CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.
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Vincenzo Eduardo Gasdia. Uno storico attendibile ? LA RISPOSTA AI LETTORI.

dicembre 7, 2017

Ho conosciuto la Storia di Campobasso in 2 volumi di Gasdia, l’edizione dell’anno 1960, per il capitolo A cavallo tra dugento e trecento. Il papa campobassano.

Ero interessato, a differenza degli uomini di Chiesa, alla vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, e, tra i tanti autori antichi e contemporanei, scoprii che Gasdia, aveva scritto, convinto: Mi sono chiesto molte volte: perché i Campobassani sono infinitamente tiepidi pel loro papa sicuramente campobassano perché molisano: Celestino V ?

Mi meravigliai non poco dell’assioma campobassano = molisano: Gasdia accreditava alla storia di Campobasso tutti gli avvenimenti accaduti nel territorio dell’attuale regione MOLISE, a iniziare dalla Storia dei Sanniti Pentri (XI – IX sec. a. C.).

Poco male, ma i lettori, esaminando le sue descrizioni, sapranno identificare i personaggi e le località che furono i veri protagonisti della Storia del Molise.

Purtroppo l’attenta lettura, il confronto di quanto scrisse Gasdia e consultando i documenti e le fonti bibliografiche antiche, ci faranno scoprire più di una disattenzione (?) che modifica la Storia medievale del Molise e in particolare l’antica Storia della città di Bojano che “volente o dolente”, dal  XI – IX a. C. al XIII sec. d. C., ebbe un ruolo da protagonista di primaria importanza.

Sorvolando sulla Storia dei Sanniti Pentri e Frentani, esaminiamo quanto scrisse (in rosso) Gasdia per il periodo medievale longobardo: Alzecone giunse nel territorio di campobasso < cum omni suo ducatu et exercitu >, cioè con la massa della popolazione che era guardata dalla gente in armi; ma Paolo Diacono ha tramandato in modo chiaro, per l’anno 667: E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. (vedi figura).

Gasdia: Guadelperto o Guandelperto, secondo alcuni scrittori di cose campobassane sarebbe l’ultimo gastaldo di Boiano ed insieme il primo conte del contado di Molise. Questo nuovo vocabolo, Contado di Molise, prese il posto del precedente, Gastadato di Boiano; il contado poi chiamano anche comarca.

Ercheperto, scrisse: In quel tempo Maielpoto Telesino e Guandelperto gastaldo di Boiano con molte cure e con preghiere assoldarono Lamberto, duca di Spoleto, e Gerardo conte dei Marsi, ed andarono incontro allo stesso Saugdan, che ritornava dalla devastazione di Capua, affrontandolo nella terra di Ario (Ariano Irpino ?,n. d. r.).

Correva l’anno 860 e, stando alle cronache dell’epoca, Guandelperto fu l’ultimo gastaldo longobardo titolare del gastaldato di Boiano, MAI ebbe il titolo di conte, non ancora esisteva il contado di Molise: si parlerà di Contado o di contea di Molise solo dall’anno 1142.

Molto scrisse Gasdia per il periodo medievale normanno e, pur ricordando il papa Leone IX e i contendenti longobardi e normanni che presero parte alla battaglia di Civitate avvenuta nell’anno 1053,   trascurò la presenza di un normanno al fianco di Roberto il Guiscardo: Hos Bovianensis comitis comitata Radulfi; era il conte Rodolfo di origine normanna, all’epoca già titolare della contea longobardo franca di Boiano.

Con il titolo Signorie forestiere del volume, Gasdia illustrò al lettore La gens Molise. […]. E’ l’opinione di molti a proposito della gens Molise che i primi soggetti di essa si siano appropriato il vocabolo del feudo locale ad essi pervenuto assumendolo come proprio cognome, quando, come si sa, i cognomi non esistevano ancora e si andavano formando. Ma qual era codesto cognome all’origine?  Appunto perché nel secolo XII era cognome in formazione abbiamo varietà di forme: Molissi (genitivo), de Molisio, de Mulisio, de Mulisi, de Molino, de Molina (assai meno frequente), de Molinis e, scrive d’Ovidio, ma non mi sento incoraggiato a seguirlo, Molinensis, che a me non è mai occorso di leggere. E non è finita.

Gasdia scrisse su Marchisio: Tra il ginepraio di tante difficoltà un’altra più grave si insinua. I cognomi Molisio o Molino sarebbero la deformazione del cognome Marchisio, < frequentissimo oltre ogni credere nella diplomatica remota di molti comuni pentri ed anche frentani >. E su questa frequenza il Masciotta per conto suo è disposto ad ammettere che i < Marchisio o Molisio fossero nel secolo X ed XI gli eredi o diretti o collaterali del condottiero slavo (Alzecone bulgaro) del secolo VII >.

Sempre sullo stesso argomento, Gasdia ritenne utile far conoscere l’opinione degli altri studiosi; ne ricordò 10 vissuti in epoche diverse.

Il Rossi, scrisse Gasdia, tende a mostrare che il cognome originario dei Molise era Marchisio, e dice che Ugone di Molise famoso duce normanno era nipote di Tancredi Marchese o Marchisio cantato da Torquato Tasso.

Giovan Gioviano Pontano, è d’opinione che i Molise trassero origine e cognome dal castello di MoliseGiovannatonio Summonte aderisce a Pontano. Il Giannone poi scrive che l’origine della Contea di Molise risale al gastaldato di Boiano e che prese il nome da una sconosciuta città del Sannio antico chiamata Molise, dalla quale a loro volta derivarono il proprio cognome i Molise. Gianvincenzo Ciarlanti nelle sue  < Memorie historiche del Sannio > pensa che la gens Molise abbia dato il proprio cognome alla località Molise. Giuseppe Maria Galanti nel < Saggio sopra l’antica storia dei primi abitatori d’Italia > è della stessa opinione. Il Del Re opina che i Molise abbiano trasmesso il loro cognome al castello di Molise. Così anche il Giustiniani il quale scrive che Ugone di Molise diede il proprio cognome al castello di Molise da lui medesimo edificato. E dal castello divenuto titolo feudale sarebbe poi passato per estensione al contado. Il Tria poi scrive che la contea di Boiano fu puramente e semplicemente trasferita a Molise. Ma non tocca affatto il cognome. Il D’Attellis è anch’esso del parere che furono i Molise a dare il loro cognome al paese.

Proseguì Gasdia: La verità è che ci sono prove, come l’esistenza di Dio, pro e contra, in senso o nell’altro, se prevale il sofisma e si abbandonò a una lunga disquisizione lasciando il lettore all’oscuro dell’origine del nome MOLISE e aumentando la confusione affrontando l’argomento Donde venivano i Molise.

Altra incognita, scrisse Gasdia: donde erano venuti a noi nel territorio pentro questi che poi si chiamarono Molise?. C’è chi opina che i Molise provenissero dal ceppo langobardo, che dal ceppo normanno, e chi dal ceppo slavo bulgaro. Mi domando; perché non unghero e perché non saraceno? E se invece fossero proprio, come dire?, cresciuti in fama e potere per meriti poi gradatamente acquisiti in casa?

Giudico sconcertante ciò che Gasdia scrisse nella Conclusione. Fin tanto che l’insperato ritrovamento di documenti non ci illumini di più continuerò a ritenere che – se anche seduce l’idea di un soprannome o bulgaro o langobardo o normanno latinizzato, portato da un insigne guerriero cui venne assegnata una comarca che egli denominò dal suo gentilizio Molisius –  Molise fu un territorio o grande o piccolo da cui il suo feudatario prese cognome quando i cognomi erano in formazione. Quel nobile salito in eccelsa fortuna sotto gli Altavilla rese illustre nei secoli l’umile terra d’origine, Molise, la contea di Molise, la provincia gioacchina di Molise. Rammentiamo intanto la prima apparizione del nome Molise nel 1187: segue la nota n. 25 riferita a: Masciotta I : 132.

In merito alla nota n. 25, Masciotta aveva scritto in modo semplice e chiaro: … il comunello o feudo di Molise, non è menzionato nel Catalogo borrelliano dei baroni del 1187.

L’anno 1187 ricordato da Gasdia, non era pertinente a la prima apparizione del nome Molise, bensì all’anno di una delle edizione del Catalogo borrelliano dei baroni o Catalogus baronum redatto fra il 1150 e il 1168. 

Rinviando l’illustrazione della vera origine del cognome MOLISE e dei personaggi della nobile casata d’origine normanna, leggiamo ancora quanto propose Gasdia nella Genealogia di Rodolfo di Molise.

I Molise appariscono innanzi tutto come una razza molto prolifera. Una contessa Emma, della quale non conosciamo altre notizie genealogiche che la sua discendenza, come figlia, da un Goffredo, ebbe due mariti un Raho o Raone Trincanotte, da Eboli, e Gimmondo di Molise. Non è nemmeno noto quale dei due sia stato il primo marito. Dal grembo fecondo di questa donna nacquero almeno otto figli, Guglielmo, che sembra nato dal matrimonio col Trincanotte, e Rodolfo, Roberto, Ugone, Antonio, Gismondo II, Alano, Tustano, tutti sicuramente figli di Gismondo I di Molise. Quando noi conosciamo di Emma, attraverso atti di pietà religiosa, corre l’anno 1082 ed è già vedova d’entrambi i mariti, nonna, per parte del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di tre giovani, Ruggero, Roberto e Rainulfo Tricanotte, e per parte di Rodolfo di Molise di altri sette nipoti.

Rodolfo di Molise era conte di Boiano e d’Isernia, e da moglie Alberada (l’Aubèree dei Normanni) aveva generato i sette figli: Ugo od Ugone I, Guglielmo, Raul, Ruggero, Roberto, Alice e Beatrice. Di Ugone I abbiamo a più riprese notizie dal 1085 al 1094 al 1105. Egli era succeduto a suo padre nella comarca di Molise, nella contea di Boiano, e fedele alla tradizione della sua famiglia era di ottimi costumi cristiani. Il Gattola di Montecassino afferma, con fondamento, che i Molise feudalmente dipendevano dai principi di Capua, come vassalli del principe Riccardo e poi di Giordano. La comarca di Ugone I aveva un’estensione notevole, superava infatti il nostro Molise, raggiungendo l’Adriatico lungo le sponde del Biferno ed il Tirreno fino a Castellamare del Volturno.

Ugone I aveva costituito alle proprie dipendenze numerosi suffeudatari, e senza dubbio non avrà trascurato i suoi figli, per quanto da quello che noi conosciamo non sia possibile identificare che il solo Ruggero, il quale teneva Pratella e Montedipietro. Ecco l’elenco dei suffeudatari. […].

Gasdia, aveva preso visione di diverse fonti bibliografiche ed è davvero molto, molto strano, frequentando assiduamente la Biblioteca Monumento Nazionale dell’abbazia di Montecassino, l’avere ignorato quanto tramandavano le antiche pergamene conservate nell’archivio della Biblioteca che testimoniano le “donazioni” sottoscritte dai conti di origine normanna titolari della contea di Boiano.

Avvedendosi della sua scoperta degli strafalcioni pubblicati da alcuni studiosi che aveva consultato, avrebbe potuto dare una risposta certa alle sue stesse domande, risolvere i suoi dubbi e non creare confusione all’ignaro lettore.

Gasdia ha descritto vicende non pertinenti alla Storia del gastaldato longobardo di Boiano e alla contea longobardo franca normanna di Boiano, denominata contea di Molise dall’anno 1142.

Iniziamo dalla sua affermazione: Alzecone giunse nel territorio di campobasso < cum omni campobasso; Paolo Diacono, storico longobardo, ricordò unicamente le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori.

La sua lunga disquisizione, già esaminata, sull’origine del cognome MOLISE disorienta il lettore ignaro delle vicende dei migranti normanni che, prima dell’anno 1053, fissarono la dimora in Boiano e nel suo territorio, già contea longobardo franca.  (vedi figura).

I 6 gastaladati longobardi, poi contee longobardo franche: 1. Venafro. 2. Isernia. Trivento. 4. Termoli. 5. Larino. 6. Boiano.

  Erano migranti Normanni provenienti dal castrum di Moulins al comando di Rodolfo primogenito di  Guimondo, signore del castrum di Moulins.

Il conte Rodolfo, come tutti i Normanni presenti nell’Italia meridionale, fece derivare il proprio cognomine dal nome del castrum dove era nato: MOULINS, italianizzato in MOLINIS o MOLISIO. (vedi figura).

Il castrum di MOULINS, oggi

 Lo stesso accadde per la più famosa famiglia normanna Altavilla, giunta in Italia prima di Rodolfo: dalla località di provenienza, la normanna HAUTANVILLE, si denominò ALTAVILLA.

Gasdia non avrebbe dovuto accettare passivamente le 10 ipotesi sull’origine del cognomine dei conti normanni di Boiano e della loro nazione di origine e di provenienza, ma avrebbe dovuto approfondire le ricerche per non alimentare la confusione al punto che scrisse: Ugone di Molise famoso duce normanno era nipote di Tancredi Marchese o Marchisio cantato da Torquato Tasso;  ed a porre domande all’ignaro lettore a cui lui, studioso, avrebbe dovuto dare una risposta più aderente alla realtà: Altra incognita, donde erano venuti a noi nel territorio pentro questi che poi si chiamarono Molise?. C’è chi opina che i Molise provenissero dal ceppo langobardo, chi dal ceppo normanno, e chi dal ceppo slavo bulgaro. Mi domando: perché non unghero e perché non saraceno? E se invece fossero proprio, come dire?, cresciuti in fama e potere per meriti poi gradatamente acquisiti in casa?

Quale risposta avrebbe potuto dare l’ignaro lettore?

Era Gasdia a dover dare delle risposte, vista la sua assidua frequentazione della Biblioteca di Montecassino, ricca di documenti originali, di cronache dell’epoca e di pubblicazioni antiche; lui avrebbe dovuto chiarito i dubbi e rispondere ai suoi interrogativi.

Egli non ignorava le donazioni della contessa Emma che aveva addirittura definito atti di pietà religiosa, tanto che scrisse: Una contessa Emma, della quale non conosciamo altre notizie genealogiche che la sua discendenza, come figlia, da un Goffredo, ebbe due mariti un Raho o Raone Trincanotte, da Eboli, e Gimmondo di Molise. Non è nemmeno noto quale dei due sia stato il primo marito. Dal grembo fecondo di questa donna nacquero almeno otto figli, Guglielmo, che sembra nato dal matrimonio col Trincanotte, e Rodolfo, Roberto, Ugone, Antonio, Gismondo II, Alano, Tustano, tutti sicuramente figli di Gismondo I di Molise. Quando noi conosciamo di Emma, attraverso atti di pietà religiosa, corre l’anno 1082 ed è già vedova d’entrambi i mariti, nonna, per parte del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di tre giovani, Ruggero, Roberto e Rainulfo Tricanotte, e per parte di Rodolfo di Molise di altri sette nipoti. (vedi figura).

Purtroppo, il testo originale del diploma dalla contessa Emma nell’anno 1082 e gli altri che furono sottoscritti negli anni 1083, 1089, e ancora 2 (due) nell’anno 1090, smentiscono Gasdia.

Nel testo originale dell’anno 1082 si legge: Nos emma (filia quondam) ioffrit, que prius fui uxor domni rao qui dictus est trincanocte de eboli, et postea uxor fui guimundi, qui dictus est de molisii, una cum rucgerio et robberto et rao nepotis nostris, filiis quondam guidelmi qui fuit filius nostrer. Noi Emma, figlia del defunto ioffrit, fui prima moglie del signore Rao (Rodolfo n. d. r.) detto Trincanotte di Eboli, e dopo fui moglie di Guimundi, che dicono essere de Molisii, con Ruggero e Roberto e Rao (Rodolfo, n. d. r.) nostri nipoti, figli del defunto Guglielmo che fu nostro figlio.

 

Diploma sottoscritto da Emma, contessa di Eboli, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, arca B 22.

 

L’albero genealogico della contessa di Eboli.

Non solo il testo del diploma dell’anno 1082, ricordato da Gasdia, smentisce Gasdia, ma lo smentiscono anche i diplomi sottoscritti dalla contessa Emma negli anni 1083, 1089 e i 2 (due) diplomi dell’anno 1090: ignoravano l’ esistenza del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di Rodolfo di Molise e degli altri sette nipoti.

Rao o Rodolfo ricordato nei 5 diplomi sottoscritti dalla contessa Emma permettono di identificare unicamente Rao Trincanotte, il suo primo marito, e Rao, suo nipote in quanto figlio del defunto Guglielmo.

La contessa Emma MAI ricordò nelle sue donazioni Rodolfo di Molise e i suoi sette figli.

E’ FALSO ciò che scrisse Gasdia: Rodolfo di Molise era conte di Boiano e d’Isernia, e da sua moglie Alberada (l’Aubèree dei Normanni) aveva generato i sette figli: Ugo od Ugone I, Guglielmo, Raul, Ruggero, Roberto, Alice e Beatrice. Di Ugone I abbiamo a più riprese notizie dal 1085 al 1094 al 1105. Egli era succeduto a suo padre nella comarca di Molise, nella contea di Boiano, e fedele alla tradizione della sua famiglia era di ottimi costumi cristiani. Il Gattola di Montecassino afferma, con fondamento, che i Molise feudalmente dipendevano dai principi di Capua, come vassalli del principe Riccardo e poi di Giordano. La comarca di Ugone I aveva un’estensione notevole, superava infatti il nostro Molise, raggiungendo l’Adriatico lungo le sponde del Biferno ed il Tirreno fino a Castellamare del Volturno. Ugone I aveva costituito alle proprie dipendenze numerosi suffeudatari, e senza dubbio non avrà trascurato i suoi figli, per quanto da quello che noi conosciamo non sia possibile identificare che il solo Ruggero, il quale teneva Pratella e Montedipietro. Ecco l’elenco dei suffeudatari. […].

La Storia illustra: 1°. Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio, conte di Boiano MAI dichiarò di essere conte d’Isernia. Ughelli, in Italia Sacra (16431662), ricordò: Rodulphum de Molinis Boviani Comitem. Fu proprio Rodolfo a sottoscrivere le donazioni dell’anno 1088 e dell’anno 1092, dichiarando: Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis e Ego Rodulfus cognomine de Molisio Dei gratia Comes patriae Bovianensis; ed il figlio Ugo (I) sa di essere per Domini gratia Bovianensis Comes: il territorio della contea longobardo franca di Isernia era stata annessa dal conte Rodolfo alla contea normanna di Boiano con il beneplacito di Giordano, principe di Capua ed alla donazione del principe Riccardo I, padre di Giordano, entrambi appartenenti alla famiglia normanna dei Drengot. (vedi figura: diplomi di donazione del conte Rodolfo e del conte Ugo (I).

2°. La moglie del conte Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio NON era mai stata Alberada (l’Alberada dei Normanni), come sostenne Gasdia; la prima moglie fu Alferada, deceduta dopo il suo arrivo in Italia; Emma fu la seconda moglie e i figli: Ugo (I), Roberto, Rodulfi, Guglilemo, Adelizia e Beatrice. (vedi figura).

NON era mai esisteva una figlia Alice, ma 2 nipoti: Ruggero e Roberto, figli di Roberto.

Alberada evocata da Gasdia, in realtà era la sorella di Rodolfo conte di Boiano, rimasta in Normandia.

Quale significato dare alla citazione di Gasdia: comarca di Molise nella contea di Boiano?

Comarca nella lingua catalana corrisponde al termine italiano contea: esisteva una contea (comarca) di Molise nella contea di Boiano?

Il conte Ugo (I) successe al conte Rodolfo e, come scrisse giustamente Gasdia, ampliò i confini della contea di Boiano.

Per volontà o per distrazione, Gasdia commise ancora un grave errore, creando confusione NON nella storia di Campobasso, ma nella Storia di Bojano e della regione Molise: accreditò al conte Ugo (I), nato prima dell’anno 1088 e deceduto prima dell’anno 1113, ciò che sarebbe accaduto al tempo di suo nipote conte Ugo (II), figlio del conte Simone, vissuto fino all’anno 1160.

Fu al tempo del conte Ugo (II) de Molinis/de Molisio, nell’anno 1142, che la contea di Boiano fu denominata contea di MOLISE o, come scrive Cuozzo (1989): Mulisium (Molise). Istituita nel 1142, fu concessa da re Ruggiero a Ugo II de Mulisio, già conte di Boiano.

La contea di MOLISE, già contea di Boiano (confine rosso).

Fu nell’epoca del conte Ugo (II) la redazione del Catalogus Baronum (11501168) con l’elenco dei feudatari e dei feudi del regno normanno di Sicilia.

Per quanto riguarda la contea di Molise, amministrata dal conte Ugo (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, NON esistevano tra i numerosi suffeudatari, come scrisse Gasdia, un Ruggero, figlio di Ugone I, o meglio dovrebbe essere figlio del conte Ugo (II) che, guarda caso, come esamineremo, morì dopo l’anno 1160 senza lasciare eredi.

Ciò che scrisse Gasdia era pura fantasia: avere identificato un Ruggero il figlio del conte Ugo (II), dimostra la superficialità delle sue ricerche: nel Catalogus Baronum fu ricordato Rogerius de Molisio, feudatario del conte di Molise, di Pratellam e Montem Petralimprandum, ma l’elenco cita anche un Rogerius de Mulisio, feudatario del conte di Molise, teneva in demanio Baranello nel principato di Capua e Petrellam nel ducato di Apulia.

Nessuno dei DUE era figlio del conte Ugo (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea di Molise, già contea di Boiano.

Gasdia continuò a creare confusione nella Storia della città di Bojano e della regione Molise; scrisse al paragrafo Carestia a pagina 314 del volume I: All’anno 1053 va attribuita la notizia che a far parte dell’esercito normanno si trovano un conte di Telese ed un conte di Boiano < dont la prèsence confirme l’envahissement de la principautè >>. Forse costui è Guglielmo Molise, signore di Campobasso, atteso che egli è ricordato tale durante il regno di Roberto Guiscardo d’Altavilla (1057 + 1085). In quest’epoca si nota che vi fu gran carestia a Campobasso, talchè si panificava con farina di querce desseccate ed altre cortecce d’alberi miste con poca farina di frumento. Nel 1085 circa il conte di Boiano è Rodolfo, che milita coi Normanni. La testimonianza è dell’Apuliense. Hos Bovianensis comitis comitata Rodulfi, Est virtus et consilio pollentis, et armis.

Già la confusione era TANTA: Gasdia passò a illustrare i fatti accaduti all’epoca di Ugo (I) e di Ugo (II) de Moulins/de Molinisi/de Molisio, nonno il primo, nipote il secondo, ossia tra gli anni 1088 1160, ricordando un avvenimento accaduto nell’anno 1053 che in realtà vide protagonista il conte Rodolfo, padre del conte Ugo (I) e bisnonno del conte Ugo (II).

Si trattava, come già ricordata, della famosa battaglia combattuta nell’anno 1053 presso Civitate: erano contrapposti gli ultimi nobili di origine longobarda e l’esercito di papa Leone IX ai nuovi conquistatori Normanni

Le cronache dell’epoca e giustamente Gasdia, citando Apuliese, ricordò in modo chiaro uno dei contenenti normanni presente e protagonista:  Hos Bovianensis comitis comitata Rodulfi.

Cosa combinò Gasdia ?

Accreditò a un anonimo e sconosciutissimo Guglielmo Molise, signore di Campobasso quanto accaduto al Bovianensis comitis comitata Rodulfi: Guglielmo Molise, signore di Campobasso, atteso che egli è ricordato tale durante il regno di Roberto Guiscardo d’Altavilla (1057 + 1085).

IGNORO chi fosse costui.

Gasdia scrisse: Ugone II, conte di Boiano avrebbe dimorato a Molise, e di là avrebbe trasferito la sua dimora a Campobasso. Il titolo di Boiano sarebbe stato abbandonato per assumere quello del contado di Molise, tipica istituzione normanna, opera di Ruggero II d’Altavilla conte, poi re di Sicilia (1101 + 1154). […]. Da questo Ugo od Ugone conte di Molise discende un Simone, il quale, morto ad Isernia l’anno 1105 oppure 1113, fu portato a seppellire nell’atrio della chiesa di Montecassino.

SCONCERTANTE.

NON esiste un solo documento, non una fonte bibliografica che avalli la dimora di Ugone II, conte di Boiano, nel paese di Molise e la sua dimora a Campobasso.   

Il conte Simone, figlio primogenito del conte Ugo (I), era il padre, non il figlio di Ugo od Ugone [(il conte Ugo (II)]: sottoscrisse una donazione nell’anno 1113 e morì nell’anno 1117 nella città di Isernia a causa di un terremoto: His pertubationibus insistentibus, Symon filius Ugonis de Molisi, apud Yserniam, vita decessit eius ad hoc monasterium delatum atque in atrio ecclesiae beati Benedicti reconditum est.

Gasdia, forse a causa della sua < non conoscenza > dei discendenti del normanno conte Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea di Boiano, non si avvide che Roberto, il secondo figlio del conte Ugo (I) e zio del conte Ugo (II), per la minore età del nipote, fu nominato titolare- reggente della contea di Boiano.

Divenuto titolare il nipote conte Ugo (II), Roberto fu nominato dominus castri Sepini e i suoi discendenti divennero domini campobassi.

Il conte (reggente) Roberto fu il “capostipite” della dinastia dei domini campobassi  della famiglia de Moulins/de Molinis/de Molisio, come testimoniano le pergamene dell’epoca conservate presso l’Archivio Parrocchiale di santa Cristina di Sepino. (vedi figura).

 

Dalla confusa illustrazione di Gasdia delle vicende del conte Ugo (II), vale la pena esaminare quanto scrisse del matrimonio  del conte Ugo (II) di cui le cronache dell’epoca ignorarono il nome della moglie: Ugone II sposò un’Altavilla: Clarizia, Clarice, Clemenza, origine della grandezza del Molise. Incertezza sul nome.

La Storia ricorda il matrimonio del conte Ugone II, titolare della conte di Molise, già contea di Bojano, con una figlia, forse Adelaide, di re Ruggero II; quest’ultimo era stato l’amante della sorella (non si conosce il nome) del conte Ugo (II) e dalla loro relazione era nato Simone, in memoria del padre della sorella del conte Ugo (II), il conte Simone, deceduto in Isernia.

Clarizia, Clarice, Clemenza fu la consorte del conte Ugo (II) e, soprattutto, non era un’Altavilla.

Una maggiore diligenza nella ricerca bibliografica avrebbe permesso a Gasdia di conoscere: Clemenza la contessa di Catanzaro non era la figlia di re Ruggero II, ma fu figlia di Segegualda, moglie del fu Raimondo di Catanzaro. Entrambi nel 1167, 28 luglio, ind. XIV, donarono alla Chiesa di Cefalù .

Clemenza la contessa di Catanzaro era figlia legittima di Raimondo di Catanzaro.

La ricca documentazione sull’epopea della famiglia comitale de Moulins/de Molinis/de Molisio probabilmente fu all’origine della confusione di Gasdia, tanto da scambiare il conte Ugo (II) con il conte Ugo (I):

Dimorando nel nativo Molise, Ugone I*  generò da Clemenza di Catanzaro, Roberto*, Simone* e Clarizia* o Clarice* (alcuno per errore ha scritto Sancia). […]. Ugone I di Molise* morì nel suo feudo intorno al 1160. Suo figlio Simone*, premortogli, venne seppellito a Montecassino; ignoriamo invece dove morì e dove fu sepolto il padre. Rimasero di lui la vedova*, un figlio ed erede del maggiorasco Roberto, e Clarice*, fatta contessa di Campobasso e maritata a Tebaldo di Baro borgognone, capitano di ventura.

Errata corrige: il protagonista di quanto illustrato da Gasdia non era il conte Ugo o Ugone I, ma il nipote, il conte Ugo (II), figlio del conte Simone.

1°. Nel nativo Molise, Gasdia intendeva la contea di Molise o il paese di Molise? Probabilmente il conte Ugo (II) morì nella città di Palermo, sede della corte reale.

2°. Ugone I citato da Gasdia, che poi sarebbe il conte Ugo (II), NON aveva sposato Clemenza di Catanzaro, bensì una figlia di re Ruggero II e non LASCIO’ eredi.

3°. Roberto e Simone erano gli UNICI figli del conte Ugo (I); non era mai esistita una figlia Clarizia o Clarice (o Sancia).

4°. Ugone I di Molise NON morì intorno al 1160; il 1160 era l’anno della morte di Ugone (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, conte di Molise.

5°. Il conte Simone morì nell’anno 1117, NON prima del conte Ugo (I), suo padre che era deceduto nell’anno 1113.

6°. Non è dato sapere se Rimasero (di lui) la vedova Gasdia  si riferiva al conte Ugo (I) che aveva generato Simone e Roberto o al conte Ugo (II) che non lasciò eredi: NESSUNO Roberto e Clarice (o Sancia) contessa di Campobasso.

E’ difficile seguire l’ordine cronologico per comprendere gli avvenimenti descritti da Gasdia visto il suo metodo di selezione e di verifica delle fonti bibliografiche  consultate.

E’ difficile seguire l’ordine cronologico per comprendere gli avvenimenti descritti da Gasdia visto il suo metodo di selezione e di verifica delle fonti bibliografiche  consultate.

Scrivere: Ugone in occasione delle nozze di Clarice le assegnava in dote quattro piccoli feudi: Campobasso, Sepino, Tappino e San Giovanni in Gulfo.

E ancora: Morto Ugone entrò in possesso del contado suo figlio Roberto. La vedova guadagnò la Sicilia, rientrando a corte, in Palermo, dove ritrovò la madre sua naturale e tutta la parentela. E qui, questa bellezza fatale ordì la rovina della casata dei Molise, degli antichi signori di Boiano e di Campobasso.

NESSUNA fonte bibliografica conferma quanto illustrato da Gasdia.

Tornando alle vicende che coinvolsero la contessa di Catanzaro, probabilmente mai sposata, le cronache dell’epoca descrivono la sua ribellione al re Gugliemo I; in terra di Calabria fu sconfitta e condotta alla presenza del sovrano insieme alla madre e agli zii materni TommasoAlferio; prosegue il cronista: […]; e la Contessa con sua madre prima in Messina, indi a Palermo menate, rimaser quivi prigioniere.

Con l’ultima disattenzione di Gasdia, si conclude la nostra analisi: Nell’anno 1085 il re Ruggero I di Sicilia, consentito al matrimonio di sua figlia Clemenza o Clarizia o Clarice – bastarda – col conte Ugo od Ugone di Molise, figlio di Rodolfo conte di Boiano e d’Isernia, le assegnava in dote CampobassoCosì, jure maritali, Ugone divenne conte di Campobasso, o meglio, signore, titolo unificato coi precedenti, costituendo così per la prima volta il contado personale dei Molise.

La confusione è tanta.

1°. Nell’anno 1085 non esisteva re Ruggero I di Sicilia, bensì Ruggero I gran conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, e padre di Ruggero II, re di Sicilia.

2°. Il conte Ugo od Ugone di Molise era figlio di Rodolfo, ossia era il conte Ugo (I) il cui titolo nobiliare era conte di Boiano, non esistendo la contea di Molise (1142).

3°. Non esistendo il matrimonio tra un Ugo od Ugone, ossia il conte Ugo (II), con Clemenza o Clarizia o Clarice, non esisteva la dote Campobasso.

4°. Ugone (I o II) non assunse MAI il titolo di conte di Campobasso.

 

Quanto esposto può bastare per farvi emettere un giudizio.

Oreste Gentile.

LA ” PENTRIA “.

novembre 22, 2017

Nell’anno 1970  fu istituita la provincia di Isernia: da quell’anno fu diffuso il vocabolo PENTRIA per indicare il suo territorio.

Era un vocabolo che non avevo sentito prima, né era mai stato usato in altre occasioni.

Della Storia antica del Molise sapevo che era esistito il popolo dei PENTRI e dei FRENTANI, ma non la PENTRIA.

Nessuno degli Storici antichi ha fatto uso di tale vocabolo, ma poi, nell’anno 1974, ho scoperto la puntualizzazione di Adriano La ReginaUna denominazione di territorio costruita sull’etnico < Pentri > non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium >. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica..

Non ero ancora soddisfatto, ancora ignoravo quando e chi inventò il vocabolo PENTRIA.

Sono andato a rileggere la Storia di Campobasso di V. E. Gasdia e nel volume 1° a pag. 11 è scritto a chiare lettere PENTRIA; correva l’anno 1960.

Che sia stato inventato allora il vocabolo PENTRIA ?

Se non ci fosse stata la puntualizzazione di La Regina, per ogni popolo originato dalla migrazione (ver sacrum) dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: Piceni, Vestini, Aequi, Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Carecini, Caudini, il loro territorio avrebbe la denominazione: SABINIA o SABINA, PICENIA, VESTINIA, AEQUIA, MARSIA, PELIGNIA, MARRUCINIA, FRENTANIA, CARECINIA, CAUDINIA; PENTRIA, già ricordata. Solo HIRPINIA è di uso corrente.

           

Oreste Gentile.

 

 

LA REINCARNAZIONE DI THEODOR MOMMSEN E LA STORIA DEI “SANNITI PENTRI”.

novembre 4, 2017

Theodor Mommsen, storico, numismatico, giurista, epigrafista e filologo tedesco, generalmente considerato il più grande classicista del XIX secolo, premio Nobel per la letteratura nell’anno 1902, morì nell’anno 1903.

Ignoravo che lui fosse la causa della diffusione della < sindrome viteliù >, convinto che nell’aldilà, avendo conosciuto e confrontato le conclusioni delle sue ricerche con Giacomo Devoto, morto nell’anno 1975, con Valerio Cianfarani, morto nell’anno 1977, con Edward Togo Salmon, morto nell’anno 1988 e con Sabatino Moscati, morto nell’anno 1997, si fosse ricreduto sull’origine dei popoli che tra il XI ed il IX secolo a. C. occuparono i territori della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

Anche i premi Nobel hanno la “capa tosta”; pertanto, Devoto, Cianfarani, Salmon, Moscati ed i viventi Adriano La Regina, Gianluca Tagliamonte, Gianfranco De Benedittis, Stefania Capini, Angela Di Niro, Roberta Cairoli, Valeria Ceglia e tanti altri storici e studiosi, farebbero bene a cambiare mestiere e dare credito a chi oggi REINCARNA Theodor Mommsen e diffonde la     < sindrome viteliù >.
Il reicarnato Mommsen è venuto a conoscenza solo nel novembre 2017 della scoperta fatta nel mese di settembre dell’anno 2004 di una necropoli arcaica nel territorio del comune di San Pietro Avellana, località Piana di Sangro, di cui si conoscono 25 sepolture databili tra l’ VIII e il VI secolo a. C. e, preso dalla foga della sua scoperta non solo ha localizzato la “Val Fondillo a Barrea”, mentre è nel comune di Opi, ma ha stimato, bontà sua, le tombe tra il “IX – VIII secolo”, mentre sono datate, quelle di Barrea, località Baia/Convento, tra il 899 a.C. – 200 a.C. .
Il reincarnato Mommsen ignora che la necropoli di Barrea è stata scoperta nella Vallis Regia e risale ad un periodo che va dal VII all’ IV secolo a. C. e della necropoli di Alfedena, in località “Campo Consolino” è stato scritto: nel 1882 si rinvenne una necropoli italica unica per la sua imponenza ed importanza, con tombe ad inumazione databili dal VII al III sec. A.C. Ne sono state stimate circa 15.000 e ne sono state esplorate circa 3.000.
Per la necropoli di Scontrone, sappiamo: L’area era già conosciuta come sito di necropoli di epoca italica, tant’è che tornano alla luce sepolture con reperti provenienti da strati relativi a epoche diverse che vanno dalla prima età del ferro (IX secolo a.C.) all’età romana (dal II-I secolo a.C. fino all’età imperiale).

Per la necropoli di Guastra (così scrive il reincarnato Mommsen, o forse è Guastre ?) di Capracotta, la datazione dei reperti è compresa tra il 590 ed il 525 a. C. ; mentre per il territorio di Pietrabbondante, scrive la Soprintendenza Archeologica del Molise: Le testimonianze più antiche, risalenti al V secolo a.C., sono quelle dei corredi restituiti dalla necropoli in località Troccola, sulle pendici occidentali del monte Saraceno. La sommità di questo monte verrà fortificata con una cinta muraria in opera poligonale, raccordata ad opere di difesa poste a quote più basse, in un momento in cui il territorio viene dotato di strutture difensive per opporsi alla minaccia romana. In questo momento (seconda metà del IV secolo a.C.) inizia la frequentazione del luogo di culto in località Calcatello.
Sulla base di quanto illustrato e, soprattutto, sulla datazione delle necropoli, il reincarnato Mommsen vuole riproporci la sua bufala (non la mozzarella campana) sull’origine dei popoli di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita.
Partiti dalla Sabina: i giovani migranti, a cui il reincarnato Mommsen non dà alcuna identità, si sarebbero per prima stanziati tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro e solo in seguito, con altre migrazioni avrebbero dato origine ai popoli che si denominarono Pentri, Caudini, Irpini.

Il territorio occupato (tratt.to rosso) dai giovani migranti

A rigor di logica, in base alla datazione delle necropoli citate dal reincarnato Mommsen e sulla sua inoppugnabile certezza dell’avvenuto 1° stanziamento degli anonimi giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, dovremmo quanto meno scoprire che i loro discendenti (Pentri, Caudini ed Irpini), emigrando nelle rispettive sedi, fossero stati inumati in necropoli che dovrebbero per forza essere datate molto, ma molto dopo il IX – VIII secolo a. C..
Purtroppo per il reincarnato Mommsen, le testimonianze delle necropoli scoperte presso i Pentri, i Caudini e gli Irpini, confermano l’inesistenza del 1° stanziamento tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro degli anonimi giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: la loro inumazione è avvenuta prima dell’VIII secolo a. C., ossia era coeva o addirittura più antica, di quella dei loro presunti progenitori.
Moscati, scrisse (ed.ne 1999): […], l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso Boiano. […]. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica (area che includeva: Pentri, Carricini, Frentani, n. d. r.).
Successivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie.
Moscati non poteva conoscere ciò che fu scoperto nella pianura di Bojano, negli anni successivi alla sua morte: aree funerarie risalenti cronologicamente, scrive De Benedittis (2005), al periodo compreso tra il IX ed il IV se. a.C. .
Un’area, quella di Bojano, scrive De Benedittis, aperta agli scambi culturali sin dall’Età del Ferro probabilmente legata a quella viabilità naturale che attraversa la Piana di Bojano.
Nella collezione Del Pinto, spicca il più antico reperto: Fibula ad arco serpeggiante (…). Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo. (vedi figura).

Bovaianom/Bojano era la città madre, la capitale dei Sanniti/Pentri, un popolo già presente ed operante sul territorio ancor prima che una “anonima” popolazione si stanziasse tra le montagne di Agnone e di Castel di Sangro.

Anche per il popolo degli Sanniti/Irpini abbiamo ritrovamenti occasionali che permettono una datazione che va dagli inizi del IX sec. a. C. agli inizi dell’VIII.

Per il popolo dei Sanniti/Caudini: le sepolture portate in luce a Montesarchio sono più di 3.000, distribuite lungo un arco cronologico compreso tra la prima Età del Ferro e la fine del IV-inizi del III secolo a. C..
La Storia, più che le necropoli, testimonia il contemporaneo sviluppo economico, sociale e bellico dei popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Caricini, Pentri, Caudini ed Irpini, definiti dagli Storici i Sanniti della montagna: alla fine del V secolo a. C. occuparono la città etrusca di Capua (anno 445 a. C.) e la città di Cuma (anno 421-420 a. C.).
Probabilmente il reincarnato Mommsen ignora che l’edificazione delle aree sacre e dei templi scoperti nel territorio dei Sanniti/Pentri è così descritta dalla Soprintendenza:
Vastogirardi, frequentata dal IV sec. a. C.. Pietrabbondante, frequentata dal III sec. a. C.. Schiavi d’Abruzzo, fine III ed inizio II sec. a. C.. Campochiaro, alcuni reperti trovati nel santuario sono stati datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C.. Sepino, frequentazione a partire dal IV sec. a. C.. San Giovanni in Galdo, frequentato già alla fine del III-inizi del II secolo a.C..
Come si può giudicare sacro per eccellenza il santuario di Pietrabbondante?
Il reincarnato Mommsen ignora che Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con uno schema tipico dell’età ellenistica mediato dall’ambiente campano e latino. Gli ultimi scavi hanno indagato l’area a sud-ovest del complesso monumentale teatro-tempio individuando l’importante domus publica: unicamente alla fine del II-inizi del I secolo a.C. il centro religioso di Pietrabbondante fu considerato il Santuario della Nazione Sannita.
Nel periodo precedente, La Regina scrive (1966) del santuario di Pietrabbondante: Il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d’Abruzzo, San Giovanni in Galdo, Roccaspromonte, e Macchia Val Fortore. Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benchè segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a. C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri. […].
Purtroppo il reincarnato Mommsen continua a divertirsi, manipolando soprattutto la Storia dei Sanniti/Pentri.
Che riposi in pace.

Oreste Gentile.

“VITELIU”: LA VERITA’ DALLA ZECCA DI “BOVIANUM”, 2^ CAPITALE DELLA “LEGA ITALICA”.

marzo 31, 2017

L’origine di Viteliù.

Dionisio di Alicarnasso (60/55 – 8 a. C.), scrisse: 35. 1. Con l’andar del tempo la penisola assunse invece il nome Italia dal nome Italo, un sovrano che ridusse in suo potere, come tramanda Antioco di Siracusa (V sec. a. C.), tutta quanta la terra compresa tra il golfo S. Eufemia e la città di Scilace, tra Copanello e Catanzaro Marina, che così fu la prima terra ad essere chiamata Italia da Italo. […].

2. Ellanico di Lesbo (vissuto tra il 480- 406 a. C.) diversamente afferma che, mentre Eracle conduceva i buoi di Gerione ad Argo ed era ormai giunto in Italia, un vitello balzò via dalla mandria e, fuggendo, attraversò sia la penisola, sia, a nuoto, lo stretto di mare e giunse in Sicilia. Eracle si mise ad inseguire il vitello ed ovunque capitasse domandava sempre agli abitanti del luogo se per caso qualcuno lo avesse visto, ma quella popolazione, poco pratica del greco, per indicare quel tipo di animale nel proprio linguaggio, lo chiamava vitelius, come nel linguaggio odierno, così, da quell’animale prese nome Vitulia tutta la regione attraversata dal vitello in fuga. 3. Non vi è del resto da meravigliarsi che, con l’andar del tempo, il nome si sia modificato sino alla forma attuale (ITALIA, n. d. r.), dato che anche i nomi greci hanno subito analoghe trasformazioni.

Il territorio denominato Vitulia

 

NESSUNO dei territori pertinenti ai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti era stato attraversato dal vitello, né quei territori erano compresi nella regione denominata Vitulia.

Il territorio (rosso) occupato dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti 

Viteliù, scrisse Devoto (1967) citando Aristotele (III sec. a. C.): Sotto forma indigena (Viteliù, n.d.r.) è stato appreso da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Lettura. da destra a sinistra

Galasso (1979), scrisse: Una etimologia antica metteva il nome Italia in relazione con vitulus, vitello, facendo allusione al totem di una tribù conosciuta dai Greci nella parte meridionale della penisola o l’abbondanza di bovini che essi avrebbero riscontrato. […]. E’ probabile che il nome derivi dalla parlata del gruppo latino-siculo anziché dalla parlata del gruppo umbro-sabellico, a cui poi la denominazione di Italici si sarebbe dapprima e in particolare riferita. […]. Nell’area osca il nome Italia, con cui i Greci indicavano la parte inferiore della penisola, venne ripreso <sotto forma indigena> da Lucani, Irpini e popoli affini (anche i Pentri, n. d. r.), ed appare direttamente attestato nella forma Viteliù (nominativo singolare) in una moneta del tempo della guerra sociale.

Pallottino (1984): Si conia un tipo di moneta con l’immagine del toro italico che schiaccia la lupa romana (e le scritte Vìteliù = Italia richiamano all’antica etimologia Itali da vituli < vitelli >.

Lettura: da destra a sinistra

Salmon (1977): I ribelli coniavano deliberatamente monete d’argento sul tipo di quelle romane […]. Esse recavano il nome Italia (latino) o Vitelio (osco), invece di Roma.

Non una città e nessuno dei territori occupati dai Sabini/Safini/Sabelli/Sanniti erano denominati Vitulia, Viteliu o Viteliù prima della Guerra sociale: unicamente alcune < monete >, coniate nel I sec. a. C. in occasione della Guerra sociale recavano la leggenda Viteliu e, soprattutto, non era MAI esistito un popolo denominato Vitelios.

Francesca Tataranni in [Athenaeum 93. 1 (2005), pp. 291-304] Il toro, la lupa e il guerriero: l’immagine marziale dei Sanniti nella monetazione degli insorti italici durante la guerra sociale (90-88 a.C.), scrive (N.B. la serie delle monete citate dall’autrice non è pertinente alla monete riprodotte nel presente studio, n. d. r.): L’Italia, come afferma Diodoro Siculo (90 – 30 a. C.), descrivendo la Guerra sociale (91-88 a. C.), fu divisa in due parti. I popoli e i singoli centri che aderirono alla rivolta vennero infatti ripartiti in due principali schieramenti, sulla demarcazione dei quali certamente influirono fattori geografici, linguistici ed etnici. I Piceni, le popolazioni sabelliche dell’Appennino centrale e forse i Frentani, tutti già ampiamente latinizzati, vennero a costituire il fronte centrosettentrionale della rivolta, anche definito «marsico», al comando del quale fu posto il «console» Q. Poppaedius Silo; le genti di stirpe sannitica e le comunità apule che ancora utilizzavano la lingua osca formarono invece il cosiddetto gruppo meridionale o «sannita», comandato dal «console» C. Papius Mutilus.

Salmon: Da tali fonti, questi risultano essere i popoli schierati contro Roma (l’ordine è di Appiano): I. Marsi. II. Peligni. III. Vestini. IV. Marrucini. V. Asculani. VI. Frentani. VII. Irpini. VIII. Pompeiani o Nolani. IX. Venusini. X. Lucani. XI. Sanniti. Nominati per ultimi da Appiano probabilmente per aver voluto dare una lista in crescendo, poiché dimostrarono di essere i più tenaci di tutti gli insorti. […]. Salmon, precisa: Con Sanniti Appiano ovviamente intende i Pentri.

I soci della Lega Italica: popoli e singole città, all’inizio del conflitto: Corfinium (in alto sn.) e Bovianum (al centro).

Il quartier generale delle operazioni di guerra fu stabilito nella città peligna di Corfinium, che con il nuovo nome di Italica divenne la (?, lettera greca, n. d. r.) ed in nota: Strabo 5. 4. 2, che al pari di Velleio Patercolo (2. 16. 5) attribuisce alla capitale confederata il nome di Italica. Italia è invece la denominazione attestata in Diod. 37. 2. 7.

Corfinium = Italica o Italia, giammai Viteliù.

Lapide celebrativa di Corfinium: […]. Nella Guerra Sociale del I sec. A. C. e ribattezzata ITALIA

Per far fronte alle spese di guerra la neo-capitale confederata cominciò subito a coniare denari d’argento che, oltre a contrastare il monopolio della moneta romana, divennero in mano ai ribelli un efficace strumento di propaganda politica anti-romana.

Alla zecca di Corfinium/Italica è infatti attribuibile la maggior parte delle emissioni approntate dagli insorti italici tra il 90 e l’89 a.C.: qui furono probabilmente battute le emissioni con leggenda in lingua latina (serie 2c, 3b-g, 7a-c, 8), l’unica serie attestata con leggenda bilingue (serie 2b) e le primissime emissioni con leggenda in lingua osca (1, 2a). Su queste monete all’immagine della testa elmata o laureata di Italia sul diritto corrispondono sul rovescio ora l’immagine dei Dioscuri a cavallo, ora la scena del giuramento a otto/sei guerrieri, ora l’immagine dell’Italia seduta e coronata.

Dal sito https://www.deamoneta.com/, alcune delle monete coniate a Corfinium:

Monete 343 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,83; mm 18; h 5); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. II. Sydenham 629; Campana 8. Raro, leggera patina, bb+.

Monete 344 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,89; mm 18; h 11); Testa laureata di Italia a s., Rv. Scena di giuramento: otto guerrieri, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. IIΛX. Sydenham 629; Campana 29. Molto raro, leggera patina. Schiacciatura di conio al dritto, q.spl / spl.

Monete 345 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,87; mm 20; h 6); Testa laureata di Italia a s.; dietro, ITALIA, Rv. Scena di giuramento: otto soldati, quattro per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; sullo sfondo, uno stendardo; in ex. L. Sydenham 621; Campana 68. Raro, patina di collezione. Frattura di conio al dritto, q.spl.

 

Monete 348 – La Guerra Sociale, Denario, Corfinium, c. 90 a.C.; AR (g 3,65; mm 18; h 3); Busto laureato di Italia a d.; dietro, ITALIA; davanti, XVI, Rv. Italia, seduta sugli scudi, tiene lo scettro; dietro, Vittoria che la incorona; in ex. […]. Sydenham 622; Campana 109-114. Raro, patina scura, q.spl.

Nessuna recava la leggenda Viteliu.

Con la conquista di Corfinium e l’occupazione dei territori circostanti da parte dei Romani, la Guerra sociale si spostò nei territori meridionali ed in modo speciale nel territorio dei Pentri: la capitale degli insorti fu trasferita nella loro città madre, la loro metropoli, Bovaianom (osco), divenuta Bovianum (latino), città sannitica romana.

Bovianum. La 2^ capitale della Lega italica e la sua zecca.

Si ignorano le strategie adottate dai soci italici per contrastare l’avanza dei Romani, ma le monete che furono coniate nel corso dei nuovi eventi, testimoniano i continui trasferimenti della zecca, dapprima in territorio campano, successivamente nella 2^ capitale, Bovianum.

La Guerra sociale che si era spostata nel cuore del Sannio Pentro, coinvolgendo la 2^ capitale della Lega italiaca ed i territori dei ribelli delle città Campane, fece rinascere soprattutto nei Pentri: 1°. il mito del ver sacrum legato al toro/BUE, simbolo dell’animale guida ed a Mamerte, dio protettore dei giovani che avevano fondato la loro metropoli e la loro tribù; 2°. l’orgoglio di riutilizzare, in contrapposizione a quello latino, il loro alfabeto detto osco.

Francesca Tataranni, scrive: Come è stato giustamente rilevato, il repertorio figurativo delle emissioni che stiamo esaminando appare «più consono allo spirito nazionalista sannita che a quello più unitario dei confederati». Tale impressione è a mio giudizio pienamente confermata da alcuni elementi interni alla classificazione cronologica e tipologica degli esemplari ai quali gli studiosi moderni non sempre hanno prestato la dovuta attenzione. Innanzitutto la maggior parte di queste monete, su cui compaiono soltanto leggende in lingua osca, fu emessa nel biennio immediatamente successivo al trasferimento della capitale della confederazione italica da Corfinium a Bovianum avvenuto intorno alla metà dell’89 a.C.: tali monete furono quindi coniate in una fase avanzata del conflitto in cui, sfaldandosi progressivamente il fronte settentrionale della rivolta, il teatro delle operazioni militari aveva subito un significativo spostamento verso il settore meridionale, localizzandosi soprattutto in Campania e nel Sannio pentro.

La datazione al 90 a.C. delle serie 6a-b e 6c non contraddice in sostanza questa ricostruzione, trattandosi nel primo caso di due emissioni probabilmente militari, quindi non ufficiali, coniate a nome del comandante sannita C. Papius Mutilus da una zecca itinerante al seguito delle sue armate in Campania, e nel secondo caso di un’emissione ufficiale – come indica la leggenda Víteliú sul rovescio ma di brevissima durata e chiaramente improntata alle precedenti.

Da sottolineare: il comandante sannita C. Papius Mutilus era originario di Bovianum, un pentro: è ipotizzabile che le monete con la sua effige siano state tutte coniate nella città madre dei Pentri, Bovaianom, la sannitica romana Bovianum, 2^ capitale della Lega Italica e sua patria.

Tataranni: Nessuna delle emissioni prese in esame, eccetto forse la serie 6c, fu dunque coniata dalla zecca di Corfinium, ma quasi tutte furono approntate dalla zecca di Bovianum, un paio forse da quella di Aesernia. […]. Le serie 4 e 5, con la scena del giuramento a quattro e a due guerrieri sul rovescio e leggenda osca su entrambi i lati, furono coniate «a nome di C. Papio Mutilo, forse non dalla zecca centrale ma da una piccola zecca al seguito della sua armata», già impegnata in azioni di guerra nel settore meridionale.

Tali emissioni, strettamente collegate alla serie del giuramento ma battute dal comandante sannita indipendentemente dal tipo confederato, segnano dunque il passaggio ad una nuova fase nella monetazione italica della guerra sociale durante la quale i ribelli coniarono un consistente gruppo di monete a leggenda osca caratterizzate da una notevole originalità stilistica e tipologica.

Si tratta di poco più di trecento esemplari noti, databili tra il 90 e l’88 a.C., che riportano sul rovescio uno dei due famosi tipi convenzionalmente detti del ‘trionfo del toro sannita sulla lupa romana’ e del ‘guerriero stante e toro accosciato’.

Sul primo tipo compare l’immagine di un toro raffigurato nell’atto di atterrare una lupa,

La Guerra Sociale, C. Papius C.f. Mutilus, Denario, Zecca al seguito di Papius (in Campania ?), c. 90 a.C., AR, (g 3,80, mm 19, h 10). Testa di Libero con corona di foglie di edera a d.; davanti, MVTIL EMBRATVR in caratteri oschi, Rv. Un toro stante verso d., nell’atto di abbattere una lupa; in ex. [C] PAAPI in caratteri oschi. Sydenham 641a; Campana s. 6a, n. 100 (same dies); HNItaly 427. Estremamente raro.

mentre il secondo tipo è caratterizzato da una scena che viene così descritta da Campana: «Guerriero stante di fronte, con la testa elmata volta a destra, vestito di corazza e di mantello, si appoggia con la mano destra alla lancia con la punta rivolta al suolo e stringe con la mano sinistra l’elsa della spada il piede sinistro poggia sul cadavere disteso della lupa romana (? n. d. r.). A destra, toro accosciato di fronte».

Monete 349 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,92; mm 19; h 3); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù. (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 127-129. Raro, leggera patina. Graffio al dritto, bb+.

 

Monete 350 – La Guerra Sociale, Denario, Bovianum, c. 89 a.C.; AR (g 3,17; mm 19; h 2); Testa laureata di Italia a s.; dietro, Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato; in ex. lettera di controllo. Sydenham 627; Campana 147. Raro, patina di collezione, spl.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti, i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’(?, parola greca, n. d. r) sannitico (i Pentri, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Per quanto riguarda le emissioni della Lega italica in territorio campano:

 

Monete 351 – La Guerra Sociale, Denario, zecca itinerante (in Campania ?), c. 88-87 a.C.; AR (g 3,78; mm 18; h 5); Busto pileato di Dioscuro a d.; sopra, stella, Rv. Italia in biga verso d., tiene scudo e lancia; sotto, T. Sydenham 633; Campana 159. Raro, patina di collezione, q.spl.

 

Monete 347 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,77; mm 21; h 11); Testa elmata di Marte a s.; sotto, Mútil embratur (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: due soldati indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapi. C (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 640; Campana 86-97. Molto raro. Patina di collezione e area di ossidazione al dritto, q.spl.

 

Monete 346 – La Guerra Sociale, Denario, zecca al seguito di C. Paapius (in Campania ?), c. 90 a.C.; AR (g 3,99; mm 22; h 12); Busto elmato e drappeggiato di Marte a d.; dietro, X e Viteliù (retrogrado ed in caratteri oschi), Rv. Scena di giuramento: quattro guerrieri, due per parte, indicano con le spade un maialino tenuto da un giovane; in ex. C. Paapii. C. (retrogrado ed in caratteri oschi). Sydenham 637; Campana 83. Raro, rimbalzo di conio al dritto, patina di collezione: spl.

Una moneta testimonia l’epilogo della Guerra sociale e l’uso del vocabolo: Viteliù.

Riassumendo quanto ampiamente pubblicato da Francesca Tataranni, in occasione della Guerra sociale fu affermata la consanguineità solo tra i popoli italici che già esisteva ancora prima che Roma assumesse il ruolo di potenza egemone della penisola, mentre Vitulìa era diffusa nella lingua epicoria ed identificava le popolazioni anelleniche stanziate nel sud della penisola e tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., forse grazie all’apporto delle genti di stirpe sannitica, fu estesa fino a comprendere le popolazioni centro appenniniche insediate a nord del Sannio, escludendo inizialmente il Lazio. […].

Tataranni, scrive: La figura del toro, come si è detto, fu utilizzata per la prima volta nel 90 a.C. in un’emissione visibilmente celebrativa di C. Papius Mutilus in cui non compariva però la leggenda Víteliú, mentre il primo tentativo di associarla a questa leggenda in una coniazione ufficiale (serie 6c) non ebbe, a quanto pare, buon esito.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (Pentri, n. d. r.), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (lettere greche, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche. Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (i Pentri, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Alla luce di tali considerazioni mi sembra dunque legittimo ravvisare nella connotazione marziale delle immagini esaminate una delle principali componenti ideologiche degli scontri propagandistici che precedettero e accompagnarono il conflitto armato tra Roma e i suoi alleati.

Che agli inizi del I sec. a.C. i socii italici, quindi anche i Sanniti (Pentri, n. d. r.), conoscessero il simbolo della lupa e il significato ad esso attribuito dai Romani è abbastanza intuitivo, soprattutto se si considera che alla diffusione di questo simbolo in ambiente italico dovette in parte contribuire la sua raffigurazione, nel tipo della lupa che allatta i gemelli, su varie emissioni argentee e bronzee coniate da Roma tra la metà del III e la fine del II sec. a.C., nel periodo cioè di maggior afflusso del numerario romano nel Sannio interno (il territorio dei Pentri, n. d. r.). E’ quindi probabile che nell’ultimo quarto del II sec. a.C., quando la questione italica esplose in tutta la sua gravità, gli alleati italici vedessero riflessa in questa immagine la superba convinzione, più volte espressa dai Romani, di esser stati eletti ab origine dagli dèi alla conquista di un vasto dominio sui popoli, immemori e sprezzanti del consistente apporto militare fornito dall’ (lettere greche, n. d. r.) alla realizzazione di questo mirabile destino. Ed è altrettanto plausibile che per questa medesima ragione, una volta scoppiato il conflitto, i ribelli del gruppo sannita (i Pentri, n. d. r.) avessero cercato di screditare la pretesa superiorità militare dei Romani rappresentata dalla lupa attribuendosi dei simboli collettivi che avvalorassero l’autentica e ingenita propensione dell’ (lettere greche, n. d. r.) all’esercizio della guerra: sotto l’egida del dio Marte, al quale erano stati consacrati fin dalle origini, i valorosi guerrieri sanniti (Pentri, n. d. r.) avrebbero trionfato sulla lupa romana e sterminato il branco di lupi raptores ai quali essa, allattando il fondatore di Roma, aveva fatalmente trasmesso il proprio istinto di famelico predatore.[…].

Pur riconoscendo nell’iconografia delle monete coniate dai ribelli italici istanze propagandistiche legate all’attualità politica, mi domando se il carattere artificiale che il Briquel attribuisce al simbolo del toro non debba essere invece imputato al sistema di associazioni secondarie (toro/lupa; toro/Víteliú) in cui la figura di questo animale fu artatamente inserita durante la guerra sociale.

Si potrebbe quindi ammettere che per gli abitanti del Sannio interno (i Pentri, n. d. r.) l’immagine del toro non costituisse soltanto un funzionale richiamo alle proprie origini leggendarie, bensì l’icastica espressione di un’autoscienza collettiva, un simbolo cioè intrinsecamente correlato al racconto del ver sacrum dalla Sabina ma già estrapolato dal contesto narrativo di questa antica tradizione e utilizzato dai Samnites per antonomasia (i Pentri, n. d. r.) come segno rappresentativo della propria identità etnica. Anziché pensare con il Briquel ad un’invenzione estemporanea degli Italici in rivolta, si potrebbe forse interpretare il toro italico raffigurato sulle monete della guerra sociale come l’adattamento di un simbolo collettivo già esistente (il toro sannita) alle nuove istanze ideologiche sopravvenute in una fase avanzata del conflitto, quando il ‘popolo del toro’ (i Pentri, n. d. r.), secondo l’ipotesi in precedenza delineata, giunse probabilmente ad autoidentificarsi con l’Italia ancora in lotta contro la lupa romana.

Solo nella fase conclusiva dello scontro con Roma, venuti ormai meno i presupposti della guerra e ridottosi il fronte della resistenza italica alle posizioni occupate dai Sanniti (i Pentri, n. d. r.), soltanto allora sulle monete degli insorti all’immagine del guerriero e del toro accosciato fu associato il coronimo Safinim, affinché in esso potessero ravvisare un comune vincolo di appartenenza etnica tutti coloro che si consideravano ancora uniti (lettere greche, n. d. r.).

Tataranni: L’immagine fu ripresa nel tipo del guerriero stante e toro accosciato soltanto dopo le ultime due emissioni in lingua latina, in una ‘fortunata’ emissione ufficiale della zecca di Bovianum (serie 9b) che fu approntata dopo la deditio (RESA, n. d. r.) dei Vestini, Marrucini, Peligni e Marsi per i ribelli intenzionati a proseguire la lotta contro Roma.

E’ bene evidenziare ciò che questa moneta rappresenta per la Storia: fu coniata in occasione de La Guerra Sociale, in Bovianum, c. 89 a.C.: Testa laureata di Italia a s. con la leggenda Viteliù in caratteri oschi; in Rv. Soldato elmato stante in posizione frontale, tiene una lancia; poggia il piede su uno stendardo romano ed al suo fianco è un toro sdraiato: Comio Castronio (?) ed il toro/BUE che guidarono nel ver sacrum i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nella pianura posta alle falde settentrionali del massiccio del Matese per fondare Bovaianom, la città madre, la metropoli del nuovo popolo dei PENTRI.

L’orientamento ideologico di queste monete potrebbe dunque essere definito ‘sannita’ nella più ampia accezione etnografica del termine, ovvero solo dei Pentri. Quest’ultimo appello ad un’identità collettiva allargata, ma linguisticamente circoscritta agli insorti parlanti osco, era anzitutto basato su una facile, per quanto non originaria connessione tra il nome epicorio dell’Italia (Víteliú) e la tradizione sul ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r.) che attribuiva al toro un ruolo fondamentale nel processo di etnogenesi di questo popolo: la leggenda cui si attribuiva l’origine di Bovaianom (osco)/Boviaum (latino)/Bojano e della tribù dei Pentri.

E’ infatti possibile, prosegue Tataranni, che nella fase conclusiva del conflitto, operando un ‘glissement’ o una forzatura semantica rispetto all’etimologia che faceva derivare questo coronimo dal termine indigeno indicante il vitello, i Sanniti (i Pentri, n. d. r.) ancora in lotta contro la lupa romana fossero arrivati ad elaborare un concetto di Italia non romana come ‘terra del toro’, un’Italia cioè rappresentata stricto sensu (in senso stretto, n. d. r.) dalle genti del ver sacrum guidato da questo animale: erano i Pentri. […].

Il fatto che nella fase finale della guerra sociale, quando il fronte della resistenza italica si era ormai ridotto alle sole posizioni occupate dai Sanniti (Pentri, n. d. r.) e dai Lucani, la tipologia del guerriero stante e toro accosciato fosse stata percepita e utilizzata come immagine rappresentativa del solo Sannio (Pentro, n. d. r.) mi sembra confermare inequivocabilmente la pertinenza specifica e originaria di questa simbologia alle genti storicamente classificate come sannitiche (i Pentri, n. d. r.): tanto da essere state coniate unicamente nella zecca di Bovianum, 2^ capitale della Lega italica, già Bovaianom, città madre, metropoli dei Pentri.

Sulle monete coniate dagli insorti italici, dunque, il toro e la lupa rappresentavano una sorta di simbolo ‘nazionale’ delle due parti in lotta. Attraverso un richiamo intenzionale ed esplicito al mito di fondazione dell’Urbs e alla leggenda autoctona del ver sacrum dei Sanniti (i Pentri, n. d. r), i due animali rinviavano direttamente alle origini leggendarie del popolo romano e dell’ (parola greca, n. d. r.) sannitico (Pentro, n. d. r.), traducendone icasticamente le rispettive identità etniche.

Ma al tempo stesso la lupa e il toro, esplicitamente qualificati in questi racconti mitici come animali legati al dio Marte, avevano il potere di esprimere un carattere specifico e dominante dell’immagine che i Romani e i Sanniti (Pentri, n. d. r.) intesero trasmettere di sé: la loro proverbiale virtus guerriera.

Nelle emissioni caratterizzate dal secondo tipo del rovescio questo tratto peculiare delle genti sannitiche (Pentre, n. d. r.) risulta infatti distintamente evocato dalla presenza del guerriero astato il Marte italico? che troneggia al centro della scena relegando in secondo piano l’immagine del toro e della lupa.

Una testimonianza preziosa delle monete coniate dalla zecca di Bovianum/Bojano, già capitale dei Pentri e 2^ capitale della Lega italica, in occasione della Guerra sociale, con la loro leggenda e le loro immagini.

Una testimonianza che conferma il ruolo di primaria importanza svolto dal popolo dei Pentri e dalla loro capitale nella Storia della penisola italica prima e dopo l’espansione romana, nonché l’utilizzo del vocabolo Viteliù unicamente durante le fasi finali della Guerra sociale, ovvero nel I secolo a. C..

Nella Storia della penisola italica giammai era esistita una popolazione denominata Vitelios.

Oreste Gentile

 

DIOMEDE ed il SANNIO.

marzo 24, 2017

Scrivere del mito o della leggenda di Diomede e come se si camminasse in un < campo minato >: sono state tramandate le sue presenze e le sue imprese, ma dove la fantasia ha sostituito la Storia ?

O. Parlangeli, in Testimonianze linguistiche della Daunia preromana: Ci piacerebbe, dunque, dar credito a tutto ciò che gli antichi narravano sulle avventure occorse nella nostra Capitanata a Diomede e ai suoi amici e nemici, ma, purtroppo, non avendo a nostra disposizione nessun documento e nessun monumento che ci aiuti ad effettuare il controllo della veridicità di quelle vicende, dovremo accontentarci di registrarle senza accettarle, ma senza neppure rifiutarle definitivamente o totalmente, con la mutria di chi crede d’essere, lui soltanto, il depositario della verità, e di tutta la verità.

La presenza di Diomede nella penisola italica (non ancora Italia) è legata soprattutto all’incontro ed all’amicizia con Dauno, re dei Dauni possessori del territorio settentrionale della odierna Puglia.

Stefania Quindici Gigli in Uomo, acqua e paesaggio: atti dell’incontro di studio sul tema …, (1997), ha scritto di Danuo: Figlio dell’arcade Licaone e fratello di Iapige e Peucezio (e di Enotrio, vedi Dionisio di Alicarnasso, n. d.r.), il personaggio mitico in questione sarebbe giunto in Italia dando vita ad un regno, che da lui avrebbe preso il nome, corrispondente ad una delle tre parti, in cui risulta diviso anticamente l’ethos degli Iapigi.

Stando alla sua genealogia “arcadica”, egli (Dauno, n. d. r.) sarebbe vissuto parecchie generazioni prima della guerra di Troia. Ciò nonostante lo si trova poi strettamente collegato alla leggenda di Diomede in Italia.

E’ fin troppo evidente: l’epoca della presenza di re Dauno nel territorio dei Dauni non era l’epoca che vide Diomede nello stesso territorio.

Le fonti classiche datano la migrazione degli Arcadi, figli di Licaone: Enotrio, Peucezio, Dauno e Iapige, diciassette generazioni prima della guerra di Troia (1.800 a. C.), mentre Diomede arrivò sulle coste dell’odierna Puglia dopo la conclusione della guerra di Troia, ossia nell’anno 1184, fine secolo XII a. C., ovvero dopo circa 616 anni.

I due leggendari personaggi non si sono mai incontrati, eppure le fonti bibliografiche hanno tramandato la loro presenza ed il loro coinvolgimento negli avvenimenti che interessarono la Storia della penisola italica prima della conquista romana.

Le fonti classiche non sono concordi sulla loro morte: sostengono la morte di Dauno per mano di Diomede o Dauno avrebbe ucciso Diomede.

Il mito, la leggenda di Diomede, nacque e si diffuse molti secoli dopo la fine della guerra di Troia (1184 a. C.) per opera di: Mimnermo di Colofone ( VII – prima metà VI sec. a. C.), Ibico (metà VI sec. a. C.), Pindaro (518 – 438 a. C.), Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Diomede, un personaggio mitico, leggendario e, soprattutto, ubiquitario:

Arpi, Venusia, Beneventum, Aequum Tuticum, Venafrum, Histonium, Lanuvium, Ancona, Adria, Spina, sono solo alcune delle città che avrebbe fondato < girovagando > per la penisola e le coste italiche.

Anche la Galizia rivendica una fondazione per opera di Diomende.

Juan Francisco de Masdeu in Storia critica di Spagna e della coltura spagnuola in ogni genere. (1787): Diomede Re d’Etolia secondo Dionigio Alessandrino venne ancor egli in Spagna dopo la guerra di Trojana, e per asserzione di Silio Italico fu il Fondator di Tide, che oggi si chiama Tui nella Gallizia.

Marina R. Torelli scrive in Benevento romana (2009): Stabilire una cronologia certa per la diffusione del mito di Diomede in Italia è problema di difficile soluzione in quanto non solo occorre distinguere nelle varie fonti, per lo più tarde, a noi giunte, il livello cronologico cui può riferirsi la notizia riportata, ma anche perché non è comunque semplice sceverare il momento iniziale di diffusione e affermazione della leggenda dalle successive molteplici utilizzazioni e strumentalizzazioni operate in chiave propagandistica.

 

Propaganda romana anti-sannita.

 

Luigi Pareti (1885 – 1962) in Storia della regione lucano- bruzzia nell’antichità (pubblicato 1998): La figura di DIOMEDE nelle zone italiote pare non avesse altro importanza che come divinità venerata con i templi a Metaponto ed a Turi; ma invece ebbe un ampio sviluppo non solo culturale sibbene leggendario più a nord. E ciò dipese, con ogni verisimiglianza, dal fatto che esso venne identificato, sia per il nome (cf. il Sallentino Iuppiter Menzana), sia per la caratteristica di domator di cavalli, con la figura mitica indigena, iapigia; e ciò verisimilmente nelle città grecizzate delle zone costiere dell’Apulia, presso cui si ebbero scali mercantili greci già in periodo miceneo (cf. Coppa Nevigata), come Siponto, Elpi-Salapia, Brindisi e isole Diomendee, per cui si parlava della metamorfosi dei compagni dell’eroe, e si additava il suo tempio-tomba. [A motivo di sincretrismi analoghi si deve certo la diffusione della leggenda diomedea nelle altre zone dove pervennero i commercianti micenei, nell’arcipelago veneto e nelle zone circostanti, ed in Istria.]

Queste peripezie (e quindi queste identificazioni) di Diomede in Occidente erano ancora ignote agli aedi (poeta) omerici, sicchè l’Odissea ne ignora un nostos (viaggio) travagliato, ma erano già conosciute, almeno parzialmente, da Mimnermo, che allude all’andata dell’eroe in Daunia ed alla sua uccisione per opera di un re Dauno; e ad Ibico, il quale allude alle sue vicende nelle isole Diomedee (Tremiti). Licofrone [(Aless. 592-632 e Tzetze (del XII secolo, n. d. r.)], che traendo da Timeo, sviluppò la leggenda di Diomede in Apulia, dichiara che molti erano stati (i poeti) della terra <presso il Mare Io (= Ionio-Adriatico) che ne avevano cantato >, in quei mari, la penetrazione già iniziata dai micenei, tanti secoli prima. Può pensarsi che tutta risalga a qualche poeta epico della Grecia occidentale, perché non risulta che l’Alcmeodine, del 600 av. Cr., narrasse, per Diomede, anche avventure occidentali, extra elleniche.

Ma una volta stabilita l’equazione tra il greco Diomede e qualche figura mitica iapigia-illirica, era naturale che anche le località interne, in cui avevano culto le figure mitiche indigene equiparate con Diomede, fossero messe in rapporto con lui, a cominciare da Arpi che fu detta Argirippa (Argo Ippio), da Luceria, da Canusio e anche da centri della Peucezia, che si creassero nuovi dettagli sulla sua saga, ad es. sul suo diritto al possesso parziale dell’Apulia, contesogli dal re Dauno, e sulla sua costruzione, in località imprecisata, di un tempio ad Atena Iliaca; – che infine si estendesse l’azione di Diomede anche fuori dall’Apulia: nel Sannio, in Umbria, nel Lazio (oltre che nelle zone venete ed istriane, di cui già dicemmo).

La leggenda di diomedea, prosegue Pareti), andò così ampliandosi, senza limiti, tanto che alla fine della Repubblica, a Roma, Iullo Antonio (45 – 2 a. C.) potè comporre dei Diomedea, in 12 libri. […].

Come per le peripezie di Diomede, così per quelle di Idomeneo entrò in gioco l’Apulia, e non la zona Italiota.

Pareti: Potremmo dunque concludere affermando: che molte erano le località costiere Italiote, che si ritenevano od immaginavano occupate più o meno stabilmente da eroi greci, soli o coi loro seguiti, prima della colonizzazione greca, nei tempi immediatamente successivi alla guerra di Troia, o in quella ad essi precedente. Non pochi di quei dati sono certo privi di ogni valore, dovuti alla fantasia di poeti ed eruditi; una parte furono dedotti per ipotesi da culti, sacrifici, onomastica connessa più o meno a dovere con quelle figure; mentre per una terza aliquota lo spunto per la localizzazione fu data dal ricordo, in qualche modo conservatosi, che su quelle spiagge, prima di impiantarvi colonie, i Greci si erano già avventurati per le loro imprese commerciali e piratesche. […].

Pareti offre un lungo elenco soprattutto delle città delle Magna Grecia abbinate al mito od alla leggenda di personaggi eroici, sottolineando: Quel che deve risultare ben chiaro, metodicamente parlando, è che per alcuni casi riusciamo a rintracciare gli spunti di quelle fantasie: culti, cerimonie, onomastica e toponomastica, ricordo di commerci ed avventure greche, precedenti la colonizzazione; ma che in se stessi quei racconti, di pura fantasia, non hanno alcun valore storico: che cioè si può spiegare qualche parte della leggenda con fatti storici concreti, ma non è possibile azzardarsi a fabbricare della storia inedita deducendo dalle leggende, e dalle invenzioni poetiche.

Ergo, anche la presenza di Diomede nel SANNIO è pura fantasia e non ha un riscontro storico.

Simona Sanchirico scrive nel portale del comune di Lanuvio: Per Roma, invece, soprattutto dopo l’alleanza del 326 a.C. con la città diomedea per eccellenzaArpiDiomede rappresentava un mezzo di avvicinamento culturale e politico con la Daunia, con la quale l’Urbe era solidale nell’assimilazione parziale e nella contemporanea alterità da Greci ed Etruschi, in funzione anti-sannita.

 Tagliamonte, in I SANNITI Caudini, Irpini, Pentri, Carricini, Frentani. (1996).

Secondo la tradizione antica, l’itinerario che Diomede avrebbe percorso dalla Puglia al Lazio, era contrassegnato da una serie di fondazioni di città operate dal mitico eroe greco. Le fonti letterarie, in particolare quelle di tradizione romana, gli attribuiscono infatti la fondazione di Arpi, Lucera, Canusium, Venusia, Aequum Tuticum, Beneventum, Venafrum, Lanuvium (Ps. Arist., de mir. Ausc. 109; App., bell. civ. 2. 20; Solin. 2. 10; Serv., ad Aen. 8. 9. 11. 246; Schol. ad Serv., locc. citt.; Proc., bell. Goth. 1. 15. 8-9; Steph. Byz., ethn, sv. ?:; etc.).

Stando alla tarda testimonianza dello storico Procopio di Cesarea, Benevento sarebbe stata inoltre sede dell’incontro tra Enea e Diomende. Quest’ultimo avrebbe qui restituito al troiano il Palladio, la statua di Atena sottratta a Troia, quel fatale pignus imperii la cui riconsegna avrebbe sancito, secondo la tradizione filoromana, la fine delle ostilità tra Greci, e Troiani/Romani.

Fatta eccezione per Lanuvium, le località di cui Diomede sarebbe stato ecista si trovano in aree prossime (Arpi, Canusium) o ai limiti (Luceria, Venusia) della zona di influenza e di espansione sannitica; in territorio irpino (Aequum Tuticum, Benevento), oppure ai margini occidentali di quello pentro (Venafrum). Ne resta escluso il cuore del Sannio, l’area più interna e più montuosa, abitata dai Pentri e Carricini, oltre alla Frentania.

Ancora una volta, le vicende storiche e politiche-amministrative del Sannio e delle aree limitrofe tra il IV e III secolo a. C. ci aiutano a comprendere l’origine e il significato storico dell’adozione della leggenda di Diomede in ambiente romano.

L’itinerario di Diomede tocca località che avevano costituito alcune delle principali tappe del processo di penetrazione e di espansione romana nel Sannio e nella Daunia. Arpi divenne alleata dei Romani nel 326 a. C., Canusium nel 318. Nel 314 venne dedotta la colonia latina di Luceria, cui fecero seguito quelle di Venusia (291) e di Beneventum (268). Nel 268 Venafrum fu annessa all’ager Romanus mediante la concessione della civitas sine sufragio e divenne sede di praefectura. Alcune di queste località (Beneventum, Venusia) si trovano lungo il tracciato della via Appia, la cui costruzione procedette parallelamente all’avanzata romana nel sud della penisola.

Da questi dati risulta dunque abbastanza evidente l’uso propagandistico e strumentale che Roma fece della figura e della leggenda di Diomede al fine di giustificare e di consolidare la propria avanzata nel Meridione. L’adozione in ambiente romano della versione greco-apula della leggenda di Diomede – figura che in età ellenistica viene ad assumere una valenza simbolica e paradigmatica del patrimonio mitologico greco e, più in generale, della stessa grecità – appare funzionale a quella politica di isolamento e di accerchiamento del mondo sannitico condotta da Roma in quegli anni, in primo luogo attraverso la deduzione di colonie di diritto latino.

Con il richiamo a una presunta, originaria grecità (Diomede) di centri e località della Daunia, dell’Irpinia e delle zone periferiche del territorio pentro, Roma, oltre a blandire in qualche modo l’elemento coloniale italiota, intende innanzitutto distinguere e separare il mondo dauno da quello sannitico, e poi, nell’ambito di quest’ultimo, il territorio irpino e la fascia più occidentale di quello pentro da Sannio interno, allo scopo di isolare il nemico più irriducibile.

L’affermazione della leggenda di Diomede nel Sannio si situa dunque in quella prospettiva politica romana, di cui prima si parlava, nella quale le linee di articolazione interne al mondo sannitico diventano barriere di separazione.

Non Diomede nel territorio dei Sanniti, ma furono i Sanniti, i Sanniti della montagne: i Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini, a programmare verso la fine del V sec. a. C. la loro espansione nella pianura campana ed il territorio Dauno.

I SANNITI: altro che rozzi pastori.

La periodica transumanza aveva permesso ai Sanniti di conoscere le risorse pastorali ed agricole del vasto territorio dauno, ma gli scambi commerciali, utilizzando il baratto (non conoscevano, né coniavano monete), aveva permesso loro di acquisire il “piacere” per quanto di bello offrivano gli eredi della cultura greca.

D’altronde i corredi funerari sia maschili che femminili, risalenti all’ IX- VIII sec. a. C., testimoniano che i Sanniti conoscevano l’arte della ceramica, seppure scarsamente decorata, realizzavano eleganti ornamenti maschili e femminili, le loro famose corazze, i cinturoni, gli scudi e le loro tipiche cuspide delle lance che furono i Greci presenti nella penisola italica chiamare Saunion.

Franco Biancofiore, in Origini e sviluppo della civiltà daunia (1967 ?): L’evidenza archeologica dimostra che a partire circa dall’XI sec. a. Cr. si estende nel Gargano e in Daunia la facies subappenninica, peraltro documentata in tutta l’Italia meridionale, la quale con il suo contenuto economico-culturale sarà uno dei presupposti della civiltà daunia. […].

D’altro canto le genti osco-sabelliche dovettero contribuire in misura più accentuata al processo evolutivo della civiltà appenninica in area daunia con le transumanze attraverso il Subappennino ricordate dagli scrittori romani, medioevali e moderni.

Dunque, la cresta dei monti dauni con i suoi valichi praticabili fu territorio atto agli spostamenti periodici delle comunità pastorali.

In breve il fenomeno lascia evidenza linguistica ed archeologica nel V secolo ed echi negli scrittori classici che ci hanno tramandato come fondazione osca Lucera e Venosa.

La civiltà daunia include ora anche questo altro elemento culturale che, come pure dalla sua diffusione nella regione pugliese e in tutta l’Italia meridionale, ha assunto consistenza di apporti linguistici sia pure di modesta entità e, quindi, anche etnici. […].

Nulla, dunque, ci impedisce di ritenere che alla fondazione dei centri urbani dauni abbiano contribuito anche elementi etnici diversi da quelli che la tradizione storica antica ci ha tramandato per la regione apula.

La presenza di un sepolcro a tumulo entro la cinta muraria di Arpi suggerisce che alla fondazione della città hanno anche collaborato gruppi sabellici nel periodo della loro permanenza in Apulia.

Anche alle origini di Siponto e forse di Salapia hanno contribuito genti di varia etnogenesi. Ma questi centri divengono città dal IV secolo a. Cr. quando la civiltà daunia va perdendo il suo carattere di originalità per divenire apula in senso più ampio ed evolversi alla luce delle correnti ellenistiche.

Maria Luisa Marchi, in Dall’abitato alla città. La romanizzazione della Daunia attraverso l’evoluzione dei sistemi insediativi, Atti delle Giornate di Studio sulla Daunia Antica in memoria di Marina Mazzei (Foggia 2004), Bari 2008, pp. 267-286.scrive:

[…]. In questo contesto, a partire dal V secolo a.C., ma soprattutto nel IV secolo, si assiste alla penetrazione di un elemento culturale da ricollegare con il mondo osco-sabellico. Si tratta in alcuni casi di un sicuro predominio militare attraverso una continua pressione fisica dalle montagne verso la vasta pianura apula, che si manifesta con scontri diretti e occupazioni, in altri di un semplice influsso culturale che si palesa attraverso una sottile infiltrazione, quella delle classi subalterne che si inseriscono nel contesto socioeconomico daunio sotto forma di forza lavoro militare, mentre quella delle classi egemoni attraverso alleanze matrimoniali.

La presenza sannitica è documentata in molti centri della Daunia da Lucera, dove se ne ha notizia dalle fonti, a Teanum Apulum, che batte moneta con legenda in osco, a Carlantino, sul Fortore, dove è documentata una necropoli sannitica , a Lavello dove una tomba isolata di guerriero, deposto supino secondo il rito centro italico, è stata riconosciuta come sepoltura di un possibile mercenario sannitico e sull’acropoli dell’abitato, dove accanto ad una concentrazione di tombe principesche si trova una sepoltura di un personaggio femminile, anch’esso deposto supino, probabilmente identificabile con una donna sannita entrata a pieno titolo nell’ambito di un gruppo familiare emergente, sino a Venusia oltre la linea dell’Ofanto, dove nel territorio della futura colonia si è riscontrato l’uso della lingua osca in un insediamento di IV secolo a.C. e dove si è documentata la presenza di nuclei abitativi di modeste dimensioni abbandonati con il sorgere della colonia sorgere, infine a Banzi, centro culturalmente daunio, in cui si assiste al diffondersi a livello istituzionale, oltre che linguistico, di formule osche che permangono fino al I secolo a.C., sembrano essere risparmiate solo da questo fenomeno Arpi e Canosa, roccaforti della cultura dauna.[…].

L’intervento romano in area Daunia è concordemente indicato nel 326 a.C., anno in cui le fonti collocano la richiesta di intervento da parte dei principes dauni . L’alleanza con le popolazioni apule fu per i Romani l’occasione di aggirare il comune nemico sannitico.

Con L’intervento romano in area Daunia iniziò, sfruttando la figura mitica di Diomede, la propaganda anti-sannita da parte di Timeo (350 – 260 a. C.), Licofrone (321 – 281 a. C.), Varrone (116 – 27 a.C.), Virgilio (70 – 19 a. C.), Orazio (65 – 8 a. C.), Strabone (prima 60 a. C. – 20 d. C.), Ovidio (23 a. C. – 17 d. C.), Plinio (23 -79), Plutarco (50 – 120), Appiano (95 d. C.), Antonio Liberale (forse fine sec. II d. C.) e Servio Onorato (4° – 5° d. C.).

Giseppe Morea in LA POLIS CANUSINA dalla preistoria alla conquista romana (1989): L’età del bronzo (circa la metà del secondo millennio a .C. XV sec. a. C.). Furono riaperti in questo periodo i contatti con i paesi e le contrade dell’Italia centrale (Molise, Abruzzo e Marche); come testimonianze abbiamo la ceramica trovata ad Andria che richiama quella abruzzese e marchigiana. Anche nel Pulo molfettese non mancano riflessi di tipo marchigiano ed abruzzese. Solo nell’ultimo periodo di questa età troviamo infiltrazioni e contatti con la vera e propria civiltà appenninica. Le caratteristiche sociali cambiarono e alla beata civiltà agricola subentrò quella pastorale.

Vito Antonio e Giuliano Volpe, in Puglia romana (1993): 3. Crisi di identità.

Quando i Romani giunsero in Puglia, nel 326 a. C., la regione era già politicamente mortificata, in via di decadenza, senza un proprio nome specifico. […]. L’unità regionale era stata compromessa dall’onomastica imposta dagli stranieri: i Pugliesi del sud erano detti Iapyges dai Greci e quelli del nord Apuli dai Sanniti. Ma entrambe le parole riproducevano nelle rispettive lingue il nome unico delle popolazioni locali, che nella propria lingua dovevano dirsi Iapudi. Gamma]Se per i Greci il § [delta] fra due vocali diventa y [gamma], per i Sanniti, del gruppo osco, diventa l: un passaggio sempre esistito tra fonetica pugliese e quella campana. I due vocaboli, Iapyges e Apuli, erano dunque la stessa cosa, effetto della pronuncia diversa di due diversi popoli vicini (nota 46).

Gli autori scrivono nella nota 46: E. De Juliis, Gli Iapigi. Storia e civiltà della Puglia preromana. Milano 1988, pag. 15: < la parte settentrionale della Puglia, al tempo della pressione sannitica, nel IV sec. a. C., doveva essere indicata col nome non greco, ma locale di Iapudia, trasformato dai Sanniti in Apudia, e quindi in Apulia, con il mutamento di I tipico dell’osco >.

Furono addirittura i Sanniti a coniare il toponimo Apulia ed Apuli.

Concludendo

I tratturi che da tempo immemorabile avevano permesso il periodico spostamento degli animali dai monti delle regioni centrali della penisola italica verso il territorio pianeggiante della Daunia, detta successivamente Apulia, permisero ai popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita di fondare le nuove tribù che continuarono gli scambi commerciali e culturali iniziati dai loro progenitori con i Dauni.

Nel V secolo a. C., i Carecini, i Pentri, i Cauidini e gli Irpini, i Sanniti delle montagne, intrapresero l’invasione e l’occupazione dei territori della pianura campana e della Daunia/Apulia, subito ostacolata dalla potenza di Roma.

In questa lunga Storia dei rapporti tra i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita con i Dauni/Apuli, Diomede non è mai stato protagonista.

Oreste Gentile

 

La “VIA DEI 2 DUCATI LONGOBARDI” : da SPOLETO a BENEVENTO. Proposta di un itinerario storico e religioso.

gennaio 14, 2017

La Storia ricorda l’arrivo dei Longobardi in Italia (568-774), la istituzione del regno longobardo e dei 36 ducati, tra essi, nell’Italia centro meridionale (570), il ducato di Spoleto ed il ducato di Benevento, cosiddetta Langobardia minor.

Il territorio pertinente al ducato di Benevento, ha scritto Cilento: parte della provincia Valeria con il Chietino, e il ducato romano fino ai territori di Atina, Aquino, Fondi e la zona di Formia-Traetto; a sud, il Salento (detto allora Calabria) fino a Taranto e Brindisi, la Lucania fino ad Acerenza e il Bruzio fino a Cassano, Cosenza e Crotone. La fascia costiera della Campania, con l’enclave di Gaeta, da Cuma ad Amalfi, rimase sotto il controllo dei Bizantini, nonostante i ripetuti attacchi dei Longobardi.

 

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I confini dei territori dell’Italia longobarda

 

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                                                                                                   Ducato di Benevento

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(Nella città di Benevento): il territorio pertinente al “suoducato

Le principali strade che permettevano le comunicazioni tra il ducato di Spoleto ed il ducato di Benevento erano, con le varie deviazioni, la via Francigena (verde) e la via litorale del mare Adriatico (senape): la prima attraversava anche il territorio del ducato romano, la seconda, i territori dell’esarcato e della pentopoli.

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La Storia, con le descrizioni di Paolo Diacono (720/724 – 799 c.), ricorda la via interna che, attraversando unicamente i territori dei 2 ducati longobardi centro-meridionali, era un sicuro collegamento tra la città di Spoleto e la città di Benevento.

Si ritiene riferibile all’incirca a questo periodo un’impresa di re Autari. E fama che, attraverso la regione di Spoleto, giungesse a Benevento impadronendosi di quel territorio (584 ?) e poi spingendosi fino a Reggio, ultima città dell’Italia, posta di fronte alla Sicilia.

Aggiunse: 7 Di Grimoaldo che, sollecitato da suo figlio Romualdo, giunse a Benevento.[…]. Era allora duca di Benevento il figlio ancora giovinetto di Grimoaldo, Romualdo, il quale non appena seppe dell’avvicinarsi degli Imperiali, inviò subito al padre, al di là del Po, il suo balio, Sesualdo, per scongiurarlo di recare al più presto soccorso al figlio e ai Beneventani che lui aveva nutrito. E infatti Grimoaldo, messo al corrente della situazione, mosse subito alla volta di Benevento per portare aiuto al figlio […].

< Sta’ saldo, o mio signore > gli disse Sesualdo (a Romualdo), tornato a Benevento dopo aver incontrato Grimoaldo: sii fiducioso e non smarrirti perché tuo padre s’avvicina a portarti aiuto. Già stanotte è accampato con un forte esercito lungo le rive del Sangro.

Il corso < medio > del fiume Sangro (giallo) era il confine naturale di una parte del territorio dell’attuale regione Molise che, pertinente al ducato longobardo di Benevento, costituiva il gastaldato del bulgaro Alzecone istituito nell’anno 667 con i territori, scrisse Diacono, pertinenti ai centri di Sepino, Bojano ed Isernia.

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Con l’espansione Longobarda, i gastaldati dell’odierno territorio del Molise divennero 6: Venafro, Isernia, Trivento, Termoli, Larino e Bojano, con le rispettive sedi delle diocesi episcopali.

Il successivo dominio dei Franchi sostituì i gastaldati con le contee.

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Via dei 2 Ducati longobardi (rosso): da SPOLETO, 1 Rieti.                2  L’Aquila. 3 Castel di Sangro. 4 BENEVENTO. f. S. corso del fiume Sangro. Il territorio (nero) della regione Molise con i 6 gastaldati/contee.

Quanto tramandato da Diacono permette di localizzare l’esercito di Grimoaldo presso le rive del fiume Sangro, probabilmente non lontano dall’abitato di Castel di Sangro sito sull’antica via consolare Minucia che da Corfinio, raccordandosi con la via proveniente da L’Aquila, Rieti e Spoleto, capoluogo dell’omonimo ducato, permetteva di raggiungere, dopo avere attraversato i gastaldati di Isernia e di Bojano, ovvero i territori posti a settentrione del massiccio montuoso del Matese, la città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducato.Il suo percorso si originò principalmente seguendo il tracciato dei tratturi che dai territori montani dell’Aquilano conducevano alla pianura dauna.

Con i Longobardi, il percorso era un rapido e, soprattutto, sicuro collegamento tra i 2 capoluoghi perché attraversava solo i territori (fig. 2 linea gialla) del dominio longobardi; successivamente, con l’apparizione (490-493) ed il culto dell’arcangelo Michele voluto dai Longobardi dopo la definitiva vittoria contro i Bizantini, divenne un itinerario religioso.

Il percorso (fig. 1 linea verde tratt.ta) era conosciuto già nel X-IX sec. a. C. dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che lo utilizzarono quando abbandonarono, con la migrazione legata al ver sacrum, la Sabina per occupare i territori centro meridionale della penisola italica.

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                                                               fig. 1

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   fig. 2 Tratturo Castel di Sangro-Lucera (1 verde). Tratturo Pescasseroli-Candela (2 verde). Cammino dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti (via gialla). Via dei 2 Ducati longobardi Spoleto-Benevento (linea rossa): segue in parte il percorso dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che dopo Corfinio coincide con la via consolare Minucia; dopo Sepino segue di nuovo il Cammino dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

Esisteva anche la via di raccordo tra Bojano (via consolare Minucia) e Benevento (via consolare Appia, via consolare Latina Casilina e via consolare Traiana), come testimonia il suo utilizzo da parte dei consoli (Romani) che avevano il campo nei dintorni di Boviano (Bojano).

Tito Livio, descrivendo ciò che accadde dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), scrisse: Fulvio, a cui era toccato in sorte quella provincia, partito di notte (dal campo nei dintorni di Boviano) si introdusse nelle mura di Benevento: l’esercito romano, in una sola notte coprì la distanza da Bojano a Benevento.

La via che univa Spoleto a Benevento, attraversando i territori più interni dei rispettivi ducati, permetteva ai pellegrini di raggiungere sì i porti della Puglia per proseguire verso la Terra Santa, ma dopo l’apparizione dell’Arcangelo Michele, anche il santuario di Monte Sant’Angelo.

Presso la città di Benevento, la via dei 2 Ducati longobardi si collegava alla via Sacra Langobardorum o via micaelica o via dell’Angelo (o dell’Arcangelo) o Cammino dell’Angelo (in figura, linea senape) che conduceva a Monte Sant’Angelo dopo essere passata per Troia, Foggia, Siponto e Manfredonia.

Non era l’itinerario (giallo) più frequentato dai pellegrini che, partendo dalle regioni del nord Europa, desideravano visitare e soggiornare nei santuari e nei monasteri più importanti sorti lungo il percorso Roma, Monte Sant’Angelo e Terrasanta.

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La via dei 2 Ducati longobardi (gialla). La via Sacra Langobardorum o via micaelica o via dell’Angelo (o dell’Arcangelo) o Cammino dell’Angelo (linea senape).

Fu privilegiata la via Francigena (rossa) per giungere a Roma, sede del Pontefice, delle tombe dei martiri San Pietro, San Paolo e di altri Santi.

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Per raggiungere i porti della Puglia, ad esempio Brindisi (4), si proseguiva lungo la via Appia (rossa) o la via Latina/Casilina (nera) che in seguito fu preferita all’Appia, per visitare e pernottare presso il monastero benedettino di Casamari e di Montecassino (2), tanto per citarne i più importanti.

La via Appia, la via Latina/Casilina e la via dei 2 Ducati longobardi convergevano nella città di Benevento (3) dove, con la via Appia o con la via Traiana-Minucia si proseguiva per uno dei porti della Puglia.

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1 Roma. 2 Cassino. 3 Benevento. 4 Brindisi. Via Appia. Via Latina/Casilina. Via Traiana Minucia. SPO. (Spoleto). Via dei 2 Ducati longobardi (gialla).

La città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducato longobardo, era una tappa importante per i pellegrini: avevano la possibilità venerare le reliquie di San Bartolomeo, di San Mercurio, Sant’Eliano e di numerosi altri martiri e confessori venerati nel monastero longobardo di Santa Sofia.

Quanto illustrato è documentato da un antico itinerario, forse il primo della storia dei pellegrinaggi verso la Terra Santa: Itinerarium Burdigalense (rosso), percorso e descritto da un anonimo pellegrino, probabilmente un funzionario statale con relativo seguito, parte nel 333 d.C. dalla città di Bordeaux in Francia (Burdigala) e attraverso il fitto sistema viario dell’impero si reca sui luoghi della vita di Gesù.

Nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa e lo sbarco nella città Brindisi, l’itinerario proseguì sulla via Traiana Minucia fino alla città di Benevento e sulla via Appia per le città di Capua e di Roma (http://burdigale.weebly.com/il-cammino.htmlun): ciuitas brindisi (Brindisi) milia XI mansio spilenaees milia XIIII mutatio ad decimum milia XI ciuitas leonatiae milia X mutatio turres aurilianas milia XV mutatio turres iuliana milia VIIII ciuitas beroes (Bari) milia XI mutatio butontones (Bitonto) milia XI ciuitas rubos (Ruvo) milia XI mutatio ad quintumdecimum milia XV ciuitas canusio (Canosa) milia XV mutatio vndecimum milia XI ciuitas serdonis (Erdonia) milia XV ciuitas aecas (Troia) milia XVIII mutatio aquilonis milia X Finis apuliae et campaniae. Mansio ad equum magnum milia VIII mutatio uicus forno nouo milia XII ciuitas beneuento (Benevento) milia X ciuitas et mansio claudiis milia XII mutatio nouas milia VIIII ciuitas capua (Capua) milia XII.

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Itinerarium Burdigalense (rosso)

 

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ITINERARIUM BURDIGALENSE (334) nel tratto Brindisi- Troia- Benevento. (da Renzo Infante).

Dalena: Questo itinerario assume nel IV secolo forte rilevanza per l’elevato flusso di pellegrini che lo percorrono dall’Occidente verso i luoghi santi tanto che s. Girolamo verso il 397 si dice oppresso dalla moltitudini dei laici e monaci che vi accorrono da ogni parte del mondo. […].

Questo accadeva circa 300 anni prima dell’apparizione dell’arcangelo Michele, avvenuta tra l’anno 490 ed il 493, sul monte Drion del promontorio del Gargano.

I Longobardi, convertiti al cattolicesimo, subito manifestarono una grande devozione all’Arcangelo, tanto da dedicargli le loro chiese e dipingere la sua effige sulla loro bandiera.

La città di Benevento, per l’esistenza delle due strade consolari, la via Appia e la via Traiana Minucia, acquisì una maggiore importanza: il santuario di Monte Sant’Angelo era ubicato nel territorio dell’omonimo ducato ed i pellegrini lo potevano raggiungere prima dell’imbarco per la Terra Santa.

Dalena: La via Traiana, infatti, che ricalcava la via di Minucio che rientrava in quell’ampio programma di ammodernamento viario del governo traianeo ricordato da Galeno, sin dalla sua costruzione nel 109 d. C., cominciò gradatamente a sostituire la via Appia da Benevento a Brindisi quando cominciò a diffondersi il culto micaelico del Gargano.

Soprattutto dopo la vittoria sui bizantini nel 650, raccontata nel secondo episodio dell’Apparitio, i duchi di Benevento Grimoaldo I (647-671) e Romualdo I (662-687), con l’appoggio del vescovo di Benevento, Barbato, tra le iniziative legate alla promozione del culto micaelico, come la sua diffusione nella Longobardia maior e la realizzazione di luoghi di ricovero, resero più sicure le strade di pellegrinaggio in Terrasanta che prevedevano la sosta alla grotta dell’Arcangelo, dove pervenivano

tramite il diverticoloTroia-Siponto-Monte Sant’Angelo”, denominato Via Sacra Langobardorum o, più comunemente, “Via dell’Angelo”: pellegrini di area longobarda, di diversificata estrazione sociale, dall’uomo comune ai massimi rappresentanti della dinastia longobarda (Grimoaldo, Romualdo I, Romualdo II, Pertarito, Cuniperto, Ansa, Atalperga) e anche di altri paesi, specialmente d’Oltralpe, in transito per la Terrasanta, tra cui alcuni anglosassoni attestati dalle iscrizioni runiche nella grotta dell’Angelo.

[…], l’assestamento politico del Mezzogiorno, tra VI e VII secolo, sotto i bizantini e i longobardi di Benevento, resero più sicuro il transito e favorirono varie forme di pellegrinaggio, di laici e religiosi, per le strade più importanti del Meridione d’Italia: la vita di Santa Artellaide, la più antica testimonianza odeporico-devozionale, consente di cogliere l’importanza dell’itinerario “Benevento-Siponto” nei collegamenti tra il Settentrione d’Italia e le sponde adriatiche nella dinamica dei pellegrinaggi verso la Terrasanta, che, da Roma sino a Benevento, scendevano lungo la via Latina e la via Appia.

Il nuovo itinerario religioso, caldeggiato dai Longobardi del ducato-principato di Benevento, divenne la via Sacra Langobardorum o via micaelica o via dell’Angelo (o dell’Arcangelo) o Cammino dell’Angelo: con una < deviazione > di pochi giorni di cammino raggiungeva Monte Sant’Angelo, seguendo il percorso, scrive Dalena: Troia-Siponto-Monte Sant’Angelo, utilizzato da: Bernardo il Saggio (867-870), (1151-1154), frate inglese (1344-1345), Anselmo e Giovanni Adorno (1470-1471). (vedi figura)

Dalena ricorda quanto lasciò scritto il monaco islandese Nikulas Saemundarson (o Nicolas Munkathvera), abate del monastero benedettino di Thingeyrar, durante il viaggio a Gerusalemme effettuato tra il 1151 e il 1154, annota puntualmente l’itinerario, le distanze, i tempi di percorrenza tra i luoghi di sosta e della via Appia.[…].

Da Benevento il pellegrino islandese segue la direttrice Traiana/Francigena sino a Troia, da dove un diverticolo denominato ‘via Peregrinorum’, forse da identificarsi con l’antica via sacra Langobardorum, conduce a Siponto e al santuario micaelico del Gargano. L’itinerario prosegue verso Bari, […]. San Magdalveo nel 757 che avrebbero seguito lo stesso itinerario compiuto dal monaco Bernardo tra l’867 e l’870.

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La via dei 2 Ducati longobardi di Spoleto–Benevento attraversava i territori di 4 regioni: Umbria, Abruzzo, Molise e Campania, come strada “militare” per facilitare e rendere più sicuri gli spostamenti dell’esercito longobardo nei territori della Langobardia minor.

Con il diffondersi della devozione per l’Arcangelo Michele, divenne anche un itinerario di pellegrinaggio: una vera e propria via pellegrinorum che vide sorgere lungo il suo percorso monasteri, chiese ed edicole votive.

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La via dei 2 Ducati longobardi (gialla), già via dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, nel territorio della regione Molise nel tratto: Castel di Sangro, Isernia, Bojano, Sepino e Benevento.

La via dei 2 Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, era sì una via micaelica, ma assolutamente non può essere identificata con la più antica, tradizionale e più famosa via peregrinorum o via Sacra Langobardorum o via micaelica o via dell’Angelo (o dell’Arcangelo) o Cammino dell’Angelo, ricordata da Santa Artellaide, martirizzata in Benevento nell’anno 570.

Era la strata percorsa, forse per primo, da San Magdalveo nel 757, ma sicuramente dal monaco Bernardo negli anni 867-870, da Nicola Munkathvera (o Nikulas Saemundarson) negli anni 1151-1154, da un anonimo frate inglese nel 1344-1345 e, non ultimi, Anselmi e Giovanni Adorno nel 1470-1471.

 

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Con il trascorre dei secoli, l’antica via dei 2 Ducati longobardi ha perso la sua importanza religiosa.

La città di Benevento, privata dell’importanza politica ed amministrativa che nel medioevo aveva acquisita sui territori pertinenti alle attuali regioni Abruzzo e Molise, venuta meno la devozione dei pellegrini di quelle regioni per le reliquie conservate e venerate nelle sue chiese, è stata esclusa dagli itinerari moderni che seguono le strade più comode che il più delle volte, trascurando le località dove la devozione è “secolare”, ne prediligono altre che mai hanno manifestato una particolare devozione all’Arcangelo Michele.

Lungo il tratturo Pescasseroli Candela (elenco dei centri attraversati), in parte già incluso nell’itinerario del Cammino dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, della via consolare Minucia e della via dei 2 Ducati, si localizzano i centri dove ancora oggi si venera (in rosso) l’Arcangelo Michele.

In provincia di IS: Rionero Sannitico, Forlì del Sannio, Isernia, Miranda, Pettoranello del Molise, Castelpetroso, Sant’Angelo in Grotte, Santa Maria del Molise, Cantalupo nel Sannio.

In provincia di CB: San Massimo, Boiano, San Polomatese, Campochiaro, Guardiaregia, Sepino, Cercemaggiore.

E’ doveroso ricordare che, pur non essendo pertinente alla via dei 2 Ducati longobardi ed alla via peregrinorum o via Sacra Langobardorum o via micaelica o via dell’Angelo (o dell’Arcangelo) o Cammino dell’Angelo, la diocesi di Larino può vantare una delle chiese più antiche, edificata in territorio di Civitacampomarano e dedicata a San Michele, come ricorda e testimonia una lettera di papa Gelasio redatta tra gli anni 493494, ovvero pochi anni dopo la 1^ apparizione dell’Arcangelo.

La chiesa, scrive Otranto, è stata localizzata nel territorio di Civitacampomarano in prossimità del tratturo Celano-Foggia.

La via micaelica che permetteva ai pellegrini di raggiungere dal territorio di Larino il santuario di Monte Sant’Angelo corrispondeva all’antica via litorale adriatica; ma questa è un’altra Storia.

 

Oreste Gentile

LA “GIUDECCA” IN CIVITA SUPERIORE DI BOJANO.

dicembre 17, 2016

Giudecca nella Enciclopedia Treccani on line: Nome dato anticamente in varie città d’Italia al quartiere abitato dagli Ebrei o prevalentemente da Ebrei.

Nella città di Bojano, nel borgo denominato Civita Superiore di Bojano che domina la città e l’omonima pianura posta a settentrione del massiccio del Matese, esiste, pur indicando una via, la denominata località Giudecca: il toponimo dovrebbe testimoniare l’esistenza ed identificare il quartiere abitato dagli Ebrei o prevalentemente da Ebrei.

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Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano: la Località Giudecca (tratto intero rosso: la via omonima) e la sua probabile estensione (linea punteggiata rossa).

 

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La cinta muraria (tra il tratt,gio rosso, vista da sud) del castrum di Rocca Boiano, parete esterna delle abitazioni della Località (via) Giudecca.

Pur essendo diffusa tra i cittadini di Bojano l’opinione della presenza di una comunità ebraica nella località Giudecca in Civita Superiore di Bojano, si è sempre ignorato il periodo del suo arrivo, ma potremmo sapere di più conoscendo le vicende storiche di cui fu indiscussa protagonista Civita Superiore di Bojano, all’epoca denominata Rocca Boiano.

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La toponomastica (rettangolo bianco in alto a sn.) indica Località Giudecca. La via è parallela alle mura del lato sud (and.to est-ovest) del castrum di Rocca Boiano.

 

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Particolare di alcune delle abitazioni (sullo sfondo) che “poggiano” sul muro di cinta (lato sud) di Rocca Boiano, terminando ad est con una torre d’angolo. L’ingresso delle abitazioni “affaccia” sulla Località (via) Giudecca.

La Storia, per i secoli X-IX a. C. ricorda la colonizzazione del territorio posto a settentrione del massiccio del Matese da parte dei giovani di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

Presero il nome di Pentri e sulla sommità della collina (Civita Superiore di Bojano) fondarono Bovaianom, la loro città madre, la capitale che dominava la vasta pianura.

Con la dominazione romana, l’importante insediamento divenne l’acropoli della città sannita-romana fondata lungo le pendici della collina e nella pianura interessata dal percorso della via consolare Minucia (Corfinio-Brindisi) e dalla via che permetteva di raggiungere Teano degli Apuli (San Paolo Civitate) e la costa adriatica.

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1. Civita Superiore di Bojano. 2. La città di Bojano in epoca romana. T. Tratturo Pescasseroli-Candela. V. via da Bovianum a Teneapulo ed alla costa adriatica.

Con la caduta dell’impero romano e con la presenza dei Longobardi, l’antico sito di Bovaianom, proprio per la sua originale localizzazione, tornò ad essere protagonista della Storia: l’insediamento, con la costruzione delle mura di cinta con più torri, divenne un castrum ed al suo interno, nella zona più elevata, fu costruito un castello.

Era sorta Rocca Boiano a difesa di Boiano, la civitas di pianura.

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Rocca Boiano (lato sud) vista da monte Crocella: il castello (a sn.) separato in modo chiaro dal castrum (borgo a ds.).

E’ in questo periodo che le vicende di Rocca Boiano e della civitas di Boiano tornarono a legarsi con la Storia di Benevento ed alla comunità ebraica presente nella città, già capitale dei Sanniti Irpini.

Nel periodo longobardo la città di Benevento fu il capoluogo dell’omonimo ducato e, successivamente, del principato che comprendeva i territori già dei Pentri e dei Frentani, oggi regione Molise.

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Anno 667: il duca Romualdo, figlio del re Grimoaldo, concesse al bulgaro Alzecone, scrisse Paolo Diacono, una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. Come ordinò che Alzecone, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi (VIII sec.) quei luoghi e, sebbene parlino anche latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.

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Nell’anno 667 i territori delle 3 città citate da Diacono costituirono un unico gastaldato, ma nell’anno 860, quando i Franchi si erano già sostituiti ai Longobardi nel governare la penisola italica ed il ducato di Benevento che con Arechi II era divenuto principato indipendente (774), esistevano già 6 distinti gastaldati: Venafro, Isernia, Trivento, Termoli, Larino e Boiano il cui gastaldo, Guandelperto, di sua iniziativa e con l’aiuto di Maielpoto telesino con molte cure e con preghiere assoldarono Lamberto duca di Spoleto, e Gerardo conte dei Marsi, per contrastare l’avanzata dell’esercito dei Saraceni guidati da Saugdan.

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I confini dei gastaldati-contee-diocesi di: 1. Venafro. 2. Isernia.              3. Trivento. 4. Termoli. 5. Larino. 6. Bojano.

Con il dominio dei Franchi i gastaldati, conservando la loro originaria estensione territoriale, divennero contee con un proprio titolare.

In seguito, alla fine dell’anno 900, con l’istituzione del principato di Capua e del principato di Benevento, le contee di Venafro ed Isernia furono amministrate dai principi di Capua, le contee di Trivento, Termoli, Larino e Boiano dai principi di Benevento.

Nello stesso tempo, le diocesi episcopali istituite agli inizi del IV-V secolo nei capoluoghi dei municipia delle 6 civitates capoluogo delle omonime gastaldati/contee, furono così amministrate: le diocesi di Venafro ed Isernia dalla metropolita di Capua, le diocesi di Trivento, Termoli, Larino e Boiano dalla metropolita di Benevento.

Nell’anno 1003 Maria, figlia del conte Roffrid, appartenente alla nobiltà del principato di Benevento, era già titolare del gastaldato di Boiano, non ancora contea: lo divenne prima dell’anno 1032.

Uno stretto rapporto politico, amministrativo esisteva tra la città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducato longobardo, poi principato longobardo-franco, e la civitas di Boiano, capoluogo dell’omonimo gastaldato, poi contea.

Stretto era anche il rapporto religioso: la diocesi di Boiano era suffraganea della metropolita di Benevento e con Benevento, che conserva le sacre reliquie, condivideva e condivide il patrono: san Bartolomeo.

Questo stretto rapporto politico, amministrativo e religioso permette di conoscere l’epoca della presenza di una comunità ebraica nella Civita Superiore di Bojano, nel medioevo Rocca Boiano.

Dal sito Italia Giudaica: Quando Benevento passò alla Chiesa, la città ospitava una comunità ebraica dalle radici secolari e in pieno rigoglio. Tracce dell’antica presenza potrebbero essere due epigrafi latine databili al sec. V, dedicate a un Acholitus senior e a un Faustinus senior[2]. Infatti, senior sembra essere l’equivalente del titolo, abituale fra i giudei, di presbyteros e indicare quindi una funzione comunitaria (Cod. Iust.  XVI 8, 2). Quanto al nome Faustinus, esso era assai diffuso nei secoli V-VI presso alcune famiglie di notabili ebrei di Venosa.[…].

A metà del IX secolo la comunità era ormai ampiamente attestata: verso l’850 essa accolse il celebre maestro di misteri Abu Aron di Bagdad, che, da Gaeta, dove era sbarcato, si stava recando in Puglia. Ebrei di Oria venivano nello stesso periodo a B. per affari, come i fratelli Shefatiah ed Eleazar b. Amittai.[…].

Gli stretti rapporti degli ebrei pugliesi e campani con B.(enevento) erano favoriti dalla felice posizione della città,  in cui l’Appia Antica si biforcava nella Traiana e incrociava le strade provenienti dal mar Tirreno e dal Sannio. Nell’VIII secolo, inoltre, la città aveva vissuto con Arechi II una splendida stagione culturale, che non dovette lasciare indifferenti i giudei. Un tale ambiente e opere come la  Historia romana  di Paolo Diacono (756-774) e la  Historia  Longobardorum  dello stesso autore, fanno ritenere probabile l’attribuzione alla nostra comunità del Sefer Yosefon, il capolavoro della storiografia ebraica medievale composto nel X secolo.

La comunità ebraica, Giudecca, di Benevento occupava un esteso quartiere con 3 sinagoghe:

 

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Benevento: San Nazario de Jiudeca in piazza Piano di Corte.

 

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Benevento: San Tommaso de Jiudeca nei pressi di Porta Somma.

 

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Benevento: Santo Stefano de Judeca o de Neophitis in via Bartolomeo Camerario.

Quando arrivarono gli Ebrei a Rocca Boiano/Civita Superiore di Bojano ?

Prima ipotesi.

I periodi del loro arrivo potrebbero essere diversi e sempre dipendenti dalle vicende che videro protagoniste le comunità ebraiche residenti nella città di Benevento o nelle regioni limitrofe.

Ricordando quanto scritto da Paolo Diacono sulle condizioni in cui versavano nell’anno 667 i territori pertinenti alle città di Sepino, Boiano ed Isernia: una vasta regione sino allora deserta, è ipotizzabile che oltre ai bulgari di Alzecone, anche dei coloni ebrei potrebbero essere stati invitati od obbligati a stabilirsi in quei centri.

Purtroppo, la loro presenza e la presenza dei Longobardi hanno una scarsa documentazione a causa delle vicende che in ogni epoca (sannitica, romana, medievale e la distruttrice epoca moderna) compromisero le strutture urbanistiche sorte sulla sommità della collina di Rocca Boiano e nella stessa civitas di Bovianum.

Rocca Boiano offriva alla comunità ebraica una migliore difesa e la pianura sottostante un maggiore sviluppo agricolo per le sue numerose sorgenti di acqua utili, come vedremo, anche per lo sviluppo dell’industria tessile, mentre la via verso la Daunia e la costa adriatica e la via consolare Minucia verso la città di Benevento, favorivano gli scambi commerciale.

Ciò che resta a testimoniare la presenza dei Longobardi e della comunità ebraica, è una < balaustra > in cui fu scolpito il nodo longobardo o nodo di Salomone ed il toponimo Giudecca dove risiedeva la comunità di Ebrei.

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Pluteo Nodo longobardo o nodo di Salomone di Rocca Boiano.

Prerogativa della comunità ebraica presente nella città di Benevento era il mestiere o l’arte della tessitura e della colorazione delle stoffe: una attività che necessitava di una grande disponibilità di acqua.

In Italia Giudaica è scritto: Alla morte del principe longobardo Landolfo VI (1077), gli ebrei passarono, come tutta la città, sotto il dominio della Curia romana alla quale pagavano gabelle per il diritto di tingere e di vendere le stoffe.[…].

Nel suo noto Itinerario Benjamin de Tudela racconta che nel 1165 fu ospitato a Benevento, dove risiedevano circa 200 famiglie, dai suoi correligionari. Nel 1198 dentro il quartiere occupato dagli ebrei vi erano tre chiese parrocchiali che, alla propria denominazione, facevano seguire “de Judeca”. Gli ebrei avevano il controllo della tintoria dei drappi locali. Il drappo beneventano era molto rinomato.

Borgia in Memorie istoriche della pontificia città di Benevento (parte seconda, 1763), descrivendo le Proprietas que remansit Curie de regalibus Beneventi, ricordò la < tassa > della Curia romana per Tincta Judeorum.

Proprio la presenza delle abbondanti sorgenti di acqua avrebbe favorito il trasferimento di alcuni Ebrei dalla città di Benevento o dalle regioni limitrofe a Rocca Boiano o nella civitas di Boiano.

Nella città di Bojano ancora oggi esistono alcuni toponimi o si ha memoria del loro utilizzo nel passato: via Tintiere vecchie, ancora esistente, e via valchiere, oggi via Turno ed una area detta valcaturo.

Tintiere deriva da tincta (Judeorum), la lavorazione quasi in esclusiva dei colori e delle tinte dei tessuti da parte delle comunità ebraiche.Valchiere e valcaturo sono la corruzione di Gualchiera o Valchiera, di derivazione longobarda: Walcan o Walkjan = pressare, tipico delle macchine idrauliche che rendevano il tessuto più resistente attraverso l’infeltrimento della lana.

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1. via Tintiere Vecchie. 2. via Valchiere. Chiesa san Biagio (punto rosso).

 E’ verosimile, stando alla testimonianza dei 2 toponimi longobardi, che alcuni membri della comunità ebraica residenti nella città di Benevento si fossero o siano stati obbligati a trasferirsi in Rocca Boiano nel periodo della presenza del gastaldo bulgaro Alzecone o subito dopo, stabilendo nella località Giudecca la loro residenza.

La loro principale attività di tingere e di lavorare la lana, come testimoniano i 2 toponimi tintiere e valchiere da gualchiera o valchiera, fu svolta nella città di Boiano la cui pianura era/è ricca di sorgenti di acqua.

Nei pressi della via valchiere e la vicina località valcaturo, già nell’anno 1241 esisteva Ecclesia Sancti Blasii de Porta Bojano: era anche nei pressi del valcaturo dove operavano le valchiere e dedicata a San Biagio per ricordarene il martirio: fu torturato con i pettini di ferro delle macchine utilizzate per cardare la lana e poi fu decapitato. E’ patrone dei cardatori di lana e protettore contro il “male di gola”.

I Regesti Gallucci pubblicati da G. De Benedettis nel 2011, ricordano per gli anni 1138 e 1147 un atto di vendita rogato per mano di N. Machabeo di Boiano: un “cognome” utilizzato dalle comunità ebraiche ed il nome Salathiele figlio di Giovanni Saneb di d(ett)a Città (di Boiano) per gli anni 1166 e 1168.

Nei Regesti Gallucci più volte furono ricordate, fuori dal centro di Boiano, li Valcatori siti a Riofreddo sopra il Ponte, posseduti da esso Vesc(ov)o, dicendo che né ad essi frati, né ad altro spetta rag(io)ne alc(u)na sopra detti Valcatori, ma mostrando le loro ragioni si offere pronto di stare a’ Giustizia l’anno del sig(no)re per l’anno 1307 e per il 1314, agosto 24 Due Molini e tre valcatori a Rio freddo iuxta la possessione di Nicola di Boiano et altri fini.

Seconda ipotesi.

Le comunità ebraiche furono protagoniste della Storia anche con l’imperatore Federico II.

Riccardo Calimani in Storia degli ebrei italiani (volume primo) scrive: Dieci anni dopo (1231) estese a tutti gli ebrei del regno la speciale protezione accordata ai tranesi nel 1224 e confermò che la vita e gli averi di tutti erano tutelati dai suoi provvedimenti. Agli episcopati diminuì i redditi che essi percepivano dalle giudecche e decise che i contributi di tutte le tintorie fossero pagate al regio fisco.

Si evidenzia che la citazione della Ecclesia Sancti Blasii de Porta Bojano dell’anno 1241, era pertinente ad una confisca dell’imperatore.

Federico II aveva una particolare predilezione per Rocca Boiano, all’epoca conosciuta anche come Castrum Boyani, tanto che nell’anno 1223 si riservò il suo possesso: potremmo ipotizzare che in quel periodo una comunità di Ebrei possa essere stata trasferita su suo ordine a Rocca Boiano nella località poi denominata Giudecca.

Terza ipotesi.

L’ultima ipotesi è sempre legata ad una < migrazione > di una comunità di Ebrei che si sarebbe stabilita nella località Giudecca di Rocca Boiano a causa degli avvenimenti del XVII secolo.

Da Corriere Sannita, it (marzo 2016): Nel 1442, Alfonso d’Aragona salì al potere e concesse alcuni privilegi agli Ebrei. Tuttavia nel 1458, alla morte di Alfonso, Benevento ritornò sotto lo Stato pontificio. A Benevento, essendo nello Stato Pontificio, fu risparmiata l’espulsione degli Ebrei ordinata dai Reali di Spagna nel 1541. Disgraziatamente, dopo l’elezione di Papa Paolo IV nel 1555, gli Ebrei sentirono una crescente pressione per indurli alla conversione e diversi si convertirono al cattolicesimo. Nel 1569 gli Ebrei furono espulsi da Benevento e da altre piccole città sotto il potere pontificio. Gli Ebrei ritornarono a Benevento nel 1617, ma nel 1630 furono espulsi definitivamente e non vi fecero più ritorno.

Il plurisecolare legame storico e religioso tra la città di Benevento e la città di Bojano accrediterebbe anche questa 3^ ipotesi, ma i toponimi di origine longobarda che ancora esistono nelle 2 città, tintiere e gualchiere, connessi alla preminente attività delle comunità ebraiche ed i “cognomi” di alcuni personaggi presenti nella civitas di Boiano daterebbe il loro arrivo a Rocca Boiano tra l’VII secolo, presenza in Boiano di Alzecone, ed il IX secolo.

Oreste Gentile

 

 

 

 

 

BOJANO NEGLI “ANTICHI ITINERARI”.

dicembre 17, 2016

 BOJANO/BOVAIANOM/BOVIANUM/BOVIANO-BOBIANO, capitale storica della regione Molise, fu fondata dai SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI tra i secoli X-IX a. C. alle falde settentrionali del massiccio del Matese e svolse un ruolo di primaria importanza nel corso della Storia, soprattutto nel periodo compreso tra il X-IX secolo a. C. ed il XIII secolo.

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Il territorio presso Bojano nel X – IX sec. a. C.. (tratturo verde)

I tratturi permisero la migrazione (ver sacrum) dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti verso i territori prescelti per dare origine alle nuove popolazioni: Piceni, Marrucini, Vestini, Equi, Marsi, Peligni, Carecini, Frentani, Pentri, Irpini, Caudini e Lucani.

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Le direzioni delle migrazioni dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti

Lo sviluppo della città di Bojano fu favorito fin dalla sua fondazione (X-IX a. C.), da uno dei tratturi che attraversavano da occidente ad oriente il territorio della attuale regione Molise e consentivano la transumanza stagionale delle greggi dagli altipiani dell’Abruzzo alle coste adriatiche ed alla pianura dauna.

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I percorsi dei tratturi

 

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I tratturi nel Molise. Da: [PDF] MoliSeb Wine & FoodBlog.

 Il tracciato del tratturo denominato Pescasseroli-Candela, come vedremo, raccordandosi a nord con gli altri percorsi, permise di costruire la via consolare Minucia: passando per la città di Bojano, collegava la città peligna di Corfinio, posta sulla via consolare Valeria, con la città di Brindisi.

Bojano, in osco Bovaianom, in latino Bovianum, fu la città-madre, la capitale dei PENTRI fino alla conquista romana; 2^ capitale della Lega Italica in occasione della guerra sociale (I sec. a. C.), colonia, municipio e sede di diocesi episcipale durante il dominio romano.

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Le colonie, i municipia e le diocesi episcolali nel territorio dei Sannti Pentri e Frentani: 1. Venafro 2. Isernia 3. Trivento 4. Termoli 5. Larino 6. Bojano

Con il dominio dei Longobardi, Bojano fu capoluogo di uno dei gastaldati (anno 667) nel ducato di Benevento e, successivamente, di uno dei 6 gastaldati nel ducato di Benevento istituiti nei territori che avrebbero costituita la regione Molise.

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Con i Franchi, i gastaldati divennero contee e, con il dominio dei Normanni, Bojano accrebbe la sua importanza avendo esteso i confini della omonima contea inglobando i territori pertinenti alle contee di Venafro, Isernia, Trivento, parte di quella di Larino e con 2 feudi: Serracapriola in provincia di Foggia e Castelvolturno in provincia di Caserta.

Nell’anno 1142 la Contea di Boiano fu denominata Contea di Molise.

Molise, per ricordare la famiglia comitale Molinis, Molisio originaria del feudo normanno di MOULINS.

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La contea di Molise nella sua massima espansione (confine rosso).

La contea di Molise, con capoluogo Boiano, fu protagonista di tutti gli avvenimenti che videro impegnati i suoi titolari in conflitto con i re e gli imperatori presenti all’epoca nell’Italia centro meridionale.

La sua decadenza inizò con il dominio degli Angioini.

In considerazione del suo ruolo, Bojano fu presente negli itinerari e nella più antica cartografia.

La più antica carta geografica che rappresenta la città di Bojano in base alle coordinate geografiche calcolate all’epoca, è la Geografia di Tolomeo (I sec. d. C.).

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Le coordinate calcolate da Tolomeo.

 

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 ( Nota: nella cartina realizzata secondo le coordinate calcolate da Tolomeo nel I secolo, la localizzava di Bovianum/Bojano (bianco) a nord di Aesernia/Isernia ha sollevato il classico “polverone” per sostenere la sua identificazione con l’odierna Pietrabbondante (IS): era la conferma che era esistito Bovianum vetus citato nella Storia una sola volta da Plinio. Coloro che hanno voluto “sfruttare” l’imprecisione causata dalle coordinate geografiche di Tolomeo, non hanno valutato che altre città non rispettavano le odierne localizzazioni: Sulmo/Sulmona, Corfinium/Corfinio, Aufiudena/Castel di Sangro, Anxanum/Lanciano e lo stesso territorio dei Frentani, erano stati posti più a sud di Bovianum/Bojano, mentre nella realtà sono a nord di Bojano e della stessa Pietrabbondante ).

Si deve ad un console romano la costruzione della via Minucia che interessava i territori interni della penisola italica con un percorso parallelo alla via Appia, alla via Latina/Casilina ed alla via litorale adriatico.

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La Via consolare Minucia (giallo). 1 Corfinio. 2. Bojano (tratto giallo). Via Appia (1). Via Latina/Casilina (2), Via Traiana (azzurro), Via litorale adriatico (marrone).

Secondo Radke (1981), il costruttore della via Minucia dovrebbe essere scelto tra: M. Minucio Rufo console nel 221 a. C., Quinto Minucio Rufo console nel 197 a. C. e Q. Minucio Thermus console nel 193 a. C.. Radke propende per M. Minucio Rufo.

La via Minucia fu ricordata da Cicerone (106 – 43 a. C.), da Orazio (65 – 8 a. C.) e da Strabone (p. 60 a. C. – c. 20 d. C.) che scrisse: Ci sono due vie che partono da Brendesion: la prima è una mulattiera che passa attraverso il territorio dei Peucezi chiamati Pedicli e poi attraverso quello dei Dauni e dei Sanniti fino a raggiungere a Beneventum. Su questa via c’è la città di Egnatia e poi Celia, Netium, Canusium ed Herdonia. L’altra via, passa per Taranto, volge un pò verso sinistra, allungando l’itinerario di circa un giorno. E’ chiamata via Appia ed è maggiormente praticabile per i carri.

La prima, ricordata da Strabone come una mulattiera era la via Minucia che oggi si identifica con la S. S. Appulo Sannita 17.

La via consolare Minucia (1) fu disegnata nella Tabula Peutingeriana (Itineraria picta/dipinto) le cui edizioni furono stimate all’anno 170 ed all’anno 365.

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Bojano si localizza e si identifica con Bobiano (2 torri) ed è posto ad oriente della catena appenninica e non lontano (a sinistra) da Hercul Rani (Campochiaro).

Le località poste sulla via consolare Minucia e riportare nella T. P., sono nell’ordine: Corfinio, Sulmona, Campo di Giove, Castel di Sangro, bivio Fòrli del Sannio, Isernia, Santa Maria del Molise, Bojano, Campochiaro, Sepino, Ariano Irpino.

Da Bobiano si originava una altra via (2) che lo collegava con adcanales (Baranello), e con: ad pyr (Campolieto), Geronum (Gerione-Casacalenda) e Teneapulo (S. Paolo Civiate).

Bobiano/Bojano era collegato anche con la costa del mare Adriatico con un percorso che seguiva il tracciato del tratturo Matese-Centocelle, oggi identificabile con la odierna S. S. 87 Sannitica.

Nella città di Bojano, all’inizio di via Francesco Cavadini l’iscrizione STRADA S. AGOSTINO PER NAPOLI E TERMOLI testimonia l’esistenza della via che collegava la capitale dei Sanniti Pentri con il territorio dei Sanniti Frentani, con la costa adriatica ed il territorio die Dauni.

Una via precursora dell’attuale S. S. 647 “Bifernina“, da Bojano a Termoli.

 

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Foto R. Colella.

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All’epoca della T. P., il tracciato da Bobiano/Bojano raggiungeva nell’ordine: adcanales nei pressi di Baranello (? CB), l’odierna taverna Cortile nei pressi di Campobasso, dove incrociava il trattuto Castel di Sangro-Lucera, ad pyr presso Campolieto (CB), Geronum/GerioneCasacalenda (CB) e teneapulo/San Paolo Civitate (FG).

Un lungo tratto della via consolare Minucia pertinente al percorso da Milano a Reggio Calabria, fu descritto nell’Itineraria Antonii Augusti (Itineraria ad notata/descrittivo, anni 284-305): Iter quod a Mediolano per Picenum et Campaniam ad Columnam, id est Traiectum Siciliae ducit mpm DCCCCLVI sic […].

Castello Firmano mpm XX. Troento civitas mpm XXVI. Castro civitas mpm XII. Aterno civitas mpm XXIIII. Interpromium vicus mpm XXV. Sulmone civitas mpm XXVIIII. Aufidena civitas mpm XXIIII. Serni civitas mpm XXVIII. Boviano civitas mpm XVIII. Super Thamari fluvium mpm XVI. Ad Equum tuticum mpm XXI. Ad Matrem magnam mpm XVI.

Nel secolo VII la città di Bojano è ricordata dal Ravennatis Anonymi Cosmographia come Bobianum, localizzata dopo la città di Esernia (Isernia) e prima del sito di Rani (Hercul Rani/Campochiaro nella Tabula Peutingeria):

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e nel Guidonis Geographia: Bobianum si localizza tra Cleturcium (Santa Maria del Molise) e Rani (Campochiaro).

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In epoca medievale il territorio della regione MOLISE, già pertinente alle popolazioni italiche dei Sanniti Pentri e dei Sanniti Frentani, svolse un ruolo di primaria importanza per le comunicazioni tra il nord ed il sud della penisola italica.

Le cronache dell’epoca longobarda, ricordano l’esistenza di una via che facilitava le comunicazioni tra la città di Spoleto, capoluogo dell’omonimo ducato, con la città di Benevento, capoluogo dell’omonimo ducatoprincipato, e da qui, con la Via Sacra Langobardorum, si poteva raggiungeva il santuario di Monte Sant’Angelo.

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La via dei 2 Ducati (gialla). La via Sacra Langobardorum o via micaelica o via dell’Angelo (o dell’Arcangelo) o Cammino dell’Angelo (linea senape)

La via dei 2 Ducati, in epoca federiciana, fu testimone della ribellione del conte Tommaso di Celano e delle contessa Giuditta, titolare della contea di Molise.

Fu utilizzata per il trasferimento degli eserciti dell’imperatore e dei ribelli fedeli al conte da Rocca Boiano, l’odierna Civita Superiore di Bojano, e dalla città di Bojano, capoluogo della contea di Molise, al castellum di Rocca Mandolfi ed a Celano, capolugo della omonima contea.

Con l’avvento degli Angioini iniziò il lento declino della città di Bojano: la contea di Molise non più data in feudo e fu amministrata dalla corte reale.

Oreste Gentile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL TERREMOTO E’ UN ” CASTIGO DIVINO ” ?

novembre 7, 2016

Dal periodico Famiglia Cristiana:

< Una visione pagana, non cristiana. Offensiva per i credenti, scandalosa per chi non crede >. Da Oltretevere, dopo giorni di polemiche roventi, arriva l’intervento – pesantissimo – di condanna del Vaticano su uno dei conduttori di Radio Maria, il domenicano padre Giovanni Cavalcoli, che lo scorso 30 ottobre, a poche ore dal violento terremoto che ha devastato Norcia e Camerino provocando migliaia di sfollati, ha affermato che questi disastri sono un castigo divino per le          < offese >, parole di Cavalcoli, arrecate < alla famiglia e alla dignità del matrimonio con le unioni civili >.  A intervenire dalla Santa Sede è stato monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato: < Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede >, ha detto venerdì sera all’Ansa. Per Becciu queste posizioni sono < datate al periodo precristiano che non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo >. Impossibile quindi  < non chiedere perdono ai nostri fratelli colpiti dalla tragedia del terremoto per essere additati come vittime dell’ira di Dio. Sappiano invece – conclude – che hanno la simpatia, la solidarietà e il sostegno del Papa, della Chiesa, di chi ha un briciolo di cuore >.  

Non si tratta di essere credenti o non credenti, ma qualcuno dovrebbe spiegare perché nell’uso comune, quando accade qualcosa di spiacevole, istintivamente si dice   ” è un castigo di Dio “.

I credenti sono consapevoli che quanto di spiacevole accade può essere causato dalla    “trasgressione” ai “voleri divini”; i non credenti, con quella imprecazione, manifestano il loro disappunto.

Sorprende non poco la reazione di coloro che si professano credenti alla esternazione del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli.

Teologo è chi si dedica allo studio allo studio delle cose divine e del loro rapporto con quelle umane e naturali; egli, come tutti coloro che si professano credenti, crede nel diluvio universale, crede nei “castighi di Dio” verso il Faraone e gli Egiziani, crede in Sodoma e Gomorra: tutti avvenimenti illustrati con dovizia di particolari dalla Sacra Bibbia ed accaduti nella cosiddetta epoca                 < precristiana >.

Perché Dio in epoca < precristiana > fu così severo ed oggi, per chi si dice credente, dovrebbe essere permissivo ?

In epoca  < precristiana > è stato scritto: Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra. Allora Dio disse a Noè: < E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra per causa loro è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con al terra. >.

Oggi, in epoca < cristiana >, Dio dovrebbe tollerare coloro che quotidianamente sono dediti alla corruzione, alla violenza, alla perversione ?

Vogliono far intendere che dopo il soggiorno di Cristo sulla terra presso i mortali, Dio dovrebbe essere meno vendicativo, più permissivo, più misericordioso ?

Se non sbaglio, Mosè ricevette le Tavole dei 10 Comandamenti nell’epoca               < precristiana >, hanno ancora valore per i credenti che vivono l’attuale epoca           < cristiana > ?

Non è stato Gesù a dire: Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti, non sono venuto per abolire, ma per dare compimento ?

Disse ancora: sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso. […]. Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra ? No, vi dico, ma la divisione. […]. No, vi dico, se non vi convertite perirete alla stesso modo.

Addirittura disse: Chi poi dice al fratello: “stupido“, sarà sottoposto al sinedrio; chi gli dice “pazzo“, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.

Altro che perdono o misericordia !

Gesù oltre alle benedizioni, non proferì anche le maledizioni ?

Non disse: Quelli che vivono secondo la carne non possono piacer a Dio ?

Nella nostra  epoca < cristiana >, per il credente, Dio sarà misericordioso verso coloro che vivono secondo la carne ?

Non è stato Gesù ad invitare i peccatori alla conversione, senza la quale non si entra nel Regno e non ci sarà misericordia ?

Quale è stata la bestemmia del teologo ?

Ha affermato che questi disastri sono un castigo divino per le < offese > arrecate < alla famiglia e alla dignità del matrimonio con le unioni civili >: è solo il parere di uno che si professa credente; il non credente avrebbe < fatto spallucce > con un sorriso beffardo !

E’ da ritenere che se proprio la Chiesa non avesse sollevato il polverone, la                     bestemmia del teologo sarebbe passata inosservata, ma hanno voluto creare lo scandalo.

Oreste Gentile

SAN FRANCESCO NELLA CITTA’ DI ISERNIA ?

ottobre 29, 2016

La notizia della presenza di san Francesco nella città di Isernia fu documentata da Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, nella sua opera Memorie Historiche del Sannio (1644): Dopo ch’ebbe pigliato (san Francesco) molti luoghi nella Puglia, nel ritorno onorando di nuovo con la sua presenza queste parti, fondò altri tre (monasteri) nella Provincia di Benevento, cioè quello di Mirabella. Ovvero di Acqua putrida, di Avellino, e di S. Maria Oliveta nella Terra d’Apici, come afferma il Vandingo in detto anno. Indi giunto in Isernia anche vi fondò il Convento sotto l’invocazione di S. Stefano, secondo lo stesso Autore, ove etiandio al presente si vede una stanza, in cui dimorò per quel poco tempo. Che vi si trattenne. […]. Vi è anche la campana, che fu fatta nel 1259.

Come non credere all’arciprete Ciarlanti?

Ma, consultando il testo originale Annales Minor (1625-1654), di Lukas Wadding scopriamo che san Francesco non è mai stato nella città di Isernia, né vi fondò un monastero.

Wadding, scrisse:

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Si legge: 1 San Francesco era in Puglia ed aveva visitato il santuario di San Michele. 2 Nei pressi di Benevento città nella provincia terrae laboris fondò un monastero presso Mirabello (Acquae pitridae), un altro ad Avellino ed il terzo a sancta Mariae Oliveta, presso l’odierna Apice. Successivamente san Francesco si trasferì presso oppido vici Albi e in oppido Apostae giunse a Eugubium (Gubbio), in Umbria città antica….. .

E la sua presenza ed il monastero nella città di Isernia ?

La città fu ignorata da san Francesco, visto che Vadding, prima che il santo giungesse al santuario di Monte Sant’Angelo, tramanda la sua presenza nell’odierna Mignano Monte Lungo, precisando che era adiacente a campis Venafranis (Venafro); successivamente il santo si trasferì a Maddaloni.

fr2Ci sono stati studiosi che hanno voluto “sfruttare” quanto scritto da Ciarlanti per testimoniare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio nella città di Isernia, inventando l’incontro di san Francesco, presente nella città addirittura nel giorno di Pasqua del 3 aprile 1222: Il culto di S. Francesco fu molto in auge nell’età celestiniana. Secondo una tradizione si vuole che durante la venuta dell’assisiate in Isernia (1222, cfr. par. XVI e Ciarl., IV, 333) il Poverello avesse conosciuto fanciullo il futuro Celestino V il quale in quell’epoca aveva otto anni.

Altri hanno scritto: Era l’anno 1222: Francesco d’Assisi, di passaggio per Isernia, nota tra la folla che lo attornia e lo venera un bambino di poco più di sei anni. Gli si avvicina, gli sorride dolcemente, lo accarezza. Il bambino diventerà Papa: papa Celestino V.

Quanta poesia, quanta dolcezza in questa descrizione, ma la Storia è tutt’altra cosa.

L’inesattezza di Ciarlante è stata sfruttata da alcuni studiosi per accreditare alla città di Isernia sia la nascita di Pietro di Angelerio, sia un diverso anno di nascita da loro stimato essere il 1215, mentre le più antiche biografie tramandano l’anno 1209.

Sottraendo da 1222, anno della presenza in Isernia di san Francesco, gli 8 anni del fanciullo, si ottiene 1214; sottraendo da 1222 i più 6 o 7 anni del bambino, si ottiene 1216 o 1215.

Questo è quanto.

(nel blog vedi in merito altri articoli)

Oreste Gentile