CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.

CARLO MAGNO. STORICI E FALSI STORICI. MAI STATO NEL TERRITORIO DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE NELL’ANNO 773 E NELL’ANNO 775.

giugno 1, 2022

FORTUNATO COLUI CHE NASCE SAGGIO.

SONO NATO IGNORANTE, PERTANTO SE LEGGO O SENTO DIRE CHE CARLO MAGNO NELL’ANNO 773 E NELL’ANNO 775 ERA PRESENTE O ERA PASSATO NEI TERRITORI DELLE ATTUALI REGIONI DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE, DILIGENTEMENTE MI INFORMARMO, CONSULTANDO QUANTI HANNO ILLUSTRATO L’ARGOMENTO, PER SCOPRIRE DOVE ERA CARLO MAGNO NELL’ANNO 773 E NELL’ANNO 775.

GLI STORICI O GLI STUDIOSI, NOSTRI CONTEMPORANEI, A MAGGIORANZA ED ALL’UNANIMITA’, INFORMANO, SENZA SE E SENZA: CARLO MAGNO NELL’ANNO 773 E NELL’ANNO 775 NON ERA PRESENTE NEI TERRITORI DELLE ATTUALE REGIONI DELL’ABRUZZO (fig. 1) DEL MOLISE (fig. 2).

G. VILLANI (1280-1348), FU UN MERCANTE, UNO STORICO ED UN CRONISTA, ILLUSTRA WIKIPEDIA. FU NOTO SOPRATTUTTO PER AVERE SCRITTO LA NUOVA CRONICA, UN RESOCONTO STORICO DELLA CITTA’ DI FIRENZE E DELLE VICENDE ACCADUTE NEL CORSO DEGLI ANNI IN ITALIA.

NELL’ARTICOLO DEL 6/5/2020: CARLO MAGNO. (n. 742 – m. 814). MAI STATO NEL TERRITORIO DELLA “CONTEA DI VENAFRO”. MAI STATO NEL “MONASTERO DI SAN VINCENZO, PRESSO LE SORGENTI DEL FIUME VOLTURNO, PUBBLICATO IN QUESTO SITO, ESSENDO LA MIA ATTENZIONE IMPEGNATA A DIMOSTRARE LA NON PRESENZA DI CARLO MAGNO NEL MOLISE, AVEVO TRASCURATO DI APPROFONDIRE DOVE FOSSE REALMENTE IMPEGNATO NELL’ANNO 773 E NELL’ANNO 775.

VILLANI SCRISSE TESTUALMENTE, “SENZA SE, SENZA MA”: E ASSEDIO‘ E DISTRUSSE LA CITTA’ DI LACEDONIA, LA QUALE E’ IN ABRUZZI TRA L’AQUILA E SULMONA; ASSEDIO’ E RIDUSSE TULIVERNO IL FORTE CASTELLO ALLA ENTRATA DI TERRA DI LAVORO, E PIU’ ALTRE TERRE DEL REGNO, LE QUALI POSSEDEVANO I RUBELLI DI SANTA CHIESA, LASCIANDO ROMA E TUTTA L’ITALIA IN BUONO STATO, E SOTTOPOSTA A SUA SIGNORIA.

NELL’ARTICOLO PUBBLICATO SUCCESSIVAMENE IL 17/5/2022: CARLO MAGNO. MAI STATO NEL TERRITORIO DEL GASTALDATO/CONTEA DI VENAFRO, GIUSTIFICAVO L’ERRORE DI VILLANI NELL’AVERE STIMATO CARLO MAGNO PRESENTE PRESSO TULIVERNO SITO NEL TERRITORIO DEL GASTALDATO/CONTEA DI VENAFRO: NON ERA CARLO MAGNO, BENSI’ CARLO I D’ANGIO’.

INTERNET PERMETTE DI LEGGERE UN LUNGO ELENCO DI STORICI E DI STUDIOSI CHE HANNO ILLUSTRATO LA PRESENZA E GLI IMPEGNI DI CARLO MAGNO NELL’ANNO 773 E NELL’ANNO 775.

CANNINIERI (1851), SCRISSE: […], FU NELL’ANNO 773 DECISA LA GUERRA I LONGOBARDI. DIVISO L’ESERCITO IN DUE, UNO PRESE LA VIA DEL S. BERNARDO, L’ALTRO PIU’ PRINCIPALE E COMANDATO DALLO STESSO CARLO, SCESE PER LA VIA GIA’ SOLITA DEL MONTE CENISIO E DELLA NOVALESE […]. CHIARO ? E’ scritto ANNO 773.

DRAGONI (1830): SICCOME POI FINO DALL’ANNO 773 CARLO MAGNO ERASI IMPADRONITO DEL REGNO LONGOBARDO, SALVE LE CITTA’ DI PAVIA E DI VERONA, E NEL 774 DEL SABBATO SANTO, CHE FU IL 2 APRILE, CARLO MAGNO SI PORTO’ A ROMA PER FAR ELEGGERE PAPA STEFANO II. CHIARO ? E’ scritto ANNO 773 e 774.

CASALIS (1839): CARLO MAGNO NEL VENIRE IN ITALIA NELL’ANNO 773, SEPPE CHE DESIDERIO RE’ DEI LONGOBARDI DOPO AVERE RISTORATO LE CHIUSE, ERAVISI CON BUON NERBO DI SOLDATI APPOSTATO. CHIARO ? E’ scritto ANNO 773.

DI MEO (1851): SIGEBERTO SCRIVE CHE CARLO FU IN ROMA, QUINDI PRESE PAVIA NELL’ANNO 773, ED AVENDO FINALMENTE CONQUISTATO TUTTO IL REGNO, TORNO’ IN ROMA NEL SEGUENTE ANNO 774. EPIDANNO NOTO’ LA SPEDIZIONE DI CARLO NELL’ANNO 772, DUNQUE NEL 773 PRESE PAVIA. CHIARO ? E’ scritto ANNO 773, ANNO 774 e ANNO 772.

RICAPITOLANDO, SULLA BASE DI QUANTO HANNO LASCIATO SCRITTO: CANNINIERI (1851), DRAGONI (1830), CASALIS (1839) E DI MEO (1851), CARLO MAGNO NON ERA PRESENTE E NON CI FURONO AZIONI DI GUERRA NEI TERRITORI DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE.

PER GLI AVVENIMENTI DELL’ANNO 775, GLI STORICI E GLI STUDIOSI, CONFERMANO QUANTO ACCADDE NELL’ANNO 775.

I TERRITORI DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE NON FURONO TEATRO DELLA SUA PRESENZA E DELLE SUE IMPRESE.

GIAN RINALDO CARLI (1757): QUESTA PROVINCIA (IL FRIULI E LA MARCHA TREVIGIANA, n. d. r.) SI RIBELLO’ DA CARLO MAGNO UNITAMENTE AI DUCATI DI SPOLETO, DI BENEVENTO, E DI CHIUSI PER SOLLECITAZIONE DEI GRECI E DI ADALGISO FIGLIO DI DESIDERIO NELL’ANNO 775. CARLO MAGNO AVVISATO DI CIO’ DA PAPA ADRIANO, VENNE IN ITALIA A FARE VENDETTA. CHIARO ? E’ scritto ANNO 775.

G. STEFANI (1856), NEL Dizionario corografico dello Stato Pontificio, SCRISSE: […]. TORNATO (CARLO MAGNO, n. d. r.) APPENA DA UNA PRIMA DI QUELLE IMPRESE DI SASSONIA, CHE CI MOLTIPLICO’ IN QUASI TUTTA LA SUA VITA, TENNE NELL’ANNO 775 IL CAMPO DI MARZO IN GINEVRA, E QUINDI DIVISE L’ESERCITO IN DUE, E MANDATA PEL GRAN S. BERNARDO L’UNA PARTE, DI CHE NON SI SA ALTRO, EGLI STESSO CON L’ESERCITO PRINCIPALE SCESE PER LA VIA GIA’ SOLITA DEL MONCENISIO E DELLA NOVALESE; E VENNE ALLE SOLITE CHIUSE TRA IL MONTE CAPRASIO E IL PIRCHERIANO […]. CHIUSESI I DUE RE E I GRANDI IN PAVIA E VERONA, E CARLO MAGNO ASSEDI0’ LA PRIMA SIN DAL GIUGNO 775, E PRESE LA SECONDA ALLA FINE DI QUELL’ANNO. […]. E RESISTENTI ANCORA IN PAVIA, CARLO MAGNO SI AVVIAVA PER LA PASQUA DEL 774 A ROMA; DOVE INTANTO PAPA ADRIANO […]. E QUINDI TORNO’CARLO MAGNO DINANZI A PAVIA, E LA PRESE FINALMENTE IN MAGGIO O GIUGNO 774. CHIARO ? E’ scritto ANNO 775 e 774.

FRANCESCO DI MANZANO (1858): 775 – IL PAPA ADRIANO I DIRESSE UNA SUA LETTERA A CARLO MAGNO, NELLA QUALE RENDEVALO AVVERTITO […]. QUINDI EGLI, IL PONTEFICE, CHIEDEVA PRONTO AJUTO A CARLO, E LO INVITAVA A ROMA. 776 – CARLO MAGNO, PRESSATO DAL PONTEFICE RITORNA IN ITALIA. CHIARO ? E’ scritto 775 e 776.

QUANTO LETTO, REDATTO DA STORICI E STUDIOSI DEL PASSATO, NON SCALFISCONO, NON MODIFICANO LE DESCRIZIONI STORICHE DI BARBERO (2002) RIPORTATE NELL’ARTICOLO CARLO MAGNO. MAI STATO NEL TERRITORIO DEL GASTALDATO/CONTEA DI VENAFRO; PRECISAZIONE DOVUTA PER AVERE APPRESO IN QUESTI GIORNI, L’ESISTENZA DI UNA PUBBLICAZIONE DELL’ANNO 1919 CHE GIUDICA FALSO QUANTO ILLUSTRATO DA BARBERO. BARBERO NON E’ L’UNICO STORICO (S MAIUSCOLA), INSIEME CON QUELLI DEL PASSATO, A NON COMMETTERE ERRORI NEL RICORDARE LE DATE DELLE PRESENZE DI CARLO MAGNO NEI TERRITORI DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE.

Janet Nelson, in Wikipedia: Dame Janet Laughland Nelson DBE FRHistS FBA, also known as Jinty Nelson, is a British historian. She is Emerita Professor of Medieval History at King’s. JANET NELSON, CITATA NEI PRECEDENTI ARTICOLI, nella suo libro: CARLO MAGNO. IL RITRATTO DEL RE E DELL’IMPERATORE, EDITO NELL’ANNO 2021, OSSIA LO SCORSO ANNO, SCRIVE: CARLO GUIDA UNA CAMPAGNA IN SASSONIA, 775. LA CAMPAGNA IN SASSONIA NEL 775, A DIFFERENZA DI QUELLA DEL 774, FU CONDOTTA PERSONALMENTE DA CARLO. FU ESTREMAMENTE FATICOSA E DIFFICILE.

CONFERMA. CARLO MAGNO NON ERA IN ITALIA, NON ERA NEI TERRITORI DELL’ABRUZZO E DEL MOLISE.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V, al secolo PIETRO DI ANGELERIO e DI MARIA. MORTE DI UN PRIGIONIERO. 19 MAGGIO 1296-19 MAGGIO 2022.

Maggio 19, 2022
Questa foto dell’affresco del 1330 è il più prezioso documento storico e spirituale su Pietro Celestino. Raffigura il Santo nell’atto di deporre la tiara e il manto pontificale mentre il braccio destro – con la manica rimboccata – simboleggia il suo ritorno alla vita monastica e all’ ora et labora che fu norma della sua vita e della sua missione. (www.ilsacerdote.com).

La Chiesa il 19 maggio 2022 ricorda San Pietro Celestino.

Nel giorno di Sabato del 19 maggio 1296, alle prime ore della sera, l’anziano prigioniero Pietro di Angelerio e di Maria, già papa Celestino V, spirava all’età di 87 anni: li avrebbe compiuti il 29 di giugno di quello stesso anno. Era nato in Sant’Angelo Limosano nel giorno di Lunedì.

Sant’Angelo Limosano, oggi.

Si tramanda che fosse affetto da apostema, ovvero un ascesso localizzato nel destro lato che molto l’affligeva. I guardiani della prigione, resisi conto la settimana prima del suo grave stato di salute, avevano chiamato un medico il quale conosciuta la forza del male, & che pian piano le forze andavano mancàdo nel Santo Vecchio, giudicò l’infermità mortale. Et il Santo Padre stesso aveva già predetta ai compagni la sua morte. Pigliò perciò egli il Sagrosanto Viatico, e poi anco il santo sacramento dell’estrema ontione. Et sicuro già, anzi sentendosi avicinare al fine diceva a i compagni, che lo lasciassero riposare. Chiedeva egli non riposo del corpo, ma dell’anima, con la quale già aspirava & anelava a Christo Crucifisso. Il corpo del Santo ancorche languido non giaceva già sopra molle piuma e morbido letto, ò sopra matarazo, o pur almeno sopra stramento e fascio di paglia, ma sopra una nuda tavola con un tapeto sotto & una coperta di sopra. Aspettando donque il fine & il suo passaggio al Signore non cessava di far’oratione e recitare salmi, & ordinò a i compagni, ch’eglino altresi non cessassero dal far’oratione. Perseverò tutta quella settimana in quell’infermità e preparazione dell’anima sua non ragionandosi ivi mai ne cò lui, ne trà compagni, se non delle laudi d’Idio, e della gloria del Cielo. Il Sabbato di sera precedente l’ottava della Pentecoste, aggravandosi l’infermità, mancando le forze del corpo, mentre quasi cantando l’ultimo spirito a Dio, con flebile e debolissima voce, che a pena si sentiva, cantò l’ultimo salmo di Davide. Laudate Dominum in Sanctis eius, subito ch’hebbe dette l’ultime parole, Omnis Spiritum laudes Dominum, rese l’anima Sànta al suo Creatore e Redentore Idio.

Il povero frà Pietro, dopo la sua rinuncia e non rifiuto, al papato avvenuta il 13 dicembre 1294, fu dapprima fuggiasco all’eremo del Morrone (vedi figura da Tesori d’Abruzzo);

L’eremo del Morrone.

poi, dopo una sosta nella vastissima selva di Puglia, si diresse verso il porto di Rodi per imbarcarsi e raggiungere la Terra Santa; a causa di una tempesta approdò nel porto di Vieste;

riconosciuto da alcuni pescatori fu < prigioniero > del Capitano (cos’ chiamano il Podestà ò Governatore) di quella Città, che non è molto al lido del mare stà il Santo Fra’ Pietro coi compagni.

Da < prigioniero >, iniziò da Vieste l’ultimo viaggio verso la città di Anagni dove risiedeva il suo successore e persecutore, Bonifacio VIII.

Per timore di uno scisma, Bonifacio VIII, pensò di isolarlo, facendolo trasferire nella Torre di Fumone nei pressi di Anagni, alla metà di agosto del 1295.

Il castello di Fumone e la cella di Pietro da/del Morrone, figlio di Pietro di Angeelrio e di Maria, già papa Celestino V.

Tre furono i discepoli che lo seguirono in quella Torre strettissima e fortissima, dove niuno poteva parlargli ò vederlo, fuorche i soldati, che vi erano posti alla guardia, & alcuni Monaci concessigli per compagnia: Berardo di Colle Alto, che poi fù Abbate, e Bartolomeo de Trasacqui, e Tommaso di Sulmona, che non l’abandonarono mai in qualunque stato ò fortuna; a loro il grande merito di aver compilato la sua biografia detta Vita C, da cui Marini trasse molte delle notizie riportate nella sua biografia, ma non tenne conto: in essa era scritto che la morte di Pietro di Angelerio e di Maria era avvenuta alla età di 87 e non di 81 come egli scrisse. A margine della minuziosa descrizione della morte del santo papa molisano tramandata da Marini, è bene ricordare che lo stesso biografo avanzò l’ipotesi dell’assassinio del povero prigioniero Pietro di Angelerio con un chiodo conficcato “nella parte destra sopra l’orecchio, si vede manifestamente un buco di forma quadrangolare, che chiaramente appare non naturale, ma fatto con un chiodo conficcatovi, & è di larghezza quanto potrebbe fare un chiodo ordinario di quegli che in Abruzo si chiamano bresciani”. (vedi figure da http://www.angelodenicola.it).

Le sacre spoglie di Celestino V. Il cranio forato di Celestino V. ll cranio forato di Celestino V (particolare).

Un omicidio in piena regola per eliminare un pericoloso, quanto scomodo testimone
depositario di un segreto?

Se fosse stata una banale caduta, molto probabile all’età di 87 anni ? Il povero frate eremita aveva l’età di 87 anni, era alla fine della vita, se non aveva svelato il suo segreto fino ad allora, quando l’avrebbe voluto o potuto fare? La sua morte dovuta al suo male o ad altre cause naturali, fu descritta con dovizia di particolari dai suoi primi biografi, hanno mentito?

Lasciamo che siano gli scrittori di romanzi gialli a sbizzarrirsi con la loro fantasia!

Oreste Gentile.

CARLO MAGNO. MAI STATO NEL TERRITORIO DEL GASTALDATO/CONTEA DI VENAFRO.

Maggio 17, 2022

Dopo la pubblicazione sul sito https://molise2000.wordpress.com degli articoli: CARLO MAGNO. (n. 742 – m. 814). MAI STATO NEL TERRITORIO DELLA “CONTEA DI VENAFRO”. MAI STATO NEL “MONASTERO DI SAN VINCENZO, PRESSO LE SORGENTI DEL FIUME VOLTURNO” e IL “DIPLOMA FALSO” DI CARLO MAGNO DELL’ANNO 715 E L’ITINERARIO DOPO LA BATTAGLIA DI LACEDONIA (“città di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona”) DELL’ ANNO 775; con successive ricerche bibliografiche possiamo conoscere MEGLIO quanto accadde nel territorio dell’odierno MOLISE, soprattutto nel territorio pertinente al gastaldato/contea di Venafro, al tempo di Carlo Magno (742 – 814)  e di Carlo I D’Angio (1226 -1285).

Nel 1° articolo, CARLO MAGNO. (n. 742 – m. 814). MAI STATO NEL TERRITORIO DELLA “CONTEA DI VENAFRO”. MAI STATO NEL “MONASTERO DI SAN VINCENZO, PRESSO LE SORGENTI DEL FIUME VOLTURNO”, mi sono avvalso della pubblicazione di Giovanni Villani (1280-1348), Nuova Cronica, per la presenza di Carlo Magno, nell’anno 775, nel territorio dell’attuale regione Abruzzo: Carlo Magno havuto la vittoria sopra Desiderio venne a Roma, e dal detto Papa Adriano, e dai Romani fu ricevuto a grandi onore, e trionfo. […]. E confermò alla Santa Chiesa ogni dote che’l suo padre Re Pipino l’havea donata, & oltre a ciò le donò del Ducato di Spoleto & di Benevento, & nel Regno di Puglia hebbe più battaglie con Longobardi, e ribelli di Santa Chiesa. Et assediò, e distrusse la città di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Selmona; & assediò e distrusse Tuliverno il forte castello alla entrata di Terra di Lavoro, e più altre terre del regno, le quali possedeano i rubelli di Santa Chiesa, lasciando Roma e tutta Italia in buono, e pacifico stato, e sottoposta a sua Signoria […], fatte le dette cose ed abbattuti i tiranni, e i ribelli di Santa Chiesa, lasciando Roma, e tutta l’Italia in buono stato e pacifico stato, e sottoposta a sua Signoria, benavventurosamente intese a perseguire i Saraceni, che haveano occupato Proenza, Navarra, e Spagna […].

Tranne Villani, NESSUNO dei cronisti o storici del passato ricordò la presenza, l’assedio e le distruzioni da parte di Carlo Magno della città di Lacedonia e del forte castello di Tuliverno, localizzato da alcuni studiosi nel territorio del gastaldato/contea di Venafro.

Per quanto riguarda il territorio del gastaldato/contea di Venafro, oltre al forte castello di Tuliverno, è possibile NON siano stati attaccati e distrutti gli altri insediamenti, ricordati nel Chronicon vulturnense; ad esempio: Santa Maria Oliveto e Roccaravindola, posti sulle colline circostanti ed edificati pper la difesa degli insediamenti esistenti nella pianura ? (vedi figura).

ll territorio del gastaldato/contea di Venafro. (da Rationes decimorum Italiae nei secoli XIII e XIV studi e testi n. 69 Aprutium-Molisium
(sec. XIV) a cura di Pietro Sella).

Nel Chronicon Vulturnense, il castello di Tuliverno NON è citato nell’elenco: Castelli e villaggi non incastellati e NON è citato nell’elenco: Castelli e villaggi non incastellati non appartenenti al monastero. Il castello di Tuliverno MAI ESITEVA: era il FIUME SESTO Nell’indice del Chronicon Vulturnense si legge CHIARAMENTE: TULIBERNO, att.(ale, n. d. r.) Triverno e di seguito: v.(edi, n. d. r.) Sesto: Sesto [att.(uale, n. d.r.) Triverno], pag. 154: terre che possedeva nel territorio di Venafro, cioè case fabrite con le loro corti poste sul fiume Sesto, e la chiesa di S.ta Maria presso il fiume e l’eccellete mulino con le chiuse, le ripe e le acque […]. (vedi figure).  Ed ancora: Anche un illustre di nome Imet Tandaco, offrì l’eccelente corte e la terra che possedeva nel territorio di Venafro e il mulino sul fiume Sesto vicino alla città di Venafro con i servi e le ancelle.[…]. (vedi figure).  Sempre alla voce Sesto, [Doc. 35. settembre 815]: […], tutti i miei beni e le sostanze che posseggo dentro e fuori la città di Venafro, cioè le case fabritte con le loro corti ch esono situate sul fiume che è detto Sesto; […]; offro al suddetto monastero anche l’ottimo mulino che ho sul fiume Sesto, con le chiuse, le sponde, le acque con suo corso e le strade di accesso e di uscita; […]. (vedi figure).

Nella [Doc. 87. marzo 939 ] […] abbiate la libertà di lavorare le terre del nostro monastero dai confini di Venafro fino al fiume Volturno e dal monte Tauro fino al Sesto, dove voi avrete deciso; […]. (vedi figure).

Per la 1^ volta, nell’anno 954, in un atto pubblico, trascritto nel Chronicon Vulturnense, fu nominato il fiume Tuliberno: [Doc. 93 – novembre 954] […]; è venuto anche Paldefrido, conte del gastaldato di Venafro. […]; dalla seconda parte la cima di questo monte; dalla terza parte la terra del monte, fin dove nasce il fiume Tuliberno, e poi come scorre il fiume Tuliberno; dalla quarta parte il fiume Volturno e […] fino alla strada e come va la strada fino al fossato e, girando il fossato, il limite intorno alla terra di S.  Benedetto fino al suddetto fiume Tuliberto. […], e la strada Francesca va fino al fiume Tuliberno e come va il fiume Tuliberno fin dove nasce e poi attraverso le suddette terre […]. (vedi figure).

In base a quanto descrisse il Chronicon, il toponimo del fiume Tuliberno, già fiume Sesto, fu ricordato dalla Storia, NON per localizzare ed identificare un Tuliverno il forte castello, MAI citato nel Chronicon Vulturnense e dagli Storici, tranne Villani, ma un fiume ed un mulino.

Chi era Giovanni Villani ?

Consultando il sito it.wikipedia.org, nell’articolo CARLO MAGNO. (n. 742 – m. 814). MAI STATO NEL TERRITORIO DELLA “CONTEA DI VENAFRO”. MAI STATO NEL “MONASTERO DI SAN VINCENZO, PRESSO LE SORGENTI DEL FIUME VOLTURNO”, ho scritto: Giovanni Villani (Firenze, 1280 – Firenze, 1348) è stato un mercante, storico e cronista italiano, noto soprattutto per aver scritto la Nuova Cronica, … .

Proseguendo nella ricerca, il sito www.treccani.it, pubblica notizie più dettagliate: Villani, Giovanni Cronista fiorentino (n. 1280 circa – m. 1348). Fu il maggiore dei cronisti fiorentini, e, per l’ampiezza e il valore dell’opera sua, tra i … […].                      La sua Nuova cronica, in dodici libri, è una storia universale (dall’epoca della torre di Babele al 1346), scritta con particolare riguardo a Firenze. Per i tempi anteriori alla sua età V.(illani, n. d. r) usa e rimaneggia largamente le cronache dei Malispini (vedi in seguito, n. d. r.) e altri testi precedenti. Ma il suo valore di storico si rivela soprattutto nel racconto delle vicende dei suoi tempi, fondato assai spesso sull’esperienza diretta di cose e persone: egli ha il merito di allargare il suo orizzonte oltre Firenze, e soprattutto di inserire nella trattazione aspetti di vita economica, demografica, amministrativa, generalmente trascurati dagli annalisti precedenti.

Inoltre, apprendiamo quali furono le fonti bibliografiche consultate da Villani: Per i tempi anteriori alla sua età V.(illani, n. d. r) usa e rimaneggia largamente le cronache dei Malispini e altri testi precedenti

Chi era Ricordano Malispini ?

www.treccani.it: Nacque probabilmente a Firenze (1220 ca – 1290, fonte www.ibs.it, n. d. r.). Le scarse notizie sul M.(alispini, n. d. r.) e sul nipote Giacotto Malispini si ricavano dalla Storia fiorentina, attribuibile al M.(alespini, n. d. r.) fino agli avvenimenti del 1282 e a Giacotto per gli anni 1282-86. […].

Esaminiamo cosa hanno scritto Villani e Malespini (fino agli avvenimmenti del 1282) su qaunto accadde nel territorio del gastaldato/contea di Venafro e, soprattutto, nei pressi di un antico insediamento fortificato denominato Tuliverno, protagonista di DUE episodi avvenuti, secondo alcuni studiosi, nell’anno 775 e nell’anno 1265.

Malespini, in Historia antica dall’edificazione di Fiorenza al per infino all’anno M. CCLXXXI. (1568), IGNORAVA quanto era accaduto nell’anno 775; Villani fu l’UNICO a ricordare e descrivere: Et assediò e distrusse (Carlo Magno, n. d. r.) la città di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona; e assediò e ridusse Tuliverno il forte castello alla entrata di Terra di Lavoro, e più altre terre del regno, le quali possedeano i rubelli di santa chiesa, lasciando Roma e tutta Italia in buono stato, e sottoposta a sua signoria.

L’avvenimento UNICAMENTE descritto da Villani, oggi è condiviso e sostenuto da più di uno studioso, trascurando di scoprire ciò che VERAMENTE accadde e che fu ricordato dagli altri Storici: Carlo Magno nell’anno 775 NON ERA PRESENTE in Italia.

A. Barbero nel volume Carlo Magno (2002) scrive: Già prima della resa di Desiderio, Carlo era così sicuro del fatto suo che potè lasciare l’assedio di Pavia per andare a festeggiare la Pasqua del 774 a Roma, che visitava per la prima volta. […]. Mentre ritornava da una spedizione contro i Sassoni, nell’autunno del 775, Carlo ricevette una lettera di papa Adriano […]. Il re franco reagì con prontezza: anzichè rientrare in patria per l’inverno e trattenervisi fino a Pasqua, com’era sua abitudine, svernò ai piedi delle Alpi e non appena la stagione lo permise attraversò le montagne, presentandosi in Friuli tra febbraio e marzo 776. Barbero: Già nel 773, mentre il re era impegnato oltre le Alpi contro i Longobardi, Eresburg venne presa e distrutta una prima volta; Carlo la ricostruì nella campagna del 775, insieme a un’altra base fortificata più avanzata, a Lubbeck, sulle montagne che fronteggiano la Weser. […].

E EVIDENTE: Carlo Magno, impegnato FUORI dall’ITALIA per affrontare, tra gli anni 773 e 776, altri scontri contro i Sassoni ed il Longobardi, NON POTEVA ESSERE PRESENTE nelle località di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona; NON assediò e ridusse Tuliverno il forte castello alla entrata di Terra di Lavoro, e più altre terre del regno, le quali possedeano i rubelli di santa chiesa, lasciando Roma e tutta Italia in buono stato, e sottoposta a sua signoria.

CONFERMA, Janet Nelson (2021) nel volume, Carlo Magno. Il ritratto del re e dell’imperatore: Carlo guida una campagna il Sassonia, 775. La campagna in Sassonia nel 775, a differenza di quella del 774, fu condotta personalmente da Carlo. Fu estremamente faticosa e difficile. […].

Il toponimo TULIVERNO fu CERTAMENTE ricordato da Ricordano Malispini, NON all’epoca di Carlo Magno, ma lo citò per quanto era accaduto all’epoca di re Carlo D’Angiò (1226 – 1285); PRECISAMENTE in occasione della battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) contro il re Manfredi, ultimo discendente dell’imperatore Federico II di Svevia: Re Charlo sentendo l’andata di Manfredi (a Benevento, n. d. r) si partì da santo Germano per seguirlo con sua oste, e non tenne il cammino diritto da Capua verso terra di Lavoro: impercio che al ponte di Capoua non avrebbe potuto passare, che era in sul fiume con forti torri: ma passò al fiume del Volturno presso a Tuliverno ove si puote passare, e tenne per la Chontea d’Alifo, e per altre vie delle montagne, con grande disagio di moneta, e di vittuaglia, giunsono di mezzo di appie di Benevento alla valle difronte alla città per ispatio di due miglia, presso alla riva del fiume Calore. Anche in questa descrizione Tuliverno NON è ricordato essere stato un forte castello.

In base alla descrizione di Malispini, l’itinerario seguito da Carlo I D’Angiò può essere ricostruito su una carta stradale (vedi figura): San Germano è nei pressi di Cassino; il re non si diresse verso Capua, ma percorredo un tratto dell’antica via consolare Latina, raggiunse il territorio del gastaldato/contea di Venafro per attraverare il fiume Volturno presso Tuliverno over di puote passare, e tenne per la Chontea d’Alifo, e per altre vie delle montagne, con grande disagio di moneta, e di vittuaglia, giunsono di mezzo di appie di Benevento alla valle difronte alla città per ispatio di due miglia, presso alla riva del fiume Calore. (vedi figura). Inoltre, Malispini, avendo illustrato avvenimenti “di prima mano” accaduti nella sua epoca (avrebbe avuto, se nato nel 1220, circa 26 anni), permette di localizzare ed identificare il guado (?) Tuliverno presso il fiume Volturno. (vedi figura).

In un epoca successiva, trascorsi circa 60 anni, Villani descrisse gli stessi avvenimenti (copia e incolla ?):  Lo re Carlo sentendo l’andata di Manfredi a Benivento, incontanente si partì da San Germano, per seguirlo con sua oste, e non tenne il cammino diritto di Capova, e per Terra di Lavoro, imperciò che al ponte di Capova non avrebbe potuto passare, per la fortezza ch’è in su il fiume delle torri del ponte, e il fiume è grosso; ma si mise a passare il fiume del Voltorno presso a Tuliverno, ove si può guadare, e tenne per la contrada d’Alifi, e per aspri cammini delle montagne di beneventana, e sanza soggiorno, e con grande disagio di muneta e di vittuaglia, giunse all’ora di mezzogiorno a piè di Benevento, alla valle d’incontro alla città, per ispazio di lungi di due miglia alla riva del fiume di Calore, che corre a piè di Benevento. (in http://www.abruzzoinmostra.it/letteratura/villani Opere Letterarie. Raccolte di opere storiche).

Il probabile itinerario seguito da re Carlo I D’Angiò da San Germano al fiume Calore presso Benevento. Probabile localizzazione del guado di Tuliverno, già fiume Sesto.

Tuliverno era il nome del fiume o della località (?) dove il re Carlo I D’Angiò guadò il fiume Volturno per seguire l’itinerario verso la Chontea d’Alifo, così nominata da Malispini o la contrada d’Alifi, così nominata da Villani. Il fiume Tuliverno, fu anche ricordato in un epoca successiva, negli Atti del Reale Istituto d’incoraggiomento alle scienze naturali di Napoli. tomo VIII. Napoli 1855. al capitolo Sulla sorgente intermittente di Triverno nell’Agro Venafrano, si legge: […]. Difatti tra queste è nota e famosa fin dalla rimota antichità la valle di Venafro, nella quale la benigna natura pofondeva con larga mano tutti i suoi doni. […]. Le acque che bagnano questa bella pianura, pressochè ellittica (il cui minor asse, della lunghezza di 4 miglia in circa, corre dal Nord a Sud, ed il maggiore, più che doppio dell’altro, dall’Est all’Ovest) possono ridursi a tre principali generazioni: 1°. Il Volturno; 2°. il fiume di S. Bartolomeo; 3°. il fiume di Triverno (1). Quanto fu scritto nella nota 1, interessa la nostra ricerca: Questo nome gli vien da un antico Castello pel qual passa alla distanza di circa un miglio. Questo castello per altro è interamente sparito da circa due secoli, al tempo cioè del Ciarlanti e non vi esiste altro presente che un mulinio ed un osteria. Ma al tempo di Carlo- magno (nel 775) doveva essere molto forte poichè gli oppose la più valida resistenza. Riguardo al nome di questo luogo, convien notare che anticamente trovasi chiamato Tuliverno, e non Triverno. Difatti nelle Storie di Giovanni Villani trovasi scritto: << Misesi (re Carlo d’Angiò nel 1265 per andare a combatter Manfredi a Benevento) a passare il fiume del Volturno presso a Tuliverno, e tenne per la contea di Alife >>; il qual nome antico sembrasi conservato nella tradizione popolare, poichè dalla gente minuta della contrada è detto Tulivierno. Ritornado al testo, negli Atti, fu scritto: Da ultimo il fiume Triverno, forse ancora più piccolo del predente (il citato fiume S. Bartolomeo, n. d. r.), sorge a Nord Est della valle, da una rupe calcarea di sotto al villaggio di Santa Maria dell’Oliveto, e dopo un corso non troppo declive di un miglio e mezzo all’incirca, va ad entrare nel Volturno. Nota Bene. La dettagliata relazione storica pubblicata negli Atti del Reale Istituto, se avesse CONSULTATO l’indice del Chronicon Vulturnense: avrebbero APPRESO, come illustrato in precedenza: il castello di Tuliverno NON fu citato tra quelli REALMENTE ESISTITI nell’elenco dei Castelli e villaggi non incastellati e NON fu citato nell’elenco dei Castelli e villaggi non incastellati non appartenenti al monastero. Il castello di Tuliverno, NON ESISTEVA. ERA IL NOME DI UN FIUME. Nell’indice del Chronicon in modo CHIARO, è IMPORTANTE ripetere, TULIBERNO, att.(ale, n. d. r.) Triverno; di seguito: v.(edi, n. d. r.) Sesto, dove si legge: Sesto (att. Triverno), pag. 154: terre che possedeva nel territorio di Venafro, cioè case fabrite con le loro corti poste sul fiume Sesto, e la chiesa di S.ta Maria presso il fiume e l’eccellete mulino con le chiuse, le ripe e le acque […]. Ed ancora: Anche un illustre di nome Imet Tandaco, offrì l’eccelente corte e la terra che possedeva nel territorio di Venafro e il mulino sul fiume Sesto vicino alla città di Venafro con i servi e le ancelle.[…]. (vedi figure).  Sempre alla voce Sesto: [Doc. 35. settembre 815]: […], tutti i miei beni e le sostanze che posseggo dentro e fuori la città di Venafro, cioè le case fabritte con le loro corti ch esono situate sul fiume che è dettp Sesto; […]; offro al suddetto monastero anche l’ottimo mulino che ho sul fiume Sesto, con le chiuse, le sponde, le acque con suo corso e le strade di accesso e di uscita; […]. Il [Doc. 87. marzo 939 ] […] abbiate la libertà di lavorare le terre del nostro monastero dai confini di Venafro fino al fiume Volturno e dal monte Tauro fino al Sesto, dove voi avrete deciso; […]. UNICAMENTE nell’anno 954, in un atto pubblico, trascritto nel Chronicon Vulturnense, fu nominato. NON un castello, ma il fiume Tuliberno: [Doc. 93 – novembre 954] […]; è venuto anche Paldefrido, conte del gastaldato di Venafro. […]; dalla seconda parte la cima di questo monte; dalla terza parte la terra del monte, fin dove nasce il fiume Tuliberno, e poi come scorre il fiume Tuliberno; dalla quarta parte il fiume Volturno e […] fino alla strada e come va la strada fino al fossato e, girando il fossato, il limite intorno alla terra di S.  Benedetto fino al suddetto fiume Tuliberto. […], e la strada Francesca va fino al fiume Tuliberno e come va il fiume Tuliberno fin dove nasce e poi attraverso le suddette terre […].

G. Vincenzo Ciarlanti, Memorie Historiche del Sannio (1643), già citato nell’articolo CARLO MAGNO. (n. 742 – m. 814). MAI STATO NEL TERRITORIO DELLA “CONTEA DI VENAFRO”. MAI STATO NEL “MONASTERO DI SAN VINCENZO, PRESSO LE SORGENTI DEL FIUME VOLTURNO”, avendo condiviso quanto fu proposto da Villani: come afferma Gio. Villano Fiorentino nell’Histor., coinvolse nel suo errore anche il redattore degli Atti del Reale Istituto d’incoraggiomento alle scienze naturali di Napoli, visto che, come è stato precedentemete ampiamente documentato, Carlo Magno nell’anno 775 NON era presente in Italia. Corrisponde alla REALTA’ la citazione di Villani nel descrivere gli avvenimenti che precedettero la battaglia nei pressi della città di Benevento il 26 febbraio dell’anno 1266, tra il re Carlo I D’Angiò ed il re Manfredi: Difatti nelle Storie di Giovanni Villani trovasi scritto: << Misesi (re Carlo d’Angiò nel 1265 per andare a combatter Manfredi a Benevento) a passare il fiume del Volturno presso a Tuliverno, e tenne per la contea di Alife >>; il qual nome antico sembrasi conservato nella tradizione popolare, poichè dalla gente minuta della contrada è detto Tulivierno.

CONCLUDENDO: 1°. I documenti esistenti, vedi il Chronicon Vulturnense, smentiscono l’esistenza nel territorio del gastaldato/contea di Venafro di un insediamento fortificato denominato Tuliberno o Tuliverno, bensì era il nome di un fiume già chiamato Sesto, affluente del fiume Volturno nel territorio di Santa Maria Oliveto.

2°. Gli Storici, tranne Giovanni Villani, IGNORAVANO l’esistenza di un castello fortificato Tuliberno o Tuliverno e di Lacedonia distrutti nell’anno 775 da Carlo Magno che, all’EPOCA, come esaminato, NON ERA PRESENTE in Italia. (vedi figura).

Oreste Gentile.

IL “DIPLOMA FALSO” DI CARLO MAGNO DELL’ANNO 715 E L’ITINERARIO DOPO LA BATTAGLIA DI LACEDONIA (“città di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona”) DELL’ANNO 775.

Maggio 8, 2022

Dopo l’articolo: CARLO MAGNO. (n. 742 – m. 814). MAI STATO NEL TERRITORIO DELLA “CONTEA DI VENAFRO”. MAI STATO NEL “MONASTERO DI SAN VINCENZO, PRESSO LE SORGENTI DEL FIUME VOLTURNO”, per evitare al lettore qualche INCERTEZZA, propongo delle altre informazioni illustrate dalle bibliografiche antiche.

NON esistono DUBBI sulla FALSITA’ del diploma sottoscritto da Carlo Magno in occasione di una NON visita e di un NON soggiorno nel monastero di san Vincenzo al Volturno, presso le sorgenti del fiume Volturno, nell’anno 715.

Gli Storici, quelli con la S maiuscola, hanno stimato FALSO il diploma in base all’anno 715 della sua sottoscrizione da parte di Carlo Magno.

EBBENE, Carlo Magno nell’anno 715 NON ERA STATO PROCREATO.

VENNE AL MONDO nell’anno 742, il lunedì del 2 aprile.

CHIARO ?

Si può OBIETTARE: lo scrivano, DISTRATTO, avrà commesso l’errore di scrive il numero 1 (UNO) e NON il numero 7 (SETTE); pertanto l’anno < 7 1 5 > del sottoscrizione del diploma dovrebbe corrispondere al numero < 7 7 5 >.

Una giustificazione ACCETTABILISSIMA, ma, NOTATE BENE: all’epoca, secolo VIII, era ancora utilizzata la numerazione romana; pertanto, la data del diploma NON poteva essere stata scritta con la numerazione araba (715 o 775); ergo, il documento era/è un FALSO.

RIPETO: NON ci fu un ERRORE nello scrivere 1 al posto di 7; all’EPOCA, era ancora utilizzata la numerazione romana; la numerazione araba sarebbe stata introdotta in Europa a partire dal XIII secolo d.C. dal pisano Leonardo Fibonacci.

Pertanto, l’anno 715 (numerazione araba) della FALSA donazione/documento avrebbe dovuto essere scritto con il numero romano DCC°. XV°, come si evince proprio da quanto oggi è stato pubblicato in San Vincenzo al Volturno dal Chronicon alla Storia (De Benedittis, 1995): Actum anno incarnacionis dominice DCC°.XV°, indiccione quartadecima. <(Signum Iacobo ad vicem Radonis). Data . VIII. Kalendas iunii.>; ovvero: Emesso nell’anno della incarnazione del Signore 715, Indizione quattordicesima, Firma di Iacobo nelle veci di Radone. Dato il 25 maggio (3), (vedi figura, dipl. a sn,).

Importante quanto si legge nella nota n. 3. Il documento che molto probabilmente fotografa una plausibile situazione delle proprietà vulturnensi intorno agli anni ’70 dell’VIII secolo, è, sotto il profilo diplomatico, un falso grossolano. Nel 715, infatti, Carlo Magno non solo non era nè re dei Franchi, nè imperatore, ma non era neppure nato!

La nota n. 3, permette di conoscere i motivi della pubblicazioni di documenti FALSI: Falsi del genere si giustificano con la necessità di ricostruire, nel XII secolo, la memoria storica delle origini del monastero, dal momento che i suoi archivi avevano patito profonde mutilazioni dovute alle vicinissitudini a partire dal sacco saraceno dell’881.

L’anno 715/DCC°.XV° è BEN DIVERSO dall’anno 775/DCCLXXV. Se fosse stata utilizzata la numerazione araba, l’ERRORE di scambiare il numero 1 con 7 sarebbe stato facile e compresibile; ma CIO’, all’epoca, ASSOLUTAMENTE NON poteva accadere.

Nel diploma originale: [Doc. 19 – 20 aprile 775], pubblicato in Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni (2010, in lingua italiana), sottoscritto da Carlo Magno, si legge, (vedi figura, dipl. a ds.): E affinchè questa nostra elargizione possa ottenere più salda validità e, nel corso degli anni ottenga una inviolabile solidità e sia creduta vera dai fedeli della santa Chiesa e si osservata con maggiore scrupolosità, l’abbiamo scritta di nostra mano e abbiamo rodito di sigillarla con l’impronta del nostra anello. Il sigillo del serenissimo imperatore Carlo. Nel giorno del 20 aprile, nella indizione tredicesima dell’anno 770 (sic) dall’incarnazione del Signore.

Altra CONFERMA, per dimostrare la NON presenza di Carlo Magno nell’anno 775 presso il monastero vulturnense, ma in Terra di Lavoro ed in Capua, è l’itinerario utilizzato per raggiungere, dai territori aquiliani, ricordati da Villani, il territorio pertinente al gastaldato/contea di Venafro. NON fu descritto nei documenti antichi, nè ricordato dagli Storici. (vedi figure).

Ricordando e dando fede a quanto tramandato, pare UNICAMENTE da Villani: E assediò e distrusse la città di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona; assediò e ridusse Tuliverno il forte castello alla entrata di Terra di Lavoro, e più le altre terre del regno, le quali possedeano i rubelli di santa chiesa, lasciando Roma e tutta Italia in buono stato, sottoposta a sua signoria; Carlo Magno, presente nei territori tra l’Aquila e Sulmona, per trasferirsi con il suo esercito in Terra di Lavoro (territorio di Capua ?) avrebbe potuto seguire 2 itinerari tra i più utilizzati all’epoca e descritti nella bibliografie più antiche: il , partendo da L‘Aquila, attraversa/va la Valle Sorana per giungere nel territorio di Cassino e proseguire con la via consolare Latina verso Capua.

Era l’itinerario (verde) preferito da Carlo d’Angiò nell’anno 1294 per condurre in Napoli, capitale del suo regno, il neo eletto papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria; ma il pontefice preferì seguire l’itinerario (rosso) da L’Aquila a Castel di Sangro, già via consolare Minucia, oggi S. S. 17; successivamente deviare verso Alfedena per raggiungere Pizzone ed il monastero di san Vincenzo al Volturno, presso le sorgenti del fiume Volturno, dove, a differenza di Carlo Magno, il papa molisano soggiornò per qualche giorno prima di proseguire per Venafro ed il monastero di Montecassino. (vedi figura).

Altri itinerari (punteggiati) potevano essere percorsi sempre per raggiungere da L’Aquila la Terra di Lavoro/Capua.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

CARLO MAGNO. (n. 742 – m. 814). MAI STATO NEL TERRITORIO DELLA “CONTEA DI VENAFRO”. MAI STATO NEL “MONASTERO DI SAN VINCENZO, PRESSO LE SORGENTI DEL FIUME VOLTURNO”.

Maggio 6, 2022

Nessuno Storico, degno di questo aggettivo, nel corso dei secoli, ha ricordato la presenza di Carlo Magno nel territorio della attuale regione Molise e, precisamente, nel gastaldato/contea di Venafro e nel monastero benedettino di san Vincenzo al Volturno nei pressi delle sorgenti del fiume Volturno.

Giovanni Villani (Firenze1280 – Firenze1348), ricorda it.wikipedia.org, è stato un mercantestorico e cronista italiano, noto soprattutto per aver scritto la Nuova Cronica, un resoconto storico della città di Firenze e delle vicende a lui coeve.

Tra i tanti avvenimenti, Villani, ricordò la presenza di Carlo Magno nei territori dell’Italia centro meridionale nell’anno 775 (?): E assediò e distrusse la città di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona; e assediò e ridusse Tuliverno il forte castello alla entrata di Terra di Lavoro, e più altre terre del regno, le quali possedeano i rubelli di santa chiesa, lasciando Roma e tutta Italia in buono stato, e sottoposta a sua signoria.

Per conoscere l’esistenza, la localizzazione e la identificazione della assediata e distrutta Lacedonia, ricordata da Villani, abbiamo 3 indizi precisi: 1°. è in Abruzzi. 2°. tra l’Aquila e Sulmona. 3°. il forte castello di Tuliverno all’entrata di Terra di Lavoro.

Utilizzando le mappe di Google Earth, possiamo localizzare e identificare le località che Villani volle ricordare ai posteri.

Abruzzi, identifica la regione del centro Italia; perché il plurale Abruzzi e non Abruzzo, come oggi è conosciuta ? Nel passato, l’attuale territorio della regione Abruzzo, era frazionato in 2 distretti: Abruzzo Ulteriore che comprendeva le province di Teramo e L’Aquila; l’Abruzzo Citra o Citeriore con le province di Pescara e Chieti. (vedi figura). Lacedonia, ricordata da Villani, era nell’Abruzzo Ulteriore e, grazie alla sua PRECISA DESCRIZIONE, si localizzava senza ombra di dubbio, tra l’Aquila e Sulmona. (vedi figura).

In Dialogo dell’origine della citta dell’Aquila, di Salvatore Massonio (1594), leggiamo: Una fù Lacedonia della qual fa mentione Giovan Villani, nel Secondo libro delle sue historie à carte 1g. dove parlando di Carlo Magno, dice che assediò & destrusse la città di Lacedonia, la qual’è in Abruzzo trà L’Aquila & Sulmona.

Massonio, in seguito, pubblicò quanto aveva già illustrato Villani (vedi sopra).

Di parere MOLTO, MOLTO diverso fu G. Vincenzo Ciarlanti, Memorie Historiche del Sannio (1643): Si mosse poi Carlo (Magno, n. d. r.) contro Arechi Principe di Benevento, perchè havesse in queste rivolte soccorso il Suocero partitosi molto potente da Roma alla volta del Sannio, passato Venafro, trovò gagliarda resistenza a Tuliverno, all’hora forte Castello ben munito, la onde posevi d’intorno l’assedio, e finalmente poi lo prese, e distrusse, come afferma Gio. Villano Fiorentino nell’Histor. Al presente non vi è Castello, ne Terra, ma solo un Hosteria, avanti la quale è necessario, che passino i popoli di diverse Provincie, che in Napoli, ò in Roma vogliono andare, e perciò era forte, e tenuto ben in ordine, del quale anche hoggi dì appaiono alcuni vestgij.

EVIDENTISSIMA la faziosità di Ciarlanti nel NON ricordare quanto aveva egli stesso letto nella pubblicazione di Villani; infatti, il mercantestorico e cronista italiano, aveva IGNORATO, NON essendo MAI avvenuto, il passaggio di Carlo Magno per Venafro, capoluogo della omonimo gastaldato/contea.

Come abbiamo esaminato, Villani CHIARAMENTE aveva ricordato: a). la CITTA’ DI LACEDONIA; b). in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona; c). l’assedio e la distruzione del castello Tuliverno; erano TUTTE località NON pertineti al territorio del gastaldato/contea di Venafro.

La STORIA DELL’ABBAZIA DELLE TRE FONTANE DAL 1140 AL 1950 di Un Monaco Cisterciense Trappista, confermando quanto tramandò Villani, SMENTISCE le descrizioni di Ciarlanti. RICORDA ed IDENTIFICA addirittura le altre antiche località dell’Abruzzo Ultra coinvolte nell’assedio e nella distruzione causate dall’esercito di Carlo Magno; erano le terre di Amiterno e di Forcona e l’agro Peltuino. Si legge: Fu allora che le armi franche, traversando le terre di Amiterno e di Forcona, si trovarono nell’agro Peltuino antica città romana, che portava il nome di Anzedonia. Questa città, come narra il Villani, fu assediata e distrutta.

SOTTOLINEO: Le terre di Amiterno e di Forcona, si trovarono nell’agro Peltuino antica città romana, che portava il nome di Anzedonia, e si localizzano nella regione Abruzzo e, precisamente nel territorio dell’antico Abruzzo Ulteriore. Infatti, in http://www.chiesadilaquila.it: […]. Amiterno e Forcona (l’odierna Civita di Bagno), che attorno al 1230 si fusero con altri borghi, dando vita alla città dell’Aquila. (vedi figura).

NON è peregrina l’ipotesi di identificare Anzedonia con la corruzione, nel corso dei secoli, forse causata anche da Villani, del toponimo Lacedonia; sicuramente NON la identifica/va con l’odierna Lacedonia in Campania, provincia di Avellino o con la odierna Anzedonia, comune di Orbetello, provincia di Grosseto, regione Toscana.

Digitando peltuinum carlo magno sul computer, TUTTE le descrizioni legano ESCLUSIVAMENTE l’antica località Peltuinium alla presenza di Carlo Magno; ergo Carlo Magno era stato nei territori presso L’Aquila, in Abruzzo, NON nel territorio del gastaldato/contea di Venafro.

Nel sito http://www.romanoimpero.com Peltinium (Abruzzo), è scritto: […]. L’ultima devastazione fatale fu ad opera dei Franchi guidati da Carlo Magno che nel 775 la assediarono e la distrussero. Venne ricostruita sotto i Normanni ed ebbe nuovamente il titolo di città. Sotto la dominazione di costoro perdette il suo nome di Peltuino e prese quello di Civita Sidonia, da Sidonio che la ebbe in feudo. Da questo nome in seguito provenne quello di Ansidonia.

Rimane l’enigma della localizzazione e della idetificazione de il forte castello di Tuliverno all’entrata di Terra di Lavoro. E’ PROPONIBILE la localizzazione del castello di Tuliverno, ricordato da Villani, nel territorio del gastaldato/contea di Venafro ? Oggi, numerose pubblicazioni sostengono la presenza, l’assedio e la distruzione da parte di Carlo Magno, intorno all’anno 775, del castello presso Tuliverno, ricordato da Villani, localizzandolo NON nei pressi della città di Lacedonia, la quale è in Abruzzi tra l’Aquila e Sulmona, dove assediò e ridusse Tuliverno il forte castello alla entrata di Terra di Lavoro, BENSI’, secondo le loro conoscenze, presso Tulivernum, identificato nei pressi della località dove è sita la Taverna Triverno, nel territorio già del gastaldato/contea di Venafro.

Un castello (?), abbandonato alla sua sfortunata sorte, senza il coinvolgimento in sua difesa della vicina e più importante anche strategicamene, civitas di Venafro, capoluogo dell’omonimo gastaldato/contea ?

Un castello (?) edificato ad est, nel bel mezzo della pianura venafrana, in una località oggi denominata Taverna Triverno, distante circa 7 km. dal capoluogo del gastaldato/contea di Venafro, sulla strada per Isernia, non lontano da una delle tante vie che, per essere state utilizzare dagli invasori Franchi, sono ancora oggi denominate francigena (vedi figura).

Erano percorsi, E’ BENE PRECISARE, NULLA a che fare con l’antica ed ancora oggi famosissima Via Francigena: proveniva dal nord Europa ed arrivava a Roma; l’odierna Taverna Triverno dista circa 3 km. dal bivio di Roccaravindola, probabilmente presso l’antico sito di adRotas disegnato nella Tabula Peutingeriana: una località (prima del bivio di Monteroduni) dove iniziava, in direzione nord, una via anonima verso il territorio su cui sarebbe sorto il monastero di san Vincenzo presso le sorgenti del fiume Volturno. (vedi figura).

L’itinerario proseguiva per Aufidena/Alfedena e raggiungeva la via consolare Minucia (da Corfinio a Brindisi), nei pressi di Castel di Sangro, già municipio romano Aufidena. (vedi figura).

abruzzoforteegentile.altervista.org: L’impero romano, oramai indebolito e giunto al capolinea aveva diffuso un clima di insicurezza generale; inoltre, le continue guerre gotico-bizantina e poi longobarda, la distruzione definitiva della città da parte dei Franchi, guidati da Carlo Magno nel 775, aveva spinto le popolazioni a spostarsi su luoghi più facilmente difendibili, dando così il via alle numerose roccaforti e borghi medioevali, così numerosi nella nostra regione.

Infatti, dopo la caduta dell’impero romano, per difendersi dalle invasioni barbariche, i discendenti delle popolazioni italiche sottomesse da Roma, abbandonarono gli insediamenti in pianura voluti dai dominatori Romani e si riappropriarono, adeguandoli alle nuove esigenze difensive, degli antichi centri fortificati costruiti sulle sommità delle colline e delle montagne all’epoca delle migrazioni/ver sacrum dei loro progenitori Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, probabilmente prima del IX secolo a. C..

Sono percorsi, E’ BENE PRECISARE, NULLA a che fare con l’antica ed ancora oggi famosissima Via Francigena: proveniva dal nord Europa ed arrivava a Roma; l’odierna Taverna Triverno dista circa 3 km. dal bivio di Roccaravindola, probabilmente presso l’antico sito di adRotas disegnato nella Tabula Peutingeriana: una località (prima del bivio di Monteroduni) dove iniziava, in direzione nord, una via anonima verso il territorio su cui sarebbe sorto il monastero di san Vincenzo presso le sorgenti del fiume Volturno. (vedi figura).

L’itinerario proseguiva per Aufidena/Alfedena e raggiungeva la via consolare Minucia (da Corfinio a Brindisi), nei pressi di Castel di Sangro, già municipio romano Aufidena. (vedi figura).

Non potevano mancare, per creare maggiore confusione, i ricordi di Masciotta, pubblicati in Il Molise dalle origini ai nostri giorni (1914), alla voce Rocchetta a Volturno: La cronaca Volturnense attesta che nell’anno 774 (non l’anno 775 ?),Carlo Magno, essendo venuto in Italia in difesa di papa Adriano contro i longobardi, di passaggio a Venafro dopo l’impresa di Tuliverno […].

Ancora una volta, Masciotta descrisse quanto già conosciamo da Ciarlanti in merito al protagonismo della località Tuliverno: Tuliverno- Era un casale munito di forte castello, in prossimità della confluenza del torrente Triverno col Volturno, a breve distanza dalle antiche Terme romane. Si ritiene che gli provenisse il nome di “Terivernus” – “Theribernus”- “Tulibernus” dall’aver resistito tre anni (tre verni) alle legioni sannite nella prima lotta di espansione del Sannio nelle terre campane. Esso attinse poi rinomanza concreta per essere stato assediato ed abbattuto da Carlo Magno nell’anno 774 (non era l’anno 775 ?). […].

NON ci fu alcuna restistenza di tre anni alle legioni sannite nella prima lotta di espansione del Sannio nelle terre campane che videro protagonista il casale munito di forte castello denominato Terivernus” – “Theribernus”- “Tulibernus”: tutto il territorio a sud ovest del Massiccio del Matese era dominato dai Sanniti/Pentri; pertanto, Tuliverno, localizzato fin dalla sua origine in territorio Sannita/Pentro, NON poteva essere stato coinvolto per tre anni nella prima lotta di espansione del Sannio nelle terre campane: era sempre stato un insediamento nel territorio Sannita/Pentro.

I Sanniti/Carecini, i Sanniti/Irpini, i Sanniti/Caudini, i Sanniti/Pentri, tra cui i residenti in Tuliverno, se fosse esistito all’epoca, iniziarono (sec. V a. C.) la loro espansione nel territorio campano. (vedi figura).

Come NON ci fu l’assedio e la distruzione di un castello denominato Tuliverno, allo stesso modo NON ci fu la visita ed il pernottamento di Carlo Magno nel monastero di san Vincenzo presso le sorgenti del Volturno.

Anche la leggenda metropolitana della visita e del soggiorno di Carlo Magno nel monastero di san Vincenzo presso le sorgenti del fiume Volturno, furono fondate su quanto scritto nel Chronicon Vulturnense, a cui fecero eco, in tempi diversi, Ciarlanti e Masciotta.

Ciarlanti: Carlo a tempo che andò a S. Vincenzo, portò in sua compagnia il suo Archicancelliere, chiamato Auberto (Autperto, n. d. r.) huomo dottissimo, e di gran maneggio […]. Non fu egli (Carlo Magno, n. d. r.) solo a rimanervi (nel monastero, n. d. r.), ma etiandio altri non pochi nobili personaggi di essa Corte, a sua imitazione si riunchiusero in detto santo Monastero, & vi fecero penitenza de loro peccati.

Potevano mancare i ricordi di Masciotta ? Scrisse: […]. volle visitare (Carlo Magno, n. d. r.) la Badia di S. Vincenzo, attratto dalla fama del sacro luogo ove ospitavano allora cinquecento religiosi; ed in segno della propria ammirazione fece al Monastero splendidissimi doni.

La presenza ed il soggiorno di Carlo Magno nel monastero di san Vincenzo si fonda sul Doc. 10-25 maggio 715 del Chronicon Vulturnense: Nel nome del Signore Iddio e del nostro Salvatore Gesù Cristo. (Carlo per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio romano) […], dopo essere giunti con l’assistenza di Dio dalla provincia dei Franchi presso il corpo del beato Pietro a Roma, siamo venuti a conoscenza della buona fama dell’esimia religiosità del cenobio del martire di Cristo che era stato edificato dai santi uomini Paldo, Tato e Taso nella provincia del Sannio presso il fiume Volturno, e su consiglio dei nostri fedeli ci siamo sentiti in dovere di recarci colà per confermare, si legge nel diploma, i loro beni e possedimenti nonché le chiese a loro soggette nei diversi territori del regno italico e convalidassimo anche i diplomi dei re longobardi e dei duchi […]. Emesso nell’anno dell’incarnazione del Signore 715, nell’indizione quattordicesima. <(Sigillo di Giacobbe nelle veci di Radone). Dato il 25 maggio>. Terminato e confermato il diploma lo stesso devotissimo imperatore lo pose con le sue stesse mani insieme a molti altri doni sull’altare del beatissimo Vincenzo, […].

Carlo Magno NON sottoscrisse il suddetto documento del 10-25 maggio dell’anno 715; VENNE al mondo il 2 aprile dell’anno 742; ergo, nell’anno dell’incarnazione del Signore 715, NON essendo ancora nato, NON ERA presente nel monastero di san Vincenzo al Volturno, NE’ sottoscrisse la suddetta donazione.

N. B. Le continue ed arbitrarie MANIPOLAZIONI della Storia, visto le citazioni delle località all’epoca pertinenti al monastero vulturnense, è BENE TENERE anche PRESENTE: NON esisteva una località, grande o piccola che fosse, denominata Sannia, ma UNICAMENTE, come fu scritto nei vari documenti, la provincia Sannio presso il fiume Volturno, dove i santi uomini Paldo, Tato e Taso avevano edificato il monastero. Un Documento FALSO, quello datato anno 715, confermato in San Vincenzo al Volturno. Dal Chronicon alla Storia a cura G. De Benedittis (1995): Diploma falso di Carlo Magno di conferma della proprietà di San Vincenzo al Volturno (Doc. n. 10, vol. I, pp. 140-144), che pubblica (vedremo anche in seguito) il Privilegio autentico di immunità rilasciato da Carlo Magno a San Vincenzo nel 787. (Doc. n. 27, vol. I, pp. 212-216).

Sulla ATTENDIBILITA’ di quanto tramandato dal Chronicon Vulturnense, Sennis (2003), in Tradizione monastica e racconto delle origini in Italia centrale (secoli XI-XII), scrive: La presenza di Autperto è d’altra parte perfettamente coerrente con la distorsione della sua figura operata dalla memoria vulturnense. Di lui il Chronicon ricordava infatti, millandandoli, rapporti strettissimi con Carlo Magno il quale lo avrebbe avuto come suo maestro, e in seguito, arcicancelliere. Sarebbe stato inoltre proprio Autperto, secondo il cronista a caldeggiare l’invio di un messo che riferisse al re sulla rettitudine della vita monastica vulturnense, e ad accompagnare in seguito il sovrano in visita al monastero, dove sarebbe rimasto conquistato dalla probità dei monaci. […]. Vale ad esempio la pena di sottolineare la manipolazione del ricordo proprio di Ambrogio Autperto, che prima di diventare abate certamente non fu, come volle il cronista, arcicancelliere della corte franca e ambasciatore di Carlo Magno presso il monastero. […]. Il Chronicon Vulturnense sottolinea infatti piuttosto, in diverse occasioni, l’attitudine del monastero a stabilire legami solidi con i diversi detentori del potere pubblico e la sua capacità di tessere una rete di rapporti che trascendesse ogni frontiera politica. A questo si deve, scrive Sennis, il racconto di una visita che Carlo Magno avrebbe fatto al monastero vulturnense nel 715, cioè circa trentanni prima di nascere, e che in un altro racconto sulle origini del monastero composta da un sedicente Pietro presbitero tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo fu inserito in stretto collegamento con quella probabilmente avvenuta, del duca di Benevento Gisulfo.

Sulla NON presenza di Carlo Magno nel monastero vulturnense, si è espresso Marazzi (2007) in «Fama praeclari martyris Vincentii». Riflessioni su originie problemi del culto di san Vincenzo di Saragozzaa San Vincenzo al Volturno: […]. Si aggiunge, anche con l’aiuto di documenti forgiati ad hoc, che, sin dai suoi primordi, il monastero vulturnense sarebbe stato sotto la protezione non solo del duca di Benevento, Gisulfo I, ma anche di Carlo Magno, che ovviamente, agli inizi dell’VIIIsecolo, non solo non era ancora re dei franchi, ma non era neppure nato. […]. CHIARO ? La supposta visita, scrive ancora Marazzi, di Carlo a San Vincenzo al Volturno costituiva un topos presente nel corredo di memorie interne al monastero già prima della redazione del prologus di Pietro, poichè compare anche nel c. d. “Frammento Sabatini” che secondo i recenti studi di Gabriella Braga, sarebbe da datare a cavallo fra X e XI secolo. Essendo il testo del “Frammento” sopravvissuto solo a partire dal corso del racconto della visita di Carlo a San Vincenzo, non è da escludere che ad esso si accompagnasse anche il ricordo del primo, ipotetico, intervento di Gisulfo in favore del cenobio. Quantunque paradossale e facilmente smascherabile nella falsità dei suoi presupposti storici, la rozza contraffazione costituita dal documento di Carlo e dalla vicenda di una sua visita a San Vincenzo, ha però una sua funzione nell’economia narrativa prevista dal cronista Giovanni, che la accetta e la include nel corpo del Chronicon Vulturnense. […]. Marazzi: Nel prologo di Pietro Presbitero, si dice che Carlo Magno, nel fantasioso racconto della sua visita al monastero, che ricordiamo sarebbe avvenuta nel 715, pose «super altare beatissimi Vincentii», oltre al privilegio di confermadei beni, anche «multa alia dona». Analogamente, Carlo collocò «super altare venerabilis Vincencii» la cartula (falsa) con la quale dichiara di aver costruito e dotato la chiesa di san Pellegrino a Bominaco (AQ). Si badi bene che, nella logica cronologico-narrativa del Chronicon, l’altare presso cui Carlo si sarebbe inchinato a deporre gli atti della sua munificenza verso il monastero vulturnense, dovrebbe essere quello esistente nella chiesa dedicata al martire di Saragozza, che era stata fatta costruire da Costantino. Nella prefazione alla edizione 2010 del Chronicon Vulturnense, per illustrare i motivi delle manipolazioni del testo dei diplomi di donazione sottoscritti dai governanti delle varie epoche, Marazzi scrive: Quindi, nel momento in cui un monastero sottoponeva ad un sovrano una lista di beni e diritti, sulla base di diplomi emessi da regnanti del passato, conservati nei propri archivi, e che venivano a loro volta esibiti nella circostanza, poteva essere molto facile che venissero inseriti, sebbene cum iudicio, elementi nuovi, magari mostrando atti di acquisizioni avvenute nel frattempo. Gli aggionamenti e le repliche degli atti confirmatari più antichi, infatti, avvenivano sostanzialmente sulla fiducia, poichè, per le ragioni appena descritte, difficilmente la cancelleria itinerante al seguito di un determinato sovrano avrebbe potuto effettuare controlli sulla genuinità di tali atti; ma anzi, potrebbero perfino aver trovato problemi a riconoscere sempre con certezza la genuinità di atti emessi da sovrani anteriori, soprattutto se questi risalivano a molto tempo prima.

Il Privilegio autentico di immunità rilasciato da Carlo Magno a San Vincenzo nel 787. (Doc. n. 27, vol. I, pp. 212-216), già citato, è stato pubblicato nuovamente (anno 2010) nel Chronicon Vulturnense; nella parte finale possiamo legge: Emesso a Capua nostra città. nel nome di Dio felicemente. Amen.

In base a quanto illustrato, Carlo Magno NON ha assediato, saccheggiato e distrutto un casale munito di forte castello, in prossimità della confluenza del torrente Triverno col Volturno; MAI fu presente e MAI soggiornò nel monastero di san Vincenzo al Volturno presso le sorgenti del fiume Volturno.

Oreste Gentile.

IL “CAMMINO” DELL’ EREMITA PIETRO DA/DEL MORRONE DA LIONE A L’EREMO DEL MORRONE.

aprile 30, 2022

Si ignora l’itinerario seguito dall’eremita Pietro da/del Morrone, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria, nato, scrisse Marini (1630) in Castel Sant’Angelo nel Contado de Molisi patria del Santo, il lunedì del 29 giugno 1209, quando all’età di 64 anni decise di incontrare a Lione Papa Gregorio X perché approvasse il nuovo Ordine fondato dall’umile frate.
Marino (1630)
scrisse: Presi doi compagni Giovanni d’Atri Sacerdote, & Placido de Morreis laico, prese il viaggio a piedi verso Francia, piangendo gli altri Monaci e compagni, i quali non speravano dovesse mai più tornare, tanto più che il viaggio era & è longo, e difficile, & all’hora più che mai pericoloso in quei tempi, ne’ quali l’Italia era piena & ardeva de sedizioni e guerre civili. Partì nel mese di Novembre
dell’anno 1273. Venendo l’Inverno, senza speranza overo appoggio d’alcuno aiuto humano. Di che tempo precisamente egli arrivasse in Lione, non trovo scritto, dal successo del suo negotiato nondimeno, si può raccogliere, che vi arrivò circa il fine del mese di Gennaio, e di Febbraio dell’anno 1274
.
Queste sono le uniche notizie sul viaggio intrapreso dal monte Morrone (Sulmona) alla città di Lione.

Anni 1273 – 1274

Dal sito Celestino V e i Templari – Panta Rei si apprende: Dalla storia sappiamo che il futuro Celestino si è recato a piedi a Lione in occasione del concilio del 1274 per conseguire da Gregorio X la conferma del suo ordine destinato altrimenti alla soppressione come tutti quelli di più recente istituzione.
Di quella visita nella città francese è rimasta traccia in quanto nel cuore di Lione, lungo la Saone, vi è un quartiere che rivela la presenza massiccia dei Celestini: in particolare vi è ‘Quai de Celestine’ in cui sfocia la via del Porto del Tempio e la piazza dei Celestini ospita il teatro di Lione dal significativo titolo di ‘Teatro dei Celestini’. (vedi figura. viviparigi.it).
Approfondendo la storia del luogo emerge una preesistente presenza, quella dei Templari la cui magione divenne convento dell’ordine del papa eremita. Nei circa due mesi in cui rimase a Lione, l’eremita fu ospitato dai Cavalieri del Tempio, nella magione che sorgeva lì dove ora si trova il Teatro dei Celestini. (vedi figura).

Qualche notizia in più Marino la tramandò, descrivendo il viaggio del ritorno: l’asprezza delle strade, l’altezza de’ monti, la diversità e varietà delle stagioni, il rigore dell’Inverno, la carestia e penuria d’ogni, cosa, e la difficoltà & la calamità dei que’ tempi, principalmente le discordie e guerre civili delle Provincie, delle Città, e quasi d’ogni luogo di tutta Italia; & in particolare infestando non solamente le Città, ma quasi ciascuna casa e famiglia quella perniciosa peste delle fattioni Guelfe e
Gibelline. Non era sicuro ad alcuno passare da un luogo ad un altro senza pericolo grade della vita, non che d’altre cose, perché in si universale licenza ogn’uno poteva liberamente fare ciò, che gli fosse piaciuto, mentre ciascuna fattione sotto specie e colore d’inimicitie, & odij particolari, teneva occupate & infestate le strade
.

Dalle poche notizie, possiamo ricostruire l’itinerario in base al ricordo delle città visitate: Como, Milano, Mantova, Lucca, Pistoia, Firenze, L’Aquila e Sulmona.

Le città ricordate dalle biografie

Il sessantaquattrenne eremita ed i suoi due compagni, ebbero un bel zigzagare per l’Italia settentrionale e centrale, percorrendo le strade meno frequentate, ma più sicure per evitare di essere coinvolti nelle lotte tra i Guelfi ed i Ghibellini.

Gli itinerari di google permettono di ricostruire il viaggio di ritorno da Lione.

L’itinerario in Italia, iniziando dal valico del Moncenisio ed attraversando la Valle di Susa, permette di raggiungere la città di Como, dopo un percoso di circa km. 461/98 h..

Lione – Novalese – Como. 461 km. 98 h..

Dopo un probabile soggiorno presso l’abbazia benedettina di Novalesa,

La facciata dell’Abbazia di Novalesa, con il Rocciamelone sullo sfondo. (www.laboratoriovalsusa.it).

in occasione del suo soggiorno nella città di Como, Marino ricordò: & che anche in Como celebrasse la messa nell’altare maggiore della Chiesa, che ancora hora e nel nostro Ordine; mentre l’Almanacco ecclesiastico della citta e diocesi di Como (1858), scrisse: fatto acquisto dell’Oratorio e delle case adiacenti vi alzò un Convento di monaci dell’Ordine da lui fondato, detto dei Celestini, il qual Convento fu poi soppresso nell’anno 1654 dal Vescovo Lazzaro Carafino per essere mancante del numero prescritto di monaci. (vedi figura).

Como – Milano – Mantova. 193 km. 40 h..

Stando nella città di Milano, le Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della citta e campagna di Milano (vol V, 1856) ricordarono: Fin dall’anno 1274 abbiamo veduto che Pietro da Murrone, che poi fu papa Celestino V, aveva fondato un ospizio della sua congregazione, detta allora di san Damiano, per albergare i poveri fuori dalla porta Orientale, nel sito appunto dove ora trovansi i
monaci i monaci Celestini
.

Chiesa di san Damiano. (www.milanoneltempo.it).


Per la sua presenza nella città di Mantova, Marino ricordò: Vi è anco fama che passando per Mantova, gli fosse della Citta ò governatore di essa concesso quel luogo, che hora si possede.
Cesare Cantù e d’altri letterati nella Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, ossia Storia delle citta …, Volume 5 (1859), scrissero: reduce pontefice col nome di Celestino V, ed in Mantova trattenutosi alcun tempo, dal comune Consiglio gli fu concesso l’oratorio di Sant’Anna, che in seguito divenne di San Cristoforo, mentre in prossimi caseggiati presero stanza alcuni monaci dell’ordine da lui fondato.

Mantova. Chiesa di san Cristoforo. (t.wikipedia.org).

Da Mantova si spostò in una località tra Lucca e Pistoia e, successivamente giunse a Firenze: km. 276/60 h.

MantovaLuccaPistoia Firenze. 276 km. 60 h.

Marino: Pietro donque, nel ritornar dalla Francia faceva il viagio per la Toscana, & passava un giorno per quel paese, che è tra Lucca & Pistoia. Era quella strada difficile e fastidiosa per natura, ma in quel tempo particolarmente non era molto sicura, essendo guerra crudele ò per causa delle nominate fattioni, o per le adherenze delle Città vicine, o per altro, tra Lucchesi e Pistolesi. […].
Et per forte erano entrati in un bosco o selva, che è tra l’una e l’altra Città, remota da qualsivoglia habitatione d’homini (e tali luoghi pilpiù sono a proposito pieni de ladroni), quando alla sprovista si fa loro incontro un Soldato sopra un cavallo bianco con armi bianche e risplendente con asta longa nela destra, il quale essendo que’ Santi richiesto della strada, Perche (rispose egli) non avere paura di passare ò caminare per strade si pericolose e piene di ladroni? Rispondono quelli, che andavano confidati nella bontà divina, Andate dunque securamente (soggionse egli) sicuri sotto sì grande aiuto. Et fingendo d’andar lontano disparve da gli occhi loro. Dal sito Celestino V e i Templari – Panta Rei si apprende: La storia che si basa sui documenti, per quel che si sa al momento, non ci dice quanto questo incontro sia stato significativo o fugace, ma le biografie parlano di un cavaliere bianco che soccorre Pietro ed i compagni lungo la Francigena nel viaggio di ritorno tra Lucca e Pistoia, entrambe sedi di magioni templari.

E’ molto probabile che il soccorritore vestito di bianco, più che un angelo fosse un Templare. […].

più che un angelo fosse un Templare (Pinterest).

Vi è anco fama, ricordò Marino, in Firenze che in questo viagio, mentre il Santo passò per quella Città ò andando ò ritornando, in uno de i Spedali di quella (como costumava di fare in ogni luogo, per dove fosse passato visitando i luoghi pij prima d’ogn’altro affare) nel quale era grandissima moltitudine d’infermi, interrogatigli & dispostigli alla penitenza & all’amor d’Idio, tutti ad uno ad uno col segno della Croce gli rese sani. Onde poi quella Città pigliò il Santo in devotione publica singolare, celebrando con grande solennità il giorno della sua festa, nella quale tutto il Magistrato andava a visitare la sua Chiesa, facendosi corso, e si correva il Palio.

Firenze. Uno dei Palii. (www.teladoiofirenze.it).

Dopo il soggiorno nella città di Firenze, le biografie di Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria, tacciono, mentre delle altre pubblicazioni descrivono una sosta nella città di L’Aquila dopo un percorso di circa km. 300/64 h..

Il probabile itinerario percorso da Pietro da/del Morrone da Lucca-Pistoia-Firenze-L’Aquila-Sulmona (Morrone).

Dal sito Celestino V e i Templari – Panta Rei si apprende: Tornando a Pietro del Morrone è noto che, tornato in Abruzzo, si sia fermato a riposare a Collemaggio, all’Aquila. In sogno gli appare la Vergine che gli chiede di costruire una chiesa in suo onore su quel colle dove già vi era il suo culto.
Considerate le finanze di un eremita e la circostanza che nella città ancora in costruzione si stavano erigendo moltissime chiese, una per ogni castello che aveva dato impulso all’edificazione del nuovo centro urbano, è davvero straordinario che in un tempo relativamente breve Pietro abbia la possibilità di acquistare il terreno, fare il progetto, trovare le maestranze e realizzare la chiesa che viene consacrata nel 1288 sì da poter ospitare la sua incoronazione nel 1294
.

Vista la mancanza di notizie, l’ultimo itinerario dovrebbe essere stato da L’Aquila a Sulmona (Morrone): km. 64/13 h..

Probabile itinerario da L’Aquila a Sulmona (Morrone). (www.camminitaliani.it).

Concludendo con Marino: Pietro da/del Morrone con i due compagni, nel mese di Giugno arrivarono alle case loro nell’Abruzzo nel monte Maiella: havendo messi nel viagio & nel fare il suo negotio sette overo otto mesi in circa, poiché partirono di casa nel mese di Novembre dell’anno 1273. & vi arrivarno di ritorno di Giugno 1274, dopo aver percorso, approssimativamente, 1294 km. in 275 giorni, pari a 9
mesi.

Qui termina anche il nostro cammino.

Oreste Gentile.

I “SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI”. L’AVVENTURA DI UN POVERO DILETTANTE AMANTE DELLA STORIA (QUELLA VERA) DELLA TERRA DI ORIGINE.

aprile 20, 2022

Avevo pubblicati il 13 febbraio u. s. in un sito facebook, libero, poi ho scoperto essere riservato esclusivamente ad argomenti di Archeologia ed agli addetti ai lavori, l‘articolo LA VIA CONSOLARE MINUCIA. I NEGAZIONISTI: MAI ESISTITA.

Non era mia intenzione “offendere” i NEGAZIONISTI, semplicemente evidenziavo e citavo le opinioni pubblicate nei tempi passati dagli Storici antichi, sulla esistenza della via consolare Minucia, da Corfinio a Brindisi, passando, da ovest verso est, nel territorio dei Sanniti/Pentri.

L’articolo è stato “benevolmente” pubblicato dall’amministratrice e critiche non sono mancate, in particolare una non pertinente all’argomento trattato.

Volendo rinfrescare la mia memoria, ho cercato di rileggere i vari commenti su quanto avevo pubblicato; ironia della sorte, le critiche espresse da un pluri accademico E da studioso di archeologia italica e le mie risposte erano state CANCELLATE . Fortunatamente ho diligentemente copiate e corservate solo una parte.

Il pluri accademico e studioso di archeologia italica, non entra in merito all’argomento da me trattato: l’esistenza o meno della via consolare Minucia, ma scrive e PRECISA, sic et simpliciter e fuori tema: Perdonatemi, ma i termini hanno la loro valenza. E da studioso di archeologia italica, non è possibile leggere Sanniti/Peligni.

Come, il pluri accademico e studioso di archeologia italica, IGNORA l’origine del popolo dei Peligni ?

Non erano i discendenti dei giovani migranti *Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ?

Non erano consanguinei alle altre popolazioni stanziate, intorno al secolo XI-IX a. C., nei territori nell’Italia centro meridionale ?

L’archeologo ed accademico Pallottino (1984), forse sconosciuto al mio interlocutore pluri accademico e studioso di archeologia italica, scrive: Al nucleo originario si ricollegano, con una differenza verosimilmente più tardiva, diversi popoli dell’area abruzzese (Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, ecc.); mentre più a sud appartengono alla stessa stirpe i Sanniti del Molise e della Campania […]. I Peligni, erano o non erano SANNITI ? I Sanniti del Molise, erano o non erano i PENTRI ?

Ergo, avendo scritto: Sanniti/Peligni, NON è CORRETTO, è CORRETTISSIMO ed ADERENTE alla Storia.

Il pluri accademico e studioso di archeologia italica dovrebbe leggere, se non l’ha mai fatto, o rileggere, quanto scrisse Scilace di Carianda (VI-V sec. a. C.), cartografo e geografo nel suo Periplo, forse sconosciuto al pluri accademico e studioso di archeologia italica, scrisse: […]. 11 Sanniti. I Sanniti confinano con i campani e la navigazione costiera del Sannio è di mezza giornata[…].

SCILACE: Localizzazione dei popoli lungo la costa mare Tirreno della penisola italica.

Quali Sanniti ?

Erano le popolazioni discendenti dei *Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, stanziate più a sud dei consanguinei Sanniti/Peligni: CARECINI, i PENTRI, i CAUDINI e gli IRPINI, i così detti Sanniti della montagna: avevano invaso e conquistato, verso la fine del V sec. a. C., le città più importanti del territorio campane: l’etrusca Capua e la greca Cuma. (vedi figura).

I Sanniti della montagna: Carecini, Pentri, Irpini e Caudini invadono il territorio campano.

Scilace di Carianda: 15 SannitiDopo gli iapigi, a partire dal monte Orione, ci sono i sanniti. A questo popolo appartengono le seguenti lingue o parlate: laterni, opici, cramoni, bosentini e peucezi, che vanno dal mar Tirreno fino all’Adriatico. La navigazione costiera della terra dei sanniti dura due giorni e una notte. 16 Umbri. Dopo i sanniti c’è il popolo degli umbri, e nella loro terra si trova la città di Ancona. Erano i Sanniti della costa adriatica: Frentani, Marrucini, Vestini, Praetutii e Piceni; all’interno della penisola italica, NON vi erano i loro consanguinei e tra essi anche i Sanniti/Peligni ? (vedi figura). E’ CONSENTITO ad uno pluri accademico e studioso di archeologia italica, affermare con convinzione: non è possibile leggere Sanniti/Peligni ?

Devoto (1967), glottologo forse sconosciuto al pluri accademico e studioso di archeologia italica, scrisse: Non meno tardo è il nome di << Oschi >>, che deve la sua fortuna a un fatto non tanto politico quanto linguistico, alla diffusione della lingua osca nell’Italia meridionale.  Anch’esso condizionato all’invasione sannitica nel mezzogiorno che ha sottomesso il popolo protolatino degli Opici. Osci da *ops-ci rappresenta probabilmente l’adattamento di << opico >> alla nuova lingua che conosceva il tema nominale ops- (da cui il verbo opsaom) e ha inteso dire << popolo dei lavoratori >> o magari << degli adoratori della dea Ops >>.

Nacque il popolo dei Campani, scrisse Pallottino: […]. Una penetrazione più o meno lenta di Sanniti nella pianura campana e probabilmente il conseguente risveglio delle genti indigene locali portarono al costituirsi nel 430 a. C. del popolo dei Campani con centro a Capua, in sostituzione del dominio etrusco; poco dopo cadde anche Capua con tutto il sistema di colonie greche […]. Aggiunse: Altro nome dei Campani è Osci, donde la designazione comune di lingua osca per tutte le parlate italico-orientale del Sud.

NON fu proprio Plinio il Vecchio (I sec. d. C.), ricordando i popoli della IV regione augustea, ad identificare essere Sabelli anche i Pentri ?     Scrisse Plinio il Vecchio, ricordando le varie popolazioni: Segue la quarta regione, che comprende le popolazioni più valorose d’Italia. […]. Nel territorio dei Marrucini è Chieti, in quello dei Peligni sono Corfinio, Superequo, Sulmona. Dei Marsi fanno parte Anxa, […]. Samnitium, quos Sabellos et Graeci Saunitas dixerem colonia Bovianum Vetus et altera cognomine Undecumanorum, Aufidenates, Aesernini, Fagifulani, […].

Ergo, i Pentri erano Sabellos, al pari dei Peligni.

I territori dei popoli di origine *Safina/Sabina/Sabella/Sannita pertinenti alla IV Regione augustea

Il pluri accademico e studioso di archeologia italica, non soddisfatto della sua lezione che ha voluto impartirmi, aggiunge: I Sanniti furono solo quattro popoli: Pentri, Caudini, Irpini e Carricini, I Peligni furono Sabelli. Cioè, seguendo il Salmon, un popolo parlante una variante dialettale dell’osco

Che c’azzeccauna variante dialettale dell’osco, con la Storia della nascita dei popoli della così detta Prima Italia (Pallottino), dal ceppo *Safino/Sabino/Sabello/Sannita ?

Il pluri accademico e studioso di archeologia italica, APPRENDA: i Sanniti o Sabelli o Sabini o *Safini, NON furono solo quattro popoli: Pentri, Caudini, Irpini e Carricini; ma furono, come documentano gli Storici, elencandoli da nord verso il sud della penisola italica: i progenitori Sabini, nonchè: i Piceni, i Praetutii, i Vestini, i Marrucini, Marsi, gli Aequii ed i citati Peligni, i Frentani ed i Lucani. (vedi figura).

Le popolazioni ed i territori originate dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Allargando l’orizzonte delle nostre conoscenze, soprattutto per rendere edotto il pluro accademico e studioso di archeologia italica, l’archeologo ed etruscologo Ducati, scrisse (1948): […]. Sabini e Sanniti sono tra di loro consanguinei; accanto alla forma Sanniti (greco Samnitai, osco Safineis) è la forma Sabelli; Sabini e Sabelli derivano da una radice comune Sabh- eguale a Saf-, da cui scendono due forme; da Safio- viene Safini latinizzato in Sabini, da Safno– deriva il nome della regione Safnio (latino Samnium. osco Safinim), onde Sanniti; da Safn– con la trasformazione di f in b e col suffisso li si ha il latino Sabelli.

La Storia ricorda i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, ossia i Carecini, i Pentri, gli Irpini ed i Caudini, per avere iniziato nel secolo V a. C. l’invasione del confinante territorio campano.

Il pluri accademico e studioso di archeologia italica, mi definisce: come tutti i non professionisti del settore, gli improvvisati domenicali (oggi è proprio domenica), ella confonde i tempi. Non distingue il ceppo originario dai popoli cosiddetti “storici” derivati da questo, nel quale la differenzazione tra Sanniti e Sabelli è fondamentale. Ma non mi dilungo…sarebbe un perder tempo per convincere chi sa già tutto e non ha nulla da apprendere. Fa di cognome Gentile. Ecco, lo sia anche di fatto, e ceda il passo a discussioni più proficue. Saluti.

Purtroppo, le mie risposte al dotto interlocutore, pluri accademico e studioso di archeologia italica al pari di quanto lui ha commentato sapientemente, come ho illustrato all’inizio, sono state CANCELLATE dal sito specializzato in Archeologia; ma, diligentemente, ho conservo una parte del suo illuminante intervento.

Dalla sua brevissima lectio magistralis, apprendiamo: non è possibile leggere Sanniti/Peligni; I Sanniti furono solo quattro popoli: Pentri, Caudini, Irpini e Carricini. I Peligni furono Sabelli. Cioè, seguendo il Salmon, un popolo parlante una variante dialettale dell’osco.

Essendo UNO dei tanti non professionisti del settore, ma NON rientrando nella categoria degli improvvisati domenicali, visto che mi interesso della Storia antica della mia terra, il Molise, da più di un ventennio, NON CEDO il passo e mi permetto di far notare al dotto pluri accademico e studioso di archeologia italica quanto scrisse Salmon, di cui possiedo il libro: Il Sannio e i Sanniti (1974), con dedica ad personam, l’UNICO Storico invocato in suo aiuto.

Lo Storico inglese/canadese, scrisse: Il Ver Sacrum sabello è stato descritto da Strabone e da altri autori. Per vincere una battaglia, allontanare un pericolo o porre fine ad una calamità naturale quale una carestia o un’epidemia, i Sabelli promettevano di sacrificare a Mamerte tutto ciò che fosse nato la primavera successiva.

Ed allora, Sabelli NON erano SOLO i Peligni, ma tutti i popoli originati in occasione del Ver Sacrum. Tant’è che Salmon scrisse: Nell’Italia meridionale, gli spostamenti dei Sabelli influenzarono lo stanziamento delle colonie greche. Quali Sabelli, se non i Carecini, i Pentri, gli Irpini ed i Caudini, conosciuti essere i Sanniti della montagna, gli invasori del territorio campano ? Anch’essi Sabelli al pari dei Peligni.

Essendo il territorio dei Peligni, al pari del territorio dei Sabini, dei Piceni, dei Praetutii, dei Vestini, Marrucini, dei Marsi, degli Aequii, dei Carecini, dei cosiddetti Frentani di Lanciano, localizzato nell’Italia centrale; i Sabelli, ricordati da Salmon, con i loro territori localizzati nell’Italia meridionale, erano: i Frentani di Larino, i Pentri, gli Irpini, i Caudini e, più a sud i Lucani.

Procediamo in ordine cronologico, seguendo sempre Salmon, l’unico Storico citato dal nostro critico cattedratico, pluri accademico e studioso di archeologia italica; scrisse: I Sabelli non si erano spinti in profondità solo verso il sud, ma anche verso ovest, in Campania, dove erano presenti almeno fin dal 471, l’anno, secondo Catone, della fondazione di Capua. […]. L’opinione comune è che Capua cadde nelle mani dei Sabelli nel 445, […].

Chi erano i Sabelli scesi dalle montagne per conquistare Capua nell’anno 445 a. C. ? Erano i Carecini, i Pentri, gli Irpini, i Caudini

Pertanto, è ERRATO affermare e sostenere ex cattedra: I Sanniti furono solo quattro popoli: Pentri, Caudini, Irpini e Carricini. I Peligni furono Sabelli. Cioè, seguendo il Salmon, un popolo parlante una variante dialettale dell’osco.

Di origine: Sannita/Sabella/Sabina/Safina erano TUTTI i 13 popoli originati dalla migrazione/ver sacrum dalla Sabina; notate bene: NON conoscevano la scrittura fino a quando i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, così detti della montagna, ossia i Carecini, i Pentri, gli Irpini ed i Caudini, invadendo il territorio campano e conquistando alcune colonie etrusche e greche, Capua e Cuma, impararono la scrittura dell’alfabeto greco calcidese. (vedi figura).

Ancora una volta dallo Storico inglese/canadese, nel Capitolo quarto del suo libro: I Sanniti non hanno lasciato documenti letterari che descrivano il loro assetto sociale, politico, ed economico o il loro ordinamento militare o loro alterne vicende. Non manca tuttavia la possibilità di raccogliere informazioni attraverso gli scrittori antichi, i ritrovamenti archeologici e quanto si può legittimamente dedurre dagli usi a noi noti dei popoli sabelli della Campania e di altre zone.

Popoli sabelli della Campania e di altre zone; CERTAMENTE NON i Peligni tra i popoli sabelli della Campania e di altre zone; BENSI’ i Sabelli ricordati da Salmon, erano i Sanniti della montagna: Carecini, Pentri, Irpini e Caudini.

Ed ancora: il combattimento di gladiatori, scrisse ancora Salmon, venne importato a Roma nel 264, dai Sabelli e non dagli Etruschi; ossia, sempre e solo dalle 4 tribù di origine Safina /Sabina/Sabella/Sannita, ricordate in occasione della loro prenzenza nel territorio campano.

Salmon nel suo libro, al capitolo La lingua: E grazie alle caratteristiche osche delle loro lingue che Peligni, Vestini e Marrucini (e di solito anche i Marsi) vengono annoverati dagli studiosi moderni fra i popoli << sabellici >>, benchè gli antichi col nome Sebellus si riferissero ai popoli della zona più a sud, che parlavano l’osco propriamente detto. Salmon: Oggi, gli studiosi non considerano più Sabellus e Sabinus come equivalenti. Tuttavia usano il termine Sabelli per designare i piccoli popoli dell’Italia centrale che parlavano dialetti del gruppo osco. []. << Sabellici >> sarà usato in riferimento ai popoli che parlavano dialetto di tipo osco (Peligni, Vestini, Marrucini, Marsi) e << Sabelli >> a quelli che parlavano l’osco vero e proprio (Sanniti, Frentani, Sidicini, Campani, Lucani, Apuli, Bruzi, Mamertini).

Comunque, proseguì Salmon, per evitare confusioni, << Sanniti >> non verrà usato come termine generico, anche se spesso così fecero gli scrittori antichi. In questo studio il termine << Sanniti >> significherà sempre gli abitanti del Sannio, Sabelli per eccellenza.

E’ scritto in modo CHIARO ed avete letto in modo CORRETTO; per Salmon, invocato dal pluri accademico e studioso di archeologia italica la differenza è UNICAMENTE linguistica: il termine << Sanniti >> significherà sempre gli abitanti del Sannio, Sabelli per eccellenza.

Come si usa dira: qui che casca l’asino.

La convinzione espressa dal pluri accademico e studioso di archeologia italica: I Peligni furono Sabelli. Cioè, seguendo il Salmon, un popolo parlante una variante dialettale dell’osco, NON si fonda, come abbiamo esaminato, sulla comune origine (nascita) dei Peligni e degli altri 13 popoli, illustrata nell’articolo LA VIA CONSOLARE MINUCIA. I NEGAZIONISTI: MAI ESISTITA, bensì sulla diffusione dell’alfabeto osco, appreso dapprima dai Sanniti della montagna e, successivamente diffuso a TUTTI i loro consanguinei, come testimoniò lo stesso Salmon, che scrisse, come già visto e riassumendo: SABELLICI sono i popoli che parlavano dialetto di tipo osco, tra essi i PELIGNI e le altre popolazioni confinanti con il loro territorio. SABELLI sono quelli che parlavano l’osco vero e proprio (Sanniti, Frentani, Sidicini, Campani, Lucani, Apuli, Bruzi, Mamertini); i Sanniti cui fece riferimento Salmon, sono i PENTRI. CHIARO ?

Da parte del pluri cattedratico e studioso di archeologia italica, un DOPPIO ERRORE: . Ha preso Fischi per fiaschi: il mio articolo citava il territorio dei Peligni, NON il loro parlare dialettale: il sabellico; pertanto, correttamente e per brevità ho scritto SANNITI/PELIGNI; altrimenti, più correttamente avrei potuto scrivere, ricordando la loro origine, Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/Peligni. se avessi voluto fare una distinzione linguistica, visto che il pluri cattedratico e studioso di archeologia italica ha citato Salmon, commettendo l’ERRORE di affermare: i PELIGNI FURONO SABELLI. CIOE’, SEGUENDO il SALMON, UN POPOLO PARLANTE UNA VARIANTE DIALETTALE DELL’OSCO; al contrario, Salmon li considerò SABELLICI; mentre SABELLI considerò i PENTRI e gli altri popoli che utilizzavano l’osco vero e proprio.

Tagliamonte (1996), in I Sanniti. Caudini, Irpini, Pentri, Carricini, Frentani di cui possiedo il libro: Il Sannio e i Sanniti (1974), con dedica ad personam, scrive: Chiara appare infatti la connessione formale tra sudpic. safino-, o. safinim, lat. Sabini, Samnites, Samnium. Altrettanto evidente sembra la derivazione di tutte queste forme da una comune radice *sabh-, alla quale si collega pure l’etnico Sabelli, affermatosi nelle fonti romane (nelle quali è attestato a partire da  Varrone) in una eccezione che sembra includere Sabini e Sanniti e avere valenze connotative e sostanzialmente positive ( E. Dench).

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

VOGLIAMO ESSERE COERENTI CON LA STORIA QUANDO PARLIAMO O SCRIVIAMO DI SANNIO E SANNITI ?

aprile 12, 2022

Il sito www.antike-am-koenigsplatz.mwn informa: 5/11/2022 – 10/02/2022 Anteprima Mostra Speciale Collezioni di Antichità dello Stato del Sannio. Katharina-von-Bora-Strasse 10 80333 Monaco di Baviera, ed illustra in proposito: L’antico popolo dei Sanniti aveva la propria patria nel cuore dell’Italia meridionale, in un’area che comprende l’intero Molise attuale, la Puglia settentrionale, strette fasce a sud. Si formò intorno alla metà del primo millennio a. C. la cultura sannitica. Secondo fonti romane, i Sanniti avevano radici sabine. […].

Quanto letto mi offre l’opportunità di fare una considerazione: se gli Storici e gli studiosi dell’antico popolo dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, non stabiliranno delle regole (?) CHIARE per descrivere i territori e le popolazioni della penisola italica centro meridionale dove, tra i secoli XI-IX a.C., si stanziarono i giovani migranti Safini/Sanniti/Sabelli/Sanniti, dopo la loro migrazione/ver sacrum per originare i popoli dei: Piceni, Pretuttii, Vestini, Marrucini, Marsi, Peligni, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini e Lucani, si continuerà a creare una grande confusione non tanto sulla loro, più o meno accertata localizzazione, quanto per la loro IDENTIFICAZIONE. (vedi figura).

I territori occupati, partendo dai SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI  divenuti nelle loro sedi:  PICENI. PRAETUTII. VESTINI. MARRUCINI. AEQUII. MARSI. PELIGNI. FRENTANI. CARECINI. PENTRI. IRPINI. CAUDINI. LUCANI. La Sabina era la loro terra di origine.

Tutto ebbe origine alla fine del III sec. a. C., scrisse Salmon (1977): Quel che è certo e che alla fine del III sec. a. C. ogni volta che il nome Sanniti viene usato col significato di << abitanti del Sannio >> esso serve di norma a indicare i Pentri. Furono essi, e non gli Irpini o i Caudini, a venire in seguito inclusi nella IV Regione, quella ufficialmente nota come << Sannio >>, nella divisione augustea dell’Italia. (vedi figura).

Il territorio dei SANNITI/PENTRI considerato SANNIO dal III sec. a. C..

Pertanto, NON teniamo più conto di quanto accadde alla FINE del III sec. a. C., ossia: SANNITI = PENTRI, vista la confusione che si è crea, tanto da non comprendere se gli avvenimenti Storici che li hanno visti protagonisti, erano pertinenti al solo popolo dei Pentri o coinvolgevano TUTTI i popoli dei Sanniti, ossia i discendenti dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, i 14 popoli nati dopo la migrazione/ver sacrum dal territorio di origine, denominato *Safnio/Samnium/Sannio/Sabina.

Un esempio, tra i TANTISSIMI, grazie al comunicato della Mostra: L’antico popolo dei Sanniti aveva la propria patria nel cuore dell’Italia meridionale, in un’area che comprende l’intero Molise attuale, la Puglia settentrionale, strette fasce a sud. Si formò intorno alla metà del primo millennio a. C. la cultura sannitica. Secondo fonti romane, i Sanniti avevano radici sabine.

Popolo dei Sanniti, quali Sanniti ?

Le 14 popolazioni, ossia: i Sabini, loro progenitori; i Piceni; i Praetutii; i Vestini; gli Aequii; i Marsi; i Marrucini; i Peligni; i Frentani; i Carecini; i Pentri; gli Irpini; i Caudini ed i Lucani ?

Quale antico popolo dei Sanniti sarà illustrato dalla Mostra ?

Dovrebbe trattarsi dell’antico popolo dei Pentri, con l’esclusione di alcuni territori ad essi pertinenti, oggi in provincia di L’Aquila e di Chieti; e comprendere l’intero Molise attuale, formato dai territori delle province di Campobasso, di Isernia, più una parte del territorio dei Frentani, anch’essi Sanniti, pertinenti alla antica città di Larino.

Ma il territorio dei Pentri NON comprendeva i territori della Puglia settentrionale, come è stato scritto; essi erano pertinente al territorio dei Dauni, popolo di origine illirica. Le citate strette fasce a sud, dovrebbero corrispondere, non a strette fasce, bensì ai VASTI territori degli Irpini e dei Caudini, anche essi Sanniti, in base alla esposizione, come vedremo, dei reperti archeologici pertinenti ai territori delle 2 popolazioni.

Citando la sede dei Musei disponibili a “prestare” i loro più importanti reperti archeologici, la descrizione della Mostra, mette un poco di ordine: Grazie a ricchi prestiti, soprattutto dalle collezioni di Benevento (Museo Arcos e Museo del Sannio), di Montesarchio (Museo Archeologico del Sannio Caudino) e di Campobasso (Museo Sannitico con Casino Calvitti, Larino), la cultura sannitica viene così apprezzata per la prima volta fuori dall’Italia in una mostra completa. Ad accompagnare la mostra verrà pubblicato un catalogo.

GRAZIE alla Mostra, sarà apprezzata NON la cultura sannitica, ma la cultura del popolo dei Pentri, grazie al Museo di Campobasso, visto che la loro capitale Bojano/Bovianum è stata PRIVATA di un Museo; del popolo dei Frentani di Larino, grazie al Museo di Larino; del popolo degli Irpini, grazie al Museo di Benevento, loro capitale e del popolo dei Caudini, grazie ai reperti archeologici del Museo di Montesarchio/Caudio, loro capitale.

RICAPITOLANDO, vogliamo attenerci alla Storia ?

Visto che sono state più o meno risolte le LOCALIZZAZIONI dei territori pertinenti ai 14 popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, sarebbe quanto mai opportuno dare ad ognuno dei 14 popoli l’ESATTA identità: il *SAFNIO/SAMNIUM/SANNIO era l’INTERO territorio della penisola italica centro meridionale, compresa la Sabina. SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI erano tutti i 14 popoli, identificabili dai loro rispettivi nomi, originati dalle migrazioni/ver sacrum. (vedi figura).

SANNITI, NON erano UNICAMENTE i PENTRI.

I territori occupati dai SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI  divenuti nelle loro sedi:  PICENI. PRAETUTII. VESTINI. MARRUCINI. AEQUII. MARSI. PELIGNI. FRENTANI. CARECINI. PENTRI. IRPINI. CAUDINI. LUCANI. La Sabina, loro terra di origine.

NON ripetiamo l’errore SANNITI = PENTRI originato nel LONTANISSIMO III sec. a. C..

Errori ancora più evidenti nelle intitolazioni dei Musei esistenti nelle località su citate, che dovrebbe essere, in base alle popolazioni presenti nei loro rispettivi territori dal lontano secolo XI-IX a. C.: Campobasso era nel Sannio/Pentro; Larino nel Sannio/Frentano; Benevento nel Sannio/Irpino, così per ricordare CORRETTAMENTE il territorio pertinente ai reperti archeologici esposti nei rispettivi Musei; al pari di Montesarchio e di Avellino: Sannio/Caudino il primo, Sannio/Irpino il secondo, sempre in base, ripeto, al nome della rispettive popolazione di appartenenza.

Resta un DUBBIO: l’esclusione dei reperti archeologici esistenti nel Museo Irpino di Avellino, l’unico con il Museo di Montesarchio ad avere rispettato la Storia, ricordando entrambi i rispettivi popoli di appartenenza: Irpini e Caudini.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

PENSIAMO AD UNA GRANDE REGIONE IN BASE ALLA NOSTRA STORIA.

marzo 24, 2022

http://www.tuttitalia.it/molise/statistiche/popolazione-andamento-demografico
Provincia di Benevento
Statistiche demografiche provincia di Benevento
2020* 31 dicembre 266.716

Statistiche demografiche Popolazione Molise 2020* 31 dicembre 294.294

MOLISANNIO al 31 dicembre 2020 popolazione TOTALE 561.010

Sannita/Irpino era anche il territorio dell’attuale provincia di Avellino, oggi con Statistiche Demografiche Popolazione provincia di Avellino 2020* 31 dicembre 402.929

TOTALE POPOLAZIONE

MOLISE (SANNITI/PENTRI + SANNITI/FRENTANI) + SANNITI/IRPINI (BN + AV) + SANNITI/CAUDINI (in parte) = 963. 939

L’OPTIMUM SAREBBE

Lascio a voi il calcolo per conoscere il numero degli abitanti di questa MACROREGIONE testimoniata dalla STORIA.

Oreste Gentile.

“MOLISANNIO” ? CHE COSA E’ ?

marzo 24, 2022

I telegiornali regionali continuano a dare spazio ad un termine IGNOTO: MOLISANNIO. …… , MA MI FACCIANO IL PIACERE, AVREBBE DETTO IL GRANDE TOTO’, al secolo: PRINCIPE DE CURTIS Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi.

 

MOLI dovrebbe identificare il territorio della regione MOLISE e SANNIO dovrebbe identificare UNICAMENTE il territorio pertinente alla provincia della antica, nobilissima, pontificia città di Benevento.

Alla futura ASSOCIAZIONE TERRITORIALE è stato proposto un toponimo SI originale, ma LONTANISSIMO dal ricordare l’ANTICO e GLORIOSO passato vissuto dai rispettivi territori: il MOLISE (SANNITI/PENTRI + SANNITI/FRENTANI), la PROVINCIA di BENEVENTO e la PROVINCIA DI AVELLINO, con i loro rispettivi territori: una parte dei SANNITI CAUDINI + l’intero territorio dei SANNITI IRPINI.

Il territorio della regione MOLISE, esclusi alcuni insediamenti oggi nelle province di Chieti e de L’Aquila, già dai secoli XI-IX a. C., comprende l’antico territorio dei Sanniti/Pentri, a sud fino al Massiccio del Matese, ed a nord est il territorio dei Sanniti/Frentani, cosiddetti di Larino.

L’ attuale provincia di Benevento comprende il territorio a sud del Massiccio del Matese, ovvero la fertile pianura pertinente alla città dei Sanniti/Caudini di Telese, ma non il territorio sempre dei Sanniti/Caudini di Alife, oggi in provincia di Caserta; a sud comprende: il territorio della restante parte dei Sanniti/Caudini con la loro capitale Caudium/Montesarchio, e quanto ad est era pertinente al territorio dei Sanniti/Irpini, verso i confini della Daunia e parte di quello a sud con la città di Benevento, loro capitale. La restante parte del territorio, anch’esso dei Sanniti/Irpini, fu destinata a diventare la provincia di Avellino.

 

Ergo, in base a quanto documenta la STORIA, è IMPROPRIO ed ANTISTORICO stimare e chiamare SANNIO UNICAMENTE il territorio della provincia di Benevento.

 

Gli STORICI stimano essere stato SANNIO o *SAFNIO (osco) o SAMNIUM (latino) i territori della penisola italica centro meridionale, come illustra la figura:

 

CHIARO ?

Spero chiarita l’origine e la diffusione del toponimo SANNIO, componente del nome MOLISANNIO della ipotizzata nuova regione, PERCHE’ i MOLISANI dovrebbero RINUNCIARE al toponimo MOLISE che diventerà MOLI ?

MOLISE è il toponimo voluto da re Ruggero II d’Altavilla nell’anno 1142 per identificare la contea normanna di Bojano il cui territorio comprendeva (vedi figura), fatta eccezione per il territorio prossimo alla costa adriatica, già dei Sanniti/Frentani, gran parte dell’attuale regione.

Il territorio della contea normanna di Boiano, dal 1142 contea di MOLISE.

MOLISE, si originò dal cognomine della famiglia di origine normanna titolare del castrum di Moulins/Molinis/Molisio di Rodolfo, emigrato negli anni 1045/46 in Italia meridionale per poi acquisire la titolarità della contea longobardo/franca di Boiano, sposando la contessa longobarda Emma Roffrid della nobiltà longobardo/franca dimorante nel Principato di Benevento.

L’ultimo titolare della famiglia Moulins/Molinis/Molisio, conte fu Ugo (II), morì e si estinse la dinastia, nell’anno 1160, dopo avere sposato una figlia naturale di re Ruggero II e questi era stato l’amante di una sorella del conte Ugo (II) con la nascita di Simone, titolare del Principato di Taranto.

La contea di Molise fu ancora protagonista della Storia durante il regno dell’imperatore Federico II che sudò le cosiddette “sette camicecontro la ribellione dei suoi titolari: la contessa Giuditta ed il marito il conte Tommaso da Celano che, caparbiamente, ne difendevano una certa autonomia di gestione.

Questa è la STORIA nel periodo medievale della NOSTRA TERRA chiamata MOLISE, trascurando per brevità, la descrizione dell’altra IMPORTANTE e GLORIOSA STORIA con la presenza dei popoli SANNITA/PENTRO e SANNITA/FRENTANO.

EVITIAMO di MANIPOLARE LA STORIA PER ………… GIOCHETTI POLITICI.

Oreste Gentile.