CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.

PAOLO DIACONO. UNO STORICO ATTENDIBILE ?

marzo 27, 2020

Paolo Diacono, storico longobardo, nella sua Historia Langobardorum (787789/VIII sec.), dopo circa 2 secoli dalla conquista longobarda dell’Italia e dalla instaurazione del loro regno dall’anno 568 all’anno 774, vivendo da “monaco” nel monastero di Montecassino, ricordò anche quanto accadde con la presenza dei Longobardi nel ducato/principato di Benevento.
Non è tutto oro quel che luccica.
Pubblichiamo alcuni giudizi espressi, in epoche diverse, su quanto scritto da Paolo Diacono.

Le critiche.

Dalle Tre Lettere di un giornalista oltramontano (1754): […] e che la sola autorità di Paolo Diacono abbia potuto trarre in sì enorme errore tutti gli Scrittori, e sino i Papi medesimi ?
Francesco Beretta in Dello scisma de’ Capitoli (1770): Paolo Diacono Autore dell’ottavo secolo, Longobardo di origine, Forogiuliese di nascita, […]. Paolo Diacono, siccome abbiam detto, e molte verità aveva omesso, e molte falsità aveva copiate nella sua Storia, fu il primo degli storici nostri (da cui gli altri ciecamente ne hanno tratto copia) che ci abbia descritti, ed alterati codesti fatti, […].
Alessandro Manzoni nel suo Discorso Storico (1845), analizzò’ al capitolo IV. D’una opinione moderna sulla bontà morale de’ Longobardi, quanto aveva scritto Diacono nella Historia Langobardorum, libro III, cap. 16: Questo c’era di mirabile nel regno de’ Longobardi, che non si sentiva mai parlare, né di violenze, n’è d’insidie, né d’angherie: mai un furto, né un assassinio: ognuno girava a piacer suo, con la maggior sicurezza; una frase che suscitò tra Giannone, Muratori e Baronio una vivace discussione, con l’obiezione di quest’ultimo: Così Paolo (Diacono, n. d. r.); ma è un Longobardo che parla: e parlano ben diversamente gli altri, che erano vissuti in quel tempo, e principalmente Gregorio papa, il quale a que’ Longobardi dà, per i loro eccessi, il titolo di nefandissima nazione, e riferisce di essi cose affatto contrarie a quelle che racconta Paolo.
Manzoni, commentò: […]. Basta osservare più esplicitamente che Paolo (Diacono, n. d. r.) parla del regno d’Autari, cioè di cose passate da circa due secoli. Per rendere sospetta la verità d’un fatto storico, principalmente di tempi illetterati, […]. Di più, lo storico (Diacono, n. d. r.), il quale lo chiama uno stato maraviglioso, ne accenna poi qualche cagione? Nessuna.
Questi erano le critiche del tempo passato, ma non mancano le più recenti.
Dal sito http://www.summagallicana.it: NOZZE DI TEODOLINDA E AGINULFO. Autari morì improvvisamente (forse avvelenato) dopo poco più di un anno dal matrimonio, il 5 settembre 590. Secondo il racconto di Paolo Diacono, commovente anche se di dubbia veridicità, in quei mesi la regina letingia avrebbe a tal punto conquistato i Longobardi da far sì che il popolo, spontaneamente, le offrisse la possibilità di scegliersi un nuovo marito e re.                                                                                                                                                  Dal sito https://storiaecronologia.altervista.org: Dopo la conquista di Pavia, Alboino trasferì la capitale (che finora era stata Verona) lì. Ma a Verona fu ucciso in una congiura orchestrata dalla moglie Rosmunda e Elmichi. Paolo Diacono (Historia Langobardorum, II, 28-29) ne fornisce una versione romanzata, non granché attendibile
Stefano Gasparri: Il testimone principale è Paolo Diacono, vissuto nei decenni centrali e finali del secolo VIII e autore di una delle cronache più famose dell’intero medioevo europeo, la Storia dei Longobardi. Nonostante la sua fama, Paolo Diacono rimane un personaggio sul quale gravano molte domande senza risposta. Un breve accenno alla sua biografia è dunque necessario per inquadrare la sua cronaca.
Eliodoro Savino (2005): Alla luce della testimonianza della testimonianza dell’Anonimo Valesiano e di quella altrettanto esplicita – ma non sappiamo quanto attendibile – di Paolo Diacono […].
Francesco Lamendola (2011): Vendicare l’onore di Romilda? Gli storici alle prese con la cavalleria verso le donne, scrive: Sì, è perfettamente vero: il racconto di Paolo Diacono convince poco, è scarsamente verosimile; e, come se non bastasse, esistono ragioni per pensare che egli lo abbia gonfiato, se non addirittura inventato di sana pianta, per un interesse personale, ossia per riscattare la memoria di un suo antenato coinvolto nella ingloriosa caduta di Cividale sotto i colpi degli Avari.
G. MariaFrancese(2015): […]: la sua Historia Langobardorum fu copiata e diffusa per tutto il medioevo e resta ancora oggi la principale fonte storica dei Longobardi. Indubbiamente ebbe il merito di preservare dall’oblio vicende di cui, senza questo libro, si sarebbe perduta ogni la traccia. Questo non toglie che la sua attendibilità sia discutibile, cosa che d’altra parte si può dire di moltissime fonti storiche, se non di tutte: chiunque una vicenda non può fare a meno di considerare i fatti dal suo particolare punto di vista.
Di recente, P. Mieli (2015): Il racconto di questo è di Paolo Diacono ed è stato fatto trecento anni dopo il presunto accaduto. Un lasso di tempo che induce a qualche dubbio circa la veridicità della ricostruzione storica.
Alla luce di questi giudizi, analizziamo quanto scrisse Paolo Diacono in merito 1°. alla provincia Samnium e 2°. alla presenza diAltsek/Altzek/Alzec/Alzeco/Alzeconem o Alzecone: Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Isernia et alias cum suis territoriis civitate. (una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con il loro territorio). (vedi figura).

Il territorio di Alzecone descritto da Paolo Diacono.

1.   La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città  di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. (I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…]. In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant).
Una città “fantasma” denominata Samnium/Sannio o Sannia ?
Al momento, le proposte della sua localizzazione e della sua identificazione variano in base alle personali convinzioni di quanti sostengono e cercano di dimostrare la sua esistenza nel vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: oltre alla mancanza delle antiche fonti bibliografiche, soprattutto mancano le testimonianze archeologiche.
Il toponimo Sannio, scrisse Devoto(1967), identificava una regione: Safnio/Sabina; derivava da *Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim ed i suoi abitanti erano i *Safini/Samnites/Sanniti.
Appellativi che nei secoli XI-IX sec. a. C. identificavano il vasto territorio occupato in occasione della loro migrazione/ver sacrum dai giovani migranti che, nelle nuove sedi, si distinsero in: Piceni, Vestini, Aequi, Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini e Lucani.
Si ignorano i motivi per cui i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti avrebbero dovuto < dare il nome > ad un loro insediamento, vista l’identificazione del loro vasto territorio già con il toponimo Safnio/Samnium/Safinim/Sannio.                                                Correvano i secoli XIIX sec. a. C. e per i secoli successivi NESSUNA testimonia confermava l’esistenza di una città Samnium/Sannio o Sannia (così denominata nell’alto medioevo) nel Sannio. (vedi figura).

l territorio Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim (confini rossi).

Correva l’anno 7 d. C. e la riforma amministrativa, voluta dall’imperatore Augusto, divise amministrativamente la penisola italica in 11 regiones più le 2 isole; l’esteso territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, secondo la descrizione di Plinio (I sec. d. C.), era la IV Regione, denominata Sabina et Samnium/Sannio, con l’elenco delle colonie istituite nei territori di quelle che lo storico considerava le popolazioni più valorose d’Italia: i Frentani, i Carecini, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini; proseguì con l’elenco delle colonie, le uniche giudicate Sannite istituite nel territorio dei Pentri: Bojano,[…], Alfedena, Isernia, Faifoli, Sepino […], Trivento, ed evidenziando che i Sanniti furono detti anche Sabelli, e Saunitai dai Greci. (vedi figura).

La IV regione Sabina et Samnium.

La II Regione includeva le colonie istituite nei territori: Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos e dei Caudini, Plinio non li citò, ma ricordò il nome della loro capitale: Caudium.
La descrizione fatta da Plinio delle colonie istituite nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti si concludeva con le colonie nel territorio pertinente alla Sabina e, separatamente, ricordò quelle degli Aequicoli, dei Marsi ed i popoli della V Regione: i Piceni e dei Pretuzi.
In NESSUNO dei territori descritti da Plinio esisteva una città o una colonia Samnium/Sannio o Sannia.
Siamo nel III sec. d. C., sotto l’imperatoreDiocleziano, la IV Regione augustea denominata Sabina et Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituirono la provincia Campania et Samnium.
Successivamente, probabilmente a causa del terremoto dell’anno 346, fu istituita la provincia Samnium, separata dalla provincia Campania, come testimonia il Codex Theodosianus: Anno Dom. 413. Ubi octo Italiae provinciae nominarut, Campania, Tuscia, Picenum, Samnium, Apulia, Calabria, Brutij, & Lucania.                                                                                                                             Le numerose testimonianze epigrafiche dell’anno 346 ricordano gli interventi di ricostruzione nei territori colpiti dal sisma e nelle civitates della provincia Samnium o in quelle confinanti: Venafro, Isernia, Bojano, Sepino, Alife, Telese; NESSUNA notizia di una civitas Samnium/Sannio o Sannia.                                                                                                                                                                         Per l’anno 452 abbiamo una ulteriore conferma dell’esistenza della provincia Samnium: l’epistolae di papa Leone I Magno: […] universis episcopis per Campaniam, Samnium et Picenum constitutis.
I Dialoghi di papa Gregorio Magno (anni 593594): Nuper in Samniae provincia […], quot Samnii provincia noverunt, confermano la distinzione della Samniae provincia o Samnii provincia dalla provincia Campania e, soprattutto, dal restante territorio che poi sarà il ducato/principato di Benevento.
Se fosse esistita una civitas Samnium/Sannio o Sannia, sarebbe stata ricordata per essere scampata o per avere subito la distruzione sismica e la ricostruzione al pari degli insediamenti, già colonie latine, localizzate ed identificate nella provincia Samnium.
NESSUNISSIMA testimonianza nel Liber coloniarum I, né nel Liber coloniarum II o Libro delle colonie.
Scrive Libertini (2017): Una premessa è indispensabile per discutere la possibile identificazione di questi centri. Il Liber Colonarium è una raccolta di testi più antichi costituita nel IV-V secolo. Esso ci è pervenuto dopo una serie di trascrizioni, eseguite in epoche precedenti o successive alla formazione della raccolta, che in molti punti hanno più o meno corrotto le scritture originali.
Questa fonte menziona una serie di centri abitati di vario tipo(civitates, coloniae, municipia, etc.), per lo più nell’attuale Italia centro-meridionale, i cui territori furono oggetto di limitatio, ovvero di suddivisione e assegnazione del territorio. Tale operazione avveniva per lo più con la divisione del territorio mediante limites (limiti, strade di confine e di passaggio) che definivano quadrati o rettangoli di territorio (centuriatio) oppure strisce di territorio (strigatio). Nella maggior parte dei casi i centri abitati del Liber Coloniarum sono ben identificate […].
UNICAMENTE della città Samnium/Sannio o Sannia NON esiste una traccia e la sua esistenza si fonda soprattutto sulla descrizione di Diacono: In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant (Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…].).
Quale fonte bibliografica fu consultata da Diacono per ritenere Samnium/Sannio o Sannia localizzata nella provincia Samnium ? (vedi figura).
Con la riforma dell’imperatore Diocleziano, la provincia Samnium aveva fatto parte della provincia Campania et Samnium nel cui territorio era compresa anche la città di Benevento. (vedi figura).

Anche Strabone (I sec. a. C.) aveva ricordato nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, NON Samnium/Sannio o Sannia, ma un insediamento denominato Panna, una città di cui ancora oggi è sconosciuta la localizzazione e la identificazione: E infatti ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città.
N. B. Strabone ricordò Panna e dimenticò la civitas di Saepinum, la pentraSaipins. Addirittura, considerando l’epoca in cui scrisse la sua Geografia (c. 18 d. C.), ritenne Bovianum ed Aesernia del tutto scomparse, proprio nel periodo della loro monumentale ricostruzione (vedi in seguito Saepinum), da parte dei conquistatori Romani dopo la Guerra Sociale (92-88 a. C.) e dopo essere diventate municipia e colonie latine ricordate dalla riforma augustea del 7 d. C. citate da Plinio nella sua Historia Naturalis.
Infatti Saepinum/Sepino, al pari delle altre civitates di origine pentra: Bovianum/Bojano, Aesernia/Isernia, Venafrum/Venafro, Aufidena/Castel di Sangro e Terventum/Trivento, in età augustea 43 a. C.17 d. C. stava vivendo un periodo di grande sviluppo edilizio; pertanto Strabone NON avrebbe dovuto ignorare la sua esistenza (dal II sec. a. C. al V sec. d. C.), come illustra il sito MiBAC: si ha la massima fioritura in età augustea e una radicale trasformazione dell’impianto urbano, con la costruzione della cinta di mura, che racchiude un’area quadrangolare di circa dodici ettari, interrotta da quattro porte monumentali, con una serie di torri a pianta circolare o ottagonale, nei punti più esposti del tracciato. Sono quindi realizzati gli edifici pubblici nelle adiacenze dell’area forense: […], la basilica, il macellum, il foro, il teatro con il complesso campus, la piscina, il porticus. le terme, i quartieri di abitazioni, gli edifici industriali. (vedi figura https://www.paesionline.it/).

Saepinum.                                               Porta Bojano del decumano                                                                       (ingresso ovest).

Questi interventi furono effettuati per tutte le colonie istituite nel territorio dove avrebbe dovuto localizzarsi anche la “città fantasma”: Panna di Strabone e Samnium/Sannio o Sannia di Diacono.                                                                                                                   E se Strabone, elencando le città dei Sanniti: Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia, vicina a Venafrum, avesse corrotto il toponimo Saepinum = Panna ?                                                                                                                                                                                   La Panna, alias Saepinum, di Strabone non potrebbe essere la Samnium di Diacono e la Sannia ricordata da alcune fonti bibliografiche medievali ?
Sesto Pompeo Festo (II sec. d. C.), grammatico romano, aveva scritto: Samnitibus nomen inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebat. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984), per sostenere l’esistenza di un colle il cui nome era Sannio da cui i Sabini avrebbero fatto derivare il nome del loro nuovo territorio: Sannio.
Diacono, emendando Festo, dopo 6 secoli cosa scrisse (blu sono le similitudini con Festo): In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accipere olim ab hastis, quas ferre solebat quasque Greci saynia appellant (Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco).
Del tutto simili sono le citazioni prima di Festo e poi di Diacono, nel ricordare il tipo di hastae/lancia denominata saunia e l’origine del Samnitibus nomen; ma sono in disaccordo sull’utilizzo del toponimo Samnium/Sannio: il grammatico romano identificò con Samnium/Samnio/Sannio un colle; lo storico longobardo identificò con Samnium/Samnio/Sannio una città Sannio disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.
Diacono non poteva ignorare Festo e per lo storico longobardo il colle Samnio divenne la città Samnium: TUTTI cercano e NESSUNO trova.
Inoltre, esaminando la frase di Festo, come potevano i giovani migranti, già dalla loro origine (circa XI-IX a. C.) denominati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, derivare il loro vocabulum da un colle il cui nome era Sannio ?
Furono i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri a dare il nome *Safnio/Samnium/Safinim/Sannio al colle chiamato Sacro, citato da Diodoro Siculo (I sec. a. C.), per ricordare la loro patria. (vedi figura).

Non esisteva una città Samnium/Sannio o Sannia ad aver dato il toponimo, Samnium, alla provincia istituita dopo il sisma dell’anno 346 e già utilizzato in epoca augustea nell’anno 7 d. C. per identificare la IV regione e, ancora prima, utilizzato nel XI-IX sec. a. C. per identificare il vasto territorio della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

La città Sannio ricordata da Diacono, avrebbe potuto dare il suo nome all’intera provincia se già il vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti dal XI-IX sec. a. C., era stato denominato *Safnio, in latino Samnium, in osco Safinim ?
NESSUNA fonte bibliografica antica localizza ed identifica una città denominata Panna, né una città denominata Samnium/Sannio o Sannia: se lo storico longobardo, copiando Strabone, avesse “corrotto” il toponimo Panna = Sannia e, Strabone, a sua volta, vista la NON citazione di Saepinum (osco Saipins) nella descrizione delle città del Sannio, a sua volta ne avesse “corrotto” il toponimo in Panna ?
Ossia: Saipins = Saepinum =Samnium/Sannio o Sannia = Panna.
Ma per una città denominata Samnium/Sannio o Sannia = Panna sia l’esistenza, sia il protagonismo storico è ancora tutto da dimostrare.                                                                                                                                                                                                    Ancora una volta Diacono si < distrasse >: nella sua Historia Langobardorum, ricordando l’elezione di Grimoaldo, denominò ducatum Samnitium il ducato di Benevento o Langobardia minor, MAI ricordato dagli Storici.                                                     Altra < distrazione > di Diacono, scrisse: gli successe, reggendo le genti sannite per tre anni, suo figlio Grimoaldo ed aggiunse: Morto anche Gisulfo, duca dei Beneventani, il popolo dei Sanniti ne elevò al ducato il figlio Romualdo.

Romualdo era titolare del territorio denominato esclusivamente Ducato di Benevento o Langobardia minor.                                Altri storici o cronisti dell’epoca, per millanteria non disdegnarono, dopo quanto scritto da Diacono di ENFATIZZARE, stimando Sannio l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento, diedero ai suoi duchi e principi, il titolo: duce Samnitium o dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.                                                                                                                                                  I documenti e gli atti ufficiali sottoscritti all’epoca, MAI associarono Samnium al ducato/principato di Benevento, né al nome dei loro duchi o principi.                                                                                                                                                                                              Il ducato, poi principato di Benevento, era costituito, oltre che dal popolo dei Sanniti, anche dai Marrucini, dai Frentani, dai Carecini, dai Pentri, dagli Irpini (Benevento), dai Caudini, dai Lucani; nonché da una parte, forse la più numerosa, di popoli NON di origine Sannita: i Volsci, i Sidicini, i Campani, i Dauni ed i Peucezii. che elevarono al ducato Romualdo, figlio Gisulfo.                                                          Per l’origine in comune con il popolo dei Sanniti, ricordata da Diacono per identificare i residenti nel ducato/principato, è bene richiamare alla memoria: erano Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, oltre alle popolazioni già citate, anche i Sabini, i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi ed i Peligni, a loro volta inclusi nel ducato di Spoleto. (vedi figura).

 

2. Paolo Diacono scrisse: Una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia.

 Questo giudizio, sic et simpliciter, di Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, non può trovare riscontro in altri storici, essendo stato l’unico a tramandare gli avvenimenti accaduti fino all’anno 789; la Historia Langobardorum Beneventanorum scritta da Erchemperto, suo connazionale, illustrò gli avvenimenti dall’anno 775 all’anno 888.                                                                Possiamo condividere il giudizio espresso da Diacono sullo stato di desertificazione del territorio dove erano stati fondati, intorno ai secoli XI-IX a. C., gli insediamenti di Sepino, Bojano, Isernia ed altri di cui fu ignorata l’esistenza ?                                                         La Storia ricorda: l’ira di Silla dopo la definitiva sconfitta dei popoli italici in occasione della Guerra Sociale (92-88 a. C.), aveva probabilmente raso al suolo, in ordine di tempo, le loro 3 capitali: Corfinio, Bojano ed Isernia, ma una rapida e propagandista ricostruzione dei vincitori romani, fece sì che anche le altre civitates fossero sede di municipii e colonie ed alcune di esse, con l’avvento del cristianesimo, furono sede di diocesi episcopale a partire dal III sec. (vedi la città sannitica/pentra Trivento) o nel IV-V secolo le diocesi di Venafro, Isernia, Bojano, Sepino (fu sede di diocesi solo per un breve periodo) nel territorio dei Sanniti/Pentri; nonché Larino e Termoli (Buca?) nel territorio dei Sanniti/Frentani.

I municipi e le colonie: 1. Venafro. 2. Isernia. 3. Trivento. 4. Termoli (Buca ?). 5. Larino. 6. Bojano. Sepino (tra il tratto rosso intero e punteggiato).

La vasta regione sino allora deserta ricordata da Diacono, posta a settentrione del Massiccio del Matese, dopo la caduta dell’impero romano fu teatro degli scontri tra i Bizantini ed i Goti; il suo territorio corrispondeva alla provincia Samnium, separata intorno all’anno 346 dalla provincia Campania in cui rimase, tra gli altri, sia il territorio pertinente alla città di Benevento, già territorio dei Sanniti/Irpini, sia il territorio dei Sanniti/Caudini, escludendo le loro città di Alife e di Telese, incluse nella provincia Samnium (vedi figura).

Sempre nella provincia Samnium, prima dell’arrivo dei Longobardi, Procopio di Cesarea (500-565) ricordò: la presenza del generale bizantino Belisario e del goto Pizza: […], venuto dal Sannio, in mano a Belisario sé stesso e i Goti che colà con lui abitavano ed una metà del Sannio marittimo fino al fiume che corre in mezzo a quella regione (fiume Trigno o fiume Biferno).                                          Si ignora fino a che punto arrivò la distruzione di quanto esisteva nel territorio descritto negativamente da Diacono, considerando la presenza delle sedi episcopali nelle civitates, i cui titolari erano sempre attenti a preservare ed a tutelare quanto era di loro pertinenza e di loro proprietà da cui ricavavano il loro benessere.                                                                                                                                      Dopo alterne vicende, in Italia, nell’anno 568, nacque il regno longobardo e la provincia Samnium, con l’istituzione del ducato, poi principato di Benevento o Langobardia Minor, fu compresa nei suoi confini non senza scontri con i Bizantini. (vedi figura).

 Diacono, vivendo nella sua residenza “monacale” di Montecassino, quanto descritto nella Historia Langobardorum tra gli anni 787-789, era “per sentito dire” o personalmente aveva conosciuto le condizioni di vita nel territorio e negli insediamenti della provincia Samnium, tanto da considerare una vasta regione deserta, la pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese che, guarda caso, oltre alle esigenze dei propri abitanti, pochi o molti che erano, doveva contribuire con i suoi boschi, con la sua agricoltura, con la caccia, con l’allevamento del bestiame, con la transumanza delle gregge, con la produzione della lana e la sua tessitura, con la lavorazione della ceramica praticata già nel periodo della presenza dei Sanniti/Pentri per l’abbondanza delle cave di argilla, alle esigenze del ducato, poi principato di Benevento. (vedi figura).

I primi Longobardi a scendere a sud, probabilmente utilizzarono la via consolare Minucia (attraversava da nord ovest a sud est l’ampia pianura) più sicura della via consolare Appia o della via litorale adriatica, esplorando i territori da conquistare avranno avuto l’opportunità di conoscere e valutare, oltre alle già descritte risorse naturali esistenti, gli antichi insediamenti montani e collinari edificati dai sanniti per trasformarli in castra che, nei secoli IX-X, rivitalizzati e potenziati, furtrasformati in rocche e castelli per garantire una migliore difesa del territorio. (vedi figura).                                                                                                                               

Le comunicazioni erano sempre state garantite dalle due sicure vie: la prima, era un tratto della via consolare Minucia (Corfinio-Brindisi) tra il ducato di Spoleto ed il ducato/principato di Benevento, che attraversava il territorio pentro da Aufidena/Castel di Sangro e, passando per Aesernia/Isernia, Bovianum/Bojano e Saepinum, raggiungeva la città di Benevento.                                                              La seconda era l’antica via romana della T. P., da Bovianum/Bojano verso la costa adriatica ed al sito di San Paolo Civitate, utile a quanti avessero voluto raggiungere il santuario di san Michele di Monte Sant’Angelo senza passare per la città di Benevento. (vedi figura).

Un tratto della via consolare Minucia, fu percorsa, come ricordò il Chronicon Vulturnense, dai tre nati da nobile stirpe longobarda, Paldo, Taso e Tato quando uscirono dal ducato di Benevento e transitarono per la provincia dei Marsi, pertinente al ducato di Spoleto, per raggiungere la città di Roma e, successivamente, fondare il monastero di san Vincenzo al Volturno presso le sorgenti del fiume Volturno nel territorio pertinente alla provincia Samnium già integrata nel ducato di Benevento o Langobardia minor, come attesta il [Doc. 9-(689-706)], Gisulfo, sommo duca della gente dei Longobardi, dichiarava la costruzione del monastero di S. Vincenzo nel territorio della nostra santa città di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno.                                                                                    Le civitates erano state abbandonate a causa delle invasioni “barbariche” e gli abitanti avevano preferito riorganizzare le antiche difese montane, mentre le nuove abitazioni, scrive Ebanista, furono costruite sia nell’area precedentemente interessata dagli edifici, sia nelle immediate vicinanze, questi abitati marginali convissero, come esamineremo, con aree a destinazione funeraria ed ebbero talora un edificio di culto.

Gli insediamenti tardoantichi e altomedievali nel territorio dell’attuale Molise (dis. R. C. La Fata) di Carlo Ebanista (2019).  Il gastaldato di Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek con i centri di Sepino, Bojano, Isernia e Venafro. Le antiche vie, i tratturi.

Diacono descrisse un avvenimento accaduto, secondo il suo racconto, nel VII sec. d. C. (600-700), quando Grimoaldo era re dei Longobardi dall’anno 662 (all’anno 671), ed il figlio Romualdo era titolare (662-687) del ducato di Benevento, di cui faceva parte la provincia Samnium: In quel periodo Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, un duca dei Bulgari, lasciata, non si sa per quale motivo, la sua gente e passato pacificamente in Italia con tutte le truppe del suo ducato, andò da Grimoaldo promettendogli di servirlo e di fissarsi per sempre nel regno. Questi a sua volta lo mandò a Benevento, dal figlio Romualdo al quale ordinò di concedere ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi territori sufficienti da viverci. E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori.          Come ordinò che Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi quei luoghi e, sebbene parlino anche in latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.                                                                         Si può dare credito, dopo la scoperta delle necropoli di Vicenne e Morrioni, alla descrizione di Paolo Diacono sull’arrivo di   Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek nelducato di Benevento, intorno all’ anno 665, al tempo del duca Romualdo, titolare dal 662 al 687 se, scrive Chiara Provesi (2009), illustrando l’inumato della tomba n. 16: la salma di uomo morto tra i 60 e i 65 anni, deposto con solo corredo personale. […]. La sepoltura, una delle poche datate, risale alla fine del VI secolo (500-600) o agli inizi del VII (600-700): era quindi, una delle più antiche della necropoli. […], come conferma: Accanto a questa sepoltura, la t. 15, di bambina, è datata alla fine del VI secolo (500-600) ?                                                                                                                                                   Ritengo, scrive Proversi, che la t. 16 si possa considerare una delle ‘tombe dei fondatori della necropoli: essa, dunque, che presenta la particolarità della deposizione di un intero cavallo nella stessa fossa del defunto, ha probabilmente funto da modello per le inumazioni successive.                                                                                                                                                                                                   Del resto, a partire dalla fine del VI secolo non è infrequente ritrovare nelle necropoli di area italiana tombe con corredi ammiccanti all’immagine del guerriero a cavallo: speroni, sella, morso, briglie e cintura multipla.

Tomba n. 16                                         tomba n. 15. (da Conoscenze n.4 1988 SABAAAS Molise).

Proversi conclude: La celebre citazione di Paolo Diacono, che racconta di come Alzecone, duca dei Bulgari, fosse stato inviato nel 667 da re Grimoaldo (647-671) al figlio Romualdo I di Benevento (662-687) e di come questi l’abbia accolto con il suo seguito nei territori di Boiano, Sepino e Isernia, ha dato origine all’ipotesi che sia stata questa popolazione a utilizzare la necropoli. Tuttavia, oltre a un’incoerenza cronologica – alcune delle tombe, come si è detto, risalgono alla fine del VI secolo, quindi prima del presunto arrivo dei Bulgariè utile ricordare che Paolo Diacono, il quale scrisse due secoli dopo i fatti, non costituisce sempre una fonte attendibile, come ha giustamente sottolineato anche Stefano Gasparri (già illustrato).                                                                   In base a queste nuove testimonianze, i Bulgari ricordati da Diaconio, identificati dagli storici contemporanei con i Protobulgari, guidati da Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek,  furono invitati a trasferirsi in una vasta regione sino allora deserta NON dal duca Romualdo (662687), ma durante gli anni della titolarità del duca Arechi I (591-641) per essere stati, probabilmente, suoi alleati in occasione della espansione del ducato  di Benevento verso i territori dei Bruttii, della Lucania, del Lazio e, probabilmente, del territorio della provincia Samnium, vista la conquista nell’anno 595 della città di Venafro tra gli anni 591-595, il cui territorio era compreso nei confini ovest della provincia Samnium.

Ergo, sarebbe stato il duca Arechi I, durante la sua titolarità (591-641), a “ricompensare” i suoi alleati Protobulgari, concedendo loro, dopo l’annessione della provincia Samnium al ducato di Benevento, il territorio tra Sepino, Isernia e Bojano, descritti da Diacono in modo difforme dalla reale.                                                                                                                                                                     Per quanto riguarda i villaggi, ricordati sempre da Diacono, essi si localizzavano e localizzano nel territorio posto a settentrione del Massiccio del Matese (vedi al punto 1.): una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori; la sua descrizione fornisce elementi utili per scoprire la sua fonte bibliografica; ancora una volta era il geografo greco Strabone che, come già esaminato, aveva scritto: E infatti ora le città sono diventati villaggi: alcune sono del tutto scomparse, come Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicino a Venafro, e le altre siffatte delle quali nessuna merita di essere chiamata città.  Quale interpretazione dare all’affermazione di Diacono: assegnato ad Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek ed ai suoi una vasta regione sino allora deserta ?                                                                                                                                                                          Definizione di deserta/o (Garzanti): 1. vasta regione caratterizzata da scarsissime precipitazioni, vegetazione effimera e vita animale ridotta; 2. abbandonato dalle persone; disabitato.                                                                                                                                      La sola pianura di Boviano/Bojano occupa un’area di circa 100 kmq., ricca di acqua, circondata da umide colline e da montagne adatte ad ogni tipo di coltura ed allevamento; avrebbero potuto mai i primi conquistatori Longobardi non sfruttare quanto aveva già favorito lo sviluppo dei popoli che li avevano preceduti ? (vedi figura).

La vasta regione sino allora deserta ricordata da Paolo Diacono.

Per quanto nell’alto medioevo la pianura fosse stata coinvolta negli scontri tra le genti di razze diverse presenti nell’Italia centro meridionale, la sua peculiarità ambientale e la sua posizione strategica, non dovettero sfuggire all’arrivo dei primi Longobardi guidati dal re Autari nel loro trasferimento dal nord dell’Italia al territorio beneventano, prima che Zottone, nell’anno 570 c., fosse nominato dal re Autari titolare del ducato di Benevento o Langobardia minor.                                                                                                Dalla nomina di Zottone, anno 570, all’arrivo di Alzeco/Alzeconem/Alzecone/Alzek, nella vasta regione sino allora deserta, poteva mancare la presenza, seppure non numerosa, delle popolazioni autoctone dedite all’agricoltura, all’allevamento del bestiame, etc. ed ai lavori artigianali per loro e per i nuovi conquistatori Longobardi ?                                                                                                           La risposta l’abbiamo dalle 2 sepolture citate pertinenti alle necropoli di Vicenne e di Morrioni.   (vedi figura).                                       Si localizzano nel territorio di Campochiaro sito tra Sepino a sud est e Bojano a nord ovest, lungo il tratturo Pescasseroli-Candela e nei pressi del tratturello Matese-Cortile-Centocelle, ossia proprio in quel territorio ricordato e giudicato da Diacono: vasta regione sino allora deserta, al tempo della presa di possesso dei Protobulgari, non nell’anno 667 (metà del VII sec.) con il duca Romualdo, bensì durante la titolarità del duca Arechi I tra gli anni (591-641).                                                                                                       

Certamente NON era una vasta regione sino allora deserta, visto che operavano ancora delle botteghe, come scrivono V. Ceglia – I. Marchetta (2012): […], Agli inizi del VII secolo (600-700) la ceramica longobarda, prevalentemente costituita da vasi potori stampigliati e lucidati, ha già raggiunto esiti produttivi standardizzati, per quanto le botteghe siano diversificate sul territorio.    Nel contempo la ceramica dipinta è capillarmente diffusa e prodotta con un repertorio morfologico ormai caratterizzante che va distaccandosi dai modelli ingobbiati di tradizione tardo romana. […].                                                                                                        Più in generale le brocche dipinte a fasce rosse di Vicenne mantengono alcune caratteristiche che le accomunano alle produzioni campane dell’area avellinese e salernitana. […]. (vedi figura).                                                                                                    L’ingobbio molto diluito steso a pennello o con panno sull’intera superficie è tipico, infatti, delle ceramiche comuni di tradizione tardo romana generalmente esaurite, dopo un periodo di convivenza con le dipinte a fasce rosse, entro il VI secolo, ma ancora presente a Vicenne dopo la metà del VII secolo (650).                                                                                                                                                Il quadro di confronto delineato per le brocche di Vicenne individua una serie di produzioni locali omologhe datate tra la fine del VI secolo (500-600) e il VII secolo (600-700) e la longevità cronologica dei tipi è testimoniata, proprio nel contesto molisano, da elementi diagnostici di spiccato interesse. […].

Tra VI (500-600) e VII secolo (600-700), infatti, in area meridionale, i nuclei sepolcrali sono piccoli e poco affollati, occupano frequentemente più zone della città o sono connessi a piccoli villaggi rurali e si rilevano pochi casi di cimiteri con la densità delle grandi necropoli longobarde rinvenute nel nord-Italia. La posizione delle necropoli di Campochiaro, centrale tra i due importanti municipia di Saepinum e Bovianum con continuità di vita ancora nel VI (500-600 -VII secolo (600-700), depone a favore della succitata ipotesi.                                                                                                                                                                                           I nuovi arrivati, abituati più alla guerra e non all’agricoltura ed al commercio, si avvalsero della collaborazione dei pochi o molti residenti nella vasta regione considerata da Diacono sino allora deserta.                                                                                      Ermanno A. Arslan (2004), ritiene essere stata: una popolazione, che pur collocandosi in ambito culturale genericamente <merovingio>, ben si distingueva dai longobardi di Benevento, ai quali sicuramente apparteneva il controllo politico del territorio. Si trattava di una comunità di guerrieri a cavallo, con usi funerari propri, con una forte disponibilità economica, con un gusto diverso da quello longobardo. […].                                                                                                                                                                                         Ne esce il quadro di una società guerriera, con una forte aristocrazia, cui spettava il diritto della sepoltura a cavallo, o di una società di cavalieri liberi ed eguali. […]. A Vicenne invece si aveva il rituale asiatico, con fossa unica, propria della cultura dei cavalieri della steppa.                                                                                                                                                                                                    Dopo quanto esaminato, non possiamo che condividere, su Paolo Diacono, i giudizi di Francesco Beretta (1770), Alessandro Manzoni (1845), Stefano Gasparri, Eliodoro Savino (2005),  Francesco Lamendola (2011), G. Maria Francese (2015), P. Mieli (2015) ed i giudizi i siti http://www.summagallicana.it:   https://storiaecronologia.altervista.org.

 

Oreste Gentile.

 

“SANNIO”. USO E ABUSO DEL TOPONIMO.

febbraio 17, 2020

La Storia ricorda un fenomeno migratorio, il ver sacrum (o primavera sacra), avvenuto tra i secoli XI IX a. C., causato dall’incremento demografico e dalle scarse risorse nella regione denominata *Safnio/Sabina.

Scrisse Devoto (1967): Da una forma italica *Safio- è stato derivato il nome di *Safini, latinizzato nella forma Sabini; è il termine che indica le tribù più vicine a Roma dalla parte di nord-est, più tardi tutto il territorio compreso tra il Nera e l’Aterno.

Da una forma italica *Safno- è stato derivato il nome della regione *Safnio, in latino Samnium, in osco safinim: da questo, con suffisso greco, il nome degli abitanti Samnites, che compare per la prima volta nella forma Saunitai nello Pseudo-Scilace.

L’estensione del territorio dei *Safini/Samnites/Sanniti dopo le migrazioni, soprattutto quello bagnato dal mare Adriatico, venne descritto da Scilace di Carianda (V sec. a. C.), nel Periplo: 15. Sanniti. Dopo gli iapigi, a partire dal monte Orione (Gargano, n. d. r.), ci sono i sanniti. […]. La navigazione costiera della terra dei sanniti dura due giorni e una notte.

16. Dopo i sanniti c’è il popolo degli umbri, e nella loro terra si trova la città di Ancona.                                                                             I Samnites/Sanniti della costa adriatica, in base alla descrizione di Scilace, erano i Frentani, i Marrucini, i Vestini ed i Piceni, la cui presenza fu confermata molti secoli dopo da Strabone (67 a. C.-17 d. C.).   

Pseudo Scilace: I popoli localizzati ed identificati lungo le coste centro-meridionali della penisola Italica (V sec. a. C.).

Pallottino (1984), ricordando il nome della regione, *Safnio/Samnium/Sabina prima della espansione di Roma, la localizzò: Possiamo tuttavia ritenere, specialmente alla luce delle scoperte e degli studi più recenti, che in un’area compresa tra le Marche, gli Abruzzi e la provincia di Rieti si sia venuta configurando, almeno a partire dagli inizi dell’età del ferrouna unità etnica alla quale si può attribuire il nome generale di Sabini (o, nella loro propria fonologia, Safini). [….]. 

LaSabina. Il territorio *Safnio/Samnium/Sannio(XI-IX sec. a. C.).

 Al nucleo originario si ricollegano, con una differenziazione verosimilmente più tardiva, diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini,Marsi,Peligni,Marruciniecc.); mentre più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise (Pentri Frentani di Larino, n. d. r.) e della Campania (Irpini Caudini, n. d. r.), dalla cui diaspora gemmeranno in piena età storica i Campani, i Lucani, i Bruzi.

Pertanto, erano discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini ed i Lucani.

Il loro vasto territorio era il *Safnio/Samnium/Sannio, distinzione confermata da Strabone: Il Piceno e la parte interna della penisola2. Dopo le città dell’Umbria situate fra Ariminum ed Ancona c’è il Piceno. I Picentini emigrarono dalla Sabina, sotto la guida di un picchio che aveva mostrato la via ai loro primi capi. Di qui il loro nome: chiamano infatti picus questo uccello e lo considerano sacro ad Ares. […]. Oltre il Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica. (vedi figura).

Tra i secoli VI-V a. C. alcuni dei Safini/Sanniti, cosiddetti della “montagna”: i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini e, forse i Frentani, iniziarono la conquista di alcune città greche ed etrusche localizzate nel territorio campano, ma dovettero affrontare i primi scontri con la nascente potenza di Roma: dopo l’unica sconfitta dei Romani presso le Forche Caudine ed i vari trattati di pace, i popoli discendenti daiSafini/Sabini/Sabelli/Sanniti furono definitivamente sconfitti nell’anno 88 a. C..

La presenza nel territorio campano dei Sanniti cosiddetti della “montagna” causò una errata illustrazione di Strabone sulla origine dei Sanniti appartenenti alla popolazione dei Pentri: Intorno ai Sanniti c’è un’altra tradizione secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra contro gli Umbri, […]. Quelli (i Sabini, n. d. r.fecero dunque così e promisero ad Ares i figli nati in quell’anno; una volta che costoro divennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano in villaggi; essi allora li attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verisimile perciò supporre che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (i Sabini, n. d. r.).

Lo storico greco si era DISTRATTO: il paese degli Opici non era quello dove, secondo la tradizione il toro si sdraiò, per dormire, bensì, ricordando e citando Antioco (II metà del V sec. a. C.), lo stesso Strabone illustrò un’altra realtà: Antioco dice che questa terra (la pianura campana, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e che Polibio (210/128-203/121 a. C., n. d. r.), proseguì Strabone: distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Strabone, sempre citando Antioco che visse molto prima di lui, aggiunse: dice che questa terra (Campania, n. d. r.) era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni; e Polibio distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitavano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio).

Opici od Opikoi, nella lingua latina Oschi Osci, era il nome di un unico popolo che abitò per primo la pianura campana e furono ricordati da Antioco, da Polibio (da Antioco), daTucidite (460-395 a. C.) e da Dioniso di Alicarnasso (60/55/-8 a. C.) che a sua volta aveva consultato Antioco e Tucidite.

Gli Opici (greco), Oschi od Osci (latino), subita la conquista dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, ovvero i Pentri, i Carecini, gli Irpini e i Caudini, si < fusero > con essi, dando origine al popolo dei Campani.

Pallottino, scrisse: altro nome dei Campani è Osci, donde la designazione comune di lingua osca per tutte le parlate italico-orientali del Sud. (vedi figura).

I popoli Safini/Sabini//Sabelli/Sanniti, gli Ausoni e gli Opici nel territorio campano prima della dominazione Romana.

L’uso improprio del toponimoSamnium/Sannio e quello dei suoi abitanti, iSanniti, dovrebbe risalire alla fine del III sec. a. C..

Scrisse Salmon (1977): è che dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.) ogni volta che il nome Sanniti viene usato col significato di < abitanti del Sannio > esso serve di norma a indicare i Pentri.

Livio (59 a. C.-17 d. C.) conosceva l’origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, del popolo dei Pentri, avendo ricordò Bovianum/Bojano, la loro capitale: Caput hoc erat Pentrorum Samnitium.

La riforma amministrativa, voluta nel 7 d. C. dall’imperatore Augusto, divise la penisola italica in 11 regiones più le 2 isole; l’esteso territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, secondo la descrizione di Plinio (I sec. d. C.), fu diviso: la II Regione includeva Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos ed i Caudini, ricordati da Plinio unicamente con il nome della loro capitale: Caudio.

Della IV Regione, denominata Sabina et Samnium/Sannio, elencò dapprima le colonie istituite nei territori di quelle che egli considerava le popolazioni più valorose d’Italia: i Frentani, i Carecini, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini; proseguì con l’elenco delle colonie che stimò essere Sannite, presenti nel territorio dei Pentri: Bojano,[…], Alfedena, Isernia, Faifoli, Sepino […], Trivento,  ed evidenziando che i Sanniti furono detti anche Sabelli, e Saunitai dai Greci.

Nella descrizione, successivamente elencò le colonie nel territorio della Sabina e, separatamente, le colonie degli Aequicoli, dei Marsi, includendo i popoli dei Piceni e dei Pretuzi nella V Regione. (vedi figura da wikipedia).

Tra gli storici dell’antichità, Sesto Pompeo Festo (II sec. d. C.) ha causato una grande confusione; ricordando i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione/ver sacrum dalla Sabina verso i territori centro meridionali della penisola italica, scrisse: Samnitibus nomen inditum propter genus hastae quas saunia appellant, quibus uti solebat. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (Villa, 1984).

Come potevano i giovani migranti, fin dalla loro origine (circa XI-IX a. C.) denominati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, derivare il loro vocabulum da un colle il cui nome era Sannio?

La Storia li conosceva già essere Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, pertanto solo il gruppo dei migranti al seguito di Comio Castronio avrebbe dato il vocabulo Sannio al colle, la meta del loro arrivo e del loro stanziamento.

Al tempo (II sec. d. C.) in cui scrisse Festo, come aveva ricordato Salmon e prima di lui Livio, i Romani dalla fine del III secolo (a. C., n. d. r.)  ritenevano che il nome Sanniti usato col significato di < abitanti del Sannio > serviva di norma a indicare i Pentri. (vedi figura 1 e 2).

Molto probabilmente Festo aveva descritto la migrazione/ver sacrum dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ma gli UNICI a seguire, come abbiamo appreso da Strabone, un toro/bue, si denominarono Pentri (visto che erano già Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti).

Nel III sec. d. C., sotto l’imperatore Diocleziano, la IV Regione augustea denominata Sabina et Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituirono la provincia Campania et Samnium. (vedi figura).

 

 

La PROVINCIA SAMNIUM.

Successivamente, probabilmente a causa del terremoto dell’anno 346, fu istituita la provincia Samnium, separata dalla Campania, come testimonia il Codex Theodosianus: Anno Dom. 413. Ubi octo Italiae provinciae nominarut, Campania, Tuscia, Picenum, Samnium, Apulia, Calabria, Brutij, & Lucania.

F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntis secre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Per l’anno 452 abbiamo una ulteriore conferma dell’esistenza della provincia Samnium: l’epistolae di papa Leone I Magno: […] universis episcopis per Campaniam, Samnium et Picenum constitutis e nei Dialoghi di papa Gregorio Magno fra gli anni 593-594: Nuper in Samniae provincia […], quot Samnii provincia noverunt.

Le provinciae: 1. Valeria. 2. Campania. 3. Samnium. 4. Apulia et Calabria.

La provincia Samnium, sia CHIARO, comprendeva UNICAMENTE i territori di alcune popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: i Marrucini, i Frentani, i Carecini, i Pentri, ed i territori pertinenti alle città caudine di Telese e di Alife (e qualche centro della Daunia settentrionale?).

Furono ESCLUSI i territori delle altre città del popolo dei Caudini e tutto il territorio degli Irpini con la città di Benevento, già loro capitale. (vedi figura).

 

IL SAMNIUM/SANNIO IN EPOCA LONGOBARDA E NORMANNA.

La dominazione Longobarda istituì nell’Italia centro-meridionale il ducato di Spoleto con inclusi i territori pertinenti ai popoli di origine Safina/Sabina/Sabelli/Sannita: i Sabini, i Marsi, degli Aequi, i Vestini ed i Peligni; mentre i territori dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, degli Irpini e dei Caudini; parte del territorio dei Volsci e dei Sidicini; il territorio campano, il dauno eparte di quello dei Peucezii e dei Lucani costituirono il ducato, poi principato di Benevento o Langobardia minor.

Nei documenti e negli atti ufficiali il territorio pertinente al ducato, poi principato di Benevento o Langobardia minor fu identificato e citato: territorio di Benevento (anni 749-756); provincia di Benevento (anno 810) e territorio della città di Benevento (anno 981), sempre distinto dal territorio della provincia Samnium. (vedi figura).

ESCLUSIVAMENTE Paolo Diacono (720/24-799), storico longobardo, scrivendo dopo diversi anni dalla conquista longobarda dell’Italia, ricordò: La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco ([…]. In hac sunt urbes Theate, Aufidenam, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus.).

Per una distrazione o per volere accreditare alla città di Benevento un ruolo di primaria importanza, essendo all’epoca sede del ducato (poi principato) longobardo, lo storico longobardo Paolo Diacono la stimò capitale della provincia Samnium (non del ducato/principato omonimo).

Impropriamente denominò Sannio tutto il territorio del ducato, poi principato di Benevento; un toponimo già pertinente, tra i secoli IV e VI, UNICAMENTE alla già descritta provincia Samnium, con i territori dei Marrucini, dei Frentani, dei Carecini, dei Pentri, nonché i territori delle città caudine di Telese e di Alife, con l’ESCLUSIONE della città di Benevento e del suo il territorio.

UNICAMENTE Diacono ricordò una città denominata Sannio (disfatta dall’antichità) che avrebbe dato il proprio nome Sannio a l’intera provincia, ossia alla quattordicesima provincia del regno longobardo di cui avrebbe dovuto essere capitale la ricchissima Benevento.

Diacono aveva scritto nell’ VIII sec. d. C., ma nei secoli precedenti (a partire dal XI-IX sec. a. C.) NESSUNO storico greco o latino aveva ricordato un< città> denominata Sannio nel vasto territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sannitie, sorprende NON avesse ricordato nella sua citazione (lo fece solo in un capitolo successivo) la città di Boviano o Bobiano o Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, popolazione cui appartenevano le città di Aufidena ed Isernia, ricordate dallo storico longobardo.  

Non solo, Diacono in occasione della morte di Romuoldo, duca di Benevento, scrisse: gli successe, reggendo le genti sannite per tre anni, suo figlio Grimoaldo; ed aggiunse: Morto anche Gisulfo, duca dei Beneventani, il popolo dei Sanniti ne elevò al ducato il figlio Romualdo.

Fu fatto un uso improprio della denominazione Sannita: il ducato, poi principato di Benevento, era costituito, oltre che dal popolo dei Sanniti, anche dai Marrucini, dai Frentani, dai Carecini, dai Pentri, dagli Irpini (Benevento), dai Caudini, dai Lucani; nonché da una parte, forse la più numerosa, di popoli NON di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita che elevò al ducato Romualdo figlio Gisulfo; essi erano i Volsci, i Sidicini, i Campani, i Dauni ed i Peucezii.

Per l’origine in comune con il popolo dei Sanniti, ignorati da Diacono, oltre a quelli succitati, ricordiamo che erano di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita anche i Sabini, i Piceni, i Vestini, gli Aequi, i Marsi ed   i Peligni, a loro volta inclusi nel ducato di Spoleto. (vedi figura).

RICAPITOLANDO.

Con la riforma augustea nel 7 sec. d. C., la II regione Apulia et Calabria includeva, oltre alla città di Benevento ed il suo territorio già abitato dai Sanniti/Irpini, quello dei Sanniti/Caudini.

Nella IV regione erano stati inclusi i Sanniti: Frentani, Carecini, Marrucini, Peligni, Marsi, Aequi, Vestini, Pentri, Sabini, Aequi e Marsi.

Nella V Regione i Sanniti: Piceni e Pretuzi

Con l’imperatore Diocleziano nel III sec. d. C., la IV Regione augustea denominata Samnium perse la sua autonomia amministrativa: unita alla Campania costituì la provincia Campania et Samnium.

Nell’anno 346 fu istituita la provincia Samnium: la città di Benevento con il suo territorio già irpino ed il territorio già dei Caudini, RIMASERO nella provincia Campania.

Dopo quanto scritto da Paolo Diacono, alcuni degli antichi cronisti, ma NON i documenti e gli atti ufficiali redatti all’epoca, conoscendo la Storia dei territori e delle popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita per essere stati tenaci, ma sfortunati difensori della loro libertà contro i Romani, per millanteria non disdegnarono, dopo quando scritto da Diacono, di ENFATIZZARE e stimare Sannio l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento, e ritenere i loro duchi ed i loro principi: duce Samnitium o dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.

Infatti, nella Diversarum gentium historiae antiquae scriptores tres Di Jordanes, si legge: XXXIX. Defucto itaque Gisulfo Beneventanorum; duce Samnitium populus Romoaldum eius filium ad regendum se sublimavit; mentre il Chronicon Salernitanum, li ritenne titolari di un principatum Samnitum: Radelchis (titolare 839- 851) ut supra diximus Beneventanus princeps dum tenuisset principatum Samnitum annos 11 et menses 11; oppure: Sed dum Radelgarium (titolare 851-854) extinctum de hac luce nimirum fuisset, Adelchis, (titolare dal 854 al 878) frater eius principatum Samnitum optinuit.

In Monumenta Germanie historica (III), per gli Annales Beneventani, senza alcuna giustificazione fu scritto: Anno domini 788 mense Agusti 7. Kal. Septembris obiit Arechis, princeps et dux Samnitibus atque fundator sanctae Sophiae e nella Chronica Sancti Benedicti: Gisulfus prior dux Beneventi devastavit Campaniam, qui prefuit Samnitibus ann. 17.

Come esamineremo, nei documenti e negli atti ufficiali trascritti nel Chronicon Vulturnene, sottoscritti dai duchi e dai principi, la città di Benevento fu sempre giudicata UNICAMENTE capitale del ducato e, successivamente, del principato omonimo: Radelchisi princeps Beneventanus; Adelchisum principe Beneventanum o Beventanorum princeps Adelchi o Beneventanum principem Adelchisum; Atenolfus, ut diximus, principatum Beneventanum; Landolfo, Benevenatus princeps.

Il SAMNIUM/SANNIO NEL CHRONICON VULTURNENSE.

Diacono, scrivendo l’Historia Langobardorum, redatta presumibilmente dall’anno 787 all’anno 789, non tenne conto, forse l’ignorava, della ricca documentazione esistente alla sua epoca ed utilizzata dal monaco Giovanni, tra gli anni 11111139, per la redazione del Chronicon Vulturnense: dalla fondazione del monastero di S. Vincenzo martire nell’anno 703 fino prima metà del XII sec..

Nella quasi totalità dei documenti trascritti nel Chronicon Vulturnense ed esistenti al tempo di Diacono, fu data la massima evidenza al toponimo del territorio dove era localizzato il monastero dedicato a S. Vincenzo martire, INEQUIVOCABILMENTE distinto dal territorio del ducato, poi principato di Benevento.

Dal documento più antico, si apprende: [Doc. 9-(689-706)], Gisulfo, sommo duca della gente dei Longobardi, dichiarava la costruzione del monastero di S. Vincenzo nel territorio della nostra santa città di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno.

Nota bene: la sorgente del fiume Volturno era sì dentro i confini del territorio del ducato/principato di Benevento (vedi figura a sn.), ma nel territorio pertinente all’antica provincia Samnium da cui era stato escluso quello occupato dai Sanniti/Irpini. (vedi figura ds.).

[Doc. 10-25 maggio 715]. Fu proprio il re Carlo per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio romano, a dichiarare che il monastero era stato edificato dai santi uomini Paldo, Tato e Taso nella provincia del Sannio presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: […], quod a santis viris Paldone, Tatone et Tasone in Samnii provincia super Volturnum fluvium edificatum fuerat, […]. (vedi figura ds.).

Fu proprio re Carlo Magno a confermare l’inclusione della provincia del Sannio, istituita nel IV sec. d. C., nel ducato/principato longobardo di Benevento o Langobardia minor.

Un’altra lettera, (Doc. n. 27, vol. I), del sovrano testimonia: […] del monastero di San Vincenzo Martire, che è costruito nel luogo che è detto Sannio sul fiume Volturno,.

Il testo originale recita: […] Pauli (abbatis ex monasterio Sancti) Vincencii martiris, (quod est constructum in loco qui dicitur) Samnii, super fluvium Vulturnum. […].

Il [Doc. 11-(749-756)], del signore Astolfo, sommo re dei Longobardi, per intercessione di Gisulfo, esimio duca della gente dei Longobardi, nel territorio di Benevento, presso la sorgente del fiume Volturno, concediamo e confermiamo al venerabile monastero di S. Vincenzo martire, IGNORATO da Diacono, permetteva di localizzare il monastero di S. Vincenzo nel territorio di Benevento (ergo, Gisulfo, non era un duce Samnitium e non esisteva il principatum Samnitum, vedi pagina precedente) presso la sorgente del fiume Volturno e, più precisamente, come confermò Arechi, principe delle genti Longobardi con il [Doc. 12-marzo/aprile 758-26 dicembre 760)]: […], al monastero di S. Vincenzo, che è situato nel territorio del Sannio presso il fiume Volturno, ossia nel territorio già denominato provincia Samnium, incluso nel ducato/principato di Benevento.

Il testo originale recita: […], in monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in finibus, Samnie, iuxta Vulturno flumine.

La precisa localizzazione del monastero di S. Vincenzo fu ricordata da Desiderio, imperatore per disposizione della divina provvidenza, con il [Doc. 14-anteriore al 774): […], che è costruito nel territorio del Sannio, presso la sorgente del fiume Volturno.

Diacono IGNORAVA: il territorio del Sannio altro non era che la provincia Samnium.

La distinzione tra i 2 territori fu descritta in modo CHIARO, INCONFUTABILE ed è EVIDENTE come, all’epoca, il territorio pertinente al ducato/principato di Benevento, a differenza di quanto aveva scritto lo storico longobardo, non fu MAI identificato con il toponimo Sannio, pur essendo stato il territorio beneventano, nell’antico passato occupato dal popolo dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Irpini.

Nel [Doc. 15(742-751)].  Gisulfo si dichiarò: sommo duca a Benevento della gente dei Longobardi, al venerabile monastero di S. Vincenzo martire, che è situato entro i confini del Sannio nel territorio di Benevento presso la sorgente del fiume Volturno.

Nel successivo documento, [Doc. 16-(742-751)], sempre Gisulfo, sommo duca dei longobardi, dichiarò il monastero nel territorio beneventano presso la sorgente del fiume Volturno, omettendo quanto aveva precisato nel Doc. 15, ossia: situato entro i confini del Sannio, ma affermando genericamente nel territorio beneventano, ossia nel territorio del ducato/principato di Benevento.

INDUBBIA era la localizzazione del monastero di S. Vincenzo presso la sorgente del fiume Volturno e, soprattutto, il sito aveva conservato il toponimo Sannio.

Localizzazione ed identificazione confermate anche dal [Doc. 17-754 luglio)], ancora una volta IGNORATO da Diacono: Stefano (vescovo servo dei servi di Dio) ad Atto (venerabile abate del martire di Cristo Vincenzo, fondato presso la sorgente del fiume Volturno, nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento e, […]. Pertanto, poiché avete chiesto a noi che il monastero del beato Vincenzo martire, situato presso il fiume Volturno, nelle parti del Sannio.

Il territorio Sannio e il territorio di Benevento erano sì distinti, ma appartenenti al ducato/principato di Benevento.

Altri documenti confermano la precisa identificazione e localizzazione del territorio Sannio nei confini del ducato/principato di Benevento, evidenziando che già al tempo di Diacono la provincia Samnium ed il territorio dei Sanniti/Pentri, era stato già diviso, (correva l’anno 667), in gastaldati con capoluogo le antiche civitas romane e sedi vescovili: Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, che successivamente, con la presenza dei Franchi, divennero la sede delle contee.

Il territorio Sannio presso le sorgenti del fiume Volturno, si localizzava nel territorio pertinente al gastaldato, poi contea di Venafro. (vedi figure).

Altri documenti, ignorati da Diacono, confermano la NETTA distinzione tra il territorio del Sannio e il territorio di Benevento: Anno 754. […], nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento e, […]. […], a noi che il monastero del beato Vincenzo martire, situato presso il fiume Volturno, nel territorio di Benevento, nelle parti del Sannio. Anno 758-760. […], al monastero di S. Vincenzo, che è situato nel territorio del Sannio presso il fiume Volturno. Anno 787. Carlo re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani al venerabile abate Paolo e ai monaci del monastero di S. Vincenzo, situato nel territorio di Benevento, nelle terre del Sannio.

Anno 787. […], (che è stato costruito nel luogo che è detto) Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Vincencii martiris, (quod est costructum in loco qui dicitur) Samnii, super fluvium Vulturnum, SMENTENDO quanto scritto un anno dopo nel Monumenta Germanie historica (III), per gli Annales Beneventani, in cui è scritto: Anno domini 788 mense Agusti 7. Kal. Septembris obiit Arechis, princeps et dux Samnitibus atque fundator sanctae Sophiae.

SMENTITE confermate anche dai documenti e dagli atti ufficiali sottoscritti negli anni successivi; MAI citarono: principatum Samnitum e dux Samnitibus; UNICAMENTE Beneventane provinciae, Beneventane provincie o fine Beneventi.

Anno 807. Nel nome del Signore.  Al tempo del nostro eccellentissimo signor Grimoaldo, per divina provvidenza principe della provincia di Benevento, […], offriamo al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, che è situato sul fiume Volturno, nel territorio del Sannio, […].

NULLA di nuovo nei documenti e negli atti ufficiali redatti negli anni successivi alla pubblicazione dell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono.

Anno 810. […]. Noi, gloriosissimo Grimoaldo, per divina provvidenza principe della provincia di Benevento, su richiesta del nostro referendario Aodoaldo, abbiamo concesso al monastero di S. Vincenzo martire, che è situato nel territorio del Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Grimoaldus, Dei previdencia, Beneventane provinciae princeps. […], in monasterio Sancti Vincencii martyris, qui situs est in finibus Samnie, iuxta Vulturno flumine.

Anno 812. […] che è posto presso il fiume Volturno nella zona del Sannio. Anno 817. […] al monastero di S. Vincenzo, situato nel Sannio presso il fiume Volturno.

Che il toponimo Sannio non indicasse UNICAMENTE il territorio pertinente al monastero di S. Vincenzo, è documentato nel Chronicon Vulturnense riguardante l’offerta di un casale a Macchia nel Sannio al tempo (anni 824-842) dell’abate Epifanio.

Il sito di Macchia, nella traduzione in italiano del testo latino, è stato identificato con l’attuale Macchiagodena, un insediamento esistente nel territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri prossimo a Bovianum/Bojano, già loro città madre e capitale.

Si conferma che all’epoca il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, su cui era stato edificato anche il monastero di S. Vincenzo, era sì nei confini del ducato/principato di Benevento, ma si localizzava nell’antica provincia Samnium.

Macchia, con il toponimo Macla Godani, fu ancora ricordata nell’anno 1003 per la donazione della chiesa di S. Apollinare al monastero di S. Vincenzo, da parte della titolare della contea di Boiano, contessa Roffrid, appartenente alla nobiltà longobarda del principato di Benevento.

Interessante è il [Documento 1 – febbraio 1070 ] Io Berardo, figlio del fu Giovanni, che ora abito nel castello di Pietra Abbondante nel territorio Beneventano.

Il castello di Pietra Abbondante era sì nel territorio Beneventano, ma ESATTAMENTE si localizzava, al pari del monastero di S. Vincenzo, nel territorio della provincia Samnium ed i suoi abitanti erano stati i Sanniti/Pentri.

Nel I sec. a. C. era stato il principale centro religioso di tutti i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).

Il toponimo Sannio compare anche nel doc. 167 del marzo 989 per identificare la zona in cui era la località Cerro: […], e inoltre da abitare, piantare vigneti per ventinove anni nella zona del Sannio, nella località detta Cerro.

Cerro è l’odierno Cerro al Volturno in prov. di Isernia, distante dal monastero di S. Vincenzo circa 5-6 km. (3-9 a piedi); pertanto, al pari di Macla Godani/Macchiagodena e Pietrabbondante ed il monastero vulturnense, erano nel territorio abitato da Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri: sì nel ducato/principato di Benevento ma, precisamente nel territorio già della provincia Samnium.

Anno 833-836. […]. Noi, gloriosissimo Sicardo, per divina Provvidenza principe della provincia di Benevento, su richiesta Roffredo, nostro referendario, concediamo al monastero del beato Vincenzo, situato nel territorio del Sannio, presso il fiume Volturno.

Il testo originale recita: Nos vir glorissimus Sicardus, Dei providencia, Beneventane provincie princeps, […], concedimus in monasterio Beatissimi Vincencii martyris, quod situm est in finibus Samnie, iuxta fluvio Vulturno.

E’ bene ricordare anche i 2 documenti, il dell’anno 944: […], quod situm est in partibus Samnie, territorio Beneventano, super fontem Vulturni fluminis ed il dell’anno 965/966: […], in partibus Samnie sito, unde flumen Vulturnus oritur, dove finibus corrisponde a limite o confine e partibus a terre o territorio denominato Sannio, toponimo ereditato da quello della provincia istituita tra i secoli IV-VI secolo, divenuta parte integrante del ducato/principato di Benevento, dove si localizzava il monastero di S. Vincenzo martire.

L’ESATTA localizzazione ed identificazione del monastero di S. Vincenzo descritte dai cronisti dell’epoca non mutò nel corso dei secoli neanche dopo la sua distruzione operata dai Saraceni guidati da Saudan nell’anno 881, né con il suo abbandono per circa 30 anni (vi tornarono intorno all’anno 911).

Anno 936. […], Rambaldo, umile abate del monastero di S. Vincenzo, situato nel territorio di Benevento, nella zona chiamata Sannio, sul fiume Volturno.

Il testo originale recita: […] ex monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in fine Beneventi, ubi Samnia vocatur, super fluvium Vulturnum.

Anno 894. […] del monastero di S. Vincenzo situato nel territorio di Benevento, sul fiume Volturno, nella zona della Sannio.

Il testo originale recita: ex monasterio Sanctii Vincencii, quod situm est in partibus Beneventi, super fluvium Vulturnum, in locuin ubi Samnia vocatur.

Anno 968. […] Paolo, abate del monastero di S. Vincenzo, situato presso le sorgenti del fiume Volturno, nella regione del Sannio, nel territorio di Benvento.

Il testo originale recita: […] … monasterio Sancti Vincencii, situ supra Vulturni fontes, loco Samnie, territorio Beneventano.

Anno 992. […] situato presso la sorgente del fiume Volturno, nella zona del Sannio, nel territorio beneventano. Anno 976. […]. Fondato e costruito presso la sorgente del fiume Volturno, nella zona del Sannio.

Quando agli inizi del XI secolo il principato di Capua fu reso autonomo dal principato di Benevento, il territorio appartenente al monastero di S. Vincenzo, fu assegnato al principato capuano ed il toponimo Sannio continuò ad identificare il territorio dove si localizzava il monastero di S. Vincenzo, situato presso la sorgente del fiume Volturno, sempre pertinente ad una regione, ad un territorio, e ad una località denominata Sannio.

Il nuovo assetto amministrativo non mancò di creare una certa confusione nella redazione dei diplomi trascritti nel Chronicon Vulturnense, tant’è che il monastero di S. Vincenzo fu assegnato a volte al principato di Capua, a volte al principato di Benevento, confermando sempre l’originaria ed unica denominazione del territorio o regione pertinente al monastero: SANNIO.

Anno 1010: Così concedo, consegno e dono al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, situato nel territorio capuano nella località Sannio. Anno 1011. Così concedo, consegno e dono al monastero di S. Vincenzo, levita e martire, situato nel territorio capuano nella località del Sannio. Anno 1021: […] è venuto Pietro, monaco e preposto del monastero del beato Vincenzo, che nella zona di Benevento, nella località presso il fiume Volturno chiamata Sannio. Anno 1040. […], offriamo al monastero di S. Vincenzo, che è presso la riva del fiume Volturno, nel territorio di Benevento, nella zona del Sannio. Anno 1022: […], diacono del monastero di S. Vincenzo, costruito presso la sorgente del fiume Volturno, vicino la città di Capua. Anno 1029: […] abbiamo offerto a Dio e alla chiesa di S. Vincenzo, levita e martire, che è situata nel territorio di Capua, nella località del Sannio. Anno 1104Al venerabile Giosuè, abate del monastero del martire di Cristo Vincenzo, situato presso la sorgente del fiume Volturno nelle zone del Sannio, nel territorio di Benevento. (vedi figura).

Il monastero nel principato di Capua.

Con il successivo dominio dei Normanni nell’Italia centro-meridionale, i documenti trascritti nel Chronicon Vulturnense, NON mutarono la localizzazione e l’identificazione del monastero di S. Vincenzo; il toponimo Sannio continuò ad identificare con precisione il luogo su cui era stato edificato: presso le sorgenti del fiume Volturno e pertinente amministrativamente al principato di Capua.

La signoria fondiaria della Terra Sancti Vincencii.

Il ricordo di un unico territorio denominato Samnium/Sannio in cui si localizzava anche il capoluogo della contea normanna di Boiano, risale all’anno 1082 come conferma la donazione alla chiesa di S. Maria sita nella civitas Saepinum, da parte del normanno Rodolfo, titolare della contea di Boiano, all’epoca pertinente al Principatus domini Iordani capuani princeps: Cartula Oblationis [1082], febbraio.     

[…]. Ideoque nos hi sumus Raul gratia Dei comes filius quondam dompni Guimundi qui fuit comes, ortus in Europis partibus Alpis et nunc, Deo tuente, comitatum teneo in Sampnitis partibus que vulgo Bubiano vocatur.

Sampnitis è la corruzione di Samnitis/Sanniti e Bubiano quella di Bobiano/Bojano (vedi figura Tabula Peutingeriana III-V sec. a. C.).

Sampnitis è affine a Sampnie scritto nell’anno 1045 per identificare, come esamineremo, il castello Sampnie (odierno Castel San Vincenzo) edificato nei pressi dell’antico monastero longobardo di S. Vincenzo martire presso le sorgenti del fiume Volturno

Il conte Rodolfo era consapevole della localizzazione della sua contea di Boiano nella provincia Samnium (corrotto Sampnitis o Sampnie) di cui faceva parte anche il territorio presso le sorgenti del fiume Volturno, su cui era stato edificato il monastero di S. Vincenzo, entrambi all’epoca compresi nel principato di Capua.

Il toponimo Samnie, Samnia, Samniae, Samnii, Samnium scritto nei documenti del Chronicon Vulturnense e Sampnitis, ricordato dal conte Rodolfo nella sua donazione, CERTAMENTE non poteva essere riferito ad un villaggio, né ad una città, ma al territorio ed al popolo; territorio denominato provincia Samnium dal IV sec..

Sampnie, ricordato nell’anno 1045, potrebbe essere la corruzione di Samnium/Sannio per identificare e localizzare il castello; Sampnitis, ricordato nell’anno 1082, per identificare nella forma corrotta, i Samnitis, suoi abitanti.

SANNIO: CITTA’ O CASTELLO ?

Dimostrare l’esistenza nell’antico passato di un “insediamento” o di una “città” denominata Samnium/Sannio, sempre IGNORATO dalla Storia, è quanto mai difficile, tuttora si ignora la sua localizzazione nel vasto territorio occupato dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Il longobardo Paolo Diacono nel VIII sec., come già esaminato, sostenne: […] Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.

Sì, l’intera provincia fu denominata Sannio, NON per l’esistenza di una città omonima, bensì, come ricorda la Storia, per il toponimo *Safnio/Samnium della patria di origine dei popoli migranti di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

Sì, della stessa origine erano gli Irpini con capitale Benevento ed i Caudini con capitale Caudio/Montesarchio, ma ad eccezione della città caudine di Alife e Telese, erano stati ESCLUSI dal territorio della provincia Samnium.

VERAMENTE è esistito ed esiste, documentato a partire dal X secolo, un insediamento presso il complesso monastico di S. Vincenzo martire più volte ricordato nel Chronicon Vulturnense: Castello Samnie o castello Sampnie localizzato in partibus Samnie situs super Vulturni fluminis o, con più esattezza: est () in partibus Beneventanis, () super fluvium Vulturni locus, () ubi Samnia vocatur in () castello Sampnie.

Anno 982. […] monasterii martiris Sancti Vincencii Christi, in partibus Samnie, situs super Vulturni fluminis. […]. Actu de Castello Samnie.

Anno 985. […] monasterium Sancti Vincencii in partibus Samnie, situs super Vulturni fluminis fontes […]. Actum de Castello Samnie.

Anno 988. […]  monasterii Sancti Vincencii, situs super Vulturni flumini fontes […]. Actum de Castello Samnie.

Anno 995. […] monasterium Sancti Vincencii, situs super Vulturni fluminis fontes  […]. Et te Ummo notarium scribere rogavimus in acto de Castello Samnie.

Anno 1011-1045. […].  Monastero di S. Vincenzo, situato nella zona di Benevento, sul fiume Volturno, nella località detta Sannio. […]. Per vostra sicurezza abbiamo chiesto a Indolfo, chierico e notaio, di scrivere nel distretto (in actu nel testo, n. d. t.) di S. Vincenzo, nel Castello del Sannio.

Il testo originale recita: […] ex monasterio Sancti Vincencii, qui situm est in partibus Beneventanis, super fluvium Vulturni locus, ubi Samnia vocatur […] in actu Sancti Vincencii, in castello Sampnie. (vedi figura).

Cosa era accaduto?

Con il “ritorno alla vita” del monastero di S. Vincenzo, agli inizi del X secolo, dopo la distruzione dell’anno 881 e la fuga nella città di Capua dei monaci superstiti alla strage dei Saraceni, si originò, con le numerose donazioni di terre e di beni da parte dei nobili longobardi e franchi una vera e propria signoria monastica, la Terra Sancti Vincencii, con la concessione ai coloni, per contratto (libellum), di grandi estensioni di terreni da urbanizzare e coltivare.

Agli stessi coloni, documenta il Chronicon Vulturnense, fu concesso di costruire i castra a difesa dei quali, oltre alle mura di cinta, potevano erigere torri e castelli, soprattutto nelle zone di maggiore interesse strategico.

Fra quelli ricordati (anche con i loro nomi latini) dai documenti e dagli atti ufficiali del Chronicon Vulturnense, è stato possibile, localizzando i castra ed i castelli costruiti nel territorio della signoria monastica sorta presso le sorgenti del fiume Volturno, di localizzare e di identificare il Castello Samnie o Castello del Sannio o castello Sampnie con l’odierno Castel San Vincenzo: Castello di Scapoli, Fossa Cieca, Colle Sant’Angelo, Castello di Guado Porcino, Tenzonoso, Cerro con Spina, Acquaviva, Rionero, Mala Cocchiara, Alfedena, Foruli, castello di Fornello, Castiglione, Pizzone, Castel Nuovo, Rocchetta di Colli Cerro [(vedi fig.1° )dal sito: Convegno “Reviviscentia Terrae Sancti Vincentii”].

I castra ed i castelli costruiti nel territorio pertinente alla signoria monastica di S. Vincenzo (a nord di Venafro e nord-est di Isernia). TUTTI localizzati nella provincia Samnium.

Il Castello Samnie o Castello del Sannio o castello Sampnie, l’odierno Castel San Vincenzo, fu costruito in prossimità e ad ovest del centro monastico di S. Vincenzo presso le sorgente del fiume Volturno, in un territorio che nel corso dei secoli fu identificato (in ordine cronologico): territorio della nostra santa città di Benevento (689-706); nella provincia del Sannio (715); entro i confini del Sannio, nel territorio di Benevento (742-751); nelle parti del Sannio, nel territorio di Benevento (754); nel territorio del Sannio (774); nel territorio di Benevento, nelle terre del Sannio (787); nel luogo che è detto Sannio (787); in finibus, Samnie (810); situato nel Sannio (812); in fine Beneventi, ubi Samnia vocatur (936); in partibus Samnie (944); in partibus Samnie sito (965/966); loco Samnie, territorio Beneventano (968); nella zona del Sannio (976); nella zona del Sannio, nel territorio beneventano (992); nel territorio di Capua, nella località del Sannio (1029); nel territorio di Benevento, nella zona del Sannio (1040); nelle zone del Sannio, nel territorio di Benevento (1104).

Il monastero di S. Vincenzo martire (quadrato nero) nel territorio della Provincia Samnium (confine nero) nel principato di Benevento (territorio azzurro).

SAMNIUM/SANNIO: L’ABUSO.

Dopo quanto esaminato dai documenti e dagli atti ufficiali sottoscritti dai re, dai duchi e dai principi sia del ducato/principato di Benevento, sia del principato di Capua, è ERRATO continuare a sostenere l’esistenza di un principatum Samnitum, come NON sono Mai esistiti i titoli nobiliari di dux Samnitibus o princeps et dux Samnitibus.

Al contrario, si può sostenere, senza ombra di dubbio: il monastero di S. Vincenzo, sito presso le sorgenti del fiume Volturno, era sì nel territorio della nostra santa città di Benevento (689-706) ma, esattamente, nella provincia del Sannio (715).

Nel territorio della provincia Samnium istituita intorno all’anno 346 e ricordata nell’anno 715 come provincia del Sannio dal re Carlo Magno, confinante ad ovest con la signoria Monastica di Montecassino ed a nord con il ducato di Spoleto, NON era esistita una città denominata Sannio; NEMMENO nelle sue varie “corruzioni” Samnia o Sampnie, che furono adottate per identificare, oltre alla località presso la sorgente del fiume Volturno anche il castello, odierno Castel San Vincenzo, costruito non prima della fondazione del monastero di S. Vincenzo.

In epoca contemporanea e senza tenere in alcun conto delle pubblicazioni degli antichi storici e delle più recenti scoperte archeologiche, il toponimo SANNIO, è stato “sfruttato” per localizzare ed identificare alcuni territori della penisola italica diversi dalla loro origine.

Da uno dei tanti siti internet si legge: L’Appennino Sannita fa parte dell’Appennino Meridionale ed è il tratto che si trova fra la Campania, il Molise e la Puglia. (vedi figura da http://www.moldrek.com/campania.).

Corretta (fig. a sn.) la localizzazione dei M. dell’Irpinia tra le province di Benevento e di Avellino, NON corretta la denominazione M. del Sannio nell’Appenino Campano. L’ App. Sannita (vedi fig. a ds.) dovrebbe identificare la catena montuosa dell’Italia centrale dalla Sabina alla Lucania, NON UNICAMENTE i monti tra il Molise, la Campania e la Puglia.

Dopo M. Matese, Monti del Sannio nell’Appennino         
Campano  ed i Monti dell’Irpinia.

Nel passato, per ricordare l’antico popolo presente in epoca storica nel territorio denominato oggi Molise, si fece un uso improprio del toponimo Sannio: fu aggiunto al nome di alcuni comuni localizzati nel territorio già dei Sanniti/Pentri: Rionero Sannitico; Fòrli del Sannio; Belmonte del Sannio; Cantalupo nel Sannio; Sant’Elena Sannita; Civitanova del Sannio; Morrone del Sannio; Torella del Sannio; Mirabello Sanitico; San Giuliano del Sannio.

Tutti erano/sono nel territorio pentro, pertanto sarebbe stato più corretto aggiungere al nome del centro urbano < dei Pentri >, come accadde per il comune pertinente al territorio dei Sanniti/Frentani: Montorio nei Frentani.

Lo stesso accadde per alcuni comuni nella provincia di Benevento: San Giorgio del Sannio; Cerreto Sannita; San Leucio del Sannio; Colle Sannita; Pesco Sannita; San Martino Sannita; Santa Croce del Sannio, fu utilizzato impropriamente Sannio o Sannita, dimenticando la presenza dei Sanniti/Irpini, CORRETTAMENTE ricordati per la provincia di Avellino, anch’essa territorio irpino: Ariano Irpino; Monteforte Irpino; Altavilla Irpina; Montecalvo Irpino; Volturara Irpina; Bagnoli  Irpino; Capriglia Irpina; Melito Irpino; Savignano Irpino; Salza Irpina; Petruro Irpino.

La città Benevento, memore di quanto fu scritto nelle antiche Cronache, ma non nei documenti e negli atti ufficiali già esaminati, ha sempre rivendicato con orgoglio per sé e per il territorio della sua provincia il toponimo Sannio che, al contrario come abbiamo esaminato, identificava, con quello della provincia di Avellino, un territorio denominato SANNIO/IRPINO, pertinente fino dai secoli XI- IX a. C. al vasto territorio del centro – sud della penisola italica occupati dai *Safini/Samnites/Sanniti, denominati Irpini. (vedi figura).

Oggi, con il toponimo Sannio si identifica UNICAMENTE la provincia di  Benevento e con  Alto Sannio il suo territorio a nord, a confine con quello già dei Sanniti/Pentri, ad est con quello dei Dauni ed a sud con l’attuale provincia di Avellino, UNICA ad essere denominata Irpinia. (vedi figure).

Il territorio della provincia di Benevento o Sannio (fig. a sn.).  Il territorio dell’Alto Sannio nella provincia di Benevento e il territorio della provincia di Avellino o Irpinia.

Con la diffusione in tempi recenti di una nuova ipotesi, conosciuta come < sindrome viteliù >, un Alto Sannio è stato localizzato a nord del territorio della regione Molise, già denominato Alto Molise, pertinente dal secolo XI-IX a. C. al popolo dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Tra gli argomenti proposti dalla < sindrome viteliù >, SCONOSCIUTI dalla STORIA, i giovani protagonisti della migrazione (ver sacrum), erano sì Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ma partendo dalla Sabina si chiamarono impropriamente < Vitelios >

I < Vitelios > non possono essere identificati con i settemila giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti perché era un altro popolo, come scrisse Devoto: i Viteloi vivevano in un altro territorio ed era un’antica tribù protolatina, che occupava una parte imprecisata dell’odierna Calabria, portava un nome che doveva sonare approssimativamente come VITELOI e Aristotele (384/383 a.C.–322 a.C.) ha conservato in forma greca: Italoi.

Questo nome vien derivato da Ellanico (V sec. a.C.) dal nome indigeno del vitello. []. E benché rappresenti un acquisto ben tardo per gli Italici, che fino alla grande invasione del mezzogiorno lo ignoravano, ha diritto d’esser mantenuto anche oggi

Secondo la nuova ipotesi, i < Vitelios > avrebbero preso possesso di un territorio che dovrebbe corrispondere all’Alto Sannio (in terra molisana) e, successivamente (sull’esempio dei vasi comunicanti), dopo diverse generazioni, un’altra migrazione avrebbe originato i Sanniti/Pentri e, nel tempo (?) altre migrazioni avrebbero dato origine ai Sanniti/Caudini, ai Sanniti/Irpini ed ai Sanniti/Lucani. (vedi figura).

Una ipotesi del resto non originale già avanzata da Mommsen (1817-1903): La tradizione racconta come i Sabini, incalzati dagli Umbri, […] votassero una primavera sacra, vale a dire, che giurassero di mandar fuori per fondare in paesi esteri agli Dei nazionali tutti i figli e le figlie, che fossero nate nell’anno della guerra, tosto ch’essi fosser pervenuti in età da ciò. uno di questi sciami votivi fu condotto dal toro di Marte e diè origine ai Sabini o Sanniti che prima presero stanza sui monti lungo il fiume Sangro, e di là partendo occuparono in appresso il bel piano a levante del monte del Matese alle sorgenti del Tiferno, e nell’antico e nuovo territorio, dal toro che li capitanò, chiamarono Boviano i luoghi delle loro adunanze e dei loro magistrati, posti nel territorio antico presso Agnone, nel nuovo presso Boiano.  La picca di Marte guidò la seconda colonia votiva, da cui uscirono i Picenti, popolo astato, che occupò il paese che oggidì la Marca d’Ancona. Una terza colonia sotto l’insegne di un lupo (hyrpus) fermò stanza nel paese di Benevento e prese il nome di Irpini. Nello stesso modo dallo stipite comune si ramificarono le altre ma ….. piccole ramificazioni.

La < sindrome viteliù >, causata dalla descrizione di Mommsen, NON è confermata dalla Storia, né dalla documentazione archeologica: si sarebbero originate popolazioni sì della stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita, NON < Vitelios >, che, emigrando in tempi diversi nelle nuove sedi, avrebbero acquisito una evoluzione cronologicamente inferiore. (vedi figura).

Salmon, ritenne il Sannio, all’epoca della istituzione delle Regioni augustee, essere stato abitato da: i Sanniti/Pentri, i Sanniti/Caudini ed i Sanniti/Irpini; distinguendo però: un Sannio occidentale: la terra dei Caudini era nella Regione I (Lazio e Campania); un Sannio meridionale: la terra degli Irpini, per la maggior parte nella Regione II (Puglia) e un Sannio settentrionale: la terra dei Carecini e dei Pentri, per la maggior parte nella Regione IV (Sannio). (vedi figura).

Il SANNIO secondo Salmon: Sannio settentrionale (PENTRI e Carecini); Sannio meridionale (CAUDINI) e Sannio meridionale (IRPINI).

Ma nella Regione IV (Sabina et Samnium), oltre alle popolazioni ricordate da Salmon: Pentri e Carecini, considerato Sannio settentrionale, vi erano i Frentani, i Marrucini, i Peligni, i Marsi, gli Aequi, i Vestini e la Sabina. (vedi figura).

Volendo localizzare un territorio denominato Alto Sannio, MAI ricordato dalla Storia, interpretando alto = latitudine, si identificherebbe con il territorio dei Piceni, più a nord rispetto al territorio degli altri popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita; altrimenti, se alto = altezza sul livello del mare, la scelta interesserebbe in assoluto, i popoli dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti stanziati presso il massiccio del Gran Sasso (mt. 2912). (vedi figura).

 Per concludere: NON è MAI esistito nella Storia, né fu ricordato dagli Storici un territorio denominato Pentria. (vedi figura).

Fu utilizzato da V. E. Gasdia nella sua voluminosa pubblicazione sulla Storia di Campobasso edita nell’anno 1960, per identificare il territorio pertinente ai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Pentri, ma Pentria trovò ampia diffusione nell’anno 1970 con la istituzione della seconda provincia molisana con capoluogo la città di Isernia: da quell’anno la Pentria identificò IMPROPRIAMENTE ed ESCLUSIVAMENTE il territorio della provincia omonima, e la città divenne, come scrivono e dicono, il capoluogo pentro, tanto da indurre La Regina (1974) a precisare: Una denominazione di territorio costruita sull’etnico < Pentri > non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium >. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica; ma, è bene evidenziare come scrisse Livio e Salmon, Samnium e Samnites dopo il III sec. a. C., identificarono UNICAMENTE il territorio ed il popolo dei Sanniti/Pentri. (vedi figura).

Samnium, successivamente, identificando la provincia omonima istituita intorno all’anno 346, fu ricordato nei diplomi e negli atti ufficiali pubblicati nel Chronicon Vulturnense per meglio localizzare l’insediamento monastico di S. Vincenzo al Volturno presso la sorgente del fiume Volturno.

Nelle forme corrotte di Samnia o Sampnie identificò UNICAMENTE il castello, oggi Castel San Vincenzo, costruito nelle del complesso monastico.

Oreste Gentile.

I PARENTI DI PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA, NON RISIEDEVANO NELLA CITTA’ DI ISERNIA.

dicembre 2, 2019

Tanto per accreditare ancora una volta la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro figlio di Angelerio e di Maria, alla città di Isernia, hanno inventato anche la BUFALA (sono circa 8) della residenza di alcuni suoi parenti nella città molisana.

Premesso che NESSUNO dei suoi biografi antichi ha ricordato l’evento, esaminiamo quanto scritto da alcuni biografi pro-Isernia.

Mattei (1978): Tra queste mura (della città di Isernia, n. d. r.) egli si tuffò in tutti i ricordi della sua patriarcale famiglia, di cui erano ancora superstiti il fratello Nicola e due suoi nipoti figli di Roberto, altro fratello già defunto.

Colitto (1980): […], ma già Carlo II dall’Aquila […] aveva assegnato un annuo vitalizio a Nicola, fratello del Papa, ed ai nipoti di lui Guglielmo e Pietro, figli del fratello Roberto, tutti e tre residenti in Isernia.

[…]. Quivi (in Isernia, n. d. r.) trovò (papa Celestino V, n. r. d.) suo fratello Nicola ed i due suoi nipoti, Guglielmo e Pietro, figli del fratello Roberto, ai quali tutti Carlo D’Angiò, come innanzi scritto, aveva assegnato un’annua rendita a vita in omaggio al loro illustre congiunto.

Grano (1996): […], Carlo II concesse un annuo vitalizio di dieci once d’oro a Nicola Angelerio, fratello del Papa, mentre a due suoi nipoti, Guglielmo e Pietro, figli di Roberto Angelerio, assegnò una provvigione di cinque once ciascuno.
E’ accertato, scrive ancora Grano, dunque che i destinatari del vitalizio: a) fossero congiunti intimi di Celestino V; b) portassero il cognome Angelerio; c) risiedessero in Isernia (o nelle immediate vicinanze).

Tanto per non dimenticare nessuno, Gagliardi (2000), scrive: Nicola suo fratello riceve da re Carlo d’Angiò un assegno di 10 once d’oro e i nipoti Guglielmo e Pietro un assegno di 5 once d’oro, perché c’era stato un terremoto in Isernia (anno 1294) con 1200 morti.

Di recente (2010), mons. Palumbo, oggi vescovo della diocesi di Trivento, ha scritto: […], quindi il 14 e 15 ottobre è in Isernia, ove sono il fratello Nicola e i due nipoti Guglielmo e Pietro figli del defunto fratello Roberto, in favore dei quali il re assegnerà una pensione annua.

BUFALE, BUFALE ed ancora BUFALE: come si possono manipolare sfacciatamente le più antiche biografie ?

Nell’anno 1630, Marini, Abbate Generale de i Celestini, aveva già illustrato la verità: Mi avisa si bene il Molto Reverendo Padre Abbate D. Francesco d’Ailli d’haver letto nel Regio Archivio della Zecca di Napoli, dove dice esser registrate molte cose antiche di quel regno, in un libro Pergameno, che Carlo secondo Rè di Napoli doppò la morte di questo nostro santo, donò una certa rèdita od entrata perpetua de danari ad un nepote del santo, il nome del quale dice di non ricordarsi, sopra la gabella della bagliva della Città di Sulmona, e sopra la dogana di Foggia, à devotione di questo Santo Pietro, che fù Celestino Papa Quinto. […].
Di qua si può si può anco cogetturare, che il Santo essendo Sommo Pontefice non conferisse à suoi nepoti ne benefici, ne altre entrate.

Marini fu CHIARO: il Santo, essendo Sommo Pontefice NON conferisse à suoi nepoti NE benefici, NE altre entrate.

Per essere ancora più precisi nella nostra informazione, leggiamo quanto scritto da Ciarlanti (1640-1648), arciprete della cattedrale di Isernia; sono maggiori dettagli che permettono di dimostrare l’INESISTENZA della presenza di papa Celestino V in Isernia: […], che Re Carlo II. Fè a Nicola d’Angelerio fratello, & a Guglielmo e Pietro nipote del SS. Padre figliuoli di Roberto parimente fratello, cioè di oncie dieci annue in perpetuo a Nicola, & oncie 5. Per uno a Guglielmo, e Pietro dell’entrate, che la Regia Corte havea sopra bagliva di Foggia in Puglia, come nel Regist. Del 1298. e 1290. e non potendo poi quegli haverle da Foggia, ce le assegnò sopra la bagliva di Sulmona, come nel Regist. del 1298. con la Data in Napoli 1. Di Settembre […].
Erano pure fratelli germani, e nipoti di tale Santissimo, e famosissimo Papà, a cui contemplazione il Re li fè si picciol non dono, ma gravoso assignamento per servigio militare, c’havessero a fare.

Ciarlanti fu CHIARONON dono, ma gravoso assignamento per servigio militare, c’havessero a fare: ossia, lo dovevano
guadagnare unicamente se avessero svolto servigio militare.

Il gravoso assignamento per servigio militare, c’havessero a fare, autorizzato dal re Carlo II d’Angio tra gli anni 1298-1290, NON era in relazione con una presenza di papa Celestino V nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294, ergo, la sua presenza è una BUFALA.

NESSUN nepotismo di papa Celestino V: le BUFALE furono inventate per dare credito alla BUFALA della residenza di alcuni suoi parenti nella città di Isernia con lo scopo di identificarla quale località della sua nascita.

Sia Marini, sia Ciarlanti evidenziarono il trasferimento della riscossione delle somme a favore del fratello Nicola e dei nipoti Guglielmo e Pietro, figli del fratello Roberto, dalla bagliva di Foggia alla bagliva di Sulmona: se i parenti di papa Celestino V avessero avuto la residenza nella città di Isernia, le somme sarebbero state riscosse presso la bagliva di Isernia, ancora esistente nell’anno 1487.

Le somme furono trasferite presso la bagliva di Sulmona, città dove risiedevano Nicola, Guglielmo e Pietro, come testimoniano I Registri dell’Archivio vol. III, Abbazia di Montecassino (1966): 1383, agosto 5, ind. IV., a. III. Carlo III Sulmona. Giovanna
vedova del fu Scarso, e sua figlia Santuccia moglie di Angelerio di Pietro da Sulmona vendono ….. .

Pietro, detto da Sulmona, nell’anno 1383, altri non era che il fratello di Guglielmo, entrambi figli di Roberto e nipoti di Nicola e di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria.

I fratelli di Pietro di Angelerio e di Maria, si erano trasferiti da Sant’Angelo Limosano, loro paese di origine, nella città di Sulmona, per essere vicini al loro parente, l’eremita di monte Morrone.

Oreste Gentile.

LA TORMENTATA STORIA DI RODOLFO DE MOULINS, CONTE DI BOIANO. UN PO’ DI VERITA’.

novembre 13, 2019

Più di uno studioso descrive gli avvenimenti del passato, NON consultando i documenti e le fonti bibliografiche, ma assecondando esclusivamente le proprie fantasie.
Dopo avere consultato diversi antichi documenti e più di una fonte bibliografica antica, nonché più di un autore contemporaneo, NON posso fare a meno di rettificare quanto è stato pubblicato sulle vicende del normanno Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea longobardo-franca di Boiano e di alcuni suoi familiari.
Dal sito https://www.geni.com/family-tree/html/start: Rodolfo de Moulins, conte di Boiano, (nato tra il) 934 e 1054 Figlio di conte Guimondo de Moulins, marito di Alferada principessa longobarda, padre di Ugo I de Molisio, conte di Molise; di Sichelgaita de Molisio e Altruda d’Altavilla, di Boiano, signora di Geraci. Cavaliere normanno, Fu il primo conte di Molise. […]. Alferada de Moulins (di Guardia), principessa longobarda (nata tra il) 922 e 1042 morta prima 1088.
Si ignora la data di nascita del conte Rodolfo: sappiamo che nell’anno 1033 era ancora in vita il nonno Guimondo (I), padre di Guimondo (II) e nell’anno 1053, partecipando alla battaglia di Civitate (18 giugno 1053), era già titolare della contea di Boiano per
avere sposato in seconde nozze, la contessa longobarda Emma figlia del conte Roffrid (o Rofrit).
In base agli antichi documenti, Alferada, citata dal sito, NON era principessa longobarda, si ignora se fosse nata tra gli anni 992 e 1042; certamente era stata la 1^ (prima) moglie normanna del conte Rodolfo; deceduta, non prima del 1088, probabilmente nell’anno 1045, dopo l’arrivo in Italia con i 7 (sette) figli: Ugo (I), Ruggero, Roberto, Rodolfo, Guglielmo, Adelizia e Beatrice.
Al tempo in cui vissero i conti Rodolfo ed Ugo (I), la contea era denominata di Boiano; sarà detta di Molise a partire dall’anno 1142 quando il titolare era Ugo (II), figlio del conte Simone e nipote del conte Ugo (I).
Inoltre, NON era esistita una figlia del conte Rodolfo chiamata Sichelgaita, né una figlia chiamata Altruda.
Questo può bastare, pur essendo state pubblicate le altre inesattezze dal sito in oggetto.
Che sia proprio il comune di Bojano ad illustrare in maniera errata la Storia di Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, è davvero il COLMO.
Da http://www.comune.bojano.cb.it/storia-tradizioni-e-cultura:
A metà dell’XI secolo Bojano venne conquistata dalle armate Normanne degli Altavilla e ne divenne feudatario un compagno d’armi di Roberto il Guiscardo, Raoul de Moulins, che italianizzò il proprio nome in Rodolfo de Molisio che ebbe due figli: un maschio ed una femmina. La figlia del Conte Rodolfo de Moulins, Aldruda de Moulins, va in sposa a Serlo II d’Altavilla. A Rodolfo de Moulins si deve l’edificazione (o riedificazione) dell’attuale cattedrale di Bojano e la fondazione della contea.
NESSUNA conquistata dalle armate Normanne degli Altavilla della contea longobardo franca di Boiano; probabilmente, fu pacificamente portata in dote dalla contessa longobarda Emma a Rodolfo il normanno.
Abbiamo già ricordato ed è documentato: il conte Rodolfo NON ebbe due figli: un maschio ed una femmina, bensì 7 figli, di cui 2 femmine di nome Adelizia e Beatrice.
Una figlia del conte Rodolfo chiamata Altruda de Moulins, NON era MAI esistita e NON andò in sposa a Serlo II d’Altravilla: Serlo II, nipote di Roberto il Guiscardo, sposò una figlia del conte Rodolfo, ma le cronache dell’epoca ne ignorarono il nome.
Da https://it.wikipedia.org/wiki/Rodolfo_di_Moulins: Rodolfo di Moulins era il figlio del conte Guimondo, signore normanno del Castrum Molinis (Moulins-la-Marche, situato nell’arrondissement di Mortagne-au-Perche).                                                                        Dopo l’anno 1045, giunge con alcuni degli Altavilla nell’Italia Meridionale.
Compagno d’armi di Roberto il Guiscardo, Rodolfo di Moulins nella metà dell’XI secolo era a fianco degli fratelli d’Altavilla nella conquista di Bojano (Molise): divenne conte di Boiano nel 1053, e la contea crebbe in ricchezza e in potenza sotto il suo
dominio da abbracciare gran parte del territorio regionale, fino a Trivento, Venafro, Castelvolturno, Pietrabbondante, Isernia, Roccamandolfi. Il territorio prese il nome di Contado di Molise e faceva capo al Castello di Civita Superiore, sede della famiglia de’ Moulins. […].
Sposato con una principessa longobarda, Rodolfo di Moulins ha avuto diversi figli: almeno un maschio: Ugo I de Molisio; Sichelgaita, andò in sposa a Goffredo, conte di Conversano; Aldruda andò in sposa a Serlone II d’Altavilla, nipote di Ruggero d’Altavilla, poi andò in sposa a Angelmaro.
Rodolfo con la famiglia e con alcuni compagni normanni, giunse in Italia e, forse, si fermò all’Abbazia di Montecassino: NON era con alcuni degli Altavilla, già presenti nell’Italia Meridionale.
Nell’anno 1053 (18 giugno), era GIA’ conte di Bojano e, con tale titolo, partecipò da vincitore alla battaglia di Civitate combattuta dai Normanni contro i Longobardi e papa Leone IX.
Il conte Rodolfo, solo in parte, estese i confini della contea di Boiano: fu il conte Ugo (I) a completare l’opera di espansione e, solo nell’anno 1142, con la titolarità del conte Ugo (II), regnando Ruggero II d’Altavilla, la contea fu denominata Molise.
NON sposò, come già esaminato, una principessa, ma in seconde nozze, una contessa longobarda, Emma Roffrid.
NON ebbe almeno un maschio, ma come esaminato, aveva 5 maschi e 2 femmine e, come già illustrato, NESSUNA delle figlie era chiamata Sichelgaita e Aldruda, ma Beatrice ed Adelizia.
Le stesse notizie ERRATE possono essere lette nel sito Storia del Molise –Wikiwandhttps://www.wikiwand.com.
E’ interessante quanto si legge nel sito http://www.sistemacral.com/it-molise.html: l’argomento è sempre la dinastia della famiglia de Moulins/Molinis/Molisio, non dissimile dalle altre descrizioni già esaminate; in comune hanno un particolare: l’autore o gli autori hanno consultato e fatte proprie alcune notizie inedite pubblicate dal sottoscritto; successivamente, hanno preferito uniformarsi, descrivendo dei personaggi e degli avvenimenti con aderenti alla realtà dell’epoca.
Abbandoniamo quanto è stato pubblicato dai vari siti web e passiamo ad esaminare la carta stampata.
Il volume: Dai Longobardi agli Aragonesi. La storia del Molise attraverso rocche e castelli di G. Di Rocco (2013), descrive ampiamente la storia medievale del Molise, ma è incorsa in un secolare equivoco pur avendo consultato quanto pubblicato nel
lontano anno 1991 ne Il Sannio Pentro dalla civitas di Bojano alla contea di Molise in cui si illustrano le vicende della contessa Clementia di Catanzaro, correggendo il giudizio di alcuni storici che ritenevano e ritengono la contessa consorte del conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio, titolare della contea di Molise, già contea di Boiano.
Di Rocco, afferma: Secondo una secolare tradizione, che fa capo ad Ugo Falcando, il conte avrebbe sposato la figlia illegittima del sovrano, identificata, in seguito, con la contessa Clemenza di Catanzaro, la quale, dopo la morte di Ugo, avrebbe amato il
nobile Matteo Bonello.
Le cronache dell’epoca tramandano: Il conte Ugo (II) de Molisio aveva sposato una figlia illegittima di re Ruggero II d’Altavilla di cui non si conosce il nome (Adelaide?), mentre il re aveva avuto una relazione, da cui era nato Simone, con la sorella (si ignora il nome) del conte di Molise, già conte di Boiano.
Se gli studiosi e gli storici del passato e del presente fossero stati più diligenti nella ricerca delle fonti bibliografiche, avrebbero scoperto che: Risulta invece che la contessa di Catanzaro, fu figlia di Segelguarda, moglie del fu Raimondo conte di Catanzaro. Entrambi nel 1167, 28 luglio, ind. XIV, donarono alla Chiesa di Cefalù la chiesa di S. Cristoforo con case e terre, alla presenza di Rainaldo, arcidiacono di Catania, di mastro Urso di Bologna, e di Roberto vescovo di Catanzaro, nella cui diocesi erano la chiesa e le terre donate.
Concludiamo con alcuni brani tratti da Rodolfo de Moulins Conte di Bojano di M. G. Tagliaferri (s. d.) le cui descrizioni sono il risultato più della fantasia dell’autrice e non di quanto tramandano le antiche bibliografie:
[…], il profondo legame del De Moulins con la grande storia internazionale, potendo documentare le sue radici in Normandia (la Francia) e la sua imprescindibile connessione con la storia inglese visto che proprio Rodolfo de Moulins venuto a Bojano, aveva cercato di usurpare il trono a William detto “il Conquistatore”, colui il quale, la notte di Natale dell’anno 1066, conquistò l’Inghilterra !.
Rodolfo de Moulins, primogenito di Guimondo (II) e di Emma NON aveva cercato di usurpare il trono a William dettoil Conquistatore, colui il quale, la notte di Natale dell’anno 1066, conquistò l’Inghilterra: era stato il padre Guimondo (II), molti anni prima dell’anno 1066, a ribellarsi in Normandia a Guglielmo detto il Bastardo, successivamente soprannominato il Conquistatore per avere conquistato il trono d’Inghilterra nel Natale dell’anno 1066.
Probabilmente, il fuggiasco Rodolfo, nell’anno 1045 era presente nell’Abbazia di Montecassino e nell’anno 1053, come esaminato, era già titolare della contea longobardo franca di Boiano.
Ergo, NESSUNA imprescindibile connessione con la storia inglese da parte del futuro conte di Boiano.
Inoltre, la Storia del conte Rodolfo, NON si collega alla strada Micaelica, alla Francia e alla dinastia inglese dei Plantageneti, come scrive Tagliaferri.
Alla Francia, sì, ma NON alla strada Micaelica che all’epoca era la longobarda via Francigena e NEPPURE alla dinastia inglese dei Plantageneti: era una Dinastia inglese, si legge nel sito http://www.treccani.it/enciclopedia/plantageneti il cui nome deriva dal soprannome di Goffredo V il Bello, conte d’Angiò (1128-1151) e duca di Normandia (dal 1144), che aveva per emblema un ramo di ginestra (lat. genista; franc. plante genêt); l’estensione di questo soprannome personale alla sua discendenza è esclusivamente una convenzione moderna.
NON corrisponde al vero quanto scritto da Tagliaferri: […]. Eppure, pian piano, i Vichinghi divennero cristiani. Si deve dunque proprio a loro, il culto di San Michele Arcangelo che era veneratissimo nel medioevo, al punto tale che spesso i normanni, scendevano a visitare le grotte di Puglia.                                                                                                                                                                                             E’ documentato che furono i Longobardi, NON i Vichinghi o i Normanni, a diffondere il culto per l’Arcangelo.
Infatti, nel sito http://www.santuariosanmichele.it/lorigine-del-santuario, si legge:
Età longobarda. In ragione del fatto che il Santuario convogliava l’interesse delle diverse forze che agivano nell’Italia meridionale, tra il VI e il VII secolo, esso assunse una precisa connotazione che si intrecciò strettamente con la storia dei Longobardi. Il Santuario di San Michele si caratterizzò per un preciso ruolo di mediazione tra la promozione di una fede popolare e il consolidarsi di una politica religiosa: divenendo il sacrario nazionale dei Longobardi che vedevano nell’Arcangelo la figura ideale di dio guerriero protettore.        NON con i Normanni, bensì con la presenza dei Longobardi, iniziarono i pellegrinaggi anche da Bojano verso il monte Gargano e sarebbero continuati nei secoli a venire.                                                                                                                                                      In che modo il normanno Rodolfo acquisì la titolarità della contea longobardo franca di Boiano ?                                                  Tagliaferri scrive: Gli storici locali, a questo punto, interpretano come segue: uno afferma che Rodolfo, sposando Emma, la figlia longobarda del Conte Roffrid, (la moglie morì dopo l’eccidio di Montecassino), divenne Conte di Bojano; l’altro invece, sostiene che Rodolfo partecipò alla battaglia di Civitate (1053) per volere del papa Leone IX e siccome si era distinto per il valore militare, fu nominato “Conte di Bojano”.
In effetti, entrambe le cose accaddero ed è dunque agli atti della storia ufficiale che Rodolfo il Normanno, Signore di Moulins, divenne Conte di Bojano.
Gli storici locali, in realtà è UNICAMENTE il sottoscritto che ha sostenuto in modo chiaro: la titolarità della contea di Boiano fu acquisita, come già illustrato, da Rodolfo in seconde nozze con la contessa di Boiano, Emma figlia del conte longobardo Roffrid.
La morte della sua prima moglie, Alferada, è stata ipotizzata UNICAMENTE dal sottoscritto in occasione della loro probabile presenza nell’anno 1045 presso l’Abbazia di Montecassino.
In occasione della battaglia di Civitate (1053), Rodolfo era già conte di Boiano ed era schierato con i connazionali normanni contro l’esercito longobardo e loro alleati, guidati da papa Leone IX: ergo, era impossibile che per volere del papa Leone IX fu
nominato “Conte di Bojano”.
Per concludere e ristabilire quanto tramandano le antiche fonti bibliografiche, è bene SMENTIRE: E’ documentato che a Silva Marca, nei pressi dell’attuale Avellino, Ugone convocò in assemblea tutti i nobili e i cavalieri del regno e in quella circostanza, fu redatto un trattato detto, appunto, di “Silva Marca” in cui fu stabilito che, a partire da quell’anno, la Contea di Bojano, sarebbe stata definitivamente chiamata “Contea di Molisio”.
Ugone o Ugo (II), conte di Boiano, non aveva alcun potere per convocare una assemblea: fu il re Ruggero II d’Altavilla, suo suocero e cognato, a disporre una nuova amministrazione del suo vasto regno.

L’albero genealogico della famiglia comitale di Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio.

QUESTO QUANTO TRAMANDANO LE ANTICHE FONTI STORICHE.

Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA. IL DONO DI UNA CROCE ALLA CITTA’ DI ISERNIA.

ottobre 29, 2019

SEMPRE LA SUA CROCE.

Ancora una volta, frate Pietro mi azzittisce; è irritato per la pubblicazione di una antica ed artistica croce che si vuole sia stata da lui donata o inviata al popolo della città di Isernia.
Non essendo esperto in arte orafa, dice l’anziano frate, non posso descrivere nei suoi particolari la CROCE che avrei donato o spedito al popolo di Isernia o stimare l’anno della sua realizzazione.
Non ignoro la sua esposizione in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra di Cimeli e Documenti (L’Aquila 1954), ma l’epoca della realizzazione della CROCE, come è scritto nella legenda della sua presentazione, avvenne nella SECONDA META’ DEL SEC. XIV.
NATO NELL’ANNO del Signore 1209 (a proposito si sono dimenticati di celebrare i miei 810 anni) e tornato alla Casa del Padre nell’anno 1296 (XIII sec.), potevo donare o inviare al popolo di Isernia 1 (UNA) CROCE che sarebbe stata realizzata nella metà XIV secolo ?

Ho fatto tanti miracoli, ma NON quello di donare o inviare UNA CROCE dal secolo XIII alla metà del secolo XIV.

MI SBAGLIO ?

(continua).
Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA. LE DUE CROCI DONATE ALLA CITTA’ DI ISERNIA.

ottobre 29, 2019
QUANTE ERANO LE CROCI DI PAPA CELESTINO V ?
D.: Fra’ Pietro la stampa (UNA) molisana in questi giorni ha dato ampio risalto al suo dono di 2 (DUE) o 1 (UNA) alla città o alla cattedrale di Isernia, ci po’ dare qualche informazione in più ?
R.: Mi meraviglio della tua poca memoria, caro amico: già nella 1^ intervista ti ho dato qualche informazione aderente alla VERITA’.
L’arciprete della cattedrale di Isernia, CIARLANTI, dopo la BUFALA dell’esistenza di un terreno nella città di Isernia posseduto dal mio buon padre Angelerio, notizia rivelatasi FALSA, dichiarò che, ascolta bene, le 2 (DUE) croci le avrei INVIATE alla città di Isernia da una mia residenza ignota ed in una occasione imprecisata, ergo: NON furono donate in occasione dell’ INVENTATO mio passaggio, della mia visita, della mia sosta, della mia presenza del 14 e 15 ottobre 1294.
Se furono INVIATE, è CHIARO che non furono consegnate da me o da un mio incaricato nei giorni 14 e 15 ottobre 1294.
Una BUFALA crea sempre confusione e contraddizioni: ad esempio, in una sua omelia, il compianto mons. Gemma, vescovo di Isernia, dichiarò:”” e qui lasciasti come segno d’affetto, di comunione e di protezione QUELLA CROCE argentea che il tesoro della nostra cattedrale custodisce, quale emblema di un particolare legame che ti unisce alla tua città natale””; le 2 (DUE) CROCI, in base alla testimonianza di mons. Gemma era 1^ (una) SOLA.
NON SOLO, FAI BEN ATTENZIONE: TUTTI i miei biografi più antichi, tranne CIARLANTI, oltre ad IGNORARE il mio passaggio, la mia visita, la mia sosta, la mia presenza del 14 e 15 ottobre 1294 nella città di Isernia, hanno sempre IGNORATO l’INVIO o il DONO delle 2 (DUE) o 1 (UNA) CROCE alla città o alla cattedrale di Isernia.
In VERITA’, in VERITA’ ti dico: le 2 (DUE) CROCI ESISTONO davvero nella cattedrale di Isernia ed 1 (UNA) sola di esse fu esposta in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra di Cimeli e Documenti (L’Aquila 1954): “”CROCE IN ARGENTO DORATO (alt. cm. 25 più base dello stesso metallo alta cm. 12). Di finissimo cesello e sbalzo; tempesta di pietre dure, rubini, lapislazzuli ed ametiste. Ha sui quattro bracci delicati smalti su fondo azzurro rappresentanti figure sacre. NOBILISSIMA ISPIRAZIONE DELL’ALTA OREFICERIA, FORSE FIORENTINA. SECONDA META’ DEL SEC. XIV. PROPRIETA’ DEL CAPITOLO CATTEDRALE DI ISERNIA””. (ti allego a ds. la foto di una di esse pubblicata da Isnews. Nella foto a sn. le 2 (CROCI) pubblicate in “Pietro Celestino Il cammino di un santo”. Isernia 2010).
Esistendo, come già ho detto, 2 (DUE) CROCI conservate nella cattedrale di Isernia. RIBADISCO: NON MI SONO MAI APPARTENUTE, NE’ DONATE E INVIATE AL POPOLO DI ISERNIA.

(continua).
Oreste Gentile

14 – 15 OTTOBRE 1294. PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA: “NON SONO STATO NELLA CITTA’ DI ISERNIA”.

ottobre 29, 2019
Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria, mi ha azzittito.
Caro amico intervistatore, mi deludi.
Da solo ho scoperto cosa scrivono i giornali sulla mia vita terrena. Ho letto con grave disappunto l’articolo pubblicato dal quotidiano Primo Piano Molise nella sua edizione del giorno del Signore 7 ottobre 2019 in merito alla mia visita, alla mia sosta, alla mia presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294.
Incuriosito, ho preso visione dell’articolo dopo quanto mi avevi illustrato nella tua 2^ intervista ed altresì convinto che il quotidiano avesse pubblicato quei documenti richiesti dall’Associazione “La Fraterna”, nel lontano anno 2008, alla Biblioteca Monumento Nazionale dell’Abbazia di Montecassino dove si attestava in modo inconfutabile la mia nascita nella città di Isernia.
Sono rimasto deluso, ancora una volta non si trattava della pubblicazione degli importanti documenti, ma si descriveva in modo COMPLETAMENTE ERRATO, la mia visita, la mia sosta, la mia presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294.
Ho sempre sostenuto e sostengo di NON ESSERE STATO IN ISERNIA NEI GIORNI 14 e 15 OTTOBRE DELL’ANNO 1294; probabilmente NESSUNO ha fatto tesoro di quanto ho dichiarato nella precedente intervista.
Hanno la mente talmente confusa nel volermi far nascere, costi quel che costi, nella città di Isernia, da IGNORARE e CREARE UNA GRANDE CONFUSIONE anche su come avvenne la mia elezione papale.
La mia visita, la mia sosta, la mia presenza nella città di Isernia sarebbe avvenuta ADDIRITTURA PRIMA della mia elezione papale; hanno scritto che avrei fatto un VIAGGIO DAL MIO EREMO DEL MORRONE A PERUGIA INSIEME AL RE CARLO II D’ANGIO’, ed hanno aggiunto: << […]. La tradizione vuole che fra’ Pietro nel suo viaggio da monte Morrone, passando vicino ai luoghi che ne videro i natali volle deviare dal percorso organizzato per rivedere la sua città d’origine, […] >>.
Ma come, la tanto decantata tradizione della mia nascita nella città di Isernia ha sempre sostenuto la mia visita, la mia sosta, la mia presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294, ossia DOPO LA MIA INCORONAZIONE E IN OCCASIONE DEL MIO VIAGGIO VERSO LA CITTA’ DI NAPOLI, ed ora affermano che la mia visita, la mia sosta, la mia presenza nella città di Isernia sarebbe avvenuta PRIMA DELLA MIA ELEZIONE ?
LA CONFUSIONE REGNA SOVRANA.
Le cartine allegate illustrano l’INFONDATEZZA di quanto è stato scritto nell’articolo che ho avuto il DISPIACERE di leggere.
(continua).
Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA. DOCUMENTI INESISTENTI.

ottobre 29, 2019
IN ATTESA DI UNA RISPOSTA.
D.: Prima di continuare a ricordare i biografi convinti assertori delle sue origini isernine, può dirci se nella Biblioteca Monumento Nazionale dell’Abbazia di Montecassino VERAMENTE esistono documenti che possono attestare indiscutibilmente la sua nascita nella città di Isernia ?
Sono più di 11 anni che i lettori del quotidiano “Primo Piano Molise”, che non dimenticano, attendono quanto promesso da un suo giornalista (?) nel giorno del Signore 13 aprile 2008: […]. Conclusione: documenti interessanti ed ancora inediti sono custoditi nella biblioteca di Montecassino. L’associazione “La Fraterna” a breve inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V..
R.: I documenti interessanti ed ancora inediti NON ESISTONO; dubiti forse della diligenza e fattiva collaborazione di cui hai goduto da parte del compianto Don Gregorio De Francesco ?
Cosa dirti a proposito della mancata pubblicazione ?
In base a quanto scrisse il giornalista (?), ti propongo 3 ipotesi: 1^. l’associazione “La Fraterna” nel lontano anno 2008 avrà dimenticato di << inoltrare formale richiesta >>; 2^. Il giornalista (?) era convinto della smemoratezza dei lettori del quotidiano; 3^. I documenti interessanti ed ancora inediti NON SONO MAI ESISTITI.

Il compianto Don Gregorio De Francesco.

 

La sala consultazioni della Biblioteca Monumento Nazionale di dell’Abbazia di Montecassino.

L’Abbazia di Montecassino.

(continua).

Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA. LA PRESENZA SUA PRESENZA NELLA CITTA’ DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 OTTOBRE 1294.

ottobre 29, 2019

1^. LA PRESENZA DI PAPA CELESTINO V NELLA CITTA’ DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 OTTOBRE 1294.

D.: Frate Pietro, è di questi giorni la notizia per ricordare il suo passaggio, la sua visita, la sua sosta, la sua presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre dell’anno 1294.

R.: Mai stato in Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 è ERRATO, come hanno scritto, NON vi sono passato, NON vi ho soggiornato per recarmi con il re Carlo d’Angiò ai luoghi del Sacro Collegio, ossia a Perugia, e poi nella città de L’Aquila. La nomina mi fu recapitata nel mio eremo del Morrone e da lì, scortato dal re e dal figlio, fui condotto a L’Aquila per diventare papa Celestino V.

D.: Ma come, hanno scritto che in occasione del suo passaggio, della sua visita, della sua sosta, della sua presenza nella città di Isernia: la sua città d’origine, alla quale donò le preziose croci che ancora oggi sono conservate in Isernia ?

R.: Una BUFALA, come dite voi. Ma ti pare, CIARLANTI arciprete della Cattedrale di Isernia, convinto sostenitore della mia nascita in quella città, non avrebbe evidenziato il mio passaggio, la mia visita, la mia sosta, la mia presenza in Isernia ?

Proprio lui ch,e pur di sostenere la mia nascita in Isernia, si era invento nei pressi della città l’esistenza di un mio fondo paterno sul quale avrei fatto costruire un monastero ?

CIARLANTI ricordò SI le 2 (DUE) croci, ma scrisse: e due Croci ch’egli (ossia io) in dono mandò alla sua Patria (ossia Isernia), che nel Duomo si conservano.

Caro amico, le 2 (DUE) croci io le avrei mandate (ossia spedite, inviate, pervenire), ergo non le donai in occasione della mia falsa presenza, del mio passaggio, della mia visita, della mia sosta, della mia presenza nella città di Isernia: in Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294.

D.: Ma le 2 (DUE) croci sono veramente esistite ?

R.: Cosa vuoi, le INVENTANO TUTTE pur di farmi nascere nella città di Isernia. Ho appreso, ad esempio, che addirittura mons. Gemma, quando era vescovo della diocesi di Isernia-Venafro, dichiarò in una sua omelia l’esistenza di 1 (UNA) sola croce: e qui lasciasti come segno d’affetto, di comunione e di protezione QUELLA CROCE argentea che il tesoro della nostra cattedrale custodisce, quale emblema di un particolare legame che ti unisce alla tua città natale.

Vedi, caro amico, anche il vescovo mi vuole nato in Isernia.

Vedi, esiste una descrizione di UNA sola CROCE esposta in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra di Cimeli e Documenti (L’Aquila 1954): CROCE IN ARGENTO DORATO (alt. cm. 25 più base dello stesso metallo alta cm. 12). Di finissimo cesello e sbalzo; tempesta di pietre dure, rubini, lapislazzuli ed ametiste. Ha sui quattro bracci delicati smalti su fondo azzurro rappresentanti figure sacre. NOBILISSIMA ISPIRAZIONE DELL’ALTA OREFICERI, FORSE FIORENTINA. SECONDA META’ DEL SEC. XIV. PROPRIETA’ DEL CAPITOLO CATTEDRALE DI ISERNIA.

La seconda metà del sec. XIV E’ UNA DATA CHE NON SI CONCILIA CON L’ANNO 1294 E CON I GIORNI 14 E 15 OTTOBRE IN CUI AVREI DOVUTO ESSERE PRESENTE O PASSARE O VISITARE O SOSTARE NELLA CITTA’ DI ISERNIA ?

Le 2 croci ricordate nella intervista.

 

 

(continua).

Oreste Gentile

LE 2 (DUE) O 1 (UNA) CROCE DI PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA.

ottobre 10, 2019
Papa Celestino V, al secolo figlio di Pietro di  Angelerio e di Maria, irritato per la pubblicazione di una antica ed artistica croce che si vuole sia stata da lui donata o inviata al popolo della città di Isernia, ha rilasciato la seguente intervista:
Non essendo esperto in arte orafa, dice l’anziano frate, non posso descrivere nei suoi particolari la CROCE che avrei donato o spedito al popolo di Isernia o stimare l’anno della sua realizzazione.
Non ignoro la sua esposizione in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra di Cimeli e Documenti (L’Aquila 1954), ma l’epoca della realizzazione della CROCE, come è scritto nella legenda della sua presentazione, avvenne nella SECONDA META’ DEL SEC. XIV.

NATO NELL’ANNO del Signore 1209 (a proposito stanno dimenticando di celebrare i miei 810 anni della mia nascita) e tornato alla Casa del Padre nell’anno 1296 (XIII sec.), potevo donare o inviare al popolo di Isernia 1 (UNA) CROCE che sarebbe stata realizzata nella metà XIV secolo ?
Ho fatto tanti miracoli, ma NON quello di donare o inviare UNA CROCE dal secolo XIII alla metà del secolo XIV.
MI SBAGLIO ?
Oreste Gentile.