CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.
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PAPA CELESTINO V. LA CHIESA E LA CARTA STAMPATA I DEPOSITARI DELLA VERITA’ ?

maggio 19, 2018

Celebriamo oggi, sabato 19 maggio 2018, S. Celestino V papa, al secolo Pietro di Angelerio, nel giorno della sua morte avvenuta sabato 19 maggio 1296, nel castello di monte Fumone, all’età di 87 anni, essendo nato lunedì 29 giugno 1209.

In quale località ?

                                      UNA DOMANDA SENZA UNA RISPOSTA.

Papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio.

Il giorno 13 maggio 2018 è stata celebrata la 52ma Giornata delle Comunicazioni sociali. Tema: Notizie false e giornalismo di pace, e, come sempre, la Chiesa ha invitato i fedeli a pregare: Perché gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione nel raccontare il mondo che li circonda siano sempre  attenti e rispettosi della verità e della dignità di ogni persona…. .

Come spesso accade, sono pochi gli scrittori, i giornalisti, i registi e gli operatori della comunicazione che rispodono all’invito della Chiesa e, a volte, sono gli stessi uomini di Chiesa a < predicare bene e razzolare male >.

Una vicenda che si trascina da secoli: l’identificazione del luogo di nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio (per brevità non esamireremo l’anno della nascita, il cognome dei genitori, lo stato patrimoniale e la sua presenza nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294).

Cosa hanno scritto gli uomini di Chiesa in merito al luogo della nascita di Pietro di Angelerio ?

Dimostrano indifferenza alla secolare polemica, tanto da scrivere nell’anno 2009, in occasione della celebrazione dell’VIII centenario (1209-2009) della nascita di papa Celestino V: Cari fratelli e sorelle, noi Arcivescovi e i Vescovi dell’Abruzzo e del Molise siamo lieti di annunciare che a San Pietro Celestino V viene dedicato uno speciale anno giubilare dal 28 agosto 2009 al 29 agosto 2010 in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215.  Le diocesi del Molise sono tutte coinvolte, essendo S. Pietro Celestino compatrono del Molise. Pietro Angelerio è nato nel Molise, è stato a Faifoli (Montagano) come chierico e come abate. La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia.

Perché evidenziare La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia e citare UNICAMENTE la città che da secoli ne rivendica la nascita ?

Perché ricordare la secolare polemica e giustificare l’atteggiamento dellaChiesa dichiarando: Oggi discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi (uomini di Chiesa, n. d. r.) queste cose interessano relativamente, perché ciò che ci sta a cuore è la sua vita.

Si < lavano le mani > come Ponzio Pilato, poi esprimono pareri contrastanti tanto da confonderel’ignaro con queste dichiarazioni:1. nacque nel Molise2. nasce in terra d’Isernia, nel Molise; 3. il luogo di nascita è conteso tra Sant’Angelo Limosano e Isernia. Non entriamo nel merito ma di certo sentiamo molto fondato il sito di Sant’Angelo Limosano, perché quel paese meglio giustifica la sua presenza giovanile presso il monastero di Faifoli. 4. La ininterrotta tradizione locale, suffragata anche da autorevoli storici dell’ordine celestiniano, vuole nato in terra d’Isernia. 5. Hanno perfino dato la loro < benedizione> a una nuova località in provincia di Caserta che in tempi recenti si è candidata per rivendicare la nascita del papa molisano.

                                                  PIATTO RICCO MI CI FICCO.

Ignoro cosa sia stato scritto nell’Annuario Pontificio dell’anno 2018,ma nell’edizione dell’anno 1997, era scritto: S. Celestino V, n. a Isernia, Pietro del Morrone;  mentre nella edizione dell’anno 1998S. Celestino V, del Molise, Pietro del Murrone: MOLISE indica tutto il territorio del regione, ergo papa Celestino V potrebbe essere nato in uno dei suoi 136 comuni, ma le biografie ricordano che nacque in un castrum,  mentre Isernia era una civitas ed entrambe si localizzavano nel comitatus o conteadi Molise.

                              “CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE … INTENDA”.

Così agiscono gli uomini di Chiesa.

Per come agiscono i giornalisti, esaminiamo un articolo pubblicato da un noto quotidiano del Molise il 13 aprile dell’anno 2008.

Il redattore (ne ometto l’identità per non offrirgli una “gratuita pubblicità”), esordisce, sic et simpliciter: L’iserniano Celestino V.

ISERNIANO (agg.vo-sost.vo masch.)  ?

La documentazione archeologica, numismatica e letteraria lo SMENTISCE.

Gaio Plinio Secondo il Vecchio (23 – 79 d. C.) in Naturalis Historia (libro III, 107) ricordò gli Aesernini.

Non male come premessa dell’articolo !

Il redattore, cicero pro domo sua, ha citato correttamente Platina (1421-1481), il cui vero nome era Bartolomeo Sacchi, abbreviatore [Enciclopedia Treccani: Nel Medioevo, denominazione (lat. abbreviator o breviator) degli ausiliari dei notai e, dal sec. 14°, degli impiegati della cancelleria pontificia che facevano estratti delle suppliche ricevute e stendevano le minute delle bolle e dei brevi pontifici.] di alcuni pontefici e fu direttore della Biblioteca Vaticana; la sua pubblicazione principale fu un breve trattato di gastronomia.

Con superficialità e leggerezza, senza un’approfondita ricerca bibliografica, ignorando quanto tramandato dai primi biografi del papa molisano, nell’anno 1479 Platina scrisse una breve: De vitis Pontifici: Celestino Quinto, chiamato prima Pietro da Morone, fù de Isernia e visse heremita in un luoghetto solitario due miglia lungi da Sulmona.

Chi furono i primi biografi di papa Celestino V, ignorati da Platina e dal diligente redattore ?

Il cardinale Jacopo Stefaneschi, circa 200 anni prima di Platina, tra il 1296 e il 1314, a pochi anni dalla morte (1296) di Celestino V, nel suo Opus Metricum aveva ricordato, riferendosi al luogo di nascita: Est locus Aprutii, cui profert accola nomen Molisium, patria huis: quonda vel parte Laboris Terrae.

                                               IGNORATA ISERNIA.

Il frate F. Francisci Pipini (1270-1328), bolognese scrisse nel Chronicon: Hic fuit conversatione Anachoreta, sive Eremita de Abrutio, oriundus prope Sulmonam provinciae Terrae-Laboris, vocatus prius Frater Petrus de Murone.    

                                               IGNORATA ISERNIA.

TRE biografie denominate Vita A, Vita B e Vita C (1303 – 1306), ma la Vita C è stimata la più attendibile perché scritta da Bartolomeo da Trasacco e Tommaso da Sulmona, DUE dei discepoli più cari che stettero accanto a Pietro di Angelerio fino alla morte, ricordando il primo monastero frequentato dal giovane Pietro, scrissero: quod vocatur Sancta Maria in Fayfolis quod erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

Il monastero era nella provincia oriundus (di nascita) e Santa Maria in Faifoli dove fu ospite per il noviziato, è poco distante da Sant’Angelo Limosano.

                                                IGNORATA ISERNIA.

Per brevità, ricordiamo i biografi che scrissero PRIMA di Platina:

Guidonis (12611331) vescovo francese, fu dello stesso parere di Pipini.

                                                IGNORATA ISERNIA.

La Bolla di Canonizzazione (1313), ricordò: la Provincia di Terra di Lavoro, omettendo comitatus Molisi che era la denominazione di un unico Justitiariato nel regno di Napoli; proseguendo, il testo della Bolla ricordò erroneamente: Hic Fr. Petrus de Morone antea dictus, natione Apulus Monachu.

                                                 IGNORATA ISERNIA.

Natione Apulus scrisse anche Petrus de Alliaco, cardinale francese (1326 – 1415).

                                                  IGNORATA ISERNIA.

Tra gli anni 1471- 1474, Stefano di Lecce, celestiniano e professore di sacra teologia,

IGNORATO dal Platina che aveva scritto nel 1479 (circa 8-5 anni dopo) e dal redattore dell’articolo in esame, nella Vita del Beatissimo Confessore Pietro Angelerio scrisse: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado del Molise, vicino Limosano. […] si chiamava Santa Maria del Molise (corruzione di Faifoli, n. d. r.), vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.

                                                      IGNORATA ISERNIA.

Lelio Marini, Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto scrisse la biografia San Pietro del Morrone già Celestino Papa V (1630), composta di 550 pagine e a buon diritto, può essere stimata la più completa per la ricchezza delle descrizioni storiche, geografiche e religiose.

Nella prefazione alla sua opera, Marini citò tra i biografi di Celestino V, anche Dionigi Fabro Francese, di cui non ho trovato altre notizie, mentre il redattore dell’articolo ricorda tale Fabbro, assertore dell’origine isernina di papa Celestino V.

MARINI ricordò che alla sua epoca (XVII sec.) si era diffusa la notizia: La patria del Santo secondo l’opinione volgare fù Esernia antica & illustre città dei Sanniti, ma aggiunse diligentemente: Altri scrittori non di meno hanno lasciato memoria, che il luogo dove nacque Pietro, fu un castello chiamato Sant’Angelo: così hanno alcuni Manoscritti antichissimi, la prima parte de i quali si professa nel prologo, che fù lasciata scritta di propria mano da un Monaco di Santa vita discepolo del Santo & si hà che fu il Beato Roberto de Sale. Et dal trattato, che scritto di mano del Santo medesimo delle cose passate nella sua fanciullezza & nei primi anni della sua conversione, fù trovato nella Cella di lui.  (segue un riferimento a quanto scritto dal cardinale Giacomo Caitano che citò un luogo chiamato Molisi e alla bolla di Canonizatione, già esaminata).

                                                            CAPITO ?

Marini 1630, quale scopo aveva per accreditare la nascita di papa Celestino V al castrum dell’odierno Sant’Angelo Limosano e non alla civitas di Isernia ?

Alcuni anni  dopo Marini, Ciarlanti 1640 (citato dal redattore) Telera 1648, Spinelli 1664, il Bullari Romano 1741, Celidonio 1896, senza indizi, indicarono la civitas di Isernia.

Il redattore dell’articolo evidenzia la pubblicazione nell’anno 1894 di un volume straordinario in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita.

In verità, in verità a tale proposito, vale la pena esaminare quanto scrisse Grano nell’anno 1996: La Bolla fu esibita per la prima volta da Celestino Telera nel 1648, il quale così la inserì nella sua opera: “” Nacque Pietro detto del Morrone nell’anno di nostra salute 1215, sotto il pontificato d’Innocenzo III, in Isernia, città dei Sanniti; benchè altri, quanto alla patria, diversamente, ma senza appoggio di vere ragioni, stimassero; poiché negli antichi Officij della Chiesa e nella vita di lui, scritte da più gravi Autori leggiamo esser’egli nato in quella città. Il che si fa molto più chiaro da un editto del 1289 (che si trova appresso què cittadini) in cui Roberto Vescovo di Isernia, eresse una Compagnia di persone devote per impiegarle in esercitij di carità verso gl’infermi e peregrini “”.

Il testo della Bolla, ricorda: Nos Robertus, Dei gratia yserniensis, […] religosi viri fratris Petre de Murrone huius civitatis Ysernie civis […]. Actum Ysernie anno Domini Millesimo ducentesimo ottuagesimo nono, primo Octubris, terti anno secundo.e Indictionis, Pontificatus Nicolay Pape quarti. (1° ottobre 1289).

Il redattore esprime un proprio giudizio sul testo della pergamena, affermando: in cui viene chiarito esemplarmente il luogo e la data di nascita: in verità, Petre de Murrone fu ritenuto civitate Ysernie civis, ovvero semplicemente cittadino della città di Isernia, non nato o nativo di Isernia: la cittadinanza si acquisiva e si acquisisce trasferendosi dal luogo di nascita in un’altra località (di residenza); dove era scritto, come afferma il redattore, la data di nascita di fratris Petre de Murrone ?  

                                                          MISTERO.

Il MISTERO infittisce sulla esistenza della Bolla: SOLO Telera aveva trovato NON l’originale, ma una COPIA del XVI secolo di cui si ignora la provenienza; pertanto l’avrebbe potuta compilare lo stesso Telera.

Le sorprese non mancano e il giallo è sempre più avvincente.

Il Santo Giovanni Paolo II fu tratto in errore dal suo entourage che gli aveva scritto il discorso, ricordato dal redattore nel suo articolo, pronunciato il giorno 16 novembre 1996 in occasione della visita dei pellegrini non solo della diocesi di Isernia-Venafro con il vescovo mons. Gemma, come ha evidenziato il redattore presente all’evento; perché non ha ricordato anche la presenza dei fedeli della diocesi di Trivento con il loro vescovo mons. Santucci ?

                                                          MISTERO.

Avendo visionato la registrazione dell’evento, riassumo quanto ci interessa: il vescovo di Isernia-Venafro esordì rivendicando al capoluogo della sua diocesi la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angeleni; il Santo Papa, leggendo con molta fatica a causa della salute precaria quanto scritto da altri, rispose: Cari pellegrini di Isernia-Venafro, in questi tre anni di celebrazioni centenarie celestiane a ricordo dell’elevazione al sommo Pontificato dell’iserniano Pietro da Morrone, divenuto Celestino V, e dell’anniversario della sua santa morte […] .

E’ bene evidenziare che nel momento stesso in cui furono pronunciate queste parole, mons. Santucci, vescovo di Trivento, seduto tra il Pontefice e mons. Gemma, subito si volse verso il collega isernino per un commento di cui ignoro il contenuto: un suo giudizio sul termine iserniano o sulla nascita di Pietro di Angelerio nella città di Isernia ?

                                                              MISTERO.

Mons. Santucci (al centro) si rivolge a mons. Gemma. La mantellina bianca del Santo Giovanni Paolo II, seduto alla sinistra del vescovo della diocesi di Trivento. (immagine TV Telemolise).

Il redattore ha dato all’evento GRANDISSIMA importanza, al punto da scrivere: Questo basta e avanza per mettere a tacere qualche “ugola solitaria”.

Il finale dell’articolo è sorprendente.

Il redattore scrive: Conclusione: documenti interessanti ed ancora inediti sono custoditi nella biblioteca di Montecassino. L’associazione “La Fraterna” a breve inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti dove è chiaro, come la luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

Correva l’anno 1998, mese di Aprile; SIAMO nell’anno del Signore 2018, giorno 19 maggio, san Celestino V papa: I MEMBRI de L’associazione “La Fraterna” HANNO DIMENTICATO hanno dimenticato di inoltrerà formale richiesta per visionare alcuni documenti o SI SONO PERSI NEI LUNGHI CORRIDOI DELLA BIBLIOTECA MONUMENTO NAZIONALE DELL’ABBAZIA DI MONTECASSINO o i documenti interessanti ed ancora inediti NON SONO MAI ESISTITI ?

                                                           MISTERO.

Dopo 10 anni, siamo in attesa della pubblicazione dei documenti interessanti ed ancora inediti dove è chiaro, come le luce del sole, il luogo di nascita di Celestino V.

E GLI UOMINI DI CHIESA CONTINUANO A FARE TIFO PER LA CITTA’ DI ISERNIA o per la TERRA DI ISERNIA.

                                                            AMEN.

Oreste Gentile.

 

LE “TAVOLE EUGUBINE” e LA “TAVOLA OSCA” di CAPRACOTTA/AGNONE SCRITTE DAI SOLDATI DI ANNIBALE

maggio 11, 2018

Prima che dall’anno 2012 si diffondesse la < sindrome viteliù >, dall’anno 1990 nel Molise si era diffusa la       < sindrome battaglia di Canne > che modificava radicalmente le nostre conoscenze: la battaglia di Canne, che TUTTE le fonti classiche hanno sempre ricordato avvenuta presso il fiume Ofanto in territorio Dauno, sarebbe avvenuta presso il fiume Fortore in territorio Pentro; la millenaria cultura del popolo dei Pentri sarebbe stata influenzata dalla presenza dei disertori dell’esercito Cartaginese in cui erano presenti mercenari: iberici, celti, i frombolieri delle Baleari, i cavalieri Numidi, gli Spagnoli e gli Africani.

Questo preambolo è utile per esaminare quanto è stato illustrato da un articolo/intervista di un noto quotidiano molisano pubblicato il 29 aprile u. s. .

Nella pagina dedicata ad Agnone Alto Molise, si afferma che i templi edificati dai PENTRI, popolazione di origine (XI-IX sec. a. C.), Safina/Sabina/Sabella/Sannita furono costruiti da maestranze punico-molisani, del II sec. a. C. e che La Tavola (detta osca trovata nel territorio di Capracotta, n. d. r.), evidenzia la stessa in-congruenza del toro-bue e dei templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà.

In verità, i più importanti templi scoperti in alcuni centri del territorio dei PENTRI, restaurati e studiati, testimoniano che:

VENAFRO esisteva un santuario frequentato già dal IV sec. a. C..

VASTOGIRARDI, Il tempio fu costruito tra il 130-120 a.C..

mmmm

PIETRABBONDANTE, nella seconda metà del IV sec. a. C. iniziò la frequentazione del santuario per diventare nei secoli successivi e fino alla disfatta degli Italici nella guerra sociale (I sec. a. C.) il loro luogo di culto preminente.

 

SCHIAVI D’ABRUZZO: Il santuario presenta due grandi fasi edilizie: alla prima, da porsi alla fine del III o agli inizi del II sec. a.C., […] appartiene il tempio maggiore; alla seconda fase, risalente agli inizi del I sec. a.C., da riferirsi una ristrutturazione che ha comportato l’ampiamento dell’area sacra, con conseguente innalzamento del livello pavimentale, per la costruzione di un secondo tempio con relativo altare.

CAMPOCHIARO, la frequentazione del santuario è testimoniata da materiale votivo datato seconda metà del IV-prima metà del III sec. a. C..

SEPINO, il santuario ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C.. Tali reperti si riferiscono alle pratiche di culto che avvenivano nel santuario ed alle attività connesse con il santuario stesso, inteso sia come luogo di preghiera che come luogo in cui si favorivano e si facilitavano incontri e scambi. I materiali più antichi sono prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. (vedi figura ).   

L’area del santuario

SAN GIOVANNI IN GALDO, una frequentazione cultuale è attestata, dal materiale votivo, già alla fine del III-inizi del II secolo a.C. precedente quindi alla sistemazione monumentale che è da datare tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. e continua fino al III secolo d.C. quando si avrà l’abbandono definitivo dell’area. (vedi figura).

L’area del tempio.

 Quanto esaminato e divulgato dalla Soprintendenza Archeologica del Molise, SMENTISCE l’affermazione: templi così detti italici, in verità punico-molisani, del II sec. a. C.: si costruiscono dopo che il Sannio è stato distrutto e soggiogato, non quando era libero e potente capace di esprimere autonomamente la propria religiosità, la propria cultura e la propria civiltà, NON CORRISPONDE ALLA VERITA’ STORICA E ARCHEOLOGICA.

Ma quali templi punico-molisani !

Il popolo dei PENTRI, dopo la definitiva conquista da parte dei Romani della loro città madre, la capitale Bovaianom nell’anno 305 a. C., godevano di “sovranità limitata”, ma persero i territori pertinenti alla praefectura di Venafrum (anno 290 a. C. ?) e alla colonia latina di Aesernia, istituita nell’anno 263 a. C..

I punici e i molisani costruirono i templi così detti italici ?

I punici militavano in un esercito che, alleato con alcune delle popolazioni cosiddette italiche, fatta eccezione dei PENTRI, avevano un unico scopo: abbattere il potere di Roma; i molisani solo dall’anno 1142 sarebbero stati protagonisti nella STORIA.

La STORIA ricorda nell’anno 218 a. C. il passaggio delle Alpi da parte dell’esercito di Annibale e la sua presenza in Italia si protrasse fino all’anno 204 a. C. (totale circa 14 anni), quando fu richiamato in Africa.

TUTTE le fonti antiche, ricordando i percorsi dell’esercito cartaginese in lungo e in largo per la penisola italica, non documentano la sua presenza nel territorio dei PENTRI, infatti è sempre bene ricordare, fu l’unica popolazione di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita fedele alleata di ROMA. (vedi figure. Per saperne di più, articolo Annibale nel territorio dei Sanniti/Pentri ? in molise2000.wordpress.com).

 Gli itinerari dell’esercito cartaginesi tramandati da Tito Livio hanno sempre escluso il territorio dei PENTRI. (vedi figure).

Come i punici avrebbero potuto costruito dei templi in un territorio che MAI avevano attraversato e MAI avrebbe dato loro ospitalità per essere stati, i PENTRI, sempre ostili nei loro confronti ?

E’ a dir poco DELIRANTE quanto si legge nell’artico/intervista: […]. Il che fa pensare (dopo un lungo preambolo dell’intervistatore che probabilmente IGNORA la STORIA, n. d. r.) che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

L’esercito di Annibale aveva vinto a Canne e giudico impossibile, sulla base degli Storici di ogni epoca, che i vincitori non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: quanto mai nella Storia di tutte le  guerre sono i vincitori ad abbandore il loro esercito vincitore ?  (scusate il gioco di parole).

Dopo lo scontro vittorioso di Canne, l’esercito di Annibale spadroneggiava nei territori dell’Italia meridionale, ma non nel territorio dei PENTRI; addirittura si arricchì dell’alleanza con: CampaniAtellaniCalatini, i Bruzzi, i Lucani, gli Uzentini, i Tarentini, quei di Metaponto, i Crotonesi, i Locresi e tutti i Galli cisalpini.

Se ci siano stati disertori, la Storia ricorda quelli presenti nell’esercito romano sconfitto.

Livio scrisse: tuttavia, né le disfatte,  le defezioni degli alleati ebbero la forza di spingere i Romani a pronunciare in nessun luogo mai la benchè minima parola di pace.

L’esercito di Annibale era composto prevalentemente da mercenari il cui unico scopo era il bottino che spettava loro dopo ogni la vittoria.

Con la vittoria dell’Aufido-Ofanto, Tito Livio scrisse: Cartaginesi raccolsero qui un’ingente preda. Al di fuori dei cavalli e degli uomini e di quella quantità d’argento che si trovava nel campo, tutto il resto fu abbandonato al saccheggio !

Per saccheggio s’intende quell’azione militare che mira a depredare e ad acquisire bottino portando allo stesso tempo lo scompiglio e la distruzione, altro che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua, come riferisce l’articolo/intervista.

Romani e i fedeli alleati Pentri avrebbero permesso che nel loro territorio fossero ospitati dei nemici che, invece di nascondersi, si accoppiassero con le loro donne e si dedicassero alla stesura del testo della Tavola osca di Capracotta/Agnone, dopo avere già scritto: le Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.) ?

E’ bene ricordare che il territorio dei PENTRI, l’unica popolazione italica rimasta fedele alleata di Roma, la separava dai territori degli Apuli e degli Irpini dove spadroneggiava” l’esercito vincitore di Annibale in attesa di conquistare la città di Capua.

Tito Livio ricordò la presenza di un accampamento dell’esercito romano nei pressi di Bovianum/Bojano, capitale dei PENTRI: Notizie di tutte queste cose come si erano svolte giunse ai Beneventani, che mandarono subito dieci messi ai consoli che avevano il campo nei dintorni di Boviano.

Per coloro che IGNORANO quando furono “incise” la Tavola osca e le Tavole Egubine, è bene precisare: la prima fu rinvenuta in località Fonte del Romito, […], forse la più importante testimonianza dell’osco sannitico: si tratta di una tavola di bronzo (cm. 28 x 16,5), datata al 250 a. C. circa e attualmente conservata presso il British Museum di Londra, su cui sono presenti iscrizioni in lingua osca che citano 17 divinità sannitiche connesse con riti agrari.

Le seconde, Tavole Eugubine/Iguvine sono sette tavole di bronzo, […], alcune in alfabeto etrusco, altre in alfabeto latino contenenti un testo in lingua umbra, che è il più importante documento per lo studio della lingua e della civiltà umbre. Risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica. Contengono descrizioni di sacrifici e statuti di una confraternita sacerdotale, che è detta dei fratelli Atiedi. (Enc.dia Treccani).

Le due citazioni bibliografiche SMENTISCONO CLAMOROSAMENTE che a redigere le Tavole (TblH) siano stati gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua: gli stessi che avevano dato una mano nella stesura delle Tavole Eugubine, anch’esse successive al periodo della battaglia del Trasimeno (217 a. C.), come le critica più avveduta sembra orientata ad ammettere grazie all’esegesi linguistica.

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere la Tavola osca di Capracotta/Agnone se è stata stimata dell’anno 250 a. C. circa ?

Come potevano gli uomini di Annibale, quelli rimasti nel Sannio dopo la battaglia di Canne (216 a. C.), quelli che non hanno voluto o potuto seguire il Comandante nell’avventura di Capua incidere le Tavole Eugubine se risalgono in parte al 3°, in parte al 2° sec. a.C., ma la redazione del testo originale è assai più antica ?

Invocare l’esegesi linguistica è stato quanto mai inopportuno: ammesso (e non concesso, recitava Totò) che i soldati Cartaginesi e i loro mercenari sapessero scrivere l’etrusco,  l’osco e il latino, come avrebbero redatto i testi delle 2 Tavole visto il loro arrivo in Italia nell’ anno 218 a. C., mentre la Tavola osca fu incisa nell’ anno 250 a. C. circa e le Tavole Eugubine in parte nel III sec. a. C., in parte nel II sec. a. C., tenendo ben presente che la redazione del testo originale è assai più antica e risalirebbe forse al I millennio a. C. ?

L’artico/intervista offre al lettore un’altra perla: Forse, anche la continuità con il passato, se Capracotta è l’antica Cominium sannita, Carovilli, l’introvabile Aquilonia e Pietrabbondante, la Bovianum vetus.

Fortuna per noi, l’articolo/intervista ha termine, altrimenti l’intervistato avrebbe stravolto tutta la Storia antica e localizzato nel territorio dell’Alto Molise, all’epoca territorio dei Pentri, per la gioia di chi è stato influenzato dalla < sindrome viteliù >, anche le località ancora IGNOTE di Volana, Herculanea e Palumbinum, mentre il restante territorio sarebbe stato una inospitale zona deserta ! (vedi figura).

Il territorio dei Sanniti/Pentri (nei confini gialli)

Oreste Gentile.

Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, conte di Boiano e la contessa di Catanzaro nel castello di Macchia d’Isernia ?

maggio 4, 2018

Il castello di Macchia d’Isernia gode l’ammirazione degli studiosi e dei visitatori; è singolare volere arricchire la sua Storia con avvenimenti mai accaduti.

 

E’ priva di fondamento la notizia pubblicata dal sito:

http://www.comune.macchiadisernia.is.it/storia-e-cultura/arte-e-monumenti/ilcastello/: […].  Intorno alla prima metà del 1100 l’edificio fu residenza di Clementina, figlia di Ruggero II il Normanno, re di Sicilia, che andò in sposa a Ugone di Molise.

Qualche studioso (sic) di recente ha divulgato la notizia della presenza in un periodo estivo del capostipite della famiglia Moulins/Molinis/Molisio, il conte Rodolfo, figlio di Guimondo (II), signore del castrum di Moulins, e di Emma.

Non esiste una fonte bibliografica che possa testimoniare la presenza del conte Rodolfo nel castello di Macchia d’Isernia in un periodo estivo ed è ampiamente documentato dalle cronache dell’epoca che non esisteva Clementina, ma Clemenza, contessa di Catanzaro: non era stata la moglie di Ugone di Molise; non era figlia di Ruggero II il Normanno, ma era figlia di Raimondo conte di Catanzaro e di Segelguarda.

Il conte Ugo (II), figlio del conte Simone, titolare della contea di Bojano, poi detta MOLISE dall’anno 1142, aveva sposato una figlia naturale di re Ruggero (II) di Sicilia e il re Ruggero (II) ebbe una relazione amorosa con la sorella del conte Ugo (II) con la nascita di Simone per ricordare il conte Simone, padre del conte Ugo (II) e dell’anonima figlia.

Con l’avvento di re Gugliemo I, Simone divenne titolare del principato di Taranto.

Il conte Ugo (II) morì nell’anno (o poco dopo) 1160, senza lasciare eredi.

La dinastia del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio.

 

La contea di Bojano-MOLISE nell’anno 1142.

 

Questo è quanto tramandano le cronache dell’epoca.

Oreste Gentile.         

I “CENTRI FORTIFICATI” NEL SANNIO PENTRO.

aprile 30, 2018

PREMESSA.

 Mura ciclopiche, dal dizionario Treccani on line: mura c., quelle costituite da macigni rozzi ed enormi, sovrapposti senza regolarità (anche dette poligonali o pelasgiche, perché gli antichi attribuivano le mura di alcune cittadelle micenee ai Pelasgi e ai Ciclopi).

Furono utilizzate nella costruzione dei terrazzamenti per vincere i dislivelli e costruire sul piano le abitazioni, per creare le aree da destinare alla coltivazione, per il controllo e la difesa del territorio.


La Regina (2013): Le fortificazioni megalitiche sono invece costruite con attenzione agli aspetti difensivi, facendo ricorso soprattutto all’asperità dei luoghi, senza impiegare maestranze specializzate nella lavorazione della pietra. Le mura si datano all’epoca delle guerre sannitiche (?, n. d. r.) e costituiscono un sistema organicamente predisposto per la tutela del territorio su iniziativa dello stato. Le mura sembrano quindi realizzate con il contributo obbligatorio di una parte della popolazione, specialmente degli individui soggetti alla leva militare e con il lavoro di prigionieri deportati ‘in lapicidinis’, seguendo le istruzioni di comandanti esperti di poliorcetica poco interessati all’eleganza della costruzione.

Di Stefano (2001), conferma l’importanza e la funzione dei centri fortificati costruiti nel territorio del Sannio Pentro: La sorveglianza avveniva attraverso il completo controllo visuale del territorio, la capacità, attraverso sentieri secondari, di intervenire velocemente nei confronti di un aggressore, e la possibilità di comunicare con le altre fortificazioni attraverso eventuali segnali luminosi. […].

Esistevano delle fortificazioni minori di cui Di Stefano scrive: Queste fortificazioni minori contornano le cime più grandi, creando un omogeneo sistema difensivo a guardia del territorio e dei suoi accessi. […].

Tutte le fortificazioni sono poste in maniera tale da essere visibili reciprocamente e la loro distanza non è mai superiore ai dieci chilometri dalle cinte contigue. E’ stata inoltre verificata la possibilità di comunicazione con cinte appartenenti a sistema difensivi di altre zone, tanto da poter parlare di un omogeneo sistema strategico “regionale”. […].

Ciò induce a pensare che questi sistemi fortificati non fossero limitati solamente alle aree che essi difendevano direttamente, ma fossero parte di una difesa più generale, che comportava collegamenti con cinte più lontane, non attinenti al contesto territoriale di appartenenza.

La posizione delle cime presso il massiccio del Matese, dislocate ad anello su tutti i lati del rilievo, costituisce un esempio lampante.

La pianura a settentrione del Massiccio del Matese. Il tratturo Pescasseroli-Candela (1) e il tratturello Matese-Cortile-Centocelle (2). I centri fortificati.

La funzione delle cinte, in mancanza di dati di scavo, si può dedurre solo dalla loro grandezza e posizione: le più piccole, apicale, si può ipotizzare avessero compiti esclusivamente militari (vedi il centro fortificato di monte Crocella di Bojano, n. d. r.). La loro frequentazione doveva essere limitata alle esigenze o alle stagioni. Le più estese […], oltre al controllo strategico del territorio, avranno ospitato insediamenti stabili o avranno avuto la funzione di rifugi in quota per la popolazione che viveva in “vicatim”.

 

LO STANZIAMENTO DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/PENTRI. 

Tra i secoli XI-IX a. C., uno dei gruppi di giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti protagonista della migrazione (ver sacrum), seguendo un bue, animale sacro al dio Ares/Mamerte/Marte, o un vessillo con il suo simbolo totemico, percorrendo dalla Sabina (pianura del lago Cotilia) le vie (tratturi) utilizzate dalle greggia per le stagionali migrazioni (transumana), giunsero e presero possesso della pianura posta a settentrione del massiccio del Matese, espandendosi fino ad occupa parte dei territori oggi pertinenti alle province di Chieti e L’Aquila, il territorio della provincia di Isernia e gran parte della provincia di Campobasso.

I percorsi dei tratturi più importanti dalla Sabina alla Daunia.

Fondarono la loro città madre, Bovaianom (osco)/Bovianum (latino)/Bojano, la capitale del nuovo popolo che si chiamò Pentri.

Il loro nome, scrive Salmon (1977), contiene la stessa radice del celtico pen-, <sommità>, il che implica che i Pentri erano un popolo di montanari. Essi popolavano il cuore del Sannio, la regione del Massiccio del Matese e le sue vicinanze, e le valli del fiume Trinius (Trigno) e Tifernus (Biferno).

Tutto fa pensare che fossero forti e temibili, la spina dorsale della nazione.

Un buon numero di essi era concentrato nella sola zona aperta del Sannio, oltre all’Irpinia, di una certa estensione, la valle dominata da Bovianum e Saepinum, attraversata da ovest verso est dal tratturo PescasseroliCandela e dal tratturello MateseCortileCentocelle.

 

Il territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti PENTRI. I “popoli” confinanti. I fiumi.

Il territorio dei Sanniti/Pentri si caratterizza ancora oggi per la presenza dei centri fortificati (o, recinti) costruiti sulla sommità delle colline e delle montagne soprattutto con lo scopo di controllare e difendere gli insediamenti di pianura, le vie di comunicazioni, nonché di comunicare rapidamente tra loro con i raggi riflessi del sole, con il fumo e con il fuoco durante la notte.

I centri fortificati nel territorio dei Sanniti/Pentri.       

 

L’IMPORTANZA DEL CENTRO FORTIFICATO DI “MONTE CROCELLA” DI BOJANO.

Il centro fortificato che domina da sud la pianura di Bojano, scoperto nell’anno 1984, all’apparenza senza importanza per le sue dimensioni di circa 900 mq., posto sulla sommità di monte Crocella, già colle pagano, a 1040 mt. s. l. m., svolse un ruolo di primaria importanza nella Storia dei Sanniti Pentri.

 

Monte Crocella visto da nord.             Monte Crocella visto da sud.

Strada di accesso (a) al centro fortificato (b). Centro (c). Plan.tria                                                              

Sommità di monte Crocella. Muro di terrazzamento lato ovest.

Sommità di monte Crocella. Muro di terrazzamento lato nord ovest.

Muro di terrazzamento lato nord visto dall’alto.      Visto dal basso

Dalla sommità di monte Crocella furono scelti e fissati i < capisaldi di confine > con i popoli consanguinei: Peligni, Carecini, Frentani, Irpini e Caudini; potremmo identificare il monte Crocella, già Colle Pagano, con il colle chiamato sacro ricordato da Diodoro Siculo (I sec. a. C.) e con il collis Samnius di Festo (II sec. d. C.): sacralità dovuta alla scelta e alla definizione dei confini del territorio dei Pentri. (vedi figura, procedendo da ovest verso est).

Dalla pianura dei Sanniti/Frentani di Larino, due dei <capisaldi > di confine con i Sanniti/Pentri: la cima Serra Guardiola mt. 669 (in lontananza a destra) e la cima Monte Cece mt. 697 (a sinistra).

Un’altra prerogativa del centro fortificato di monte Crocella o è propria di Bovaianom/Bovianum/Bojano, città madre, capitale dei Sanniti/Pentri, era la sua equidistanza dalle città madre, dalle capitali degli Irpini, Benevento; dei Caudini, Montesarchio; dei Campani, Capua (Santa Maria Capua Vetere) e dei Sidicini, Teano.

Inoltre era equidistante da Aufidena (Alfedena, 1), Aufidena romana (Castel di Sangro, 2), Montefalcone del Sannio (6). (vedi figura).

Fissati i confini del loro territorio, i Sanniti/Pentri iniziarono l’occupazione e la creazione dei loro siti sulle montagne, sulle colline e nelle pianure; tutto avvenne dopo il loro arrivo databile tra XI-IX sec. a. C.: potrebbero avere già trovato i centri fortificati, adattandoli alle loro esigenze di difesa, di comunicazioni o, come nel caso della fortificazione di monte Crocella di Bojano, utilizzarli anche per fissare i confini del loro territorio con quelli dei consanguinei loro confinanti.

I centri fortificati dovevano esistere già prima dell’VIII sec. a. C., considerando la scoperta di numerose necropoli dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti datate a quell’epoca ed esistevano certamente prima del VI-V sec. a. C. quando i Sanniti: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini, definiti Sanniti della montagna iniziarono l’invasione dei territori campani con la conquista della città etrusca di Capua (445 a. C.) e della città greca calcidese di Cuma (421-420 a. C.).

Appiano (95 ca.-165 d. C. ca.), descrivendo la guerra sociale, ricordò: Silla espugnati gli accampamenti di Papio Mutilo procedette a Boviano dove era il consiglio comune dei rivoltosi. Aveva la città tre fortezze e i Bovianesi si tenevano all’erta. Or questi spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potessero, significandone il fatto col fumo. Dato alfine questo segno, Silla attaccò di fronte il nemico, e combattendo per tre ore, potentissimamente presa la città. Tali sono le imprese di Silla in quella estate; con il giungere dell’inverno si recò a Roma per chiedere il consolato.

De Sanctis (Polverini, 1976): La città, che in posizione forte all’incontro delle vie conducenti ad Esernia, Benevento e Venusia possedeva tre acropoli sulle pendici del monte, fu difesa accanitamente dai SannitiSilla, mentre attaccava il nemico frontalmente dalla pianurainviò reparti di truppe ad occupare a tergo dei difensori le acropoli con l’ordine di dargli mediante fumate il segnale dell’occupazione. Così dopo tre ore di aspro combattimento s’impadronì anche della seconda capitale degli insorti.

Nell’anno 89 a. C. Silla aveva espugnato Bovianum/Bojano, la civitas sannitaromana costruita, dopo la conquista romana, nella pianura ai piedi della collina sulla cui sommità e lungo le sue pendici, con una serie di terrazzamenti, era stata fondata Bovaianom, la città madre, la capitale dei Sanniti/Pentri, oggi Civita Superiore di Bojano, che divenne l’acropoli della civitas di pianura.

Il centro fortificato di monte Crocella, da sempre utilizzato per comunicare con gli altri insediamenti sparsi per il territorio dei Sanniti/Pentri e dei loro confinanti consanguinei, dovrebbe corrispondere alla fortezza ricordata da Appiano o una delle acropoli ricordate da De Sanctis.

La 2^ fortezza corrisponde al già citato antico sito di Bovaianom, acropoli della Bovianum di pianura.

La 3^ fortezza si localizza e identifica con l’odierna contrada La Piaggia-san Michele, all’apice di una serie di terrazzamenti in mura megalitiche che iniziano dalla base della collina alla destra del percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Guerra sociale. Planimetria della civitas Bovianum sannita-romana (giallo). 1. Bovaianom-acropoli. 2. Contrada La Piaggia San Michele. 3. Fortificazione di monte Crocella.

 

L’estensione della civitas sannitica romana Bovianum (nel tratt.gio gallo). L’acropoli (Bovaianom, nel tratt.gio rosso) . Il tratturo Pescasseroli-Candela. La via per la litorale adriatica.

 

1. L’acropoli (Bovaianom) della civitas sannitica romana Bovianum (giallo). 2. Terrazzamento La Piaggia-San Michele. 3. centro fortificato monte Crocella. Posizione dell’esercito di Silla di fronte alla civitas Bovianum.

 

  GLI ALTRI CENTRI FORTIFICATI DEI SANNITI/PENTRI.

La descrizione dei centri fortificati di cui esiste un’ampia documentazione, inizia da nord ovest e procede verso sud est, seguendo i percorsi dei tratturi che attraversavano e attraversano il territorio dei Sanniti/Pentri: PescasseroliCandela (7), Castel di SangroLucera (6), CelanoFoggia (5), AteletaBiferno (11); il tratturello MateseCortileCentocelle (15 e 8) ed i bracci SprondasinoCastel del Giudice (12) e PescolancianoSprondasino (13).

I percorsi dei principali tratturi.

 

I centri fortificati nel territorio dei Sanniti/Pentri.

                   

ROCCACINQUEMIGLIA. ALFEDENA. CASTEL DI SANGRO.

 Tre centri fortificati a difesa delle vie di accesso al territorio dei Sanniti/Pentri e per la comunicazione visiva con i vicini popoli consanguinei: Sanniti/Marsi, Sanniti/Peligni e Sanniti/Carecini.

Di Stefano evidenzia: L’importanza strategica della zona è, inoltre, testimoniata dalla presenza di tre importanti tratturi nel territorio di Castel di Sangro: il Lucera-Castel di Sangro, il Pescasseroli-Candela ed il Celano-Foggia. […]. La zona di Castel di Sangro costituisce punto di convergenza di una serie di tracciati di importanza primaria, che non potevano essere lasciati senza sorveglianza. […].E in effetti la funzione primaria che le tre fortificazioni svolgevano era la sorveglianza integrata dei tracciati e dei valichi d’accesso a nord ovest del territorio occupato dai Sanniti/Pentri.

Ingresso nord ovest (cerchio giallo) nel territorio del Sannio/Pentro con i tratturi: Celano-Foggia (5), Castel di SangroLucera (6) e Pescasseroli-Candela (7).

Le tre cime di Castel di Sangro, Alfedena e Roccacinquemiglia sono tutte a vista fra di loro, unite oltre che mediante la viabilità principale anche attraverso una serie di percorsi secondari. Le tre fortificazioni sono, come già detto, disposti su rilievi minori, tutti intorno ai mille metri di altitudine, ma in posizione di grande importanza strategica. […].

E’ stata verificata la possibilità di comunicazione con cinte appartenenti a sistemi difensivi di altre zone, tanto da poter parlare di un omogeneo sistema strategico “regionale”. Infatti, dalle cime più orientali (sic, n. d. r.) come Castel di Sangro o Roccacinquemiglia, è perfettamente visibile Monte S. Nicola, presso il comune di Capracotta, sede di un’altra grande cinta fortificata, e dalle Morge è possibile

trasmettere agevolmente segnali con la cinta di monte Cavallerizzo presso Vastogirardi. Le due cinte di Capracotta e Vastogirardi sono situate su rilievi molisani che costituiscono la spalla meridionale della valle del Sangro.

Distano circa quindici chilometri da Castel di Sangro e rivestono un’importanza strategica particolare in quanto sorvegliano gli accessi che da nord conducono verso il fiume Trigno e il comprensorio di Pietrabbondante.

I centri fortificati a difesa dei tratturi: Celano-Foggia, Castel di Sangro-Lucera e Pescasseroli-Candela, ingresso nord ovest del Sannio Pentro.

 

ROCCACINQUEMIGLIA.

 Di Stefano: Le fortificazioni di Castel di Sangro e Roccacinquemiglia, invece, occupano i rilievi presso le pendici meridionali dell’Arazecca: la loro presenza consente il controllo capillare dell’alta valle del Sangro e del valico del tratturo Celano-Foggia presso Castel di Sangro. La cinta fortificata di Roccacinquemiglia, situata circa 5 chilometri da Castel di Sangro, è catalogabile come una struttura “pluriapicale con vallecola interna”. La fortificazione corre sulla mezzacosta di tre rilievi dalla quota omogenea, intorno  ai 1150 m. con il circuito medio di 1500 m. La presenza all’interno delle mura, di uno spazio pianeggiante da un lato aumentava considerevolmente l’area intramuranea fruibile, quantificabile in circa 108.500 metri quadrati. […]. Lo spazio pianeggiante interno fa ipotizzare che la cinta ospitasse al suo interno strutture abitative stabili, necessitanti di spazi meno ristretti, rispetto a quelli offerti dai pendii.

Il monte Arazzeca visto dalla fortificazione di monte Crocella.

                                    

Planimetria e particolare delle mura.

 

ALFEDENA.        

Di Stefano: La fortificazione di Alfedena-il Curino è posta presso le pendici occidentali della cresta del monte Arazecca, presso il valico del tratturo Pescasseroli-Candela e la strettoia del fiume Sangro presso Barrea. […]. Sul valico della Forca, presso Alfedena, incombono non solo la già citata cinta del Curino ma anche la contigua cinta di Civitalta, da cui si ha il controllo completo dell’area. […]. La più nota è sicuramente quella sul monte Civitalta (quota 1190 m); le scarse evidenze rendono difficoltosa, a tutt’oggi, una precisa identificazione tipologica della cinta. […].

Il Curino, generalmente identificato con l’Aufidena sannitica, è una fortificazione definibile come “cinta pluriapicale con vallecola interna”. Il circuito delle mura, lungo circa 1750 m, cinge una serie di cime disposte parallelamente con orientamneto nord-sud.

Civitalta di Alfedena e la valle del Curino di Alfedena vista da Civitalta (Mattiocco).

 

1^ Planimetria Curino              e    Civitalta (Di Stefano). 2^ Plan.tria fortificazione Civitalta (Mattiocco).

              

Particolare della cinta poligonale del Curino di Alfedena (E. Mattiocco).

 

Traccia della fortificazione di Civitalta, verso SW. Particolare della cinta muraria di Civitalta (Mattiocco).

                  

CASTEL DI SANGRO (Aufidena romana).

Di Stefano: La cinta di Castel di Sangro è edificata su di un rilievo calcareo dalla conformazione molto particolare: il colle è caratterizzato da una cima allungata (quota 1004 m), lunga poco più di un centinaio di metri, la quale sul versante settentrionale si allarga fino a raggiungere gli 80 m. Le pendici di questo colle, molto diverse l’una dall’altra, costituiscono la sua peculiarità. Nel versante orientale il pendio ha un dislivello di circa 50 m. che separano la cima da una serie di declivi, oggi coltivati, che scemano dolcemente fino al fondovalle Sangro. Il versante nord

Il versante nord è quello più scosceso ed inaccessibile, con oltre 150 m di dislivello rispetto al corso del fiume Sangro.

Gli altri due versanti sono caratterizzati da piano scosceso, che partendo dalla cima scende di oltre 50 m di quota, ed è delimitato ad ovest ed a sud da un dislivello di circa 30 m. il che rendeva i due versanti assolutamente inaccessibili. Alle pendici meridionali di questo colle si trova il centro abitato di Castel di Sangro.

La cinta, che in alcune sue parti conserva tratti di murari imponenti, è stata variamente catalogata: si è parlato, sulla scorta delle ricerche, di inizio secolo, di una fortificazione con cinte multiple concentriche avvolgenti le pendici. La ricostruzione generalmente accettata è quella di una semplice cinta apicale, che munisce il ciglio tattico del rilievo. […]. La fortificazione si presenta come la congiunzione fra una cinta apicale ed una di pendio. La cinta “superiore” muniva la parte sommitale del rilievo di quota (1004 m), limitandosi a seguirne la conformazione. […]. La lunghezza complessiva della cinta superiore è stimabile intorno ai 700 m, e la su forma irregolare era dovuta alla conformazione irregolare del colle. […]. La lunghezza complessiva della cinta di pendio era di circa 550 m, per una lunghezza totale delle due cinte di circa 1250 m ed una superficie interna quantificabile intorno ai 61.750 metri quadrati.

Dell’Orto-La Regina, planimetria delle fortificazioni sannitiche di Castel di Sangro. Veduta dell’altura fortificata che sovrasta il centro abitato.

 

Mattiocco. Particolare della cinta muraria. Mura poligonali alle “Scale del Lupo”.

E. Mattiocco (1989) descrive l’assetto urbano della civitas Aufidena/Castel di Sangro: potrebbe affacciarsi anche l’ipotesi, comunque neppure in questo caso suffragata da alcuna prova obiettiva, di un prolungamento verso il basso del perimetro murario destinato, a somiglianza di quanto è documentato altrove (Bovianum, Lucus Angitiae), a racchiudere l’abitato vicano sottostante che, in epoca romana, assumendo decise connotazioni di tipo urbano, ebbe sicuramente un suo proprio apparato difensivo.

Da La Regina. L’insediamento fortificato di Lucus Angitiae/Luco dei Marsi.

 

1^ L’insediamento fortificato di Bovaianom/ Bojano. 2^ L’ insediamento fortificato di Aufidena/Castel di Sangro.

Luco dei Marsi alle pendici della fortificazione di Monte Penna.

 

Castel di Sangro alle pendici della fortificazione di Colle san Giovanni.

 

Bojano alle pendici della fortificazione di Civita Superiore, già Bovaianom. (foto https://bojanodavivere.it.).

 

MONTENERO VALCOCCHIARA.

 Fortificazione di Monte Castellano.

Mario Pagano-Michele Raddi (2006): L’estensione della cinta muraria è di circa 480 ml, racchiudendo un’area di circa 1, 5 ha con uno sviluppo medio altimetrico intorno ai 1000 m s.l.m.. […]. La fortificazione sembrerebbe rientrare nella tecnica edilizia di prima maniera del Lugli, e lo stato di conservazione della cinta per buona parte è discreto.  La funzione di questo insediamento è da collegare alla presenza di grande aree per il pascolo ed all’attraversamento  della zona di più tratturelli di collegamento ai pascoli d’altura, alle montagne del versante molisano e abruzzese, area Mainarde e della Meta. Inoltre, la fortificazione di Monte Castellano resta un avamposto formidabile per il collegamento anche con i centri sannitici dell’Abruzzo, come ad esempio Aufidena.

 

1^Località Madonna della Fonte. Veduta da Colle Castellano. 2^ Monte Castellano veduta aerea da ovest.

 

1^ Fortificazione di Monte Castellano. Particolare delle mura. 2^ Particolare della tecnica edilizia.

Fortificazione di Pozzo Dattone.

L’area racchiusa dalla cinta occupa una superficie di 1.50 ha, per una lunghezza lineare di circa 500 m. e probabilmente riveste il ruolo fondamentale di controllo di un percorso antico, che attraversa l’insediamento. […]. E’ stato eseguito un rilievo dettagliato del sito che ha permesso di evidenziare sulla sommità dell’altura, a quota 1.050 s.l.m., i resti di una piccola chiesa medievale.                                  

 

Planimetria.                                                   Montenero. Pozzo Dattone

              

RIONERO SANNITICO.

Centro fortificato di Castello, presso MontaIto. (E. Mattiocco).

Sorge nei pressi del tratturo Pescaseroli-Candela alla quota di 1199 mt.; il muro corre per circa 400 metri tutt’intorno alla sommità dell’altura seguendone la morfologia piuttosto irregolare, rasentando la cresta lungo il versante di NW, per poi piegare verso settentrione, flettere a gomito per discendere con una curva ad ampio raggio lungo il pendio orientale e risalire in quota verso occidente fino a chiudere un area di circa 8500 mq.

Planimetria del centro fortificato.   Particolare della cinta muraria.

 

Particolare del centro fortificato.

 

 SAN PIETRO AVELLANA.

La Regina evidenzia una recinzione minore, autonoma nella parte più elevata dell’altura della fortificazione di monte Miglio.

Dell’Orto-La Regina. Il monte Miglio. Planimetria del centro fortificato.

 

1^ Particolare della mura di cinta. 2^ da http://www.moliseexplorer.com particolare delle mura di cinta.

 

   CAPRACOTTA.

 La Regina: A sud di Capracotta, e a monte della strada che la collega con il bivio di Staffoli, la vetta del Monte Cavallerizzo (m 1524) è fortificata con un imponente tratto di mura in opera poligonale. La costruzione delimita, con andamento curvilineo nord-ovest-sud, uno spazio protetto naturalmente sul lato orientale dalla ripidità della montagna. L’area fortificata ha una superficie di oltre 27.000 mq., e ad essa si accede da una porta situata all’estremità occidentale. Non era certamente destinata a forme di insediamento permanente, ma aveva carattere prettamente difensivo.

Aveva comunicazioni visive con il centro fortificato di monte Miglio (m. 1350) di San Pietro Avellana, a sud est di monte Cavallerizzo, il monte Saraceno (m. 1212) di Pietrabbondante, a sud est, e il monte S. Nicola, a nord ovest, sempre in territorio di Capracotta. Dalla vetta del Monte Cavallerizzo, scrive La Regina, si può godere  una veduta straordinaria, amplissima, di tutto il Molise.

Dell’Orto-La Regina. Monte Cavallerizzo. Planimetria e particolare del centro fortificato.

Una seconda fortificazione si localizza su monte S. Nicola a quota 1517 mt..

1^ https://www.capracottatracking.com particolare della cinta muraria e 2^ Monte S. Nicola.

 

AGNONE.

 Da http://www.regione.molise.it/web/assessorati/bic.: In località S.Lorenzo sono venute alla luce numerose […]. Nella stessa zona sono visibili i resti di una fortificazione sannitica in opera poligonale.

1^ Planimetria da Studi sull’Italia dei Sanniti (2000). Agnone. Località San Lorenzo.

 

1^ https://www.pontelandolfonews.com    2^ Altosannio Magazine: Un tratto delle mura poligonali di San Lorenzo nel 1964 Foto A. La Regina

 

 

 BELMONTE DEL SANNIO.

 Da Terra e Cuore d’Abruzzo e Molise: […]. In epoca preromana l’area è abitata dai Sanniti che hanno lasciato traccia nella cintura fortificata in opera poligonale sul monte Roccalabbate ai cui piedi, nel 1027, viene fondata la Badia di Santa Maria della Noce. (vedi figura).

 

 MONTEFALCONE NEL SANNIO.

 E’ un errore identificare Montefalcone nel Sannio di cui ignoriamo l’antico nome con Marmoreas, corrotta in Maronea. (vedi articolo Montefalcone nel Sannio non è Maronea. Molise2000 Blog).

L’antico sito dei Sanniti/Pentri era posto a confine con il territorio dei Sanniti/Frentani (di Larino) e conserva sul monte La Rocchetta i resti di una fortificazione. (vedi figure).

1^ Planimetria fortificazione (La Regina). 2^ Localizzazione della fortificazione.

 

Montefalcone (CB): fortificazioni sannitiche (La Regina, 1989).

 

  PIETRABBONDANTE.

 La Regina (2013): Il monte che sovrasta il santuario sannitico di Pietrabbondante è stato denominato Caraceno nel secolo scorso ma il toponimo originale, Seraceno o Saraceno, è ben documentato dalla cartografia ottocentesca. La vetta è chiusa su due lati da mura megalitiche formate da blocchi di pietra non lavorati, visibili sul lato settentrionale e su quello occidentale. L’esplorazione è iniziata nel 1959 ed è proseguita negli anni successivi. Non ancora invaso dalla vegetazione, il tracciato della fortificazione era allora interamente riconoscibile sul versante occidentale per la lunghezza di 225 metri alla quota costante di circa 1180-1190 metri, con un andamento dettato dalla curva di livello; a tratti le mura si conservavano in elevato, come tuttora si possono vedere, e per il resto affioravano appena dal piano di campagna; lungo il loro allineamento era ben visibile il materiale lapideo crollato verso l’esterno dell’area fortificata. Saggi di scavo hanno consentito di misurarne lo spessore (m. 2,30) e di scoprire, alla distanza di 73 metri dall’estremità nord-occidentale, una postierla larga un metro, conservata per l’altezza di m. 1,60. L’estremità settentrionale del muraglione si congiunge con una roccia prominente; quella meridionale con una parete rocciosa molto scoscesa; la linea difensiva proseguiva con andamento ovest-est, quasi parallelo al tratto settentrionale sfruttando il forte dislivello della parete rocciosa fino al vecchio sentiero per Monte Lamberti, poi modificato da lavori per renderlo carrabile. Sul lato settentrionale le mura, solo in parte visibili, formano un angolo retto con quelle del versante occidentale e si estendono fino alla Morgia dei Corvi, un alto sperone roccioso, per la lunghezza di circa 850 metri scendendo dai 1200 ai 1000 metri di altitudine. […]. La restante parte della fortificazione è ricostruibile solo ipoteticamente riguardo alla posizione puntuale delle mura, ma in maniera abbastanza sicura per la conformazione generale e la dimensione approssimativa dell’area racchiusa: ne restano brevi tratti individuati con saggi di scavo soprattutto alla base della Morgia dei Corvi e tra questa e un’altra prominenza ubicata a ovest di essa. Sulla Morgia vi era una postazione di avvistamento con sostruzioni megalitiche; da qui la fortificazione doveva collegarsi con la roccia del Castello, per poi seguire un tracciato corrispondente all’attuale allineamento di case lungo il versante meridionale del Corso Sannitico e della Piazza Vittorio Veneto; doveva poi risalire verso la sommità del monte per saldarsi con la parete di roccia naturale presso il sentiero per Monte Lamberti. Nulla dimostra per ora che la sommità del monte fosse completamente circondata da mura ai margini di una cerchia più estesa come a Frosolone e a Cercemaggiore. […].

È comunque da escludere che il recinto fosse molto più ampio e che potesse includere la località Calcatello con il santuario. L’area fortificata aveva una forma lunga e stretta: si sviluppava per 1240 metri, con una larghezza non superiore ai 225 metri. Lo spazio interno non ha rivelato resti d’insediamento italico, né tracce di occupazione, accertate solamente sugli speroni rocciosi adibiti a posizioni stabili di avvistamento. […].

Un piccolo nucleo di sepolture comprendente anche alcune tombe a tumulo, databili tra la prima metà del V ed il III secolo a.C., è stato trovato casualmente nel corso di lavori alla Troccola fuori del recinto murario a una quota di circa 1050 metri. […]. Al momento presente non vi sono elementi per credere che l’area fortificata fosse stabilmente occupata da un insediamento, sia pure di modesta entità; sembra più probabile che essa sia stata creata per l’arroccamento difensivo, nei casi di necessità, delle comunità insediate in piccoli nuclei nel territorio circostante. La fortificazione svolgeva inoltre una funzione di controllo su un punto di passaggio obbligato, cioè sulla sella di Pietrabbondante e quindi sulla via che da nord a sud collegava la valle del Sangro con quella del Trigno.

Questa strada, che attraversava il santuario, faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, Guardiagrele-Comino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci-Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone. Un miliario di Montenerodomo (CIL IX 5974) dimostra che nel IV secolo d.C. vi era una strada che da Teate si dirigeva verso il Sangro nei pressi di Trebula (Quadri) donde si diramavano percorsi diversi. La prosecuzione verso Bovianum non divenne una ‘via publica’ romana, ma del percorso più antico restano tracce nella viabilità locale e nei sentieri abbandonati che tuttora collegano quei luoghi; se ne apprende implicitamente l’esistenza anche da Livio (IX 30-32) a proposito delle operazioni dell’anno 311 a.C. nel Sannio. Livio riferisce infatti che il console Giunio Bubulco Bruto dopo aver preso Cluviae avrebbe espugnato anche Bovianum. Alcuni non hanno voluto darvi credito, giudicando poco verosimile una penetrazione romana nella regione sannitica in epoca così alta, e supponendo che in luogo di Bovianum si debba intendere Iuvanum nei Carricini; questo sarebbe però da dimostrare e la forzatura della testimonianza antica non appare ammissibile. […].

Il fittissimo sistema di insediamenti fortificati (oppida) e di postazioni difensive di altura (castella) dimostra d’altra parte che le incursioni delle legioni romane difficilmente potevano essere respinte con azioni campali, e che l’arroccamento di abitati e di fortezze costituiva la forma di difesa più efficace. Le mura del Monte Saraceno, come quelle delle altre fortificazioni di cui sono costellate le alture del Sannio, sono costruite con blocchi megalitici informi e pietre di dimensioni minori per il riempimento degli interstizi. Il materiale veniva cavato a monte della costruzione e trascinato in basso per essere allineato secondo una quota costante, come sul lato occidentale, oppure con un andamento ortogonale rispetto alle curve di livello, come sul lato settentrionale. La fortificazione si avvaleva di pareti rocciose naturalmente scoscese, integrate, ove necessario con tratti artificiali, come sulla Morgia dei Corvi. […].

1. monte Saraceno. 2. Santuario    planimetria del centro              italico                                                    fortificato.

      

In nero l’allineamento delle fortificazioni megalitiche; in rosso il loro tracciato ipotetico basato sull’andamento orografico; in giallo le strade antiche.

 

1^ La Regina. La vetta del monte vista da sud-est, 1959. 2^ La terrazza a ovest della vetta, 1962.

 

1^ Il versante occidentale della fortificazione, 9 agosto 1962Mura sul versante occidentale, 1959.

 

1^ Postierla, veduta dall’esterno verso nord-est. 2^ Postierla, guancia settentrionale vista dall’interno delle mura, 9 agosto 1962.

 

1^. Postierla, guancia meridionale, vista dall’esterno, 9 agosto 1962. 2^. Postierla, 5 luglio 2012.

 

1^. Postierla 27 luglio 2007  2^. Mura sul versante settentrionale della fortificazione, 27 luglio 2009.

 

1^.  Mura sulla Morgia dei Corvi, 1961.            2 ^. La Morgia dei Corvi (in alto a destra).

    

CAROVILLI.

 Guide archeologiche Laterza (1984): A Carovilli, sul Monte Ferrante, in posizione strategica tra il tratturo Castel di Sangro-Lucera ed il tratturo Celano-Foggia, è ubicato un centro fortificato di notevole entità, con tracce di insediamento rappresentate da ceramica di IV-III sec. a. C. e da armi di ferro. Il monte è circondato da mura distribuite in alcuni tratti su diversi ordini con andamento parallelo. Sul versante meridionale esse si allineano su tre tracciati a distanza regolare di pochi metri.

   Dell’Orto-La Regina.

                                            

CHIAUCI.

 Da http://www.riservamabaltomolise.it/i-nostri-comuni/chiauci.html: È presente una fortificazione sannitica  sulla cima piatta di colle S. Onofrio [(IV secolo a.C.) ? n. r. d.]. La cinta muraria presenta tratti ben conservati e numerosi blocchi calcarei sovrapposti, con uno sviluppo complessivo di oltre 2400 metri. Le pietre che la compongono sono di grandi dimensioni, sbozzate a faccia vista e posizionate “a secco” (senza l’utilizzo di malta), con pietre di minori dimensioni utilizzate per il riempimento dei pochi interstizi tra un blocco e l’altro. Attualmente è ancora possibile leggere la presenza lungo i tratti murari di due porte di accesso, una delle quali ad apertura obliqua (porta scea). (vedi figure Dell’OrtoLa Regina).

 

CIVITANOVA DEL SANNIO.

http://www.softwareparadiso.it/ambiente/archeologia_caselle_civitanova.htm: I reperti sono tratti lunghi qualche decina di metri, poco oltre se ne vedono ancora, più brevi ma sempre a cingere un terrazzamento tra rocce e, ora, dentro un fitto bosco, ben poco accessibile se è vero che, dentro quell’area, si riesce difficilmente a trovare una strada per scendere a valle. Il fatto è che il sistema ha un lato, quello a nord, completamente chiuso da rocce alte decine di metri e a strapiombo, e sugli altri fronti i massi poggiati dall’uomo, a secco, pesanti anche una decina di quintali. La verità è che internamente ne sono stati visti un paio grandi più di due metri cubi ciascuno e, quindi, del peso che si aggira sulle quattro o cinque tonnellate per ognuno di essi

La tecnologia della costruzione. I massi, di forma non squadrata, erroneamente definiti poligonali, come altrove si dice in questo stesso sito, sono stati posti in opera a secco, come venivano trovati in natura. Essi bloccano i passaggi tra una roccia e un’altra. Alcuni sono rotolati a valle, come appare evidente e come si deduce dall’attuale altezza delle mura: poco oltre i due metri. Mentre dovevano essere almeno il triplo in origine a giudicare dalla funzione e, soprattutto, dalla presenza di fianco delle altezze naturali delle rocce fra cui s’incastravano. Unico modo per essere dissuasive verso un attacco nemico. Non si nota dovunque una pur minima lavorazione delle pietre. Come si dice anche in altre pagine, i costruttori dell’epoca non dovevano essere in possesso di attrezzature capaci di sagomare i massi o di spaccarli a renderli meno pesanti per il trasporto. Non si capisce per quale ragione avessero dovuto fare sforzi immani per spostare ciò che, a pezzi, poteva avere la medesima funzione, anzi si sarebbe potuto costruire con maggiore celerità e tecnica

Particolare delle mura sannitiche. L’altezza di questo muro è di circa 2 metri. Un altro tratto di muro di cinta, di fianco al precedente.

La tecnologia della costruzione I massi, di forma non squadrata, erroneamente definiti poligonali, come altrove si dice in questo stesso sito, sono stati posti in opera a secco, come venivano trovati in natura. Essi bloccano i passaggi tra una roccia e un’altra. Alcuni sono rotolati a valle, come appare evidente e come si deduce dall’attuale altezza delle mura: poco oltre i due metri. Mentre dovevano essere almeno il triplo in origine a giudicare dalla funzione e, soprattutto, dalla presenza di fianco delle altezze naturali delle rocce fra cui s’incastravano. Unico modo per essere dissuasive verso un attacco nemico.

 

PESCOLANCIANO.

Il territorio di Pescolanciano attraversato dal tratturo Caste di Sangro-Lucera, da ovest verso est, si caratterizza per la presenza di 2 centri fortificati: uno si localizza sulla collina di Santa Maria dei Vignali, a nord ovest, l’altro sul monte Totila, a sud del percorso tratturale.

Non lontano (vedi figura) si localizzano i centri fortificati di Carovilli, di Chiauci, di Civitanova e di Duronia, quest’ultimo in comunicazione visiva con la collina Civita Superiore di Bojano dove fu fondato il primo insediamento dei Sanniti/Pentri, Bovaianom/Bovianum, la città madre, la capitale. (vedi figura).

 Pagano-Raddi: Una delle più notevoli e ben conservate cinte poligonali del Molise è quella della collina di Santa Maria dei Vignali presso Pescolanciano, che domina per lungo tratto il tratturo Castel di Sangro-Lucera nel punto in cui esso incrocia un asse importante per la viabilità trasversale dell’area.

E’ costituita da due cinte, nella più esterna delle quali è stata scavata una monumentale porta, protetta da un leggero saliente della muratura e, a breve distanza dall’esterno, da un’ opera avanzata, costruita in fretta con tecnica più scadente e con blocchi appena sbozzati. Quella della sommità presenta un fossato ancora ben riconoscibile nel lato più esposto, che dovrebbe risalire all’epoca sannitica oppure essere stato realizzato solo in epoca medievale, quando la collina fu nuovamente occupata. (vedi figura La ReginaB. Di Marco).

 Della cinta  (vedi fig. sopra, n. d. r.) possedevamo finora un rilievo di B. De Marco. Essa racchiude un’area di circa 6 ettari.  I recenti rilievi effettuati con l’ausilio del GPS satellitare hanno evidenziato che la fortificazione copre un area di 2,2 ha. Per una lunghezza lineare di circa 770 m, con andamento medio altimetrico della cinta pari 920 m s.l.m.

Santa Maria dei Vignali. Particolare della fortificazione nei pressi della porta nord.

 

1^. Strada di accesso alla porta nord ovest della fortificazione. 2^. Particolare dell’ opera poligonale di seconda maniera. 3^. Particolare della porta nord ovest. 4^. Fortificazione sannitica, tratto nord nei pressi della porta.

Sul versante sud-ovest di Santa Maria dei Vignali, durante un sopralluogo effettuato da alcuni studiosi sono state scoperte alcune grosse cisterne con relativi canali di raccolta, ricavati direttamente nel banco roccioso. Ciò potrebbe indicare la presenza di un esteso abitato….

Per il centro fortificato di monte Totila, Franco Valente (2010), scrive: […]. E’ noto che le cosiddette rocche sannitiche sono frequenti nel territorio ed hanno sempre una consistenza muraria di grande rilevanza, ma è altrettanto certo che nel territorio esiste una miriade di piccoli recinti ben definiti da sistemi murari che, pur non avendo le caratteristiche delle difese ciclopiche, sembrano in grado di offrire una sorta di difesa .

Se ne trovano in grande quantità, per esempio, su monte Cesima (Sesto Campano-Presenzano) o comunque nelle zone di montagne aventi una particolare conformazione per la disponibilità non solo di vaste aree da destinare ai pascoli, ma anche di terreni da volgere ad attività agricole. Tra queste particolare interesse presenta quel monte che si chiama Totila e che è compreso tra i comuni di Miranda, Sessano e Pescolanciano. Esso, per la posizione particolare e per le caratteristiche morfologiche, si trova a costituire uno dei punti nodali del sistema sannitico […].               

1^. Monte Totila. 2^. Residui di cinte megalitiche su monte Totila. 3^. Residui megalitici su monte Totila. 4^. Residui di cinte megalitiche su monte Totila.

 

FORLI DEL SANNIO.

De Benedittis e Cecilia Ricci (2007): La fortificazione di Castel Canonico si pone nell’alta valle del fiume Volturno tra due antiche città romane: Aufidena al nord ed Aesernia al sud. […]. Il territorio di Forli è costeggiato da due tratturi: il Pescasseroli – Candela ad ovest ed il tratturo Lucera – Castel di Sangro ad est. Sono questi due percorsi, quelli tratturali e quello della valle della Vandrealla, a rappresentare nel tempo gli elementi di congiunzione tra Aufidena a nord ed Aesernia a sud.

Localizzazione della fortificazione di Castel Canonico-Forli del Sannio. 5. Tratturo Celano-Foggia. 6. Tratturo Castel di Sangro-Lucera.

 

Le mura di Castel Canonico delimitano un’area approssimativamente romboidale di circa 21.000 mq; il perimetro è di poco più di 600 m (612 m). Le dimensioni dei perimetri delle fortificazioni sannitiche variano: alcuni superano i 5 km, altri non raggiungono i 400 m per cui quella di Forli si colloca tra quelle piccole.

Le mura in alcuni tratti non hanno continuità in quanto utilizzano, quando c’è, la presenza della roccia affiorante, soprattutto sui lati scoscesi; è in particolare utilizzato questo sistema sui lati sud ed est, dove il pendio è molto ripido e quindi difeso già dalla conformazione naturale.

 

ACQUAVIVA D’ISERNIA.

Il sito http://infomolise.molisedati.it/sito/moligal.nsf dà notizia: Località La Spina, resti di fortificazione sannitica.

 

CERRO AL VOLTURNO.

Nel suo territorio esistono 2 centri fortificati su: Monte della Foresta e Monte Santa Croce.

Territorio di Cerro al Volturno. Monte della Foresta ( piano). Monte Santa Croce ( pian0).

Pagano-Raddi: La fortificazione sannitica di Monte della Foresta di Cerro al Volturno (IS) riconosciuta nel 1990, rappresenta una delle scoperte archeologiche più interessanti dell’area dell’alto Volturno.

Essendo una delle più modeste cinte murarie dell’area, per una lunghezza lineare di circa 100 metri e con un orientamento del tratto murario nord-sud, con esposizione sul versante est di difficile interpretazione archeologica, in quanto durante i rilievi sono emersi nuovi particolari sulla consistenza dell’insediamento e sulla sua funzione. L’Alta Valle del Volturno svolge un ruolo fondamentale nell’antichità come area attraversata da numerosi tratti viari con destinazioni differenti.

Monte della Foresta di Cerro al Volturno ha una posizione centrale rispetto ad un’area in cui il fiume Volturno rappresenta una difesa naturale dell’insediamento. L’altura è punto di incrocio di due importanti vie di comunicazioni, l’una verso l’Alto Sangro, l’altra verso Isernia attraverso Fornelli, dove nei pressi della località Acropoli nel Comune di Macchia d’Isernia si congiungeva ad una importante via proveniente da Colli a Volturno, versante sinistro del fiume Volturno, che a sua volta confluiva nella famosa via Romana, sul versante destro del fiume: viabilità importante, derivata dalla località Francesca nel Comune di Montaquila.

La visibilità per 360° da quota 964 n s.l.m.. sull’area circostante, permette l’avvistamento di numerose fortificazioni tra cui, Monte san Paolo, La Portella nel comune di Castel san Vincenzo (in nota: Fortificazione scoperta da Michele Raddi e Giancarlo Pozzo, poco conosciuta e studiata), la Romana presso Isernia e i centri fortificati dell’Alto Molise, questa caratteristica conferisce al sito un ruolo fondamentale per il controllo del territorio.

In primo luogo, la fortificazione, data la sua dimensione (vedi monte Crocella di Bojano, n. d. r.) poteva svolgere solo una funzione di difesa in modo molto limitato, in quanto proprio il versante est, quello esposto ad eventuali attacchi, è del tutto indifendibile, di facile accesso per il raggiungimento dell’insediamento posto a quota 994 m s. l. m., mentre quello ovest ha una conformazione geomorfologica accidentata, tale da rendere vano ogni eventuale attacco da quel lato.

 Dal Comune di Cerro al Volturno: Il primo insediamento ha origini sannite, come testimoniano i resti di questa civiltà emersi sulla vetta del monte Santa Croce, nel territorio comunale: resti di fortificazioni, tra cui una muraglia lunga circa 600 metri, larga circa 2,5 metri ed alta oltre i 3 metri.

Le mura megalitiche.

                                                                            

COLLI AL VOLTURNO.

Da Club Alpino Italiano. Sottosezione di Montaquila Sezione di “Valle del Volturno” Piedimonte Matese. Escursione del 15 novembre 2015: L’escursione si svolgerà nell’area del Parco Archeologico di Monte San Paolo dove si trovano le vestigia di un insediamento d’epoca sannita costituite dai resti di una poderosa cinta muraria e di una struttura adibita al culto.

Ciò non esclude una frequentazione del sito in età precedente (al 293 a. C. , n. d. r.); il complesso di Monte San Paolo era collocato infatti in un punto di snodo importantissimo sia per i traffici commerciali che per i contatti con le altre tribù sannite collocate al di là della catena delle Mainarde. Oltre ai resti della poderosa fortificazione è stato riportato alla luce in località Monte Tuoro un complesso identificato come luogo di culto per il materiale votivo rinvenuto, databile tra III-II secolo a. C.; lungo il pendio e nella zona limitrofa affiorano resti di materiale e strutture murarie riferibili ad un probabile abitato.

Un tratto della fortificazione posta sulla sommoità di Monte S. Paolo (Raddi 2012).

 

Particolari delle mura di cinta della fortificazione.

        

 

 VENAFRO.

 Scrive Maurizio Zambardi (2013): Sono trascorsi più di sette anni da quando fu individuato, quasi per caso, un lungo tratto di mura in opera poligonale di epoca sannitica su Monte Santa Croce a Venafro. Da allora molti altri rinvenimenti si sono aggiunti ai primi, arricchendo il quasi inesistente bagaglio di conoscenze che si aveva sull’argomento in questione. Infatti, ad eccezione di un piccolo tratto di pochi metri posto in località “Le Croci”, nulla si conosceva di strutture di epoca sannitica nel territorio di Venafro prima del 1999. […].

Questi recinti assolvevano a diverse funzioni e avevano lunghezza variabile, a seconda dell’importanza della zona da difendere. I piú piccoli, che si trovavano in posizioni particolarmente idonei per il controllo di vaste aree, erano strutturati come dei veri e propri osservatori fortificati; gli altri, di dimensioni superiori, oltre alla fondamentale funzione di controllo, costituivano centri di raccordo e rifugio per gli abitanti sparsi nelle sottostanti pianure, o di campi trincerati per il concentramento delle forze o per lo stazionamento provvisorio degli eserciti. […].

L’utilizzazione di tali fortificazioni è venuta certamente meno con la fine delle Guerre Sannitiche, […]. La parte alta di Monte Santa Croce è caratterizzata dalla presenza di rilevanti strapiombi e scoscendimenti rocciosi che costituiscono di per sé una poderosa difesa naturale. Le aree delimitate da questi strapiombi si sono rivelate strategicamente importanti nel momento in cui sono state racchiuse dall’uomo grazie ad opere murarie. Le ampie zone cosí protette e fortificate sono state poi regolarizzate con terrazzamenti che hanno reso agevoli le superfici, utili sia per lo stanziamento stabile di centri abitati che per la messa a coltura dei terreni o delle aree di pascolo.

Da http://www.francovalente.it/:

Planimetria cinta muraria Monte Santa Croce-Rocca Sarturno di Venafro.

 

Monte Santa Croce.

 

La pianura di Venafro (est) vista da Monte Santa Croce.

La parte alta di Monte Santa Croce è caratterizzata dalla presenza di rilevanti strapiombi e scoscendimenti rocciosi che costituiscono di per sé una poderosa difesa naturale. Le aree delimitate da questi strapiombi si sono rivelate strategicamente importanti nel momento in cui sono state racchiuse dall’uomo grazie ad opere murarie. Le ampie zone cosí protette e fortificate sono state poi regolarizzate con terrazzamenti che hanno reso agevoli le superfici, utili sia per lo stanziamento stabile di centri abitati che per la messa a coltura dei terreni o delle aree di pascolo.

 Remo Di Chiaro, in http://remoblogga.blogspot.it/2012/10/le-mura-sannitiche.html, scrive: A Venafro, però, di queste cinte murarie, se si esclude un piccolo tratto di una decina di metri posto in località “Le Croci” nella parte alta di monte Santa Croce, sembrava non ve ne fosse traccia. Di recente invece, sul versante meridionale della stessa montagna le mura sono state individuate in una zona posta a monte della strada che da Venafro porta a Conca Casale. Ciò che le contraddistingue sono la loro lunghezza e la maniera rettilinea con cui salgono, seguendo una linea di maggior pendenza della montagna e oltrepassando la macchia verde di una pineta.

Le mura sono realizzate con l’impiego di enormi massi di calcare, grossolanamente sbozzati e sovrapposti l’uno all’altro senza malta.[…].

Venafro. Le mura sannitiche.

 

ISERNIA/CASTELROMANO.

https://it.wikipedia.org/wiki/: Tuttora si conservano resti di tre imponenti cinte murarie poste a difesa di un insediamento fortificato (oppida) ed un ingresso largo circa 4 metri dov’è ancora visibile la pavimentazione stradale, risalente ai secoli III secolo a.C. e IV a.C., abitato dai Sanniti della tribù Pentra […] L’abitato, che occupava l’area pianeggiante alle pendici del monte, era difeso da mura in opera poligonale, ben individuabili sul lato est, mentre il lato occidentale era protetto da uno strapiombo naturale. Di questa prima struttura si individua, in prossimità della porta, un raddoppiamento delle mura su livelli diversi. A sud dell’abitato, in località Croce, una seconda cinta muraria proteggeva il sepolcreto con decine di tombe, attualmente indagate solo in parte. Una terza fortificazione alla sommità del monte delimitava un’area ricca di materiale archeologico affiorante. Le mura sono realizzate con grossi massi sbozzati e più o meno squadrati, sovrapposti con una certa regolarità, con scaglie irregolari negli interstizi.

Pla.tria fortificazioni (B. di Marco).         Le mura di Castel                                                                                            Romano nel 1982 (foto F.                                                                                Valente).

 

Le mura di Castel Romano nel 1982 (foto F. Valente).

 

LONGANO.

Mario Pagano-Michele Raddi: Le fortificazioni di Monte Longo nella toponomastica dell’ I. G. M. I. e nella identificazione catastale di località Saraceno, rappresenta uno dei baluardi di difesa indispensabile per il raggiungimento del versante sud-est delle cime del Matese, attraverso un percorso ben identificato di viabilità secondarie e rispetto al tratturo Pescasseroli-Candela.

La posizione strategica della fortificazione sannitica di Monte Longo pone l’accento sulle caratteristiche difensive di un’area di passaggio ai pascoli del Matese e al versante campano, attraverso il valico obbligato del valico di Monte Civita (1.168 m s. l. m.).

Sito del Comune: localizzazione                 Planimetria (Pagano-Raddi).  della fortificazione (giallo).

 

PETTORANELLO.

 http://www.comune.pettoranellodelmolise.is.it: […]. A testimoniarne la presenza, nello specifico dei Pentri, sono state rilevate tracce di una fortificazione costituita da una cinta muraria che circonda l’altura di “Castelluccio” e percorsa all’interno da un sentiero che si collega alla piana di Pantaniello e al fiume Carpino, presumibilmente a controllo e difesa della valle del fiume, importante via di accesso all’Alto Molise. (vedi figura).

                                        

MACCHIAGODENA.

Una fortificazione sannitica nella località Vallefredda di Macchiagodena.

http://www.iserniaturismo.it/ scrive: Nel complesso, il territorio fa parte di quell’area delimitata dal massiccio del Matese e dalla depressione di fondovalle della Piana di Bojano, dove correva la grande viabilità, e le alture dell’Alto Molise. La conformazione geologica è costituita da rocce calcaree, arenarie e argille; queste ultime si espandono dal versante subito a valle dell’attuale centro urbano a sud-est fino a raggiungere il fondovalle. […].

 

Localizzazione di Vallefredda.   Foto di Charles Myne. Vallefredda                                                                (particolare).

 

da http://www.teleaesse.it.. Vallefredda (gola d’ingresso da Macchiagodena)  vista  da nord); sullo sfondo il massiccio del Matese e monte Miletto (2050 m. s.l.m., a destra).

 

                   (Foto B/N di Natalino Paone).

Valle Fredda, con la sua posizione geografica gravitante sull’importante asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise, pur avendo carattere di un insediamento secondario rispetto ai principali centri sannitici, rappresenta un luogo fondamentale per il trasferimento degli armenti dall’altura alla pianura e viceversa, e proprio in questa prospettiva l’indagine archeologica potrebbe svolgere un ruolo rilevante, nei prossimi anni, per accertare l’estensione e l’importanza di tale insediamento.

Quale asse viario di collegamento tra il Pescasseroli-Candela ed i restanti tratturi dell’Alto Molise?

Questa strada, scrive La Regina (2013) che attraversava il santuario (di Pietrabbondante, n. d. r.), faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, GuardiagreleComino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci-Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone; o, probabilmente, nel territorio difeso dalle fortificazioni di Frosolone, Civitella, e di Macchiagodena, Valle Fredda.(vedi figura).

La strada (gialla) dalla valle dell’Aterno alla pianura e la probabile strada (gialla punt.ta) verso Bojano.

       

FROSOLONE.

ZappittelliS. ScacciavillaniL. Labbate (2016): Il territorio di Frosolone e in particolare la sua montagna è caratterizzato da sempre dalla presenza di ampie areali e cime dalle cui sommità è possibile godere di un’ottima visuale dei territori circostanti e di buona parte della regione. A tale proposito ne sono un esempio le cime di Colle dell’Orso (1393 m), da cui è possibile avere un’ampia veduta della zona di Isernia. Dalle alture di Colle Confalone (1348 m) e del vicino Monte Marchetta (1376 m), invece, si scorgono parte dei territori dell’area matesina a sud; ad est, tutta la zona del Molise centrale e del basso Molise fino a raggiungere i monti Dauni e il Beneventano; da nord-ovest, invece è possibile intravedere il complesso della Majella.[…].

Quanto descritto evidenzia l’importanza strategica del centro fortificato di Civitelle: oltre al controllo e alla difesa del tratturo Pescasseroli-Candela a sud e il tratturo Castel di Sangro-Lucera a nord, permetteva di gestire rapidamente le comunicazioni visive tra la capitale, Bovaianom (monte Crocella) e tutti gli insediamenti dei Sanniti/Pentri. (vedi figure).

Tratturo Pescasseroli-Candela (7). Tratturo Castel di Sangro-Lucera (6). Via Teate-Bovianum (tratt.ta).

Sui rilievi meridionali della montagna di Frosolone, a circa 1000 m a sud-est della fortificazione sannitica di Civitelle (B. Sardella), in località Colle San Martino, c’è la presenza di allineamenti di blocchi di grandi dimensioni, a pianta rettangolare (circa 13,70 m x 10,50 m), relativi probabilmente ad una struttura di difficile interpretazione architettonica anche per un secondo corpo adiacente al lato minore in direzione sud-est.

Il sito di Colle San Martino visto dall’alto.

In particolare, il sito di “Civitelle”, conosciuto anche con il nome di Castellone, comprende una vasta area fortificata che si estende tra le alture di Castellone nord (1205 m) e Castellone sud (1207,40 m) e digrada verso valle nella zona denominata San Martino, seguendo il pendio naturale.

Complessivamente la fortificazione racchiude un’area di 150000 mq avente un perimetro di 1900 m. Tra le due cime si trova una piccola valle, in zona Castellone, orograficamente meno esposta agli agenti atmosferici, all’interno della quale molto probabilmente era presente una qualche struttura abitativa.

Dell’Orto-La Regina: Planimetria delle fortificazioni sannitiche di Frosolone (Isernia).

 

La localizzazione del centro fortificato di Civitele/Frosolone.

 

A sud di Civitelle, tracce di mura megalitiche tra le strade di servizio del centro eolico.

 La Regina, evidenziano i tre autori, pur riconoscendo nella fortificazione un insediamento stabile superiore ad un comune aggregato rurale, lo ritiene un insediamento rurale dalla forte vocazione difensiva; non un centro urbano a causa della eccessiva altitudine, il tipo di accessi, la disorganica articolazione degli spazi interni e la mancanza di decoro nella costruzione delle mura. (vedi figure Dell’Orto-La Regina).

Tav. 232 a-b. Fortificazione sannitiche di Frosolone, terza cerchia di mura.

           

Primo piano della terza cerchia di mura

 Oakley, invece, individua il sito come un insediamento abbastanza complesso e ben congegnato al punto tale da prevedere zone abitate stabilmente, aree adibite al pascolo e zone predisposte esclusivamente per la difesa. Secondo Oakley l’aspetto più importante è che l’area fortificata comprenda tre circuiti murari; quello più a settentrione è totalmente delimitato in zona Castellone nord e sarebbe stata l’acropoli del sito.

Tratto delle mura più a settentrioneLe mura in corrispondenza della porta d’accesso.

Sulla base della classificazione di Lugli, è accettabile inserire il tipo di mura rilevato nell’opera poligonale di prima maniera, con una doppia differenziazione nella tecnica costruttiva. Alcuni tratti di cinta fortificata dovevano avere un doppio parametro, ipotizzabile sulla base delle evidenze archeologiche: a valle andava a costituire il muro di sostruzione e a monte definiva la cortina del recinto, a volte riempita con del pietrame per creare dei terrazzamenti. Questi tratti sono stati ubicati nelle zone dove è maggiore la visibilità del territorio circostante. (vedi figura 13).

 Nella zona di Castellone Nord sono stati rilevati alcuni tratti di queste mura, che in diversi punti sono ancora leggibili e misurano circa 4,50 m (vedi figura 14). Altri muri sono costruiti con un unico parametro e hanno uno spessore medio di 1.50 metri. Sono costituiti da blocchi sbozzati grossolanamente, atti comunque ad essere giustapposti gli uni sull’altro, dalle svariate forme di parallelepipedo. Gli spazi tra i blocchi sono chiusi da massi di dimensioni minori e da blocchi smussati a forma di zeppe o di scaglie.

 

 

Il tratto delle mura in corrispondenza della porta: muro di monte e muro di valle.

 

 Altri particolari del centro fortificato.

Centro fortificato (interno) visto da ovest. L’abitato di Frosolone a destra. Sullo sfondo monte Vairano.

 

Il centro fortificato visto da nord. I monti di Schiavi d’Abruzzo in fondo a sinistra.

 

Muro di cinta a sud, con allineamento da est ad ovest.

 

Struttura poligonale muro interno al centroMuro di terrazzamento interno nord-sud.

 

Muro di cinta (a sinistra) lato sud. Muro di terrazzamento con interno abitativo.

 

Muro di terrazzamento (a sinistra) a ridosso di un ricovero di pietra a secco.

 

  DURONIA.

 http://www2.provincia.campobasso.it/cultura: La fortificazione di Duronia, sulla sommità di Civita a quota 925 s.l.m., presenta mura di circa 2 m. di spessore, con una cortina esterna di grossi blocchi di forma poligonale poco lavorati e una interna di blocchi più piccoli. Le mura, conservate per lunghi tratti nella parte occidentale, si vanno a collegare a tratti fortificati naturalmente da dirupi rocciosi o da pendii molto ripidi. Il perimetro è poco meno di 1 Km, con una superficie interna di 70.000 mq. È possibile scorgere, lungo il percorso, la presenza di una piccola porta che si apre frontalmente, larga circa m.1. L’altura fortificata domina la valle del fiume Trigno e più da vicino quella del torrente Fiumarello, suo affluente. Ai piedi settentrionali dell’altura corre il tratturo Castel di Sangro-Lucera.

Fig. (sinistra). Dell’Orto-La Regina. Il tratturo Castel di SangroLucera (linera verde). Fig. (destra). Centro fortificato sannitico ….  difesa naturale attraverso l’altura di Duronia, visto dal centro fortificato di Civitanova del Sannio (IS).

 

Il tratturo Castel di Sangro-Lucera separa l’abitato di Duronia dalla Civita; visibile Civitelle di Frosolone.

 

 

http://www.molise.org/territorio/Campobasso/Duronia: La Civita Le mura ciclopiche. 1. Civitanova del S.. 2. Pietrabbondante. 

Dell’Orto-La Regina. Fortificazioni sannitiche di Duronia.

                                 

A nord, il centro fortificato di Civita di Duronia (nel cerchio giallo) è visibile da monte Crocella e da Civita Superiore di Bojano. La pianura di Bojano (in primo piano). (Vedi ingrandimento in basso).

 

Dal centro fortificato di monte Crocella è possibile comunicare con i centri di Vallefredda, Colle dell’Orso, Duronia, Castiglione M. M., Colle d’Albero confine con i Sanniti (Carecini e Frentani) e Schiavi d’Abruzzo, sede di santuario sannitico/pentro.

 

CASTROPIGNANO.

De Benedittis: Quella di Castropignano vede il perimetro di mura distendersi dall’altura su cui sorgono i ruderi del Castello d’Evoli fin giù a lambire la valle del Biferno. Qui risale per rinchiudere una lunga lingua in cui si erge, quasi al centro, il Cantone della Fata, una sporgenza rocciosa posta al centro dell’area delimitata. Le strutture murarie, per lo più ben conservate, sono in luce in alcuni tratti per oltre 2 metri di altezza. Più in alto, a ridosso del castello, restano tracce di una seconda cinta più piccola.[…], è segnalato il rinvenimento di alcune tombe che dai materiali recuperati sono databili alla fine del IV sec. a. C..

 

Planimetria della fortificazione sannitica di Castropignano.           

 

Fig. 1. Il terrazzamento naturale del castello visto da est. (da Creative Motion). Fig. 2. Il terrazzamento naturale visto da sud. (da PaesiOnline.it).

 

Castropignano: Fortificazioni sannitiche. (La Regina, 1989).

 

ORATINO.

http://www.molise.org: La torre del paese e’ collocata su una rupe chiamata “la rocca”, che scende a picco sull’argine destro del fiume Biferno. 

Data la sua ubicazione strategica, la “rocca” e’ stata sempre considerata una fortificazione naturale e fin dall’epoca sannitica rafforzata anche con delle mura
Il primo insediamento si ebbe durante la preistoria quando sono state riportate alla luce delle ceramiche risalenti al XIV-XIII secolo a.C.. La seconda fase di occupazione riguarda strutture molto antiche, tra cui le mura sannitiche le cui superfici sono rivestite da lastre in pietra o marmo di forma poligonale
.

Fig. 1. La rocca  vista da est. ( http://rete.comuni-italiani.it foto valdanterolfo).   Fig. 2.Planimetria.

 

La rocca di Oratino vista da ovest (http://rete.comuni-italiani.it  foto A.   Giammateo).

 

CAMPOBASSO.

De Benedittis (1977): Il quarto recinto, quello di Campobasso, è collocato sulla montagna denominata S. Antonio. Data la sovrapposizione medievale e gli squarci subiti dalla montagna in epoca recente […], non rimangono che pochi tratti ben conservati; tuttavia le dimensioni ipotetiche, che dovrebbero essere confermate dallo scavo […]; da ciò si può dedurre che il perimetro, di forma ovoidale piuttosto allungata, non doveva superare gli 800 m circa. Anche qui per la sua costruzione si è proceduto alla creazione di un gradone nel pendio del monte con la sistemazione di un paramento esterno formato da grossi blocchi squadrati rozzamente e sovrapposti a secco con successivo riempimento del tratto interno. […]. La funzione principale di recinto è probabilmente, oltre a quello di controllo dell’area circostante, in cui si snodano diversi tratturi, anche quella di collegamento tra il recinto di Monte Vairano e quelli vicini.

De Benedittis (1988): Nell’area da noi considerata ricade anche quanto sopravvive delle strutture megalitiche rinvenute sulla sommità del Monte S. Antonio di Campobasso. Di esso sono stati riconosciuti due tratti: il primo, posto sul versante Nord, fiancheggia la strada che conduce al castello Monforte; il secondo, sul versante Sud, è riutilizzato in parte dal primo circuito medievale di mura che caratterizzano il centro storico di Campobasso. Qui, tra i ruderi della chiesa di S. Michele Arcangelo (oggi scomparsa), uno dei più antichi edifici ecclesiastici costruiti nella parte alta di Campobasso, fu anche rinvenuta agli inizi del XX sec. una iscrizione osca andata purtroppo perduta [….].

Fig. 1. Planimetria della fortificazione sannitica di Campobasso. Fig. 2. Tracce (ev.te giallo) di mura megalitiche alla base del castello Monforte (http://slideplayer.it).

 

Fig. 1. Fortificazioni sannitiche. (La Regina 1989). Fig. 2.      Fortificazioni sannitiche: porta. (La Regina 1989)

 

Fortificazioni sannitiche inglobate in mura medievali. (La Regina 1989).

 

 FERRAZZANO

De Benedittis (1977): Il quinto recinto, quello di Ferrazzano, è stato individuato solo in parte sul versante nord, ma un’indagine più accurata permetterà il rinvenimento anche del tratto a sud già segnalato in passato tuttavia è possibile presumere che il perimetro non superi i 1.000 m. Va notata la connessione di questo recinto con quello di Monteverde per il controllo della valle del Tappino, via naturale molto importante per i collegamenti tra il cuore del Sannio e la Daunia

De Benedittis (1988): Noto già dal ‘600, se n’è persa ogni traccia fino ai giorni nostri. Anche qui possano riconoscersi due circuiti di mura: il primo delimita la parte alta del monte su cui sorge l’abitato di Ferrazzano di cui sostanzialmente sembra avere la stessa superficie; ben più vasto il secondo percorso che dalla cima del monte si estende a ventaglio in direzione del torrente Tappino fino ad inglobare parte della sottostante area pianeggiante dove oggi sorge il campo sportivo.

Le strutture qui rivenute sono ben conservate ed emergono dal terreno in alcuni tratti per quasi tre metri. Qui è forse possibile riconoscere una delle porte che si aprivano nel circuito murario più esterno.

Dal sottostante pendio posto sul lato Nord si diparte un braccio tratturale non riportato sulle carte che sembra mettere in comunicazione Ferrazzano con il braccio tratturale Matese-Taverna del Cortile.  

Planimetria della fortificazione sannita di Ferrazzano. (De Benedittis).

                       

Fortificazioni sannitiche (La Regina 1989).

 

 GILDONE.

 http://archeologicamolise.beniculturali.it/: Le mura sono realizzate a 902 m s.l.m. e dominano la valle del torrente Carapelle e il tratturo Castel di Sangro-Lucera. Il circuito murario è realizzato con blocchi irregolari e si segue in maniera discontinua; racchiude sia il pianoro superiore sia zone piuttosto accidentate, in particolare sul lato orientale e nord-orientale

La Regina (1989). Planimetria della cinta muraria.

 

Particolari della cinta muraria.

 

 

BARANELLO/BUSSO.

La pianura di Bovaianom/Bojano e le sue fortificazioni viste da monte Crocella.

 http://archeologicamolise.beniculturali.it/: Monte Vairano è un centro importante del Sannio Pentro. Occupa un altopiano del monte omonimo, parallelo al Massiccio del Matese, caratterizzato da quattro colline che vengono regolarizzate con opere di terrazzamento. Il sito è crocevia di percorsi naturali che lo collegano alle coste adriatiche e di due tratturi, il Pescasseroli-Candela e il Fittola-Mulino Grande, che ne evidenziano la centralità rispetto al territorio circostante.

L’abitato è stato parzialmente indagato, mostra uno sviluppo nel IV-III secolo a.C. ed un ridimensionamento intorno alla metà del I secolo a.C. (poco si conosce della frequentazione dell’area nel VI-IV secolo a.C.). Il territorio circostante attesta la presenza nel periodo repubblicano di siti fortificati e piccoli insediamenti rurali; all’inizio del I secolo d.C. si assiste ad un abbandono dei primi e ad un ridimensionamento dei secondi, gli insediamenti rurali che restano produttivi subiscono ampliamenti e modifiche strutturali.

La cinta muraria, della fine del IV secolo a.C., racchiude un’area di 50 ettari e si sviluppa su un tracciato di circa 3 km. È realizzata usando la cosiddetta puddinga ciottolosa, formata da ciottoli di fiume ed arenaria, e inglobando la roccia affiorante quando è sufficiente elemento di difesa. Il circuito è interrotto dall’apertura di tre porte a doppio battente: Porta Occidentale ad ovest; Porta Vittoria o Porta Orientale ad est e Porta Meridionale o Porta Monteverde a sud. Nei pressi di Porta Vittoria e della Porta Meridionale sono state individuate delle strutture quadrangolari interpretate come basi di torri di guardia con un alzato probabilmente in materiale deperibile. Una fornace è stata individuata presso Porta Vittoria, utilizzata nel II secolo a.C. per la produzione di ceramica a vernice nera.

(Dell’Orto-La Regina). 1 Porta Vittoria. 2 Porta Meridionale. 3 Porta Occidentale. 4 Local.ne casa LN.

 

porta Vittoria.                             Porta Meridionale il quartiere                                                                   (da http://archeologica molise ……).

 

Mura poligonali.

 

  La casa di LN.

Nei pressi della Porta Meridionale è individuata e completamente scavata una piccola struttura abitativa del II secolo a.C. chiamata Casa di LN per il ricorrere delle due lettere in osco graffite su diversi oggetti rinvenuti al suo interno. Nella pianta, di forma quadrangolare, è condizionata da due strutture preesistenti che sono l’alta sostruzione alle spalle della casa e la strada che la fiancheggia. I muri nord ed ovest sono realizzati con blocchi di pietra, gli altri due usando la tecnica del “torchis” in cui l’argilla, mescolata a paglia e fieno, è usata a riempire un’intelaiatura lignea. Il pavimento, in cocciopesto, è ad un livello leggermente più alto del piano stradale. Si attesta la presenza di intonaco rosso nelle pareti e nero nello zoccolo. Il tetto, probabilmente a due falde, era coperto con tegole e caratterizzato da un’antefissa, raffigurante la lotta tra Eracle e il leone Nemeo, avente probabilmente la funzione di acroterio.  La casa è costituita da un solo vano che presenta un piano di cottura, realizzato con una grande tegola posta di piatto, presso l’angolo sudest e sul lato opposto il lavabo e la conduttura fittile che permetteva il deflusso dell’acqua. L’esistenza di un telaio verticale a pesi può essere ipotizzata in seguito al rinvenimento di 39 pesi di forma tronco-piramidale e tronco-conica.

Il materiale della casa restituisce ceramica da mensa (a vernice nera ed acroma), da cucina e da dispensa; si segnala un dolio contenente farro e legumi in cui è stata ritrovata una valva di ostrica. La struttura viene distrutta da un incendio nella prima metà del I secolo a.C., l’area diventa quindi luogo di passaggio in funzione di Fonte Canala, si registra comunque una frequentazione fino all’età medievale.

La casa di LN.

 

VINCHIATURO – MIRABELLO SANNITICO.

 

I centri fortificati visti dalla fortificazione di monte Crocella. Il sito (in basso a sinistra) di Bovaianom/Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri.

 De Benedittis (1977): Il terzo recinto, quello di Monteverde, è posto sulla montagna denominata La Rocca a S O di Monte Vairano, da cui dista in linea d’aria non più di 5 km. La cinta è formata da grossi blocchi irregolari sovrapposti a secco e si presenta per lunghi tratti in buono stato di conservazione. La sua lunghezza è di circa 600 m. Presenta una forma leggermente triangolare con vertice in direzione nord. […]; Non appaiono angoli, né torri; l’area racchiusa è di circa 30-40.000 mq; va dunque incluso tra i recinti minori a cui è assegnabile una funzione di avvistamento e segnalazione oggi non meglio classificabile. In effetti la sua collocazione appare quanto mai opportuna per mettere in comunicazione la cinta di Monte Vairano con la piana di Sepino e con i recinti a quest’ultima connessi come quello di Monte Saraceno presso Cercemaggiore; né d’altra parte va escluso il controllo esercitato dal recinto su due arterie notevoli quali il tratturo che da Campochiaro porta a Casacalenda e l’alto corso del torrente Tappino […].

De Benedittis (1988): Sulla cima posta sull’altra sponda del torrente Tappino è posta un’altra cinta di piccole dimensioni (700 m. circa di perimetro) di forma ellittica collocata ad un’altezza di poco meno di 1000. Sul lato Nord-Est sono forse riconoscibili resti della porta. A breve distanza dalla cima sorgono i ruderi della chiesa di S. Maria di Monteverde che dà il nome alla località.

Planimetria della fortificazione sannitica di Monteverede.                

Mirabello Sannitico (CB), Monte La Rocca: fortificazione sannitiche (da La Regina 1989).

 

 Altri particolari delle mura del centro fortificato.

 

 

 

 

 CERCEMAGGIORE. MONTE SARACENO.

 

Monte Saraceno, i confini dell’Irpinia e la pianura di Bojano visti (est) da monte Crocella.

 http://archeologicamolise.beniculturali.it: L’insediamento di Cercemaggiore, ubicato sulla cima di Monte Saraceno, si sviluppa nella parte più alta del monte, a quota 1089 metri s.l.m. È articolato in due cinte, il cui circuito in parte si sovrappone. La più antica circonda la parte più alta della montagna ed include un’area di circa 20.000 mq. Le mura sono a doppia faccia a vista, dello spessore di m. 1,50 circa. Sono visibili attualmente, due porte, entrambe perpendicolari al muro, prive dell’architrave. La seconda cerchia di mura, molto più estesa della prima, include uno spazio di circa 220.000 mq. Le mura sono generalmente costruite con blocchi rozzi di forma poligonale, con una sola faccia a vista. Vi si aprono due porte. Quella principale a nord-ovest, è la più grande, è obliqua al muro e si apre in corrispondenza di un percorso che attraversa tutta l’area interna alla fortificazione, sfociando a sud-ovest (qui era probabilmente collocata una porta analoga, presso una sorgente).

Un’altra porta, molto piccola e di struttura molto semplice si apre a sud, conserva ancora il blocco di pietra che funge da architrave. (vedi figure).

1^. Planimetria (Dell’Orto-La Regina).  2^. La fortificazione di monte Saraceno (primo piano) e Cercemaggiore in fondo (http://archeologicamolise.beniculturali.it).

 

1^. Particolare delle mura (archeologicamolise).  2^. Particolare delle mura e della porta sud (Dell’Orto-La Regina).

Altri particolari del centro fortificato di monte Saraceno.

Monte Saraceno. Tratto di muro lato sud.

 

Postierla lato ovest vista dall’interno della fortificazione.

 

Postierla lato ovest vista dall’esterno della fortificazione.

 

Monte Saraceno. Il terrazzamento lato nord est.

 

Particolare del muro di terrazzamento lato nord est.

 

CAMPOCHIARO.TRE TORRETTE/CIVITAVECCHIA.  

 L’attenzione degli studiosi si è concentrata soprattutto sul santuario italico dedicato a Ercole nella località Civitella, trascurando il centro fortificato della località Tre Torrette-Civitavecchia, alla quota di 1200-1400 mt..

La sua importanza era duplice: coordinava le comunicazioni visive tra il centro fortificato di monte Crocella e di Bovaianom, la capitale dei Sanniti Pentri con gli altri insediamenti; controllava e difendeva i percorsi del tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello che dalla pianura di Bojano saliva verso il santuario italico di Ercole per proseguire verso il territorio dei Sanniti/Caudini e dei Sanniti/Irpini insediati a sud del massiccio del Matese.                           

1. Fortificazione di monte Crocella. 2. Fortificazione Tre Torrette-Civitavecchia. 3. Santuario italico di Ercole/Civitella. 4. Campochiaro. B. BOVAIANOM/Civita Superiore di Bojano. Tratturo Pescasseroli-Candela (linea condinua). Tratturello (linea tratt.ta).

                             

1^. da Guide archeologiche Laterza (1984).  2^. da Dell’Orto-La Regina. PLANIMETRE del centro fortificato Tre Torrette/Civitavecchia.

  

Particolari di una torre del centro fortificato di Tre TorretteCivitavecchia.

 

Particolari di un recinto.

   

1^. Dal centro fortificato delle Tre Torrette: vista a nord ovest di terrazzamenti e insediamenti.        2^.   Serie di terrazzamenti.

 

GUARDIAREGIA.

De Benedittis (1977): […]. ad est di Guardiaregia, è collocato a circa 1025 m; anch’esso (centro fortificato, n. d. r.) assai simile a quello di Montefalcone (del Sannio, n. d. r.). Restano ben conservati 110 m che terminano chiaramente ad angolo su entrambe le estremità; non si esclude sia più lungo. Anche qui il materiale è preso sul posto; le mura sono alte m 1,60 e presentano una profondità di m 2,20, una misura già rinvenuta nel recinto di Civitanova del Sannio. La sua collocazione sulla montagna sovrastante il passo di Vinchiaturo permette di mettere in comunicazione il recinto di Campochiaro con quello di Sepino-Terravecchia.

La Regina (1989). Fortificazioni sannitiche a Colle di Rocco.

                       

SEPINO.

http://archeologicamolise.beniculturali.it/: Sorge in posizione strategica sulla valle del Tammaro, sulla omonima altura a quota 953 metri. Da tale posizione si controllano sia il percorso della valle (il tratturo Pescasseroli-Candela) sia la via che dalla valle risale sui monti del Matese. Il circuito delle mura si sviluppa per circa 1500 metri e sfrutta, dove esistente, la difesa naturale costituita da speroni rocciosi e strapiombi. Caratteristica delle mura è la doppia cortina muraria, una esterna più bassa e l’altra arretrata di circa 3 metri rispetto alla prima; tra le due corre un terrapieno utilizzato per il cammino di ronda. Lungo il percorso sono visibili tre porte di cui quella orientale, detta “postierla del Matese“, si apre in corrispondenza della via di accesso dal valico; la seconda è sul lato nord-ovest, la cosidetta “porta dell’Acropoli“, dalla quale si usciva per l’approvvigionamento idrico delle tre Fontane. La più importante per funzione e dimensione è quella che si apre nell’angolo est delle mura, la cosiddetta “porta del Tratturo“, nella quale sbocca la via proveniente dalla vallata. Delle tre, la “postierla del Matese” è quella meglio conservata, con un’apertura di m. 1,20 e un’altezza di m. 2,50; la copertura è ottenuta con grandi lastroni di pietra disposti in piano.

 

1^. Planimetria Di Marco-La Regina2^ http://archeologicamolise. 

 

http://beniculturali.it/ particolare della cinta muraria a doppia cortina nei pressi della postierla del Matese.

La postierla del Matese.

Particolari della cinta muraria e delle strutture interne al centro fortificato.

1^. Coop. Altilia P.L s.c.a.r.l.              2^. Particolari della cinta muraria esterna a doppia cortina lato sud.

 

                                        It.vikiloc-Foto di Sepino.

Con la caduta dell’impero romano, le popolazioni che erano state obbligate ad abbandonare i centri fortificati costruiti sulle sommità delle montagne e delle colline, per difendersi dall’invasione delle popolazioni provenienti dalle regioni del nord Europa, tornarono dove avevano trovato rifugio i loro progenitori Sanniti/ Pentri.

Ne potenziarono la difesa costruendo nuove mura di cinta adeguate alle nuove esigenze: le mura più alte con o senza i < merli >; erano i castra, con o senza un castello, dimora del signore e comandante.

Diversi furono i centri fortificati ristrutturati, ma altri ne furono costruiti su quasi tutto il territorio, un fenomeno definito incastellamento.

Civita Superiore di Bojano, già  Bovaianom. Nel medioevo Rocca Boiano costituita dal castrum ad est e il castello  ad ovest.

L’esteso territorio occupato dai Sanniti/Pentri nei secoli  XI-IX a. C., con l’esclusione di alcuni centri oggi pertinenti alle province di L’Aquila e di Chieti, nell’anno 1142 d. C. costituì la contea di MOLISE, già contea di Boiano.

Centri fortificati dei Sanniti/Pentri.

 

Contea di Boiano-MOLISE: centri fortificati e loro incastellamento.

Questa è un’altra grande e bella Storia.

 

Oreste Gentile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRE “PICCOLI BOJANESI” RICORDANO LA STORIA DEI LORO PADRI E LA STORIA DI BOJANO.

marzo 13, 2018

La pubblicazione San Biagio in Boiano da chiesa “de porta” a parrocchia emarginata (2018) curata da C. Colalillo e M. P. Pettograsso ha permesso di scoprire, con la consulenza di C. Ricci, l’esistenza di un “neonato anonimo”, deceduto prima di compiere un anno di vita, figlio di Aelius Vitalis vissuto nella civitas romana Bovianum/Bojano nella prima metà del III secolo d. C.. (vedi figure).


Non è un caso unico: esiste una seconda lapide con l’iscrizione datata a III-IV secolo d. C. che ricorda il piccolo Caio Probiliano figlio di Quinto vissuto 9 mesi e 10 giorni, sepolto al quinto giorno delle calende di marzo (25 marzo); una terza lapide di Ugo Serafin, figlio di Antonio e Amelia, fanciullo di quindici mesi deceduto l’11 giugno 1862. (vedi figure).

Se sconosciute sono le cause della loro morte, possiamo conoscere la storia dei loro sfortunati genitori e la storia della città Bojano per il breve periodo della loro esistenza.

Il “neonato anonino” era figlio di Aelius Vitalis, veteranus degli equites singulares Augusti.
Una vasta letteratura, soprattutto straniera, si è interessata agli equites singulares, in maggioranza uomini di origine celtica.
Alcuni studiosi sostengono formassero un corpo di cavalleria della Guardia Imperiale, chiamata in più iscrizioni anche Equites singulares Augusti Caesaris, domini nostri che, in numero di 1.000 accompagnavano l’imperatore ed i governanti delle provincie romane.

Claudio Calaiacono, Sulle tracce della maledetta “scorta” degli imperatori (2017) scrive: In una sala (del Museo della Civiltà Romana, n. d. r.) sono stati riprodotti tutti i bassorilievi della Colonna Traiana, idealmente “srotolata” per apprezzarne ogni dettaglio. Cercate la scena numero 89 e osservatela attentamente. È un momento della guerra di Traiano contro i Daci, una battaglia in cui si vedono alcuni soldati a cavallo. Si tratta di un corpo di assoluto prestigio composto da eccezionali cavalieri, il cui compito era quello di difendere l’imperatore durante le battaglie. Erano gli Equites Singulares, angeli custodi a cavallo.

L’autore ricorda la loro triste fine: schieratisi con Massenzio contro Costantino nella battaglia dell’anno 312 presso Ponte Milvio, sconfitti, il corpo degli Equites fu così annientato nel disonore, e la loro memoria cancellata per sempre. […].
Una campagna di scavo recentissima ha portato alla luce i resti di quei soldati, seppelliti con le loro armi e vestiti con ricchissimi tessuti in oro. Sono proprio i lamenti d’oro di quegli indumenti a essere giunti a noi, rivelando con certezza la sepoltura di quei valorosi angeli custodi degli imperatori romani.
Il nome Esquilino, uno dei rioni di Roma, deriva dal castrum degli Equites Singulares Augusti: la loro caserma, castra priora equitum singularium era localizzata sul Celio nei pressi dell’attuale via Tasso.
Dove oggi sorge la Basilica di San Giovanni in Laterano, l’imperatore Settimio Severo edificò un nuovo grande complesso denominato Castra Nova equitum singularium.
C. Ricci, scrive: Ignoriamo le ragioni che influirono nella scelta di Aelius Vitalis di stabilirsi presso Boiano dopo il congedo; si trattò forse di motivi familiari, dal momento che l’assegnazione di terre ai veterani da parte degli imperatori divenne pratica desueta già a partire dagli inizi del II secolo.
Aelius Vitalis era già in congedo e, pertanto, scampò all’eccedio di Ponte Milvio avvenuto 
nell’ anno 312, viveva nella civitas romana di Bovianum/Bojano.
L’antica capitale dei Sanniti/Pentri, era stato municipio romano sotto G. Cesare (48 – 46 a. C.), successivamente colonia lege Julia con le assegnazioni agrarie (43-41 a. C.) e prima dell’anno 75 d. C. colonia flavia per lo stanziamento dei veterani della legione XI Claudia dell’imperatore Vespasiano. (vedi figure dal C. I. L.).

Il territorio (confine rosso) della colonia della civitas Bovianum. I confini del territorio dei Sanniti/Pentri prima della conquista romana.

Come si presentava la civitas Bovianum agli occhi del “neonato anonimo” e di Caio
Probiliano 
?

Bovianum si era sviluppata nella pianura attraversata da 2 strade: la via consolare Minucia che, seguendo parte il tratturo Pescasseroli – Candela, collegava la civitas Corfinium al porto di Brundisium; ed una via che, seguendo il tratturello Matese – Cortile-Centocelle e attraversando il territorio dei Sanniti/Frentani di Larino, collegava Bovianum alla via litorale adriatica.

L’acropoli di Bovianum era l’insediamento di Bovaianom, sorto sulla sommità della collina dell’odierna Civita Superiore di Bojano, già città madre, capitale dei Sanniti/Pentri, che si estendeva con una serie di terrazzamenti in “opera poligonale” fino al percorso del tratturo Pescasseroli-Candela.

Solo ammirando la bellezza della civitas Saepinum, possiamo immaginare la maggiore estensione e la bellezza della civitas Bovianum. (vedi figure).

Planimetria della civitas Saepinum.  La civitas Bovianum. 1. Acropoli. 2. Estensione della civitas (punt.gio giallo). Il tratturo Pescasseroli-Candela/via consolare Minucia. Via per la litorale adriatica.

Il territorio dei Sanniti/Pentri con la riforma augustea dell’anno 7 d. C. fu incluso nella IV Regione Samnium e fece parte del distretto Campania et Samnium con la riforma di Diocleziano dell’anno 297.

Se la data III – IV stimata del decesso è esatta, Caio Probiliano figlio di Quinto fu inconsapevole testimone di questi mutamenti amministrativi e chissà, forse fu coinvolto e vittima del terribile terremoto dell’anno 346: oltre ad ingenti danni materiali deve aver generato senza dubbio ripercussioni assai pesanti sulla situazione economica […].  In tale clima di emergenza, prosegue M. Gaggiotti (1978), ad un primitivo funzionario (Aunotius Iustinianus), che forse sintomaticamente e non casualmente appare sprovvisto di qualsiasi distinzione di rango, segue un vir clarissimus (Fabius Maximus), inviato probabilmente per le sue esperienze o supposte capacità organizzative e decisionali, necessarie in un frangente del genere.

[F] abius Maximus, [v(ir) c(larissimus), ] [a fundame]ntissecre[etarium fecit] [curante Arrunt]io Attico [p]a[t]r[ono Bovianen(sium)]. Datazione: 352-357 d. C..

Nulla si conosce di Quinto Probiliano, padre del neonato Caio, ma la stele è importante per testimoniare a partire dal III-IV secolo la presenza cristiana nella città di Bojano, sede di diocesi: Laurentius, in base alla documentazione esistente, è considerato il 1° episcopus Bovianensis per avere sottoscritto gli atti del sinodo
romano indetto da papa (498 – 514) Simmaco nell’anno 502.

I confini della diocesi di Bovianum non rispettarono quelli della colonia romana: una piccola parte fece parte della diocesi di Limosano mentre i territori a est che confinavano con i Sanniti/Irpini, furono assegnati alla diocesi di Benevento, ad eccezione di Sassinoro che, probabilmente terra irpina, fu assegnata alla diocesi di Bovianum. (vedi figure).

Il territorio delle diocesi di Bojano.   Il territorio della colonia Bovianum.

Più notizie si hanno per il periodo in cui visse il piccolo Ugo Serafin, figlio di Antonio.                                             Era nato 11 marzo dell’anno 1861.

Lo sfortunato padre Antonio nel ricordare la nascita di Ugo nella città di Bojano, già liberata dalla presenza dei Borboni, invoca il piccolo Ugo a intercedere presso Dio per la liberazione di Venezia.

Il Veneto e Venezia per essere annessi a l’Italia dovette aspettare la fine della terza guerra d’indipendenza, conclusa il 3 ottobre 1866 a Vienna con la firma del trattato di pace.

Ancora una volta, la città di Bojano, già protagonista della Storia antica e medievale dell’Italia, vide i suoi abitanti partecipare attivamente alla liberazione: Capo di questi coraggiosi era Girolamo Pallota, scrisse Nicola Marucci (aprile 1923): un distinto e autentico patriota, deputato al Parlamento Napoletano del’48 […]. Il Pallotta adunque, d’accordo con tutti i Comitati d’agitazione del Mezzogiorno, anelava il momento di poter tradurre in atto quello che il suo amicissimo di cuore e di fede, Stefano Iadopi d’Isernia, aveva predicato qui il 1848, cioè, in caso di rivoluzione nelle altre parti del Regno, proclamare la immediata istituzione di un “governo provvisorio”. […].

La mattina del 5 settembre 1860, su gli antichissimi ruderi del Castello di Civita Superiore si vide sventolare la bandiera tricolore! Il simbolo invocato, ed aspettato da tanto tempo dagli uomini appartenenti alla nuova fede, apparso e scomparso come meteora nel 1848. era lì a sventolare al sole e alla brezza molisana di quel mite
settembre con su la bianca croce di Savoia, e quel simbolo, da tanto tempo desiderato, sognato, finalmente era lì, arra di pace, promessa di quiete per 
tutti coloro – o quanti! – che avevano sofferto e che avevano veduto i loro cari fuggitivi, dispersi, esuli, carcerati!

La bandiera tricolore sventolò dal castello di Civita Superiore di Bojano, primo insediamento dei Sanniti/Pentri, città madre e capitale. Sede dei conti titolari della contea longobarda/franca e normanna di Bojano. L’imperatore Federico II se ne assicurò il possesso.

Erano guidati dai colonelli Pateras, Fanelli e Raimondi. Era loro cappellano il Canonico Bianchi, altri dice il La Riccia, abbruzzese; e degli uomini che seguivano pochi erano armati di schioppo, i rimanenti con lunghe mazze alle cui punte erano stati fermati stili, falci, ronche ed altri arnesi rurali. […].
Tutti i boianesi d’ogni classe e il Battaglione della Guardia Nazionale, comandato dal Maggiore Michelangelo Campanella, mossero loro incontro coi soliti < Evviva! > echeggianti per queste nostre convalli e con grande meraviglia dei capi dei Cacciatori del Vesuvio, che non si aspettavano una così festosa accoglienza da parte del popolo.
Ma la ragione bisogna ritrovarla nel fatto che le masse erano state predisposte alla rivoluzione oltre che dal Pallotta, dai liberali Casale, Chiovitti, Nardone, Gatti, Campanella, Sisto, Perrella, Romano, Tiberio, ecc. ecc. e la Guardia Nazionale era veramente e sinceramente di sentimenti italiani.
Il Pallotta, patriota di incontestabile probità come dice il Colonello Medico Petella, nella sua pregevole opera     < La Legione Matese >, ospitò nel suo palazzo Pateras, Fanelli e Raimondi
.
Quivi, nella così detta Loggia dei Pallotta, per acclamazione, Girolamo Pallotta fu acclamato                            < Pro-dittatore > e dichiarata la decadenza del governo borbonico; la annessione di tutto l’estendimento strategico boianese alla Monarchia del Re Galantuomo; la proclamazione, per esso estendimento, della dittatura di Giuseppe Garibaldi e da quel giorno tutti gli atti civili e giudiziari dovevano essere intestati a < Vittorio Emanuele Re Costituzionale e Giuseppe Garibaldi Dittatore >.
Il Governo provvisorio risultò così costituito: Pallotta Girolamo, Pro Dittatore; Raimondi Ercole, Segretario generale; Romano Gennaro, Tabegna Giovanni Giuseppe, Sisto Biagio, Ministri; Diamente Gaetano, segretario particolare del Governo provvisorio
.
E le autorità costituite? Il Sindaco, il Primo Eletto, Antonio Tiberio, era un gentiluomo e liberale di antica data.

Il palazzo di  G. Pallotta.

Appena proclamato il Governo provvisorio se ne dette comunicazione al Sotto Intendente d’Isernia, signor Giacomo Venditti, il quale, esultante ed esaltato, rispondeva: < Lo slancio dei popoli è voce di Dio! Il Governo provvisorio in nome di Vittorio Emanuele e Garibaldi Dittatore, è istituito >.
E qui convenivano tutti i liberali dei paesi vicini e cioè: San Massimo, Roccamandolfi, Cantalupo, Sant’Angelo in Grotte, Castel Petroso, Macchiagodena, Cameli (oggi Sant’Elena Sannita) Spinete, Colledanchise, Vinchiaturo, Guardiaregia, Campochiaro, San Polo Matese, ecc., ecc. Insomma Boiano, in quei giorni divenne una ….. Clobenza a rovescio!
Marucci conclude: Boiano, tra le tante pagine della sua storia ignorata, misconosciuta, derisa anche, (perché no?) ne ha una veramente gloriosa ed è quella del 5 settembre 1860, nel qual giorno (era di mercoledì), due giorni prima che Garibaldi entrasse in Napoli, proclamò la decadenza della Dinastia borbonica e la Dittatura di Giuseppe Garibaldi con Vittorio Emanuele re d’Italia.
Tale atto d’immensa audacia, che, ripetendosi le tragedie del 1899, del 1821, e del 1848, poteva avere per epilogo la forca, fu compiuto da Girolamo Pallotta e da pochi altri boianesi audaci come lui e perciò sarebbe doveroso ricordare con un marmo, un sasso, una corona – che divenisse testimonianza alla più lontana posterità – il luogo, la data e il nome di quegli uomini che tanto amore portarono per l’Italia
.

E Ugo Serafin, sfortunato padre di Ugo ?

F. Tavone scrive (2011): La presenza di Antonio Serafini (sic) a Bojano si può spiegare tenendo presente che immediatamente dopo l’Unità l’esercito nazionale fu impegnato a domare il brigantaggio sviluppatosi nell’ex Regno delle Due Sicilie e il Matese all’epoca, ma non solo, era rifugio privilegiato di alcune bande. […].                Nato a Monselice, in provincia di Padova, il 28 febbraio 1827, da Vincenzo e Antonia Martinengo, Antonio Serafini (sic) nel 1848 si pone al servizio del Governo Provvisorio Veneto, formatosi dopo la cacciata degli Austriaci, arruolandosi nella Legione Padovana, divenuta poi Brenta e Bacchiglione. Ottiene i gradi di caporale, di sergente e di sottotenente.                                                                                                          Nell’agosto del 1849 lascia il servizio in seguito alla restaurazione nel Veneto del governo asburgico. L’anno dopo è forzatamente arruolato nell’esercito austriaco. Nel 1852 è ammesso alla Scuola cadetti, nella quale copre l’incarico di sergente contabile. Il 22 febbraio 1856 ottiene il congedo illimitato. Il 24 giugno si sposa con la cittadina Amalia Brigo, l’Amalia citata nella lapide.                                                                                                    Richiamato in servizio nel 1859 diserta per motivi politici. Impellente era per lui il raggiungimento dell’Unità d’Italia. Nel luglio dello stesso anno è sergente nel III Reggimento Brigata Reggio, del quale un mese dopo diviene sottotenente grazie a decreto del Dittatore delle Province Modenesi. Con tale carica il 25 marzo del 1860 entra nell’esercito nazionale. Nel successivo mese di novembre ottiene la carica di luogotenente, con la quale lo troviamo a Bojano. La carriera di Serafini (sic) non si ferma qui.
Dopo il decesso del piccolo Ugo probabilmente abbandonò la città di Bojano quando il Veneto liberato fu annesso al regno dei Savoia: Nel 1866, scrive Tavone, è capitano nel XV° e nel XVI° Reggimento Fanteria. Tra gli anni Settanta e Ottanta è capitano contabile a Treviso.                                                                                              Va sottolineato che Antonio Serafini (sic) partecipa alla prima guerra di indipendenza, riceve dal Governo dell’Emilia una medaglia d’argento commemorativa per la campagna di Venezia del 1848 ed è autorizzato a fregiarsene insieme a quella istituita con Regio Decreto del 4 marzo 1865 per le guerre combattute a favore dell’indipendenza e dell’Unità d’Italia.
ONORE al papà del piccolo Ugo Serafin.

Tre periodi storici vissuti dalla città di Bojano illustrati dalla breve vita di 3 neonati.

Oreste Gentile.

10° ANNIVERSARIO DELL’ARRIVO DI MONS. GIANCARLO MARIA BREGANTINI NELLA ARCIDIOCESI DI CAMPOBASSO BOJANO.

gennaio 22, 2018

AUGURI di LUNGA VITA a padre Giancarlo per il decennale della Sua presenza nella arcidiocesi di Campobasso-Bojano: Padre Giancarlo, così desidera essere chiamato dai suoi fedeli e da quanti hanno il piacere di incontrarlo.

Ha saputo conquistare la simpatia e l’amicizia dei più e, per le sue idee, non mancano coloro che lo criticano.

Con il suo accattivante sorriso e con le sue innegabili capacità affronta le quotidiane difficoltà; non gli manca l’esperienza, alla luce di quanto si legge nella sua prima biografia del compianto storico Mario Casaburi in Giancarlo Maria BREGANTINI una luce nel giardino della LOCRIDE (Editoriale Progetto 2000, 2013)Dal libro del prof. Casaburi è evidente, poi, come la “storia” di Mons. Bregantini, per tredici anni vescovo di Locri- Gerace, e dal 2007 arcivescovo metropolita di Campobasso- Bojano, non sia soltanto “storia ecclesiastica”, ma è inesorabilmente intrecciata alla “storia civile” di una comunità. Bregantini è un trentino “adottato” dal Sud, che ha imparato ad amare il Sud come neanche il Sud sa amare se stesso. Prete operaio, prima, vescovo coraggioso ed attento alle istanze sociali, dopo, l’intera parabola pastorale di Bregantini nella locride si caratterizza per l’impegno che egli profonde nell’offrire una speranza a gente stanca e snervata dalle angherie della criminalità organizzata.

Dopo la gioiosa e cordiale accoglienza dei fedeli nella < sua > arcidiocesi di Campobasso-Bojano, si diffuse, proprio per le sue capacità e la grande esperienza acquisita nella diocesi di Locri-Gerace, il timore di un suo rapido trasferimento in una diocesi più importante o, avvenimento più probabilmente, la nomina “cardinalizia”.

[…]. Frequenti i suoi viaggi e gli impegni spirituali del prelato trentino nella diocesi lombarda, tanto che il suo nome, scrisse un’agenzia di stampa, era già stato incluso nel 2011 nella rosa dei papabili nella successione all’uscente Dionigi Tettamanzi. Allora Benedetto XVI gli preferì Angelo Scola.

Il timore si accrebbe quando il < nostro > arcivescovo scrisse le meditazioni:  VOLTO DI CRISTO, VOLTO DELL’UOMO, lette da papa Francesco in occasione della Via Crucis del venerdì santo dell’anno 2014; e  la voce che si diffuse nel mese di dicembre sempre dell’anno 2014, al punto che dovette dichiarare: Il Vescovo ringrazia della stima ma sorride della ingenuità dei giornalisti visto che la notizia è infondata! –ed ha soggiunto-  Ma c’è qualcuno che mi vuole proprio cacciare! “.

Il 15 gennaio 2015, isNews pubblicava: CAMPOBASSO. Ci ha pensato Papa Francesco in persona, durante l’Angelus, a smentire i rumors molisani. In realtà che Monsignor Bregantini potesse essere nominato Cardinale sembrava più che una possibilità e più di una voce girava con insistenza negli ambianti molisani, soprattutto dopo la storica visita del Pontefice in Regione e gli ottimi rapporti tra il numero uno della Chiesa cattolica e il nostro Vescovo. Ma Padre Giancarlo non figura tra i tre italiani che otterranno ufficialmente la nomina il prossimo 14 febbraio.

Ancora nell’anno 2016, in un articolo di Salvatore Bruno: Ma, secondo alcune indiscrezioni filtrate da ambienti vicini alla curia della Capitale, quell’incarico sarebbe destinato al cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia, mentre Bregantini dovrebbe approdare all’ombra della “Madunina”, in una posizione comunque assai strategica nell’ambito dei nuovi equilibri della Chiesa, in piena evoluzione grazie all’azione riformatrice messa in atto da Papa Francesco.

Fu una previsione errata: la nomina fu conferita a mons. Mario Delpini, già vicario generale della diocesi di Milano; ancora una mancata < promozione > nel concistoro del 28 giugno dell’anno 2017.

I timori dei fedeli dell’arcidiocesi di Campobasso Bojano sono per il momento svaniti e il < nostro > padre Giancarlo Maria, per il piacere dei più o per il dispiacere di tanti, è ancora con noi.

Le nomine “cardinalizie” si sono succedute nel tempo e padre Giancarlo Maria continua la sua missione pastorale nella < sua > diocesi molisana.

Com’è nella natura umana, all’iniziale preoccupazione del suo trasferimento ha fatto seguito la delusione della mancata assegnazione della < porpora > e il suo nome non è mai stato scritto nei vari elenchi dei < promossi >.

Nel frattempo i Molisani hanno appreso la nomina (o promozione ?) di mons. Angelo Spina, vescovo di Sulmona- Valva, ad arcivescovo della diocesi di Ancona- Osimo, mentre il vicario della diocesi di Isernia è stato nominato vescovo della diocesi di Trivento.

Ricordo una frase attribuita a Giulio Andreotti: A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.

Prima che incontrassi padre Giancarlo il 25 agosto del 2008 (san Bartolomeo, patrono di Bojano e dell’arcidiocesi), avevo letto un suo articolo pubblicato dal Messaggero di Sant’Antonio (luglio-agosto 2008) scritto dopo la sua visita pastorale all’antico monastero benedettino di Santa Maria in Faifolis: In questo monastero benedettino […] e lui (Pietro di Angelerio) proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallata, Sant’Angelo Limosano.

Con il buon senso e, conoscendo la vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, padre Giancarlo aveva espresso il suo parere sul luogo di nascita del papa molisano, inconsapevole di essere finito in un ginepraio che dura da circa 800 anni: il luogo di nascita di Pietro di Angelerio che all’età di 17 anni aveva iniziato il noviziato proprio nel monastero di Santa Maria in Faifoli.

Avendo fatto un po’ di calcoli, l’anno 2009 era appropriato per celebrare l’anniversario degli 800 anni della nascita di Pietro di Angelerio.

Padre Giancarlo si fece promotore dell’iniziativa presso la Conferenza Episcopale Abruzzese Molisana, altri suoi colleghi la fecero propria e, probabilmente, fu isolato da quanti sono convinti che la città di Isernia sia stato il paese natale di Pietro di Angelerio.

Nella occasione, convinto delle proprie conoscenze e, soprattutto, di buon senso, padre Bregantini continuò a sostenere le sue valutazioni.

In un mio articolo del 17 settembre 2010, con la conclusione delle celebrazioni dell’anniversario celestiniano, espressi alcuni giudizi su quanto accaduto: Gli studiosi e gli storici hanno potuto sempre illustrare le loro ricerche e le loro considerazioni per far conoscere la vita spirituale e religiosa di papa Celestino V, in ogni epoca ed in diversi dibattiti; un rito ripetuto di recente, una passerella per coloro che vivono nell’ombra, una opportunità che in tanti hanno colto al volo per farsi conoscere, per far conoscere il proprio pensiero e per arricchire il loro “curriculum” nella speranza di un “avanzamento” di carriera ecclesiastica o laica.

Dopo circa 7 anni, c’è chi ha goduto del mio augurio con un “avanzamento” di carriera ecclesiastica; ma il mio augurio non ha coinvolto padre Giancarlo, sempre convinto delle sue conoscenze, avendo ancora una volta affermato: “Un evento significativo per la nostra terra del Molise, pur vissuto con molta semplicità – ha detto il vescovo durante l’omelia della Celebrazione Eucaristica da lui presieduta- che diede al paese, novanta anni orsono, un ulteriore impulso spirituale già vivo per aver dato i natali a san Pietro Celestino. (primapaginamolise.it del 4.1.2016).

Se il nostro amato arcivescovo, padre Giancarlo, continuerà a indicare Sant’Angelo Limosano, luogo di nascita di papa Celestino V, non potrà mai aspirare alla dignità cardinalizia: rimarrà con noi nel Molise, con il piacere dei più o con il dispiacere di tanti.

AUGURI, padre Giancarlo.

Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO V e la “profezia” di Oreste Gentile

gennaio 21, 2018

Nel lontano 17 settembre 2010 nel mio articolo PAPA CELESTINO V. “L’AVVENTURA D’UN POVERO CRISTIANO”, OGGI! analizzavo quanto era accaduto in occasione delle celebrazioni dell’VIII centenario della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio; scrissi in proposito: Gli studiosi e gli storici hanno potuto sempre illustrare le loro ricerche e le loro considerazioni per far conoscere la vita spirituale e religiosa di papa Celestino V, in ogni epoca ed in diversi dibattiti; un rito ripetuto di recente, una passerella per coloro che vivono nell’ombra, una opportunità che in tanti hanno colto al volo per farsi conoscere, per far conoscere il proprio pensiero e per arricchire il loro “curriculum” nella speranza di un “avanzamento” di carriera ecclesiastica o laica.

Dopo circa 7 anni, c’è chi ha goduto, con il mio augurio, di un “avanzamento” di carriera ecclesiastica.

Fui buon “profeta”: avendo illustrato, in occasione dei festeggiamenti di san Bartolomeo dell’agosto dell’anno 2008, all’arcivescovo della diocesi di Campobasso Bojano, mons. Bregantini, la coincidenza dell’anno 2009/10 con gli 800 anni della nascita (1209/1210) di papa Celestino V, fu inviata in data 2 aprile 2009 ai fedeli dell’Abruzzo e del Molise questa lettera da parte della Conferenza Episcopale Abruzzese Molisana: Cari fratelli e sorelle, noi Arcivescovi e i Vescovi dell’Abruzzo eì del Molise siamo lieti di annunciare che a San Pietro Celestino V viene dedicato uno speciale anno giubilare dal 28 agosto 2009 al 29 agosto 2010 in occasione degli ottocento anni dalla nascita, dagli storici collocata tra il 1209 e il 1215. Le diocesi del Molise sono tutte coinvolte, essendo S. Pietro Celestino compatrono del Molise. Pietro Angelerio è nato nel Molise, è stato a Faifoli (Montagano) come chierico e come abate. La devozione è molto sentita in tanti luoghi tra cui Isernia.

Già il testo della lettera era ambiguo: nell’anno 2009/2010 si indiceva un anno giubilare per gli 800 anni della nascita, però si creava il dubbio se fosse il 1209 o, addirittura, l’anno 1215 e si evidenziava la grande devozione sentita in tanti luoghi tra cui Isernia: perché citare solo Isernia ?

Perché furono sottaciute le conoscenze dell’arcivescovo Bregantini, evidenziate sul Messaggero di sant’Antonio dell’anno 2008, in cui indicava in Sant’Angelo Limosano il paese di origine di papa Celestino V ?

Per le celebrazioni degli 800 della nascita fu istituito un apposito comitato presieduto da mons. Angelo Spina, vescovo di Sulmona-Valva, che ne illustrò gli scopi: per affrontare le tematiche di carattere storico-culturale-spirituale riguardanti San Pietro Celestino.

Carattere storico è anche la sua nascita in un piccolo castrum che sorgeva nel Comitatus Molisii, la cui localizzazione influì non poco sulla formazione spirituale del giovane Pietro: il suo paese natale era vicino al monastero di Santa Maria in Faifoli, dove entrò a 17 anni per il noviziato e ne uscì a 20 anni per raggiungere i monti della Maiella, luogo prediletto dagli eremiti.

Furono proprio le caratteristiche peculiari del luogo della sua nascita che contribuirono non poco alla formazione spirituale del giovane Pietro di Angelerio; ma furono ritenute ininfluenti, perché mons. Spina dichiarò (settembre-ottobre 2009): Oggi si discute molto, dal punto di vista storico, su quando e dove è nato S. Pietro Celestino, se a Sant’Angelo Limosano, a Isernia o in altri luoghi. Lasciamo questa ricerca agli studiosi e agli storici con l’augurio che nel futuro possano darci indicazioni più chiare. A noi queste cose interessano relativamente, perchè ciò che ci sta a cuore è la sua vita, che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane.

Il comitato scientifico, avendo giudicato più importante discutere “unicamente” la sua vita, che continua ad affascinarci con una testimonianza così attuale che interpella le nostre coscienze umane e cristiane, ritenne inutile ed inopportuno un confronto tra gli storici e gli studiosi per una risposta alle tematiche che ancora continuano, dopo secoli, a sollevare dubbi e polemiche campanilistiche.

Il comitato scientifico promosse 5 convegni per illustrare 29 relazioni e ritenne opportuno che a nessuno degli storici e degli studiosi partecipanti fosse richiesta una relazione che sarebbe stata sì “originale” ed “inedita” e che avrebbe potuto darci indicazioni più chiare sui tanti dubbi che ancora esistono sulla vita terrena di papa Celestino V.

Faceva parte del comitato anche don Claudio Palumbo, vicario generale della diocesi di Isernia e docente di Storia della Chiesa presso l’ITAM; il docente in più occasioni aveva manifestato le < sue certezze > sulla nascita in Isernia di papa Celestino V, a dispetto di quanto tramandano le biografie più antiche e pertanto, in occasione di quelle celebrazioni, ebbe la possibilità di pubblicare solo ciò che favoriva Isernia.

Devo riconoscere di essere un “profeta”: il vescovo Spina è stato nominato arcivescovo e Palumbo è stato nominato vescovo.

Alle prossime celebrazioni celestiniane, auguro loro la nomina cardinalizia ed arcivescovile.

Ad maiora !

Oreste Gentile.

LE CAPITALI DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI (Cenni storici).

gennaio 19, 2018

La Storia ricorda un fenomeno migratorio, il ver sacrum (o primavera sacra), avvenuto tra i secoli XI e IX a. C., causato dall’incremento demografico e dalle scarse risorse nella regione della SABINA.

Gruppi di giovani, detti SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, abbandonarono la terra natia per occupare dei nuovi territori dove risiedere e dare origine a nuovi popoli.

Avevano la lingua in comune, detta osco per convenzione, ma ne ignoravano la scrittura.

Le loro mete furono i territori della penisola italica (non ancora chiamata ITALIA) e nelle nuove sedi si chiamarono: PICENI, capitale ASCOLI PICENO. VESTINI, capitale PINNA; MARRUCINI, capitale CHIETI; PELIGNI, capitale CORFINIO; EQUI, capitale CAPRADOSSO (?); MARSI, capitale San Benetto dei Marsi; CARECINI SUP. e INF., capitale Cluviae e capitale MONTENERODOMO; FRENTANI (di LANCIANO e di LARINO) ; PENTRI, capitale BOJANO; IRPINI, capitale BENEVENTO; CAUDINI, capitale MONTESARCHIO; LUCANI, capitale STRONGOLI.

I loro progenitori erano i SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI. (vedi figura).

I popoli e le loro metropoli nella penisola italica prima della fondazione di ROMA

 Avendo abbandonato una regione pianeggiante ricca di fiumi e di laghi, protetta dalle colline e dalle montagne boscose, i nuovi territori avrebbero dovuto offrire quantomeno le stesse peculiarità che avrebbero favorire un rapido sviluppo.

Quanti presero dimora nei territori più montuosi e meno pianeggianti, con scarse risorse idriche, nel tempo andarono incontro a uno sviluppo minore e addirittura non essere più ricordati dalla Storia.

Le vie di comunicazioni, i tratturi, già allora divenne un altro fattore importante per il loro sviluppo: favorivano la migrazione stagionale degli animali e gli scambi commerciali e culturali con i popoli dei territori confinanti.

Soprattutto nei territori a sud est della SABINA i percorsi dei tratturi si conservano tuttora (vedi figura).

I percorsi dei tratturi più importanti permisero ai conquistatori Romani la costruzione delle vie consolari per controllare le popolazioni sottomesse e, soprattutto, migliorare e velocizzare gli scambi commerciali. I più importanti, divennero le vie consolari romane rappresentate nella Tabula Peutingeriana  in base alle conoscenze geografiche dell’epoca: III- IV d. C.. (vedi figure).

Tutti conosciamo la Storia antica di queste popolazioni e delle loro città madre, le capitali.

Una volta consolidata la presenza nei territori prescelti, i cosiddetti Sanniti della montagna: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini, mantenendo buoni rapporti commerciali con le popolazioni presenti nei territori pianeggianti della Daunia, sempre meta della transumanza delle greggia, e con i popoli dei Peucezi e dei Messapi stanziati più sud-est, iniziarono ad invadere i territori della pianura campana dove erano già presenti gli Etruschi ed i coloni greci. (vedi in  Pentri).

La loro vittoriosa invasione finì per coinvolgere la nascente potenza romana.

I Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini (gialli); gli Etruschi (bianco), i Greci (rosa) e i Romani (rosso) invadono la pianura campana

Il rapporto dei Sanniti della montagna con gli Etruschi e con i coloni greci, permise di apprendere la loro cultura e la loro arte; imparando l’uso delle monete che coniarono per la prima volta in occasione della guerra sociale (90-88 a. C.) e, soprattutto, iniziarono a scrivere dopo avere conosciuto l’alfabeto etrusco con la conquista di Capua (423 a. C.) e l’alfabeto greco calcidese con la conquista della colonia greca di Cuma (421 a. C.).

L’alfabeto presto si diffuse e fu utilizzato da tutti i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

E’ bene evidenziare, per non creare confusione: i popoli che si originarono dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, non erano di origine < osca >, né erano appartenuti a una stirpe < osco-umbra >.

I Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, prima della conquista di Capua e di Cuma, parlavano una lingua, ma ne ignoravano la scrittura; una lingua che impropriamente fu definita osca per avere adottato per la scrittura l’alfabeto detto Osco, proprio del popolo degli Opici (greco) o Oschi o Osci (latino). (Vedi figura, da http://www.softwareparadiso.it/ambiente/indice archeologia.html).

                                                      

                                                                      LE CITTA’ MADRE. LE CAPITALI.

 

SABINI.  Reate/Rieti.     

Il territorio dei Sabini

Reate fu fondata su una piccola collina sovrastante la pianura posta a circa 405 mt. s. l. m. e di circa 90 kmq., al margine meridionale di un’ampia conca circondata dai monti Sabini, dai monti Reatini culminati con la vetta del monte Terminillo e attraversata dal fiume Velino.

Nell’antichità la pianura era occupata dalle acque del lacus velinus e bonificata in età romana.

La pianura reatina e il monte Terminillo innevato

La città di Rieti, già REATE e il monte Terminillo innevato

La leggenda tramanda la fondazione di Reate /Rieti per volere della dea Rea prima del XII sec. a. C. e divenne il centro preminente dei Safini/SabiniSanniti il cui aumento demografico causò la migrazione, ver sacrum, dei 12 gruppi di giovani Sabelli/Sanniti  che, intorno al XI-IX sec. a. C., si stanziarono, come già illustrato, in alcuni territori della penisola italica.

Secondo Catone (230149 a. C.), scrive Devoto (1967): La tradizione più antica considera infatti come centro di diffusione delle popolazione italiche il territorio intorno al lago sacro di Cotilia, riconoscibile ancora oggi dall’allargamento della valle del Velino, presso la stazione di Castel S. Angelo, della ferrovia Rieti-Antrodoco; dunque a non molti chilometri da Rieti verso oriente. Catone e Varrone. […]. Il carattere sacro del luogo, l’affermazione dell’importanza della vicina città di Cotilia come centro degli Aborigeni, rendono sicuro il fatto che gran parte delle popolazioni italiche, che si son diffuse dall’Abruzzo [? (Sabina, n. d. r.)] sono nate da < veria sacra > ordinati in questo centro d’Italia.

Strabone (64 a. C.24 d. C.) scrisse: La Sabina è situata fra la terra dei Latini e quella degli Umbri e si estende anch’essa verso i monti del Sannio, ma ancor più è adiacente a quella parte degli Appennini che occupa le regioni dei Vestini, dei Peligni e dei Marsi.

I Sabini sono una stirpe assai antica e sono autoctoni; loro coloni sono i Picentini e i Sanniti; coloni di questi ultimi sono i Lucani e di questi i Bretti.

I SABINI, scrisse Plinio il Vecchio (2379), così chiamati – come pensano alcuni – dalla loro religiosità e dal culto degli dei, vivono presso i Laghi Velini, su umide colline. […]. Marco Varrone (11627 a.C.) attesta che il lago di Cotilia, sito nel territorio reatino e nel quale si trova un’isola galleggiante, costituisce il centro d’Italia. (vedi figura).

Il territorio dei Sabini. Reate/Rieti, la città madre, la capitale, e la pianura del lago Cotilia

La pianura del lago Cotilia (a destra in alto)

Plinio il Vecchio ricordò nel territorio di Rieti un fenomeno simile a quello che avveniva nel territorio di Gabii, non lontano da Roma, quando è attraversata dai cavalieri: certe terre tremano.

Nel 290 a.C. Rieti fu conquistata da Marco Curio Dentato, eletto console lo stesso anno, il quale portò a compimento un’opera idraulica che ha cambiato le sorti dell’intera valle. Fece eseguire un vero e proprio taglio delle Marmore, consentendo al fiume Velino di precipitare nel fiume Nera, arrivando sin nella valle Reatina. Un’opera paesaggistica di grande importanza, considerata come uno degli interventi paesaggistici più importanti della storia, facendo diventare Rieti un fiorente centro agricolo.

Rieti fu patria di Marco Terezio Varrone  (116 a. C.Roma 27 a. C.) e dell’imperatore romano Tito Flavio Vespasiano (979).

Nell’anno 268 a. C. agli abitanti di Rieti e degli altri centri della Sabina fu concessa la cittadinanza sine iuri suffragii.

Fu praefectura fino al 27 a. C. e dopo municipio assegnato alla tribù Pupinia.

Con la riforma (76 a. C.) voluta dall’imperatore Augusto (24 a. C.14 a. C.), la Sabina e Rieti, la sua capitale, fu destinata alla IV Regio Sabina et Samnium che

comprendeva, come vedremo, gran parte dei territori occupati dai discendenti dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti. (vedi figura).

La IV Regio SAMNIUM

Con l’avvento del cristianesimo, la diocesi di Rieti fu fondata dal suo primo vescovo, San Prosdocimo, vissuto nel I secolo e discepolo di San Pietro, da cui sarebbe stato consacrato Vescovo.

Nel periodo longobardo, come gastaldato, fece parte del ducato di Spoleto e divenne contea con l’avvento dei Franchi.

Con la riorganizzazione voluta da re Ruggero II, scrive Cuozzo (1989), il regno normanno di Sicilia fu diviso in 10 connestabilie. […]. I confini di queste nuove circoscrizioni non furono inventati, ma furono tracciati tenendo presente la distrettuazione  diocesana del Mezzogiorno, quale si era andata definendo dalla seconda metà dell’ XI alla prima metà del XII secolo. Queste sono le connestabilie presenti nel Catalogus Baronum. Il nome di ciascuna di esse è accompagnato dall’elenco delle diocesi i cui territori offrirono al re normanno il modello-base per individuare e tracciane i confini.

Nel regno normanno di Sicilia, scrive Cuozzo (1989), la diocesi di Rieti per la parte meridionale, corrispondente al “comitatus reatinus”, e al territorio di Amatrice, fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

 PICENI.  Asculum Picenum/Ascoli Piceno.

       Picus /Picchio           Il territorio Piceno

La città di Ascoli Piceno, metropoli dei Piceni, è a mt. 154 s. l. m.  ed a 25 km. dal mare Adriatico; alla confluenza del fiume Tronto ed il torrente Castellano è circondata dalle colline: la montagna  dell’Ascensione, a nord ovest, il Colle San Marco e La Montagna dei Fiori a sud est.

I monti che circondano Ascoli Piceno: monte Ascensione. Colle San Marco e Montagna dei Fiori

Ascoli Piceno

 http://www.100torri.com/ascoli-storia.htm: Stando ad antiche leggende, raccolte da Silio Italico, Ascoli sarebbe stata fondata dal re Pelasgo Aesis. Verosimile è anche che la città derivi il proprio nome dalla radice egeo-anatolica AS, significante insediamento urbano, reperibile in molte altre antiche città dell’area mediterranea.

La città madre dei Picentini, ricordati da Strabone, emigrarono dalla Sabina, sotto la guida di un picchio che aveva mostrato la via ai loro primi capi. Di qui il loro nome: chiamano infatti picus questo uccello e lo considerano sacro ad Ares. […]. Si trova nell’interno (la città di Adria, n. d. r.) così come Asculum Picenum, che gode di ottime difese naturali grazie alla collina su cui si ergono le mura e ai monti tutt’intorno che non sono accessibili agli eserciti.

All’inizio del 91 a.C. scoppia la guerra sociale, combattuta dalle genti italiche contro la supremazia di Roma. Ascoli ha un ruolo tanto importante da segnarne addirittura l’avvio. Rivendica in nome delle popolazioni italiche – socii – la cittadinanza romana per compartecipare alla amministrazione ed alla direzione dell’impero in condizione di parità.

Con la ribellione dei popoli italici e l’assedio di Ascoli Piceno da parte di Pompeo Strabone, trovò la morte (suicidio) Gaio Vidalicio, condottiero nativo di Ascoli, costretta alla resa (89 a. C.) provocò la minore resistenza nei territori settentrionali occupati dalla lega italica che aveva stabilito la propria capitale nella città di Corfinio, capitale dei Peligni.

Plinio il Vecchio, descrivendo le Regioni augustee, ricordò: La quinta è la regione del Piceno, un tempo densamente popolata: erano circa 360 000 i Piceni che si arresero al popolo dei romani. Furono originati dai Sabini, in seguito al voto di una primavera sacra. I loro possessi si estendevano fino al fiume Aterno. […]. Seguono la città di Cupra, Il castello di Fermo e, all’interno, in corrispondenza di questo, la colonia di Ascoli, la più famosa del Piceno interno, e Novana.

Con la riforma Ascoli Piceno fu assegnata alla tribù Fabia.

Nell’anno 88 a. C. divenne municipio e divenire colonia triumvirale o augustea.

Fu la patria di P. Ventidio Basso, partigiano di M. Antonio.

Con l’avvento del cristianesimo, sant’Emidio lo introdusse in Ascoli Piceno nel IV secolo; Lucenzio fu il suo primo vescovo.

Per il periodo medievale c’è chi sostiene l’appartenenza del gastaldato di Ascoli Piceno al ducato longobardo di Spoleto tra gli anni 578-580; altri ritengono che solo nell’anno 861 il gastaldato fu annesso al ducato spoletino.

Nel regno normanno di Sicilia, scrive Cuozzo, la diocesi di Ascoli Piceno, a sud del Tronto con la regione “in Summati”  (terra di Sommati, il territorio intorno ad Amatrice, n. d. r.) fu nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

VESTINIPinna/Penne.

 

  La dea Vesta         Il territorio dei Vestini

Il nome dei Vestini deriva dalla dea Vesta cui fu consacrato il gruppo dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: partiti dalla Sabina occuparono il territorio intorno al Gran Sasso e raggiungevano il mare presso Penne. Fu fondata su quattro colli, a circa mt. 430 s. l. m.: Colle Romano, Colle Sacro, Colle Castello e Colle Cappuccio, fra le valli dei fiumi Tavo e Fino. (Vedi figura).

Pinna/Penne

Plinio il Vecchio ricordò Penne, la città madre, la capitale, il cui nome deriva dalla radice celtica  pen-  assai diffuso per indica un’altura, una sommità. Ricordò Ofena Cismontana unita al territorio dei Vestini.

Rimasta fedele alleata di Roma durante la guerra sociale, dopo la conquista romana dell’Italia, fu municipio romano quattuorvirale e colonia ascritta alla tribù Quirina.

Incerta la data dell’origine della diocesi e del nome del primo vescovo, tale Romano  ricordato per l’anno 499.

Nel medioevo, già nell’anno 873 faceva parte del Ducato di Spoleto; nell’anno 962 era contea e il conte Bernardo di Liudano, vassallo vulturnense, fondò il Monastero di San Bartolomeo presso il fiume Nora. Intorno al 1060 cominciarono le prime ostilità contro i Normanni che sottomisero la città nel 1087.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Penne fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

MARRUCINI.  Teate/Chieti.

Il dio Ares/Marte/Mamerte  e il territorio dei Marrucini

I Marrucini devono il toponimo a Mamerte/Marte, il dio cui furono consacrati alcuni gruppi di giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione del ver sacrum.

Devoto precisa: Nell’iscrizione di Rapino si chiamano touto marouca < civitas maruca >. Il nome apparteneva perciò a uno strato precedente agli Italici che non può avere nulla in comune con il dio Marte e con i Marsi, nonostante l’affinità rilevata da Catone.

Chieti, l’antica Teate Marrucinorum sorge a m.330 s.l.m. su un crinale collinare che domina la Valle della  Pescara, a Nord-Ovest e la Valle dell’Alento a Sud- Est, con un largo panorama che abbraccia, in uno spettacolare anfiteatro di orizzonti e di cime, la Maiella, il Morrone, la catena del Gran Sasso, i Monti della Laga, i Monti Gemelli e il mare Adriatico, verso Pescara e Francavilla al Mare.

Strabone, scrisse: […] e Teate la città più importante dei Marrucini.  Proprio sul mare c’è invece Aternum, che confina col Piceno, omonima al fiume che fa da confine col territorio dei Vestini e dei Marrucini. Scorre infatti dalla regione di Amiternum attraverso il territorio dei Vestini, lasciando sulla destra quello dei Marrucini, situato oltre quello dei Peligni.

Plinio il Vecchio, nel confermare la localizzazione di Teate/Chieti nel territorio dei Marrucini, ricordò un episodio accaduto nell’ultimo anno del principato neroniano (68 a. C., n. d. r.), allorchè dei prati e degli uliveti separati da una strada statale si scambiavano di posto: successe nel territorio dei Marrucini, sulla proprietà di Vezio Marcello, cavaliere romano che amministrava i beni di Nerone.

Dopo la guerra sociale, Teate fu municipio e poi colonia ascritta alla tribù Arnense.

Fu la patria del generale Herio Asinio, protagonista nella guerra sociale, ricordato da Salmon quale nonno del celebre Asinio Pollone che divenne uno dei personaggi più potenti del mondo romano degli anni quaranta.

Con l’avvento del cristianesimo si ricorda il vescovo Quinto presente nel sinodo celebrato a Roma nell’anno 499.

Nel periodo medievale divenne sede di gastaldato, amministrato dal Ducato longobardo di Benevento o Langobardia minor; nell’anno 801, con l’avvento della dominazione franca, fu annesso al Ducato di Spoleto.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Chieti fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

                                 Chieti

 

 PELIGNICorfinium/Corfinio.

 

Il territorio dei Peligni

Il nome Peligni, secondo Devoto è oscuro, ma la loro provenienza Sabina fu ricordata dal poeta, Ovidio nato a Sulmona (43 a. C.17 d.C.) nei Fasti (III, 95): < cum proavis, miles paeligne, Sabinis >.

La città madre, la capitale dei Peligni, Corfinio, sorge a un’altitudine di circa 346 m. s. l. m., ai margini nord ovest della conca peligna che nel Pleistocene era occupata da un lago. (vedi figura).

La città di Corfinio, oggi

Fu nominata capitale degli insorti italici con il nome Italica in occasione della guerra sociale (9188 a. C.) contro il potere romano.

E’stimata la 1^ capitale d’Italia.

Gli insorti, scrive Salmon (1977) furono: Marsi, istigatori eponimi della guerra. Peligni, Vestini, Marrucini, Asculani (Picentini-Piceni), Frentani, Irpini, Pompeiani, Venusini, Iapigi, Lucani, Sanniti. Con Sanniti Appiano ovviamente intende i Pentri.

Corfinium fu sede del senato e della 1^ zecca per l’emissione di monete degli insorti  in contrapposizione alla monetazione romana.

Per la prima volta nelle monete compare incisa la leggenda ITALIA.(vedi figura: giuramento degli insorti).

   Strabone ricordò Corfinium in 2 occasioni:  La via Valeria comincia da Tibur e conduce fino al territorio dei Marsi e a  Corfinium, metropoli dei Peligni. […], si  ribellarono (i popoli Italici, n. d. r.) e dichiararono la così detta guerra Marsicana,  proclamando Corfinium, la metropoli dei Peligni, comune a tutti gli Italici al posto di Roma e facendone la base delle operazioni di guerra dopo aver sostituito il suo nome con quello di Italica; avendo riunito là in assemblea tutti quelli che stavano dalla loro parte avevano eletto consoli e pretori.

Plinio il Vecchio: nel territorio dei Peligni sono Corfinio, Superequo, Sulmona.

Definito il potere di Roma sulle popolazioni italiche della penisola italica centro meridionale, Corfinio divenne municipium della tribù Sergia, continuando a svolgere un ruolo importante quale nodo viario tra le vie Valeria. Claudia Nova, Cecilia e Minucia.

Con l’avvento del cristianesimo fu sede di diocesi: nell’anno 490 è il suo primo vescovo, Gerunzio.

ww.profesnet.it/dabruzzo/cultura/corfinio4.htm: La gloria di Corfinio era quasi tramontata, quando sulle rovine della capitale della Lega Italica, per opera di un abate orgoglioso sorse una nuova città.

Intorno alla seconda metà dell’XI secolo, dunque, nacque Pentima ad opera di Trasmondo sulle rovine di quella che era stata la città di Corfinio.

In seguito, il nome mutò in Valva/civitas valvensis, sede dell’omonimo gastaldato nel Ducato di Spoleto; con l’arrivo dei Franchi divenne contea: Oderisio, figlio di Berardo fu il primo conte.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Valva fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

 AEQUI/EQUICliternia/Capradosso (?).

Occupavano una piccola zona montuosa tra il lago Fucino e la valle dell’Aniene, confinando con i Vestini cismontani e i Sabini a nord est, con i Marsi a est, con i Volsci a sud e a ovest con i Latini.

I principali insediamenti si svilupparono nei Piani Palentini con Alba Fucens; nella valle del Salto con il centro di Nersae e nella Piana del Cavaliere con il centro di Carseoli.

         

Il territorio degli Equi         Localizzazione di Cliternia/ Capradosso e di Narsae/Pescorocchiano e la valle del Salto (trat.gio bianco).

Nessuno dei 3 insediamenti identifica la città madre, la capitale degli Equi; si ipotizza possa essere stata l’antica Cliternia, oggi Capradosso, una delle frazioni di Petrella Salto: Non sappiamo con certezza dove fosse, ma a confermarcene l´esistenza si sono scomodati alcuni saggi antichi del calibro di Marco Tullio Cicerone nella epistola IX ad familiares e più diffusamente Plinio nel suo III libro “Aequicolanorum Cliterni”. L´antica Cliternia, città degli Equi è forse l´attuale Capradosso, e l´ipotesi di oggi è basata su una lapide murata nel campanile della chiesa di Sant´Andrea, già Santo Stefano, rinvenuta nel 1790 durante i lavori di restauro. Sulla lastra è scritta la seguente frase: “DIS MANIBUS T: SELLUS : C : F : CLA CERTI AEDILI : REATE : QUAEST : IV DUUMVIRO : CLITERNIAE PRAEF : FABR : COS : COS : II IUDICI : EX : V : DECVRIS VIXIT : AN : LXXXVII SINE AERE ALIENO”. L´importante lapide, oltre ad indicare il nome della città, consentendoci di collocarla nella Valle del Salto, ci fornisce indicazioni anche sull´epoca in cui Cliternia esisteva. La lapide infatti commemora Tito Sallusio ed elenca le cariche da lui ricoperte: ufficio edile a Rieti, quattro volte questore, duumviro di Cliternia, prefetto dei Fabbri, due volte console ed infine giudice delle cinque decurie. Da questi elementi, per gli studiosi, è stato possibile dedurre che Cliternia, esisteva ancora nel II secolo d.C. in quanto fu Caligola a portare a cinque le decurie dei giudici, quindi Tito Sellusio può essere vissuto sotto Caligola o dopo di lui. A questo punto sorge naturale un quesito sulla storia della stessa Cliternia. Quando e per quali cause scomparve questo insediamento urbano? Forse furono le invasioni barbariche o un potentissimo terremoto, magari quello del 364 d.C. che rovinò gran parte dell’Italia. (da http://www.antikitera.net › Archeologia ›).

 

Il centro di Capradosso                          Il centro di Petrella Salto

Strabone testimonia la fondazione di Roma dopo lo stanziamento dei giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nei nuovi territori della penisola italica centro meridionale: Quando per la prima volta la città (Roma, n. d. r.) fu fondata c’erano infatti gli Equi, i Volsci, gli Ernici e gli Aborigeni che vivevano presso la stessa Roma.

Plinio il Vecchio: Sono città degli Equicoli Cliternia e Carsoli.

Cliternia  divenne colonia della tribù Aniense.

Con il trascorrere del tempo, il territorio degli Equi perse l’autonomia a vantaggio dei confinati Sabini, Vestini e Marsi e, con l’avvento del cristianesimo, i suoi insediamenti furono inclusi nelle diocesi dei territori adiacenti.

Nel periodo medievale anche il territorio dell’antica Cliternia gradualmente perse  importanza: inclusa nel Ducato longobardo di Spoleto, fu l’antica città di Alba Fucens, sita a sud ed a confine con i Marsi, con l’avvento dei Franchi e successivamente dei Normanni ad essere capoluogo dell’omonimo gastaldato, poi contea d’Alba (Albe, frazione di Massa d’Albe).

 

MARSIMarruvium/San Benedetto dei Marsi.

Il dio Ares/Mamerte/Marte           Il territorio dei Marsi

I Marsi, scrive Devoto, hanno un nome di origine sacra, quindi assunto nell’occasione della primavera sacra che li distaccava dal tronco sabino. La loro derivazione da questo è affermata parecchie volte. Il loro territorio è il bacino del Fucino.

Il popolo prese il nome dal dio cui erano stati consacrati i giovani in occasione della loro migrazione/ver sacrum dalla Sabina; si stanziarono intorno al lago Fucino, fondando Marruvium, la città madre, la loro capitale, oggi San Benedetto dei Marsi, ricordata da Virgilio (7019 a. C.): Inoltre viene un sacerdote della stirpe Marruvia ornato sull’elmo di fronda e di fecondo olivo per incarico del re Archippo, il fortissimo Umbrone.

Marruvium/San Benedetto dei Marsi

Strabone: Oltre al Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica. […], ma che sta più nell’interno è Alba, vicino al lago Fucino che per estensione è come un mare. Questo lago è utilizzato soprattutto dai Marsi e da tutte le popolazioni confinati.

Plinio il Vecchio: Dei Marsi fanno parte Anxa, Antino, Luco Fucente, Marruvio.

Silio Italico (25101): Marruvium veteris celebratum nomine Marri Urbibus est illis caput.

Nell’anno 91 a. C. i Marsi furono i promotori della guerra sociale, detta anche bellum Marsicum, con il loro condottiero Quinto Poppedio Silone.

Dopo la conquista romana, Marruvium fu municipio e poi colonia ascritta alla tribù Sergia; con l’avvento del cristianesimo, mutato il nome in Marsia, già nel VI secolo fu sede di diocesi con il vescovo Giovanni.

Con l’avvento dei Longobardi fu sede di gastaldato nel Ducato di Spoleto e contea con il conte Berardo di stirpe Franca.

Nel regno normanno di Sicilia, la diocesi di Marsi fu inclusa nella connestabilia di Boemondo, conte di Manoppello.

 

CARECINI SUP.  Cluviae/Casoli. CARECINI INF.  Juvanum/ Montenerodomo.

Il territorio (linea gialla tr.ta e rossa) dei Carecini

SalmonI Carecini, la tribù situata più a nord, sembra essere stata la meno popolosa: anzi erano così pochi che alcuni studiosi hanno perfino negato che potessero costituire una tribù distinta. Comunque, della loro identità separata esistono ora prove epifrafiche che essi popolassero la zona all’estremo nord del Sannio. Cluviae e Juvanum sono città specificatamente riconosciute come Carecine. Forse il loro nome contiene la stessa radice del celtico *carreg, < roccia > (vedi anche l’inglese crag), a cui è stato aggiunto il suffisso latino  -no. In altre parole i Carecini, come gli Ernici, erano gli uomini delle rocce. La stesa radice, car-, ricorre in nomi come Carseoli, Carsule e Carsitani e, forse, in Ceraunei, Monti Craniti e Cercole. E’ difficile individuare le linee divisorie fra le varie tribù sannite, e certo in particolar modo nel caso dei Carecini e dei loro vicini, i Pentri.

Plinio il Vecchio localizzò nel territorio della IV Regio augustea il popolo dei Carecini, distinguendo: Carecini Supernantes con Cluviae, presso Casoli, e i Carecini Infernantes con Juvanum/Montenerodomo.

Più di Casoli, interessa la località La Roma identificata con l’antico sito di Cluviae, conosciuta come Pagus urbanus, e confermato dall’epigrafe dell’anno 384 d. C. trovata nella località di Bufalara di San Salvo che ricorda i Cluvienses Carricini.

Localizzazione di Piano La Roma

Casoli e sullo sfondo il Massiccio della Maiella

La Regina (1984) puntualizza: una popolazione con il nome di Caraceni in Italia non è mai esistita. L’etnico è tramandato in tale forma solamente da Tolomeo (100-170). La forma corretta è, in latino, < Carricini >, attestata epigraficamente due volte, a Isernia, dove abbiamo un < curator  rei publicae Cluviensium Carricinorum > e la già citata epigrafe di San Salvo.

La Regina ricorda un loro personaggio illustre: Originario di Cluviae era C. Elvidio Prisco, pretore nel 70 d. C., che fu fatto uccidere da Vespasiano.

Juvanum/Montenerodomo si localizza a mt.  1165 s. l. m., nel cuore  dell’Apppennino abruzzese, tra gli alvei dei torrenti San Giusto e San Leo, arroccato su uno sperone roccioso con il quale sembra fondersi.  La straordinaria bellezza di questa parte dell’Abruzzo ha incantato perfino uno spirito grande come quello di Benedetto Croce, di cui è nota l’ascendenza paterna da questo paese, il quale, nella Monografia dedicata a Montenerodomo (“ove vissero ab antico i miei maggiori”) così descrive il panorama che si domina dalla sommità del paese: “quando l’aria è limpida l’occhio scopre Chieti e le vele della marina adriatica, e perfino qualche lembo delle coste dalmatiche. A mezzogiorno (ossia “dalla parte del Sangro”). […]. Qui sorse l’antica città sannita e poi romana di Juvanum. (dal sito del Comune di Montenerodomo).

Juvanum/Montenerodomo. Sullo sfondo il massiccio della Maiella

I Carecini con i consanguinei Pentri, Caudini e Irpini, probabilmente parteciparono verso la fine del V secolo a. C. alla invasione del territorio campano con la conquista della città etrusca di Capua (445 a. C.) e la città greco calcidese di Cuma (421/420 a. c.).

Salmon ricorda un episodio avvenuto dopo le disastrose guerre combattute dalle popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita contro l’espansione romana, furono protagonisti i Carecini: Nel 269 (a. C., n. d. r.) uno dei Carecini portato a Roma come ostaggio, un certo Lollio, riusci a fuggire, tornò alle natie montagne e qui fomentò una rivolta, arroccandosi in una fortezza dalla quale contava di organizzare una sorta di guerriglia contro i Romani. Entrambi i consoli del 269, Q. Ogulnio Gallo e C. Fabio Pittore, dovettero impegnarsi per soffocare il movimento, ma i Carecini finirono per pagare la loro ribellione a caro prezzo: i capi della rivolta vennero giustiziati e i ribelli venduti come schiavi.

Salmon: prima del 91 (a. C., inizio guerra sociale, n. d. r.) gli stati tribali di Carecini e Caudini erano scomparsi; infatti, in occasione della guerra sociale, Salmon scrive: I Carecini, per parte loro, erano numerosi nella zona di guerra, ma non sappiamo quale parte svolsero, se pur ne svolsero una, nei combattimenti; non furono ricordati nell’elenco dei popoli schierati contro Roma scritto da  Appiano (95165).

Dopo la conquista romana, Cluviae e Juvanum furono municipi ascritti alla tribù Arnense.

Nel periodo medievale l’amministrazione politica, amministrativa e religiosa dei Carecini fu demandata ai popoli confinanti, soprattutto i Marrucini.

Come gli altri territori anche quello dei Carecini fu interessato dal fenomeno dell’incastellamento: per una migliore difesa furono abbandonate le zone pianeggianti per costruire castra e castelli sulla sommità delle colline e delle montagne; il più delle volte ristrutturarono e potenziarono gli insediamenti dei loro antenati Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti.

 

FRENTANI.

I Frentani occuparono la parte inferiore delle valli adriatiche da quella del Sangro al Biferno, ricorda Devoto; il loro nome dovrebbe derivare dal nome locale  Frentum , sicuramente assunto solo sul posto.

Gli insediamenti più importanti: Anxanum a nord, Larinum a sud est.

Il territorio dei Frentani 

Le fonti bibliografiche più antiche non permettono di conoscere la città madre, la capitale dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che nel loro nuovo territorio divennero Frentani.

Alcune bibliografie ricordano indifferentemente quale metropoli dei Frentani le città di Larino e di Lanciano; fece eccezione una fonte che indicò la città di Ortona.

Giovanni Andrea Tria (vescovo, 1744): Padre Santo, che quanto al civile quella Città (Larino, n. d. r.), e prima, e a tempo della Repubblica (epoca della Roma antica, n. d. r.) fusse stata una delle più rinomate d’Italia, come Metropoli de’ chiarissimi Frentani.

Di Vincenzio D’Avino (1848) scrisse: Nel centro dell’Abruzzo citeriore su tre amenissimi colli ergesi la città di Lanciano, surta tra le rovine dell’antica  Anxanum, metropoli ed emporio dei Frentani ed al capitolo successivo: Alla distanza di un mezzo miglio dalla moderna Larino sorgeva un tempo il celebratissimo Larinum, città fondata dagli Etruschi, e più tardi metropoli dei popoli Frentani.

Felice Scifoni (1871): Ai Frentani che percorrevano circa settanta miglia della sponda adriatica, offeriva il più vasto e sicuro porto di quei lidi procellosi la città di Ortona eretta su una vaga collinetta, e non lungi da essa possedevano la marittima Buca, e Cliternio, indi l’antica Larino loro metropoli, in sito poco discosto dalla moderna, ed Ansano le cui rovine giacciono a poche miglia dalla presente Lanciano, e finalmente Istonio nel bel paese oggi detto del Vasto.

Pellegrino Farini (1873): Anxanum, Lanciano, sede dei Frentani, celebratissima pei commerci.

Giuseppe De Luca (1875): […]. Teate (Chieti), sull’Aternus, capitale de’ Marrucini; Anxanum (Lanciano), capitale dei Frentani, i quali abitano tutta la contrada bagnata dall’Adriatico. Fra il Tifernus e il Frento era il paese de’ Larini, capitale Larinium.

Senza ignorare quanto scrisse Silvestro Gherardi (1875): […]. Sulla costa: Ortona, l’antica capitale dei Frentani, con un piccolo porto. […]. Sul Feltrino: Lanciano, su tre colline, due delle quali sono congiunte dal ponte detto di Diocleziano. […]. Bacino del Biferno: […]. Larino in bella posizione sulla destra del fiume. Sopra una piccola collinetta veggonsi alcuni avanzi dell’antico Larino.

L’assenza di una fonte antica e la descrizione di Plinio il Vecchio (23-75 d. C.) nella sua Naturalis Historia, nel tempo, hanno generato confusione.

Plinio il Vecchio scrisse: Confina con questi luoghi la seconda regione che comprende gl’Irpini, la Calabria, la Puglia e i Salentini […]; seguono il porto di Garna, il lago Pantano, il fiume Fortore ricco di approdi; Teano degli Apuli e così pure Larino, Cliternia e il fiume Biferno, oltre il quale ha inizio la regione dei Frentani. […]; successivamente:  i Dirini, Forenza, Ginosa, Erdonia, gl’Irini, Larino dei Frentani, […].

Segue la quarta regione, che comprende le popolazioni più valorose d’Italia. Sulla costa, nel territorio dei Frentani, a partire dal fiume Biferno, sono il fiume Trigno ricco di approdi, la città di Istonio, Buca, Ortona, il fiume Aterno. Nell’entroterra Lanciano dei Frentani.

Plinio il Vecchio aveva descritto la divisione amministrativa voluta dall’imperatore Augusto che volle separare i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: alla II Regio furono assegnati gl’Irpini, la Calabria, la Puglia e i Salentini; ricordò i Caudini, ma localizzò le colonie di Larinum/Larino e di Cliternia fuori dal territorio dei Frentani, convinto che i Frentani fossero al di là (nord) del corso del Tifernus amnis (fiume Biferno).

Nella realtà storica, il fiume Biferno era il confine naturale tra i Frentani e i Dauni.

Continuando a descrivere la 2^ regione augustea, Plinio il Vecchio ricordò di nuovo e correttamente i Larinates cognomine Frentani

Nel ricordare Larino, inconsapevolmente, aveva “duplicato” la sua localizzazione a causa del metodo adottato ed evidenziato dallo stesso Plinio il Vecchio, per  descrivere le colonie esistenti al tempo dell’imperatore Augusto: Passerò ora in rassegna il territorio e le città dell’Italia. A questo proposito devo premettere che seguirò come autore il divino Augusto e la suddivisione, fatta da lui, dell’Italia in undici regioni, procedendo però secondo il tracciato della costa. […]; perciò, riguardo alle città dell’interno, mi atterrò all’elencazione per ordine alfabetico fatta dallo stesso Augusto, segnalando le varie colonie, come fece lui.

Accadde: Larino fu dapprima inserita nell’elenco delle colonie della costa adriatica pugliese; successivamente, seguendo l’elencazione per ordine alfabetico fatta dallo stesso Augusto, Larino fu ricordata ancora una volta, ma tra le colonie all’interno.

Prima della riforma di Augusto il Frento F. era il confine tra i Frentani e gli Apuli (fig. sinistra). Dopo la riforma F. Tifernum divenne il nuovo il confine tra i Frentani e gli Apuli (fig. destra)

Tolomeo (90170) nella Geografia, ricordò: Le città fra’ terra de’ Frentani, Abruzzo, sono queste. Ansano/Lanciano. Larino.

Stando così le cose, conosciamo il ruolo svolto dalle 2 città nel periodo storico preso in esame

Anxanum/Lanciano fu fondata su quattro collinette a poco più di 300 mt. s. l. m. che degradano verso la costa del mare Adriatico distante poco più di 20 km. dal porto di Ortona.

La città di Lanciano

 Strabone: Oltre al Piceno c’è il territorio dei Vestini, dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Frentani, di stirpe sannitica.[…]. Dopo Aternum c’è Ortona, porto dei Frentani e Buca, anche questa dei Frentani. […]. Tra Ortona ed Aternum c’è il fiume Sagrus, che separa i Frentani dai Peligni.

Lanciano fu sede di Municipium della tribù Arnense e con la dominazione romana, divenne famosa per le sue fiere, dette nundinae: giorno di mercato che ricorreva ogni nono giorno.

Nel periodo medievale il territorio di Anxanum fece parte del comitatus teatino con capoluogo Chieti/Teate, esteso dal fiume Pescara e dalle gole di Popoli al Trigno, ampliato verso nord fino al fiume Tronto, con l’annessione delle contee di Penne e Teramo, e verso sud-est con la progressiva integrazione della contea di Termoli.

 Larinum/Larino

La città di Larino

 Sul versante di destra della valle del Biferno la città di Larino è delimitata da una poderosa collina che si allunga verso la costa. All’estremità inferiore di questo rilievo sono sorti i due insediamenti di Larino. La prima città era collocata verso il mare, in un anfiteatro collinare che le faceva da riparo in quella direzione: era la Larino Vecchia, prima abitata dai sanniti frentani, poi dai romani, in ultimo sede vescovile. Verso monte, a poco più di 1 Km di distanza, in posizione però più bassa, sul crinale di un piccolo sperone tufaceo, si trova Larino Nuova, di impianto tardo medievale. (movio.beniculturali.it/pm-mol/moliseinmostra/ge).

In seno al popolo dei Frentani, Larino godeva di una sufficiente indipendenza, tanto che Salmon scrive:  I Larinati, ad esempio, erano indistinguibili, eppure politicamente separati, dagli altri Frentani; ed ancora: i Bruzi si tennero lontani dai Lucani e i Larinati dai Frentani.

Si potrebbe ipotizzare che Lanciano e Larino abbiano amministrato autonomamente il territorio dei Frentani: la prima a nord, la seconda a sud, così era amministrato anche il territorio dei loro confinanti Carecini.

La Regina, scrive (1984): Larino sembra aver sempre costituito un cuneo autonomo tra area sabellica e area apula. […]. Fin dalle origini si manifesta così la vocazione

< internazionale > di Larino, posta a dominio del basso corso del Biferno, in un sito che costituisce un naturale nodo di comunicazioni lungo la costa adriatica e con il Sannio e la Campania. Si comprendente così l’uso dei tre alfabeti, osco, greco e latino, e l’aspetto eclettico della moneta locale (altro segno evidente di indipendenza politica, almeno a partire dal III sec. a. C.), che si rifà a tipi apuli e campani.

In epoca romana aveva una propria zecca e le monete recavano la leggenda LADINOD, il nome originario dell’insediamento frentano. (vedi figura, alcuni esemplari).

Livio, descrivendo gli avvenimenti dell’anno 304 a. C., ricordò che dopo la sconfitta degli Equi, i Marrucini, i Marsi, i Peligni e i Frentani mandarono parlamentari a Roma a chiedere la pace ed amicizia. A questi popoli, dietro loro richiesta, fu concessa l’alleanza e le loro città, probabilmente in tempi diversi, ebbero l’ordinamento di colonia e di municipium.

Roma riservò un trattamento diverso in confronto a quello delle altre città frentane: Una res publicae Larinatium doveva esistere, come si è detto, già nel III sec. a. C.: l’ager Larinas è infatti menzionato a parte, ed alla pari, con i territori di altre entità statali, Marrucini, Frentani, Praetutiani.

Ciò è da attribuire soprattutto alla presenza di interessi romani in funzione dell’espansione verso i territori apuli e di contenimento verso i Sanniti. […]. L’autonomia di Larinum deve dunque essere successiva alla deduzione della colonia latina di Luceria (314 a. C.). (Cat. Sannio Pentri e Frenati. De Luca Ed., 1980).

Le fonti classiche, descrivendo gli avvenimenti che coinvolsero la città di Larino, usarono citare più frequentemente il territorio ad essa pertinente che non la città vera e propria: territorio di Larino, fines Larinatium, larinate agro, agrum Larinatem.

Dopo la guerra sociale (89 a. C.), Larino divenne municipium ascritto alla tribù Clustumina.

Cicerone nella oratio pro Cluentio tenuta nell’anno 66 a. C., ricordò Aulo Cluentio Abito, un cittadino di Larino, difeso dallo stesso Cicerone dall’accusa di avere avvelenato il patrigno Oppianico.

Con l’avvento del cristianesimo, Larino divenne sede di diocesi, il primo vescovo fu Giusto nell’anno 493. Tuttavia, scrive Mammarella, la memoria del martirio subito dai tre cittadini larinesi PrimianoFirmiano e Casto è indice certo che la locale comunità cristiana era già fiorente agli inizi del IV secolo.

Il territorio pertinente alla città di Larino in epoca medievale, con i Longobardi, era actu Larinense facente parte del gastaldato di Quinto decimo, (Quintodecimo, od. Eclano)  come da un atto dell’anno 840.

E’ in epoca longobarda che la diocesi di Larino può vantare la dedicazione di una delle prime chiese al culto dell’Arcangelo Michele apparso sul monte Gargano a Elvio Emanuele, ricco possidente di Siponto, nell’anno 490.

Mascia (2000), scrive: Ricadente nella diocesi di Larino, in prossimità del tratturo Celano-Foggia (fondamentale arteria di collegamento tra gli Abruzzi e il Gargano), la più antica delle chiese molisane dedicate a San Michele è ricordata in una lettera di papa Gelasio I del 493-494. La sua edificazione va senz’altro messa in connessione con l’affacciarsi del culto garganico. Sita in territorio di Civitacampomarano, o comunque in una località quae mariana vocatur, come precisa la lettera papale, la chiesa rimarrà isolata finché al culto del Santo non arriderà la fortuna assicurata dai longobardi, per irradiazione politica e/o delle abbazie benedettine.

Le famiglie della nobiltà longobarda franca risiedevano a Benevento, sede del ducato, poi principato longobardo-franco: i conti Roffrid, Dauferi e Madelfrid, godevano del possesso di vasti beni nella contea di Larino, ma solo un membro della dinastia dei Tasselgardo potette fregiarsi del titolo di conte di Larino.

La contea longobardo franca di Larino e Civitacampomarano

Con l’avvento del potere normanno si assistette alla disgregazione territoriale della contea longobardo franca di Larino; i suoi territori nel tempo furono inclusi nella contea di Bojano e nella “nuova” contea di Loritello (Rotello).

La contea di Loritellum  continuò ad esistere anche dopo la riorganizzazione del regno normanno di Sicilia dell’anno 1142, ciò che restava del territorio della contea di Larino, con la istituzione delle diocesi fu diviso tra la Connestabilia di Ruggiero Borsello: la parte nord orientale, delimitata da una linea che includeva Larino, Avellana, Rotello, ed escludeva Pizzuto, Casacalenda, Montelongo, Bonefro, Loreto; e la Connestabilia di Guimondo di Montelerre: la parte sud orientale, non compresa nella connestabilia di Ruggiero Borsello.

 

PENTRI.  Bovaianom/Bovianum/Bojano.

Il < BUE > animale guida                          Il territorio dei Pentri

Il primo nome che i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti diedero alla città madre, alla loro capitale, fu Bovaianom, così ricordata da Tito Livio (59 a. C. – m. 17 d. C.): caput hoc erat Pentrorum Samnitium, longe ditissimum atque opulentissimum armis et virisque (era questa la capitale dei Sanniti Pentri, di gran lunga la più ricca di armi e di uomini).

I Pentri occuparono il territorio esteso a settentrione del massiccio del Matese, come vedremo dai confini del loro territorio, ad una altezza variabile dai 400 ai 600 mt s. l. m. ed alla distanza di circa 20 km. dalla costa adriatica dove si localizzavano i Frentani. (vedi figura).

La pianura di Bojano (nord est), in fondo le colline di confine con i Frentani. La localizzazione (rettangolo giallo punt.to) di BOVAIANOM, la città madre dei Pentri

All’epoca del loro arrivo, data l’abbondante presenza di acqua, non è da escludere l’esistenza di un lago o di una palude, testimoniata sia dal nome dell’odierno fiume Biferno, sia dal nome di alcune piante acquatiche, sia dal toponimo di alcune località del suo territorio.

Cianfarani (1978): Nell’antico nome dell’attuale Biferno (lat. Tifernum), si può ravvisare la parola pregreca Tiphospalude, e Typhepianta palustre, riscontrata nell’ambiente mediterraneo: la palude o il lago avevano dato il nome all’attuale fiume; sia da alcuni toponimi del territorio: la Piaggia, Guado della foce e Paduli di Sotto(Vedi figura).

La probabile localizzazione del lago o della palude a nord della città

Con la fondazione di Bovaianom (osco), nacque anche il popolo dei Pentri, ma i due avvenimenti avevano seguito una procedura eccezionale rispetto al rito celebrato dai loro consanguinei dei territori confinanti.

L’animale o il simbolo totemico, guida per i giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti, il nome del condottiero, il nome del dio cui erano stati consacrati, avevano dato sempre il proprio nome ai nuovi popoli; i Pentri fecero eccezione.

Il BUE, l’animale guida o il simbolo totemico seguito dai giovani migranti  non diede il nome al nuovo popolo, ma alla loro città madre, alla capitale, Bovaianom; loro si denominarono Pentri, come scrive Salmon (1980): il loro nome contiene la stessa radice del celtico pen- , < sommità >, il che implica che i Pentri erano un popolo montanaro. Essi popolavano il cuore del Sannio, la regione del massiccio del Matese e le sue vicinanze, e le valli dei fiumi Trinius e Tifernus. Tutto fa pensare che fossero forti e terribili, la spina dorsale della nazione. Un buon numero di essi era concentrato nella sola zona aperta del Sannio, oltre all’Irpinia, di una certa estensione, la valle dominata da Bovianum e Saepinum.

Inoltre, sia Diodoro Siculo (I sec. a. C.), sia Festo (II sec. d. C.) avevano ricordato un colle chiamato Sacro e un collem cui nomen erat Samnio. (vedi figura, foto P. D’Andrea).

Il colle chiamato Sacro o un collem cui nomen erat Samnio (innevato), monte Crocella. In primo piano la sommità di Civita Superiore di Bojano, sede di BOVAIANON

Dall’ultima propaggine  del massiccio del Matese che si affaccia sulla pianura posta a settentrione e occupata dal nuovo popolo dei Pentri, il monte Crocella (mt. 1. 070), già colle pagano, sulla cui sommità ancora esistono i resti di una fortificazione sannitica in rozza opera poligonale, i Peligni, i Carecini, i Frentani, gli Irpini e i Caudini stabilirono i capisaldi dei confini dei loro territori, scegliendo le cime delle montagne e delle colline facilmente riconoscibile. (vedi figure).

I capisaldi di confine, procedendo da ovest verso est: i Peligni, i Carecini, i Frentani, i Dauni e gli Irpini Il massiccio del Matese a sud est segnava il confine ancora con il territorio degli Irpini e a sud con i Caudini. (vedi figura).

Inoltre la sommità di monte Crocella permetteva di coordinare le comunicazioni visive tra la capitale dei Pentri  ed i popoli confinanti, utilizzando raggi del sole riflessi, il fumo e il fuoco.

Altra peculiarità era la localizzazione di Bovaianom/Bovianum: per volontà o per caso, era equidistante dal confine con i territori dei Frentani e dei Dauni; da Benevento, capitale degli Irpini, da Caudio/Montescarchio, capitale dei Caudini, da Capua, capitale dei Campani, da Teano, capitale dei Sidicini. (vedi figura).

L’equidistanza della circonferenza (rossa), I tratturi (verde). Il confine (giallo) del territorio dei PENTRI dai PELIGNI, dai FRENTANI, dai DAUNI, dagli IRPINI e dai CAUDINI

Strabone così ricordò Bovianum dopo la distruzione voluta da Silla in occasione della guerra sociale (90-88 a. C.): […]. E infatti ora le città sono diventate villaggi: alcune sono del tutto scomparse, come Bovianum, Aesernia, Panna, Telesia vicina a Venafrum.

Nello stesso tempo descrisse la migrazione/ver sacrum dei giovani Safini/Sabini detti anche Sabelli/Sanniti che emigrarono dal paese (la Sabina, n. d. r.) sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò, per dormire, nel paese degli Opici, che allora vivevano sparsi in villaggi; essi allora lo attaccarono, si insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida, secondo il responso degli indovini. E’ verisimile perciò che il loro nome Sabelli sia un diminutivo derivato dal nome dei loro progenitori (i Sabini, n. d. r.).

Gli Storici hanno legato l’avvenimento descritto da Strabone alla fondazione di Bojano/Bovianum (latino)/Bovaianom (osco), toponimo legato all’animale guida, sacro ad Ares; ma più che un toro, doveva trattarsi di un bue, animale più mansueto e facile da controllare.

N.B. Il paese dove il toro si sarebbe sdraiato non poteva essere il paese degli Opici, come scrisse Strabone, considerando le altre descrizioni che li videro protagonisti.

Antioco, scrisse Strabone descrivendo la Campania, dice che questa terra era abitata dagli Opici, ai quali si da anche il nome di Ausoni. Polibio distingue due diverse stirpi e la sua opinione è questa: egli dice infatti che Opici ed Ausoni abitano questo territorio attorno al Crater (Vesuvio, n. d. r.). Altri ancora dicono che prima la Campania era abitata dagli Opici e dagli Ausoni, poi la occupò un popolo degli Oschi. […]. Gli Oschi occupavano sia Neapolis sia la vicina Pompei presso cui scorre il fiume Sarno, poi la occuparono i Tirreni e i Pelasgi e, dopo questi i Sanniti. Pure questi ultimi, però, furono poi cacciati dal posto.

La distinzione dei popoli presenti nel territorio campano è chiara: Opici, Ausoni, Oschi o Osci, Tirreni, Pelasgi e Sanniti da identificare con i Sanniti scesi alle montagne: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini.

Ergo, gli Opici, gli Oschi o Osci non erano presenti nei territori occupati dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti in occasione della loro migrazione, ver sacrum.

Tra gli studiosi contemporanei, DEVOTO (glottologo, 1967) scrive: Se il nome opikoì (Opici) presso Dionigi (I, 72) si riferisce agli abitanti della Campania e a quelli del Lazio. […]. Non meno tardo è il nome di << Oschi >>, che deve la sua fortuna a un fatto non tanto politico quanto linguistico, alla diffusione della lingua osca nell’Italia meridionale. Anch’esso condizionato all’invasione sannitica nel mezzogiorno che ha sottomesso il popolo protolatino degli Opici. Osci da *ops- ci rappresenta probabilmente l’adattamento di << opico >> alla nuova lingua che conosceva il tema nominale ops- (da cui il verbo opsaom) e ha inteso dire << popolo dei lavoratori >> o magari < degli adoratori della dea Ops >>.

In merito agli OPICI, SALMON precisa: Opici, Obsci e Osci sono uno stesso popolo, Strabone (V 4-3, p. 242) distingue Opici ed Osci (Obsci), ma si sbaglia: Opici era il normale uso greco e Obsci (Osci) la forma che esso prese in latino. (Alcuni studiosi moderni per comodità chiamano Opici gli abitanti presabelli della Campania, riservando il nome Osci per il popolo che risultò dalla fusione di questi Opici con i Sabelli giunti in Campania più tardi.

Plinio il Vecchio, nel descrivere la IV Regio ricordò sì le colonie romane istituite nel territorio dei Pentri, citandoli come Sanniti, che furono detti anche Sabelli, e Sauniti dai Greci: con la definitiva conquista della penisola italica da parte dei Romani, il popolo dei Pentri in più occasioni fu denominato solo Sanniti, alleati fedeli dei Romani in occasione della presenza di Annibale in Italia e, contro Roma, nella guerra sociale dei popoli italici.

Dopo la conquista di Corfinio, 1^ capitale della lega italica, Bovianum divenne la 2^ capitale, in essa fu trasferita anche la zecca per le emissioni di monete proprie dei popoli in rivolta e in contrapposizione con le monete coniate dai Romani; in esse, per la prima volta, compare nella leggenda viteliù. (vedi figura).

Bovianum, città sannita romana, fu conquista dai Romani nell’anno 89 a. c., come ricordò Appiano: Silla espugnati gli accampamenti di Papio Mutilo procedette a Boviano dove era il consiglio comune dei rivoltosi. Aveva la città tre fortezze e i Bovianesi si tenevano all’erta. Or questi spedì milizie attorno con l’ordine di espugnare la fortezza che più potessero, significandone il fatto col fumo. Dato alfine questo segno, Silla attaccò di fronte il nemico, e combattendo per tre ore, potentissimamente presa la città. Tali sono le imprese di Silla in quella estate; con il giungere dell’inverno si recò a Roma per chiedere il consolato. (vedi figura).

Bovianum sannita-romana 91-88 a. C. . Le tre fortezze di Appiano: 1 monte Crocella. 2 acropoli di Bovianum (Civita Superiore di Bojano). 3 contrada Piaggia San Michele. 4 La città di pianura di Bovianum.

Con la dominazione romana iniziata dopo la sconfitta dell’anno 305 a. C., la metropoli dei Pentri potette godere una < sovranità limitata >, sempre fedele alleata di Roma, protagonista nel contrastare l’invasione cartaginese.

Nella sua pianura vi era uno degli accampamenti l’esercito romano e Numerio Decimio di Bovianum, con il suo esercito composto da 8.000 fanti e 500 cavalieri portò soccorso all’esercito romano in occasione della battaglia di Gerione: verso la fine dell’estate e l’autunno dell’ anno 217 a. C. , tra le colline, ci fu la prima sconfitta di Annibale, prima della sua vittoriosa battaglia di Canne del 2 agosto 216 a. C..

Cicerone (10643 a. C.) ricordò che da Boviano e da tutto il Sannio sono state inviate nobillissime attestazioni di elogio e giunsero fin qui i cittadini più facoltosi e prestigiosi

Con il definitivo dominio di Roma, Bovianum/Bojano fu municipio negli anni 48-46 a. C.; tra gli anni 43-41 a. C. divenne colonia e di nuovo tra gli anni 73-75 d. C. della tribù Voltinia.

Con l’avvento del cristianesimo fu sede di diocesi con il primo vescovo Lorenzo (prima del 495 e dopo il 502).

In epoca medievale fu sede di gastaldato longobardo dall’anno 667 nel Ducato di Benevento; poi contea franca i cui titolari appartenevano alla nobiltà franca del principato di Benevento.

Per l’anno 1003 si conosce la donazione fatta al monastero di san Vincenzo al Volturno dalla contessa Maria, titolare della contea di Boiano, figlia del conte Roffridus o Roffrit, vedova del conte Potefrid, figlio del conte Magenulfi, probabile fondatore di Roccamandolfi; il suo erede fu il conte Magenolfi che ebbe una figlia, la contessa Altruda.

Per l’anno 1016 esiste un privilegio redatto dai principi di Benevento Landolfo V e Pandolfo II in cui sono citati il figlio della contessa Maria: Maghenolfus comes.

Già nell’anno 1053 era titolare della contea di Boiano il conte Rodolfo de Moulins o de Molinis o de Molisio, di origine normanna, i nuovi conquistatori dell’Italia centro meridionale.

I discendenti del conte Rodolfo seppero ampliare i confini della contea di Boiano ai territori delle contee longobardo-franche di Venafro, Isernia e parte delle contee di Trivento e Larino, tant’è che con la riorganizzazione del regno normanno di Sicilia voluta da re Ruggero II nell’anno 1142, la contea di Boiano fu denominata Mulisium, oggi nome Molise della Regione, per ricordare il cognomine Moulins/Molinis/Molisio dei suoi primi conti di origine normanna, del castrum di Moulins, oggi Moulins La Marche. (vedi figura).

Il territorio della contea di Molise corrispondeva a quello occupato dai Sanniti/ Pentri, escludendo i territori oggi pertinenti alle province di L’Aquila e di Chieti, e includendo una piccola parte del territorio dei Frentani a nord ovest di Larino.

 

La contea di Boiano/MOLISE (confine rosso). 1. feudo di Serracapriola

Con l’istituzione prima dell’anno 1149 delle connestabilie da parte di re Ruggero II di Sicilia, il territorio della contea di Molise e le diocesi furono divise tra le connestabilie di Landolfo Borrello, di Ruggiero Borsello e di Guimondo di Montellere. (vedi figura).

La contea di Boiano/MOLISE divisa amm.te: 1 Landolfo Borrello. 2 Guimondo di Montellere. 3 Ruggiero Borsello.

 

  IRPINI.  Maloenton/Maleventum/Beneventum/Benevento.

 Alla sua fondazione i giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti la chiamarono  la loro città madre, la capitale, Maloenton.

La città di Benevento, posta a 135 m. s.l.m., è situata tra due fiumi, il Sabato e il Calore, ed è protetta da una corona di montagne dell’Appennino campano  tra cui il monte Taburno che, insieme alle altre cime, disegna la “Dormiente del Sannio”, un monumento montuoso naturale che sembra raffigurare una donna che dorme.

La città di Benevento. Sullo sfondo il monte Taburno

Strabone: Vengono poi gli Irpini, anch’essi Sanniti; derivano il loro nome da quello di un lupo che conduceva la colonia: I Sanniti infatti chiamano hirpos il lupo. Essi confinano con i Lucani dell’entroterra.

Lo storico greco citò Benevento, la città madre, la capitale degli Irpini, nel ricordare le principali via romane che la collegavano a Roma e al porto di Brindisi: 1°. Anche Teanum Sedicinum si trova sulla via Appia, come pure quelle altre città che  s’incontrano da Capua fino a Benevento. 2°. Ci sono due vie che partono da Brentesion (Brindisi, n. d. r.): la prima è una mulattiera che passa attraverso il territorio dei Peucezi chiamati Pedicli e poi attraversa quello dei Dauni e dei Sanniti fino a raggiungere Benevento. […]. L’altra via che passa per Taranto, volge un po’ verso sinistra, allungando l’itinerario di circa un giorno.

Sempre considerato un grande centro di comunicazioni, scrive Salmon: Il nodo stradale più importante fra tutti era però Benevento, all’epoca dei Sanniti come in età romana, medievale e moderna. Si trovava, come già osservato, sulla grande strada settentrionale del Sannio (Via Minucia ?), nonché sul tracciato di quella che in seguito sarebbero state la via Appia e la via Traiana. Da Benevento partivano strade per tutte le direzioni.

1. La via Appia. 2. La via Latina Casilina. 3. La via Minucia (gialla). 4. La via Minucia Traiana. 5. La via Herculia

Plinio il Vecchio ricordò degli Irpini: […]; si parla di < spiragli > o altrimenti di  < bocche di Caronte >: sono fori che emanano un’aria micidiale. Lo stesso ricorre tra gli Irpini ad Ampsancto (?), località presso il tempio di Mefiti, dove chi entra muore.

Ricordò Benevento, che in segno di miglior auspicio, mutò il suo nome (un tempo si chiamava Malevento) dopo la vittoria dei Romani su Pirro, nei pressi della capitale degli Irpini, nell’anno 275 a. C..

Sotto il potere di Roma, Beneventum, nell’anno 268 a. C. fu una delle prime città dei Sanniti in cui fu dedotta una colonia latina; nell’anno 265 a. C. fu la volta di Aesernia/Isernia, nel territorio dei Sanniti/Pentri: i conquistatori avevano il controllo a sud est e a nord ovest delle “2 porte” di accesso al Sannio/Pentro.

Tra gli anni 181-180 a. C. il territorio degli Irpini fu interessato dalla forzata migrazione dei (Liguri) Apuni: i Romani trasferirono circa 47.000 Liguri conosciuti come Liguri Bebiani e Corneliani, dai nomi dei consoli M. Bebio Tanfilo e P. Cornelio Cetego.

La presenza dei Liguri Bebiani è attestata nel territorio di Cercello e nei centri limitrofi: Reino, Pesco Sannita, Pago Veiano, San Giorgio La Molara e San Marco dei Cavoti. (vedi figura).

La presenza e la stessa esistenza dei Liguri Corneliani è dubbia; si è ipotizzata la localizzazione in prossimità dell’attuale Castelvetere Valfortore. (vedi figura).

Dopo la fine della guerra sociale che aveva visto protagonisti anche gli Irpini e la loro capitale, nell’anno 86 a. C. fu assegnata, diventando municipio, alla tribù Stellatina e  una nuova colonia di veterani nell’anno 42 a. C.. Vi fu dedotta una terza colonia, la Concordia, ricordata in una epigrafe: Colonia Julia Concordia Augusta Felix.

R. Torelli (2002) per l’anno 14 d. C. ricorda la presenza dell’imperatore Augusto e del figlio adottivo Tiberio nella città di Benevento e, per il periodo augusteo, due personaggi di origine beneventana: il “plagosus Orbilius” che fu maestro di Orazio e P. Veidius Pollio, il ricco stravagante amico di Augusto rinomato per la sua crudeltà.

Prima che il culto per la dea Iside si diffondesse all’epoca Flavia, scrive Torelli, già a partire dal II secolo a. C. bisogna ritenere che anche a Benevento, punto di incrocio obbligato sulla via Latina e sulla via Appia, la diffusione di tale culto egizio sia avvenuta in epoca ben anteriore all’età flavia.

E’ nota infatti l’importanza di reperti egizi rinvenuti a Benevento, il cui numero può addirittura in proporzione competere con i ritrovamenti dell’Urbe. Accanto a statue di divinità, di sacerdoti, di sfingi e di animali legati alle credenze e a rituale egizio quali il falco, il bue, le scimmie etc. sono stati infatti ritrovati due obelischi in granito recanti quattro epigrafi geroglifiche datate all’ottavo anno di regno di Domiziano (88/89 d. C.).

Con l’avvento del cristianesimo la città di Benevento svolse un ruolo di primaria importanza, secondo solo alla città di Roma: le più importanti vie che incrociavano nell’antica capitale degli Irpini, permettendo il collegamento dei paesi europei e dell’Italia centro settentrionale prima con la città di Roma, sede del Papa, poi con i porti della Puglia per l’imbarco per la Terra Santa o per visitare il santuario di san Michele arcangelo.

Il sito http://www.beweb.chiesacattolica.it/diocesi/diocesi/150/Benevento, dà notizia che la Chiesa beneventana sarebbe stata eretta in «cattedrale» nel 285
La prima sicura notizia tuttavia è posteriore di circa un ventennio e risale propriamente al 19 settembre 304 o 305, quando fu martirizzato in Pozzuoli il protovescovo  Gennaro.  Se ne hanno quindi sparse testimonianze sino alla fine del V sec. nella lista dei vescovi, che comprende non più di cinque nomi storicamente certi: Teofilo (313), Gennaro II (343-344), Emilio (406), Doro (448) ed Epifanio (494-499).
Nonostante la sua frammentarietà, l’accennata serie vescovile induce comunque a congetturare che in età tardo-antica già esisteva una domus ecclesiae o sede cattedrale con un suo clero organicamente strutturato
. […].

Il suo vescovo Barbato fu proclamato santo nel secolo VIII per avere convertito i Longobardi al cristianesimo.

In Benevento celebrarono concili tra il 1059 e il 1117 i papi Niccolò II, Vittore III, Urnabo II e Pasquale II ed ha dato i natali a tre papi: Felice IV, Vittore III e Gregorio VIII.

Elevata a sede metropolita tra il XI e XII secolo, giungerà a contare ben ventiquattro diocesi suffraganee, tutte comprese nelle odierne province di Benevento, Caserta, Avellino, Foggia e Campobasso.

Successivamente, a causa della deditio dei beneventani alla Sede apostolica (1051) e del conseguente trapasso della città nel patrimonium Beati Petri, ha inizio per la cattedra beneventana la serie di arcivescovi di nomina pontificia, che annovera pastori prevalentemente estranei all’ambiente locale.

Per il periodo storico in esame, sono venerati in Benevento i santi: dall’anno 883 le reliquie del corpo di san Bartolomeo, patrono della città; san Benedetto da Benevento, nato a Benevento nella seconda metà del X secolo; il papa san Felice IV nato a Benevento nella seconda metà del V secolo; san Guglielmo di Vercelli nato nel 105, fondatore del monastero ai Montevergine; san Leone IX, nell’anno 1053 era a capo di un esercito cercò di difendere la città di Benevento dalla conquista normanna; san Lupo venerato nei secoli IX-X secolo; san Menna, nato a Vitulano (BN), visse nel VI secolo; san Tammaro, vescovo africano vissuto nel V secolo fu titolare della diocesi beneventana e san Vittore III, nome Dauferio, monaco benedettino con il nome di Desiderio, nato a Benevento nell’anno 1027, fu eletto papa nell’anno 1087 e morì nello stesso anno.

La presenza dei Longobardi e dei Franchi nel territorio e nella città di Benevento contribuì allo sviluppo politico, amministrativo, architettonico e religioso anche dei territori dell’Italia centro meridionale.

Alla metà del VI sec., con Zottone suo duca, fu istituito da re Alboino il Ducato di Benevento o Langobardia minor; divenne principato nell’anno 774 con la caduta del regno longobardo di Pavia: Carlo Magno fu molto tollerante verso questa nuova istituzione e non ostacolò l’emigrazione di molti Longobardi dal nord dell’Italia verso il nuovo principato di Benevento che considerarono la loro nuova Patria Beneventana.

Le cartine illustrano il territorio pertinente al ducato e al principato di Benevento.                                                    da: (http://wwwbisanzioit.blogspot.it/2017/06/ducato-di-benevento)

Il Principato nell’ anno 851

Risale all’anno 702 la fondazione del monastero di san Vincenzo al Volturno (IS) da parte di tre nobili longobardi di Benevento: Paldo, Taso e Tato viri Beneventani; i duchi beneventani favorirono l’istituzione sia di una signoria monastica che la formazione di nuove strutture insediative produttive e la costruzione dei castra per la loro difesa.

I Longobardi di Benevento, promossero la devozione all’arcangelo Michele: avendo sconfitto i Bizantini ed essendosi convertiti al cristianesimo, favorirono e protessero quanti attraversavano i loro territori per visitare il santuario micaelico del Gargano.

L’arrivo dei Normanni segnò la fine del principato longobardo di Benevento i cui titolari per salvare la loro autonomia si schierarono con poca fortuna con papa Leone IX.

La vittoria dei Normanni causò la disgregazione del principato di Benevento e favorì l’ascesa di due famiglie normanne: i Drengot nel principato di Capua e gli Altavilla nel ducato di Puglia, Calabria e Sicilia: la loro affermazione nell’Italia centro meridionale culminò con il re  Ruggero II del regno di Sicilia.

Quello che era stato un vasto dominio longobardo franco con a capo la città di Benevento, con la riforma di Silva Marca dell’anno 1142 voluta da re Ruggero II degli Altavilla, fu diviso in contee e diocesi; alcune di esse furono istituite anche nell’antico territorio dei Sanniti/Irpini.

Le contee, scrive Cuozzo, erano: la contea di Alifia (Alife), contea di Avellinum (Avellino), la contea di Consia (Avellino), la contea di Bonusalbergus (Buonalbergo, prov. Benevento).

Alla Connestabilia di Landolfo Borrello fu assegnata la 1^ delle 3 diocesi di Benevento: la parte ad occidentale dei fiumi Sabato e Calore.

La 2^ diocesi di Benevento: ad oriente del fiume Sabato, fu assegnata alla Connestabilia di Guimondo di Montellere, con le diocesi di Trevico, Ariano, Avellino: ad occidente del Sabato.

Alla Connestabilia di Gilberto di Balvano, le diocesi di: Avellino, ad est del fiume Sabato; Montemarano; Nusco; Conza: ad esclusione della parte più meridionale compresa nella sottoconnestabilia di Roberto di Qualietta; Sant’Angelo dei Lombardi; Monteverde; Lacedonia; Bisaccia a sud dei fiumi Calaggio e Ufita; Frigento; la 3^ diocesi di Benevento: il territorio compreso tra il Calore ed il Sabato, quando i due fiumi corrono paralleli verso nord, e quell’altro territorio compreso tra l’Ufita ed il Calore, con al centro Bonito.

Alla Connestabilia di Lampo di Fasanella, la diocesi di Conza: la parte più meridionale a sud del Sele, con Caposele, Lavigno, Calabritto, mentre la parte più meridionale fu assegnata alla Sottoconnestabilia  di Roberto di Quaglietta.

Tutto accadeva prima dell’anno 1149. 

 

 CAUDINI.   Caudium/Montesarchio

E’ ipotizzabile che il primo insediamento di Caudium, la città madre, la capitale dei Caudini, sorgesse sulla collina che con il monte Taburno domina la vasta pianura  posta a circa 300 mt. s. l. m. a confine con la pianura occupata dai Campani accessibile attraverso le valli dei fiumi Isclero e Volturno.

 

Per le comunicazioni viarie, la via Appia svolse un ruolo importante: la costruzione iniziò nell’anno 312 a. C. e passava, come ricordò Strabone, per Caudium/Montesarchio prima di arrivare a Benevento.

La Storia ricorda il popolo dei Sanniti/Irpini soprattutto per l’unica vittoria dei Sanniti: Carecini, Pentri, Caudini e Irpini contro i Romani che avevano deciso di portare il loro aiuto alla città di Lucera, avendo appreso che era stata assediata dai Sanniti.

Livio ricordò il trasferimento nei pressi di Caudio/Montesarchio dell’esercito sannita guidato da Caio Ponzio, figlio di Erennio e l’invio di 10 soldati a Calatia, dove era il grosso dell’esercito romano, con l’ordine di far pascolare le pecore; se fossero stati interrogati dai Romani avrebbero dovuto rispondere che l’esercito sannita era già in Apulia ed aveva assediato Lucera.

Due vie conducono a Luceria, scrisse Livio, una lungo il litorale del mare superiore (mare Adriatico, n. d. r.), ampia ed aperta, ma quanto più sicura, tanto forse più lunga, l’altra attraversa le Forche Caudine, più breve; la conformazione del luogo è però la seguente: vi sono due passi alti, stretti e selvosi, congiunti tra di loro tutt’intorno  da una serie di ininterrotta di monti. Tra di essi è racchiusa una pianura, abbastanza ampia, erbosa e ricca d’acqua, nel mezzo della quale passa la strada; ma avanti che tu giunga a quella pianura, bisogna entrare nella prima gola, e poi, o rifare all’indietro la stessa via, oppure, se vuoi proseguire oltre, uscire per l’altro passo più stretto e malagevole.

Prima della via Appia (312 a. C.) esisteva nel 321 a. C. una via anonima” tra Calatia/Maddaloni e Caudium/Montesarchio che passava per le Forche Caudine e la Via litorale adriatica per Luceria. (vedi figura).

Il probabile percorso utilizzato dai Romani per penetrare nel Sannio/Irpino dovrebbe localizzarsi tra l’odierna Maddaloni, l’antica Calatia, e Caudium/Montesarchio: passava per una “gola” nel territorio dell’odierna Forchia, toponimo che deriva dal latino “furcula”, forca o “gola, passo” tra due monti. (vedi figura).

Dando credito alla descrizione liviana, Caudio era Montesarchio, Calatia era Maddaloni, l’itinerario seguito dall’esercito romano era il < primitivo > percorso di collegamento dei Caudini con il territorio campano; nell’anno 312 a. C. i Romani lo adattarono alle nuove esigenze con la costruzione della via Appia.

Dal sito http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/falerna/: Caudio dopo le guerre sannitiche, fu federata di Roma e tale rimase fino alla guerra sociale, quando divenne municipio appartenente alla tribù Falerna. All’età di Augusto vi fu dedotta una colonia di veterani e il suo intero territorio venne assegnato alla colonia di Benevento. Ma rimase comune a sé, giacchè magistrati municipali sono ricordati nelle iscrizioni (cfr. Corp. Inscr. Lat., IX, n. 2176).

Quanto accadde confermerebbe, con l’avvento del cristianesimo, l’assenza della istituzione della diocesi e il suo coinvolgimento negli avvenimenti nel periodo medievale preso in esame.

 

LUCANIPetelia /Strongoli.

Dell’antico abitato restano visibili alcuni tratti delle mura costruite in blocchi squadrati di arenaria che delimitano la spianata naturale sulla bassa valle del Neto. Dell’abitato, solo parzialmente indagato, affiorano in superfice strutture e ceramiche comprese tra il IV° a. C. e il IV° d. C.. ( da www.kaulon.it/petelia.htm).

Strabone: Petelia viene considerata metropoli dei Lucani ed è ancora oggi abbastanza abitata; fu fondata da Filottete, esule da Melibea in seguito ad una ribellione. E’ in una posizione ben salda, cosicchè anche i Sanniti una volta la fortificarono. […].

Vocabolario Treccani: (dal lat. tardo metropŏlis, gr. μητρόπολις, comp. di μήτηρ -τρός «madre», e πόλις «città». – 1. Nella Grecia antica, la «città madre» rispetto alle colonie da essa fondate.

Strabone: I Lucani sono di stirpe sannitica. Avendo vinto in guerra i Posidoniati e i loro alleati, occuparono le loro città. Mentre ordinariamente avevano istituzioni democratiche, in tempo di guerra era scelto un re dai magistrati in carica. Ora sono Romani.

Il geografo greco ritenne i Lucani, confinanti con gli Irpini nell’entroterra, coloni dei Sanniti e questi, con i Picentini, furono coloni dei Sabini una stirpe assai antica e sono autoctoni.

Dando credito a quanto tramandato da Strabone, i Lucani erano di stirpe Safina/Sabina/Sabella/Sannita e sulla origine del nome sono state proposte diverse ipotesi.

Salmon: Fatto sta che sia gli Irpini sia i Lucani erano detti < uomini-lupo > (rispettivamente dall’osco (h)irpus e dal greco lycos, che significano entrambi < lupo >. In nota Salmon specifica: Plinio (Naturalis Historia III 71), però fa derivare Lucani da Lucius, il nome del loro condottiero. La radice è la stessa di Lucentius, parola osca che significa cielo sereno (Servio, Ad Aen. IV 570).

Petelia, la città madre, la capitale dei Lucani, corrisponde a Strongoli (Salmon  la considera città dei Brutii).

Strabone descrisse la costa tirrenica e la città di Laos occupata dai Lucani, precisando: non raggiunsero la costa orientale dove dominavano i Greci che controllavano il golfo di Taranto. Prima che venissero i Greci non c’erano ancora i Lucani, ma questi luoghi erano occupati dai Coni ed Enotri. Avendo poi i Sanniti accresciuto di molto la loro potenza, cacciarono Coni ed Enotri ed insediarono in questi territori alcuni Lucani. […]. La Lucania, dunque, è situata fra la costa del mar Tirreno e quella del mar di Sicilia: sulla prima si estende dal Silaris al Laos, sulla seconda da Metaponto a Turi; sul continente essa si estende dalla terra dei Sanniti fino all’istmo che va da Turi a Cerilli, vicino Laos. Un po’ oltre i Lucani ci sono i Bretti. […]. Questi Bretti dunque, che prima erano dediti alla pastorizia al servizio dei Lucani, essendo diventati liberi per indulgenza dei loro padroni, si ribellarono. (Vedi in seguito Salmon).

Il territorio della Lucania (nei confini rossi) e la capitalePetelia/Strongoli

Andrea Pesavento ha scritto: La città di Strongoli da Strongylon, quod est mons in girum elatus, situata alla sommità di un colle circondato da rupi a tre miglia dal mare. Le pietre con cui erano costruite le mura, le torri e le case ricordavano lo splendore dell’antica Petelia.

Già nell’anno 280 a. C. la città di Petelia aveva una propria una zecca ed emise monete fino alla sua distruzione da parte dell’esercito cartaginese nell’anno 216 a. C. dopo la vittoriosa battaglia di Canne (2 agosto 216).

Livio: Nello stesso tempo i Peteliani, gli unici fra i Bruzzi ch’erano rimasti fedeli ai Romani, furono attaccati non solo dai Cartaginesi, che occupavano la regione, ma anche dagli altri Bruzzi, per il fatto che i Peteliani avevano seguito una causa diversa.

Attaccati dai Cartaginesi e dai Bruzzi, i Peteliani chiesero invano aiuto a Roma; scrisse Livio: […], la città di Petelia nel paese dei Bruzzi, dopo alcuni mesi di assedio, fu espugnata da Imilcone prefetto di Annibale. La vittoria costà ai Carteginesi molto sangue e feriti; nessun’altra forza fuorchè la fame potè obbligare gli assediati alla resa. Costoro, infatti, finite tutte le riserve di messi e quelle di carni consuete ed inconsuete di quadrupedi di ogni genere, alla fine furono costretti a vivere di cuoio, di erbe, di radici, di cortecce tenere e di foglie ancora attaccate ai rami e non furono domati prima che mancassero a loro le forze per stare sulle mura e per maneggiare le armi. Arresasi Petelia Annibale condusse l’esercito a Cosenza, […].

Con la definitiva sconfitta di Annibale, la fedeltà di Petelia a Roma fu ricambiata con il diritto di tornare a battere moneta. (vedi figura).

 

Perché furono ricordarti i Bruzzi e non i Lucani ?

Salmon chiarisce: La Lucania, tranne poche colonie italiote, era totalmente sotto dominazione sabella verso il 435, e i suoi conquistatori, i Lucani storici, si erano riservati fino alla punta estrema dell’Italia, diffondendo in vaste zone la cultura osca. Nel 356, secondo le fonti greche, gli schiavi dei Lucani nell’estremo sud si ribellarono, si impadronirono di Terina, Hipponium, Thurii e numerose altre città e si insediarono come nazione sabella indipendente nell’Ager Bruttius (o Bruttium, come gli studiosi moderni preferiscono chiamarlo). In seguito a ciò fu loro dato il nome di Bruttii (Bruzi), che nel dialetto locale significava < schiavi ribelli >.

Con il dominio romano, Petelia fu municipio ascritto alla tribù Cornelia; un’epigrafe del II sec. d. C. ricorda Manio Megonio della gens Cornelia, fu quadrunviro romano, questore del pubblico erario, Patrono Municipale, rappresentante della giustizia e difensore del popolo.

Andrea Pesavento: Secondo alcuni storici dove sorgeva l’antica Petelia si sviluppò Strongylos-Paleocastro, città che prima del Mille diviene una delle diocesi della nuova metropolia di Santa Severina.

Nel periodo normanno con i nomi di Giropolen, Strongylon, Strombulo e Strongulo la ritroviamo tra le diocesi di Santa Severina.

Il piccolo vescovato, incluso da confini che misuravano 16 mila passi e comprendente la sola città di Strongoli, confinava a oriente con il mare Jonio, a mezzogiorno con la diocesi di Crotone, dalla quale la separava il fiume Neto, a occidente con la diocesi di Santa Severina ed a settentrione con quella di Umbriatico. Ignoriamo quando la sua popolazione si convertì al cristianesimo. Secondo una tradizione popolare, che però non ha alcuna base certa, ciò avvenne prima del terzo secolo, quando la fede vi fu propagata dal pontefice San Antero. E’ certo che al tempo che la città fu insignita della cattedra vescovile, vi si celebrava in rito greco.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

Vincenzo Eduardo Gasdia. Uno storico attendibile ? LA RISPOSTA AI LETTORI.

dicembre 7, 2017

Ho conosciuto la Storia di Campobasso in 2 volumi di Gasdia, l’edizione dell’anno 1960, per il capitolo A cavallo tra dugento e trecento. Il papa campobassano.

Ero interessato, a differenza degli uomini di Chiesa, alla vita terrena di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, e, tra i tanti autori antichi e contemporanei, scoprii che Gasdia, aveva scritto, convinto: Mi sono chiesto molte volte: perché i Campobassani sono infinitamente tiepidi pel loro papa sicuramente campobassano perché molisano: Celestino V ?

Mi meravigliai non poco dell’assioma campobassano = molisano: Gasdia accreditava alla storia di Campobasso tutti gli avvenimenti accaduti nel territorio dell’attuale regione MOLISE, a iniziare dalla Storia dei Sanniti Pentri (XI – IX sec. a. C.).

Poco male, ma i lettori, esaminando le sue descrizioni, sapranno identificare i personaggi e le località che furono i veri protagonisti della Storia del Molise.

Purtroppo l’attenta lettura, il confronto di quanto scrisse Gasdia e consultando i documenti e le fonti bibliografiche antiche, ci faranno scoprire più di una disattenzione (?) che modifica la Storia medievale del Molise e in particolare l’antica Storia della città di Bojano che “volente o dolente”, dal  XI – IX a. C. al XIII sec. d. C., ebbe un ruolo da protagonista di primaria importanza.

Sorvolando sulla Storia dei Sanniti Pentri e Frentani, esaminiamo quanto scrisse (in rosso) Gasdia per il periodo medievale longobardo: Alzecone giunse nel territorio di campobasso < cum omni suo ducatu et exercitu >, cioè con la massa della popolazione che era guardata dalla gente in armi; ma Paolo Diacono ha tramandato in modo chiaro, per l’anno 667: E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. (vedi figura).

Gasdia: Guadelperto o Guandelperto, secondo alcuni scrittori di cose campobassane sarebbe l’ultimo gastaldo di Boiano ed insieme il primo conte del contado di Molise. Questo nuovo vocabolo, Contado di Molise, prese il posto del precedente, Gastadato di Boiano; il contado poi chiamano anche comarca.

Ercheperto, scrisse: In quel tempo Maielpoto Telesino e Guandelperto gastaldo di Boiano con molte cure e con preghiere assoldarono Lamberto, duca di Spoleto, e Gerardo conte dei Marsi, ed andarono incontro allo stesso Saugdan, che ritornava dalla devastazione di Capua, affrontandolo nella terra di Ario (Ariano Irpino ?,n. d. r.).

Correva l’anno 860 e, stando alle cronache dell’epoca, Guandelperto fu l’ultimo gastaldo longobardo titolare del gastaldato di Boiano, MAI ebbe il titolo di conte, non ancora esisteva il contado di Molise: si parlerà di Contado o di contea di Molise solo dall’anno 1142.

Molto scrisse Gasdia per il periodo medievale normanno e, pur ricordando il papa Leone IX e i contendenti longobardi e normanni che presero parte alla battaglia di Civitate avvenuta nell’anno 1053,   trascurò la presenza di un normanno al fianco di Roberto il Guiscardo: Hos Bovianensis comitis comitata Radulfi; era il conte Rodolfo di origine normanna, all’epoca già titolare della contea longobardo franca di Boiano.

Con il titolo Signorie forestiere del volume, Gasdia illustrò al lettore La gens Molise. […]. E’ l’opinione di molti a proposito della gens Molise che i primi soggetti di essa si siano appropriato il vocabolo del feudo locale ad essi pervenuto assumendolo come proprio cognome, quando, come si sa, i cognomi non esistevano ancora e si andavano formando. Ma qual era codesto cognome all’origine?  Appunto perché nel secolo XII era cognome in formazione abbiamo varietà di forme: Molissi (genitivo), de Molisio, de Mulisio, de Mulisi, de Molino, de Molina (assai meno frequente), de Molinis e, scrive d’Ovidio, ma non mi sento incoraggiato a seguirlo, Molinensis, che a me non è mai occorso di leggere. E non è finita.

Gasdia scrisse su Marchisio: Tra il ginepraio di tante difficoltà un’altra più grave si insinua. I cognomi Molisio o Molino sarebbero la deformazione del cognome Marchisio, < frequentissimo oltre ogni credere nella diplomatica remota di molti comuni pentri ed anche frentani >. E su questa frequenza il Masciotta per conto suo è disposto ad ammettere che i < Marchisio o Molisio fossero nel secolo X ed XI gli eredi o diretti o collaterali del condottiero slavo (Alzecone bulgaro) del secolo VII >.

Sempre sullo stesso argomento, Gasdia ritenne utile far conoscere l’opinione degli altri studiosi; ne ricordò 10 vissuti in epoche diverse.

Il Rossi, scrisse Gasdia, tende a mostrare che il cognome originario dei Molise era Marchisio, e dice che Ugone di Molise famoso duce normanno era nipote di Tancredi Marchese o Marchisio cantato da Torquato Tasso.

Giovan Gioviano Pontano, è d’opinione che i Molise trassero origine e cognome dal castello di MoliseGiovannatonio Summonte aderisce a Pontano. Il Giannone poi scrive che l’origine della Contea di Molise risale al gastaldato di Boiano e che prese il nome da una sconosciuta città del Sannio antico chiamata Molise, dalla quale a loro volta derivarono il proprio cognome i Molise. Gianvincenzo Ciarlanti nelle sue  < Memorie historiche del Sannio > pensa che la gens Molise abbia dato il proprio cognome alla località Molise. Giuseppe Maria Galanti nel < Saggio sopra l’antica storia dei primi abitatori d’Italia > è della stessa opinione. Il Del Re opina che i Molise abbiano trasmesso il loro cognome al castello di Molise. Così anche il Giustiniani il quale scrive che Ugone di Molise diede il proprio cognome al castello di Molise da lui medesimo edificato. E dal castello divenuto titolo feudale sarebbe poi passato per estensione al contado. Il Tria poi scrive che la contea di Boiano fu puramente e semplicemente trasferita a Molise. Ma non tocca affatto il cognome. Il D’Attellis è anch’esso del parere che furono i Molise a dare il loro cognome al paese.

Proseguì Gasdia: La verità è che ci sono prove, come l’esistenza di Dio, pro e contra, in senso o nell’altro, se prevale il sofisma e si abbandonò a una lunga disquisizione lasciando il lettore all’oscuro dell’origine del nome MOLISE e aumentando la confusione affrontando l’argomento Donde venivano i Molise.

Altra incognita, scrisse Gasdia: donde erano venuti a noi nel territorio pentro questi che poi si chiamarono Molise?. C’è chi opina che i Molise provenissero dal ceppo langobardo, che dal ceppo normanno, e chi dal ceppo slavo bulgaro. Mi domando; perché non unghero e perché non saraceno? E se invece fossero proprio, come dire?, cresciuti in fama e potere per meriti poi gradatamente acquisiti in casa?

Giudico sconcertante ciò che Gasdia scrisse nella Conclusione. Fin tanto che l’insperato ritrovamento di documenti non ci illumini di più continuerò a ritenere che – se anche seduce l’idea di un soprannome o bulgaro o langobardo o normanno latinizzato, portato da un insigne guerriero cui venne assegnata una comarca che egli denominò dal suo gentilizio Molisius –  Molise fu un territorio o grande o piccolo da cui il suo feudatario prese cognome quando i cognomi erano in formazione. Quel nobile salito in eccelsa fortuna sotto gli Altavilla rese illustre nei secoli l’umile terra d’origine, Molise, la contea di Molise, la provincia gioacchina di Molise. Rammentiamo intanto la prima apparizione del nome Molise nel 1187: segue la nota n. 25 riferita a: Masciotta I : 132.

In merito alla nota n. 25, Masciotta aveva scritto in modo semplice e chiaro: … il comunello o feudo di Molise, non è menzionato nel Catalogo borrelliano dei baroni del 1187.

L’anno 1187 ricordato da Gasdia, non era pertinente a la prima apparizione del nome Molise, bensì all’anno di una delle edizione del Catalogo borrelliano dei baroni o Catalogus baronum redatto fra il 1150 e il 1168. 

Rinviando l’illustrazione della vera origine del cognome MOLISE e dei personaggi della nobile casata d’origine normanna, leggiamo ancora quanto propose Gasdia nella Genealogia di Rodolfo di Molise.

I Molise appariscono innanzi tutto come una razza molto prolifera. Una contessa Emma, della quale non conosciamo altre notizie genealogiche che la sua discendenza, come figlia, da un Goffredo, ebbe due mariti un Raho o Raone Trincanotte, da Eboli, e Gimmondo di Molise. Non è nemmeno noto quale dei due sia stato il primo marito. Dal grembo fecondo di questa donna nacquero almeno otto figli, Guglielmo, che sembra nato dal matrimonio col Trincanotte, e Rodolfo, Roberto, Ugone, Antonio, Gismondo II, Alano, Tustano, tutti sicuramente figli di Gismondo I di Molise. Quando noi conosciamo di Emma, attraverso atti di pietà religiosa, corre l’anno 1082 ed è già vedova d’entrambi i mariti, nonna, per parte del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di tre giovani, Ruggero, Roberto e Rainulfo Tricanotte, e per parte di Rodolfo di Molise di altri sette nipoti.

Rodolfo di Molise era conte di Boiano e d’Isernia, e da moglie Alberada (l’Aubèree dei Normanni) aveva generato i sette figli: Ugo od Ugone I, Guglielmo, Raul, Ruggero, Roberto, Alice e Beatrice. Di Ugone I abbiamo a più riprese notizie dal 1085 al 1094 al 1105. Egli era succeduto a suo padre nella comarca di Molise, nella contea di Boiano, e fedele alla tradizione della sua famiglia era di ottimi costumi cristiani. Il Gattola di Montecassino afferma, con fondamento, che i Molise feudalmente dipendevano dai principi di Capua, come vassalli del principe Riccardo e poi di Giordano. La comarca di Ugone I aveva un’estensione notevole, superava infatti il nostro Molise, raggiungendo l’Adriatico lungo le sponde del Biferno ed il Tirreno fino a Castellamare del Volturno.

Ugone I aveva costituito alle proprie dipendenze numerosi suffeudatari, e senza dubbio non avrà trascurato i suoi figli, per quanto da quello che noi conosciamo non sia possibile identificare che il solo Ruggero, il quale teneva Pratella e Montedipietro. Ecco l’elenco dei suffeudatari. […].

Gasdia, aveva preso visione di diverse fonti bibliografiche ed è davvero molto, molto strano, frequentando assiduamente la Biblioteca Monumento Nazionale dell’abbazia di Montecassino, l’avere ignorato quanto tramandavano le antiche pergamene conservate nell’archivio della Biblioteca che testimoniano le “donazioni” sottoscritte dai conti di origine normanna titolari della contea di Boiano.

Avvedendosi della sua scoperta degli strafalcioni pubblicati da alcuni studiosi che aveva consultato, avrebbe potuto dare una risposta certa alle sue stesse domande, risolvere i suoi dubbi e non creare confusione all’ignaro lettore.

Gasdia ha descritto vicende non pertinenti alla Storia del gastaldato longobardo di Boiano e alla contea longobardo franca normanna di Boiano, denominata contea di Molise dall’anno 1142.

Iniziamo dalla sua affermazione: Alzecone giunse nel territorio di campobasso < cum omni campobasso; Paolo Diacono, storico longobardo, ricordò unicamente le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori.

La sua lunga disquisizione, già esaminata, sull’origine del cognome MOLISE disorienta il lettore ignaro delle vicende dei migranti normanni che, prima dell’anno 1053, fissarono la dimora in Boiano e nel suo territorio, già contea longobardo franca.  (vedi figura).

I 6 gastaladati longobardi, poi contee longobardo franche: 1. Venafro. 2. Isernia. Trivento. 4. Termoli. 5. Larino. 6. Boiano.

  Erano migranti Normanni provenienti dal castrum di Moulins al comando di Rodolfo primogenito di  Guimondo, signore del castrum di Moulins.

Il conte Rodolfo, come tutti i Normanni presenti nell’Italia meridionale, fece derivare il proprio cognomine dal nome del castrum dove era nato: MOULINS, italianizzato in MOLINIS o MOLISIO. (vedi figura).

Il castrum di MOULINS, oggi

 Lo stesso accadde per la più famosa famiglia normanna Altavilla, giunta in Italia prima di Rodolfo: dalla località di provenienza, la normanna HAUTANVILLE, si denominò ALTAVILLA.

Gasdia non avrebbe dovuto accettare passivamente le 10 ipotesi sull’origine del cognomine dei conti normanni di Boiano e della loro nazione di origine e di provenienza, ma avrebbe dovuto approfondire le ricerche per non alimentare la confusione al punto che scrisse: Ugone di Molise famoso duce normanno era nipote di Tancredi Marchese o Marchisio cantato da Torquato Tasso;  ed a porre domande all’ignaro lettore a cui lui, studioso, avrebbe dovuto dare una risposta più aderente alla realtà: Altra incognita, donde erano venuti a noi nel territorio pentro questi che poi si chiamarono Molise?. C’è chi opina che i Molise provenissero dal ceppo langobardo, chi dal ceppo normanno, e chi dal ceppo slavo bulgaro. Mi domando: perché non unghero e perché non saraceno? E se invece fossero proprio, come dire?, cresciuti in fama e potere per meriti poi gradatamente acquisiti in casa?

Quale risposta avrebbe potuto dare l’ignaro lettore?

Era Gasdia a dover dare delle risposte, vista la sua assidua frequentazione della Biblioteca di Montecassino, ricca di documenti originali, di cronache dell’epoca e di pubblicazioni antiche; lui avrebbe dovuto chiarito i dubbi e rispondere ai suoi interrogativi.

Egli non ignorava le donazioni della contessa Emma che aveva addirittura definito atti di pietà religiosa, tanto che scrisse: Una contessa Emma, della quale non conosciamo altre notizie genealogiche che la sua discendenza, come figlia, da un Goffredo, ebbe due mariti un Raho o Raone Trincanotte, da Eboli, e Gimmondo di Molise. Non è nemmeno noto quale dei due sia stato il primo marito. Dal grembo fecondo di questa donna nacquero almeno otto figli, Guglielmo, che sembra nato dal matrimonio col Trincanotte, e Rodolfo, Roberto, Ugone, Antonio, Gismondo II, Alano, Tustano, tutti sicuramente figli di Gismondo I di Molise. Quando noi conosciamo di Emma, attraverso atti di pietà religiosa, corre l’anno 1082 ed è già vedova d’entrambi i mariti, nonna, per parte del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di tre giovani, Ruggero, Roberto e Rainulfo Tricanotte, e per parte di Rodolfo di Molise di altri sette nipoti. (vedi figura).

Purtroppo, il testo originale del diploma dalla contessa Emma nell’anno 1082 e gli altri che furono sottoscritti negli anni 1083, 1089, e ancora 2 (due) nell’anno 1090, smentiscono Gasdia.

Nel testo originale dell’anno 1082 si legge: Nos emma (filia quondam) ioffrit, que prius fui uxor domni rao qui dictus est trincanocte de eboli, et postea uxor fui guimundi, qui dictus est de molisii, una cum rucgerio et robberto et rao nepotis nostris, filiis quondam guidelmi qui fuit filius nostrer. Noi Emma, figlia del defunto ioffrit, fui prima moglie del signore Rao (Rodolfo n. d. r.) detto Trincanotte di Eboli, e dopo fui moglie di Guimundi, che dicono essere de Molisii, con Ruggero e Roberto e Rao (Rodolfo, n. d. r.) nostri nipoti, figli del defunto Guglielmo che fu nostro figlio.

 

Diploma sottoscritto da Emma, contessa di Eboli, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, arca B 22.

 

L’albero genealogico della contessa di Eboli.

Non solo il testo del diploma dell’anno 1082, ricordato da Gasdia, smentisce Gasdia, ma lo smentiscono anche i diplomi sottoscritti dalla contessa Emma negli anni 1083, 1089 e i 2 (due) diplomi dell’anno 1090: ignoravano l’ esistenza del figlio di suo figlio Guglielmo (Trincanotte ?), di Rodolfo di Molise e degli altri sette nipoti.

Rao o Rodolfo ricordato nei 5 diplomi sottoscritti dalla contessa Emma permettono di identificare unicamente Rao Trincanotte, il suo primo marito, e Rao, suo nipote in quanto figlio del defunto Guglielmo.

La contessa Emma MAI ricordò nelle sue donazioni Rodolfo di Molise e i suoi sette figli.

E’ FALSO ciò che scrisse Gasdia: Rodolfo di Molise era conte di Boiano e d’Isernia, e da sua moglie Alberada (l’Aubèree dei Normanni) aveva generato i sette figli: Ugo od Ugone I, Guglielmo, Raul, Ruggero, Roberto, Alice e Beatrice. Di Ugone I abbiamo a più riprese notizie dal 1085 al 1094 al 1105. Egli era succeduto a suo padre nella comarca di Molise, nella contea di Boiano, e fedele alla tradizione della sua famiglia era di ottimi costumi cristiani. Il Gattola di Montecassino afferma, con fondamento, che i Molise feudalmente dipendevano dai principi di Capua, come vassalli del principe Riccardo e poi di Giordano. La comarca di Ugone I aveva un’estensione notevole, superava infatti il nostro Molise, raggiungendo l’Adriatico lungo le sponde del Biferno ed il Tirreno fino a Castellamare del Volturno. Ugone I aveva costituito alle proprie dipendenze numerosi suffeudatari, e senza dubbio non avrà trascurato i suoi figli, per quanto da quello che noi conosciamo non sia possibile identificare che il solo Ruggero, il quale teneva Pratella e Montedipietro. Ecco l’elenco dei suffeudatari. […].

La Storia illustra: 1°. Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio, conte di Boiano MAI dichiarò di essere conte d’Isernia. Ughelli, in Italia Sacra (16431662), ricordò: Rodulphum de Molinis Boviani Comitem. Fu proprio Rodolfo a sottoscrivere le donazioni dell’anno 1088 e dell’anno 1092, dichiarando: Ego Rodulfus comes Dei gratia cognomine de Molinis patrie Boianensis e Ego Rodulfus cognomine de Molisio Dei gratia Comes patriae Bovianensis; ed il figlio Ugo (I) sa di essere per Domini gratia Bovianensis Comes: il territorio della contea longobardo franca di Isernia era stata annessa dal conte Rodolfo alla contea normanna di Boiano con il beneplacito di Giordano, principe di Capua ed alla donazione del principe Riccardo I, padre di Giordano, entrambi appartenenti alla famiglia normanna dei Drengot. (vedi figura: diplomi di donazione del conte Rodolfo e del conte Ugo (I).

2°. La moglie del conte Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio NON era mai stata Alberada (l’Alberada dei Normanni), come sostenne Gasdia; la prima moglie fu Alferada, deceduta dopo il suo arrivo in Italia; Emma fu la seconda moglie e i figli: Ugo (I), Roberto, Rodulfi, Guglilemo, Adelizia e Beatrice. (vedi figura).

NON era mai esisteva una figlia Alice, ma 2 nipoti: Ruggero e Roberto, figli di Roberto.

Alberada evocata da Gasdia, in realtà era la sorella di Rodolfo conte di Boiano, rimasta in Normandia.

Quale significato dare alla citazione di Gasdia: comarca di Molise nella contea di Boiano?

Comarca nella lingua catalana corrisponde al termine italiano contea: esisteva una contea (comarca) di Molise nella contea di Boiano?

Il conte Ugo (I) successe al conte Rodolfo e, come scrisse giustamente Gasdia, ampliò i confini della contea di Boiano.

Per volontà o per distrazione, Gasdia commise ancora un grave errore, creando confusione NON nella storia di Campobasso, ma nella Storia di Bojano e della regione Molise: accreditò al conte Ugo (I), nato prima dell’anno 1088 e deceduto prima dell’anno 1113, ciò che sarebbe accaduto al tempo di suo nipote conte Ugo (II), figlio del conte Simone, vissuto fino all’anno 1160.

Fu al tempo del conte Ugo (II) de Molinis/de Molisio, nell’anno 1142, che la contea di Boiano fu denominata contea di MOLISE o, come scrive Cuozzo (1989): Mulisium (Molise). Istituita nel 1142, fu concessa da re Ruggiero a Ugo II de Mulisio, già conte di Boiano.

La contea di MOLISE, già contea di Boiano (confine rosso).

Fu nell’epoca del conte Ugo (II) la redazione del Catalogus Baronum (11501168) con l’elenco dei feudatari e dei feudi del regno normanno di Sicilia.

Per quanto riguarda la contea di Molise, amministrata dal conte Ugo (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, NON esistevano tra i numerosi suffeudatari, come scrisse Gasdia, un Ruggero, figlio di Ugone I, o meglio dovrebbe essere figlio del conte Ugo (II) che, guarda caso, come esamineremo, morì dopo l’anno 1160 senza lasciare eredi.

Ciò che scrisse Gasdia era pura fantasia: avere identificato un Ruggero il figlio del conte Ugo (II), dimostra la superficialità delle sue ricerche: nel Catalogus Baronum fu ricordato Rogerius de Molisio, feudatario del conte di Molise, di Pratellam e Montem Petralimprandum, ma l’elenco cita anche un Rogerius de Mulisio, feudatario del conte di Molise, teneva in demanio Baranello nel principato di Capua e Petrellam nel ducato di Apulia.

Nessuno dei DUE era figlio del conte Ugo (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea di Molise, già contea di Boiano.

Gasdia continuò a creare confusione nella Storia della città di Bojano e della regione Molise; scrisse al paragrafo Carestia a pagina 314 del volume I: All’anno 1053 va attribuita la notizia che a far parte dell’esercito normanno si trovano un conte di Telese ed un conte di Boiano < dont la prèsence confirme l’envahissement de la principautè >>. Forse costui è Guglielmo Molise, signore di Campobasso, atteso che egli è ricordato tale durante il regno di Roberto Guiscardo d’Altavilla (1057 + 1085). In quest’epoca si nota che vi fu gran carestia a Campobasso, talchè si panificava con farina di querce desseccate ed altre cortecce d’alberi miste con poca farina di frumento. Nel 1085 circa il conte di Boiano è Rodolfo, che milita coi Normanni. La testimonianza è dell’Apuliense. Hos Bovianensis comitis comitata Rodulfi, Est virtus et consilio pollentis, et armis.

Già la confusione era TANTA: Gasdia passò a illustrare i fatti accaduti all’epoca di Ugo (I) e di Ugo (II) de Moulins/de Molinisi/de Molisio, nonno il primo, nipote il secondo, ossia tra gli anni 1088 1160, ricordando un avvenimento accaduto nell’anno 1053 che in realtà vide protagonista il conte Rodolfo, padre del conte Ugo (I) e bisnonno del conte Ugo (II).

Si trattava, come già ricordata, della famosa battaglia combattuta nell’anno 1053 presso Civitate: erano contrapposti gli ultimi nobili di origine longobarda e l’esercito di papa Leone IX ai nuovi conquistatori Normanni

Le cronache dell’epoca e giustamente Gasdia, citando Apuliese, ricordò in modo chiaro uno dei contenenti normanni presente e protagonista:  Hos Bovianensis comitis comitata Rodulfi.

Cosa combinò Gasdia ?

Accreditò a un anonimo e sconosciutissimo Guglielmo Molise, signore di Campobasso quanto accaduto al Bovianensis comitis comitata Rodulfi: Guglielmo Molise, signore di Campobasso, atteso che egli è ricordato tale durante il regno di Roberto Guiscardo d’Altavilla (1057 + 1085).

IGNORO chi fosse costui.

Gasdia scrisse: Ugone II, conte di Boiano avrebbe dimorato a Molise, e di là avrebbe trasferito la sua dimora a Campobasso. Il titolo di Boiano sarebbe stato abbandonato per assumere quello del contado di Molise, tipica istituzione normanna, opera di Ruggero II d’Altavilla conte, poi re di Sicilia (1101 + 1154). […]. Da questo Ugo od Ugone conte di Molise discende un Simone, il quale, morto ad Isernia l’anno 1105 oppure 1113, fu portato a seppellire nell’atrio della chiesa di Montecassino.

SCONCERTANTE.

NON esiste un solo documento, non una fonte bibliografica che avalli la dimora di Ugone II, conte di Boiano, nel paese di Molise e la sua dimora a Campobasso.   

Il conte Simone, figlio primogenito del conte Ugo (I), era il padre, non il figlio di Ugo od Ugone [(il conte Ugo (II)]: sottoscrisse una donazione nell’anno 1113 e morì nell’anno 1117 nella città di Isernia a causa di un terremoto: His pertubationibus insistentibus, Symon filius Ugonis de Molisi, apud Yserniam, vita decessit eius ad hoc monasterium delatum atque in atrio ecclesiae beati Benedicti reconditum est.

Gasdia, forse a causa della sua < non conoscenza > dei discendenti del normanno conte Rodolfo de Moulins/de Molinis/de Molisio, titolare della contea di Boiano, non si avvide che Roberto, il secondo figlio del conte Ugo (I) e zio del conte Ugo (II), per la minore età del nipote, fu nominato titolare- reggente della contea di Boiano.

Divenuto titolare il nipote conte Ugo (II), Roberto fu nominato dominus castri Sepini e i suoi discendenti divennero domini campobassi.

Il conte (reggente) Roberto fu il “capostipite” della dinastia dei domini campobassi  della famiglia de Moulins/de Molinis/de Molisio, come testimoniano le pergamene dell’epoca conservate presso l’Archivio Parrocchiale di santa Cristina di Sepino. (vedi figura).

 

Dalla confusa illustrazione di Gasdia delle vicende del conte Ugo (II), vale la pena esaminare quanto scrisse del matrimonio  del conte Ugo (II) di cui le cronache dell’epoca ignorarono il nome della moglie: Ugone II sposò un’Altavilla: Clarizia, Clarice, Clemenza, origine della grandezza del Molise. Incertezza sul nome.

La Storia ricorda il matrimonio del conte Ugone II, titolare della conte di Molise, già contea di Bojano, con una figlia, forse Adelaide, di re Ruggero II; quest’ultimo era stato l’amante della sorella (non si conosce il nome) del conte Ugo (II) e dalla loro relazione era nato Simone, in memoria del padre della sorella del conte Ugo (II), il conte Simone, deceduto in Isernia.

Clarizia, Clarice, Clemenza fu la consorte del conte Ugo (II) e, soprattutto, non era un’Altavilla.

Una maggiore diligenza nella ricerca bibliografica avrebbe permesso a Gasdia di conoscere: Clemenza la contessa di Catanzaro non era la figlia di re Ruggero II, ma fu figlia di Segegualda, moglie del fu Raimondo di Catanzaro. Entrambi nel 1167, 28 luglio, ind. XIV, donarono alla Chiesa di Cefalù .

Clemenza la contessa di Catanzaro era figlia legittima di Raimondo di Catanzaro.

La ricca documentazione sull’epopea della famiglia comitale de Moulins/de Molinis/de Molisio probabilmente fu all’origine della confusione di Gasdia, tanto da scambiare il conte Ugo (II) con il conte Ugo (I):

Dimorando nel nativo Molise, Ugone I*  generò da Clemenza di Catanzaro, Roberto*, Simone* e Clarizia* o Clarice* (alcuno per errore ha scritto Sancia). […]. Ugone I di Molise* morì nel suo feudo intorno al 1160. Suo figlio Simone*, premortogli, venne seppellito a Montecassino; ignoriamo invece dove morì e dove fu sepolto il padre. Rimasero di lui la vedova*, un figlio ed erede del maggiorasco Roberto, e Clarice*, fatta contessa di Campobasso e maritata a Tebaldo di Baro borgognone, capitano di ventura.

Errata corrige: il protagonista di quanto illustrato da Gasdia non era il conte Ugo o Ugone I, ma il nipote, il conte Ugo (II), figlio del conte Simone.

1°. Nel nativo Molise, Gasdia intendeva la contea di Molise o il paese di Molise? Probabilmente il conte Ugo (II) morì nella città di Palermo, sede della corte reale.

2°. Ugone I citato da Gasdia, che poi sarebbe il conte Ugo (II), NON aveva sposato Clemenza di Catanzaro, bensì una figlia di re Ruggero II e non LASCIO’ eredi.

3°. Roberto e Simone erano gli UNICI figli del conte Ugo (I); non era mai esistita una figlia Clarizia o Clarice (o Sancia).

4°. Ugone I di Molise NON morì intorno al 1160; il 1160 era l’anno della morte di Ugone (II) de Moulins/de Molinis/de Molisio, conte di Molise.

5°. Il conte Simone morì nell’anno 1117, NON prima del conte Ugo (I), suo padre che era deceduto nell’anno 1113.

6°. Non è dato sapere se Rimasero (di lui) la vedova Gasdia  si riferiva al conte Ugo (I) che aveva generato Simone e Roberto o al conte Ugo (II) che non lasciò eredi: NESSUNO Roberto e Clarice (o Sancia) contessa di Campobasso.

E’ difficile seguire l’ordine cronologico per comprendere gli avvenimenti descritti da Gasdia visto il suo metodo di selezione e di verifica delle fonti bibliografiche  consultate.

E’ difficile seguire l’ordine cronologico per comprendere gli avvenimenti descritti da Gasdia visto il suo metodo di selezione e di verifica delle fonti bibliografiche  consultate.

Scrivere: Ugone in occasione delle nozze di Clarice le assegnava in dote quattro piccoli feudi: Campobasso, Sepino, Tappino e San Giovanni in Gulfo.

E ancora: Morto Ugone entrò in possesso del contado suo figlio Roberto. La vedova guadagnò la Sicilia, rientrando a corte, in Palermo, dove ritrovò la madre sua naturale e tutta la parentela. E qui, questa bellezza fatale ordì la rovina della casata dei Molise, degli antichi signori di Boiano e di Campobasso.

NESSUNA fonte bibliografica conferma quanto illustrato da Gasdia.

Tornando alle vicende che coinvolsero la contessa di Catanzaro, probabilmente mai sposata, le cronache dell’epoca descrivono la sua ribellione al re Gugliemo I; in terra di Calabria fu sconfitta e condotta alla presenza del sovrano insieme alla madre e agli zii materni TommasoAlferio; prosegue il cronista: […]; e la Contessa con sua madre prima in Messina, indi a Palermo menate, rimaser quivi prigioniere.

Con l’ultima disattenzione di Gasdia, si conclude la nostra analisi: Nell’anno 1085 il re Ruggero I di Sicilia, consentito al matrimonio di sua figlia Clemenza o Clarizia o Clarice – bastarda – col conte Ugo od Ugone di Molise, figlio di Rodolfo conte di Boiano e d’Isernia, le assegnava in dote CampobassoCosì, jure maritali, Ugone divenne conte di Campobasso, o meglio, signore, titolo unificato coi precedenti, costituendo così per la prima volta il contado personale dei Molise.

La confusione è tanta.

1°. Nell’anno 1085 non esisteva re Ruggero I di Sicilia, bensì Ruggero I gran conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, e padre di Ruggero II, re di Sicilia.

2°. Il conte Ugo od Ugone di Molise era figlio di Rodolfo, ossia era il conte Ugo (I) il cui titolo nobiliare era conte di Boiano, non esistendo la contea di Molise (1142).

3°. Non esistendo il matrimonio tra un Ugo od Ugone, ossia il conte Ugo (II), con Clemenza o Clarizia o Clarice, non esisteva la dote Campobasso.

4°. Ugone (I o II) non assunse MAI il titolo di conte di Campobasso.

 

Quanto esposto può bastare per farvi emettere un giudizio.

Oreste Gentile.

LA ” PENTRIA “.

novembre 22, 2017

Nell’anno 1970  fu istituita la provincia di Isernia: da quell’anno fu diffuso il vocabolo PENTRIA per indicare il suo territorio.

Era un vocabolo che non avevo sentito prima, né era mai stato usato in altre occasioni.

Della Storia antica del Molise sapevo che era esistito il popolo dei PENTRI e dei FRENTANI, ma non la PENTRIA.

Nessuno degli Storici antichi ha fatto uso di tale vocabolo, ma poi, nell’anno 1974, ho scoperto la puntualizzazione di Adriano La ReginaUna denominazione di territorio costruita sull’etnico < Pentri > non è mai esistita, in quanto il loro ambito territoriale si è sempre chiamato < Samnium >. La ricostruzione moderna, Pentria, diffusa localmente, è errata e antistorica..

Non ero ancora soddisfatto, ancora ignoravo quando e chi inventò il vocabolo PENTRIA.

Sono andato a rileggere la Storia di Campobasso di V. E. Gasdia e nel volume 1° a pag. 11 è scritto a chiare lettere PENTRIA; correva l’anno 1960.

Che sia stato inventato allora il vocabolo PENTRIA ?

Se non ci fosse stata la puntualizzazione di La Regina, per ogni popolo originato dalla migrazione (ver sacrum) dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti: Piceni, Vestini, Aequi, Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Carecini, Caudini, il loro territorio avrebbe la denominazione: SABINIA o SABINA, PICENIA, VESTINIA, AEQUIA, MARSIA, PELIGNIA, MARRUCINIA, FRENTANIA, CARECINIA, CAUDINIA; PENTRIA, già ricordata. Solo HIRPINIA è di uso corrente.

           

Oreste Gentile.