora contea: lo divenne prima dell’anno 1032.

Uno stretto rapporto politico, amministrativo esisteva tra la città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducato longobardo, poi principato longobardo-franco, e la civitas di Boiano, capoluogo dell’omonimo gastaldato, poi contea.

Stretto era anche il rapporto religioso: la diocesi di Boiano era suffraganea della metropolita di Benevento e con Benevento, che conserva le sacre reliquie, condivideva e condivide il patrono: san Bartolomeo.

Questo stretto rapporto politico, amministrativo e religioso permette di conoscere l’epoca della presenza di una comunità ebraica nella Civita Superiore di Bojano, nel medioevo Rocca Boiano.

Dal sito Italia Giudaica: Quando Benevento passò alla Chiesa, la città ospitava una comunità ebraica dalle radici secolari e in pieno rigoglio. Tracce dell’antica presenza potrebbero essere due epigrafi latine databili al sec. V, dedicate a un Acholitus senior e a un Faustinus senior[2]. Infatti, senior sembra essere l’equivalente del titolo, abituale fra i giudei, di presbyteros e indicare quindi una funzione comunitaria (Cod. Iust.  XVI 8, 2). Quanto al nome Faustinus, esso era assai diffuso nei secoli V-VI presso alcune famiglie di notabili ebrei di Venosa.[…].

A metà del IX secolo la comunità era ormai ampiamente attestata: verso l’850 essa accolse il celebre maestro di misteri Abu Aron di Bagdad, che, da Gaeta, dove era sbarcato, si stava recando in Puglia. Ebrei di Oria venivano nello stesso periodo a B. per affari, come i fratelli Shefatiah ed Eleazar b. Amittai.[…].

Gli stretti rapporti degli ebrei pugliesi e campani con B.(enevento) erano favoriti dalla felice posizione della città,  in cui l’Appia Antica si biforcava nella Traiana e incrociava le strade provenienti dal mar Tirreno e dal Sannio. Nell’VIII secolo, inoltre, la città aveva vissuto con Arechi II una splendida stagione culturale, che non dovette lasciare indifferenti i giudei. Un tale ambiente e opere come la  Historia romana  di Paolo Diacono (756-774) e la  Historia  Longobardorum  dello stesso autore, fanno ritenere probabile l’attribuzione alla nostra comunità del Sefer Yosefon, il capolavoro della storiografia ebraica medievale composto nel X secolo.

La comunità ebraica, Giudecca, di Benevento occupava un esteso quartiere con 3 sinagoghe:

 

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Benevento: San Nazario de Jiudeca in piazza Piano di Corte.

 

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Benevento: San Tommaso de Jiudeca nei pressi di Porta Somma.

 

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Benevento: Santo Stefano de Judeca o de Neophitis in via Bartolomeo Camerario.

Quando arrivarono gli Ebrei a Rocca Boiano/Civita Superiore di Bojano ?

Prima ipotesi.

I periodi del loro arrivo potrebbero essere diversi e sempre dipendenti dalle vicende che videro protagoniste le comunità ebraiche residenti nella città di Benevento o nelle regioni limitrofe.

Ricordando quanto scritto da Paolo Diacono sulle condizioni in cui versavano nell’anno 667 i territori pertinenti alle città di Sepino, Boiano ed Isernia: una vasta regione sino allora deserta, è ipotizzabile che oltre ai bulgari di Alzecone, anche dei coloni ebrei potrebbero essere stati invitati od obbligati a stabilirsi in quei centri.

Purtroppo, la loro presenza e la presenza dei Longobardi hanno una scarsa documentazione a causa delle vicende che in ogni epoca (sannitica, romana, medievale e la distruttrice epoca moderna) compromisero le strutture urbanistiche sorte sulla sommità della collina di Rocca Boiano e nella stessa civitas di Bovianum.

Rocca Boiano offriva alla comunità ebraica una migliore difesa e la pianura sottostante un maggiore sviluppo agricolo per le sue numerose sorgenti di acqua utili, come vedremo, anche per lo sviluppo dell’industria tessile, mentre la via verso la Daunia e la costa adriatica e la via consolare Minucia verso la città di Benevento, favorivano gli scambi commerciale.

Ciò che resta a testimoniare la presenza dei Longobardi e della comunità ebraica, è una < balaustra > in cui fu scolpito il nodo longobardo o nodo di Salomone ed il toponimo Giudecca dove risiedeva la comunità di Ebrei.

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Pluteo Nodo longobardo o nodo di Salomone di Rocca Boiano.

Prerogativa della comunità ebraica presente nella città di Benevento era il mestiere o l’arte della tessitura e della colorazione delle stoffe: una attività che necessitava di una grande disponibilità di acqua.

In Italia Giudaica è scritto: Alla morte del principe longobardo Landolfo VI (1077), gli ebrei passarono, come tutta la città, sotto il dominio della Curia romana alla quale pagavano gabelle per il diritto di tingere e di vendere le stoffe.[…].

Nel suo noto Itinerario Benjamin de Tudela racconta che nel 1165 fu ospitato a Benevento, dove risiedevano circa 200 famiglie, dai suoi correligionari. Nel 1198 dentro il quartiere occupato dagli ebrei vi erano tre chiese parrocchiali che, alla propria denominazione, facevano seguire “de Judeca”. Gli ebrei avevano il controllo della tintoria dei drappi locali. Il drappo beneventano era molto rinomato.

Borgia in Memorie istoriche della pontificia città di Benevento (parte seconda, 1763), descrivendo le Proprietas que remansit Curie de regalibus Beneventi, ricordò la < tassa > della Curia romana per Tincta Judeorum.

Proprio la presenza delle abbondanti sorgenti di acqua avrebbe favorito il trasferimento di alcuni Ebrei dalla città di Benevento o dalle regioni limitrofe a Rocca Boiano o nella civitas di Boiano.

Nella città di Bojano ancora oggi esistono alcuni toponimi o si ha memoria del loro utilizzo nel passato: via Tintiere vecchie, ancora esistente, e via valchiere, oggi via Turno ed una area detta valcaturo.

Tintiere deriva da tincta (Judeorum), la lavorazione quasi in esclusiva dei colori e delle tinte dei tessuti da parte delle comunità ebraiche.Valchiere e valcaturo sono la corruzione di Gualchiera o Valchiera, di derivazione longobarda: Walcan o Walkjan = pressare, tipico delle macchine idrauliche che rendevano il tessuto più resistente attraverso l’infeltrimento della lana.

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1. via Tintiere Vecchie. 2. via Valchiere. Chiesa san Biagio (punto rosso).

 E’ verosimile, stando alla testimonianza dei 2 toponimi longobardi, che alcuni membri della comunità ebraica residenti nella città di Benevento si fossero o siano stati obbligati a trasferirsi in Rocca Boiano nel periodo della presenza del gastaldo bulgaro Alzecone o subito dopo, stabilendo nella località Giudecca la loro residenza.

La loro principale attività di tingere e di lavorare la lana, come testimoniano i 2 toponimi tintiere e valchiere da gualchiera o valchiera, fu svolta nella città di Boiano la cui pianura era/è ricca di sorgenti di acqua.

Nei pressi della via valchiere e la vicina località valcaturo, già nell’anno 1241 esisteva Ecclesia Sancti Blasii de Porta Bojano: era anche nei pressi del valcaturo dove operavano le valchiere e dedicata a San Biagio per ricordarene il martirio: fu torturato con i pettini di ferro delle macchine utilizzate per cardare la lana e poi fu decapitato. E’ patrone dei cardatori di lana e protettore contro il “male di gola”.

I Regesti Gallucci pubblicati da G. De Benedettis nel 2011, ricordano per gli anni 1138 e 1147 un atto di vendita rogato per mano di N. Machabeo di Boiano: un “cognome” utilizzato dalle comunità ebraiche ed il nome Salathiele figlio di Giovanni Saneb di d(ett)a Città (di Boiano) per gli anni 1166 e 1168.

Nei Regesti Gallucci più volte furono ricordate, fuori dal centro di Boiano, li Valcatori siti a Riofreddo sopra il Ponte, posseduti da esso Vesc(ov)o, dicendo che né ad essi frati, né ad altro spetta rag(io)ne alc(u)na sopra detti Valcatori, ma mostrando le loro ragioni si offere pronto di stare a’ Giustizia l’anno del sig(no)re per l’anno 1307 e per il 1314, agosto 24 Due Molini e tre valcatori a Rio freddo iuxta la possessione di Nicola di Boiano et altri fini.

Seconda ipotesi.

Le comunità ebraiche furono protagoniste della Storia anche con l’imperatore Federico II.

Riccardo Calimani in Storia degli ebrei italiani (volume primo) scrive: Dieci anni dopo (1231) estese a tutti gli ebrei del regno la speciale protezione accordata ai tranesi nel 1224 e confermò che la vita e gli averi di tutti erano tutelati dai suoi provvedimenti. Agli episcopati diminuì i redditi che essi percepivano dalle giudecche e decise che i contributi di tutte le tintorie fossero pagate al regio fisco.

Si evidenzia che la citazione della Ecclesia Sancti Blasii de Porta Bojano dell’anno 1241, era pertinente ad una confisca dell’imperatore.

Federico II aveva una particolare predilezione per Rocca Boiano, all’epoca conosciuta anche come Castrum Boyani, tanto che nell’anno 1223 si riservò il suo possesso: potremmo ipotizzare che in quel periodo una comunità di Ebrei possa essere stata trasferita su suo ordine a Rocca Boiano nella località poi denominata Giudecca.

Terza ipotesi.

L’ultima ipotesi è sempre legata ad una < migrazione > di una comunità di Ebrei che si sarebbe stabilita nella località Giudecca di Rocca Boiano a causa degli avvenimenti del XVII secolo.

Da Corriere Sannita, it (marzo 2016): Nel 1442, Alfonso d’Aragona salì al potere e concesse alcuni privilegi agli Ebrei. Tuttavia nel 1458, alla morte di Alfonso, Benevento ritornò sotto lo Stato pontificio. A Benevento, essendo nello Stato Pontificio, fu risparmiata l’espulsione degli Ebrei ordinata dai Reali di Spagna nel 1541. Disgraziatamente, dopo l’elezione di Papa Paolo IV nel 1555, gli Ebrei sentirono una crescente pressione per indurli alla conversione e diversi si convertirono al cattolicesimo. Nel 1569 gli Ebrei furono espulsi da Benevento e da altre piccole città sotto il potere pontificio. Gli Ebrei ritornarono a Benevento nel 1617, ma nel 1630 furono espulsi definitivamente e non vi fecero più ritorno.

Il plurisecolare legame storico e religioso tra la città di Benevento e la città di Bojano accrediterebbe anche questa 3^ ipotesi, ma i toponimi di origine longobarda che ancora esistono nelle 2 città, tintiere e gualchiere, connessi alla preminente attività delle comunità ebraiche ed i “cognomi” di alcuni personaggi presenti nella civitas di Boiano daterebbe il loro arrivo a Rocca Boiano tra l’VII secolo, presenza in Boiano di Alzecone, ed il IX secolo.

Oreste Gentile

 

 

 

 

 

IL PRIMO FONDITORE (“MAGISTER CAMPANARUM”) DELLA REGIONE MOLISE ERA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

agosto 8, 2016

 IL PRIMO FONDITORE DI CAMPANE (MAGISTER CAMPANARUM) ERA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

Chi l’avrebbe mai detto: il primo fonditore di campane (magister campanarum) vissuto nella regione Molise, era nato nella città di Isernia.

In attesa di ulteriori scoperte, Uberto D’Andrea nella sua attenta ricerca delle fonti bibliografiche e dei documenti di archivio, in Campane e Fonditori in Abruzzo e Molise dal 1532 ai giorni nostri (parte II)”, ricorda: Giacomo da Isernia, che nel 1433 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano.

La città di Isernia ha sempre vantato personaggi ed avvenimenti non pertinenti alla sua antica e gloriosa storia, vedi la nascita di Ponzio Pilato o di papa Cestinino V, al secolo Pietro di Angelerio, o essere stata la I^ capitale d’Italia in occasione della Guerra Sociale, dimenticando quanti veramente hanno dato lustro alla città.

Non è dato sapere se il magister campanarum Giacomo da Isernia avesse la fonderia in città e se, oltre a fondere campane come era in uso fare all’epoca, si dedicasse anche alla fusione di armi leggere e pesanti o all’arte della lavorazione del rame.

All’epoca, per le poche e non comode vie di comunicazione, il trasporto delle campane era quanto mai difficoltoso, pertanto erano i “magister campanarum” a spostarsi da una località all’altra ed “in loco”, ai piedi dei campanili, scavavano la fossa per fondere e creare una o più campane.

Dopo Giovanni da Isernia, in una ipotetica classifica, al 2° posto D’Andrea ricorda Nicola da Capracotta: nel 1542 aveva fuso una campana in Villetta Barrea e nel 1544 organizzò la fusione della < campana mezana > che ancora nel 1754 figurava sul campanile della Chiesa della Tomba in Sulmona. Nel 1545 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista in Castel di Sangro.

Dei magistri campanarum vissuti in Agnone, la “palma” spetta a Giovanni Iuliano o Giuliani, di cui D’Andrea ricorda: Già nel 1559 abitava e lavorava in Chieti, il fonditore agnonese di campane Giovanni Iuliano o Giuliani. Eppure, siamo informati che Egli, insieme ai propri figli Fabio e Giuseppe aveva ricevuto in prestito oltre 176 ducati da Donna Sibilia Valignani di Chieti.

Anche in Matrice, provincia di Campobasso, viveva, scrive D’Andrea, Mastro Vincenzo di Saliceto, campanaro abitante in Matrice. Intorno al 1547 colò per due volte in Vasto, una campana per la Chiesa di S. Maria Maggiore”. (magister campanarum itinerante).

Ancora il centro turistico montano di Capracotta, con Donato Perillo, da Capracotta ed abitante in S. Pietro Avellana. […], promise ai Procuratori del SS.mo Sacramento di Scanno, di fondere una campana da quattro cantaia, nonché una campanella per S. Maria di Loreto.

Nel centro matesino di Guardiaregia (CB) vissero DUE magistri campanarum: Mastro Francesco Vanni, da Guardiaregia. Fuse nel 1639 la squilla della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Cusano Mutri, provincia di Benevento. Mastro Giovanni Di Francesco, da Guardiaregia. Nel 1685 fuse per la chiesa trinitaria di Campobasso, una campana poi caduta dal campanile a causa del terremoto del 26 Luglio 1805. Si ha notizia di Domenico de Francisco, nell’anno 1702 fuse una campana per la chiesa La Chiesa di Ave Gratia Plena di Piedimonte Matese (CE), forse un altro figlio di Mastro Francesco Vanni e fratello di mastro Giovanni.

Non poteva mancare la città di Campobasso, dove D’Andrea ricorda: “Di mastri campanari equivalenti a fonditori di campane, Campobasso è stata sede di uno solo (Rocco Saia, originario di Agnone) verso la fine del 1700.

Oreste Gentile.

Per saperne di più: «

I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia centrale).

luglio 15, 2016

 

 

CENTRALE

 

 

TOSCANA

Dal sito www.campanologia.org  si apprende che le campane più antiche sono presenti in Puglia (AR): una campana fusa nel 1109 (vedi Bernazzani ?) o la più tarda campana di Maestro Martino della Cattedrale di Siena fusa nel 1149.

Chiara Bernazzani, in Le firme dei magistri campanarum nel Medioevo. Un’indagine fra Parma e Piacenza, ci offre il primato di una “fusione” dell’anno 1109: Ego Albertus feci hanc campanam anno Domini mcix è l’iscrizione della citata campana senese del 1109 proveniente dalla chiesa di San Cristoforo.

Bartolomeus pisanus fu capostipite di una dinastia per la quale il semplice aggettivo di provenienza divenne garanzia di appartenenza alla scuola fusoria più abile e innovativa.

Bernazzani evidenzia: La presenza accertata di fonditori di campane pisani a Parma negli anni Ottanta del Duecento va tenuta presente nella discussione sulla provenienza del fonditore Guidotto la cui campana risaliva al 1287 (l’anno in cui Salimbene ricorda attivo a Parma almeno un fonditore pisano, compreso nell’arco di tempo in cui Guidotto di Bartolomeo Pisano opera in importanti commissioni fuori Pisa, la campana recava la sottoscrizione «Guidoctus pis me fecit». L’iscrizione non è tràdita univocamemte. Niccoli sciogli pis in parmensis: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus parmensis me fecit».

Scarabelli Zunti, che pure considera Guidotto parmigiano, mantiene l’abbreviazione, ma dà una versione incompleta: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus pis me fecit». Fu dunque lo scioglimento dell’abbreviazione pis a suscitare contrasti: Da Morrona vi riconosce l’origine pisana del fonditore, prova ulteriore del fatto che i fonditori pisani erano allora «invitati a dar saggio del loro sapere dalle migliori città d’Italia». Come Nicolli, Lopez scioglie con parmensis e segnala Guidotto come uno dei fonditori autoctoni attivi in città negli ultimi vent’anni del Duecento.

Le circostanze cronologiche ed il nome stesso (nonché la provata mobilità di Guidotto di Bartolomeo), scrive Bernazzani, inducono tuttavia a pensare che la campana fosse opera del fonditore pisano.

Bernazzani evidenzia: Bartolomeus pisanus fu capostipite di una dinastia per la quale il semplice aggettivo di provenienza divenne garanzia di appartenenza alla scuola fusoria più abile e innovativa del Duecento italiano e ricorda i sette bronzi del Duomo di Pisa, databili dal XIII (la ‘Giustizia’ fusa da Lotteringo di Bartolomeo Pisano nel 1262, in origine per una sede civica) al XIX secolo, tutti fregiati di stemmi e complesse iscrizioni.

Scrive Cuzzoni: Bartolommeo pisano dovette essere gran fonditor di metalli ed abile scultore ed architetto Poiché l’imperator Federico II fu molto vago dell’arti belle e poiché particolar cura pose in quella dell’architettura, fa molta lode al nostro pisano maestro che destinato fosse all’esecuzione dei nobili pensieri di quel monarca.

Devenendo all’arte di fonder metalli posseduta dal prelodato Bartolommeo, in una delle campane della Basilica d’Assisi leggesi: “A. D. 1239. F. HELIAS FFCIT FIERI. BARTOLOMEUS PISANUS ME FECIT CUM LOTERINGIO FILIO EJUS.”.

Cimarra ricorda che Bartolomeo gettò in bronzo le campane per la Basilica di San Francesco di Assisi nel 1123, mentre Gabriele Gattiglia e Marco Milanese in L’atelier stabile di Bencivenni, campanarius in S. Andrea di Chinzica (Pisa, 2006) scrivono che Bartolomeo Pisano, già autore di ritrovati tecnici atti a dare maggiore sonorità alle campane, fuse, assieme al figlio Loteringio, una campana piccola ed una grande per la Basilica di San Francesco in Assisi.

Cuzzoni ricorda: Il P. Della Valle, oltre a una tale iscrizione (quella di una delle campane della Basilica di Assisi), riporta la seguente ch’era in una grossa campana fatta d’ordine di Gregorio IX pel vecchio campanile di S. Francesco di Siena: “XPS VICIT. etc. A.D. 1228. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT etc.”. La campana più non esiste, ma l’iscrizione si conserva nell’archivio di quel convento, ottimo provvedimento che di rado si osserva.

Le campane entrambe della parrocchia di S. Cosimo riformata di fresco hanno la seguente iscrizione se il millesimo si eccettua. XPS.etc. BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLVIII.

Appartengono al sopraencomiato Bartolommeo i seguenti versi della campana grossa di un bel getto e di grato suono della chiesa di S. Michele, circa un miglio distante da Pisa

A.D. MCCLIII. XPS. VICIT. XPS. REGNAT XPS. IMPERAT. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT. AVE MARIA GRATIA PLENA DNS TECUM BENDCA TU IN MULIERIS. ET BNDCS FRUCTUS VENTRIS TUI.”.

Oltre le pisane iscrizioni di tal genere, non ne mancano altre atte a comprovare la perizia nel fonder metalli del nostro Bartolommeo, e dobbiamo alla gentilezza del sig. Antonio Ormanni direttore del Museo e della Libreria pubblica di Volterra quella che adorna una campana della badia di S. Galgano, presso alla città. Ella è la seguente: “AGLÆ AVE MARIA GRATIA PLENA DNUS TECUM. B. T. IN. M. ET B. F. VE. T. XPS. VINCIT, XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. A. D. MCCXLIV MENTEM STAM SPONTANEAM HONOREM DEO, ET PATRIE LIBERATIONEM. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT.”

Cuzzoni: Mastro Loteringio Pisano, Figlio di Mastro Bartolommeo. Insieme al padre fuse la Pasquareccia nella torre pendente di Pisa, ricordato anche da Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: La quarta, chiamata un tempo la Giustizia, ed ora la Pasquareccia, tenevasi nella torre del Giudice, e si suonava allorquando il reo andava al patibolo. E’ questa la più antica fra esse, ed ha in alto la seguente iscrizione in caratteri gotici circondata da due fregi da due fregi ripieni di rabeschi: < Locterineus De Pisis fecit. Gerardus Hospitalarius solvit. A. D. 1262.

Primieramente, ricorda Cuzzoni, il campanile dell’antica chiesa di S. Paolo a ripa d’Arno contenente tre grosse campane di un bellissimo suono molto soddisfece al mio desiderio, imperocché nella seconda è scritto a chiare note: “XPS VICIT. XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. BARTH0LOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLII. Nella terza: XPS. etc. LVTTERINGVS FILIVS BARTHOLOMEI ME FECIT.”

Sulla sull’alta torre di S. Francesco di Assisi, ancora Cuzzoni, esisteva una campana, con l’iscrizione: “A. D. MCCXXXIX. PAPE GREGORIO TEMPUS PERPENDIT NOVI CESARIS AC DIEI TEMPUS PONTIFICI FEDERICI. BARTOLOMEVS PISANUS ME FECIT CVM LOTERINGO FILIO EJUS CVM FIT CAMPANA QUE DICITUR UT ALIANA.”

Nella quarta campana della pisana torre pendente abbiamo altra opera di Lotteringo pisano, quivi leggendosi “A. D. MCCLXII. LOTTERINGVS DE PISIS ME FECIT. GERARDVS HOSPITALARIVS SOLVIT.” […].

Così sta scritto nella campana grossa ch’era nel campanile della chiesa soppressa di S. Marco in Calcesana, e che al presente è in quello di S. Jacopo di Vicarello.

  1. D. MCCLXXIIII. MAGR. IOHES. FEC. HOC. OPVS. TRE. PBRI. RVSTICE. TNC. RECTORIS.

Andreotto Pisano, figlio di Mastro Bartolommeo ricorda Cuzzoni, lavorò soprattutto in una zona comprendente l’ intera Italia centrale e parte di quella meridionale.

Mastro Guidotto Pisano. Figlio di Mastro Bartolommeo. Fuse nel 1288 la Quarta Campana della Basilica di S. Pietro a Roma.

Mastro Andrea Pisano. Pisa, secolo XIII. Fonditore di Campane. Figlio di Mastro Guidotto.

Mastro Giovanni Pisano. Pisa, secoli XIII-XIV. Figlio di Mastro Andreotto. I seguenti caratteri io lessi in una campana grossa di S. Matteo: “MENTEM SANTAM SPONTAN. IN ONOREM DIVI PETRI LIBERATORIS MAGISTER JOHANNES ME FECIT. A. D. MCCLXXVIII

 Mastro Bonavere Pisano. Pisa, secoli XIII-XIV. Figlio di Mastro Loteringio.

E poiché nell’altra simile alla suddetta nel getto e in bontà di suono leggesi “MAGISTRO BONAVERE MCCLXXXII.”.

La pubblicazione  di Cimarra migliorare la conoscenza dei magistri pisani: In Italia la fusione di campane fu praticata comunemente nel Medioevo; ed il ripetersi nel secolo XIII di nomi di fonditori pisani attivi a Roma, a Lucca, a Firenze (Bartolomeo, Loteringio di Bartolomeo, Guidoccio, Guidotto e Andrea Pisano di Guidotto, Bonoguida e Rico Fiorentini, Andreotto e Giovanni) dimostra anche da noi quella tradizione familiari e nomade.

Se Bartolomeo firma la sua opera per la chiesa di San Cosimato a Trastevere, con maggiore frequenza ricorre il nome di Guidotto Pisano, il quale nella seconda metà del secolo dovette assurgere, per la sua abilità tecnica, ad una certa notorietà: dalla sua officina escono nel 1286 i due bronzi di San Nicola in carcere su commissione di Pandolfo de Sabello, pro redemptione anime sue; nel 1289 campana della “predica” di San Pietro, fatta per legato di un certo Riccardo, notaio del Papa Nicolò IV e, con la collaborazione del figlio Andrea, una delle campane di Santa Maria Maggiore, entrambe dapprima depositate al Museo Lateranense e trasferite poi al Museo Sacro Vaticano; nel 1291 quella di Sant’Angelo in Pescheria; alla fine del secolo XIII o nella prima decade di quello successivo un’altra campana di Santa Maria Maggiore su commissione di Pietro Savelli.

La documentazione di cui possiamo disporre conferma la presenza periodica del maestro pisano a Roma nell’arco di un trentennio, ma l’attività di Guidotto fu, come già si è accennato, itinerante su un’area più vasta, come si desume dalla scheda del repertorio Thieme-Becker: Fonditore di campane in Pisa, di cui sono conservate molte campane datate, la prima del 1273 da S. Michele in Lucca (oggi nella Pinacoteca) fusa in comune con Bartolomeo Pisano. In San Severo e Martino presso Orvieto (distrutta) si trovava una campana con la data 1277. Inoltre: Lucca, San Giovanni (1281); Parma, Certosa (1287, conservata?); Roma, San Pietro (1289).

Cimarra: E proprio a Corneto troviamo attivo, (ma la data tramandata dovrebbe risultare erronea e di conseguenza essere posticipata di circa un decennio), uno degli artefici pisani menzionati, cioè Loteringio di Bartolomeo, dalla cui fonderia sono uscite anche altre campane per chiese della Toscana (Lucca, Museo: 1242; Pisa, campanile del Duomo: 1262): un ignoto cronista dei Serviti riporta che una campana della chiesa (scilicet: S. Maria in Valverde) portava la seguente iscrizione: Anno Domini 1211. Mi fece Lotteringio, figlio di Bartolomeo Pisano, al tempo dei fratelli Leonardo, Angelo e Simeone. I maestri fonditori pisani operarono durante tutto il secolo XIII nell’Italia Centrale, precisamente nelle regioni del versante tirrenico, risalendo fin nel cuore dell’Umbria e travalicando in qualche caso l’Appennino in altre regioni.

Naturalmente tale attività non si limita alle grandi città, ma si estende con spostamenti successivi ai centri minori: nel 1272 a San Paolo in Sabina (Ri) Guidotto foggia, in onore della Vergine Maria e di San Pietro Apostolo, un elegante campana:

+ A.D. M. CC.LXXII. AD. HONOREM DI. ET BEATE MARIE VIRGINIS. ET. S. PETRI. APOLI + . GUIDACTUS PISEANUS ME FECIT. XCS VICIT. XCS REGNAT. XCS IMPERAT. AGLA. La chiusa della iscrizione declatoria reca oltre ad AGLA, parola di pregnante valore magico-religioso, la triplice acclamazione alla regalità di Cristo, formula trasmessa, durante l’esercizio di apprendistato e di collaborazione, da maestro Bartolomeo, che l’aveva impiegata almeno fin dal 1221 nella campana abbaziale di Livorno. Nel 1278 a Velletri, sotto il guardianato di frate Andrea de Auricola, fonde per la chiesa di S. Francesco una campana pro anima D(omini) Boni Iohannis de Placentia ed una altra ancora conservata nella torre del palazzo municipale.

Tre anni dopo lo troviamo a Corneto, dove per la chiesa di San Michele (detta anche Sant’Angelo de puteis o della pinca) firma una campana dedicata alla Vergine Maria e a San Michele Arcangelo, la quale più tardi sarà traslata nella chiesa di San Marco. Anche in questo caso ricorre la formula Christus vincit – Christus regnat – Christus imperat, come avverrà nel 1290, quando sempre a Corneto egli presterà la sua opera alla Chiesa di Sant’Egidio: Il campanile (scil.: della chiesa di S. Maria del Suffragio) recava due campane provenienti dalla chiesa di Sant’Egidio: esse vennero calate e rifuse il 24 aprile 1863 su ordine del cardinale Quaglia e con una spesa di 25 scudi.

La campana maggiore portava la seguente iscrizione: Anno Domini 1290. Ad honorem Dei et Beatae Virginis Mariae et intus corum P.P.E. Prior Bartholomaei – XPC vincit – XPC regnat – XPC imperat. Quidam Guidoctus Pisanus me fecit.

Gattiglia e Milanese: Un episodio di rilievo identificato nello scavo (precisano gli autori: realizzato a Pisa negli anni 2003-2005 nell’area dell’ex Palazzo Scotto) è rappresentato da alcuni ambienti adibiti alla lavorazione ed alla fusione delle campane, caratterizzati da fosse di gettata del metallo utilizzate anche per la cottura degli stampi: la datazione di queste attività si colloca nel pieno XIV secolo.

Il ritrovamento è di un certo rilievo, in quanto si tratta delle prime fonti archeologiche relative ad una produzione urbana pisana di campane, un’attività in cui, in particolare tra il XIII e XIV secolo, le maestranze pisane, prevalentemente itineranti, avevano raggiunto una notevole abilità tecnica: la loro fama trova espressione già nel primo XIII secolo nell’attività itinerante di Bartolomeo Pisano, magister cui si rivolgeva una committenza di rilievo, anche papale.

Nel giuramento pisano del 1228, in occasione dell’alleanza con Pisa, Pistoia e Poggibonsi, il quartiere di Chinzica e il suo settore orientale appaiono luoghi di elevata concentrazione di officine metallurgiche (fabbri generici ed altre specializzazioni nel settore), ma un solo artigiano, tra i 251 lavoranti aventi a che fare a vario titolo con i metalli (tra i 4500 nominativi elencati), viene definito come campanarius: si tratta di Buonagionta, campanarius nella cappella de Sancto Laurentio in Guinzica.

All’inizio del Trecento, Andreas magister campanarius abita in Chinzica e nel 1333 fonde la campana di San Martino (in Guazo Longo), cappella di Chinzica già caratterizzata nel 1288 da 36 fabbri (alcuni dei quali potrebbero essere stati occasionalmente fonditori di campane, come suggerisce la vicenda del Magister Tosculus de Imola) e probabile luogo di residenza di Andrea, campanarius, citato in quanto confinante in un atto di vendita di un pezzo di terra con casa ubicato nella cappella di San Martino, datato 28 giugno 1325.

Andrea realizzò la campana di San Martino con Gherardo, i cui figli Bencivenni e Nanni sono noti per la loro attività di fonditori a Lucca, Pisa, Firenze, Viterbo: in particolare, Nanni fu campanaio della cappella di S. Andrea in Chinzica (le fondazioni della chiesa sono state ritrovate nello stesso scavo, a pochi metri dall’atelier), a sottolineare il radicamento in tale area urbana di questa particolare attività artigianale. […], il ritrovamento (nei contesti di demolizione dell’officina) di un frammento di ceramica priva di rivestimento con, graffita prima della cottura, una campana con almeno 3 o 5 maniglioni, nel cui fregio si legge il nome di Bencivenni, permette di definire un’operazione raramente realizzabile in questo campo di ricerca, come il riferire di un impianto restituito archeologicamente ad uno specifico artigiano o a componenti della sua famiglia (il fratello Nanni, nel caso particolare).[…] e il dato materiale trova un preciso riscontro in un contratto stipulato il 15 aprile1383 tra il comune di Lucca e Bencivenni ed i figli Iacopo e Bartolomeo, ai quali si riconosce il diritto al recupero della cera utilizzata per la fusione di alcune campane in città.

La cronologia pienamente trecentesca (posteriore al 1330) degli impianti, si colloca come le più tarde attestazioni dell’uso di questa tecnologia (si tratta della tecnologia di tradizione germanica, codificata da Teofilo all’inizio del XII secolo) in Toscana.

Nel basso medioevo i magistri campanarii pisani risultano ben conosciuti ed apprezzati, tanto da essere legati ad importanti commesse. Erano organizzati in taglie, strutture a carattere familiare, con numero dei componenti piuttosto limitato, sotto la guida del magister, capo, custode dei segreti e direttore della fusione.

I suoi tre figli Loteringo, Andreotto e Guidotto accrebbero la fama della taglia, tanto che Guidotto, la cui opera svolta assieme ai figli Andrea, Giovanni e Gherardo, si concentra nell’area romana, fuse assieme al figlio Andrea una delle campane di S. Pietro, mentre Giovanni e Gherardo fusero la campana di Anagni su incarico papa Bonifacio VIII.

All’inizio del XIV secolo troviamo Andrea di Guidotto residente in Chinzica ed annoverato tra i Sapienti come magister Andreas campanarius e come tale, nel 1333, fuse la campana di San Martino in Pisa assieme al maestro Gherardo.

La taglia di Gherardo è ben conosciuta tramite le fonti documentarie e le firme sulle campane soprattutto per quanto riguarda l’operato dei suoi due figli Bencivenni e Nanni. Come vedremo fu molto attiva in area lucchese (numerose commesse comprese nell’arco temporale 1313-1383 sono citate nella documentazione lucchese), ma ebbe un fortissimo legame con Pisa e con S. Andrea in Chinzica.

Delle fusioni di Gherardo sono note solamente le campane di S. Maria delle Grazie (1314) e quella già citata di S. Martino (1333). Bencivenni lavorò molto in lucchesia ove fuse da solo due campane a S. Lorenzo di Brancoli e una a Ombreggio di Brancoli nel 1346, a Monteggiori nel 1356, a Lucca per la chiesa di San. Giovanni nel 1376, e a Viterbo ove, nella seconda metà XIV secolo fuse la campana della chiesa di S. Sisto; insieme al fratello Nanni realizzarono la campana della chiesa di S. Lorenzo alla Rivolta in Pisa nel 1361 e nella seconda metà del XIV secolo la campana di Palazzo vecchio a Firenze.

Nanni fuse due campane per la chiesa di S. Genesio a Gignano di Brancoli, la campana per la Chiesa di San Michele in Orticaria nel 1381.

Nel 1383 fuse, insieme ai figli Iacopo e Bartolomeo*   la “Mezza Terza” di S. Michele in Foro a Lucca e due campane per il comune, mentre nel marzo 1393**   Nanni fu incaricato dagli Anziani del popolo e dall’operaio del Duomo della fusione di una campana grossa per il Duomo di Pisa. (nota * : Secondo Corsi 1973 e Lera 1998, pag. 64 la fusione fu effettuata da Bencivenni e dai figli Iacopo e Bartolomeo, secondo Da Morrona 1812, pag. 421 sulla campana di San Michele sarebbe inciso BENCIVENNI ET IACOPO DI JO. ME FEC., ricordiamo che un Iacopo di Giovanni è presente come campanaio in S. Andrea di Chinzica nel 1407, pertanto si rimarca, in questa sede l’appartenenza alla taglia, rinviando ad altre sedi i problemi legati alla parentela. Nota ** : Simoni 1937, p. 212 nel testo è riportata la data 1339, mentre in nota è riportata la data 1393, che si ritiene più corretta soprattutto in relazione con la successiva data dell’assoluzione del pagamento, 1397, in caso contrario dobbiamo immaginare passassero 58 anni prima che venisse esentato dal pagamento del denaro anticipatogli. Tale errore è riportato anche da Lera 1998, p. 64.). I documenti relativi a questi ultimi due lavori risultano di particolare interesse per la nostra ricerca: nel primo caso perché oltre a mettere in evidenza il funzionamento della taglia con la trasmissione delle competenze alla nuova generazione, ci permette di capire qualcosa anche del processo produttivo adoperato da questi fonditori.

Secondo i patti, infatti, oltre allo stipendio mensile di due fiorini d’oro a testa, spetterà loro, a lavoro ultimato, tutta la cera e il sego rimasto. Il secondo, invece, fa intuire la fama di questa taglia a cui veniva affidata la fusione di una campana per il Duomo e permette di stabilire un legame stabile con S. Andrea in Chinzica, infatti, la commessa viene attribuita a Nanni di Mastro Gerardo campanaio della Chiesa di S. Andrea in Chinzinca.

L’incarico, però, non andò a buon fine, la campana venne giudicata non buona e non bene sonante e pertanto non venne accettata. Tale fallimento ebbe potenti ripercussioni su Nanni tanto che nell’ottobre 1397 gli Anziani lo assolvevano dal pagamento dei denari concessigli anticipatamente, di cui era ancora debitore a 4 anni di distanza, per lo stato di povertà nel quale era caduto.

I documenti pisani dell’inizio del XV secolo rendono maggiormente chiaro lo stabile legame con la parrocchia di S. Andrea in Chinzica: nel 1402 sono censiti 3 campanai in S. Andrea, nella prestanza del 1407 è citato Iacopo di Giovanni Campanaio nella parrocchia di S. Andrea in Chinzica, nel 1409 è citato un Iacopo di Bencivenni, mentre nelle raccolte del 1412 e del 1428 non sono più citati campanai in S. Andrea di Chinzica. Sappiamo sia dai dati archeologici, sia dai dati archivistici che la popolazione stava rapidamente contraendosi per le acquisizioni e le demolizioni fatte dai fiorentini per la costruzione della Cittadella Nuova.

Appare evidente, dalle fonti documentarie, come a partire dal quarto decennio del XIV, fino agli inizi del XV secolo i componenti della taglia di Gherardo abbiano un forte legame con Chinzica e come, sicuramente a partire dalla seconda metà del XIV secolo abbiano eletto a loro residenza la parrocchia di S. Andrea.

Le fonti documentarie confermate dal dato archeologico, reso particolarmente significativo dal ritrovamento del fr. Ceramico riportante una campana recante al suo interno il nome di Bencivenni, permettono di attribuire l’atelier di Palazzo Scotto alla taglia di Gherardo.

L’eccezionalità di questo ritrovamento pisano, di un atelier specializzato e svincolato dall’occasionalità della singola fusione, necessita sicuramente di un’edizione più esaustiva di questa nota preliminare. La possibilità di riferire questa officina, se non proprio al solo Bencivenni, ai suoi stretti familiari, apre scenari interpretativi di rilievo alla componente stanziale di questi artigiani, la cui componente itinerante rimane comunque probabilmente prevalente. Probabilmente l’atelier era utilizzato da Bencivenni e dal fratello Nanni (e dai figli) nel pieno XIV secolo per le commesse urbane e del contado pisano e per produrre campane di limitata grandezza (circa 50 cm. di diametro).

Altre notizie e curiosità dei fratelli magistri campanarum Nanni e Bencivenni, nel sito Associazione Italiana di Campanologia, Giuseppe Bernini ha pubblicato CAMPANE PISANE A CAMPIGLIA: La più antica campana di Campiglia, esposta nel museo di Arte Sacra di San Lorenzo, proviene dalla chiesa di San Sebastiano extra moenia detta di San Bastiano in cui e stata utilizzata fino al 2004, quando per motivi di sicurezza fu tolta dal piccolo campanile a vela e fu sostituita da una copia identica all’originale nella forma e nel suono. Come recita l’iscrizione questa campana e un’opera fusa nel 1372 da Nanni Pisano per la chiesa di San Frediano a Canneto, una località del territorio pisano prossima a Latignano, già nel piviere di Cascina. Sulla “testa”, ossia sulla parte esterna vicina alla corona, nello spazio compreso fra due fasce a nastro e posta la seguente iscrizione: + CHELINO DI BOTO OPERAIO DI SĈO FREDIANO A CANETO A.D.MCCCLXXII. Sotto i due nastri inferiori essa e completata dal nome del fonditore: NANNI PISANO ME FECIT.

L’autore della nostra campana, il fonditore pisano Nanni, residente nella cappella di Sant’Andrea in Kinseca, apparteneva ad una famiglia di noti maestri campanari attivi a Pisa nel XIV secolo; il padre Gerardo, da identificare nel maestro di campane che nel 1350 riparò la campana del Popolo Pisano, esercitò l’arte campanaria trasmettendola ai figli Nanni e Bencivenni e da loro passò ai nipoti Iacopo e Bartolomeo.

Il maestro Nanni fuse nel 1384 fuse la campana per il campanile della pieve di Vicopisano e per la chiesa di San Silvestro a Pisa. Le campane giunte a noi confermano gli artifici tecnici e la maestria di questo fonditore pisano, autore tra l’altro di una campana conservata nella chiesa di Santa Maria in Canonica a Colle Val D’Elsa , proveniente a sua volta dalla chiesa di Santa Lucia a Balbiano, che egli fuse nel 1351. Altre campane di maestro Nanni sono nel chiostro di San Galgano alla Misericordia di San Gimignano e nella chiesa dei Santi Maurizio e Viviana a Filettole (campana del 1394).

Il 14 marzo 1393 l’operaio Giovanni Macigna, succeduto nella carica a Colo Salmuli, morto durante i lavori di assistenza alla fusione di una grossa campana, stipulò un contratto con “magister Nannes campanarius”, figlio del fu maestro Gerardo per “facere formam et tonicam seu vestem campane grosse”. La vigilia della festività dedicata a San Giovanni Battista “si fondò e colò una campana grandissima di più di venti migliaia, indel refectorio di chalonaca nuova” iniziando così i lavori previsti contrattualmente con maestro Nanni. A causa della insufficiente quantità di metallo colato nello stampo, al momento dello scoprimento dalla terra la campana risultò mancante di alcune maniglie della corona e, nonostante i rifacimenti compiuti il 9 luglio successivo, la sonorità non risultò idonea e per maestro Nanni fu un fallimento.

Bernini ricorda: Il nome di “Albertus pisanus” è presente sulla campana del 1200 collocata sul campanile della chiesa di San Martino a Siena, un’analisi accurata ed un confronto con la campana della chiesa di Santa Cecilia potrebbe svelare se si tratta dello stesso fonditore.

Di un altro “Albertus” è la campana del 1109 proveniente dalla chiesa di San Cristoforo oggi nel museo civico di Siena. (vedi inizio Toscana).

Bernini: il maestro Alberto autore di una campana presente sul campanile della chiesa di Santa Cecilia cui rinvia l’iscrizione che così recita: Albertus campanarius me fecit millo centesimo septuagesimo terbio. .

E’ ricordata La campana delle ore della torre del Palazzo Pretorio di Campiglia, conservata tra i cimeli storici della comunità, per l’instabilità muraria della vela in cui era collocata e la forte usura del metallo, nel 2004 fu tolta da questo luogo, da cui per secoli aveva segnalato le ore ai campigliesi e fu sostituita da una copia.

Come recita l’iscrizione: AVE GRASIA PLENA + NICHOLA DI PIERO PISANO ME FECIT MCCCCXXXXVI è un’opera del fonditore pisano Nicola di Piero realizzata nel 1446.

L’assenza di riscontri biografici e manifatturieri relativi all’attività di maestro Nicola di Piero rende arduo comprendere eventuali evoluzioni artistiche e formali, certo è che egli si pone nel solco dell’attività fusoria del padre Piero come testimonia la campana del 1439 posta sul campanile della chiesa di San Pietro a Latignano, nel territorio del comune di Cascina a cui rinvia l’iscrizione che così recita: PIERO DI SIMONE ISTAGNATAIO PISANO ME FECIT MCCCCXXXVIIII.

Nell’iscrizione Piero dichiara la sua paternità ed è interessante notare come, nell’esercitare la prestigiosa arte di fondere campane, amasse sottolineare il mestiere di stagnaio del padre Simone. Del resto non fu inconsueto nelle specializzazioni manifatturiere e nella poliedrica lavorazione dei metalli che i fonditori di campane dichiarassero di essere stagnai, ottonai e calderai.

Nel 1419 il maestro campanario, Tebaldo di Mongio de Burgundia, è chiamato a fondere due grosse campane per il Duomo di Pisa.

Magio Giovanni rifuse nell’anno 1381 un’altra campana della Cattedrale di Siena. Giovanni Tofano rifuse una campana detta “Sovrana” nell’anno 1452, mentre nel 1453 e nel 1469, rifuse 2 vecchie campane realizzate da Tofano di Magio nell’anno 1396.

Bernazzani sottolinea il diffusissimo fenomeno dei fonditori itineranti, che dovevano verosimilmente appoggiarsi a botteghe a conduzione familiare.

Su questa stessa linea si pone il già affrontato caso del pontremolese Johanes, che in questa forma lascia il suo nome sulla campana di Ottone del 1355 e potrebbe dunque essere lo stesso Giovanni da Pontremoli della campana di Costa di Tizzano, di cinque anni posteriore (1400) .

Bernazzani, evidenzia la presenza di Ioannes Pontremulo: A Pontremoli risultano attivi, nel corso del Trecento, fonditori autoctoni e provenienti da Parma, che preparano il sorgere di una fiorente attività, destinata a divenire tradizione locale. Pontremoli, Parma, Piacenza, e soprattutto le aree collinari di pertinenza, si trovavano nel bacino della via Francigena e nel Medioevo furono intensamente collegate tra loro. La geografia degli scambi si unisce così alla dinamica degli sviluppi artigianali: è stato ipotizzato che proprio fonditori provenienti da Parma e chiamati ad operare a Pontremoli avessero introdotto nella località dell’alta Toscana l’arte di fondere campane.

Nel caso di Ioannes, è comprensibile che egli operasse non in Parma, data la disponibilità di fonditori autoctoni, ma in area collinare, ove era facile il contatto con un centro come Pontremoli, distante da Tizzano poco meno di sessanta chilometri.

L’iscrizione della campana di Costa di Tizzano, in lettere gotiche, è fortemente corrosa. Il bronzo è tuttora ubicato sulla torre e suonato, ma per questo esposto ai danni degli agenti esterni; il precario stato di conservazione ostacolò la corretta interpretazione della data, ed esso fu ritenuto del 1272*  l’iscrizione recitava, nella trascrizione più attendibile, «MCCCLX S(anctus) Petrus Ioannes de Pontremulo me fecit sanctam honorem Deo et patrie liberationem». Si ritrova, nella formula dell’‘oggetto parlante”, l’associazione tra data e firma, cui si aggiungono la dedica ricevuta dalla campana nell’atto della benedizione (corrispondente a quella della chiesa) e il cosiddetto ‘epitaffio di sant’Agata’, formula – di discussa interpretazione – assai diffusa nell’epigrafia campanaria.

(in nota *: Questa la datazione proposta in Dall’Aglio, La Diocesi di Parma, II, p. 1020. Secondo il Dall’Olio (Gli antichi bronzi), Ioannes de Pontremulo fuse anche la perduta campana minore della chiesa di Corniglio, datata 1370 e commissionata dal vescovo di Parma Ugolino Rossi. Non è stato sino ad ora possibile reperire attestazione dell’iscrizione. Se fosse verificabile, la notizia permetterebbe di accostare almeno un altro manufatto alle campane di Tizzano e di Ottone riconducibili al fonditore pontremolese.

Il bronzo di Ottone – borgo incuneato tra quattro province e tre regioni, in quella che è un’autentica ‘terra di scambi’ – fu realizzato per la chiesa di San Bartolomeo, e dal 2001 è esposto nel locale Museo d’arte sacra. Mostra anch’esso il tipo più semplice di epigrafe campanaria, nella formula dell’‘oggetto parlante’, interamente contenuta nella fascia intorno alla calotta: MCCCLV IOHANNES DE PONTREMULO ME FECIT.

Altri magistri campanarum erano originari di Pontremoli nella nota 58 della pubblicazione di Bernazzani: P. Bologna, Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi, Firenze 1898, pp. 7, 118. L’autore dà anche notizia di un Pietro da Pontremoli, fonditore nel 1402 di una perduta campana per la chiesa di Zeri, la cui iscrizione venne registrata dal cronista cappuccino pontremolese Bernardino Campi nel 1699; e Tomaxinus de Pontremolo che firmò, scrive Bernazzani, la campana lucchese di San Donato (ora sul campanile di San Paolino) nel 1359 e la e la perduta campana di San Michele a Canossa nel 1334.

Nella chiesa di San Cristoforo in Pontremoli (www.provincialgeographic.it/121-territorio/borgo-val…/): Si sa per certo che sul vecchio campanile, quasi interamente demolito nel 1780, vi era una campana con la scritta Joannes me fecit – 1370, particolare riferito anche dal Boccia (1804). Joannes Pontremulo ?

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Girolamo da Cortona XV secolo. Esiste una campana del 1431 nella chiesetta dedicata a S. Michel e Arcangelo a palazzo del pero (Arezzo).

Bernazzani ricorda, a causa delle esigenze belliche, il caso più noto è quello della bottega di Vannoccio Biringuccio, fonditore senese del XVI secolo autore dei dieci libri del De la pirotechnia, pubblicati postumi nel 1540. Molti riscontri documentano l’attività di fonditori di campane attivi anche nella realizzazione di cannoni e ritrovati bellici.

Da Descrizione storica e artistica di Pisa a cura di Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: la maggiore (campana), nominata l’Assunta, fu fusa da Giovanni Pietro Orlandi l’anno 1655. L’altra vicina, chiamata il Crocifisso, sopra cui vedesi in rilievo l’immagine del Salvatore, è recente lavoro del fonditore Santi Gualandi da Prato, essendo operajo il conte Francesco Alessandro Del Testa Del Tignoso De Gambacorti. Il cartello che porta queste indicazioni ha la data del 1818. E’ da avvertirsi, che dopo la prima sua formazione, seguita nell’anno 1572 per opera di Vincenzo Possenti (da Pisa), era stata rifusa nel 1702 da Antonio Petri da Pesaro (vedi Marche) sotto l’operajo Giulio Gaetani. […]. La quinta è detta del Pozzo, perché fusa nel 1606 a spese dell’arcivescovo diocesano Carlo Antonio del Pozzo di Biella in Piemonte.

Cuzzoni ricorda: Alfredo Ambito Toscano, sec. XIV. Fonditore di una campana nel 1310 per la Chiesa di Usigliano di Lari. La torre campanaria fu innalzata nel 1686 con due campane esistite nel vecchio campanile, in una delle quali era scolpito “A.D. MCCCX Alfredo. Alleluja”.

Bertusi (Fiorentino) Firenze, secolo XIV. Fonditore di campane nel 1317 per la pieve di Gropina.

A Pisa, un tal Castelli produsse nel 1606 la Quinta Campana (detta del Pozzo) della Torre Pendente.

Ugolino Di Foscolo Ambito Toscano, secolo XIV. Fonditore di campane nel 1336 per la chiesa di s. Lucia ai Monti.

Mastro Lorenzo Fiorentino Siena, secolo XIII. Fonditore di una campana nel 1235 per la Torre di San Gimignano.

Fratelli Francesco e Ricciardo Fiorentino Siena, secolo XIV. Fonditori di una campana nel 1326 per la Torre di San GimignanoFrancesco fonditore di una campana nel 1341 per la Torre Comunale di San Gimignano.

Famiglia Fontana San Quirico di Valleriana, secoli XI – XVIII. A questo proposito occorre ricordare che i fonditori di campane di S.Quirico erano rinomati in tutta la penisola e la loro arte risale al medioevo (in alcune case si possono ancora vedere delle lucertole scolpite nelle pietra, simbolo di questa arte, a testimonianza della presenza di tali maestri).

Famiglia Magni San Quirico di Valleriana, secoli XI – XVIII.

San Quirico di Valleriana, secoli XI – XIX. Una delle famiglie più note era quella degli “Angeli“.

Fiorentino Pucci e Francesco suo figli. Firenze, secolo XIV. Nel 1307 Fiorentino fuse una campana per la parrocchia di Montici. Francesco e Fiorentino fusero nel 1317 una grande campana per la pieve di Faltona (detta anche di Larciano).     

Nel 1334 Fiorentino fuse tre campane per la parrocchia di Nipozzano.

Filippo e Bartolomeo Pucci Firenze, secolo XIV. Fusero nel 1333 la campana minore per la pieve di Faltona (detta anche di Larciano) Francesco Pucci (Fiorentino) Firenze, secolo XIV. Nel 1356 fuse una campana per la parrocchia di Montici.

Famiglia Moreni Castelvecchio, XV – XVII sec.. Questi antichi artigiani sono presenti a partire dal XV secolo, specializzati nella fusione per la creazione di campane, conosciuti non solo in Valleriana e a Lucca ma anche all’estero.

Ogni maestro fonditore era depositario di un “saper fare” costituito da elementi di metallurgia, ma anche sensibilità musicale e perizia nelle operazioni accessorie, come la ricerca dell’argilla più adatta.

Sappiamo che fino al XIX secolo, le botteghe artigiane erano dislocate in tutto il perimetro del paese. La perfezione delle opere dei mastri fonditori era veramente unica e il suono prodotto dalle campane si riconosceva ovunque. Era usata una tecnica di fusione e una lega particolare basata su conoscenze che venivano tramandate oralmente e che ancora oggi è sconosciuta. Dai libri di lavoro (tutti posteriori al 1700), conservati presso l’Archivio di Stato di Lucca, o gelosamente conservati da alcuni eredi, si ricavano notizie economiche o di maestranza. Dopo il XVIII secolo alcune botteghe si trasferirono a Pescia e a Lucca, insieme alle maestranze della famiglia Moreni di Castelvecchio

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: ricorda Pucci XIV secolo Firenze Antonio (1310 ca.1388).

Raffanelli ? Pistoia, secolo XVI. Fonditore di campane in Pistoia nel XVI sec.

www.ilpalio.org/campanone, notizie di Gio. Battista Salvini di Siena: con Girolamo Santoni da Fano fusero per la 2^ volta il Campanone della Torre del Mangia o Campanaccio nell’anno 1665, dopo la sfortunata prima fusione da parte del maestro Antonio Ceranini da Novara nell’anno 1633.

La campana, detta l’Apostolica, di Santa Maria del Fiore di Firenze, fu fusa da Lodovico di Guglielmo nell’anno 1516.

D’Andrea (II) ricorda la campana fusa nella città di Sulmona da Bartolomeo da Pisa nell’anno 1314, conservata presso la Chiesa di S. Maria della TombaD’Andrea (I) La <maior campanona del Comune > di Aquila, come scrisse il Volpicella, venne rifusa nel 1494 dal fonditore di bombarde e campane Pietro Dandone da Siena detto Pietro Campana, coadiuvato dai colleghi Giovanni, Gerardo e Gugliemo da Tolosa. Il loro lavoro incontrò tuttavia poca soddisfazione da parte degli Aquilani

Dal sito http://www.museocasasiviero.it, abbiamo notizie di una campana di dimensioni ragguardevoli, si distingue per l’iscrizione “+ MAGIST.LUCAS.ME.FECERUT “ presente sul corpo e la particolare forma alta e slanciata “a pan di zucchero”, comparsa nel XII secolo. Questa particolare foggia, di diffusione limitata in Europa (se ne conoscono esemplari entro il XIV secolo) fu invece tipica della produzione medievale italiana (cfr:la campana di San Nicola in Carcere a Roma, commissionata da Pandolfo Savelli nel 1289, la “Campana dell’Arengo” di Vittorio Veneto, fusa da Vincenzo e Vittore da Venezia nel 1342 e quella realizzata dal magister Bindus de Pistorio nel 1300 per la  chiesa di San Leopoldo a Boscolungo, all’Abetone) tanto che alcuni fonditori dell’Italia Centrale e Meridionale ne mantennero alcune caratteristiche morfologiche fino all’Ottocento. Campane simili, datate al XIII secolo, si trovano anche nella chiesa dei Santi Apostoli a Firenze, in San Romolo a Lastra a Signa (1242) e nella Pieve di Cascia di Reggello (1247).

 

UMBRIA

E’ documentata l’esistenza di “pozzi” per la fusione delle campane all’interno dell’Abbadia Celestina di San Paolo di Valdiponte a Civitella Benazzone (Perugia): Una data di consacrazione del 28 maggio 1100 è registrata da un autore secentesco. L’Abbadia ospitava forse 10 monaci e possedeva un patrimonio fondiario nelle vicinanze e in altre località della diocesi di Perugia e Gubbio.

La Chiesa. Non sono state trovate tracce di occupazione precedente alla costruzione della chiesa, tuttavia, chiusi dall’ultimo pavimento e tagliati nel letto di malta di un pavimento precedente, si sono trovati dei pozzi, che venivano usati per la fusione delle campane dell’abbadia. Recenti scavi hanno riportato alla luce molti pezzi delle forme d’argilla, di cui alcuni erano impressi con le lettere dell’iscrizione.

Si sono ritrovati frammenti di metallo e scaglie caduti durante la fusione, la cui analisi ha dimostrato che era stato impiegato il 20-25% di bronzo stagno.

Le forme erano di argilla e paglia tagliuzzata, forse avena, come legante. La forma era stata portata ad un calore di almeno 400-500 °C: nel suo trattato del XII secolo “De Diversis Artibus”, Teofilo quando parla della fusione delle campane descrive come la forma dovrebbe essere cotta ad altissimo calore prima di colarvi il metallo, onde evitare che si spacchi durante la fusione.

Uno dei pozzi più piccoli conteneva una moneta bronzea di Perugia (1395-1471) e l’esigua quantità di ceramica proveniente dai pozzi indica che la fusione della campana ebbe luogo nell’ultimo quarto del secolo XV o successivamente, quando l’abbadia era occupata dalla Congregazione di San Giorgio in Alga.

Cuzzoni: Nel secolo XV, a Messina era attivo Giordano Perusino (probabilmente oriundo di Perugia. Vedi Sicilia) che fornì nel 1468 diversi bronzi per la torre di Ficarazzi.

Campanaria (aprile 2013) ricorda Andrea Bartocci nel Seicento.

 

MARCHE

Da L’Arte di fondere le campane di F. Pasqualini: A Montefortino è sposta una splendida campana fusa nell’anno 1310 per la torre della chiesa di S. Maria de Girone al tempo del podestà Ascaro da Spelonca.

Giuseppe Fabiani in Ascoli nel Quattrocento, scrive Pasqualini, ricorda un certo Giuliano Rusticucci, detto Pignatella, da Ascoli. Esso era stato mandato al confino a Montedivone ad beneplacidum, perché di fazione ghibellina, esercitava, oltre a molte attività, l’arte del fondere campane. Fuse nel 1471 e dal 1485 una sua campana è tutt’ora installata e funzionante sulla torre del palazzo dei Capitani del Popolo di Ascoli Piceno.

Nel frattempo in tutta la regione, e in particolare nel Piceno, si riscontrava un fiorire costante di artigiani che si dedicavano con passione alla lavorazione dei bronzi sonori. Ne ricordiamo alcuni e fra questi un certo Conte, allievo del Rusticucci, che nell’anno 1496 fuse la campana più grande della chiesa della cattedrale di Fabriano, quindi il Pasqualucci che nel 1527 realizzò una splendida campana per la chiesa di S. Nicolò a Civitella del Tronto e, ancora, i fratelli Ciuseppe e Vittorio Camplani, fermani che nel 1611 (vedi in seguito) fusero il campanone del duomo di Fermo.

D’Andrea (II), ricordando Mastro Vincenzo Campana da Chieti (vedi Abruzzo), precisa: A proposito del cognome Campana o Campanario che troviamo posto a questo fonditore nonché a Marco Antonio da Sulmona, ci piace riportare quanto ebbe a scrivere Ercole Scatassa sugli antichi fonditori di Urbino: < Nei secoli XV e XVI fu rinomatissima la fonderia di campane di S. Angelo, ed il nostro Giacomo fu uno dei migliori maestri che uscì da quella famiglia che per la sua arte prese il nome di Campanari >.

D’Andrea (II) ricorda: Ed è singolare a questo proposito il caso avvenuto tra due città: nel 1536 Bonaventura Vagnarelli partì da Urbino per andare a fondere una campana in Aquila (per la locale Chiesa di Collemaggio); poi, nel 1769 tre mastri campanari aquilani (Giovanni Battista e Domenico Donati con Angelo Mari), restituirono inconsapevolmente la visita, recandosi ad Urbino per la fusione di una campana ad uso della locale Chiesa di S. Francesco.

Campanaria (aprile 2013) ricorda il fermano Bartolomeo di Cristoforo nel Cinquecento.

http://www.campanologia.org, cattedrale di Fabriano (AN): campana detta Becchina, fusa da Brunetti Federico di San Severino 1602.

Cuzzoni: A Ancona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel Seicento Giuseppe Di Giorgi, che fuse una campana per la Chiesa della Madonna della Pace di Patrica.

Dal sito Fonderie marchigiane: […] Anche nelle stesse Marche ritroviamo, sebbene con cognomi diversi, la presenza stabile di una fonderia (?) nella città di Ancona, già a partire dal XVI secolo.

Campanaria (aprile 2013) ricorda il fermano Bartolomeo di Cristoforo nel Cinquecento.

Per la basilica di Santa Maria di Loreto, Il campanaro rivista dell’associazione campanari marchigiani Francesco Pasqualini Agosto 2010: campana maggiore, la Loreta. Essa è la prima di cui ci occupiamo, sia per antichità che per dimensioni: fu infatti fusa nel 1515-16 da Bernardino da Rimini.

La seconda, anch’essa sia per antichità che per dimensioni, è la campana detta Del Rosario, di cui sappiamo che fu rifusa ed aumentata di peso nel 1610, ad opera di Francesco Franceschi di Ancona.

La terza campana, detta Del Sacramento o Del Viatico, venne fusa nell’anno santo 1625 da Francesco Franceschi di Ancona e rifusa nel 1830 da Luigi Baldini da Sassoferrato.

Segue la campana detta Della Morte, che veniva suonata per l’agonia di un moribondo o per il funerale di un defunto. Fusa in origine nel 1588 da Girolamo Taddei, (Tale fonditore si diceva “da Macerata” in un documento relativo alla campana maggiore del Duomo di S. Ciriaco in Ancona) fu poi rifusa una prima volta nel 1671 da anonimo, una seconda volta nel 1730 da Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro e una terza nel 1830, un secolo esatto dopo, dal Baldini, perché danneggiata nella “capigliara” ed inoperosa per otto anni.

La campana Capitolare o Di Terza, fusa nel 1652 da anonimo. La campana San Carlino, fusa nel 1666 da anonimo.

Una fonderia di campane di proprietà dei F.lli Baldini, specializzata nella fusione di campane di grandi dimensioni, era esistita dal 1500 al 1850 nei pressi del frantoio di Roncofreddo (vedi Emilia e Romagna).

Francesco Franceschi ricordato da Il campanaro ….. Agosto 2010, potrebbe essere Francesco de Franciscis da Ancona ricordato da D’Andrea (II): Fu sua opera, nel 1622, la campana < Mare > della Cattedrale di Atri.

A proposito di Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro, attore nell’anno 1730, Padovani in 2. EPOCA STORICA DI FUSIONE E FORMA DELLA CAMPANA, ricorda la campana maggiore di Santa Maria del Fiore di Firenze (ri)fusa da Antonio Petri anno 1705. Antonio Petri, secondo il sito Campane della parrocchia di San Marco in S. Eraclito di Foligno (PG), aveva fuso nell’anno 1709 le due maggiori campane.

Da Descrizione storica e artistica di Pisa a cura di Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: […]. Il cartello che porta queste indicazioni ha la data del 1818. E’ da avvertirsi, che dopo la prima sua formazione, seguita nell’anno 1572 per opera di Vincenzo Possenti, era stata rifusa nel 1702 da Antonio Petri di Pesaro sotto l’operajo Giulio Gaetani.

Antonio Petri di Pesaro consanguineo di Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro?

XIX secolo-FreeForumZone ricorda Franceschini XVII secolo: Francesco fonde nel 1610 una campana per il santuario di Loreto e Sacohus da Sassoferrato XIV secolo. Sarsina (sede fonderia). attivo nel sarsinate e nelle diocesi dell’ Italia centro settentrionale fonde la campana della pieve di Montesorbo datata 1348 fusa da “Fonditore”.

Santoro XVII secolo Fano. Gaspare e Giulio rifondono nel 1679 Il campanone di Cingoli (Macerata).

Da Il campanaro rivista dell’associazione campanari marchigiani Francesco Pasqualini giugno 2011: si apprende che il campanone del duomo di Fermo venne fuso per la prima volta nell’anno 1491 e rifuso nell’anno 1547 dal maestro fonditore Giovanni Morez da Huilliècourt, nella Lorena; venne rifuso nel 1576 da Giovanni Battista Iorde o Giorna di Chivasso, ma abitante a Fermo (vedi in seguito) ed una quarta volta nel 1611 da Giuseppe e Vittorio Camplani, fonditori in Fermo.

Campane di questa famiglia (Camplani) di fonditori itineranti si trovano nelle Marche, in Umbria e in Abruzzo. Giuseppe è autore nel 1582 del campanone del Palazzo dei Consoli a Gubbio (rifuso), nel 1594 della (detta) Marina, la seconda campana del Duomo di Ascoli Piceno, nel 1579 del campanone del Palazzo della Ragione di S. Angelo in Vado (tutte e due esistenti e funzionanti) e infine del campanone del Duomo di Atri (rifuso).

Nel testo ed in appendice si hanno notizie del fonditore Battista Iorde o Giorna, autore di una campana romana datata 1580, lo stesso che quattro anni prima rifondeva, non a caso, il campanone del Duomo di Fermo. Nell’anno 1580 fuse la campana più antica della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo al Celio in Roma: BAPTISTA (rosa) IORDA (rosa) DE (rosa) PIEMONTE (rosa) ABITANTE (rosa) A (rosa) FERMO (rosa) ME (rosa) FECE (rosa, fiore di giglio). Diversi elementi rendono questa iscrizione particolarmente interessante: innanzitutto va notato che essa si apre con una rosa e si conclude con una rosa seguita da un fiore di giglio; inoltre i punti medi, che tradizionalmente separano tra loro le parole nelle epigrafi campanarie, sono qui completamente sostituiti da gigli e rose fioriti, entrambi motivi ornamentali di grande eleganza. Piuttosto anomala, come accennato, l’ortografia della fine del XVI secolo che propone un italiano incerto e “latineggiante”, basti pensare al “Baptista” in luogo di “Battista” e a “de Piemonte” anziché “di Piemonte”. Sorprende invece il “me fece”, attraverso cui è la campana a “parlare” in prima persona, usato in luogo del più convenzionale “fecit” latino.

Ma questa campana è degna di menzione anche e soprattutto perché ci tramanda notizia di un fonditore che va annoverato nella folta schiera di artisti subalpini attivi a Roma nel secolo XVI. Lo conosciamo grazie alla durevolezza del bronzo su cui incise il proprio nome: Battista Giorda, “mastro di campane”, originario di Chivasso, nel torinese5, e abitante a Fermo, comune marchigiano facente parte dei domini dello Stato Pontificio.

In quel periodo Fermo stava vivendo un momento di notevole trasformazione economica e sociale che la proiettava sempre più verso Roma, e ne diminuiva il legame con le regioni settentrionali della penisola, per cui gli artisti venivano con frequenza “esponenziale” assoldati dalla committenza romana. Appena quattro anni prima, nel 1576, Battista Giorda aveva rifuso per la seconda volta il campanone del Duomo di Fermo, mentre nel 1578 realizzava “Maria”, una delle due grandi campane del Santuario della Madonna della Quercia a Viterbo.

Da CAMPANOLOGIA. ORG: nella Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta e Sant’Emidio il campanone è stato fuso nell’anno 1655 da Marini Emidio e Rossi Attilio.

www.ilpalio.org/campanone.htm: Girolamo Santoni da Fano, con Gio. Battista Salvini di Siena, fuse per la 2^ volta il Campanone della Torre del Mangia o Campanaccio nell’anno 1665, dopo la sfortunata prima fusione da parte del maestro Antonio Ceranini da Novara nell’anno 1633.

 

LAZIO

Enzo Pio Pignatiello in Il caso della campana piccola di S. Benedetto in Piscinula a Roma, scrive: “La più antica campana da torre conosciuta”…così la definisce il Guinness dei Primati. Si tratta della campana minore (diam. 450 mm) delle due presenti nel grazioso campanile romanico della chiesa di S.Benedetto in Piscinula a Roma. Mons. Angelo Serafini nella sua opera enciclopedica sulle torri medievali di Roma e del Lazio, la descrive come segue: “campana medievale in situ del 1069. Reca l’iscrizione: “ANNO DOMINI MILLESIMO SEXAGESIMO IX. Nel confutare la data della fusione, l’autore è convinto che La nostra campana, quindi, potrebbe essere frutto della fatica di qualche itinerante fonditore teutonico, o comunque di provenienza mitteleuropea, che operò, con tutta probabilità, in pieno 1300. La seconda campana, detta Grande è sempre di autore ignoto, ma datata 1465.

Luigi Cimarra in QUIDAM GUIDOCTUS PISANUS ME FECIT (in margine al libro “Corneto com’era): Per limitarci alla Tuscia Viterbese, è sufficiente segnalare che proviene dal territorio di Canino uno degli esemplari più antichi che si conoscono in Italia che su un’antica campana della chiesa di san Sisto in Viterbo ci tramanda notizie precise lo storico settecentesco Feliciano Bussi.

Io trovo in un’antica memoria di questa città, che la campana grossa di San Sisto era del Comune della città di Nola e che essendo stata recata in Viterbo dall’imperador Federico II nell’anno 1243 egli stesso la donasse a tal chiesa; la quale notizia, benché peraltro grossa campana, di cui oggi la stessa chiesa si prevale non è altrimenti quella, mentre in questa trovasi formata in caratteri gotici la seguente iscrizione: AD. HONOREM. DEI. ET. BEATI. SISTI. ANNO. DOMINI MCCLVI. MAGISTER. BENCIVENNE. PISANUS. ME FECIT. MENTEM. SANCTAM. SPONTANEUM. HONOREM. DOMINI. ET PATRIAE. LIBERATIONEM. L’iscrizione, pur nella sua brevità, attesta l’opera del Magister Bencivenne, lo stesso che nel 1259 fuse la bella campana maggiore per la Chiesa di S. Domenico a Fermo, confermando la presenza nell’Italia Centrale di fonditori pisani e la loro attività itinerante.

Alla nota 12, l’autore scrive: G.B. DE ROSSI, Cloche avec inscription dédicatoire du VII ou du IX siècle trouvée à Canino, in “Revue de l’Art Chrétien” (1890 n p.l). Il DERAFINI (op. cit., I, p. 75, par. 102, col.1),, che propone una diversa lettura commenta: “Campana medioevale proveniente dal territorio prossimo a Canino (Tuscia Romana). Secolo VIII o principio del secolo IX. E’ probabilmente una delle più antiche campane liturgiche che esistano, fusa in forma elegante con un bel bronzo dai riflessi argentei.

Crediamo che in origine abbia appartenuto ad una abbazia posta sotto il titolo di San Michele Arcangelo nella regione esistente tra Tuscania e Tarquinia’. A rafforzare l’ipotesi di un dedicatore locale, come ha ben osservato D. MANTOVANI (Momenti di storia di Blera.

I documenti. Roma, Tip. Veneziana, 1984, pp. 32-43), interviene l’elemento onomastico VIVENTIV (S), che rimanda a San Vivenzio, vescovo e patrono della città di Blera (“fuori di questa terra Vivenzio è ignoto). E proprio a Corneto troviamo attivo, (ma la data tramandata dovrebbe risultare erronea e di conseguenza essere posticipata di circa un decennio), uno degli artefici pisani menzonati, cioè Loteringio di Bartolomeo (vedi Toscana).

Cuzzoni ricorda Guidotto (da Viterbo). Il viterbese, Guidotto realizzò due campane destinate alle chiese tarquiniensi di S. Michele “de puteis” o “della Pinca” (1281) e per S. Egidio (1291).

Lotteringio (da Viterbo). Secolo XIII. Il viterbese Lotteringio eseguì una campana per S. Maria in Valverde, sita a Tarquinia.

Nel 1301, un certo “Matteus de Viterbio” realizza una campana a Montefiascone.

Santo (da Viterbo). Su di una campana del 1452 per la chiesa della Verità di Viterbo, si legge l’ iscrizione: “hoc opus fecit Sanctes de Viterbio.

Sembrerebbe, pertanto, che la produzione di campane nell’ alto Lazio abbia avuto un’accelerazione tra la fine del XIII ed il XIV secolo e che in essa l’attività di maestranze straniere, come quelle pisane, tra le più valenti del tempo, abbia avuto un ruolo importante.

Antonio (da Viterbo). Abitante a Bissone, il 22 III 1487 firmò un contratto con i sindaci di S. Antonino per la fusione di una campana “ponderis ruborum viginti. […]; bonam, laudabilem, et sufficientem, et boni sonitus […]”.

A Collevecchio esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Orazio Pioli che ebbe modo di fondere la campana della Chiesa della Madonna del Rifugio nel 1613.

Antonius De Gastechis. A Viterbo esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Antonius de Gastechis, operante anche in Canton Ticino.

Il sito Ciociaria artigianato ricorda: Anche se oggi il settore dell’artigianato dei fonditori di campane è scomparso, esso merita comunque una menzione ricordando che, per quasi cinque secoli, Veroli fu patria di famosissimi fonditori di campane. Essi lasciarono diversi esempi della loro arte in vari centri della provincia, della Campania e dell’Abruzzo. La più antica menzione di un campanaro di origine verolana è data dall’iscrizione posta sulla campana grande dell’antica cattedrale di S. Teodoro di Trevi nel Lazio, datata 1329 e firmata Jacobus de Verulis, il più antico esponente di una famosa famiglia di fonditori, i Melone.

Anche Isola del Liri ebbe la sua fonderia con Antonio Loffredo: sue le campane nella chiesa di S. Maria dei Fiori.

Nel territorio della provincia di Frosinone la ricerca bibliografia si interessa del XIX secolo (il presente studio si interessa al periodo VIII al XVII) per la presenza del Fonditore di campane di Frosinone (originario di Agnone, nel Molise): Sig. Vincenzo Cacciavillani: Vi si leggono: il nome del fonditore (VINCENTIUS CACCIAVILLANI. FRUSI-NAS. FUDIT. 1859 XI. Sulla campana piccola invece si nota quest’altra dicitura: t FUNDERE FECIT FRANCISCUS ARCHIPRESBITER DENNI AERE SUO t Vincen-tius Cacciavillani Frusinas fudit 1859 xm. (vedi MOLISE)

Dal sito http://www.vicariatusurbis. org/SantaBarbara/p_campane.htm: Le campane della chiesa di  S. Barbara sono state, infatti, fuse dalla Pontificia Ditta Lucenti.

La Ditta Lucenti, storica fonderia, l’unica specializzata a Roma nella fusione delle campane (in tutta Italia i “campanari” sono ormai meno di dieci) ha una lunghissima storia: la sua attività risale infatti al 1550, come risulta dalla data incisa sulla campana del convento dei Padri Cappuccini nella chiesa della Misericordia in via Veneto a Roma. Ha firmato, oltre a numerose campane del Centro Italia, anche oggetti in bronzo o metalli vari, statue, cancelli, e persino tombini. Pietro Romano, nel suo volume sulle campane di Roma, cita molte volte la famiglia, definendo i suoi membri “i fonditori di campane più attivi e più operosi nell’Urbe”.

Fra i principali lavori della ditta si ricordano quelli di Ambrogio Lucenti, che nel 1627 ha fuso insieme ad alcuni soci le quattro colonne del baldacchino berniniano in S. Pietro ed ha realizzato la campana vaticana chiamata della predica (ma popolarmente conosciuta come chiacchierina); rottasi nel 1891, fu rifatta nel 1893, ancora una volta dai Lucenti.

Nella seconda metà del Seicento fra i Lucenti si era invece distinto Girolamo, che fu anche un valido scultore. Lo si ricorda, tra l’altro, quale autore dell’angelo “che tiene li chiodi” situato su ponte S. Angelo.

Da D’Andrea (II): Francesco da Viterbo. Fuse nel 1561 un sacro bronzo appartenente alla Chiesa dei Cappuccini di Tagliacozzo.

D’Andrea (II) ricorda i mastri campanari di Tora che hanno lavorato in Venafro e cita Masciotta che aveva ricordato la rifusione nell’anno 1685 e nel 1732 di una campana dell’anno 1332: S. P. F. R. G. E. O. P. II. Haec campana facta fuit A. 1332. Et verbum caro factum est. Habitavit in nobis. Restaurata a Iosepho de Costanzo de Tora anno 1685 ed iterum restaurata a Ioanne filio suo 1732.

Mastro Giovanni Battista, da Tora. Aveva fuso nel 1603 una campana per la Chiesa dell’Assunta in Colli al Volturno. Sembra che il suo cognome era < Del Pozzo >, come si desume dalla lettura di un’iscrizione posta su una campana del 1611, appartenente alla Chiesa di S. Michele Arcangelo in Baranello.

Insieme a Donato d’Agnone (vedi Molise) fuse nel 1645 una campana in Castel di Sangro.

Mastro Giuseppe, di Tora. Il suo nome è su una campana del 1620, posta sopra il campanile della Chiesa di S. Francesco in Isernia.

Mastro Giuseppe Di Costanzo, da Tora. Non dovrebbe essere il Mastro Giuseppe, il nome del quale si legge sopra la squilla di Isernia insieme alla data 1620. Questo Giuseppe Di Costanzo rifuse nel 1685 un sacro bronzo appartenente alla chiesa di S. Francesco in Venafro.

 

 

ABRUZZO

Giovanna Petrella, La fusione delle campane in Abruzzo e Molise (2007): Passando in rassegna la bibliografia dei testi, sappiamo che il più antico bronzo sacro abruzzese è di epoca medievale; si tratterebbe di “una piccola campana di bronzo, rinvenuta a Semivicoli [Comune di Casacanditella (CH)], proprietà Perticone, oggi purtroppo scomparsa.

La campana che sulla superficie recava l’iscrizione Albertus me fecit, secondo Zucarini sarebbe datata al X secolo, secondo D’Andrea al XV secolo. Ad essa seguono la campana del 1008, di matrice artigiana, probabilmente di Guardiagrele, proveniente da San Barbato, poi portata a Pollutri (CH), quella di Rapino (CH) (1308), oggi scomparsa, e quella di Lettopalena (CH) del 1310, con l’iscrizione Bernardus me fecit.

Corrado Mancini, scrive Petrella, sostiene l’ipotesi che a introdurre l’arte della fusione sono stati i lombardi, pur non adducendo alcuna giustificazione, se non quella che “nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone che contrattano l’acquisto e la vendita del rame alla fiera di Lanciano”, così come artigiani abruzzesi che comprano rame dai milanesi* .

Nella nota * si legge: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone.

Ma la presenza dei milanesi in Agnone prosegue Petrella non è sufficiente a giustificare l’ipotesi dell’origine lombarda dell’arte fusoria. […].

E’ stato rilevato che per il solo Abruzzo, dal XIII secolo fino ad oggi, esistevano ben dieci luoghi di provenienza delle maggiori famiglie di fonditori itineranti.

I più antichi fonditori sono magister Luca, attestato nel 1341 e Iohannes de Guardiagrelis, definiti dal Bindi “cesellatori e famosi fonditori, ma Cuzzoni, ricordando la storia della Fonderia fratelli Mari di L’Aquila, ritiene: La nascita artistica della fonderia Mari viene fatta risalire al 1019 secondo un documento redatto dai Padri Cappuccini di Ortona e secondo una carta campanaria di pelle di pecora. Altre fonti citano il ritrovamento di una campana in Popoli (PE) fusa nel 1200 da Aloysius Mari.

La famiglia Mari è di origine aquilana come testimoniato non solo dalle iscrizioni sulle campane, ma dalla presenza in pieno centro di L’Aquila, in zona disastrata dal recente terremoto, in via Crispomonti 12, di “casa Mari”, palazzo del XVII secolo (Palazzi del’ Aquila), dove i Mari abitarono.

La famiglia si era poi spostata a Salle (PE), paese noto per la tradizione della produzione di corde armoniche e di fili di sutura, artigianato collegato alla pastorizia. In Salle la famiglia Mari abbraccio’ subito la tradizione dei mastri cordari, continuando anche l’attivita’ di fonditori di campane. I documenti dell’epoca attestano la famiglia Mari insieme alle famiglie Berti, D’Orazio e Ruffini tra i mastri cordari di Salle, e tra i fornitori di corde armoniche ai cremonesi Stradivari ed Amati.

La fonderia di campane dei Fratelli Mari, attiva per secoli in diversi paesi dell’Abruzzo (L’Aquila, Salle, Torre de’ Passeri, Castelfrentano, Lanciano), ha fornito di campane un territorio che comprende la Romagna (Bertinoro), le Marche (S. Francesco di Urbino 1789, Chiaravalle 1950), l’Umbria (Campanone di Gubbio Angelo Mari e G.B. Donati 1789), il Lazio (Orvinio 1898, Abbazia di Casamari), l’Abruzzo (numerose campane nelle 4 province abruzzesi, tra cui L’Aquila, Trasacco, S.Giustino di Chieti, S.Giovanni in Venere, Torre Civica di Lanciano, S.Domenico di Cocullo, ecc…), la Sardegna (Giave SS) e la Sicilia (Carlentini, Borgata Pedagaggi SR).

Professione non facile per la famiglia Mari, come ricorda D’Andrea (I): Per quel che riguarda in particolare la figura di Daniele Mari (pur operando nel XIX secolo, si evidenzia la difficoltà di fondere in un territorio dove la concorrenza era vivace): il suo continuo spostarsi in paesi delle province di Aquila, di Chieti, di Teramo e dell’attuale provincia di Rieti – un giorno in un villaggio ed il giorno successivo in un altro, tanto che la sua stessa famiglia non ne sapeva niente – sembra un affannoso movimento atto a precedere i concorrenti e ad accaparrare il lavoro.

Sia l’Intendenza di Chieti, sia gli appartenenti al Corpo degli ingegneri di acque e strade, sia la concorrenza, a Daniele Mari cercarono di far mancare la terra sotto i piedi. Il suo fu un movimento di concorrenza ai fini della sopravvivenza, quando nell’Abruzzo e nel Molise dei decenni intorno alla metà del 1800 declinarono fino al tramonto i Camerchioli, i Fasoli ed i Saia (vedi MOLISE) insieme a tutto il patrimonio di esperienza e di tradizioni da essi rappresentato; e restarono praticamente in lizza solo i più decisi ed organizzati: i Mari ed i Marinelli (vedi MOLISE), ai quali si affiancarono verso il 1860 i sorani Pasquale e Stefano Orlandi, a rimpiazzare in Gagliano Aterno il nome di quel Nicola Marinelli, che tanto fastidio diede a Daniele Mari ma altrettanto e forse più dovè riceverne.

Circondato dai Marinelli insediati in Agnone (Salvatore, Alessandro, Francesco Paolo), in Gagliano (Nicola) e S. Vittore (Nicodemo), Daniele Mari seppe resistere e sopravvivere.

D’Andrea (I): il Maestro Luca da Guardiagrele aveva fuso nel 1341 una campana in Orsogna e dà anche notizia di: Mastro Berardino campanaro ed infine con il nome di Berardino campanaro dell’Aquila (anni 1670-1671).

D’Andrea (II): Maestro Nicola, che il Bindi definì Aprutino e < nostro celeberrimo fonditore >. Il suo nome si leggeva ancora durante il secolo XVIII su una grossa campana del 1342, posta nella Chiesa di S. Maria a mare.

Giovanni da Teramo. Fuse nel 1342 una campana per la chiesa di S. Maurizio in Lanciano.

Attone di Ruggero, che si afferma teramano e fonditore – intorno al secolo XIV – della campana grossa del Duomo di Teramo. Vicenzo Bindi scrisse: < Attone di Ruggiero di Teramo …. Gettò nel 1383 una grossa campana che si vedeva nella torre della Cattedrale di Teramo. >.

Le campane di Atessa di Gabriele D’Amico, Alfredo Massa e Nicola D’Amico (2008), permette di conoscere uno dei magistri campanarum che operò nella regione Abruzzo nel periodo scelto dalla nostra indagine, dal VIII al XVI secolo.

Bartholomei de Atria: nell’anno 1410 fuse la campana dell’orologio che batte le ore posta sul campanile della Cattedrale di San Leucio: BARTHOLOMEI DE ATRIA ME FECIT A DMCCCCX e per la chiesa di San Giovanni fuse la prima campana nell’anno 1427: M XPO FANUS BARTHOLOMEI DE ATRIA ME FECIT TD TOME FAICI XPS REX GLORIE VENIT I PACE DEUS HOMO FACTUS E AD MCCCCXXVII.

D’Andrea (II): Frate Francesco. Fuse nel 1469 le campane della Chiesa di S. Bernardino in Aquila. Ettore Moschino scrisse, ricorda D’Andrea (II), che nel 1483 un frate di S. Bernardino che si chiamava Frate Francesco, rifuse la campana della Torre di Palazzo in Aquila. Con tutta probabilità egli riprese la notizia dalla pagina 569 del XVI volume di Annnali dell’Antinori, che chiamò il fonditore con il nome di Francesco di Paolo dell’Aquila, religioso nel Convento di S. Bernardino.

Bartolomeo Doati (o forse Donati), unitamente a Sir Francesco Antonio, rifuse nel 1483 la campana < Aprutina > in Teramo.

In merito, D’Andrea (II) precisa, citando D. Giuseppe Fabiani: Capostipite forse di questa famiglia fu Bartolomeo Donati, che non sembra però abbia lavorato nelle Marche. Egli è l’autore della campana grande della Cattedrale di Teramo, che fuse in collaborazione con un tal Francesco Antonio.

Mastri Giovan Bernardo e Gaspare, da Aquila. Nel 1561 procedettero alla fusione di una campana della Chiesa di S. Vittorino.

Maestro Aquilante da Sulmona. Fonditore di bombarde, rifuse nel 1564 le tre campane della chiesa abbaziale di Grottaferrata.

Pompeo e Vincenzo di Notaronofrio, padre e figlio, abruzzesi e fonditori di metalli. Fecero nel 1568 società (però in Napoli), con il fonditore di metalli Gabriele Marra di Bergamo (vedi Lombardia).

Francesco di Alessandro, da Anversa in Valva (cioè nella Valle Peligna, oggi Anversa degli Abruzzi), Nel 1578 aveva fuso la campana della Chiesa di S. Maria della Vittoria, posta in Scurcola.

Pietro Antonio Cauto, da Castel di Sangro. Nel 1615 fuse un sacro bronzo per la Chiesa di S. Nicola in Pescocostanzo. Nel 1596 aveva proceduto alla confezione della squilla appartenente alla Chiesa di S. Maria della Neve in Palena.

Mastro Paolo o Paoluccio di Giovan Pietro Pilani, da Chieti. Per scrittura del 9 Gennaio 1612 rogata dal notaio Andrea Carnevale, si obbligò alla fusione della campana grande per la Chiesa di S. Maria della Tomba in Sulmona.

Mastro Vincenzo Campana e Paoluccio Pilantrano, da Chieti. Mediante scrittura rogata il 17 Agosto 1609 dal notaio Giulio Campana, promise la fusione di due squille per la cattedrale di S. Panfilo e per la Confraternita di S. Maria del Soccorso in Sulmona.

Precisa D’Andrea (II): Questo Paoluccio Pilatrano dev’essere il Paoluccio di Giovan Pietro Pilani, precedentemente nominato nel presente elenco. Con tutta probabilità devono corrispondere ai due fonditori menzionati in questa scheda, i Joannes Vincentius et Paulutius Thatini (Thaetini), che nel 1605 fusero il campanone di Ortona.

Mastro Vincenzo Campana, continua D’Andrea, dovrebbe essere lo stesso < Magister Vincentinus campanarius theathinus >, che nel 1617 aveva confezionato il campanone della Chiesa dell’Annunziata di Sulmona. (vedi Marche per il cognome Campana o Campanario).

Maestro Paolone, da Chieti. Fuse nel 1614 una < bellissima campana posta sul campanile della chiesa parrocchiale di Villamagna >. D’Andrea precisa: E’ probabile che questo mastro campanaro e Paoluccio di Giovan Pietro Pilani o Pilatrano, siano la stessa persona.

Giuseppe Ninni o De Ninnis da Lanciano. Fuse nel 1602 la campana municipale di Loreto Aprutino. Furono sue opere: nel 1606 un sacro bronzo ornato dello stemma della città di Lanciano, e nel 1608 il campanone della Chiesa di S. Maria del Ponte.

Marco Antonio Campanaro, da Sulmona. Con scrittura rogata il 14 Orrobre 1624 del notaio Giangeronimo Mancini, Egli promise ai Procuratori della Chiesa di S. Maria del Colle di Pescocostanzo, di colare una squilla del peso di circa 200 decine.

Soccorso di Nello, da Sulmona. Nel 1645 rifuse il < campanone > della chiesa di Atri.

Giuseppe D’Anelli o Di Nello, da Sulmona. Confezionò nel 1677 la < campana maggiore > che nel 1754 figurava ancora sul campanile della chiesa sulmonese di S. Maria della Tomba.

Giovanni Battista Di Nello e suo fratello Giuseppe, da Sulmona. Fusero la campana grande della Chiesa della Badia del Morrone. Guido Piccirilli che cita i nomi di questi due artisti, non menziona la data di fusione che supponiamo aggirarsi verso il 16501670.

Giuseppe, Ambrosio ed Ippolito < de Niello > o Di Nello, vengono menzionati nelle scritture del 12 Giugno e 16 Settembre 1615, nonché nel rogito del 21 Gennaio 1605 del notaio Vincenzo Giannitto.

La famiglia abitava da antica data in Sulmona, se già nella scrittura del 9 Agosto 1593 rogata dal notaio Giulio Campana, comparvero Giovanni di Giulio Di Nello ed Angelo di Silvestro Di Nello, in relazione ad una casa posta il Borgo Pacentro, già appartenente a Giovanni di Nello, che fu bisnonno del predetto Giovanni figlio di Giulio, e nonno di Angelo di Silvestro.

Paolo Medoro, aquilano. La campana mezzana, da lui fusa nel 1707, esiste ancora oggi nel campanile della Chiesa di S. Margherita in Aquila. Rifuse nel 1706 un sacro bronzo posto nella Basilica di Collemaggio. Forse doveva essere alle prime armi nel 1696, quando effettuò in Ortona la rifusione di una campana usando < inesperienza > che cercò anche di coprire con < inganno >, di cui fu consegnato il ricordo nel rogito del 22 Giugno 1696 di notar Angelo Gallucci.

Marco Antonio Potente, da Castiglione, che nel 1689 fuse una campana in Cercemaggiore.

Pietro e Giuseppe Donati da Aquila. Fusero verso il 1601, il campanone oggi sistemato nel Duomo dell’Aquila. Tramite un contratto rogato il 20 Aprile 1602 dal notaio Giovanni Battista Rainaldi, Pietro Donati prese l’impegno della fusione della campana maggiore della Chiesa di S. Maria di Paganica.

Eusebio Donati, da Aquila. Mediante rogito del 17 Marzo 1615 compilato dal notaio Giovanni Battista Rinaldi, prese in fitto una bottega posta nel locale di Paganica < alla Piazza di Santo Francesco >.

Con scrittura del 16 Agosto 1616 rogata dal notar Francesco Bassi di Aquila, egli si obbligò a consegnare presso la propria bottega, una campana libera da difetti e di buon suono, che doveva essere posta nella chiesa della SS.ma Pietà di S. Eusanio. Nell’anno 1621 prese l’impegno a fare una campana per lo horologio della facciata de Santo Massimo. Nel 1627 Eusebio Donati fuse la campana grande della Chiesa di S. Maria Assunta di Assergi.

Filippo Donati da L’Aquila (forse lo stesso che Giacomo Filippo), nell’anno 1632 si impegnò alla fusione di una campana che doveva servire per la Chiesa di S. Michele Arcangelo di Villa S. Angelo. Nel 1663 Filippo Donati promise la rifusione di una campana per il Convento di S. Giuliano in Aquila. < Mastro Filippo Donati campanaro > ebbe nel 1671 ventitre ducati e mezzo < per la manifattura > della squilla appartenente alla Madonna della Croce di Roio. Nel campanile della chiesa aquilana di S. Pietro Coppito, c’è una campana sulla quale si riescono a leggere il nome Filippo (forse collegato al cognome Donati) e la data 1640.

Giacomo Di Filippo, da Aquila, e Soccorso Di Nello, da Sulmona (il primo di essi appartenente alla famiglia Donati).Mediante contratto del 1632 si obbligarono a fondere per la Chiesa di S. Maria del Colle di Pescocostanzo, una campana da circa 220 decine, al prezzo di 35 ducati. Forse si tratta della campana che l’Inventario contenuto nel rogito Carallo del 23 Settembre 1697 afferma risalire al 1532.

Segue un ampia disquisizione che evidenzia: E se i Donati erano sempre stati maestri campanari per tradizione; se essi furono i discendenti di uno dei fonditori della maggior campana di Teramo nel 1483, è strano che non abbiano lasciato tracce della loro residenza e della loro attività in Cava dei Tirreni, almeno per quel che risulta (o meglio, per quel che non risulta) dai < Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri >.

Giacomo Filippo e Carlo Antonio Donati, fratelli, da Aquila. Fusero nel 1654 la campana grande della Collegiata di Pescocostanzo. Mediante atto del 27 Maggio 1670, Giacomo Filippo Donati promise ai massari della Terra di Paganica, la fusione di una campana per la parrocchia dell’Assunta.

Mastro Giacomo Di Filippo Donati, da Aquila. Forse lo stesso che Giacomo Filippo, citato nelle schede precedenti. Aveva fuso nel 1670 due campane per la Collegiata di Pescocostanzo. Solo che nella prima campana si leggeva il riferimento < Iacobus Donati de Aquila) >, e nella seconda l’altro riferimento < magister Iacobus Philippi Donati de Aquila >.

Mastro Berardino Donati da Aquila. Egli rifuse nel 1670 una campana della Chiesa di S. Nicola di Caramanico. Insieme a Giacomo Filippo si impegnò il 17 Luglio 1648 alla confezione di una campana < per servitio della Chiesa di S. Giovanni di Collimento di Lucolo. Insieme allo stesso, il 31 Marzo 1649 promise la rifusione di un sacro bronzo, per l’onorario di 200 ducati, per la Chiesa di S. Maria Paganica di Aquila.

Dal sito della Chiesa della ss. Trinità di Aielli: dal Febonio (1668, III, 239) sappiamo invece che la campana era datata al 1301: Campanam hanc fieri fecit Popolus. Civitatis Marsorum A(anno) (Domini).M.CCC.I, data da ritenersi esatta visto che la campana, rottasi nel 1661, fu rifusa dal maestro campanaro Berardino Donati dell’Aquila nel 1676 il quale, nonostante l’ordine ricevuto di reimprimere l’iscrizione precedente dai Massari di Aielli, dovette apportare errori e modifiche all’iscrizione (Belmaggio Datt.).

D’Andrea (II): Giovanni Battista Donati da Aquila. Fu nel 1682 il fonditore della squilla oggi posta sul campanile della chiesa aquilana di S. Margherita.

Campanologia (2013) ricorda (il suddetto) l’aquilano Giovanni Battista Donati nel Settecento che operò in Foligno per buona parte dell’età moderna.

D’Andrea (II): Francesco Antonio Donati, da Aquila. Fuse nel 1675 una campana oggi sistemata sul campanile a vela della Chiesa di S. Maria Materdomini di Chieti. Nel 1698 lavorò insieme ad Eusebio Donati, alla rifusione di un sacro bronzo per la chiesa aquilana di S. Maria di Roio. Nel 1699, garantì per un anno e tre giorni … due campane < fatte a questa medesima Università >.

Eusebio Donati e suo figlio Filippo, da Aquila. Avevano confezionato un tempo (?) il campanone della Chiesa di S. Francesco (dei Minori Conventuali) di Sulmona, che nell’Aprile del 1717 fu rifuso dai fratelli Giovanbattista e Bernardino Donati.

Eusebio Donati da Aquila. Data la distanza di tempo, non deve essere confuso con l’altro Eusebio, che abbiamo visto al lavoro negli anni 1615, 1616, 1621 e 1627. Presso il campanile della Chiesa di S. Pietro Coppito, in Aquila, si conserva una campana, piccola e adesso incrinata, fusa da Eusebio Donati nel 1680. Questo Eusebio fu fonditore – negli anni 1699 e 1705 – di due campane per la Chiesa di S. Rocco in Scanno. Con scrittura del 16 Agosto 1698 compilata dal notaio Tommaso Filippo Petruccio Celio, Eusebio e Francesco Antonio Donati (che nel 1675 aveva lavorato in Chieti) promisero la rifusione della campana grande per la Chiesa di S. Maria di Roio.

Serafino Donati, anch’egli appartenente alla nota famiglia dei fonditori aquilani. Lavorò durante la fine del 1700 alla rifusione della seconda e terza campana poste nella torre di Fermo.

Si ha notizia di Mastro Berardino campanaro ed infine con il nome di Berardino campanaro dell’Aquila (anni 1670-1671).

Una interessante quanto lacunosa pubblicazione dei Campanili Abruzzesi edita dalla Regione Abruzzo – Centro regionale dei beni culturali, dà notizia di tale Orius Magister: nell’anno 1288 realizzò una campana per chiesa di San Nicola ad Atri (TE).

Interessante è quanto scrive D’Andrea (II) sull’origine del cognome Campana: è anche un cognome della diffusione del quale in Alto Sangro ed in Palena abbiamo avuto spesso occasione di renderci conto.[…]. Come si incontra anche il cognome Campanaro, di provenienza da Chieti. D’Andrea (II), dal registro degli introiti ed esiti relativi alla bella chiesa di S. Nicola di Caramanico: più interessanti le note di pagamento del Maggio e Giugno del 1670, perché si riferiscono ai tanti impegni connessi alla rifusione di una campana.

Sono ricordati: Pagato il verrocchio della campana grossa à Mastri Giovan Battista Fioretti e (Francesco) Farinelli.

Pagato a Mastro Bernardino Campanaro per rifosa di decine sei di metallo ….. pagato a Mastro Francesco Farinelli (vedi in seguito Marinelli in Molise) che salì la campana nova e … per l’armario pagato a Marcantonio Buccione per ordine di Mastro Berardino Campanaro.[…]

Pagato a Francesco Farinelli e Vincenzo Fiorentini che fecero l’armario delle campane. L’esito del 1671, ricorda D’Andrea (II), 5 Settembre: pagato a Bernardino Camparo dell’Aquila, per saldo della campana, conforme ne fece poliza il passato Procuratore.

Wichipedia: ATTONE DI RUGGIERO di Teramo fuse l’Aprutina collocata sulla torre del Duomo di Teramo, fu rifusa nell’anno 1483 dal francese Nicola di Langres.

Nel descrivere la chiesa di San Michel Arcangelo in Capena, ricorda La campana media è stata fusa dal campanaro Martino D’Ettorre di Spoltore da datarsi al 1700.

 

MOLISE

Giovanna Petrella, La fusione delle campane in Abruzzo e Molise (2007): Passando in rassegna la bibliografia dei testi, sappiamo che il più antico bronzo sacro abruzzese è di epoca medievale; si tratterebbe di “una piccola campana di bronzo, rinvenuta a Semivicoli [Comune di Casacanditella (CH)], proprietà Perticone, oggi purtroppo scomparsa. La campana che sulla superficie recava l’iscrizione Albertus me fecit, secondo Zucarini sarebbe datata al X secolo, secondo D’Andrea al XV secolo. Ad essa seguono la campana del 1008, di matrice artigiana, probabilmente di Guardiagrele, proveniente da San Barbato, poi portata a Pollutri (CH), quella di Rapino (CH) (1308), oggi scomparsa, e quella di Lettopalena (CH) del 1310, con l’iscrizione Bernardus me fecit.

Corrado Mancini, scrive Petrella, sostiene l’ipotesi che a introdurre l’arte della fusione sono stati i lombardi, pur non adducendo alcuna giustificazione, se non quella che “nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone che contrattano l’acquisto e la vendita del rame alla fiera di Lanciano”, così come artigiani abruzzesi che comprano rame dai milanesi* .

Nella nota * si legge: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone.

Ma la presenza dei milanesi in Agnone prosegue Petrella non è sufficiente a giustificare l’ipotesi dell’origine lombarda dell’arte fusoria. […].

E’ stato rilevato che per il solo Abruzzo, dal XIII secolo fino ad oggi, esistevano ben dieci luoghi di provenienza delle maggiori famiglie di fonditori itineranti. I più antichi fonditori sono magister Luca, attestato nel 1341 e Iohannes de Guardiagrelis, definiti dal Bindi “cesellatori e famosi fonditori.

Fra le regioni dell’Italia peninsulare ed insulare, il Molise e la città di Agnone vantano, a detta di alcuni studiosi, la più antica tradizione nell’ arte della fusione delle campane, lo sostengono i mass media ed i siti internet.

L’ arte di fondere le campane fu introdotta dai lombardi che nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone, scrive Petrella o, come dichiara la nota di Petrella: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone ?

L’ arte di fondere le campane nella regione Molise è stata sempre localizzata nella città di Agnone in quanto ancora oggi è attiva la Fonderia Pontificia della famiglia Marinelli, trascurando l’operosità di altri personaggi, purtroppo dimenticati, vissuti in Agnone ed in altre località del Molise che, come esamineremo, furono i primi magistri campanarum.

A differenza di quanto scritto da Petrella ed alla citazione di Furlani, Cuzzoni, l’autore che più di altri ha pubblicato sulla diffusione dell’arte di fondere le campane nelle 20 Regioni italiane, ha scritto: Famiglia Marinelli Agnone, Secc. XIVXXI La famiglia Marinelli ha una storia lunghissima. La lavorazione delle campane in Agnone risale all’anno 1000, però è dal 1300 che la famiglia Marinelli ininterrottamente fa campane.

L’esperienza più significativa risale al 1924, anno in cui Papa Pio XI concesse alla famiglia Marinelli il privilegio di effigiarsi dello Stemma Pontificio.

Nuova grandissima onorificenza nel 1954 quando il presidente della Repubblica consegna alla famiglia Marinelli la medaglia d’oro “quale premio ambitissimo alla Ditta più anziana per attività e fedeltà al lavoro in campo Nazionale.”

Cuzzoni ha voluto anche ricordare La “Tavola Osca” di Agnone – III sec. a. C.: Va inoltre menzionata la riproduzione della famosa “Tavola osca” di Agnone del III sec. a. C., conservata al Brítish Museum di Londra dal 1873, tavola che attesta che in Agnone la fusione dei metalli era praticata oltre duemila anni or sono.

Il < legame > che è stato creato tra la Tavola Osca e la Fonderia Pontificia Marinelli o la fusione dei metalli nella città di Agnone, ha dato origine a troppe ipotesi errate e a troppe gratuite deduzioni.

Non si conoscono i dati reali che hanno permesso a Cuzzoni e ad altri studiosi di affermare, senza alcun dubbio: in Agnone la fusione dei metalli era praticata oltre duemila anni or sono; una affermazione condivisa da altri studiosi e ricercatori, pur consapevoli che nei primi tempi, come abbiamo esaminato in altre Regioni, a causa dell’assenza di strade che ne facilitassero il trasporto, la fusione delle campane non avveniva in officinestabili”, ma nei pressi dei campanili.

L’affermazione di Cuzzoni non è confermata dalle fonti bibliografiche, né dalle numerose campane che testimoniano l’arte fusoria nel Molise e nella città di Agnone.

Cuzzoni ed altri studiosi hanno condiviso l’equivoco originato dalla riproduzione della Tavola Osca da parte della Fonderia dei Fratelli Marinelli ed averla giudicata < essere > di Agnone.

La Tavola Osca, datata al III secolo a. C., è un preziosissimo documento della religione dei popoli di origine Safina/Sabina/Sannita, costituito da una lamina di una lega di bronzo e piombo.

La Fonderia dei Fratelli Marinelli ha unicamente prodotto una copia di un originale conservato in Inghilterra; si può creare un legame tra la fusione per la sua riproduzione e la fusione delle campane nella città di Agnone ?

La sua casuale scoperta può essere considerata una prova per affermare che già nel III secolo a. C. la fusione dei metalli si praticasse nella città di Agnone ?

La Tavola Osca fu trovata nell’anno 1848 presso la fonte del Romito, un territorio prossimo alla città alto molisana, ma pertinente al centro turistico montano di Capracotta.

La Tavola Osca è un oggetto “mobile”, facilmente “trasportabile”, ergo potrebbe essere stata fusa in una località diversa dal luogo del suo ritrovamento, più vicino o più lontano dalla città di Agnone e da Capracotta, oppure trasportato nella località in un secondo momento, ergo non è necessariamente in rapporto con il sito archeologico in cui fu rinvenuta.

Non si può sostenere che la fusione dei metalli nella città di Agnone si < perde > nella notte dei tempi unicamente per la scoperta di oggetti metallici “mobili” la cui fusione potrebbe essere avvenuta in una delle tante località che esistevano nel vasto territorio della penisola italica centro-meridionale occupate dai Safini/Sabini/Sanniti.

La fusione dei metalli nel territorio dell’alto Molise, in modo speciale nella città di Agnone, può essere stimata antica se è basata solo sul ritrovamento di oggetti metallici (armi, monili, piccole statue) di epoca italica ?

Ricordiamo i reperti in bronzo che, a detta di Moscati (1999), dovrebbero essere tra i più antichi (VIII – VII scolo a. C. secolo) rinvenuti della vasta necropoli della piana di Bojano: furono fusi nelle località dell’alto Molise o l’assenza delle materie prime nel territorio dei Sanniti Pentri obbligava la loro importazione dai territori in cui esistevano i giacimenti metalliferi ?

Salmon (1977) sostiene, citando Catone e Virgilio: A Venafro si fabbricavano utensili in ferro e fonderie di ferro esistevano ad Atina, due centri non lontani dalle miniere di ferro delle montagne della Meta (Salmon).

Le miniere di bauxite, descritte dalla Federazione Speleologica Campana, si trovano sul Matese e nell’Abruzzo aquilano e quelle di manganese ancora sui monti del Matese tra i comuni di Campochiaro, San Polo Matese e Bojano (in località monte Crocella-Civita Superiore) e Campitello Matese.

A Venafro e nella loro capitale Bojano, scrive La Regina, i Sanniti Pentri avevano le officine di produzione dei laterizi, pertanto i “forni” utilizzati per la loro cottura, potrebbero essere stati utilizzati anche per la fusione e la lavorazione dei metalli.

Torniamo all’ arte di fondere le campane.

DUE studiosi molisani hanno dato notizie di Giuseppe Campato.

Amorosa (1924) , scrisse: L’arte di fondere campane è un’antica specialità degli artefici Agnonesi. Essa rimonta a tempi assai lontani. Peccato però che, durante tutto il medioevo, non si ha notizia di nessun fonditore, pur esistendo una tradizione millenaria. Bisogna arrivare verso il 1450 per trovare il nome di Giuseppe Campato: ancora una volta è citata una tradizione millenaria, ma nessuna prova concreta.

L0 studioso ignora l’esistenza degli altri magistri campanarum molisani, ricorda tempi assai lontani, anch’egli ricorda una tradizione millenaria che dopo fa < parte > da verso il 1450.

Più realista Masciotta (1952): Nel XV secolo, quando l’industria della fondita delle campane fioriva nel Bergamasco ed a Roma, Giuseppe Campato fu il primo ad introdurla in Agnone. I Marinelli, allievi del Campato, e di costui successori, portarono l’industria ad un alto grado di tecnica, conquistando una meritata rinomanza.

Le affermazioni dei DUE studiosi non sono state mai smentite.

Un autorevole componente della famiglia Marinelli, Ascenzo Marinelli, che non era magister campanarum, ma dapprima sacerdote e poi professore di lettere, nelle Memorie patrie con alcune biografie di uomini illustri agnonesi (Agnone 1888), fonte bibliografica di Amorosa e di Masciotta, scrisse: Deve rincrescerci però, che in tutto il medio-evo, cioè in quel lungo periodo, in cui qui fu tanta la foga di fabbricar Chiese, di nessun fonditore, o casato di fonditore, noi abbiamo contezza.

Solo nella prima metà del secolo XV sappiamo che esisteva un distinto campanaro, dal nome Giuseppe Campato, quel tale che cedette tutto il suo casamento al Monastero si S.a Chiara per maggior comodità delle Monache, specialmente pel giardino che esse vi fecero*. (in nota *: Vedi l’elenco delle famiglie antiche di Agnone compilato dal Barone Ferdinando Gigliani 1766.)

Più tardi, verso il 1600, cominciarono a nominarsi altre, famiglie di fonditori, come i Desiata, i Marinelli, i Saia, i Camperchioli, i Cacciavillani, e qualche altra.

Ma i più rinomati e i soli che tennero sempre una fonderia speciale adatta ad ogni sorta di fusione in bronzo, furono indubbiamente i Marinelli, i quali di generazione in generazione migliorarono sempre l’arte loro, fino a risolvere quasi perfettamente, il problema dell’accordo delle campane, ritenuto da valenti artisti stranieri, come insolubile, o almeno di assai difficile soluzione.

Il fratello mio Giosuè, unito agli altra della nostra casata (sulle orme di Francescopaolo Marinelli, Zio nostro, che fu il primo a studiare gli accordi delle campane sopra autori francesi, e a scriverne memorie e regole in proposito,). Dopo di lui si son seguitati a dare al pubblico vari saggi di queste campane armoniche; anzi il signor Tomaso Marinelli, uno dei nostri più anziani fonditori sempre studioso ed innamorato dell’armonia dei suoni, tiene già in pronto, per dare alle stampe, uno speciale Trattato intorno alla fusione e gli accordi delle campane.

Io stesso (scrisse Ascenzo Marineli), nella mia prima età, ricordo benissimo la bottega del mio buon padre Ercole, tutta piena di acciarini antichi, di pietre focaie, di canne lunghe e corte da incassare ecc. ecc. Era il 1835, e si lavorava per ordine del Re Ferdinando II.° di Borbone.

Ascenzo, membro della famiglia Marinelli che ancora oggi è la più famosa tra quelle dei magistri campanarum operanti in Italia e nel mondo, già nell’anno 1888 aveva diffuso le sue conoscenze che, cadute successivamente nell’oblio, furono e sono state sostituite dalle ipotesi più varie che hanno alterato la verità sull’iniziò dell’arte fusoria nel Molise e nella città di Agnone: anno 1000, o 1339 o verso 1450 o nel XV secolo o da sette secoli ?

Sono state divulgate tante ipotesi sull’origine dell’arte fusoria nella regione Molise che hanno tratto in inganno anche i magistri campanarum della famiglia Marinelli.

Le campane di Atessa di Gabriele D’Amico, Alfredo Massa e Nicola D’Amico (2008) pubblica, ad esempio, per l’anno 1962 la Corrispondenza epistolare intercorsa tra la Fonderia Marinelli di Agnone e il prevosto Don Giuseppe Pili per la definizione delle iscrizioni da apporre alla campana della Ricostruzione, così chiamata perché rifusa durante i lavori di rifacimento del campanile della Chiesa di S. Leucio.

Nella risposta, datata 12.7.1962 da parte della Pontificia Fonderia di Campane MARINELLI si leggere l’epoca della sua origine: Fondata nel 1300.

Successivamente, in un “preventivo” della Fonderia Marinelli di Agnone per l’elettrificazione di due campane della Chiesa di S. Croce e per la rifusione ed elettrificazione di una terza campana di dimensioni più ridotte con la data del 29.04.1982, in alto a destra è scritto: MARINELLI 86081 AGNONE (Isernia) – Italia fondata nell’anno mille ed in alto a sinistra: Pontificia Fonderia di Campane la più antica del mondo.

I mass media ed i siti internet hanno divulgato altre notizie senza che fosse stata accertata la verità.

Per esempio, www.lagiostra.biz/book/export/html/1013 ricorda: L’arte della fusione delle campane in questo paese del Molise è una tradizione che risale a diversi secoli fa, ed è legata principalmente al nome della famiglia Marinelli. La sua storia inizia nel 1339, anno in cui un avo dei Marinelli, Nicodemo, incide il suo nome sulla campana della chiesa di Agnone, la notevole parrocchiale di Sant’Emidio; mentre Graziella Merlati in di bronzo e di cielo (2009) al capitolo Marinelli scrive: in attività dal 1339: La più antica, non solo d’Europa ma forse del mondo, è la Pontificia Fonderia Marinelli, che affonda le proprie radici nell’anno Mille. Vi si fabbricano campane ininterrottamente da almeno sette secoli, da quando – era l’anno 1339 – il nome di Nicodemo Marinelli appare inciso sulla campana della chiesa parrocchiale di Agnone, dedicata a Sant’Emidio, e su una seconda, della parrocchiale di Posta Fibreno (Frosinone). 2 (DUE) sono le campane fuse nell’anno 1339 da Nicodemo: una per la chiesa di Agnone, la notevole parrocchiale di Sant’Emidio e su una seconda, della parrocchiale di Posta Fibreno (Frosinone).

Ignoriamo l’esistenza della campana presente nella chiesa di S. Emidio in Agnone, mentre abbiamo delle dettagliate notizie della campana ancora oggi esistente nella chiesa di S. Maria Assunta di Posta Fibreno in provincia di Frosinone, sconosciuta a Cuzzoni ed altri studiosi, ma ricordata e descritta in modo chiaro da D’Andrea, uno studioso che ha dato un notevole contributo alla migliore conoscenza anche dei magistri campanarum nati nella regione MOLISE .

D’Andrea ricorda quanto scritto Arduino Carbone che in Vicalvi, Posta Fibreno (Casamari 1963), ricordando la chiesa di S. Maria Assunta: La chiesa, purtroppo, è sprovvista di campanile; ma una campana, sulla torre civica, chiama a raccolta i fedeli e talvolta piange i morti, oppure, con l’acutezza e la purezza dei suoi rintocchi, allontana la gradine e i turbini. Un’ iscrizione ci dice che venne rifusa con i rottami di un’altra del 1339, a spese dei cittadini di Alvito e di Posta, e che l’artista* , fu il celebre Nicodemo Marinelli di Agnone del Molise. (in nota *: Così suonava l’iscrizione latina: < Ex altera 1339 nuper disrupta prodiit 1833 Albeti Postaque sumptibus – Nicodemus Marinelli Anglonensis f. >.

La citazione è chiara: la campana era stata fusa nell’anno 1339 da anonimo e fu rifusa nell’anno 1833 da Nicodemo Marinelli, un magister campanarum  nativo di Agnone, ma residente in San Vittore del Lazio.

Vista l’epoca in cui visse (XIX secolo), non dovrebbe essere ricordato nel presente studio, ma è utile per < smentire > quanti hanno creduto e credono che sia vissuto Nicodemo Marinelli nel XIV secolo.

D’Andrea (II) ricorda uno soloNicodemo Marinelli verso il 1840 abitava a S. Vittore, dove ebbe modo di assicurarsi il lavoro in Ciociaria ed in Alto Sangro: aveva seguito l’esempio dei congiunti emigrati nelle regioni limitrofe od in altri centri del Molise, come ricorda D’Andrea (I) (vedi anche Abruzzo) per Nicola Marinelli trasferito in Gagliano (AQ) ed D’Andrea (II): nel 1811 Lattanzio Marinelli era domiciliato in Isernia, e nel 1822 in Sepino.

E’ importante evidenziare quanto scritto da D’Andrea (II) per Nicodemo Marinelli, non prima di avere ricordato Tommaso Marinelli, da Agnone. Nato verso il 1812-13. […] che Coadiuvò Nicodemo Marinelli nella rifusione (1840) del campanone della parrocchiale di Villetta Barrea e, insieme al suo parente Ercole, nel 1848 confezionò due campane in Penne.

Nicodemo Marinelli fu Francesco, da Agnone, scrive D’Andrea (II), Nel 1858 fuse una campana per la Chiesa di S. Restituta in Sora, e nel 1833 confezionò la squilla della chiesa di Posta Fibreno.

Coadiuvato da Tommaso Marinelli, rifuse nel 1840 in Villetta Barrea, il campanone del luogo. Nelle carte di Intendenza riguardanti Villetta ed oggi custodite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila, si legge che la perizia era stata compilata dal fonditore Francesco Camerchioli, ed il contratto di rifusione venne sistemato con < Nicodemo Marinelli del fu Francesco, campanaio e proprietario domiciliato nel Comune di S. Vittore in Provincia di Terra di Lavoro >. E’ precisato che < I fabbri della campana furono Nicodemo e Tommaso Marinelli di Agnone, dei quali ho letto la ricevuta rilasciata nelle mani del Sindaco ….> .

Nonostante l’ampia e chiara documentazione, c’è chi ha manifestato una opinione diversa.

Orlandi, in Storia di Posta Fibreno (2007), ha scritto: Un legame antico lega Posta Fibreno alla Pontificia Fonderia di Campane Marinelli di Agnone (IS), la più importante della storia tanto aver fuso la campana del Giubileo 2000. Nel Trecento l’attività di questi fonditori era già affermata anche in altre regioni. La fusione della campana del 1339 per la chiesa di Santa Maria in Posta è la prima testimonianza documentata nella storia della Fonderia. La campana di circa un metro di altezza, fu realizzata e firmata da Nicodemo Marinelli. […]. In seguito ad una lesione causata da un fulmine venne rifusa nel 1963 a spese dei cittadini.[…]. La campana è stata collocata sul nuovo campanile della chiesa nel 1994. Intorno alla campana si legge: < Ex altera 1339 nuper disrupta prodiit 1833 Albeti Postaque sumptibus – Dominus in tempestate et turbine – Nahum I Nicodemus Marinelli Anglonensis F. >.

Una < traduzione > a dire poco superficiale a cui si sommano le diverse valutazioni sul peso della campana esistente a Posta Fibreno e rifusa nel 1833 da Nicodemo Marinelli: chi l’ha stimata di 2 quintali, mentre Orlandi, divulgatore dell’esistenza di Nicodemo nel 1339, ha dichiarato essere di 4 quintali.

Tornando indietro nel tempo per conoscere i magistri campanarum della famiglia Marinelli che fusero prima dell’unico Nicodemo Marinelli vissuto nel XIX secolo, seguiamo le testimonianze delle fonti bibliografiche.

D’Andrea (II), in base alla documentazione esistente, ricorda i membri della famiglia Marinelli per il periodo oggetto del presente studio: VIII-XVII secolo.

Il ad essere ricordato ed essere stimato il capostipite dei magistri campanarum della Famiglia Marinelli è Mastro Lattanzio Farinella* da Agnone. In base a contratto stipulato il 12 Marzo 1631 dal notaio Alessandro Fantini promise la rifusione della campana dell’orologio del Comune di Vasto, posta sul campanile di S. Agostino.

(nota * per il cognome Farinella: Potrebbe darsi che ci fu un errore del notaio (come successe altrove per il caso del fonditore d’Ettorre), il quale comprese male il cognome Marinelli. Ciò anche per il fatto che tra la seconda metà del 1700 e la prima del 1800, si trova in Agnone il fonditore Lattanzio, della famiglia Marinelli.

Seguiamo l’ordine cronologico dei componenti la famiglia Marineli: Salvatore Marinelli (nulla a che vedere con l’omonimo ricordato dall’ Onciario 1753, di professione bracciale), da Agnone, Il 18 Agosto 1679 si impegnò alla rifusione della campana maggiore esistente nel campanile della Chiesa di S. Leucio di Atessa e ricordato ne Le campane di Atessa: SALVATOR MARINELLI ANGLONENSIS FECIT A. D. 1680 REFUSA A. D. MCMLXV PONTIFICIA FONDERIA MARINELLI AGNONE MOLISE..

Le campane di Atessa ricorda Francesco Marinelli: M. FRANCISCUS MARINELLI CIVITATIS ANGLONI FECIT. A. D. M.D.C.C.II. (1702).

D’Andrea (II): Francesco e Giovannangelo Marinelli, da Agnone: Fusero nel 1701 una campana che oggi è posta sul campanile della parrocchiale di Alfedena. Il nome di Francesco Marinelli si legge su una campana del 1726 appartenente al Santuario della Civita.

Loreto Marinelli, da Agnone. Nel 1710 fuse due campane, situate sul campanile della Cattedrale di Sora.

Continuando nel tempo, D’Andrea (II) ricorda Ercole Marinelli, da Agnone, facendo riferimento a Masciotta: Alla pagina 115 del quarto volume della sua nota opera sul Molise dalle origini ai nostri giorni, Giambattista Masciotta affermò che una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro, era di provenienza agnonese e fusa nel 1600 da Ercole Marinelli.

Consultando Masciotta, nella ristampa del 1985 è scritto a pag. 88 del IV volume: Il campanile si eleva su d’un robusto arco eretto sulla pubblica via, ed è a cinque piani. Fu restaurato nel 1885 e nel 1909. Contiene quattro campane, delle quali due agnonesi: la più antica fusa da Ercole Marinelli nel 1600.

Scrive D’Andrea (II): Non riusciamo a comprendere da questa informazione, se con essa ci si voleva riferire al secolo XVII oppure precisamente all’anno 1600; oppure se vi erano state delle esagerazioni circa l’età della campana, nel riferire qualche notizia su di essa.

Ercole Marinelli aveva fuso nel 1600 ?

3 (TRE) le fonti bibliografiche che ricordano Ercole Marinelli: 1^. il Catasto Onciario di Agnone per l’anno 1753: Ercole Marinelli di anni 40, campanaro, fratello di Salvatore, di professione bracciale, di anni 45 e l’altro fratello Armidoro, campanaro di anni 26.

Questo Ercole è da escludere essendo vissuto ed aver fuso nel XVIII secolo.

2^. D’Andrea (II): Nel suo lavoro dedicato a Francavilla al Mare nella storia e nell’arte Teodorico Marino citò un Ercole Marinelli il quale, nello stesso tempo in cui lavorava Martino d’Ettore o Torres (seconda metà del 1700) aveva fuso una campana in Vasto.

Ercole ricordato da D’Andrea  (II) non poteva aver fuso una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro nel 1600 in quanto aveva fuso una campana in Vasto all’epoca (seconda metà del 1700) in cui lavorava Martino d’Ettore o Torres

3^. Ercole Marinelli ricordato dal figlio Ascenzo: Io stesso, nella mia prima età, ricordo benissimo la bottega del mio buon padre Ercole ……. Era il 1835, e si lavorava per ordine del Re Ferdinando II°. di Borbone.

Anche Ercole Marinelli, buon padre di Ascenzo, vissuto nel XIX secolo non avrebbe potuto fondere una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro nel 1600.

Non esistendo una testimonianza che dimostri l’esistenza di Ercole Marinelli tra il secolo XVI ed il XVII secolo, si può condividere il giudizio di D’Andrea (II) per una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro: verosimilmente vi erano state delle esagerazioni circa l’età della campana, nel riferire qualche notizia su di essa.

Si può ipotizzare che La fusione della più antica campana di Castelmauro sia avvenuta ad opera di Ercole Marinelli ricordato nel Catasto Onciario: aveva 40 anni nel 1753 (nato nel 1713).

Il Catasto Onciario 1753 della città di Agnone, ricorda Armidoro Marinelli di anni 26, fratello di Salvatore, bracciale, e di Ercole, campanaro, a. 40. Era coniugato con Teresa Paolantonio di anni 29 ed aveva due figli: Vincenzo di anni 2 e Eufrasina di anni 1.

D’Andrea (II) scrive di Armidoro Marinelli: Fratello del bracciale Salvatore, era nato verso il 1727; nel 1753 era già sposato ad aveva due figli: Vincenzo ed Eufrosina.

Le campane di Atessa ricorda Armidoro Marinelli: A FULGURE ET TEMESTATE LIB. NOS DNE A. D. MDCCXXXXIIII (1744) OPUS ARMINODORI (sic) MARINLLI (sic) CIVITATIS ANGLONI M. F. C.

La dettagliata documentazione pubblicata da D’Andrea (II), arricchisce la conoscenza degli altri membri della famiglia Marinelli ed ignorati dai più.

Essi fusero in un periodo compreso tra gli anni 1820 al 1887: Nicola Marinelli (1820) che domiciliò vari anni in Gagliano Aterno; Errico Marinelli (1836), all’epoca stimato < Perito campanista >; Enrico Marinelli (1883), figlio di Alessandro e Gaetano Marinelli (1887).

Al loro ricordo è opportuno associare i magistri campanarum vissuti nella regione Molise dei quali D’Andrea (I e II) ha descritto la vita e le opere prima ancora che l’arte di fondere le campane iniziasse nella città di Agnone.

In attesa di nuove scoperte, è da stimare che il magister campanarum della regione Molise sia stato Giacomo da Isernia, che nel 1433 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano.

Seguì Nicola da Capracotta. Nel 1542 aveva fuso una campana in Villetta Barrea e Nel 1544 organizzò la fusione della < campana mezana > che ancora nel 1754 figurava sul campanile della Chiesa della Tomba in Sulmona. Nel 1545 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista in Castel di Sangro.

Mastro Vincenzo di Saliceto, campanaro abitante in Matrice. Intorno al 1547 colò per due volte in Vasto, una campana per la Chiesa di S. Maria Maggiore.

Donato Perillo, da Capracotta ed abitante in S. Pietro Avellana. Mediante scrittura del 5 Luglio 1602 rogata dal notaio Ortensio Cugnoli, promise ai Procuratori del SS.mo Sacramento di Scanno, di fondere una campana da quattro cantaia, nonché una campanella peer S. Maria di Loreto.

Nel centro matesino di Guardiaregia (CB) vissero 2 (DUE) magistri campanarum.

D’Andrea (II) ha ricordato : Mastro Francesco Vanni, da Guardiaregia. Fuse nel 1639 la squilla della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Cusano Mutri, provincia di Benevento.

Mastro Giovanni Di Francesco, da Guardiaregia. Nel 1685 fuse per la chiesa trinitaria di Campobasso, una campana poi caduta dal campanile a causa del terremoto del 26 Luglio 1805. In nota: Il nome ci fa capire che dovrebbe essere figlio di Francesco, il quale gli rimise il nome del proprio padre Vanni o Giovanni.

Si ha notizia di Domenico de Francisco, nell’anno 1702 fuse una campana per la chiesa La Chiesa di Ave Gratia Plena di Piedimonte Matese (CE), forse un altro figlio di Mastro Francesco Vanni e fratello di mastro Giovanni.

Ricorda D’Andrea (II): Di mastri campanari equivalenti a fonditori di campane, Campobasso è stata sede di uno solo (Rocco Saia, originario di Agnone) verso la fine del 1700.

Dei magistri campanarum di Agnone, la “palma” dovrebbe spettare a Giovanni Iuliano o Giuliani, di cui D’Andrea (II) ricorda: Già nel 1559 abitava e lavorava in Chieti, il fonditore agnonese di campane Giovanni Iuliano o Giuliani. Eppure, siamo informati che Egli, insieme ai propri figli Fabio e Giuseppe aveva ricevuto in prestito oltre 176 ducati da Donna Sibilia Valignani di Chieti […]. In nota: Rogito del 2 ottobre 1564.

Iuliano o Giuliani, un cognome non ricordato nel Catasto Onciario dell’anno 1753 che ricorda una famiglia Giuliano ed un solo componente, né da Ascenzo Marinelli nella sua pubblicazione.

Sempre D’Andrea (I) ricorda: sono i frati del Convento teatino di S. Domenico, quelli che compaiono nella scrittura per ordinare al mastro agnonese Giovanni Iuliano di < fare et lavorare a detto Convento et alli preditti Padri presenti, una campana de metallo bono >. (rogito del 6 Dicembre 1562).

Ancora D’Andrea (II) per: Giovanni Giuliano (o Giovanni di Meo di Giuliano) da Agnone. Abitava in Chieti nel 1562, quando mediante scrittura notarile del 6 dicembre promise ai frati dell’Ordine di S. Domenico …… una campana de metallo bono de dodici centera. Il 28 Marzo 1571, per rogito del predetto notaio Nicola Antonio Fiorentini, Giacomo e suo figlio Fabio promisero all’economo della Chiesa di S. Francesco di Chieti < di fare una campana….

La famiglia Giuliano lavorò anche nelle Marche, dove Giovanni ed i suoi figli Fabio, Giuseppe e Giovan Giacomo, nonché Giovan Vincenzo (figlio di Fabio) hanno lasciato traccia delle loro opere. Giovanni aveva fuso un tempo il campanone della Cattedrale di Chieti, che poi si ruppe nel 1590; ed il Parlamento teatino del 14 Ottobre di quell’anno diede l’incarico della rifusione a Giovan Iacovo.

D’Andrea (II): Giovan Giacomo di Giuliano, figlio di Giovanni, agnonese. La notizia sulla fusione di una campana in Arquata, eseguita dai fratelli Giuseppe e GiovanGiacomo Di Giuliano nel 1582. Come già scritto, nell’Ottobre 1590 Giovan Giacomo si impegnò per la rifusione della campana grande del Duomno di Chieti, fusa a suo tempo da mastro Giovanni Giuliano.

Fabio di Giuliano (o di Meo) appartenente a famiglia che da Agnone si spostò a Chieti e nelle Marche. Insieme a suo padre Giovanni Di Giuliano, il 28 Marzo 1571 prese l’impegno davanti al notaio Nicola Antonio Fiorentini, di rifondere una campana per la Chiesa di S. Francesco di Chieti.

Mastro Leonardo Giuliano, da Agnone. Nel 1572 ebbe ordine relativo alla fusione di campane in Isernia.

Un Giovanni Desiato, agnonese, nel periodo 1696-1717 prese domicilio in Spoltore, dove durante il 1700 lavorarono pure i campanari De Torres o D’Ettorre da Spoltore (?). […].

Sempre Giovanni Desiato da Agnone ed abitante a Spoltore. Rifuse nel 1696 una campana in Ortona a Mare, e nel 1717 il campanone della Chiesa di S. Nicola di Lama dei Peligni.

Donato d’Agnone. Insieme a Giovanni Battista da Tora, aveva fuso nel 1645 una campana in Castel di Sangro. Forse a lui, precisa D’Andrea (II), potrebbe essere attribuita la campana del 1669 di Colli al Volturno, infra descritta al paragrafo dedicato a Salvatore Marinelli (non quello del secolo XVII ricordato da Corrado Marciani, ma l’altro che lavorò nel 1806 e 1838 in Isernia e Sulmona).

Mastro Angelo e Marinello, da Agnone. Confezionarono nel 1668 un sacro bronzo per la Cappella del Sacramento di Castel di Sangro.

Ricordiamo la numerosa presenza di magistri campanarum ricordati nel Catasto Onciario del 1753 della città di Agnone: i campanaro erano in numero di 10, residenti nel centro montano dell’Alto Molise, con circa 5. 000 abitanti.

Casato Cacciavillani: Biaggio, campanaro, a.(nni) 35.. Diego, campanaro, a. 60. Felice f.(iglio di Diego) della prima moglie, campanaro a. 26.. Casato Camerchioli: Giulio, campanaro, a. 72. Lonardo, f.(iglio) di Giambattista e nipote di Giulio, campanaro, a. 26.. Casato Gentile o Gentilo: Domenico, campanaro, a.(nni), 18. Marco, f.(rate)llo, campanaro, a. 30.. Giovannangelo, campanaro, a.(nni) 34..

Ne Le campane di Atessa troviamo i magistri campanarum del Casato Cacciavillani e Casato Camerchioli ricordati sì nel catasto onciario, ma non magistri campanarum in quanto i componenti delle due famiglie fusero prima o dopo la sua pubblicazione nell’anno 1753 o perché trasferiti in altre Regioni.

Sono: MASTROBIA CACCIAVILLANI D. C. T. D’AGNONE fuse nell’anno 1736 una campana per la chiesa della Madonna Assunta  e www.freeforumzone.com ricorda: Cacciavillani XVIII-XIX secolo Frosinone. Frosinone è stata sede, fino al secolo scorso, della fonderia di campane della famiglia Cacciavillani che, dalla meta del secolo XVIII, dopo aver lasciato la città di Agnone – rinomata in tutto il mondo per la fusione dei bronzi – si stabili nel capoluogo ciociaro tramandando di padre in figlio l’impegnativa arte di fondere campane. Ciociaria artigianato: S. M. C. FUDIT LEOPOLDUS CAMERCHIOLI CIVITATIS ANGLONI fuse nell’anno 1784 una campana per la chiesa di San Giovanni.

L’ Onciario del 1753 ricorda l’esistenza del più famoso ed ancora attivo, il Casato Marinelli, composto da 60 membri, ma solo al n. 54 troviamo, come già esaminato, Ercole, campanaro, di a.(anni) 40, f.(rate)llo di Salvatore, bracciale, a. 45 e coniugato con Domenica Cacciavillani, a. 37; segue Armidoro di a.(nni) 26, fratello di Salvatore e di Ercole.

Nell’anno 1753, nell’Onciario è anche registro il Casato Campato a cui apparteneva Giuseppe un distinto campanaro, vissuto nella prima metà del XV, come lo ha ricordato Ascenzo Marinelli. All’epoca dell’Onciario nessuno dei Campato svolgeva l’arte fusoria: nell’anno 1753 il capostipite Giuseppe era mulattiero di anni 60 ed i fratelli Leonardo di anni 27, era cappelaro e Vincenzo di anni 30 era bracciale.

Nessuno del Casato Saia si dedicò alla fusione delle campane, ma viveva Raffaele di a.(nni) 30 che svolgeva l’attività di focilaro (costruiva fucili?), sposato con Vincenza Marinelli di a.(nni) 33, forse parente dei Marinelli: nell’anno 1775 un Raffaele Saia firmò la campana detta “di S. Martino” nella città di Atessa (da Le campane di Atessa): RAPHAEL SAIA ANGLONENSIS FUNDEBANT A.D. MDCCLXXV.

Probabilmente, il trentatreenne Raffaele Saia, ricordato nel Catasto onciario del 1753, dopo il censimento, sposando una Marinelli, da fociliere divenne campanaro.

Oreste Gentile

(segue 4^ parte: Italia meridionale ed insulare).

 

 

 

 

 

 

 

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I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia settentrionale).

luglio 11, 2016

settentrionale

 

VALLE D’AOSTA

Renato Perinetti e Mauro Cortelazzo: Le fornaci per campane portate alla luce nella regione valdostana coprono un arco cronologico compreso almeno tra il IX ed il XVIII secolo. Le testimonianze più antiche, IX e XIII secolo provengono dall’indagine archeologica realizzata nel corso del 2002 nella chiesa di S. Maria a Morgex.

La sequenza evolutiva, evidenziata dallo scavo, ha testimoniato una prima fase costruttiva intorno alla fine del IV- inizio del V secolo con trasformazioni nel corso del VI e VII secolo, con ampie modificazioni in epoca altomedievale, per poi subire un considerevole ampliamento in epoca romanica. […].

La fornace del XIII secolo è collocata al centro della navata. Dalle campagne di scavo effettuate all’interno della cattedrale di Aosta, tra il 1981 ed il 1990, è stata indagata una grande fossa di fusione di tipologia Biringuccio. Il reperimento di vari frammenti di stampo con tracce d’iscrizioni permette di assegnare l’attività fusoria al XV secolo.

Una serie di forni fusori, portata alla luce all’interno della chiesa di San Lorenzo ad Aosta, appartiene alla ultime fasi costruttive collocabili in un epoca posteriore al XV secolo.

Su tutto il territorio regionale è stato inoltre avviato un censimento delle campane ancora esistenti sui campanili. I dati hanno permesso di verificare la presenza di campane datate dalla fine del ‘300. Contemporaneamente è stato possibile stilare un elenco dei mastri fonditori, ricavati sia dai documenti che dalle iscrizioni sulle campane.

Dallo studio di Bruno Orlandoni Cronologia documentaria dell’architettura e delle arti figurative in Valle d’Aosta dall’XI secolo all’epoca napoleonica, è possibile ipotizzare, conoscendo che nell’anno 989 fu costruito il primo campanile della collegiata di S. Orso in Aosta ed in assenza di altre notizie, che sia stata fusa almeno una campana; così nell’anno 1000, in occasione della ristrutturazione della cattedrale (forse già dotata di campane) della medesima città capoluogo, o tra gli anni 10341040, quando terminarono i lavori del campanile nord della cattedrale.

Le campane esistenti nelle parrocchie di alcuni centri valdostani dovrebbero essere datate tra gli anni 1376 e 1448, mentre nell’anno 1400 in Arnad i magistri campanarum Giovanni di Basilea e Alberto di Costanza, fusero una campana per la parrocchiale.

Nel 1427 Il fabbro aostano Hugonet Vachery ricevette l’incarico di fondere la campana maggiore della cattedrale di Aosta.

Nel 1484 l’orafo Peter Allemand lavorava alle campane della stessa cattedrale.

Nel 1582 Antoine Thameyn, fabbro e sindaco del paese fuse la campana maggiore della parrocchiale di Etroubles e nel 1632 per la chiesa parrocchiale di Lillianes. Nell’anno 1694 in Perloz, il fonditore Clerico rifuse la campana maggiore della parrocchia.

Una dinastia di magistri campanarum operò in Aosta nel 1641: Michele Augusto Colomba fuse una campana per San Lorenzo; Giovanni Michele Colomba fuse in Fenis nel 1695 una campana per la parrocchiale e nel 1743, Giovanni Battista Colomba fuse una campana per il santuario di Guardia.

 

PIEMONTE

Egle Micheletto: da notizie primi anni ottanta del secolo scorso ad oggi sono stati indagati archeologicamente nella regione dieci impianti produttivi per campane: tre in provincia di Torino (Torino, cattedrale; S. Benigno, abbaziale di Fruttuaria; Novalesa, abbaziale dei SS. Pietro e Andrea), quattro in provincia di Cuneo (Alba, chiesa conventuale di San Domenico; S. Stefano Belbo, parrocchiale di San Giacomo; Savigliano, parrocchiale di Santa Maria; Caraglio, chiesa di San Paolo); due in provincia di Novara (Sizzano, pieve di San Vittore; Oleggio, chiesa di S. Maria di Castello); uno in provincia di Alessandria (Lu, pieve di Mediliano).

La grande maggioranza delle fornaci esaminate, tranne quella di Lu Monferrato, si datano al XV secolo e sono inquadrabili nella tipologia Biringuccio 1, con testimonianze relative soprattutto alla fossa di gettata e, in minor misura, ai forni fusori.

Paolo Demeglio completa le notizie in Le indagini archeologiche che hanno interessato la pieve di San Giovanni di Mediliano a Lu (AL): Nel corso dello scavo, che non ha potuto indagare tutta l’area dell’edificio, si sono rinvenute tre fosse per la realizzazione di campane di dimensioni diverse, disposte una all’interno dell’altra. Le indicazioni cronologiche fornite dai materiali sono tutte riferibili al cantiere che sembra essersi protratto tra la fine del XV secolo e i primi decenni di quello successivo, tuttavia gli studi più approfonditi di casi simili suggeriscono che si tratti di strutture preparate in momenti separati nel tempo. Dei tre impianti, tutti caratterizzati dalla tecnica descritta da Teofilo, sono quindi di problematica datazione i primi due: in via ipotetica si possono associare ai resti di due campanili eretti a nord-ovest della chiesa, il più antico nel X secolo, mentre il secondo, in sostituzione del precedente, a fine XI-inizio del XII secolo.

Nel corso della Settantesima assemblea di Federmanager Vercelli-Valsesia e Novara-VCO è stato evidenziato che in quel territorio, prima della scoperta dell’America, alla fine del Quattrocento a Luzzogno fu realizzata nell’anno 1475 ed ancora si conserva, una campana fusa dalla Fonderia Mazzola di Valduggia, con inciso il marchio dei Mazzola, una M con sopra una stella.

Giovanni Ottone in Le Campane e il campanile del duomo di Vercelli ricorda la “campana Regina” fusa nel 1448 e rifusa 1846 da Mazzola Silvio fu Pasquale Valdugia-Valsesia; la Ciandra” e la Imperiale dell’anno 1615 di un anonimo e la Eusebia fusa nell’anno 1656 da Nicolaus GuiotClaudio Besson Lotharingi.

Il sito dell’ Associazione Italiana di Campanologia www.campanologia.org ricorda che La dinastia dei Mazzola di Valduggia (VC) inizia verso la metà del 1400. L’albero genealogico però viene espresso chiaramente dal 1546… prova della pre-esistenza di Mazzola fonditori è rappresentata da una campana del 1475 (già descritta).

La dinastia dei Mazzola per il periodo che interessa il nostro studio: Dal 1546 al 1580 –> Francesco Mazzola. Dal 1580 al 1617 –> Giuseppe Mazzola, figlio di Francesco. Dal 1617 al 1657 –> Giovan Battista e Giorgio Mazzola, figli di Giuseppe. Dal 1657 al 1690 –> Giovan Pietro Mazzola, figlio di G.Battista e Giovan Battista Mazzola, figlio di Giorgio. Dal 1690 al 1720 –> Giuseppe Mazzola, figlio di G.Pietro Giorgio e Francesco Mazzola, figli di G.Battista.

Si ricorda per l’anno 1576 la rifusione del campanone della cattedrale di Fermo da parte di Giovanni Battista Iorde, di Chivasso, ma residente nella città marchigiana.

CUZZONI: Ad Arona era attivo il fonditore in bronzo di campane e bombarde Mastro Antonio, che, in collaborazione con Stefano Da San Martino (Siccomario), realizzò la campana del Comune di Baveno prima del 1479. Mastro Antonio, in una supplica al Capitano di Giustizia di Milano del 15 marzo 1490, attendeva ancora con Mastro Stefano il termine del pagamento della campana (pari a Lire 24), nonostante una sentenza a suo favore del Podestà di Arona del 15 marzo 1479; il documento dice che Mastro Antonio era creditore “pro mercede de la fabricatione de la campana facta per esso Mastro Stefano et dicto Mastro Antonio al Comune et alli homini de Baveno.

Guglielmo di Montaldo. A Montaldo risulta essere attivo il fonditore Guglielmo, che produsse nel 1291 il campano maggiorene del palazzo comunale di Genova.

Origine della Famiglia Valduggia, sec. XV – XX. Valduggia è un piccolo centro nella bassa Valsesia, noto in gran parte del mondo come il “Paese delle campane“.

Infatti in questa località la fusione delle campane costituisce una delle sue prerogative dai primi secoli del millennio.

Mastro Pietro Antonio (De Ast). Ad Asti, presumibilmente, era attivo il fonditore in bronzo di campane Mastro Pietro Antonio, che, nel 1447 produsse l’allora campana maggiore del concerto antico del duomo di Lodi. Tale campana, rotta nel 1934, è ora conservata nel museo civico. Mastro Pietro Antonio era sicuramente oriundo di Asti, in quanto l’iscrizione trovata sulla campana, “De Ast”, etimologicamente deriva dal toponimo della città, che dal tardo ligure “ast” significa altura.

Campanaria (aprile 2013) ricorda Domenico Cozzetti e figli nel Seicento.

 Da demo.palazzomadamatorino.it: Simone Giuseppe Boucheron nato a Orléans morto a Torino 1681, fuse nell’anno 1670 una campana per l’orologio della torre di mezzodì del palazzo madama di Torino: FVNDI IVSSIT ANNO SAL. MDCLXX ». «SIMON BOVCHERON MA FAITE».

Dal sito http://www.ilpalio.org/campanone: Il Campanone della Torre del Mangia. – Esisteva già per l’avanti in detta torre una campana, la quale mandando un cattivo suono, fu dai cittadini chiamata col nome spregiativo di Campanaccio. Affine di oviare a tale inconveniente venne in animo ai Senesi di rinnovarla e a questo scopo ne allogarono la costruzione ad un tal maestro Antonio Ceranini di Novara che assunse il lavoro; ma sia per la poco stabilità del terreno sul quale pretendeva di fonderla o per la cattiva qualità della lega, non riuscì nell’intento e fu costretto a rifonderla nuovamente, il che accadde ai di 3 ottobre 1633. Ma anco questa campana non riuscì perfetta e come l’altra si acquistò il nome di Campanaccio.

 

LIGURIA

Daniela Gandolfi: L’intensificarsi delle ricerche archeologiche in Liguria come altrove, l’estesa applicazione di interventi di archeologia preventiva, il diffondersi di sempre più raffinate tecniche nei prelievi stratigrafici e nelle analisi archeometriche, ha comportato anche l’acquisizione di tracce archeologiche meno monumentali e più sfuggenti, di cui i resti di fornaci per la fusione di campane sono un esempio. In Liguria si conoscono numerosi casi che riguardano l’intera regione e che interessano in prevalenza complessi religiosi ma anche strutture pubbliche, per un arco cronologico compreso tra il X-XI e il XVIII secolo.

[PDF]  XIX secoloFreeForumZone, abbiamo la notizia del magister campanarum Giuliano di Montaldo XIII secolo Genova Fuse nel 1291 una campana per la torre del Palazzo del Comune di Genova: dovrebbe essere la campana più antica della regione.

Dal sito internet della fonderia Picasso: La nostra Fonderia nasce intorno alla seconda metà del 1500. Il primo documento in nostro possesso, datato 1594 (nella foto), è stato trovato negli archivi parrocchiali della chiesa di S. Bernardo alle Cascine a Sestri Levante, nei quali si parla di una fornitura di campane commissionate agli allora Fratelli Picasso di Avegno.

Si hanno notizie del magister campanarum Picasso Gian Pietro di Avegno (GE): fuse nel 1535 per una chiesetta dell’entroterra di Sestri Levante e nel 1594 per la chiesa di S. Bernardo della Cascina a Sestri Levante.

Cuzzoni: Giuseppe Domenico Cascione Secoli XV-XVIII. Fonditori di campane. Sul campanile di Diano Aretino vi sono tre campane: LIBERA NOS DOMINE 1782/ A FULGURE ET TEMPESTATE – D C F (Dominicus Cascionus fecit). Molto curiosa e particolare unico nella vallata, la raffigurazione a tutto rilievo di un geco posto sopra l’iscrizione.+ CHRISTUS VINCIT REGNAT IMPERAT XPTUS AB OMNI MALO NOS DEFEN – S. MARG / ARITA / ORA PRO / NOBIS – ANNO / A PARTU / VIRGINIS/ 1782 – I.D.C.F. (Joseph Dominicus Cascionus fecit).+ S. DEUS S. FORTIS S. ET IMMORTALIS – MISERERE NOBIS 1782.

Le tre campane sono state fuse da Giuseppe Domenico Cascione appartenente ad una famosa famiglia di fonditori, di probabile origine svizzera (Lucerna) trasferitosi in Liguria almeno dal XV sec. a Borgomaro e Taggia, che ha lasciato una testimonianza della propria opera in molte chiese della zona.

Famiglia Gioardi. Secoli XV/XVII. Famiglia di Fonditori di campane, che avevano l’officina e l’abitazione a San Marco presso il Molo. Fra il 1529 ed il 1539, vennero provate ben tre campane, per la torre del Comune di Genova.

A Genova era attivo Domenico Ramone “(monogramma del fonditore: D. R. – ANNO xxxx)”, nell’arte di fondere il bronzo per campane e soprattutto cannoni, dalla prima metà del secolo fino a circa il 1672.

Famiglia Rocca Secoli XVII-XVIII. Fonditori di campane. “ALOYSIVS ROCCA FECIT MDCCXLVII” “Luigi Rocca è l’ultimo rappresentante di una famiglia di tecnici-imprenditori attiva nella produzione di bocche da fuoco in bronzo e di campane, a partire dalla seconda metà del Seicento.

Giuseppe Rocca (1645-1702)  “Il nonno Giuseppe era figlio di un povero pescatore trasferitosi a Genova dalla vicina Riviera di Levante (forse da Chiavari), aveva compiuto il suo apprendistato nella fonderia di Domenico Ramone, e quando quest’ultimo era stato assunto come fonditore camerale della Repubblica di Genova nel 1665, lo aveva seguito in qualità di “paghetta”, cioè come aiutante stipendiato”.

Nel 1511 e 1527 fonditore a Sarzana,  mastro Agostino di Tartarino del Borghetto, è rammentato altrove come fonditore delle campane di Massa Ducale.

Tomaso (da Sarzana) Secolo XVII. Fonditore di campane. Fr. Tomaso da Sarzana, «essendo stato maestro al secolo», aveva appreso una «grande abilità in fondere campane» ed era «inclinatissimo in simile esercizio». Da frate «seguì il suo istinto». Solo che non sempre agiva «col merito di santa ubbidienza». Mal gliene incorse, al dire dell’antico cronista. Gli venne un grosso gonfiore ad una gamba… proprio sotto «forma di una campana.

Furono comunque opera sua la campana maggiore di S. Andrea della sua patria, fusa «con lo stemma della città» nel 1678. Nella stessa chiesa, qualche anno dopo, installò anche «il nuovo orologio». Anche per la matrice di Sanremo egli fuse, lavorando nei fondi del convento, un «campanone » del peso di «ventisette cantari e quattro rubbi, che venne poi innalzato sul campanile nel febbraio 1686.

Guglielmo di Montaldo A Montaldo risulta essere attivo il fonditore Guglielmo, che produsse nel 1291 il campanone del palazzo comunale di Genova.

Fonditori nati in Liguria, ma operarono in Lombardia (vedi): Giorgio Albenga, nativo di Trino Monferrato (Vercelli). Tibaldo Albenga forse un fratello di Giorgio, ed un Giovanni Andrea Albenga, nativo di Sant’Albano (Mondovì), forse suo figlio.

Luca Chiavegato, per la Campana Seconda, della Basilica Palatina di Santa Barbara in Mantova, ricorda: Anno di fusione 1589 Fonditore Giorgio Albenga: GEORGIVS ALBENGA FONDITOR.

Albenga fuse altre 2 campane nell’anno 1590 e nel 1593 (a Ferrara o Mantova).Sono ricordati Tibaldo Albenga, attivo anch’egli nel Mantovano tra il 1588 ed il 1591, forse un fratello di Giorgio, ed un Giovanni Andrea Albenga, nativo di Sant’Albano (Mondovì), forse suo figlio.

 

LOMBARDIA

Elisabetta Neri in Magistri campanari e committenti: riflessioni su alcuni contesti della Lombardia: Le fornaci per campane e le fosse di fusione di ambito lombardo documentano l’impiego della tecnica della falsa campana in argilla -codificata da Biringuccio nel XVI sec.- e quella della falsa campana in cera –codificata da Teofilo nel XII sec. fin dall’età carolingia. Un significativo spaccato di questo processo viene fornito dal caso di S. Vincenzo a Galliano (CO), dove dietro un impianto produttivo di XI sec. è possibile riconoscere la nota figura di Ariberto da Intimiano. L’interessante contesto di IX sec., messo in luce forse all’interno della chiesa di S. Martino a Lonato, guida a riflettere su quali possano essere i marker archeologici di un gruppo di maestranze.

Bernazzani ricorda Tommaso e Ottobello da Lodi: nell’anno 1281 fusero una campana di San Pietro a Piacenza: MCCLXXI / OTOBELLUS THOMAS EIUS FRATER DE LAUDE ME FECERUNT.

Ambrosius de Colderaris realizzò nel 1352 la campana del broletto di Milano, oggi al Museo del Risorgimento. Il cognome deriva dall’attività originariamente svolta, la produzione di suppellettili, probabilmente con specializzazione nella realizzazione di paioli e calderoni (come ribadisce il marchio impresso sulla campana, con l’immagine di un caldaio e l’iscrizione Sculzar de Colderarii).Ed ancora: Sulla campana di Ambrogio de Colderari si legge: MCCCLII magister Ambrosius de Colderaris fecit hoc opus.

Il cognome deriva dall’attività originariamente svolta, la produzione di suppellettili, probabilmente con specializzazione nella realizzazione di paioli e calderoni (come ribadisce il marchio impresso sulla campana, con l’immagine di un caldaio e l’iscrizione Sculzar de Colderarii).

Dei Colderaris da Campanaria (aprile 2013): la prima grande famiglia di fonditori milanesi era i Colderari (o Calderari) le cui prime notizia risalgono al 1335, quando Gasparo de’ Colderari fuse una campana per l’Abbazia di Morimondo. Cinque anni (1340) più tardi lo stesso fuse una campana per la chiesa di San Cristoforo in Lodi. Ma l’opera più nota di questa famiglia è la campana del comune, detta “Il Campanone” che durante le Cinque Giornate di Milano (marzo 1848) suonò a gran voce finché l’ultimo giorno venne colpita da una palla di cannone e rimase incrinata. La campana, fusa nel 1352 da Ambrogio de’ Colderari (MCCCLII MAGISTER AMBROSIUS DE COLDERARIS FECIT HOC OPUSA), è tutt’ora conservata nel Museo Civico del Risorgimento a Milano.

Circa 3 secoli dopo, dal sito Campane della Valtellina e della Valchiavenna (censimento), abbiamo notizie per il comune della Valdidentro-Semogo di 2 campane nella chiesa di San Carlo Borromeo: la 1^ fusa da G. Hauser Sterzing (Vipiteno-Sud Tirolo) nell’anno 1571; la 2^ fusa nell’anno 1625 per la chiesa di San Carlo Borromeo di Valdidentro-Semogo da Giacomo Calderari e Orazio Imeldi di Bormio: OPVS IACOBI IS ET ORACII IMELDI MDCXXV ed un’altra campana venne fusa nell’anno 1634 per chiesa di San Bartolomeo apostolo di Valdisotto-San Bartolomeo de Castelaz.

Nell’anno 1612 Giacomo Calderari, aveva collaborato con Giovan Pietro Venosta per la fusione di una campana per la chiesa di San Michele e Santuario Madonna della Biorca di Sondalo-Grailè (SO): SANCTA MARIA ORAPRONOBIS IO PETRUS VENOSTA ET IACOBIS DE CALDERARIIS B F MDCCXII.

Nell’anno 1625 Giacomo Calderari di Bormio fuse una campana, conservata nel Museo Civico di Bormio: OPUS JACOBI DE CALDERARIS AD HONOREM ET LAUDEM SANCTI FRANCISCI ORA PRO NOBIS MDCXXIIIII.

In Tirano, ex chiesa di San Giacomo esiste la campana fusa da Claudio della Pace di Huilliecourt nell’anno 1578; Cristoforo Calderari (parente di Giacomo?) di Bormio, fuse nell’anno 1654 per la chiesa parrocchiale di San Pietro Martire di Tirano-Baruffini e nell’anno 1669 per la chiesa parrocchiale di Sant’Antonio Abate di Villa di Tirano-Motta.

A Piuro-Sant’Abbondio, Museo degli Scavi, è conservata una campana fusa da Giovanni Enrico (Iohannes Henrich) di Lorena nel 1589.

Beltrami Luca in La campana delle otto finestre della Basilica di Sant’Andrea di Mantova: Si tratta della campana fusa nel 1444 ed è famosa per la singolarità di essere traforata da otto finestre, singolarità della quale non sapremo trovare una facile ragione.

Di questa campana, scrive Beltrami, così parla il Donesmondi Francesco a pag. 379 dell’opera sua: Dell’Istoria ecclesiastica di Mantova edita nell’anno 1613: << Guido Gonzaga in questo mentre (1444), come abate e perpetuo commendario di Sant’Andrea, avendo veduto poco servisse la campana di Sant”Andrea, che già l’anno mille del Signore fu fatta fare dalla contessa Beatrice, fattala disfare ne fece un’altra ben grande, con otto finestre etc.. Da una descrizione fatta da certo Rampoldi rileviamo il testo dell’iscrizione così concepito: GUIDO GONZAGA PRAEPOSITUS ECCLESIE MAJORIS MANTUAE PROPRIS MANIBUS FECIT HAC CAMPANAM IN HONOREM PRETIOSI SANGUINIS CHRISTI, TEMPORE ILLUSTRI DOMINI JOHANNIS DE GONZAGA PRIMI MARCHIONIS MANTUAE – ANNO DOMINI MCCCCXLIV.

Lanfredo Castelletti, Eleonora Guggiari in Analisi archeometriche sui frammenti di stampo e sui carboni residui: Uso di tempere, sgrassanti ecc. nella fabbricazione degli stampi per fornace di campane: Lo studio di alcuni stampi di campane da Lonato (Brescia) IX secolo, San Vincenzo di Galliano (Como) XI secolo, Sclavons (Pordenone) XIV secolo, Illasi (Verona) XV secolo alla ricerca di smagranti organici utilizzati per l’impasto della forma e dei carboni residui della combustione avvenuta nella fornace, nonché l’esame di casi di studio analoghi eseguiti nel PiterLaboratorio di Archeobiologia dei Musei Civici di Como, consentono un primo approccio alla questione di una maggiore o minore uniformità tecnica nel tempo e nello spazio dell’una e dell’altra operazione.

Valeria Bevilacqua (Arché sc) in Campane in archivio evidenzia l’importanza degli archivi storici locali, parrocchiali e comunali: Ogni archivio comunale dispone di un archivio storico almeno a partire dall’unità d’Italia. La documentazione dell’Archivio storico del Comune di Casei Gerola, in provincia di Pavia, risale al secolo XVI, ed è nella serie Deliberazioni del Consiglio comunale che sono conservate le carte relative alla costruzione e manutenzione della campana della Collegiata.

Gabriele Sartorio si è interessato allo studio del monastero di Sant’Ambrogio, fondato nel 784 e provvisto di due campanili; nella cella campanaria della torre, di sicuro innalzamento successivo come testimonia la tessitura muraria, trova posto una sola campana, risalente al 1582.

Stefania Jorio in Un impianto di fusione di campana a Monza: Il ritrovamento è avvenuto nell’ormai lontano 1991 nell’ambito dello scavo dell’area destinata ad accogliere una nuova sezione del Museo del Duomo di Monza. Documenti di archivio indicavano che l’area, presumibilmente a partire dal XII secolo, era stata occupata da abitazioni del clero tra cui il Palazzo dell’Arciprete. E, proprio all’interno di uno degli ambienti di quest’ultimo, una volta cessato il suo uso residenziale, venne realizzato l’impianto di fusione di una campana.  E’ possibile che la campana fosse destinata proprio alla torre campanaria del Duomo, eretta tra la fine del ‘500 e i primi anni del ‘600.

Cuzzoni: A Brescia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1571, la Famiglia Cattaneo che produsse il  campanone della torre comunale di Genova.

A Crema esisteva, nel settore della fusione di campane, l’importante Famiglia Crespi. Questa dinastia, il cui primo lavoro risale al 1498, è originaria di Crema che faceva parte della repubblica di Venezia.

A Verona Domenico fuse, tra le altre opere, un bellissimo concerto di cinque campane, tuttora funzionanti sul campanile di San Fermo Maggiore, presso cui aveva laboratorio. Concerti degni di nota sono anche quelli di Cerea e Castelrotto.

A Garbagnate era attivo il fonditore in bronzo di campane e bombarde, Giovanni da Garbagnate che collaudò una campana di Antonio De Boschi nel 1469. Giovanni Da Garbagnate era al servizio degli Sforza per i quali produsse spesso bombarde e una campana per il castello sforzesco di Milano nel 1465.

A S. Martino (Siccomario) era attivo il fonditore in bronzo di campane Stefano Da San Martino, che, in collaborazione con Maestro Antonio di Arona, aveva realizzato la campana del Comune di Baveno prima del 1479.(vedi Piemonte)

De Andrei Milano, sec. XVII. Fonditore di campane. Lavorò a Biasca nel 1680 e a Giornico nel 1682.

Nel XV secolo era attiva a Milano il fonditore Antonio de’ Boschi. Nel 1469 produsse la campana della Scuola di Santa Maria di Vaprio, che fu collaudata da Giovanni da Garbagnate, come riporta il rogito del 11 dicembre 1469, del Notaio Zunico, in Archivio Notarile di Milano.

Cuzzoni: Lorenzo, Jacopo, Antonio de Mirra. A Milano, nel XVI secolo, era attiva la Famiglia de Mirra (etimologia originaria: de Mirris, probabilmente trascritta in forma plurale). Notizie del cognome di questi fonditori: Cognome squisitamente campano della fascia che da Caserta arriva a Salerno (vedi regione Campania), deriva dal nome medioevale Mirra. Mirra viene citato, ad esempio, da Dante nell’Inferno: “…Quell’è l’anima antica / di Mirra scellerata, che divenne / al padre, fuor del dritto amore, amica. …”.  Tracce di questo cognome si trovano in Lombardia, nel varesotto, nel 1500 in un atto si legge: “… “alla cassina di Monsei dove anche tiene cassina il S.r Giulio Cesare Pozzo habitata da Giulio Mirra di Christoffaro si sono vedute tre stanze inferiori quali sopra havevano suo astrico con altri tre superiori…”.

Famiglia Comerio-ramo di Milano. Francesco Fuse campane per le chiese ticinesi di: Chiggiogna (1510) e per la chiesa della B. V. Maria Assunta di Caneggio. Francesco II Il 22 luglio del 1700 firmò un contratto con gli amministratori della chiesa di S. Giovanni Evangelista a Morbio Sup., impegnandosi a rifondere la campana rotta.

Famiglia Di Veneroni Pavia, XV/XVII sec. I Cittadini pavesi Giovanni Battista e Antonio Di Veneroni, fondono tre campane maggiori della Torre Civica di Pavia.  Le antiche campane della Torre civica del Duomo di Pavia. Tra le notizie più interessanti, spiccano: – 1608 – Rifusione delle tre campane maggiori (3 su 5: Campanone, Mezzanone e Campana della Predica) ad opera di GIOVANNI BATTISTA e ANTONIO DI VENERONI cittadino Pavese). Ecco l’immagine del frontespizio delle spese sostenute da Luca Sartirana, Governatore della Torre. 1676 – Rifusione campana dello “Studio Universale” (forse la più piccola, di rubbi 56; 1 rubbo = 9,85 kg) ad opera di TEODORO GIRARARDO di Lodi.

La famiglia Fanzago, il cui nome apparve per la prima volta a Clusone nel 1360, si contraddistinse per ben quattro secoli nella località seriana per uomini di scienza, artisti, architetti, ingegneri, meccanici e, soprattutto, valenti fonditori di metalli.

Senz’altro degno di nota fu Pietro, figlio di Antonio Marino (il fonditore delle campane per la torre civica di Bergamo), erede dell’arte paterna e maggiormente noto per gli studi matematici e le opere di ingegneria meccanica: basti pensare, infatti, allo splendido orologio planetario realizzato a Clusone nel 1583, all’invenzione dei cavafanghi, gli antenati delle moderne draghe, e alla sua chiamata a Venezia per la riparazione dell’Orologio posto nel 1493 sulla torre di Piazza S. Marco. Il Fanzago fu anche un noto fonditore di campane tra cui, a titolo informativo, ricordiamo quella per la parrocchiale di Ponte S. Pietro e quella per il monastero di Torre Boldone. Alla sua morte, il 3 gennaio 1589, Pietro lasciò due figli, Antonio Marino e Ventura. «Ambedue continuatori della tradizione artistica del padre, lavorarono a lungo insieme mantenendo la consuetudine di apporre tutti e due i nomi sui bronzi da loro creati, come risulta dalle opere ancora esistenti specialmente nel Bergamasco. Dei fratelli Fanzago conosciamo oggi la campana mezzana per la Basilica di Clusone, quella per la parrocchiale di Caravaggio e quella proveniente dalla chiesa di Colzate.

Da sito Madonna del Piano – Campanevaltellina.it: Bianzone-Madonna del Piano Santuario della Beata Vergine Assunta: campana fusa da Antonio e Ventura Fanzago di Clusone (BG) 1609. Nel marchio della fonderia: ANT AC VENT FRAT FANZAGHI DE CLVSONO OPUS.

Cuzzoni: Il 14 giugno 1620, alla presenza del notaio Fantino Donati e di sei testimoni, venne affidata a Ventura Fanzago la fusione di due campane per la chiesa parrocchiale di S. Martino oltre la Goggia. Si può supporre che nell’impresa fosse aiutato anche dal fratello, non citato nella formula contrattuale. In tal caso potremmo immaginare che le campane portassero come dicitura “Antoni Marini ac Ventura fratrum de Fanzagis opus”, anziché la più semplice “Ventura Fanzagi de Clus. opus”.

Teodoro Girardo. Lodi, XVII sec. Girardo fonde la campana dello studio universale a Pavia, nel 1676.

A Mantova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1660 Alessandro Grossi.

La Famiglia Mainone o Mainoni?. Nelle ricerche attuali (febbraio 2013) risultano due fonditori di campane riportati negli archivi di diverse parrocchie (o oratori), con il cognome “Mainone” (Natale) e “Mainoni” (Ambrogio). Ambrogio di Milano, risulta esercitare la professione di fonditore dalla fine del Seicento fino ad almeno metà del Settecento. Natale, è definito milanese “Professore di Campane“, in un registro di Bottanuco il 18 luglio 1786, che possedeva una fonderia da 34 anni. Appare abbastanza difficile che si possa trattare di due fonditori non appartenenti alla stessa famiglia, quindi – in attesa di ritrovare dettagli più specifici sull’evoluzione del cognome in qualche altro archivio parrocchiale – si riassumono le notizie storiche finora ritrovate.

Ambrogio Mainoni Milano, XVII-XVIII sec.. Fonditore di campane attivo dalla Fine del Seicento ad almeno metà del Settecento. Sue opere note: 1697 – Civo / Caspano (SO) – etc..

Nicolò Morelli Secolo XVII. Il 7 giugno 1667 nella terra della Piazza, alla presenza del notaio Gianmaria Donati e di 4 testimoni, Nicolò Morelli campanaro habitante a Bergamo a richiesta di D. Pietro Tognalino sindico et deputato del comune della Piazza si conviene di far cioè regettar la campana maggiore della Chiesa di Santo Bernardo di detto comune. Anche in questo caso il Tognalino, come era avvenuto per i Fanzago, si impegnava a somministrare tutta la materia e il metallo necessario per la refatione di detta campana (…) como anche un manoale o più che bisognasse. Il Morelli, dal canto suo, garantiva la fusione della campana in buona forma et laudabile a giuditio di periti, assicurando di mantenerla per un anno continuo doppo la refatione di essa non dovendo però quella esser sonata fuori di modo, ma solo per gli bisogni ordinarij. Nel caso che non riuscisse che Dio non voglia tal refatione o si rompesse nel termine di un anno, il Morelli avrebbe dovuto procedere alla fusione di un’altra campana.

Andrea Scolari A Mantova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1517.

Di Breno Valcamonica era Ambrogio Soletti, capostipite della famiglia Soletti, insieme con Gaetano I suo fratello minore e Giovan Battista, Giuseppe, Marco e Pietro sono suoi figli, fusero fine XVII secolo.

A Brescia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1640, la Famiglia Raineri.

Nicolao Sottile (Subtilis) Sec. XVII. Fonditore di campane. Fuse una campana per la chiesa di Pazzalino nel 1620 e in collaborazione con Desiderio Bonavilla fece una campana per la chiesa di Ponto Valentino nel 1633.

Giovanni Pietro Sottile (Subtilis) Sec. XVII. Fonditore di campane. Fece una campana nel 1652 per la chiesa dei SS. Giorgio e Andrea a Carona. In quel periodo risiedeva probabilmente a Maroggia, prima del 1667 si trasferì a Varese dove, nel 1676 fuse una campana per la chiesa di S. Maria dei Miracoli a Morbio Inf..

Francesco Sottile (Subtilis) Sec. XVII. Fonditore di campane. La sua famiglia, originaria di Lothringen (Lorena), si trasferì prima a Lucerna e poi a Varese. F. S. fece nel 1666 una campana per Leontica in collaborazione con C. A. Bonavilla, una per Claro con Carlo Brambilla e rifuse una campana della chiesa di Torello. Queste campane sono le sole che ha fuso per le chiese svizzere.

Nicolao Sottile (Subtilis) Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane. Secondo di questo nome, fu attivo nel Ticino dal 1676 al 1717 con diversi lavori eseguiti in particolare nel Sopraceneri.

Giovanni Battista Sottile (Subtilis) Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane. Fonde nel 1683 una campana per la chiesa della Madonna del Rosario a Besazio. Nel 1706 fonde le campane di S. Lorenzo a Lugano dove ritornerà per ripararle nel 1716. Due anni più tardi rifonde la campana più piccola della chiesa di S. Maria dell’Ospedale a Lugano e nel 1719 rigetta la campana grossa delle chiesa di Laveno.

Antonio Valle Pavia, XVI/XVIII sec. Antonio, miglior fonditore della dinastia dei Valle, è attivo a Pavia e provincia tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Un’antica campana del 1704, non più esistente, fu prodotta per l’Oratorio di San Rocco a Lomello. Nel 1708 fuse una campana (esistente) per l’Oratorio di San Rocco a Lomello.

A Brescia esisteva, nel settore della fusione delle campane, nel 1571, la Famiglia Cattaneo che produsse il campanone della torre comunale di Genova.

A Brescia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1670, la Famiglia Viviani.

Da http://www.FreeforumZone.com: Faletti. XVI secolo. Cremona. Francesco fonde nel 1583 la campana ora sulla torre civica di Commessaggio (MN). Brandimante fonde nel 1595 una campana per la chiesa della Santissima Trinità di Bozzolo (MN).

Roberto Caimi in Como, Campione d’Italia, Edolo: Gli scavi di alcune fosse di fusione per campane: Si presentano tre esempi di scavo archeologico di alcune fosse di fusione per campane. Il primo scavo si è svolto nel 1990/91 a Como, nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, in via Regina, poco distante dalla basilica di S. Abbondio. La chiesa di forme romaniche poggia sui resti di una più antica basilica a croce latina di grandi dimensioni. Lo scavo ha individuato, oltre alle varie fasi d’uso della chiesa romanica e di quella precedente, anche una fase di utilizzo dell’edificio a scopi artigianali. Intorno al XVI secolo infatti la chiesa perde la sua funzione liturgica e per un breve periodo diviene sede di una officina. Una grande fossa situata al centro dell’aula è stata adibita come alloggiamento per le matrici di diverse campane. In questo contesto si sono rinvenute diverse tipologie di appoggi per le campane e diverse tipologie di cottura e colata del metallo.

Interessante sono 2 famiglie di fonditori: i Quadrio di Ponte in Valtellina ed i Quadrio di Chiuro, illustrate dal sito Quadrio di Chiuro Fonditori FONDITORI VALTELLINESI ….. campanevaltellina.it/fonditori/quadrio.php: Gregorio Quadrio di Ponte in Valtellina: fuse nell’anno 1591 una campana per la chiesa di S. Martino in Bianzone (SO). Nel 1593 la fabbriceria parrocchiale stipulava un contratto con Gregorio Quadrio e con i figli Bartolomeo e Giovan Pietro, di Ponte, per la rifusione della campana maggiore. Per l’anno 1605 una campana della chiesa di S. Antonio abate, già della chiesa di S. Lorenzo, viene attribuita a tale Quadrio di Ponte in Valtellina. Un fonditore di cognome Quadrio, prosegue il sito, si trovava già all’inizio del XVII secolo a Ponte in Valtellina. Di seguito sono riportate le uniche due fusioni per ora conosciute. 1611 Bartolomeo fuse in CH-Poschiavo (GR) con l’iscrizione: MARIA ORA PRO NOBIS – BARTHOLOMEUS QUADRIUS PONTENSIS VALTELINE FECIT 1611. 1627 Bartolomeo fuse in CH-Brusio (GR): + SANCTE REMIGI ORA PRO NOBIS 1627. In un cartiglio: BARTHOLOMEUS QUADRIUS PONTENSIS VALTELINE FECIT.

La Famiglia Quadrio di Chiuro: 1696 Giovanni Giacomo fuse una campana in Valmalenco, frazione di Primolo, poi rifusa (da: campanevaltellin.altervista.org) nel 1699 da parte di Paolo Antonio Gaffori di Poschiavo. Giovanni Giacomo fuse ancora: nel 1697 in Castello dell’Acqua e nell’anno 1699 con Stefano Nesina fuse in Grosio e nell’anno 1702 in Sondrio, frazione di Ponchiera.

Il citato Paolo Antonio Gaffori era originario di Poschiavo (Svizzera, Cantone dei Grigioni) attivo nell’ultimo quarto nel XVII secolo nelle valli delle Tre Leghe dei Grigioni cui la Valtellina -all’epoca- era soggetta. Di Paolo Antonio Gaffori di Poschiavo il sito Le campane di Villa di Tirano-chiesa S. Antonio ricorda la campana fusa nell’anno 1692; campanevaltellin.altervista.org dà notizia della fusione nell’anno 1693 di una delle 3 campane del Santuario della Santa Casa di Loreto di Tresivio (SO).

Nel 1653 Francesco Comoli di Como rifondeva quella maggiore, che nel giugno 1665, veniva nuovamente rifusa dal lorese Pietro Sottile (vedi in seguito Sottile). Contemporaneamente fece una campana per il comune di Villa. Il Sottile viene annoverato fra i numerosi fonditori provenienti dalla Lorena (Francia) che operarono in provincia di Sondrio, di cui cinque (Sottile) in Valchiavenna: due (Sottile) a Mese, altrettanti a Chiavenna e uno (Sottile) a Piuro, nel 1598. Di nuovo la maggiore nel 1697 era fessa e quella piccola minacciava di fare la stessa fine, per cui venivano entrambe rifuse da Andrea Balabene di Bergamo. Nel 1705 il campanone andava rifatto un’altra volta….; ci si rivolse ancora ai Comolli, rilevata da Nicolò essendo morto il padre Francesco.

Dei Comolli, Cuzzoni ricorda Francesco Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane comasco. Fuse campane per Coldrerio (1680), Mendrisio (1737), Sorengo (1741), Coldrerio (1743), Vacallo (1744), Agno (1749) e Contra (1758); e Nicolao Comolli. Sec. XVII-XVIII. Fonditore di campane comasco. Fuse diverse campane per le chiese ticinesi tra il 1688 e il 1732.

Campanaria (aprile 2013): […]; risale infatti al 1382 la prima testimonianza scritta della presenza di un fonditore di campane a Crema, tale Cremaschino.

Altre notizie: Fonderia Crespi di Crema, una delle più antiche e importanti fonderie

italiane che vede risalire le sue origini al 1498.

Padovani in Campanologia. Org: Petrus Sermund di Bormio nell’anno 1558 fuse una campana per Lana di Sotto (BZ) ed in Forma Manieristica Bolzanese e Forma Barocca Brissinese: Nel 1561 venne installata una campana in RE3, tuttora funzionante, opera dei fratelli Caspar e Petrus Sermund di Bormio, fra i primi ad introdurre la forma Manieristica classica a Sud delle Alpi. […], mentre un altro membro della famiglia di fonditori, Franz Sermund, realizzò nel 1583 una famosa campana per la Cattedrale di Berna, la “Mittagsglocke”.

Bruno Orlando in Cronologia documentaria ….: 1567 AOSTA. Il valtellinese Francesco Sermondi fonde la campana maggiore della cattedrale; nel 1569 GRAN SAN BERNARDO. Francesco Sermondi fonde una campana per l’ospedale.

Gabriele Antonioli in La fonderia di campane Giorgio Pruneri di Grosio: A partire dal Cinquecento cominciano ad essere segnalati alcuni fonditori locali che si cimentano in tale attività. Sempre circoscrivendo l’analisi all’ambito dell’alta valle, si possono ricordare i Sermondi, famiglia bormina che diede i natali a un certo Pietro, operante dal 1552 al 1559, la cui produzione viene segnalata in alcune chiese del Tirolo come Haffling, Lana e Tresero. L’attività intrapresa dai Sermondi fu esercitata pure dai Calderari, anch’essi di Bormio, i quali, come denota lo stesso cognome, inizialmente si erano applicati alla produzione di caldaie e recipienti di rame. Forse già precedentemente avevano praticato l’arte fusoria ma solo a partire dagli inizi del Seicento tale attività è attestata specialmente con Giacomo e Cristoforo. Il primo operò dal 1605 al 1655 in particolare presso la Madonna dei Monti in Valfurva, il santuario della Beata Vergine delle Grazie di Grosotto, la chiesa di San Bartolomeo e la collegiata di Bormio. Il secondo, la cui attività è circoscritta tra il 1652 e il 1674, lavorò anch’egli per il santuario di Grosotto e rifuse la Baiona di Bormio.

Anche i Trabucchi, originari di Semogo, ebbero in Antonio un valente fonditore. Egli, pur avendo lasciato testimonianze della sua attività in loco con la fusione dei sacri bronzi della chiesa di San Carlo a Semogo e di San Lorenzo a Bormio, lavorò in prevalenza nel Trentino, avendo acquisito nel 1661, in Trento, l’officina del fonditore Giovanni Schaler di Bolzano.

Per completare il panorama dei fonditori locali operanti in alta valle dobbiamo aggiungere il battirame di Grosotto Mattia Landolfi i cui tentativi, a onor del vero, sortirono esiti a dir poco velleitari. Le vicissitudini accorse al Landolfi che, dopo questa esperienza fallimentare, credo si sia limitato a fabbricare paioli, meritano di essere ricordate non per il gusto di infierire ma perché si tratta di inconvenienti che sovente capitavano non solo per l’imperizia dei fonditori ma anche per le precarie condizioni ambientali dove si effettuava il getto. Nel 1640, siccome la fusione effettuata nell’anno precedente dai lorenesi Giovanni Picquey e Giovanni Bonavilla non era riuscita gradita alla comunità di Grosotto, Mattia Landolfi ricevette l’incarico di rifondere il campanone del santuario di Grosotto, in società con mastro Cristoforo Calderari. L’esito fu favorevole ma mentre la campana veniva issata si ruppe, forse per colpa del figlio di mastro Mattia. Il Landolfi procedette, a sue spese, a una nuova fusione che però non dette gli esiti sperati e nel 1642 dovette rivolgersi nuovamente a Giovanni Bonavilla (vedi in seguito) che, in compagnia di mastro Dionisio de Filippi, finalmente concluse l’opera in maniera soddisfacente. Per avere un’idea delle spese che si incontravano in una fusione come questa basti ricordare che, dopo aver predisposto il modello e aver procurato il metallo necessario, attorno alla fornace lavorarono tre persone per venti giorni bruciando 24 carri di legna. […].

Benché al giorno d’oggi i Pruneri siano ampiamente presenti in Grosio e il cognome sia portato da poco meno di duecento persone, essi non sono di origine locale né tanto meno valtellinese.

I Pruneri di Valtellina sono originari dell’Alto Adige. Il capostipite Filippo Pruner di Lana lo troviamo presente in Bormio verso la metà del Seicento.[…]. Filippo ebbe quattro figli: Giovanni e Simone rimasero nel Bormiese ed ebbero discendenza fino agli inizi dell’Ottocento; Cristoforo e Giovanni Abbondio si stabilirono invece a Grosio. Cristoforo, o Cristian, era lapicida di talento e, come tale, lavorò nella fabbrica del campanile del santuario di Grosotto e nell’erezione del santuario della Santa casa di Tresivio, tuttavia la sua maggiore attività la svolse nella costruzione della chiesa di San Giuseppe di Grosio, iniziata nel 1626 ma conclusa solo nel 1674. […]. L’attuale dinastia dei Pruneri ha però il suo capostipite nel più mite Giovanni Abbondio, fratello di Cristian, il quale, con il figlio Giacomo, scese da Bormio e si stabilì in Grosio nel 1696. […]. I Pruneri mantennero anche nel diritto successorio un tratto della cultura tirolese applicando con una certa costanza l’istituto del maso chiuso, in particolare nella gestione della fonderia.

La fioritura di fonditori locali che aveva caratterizzato l’alta valle per tutto il Cinquecento e il Seicento, sul finire del XVII secolo andò scemando.

Se escludiamo Giacomo Quadrio di Chiuro, documentato nel 1705, e mastro Stefano Merri di Grosotto che nel 1800 fonde una campana per la chiesa di San Giuseppe in Grosio, nel corso del Settecento troviamo operanti nelle pievi di Mazzo, Grosio, Sondalo e Bormio solo maestranze provenienti da fuori provincia.

In questo ambito territoriale è documentata la presenza delle seguenti ditte: Andrea Balabene di Bergamo (1699), Teodoro Centino di Borgo Sant’Antonio di Bergamo (1699). […].

D’Andrea (II) ricorda il fonditore di metalli Gabriele Marra di Bergamo: nel 1568 fece società in Napoli con Pompeo e Vincenzo di Notaronofrio (vedi Abruzzo).

Da Campanaria (Aprile 2013), alla fine del XIV le prime notizie di un’altra grande dinastia di fonditori milanesi: I Busca. Il primo nome a noi noto della dinastia è Lanfrancolo, che nel 1399 fuse una piccola campana per il Duomo di Milano.

Dei Busca, Cuzzoni ricorda: Nel 1425 produssero il nuovo concerto della Basilica di San Lorenzo in Milano. Un nome importante della dinastia, nel XV secolo, fu Antonio, che nel 1456 fuse una campana per l’Abbazia di Viboldone. Egli venne addirittura soprannominato “Giochino” (Campanello) per la fama di ottimo fonditore che ebbe al tempo. Da allora questo soprannome venne attribuito a tutti i fonditori della dinastia. Un altro celebre esponente della famiglia fu Gerolamo, che nel 1499 fuse la campana maggiore di Santa Maria delle Grazie (non più esistente) e nel 1515 una grande campana per il Duomo di Milano (chiamata San Barnaba). La celebre cattedrale possiede tutt’ora quattro campane, tutte provenienti dal XVI secolo e dalla sapiente mano dei fonditori Busca. Un altro Antonio Busca fuse nel 1553 la piccola campana di Santa Tecla. Nel 1565 Dionisio Busca fuse le tre campane maggiori, più grandi di quella fusa nel 1515. Di queste campane nessuna è pervenuta ai giorni nostri. Una venne rifusa nel 1577 dallo stesso fonditore, intonata Si2 calante (chiamata Sant’Ambrogio), mentre le altre due vennero rifuse in un unico enorme campanone, pesante più di 6 tonnellate, fuso da Giovanni Battista Busca nel 1582 ed intonato Lab2 calante (chiamata Madonna). Giovanni Battista fu l’ultimo esponente di questa grande famiglia di fonditori Milanesi.

Con l’inizio del XVII secolo arrivarono a Milano, scrive Campanaria (aprile 2013) i fonditori Bonavilla, provenienti della Lorena. Il primo ad insediarsi in città fu Nicola, che nel 1617 e nel 1619 fuse due campane per il Santuario di Saronno.

In Milano, in quel periodo, troviamo operanti anche le famiglie di fonditori dei Mirri e degli Andrei.

I Bonavilla furono all’avanguardia per tutto il XVI secolo, con gli esponenti Giovanni, Desiderio e Pietro. Fusero diverse campane per tutta la città di Milano ed i paesi limitrofi, spesso giunte fino ai giorni nostri.

Il sito Campane della Valtellina e della Valchiavenna ricorda per l’anno 1666 Carlo Bonavilla: fuse una campana per la chiesa di Marvaglia nel Canton Ticino.

Alla fine del secolo, iniziò a lavorare a Milano Ambrogio Mainoni, che fuse campane per Santa Maria del Paradiso a Milano e per Vimercate. Il ‘700 fu il secolo dell’eccellenza per le fonderie milanesi. Nacque l’idea di fondere interi concerti di campane intonate tra loro e non più campane fuse con criteri di peso, quindi le fonderie operanti, Mainoni e Bonavilla, dovettero iniziare ad adeguarsi finché nel panorama campanario milanese apparve un nuovo fonditore: Bartolomeo Bozzi.

Campanaria ricorda: Alla fine del Cinquecento si stabilirono in Italia i Sottile.

Essi, come i Bonavilla, erano originari della Lorena. Cominciarono a lavorare come fonditori itineranti per il Canton Ticino, il Piemonte ma soprattutto l’alta Lombardia, in particolare la città di Varese. Spesso li troviamo a collaborare con i conterranei Bonavilla, come per esempio nel 1628, quando Nicola Bonavilla e Nicolao Sottile fusero la campana maggiore del Duomo di Lugano. La famiglia continuò a lavorare per tutto il Seicento e l’inizio del Settecento, anche con fusioni importanti come il concerto per la Basilica di San Vittore a Varese (Pietro Sottile, 1661). L’ultima grande campana da loro fusa fu la seconda maggiore del Duomo di Lugano, fusa nel 1710 da Giovanni Battista Sottile.

Per l’Alta Lombardia e le valli tra il Ticino e l’Adda, Campanaria ricorda che già nel XIII secolo ci sono notizie di fonditori di campane, come Blasinus di Lugano: fuse la campana ancor oggi conservata presso Voltorre di Gavirate.

Dal sito XIX secolo-FreeForumZone: dei Raineri XVII secolo Brescia, Gaetano fonde nel 1725 una campanella per l’Oratorio di Santa Maria Pomposia di Berenzi di Castelgoffredo (MN). Vivianus et Salvator filius de Reneris Canneto sull’Oglio, Chiesa del Carmine, due campane del 1683.

Mariana mantovana, Chiesa dei Cambonelli, una campana del 1700.

Ranieri Meta XVII sec. fonde in loco. Bartolomeo: originario di Bergamo, attivo a Verona.

Luca Chiavegato ricorda nella Basilica Palatina di santa Barbara in Mantova la Campana Terza Anno di fusione 1554 Fonditore Bernardino Arrigoni: BERNAR ARIGONVS MANT FE 1554.

 

TRENTINO – ALTO ADIGE

 Matteo Padovani in Forma Manieristica Bolzanese e Forma Barocca Brissinese: Il patrimonio campanario, straordinariamente ricco per il numero di campane di alta qualità presenti, consente di qualificare questa regione non solo come la più interessante d’Italia, ma anche come una delle più significative a livello europeo: tale qualifica accompagna il Sud Tirolo a partire dal Rinascimento (secoli XV e XVI) fino ai giorni nostri, e possiamo quindi affermare che vi siano degnamente rappresentati sia il passato che il presente della cultura campanologica mitteleuropea.

Padovani ricorda: nella cella campanaria della chiesa la chiesa di San Paolo di Appiano una grande campana, realizzata nel 1507 dal fonditore tirolese Hans Melser; fu rifusa nel 1677 da Paolo De Paoli di Trento.

A Lana Bassa (BZ), nel 1526 Löffler di Lana fuse una campana. In Appiano, nel 1556 fu fusa una campana da Gregor Löffler di Innsbruck assieme ai figli Elias e Hans Christof. Dalla loro dinastia uscirono alcuni fra i più abili fonditori europei del Rinascimento: le loro campane sono tutte contraddistinte da una notevole bellezza di suono. Padovani dà dettagliate notizie dei fonditori che operarono nella provincia autonoma di Bolzano nel periodo che interessa la nostra ricerca.

I membri della dinastia Löffler di Innsbruck per esempio, considerati fra i più abili artisti europei del secolo XVI, lasciarono nel Sud Tirolo un buon numero di campane tuttora funzionanti, fuse nella forma Tardo Gotica.

Il XVI secolo si caratterizzò per la diffusione di una nuova forma di campana, detta Manieristica: negli anni avrebbe dato origine alla Manieristica Bolzanese che avrebbe caratterizzato le campane Sudtirolesi del secolo XVIII.

Padovani: La prima campana che possiamo considerare significativa per il percorso evolutivo della forma Manieristica Bolzanese è la maggiore di Malles, fusa nel 1608 da Heinrich Schatzaus (di Innsbruck) e Moritz Baumgartner (di Lana).

ADAM STERZER fuse: 1590 S. Genesio (BZ) S. Valentino. 1607 Collepietra (BZ,) 1610 Bolzano S. Pietro. 1610 Hof di Marebbe (BZ). 1610 St. Daniel Gailtal / K. [A]. 1611 Lienz-Peggetz / Tirol [A]. 1617 S. Genesio (BZ). 1617 Perca (BZ.). 1625 Asch / Tirol [A].

Una fase transitoria avvenne poi intorno a metà secolo con le campane di Hans Schellener il “Vecchio” (attivo dal 1613 al 1651) e Hans Schellener il “Giovane” (attivo dal 1651 al 1664), di quest’ultimo segnaliamo le campane di Sarentino fuse nel 1654.

Hans Schellener ilVecchio”, fuse: 1611 S. Pancrazio (BZ). 1615 Tannas (BZ). 1621 Auna di Sotto (BZ) S. Lucia rifusa 1960 ca.. 1621 Meltina (BZ) Verschneid. 1624 Agumes (BZ). 1637 Natz (BZ) con la collaborazione di B. Grassmayr. 1637 S. Pancrazio (BZ). 1638 S. Gertrude Ultental (BZ).

HANS SCHELLENER il “Giovane”, fuse: 1654 Sarentino (BZ) parrocchiale. 1661 Resia (BZ). 1662 Eyrs (BZ). 1663 Laives (BZ) rifusa ca. 1960.

Thomas Zwelfer di Bolzano (attivo dal 1679 al 1704), allievo e collaboratore dello Schellener ma con esperienze maturate anche ad Innsbruck, fuse nell’anno 1686 la campana maggiore della parrocchiale di Santa Maria Assunta di Meltina/Molten e nel 1690 la “Campana delle Fiere” del Palazzo dei Mercanti di Bolzano/Bozen. Ancora nell’anno 1700 la campana maggiore della parrocchiale di Santa Maria Assunta di Terlano/Terlan.

Le sue campane: 1680 Appiano (BZ) Castello.1684 Caldaro (BZ). 1684 Senales (BZ) N. Signora. 1686 Matsch (BZ). 1686 Meltina (BZ) parr.. 1690 Bolzano Palazzo dei Mercanti Campana delle Fiere. 1691 Lauregno (TN). 1692 Valda (TN). 1692 Verano (BZ). 1695 Avigna (BZ). 1695 S. Elena Ultental (BZ). 16.. Laurein (BZ). 1697 BZ S. Martino Kampill. 1700 Terlano (BZ) parr..

La frazione San Paolo di Appiano, a pochi km da Bolzano, vanta una notevole chiesa parrocchiale realizzata a partire dal 1461. In seguito al completamento della cella campanaria, venne installata una prima grande campana, realizzata nel 1507 dal fonditore tirolese Hans Melser. Nel 1677 la campana venne rifusa da Paolo De Paoli di Trento.

Seguì Thomas Zwelfer (attivo dal 1679 al 1704), allievo e collaboratore dello Schellener ma con esperienze maturate anche ad Innsbruck.

Per la forma cosiddetta BAROCCA BRISSINESE, si distinse la famiglia di fonditori Grassmayr di Bressanone, attivi dalla fine del secolo XVI fino al 1873.

Padovani: Agli inizi del secolo XVII il fonditore Adam Sterzer di Bressanone (attivo dal 1600 circa al 1633) realizzò campane che comprendevano elementi sia di derivazione Manieristica che del primo Barocco che furono perfezionati con Benedikt Grassmayr (attivo dal 1637 al 1664) ed il figlio Lukas Grassmayr (attivo dal 1665 al 1692), a cui successe Georg Grassmayr (attivo dal 1692 al 1720).

BENEDIKT GRASSMAYR fuse: 1637 Natz (BZ) Collaborazione H. Schellener. 1656 Bannberg / Tirol [A]. LUKAS GRASSMAYR: 1666 Ceves (BZ). 1669 Bressanone (BZ) S. Michele rifusa 1784. 1673 Thal / Tirol [A]. 1686 Pusarnitz / Kärnten [A]. 1687 Buchenstein / Tirol [A]. 1687 St. Veit / Tirol [A]. 1688 Obertillach / Tirol [A]. GEORG GRASSMAYR: 1694 Dobbiaco (BZ). 1694 Sabiona (BZ) Monastero. 1694 Vela (TN). 1695 Seefeld / Tirol [A]. 1695 Varna (BZ). 1696 Sciaves (BZ). 1696 Taisten (BZ). 1697 Brunico (BZ) S. Giorgio. 1697 Levico (TN) maggiore rifusa 1950 ca.. 1697 St. Jakob Ahrntal (BZ). 1697 St. Korbinian / Tirol [A]. 1697 Tills (BZ) S. Cirillo. 1697 Thaur / Tirol [A] requisita 1917. 1697 Villabassa (BZ). 1699 Lengstein (BZ) S. Andrea. 1699 Bressanone (BZ) Sarns. Nell’anno 1700: Bressanone (BZ) Cattedrale requisite 1917; Caldaro (BZ) S. Nicola; Dorf / Salzburg [A]; Laatsch (BZ) S. Leonardo; Salorno (BZ) Grfill e Spinges (BZ).

Cuzzoni: Fino al 1916 sul campanile di Santa Giuliana c’erano tre campane.[…]. Pochi anni dopo, la campana minore (chiamata “Mendra”), fusa da Ludovico Simonato nel 1496, venne portata sul campanile della frazione di Meida a Pozza, dove per un malaugurato incidente si crepò e andò inesorabilmente perduta. Nel 1591 fondeva (Ludovico Simonato) il Campanone per la parrocchiale S. Giuliana di Vigo di Fassa.

Da Campanologia. Org, Stefano M. Ghezzi (2015): VIGO DI FASSA (TN) CHIESA PIEVANA DI SAN GIOVANNI BATTISTA. La storia delle campane della Pieve inizia nel 1549, quando la comunità di Fassa ordinò al fonditore Ludovico Simonato di Trento la campana maggiore, detta “Grana”. [Nel 1689 la confraternita del Rosario dispose 150 Ragnesi per la fusione di una nuova campana. A seguito di una verifica statica del campanile, il nuovo bronzo venne fuso a Bressanone da Georg Grassmayr (vedi in seguito) al costo di circa 950 Ragnesi.

http://www.valtourist.it/chiesa-di-san-carlo/ ricorda Paolo De Paoli di Trento (1677) e nella città di Trento esisteva l’officina del fonditore Giovanni Schaler di Bolzano, acquistata da Antonio Trabucchi nell’anno 1661; originario di Semogo (SO) realizzò una campana per il campanile concluso nell’anno 1675 della chiesetta di San Carlo in Valdidentro.

Il sito Campane della Valtellina e della Valchiavenna ricorda Georg Hauser di Sterzing (Vipiteno, Sud Tirolo): nel 1571 fuse una campana per la chiesa di S. Carlo Boromeo di Semago (Valdidentro).

Georg Hauser, nell’anno 1597, fuse nel comune di Piuro (SO), frazione di Prosto, una delle campane per la chiesa arcipretale della Beata Vergine Maria Assunta.

 

VENETO

Cuzzoni: Fino dal nono secolo esistevano fonderie di tal genere nelle nostre lagune, sapendosi che il doge Orso Partecipazio nell’866 donò dodici campane all’imperatore Basilio il Macedone. Questi mandò un suo apocrisario a riceverle, e d’allora soltanto cominciò ad introdursi l’uso delle stesse fra i Greci Bisantini.

I Veneziani amarono sempre un eccedente scampanìo. Domenico Tino, presente all’elezione del doge Domenico Selvo (anno 1071), scrive che in quell’occasione vi fu un indicibile fracasso di campane: «Quam magnus etiam campanarum tum fuerit sonitus nullius dicti vel scripti expositione animadverti potest». Si rileva poi che in tempi posteriori, sotto il pretesto di feste, messe novelle, ed altre solennità, si costumava di dar nelle campane non solo di giorno, ma anche di notte inoltrata, laonde un decreto del Consiglio dei X, 7 febbraio 1424, M. V., proibì di suonarle «a prima hora noctis usque ad matutinum sancti Marci».

Bottazzi in Campane e scrittura: La grande città veneta (Venezia) appare infatti come un importante centro artigianale operante in un area molto vasta la cui produzione può essere assegnata per la massima parte a una grande famiglia di fonditori collocata topograficamente in città in campo S. Luca. Nella nota 35 infatti ricorda ser Anthonio Campanato del confin de San Luca, nepote et legatario del testamento del quondam ser Vincenzo Campanato, proprietari di una station granda dall’arte de campane confinante con la proprietà qual fu de ser Michiel Campanato e fradelli. A Campo S. Luca, non distante dal Colle dei fabbri, stava una < station grande dell’arte de campane >. Da quella fucina che fece capo a Vincenzo e poi ai suoi successori, ma prima di lui ai suoi predecessori, uscirono la gran parte delle campane rintracciate e catalogate le cui iscrizioni, complete del patrominico, permettono, insieme a tutta la documentazione d’archivio raccolta, di ricostruire genealogicamente la famiglia degli artigiani che si sono avvicendati nella produzione delle campane a Venezia all’interno della stessa bottega.

Da uno dei documenti, Bottazzi per l’anno 1361 dà notizia di Vendramo padre di Marco, alle dipendenze di Vincenzo (Campanato), che compare con il padre in molte delle iscrizioni campanarie raccolte, e suo fratello Mauro. Le iscrizioni al pari della documentazione d’archivio hanno fatto, quindi, luce sulla presenza a Venezia di una seconda grossa bottega che fece capo a Marco figlio di Vendramo e da cui uscirono dei manufatti fusi per i campanili del centro Italia, in Toscana, nel Triveneto, dell’Istria e della Dalmazia.

Precisa Bottazzi: Bisogna premettere che ci troviamo sempre di fronte a oggetti di gran lunga più tardi rispetto alla campana di Canino o di S. Stefano di via Latina a Roma; le iscrizioni raccolte infatti provengono da campane fuse dagli inizi del XIV secolo in avanti tranne il caso di Verona che, ricordo, custodisce nel suo museo una campana inscritta nel secolo XI.

In nota, Bottazzi trascrive alcune iscrizioni (le più significative) che ricordano i membri di alcune delle famiglie di artigiani della città veneta: + M(agister). MARCUS. FILIUS. VENDRAMUS. M(e). F(ecit.

M(agister) MARCUS FILIUS Q(uondam) M(agister) VENDRAMI ME FECIT.

+ MA(gister). JACOBUS. ME FECIT.

+ NICOLAUS. ET. MARTINUS. ME. FECERUNT. FILII quondam. MAGISTRI JACOBI. DE VENECIIS.

+ ANNO D(omi)NI. MCCC. XXXVIII VIVENCINUS (quodam) NICOLA (i) ME FECIT.

+ MCCCXLI. M(agister) VIVENCIUS. M(e fecit).

+ MAGISTER. BELO. q(quondam) VIVENCIUS. ME FECIT.

+ MCCCLXXXII. ANTONIUS FILIUS Q(uondam) M(agist)RI. VICTORIS. DE VENECIIS. M(e) F(ecit) M(ariam).

Bottazzi: Attraverso tutte le iscrizioni ho potuto quindi ricostruire l’intera produzione artigiana di una complessa famiglia veneziana che dalla fine del XIII secolo, a Venezia, fuse campane fino a tutto il XV secolo e dalla quale sembra aver avuto inizio la fortuna di altri maestri campanari. […]. Non stupirebbe, ma è ancora da accertare, la comunanza di maestro Alvise padre putativo e maestro del più famoso Pier delle Zuane, alla famiglia più conosciuta in questo campo. Di quella grande famiglia di fonditori che sembra aver raggiunto Venezia partendo da Torcello nel corso del XIII secolo.

Bottazzi in Artigiani? Venezia: l’arte di fondere. Dalla documentazione d’archivio e dalle scritture incise (secc. XIII-XVI), scrive: Contrariamente a quanto si prefigurò nella totalità delle altre città italiane di quell’epoca gli artigiani di Venezia, regolamentati da numerosi statuti, diedero vita ad un gran numero di associazioni.[…]. Evidenziando: … al mondo artistico dell’epoca, tra le quali la produzione di campane, su cui ancora non si era concentrata l’attenzione degli storici, si è rivelata essere un importante caso, peculiare della Venezia medievale e rinascimentale. Soffermandosi su quel periodo che va dall’“età di mezzo ai primordi del secolo XVII” lo studioso veneziano (Pompeo Molmenti), come aveva fatto prima di lui Pietro Paoletti, cercò di dare al lettore una visione globale della collegialità artistica veneziana includendo la memoria, seppur accennata, della produzione artigianale autoctona di campane.

Bottazzi mette in luce l’organizzazione industriale di alcune stationes dedite alla fusione di campane ed altri oggetti in bronzo a Venezia; fucine topograficamente documentate, fin dalla seconda metà del Duecento, nella contrada di S. Luca del sestiere di S. Marco di quella città, a cui questo studio ha dedicato una particolare attenzione. […] le chartae degli anni 1340 e 1393 del registro dei Camerari della pieve di S. Maria Maggiore di Gemona, cittadina importante per l’Alto Friuli durante il medioevo, documentano l’acquisto di due campane comprate direttamente da alcune persone di Gemona a Venezia. In conformità ai documenti gemonesi anche il massaro del Capitolo della Cattedrale di Verona aveva registrato nel suo quaderno l’acquisto di una campana presso le botteghe veneziane, mentre a Ceneda, nel 1342, il Consiglio cittadino decise, anche qui, l’acquisto di una campana fusa a Venezia, in quel caso da magister Vicentius et Vetor eius filius, da porre nella torre del palacium comunis: una produzione di bronzi, scrive Bottazi, diventata sempre più larga; a Castel Tesino, a Verona e a Lucca; a Fermo, a Teramo e a Urbania; nel Friuli e largamente nella Venezia Giulia come nell’Istria e nella Dalmazia; a Malta, a Cipro e ad Alessandria d’Egitto furono esportate campane ed altri oggetti fusi nella bottega di calle dei Fabbri durante i tre secoli di vita di quell’azienda artigiana. In nota 98 è scritto: La segnalazione di una campana forgiata per una chiesa di Malta da magister Vittore e da suo fratello Nicola nel 1370 mi è venuta da Charlene Vella dell’Università di quello Stato. Il primo documento specificamente importante ai fini di questo lavoro venne invece registrato agli atti e copiato in duplice copia nel registro seicentesco della Commissaria Argentini, pur risalendo al 1361; a partire da quell’anno troviamo raccolti nelle due prime buste della commissaria un gran numero di atti riferibili alla famiglia Campanato, mentre i soli accenni riguardo alla loro produzione di campane anteriore a quella data si devono esclusivamente alla documentazione iscritta incisa su campane e su altri oggetti fusi dalla seconda metà del secolo XIII fino a tutta la prima metà del secolo XIV. Nel 1361 il notaio Rana, predisponendo la stesura del testamento di «Vivençius campanarius de confinio Sancti Luce», proprietario di parecchi immobili a Venezia e di terreni a Mestre, capostipite largamente documentato della famiglia, le cui proprietà sarebbero passate alla famiglia Argentini attraverso l’ultimo matrimonio nell’asse ereditario mancando eredi maschi preposti a gestire nuovamente la statio granda de le campane nel centro di Venezia, tracciava, inconsapevolmente, il profilo sociale di quell’impresa artigiana di metà Trecento utile ad un’analisi di quell’organizzazione imprenditoriale famigliare, che sembra sia andata ben oltre a quella propria del periodo medievale. In contrada a San Luca si fondevano dunque campane, ma anche «lavezi e morteri»; per l’inventario stilato nel 1456 vennero contati 209 tra «lavezi e morteri» pronti, 100 forme di campane grandi, mezzane e piccole e altrettanti «fusi» per «far far le forme in più volte»; nel 1545 vennero conteggiate 50 campane pronte, ma senza il batacchio, un banco di campanelle piccole e mortai non conteggiati, 3 campane mezane rotte da cui si poteva ricavare nuovamente il metallo. Nel 1556 gli eredi, al fine di valutare l’intera consistenza economica in vista di una definitiva chiusura dell’azienda, predisposero un bilancio inventariando tutti i prodotti finiti, le materie.

Quando nel 1361 Vivençius detta il suo testamento al notaio Rana, egli ha alle sue dipendenze, nella sua station granda, sette operai e due apprendisti o famigli; con lui collaborano il nipote Belo, i due figli Vettor e Nicoleto e il fratello Nicola, tutti maestri fonditori conosciuti; undici persone che lavorano, producono e firmano campane esistenti ancor oggi. Malta, la Dalmazia, l’Istria, il Friuli Venezia Giulia, Castel Tesino, Verona, Lucca, Fermo e Teramo e Urbania sono probabilmente al momento solo alcune delle regioni e dei luoghi dove possiamo rintracciare, e abbiamo in effetti rintracciato, le campane di Vincenzo, di Nicolò e di Vettore.

Nel 1358 il maestro Vittore da Venezia fuse assieme al padre la campana per la Cattedrale di Verona su cui incise nella fascia superiore M. CCC.L.VIII. MAGISTER. VIVENCVS. ET. VICTOR EIVS. FILIVS. ME. FECIT. IN. VENECIIS.

A Malta è stata catalogata ed esposta al pubblico una campana fusa da Vittore insieme allo zio Nicola e al fratello Nicola.

Le incisioni infatti riportano: MAGISTER VICTOR ET NICOLAUS ET FRATER ME FECIT IN VENETIIS MCCCLXX.

Dalla ampia e dettagliata documentazione di Bottazzi si apprende: Giovan Battista era figlio di Pietro di Zuan, continuò ad incidere sulle campane e sugli oggetti fusi, a garanzia del prodotto offerto e a garanzia dell’azienda, le lettere PZ spesso riquadrate e a volte accompagnate da figure sacre. Queste due consonanti, diversamente assemblate, rimarranno a garanzia della produzione aziendale anche dopo la morte di Pietro di Zuane avvenuta nell’agosto del 1543, come continueranno ad essere svolti lavori e incassati ducati sempre usando lo stesso nome e il logo sensibilmente modificato ad uso del figlio Giovan Battista.

Le molte campane rintracciate, fuse durante tutto il Cinquecento e oltre fino a quella datata 1750 ad opera dei De Poli portarono ancora il logo distintivo dell’artigiano che più aveva dato lustro, ma si trattava a quel punto di un logo manipolato ad uso di un’altra bottega veneziana, operante nello stesso settore, in special modo sul territorio giuliano, e che è andato confondendosi con quello che identifichiamo come il marchio di fabbrica della nostra fucina. Come il bisnonno Antonio e contrariamente al padre, artigiano sapiente, ma uomo oltremodo parsimonioso, Giovan Battista, vera mente aziendale rivoluzionaria di quella bottega, non solo elaborò l’importante marchio distintivo, ma seguì, anche, come il suo predecessore la politica delle buone doti per buoni matrimoni. Come per le figlie maggiori, Iacoba, Zanetta e Cristina sposate quando lui era ancora in vita, anche per Marina

Giovan Battista predispose una cospicua dote di 1400 ducati investiti in titoli di stato poi promessi, nel dicembre 1555, dopo la morte del padre, dalla ragazza a Francesco Argentini, componente di una famiglia cittadina particolarmente danarosa.

Diletta Corsini nel Catalogo del Museo Casa Rodolfo Siviero di Firenze Croci, campane e altri oggetti liturgici (2012), ricorda la “campana dell’Arengo” di Vittorio Veneto, fusa da Vincenzo e Vittore da Venezia nel 1342. Vivenzio e figlio Vittore da Venezia, 1320, fusero la campana oggi conservata in Castelvecchio. Fusero nell’anno 1354 le tre campane della torre del Duomo di Chioggia, dove si trova la campana del Maestro Antonio figlio di Vittore del 1426 ed una più piccola dell’anno 1431. La famiglia di fonditori di queste campane è nota con il nome di Campanato o Dalle Campane. La stessa famiglia, nell’anno 1502 fuse il sonello della chiesa della Stanga a Vicenza e nel 1523 la campana di Ancignano; altre due furono fuse a S. Vito al Tagliamento nel 1565. Altri membri della famiglia: Pier Zuane e Giovan Battista.

Matteo Padovani e Nicola Patria (Verona 2014), in Le campane di San Zeno Maggiore in Verona, scrivono: I due bronzi del 1065 per San Fermo Maggiore, quello di San Massimo del 1081, e quello quadrangolare realizzato da Oliviero per San Salvar nel 1172, presentavano già fregi ed inscrizioni a riprova di un’arte fusoria matura e consolidata. Nel 1149 una campana venne fusa per il campanile di San Zeno, capolavoro del romanico, e, pressappoco nella medesima epoca, maestro Gislimerio prestò la sua opera per la medesima abbazia. Il suo fu solo il primo degli oltre cinquanta laboratori che lavorarono a Verona nel corso dei secoli rendendo l’arte cittadina famosa per pregio acustico e decorativo, mole e quantità di realizzazioni. […]. Nella prima metà del XIV secolo, fra i migliori costruttori vi erano i veneziani, grazie alle conoscenze apportate dallo sviluppo industriale della serenissima città, ed operarono anche a Verona, fino a quando furono scalzati dallo scaligero Mastro Jacopo, uno dei più ragguardevoli fonditori del suo tempo. A Castelvecchio è conservato un suo bronzo del peso di 1800 kg mentre, sul campanile della Cattedrale, è ancora in servizio una sua opera datata 1384.[…]. Un provenzale, Michel de Francia, diede avvio ad una propria scuola veronese che si sarebbe evoluta per continuare ininterrottamente fino al sorgere del secolo XIX.

I Bonaventurini con i Checcherle furono allievi del provenzale Michel de Francia.

Cuzzoni: i Bonaventurini, originari di Pescantina, sono attivi a Verona tra il 1521 e il 1630, con Sede presso Castelvecchio.

http://www.campanesistemaveronese.it scrive: I Bonaventurini. Dinastia di fonditori veronesi, attivi per tutto il corso del secolo XVI. Il capostipite fu Don Bonaventura, autore di una rifusione del “Rengo”, la grande campana della Torre dei Lamberti, avvenuta nel 1521. Il nipote Alessandro realizzò nel 1557 il “Rengo” attualmente funzionante sulla torre. Le campane dei Bonaventurini sono caratterizzate da forme e proporzioni molto eleganti, e da partiti decorativi che denotano una significativa evoluzione nell’arte fusoria.

Nella descrizione de Il completamento quattrocentesco, Padovani e Patria: Nel 1498 furono affiancate da un’ulteriore bronzo, approntato dal veronese M° Orlando Checcherle, dedicato a San Benedetto. Orlando, residente nella contrada di Santa Maria della Scala (ed ivi sepolto) apprese probabilmente l’arte dai fonditori Antonio Zeno e Michel di Francia. Di indole intraprendente e devota, fu abile nel mestiere e lasciò la ditta al figlio Apollonio. Altre sue opere si trovano a Cisano e Sommacampagna. Per lo stesso campanile, nell’anno 1423 erano state fuse due campane da un ignoto fonditore di scuola nordica.

La Campana terza o “del vespro” riporta: […] FECIT MCCCCLXXXXVIII MENSE OCTVBRI MAGISTER ORLANDVS DE VERONA ME FECIT.

Cuzzoni: la Famiglia Checcherle (o Checherle) (di Borgo San Silvestro). Dal cognome veronesissimo, di origine cimbra, questa famiglia fu indirizzata alla notorietà da Francesco, dal figlio Orlando detto “il Maestro”, e dal nipote Apollonio. Orlando fuse nel 1494 una campana di 39 kg inabissatasi durante un trasporto nel Tirreno nel 1976. Nel 1498 preparò per la patronale di Verona un bronzo dedicato a sant’Agata, protettrice dei fonditori. Lo ritroviamo attivo nel 1501, anno in cui realizzò per Brenzone una campana di 334 kg. Nel 1503 approntò due voci per Cisano, la cui minore è ancora in loco e pesa 130 kg. Nel 1508 gli fu commissionato un bronzo destinato a Quinzano. Il figlio Apollonio fuse nel 1514 un’opera per San Michelin a Sommacampagna ed un bronzo di 540 kg per Monte Berico di Vicenza.

Cuzzoni: A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia Macarin (?).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1350 Macarino (?) (di Verona).

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1320 Magister Lucas.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 la Famiglia Martini.

A Vicenza esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1660 Cristoforo Murari.

Si ha notizia che nell’anno 1308 il magistro Nicholas fuse una campana per la chiesa della Madonna di Fratta a San Daniele del Friuli: spezzata e dispersa! Della famiglia del già citato NICOLAUS. ET. MARTINUS. ME. FECERUNT. FILII quondam. MAGISTRI JACOBI. DE VENECIIS .

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 la Famiglia Alberghetti.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 Ravenna Paolo.

Venezia, sec. XIV esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Magister Vetor (in seguito Bottazzi?), attivo in Abruzzo.

Manfredino (da Venezia) nel 1321 fuse una campana per la chiesa di San Giovanni in Sacco con inciso: magister manfredinus me fecit. Troviamo campane da lui realizzate in tutto il Triveneto e perfino in Puglia.

Cuzzoni: Il fonditore Vittore Campaner da S. Luca era allibrato all’Estimo del Comune nel 1379.

Francesco de Lazaro Campaner: Nel 1582 Francesco Arzentini appigionava a «Francesco de Lazaro campaner», in parrocchia di S. Luca, «una casa con il luogo dove si gettano le campane, e con la botega davanti di dete campane».

Giuseppe Plati da Venezia, anno 1650: campana in servizio a Santa Caterina in Verona.

Famiglia Zeno: Antonio (e figlio Gerolamo) Zeno, figlio di Luchino calderaio, visse ed operò in borgo San Nicolò, realizzò un complesso di tre campane per Santa Anastasia nel 1488.

Secondo il sito http://www.campanologia.org le campane erano 5 di cui: 2, non tre campane, furono fuse da Antonio & Geronimo Zeno con la collaborazione di Michel di Francia: Peso kg 1300 e kg 500; 2 fuse nell’anno 1460 da Gasparino da Vicenza: Peso kg. 700 e kg. 300; l’ultima fusa nell’anno 1650 da Bartolomeo Pesenti, peso kg. 100. La campana maggiore venne rifusa nel 1622 dai fratelli Da Levo e nel 1649 dal Pesenti, il Lab (1488) nel 1555 dai fratelli Bonaventurini. Anche il Sib (1460) venne rifuso nel 1622, sempre dai Da Levo.

Nel Settecento è documentato a Venezia l’artigiano Domenico Briseghella.

Una curiosità.

Cuzzoni: A Venezia, nel XVIII sono documentate le sorelle Caterina e Anna Castelli che fusero una campana per la chiesa di San Luca.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia Ciotti. Nel Cinquecento a Venezia era attivo il laboratorio artigiano di Gasparo Dalle Campane.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia De Toni.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 la Famiglia Di Calderani.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1286 Enrighetto.

Nel Cinquecento a Venezia era attivo il laboratorio artigiano di Giovanni Pietro Fucina.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, Giuseppe Plati, una sua campana (1652) è in servizio a Santa Caterina in Verona.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 Ravenna Paolo.

A Venezia esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 la Famiglia Zambelli.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1310 Gerardo (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1490 Michele De Francia (di Borgo San Nicolò).

Notizie dei magistri campanarum itineranti, attivi nella regione e stimati fra i più “antichi”, si hanno da Cuzzoni e info@campanologia.org: Anonimo (da Verona), vissuto nell’VII secolo; Anonimo (di Verona), secolo VIII, artefice di una campana conservata a San Zeno. Anonimo (di Verona), del 1081 fuse una campana conservata a Castelvecchio in Verona.

La campana è interessata dalla polemica se sia stata o meno rifusa nel corso della sua lunga esistenza: nell’anno 1539 dal maestro Pirro, fonditore di cannoni, e nell’anno 1593 da Giorgio Albenga (vedi Liguria ed in seguito Vittorio Peron in L’ antica campana delle ore di piazza Erbe a Mantova).

Cuzzoni, ricorda: Anonimo (di Verona), fuse nell’anno 1423 le campane per San Zeno in Verona. Un Anonimo (di Verona), nell’anno 1425 fuse una campana, oggi presso il museo di Boscochiesanuova. Pietro De’ Bargesi (di Verona) (da Borges), fuse nell’anno 1442 una campana in servizio al castello di Malcesine.

Michaelis De Brollo (di Verona) nell’anno 1450 fuse la campana in servizio a San Giovanni in Fonte in Verona.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1433 un tal Galeazzo.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1400 Mastro Galvani (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1600 un tal Galvano.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1310 Gerardo (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1310 Perardus (di Verona).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1640 la Famiglia Vitelmi e Pietro Poitiuro (di origine francese).

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1650 la Famiglia Quarturoni Dai Reloi.

A Verona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1400 Zuane (di Verona).

Giuseppe Alessandrini (di Verona), fuse nell’anno 1655.

Nel 1444 è documentata l’opera del Maestro Gasparino da Vicenza, che fuse una campana per Santa Maria della Scala in Verona. Uno dei più curiosi protagonisti di questo secolo XV fu un vicentino di nome Gasparino, così chiamato per la minuta costituzione fisica. Venne incaricato di rifondere il Rengo e la Marangona, le due grandi campane civiche di Verona, che erano state rotte dal tempo e dall’usura. Tre campane di sua produzione ci sono rimaste. Dal 1444 un Si bemolle 3 di 400 Kg vigila sui veronesi dal campanile di Santa Maria della Scala in centro città. Nel 1460 venne anche incaricato di fondere una grossa campana, di circa 7 quintali, per la basilica di santa Anastasia. Altre due opere di Gasparino, ancora funzionanti ma di dimensioni minori rispetto a quella di Santa Maria della Scala, si trovano a Vicenza ed a Cordenons.

A Schio esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1470 Francesco Capelo.

A Padova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1700 Luigi De Robertis.

A Padova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1470 Antonio De Viteni.

A Padova esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1470 Sebastiano (da Padova), di cui si conserva una campana in Castelvecchio.

Lucio De Rossi da Padova (successore di Pisenti), sede borgo san Matteo, 1700-1750, campana in servizio alla civica di Cologna Veneta ed una a Santa Caterina in Verona.

Cuzzoni in Arte Campanaria a Verona – di Nicola Patria (VR),  ricorda: Sebastiano da Padova, nell’anno 1470, campana conservata in Castelvecchio.

Lorenzo da Padova (1512, campana in servizio a Praglia). Francesco da Padova (1534).

In Antiche campane istriane, Fulvio Di Gregorio ricorda il maestro Domenico Macarini di Venezia che fuse una campana dove, Sopra il collare, tra quattro cordoni, si trova la data di fusione: MDCIIII.

Dal sito Zadalampe (Pippo Posillipo): Nell’anno 1339 era presente alla corte di Roberto D’Angiò Martuccio da Venezia.

Vittorio Peron in L’ANTICA CAMPANA DELLE ORE DI PIAZZA ERBE A MANTOVA PROPOSTA DI MUSEALIZZAZIONE: Sulla campana fusa per la distrutta chiesa di San Giorgio in Mantova, successivamente collocata sulla Torre dell’Orologio della città, si legge: ANNO DOMINI MCCLXXXXVI XRISTUS VINCIT XRISTUS REGNAT XRISTUS IMPERAT MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO PATRIE LIBERATIONEM MAGISTRI LUCAS ET MATHEUS E HENDRIGETUS FRATRES DE VENECIIS ME FECERUNT.

Cuzzoni: Località Campanati Venezia, secolo XVI. Non «Campanati», ma «delle Campane», trovasi appellata questa strada nella Descrizione della parrocchia di S. Pietro di Castello pel 1661. Si deve credere adunque che qui ci fosse altre volte una fonderia di campane. Siccome poi alcuni fonditori di campane assumevano, pell’arte esercitata, il cognome di «Campanati», e questo restava ai loro posteri, benché di professione diversa.

Simone Campanato è attivo a Verona nel 1350. Nel 1514 un «Zuane Campanato» notificò di possedere «una casa cum una bottega dove si lavora di campane» in parrocchia di S. Luca. Pietro Campanato figlio di Zuane pur egli fondeva campane in questa situazione. Giovanni Battista Campanato figlio di Pietro (sepolto nel 1542, con epigrafe in chiesa di San Sebastiano) prese in moglie Elisabetta figlia di Ruzier di Gambelli, e nipote del celebre Vittore, dalla quale ebbe Marina, che sposò Francesco Arzentini, portando in questa cittadinesca famiglia i beni dei Campanato. Domenico Canciani Dalla Venezia sono documentati nel 1700.

D’Andrea (II) ricorda: Antonio De Pollis, veneto. Una campana da lui fusa nel 1664, ornava la Chiesa di S. Maria Maggiore di Francavilla al Mare. Lo storico Francesco Savini si occupò di un sacro bronzo in Propezzano, del 1371, e dei suoi fonditori veneziani. Nel suo articolo su campane, campanari d’Abruzzo e una campana veneta per Orsogna, Corrado Marciani trascrisse – traendolo da una scrittura notarile – l’atto di compravendita di una campanella, avvenuto nel 1526 in Lanciano fra Tommaso Mancinelli di Orsogna e Simone Peri, campanaro abitante in Venezia. I nota: non si riesce a capire bene se il Peri era un mercante, anche di campane, oppure un vero e proprio fonditore.

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Zanfrancesco da Legnago. 1390. fonde in loco. Fonde per la Signoria Scaligera di Verona.

Nicola Patria in TORNA A SUONARE L’ANTICA CAMPANA DEI CANONICI DELLA CATTEDRALE DI VERONA: Su Maestro Jacobus da Verona si sa ben poco. Fu attivo in tutto il Veneto ed il Friuli (fuse nel 1394 una campana per Cordenos) e potrebbe essersi formato nell’officina itinerante dei fonditori Manfredino o Vivenzio e Vittore, tutti veneziani. Nel 1366 fece una campana per San Pietro in Mavino di Sirmione: AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINVS TECVM MAGISTER JACOBV M(e) C(onflavit). MCCCLXVI.

Nel 1370 fuse (su commissione degli Scaligeri, signori della città) la monumentale campana delle ore per la torre del Gardello, in piazza delle Erbe in Verona: AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINVS TECVM MAGISTRO JACOBV FECIT FATA ANO DOMINI NOSTRI SENIORI JESV CHRISTI MCCCLXX SVB MAGNIFICO DOMINO CANSIGNORIO DE LA SCALA DOMINO VERONE LVLIO XXV. Nel 1381 fuse la campana, ancora oggi suonabile manualmente, sullo splendido campanile di Borghetto sul Mincio (Vr).

Da http://www.campanologia.it: Nel 1384 venne commissionato a Magister Jacobus un “dindin” o “squilla”. Il bronzo che qui trattiamo, è stato fuso in Verona nel 1384 con l’iscrizione: MAGISTER JACOBV ME FE(cit) MCCCLXXXIIII V(erona).

Nel 1385 preparò il bronzo per Santa Maria Mater Domini, oggi conservato a Castelvecchio, recante le seguenti inscrizioni: MCCCLXXXV ISTA CAMPANA EST ECCLEXIE SANTE MARIE MATER DOMINI MAGISTER IACOBV ME (fecit).

Dal sito http://www.campanesistemaveronese.it: I Levi (De Levis). Dinastia di fonditori proveniente dal bergamasco e attiva  a Verona dalla metà del secolo XVI alla metà del secolo XVII. Si conservano loro opere tuttora funzionanti su vari campanili, come ad esempio le due campane a Madonna di Campagna, del 1567, ed una campana del 1677 per San Giovanni in Foro. L’artefice più famoso della famiglia è stato Giuseppe Levi, autore di campane e di oggetti in bronzo di pregevole fattura, conservati in musei d’Europa, d’America e in collezioni private.

Cuzzoni: Gli ultimi Levi erano imparentati con il fonditore francese Pierre Potier. (vedi in seguito).

Pierre Potier (o Poitiuro), sposò la vedova Levi, 1640, fuse la campana conservata a Castelvecchio in Verona.

http://www.campanesistemaveronese.it: Bartolomeo Pisenti. Dopo la scomparsa dei Levi questo fonditore dominò senza concorrenti l’arte fusoria a Verona nella seconda metà del secolo XVII. Molti campanili cittadini ospitarono sue opere oggi scomparse, come ad esempio Santa Anastasia, la Cattedrale, San Giorgio in Braida, mentre a San Nicolò sono ancora funzionanti due bronzi del 1682. La sua opera più significativa, tuttora in uso, è il “Campanone” fuso nel 1653 per la torre civica di Bergamo.

Di Bartolomeo Pisenti, Luca Chiavegato ne LE CAMPANE DELLA BASILICA PALATINA DI SANTA BARBARA IN MANTOVA, ricorda la Campana Maggiore Anno di fusione 1650 Fonditore Bartolomeo Pisenti: BARTHOLOMEI DE PISENTIS VERON OPUS.

[PDF] XIXsecoloFreeForumZone: Murari XVII secolo 1600? Cristoforo: originario di Vicenza.

Bottazzi in Campane e scrittura: informazioni dalle iscrizioni campanarie e della documentazione d’archivio 2007 ricorda una campana di Gemona: ….. MCCCCLXVI. OPVS GASPARINI VICENTINI

Nel sito di magicoveneto alla voce Lusiana si legge: La più antica campana del Veneto in contrada Campana a Lusiana. Risale al 1280: è sconosciuto il nome del fonditore.

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Galvanus (Magister) XV secolo fonde in loco. Vicentino: attivo nel vicentino-veronese sotto la signoria veneta.

Dal sito della Antica fonderia De Poli, si apprende che fu la fonderia fu fondata in Vittorio Veneto nel lontano 1453 è tra le più antiche fonderie italiane ancora operanti. Nella sua storia ha avuto varie ramificazioni tra le varie Venezia e Udine. La Fonderia De Poli, nel suo laboratorio “al ponte dei Dai, all’insegna della Madonna” (Calle dei Fabbri) oltre alle campane fondevano anche mortai pestelli e bocche da fuoco. Nel 1481, i De Poli fusero una campana per il Duomo di Ceneda (ora Vittorio Veneto) e nel 1606 una campana per la Chiesa di San Giusto di Trieste. Questo laboratorio artigiano continua ad essere documentato a Venezia per tutto il Settecento.

Nel Cinquecento sono attivi i laboratori artigiani di Gasparo Dalle Campane e di Giovanni Pietro Fucina.

Dal sito http://www.inforestauro.org  i Metalli: ricordiamo Gaspare Campanario (Campanato) di Treviso ma attivo a Padova tra il 1479 e il 1496.

Nel Settecento è documentato l’artigiano Domenico Brisighella.

Vittorio Peron in L’antica campana delle ore di piazza Erbe a Mantova: È però certo che nel 1593 l’orologio fu di nuovo accomodato, e nello stesso anno il celebre fonditore Giorgio Albenga (Vedi Liguria), rifuse la grossa campana, che ancora oggi serve al ribattere delle ore, che nel 1539 aveva fusa il M.ro Pirro fonditore di cannoni al servizio del duca Federico Gonzaga.

[PDF] XIXsecoloFreeForumZone: De Maria. Meta XVII fino inizi XIX sec. Vicenza. Famiglia di fonditori attiva dal 1648 circa (data della prima campana che si conosca) fino al 1803. Prima sede: Contra’ della Valle, oggi Via Fermi a CALTRANO (Vi) fino al 1683 circa. Seconda sede: Coltura di Camisano, oggi Corso Padova n. 120 in Vicenza fino alla chiusura. Area di distribuzione delle campane realizzate: Vicenza – Verona – Padova – Treviso – Trento.

Cuzzoni: i De Maria, originari di Valdobbiadene, fonditori di campane e di mortai in Borgo Padova. campana in servizio a Santa Margherita di Roncà. Dalle Ore da Vicenza (XVI sec.). Cristoforo Murari da Vicenza, nell’anno 1660: campana in servizio alla torre civica di Vicenza. Famiglia Cantoni da Vicenza, fusero nell’anno 1700.

I Franzoni da Manerba, 1673-1745, campana conservata a S. Anna d’Alfaedo.

Dal sito http://www.unioncamere.gov.it, merita di essere ricordata la Fonderia Campane Daciano Colbachini e Figli – Stabilimento Pontificio Srl di Vicenza, fondata nell’anno 1745 e da allora ha continuato la propria attività senza soluzione di continuità fino ad oggi.

Nel gennaio del 1898 Papa Leone XIII autorizzò l’azienda a fregiarsi del titolo di “Fonderia pontificia.

Per loro volontà è stato istituito la Fondazione Museo Veneto delle Campane Daciano Colbachini).

Attualmente l’azienda, che nel 1990 è entrata a far parte dell’associazione mondiale de Les Henokiens, è guidata da Giovanni Aldinio Colbachini.

 

FRIULI VENEZIA GIULIA

Luciana Guerra e Cristiano Tiussi (2006) in Impianti produttivi di campane in Friuli Venezia Giulia. Dati archeologici e fonti archivistiche: gli impianti produttivi per campane sinora noti nella regione sono in tutto cinque. Si tratta di impianti messi in luce nel corso di scavi archeologici effettuati soprattutto negli ultimi vent’anni nel Friuli centrale (S. Daniele del Friuli, Arzenutto, San Pietro di Sclavons); all’inizio del Novecento risale invece l’individuazione di una fossa per il getto di una campana ad Aquileia. Alle testimonianze archeologiche si aggiungono le fonti d’archivio, tra le quale una nota spese del 1390 per la realizzazione di una campana su commissione della Camera di S. Maria della Pieve di Gemona.

Dai registri dei Camerari della Pieve di Santa Maria Maggiore, scrive Bottazzi in Campane e scritture: informazioni iscrizioni campanarie e dalla documentazione di archivio, che riguardano la produzione e la committenza di campane per il lungo periodo che va dal 1340 ai giorni nostri.

Da tale data, 1340, sono state infatti indagate entrambe le serie segnalate fino a tutto il 1481, anno in cui vengono registrate, per la seconda volta, tra i registri dei Camerari della pieve, una successione di spese sostenute per la preparazione per una nuova “gran campana”. Si ha notizia, scrive Bottazzi, di una campana fusa nell’anno 1390 di un maestro udinese, sfortunatamente mai nominato, tenuto conto che la maggior parte delle antiche campane presenti nel territorio della regione Friuli Venezia Giulia furono fuse nella città di Venezia < officine della Repubblica > o in loco da magistri campanarum itineranti. Bottazzi ricorda il maestro Giacomo da Ceneda, maestro < dei più celebri del suo tempo >.

Il maestro Giacomo fu chiamato a Udine a fondere nella notte nella notte del 13 novembre 1487 una campana di 5165 libbre in una fossa molto ampia fatta scavare nella chiesa grande della città mentre una processione di clero e popolo faceva gran festa mentre solo pochi anni prima, nel 1481, su richiesta del vescovo Nicolò Trevisan, lo stesso maestro aveva fuso la < campana granda > per il Duomo della sua città.

Nella nota 32, Bottazzi ricorda: la campana detta “dei morti”, fusa dal maestro Giacomo di Ceneda per la chiesa della sua città porta nel registro inferiore l’iscrizione: Mentem Sanctam, Spontaneam, Honorem Deo et Patriae Liberationem – MCCCCLXXI opus Iacobi Cenetensis.

Nella chiesa di S. Daniele in Castello a S. Daniele del Friuli (scavi 1984-1985), fu messa in luce una struttura anulare per campana con un diametro interno di cm 25 ed esterno di cm 63. La collocazione cronologica dell’impianto, con analisi al radiocarbonio, fu fissata tra il 1115 ed il 1215, periodo verso il quale convergono i risultati dell’indagine storico-architettonica della seconda pavimentazione romanica dell’edificio. […].

Una struttura collegata alla fabbricazione di una campana e posta sull’asse centrale della chiesa di Arzenutto è stata ricondotta alla ristrutturazione dell’edificio nel XIV-XV sec., mentre un altro caso interessante, tuttora in corso di studio, è quello di San Pietro di Sclavons. Dall’incrocio tra resti archeologici e la documentazione d’archivio del 1908 siamo informati, infine, del ritrovamento di una fossa per il getto di una campana ad Aquileia, nell’area antistante la basilica e la torre campanaria. Si sono conservati numerosi resti degli stampi, con tracce di due diverse iscrizioni, nonché di resti di lavorazione della lega di rame. Il manufatto, dotato di un diametro di cm 112, è databile probabilmente al XV-XVI secolo, e anzi ricollegabile, forse, ad un interessante documento del 1526 relativo alle spese per la realizzazione di una campana.

Cuzzoni ricorda Pietro Franchi e Francesco Almi di Udine (1642).

 

EMILIA E ROMAGNA

Bernazzani, in merito alla < firma > sulle campane da parte del magister campanarum: Spesso al nome segue l’indicazione di provenienza, espressa con de e l’ablativo del toponimo (Bartolomeus de Placentia, Ilarius de Parma, Ioannes de Pontremulo).

Frequente è l’aggettivo indicante la cittadinanza, talora abbreviato, come mostra l’iscrizione «Guidoctus pis», documentata da fonti erudite su una perduta campana duecentesca di Parma, che suscitò una querelle sull’origine, parmense o pisana, del fonditore(vedi in seguito).

Si può ipotizzare che, qualora il nome non sia seguito da indicazione di provenienza, il fonditore sia autoctono: è difficile credere che un forestiero, chiamato ad operare fuori patria, non ricordasse la propria origine sui manufatti.

Ricorre anche l’indicazione del nome del padre – in ablativo di genere o in genitivo – e del nome di famiglia, che talvolta ha origine proprio dall’attività svolta, a riprova dell’esistenza di vere ‘stirpi’ di fonditori. Anche in area parmigiana si conoscono famiglie dedite alla fusione in bronzo per generazioni, come i da Sacca, i Chiaramonte, i Garelli (o Garey, famiglia forse di origine francese cui appartengono Giovanni e Michele, attivi a Parma tra la seconda metà del XV secolo e l’inizio del successivo) e gli Alessi, stirpe che diede alla città prestigiose fusioni nel corso del XVII secolo. Infine, nelle sottoscrizioni trova prevedibile conferma la fluidità delle forme onomastiche medievali, ed il nome di uno stesso fonditore può comparire in forme differenti. Ad esempio, Ilario da Parma firmò le proprie campane con le varianti Hilarius, Ilarius e Ylarius, mentre il nome Giovanni ricorre nelle forme Johannes, Iohannes, Ioannes, Joannes. La formula di sottoscrizione più comune è quella dell’‘oggetto parlante’ (me fecit, o fecerunt) insieme alla sequenza ‘nome al nominativofecit’ (più spesso senza indicazione dell’oggetto, ma talora seguita da hoc opus).

Bernazzani: È notevole, comunque, che su una campana della chiesa dei Santi Abbondio e Moderanno a Berceto (Parma), datata 1497, Jacobus de Regio apponga il proprio nome separatamente rispetto all’iscrizione principale, contenente la dedica ed il nome del committente Beltrando Rossi. […].

Da questo gruppo si enucleano le campane databili al XIII (un solo esemplare, del 1281, a Piacenza) e al XIV secolo (cinque per l’area parmense – Parma, Ghiare di Berceto, Lesignano Bagni, Costa di Tizzano e Terenzo – ed una per il Piacentino, nel borgo di Ottone).

Quanto ai nomi degli artefici, è stato possibile ricondurre allo stesso fonditore Bon Domenegus de Parma due bronzi ancora esistenti in area parmigiana (a Ghiare di Berceto e a Lesignano Bagni), mentre dell’intensa attività di Ilarius de Parma, su cui le fonti forniscono preziose notizie, si conserva, a Pontremoli, solo una campana datata 1311.

Un fonditore pontremolese, Ioannes de Pontremulo, risulta infine il probabile autore di altri due bronzi, quello di Ottone e quello di Costa di Tizzano.

Partendo dalla Diocesi di Parma, la più antica campana firmata, datata 1353 e sottoscritta da Buondomenico (Bon Domenegus) da Parma, è oggi sul campanile della chiesa di Santa Felicita a Ghiare di Berceto, ma proviene dalla vicina chiesa di Casacca.[…] Il testo reca la firma e l’anno di fusione, secondo una formula tradizionale: M(AGISTERagister) BON DOMENEGO ME FECIT MCCCLIII.

A Buondomenico sono riconducibili altre tre campane; l’unica conservata, del 1363, oggi nella chiesa di San Michele a Lesignano de’ Bagni, reca una formula di sottoscrizione simile a quella del bronzo di Ghiare di Berceto: IN NO(M)I(N)E AME(N) BON DOMENEGO DE PARMA ME FE<CIT> MCCCLXIII; pur mancando il marchio, la coincidenza del nome e la prossimità delle date non lasciano dubbi che si tratti dello stesso artefice.

I magistri potevano lavorare soli, in un contesto di bottega ove garzoni e aiuti li affiancavano per i compiti di routine, o insieme ad altri*, come ancora testimonia il caso di Buondomenico: per uno dei due manufatti perduti si era infatti associato a un altro fonditore, che firmò insieme a lui.

 * in nota: I casi più frequentemente attestati di collaborazione sono quelli tra parenti (padri e figli, fratelli), nel contesto delle botteghe a conduzione familiare. Tra i tanti possibili esempi ricorderemo per Parma Guglielmo e Giovanni di Chiaramonte, padre e figlio, noti per aver fuso nel 1417 – e rifuso nel 1453 – la perduta campana ‘Vecchia’ della Cattedrale di Parma, guadagnando grandi lodi ed una patente concessa dal vescovo Delfino.

Bernazzani: Questa campana, fusa per la chiesa di Rivalta di Lesignano (Parma), datata 1358, andò distrutta nel 1866; l’iscrizione recitava, nella trascrizione di Scarabelli Zunti: «MCCCLVIII dompnus Iohaninus et Bonus D(omi)nicus me feceru(n)t».

Lo stesso studioso ricorda, in calce alla voce dedicata a Buondomenico nei suoi Documenti, un Donnino da Parma «esperto nell’arte di fondere campane vissuto nel 1358 e perciò coevo dei qui sopra ricordati Giovannino e Buondomenico da Parma suoi concittadini», affermando di aver tratto la notizia da un imprecisato «vecchio manoscritto»; tuttavia l’interpretazione di dompnus come l’antroponimo Donnino è implausibile, data anche la frequente occorrenza, già ricordata, dell’appellativo dompnus davanti al nome del fonditore (Scarabelli Zunti, inoltre, tratta del fonditore che collaborò con Buondomenico nel 1358 sotto i nomi di Giovannino** e di Giovanni). […].

** L’esistenza di un fonditore di nome Giovannino è testimoniata anche dalla sottoscrizione sulla campana di Santo Stefano a Terenzo.

Nel testo: Si può riflettere sulla cooperazione di questi due artefici, Giovannino e Buondomenico, che nell’epigrafe non dichiarano legami di parentela (il che non consente di escluderla). Se condividevano la bottega, stupisce, pur tenendo conto delle dispersioni, che non siano documentati altri manufatti a loro ascrivibili.

Nella campana per Lesignano de’ Bagni, successiva di soli cinque anni a quella di Rivalta, Buondomenico torna ad operare da solo.

Si può ipotizzare che il dompnus Iohaninus, avendo ricevuto la commissione della campana per Rivalta, ma essendo ancora alle prime armi, avesse fatto in modo di essere affiancato da un fonditore più esperto (Buondomenico aveva già lavorato almeno a Casacca e, come subito vedremo, a Parma).

Forse questo contatto procurò a Buondomenico, pochi anni dopo, l’incarico per la vicina chiesa di Lesignano.

Se poi il dompnus Iohaninus in questione fosse il dompnus Iohaninus Galus che nel 1365 sottoscrive una campana in Santo Stefano a Terenzo, si potrebbe tracciare il profilo di un fonditore documentato in una fase alta – e probabilmente non ancora del tutto autonoma – della sua attività e successivamente in una di indipendenza, cui risale il manufatto nel quale compare l’appellativo Galus, forse da intendersi come cognome; nonostante l’assenza di Galus nella sottoscrizione del 1358, l’identificazione sembra molto probabile.

L’altra campana riconducibile a Buondomenico era collocata sulla torre della chiesa di San Nicolò a Parma; datata 1350, era dunque il suo primo manufatto noto.

Luigi Poncini, nelle Effemeridi storiche di Parma, presenta Buondomenico come il più antico fonditore di campane parmigiano conosciuto, lasciando intendere che in tempi precedenti la città si fosse valsa esclusivamente di artefici pisani e ricordando tre soli altri fonditori locali, due attivi tra il principio e la metà del Quattrocento e il terzo addirittura nel XVIII secolo* .

* L. Poncini, Effemeridi storiche di Parma ordinate da L. P. Parte II: dal secolo XV alla metà del XIX, «La Luce», 22-23 febbraio 1883, p. 166: «22 febbraio. […] 1416. Parma, in cui fiorirono d’ogni tempo e le arti meccaniche e le liberali, non mancò neppure di fonditori di campane.

Negli anni 1282 e 1285 mandò a Pisa per siffatti artisti, ma nel 1363 troviamo un fonditore nostro, Bon Domenico da Parma, il quale nel detto anno fuse la campana della parrocchia di Lesignano de’ Bagni […]». L’autore ricorda poi Giovanni Camatino (che rifuse la campana di Buondomenico, rottasi il 22 febbraio 1416), Leonardo da Gavazapo (fonditore nel 1453 della campana de Tertiis per il Comune di Parma, ancor oggi sulla torre del Palazzo del Governatore) e Giacomo Alessi, autore nel 1607 e nel 1641 di altre due campane civiche, anch’esse conservate.

Nel testo: È vero che campanarii pisani furono sicuramente attivi negli anni 1285 e 1287 per il Comune e la Cattedrale – come attesta Salimbene de Adam e come confermerebbe il caso del fonditore Guidotto (1), ma non si devono dimenticare Giovanni da Parma (2), attivo nel XIII secolo, e gli altri fonditori trecenteschi noti, come il citato Iohaninus Galus, Ilario da Parma, Tebaldo Milioli (3), Giovanni e Gherardino da Sacca (4); l’enigmatico Giovanni Camatino (vedi in seguito), citato dal Poncini, è figura probabilmente distinta dallo Johannes (in nota: sull’identità e sul nome di questo artefice le fonti sono confuse) attivo nel 1370.

Bernazzani, nelle note: (1) La presenza accertata di fonditori di campane pisani a Parma negli anni Ottanta del Duecento va tenuta presente nella discussione sulla provenienza del fonditore Guidotto. A ricordare per primo il nome di Guidotto a proposito di una campana parmigiana fu Alessandro da Morrona, che mise in relazione con le notizie di Salimbene la memoria dell’iscrizione di una campana oggi perduta della certosa di San Girolamo a Parma.

La campana risaliva al 1287 (l’anno in cui Salimbene ricorda attivo a Parma almeno un fonditore pisano, compreso nell’arco di tempo in cui Guidotto di Bartolomeo Pisano (vedi Toscana) opera in importanti commissioni fuori Pisa; e recava la sottoscrizione «Guidoctus pis me fecit».

L’iscrizione non è tràdita univocamente. Nicolli scioglie pis in parmensis: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus parmensis me fecit».

Scarabelli Zunti, che pure considera Guidotto parmigiano, mantiene l’abbreviazione, madà una versione incompleta: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus pis me fecit».

Fu dunque lo scioglimento dell’abbreviazione pis a suscitare contrasti: Da Morrona vi riconosce l’origine pisana del fonditore, prova ulteriore del fatto che i fonditori pisani erano allora «invitati a dar saggio del loro sapere dalle migliori città d’Italia». Come Nicolli, Lopez scioglie con parmensis e segnala Guidotto come uno dei fonditori autoctoni attivi in città negli ultimi vent’anni del Duecento. Le circostanze cronologiche ed il nome stesso (nonché la provata mobilità di Guidotto di Bartolomeo) inducono tuttavia a pensare che la campana fosse opera del fonditore pisano.

(2)  per Giovanni da Parma, Bernazzani scrive: Di questo fonditore, che realizzò nel 1279 una perduta campana per la chiesa della Santissima Trinità a Parma, dà notizia Ubaldo Bianchi, che in un sua raccolta manoscritta di iscrizioni parmensi (conservata presso l’Archivio di Stato di Parma, da ora ASP) trascrisse l’iscrizione esaminando in prima persona il manufatto: «In nomine Domini Ih(es)us 1279 Chr(istu)s regnat Chr(istu)s vincit Chr(istu)s imperat vox Domini Joannes parmensis me fecit (tem)p(o)re presbiteri Joannis Pater Filius Spiritus Sanctus».

Scarabelli Zunti trasse l’iscrizione da Bianchi probabilmente senza vedere il bronzo, poiché introduce poche varianti grafiche ed un’aggiunta (la T davanti al pre registrato dal Bianchi, come abbreviazione per tempore seguita dal genitivo dell’autorità), entrambe correzioni adsensum.

Altro non si è trovato, ad oggi, su questo artefice; la sua figura è tuttavia fondamentale nella storia dell’artigianato cittadino, in quanto – osservava già Scarabelli Zunti –, questa era ai suoi tempi (o almeno a quelli di Bianchi) la più antica campana esistente a Parma, per di più dovuta a un fonditore autoctono.

(3) per Tebaldo Milioli: Il suo nome è citato nel Chronicon parmense sotto l’anno 1333 a proposito della costruzione del campanile di San Pietro sulla platea Communis di Parma: «[…] magister Thebaldus Miliolus, magister campanarum et lignaminis et muri, valde bonus magister et inzignerius, super stetit ad dictum laborerium fieri faciendum».

Da rilevare la frequenza dell’appellativo magister e l’alta qualifica dell’artefice, figura più sfaccettata di quelle incontrate sino ad ora, non solo fonditore ma anche progettista di costruzioni, evidentemente assai stimato («valde bonus»).

(4) Giovanni, precisa Bernazzani, fu padre di Gherardino. È ricordato come fonditore di campane da Scarabelli Zunti, ma non si hanno notizie sulle sue opere.

Di lui, oltre alla sua professione di parolarius (fabbricante di paioli, circostanza che richiama il caso dei Colderari di Milano, sappiamo solo che il 5 gennaio 1402 era già morto, e da ciò possiamo dedurre che fosse attivo già intorno alla metà del Trecento, se non prima. Gherardino è il fonditore della campana del 1393 ancora oggi sulla cupola del Duomo di Parma.

Di Leonardo da Gavazapo o Gavazapo Leonardo, il Dizionario della Musica del Ducato di Parma e Piacenza, ricorda: Nel 1481 fornì la chiesa di S. Uldarico di Parma di una campana, che si ruppe nel 1780.

Anche per Camatino Giovanni il Dizionario della Musica del Ducato di Parma e Piacenza ricorda che “Uno de’ più antichi fonditori di campane della città nostra”. Il Da Erba scrisse che, incrinatasi il 22 mar. 1416 la campana maggiore della chiesa di S. Giovanni Evangelista, “venne essa rifatta da maestro Giovanni Camatino fonditore parmigiano della via di S. Ambrogio che la diede terminata il 17 dicembre dello stesso anno e pesò 112 pesi”. Secondo altri questo avvenne il 17 dic. 1363.

Si ricorda di Cassinari Giovanni, Fuse in Piacenza 7 campane: nella chiesa di S. Giacomo, dove, oltre al suo nome si legge “A fulgore et tempestate libera nos domine”; in S. Giorgio (1704), in S. Vincenzo (1705), nella chiesa dei Madoli (1706), in S. Michele (1710).

Sempre il Dizionario ricorda: Mazzocchi Giorgio. Piacentino, il Mensi riportava che si conoscevano in Piacenza le campane della chiesa di S. Nicolò (fusa nel 1691), di S. Anna (1703) e di S. Andrea (1731). Il figlio Antonio continuò l’arte di fondere le campane.

Un Bartolomeo da Sacca fonderà le campane per il Battistero di Parma tra il 1424 e il 1425. (era il 19 ottobre 1424 vedi Dizionario della Musica del ducato di Parma e Piacenza).

Bernazzani: Dunque, nel XIV secolo i nomi di magistri campanarum parmigiani sono piuttosto numerosi, a riprova di un artigianato capace di rispondere pressoché interamente alle richieste: i fonditori pisani, la cui fama si stendeva da Cefalù ad Assisi, da Roma sino appunto a Parma, erano stati chiamati per le commissioni più prestigiose ed in conseguenza di risultati insoddisfacenti conseguiti dai fonditori locali, ai quali ci si era inizialmente rivolti nella speranza – dettata da ragioni di prestigio, ma innanzitutto economiche – di risolvere tutto ‘in casa’.

Riprendendo l’ordine cronologico interrotto per ricostruire il piccolo corpus di Buondomenico, andrà menzionato il bronzo della chiesa di San Pietro a Costa di Tizzano, datato 1360 e firmato da un ‘forestiero’: Ioannes de Pontremulo. (Vedi TOSCANA).

Quello dei fonditori pontremolesi è un capitolo aperto, che non ha mancato di interessare cultori di memorie locali come Bologna, Giuliani e Lazzeroni, e propone spunti di riflessione sulla mobilità dei fonditori, sul peso che i contatti ebbero per gli sviluppi locali delle attività fusorie e sulla posizione di spicco che alcuni centri detennero in questo settore.

A Pontremoli risultano attivi, nel corso del Trecento, fonditori autoctoni e provenienti da Parma, che preparano il sorgere di una fiorente attività, destinata a divenire tradizione locale. Pontremoli, Parma, Piacenza, e soprattutto le aree collinari di pertinenza, si trovavano nel bacino della via Francigena e nel Medioevo furono intensamente collegate tra loro.

La geografia degli scambi si unisce così alla dinamica degli sviluppi artigianali: è stato ipotizzato che proprio fonditori provenienti da Parma e chiamati ad operare a Pontremoli avessero introdotto nella località dell’alta Toscana l’arte di fondere campane.

Nel caso di Ioannes (de Pontremulo), è comprensibile che egli operasse non in Parma, data la disponibilità di fonditori autoctoni, ma in area collinare, ove era facile il contatto con un centro come Pontremoli, distante da Tizzano poco meno di sessanta chilometri.

Bernazzani: Nella chiesa di Santo Stefano a Terenzo si trova una campana del 1365, firmata da quel Johaninus Galus che abbiamo ricordato per un’ipotesi identificativa con il collaboratore di Buondomenico a Rivalta.

Questa l’iscrizione, in caratteri gotici, nella fascia corrente intorno alla calotta: IN NOMINE D(OMI)NIAM(EN) MCCCLXV DOMPNUS IOHANINUS GALUS ME FECIT.

Nel 1393, Gerardinus de Sacha sottoscrive la campana della loggetta esterna della cupola del Duomo di Parma, cui, stando alle fonti, fu destinata sin dall’origine. Questa, la più antica tra quelle della Cattedrale giunte sino a noi, è chiamata nelle fonti Sanctus.

Ilario da Parma fu attivo nella prima metà del Trecento tra Parma, Piacenza e Pontremoli.

Fonti alla mano egli appare, nonostante la sopravvivenza di una sola delle sue campane, uno dei più prolifici magistri campanarum di questa congiuntura geografico-cronologica. Ilario firma la campana datata 1311 di San Francesco a Pontremoli: IN NO(M)I(N)E D(OMI)NI AME(N) ILARIUS DE PARMA ME FECIT // MCCCXI P(ER) VOCCIIS HOC SON(UM) FUGITUR DIE MALIGNUM.

[…]. in base a un’analogia nel testo delle iscrizioni, è stato proposto di riferire a Ilario, o almeno al gruppo di fonditori parmigiani che verosimilmente lo affiancarono a Pontremoli, altre due piccole campane, non firmate, della chiesetta pontremolese di San Cristoforo, datate 1303; l’affinità di contenuto dei testi non può però essere ritenuta indizio di una stessa paternità, poiché il peso delle tradizioni epigrafiche ed i desiderata della committenza dovevano incidere ben più delle scelte delle maestranze.

Può comunque non essere casuale il fatto che un fonditore parmigiano assimili un’inclinazione alle formule esorcisticoapotropaiche in una terra ove i retaggi di paganesimo e superstizione erano particolarmente radicati.

Ilario ed i suoi concittadini potrebbero aver giocato un ruolo importante nel favorire il radicarsi delle pratiche di fusione campanaria in terra pontremolese, se non proprio nella fase iniziale, ad uno stadio precoce. Ilario era già pienamente attivo tra primo e secondo decennio del Trecento, e Lazzeroni riferisce di tre campane perdute sottoscritte da un Ilarius de Parma che, se la tradizione delle iscrizioni fosse corretta, consentirebbe di collocare la sua attività nota tra il 1304 ed il 1353: si tratta di due bronzi di area pontremolese, fusi rispettivamente nel 1350 e nel 1353 per San Bartolomeo a Gravagna e di uno per Pastina presso Bagnone, del 1304.

L’iscrizione della campana maggiore di Gravagna («In nomine Domini Ilarius de Parma me fecit MCCCLIII», secondo Lazzeroni) sarebbe uguale a quella della minore, con la sola differenza della data.

La formula, riportata anch’essa da Lazzeroni, sarebbe stata la stessa per la più antica campana di Pastina: «In nomine Domini Ilarius de Parma me fecit MCCCIIII»; la sottoscrizione si ripresentava poi nella stessa ‘forma base’ – dedica a Dio Padre, nome, anno di fusione – sulla campana (su cui si tornerà a breve) fusa da Ilario per la pieve di San Vito in Gravago nel Piacentino.

Nel XIX secolo, l’abate Francesco Nicolli registrò, nei resoconti delle sue perlustrazioni, l’iscrizione di un’altra campana di Ilario, datata 1318, anch’essa perduta. Fuso per la chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia a San Vito in Gravago, il bronzo doveva recare un’epigrafe disposta su due fasce, entrambe aperte da un signum crucis: IN NO(M)I(N)E D(OMI)NI AME(N) YLARIU(U)S DE PARMA // ME FECIT MCCCXVIII. Ancora una conferma del diffuso impiego di formule standardizzate.

Una formula apotropaica assai più canonica di quella della campana di San Francesco a Pontremoli compariva sul perduto bronzo fuso da Ilario nel 1348 per i Domenicani di San Giovanni in Canale a Piacenza, la ‘campana grande’ della chiesa.

L’iscrizione ci è nota grazie all’Historia ecclesiastica di Pier Maria Campi, a quanto sappiamo la più antica fonte a dare notizia di questa campana: «Mis bene pulsantis quia sum vox Altitonantis effugiant voces tempestas fulgura et hostes in nomine Domini amen Hilarius de Parma me fecit MCCCXXXXVIII».

Parlando del fatidico 1348, funestato dalla peste, il Pezzana accenna a questo caso, e sembra riconoscere un ruolo di spicco ad Ilario, citato con Gherardino da Sacca a riprova dello sviluppo dell’arte fusoria a Parma nel secolo XIV. La chiamata di Ilario in un’altra città sarebbe indicativa della sua notorietà, e non andrà sottovalutato il peso della committenza domenicana, sia a Parma che a Piacenza: Ilario, già attivo a Pontremoli per i Francescani, dovette ricavare prestigio dal legame preferenziale con gli Ordini mendicanti.

Le firme sin qui esaminate per Parma ed il territorio mostrano, per il Trecento, il vivace panorama artigianale di una città in grado di ‘esportare’ fonditori, chiamati a Piacenza ed a Pontremoli.

Il contesto parmense è comunque assai più ricco di quello piacentino: sono solo due i manufatti medievali firmati reperiti nella Diocesi di Piacenza, a cui si aggiunge un bronzo del 1471, firmato dall’ unico fonditore piacentino attivo entro il XV secolo di cui si conservi una campana, il magister Bartolomeo da Piacenza.

Le fonti restituiscono pochissimi nomi di fonditori piacentini attivi nei secoli XIII e XIV, e ad oggi non si sono reperite campane da loro realizzate. In nota: Si tratta della già ricordata campana maggiore della basilica di Sant’Antonino a Piacenza.

Il caso esula dai limiti cronologici di questo studio ma merita segnalazione, innanzitutto per l’origine piacentina dell’artefice.

L’iscrizione (in maiuscola gotica su due spazi delimitati da listelli a cordoncino) recita: MCCCCLXXI die marcii facta fuit hec campana ad h(onorem) I(esus) Ch(risti) et M(atris) eius // et sancti Antonini m(agister) Bartolomeus de Placentia. Lo stato delle testimonianze indurrebbe dunque a credere che a Piacenza l’arte della fusione abbia avuto uno sviluppo piuttosto tardivo, tanto più che gli unici due bronzi medievali firmati rinvenuti per quest’area recano il nome di artefici forestieri.

Ed ancora: Per il XIII secolo è noto solo il nome di Gerardo da Piacenza, che sottoscrisse nel 1274 (o 1273) una campana della torre del Palazzo Comunale di Cremona. Questa l’iscrizione, trascritta dal Fermi: «Vox Domini MCCLXXIIII magister Gerardus de Placentia me fecit».

Giovanni da Piacenza dovrebbe aver fuso nell’anno1202 (o 1210) una campana perduta per l’oratorio di Villacella di Rizzoaglio (GE).

Bernazzani: Interessanti casi di fonditori del XV secolo di cui si è ricostruita l’intensa attività sono quelli di Agostino da Piacenza e Giovanni da Zagabria.

Per il Medioevo segnaliamo anche: Magister Toscolus de Imola fonditore di campane.

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Tosculus (magister) XIV Secolo Imola Nel 1344 fuse la campana della chiesa di san Giovanni in Monte in Bologna.

Cuzzoni: A Bologna esisteva, nel settore della fusione di campane, nel 1466 Antonio da Bologna; una sua campana reca la scritta: “Antonivs fecit in Bononia 1466“. Nessuno sa da dove venga quella campana, ma questo pezzo si avvicina molto alle creazioni del veronese Jacopo.  

Lazzaro Agolanti, ingegnere e fusore di campane operante dalla seconda metà del XV secolo. Nell’aprile 1506 fornì una campana alla Cattedrale di Parma.

Antonio Alberti. Parma prima metà del XVII secolo. Fonditore di campane.

Luca Atanasi Fonditore di campane operante nella seconda metà del XV secolo e all’inizio del XVI. Lo Scarabelli Zunti (v. III, p. 16) riporta che ne’ manoscritti ancora inediti del p. Romualdo Baistrocchi si trova memoria di un maestro Luca degli Atanasi parmigiano, vivente nel 1514, il quale fuse una campana per la torre della chiesa di S. Giovanni Evangelista de’ monaci cassinensi; ma che a’ giorni del ricordato Baistrocchi non esisteva più.

Gardino Belliardi fonditore di campane operante nella seconda metà del XV secolo e nella prima metà del Cinquecento. Nel 1506 realizzò le campane del Monastero di San Martino dei Bocci o Valserena e l’anno seguente rifuse quella di San Leonardo. È forse lo stesso che nel 1507 prese parte alla ricostruzione del bastione di Porta Nuova e nel 1510 alla costruzione di fortificazioni in Codeponte a Parma.

Melchiorre Belliardi Fonditore di campane. A Milano nel 1532 fuse la campana chiamata Ugolina con rilievi di santi. Operava già alla fine del XV secolo.

Girolamo Bocelli Fonditore di campane, fuse per collegiata di Cortemaggiore con la leggenda “Deo Divae Omnipotenti Virgini restaurata pro Comune Curtis Majoris. 1561 Hieronimus Bocellus de Busseto“. Che esercitasse tale arte lo è pur detto nell’iscrizione per la venuta di Paolo III e Carlo V in Busseto, fatta erigere dallo stesso sulla facciata di San Bartolomeo di Busseto nel 1594.

Giovanni (da Parma). Fonditore di campane. Assieme a Bondomenico (vedi in seguito) nel 1358 firmò la campana maggiore di Rivalta nel Comune di Lesignano Bagni. Firmata da Giovanni esiste una campana del 1370 nella chiesa di San Cristoforo nel circondario di Borgo Taro.

Solo verso il mille, nacque la professione del fonditore; questo pionieristico “ingegnere” proveniva solitamente dalle zone dell’Europa centrale (si ricordi maestro Roberto il sassone artefice di due grosse campane in Ravenna), dove le materie prime e l’arte di lavorarle erano più di casa.

A bordo di un carro, percorreva le impervie strade d’Europa, prestando la sua opera dove richiesto. Arrivato in loco, approntava la sua fonderia mobile in uno spazio aperto, nei pressi del campanile per il quale doveva fondere il bronzo.

“Mentem sanctam spontaneam honorem deo et patriae liberationem”: questa inscrizione adorna molte campane antiche fra le quali la “Marziale” ossia la maggiore del concerto di San Giovanni evangelista in Ravenna, opera di Roberto Sassone datata 1208.

Cuzzoni: Cristoforo Lontani. Fusore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo.

A Imola, nel 1658, operava Giacinto Landi, che produsse il Secondo Campanone della Cattedrale di Ravenna. (vedi in seguito).

Girolamo Milioli. Fonditore di campane, operatore all’azamina e sculture in bronzo attivo nell’anno 1450. Cognome e nome non sono certi, poiché risultato dello scioglimento della sigla “M.L.is” (che Scarabelli Zunti legge invece “M.C.is”) Je.con” la quale firmò alcune sue opere.

Dal sito Parrocchia di Roncofreddo, Chiesa di Santa Maria Assunta: Cento, manzionato nel Codice Bavaro, fu possedimento degli arcivescovi ravennati insieme a Villa Venti dal VII secolo alla metà del X secolo. La fonderia di campane di proprietà dei F.lli Baldini, esistente dal 1500 al 1850 nei pressi del frantoio, era specializzata nella fusione di campane di grandi dimensioni.

Da Luca Chiavegato e Nicola Patria, Le campane del duomo di Ravenna: A. MDCLLVIII + HIACINTUS DE LANDIS IMOL FUNDEBAT.

Giovanni Battista Rozzi. Fusore di campane attivo nella prima metà del XVII secolo. Il 29 gennaio 1609 fornì il campanone di 350 pesi per il servizio della torre dell’orologio del Comune di Parma, che, data la cattiva riuscita, fu fuso nuovamente nel mese di maggio.

Nel 1644 la fusione fu rifatta da Alessio Alessi era figlio di Jacopo (vedi in seguito).

Giacomo Giovanni. Fonditore di campane attivo nella prima metà del XVII secolo.

Unione Campanari Bolognesi: Le campane più antiche dell’Emilia si trovano a Ravenna sul campanile S. Giovanni evangelista. Furono fuse da Roberto Sansone nel lontano 1208 e si chiamano Marzia (oggi lesionata e quindi muta) e Berta.

A Pontremoli, nell’anno 1277, il fonditore parmigiano Ioannes de Parma realizzò la campana maggiore della chiesa di San Cassiano a Saliceto.

Lo stesso Giovanni da Parma realizzò nell’anno 1279 una perduta campana per la chiesa della Santissima Trinità a Parma: In nomine Domini Ih(es)us 1279 Chr(istu)s regnat Chr(istus) vincit Chr(istus) imperat vox Domini Joannes parmensis me fecit (tem)p(o)re presbiteri Joannis Pater Filius Spiritus Sanctus.

Guidotto (da Parma) Fonditore di campane, fatto conoscere dal Nicolli che pubblicò l’iscrizione che si leggeva sull’antica campana della Certosa, presso Parma: “A.D. MCCLXXXVII ad honorem dei et beatae mariae virginis de bonis domini rolandi tavernae guidottus parmensis me fecit”. Alessandro De Morrona, appoggiato all’autorità dell’Affò, ritenne invece che l’abbreviazione “P.is” si dovesse leggere “pisanus” e non “parmensis“.

Si conosce il magister Gerbidus, fonditore nel 1302 della campana grossa del Duomo di Piacenza.

Cuzzoni: Giovanni Camattino Fu uno dei più antichi fonditori di campane della città di Parma, sul conto del quale il Da Erba, nell’Estratto, racconta come essendosi rotta il 22 marzo 1416 la campana maggiore della chiesa di San Giovanni Evangelista, venne rifatta da Maestro Giovanni Camattino, fonditore della vicinia di Sant’Ambrogio, che la terminò (la campana pesava 112 pesi) il 17 dicembre dello stesso anno. È forse lo stesso Giovanni o Giovannino da Parma, fusore di campane che operava nel 1358 in collaborazione con Buondomnenico da Parma: “M.CCC. LVIII. Dompnus Ionanninus: Et. Bonus D.ni.cus: Te. Feceru.t.” (iscrizione che si legge all’intorno della campana maggiore di Rivalta di Lesignano dei Bagni). Cuzzani: Leonardo da Gavazapo. Nel 1453 fuse per la torre civica del Comune di Parma il campanone, detto de tertiis o campanella d’allarme, perché doveva suonare solo in caso di guerra. Nello stesso anno fornì quella della chiesa di Santa Maria di Bardone. L’anno successivo (1454) fuse per il monastero di San Giovanni di Parma la campana chiamata rubiginosa. Nel 1481 fornì la chiesa di Sant’Uldarico. Stefano Gavazapo. Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo.

Giovanni Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Guglielmo una campana nel Duomo di Parma.

Guglielmo Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Giovanni una campana nel Duomo di Parma. Erano peritissimi nell’arte loro, per cui il vescovo Delfino onorolli di speciale patente.

Cuzzoni: Antonio da Ramiano, fu costruttore e maestro di orologi, nonché fonditore di campane: una di queste, che si trova ancora nelle torre dell’Abbazia di Torrechiara, si legge: “Petrus maria de Rubeis Co: Berceti f. mccclxxv. x. vicit. x. regnat x. ipat, Antonius. Niccolò da Ramiano attivo a Parma, nel 1502 fornì la campana maggiore della torre della chiesa del Carmine e nel 1516 quella della chiesa di Santa Maria dei Servi. Nel giugno 1520 fece il contratto con la chiesa di San Giovanni per la fornitura di una campana, rifusa nell’anno 1521.

Girolamo (da Busseto) Fonditore di campane attivo nell’anno 1589. Giuseppe Gualtieri. Sacerdote e fonditore di campane citato dallo Scarabelli Zunti (Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, volume VI, ad vocem) come esecutore nel giugno 1703 delle campane per la chiesa di San Donnino di Monticelli.

Guidotto (da Parma). Fonditore di campane, fatto conoscere dal Nicolli che pubblicò l’iscrizione che si leggeva sull’antica campana della Certosa, presso Parma: “A.D. MCCLXXXVII ad honorem dei et beatae mariae virginis de bonis domini rolandi tavernae guidottus parmensis me fecit”. Alessandro De Morrona, appoggiato all’autorità dell’Affò, ritenne invece che l’abbreviazione “P.is” si dovesse leggere “pisanus” e non “parmensis“.

Cuzzoni: Bartolomeo Sacca Fusore di campane. Nell’archivio Capitolare del Duomo di Parma si trova una convenzione seguita il 19 ottobre 1424 tra gli operai della cattedrale e M.ro bartolomeo de Sacca per fondere due campane del Battistero, le quali si erano rotte: “MCCCCXXIIII, die Jovis XVIIII Octubris. Cum verum sit quod ego Franciscus de Servideis Rector ac Massarius domus fabrice domine Sancte Marie de laborerio maioris ecclesie parmensis locaverim Bartolameo

de Sacha Magistro Campanarum presenti et conducenti et in presentia domini dompni Macharii prepositi Baptismatis […].

Nell’anno 1358 fuse anche Donnino da Parma, esperto nell’arte di fondere campane.

Da internet, pdf il libro prof. Giuditta, al capitolo dedicata a Le campane, si legge: A Bologna c’era la campana dell’Arengo, detta anche “Campanazzo”, per le funzioni civili, era posta sulla torre del Podestà e venne fusa nel 1377, fu poi sostituita con una più grande nel 1453 (autore ignoto) per ordine del Cardinal-Legato Giovanni Bessarione. I maestri campanari erano iscritti all’arte dei fabbri, ma fondere una campana non era cosa da poco: occorreva esperienza e maestria e perciò spesso si ricorreva a fonditori stranieri di fama o comunque non locali, infatti nella matricola dei fabbri del 1410 molti maestri campanari vengono indicati con il termine “de alemania”; altri provenivano dalla Lombardia e dalla Valsassina, altri ancora dalla Francia.

Tra i maestri fonditori bolognesi i più noti sono quelli designati con il cognome “Dalle Campane” che chiaramente deriva dal mestiere, attivi a Bologna dal 1361 al 1463. A questi succedettero gli Invernizzi o Vernizzi Dalle Campane, probabilmente un ramo della stessa famiglia che aveva assunto o ripreso il cognome Invernizzi, infatti anche quest’ultima famiglia di fonditori aveva bottega nella stessa via dei maestri Dalle Campane.

Dei Vernizzi, scrive il prof. Giuditta, è probabilmente la campana non firmata della cattedrale di S. Pietro; mentre [PDF]XIXsecoloFreeForumZone ricorda: Vernizzi. Campana grossa della Basilica di S. Stefano in Bologna.

Giuditta: Tra i maestri fonditori bolognesi i più noti sono quelli designati con il cognome “Dalle Campane” che chiaramente deriva dal mestiere, attivi a Bologna dal 1361 al 1463.

A questi succedettero gli Invernizzi o Vernizzi Dalle Campane, probabilmente un ramo della stessa famiglia che aveva assunto o ripreso il cognome Invernizzi, infatti anche quest’ultima famiglia di fonditori aveva bottega nella stessa via dei maestri Dalle Campane.

Nel museo sono conservate tre di queste campane ma solo due hanno un interesse araldico: “La Lucardina” di Bonaccorso Dalle Campane, ed un altra non firmata ma probabilmente opera dei Vernizzi, proveniente dalla cattedrale di S. Pietro.

Bernazzani, in proposito: campana ‘Lucardina’ del Museo Civico Medievale di Bologna, datata 1447 e firmata da Bon Acursius (Bonaccorso di Rolando Delle Campane) per il Tribunale della Mercanzia di Bologna e nell’anno 1454 la campana del convento di S. Antonio di Lugo di Romagna.

Cuzzoni: Girolamo Milioli Fonditore di campane, operatore all’azamina e sculture in bronzo attivo nell’anno 1450. Cognome e nome non sono certi, poiché risultato dello scioglimento della sigla “M.L.is” (che Scarabelli Zunti legge invece “M.C.is”) Je.con” la quale firmò alcune sue opere.

Giovanni Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Guglielmo una campana nel Duomo di Parma.

Guglielmo Chiaramonte Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Giovanni una campana nel Duomo di Parma. Erano peritissimi nell’arte loro, per cui il vescovo Delfino onorolli di speciale patente.

Jacobus de Regio fuse nel 1497 una campana per la chiesa dei Santi Abbondio e Moderanno a Berceto (PR).

[PDF] Fonditore Epoca Sede FonderiaCaleffi. XVII secolo Carpi Ercole. attivo nel modenese.

Campanaria (aprile 2013), informa dell’esistenza nel Cinquecento dell’emiliano Piero da Carpi.

Niccolò da Ramiano Costruttore e maestro di orologi e fonditore di campane. Fu padre di Antonio, cui probabilmente insegnò l’arte. Campanaro ed orologiaio, tra gli anni 1502/1521. Attivo a Parma, nel 1502 fornì la campana maggiore della torre della chiesa del Carmine e nel 1516 quella della chiesa di Santa Maria dei Servi. Nel giugno 1520 fece il contratto con la chiesa di San Giovanni per la fornitura di una campana grossa.

Da Campanaria (aprile 2013): Ai primi del 900 viene reperita una campana datata 1565 e firmata Betalli – mastri fonditori operanti nel capoluogo dell’Appennino Reggiano (di cui si conservano incisioni lignee delle decorazioni che si facevano in cera) che insegnarono ai Capanni (XVIII sec / XXI sec.) l’arte dei metalli.

A Ferrara, nel 1607, operò Giovanbattista Censori, realizzando il campanone della Cattedrale. Si recò perciò per qualche tempo a Piacenza, dove venne incaricato di fornire la campana maggiore del palazzo comunale della città, utilizzando il bronzo avanzato dalla fusione dei cavalli della piazza e quello della campana realizzata da Sordo da Parma nel 1567. Nel 1641 fuse la campana grande da sistemare sulla ricostruita torre della Piazza Grande.

Completando le informazioni, D’Andrea (II) ricorda: Antonio e Giovanni Battista Censori, da Bologna. Fusero nel 1594 una grossa campana per la Chiesa di S. Silvestro di Aquila.

XIX secolo-FreeForumZone: Famiglia Alessi  XVII s e c.. sede fonderia Parma e Piacenza. Jacopo: nato a Scarzara, nella torre del Comune di Parma attualmente si trova una sua campana (Jacobus de Alesiis parmensis fecit ) fusa nel 1607, mentre un’altra del 1635 fu rifatta da Domenico Barborini nel 1784. Collaborò con il figlio (Alessio) per il campanone, opera del 1644. Alessio. N.1591 ca – Ω 1648 ca. Figlio di Jacopo, nel 1612 fuse una campana per la chiesa di S. Francesco del Prato. Si reco cosi per qualche tempo a Piacenza, dove il 6 nov. 1631 venne incaricato di fornire la campana maggiore del palazzo comunale della citta, utilizzando il bronzo avanzato dalla fusione dei 2 cavalli della piazza e quello della campana di Sordo da Parma del 1567. La fusione venne effettuata il 29 ott. 1632. Pesava 4230 chili di bronzo, era alta m. 1,98 Ritornato a Parma, il 15 mar. 1635 ricevette 140 lire imperiali per la campanella detta “del fuoco o delle armi” (la quarta) posta sulla torre della citta, che si era rotta: questa venne rifatta nel 1784 dal fonditore Domenico Barborini. 19 ago. 1641 e datato il capitolato per il quale doveva procedere alla fusione della campana grande da sistemare sulla ricostruita torre della piazza Grande (A.S.Pr: Ordinationes Com. Parm., v. 130, p. 104): la campana doveva possedere una “buona voce, chiara et sonora et da ogni mancamento perfetta” e tali qualità dovevano durare 4 anni dal primo collaudo. Nel 1643, cosi, dovette essere rifusa (ibidem, v. 131, p. 94) e il pagamento fu effettuato nel 1644, dopo il collaudo ( ibidem, v. 135, p. 12). Il campanone, firmato “Alex. de Alexis parmensis fecit anno MDCXXXXIIII,die XII februari”, e ornato da una ricca decorazione a bassorilievo con fogliame e l’immagine dei santi protettori della città.

http://www.campanologia.it, ricorda Antonio (da Bologna) per il secolo XV.

Tra il XVI ed il XVIII si intensificò il flusso di fonditori attivi tra Parma e Piacenza: Sordo da Parma (chiamato a Piacenza nell’anno 1567 per la campana della torre dell’orologio dopo il fallimento delle trattative con i piacentini Nicolò e Gerardo Bosio).

Di Nicolò Bosio, il Dizionario della Musica del Ducato di Parma e Piacenza, ricorda: il 27 gen. 1528 ricevette la commissione dalla Comunità di Piacenza di fondere una campana di 200 pesi (1587 chili) da servire all’orologio sovrastante il palazzo del Comune. Incrinatasi dopo 8 anni nel 1536 la rifuse, questa volta di 2540 chili. Fornì di campane le chiese di SS. Giacomo e Bernardo, S. Paolo, S. Sisto, S. Eufemia, S. Giovanni, S. Antonio.

Girolamo (da Busseto) fonditore di campane, fatto conoscere dal Nicolli che pubblicò l’iscrizione che leggeva sull’antica campana della Certosa, presso Parma: “A.D. MCCLXXXVII ad honorem dei et beatae mariae virginis de bonis domini rolandi tavernae guidottus parmensis me fecit. Alessandro De Morrona, appoggiato all’autorità dell’Affò, ritenne invece che l’abbreviazione “P. is” si dovesse leggere “pisanus” e non “parmensis”.

Ricordiamo La Famiglia francese Garey (italianizzato in De’ Garelli o Garelli) di fonditori erranti giunse in Emilia e Romagna verso la metà del Quattrocento dalla Provenza. I fonditori erano i fratelli Jan (Giovanni) e Michel (Michele).

Dal sito http://www.zadrottv.ru/: della chiesa di S. Petronio a Bologna: 1 campana del fonditore Michel Garel: anno 1492 e nello stesso anno 1 campana del fonditore Jan Garel; 2 campane del fonditore Anchise Censori: anno 1575 e 1584.

Stesso sito: Le campane della \”Ghirlandina\” di Modena furono fuse da Giovanni Battista Censori ed Anchise figlio 1639.

Fonditori di Emilia e Romagna in Calabria.

Federico Tarallo (1908), ricorda la fonderia di Monteleone di Calabria, oggi Vibo Valenza, la cui origine dovrebbe risalire al 1671 quando Gerardo Olitapo da Vignola, fonditore di campane girovago, qui lungamente fermossi per espletare le molte incombenze che dai paesi circonvicini aveva ricevute. A non lungo andare un suo figlio, il cui nome non è a noi pervenuto, m’anche lui fonditore, s’imparentò con la famiglia Bruno togliendo in isposa una di questo casato.

Sempre a Monteleone di Calabria, risiedeva e fondeva Geronimo Golito da Vignola, che nel 1713 fuse le due campane dell’orologio della Chiesa anzidetta, a quanto sopra di quelle troviamo segnato, e finalmente un Gennaro Avolito, pur di Vignola, che vuolsi sia stato l’immediato successore dello Olitapa.

Giacomo Giovanni. Fonditore di campane attivo nella prima metà del XVII secolo.

Oreste Gentile

(segue 3^ parte: Italia centrale).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Introduzione. Regione Campania.).

luglio 10, 2016

Quando ho iniziato questa ricerca non sapevo che esistesse una così vasta lettaratura sull’arte di fondere le campane; la mia curiostà era dovuta alla sostituzione del vecchio < campanone > della chiesa di S. Maria delle Grazie in civita Superiore di Bojano (CB) con uno fuso, al pari del primo, dalla famosa Fonderia Pontificia dei Fratelli Marinelli con sede nella città di Agnone.

Già da piccolo aveva assistito alla sostituzione di alcune vecchie campane dell’antica cattedrale di Bojano con quelle fuse dalla ditta Capanni di Reggio Emilia.

Grazie alle pubblicazioni ed ai diversi siti on line dei tanti studiosi che si stanno interessando all’argomento, voglio ricordare anch’io i tanti (proprio non sapevo  che fossero tanti), magistri campanarum che dall’ VIII al XVII secolo hanno arricchito di suoni i campanili sparsi dalle città più importanti ai più piccoli borghi dell’Italia dove ogni Regione, nella sua storia passata e presente, può vantare la presenza di una o più fabbriche per la fusione delle campane.

Una tradizione millenaria iniziata in modo stabile nei monasteri e diffusasi per opera dei monaci e dei fonditori laici itineranti.

Dal sito http://www.campanologia.it si apprende: Le campane più antiche d’Europa sono state rinvenute a Creta e risalgono al secondo millennio avanti cristo. Il materiale che le compone, tuttavia, non è il bronzo bensì la terracotta. Probabilmente la nascita della campana come oggi è conosciuta è dovuta alla Cina o all’India. In tali regioni, infatti, ne sono state rinvenute alcune costruite durante la dinastia Chour (1150-250 a.C.). Le campane erano indubbiamente note anche ai romani, ne sono dimostrazione i mosaici di Pompei raffiguranti il loro utilizzo per richiamare i bagnanti alle terme . La diffusione della campana in Europa, tuttavia, è dovuta al cristianesimo che ha portato alla creazione di diverse fonderie.

I monaci benedettini si stabilirono sul Monte Cassino, non lontano da Nola dove dal III sec. a.C. esistevano artigiani che custodivano le arti della fusione.

Un monaco benedettino, Teofilo, fu uno dei primi grandi studiosi e teorici delle complicate leggi acustiche che governano il suono delle campane. Nel X secolo scrisse il Diversarum artium schedula, opera di estrema importanza per i successivi sviluppi delle tecniche di fusione di campane.

La Chiesa ritualizzò l’uso delle campane solo nell’ XI secolo. Risalenti allo stesso periodo sono i primi documenti che parlano di fonditori itineranti di campane.

Scrive Chiara Bernazzani in Le firme dei magistri campanarum nel Medioevo fra Parma e Piacenza (2009): I magistri campanarum furono per secoli artefici itineranti, pronti a spostarsi ove richiesti e a fondere in situ, come dimostrano i molti ritrovamenti archeologici di fosse per la fusione di campane entro perimetri di edifici ecclesiastici e torri campanarie o nelle immediate vicinanze. L’esistenza di fonderie stanziali è tuttavia documentata a Venezia già alla metà del Duecento; le fucine campanarie stabili furono dunque una realtà nel panorama artigianale tardo medievale, anche se sarà necessario valutare singolarmente le diverse situazioni locali. Con i secoli XV e XVI la produzione delle botteghe fusorie, in cui oltre alle campane si realizzavano mortai, lavezi, paioli e caldiere, si amplia ulteriormente, per rispondere alle nuove esigenze belliche. I ‘fonditori girovaghi’ manterranno tuttavia la loro tradizione sino almeno a tutto il XVII secolo, con sopravvivenze fino nel Novecento. (vedi Emilia-Romagna).

L’arte di fondere le campane, molto spesso trasmessa da padre in figlio, continuò nelle fucine stabili ed è documentata da una ricca bibliografia che permette di conoscere i magistri campanarum che operarono in Italia dall’VIII al XVII secolo, periodo oggetto delle nostre ricerche.

Emblematica è l’opera di alcuni magister campanarum, artigiani itineranti, scrive Cuzzoni in http://www.campanologia.it (continuo aggiornamento), che hanno operato per la nostra diocesi (Verona e dintorni) dei quali è rimasta memoria. Il leggendario Mastro Roberto Sàssone, che fuse due grosse campane (XII-XIII sec.) della basilica di San Giovanni Evangelista in Ravenna dell’anno 1208.

Inoltre, esistono 3 campane fuse da fonditori anonimi: 1° Anonimo (di Verona) sec. VII; Anonimo (di Verona) sec. VIII, campana è conservata a S. Zeno; Anonimo nel 1081 produsse una campana conservata ora a Castelvecchio in Verona.

Da Le campane di San Zeno Maggiore in Verona (2014) a cura di Matteo Padovani e Nicola Patria: Ludovico Moscardo, nella sua “Historia di Verona”, ci fa sapere che il giorno 21 novembre 622 dai campanili della città si levarono suoni di campane a stormo per annunciare la morte dell’amato vescovo Mauro; questo è il più remoto riferimento alla presenza di torri campanarie, pure confermata nell’iconografia rateriana e nel ritmo pipiniano. Del resto, questi strumenti sono associati alla religione ben prima della nascita del cristianesimo, come leggiamo in Salmi 150,5: “Lodate Dio con cembali risonanti, lodateLo con cembali squillanti”. Nell’816 il concilio di Aquisgrana sancì che il numero e la mole delle campane doveva essere proporzionato all’importanza dell’edificio che andavano a corredare. Scarne sono le notizie sui fonditori di campane anteriori al 1000 ma si trattava, probabilmente, di monaci itineranti provenienti dai paesi dell’Europa centrale. Attorno all’XI secolo crebbe di molto l’interesse nelle campane viste non solo come apparecchi liturgici e di comunicazione ma anche come veri strumenti musicali, atti a lodare Dio e richiamare i fedeli con un suono armonico e melodioso. I maestri pisani ed i monaci svizzeri loro contemporanei, infatti, come scrive Teofilo nel suo “schedulae diversarum artium”, sapevano già che variando le dimensioni e le proporzioni della campana, il tono di questa cresceva o calava e più le pareti del vaso erano spesse più ricco risultava il timbro. Era, del resto, l‘epoca della nascita della teoria musicale, il secolo di geniali musicologi: dapprima Guido d’Arezzo che diede un nome alle note, poi a Solesmes si cominciò a scriverne la durata ed, infine, grazie a Jacopo da Liegi ed ai maestri di Notre Dame, arrivò l’armonia. La musica, come la conosciamo oggi, era già impostata.

Ringrazio per la collaborazione, oltre agli autori delle bibliografie consultate: il caro padre Francesco de Gregorio e la dott.ssa Stefania Gradini della Biblioteca Monumento Nazionale dell’Abbazia di Montecassino; il personale tutto della Biblioteca Provinciale “Albino” di Campobasso; il prof. Pietro Pettograsso e l’arch. Alessandro Cimmino e quanti mi hanno sostenuto nella iniziativa.

 

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CAMPANIA      

La ricerca inizia dalla regione che vanta le prime fusioni delle campane in Italia.

Dal sito Unione Campanari Bolognesi: Il termine “campana” nasce nell’alto Medio Evo quando, secondo una versione non sufficientemente suffragata da prove, il vescovo di Nola, Paolino (409 – 431), avrebbe favorito la produzione per uso liturgico dei vasa campana (letteralmente: vasi della Campania) o campane, per l’appunto.

La qualità del bronzo che si produceva in Campania era già nota a Plinio il vecchio (23 – 79 d.C.), il quale nella Naturalis historia, 1. XXXIV, cap. 20, scrive: “ In reliquis generibus palma Campano perhibetur, utensilibus vasis probatissimo” (Tra i vari tipi – di bronzo- la palma spetta a quello Campano, adattissimo per gli utensili domestici).

Isidoro, vescovo di Siviglia (VII sec.), nei suoi Etymologiarum sive originum libri, al 1. XVI, cap. 20 tramanda esplicitamente:“Campanum quoque inter genera aeris vocatur a Campania scilicet provincia quae est in Italiae partibus” (Tra i tipi di bronzo c’e anche quello chiamato Campano, cioè dalla provincia della Campania nei territori italiani). E prosegue, al cap. 25 con  ulteriori e più precisi dettagli: “Campana a regione Italiae nomen accepit, ubi primum usus huius repertus est” (il termine campana deriva dal nome della regione d’Italia dove per la prima volta ne fu scoperto l’uso).

Anche Onorio di Autun (Honorius Augustodunensis, XII sec.), nella sua opera intitolata Gemma animae, al 1. I, Cap. 142, sembra accogliere questa etimologia quando afferma: “Haec vasa primumu in Nola Campaniae sunt reperta, Unde sic dicta, majora quippe vasa dictunur campana, a Campaniae regione; minora Nolae e civitate Nola Campaniae”. (Questi versi vennero dapprima scoperti a Nola della Campania. Per cui hanno questo nome, infatti i vasi più grandi vengono chiamati campani dalla regione Campania, quelli più piccoli Nole dalla città di Nola in Campania).

Sulla scorta delle informazioni di Onorio, si spiegherebbe, oltretutto, anche il nome di torre nolare con cui viene designato talvolta il campanile.

Tuttavia Giovanni di Garlandia (XIII sec.) nel suo Dictionarus si fornisce una diversa, ancorché fantasiosa, etimologia: “Campane dicuntur a rusticis qui habitant in campis, qui nesciant judicare horas nisi per campanas” (Le campane prendono il nome dai contadini che abitano in campagna, i quali non saprebbero che ore sono se non tramite le campane).

Resta comunque come dato di fatto che sebbene si possano individuare precedenti in epoche antiche, fu tuttavia il Medio Evo che riscoprì la campana e ne rivoluzionò sì l’aspetto che la funzione. […].

Le prime campane erano il lamina di ferro battuto, ma solo a partire dai secoli VII-VIII risalgono i primi documenti ottenuti da fusioni di bronzo, sebbene nel centro Europa ancora nel XVII sec. si approntassero campane di ferro fuso.

La più antica campana in Europa, risalente al 613 d.C., si trova al Museo Civico di Colonia ed è in ferro. In Italia il primo esempio di bronzo è la piccola campana ritrovata a Canino presso Viterbo (sec. VII?- VIII?).

Scrive Carlo Ebanista in Paolino di Nola e l’introduzione della campana in Occidente (2007): Il teatino Paolo Maria Paciaudi, ad esempio, negò fermamente che Paolino fu l’inventore delle campane e che se ne servi per chiamare i fedeli a raccolta; a suo avviso, l’evergete al massimo avrebbe sistemato per primo tali strumenti sui campanili. Dal canto suo il sacerdote cimitilese Andrea Ambrosini, pur escludendo la possibilità che Paolino fu “il primo ad usar le campane per sagre funzioni”, non mancò di segnalare che nel santuario di Cimitile si conservavano ancora il ‘primo campanile della cristianità e una ‘fornace campanaria’ risalente ai principi del VI secolo! Oltre a queste due supposte prove della ‘nolanita’ dell’invenzione, gli eruditi locali del Sei e Settecento segnalavano l’esistenza della ‘campana di S. Paolino’ nel campanile della cattedrale di Nola.

In realtà la campana, come attesta l’iscrizione in caratteri gotici venne commissionata dal vescovo Flamingo Minutolo e fusa nel maggio 1404 dal magister Angelus de Caserta (definita: campana vecchia) .+ SUB ANNO DOMINI M CCCC QUARTO MENSE MADII UNDECIME INDICTIONIS PONTIFICATUS DOMINI NOSTRI DOMINI BONIFACII DIVINA PROVIDENTIA PAPE + . + NONI ANNO QUARTODECIMO MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIE LIBERACIONEM HEC CANPANA FACTA FUIT PER MAGISTRUM ANGELUM DE CASERTA; mentre la campana “nova”, secondo Ebanista, era stata fusa nell’anno 1533.

Allora nel campanile si conservano altre quattro campane: due di media grandezza (mediocres), fuse rispettivamente nel 1313 e nel 1539, e due piccole (parvulae) non datate (una recava quattro croci a rilievo e l’altra l’iscrizione Cosmanus de Laurino m(e) fecit).

Se si eccettua la campana del 1404, le altre cinque sono scomparse successivamente al 1747, forse a seguito del terremoto del 1805 che fece crollare i piani superiori del campanile.

Prosegue Ebanista: Paolino di Nola ebbe un ruolo non secondario nello sviluppo della liturgia in Campania, dal momento che, secondo Gennadio, egli sarebbe stato l’autore di un sacramentario e di un innario. Nulla, pero, autorizza a ritenere che abbia introdotto l’uso liturgico delle campane, secondo la credenza nata nel XVI secolo e tuttora diffusa a livello popolare. Anzi e stato giustamente rilevato che questa tradizione “ist nicht historische Uberlieferung, sondern aitiologische Legende”.

Cuzzoni: Cosma (Cosmano o Cosmanus) da Laurino del Cilento (SA), vissuto tra il XIII e il XIV secolo, producendo campane gotiche dalla caratteristica sagoma a pan di zucchero.

Nel comune di Altomonte (Calabria) esiste una sua campana prodotta nel 1336, che ha un’iscrizione la cui traduzione così recita: “Nell’anno del Signore 1336 mentre governava il signore nostro Filippo Sangineto, nel diciannovesimo anno del suo domino, Cosma De Laurino mi costruì”.

Un documento di spesa della corte angioina del 4 Aprile 1339, riporta la presenza a Napoli di due campanariis magistri campanae magnae chiamati al Belforte (Castel Ant’Elmo) per la fusione di una campana.

I due maestri sono Martuccio da Venezia e Cosma da Laurino.

E’ quindi documentata l’importanza di Cosma che viene chiamato a lavorare direttamente nella capitale del regno. Opere di Cosma sono documentate anche nell’importante Duomo di Nola, dedicato a S. Paolino da Nola, che la tradizione vuole essere colui che ha introdotto l’uso delle campane nel culto cristiano.

La campana citata non esiste più, probabilmente rifusa o perduta dopo il 1615.

Un’altra campana di Cosma, come cita il prof. Ebanista (cfr. paragrafo precedente), è dunque presente nel Museo storico della Campana “Giovanni Paolo II” di Agnone, che è il ricchissimo museo delle campane ospitato dalla Fonderia Marinelli.

Nel comune di Laurino, a maggior riprova dell’origine cilentina di Cosma, esistono due campane da lui firmate, purtroppo senza data. La più piccola è montata nel campanile a vela della Chiesa dell’Annunziata e riporta la seguente scritta in caratteri gotici:”COSMA DE LAURINO ME FECIT”.

Cuzzoni: A Milano, nel XVI secolo, era attiva la Famiglia de Mirra (etimologia originaria: de Mirris, probabilmente trascritta in forma plurale). Notizie del cognome di questi fonditori: Cognome squisitamente campano della fascia che da Caserta arriva a Sale.

Da Uberto D’Andrea in Campane e Fonditori in Abruzzo e Molise dal 1532 ai giorni nostri (parte I),  si ha notizia di Giordani di Napoli che fuse nell’anno 1610 una campana per il Santuario della Civita di Itri.

XIX secolo-FreeForumZone ricorda: Pietro Antonio Parascandolo XVI secolo. Napoli.

Oreste Gentile.

(segue 2^ parte: Italia settentrionale).

 

 

ANNIBALE NEL TERRITORIO DEI “SANNITI PENTRI” ?

aprile 2, 2016

La scoperta di una “moneta punica, III secolo a.C., rinvenuta a Bojano nella frazione di Civita Superiore (collezione privata)… Nel dritto è raffigurata la dea Tanit (o Demetra o Persefone), la dea più importante per i cartaginesi, volta a sinistra; indossa la corona di spighe, tra una ricercata acconciatura di capelli, ed orecchini pendenti. Al rovescio si può osservare l’immagine di un cavallo stante, con zampa anteriore alzata, forse emblema stesso della città di Cartagine; sotto il cavallo, tra le zampe, due simboli: verosimilmente caratteri dell’alfabeto fenicio…” (Cimmino, 2016), stimola la fantasia per proporre la presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio dei Sanniti Pentri, popolazione di stirpe Sabina/Sabella, con capitale Bovaianom/Bovianum.

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dritto.

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rovescio.

La pregevole moneta non può illustrare la sua storia e come sia giunta nel territorio della città Superiore della città di Bojano, già insediamento di Bovainom, mentre le fonti bibliografiche antiche possono dare delle utili informazioni sugli avvenimenti accaduti prima e dopo la sconfitta che l’esercito Cartaginese inflisse ai Romani presso la rocca di Canne sul fiume Ofanto, in territorio Dauno.

Dopo avere valicato le Alpi, l’esercito Cartaginese si scontrò da vincitore con i Romani ed i loro alleati presso il fiume Ticino, presso il fiume Trebbia ed il lago Trasimeno, località che Annibale aveva sempre scelto per la morfologia del territorio e per le condizioni climatiche utili per sfruttare meglio una delle componenti più importanti del suo esercito: la cavalleria.

Polibio (fine II sec. a. C.), dopo la vittoriosa battaglia dei Cartaginesi, tramanda: Annibale, spostato di poco l’accampamento, si fermò presso l’Adriatico,[…]. Attraversando i territori dei Pretuzi, di Adria, dei Marrucini e dei Frentani, lo devastò, poi continuò il suo cammino, marciando in direzione della Iapigia. Questa si divide in tre parti, abitate rispettivamente dai Dauni, dai Peucezi, dai Messapi.

Livio (fine I sec. a. C.), scrisse “Annibale per la via più breve attraverso l’Umbria giunse a Spoleto. Saccheggiato il territorio, avendo cominciato ad assalire la città ed essendo stato respinto con grande strage dei suoi, […], deviò il cammino attraverso il territorio del Piceno, non solo molto abbondante di ogni genere di messi, ma ricco di bottino, che i Cartaginesi per cupidigia e per necessità rapinarono largamente. […]. Allorchè parve sufficiente il riposo concesso ai soldati che erano più lieti di far preda e saccheggiare che riposarsi e di oziare, Annibale, mosso il campo, devastò il territorio Pretuziano e Adriano e quello (Dauno) intorno ad Arpi e a Lucera nella vicina regione dell’Apulia.

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Itinerario (rosso) di Annibale lungo la costa adriatica dei popoli di origine Sabina/Sabella /Sannita dopo la vittoria del lago Trasimeno (1) da Spoleto (2) al territorio dei Dauni. Lontano il territorio (giallo) dei Sanniti Pentri.

Non lontano da Arpi, scrisse Livio, il dittatore Q. Fabio Massimo pose l’accampamento Romano.

Polibio, scrisse in seguito: I Cartaginesi, devastate le località sopra enumerate, varcarono l’Appennino e, discesi nel territorio del Sannio (inteso degli Irpini e dei Caudini), assai fertile e da lungo tempo immune da guerre, poterono disporre di tanta abbondanza di viveri, […]. Fecero una scorreria anche nel territorio di Benevento, colonia romana: presero fra l’altro la città di Venosa (in nota: da identificarsi forse con il moderno villaggio di Castel Venere; Livio XXII,13,1, invece di questa località, cita Telesia, centro sannitico a nord-ovest di Benevento.), priva di mura e piena di ogni sorta di provviste.

Annibale, ricordò Polibio, arditamente mosse verso la pianura di Capua, e precisamente in direzione di Falerno (in nota: centro della Campania, ai piedi del monte Massico.).

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Il territorio teatro dell’invasione dell’esercito Cartaginese.

Livio scrisse: Annibale passò, attraverso il territorio degli Irpini, nel Sannio (il territorio degli Irpini era nel Sannio); saccheggiò il territorio beneventano (Sannio Irpino), prese la città di Telesia (sita in territorio Sannio Caudino). Si mise infatti deliberatamente a provocare Fabio, per vedere se mai, muovendolo a sdegno per tante offese e devastazioni inflitte agli alleati, lo potesse trascinare a un combattimento in pianura.

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Il territorio dei popoli Sanniti Caudini (giallo, città di Telesia) ed Irpini (rosso, territorio beneventano) che subirono l’invasione di Annibale. Tutto accadde intorno al monte Taburno (bianco).

Sollecitato da tre cavalieri campani, scrisse Livio, a dirigersi verso la Campania avrebbe potuto impadronirsi di Capua: Annibale mosse l’esercito dal Sannio verso la Campania.

I territori e le città interessati dalla presenza di Annibale, furono: il territorio degli Irpini, nel Sannio; il territorio beneventano; la pianura di Capua dove, scrisse Polibio i Cartaginesi si erano accampati e dove apparivano incontrastati, padroni del territorio; la pianura di Stellato, il territorio di Alife, di Caiazzo e di Cales, l’agro Falerno, il monte Callicula e Casilino, la città di Telesia.

Si stava avvicinando l’inverno, ricordò Polibio, ed Annibale, scrisse Livio, non voleva nel modo più assoluto trascorrerlo tra le rocce di Formia, le sabbie e gli stagni di Literno e in orride selve, mosse l’esercito e pose gli accampamenti nel territorio di Alife dove fu raggiunto dall’esercito di Fabio.

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In seguito, scrisse Polibio: Il generale Annibale, per tornare là dove abbiamo preso le mosse, informato dagli esploratori che nel territorio di Lucera e di Gerunio si trovava grande quantità di frumento e che Gerunio era località molto adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno: avanzò dunque marciando alle falde del monte Liburno verso i luoghi suddetti. Giunto a Gerunio, […].

Il monte Liburno così e descritto dalla “nota” del testo consultato: Di non sicura identificazione: se si accetta la correzione del testo proposta da Grasso, che sembra la meglio fondata, si tratterebbe della catena del Matese, fra Boiano e Piedimonte d’Alife.

Ritengo Liburno la corruzione di Taburno, la montagna a confine dei territori dei Sanniti Irpini e dei Sanniti Caudini interessati dalle incursioni dell’esercito Cartaginese.

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Il monte Taburno, testimone silenzioso dell’invasione di Annibale.

Livio ricordò che Annibale, fatto passare tutto l’esercito attraverso il giogo, dopo aver assalito alcuni nemici proprio sul valico, pose gli accampamenti nel territorio di Alife.

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Polibio aveva ricordato il monte Liburno/Taburno, Livio il territorio di Alife: due località tra loro non molto distante. Per ciò che accadde in seguito le descrizioni di Polibio e di Livio sono diverse.

Polibio ricordò un itinerario alle falde del monte Liburno, verso Gerunio/Casacalenda, mentre Livio: Allora Annibale, fingendo di dirigersi verso Roma attraverso il Sannio, ritornò invece nella regione dei Peligni per darsi al saccheggio. […]. Dalla terra dei Peligni Annibale ripiegò indietro la marcia e volgendosi verso l’Apulia giunse a Gereone/Casacalenda.

Per dissipare i dubbi e ristabilire la realtà degli avvenimenti, Salmon (1977) ha scritto: Livio XXII, 18.6 sgg. Fa compiere ad Annibale una lunga deviazione attraverso il territorio dei Peligni, ma le sue stesse parole (< tum per Samnium Romam se petere simulare >) mostrano come egli confonda qui la marcia di Annibale nel 217 con quella del 211, quando effettivamente egli attraversò il territorio dei Peligni XXVI, 11.11).

Dando credito alle precisazioni di Salmon, il trasferimento dal territorio degli Irpini o dei Caudini (monte Taburno) dell’esercito cartaginese ricordato da Polibio, o, come scrisse Livio, dal territorio di Alife (Caudino), probabilmente utilizzò la strada che collegava Benevento con il tratturo Pescasseroli-Candela fino alla “via” che collegava Bovianum/Bojano a Geronium/Casacalenda.

In tale occasione, secondo gli archeologi, Annibale avrebbe saccheggiato il santuario dedicato ad Ercole, presso l’odierna Campochiaro nel territorio dei Sanniti Pentri e non molto distante da Bovianum/Bojano, già loro capitale e fedele alleata di Roma.

Perché attaccare solo il santuario e non anche la città sannita-romana di Bovianum/Bojano?

Prima del santuario, sul percorso dell’esercito Cartaginese, vi era la città sannitica pentra-romana di Saepinum/Sepino, perchè Annibale l’avrebbe risparmiata dal saccheggio?

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Tabula Peutingeriana.Itinerario (rosso) da Benevento a Geronum: Sepino (blu)- Santuario Ercole (giallo)-Bojano (rosso)-Gerione presso la costa adriatica.

Inoltrarsi in un territorio a lui sconosciuto, occupato dai Sanniti Penti divenuti dopo la sconfitta dei Romani gli unici alleati ed inoltrarsi tra le montagne e le colline poco favorevoli alla sua strategia che aveva sempre sfruttato le ampie pianure, era un rischio troppo grande.

Nel territorio pertinente alla civitas di Bovianum/Bojano era accampato l’esercito Romano, come testimoniò Livio: Notizie di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano. […]. Fulvio, a cui era toccato in sorte quella provincia, partito di notte (dal campo nei dintorni di Boviano) si introdusse nelle mura di Benevento.

E’ bene tenere in evidenza che Bovianum/Bojano era anche la patria di Numerio Decimio che proprio presso Geronium permise ai Romani di infliggere all’esercito Cartaginese la prima sconfitta dopo le loro vittorie presso il fiume Ticino, il fiume Trebbia ed il lago Trasimeno: Si racconta che costui (Numerio Decimio) per stirpe e per ricchezza uno dei cittadini più autorevoli, non solo di Boviano che era la sua patria, ma di tutto il Sannio, per ordine del dittatore aveva condotto al campo romano (presso Geronium) ottomila fanti e cinquecento cavalieri.

Annibale probabilmente evitò il comodo itinerario Bovianum/Bojano-Geronium/Casacalenda ed il territorio dei Sanniti Pentri per seguire quello già percorso quando dalla Daunia invase il territorio degli Irpini e dei Caudini per poi saccheggiare la vasta pianura Campana: dal territorio Dauno avrebbe ripercorso anche la strada litorale adriatica nel territorio frentano e dalla costa, risalire verso la città frentana di Larino e poi la vicina Gerione: strade a lui non sconosciute!

Oppure, seguì dalla sorgente (Baselice) il corso del fiume Fortore per risalire verso le colline di Geronium/Casacalenda.

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L’itinerario 1.  Bojano – Gerione corrisponde alla “via” della Tabula Peutingeriana.

E’ verosimile che Annibale abbia sempre evitato il territorio del Sannio Pentro, nessuno storico del passato ha tramandato un ricordo, mentre sono pertinenti e precisi i ricordi di Polibio e, soprattutto, di Livio delle popolazioni Sannitiche (tranne i Pentri): Piceno, Pretuzi, Marrucini, Frentani, la Iapigia con i Dauni, Peucezi e Messapi, Campane etc., con i loro centri urbani grandi e piccoli, più o meno importanti, visitati o distrutti dall’esercito Cartaginese.

Il controverso itinerario del viaggio di Annibale verso Geronium/Casacalenda dopo il saccheggio nella regione dei Peligni tramandato da Livio ( XXII, 18 già citato), ma sconosciuto da Polibio, non ricordò i Sanniti Pentri, non il loro territorio, non i loro insediamenti civili o religiosi che addirittura sarebbero stati saccheggiati dai Cartaginesi.

Livio, dopo la vittoria di Annibale a Canne, ricordò che anche i Sanniti, tranne i Pentri, andarono ad ingrossare l’esercito Cartaginese, descrivendo con dovizia di particolari, a differenza di Polibio, la loro presenza ed il loro strapotere nella pianura campana e nella città di Capua e non disdegnarono di saccheggiare, senza mai avere per meta la città di Roma, il territorio dei Sidicini, i territori di Suessa, di Alife e di Cassino. Sotto questa città pose il campo per due giorni, devastando qua e là. Oltrepassato poi Interamna ed Aquino, venne nell’agro Fregellano sul fiume Liri. […]. Attraverso le terre di Frosinone, di Ferentino e di Anagni, giunse nella zona di Labico. […]. Fatto scendere l’esercito nella regione Pupinia, pose il campo ad otto miglia da Roma. […]. Frattanto Annibale mosse il campo verso il fiume Aniene a tre miglia da Roma.

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All’esterno dei confini (rosso) del territorio dei Sanniti Pentri gli spostamenti dell’esercito Cartaginese: territorio (punto nero) Sidicini. Territorio (viola) di Suessa. Territorio (giallo ocra) Alife. Territorio (verde) di Cassino. Territorio (azzurro) di Aquino. Territorio (marrone) di Fregelle. Territorio (blu) di Ferentino ed Anagni. ROMA (verde chiaro).

Annibale ed il suo esercito non erano mai stati in grado di porre un lungo assedio alle città incontrate lungo i loro itinerari nella penisola italica.

Abbandonata ancora una volta la città di Roma, Annibale, scrisse Livio, deviò la marcia da Ereto (Cretone, presso Palombara Sabina) verso il tempio della dea Feronia e che il suo cammino cominciò da Reate (Rieti), Cutilia (il lago del ver sacrum sabino) ed Amiterno; dalla Campania giunse poi nel Sannio, indi nel paese dei Peligni; passò poi sotto la città di Sulmona e si diresse verso i Marrucini, indi attraverso il territorio di Alba giunse ai Marsi, poi di qui arrivò ad Amiterno ed il villaggio di Foruli (borgo della Sabina, oggi Civitatomassa, a una quindicina di chilometri da L’Aquila).

Una svista di Livio: Annibale era giunto ad Amitero, ed ancora: dalla Campania giunse poi nel Sannio ed  indi nel paese dei Peligni. Ad Amitero, Annibale era già nel Sannio/Sabino, pertanto non poteva muoversi dalla Campania verso il Sannio ed indi nel paese dei Peligni.

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Territorio del Sannio Pentro sempre escluso dagli      spostamenti ( numeri gialli) di Annibale.

Precisò Livio: Né questo in questo racconto vi può essere errore, perché in così breve spazio di tempo è difficile che si siano potute perdere le tracce del passaggio di un esercito così grande. Risulta, infatti, che Annibale abbia percorso quell’itinerario; si può soltanto discutere se lo abbia fatto venendo verso Roma, oppure ritornando da Roma verso la Campania.

Se non vi possono essere errori nel suo racconto, come sostenne lo stesso Livio, il territorio del Sannio Pentro, mai citato nella sua opera storica, non fu mai interessato dalla presenza di Annibale e del suo esercito.

Tuttavia, proseguì Livio, non fu così grande la tenacia di Annibale nel difendere Capua, quanto grande fu quella impiegata dai Romani nello stringere d’assedio la città. Infatti Annibale, attraverso il Sannio e la Lucania, si diresse verso le terre del Bruzzio allo stretto di Messina e giunse a Reggio.

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Territorio Sannio Pentro escluso da Annibale in occasione della fuga verso Reggio.

Nella descrizione dettagliata ed a volte controversa degli spostamenti dell’esercito di Annibale, il territorio dei Sanniti Pentri mai fu citato da Livio, né  fu <sfiorato> dai Cartaginesi.

E’ difficile che si siano potute perdere le tracce del passaggio di un esercito così grande, scrisse Livio; infatti, né lui, né Polibio hanno tramandato la presenza di Annibale e del sue esercito nel Sannio Pentro.

La moneta, un bene < mobile >, trovata nelle città Superiore della città di Bojano, testimonia la presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio della penisola italica e, passando di mano in mano, è giunta fino a noi.

Ed allora, una ipotesi potrebbe giustificare il comportamento di Annibale verso Bovianum/Bojano ed il suo territorio.

Probabilmente era a conoscenza delle origini del popolo dei Sanniti Pentri e della fondazione di Bovaianom: il rito del ver sacrum, la migrazione del popolo Sabino/Sabello/Sannita e la fondazione della loro capitale.

Cartagine era legata alla leggenda sacrale di Elissa, (dea Tanit) che l’avrebbe fondata su un territorio la cui estensione era stata scelta in base alla sua copertura con sottilissimi pezzi di pelle di bue e prese il nome di Byrsa/luogo fortificato che divenne la rocca della nuova città: Bovaianom, nome derivato dal bue sacro, era stato fondato su di una rocca che al tempo di Annibale era l’ acropoli della civitas sannitica pentra/romana di Bovianum sorta alle sue pendici e nella vasta pianura.

Ed allora ?

Oreste Gentile