CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.

“” VER IL CAMMINO DEI PADRI “” DEI SANNITI/AEQUI E DEI SANNITI/MARSI. CERTAMENTE NON E’ IL CAMMINO DEL “” VER SACRUM “” DEI SANNITI/PENTRI.

agosto 11, 2021

VER IL CAMMINO DEI PADRI.

Dai vari siti internet, si apprende:

officinadeigiornalisti.com: Il cammino in oggetto ha tra gli obiettivi di mettere a conoscenza del grande pubblico la storia di uno dei popoli, i Sanniti, che hanno dato vita e segnato la storia dell’Italia antica per un recupero, approfondito e consapevole, di una parte di quell’infinita ricchezza che contraddistingue il nostro Paese.

www.molisenews24:  Nicola Mastronardi che è tra gli ideatori del VER – Il Cammino dei Padri e autore dei libri ‘Viteliù’ e ‘Figli del Toro’ dedicati ed ispirati proprio alle origini delle popolazioni Sannite e ai loro primi insediamenti in Molise.

TGR Molise: Il percorso è quello che potrebbe aver fatto i Sabini un’altra popolazione dell’Italia antica leggenda alla fondazione di Roma verso il sud un viaggio accompagnati da un animale totemico il toro. Sarebbero allora i Sabini i padri dei Sanniti ?  Il legane storico è sicuro anche se non necessariamente di discendenza (SIC).

Le citazioni illustrano un cammino per divulgare la storia di uno dei popoli, i Sanniti, così citati soprattutto da Livio, ma TUTTI ben sanno che lo Storico, con Sanniti, identificò, dopo la conquista romana, UNICAMENTE  la tribù dei Pentri, denominazione ignorata dagli organizzatori del cammino: un peccato veniale, anche se, leggendo la loro pubblicazione, si delinea un gravissimo peccato mortale di Storia, dichiarando: il Cammino dei Padri si ispira proprio alle origini delle popolazioni Sannite e ai loro primi insediamenti in Molise.

Ab antico, le prime popolazioni originate dalla migrazione/ver sacrum stanziate nel territorio dell’attuale regione Molise, comprendendo anche parte del territorio della regione Abruzzo, erano: all’interno della penisola italica i Sanniti/Pentri mentre i loro consanguinei, i Sanniti/Frentani si erano stanziati lungo la costa del Mare Adriatico. (vedi figura).

Un peccato mortale è stato evidenziato (vedi in seguito in rosso) nella locandina pubblicata dagli organizzatori: il loro cammino NON è CONFORME A QUANTO TRAMANDA LA STORIA DELLE origini delle popolazioni Sannite e ai loro primi insediamenti in Molise, OSSIA NON SONO CITATI i Sanniti/Pentri (ed i Sanniti/Frentani).

I 7. 000 sacrati furono e sono identificati dagli Storici di ogni epoca, con i Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti/PENTRI e, per chi IGNORASSE il significato di VAGARE, i giovani migranti NON VAGARONO; AVEVANO già scelta una meta PRECISISSIMA con le stesse caratteristiche della loro terra di origine, la SABINA: pianura, pascoli, fiumi, laghi, colline e montagne per i loro insediamenti difensivi e di controllo del territorio.

Una scelta fatta in occasione dei loro stagionali passaggi alla conduzione delle loro gregge dai pascoli montani della Sabina verso le pianure costiere del mare Adriatico e, soprattutto, nei terrori pianeggianti della Daunia. (vedi figura).

I principali tratturi (linee trat.te) e le popolazioni di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita. Si nota nei territori dopo la Sabina, attraversati dal Ver Il cammino dei Padri: Cicolano-Alba Fucens-riva sn. del lago del Fucino e fino a Pescasseroli (dove inizia il tratturo Pescasseroli-Candela), l’assenza di importanti vie di comunicazione.

FALSO, FALSO ed ANTISTORICO avere diffuso URBI ET ORBI: i giovani avrebbero vagato attraverso le terre dei loro fratelli che prima di loro già affrontarono il viaggio; ossia, erano dapprima emigrati e si erano stanziati gli Aequi ed i Marsi, successivamente sarebbero partiti dalla Sabina i futuri Pentri.

UNA DESCRIZIONE ANTISTORICA. (vedi figura).

viadeltratturo.it, ricorda: Tuttavia la grande migrazione di popolazioni pastorali ha origine con i “Safini”, questa popolazione inizialmente stabilitasi in Sabina, successivamente attraverso il “Ver sacrum primavera sacra”, percorrendo il cammino dei padri, ha occupato tutto l’Appennino centro meridionale, differenziandosi nei secoli in diversi gruppi di popolazione: Marsi, Sanniti-Pentri, Volsci, Equi, etc..

Notate l’uso, certamente più APPROPRIATO de IL CAMMINO DEI PADRI: a chi spetta il copyright ?

QUANTO abbiamo LETTO, ERA IL VERO CAMMINO DEI PADRI, diligentemente e brevemente descritto dal sito viadeltratturo.it  .

Stando alla leggenda, ricordata ed interpretata più o meno con esattezza dagli Storici di ogni epoca, più che il toro, fu scelto un bue, animale più mansueto, o la sua immagine fu dipinta su di un vessillo che li precedeva nel loro lungo cammino: dal territorio del lago Cotilia alla pianura sita a settentrione del Massiccio del Matese estesa ad ovest, nord ed est, confinante con i popoli loro consanguinei: i Sanniti/Peligni; i Sanniti/Carecini; i Sanniti/Frentani/i Dauni (di altra origine) i Sanniti/Irpini; i Sanniti/Caudini, a sud del Massiccio del Matese. (vedi figura).

Considerando la necessità di raggiungere al più presto la loro agognata meta, certamente il loro cammino non era una passeggiata turistica, come la descrive Ver Il cammino dei Padri, con lo scopo di ammirare la natura ed i paesaggi, questo lo avrebbero potuto fare in un secondo momento; non erano nelle condizioni di essere sereni, bensì ansiosi e preoccupati per il loro futuro in un territorio in parte sconosciuto e, soprattutto, tra gente di origine e cultura diversa.

Chi fossero di preciso non è dato sapere, la Storia offre solo delle ipotesi.

All’epoca le vie di comunicazioni, come visto in precedenza, erano i tratturi conosciuti ed utilizzati per la conduzione  stagionale delle gregge nei vasti pascoli della Daunia; in occasione nei loro stagionali passaggi avevano avuto l’opportunità di valutare e scegliere le loro nuove e stabili residenze.

TUTTO ERA STATO PROGRAMMATO, NON IMPROVVISATO.

Così, in base alla documentazione Storica ed archeologica, possiamo ricostruire verosimilmente la loro migrazione/ver sacrum: partirono dalla Sabina (Rieti), loro terra di origine e, con un breve quanto opportuno percorso, giunsero dapprima in Amiterno poi, proseguendo lungo il tratturo L’Aquila-Foggia e deviando a sud lungo un tratto del tratturo Celano-Foggia, giunsero nel territorio nei pressi di Sulmona (non esisteva all’epoca) scelto dai Peligni;  seguirono un raccordo per imboccare finalmente il tratturo Pescasseroli-Candela e fare il loro ingresso nel territorio prescelto per essere la loro nuova Patria: il Sannio/Pentro. (vedi figura).

Esaminiamo l’itinerario proposto dal Ver Il cammino dei Padri e l’itinerario ricostruito in base alle documentazioni Storiche e, soprattutto, alla presenza e all’utilizzo dei principali percorsi dei tratturi sempre esistiti che rendevano più agevole le loro migrazioni.

Il Ver Il cammino dei Padri, iniziando il percorso dal territorio dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti ed entrando dapprima nel territori che sarà degli Aequi e successivamente in quello che sarà dei Marsi,  prosegue cercando più un percorso naturalistico e panoramico, che un itinerario aderente alla Storia ed alle esigenze dei giovani migranti denominatisi Pentri.

L’itinerario proposto dal Ver il cammino dei Padri era più idoneo alla migrazione dalla Sabina dei futuri popoli degli Aequi e dei Marsi, che non per i futuri Pentri: essi, giunti nel territorio di Aufudena/Alfedena, come già evidenziato, in base alla nuova quanto strampalata ipotesi, avrebbero percorso il tratturo Celano-Foggia per giungere nel territorio dell’odierna Pietrabbondante.

PER FARE COSA IN PIETRABBONDANTE ? (vedi figura).

 

Essi, erano BEN CONCAPEVOLI della meta da raggiungere per fondare la città madre e capitale Bovaianom/Bojano; successivamente, avrebbero preso possesso e dominato tutto il territorio prescelto, compreso quello pertinente a Pietrabbondante. (vedi figura).

Pertanto, seguendo quanto ha tramandato la Storia, dal territorio di Aufidena/Alfedena non ancora fondata, i giovani migranti raggiunsero l’attuale ponte della Zittola per iniziare a percorrere NON il tratturo Castel di Sangro-Lucera, bensì il tratturo Pescasseroli-Candela per giungere nella pianura posta a settentrione del Massiccio del Matese. (vedi figura).

Ritengo essere alla base dell’itinerario Ver Il Cammino dei Padri, un peccato originale causato da quanto si legge nel romanzo, poi valutato essere un vero libro di storia << Vitelios. In nome della libertà >>: Per guida fu dato ai Sacrati un toro, animale caro a Mamerte, simbolo di forza e di coraggio. Vitelios, figli del toro, furono detti per questo e furono i primi. ….. I Vitelios continuarono dunque il viaggio fino al fiume Sangro. Camminarono per mezza giornata secondo lo scorrere del fiume…… Finalmente, i settemila attraversarono il fiume e iniziarono la salita. ….. Safinim …. è il nome che in seguito fu dato alla nazione: ciò che lì fu iniziato da Kumis (Comio Castronio, n. d. r.) e dai settemila giovani. Quello che i Romani chiamano Samnium. ….. Ciò che videro i Sacrati è ciò che vedrai: Safinim la terra sconfinata che avrebbero dominato per secoli.

Fu lì, dunque che nacque la nazione, lì ebbe il suo cuore pulsante anche quando quel popolo, generato dai settemila, divenne il primo dei Vitelios, il più grande, il più temuto. Fu così fino all’ultimo.

Per farla breve, riassumiamo, mettendo ORDINE in base a quanto tramanda la Storia:

1. Vitelios NON possono essere identificati con i Sacrati; i Vitelios, ossia i settemila giovani che continuarono dunque il viaggio fino al fiume Sangro, NON possono essere identificati con i VITELOI, popolazione stanziata in un altro territorio.

Devoto (1967), infatti scrisse: Un’antica tribù protolatina, che occupava una parte imprecisata dell’odierna Calabria, portava un nome che doveva sonare approssimativamente come VITELOI e Aristotele (384/383 a.C.–322 a.C., n.d.r.) ha conservato in forma greca: Italoi. 

2. NON nacque nel territorio di Pietrabbondante la nazione e NON era Safinim il suo nome: Safinim localizzava e identificava, in alfabeto osco, la Sabina e, dopo le migrazioni, identificò TUTTO il territorio, detto Safnio/Samnium/Sannio.

3. NON E’ PROPONIBILE, NON E’ ACCETTABILE, quanto scritto: Venne dunque il tempo della migrazione dei giovani che si sarebbero chiamati Pentri dal fatto che provenivano da luoghi elevati. Dai nipoti dei nipoti dei Vitelios fu occupato il monte Tiferno, la fertile pianura ai suoi piedi verso oriente e tutti i territori d’intorno.

Da quanto letto, i Pentri e, probabilmente i loro consanguinei Irpini e Caudini, sarebbero giovani migranti NON dalla Sabina, come tramandano TUTTI gli STORICI, ma sarebbero emigrati, si IGNORA l’epoca, dal territorio di Pietrabbondante, dove si erano stanziati i Vitelios. (vedi figura).

Il territorio dei Vitelios (nel territorio di Pietrabbondante. puniti bianchi figura a sn.). Il territorio dove la Storia localizza ed identifica i Viteloi (figura a ds.).

SIAMO FUORI DALLA STORIA ANTICA.

I Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti denominatisi PENTRI avevano iniziato la migrazione dalla loro patria, la Sabina, consapevoli della meta da raggiungere e del territorio da occupare e, ripeto, i cosiddetti Vitelios ERANO SCONOSCIUTI dalla Storia.

In base alla cartografia esistente ed alla divisione dei territori dove trovarono dimora i migranti di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita, si possono ipotizzare le 4 direzioni principali seguite dalla Sabina, utilizzando le “grandi vie erbose” seguite per istinto dagli animali per la transumanza, facilitando le comunicazioni, gli scambio commerciali e culturali con i popoli limitrofi: la 1^ verso nord fu percorsa dai giovani che diedero origine ai Piceni ed ai Pretuzii; la 2^ verso sud-ovest con un percorso dalla Sabina e sfruttando i percorsi più brevi, i cosiddetti tratturelli, si originarono gli Aequi ed i Marsila 3^ direttrice si sviluppò lungo i tratturi  che attraversavano i territori della costa del mare Adriatico e si originarono i Vestini; i Marruccini ed i Frentani; la 4^ procedeva da ovest verso est, all’interno della penisola italica attraversando i territori, le nuove generazioni dei Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti diedero origine alla popolazione dei Peligni; dei Carecini; dei Pentri; degli Irpini; dei Caudini e, più a sud est dei Lucani. (vedi figura).

I popoli italici discendenti dai Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti (nella linea rossa tratt.ta.  Non si tenga conto di quanto è nel rettangolo).

Se lo scopo del Ver Il cammino dei Padri è di visitare ed ammirare le bellezze della natura in territori ancora incontaminati e ricchi di Storia, non si può che elogiare gli organizzatori; ma, se volessero proporre il Ver Il cammino dei Padri come itinerario Storico seguito dai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nella loro migrazione verso la pianura a nord del Massiccio del Matese, allora sono proprio FUORI STRADA e, soprattutto, FUORI DALLA STORIA.

Le migrazioni/ver sacrum, non erano gioiose scampagnate, si abbandonavano i propri affetti, si fuggiva dalla carestia per trovare un sicuro rifugio nei i territori già conosciuti in occasione dei loro stagionali passaggi con le gregge  e stimati essere idonei per la loro crescita economica e culturale. 

Quale il motivo per spingere i giovani Sanniti che poi si sarebbero denominati Pentri, a spingersi e scegliere come meta il territorio di Pietrabbondante ?

Il suo territorio avrebbe offerto  ai giovani migranti, essendo ancora privo di quella monumentalità che avrebbe acquisita dal IV sec. a. C. in poi, qualche sorgente di acqua, tante colline e montagne con il loro pascoli; ma, la scarsa esistenza delle vie di comunicazione, come notò e scrisse lo stesso Mommsen a cui si deve l’errata identificazione con Bovianum (vetus), ricordato dal solo Plinio il Vecchio (I d. C.), non avrebbe MAI permesso ai giovani Sanniti/Pentri di svilupparsi ed occupare nella Storia un posto di primissimo piano. (vedi figura).

Vedi sorte del popolo dei Sanniti/Carecini, relegati in un territorio collinare e montuoso, non ebbero possibilità di migliorare la propria esistenza.

Mommsen scrisse: la Bovianum Vetus che sorgeva in mediis montibus situm et multo minus celebre; ovvero, come esaminato, era “fuori” dagli itinerari viari ed era stimata meno celebre.

Si ignora l’epoca della partenza di TUTTI i giovani migranti, probabilmente avvenne nella stessa primavera tra i secoli XI-IX a. C. come testimoniano i reperti archeologici delle necropoli ed il loro contemporaneo sviluppo.

Salmon (1967) ricordò: La tradizione vuole che i primi sacrati a stabilirsi nel Sannio fossero stati condotti da un < Comio Castronius > e da un toro a Bovianum, che divenne la culla della loro nazione.

Cianfarani (1978): […] i Sanniti Pentri, a costoro che di tutte le genti sannitiche costituivano il nerbo, va riferita la leggenda della migrazione sabina, alla quale, in virtù del mitico bove, s’è voluta altresì riportare l’origine di Bovianum, l’attuale Boiano.

Non sono diverse le conoscenze di La Regina (1984): Da tale nome (Bovianum, n.d.r.) trasse poi origine la mitica interpretazione della migrazione dalla Sabina con il ver sacrum, condotta da Comio Castronio (Festo, 436 L) e da un toro dato per guida da Marte (Strabone, V 4, 12).

Più CHIARA e più recente la descrizione di Barker (2001): L’alta valle era il cuore dei Pentri, la più forte delle quattro tribù-stato sannitiche.

Potrebbe esserci qualcuno con la <sindrome viteliù> che griderebbe ai “quattro venti”: ecco, la citazione l’alta valle è riferita al fiume Verrino o a qualche altro corso d’acqua dell’alto Molise; ma calmiamo gli entusiasmi: Barker si riferisce alla valle del Biferno che nell’Età del Ferro fa parte dell’antico Samnium, i cui popoli hanno un ruolo importante nella storia dell’Italia classica.

C H I A R O ?

Proprio dalla necropoli di Bovaianom/Bovianum/Bojano, città madre e capitale dei Sanniti/Pentri, provengono le TESTIMONIANZE PIU’ ANTICHE della loro presenza.

Raggiunsero la meta PRESTABILITA, considerata erroneamente da Strabone (I sec. a. C.) la terra degli Opici ed in realtà, ancora oggi si IGNORA l’identità dei suoi primi abitanti.

QUESTO tramanda la Storia; questi sono gli itinerari Storici confermati nel corso dei secoli: i percorsi dei tratturi divennero importanti vie consolari romane, utilizzate e migliorate nel periodo medievale, per diventare nei tempi moderno le Strade Statali.

 

 

Questo è quanto.

CAMMINATE, PASSEGGIATE, AMATE E RISPETTATE LA NATURA, MA NON MANIPOLATE L’ANTICA STORIA DELLA REGIONE  MOLISE.

Oreste Gentile.

LO STEMMA DELLA REGIONE MOLISE: UN PATERACCHIO DEI NOSTRI POLITICANTI.

agosto 2, 2021

GLI ATTORI: LUIGI BISCARDI. ADRIANO LA REGINA. UGO GENTILE.

Nell’anno di grazia 1963 (17 dicembre. Al numero 17 nella Smorfia napoletana corrisponde la disgrazia: ‘A disgrazzia), “nacque” la Regione Molise.

Nell’anno 1977 si dotò di uno stemma, come illustra l’articolo pubblicato http://regione.molise.it › web › crm › Edicola.nsf › Ope, di cui riporto le parti più salienti:

Siamo nel 1976. E’ terminata da poco la prima legislatura, durante la quale sono state definite ed approvate le REGOLE (lo Statuto) e si è proceduto alla costituzione di tutti gli organi e gli organismi dallo stesso previsti.

Manca un solo tassello: la scelta dell’emblema che rappresenti, in maniera stabile e permanente, l’Ente Regione, non solo all’interno ma anche all’esterno, soprattutto nelle manifestazioni ufficiali: esigenza che già si era appalesata nella stesura dello Statuto, quando, all’articolo 2, veniva previsto che “la Regione ha un gonfalone e uno stemma prescelti dal Consiglio regionale”. La previsione statutaria diventa legge quando, il 27 del mese di luglio del 1976, l’Assemblea approva all’unanimità il provvedimento legislativo n.23 che, all’articolo 1, dispone che “… la Giunta regionale è autorizzata a bandire fra tutti i cittadini italiani, anche residenti all’estero, un pubblico concorso per lo Stemma della Regione Molise, che dovrà esprimere la tradizione storica, politica e culturale della Regione”.
All’interno del concorso, bandito nel mese di novembre dello stesso anno, si fissa come data ultima per l’acquisizione dei bozzetti il giorno 30 del mese di novembre 1976.

Il Presidente della Giunta regionale, D’Aimmo, con proprio decreto (il n. 253 del 9 marzo 1977) procedette alla costituzione della Commissione giudicatrice della quale furono chiamati a far parte, oltre allo stesso Presidente della Giunta,
il Presidente del Consiglio regionale, Monte on. Vittorino; i componenti l’Ufficio di Presidenza del Consiglio: Sciarretta prof. Eliseo
. Magnifico dott. Elmerindo.
Varanese dott. Antonio. Vitiello arch. Raffaele
. Biscardi prof. Luigi Presidente Gruppo consiliare P.S.I. Cianci avv. Franco Presidente Gruppo consiliare P.L.I.. Gentile avv. Ugo Presidente Gruppo consiliare M.S.I.. La Valle sig. Giuseppe Presidente Gruppo consiliare D.C.. Mogavero dott. Giuseppe Presidente Gruppo consiliare P.R.I.. Petrocelli prof. Edilio Presidente Gruppo consiliare P.C.I.. Totaro geom. Mario Presidente Gruppo consiliare P.S.D.I.. ed in qualità di Esperto, su nomina del Consiglio effettuata con deliberazione n. 20 del 20 gennaio 1977, fu incluso nella Commissione il prof. Adriano La Regina, Soprintendente della Soprintendenza Archeologica di Roma. I lavori della Commissione presero avvio il giorno 5 del mese di aprile 1977 e, articolati in diversi incontri dato l’elevato numero di proposte pervenute, furono completati il 5 del mese di maggio. […].

La delibera per la nomina di un esperto.

Alla fine dei lavori, la Commissione elaborò la seguente graduatoria – primo classificato, l’elaborato contraddistinto dal motto “ora et labora”, raffigurante su fondo azzurro lo stemma del comune MOLISE, uno dei più piccoli dell’intera Regione, uno scudo a fondo rosa con una banda trasversale argentea che si stende da sinistra a destra, con una stella nella sezione superiore del campo e tre stelle dislocate sulla banda; […].

Il Consiglio, al quale tempestivamente la graduatoria venne trasmessa, iniziò la discussione il giorno 9 del mese di giugno.

Dichiarò il prof. Biscardi: La lettura della relazione tecnica del prof. La Regina richiamò l’attenzione sulle motivazioni della scelta che avevano suggerito alla Commissione di stilare la graduatoria ai fini dell’erogazione dei premi, conferì alla discussione maggiore concretezza ed impose ulteriori riflessioni quando evidenziava che lo stemma è” costituito da uno scudo rosso bordato d’argento con banda diagonale di questo stesso colore; nella zona superiore vi è una stella d’argento, e nella banda vi sono tre stelle di rosso. L’elaborato risulta corrispondente ad i requisiti richiesti dal bando di concorso in quanto esprime con l’eleganza formale i criteri estetici di un gusto sobrio e lineare, parimenti alieno da anacronistici artifici ornamentali come da sperimentazioni di forme visive che, seppure valide, per loro natura poco si possono costringere entro la definizione di “stemma”. D’altra parte i caratteri formali dell’elaborato prescelto, in cui si riproducono gli elementi costitutivi dello stemma che fu del Comune di Molise, ora modificato, assumono il significato emblematico di consapevole adesione e di impegno nei confronti dell’identità storica regionale”.

Fa notare, ancora, il prof. Biscardi come ” i caratteri formali dell’elaborato prescelto, in cui si riproducono gli elementi costitutivi dello stemma che fu del Comune di Molise (cfr. Masciotta, II,224), ora modificato, assumono il significato emblematico di consapevole adesione e di impegno nei confronti dell’identità storica regionale”. […].In sostanza, l’ispirazione fondamentale della scelta resta legata, e non poteva essere altrimenti, all’identità storica del nome e del territorio di Molise, quale richiamato, alla voce “Molise” dell’Enciclopedia Italiana “Il nome Molise compare nell’Alto Medioevo come quello di una contea normanna e deriva da quello del castello Molise… La contea, nella sua massima estensione, raggiunse il Volturno, il Trigno, il Fortore, i monti del Matese e il mare Adriatico, confini conservati all’incirca nelle successive divisioni – le indicazioni grafiche ispirate alle indicazioni del Masciotta, relativamente allo stemma del comune di Molise; – riferimenti grafici al Comune di Campobasso ed a quello dell’antico contado di Molise.

[…]. Pur riscuotendo maggiori consensi, si fa rilevare come il richiamo allo stemma del Comune di Molise debba vedersi quale semplice elemento di continuità storica, risalendo intorno agli anni 1000 con la contea ed il contado del Molise,[…]

L’Assemblea si riunisce nuovamente il giorno 21 del mese di giugno ed il lavoro svolto dai Capigruppo ben viene rappresentato dalla relazione del Prof. Luigi Biscardi:  […], risulti efficacemente evidenziata nella relazione che il prof. La Regina, a nome della Commissione, inviò il 17 giugno 1977 al Presidente del Consiglio Regionale. […]. (vedi figura).

Il sito della http://www.regione.molise.it › crm › Edicola.nsf i PDF, documenta:

Illuminante, quanto inascoltata la relazione del consigliere Gentile, (vedi figura).

Probabilmente Gentile aveva letto con profitto quanto Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, scrisse nell’anno 1644, DICO ANNO 1644: La nobilissima famiglia di Molise trà questo grandemente fioriva, e giunse a grandezza tale, c’havendo poco menche conquistate tutte le Terre di questa Provincia, dal lor cognome fu denominata Contado di Molise, come anche Molise chiamarono un Castello, che alcuni di quella edificarono presso le rovine dell’antica Città di Tiferno, e così sono state poi sempre denominate.

Una descrizione chiara e storicamente documentata dai diplomi redatti nei secoli XI-XII e sottoscritti dai conti de Moulins/Molinis/Molisio, titolari della contea denominata di Boiano fino all’anno 1142.

Riassumendo quanto accadde nell’anno 1142 nell’assemblea di Villa Marca (AV) voluta da re Ruggero II, fu il conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio, genero del sovrano e titolare della vasta contea di Boiano, a dare il proprio cognomine alla contea di MOLISE e, probabilmente, lui o un suo discendente divenuto titolare del feudo del castrum lo denominò con proprio cognomine: Molise.

QUESTA L’UNICA VERITA’.

ERGO, LO STEMMA DELLA REGIONE MOLISE E’ UN VERO E PROPRIO PATERACCHIO.

Oreste Gentile.

LOCALIZZAZIONE DEI “LIGURES BAEBIANI E DEI “LIGURES CORNELIANI” NEL TERRITORIO DEI “SANNITI/IRPINI” (180 a. C.).

luglio 18, 2021

Si torna a discutere della localizzazione dei Liguri Apuani (vedi figura da Pruneta di Sopra), deportati nell’anno 180 a. C. in una parte del territorio all’attuale provincia di Benevento, città all’epoca capitale dei Sanniti/Irpini il cui dominio includeva, senza se e senza ma, anche il territorio l’attuale provincia di Avellino figura (vedi figura).   

Qualcuno localizza i deportati Liguri apuani più a nord della città di Benevento, ossia anche in una parte del territorio dei Sanniti/Pentri.

Stando alla denominazione Ponte dei Liguri, una tabella stradale posta da non so quanti anni sulla S.S. 17 Appulo-Sannitica, il cui percorso da ovest verso est è parallelo al tratturo Pescasseroli-Candela, dovrebbe coincidere con la via consolare Minucia costruita nell’anno 221 a. C. dal console romano Minucio, ed in una epoca successiva, in base alla scoperta presso Aequum Tuticum (Sant’Eleuterio, presso Ariano Irpino) di un miliario con inciso LXXXIII, dovrebbe identificarsi con la via Herculea/Herrculia per collegare Aufiudena/Castel di Sangro a Venosa e Grumentum; fu voluta nel III sec. d. C. da Diocleziano, ma il suo nome è legato a Massimiano Erculeo, Cesare ed Augusto per nomina di Diocleziano.

Per non confondere le idee sulla localizzazione ed identificazione dei territori in cui trovarono stabile dimora i 45. 000 deportati Liguri Apuani, ricordo il parere di alcuni Storici.

Levi (1968): I 40.000 Liguri deportati dalla regione apuana erano stati stabiliti fra il territorio delle colonie di Saticula e Benevento sul Calore, e la colona di Lucera e, dal nome dei magistrati che avevano compiuta l’operazione di trasferimento, vennero detti << Liguri Baebiani >> e << Liguri Corneliani >>.

Salmon (1977): Della striscia di territorio che fu loro tolta dopo la guerra di Pirro, la seconda orientale (l’Agro Teurasino) fu per molti anni ager publicus romano, e venne affittato come terra da pascolo, mentre la sezione occidentale, che includeva Malventum, la “capitale” irpina, fu trasformato nel 268 in colonia latina, col nome augurale di Beneventum. Uno dei compiti principali della colonia fu quello di controllare gli Irpini.  

Ancora Salmon nel descrivere la deportazione dei Liguri Apuani: Complessivamente, 47.000 di essi vennero insediati nell’ Agro Taurasino dove formarono due comunità, i Liguri Bebiani e i Liguri Corneliani.  

Ancora Levi (1988): Altre colonie verranno impiantate in Italia settentrionale; nel 180 40. 000 Liguri erano stati deportati dalle loro sedi nella zona attorno a Benevento, e, dal nome degli autori dell’operazione, sono conosciuti come Liguri Baebiano e Corneliani.

Tagliamonte (1996): Così, per esempio, nel 180 a. C., l’episodio della deportazione di 47.000 mila Liguri Apuani, distinti in due gruppi (detti Ligures Baebiani e Ligures Corneliani, dal nome dei proconsoli, M. Baebius Tamphilus e Cornelius Cethegus, incaricati del loro trasferimento), in area irpina, in ager Taurasinorm (con sedi amministrative localizzate rispettivamente presso Circello, loc. Macchia, e San Bartolomeo in Galdo, loc. Castelmagno). (vedi figura).

Quanto scritto da Tagliamonte permette di localizzare nel territorio dei Sanniti/Irpini e non in quello dei Sanniti/Pentri il centro di San Bartolomeo in Galdo.

Johannowsky (2000): Quanto ai Liguri deportati da Romani nella parte più settentrionale dell’area irpina nel 180 a. C., il centro pubblico, almeno di quelli che presero il nome dal console C. Baebius Tamphilus (Ligures Baebiani) era, come è stato dimostrato anche da scavi recenti, laddove il tratturo Pescasseroli-Candela, che vi coincideva con la via Herculea del tardo impero, superava uno dei due costoni dell’ansa del fiume a Macchia di Circello, dove è stata trovata la tabula alimentaria dell’età di Traiano, che costituisce un documento di notevole importanza anche per la topografia della zona.

Anche se non sappiamo se e dove esistesse il centro pubblico del gruppo che prese il nome dall’altro console P. Cornelius Cethegus (Ligures Corneliani), il territorio, che coincideva almeno in parte con la Taurasia, doveva comprendere sostanzialmente la fascia tra il Tammaro e il Miscano e lo spartiacque tra Tirreno e Adriatico e giungere fino ad Aequum Tuticum (Pagus Aequanus nella tabula alimentaria) e quindi anche l’area occupata precedentemente forse dai Vescellani.

Un altro elemento di riferimento sicuro è, in fine, la vallis Anxanti con il suo santuario di Mefite, apparentemente il più importante tra i luoghi di culto degli Hirpini e di cui il nome è rimasto al luogo con la sua sorgente solforosa da cui si sviluppano gas letali.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

L’ITINERARIO DEL VER SACRUM DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/PENTRI.

luglio 13, 2021

IN UNA CONFERENZA STAMPA E’ STATA ILLUSTRATA UNA LODEVOLE INIZIATIVA: VER IL CAMMINO DEI PADRI, ARGOMENTO A CUI MI SONO INTERESSATO CON PIU’ DI UNA PUBBLICAZIONE SUL MIO SITO wordpress.com: NELL’OTTOBRE DELL’ANNO DEL SIGNORE 2016 CON IL CAMMINO DEI SAFINI. LA NASCITA DELLA PRIMA ITALIA E NELL’ANNO DI GRAZIE 2020 CON 5 ARTICOLI CON IL TITOLO: IL CAMMINO DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/PENTRI. (XI-IX SEC. A. C.). (vedi figura).

IL MIO SCOPO ERA DI ILLUSTRARE L’ITINERARIO SEGUITO DAI 7. 000 GIOVANI MIGRANTI DI ORIGINE SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA QUANDO, ABBANDONANDO LA SABINA, LA TERRA DI ORIGINE, E SEGUENDO IL PERCOSO DEI TRATTURI, ALL’EPOCA LE VIE NATURALI PERCORSE DALLE GREGGE NELLA LORO MIGRAZIONE STAGIONALE, PARTIRONO CON UNO SCOPO BEN PRECISO: DARE ORIGINE NEL TERRITORIO IN PRECEDENZA PRESCELTO, AD UNO POPOLO: I PENTRI. (vedi figura).

PUTROPPO, UNO DEI RELATORI HA DATO NOTIZIE STORICHE FORTEMENTE IN CONTRASTO CON QUANTO HO ILLUSTRATO NELLE MIE PUBBLICAZIONI; PERTANTO, PER NON ESSERE TACCIATO DI INCOMPETENZA, EVIDENZIO: QUANTO DA ME DESCRITTO SI BASA SCRUPOLOSAMENTE, NON ESSENDO UNO STORICO, SULLE FONTI BIBLIOGRAFICHE PIÙ ANTICHE E SULLE PUBBLICAZIONI DEGLI STORICI CONTEMPORANEI.

IL RELATORE HA SEGUITO, GUARDA CASO, UN ITINERARIO GIÀ AMPIAMENTE ILLUSTRATO IN UN SUO LIBRO E DA ME GIÀ CRITICATO, ANCHE NEL PRESETE SITO: FU PRESENTATO COME UN ROMANZO, POI VALUTATO ESSERE LA VERA STORIA DELL’ORIGINE DI SANNITI/PENTRI.

IGNORO SE IL RELATORE/SCRITTORE CONOSCA VERAMENTE LA MIGRAZIONE DEI SANNITI/PENTRI; CERTAMENTE IL GRUPPO DEI 7.000 GIOVANI MIGRANTI NON FURONO RICORDATI, COME EGLI STESSO SOSTIENE, DALLO STORICO GRECO STRABONE (I SEC. A. C.), BENSÌ DALLO STORICO LATINO FESTO (II SEC. D. C.) CHE EVIDENZIÒ IL LORO NUMERO ED IL NOME DEL CONDOTTIERO; INOLTRE, I 7. 000 MIGRANTI NON SI DIRESSERO NELLA TERRA DEGLI OPICI, COME ERRONEAMENTE RICORDO’ STRABONE E PEDISSEQUAMENTE HA RIPETUTO IL RELATORE, MA LA LORO META ERA UN TERRITORIO DI CUI LA STORIA IGNORA IL NOME.

GLI OPICI, RICORDATI DA STRABONE E CITATI DAL RELATORE/SCRITTORE, ERA UNA POPOLAZIONE PRESENTE NEL TERRITORIO CAMPANO; IL GLOTTOLOGO DEVOTO (1967), SCRISSE: ALL’INVASIONE SANNITICA NEL MEZZOGIORNO CHE HA SOTTOMESSO IL POPOLO PROTOLATINO DEGLI OPICI; PERTANTO, GLI INVASORI ERANO I SANNITI COSIDDETTI DELLA MONTAGNA: CARECINI, PENTRI, IRPINI E CAUDINI.

IL RELATORE/SCRITTORE IGNORA UN PARTICOLRE MOLTO IMPORTANTE: I 7. 000 GIOVANI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, NEL NUOVO TERRITORIO SI DENOMINARONO PENTRI ED IL LORO INSEDIAMENTO CHE ALL’EPOCA CERTAMENTE NON ERA UNA CITTA’, COME IRONICAMENTE HA EVIDENZIATO LO STESSO RELATORE, ERA IL LORO PRIMO INSEDIAMENTO FORTIFICATO E, NEL PROSIEGUO DELLA OCCUPAZIONE DEL NUOVO TERRRIRIO, COSTRUIRONO ALTRI INSEDIEMENTI SULLE SOMMITA’ DELLE COLLINE E DELLE MONTAGNE, PIÙ O MENO ALLA DISTANZA IN LINEA D’ARIA DI CIRCA 8-10 KM.. (vedi figura).

IL RELATORE/SCRITTORE IGNORA L’OROGRAFIA DEL TERRITORIO DI ORIGINE DEI 7.000 GIOVANI MIGRANTI: LA PIANURA REATINA ED IL LAGO DI COTILIA; I FIUMI ED I PASCOLI TRA LE COLLINE E LE MONTAGNE;

ERGO, EMIGRANDO, AVEVANO GIÀ SCELTO UN TERRITORIO CON LE STESSE O MIGLIORI CARATTERISTICHE, CERTAMENTE NON UN TERRITORIO PREVALENTEMENTE MONTUOSO QUALE, AD ESEMPIO, FU LA SORTE DEI LORO CONSANGUINEI SANNITI/CARECINI, ABITANTI TRA COLLINE E MONTAGNE ROCCIOSE, DA CUI L’ORIGINE DEL LORO NOME, POI SCOMPARSI DALLA STORIA INTORNO AL III SEC. A. C..

SEGUENDO UN SUO COPIONE, IL RELATORE/SCRITTORE, INFATTI, CONTINUA AD IGNORARE L’ARRIVO DE 7. 000 GIOVANI MIGRANTI IN UNA VASTA PIANURA DI CIRCA 100.000 KMQ. CIRCONDATA DA COLLINE E MONTAGNE RICCHE DI PASCOLI E LA FONDAZIONE DEL LORO PRIMO INSEDIAMENTO SULLA SOMMITÀ DI UNA COLLINA CHE SARA’ LA LORO CITTA’ MADRE E LORO CAPITALE: BOVAIANOM/BOJANO.

IL RELATORE PREFERISCE FARLI ARRIVARE ED OCCUPARE PARTE DEI TERRITORI DEL BACINO DELL’ALTO SANGRO, I TERRITORI PREVALENTEMENTE COLLINARI E MONTUOSI DELL’ALTO TRIGNO E DEL TERRITORIO OGGI DENOMINATO ALTO MOLISEED È ERRATO CHIAMARLO ALTO SANNIO, STORICAMENTE NON CORRETTO E MAI ESISTITO. (vedi figura 1. nel cerchio azzurro tratteggiato. figura 2. e il territorio dell’Alto Molise presso Pietrabbondante).

I 7.000 GIOVANI MIGRANTI, ABBANDONANDO LA PIANURA, UN LAGO, LE COLLINE E LE MONTAGNE, AVREBBERO MAI SCELTO PER IL LORO SVILUPPO UN TERRITORIO MORFOLOGICAMENTE DIVERSO DA QUELLO NATIO ?( vedi figura).

INFATTI, A NORD DEL MASSICCIO DEL MATESE I 7. 000 GIOVANI TROVARONO, MA GIA’ NE ERANO A CONOSCENZA, ANCHE UN LAGO, OGGI SCOMPARSO, MA LOCALIZZABILE IN UN AREA PRECISA CON BEN 4 INDIZI: 1. L’IMPROVVISA DEVIAZIONE DEL PERCORSO RETTILINEO DEL TRATTURO PESCASSEROLI CANDELA; 2. UNA LOCALITÀ DENOMINATA GUADO DELLA FOCE; 3. UNA VASTA LOCALITÀ OGGI DENOMINATA PADULI DI SOTTO ED INFINE, 4. L’ORIGINE DEL NOME DEL FIUME BIFERNO; INFATTI, SCRISSE CIANFARANI (1978): NELL’ANTICO NOME
DELL’ATTUALE BIFERNO (LAT. TIFERNUM), SI PUÒ RAVVISARE LA PAROLA PREGRECA TIPHOS, PALUDE, E TYPHE, PIANTA PALUSTRE, RISCONTRATA NELL’AMBITO MEDITERRANEO
(vedi figura E SI NOTI LA PIANURA).

ALTRA PECULIARITÀ MOLTO INTERESSANTE, MA CHE IL RELATORE IGNORA: I 7.000 GIOVANI, FURONO GLI UNICI DEI 12 GRUPPI DI MIGRANTI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI A NON ASSUMERE IL NOME DALL’ANIMALE (TOTEMICO) LORO GUIDA, NEL NOSTRO CASO IL BUE, O DAL NOME DEL LORO CONDOTTIERO O DEL FIUME, ETC.; PREFERIRONO DARE LA DENOMINAZIONE DEL LORO ANIMALE, IL BUE, AL LORO PRIMO INSEDIAMENTO, ALLA LORO CAPITALE: BOVAIANOM/BOJANO.

AVENDO DATO IL NOME DEL BUE SACRO AL LORO PRIMO INSEDIAMENTO/CAPITALE, I 7.000 GIOVANI MIGRANTI PREFERIRONO DENOMINARSI PENTRI, ORIGINATO DALLA CARATTERISTICA LOCALIZZAZIONE DEI LORO INSEDIEMENTI FORTIFICATI COSTRUITI SULLA SOMMITA DELLE COLLINE E LE MONTAGNE: DALLA RADICE CELTICA – PEN, RICORDÒ SALMON (1967), OSSIA ABITANTI SULLA SOMMITÀ DELLE COLLINE O DELLE MONTAGNE, LE PIÙ IDONEE AL CONTROLLO ED ALLA DIFESA DELLA PIANURA, DELLE VIE DI COMUNICAZIONI E PER COMUNICARE VISIVAMENTE CON I RAGGI RIFLESSI DEL SOLE, IL FUMO ED IL FUOCO NELLA NOTTE.


I REPERTI ARCHEOLOGICI SCOPERTI NEL TERRITORIO PERTINENTE ALL’INSEDIAMENTO DI BOVAIANOM/BOJANO, IGNORATI DAL RELATORE, VANNO, PER RESTARE NEI PERIODI STORICI PIÙ ANTICHI, DAL IX SEC. A. C. FINO ALLA PRESENZA DEI LONGOBARDI, UNA CONTINUITA’ STORICA DAVVERO DI TUTTO RISPETTO CHE INIZIA NEL PERIODO DEL LORO ARRIVO NELLA PIANURA A NORD DEL MASSICCIO DEL MATESE. (vedi figura).

QUANTO ILLUSTRATO È IGNORATO DAL RELATORE.

UNA VOLTA FISSATO IL LORO PRINCIPALE INSEDIAMENTO SULLA SOMMITA’ DELLA COLLINA CHE DOMINA LA VASTA PIANURA A NORD DEL MASSICCIO DEL MATESE, CONFINE NATURALE DEL LORO TERRITORIO A SUD ANCORA CON GLI IRPINI E CON IL TERRITORIO DEI CAUDINI, I PENTRI INIZIARONO A PRENDERE POSSESSO DEL TERRITORIO COSTRUENDO GLI INSEDIEMENTI FORTIFICATI SULLE SOMMITÀ DELLE COLLINE E DELLE MONTAGNE. (vedi figura).

NEL CORSO DELLA CONFERENZA È STATO EVIDENZIATA L’IMPORTANZA DEL SITO DI PIETRABBONDANTE PER IL VASTO PANORAMA CHE SI GODE SU GRAN PARTE DEL TERRITORIO DEI SANNITI/PENTRI; PURTROPPO, ANCORA UNA VOLTA, ALCUNI DEI RELATORI, HANNO IGNORATO IL PANORAMA, E QUINDI IL CONTROLLO DI TUTTO IL TERRIORIO DEL SANNIO/PENTRO, DALLA SOMMITÀ DELLA COLLINA SU CUI FU FONDATA
BOVAIANOM MA, SOPRATTUTTO IGNORANO L’ESISTENZA DELL’INSEDIAMENTO FORTIFICATO DI MONTE CROCELLA, GIÀ COLLE PAGANO, PROBABILMENTE IDENTIFICABILE CON IL COLLE CHIAMATO SACRO DA DIODORO SICULO (I SEC. A. C.) O IL COLLIS SAMNIUS DI FESTO (II SEC. D. C.), DALLA CUI SOMMITA’, A CIRCA 1.050 MT., SI POSSONO VEDERE LA MAGGIOR PARTE DEGLI INSEDIEMENTI FORTIFICATI DEI SANNITI/PENTRI E DA DOVE
FURONO SCELTI E FISSATI I CONFINI DEI TERRITORI PERTINENTI AI SANNITI/PELIGNI, AI SANNITI/CARECINI, AI SANNITI FRENTANI, AI DAUNI (POPOLO DI ALTRA STIRPE), ED AI SANNTI/IRPINI. (vedi figura).

INOLTRE, SARÀ SE VOLETE UN CASO, MA DALL’ INSEDIEMENTO CITATO E DALLA STESSA BOVAIANOM/BOJANO, CAPITALE DEI PENTRI, RISULTANO EQUIDISTANTI DA BENEVENTO, CAPITALE DEGLI IRPINI; DA MONTESARCHIO (CAUDIO), CAPITALE DEI CAUDINI; DA CAPUA (SANTA MARIA CAPUA VETERE), CAPITALE DEI CAMPANI E DA TEANO, CAPITALE DEI SIDICINI. (vedi figura).

UN CASO, MA TANT’È.

PER CONCLUDERE, CERCHIAMO DI NON CREARE CONFUSIONE.

IL SITO ARCHEOLOGICO DI PIETRABBONDANTE, RICORDANO E CONCORDANO TUTTI, DICO TUTTI GLI STORICI E GLI ARCHEOLOGI, EBBE LA SUA MASSIMA IMPORTANZA DAL II SEC. A. C. E PER TUTTO IL PERIODO DELLA GUERRA SOCIALE (91-88 A. C.), DOPO DI CADDE NELL’OBLIO.

SCRIVE LA REGINA (1966): Il santuario nella sua fase più antica non doveva essere più importante degli altri esistenti nelle zone circostanti: Agnone, Quadri, Schiavi d’Abruzzo, S. Giovanni in Galdo, Rocca Aspromonte, e Macchia Valfortore. Lo straordinario sviluppo di cui godette in seguito, benché segregato nel cuore di una regione montana, tagliato fuori dalle vie di grande comunicazione, dimostra che fu potenziato, verso la fine del II sec. a. C., con la partecipazione di una vasta comunità, forse di tutti i Sanniti Pentri.

PER CONCLUDERE: SE IL NUOVO CAMMINO VUOLE RIPROPORRE LA MIGRAZIONE DEI 7. 000 GIOVANI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, DENOMINATI PENTRI, ESSO NON SEGUE L’ITINERARIO PIÙ PROBABILE PERCORSO DAI 7. 000 GIOVANI MIGRANTI: GUARDA CASO: SEPPERO UTILIZZARE CON GLI OPPORTUNI RACCORDI, PARTE DEI TRACCIATI DEI TRATTURI PIU’ IMPORTANTI: L’AQUILA – FOGGIA; CELANO- FOGGIA E PESCASSEROLI-CANDELA CHE, A GRANDI LINEE, NEL TEMPO DIEDERO ORIGINE ALLA VIA CONSOLARE MINUCIA, NELL’ANNO 221 A. C.ED IN EPOCA LONGOBARDA ALLA VIA CHE HO DENOMINATA DEI 2 DUCATI, DA SPOLETO A BENEVENTO E CHE, IN TEMPI MODERNI, DIVENNE PARTE DELLA STRADA STATALE APPULO SANNITICA N. 17.

ERA UNO DEGLI ITINERARI PIU’ CONOSCIUTO, UTILIZZATO E COMODO DA SEMPRE, DAL TEMPO IN CUI LE GREGGE INIZIARONO LA LORO PERIODICA TRANSUMENZA. (vedi figura).

UN RACCONTO, SPACCIATO PER STORIA, NON PUÒ MODIFICARE, NEL MODO PIÙ ASSOLUTO, L’ORIGINE E LA GRANDE STORIA DEL POPOLO DEI SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI/PENTRI.

ORESTE GENTILE.

BOVIANUM VETUS E’ PIETRABBONDANTE, DECRETO’ MOMMSEN.

giugno 14, 2021

Quando si dice il CASO, da non confondere con il caso/formaggio nel simpatico dialetto napoletano.

In modo del tutto fortuito mi è capitato tra le mani la pubblicazione ASPETTI DELLA STORIOGRAFIA DI ETTORE PAIS, a cura di Leandro Polverini (2002).

Tra i diversi articoli, uno in particolare mi ha interessato, è stato scritto da Mario Buonocore di cui, scusate la mia ignoranza, non conosco il curriculum vitae.

Illustra L’ATTIVITA’ EPIGRAFICA, cui erano dedicate le pubblicazioni di Ettore Pais (1856-1939) e, soprattutto, le sue monografie, curate dallo stesso Buonocore, che scrive Mai come in queste monografie l’uso del documento epigrafico è così massicciamente  e metodicamente sfruttato; numerosissime conclusioni cui giunge per le storie locali, alcune delle quali della massima importanza, altre a conferma o smentita di ipotesi già anticipate dal Mommsen nelle introduzioni preposte ai singoli centri nel Corpus inscriptionum Latinarum. Fra esse, prosegue Buonocore, mi vorrei soffermare brevemente sulla quaestio dell’esistenza o meno di due coloniae, l’una Bovianum Vetus (Pietrabbondante), l’altra Bovianum Undecimanorum (Bojano).

Il Pais, come è noto, credeva, anche sulla base e del locus di Plinio che ora analizzeremo e della scarsa documentazione epigrafica, all’esistenza di due Bovianum: la prima, Bovianum Vetus (Pietrabbondante), colonia triunvirale lege Iulia a partire dal 43 a. C., la seconda, Bovianum Undecumanorum (prima ha scritto Undecimanorum, n. d. r.), colonia Flavia, a partire dagli anni fra il 73 ed il 75 (con i veterani della legio Claudia, gli Undecumani appunto).

Dopo una lunga disquisizione su quanto aveva scritto Plinio Secondo, Mario Buonocore, SCIVOLA SULLA CLASSICA BUCCIA DI BANANA, e, con SICUREZZA, afferma: Inoltre, recenti studi topografici condotti direttamente sul territorio permetterebbe di confermare l’esistenza di Bovianum Vetus = Pietrabbondante nella Tabula Peutingeriana; pertanto, nella nota n. 132 dell’articolo ILLUSTRA dettagliatamente le sue PROVE INCONFUTABILI, citando le bibliografie consultate per CONFERMARE ed AFFERRMARE: BOVIANUM VETUS  = PIETRABBONDANTE.

Gli autori ricordati da Buonocore sono: R. Ruta-M. Carroccia, Vie ed insediamenti del Sannio nella Tabula Peutingeriana, in < Rend. Pont. Acc. Rom. Arch.> 40 (1987-1988 [1989], pag. 254-266. Un’anticipazione era stata già offerta dallo stesso Ruta, Contributo alla ricostruzione della viabilità   antica del Molise. Rilettura critica della Tabula Peutingeriana, in < Athaeneum > 46 (1988), pag. 598-604). Vd. ora anche M. Carroccia, Strade ed insediamenti del Sannio in epoca romana nel segmento V della Tabula Peutingeriana, Campobasso 1989.

Un cittadino di Roma esclamerebbe: ammazza che sola hanno rifilato a Buonocore, riferendosi alle pubblicazioni indicate da Buonocore nellanota n. 132.

Come ho pubblicato in un articolo di questo stesso BLOG, intitolato: BOVIANUM VETUS. BOVIANUM UNDECUMANORUM: UN TORMENTONE ETERNO, ho illustro in MODO CHIARO E INCONFUTABILE il GRAVE ERRORE degli autori citati da Buonocore nella bibliografia: hanno DEFORMATO, LOCALIZZATO e IDENTIFICATO la località pyR COSI’ scritta nella T. P., con piRUM, ossia con una località nei pressi del fiume Sangro denominata perazze o bosco perazze, non lontana dall’antica taverna San Pietro.

Quale ERRORE DI DIMENSIONI PLATENTARIE HANNO COMMESSO gli STUDIOSI (?) consultati da Buonocore ?

HANNO TRADOTTO LA PAROLA GRECA pyR = PERO o PERE o PERAZZE; mentre la TRADUZIONE ESATTA di pyR = FUOCO, OSSIA era UNA LOCALITA’ il cui NOME era PERTINENTE ALL’UTILIZZO DEL FUOCO.

I 2 STUDIOSI (?), citati da Buonocore, per LOCALIZZARE e per IDENTIFICARE pyR, l’antica località della T. P., HANNO APPORTUNAMENTE UNITO a pyR il numero romano VIII, SCAMBIANDOLO PER UM, OTTENENDO l’INESISTENTE pyRUM, con lo SCOPO DI IDENTIFICARLO con una LOCALITA’ DA LORO PROPOSTAPERAZZE BOSCO PERAZZO.

UN ERRORE DI DIMENSIONI PLANETARIE.

AI 2 STUDIOSI (?) AGGIUNGIAMO Buonocore; anche LUI, BEN LIETO DI DIFENDERE LA “BUFALA” DI MOMMSEN, HA AVALLATO L’INTEPRETAZIONE VIII = UM, AVENDO TRASCURATO CORRISPONDESSE, come già illustrato, al numero romano VIII, ossia la DISTANZA in miglia romane da pyR alla località posta alla sua destra, ad canales ed a seguire, sito a XI miglia, BOBIANO: L’UNICO BOVIANUM/BOBIANO/BOJANO SITO NEL TERRITORIO DEI SANNITI/PENTRI. (vedi figura).

TESTONI, QUANDO VI CONVINCERETE ?

Oreste Gentile.                                              

BOVIANUM VETUS. BOVIANUM UNDECUMANORUM: UN TORMENTONE ETERNO.

giugno 7, 2021

CI SONO STUDIOSI (?) OSSESSIONATI DALLA LOCALIZZAZIONE E DALLA IDENTIFICAZIONE DELL’ANTICA BOVIANUM E FANNO CARTE FALSE PER DIMOSTRARE: LA PRIMA BOVIANUM ERA LOCALIZZATA NELL’ATTUALE ALTO MOLISE, DENOMINATA BOVIANUM VETUS; LA SECONDA ERA SITA ALLE PENDICI SETTENTRIONALI DEL MASSICCIO DEL MATESE ED ERA DENOMINATA BOVIANUM UNDECIMANORUM; UNICAMENTE RICORDATE DA PLINIO SECONDO IL VECCHIO.

MAI, MAI, MAI RICORDATE DAGLI STORICI DELL’ANTICO PASSATO.

FIUMI E FIUMI DI INCHIOSTRO SPRECATO DA QUANDO IL TEDESCO STORICO MOMMSEN, NELLA SECONDA META’ DEL 1800, SOSTENNE L’ESISTENZA DI 2 BOVIANUM DISTINTE NELLO SPAZIO E NEL TEMPO.

TANTA, TANTA ENERGIA ELETTRICA SPRECATA DA QUANTI PUBBLICANO LE CONCLUSIONI DELLE LORO RICERCHE ATTRAVERSO I SOCIAL.

TRA LE TANTE BIZZARRE PROPOSTE PUBBLICATE PER IDENTIFICARE IN UN’ALTRA LOCALITA’ BOVAIANOM/BOVIANUM/BOVIANO/BOBIANO/BOJANO, BEN DIVERSA DA QUELLA POSTA SULLA SOMMITA’ E LUNGO LE PENDICI DELLA COLLINA A SETTENTRIONE DEL MASSICCIO DEL MATESE, NON HANNO DISDEGNATO DI MANIPOLARE A LORO PIACIMENTO L’ANTICA CARTA STRADALE (?) DI EPOCA ROMANA: LA TABULA PEUTINGERIANA, REDATTA NEL SEC. III-IV.

NEL VI SEGMETO DELLA TABULA, SI NOTA LA LOCALITA’ DENOMINATA ad pyR VIII., CON IL SIGNIFICATO: ad pyR = per fuoco e VIII. LE MIGLIA CHE LA SEPARAVANO da ad canales. (vedi figura).

DIVERSI GLI ARTICOLI DA ME PUBBLICATI SU wordpress. com.molise2000 E FACEBOOK IN MERITO ALLA PLIURISECOLARE VEXATA QUAESTIO; OGGI PONGO ALLA VOSTRA ATTENZIONE SOLO UNA DELLE TANTE BUFALE INVENTATE PER SOSTENERE L’ESISTENZA DELLE 2 BOVIANUM NEL TERRITORIO DEI SANNITI/PENTRI.

UNO STUDIOSO (?), NON FACCIO NOMI PER NON RENDERELO FAMOSO, HA RITENUTO APPORTUNO DI LOCALIZZARE E DI IDENTIFICARE LA LOCALITA’ DENOMINATA NELLA T. P., pyR, NON LONTANA DAL FIUME BIFERNO, QUANTO LUNGO IL FIUME SANGRO E NEI PRESSI DI UN BOSCO DENOMINATO PERAZZE O PERAZZO, NON LONTANO DALL’ANTICA TAVERNA SAN PIETRO.

L’ERRORE DI DIMENSIONI PLATENTARIE FATTO DALLO STUDIOSO (?): HA TRADOTTO LA PAROLA GRECA pyR = PERO O PERE O PERAZZE; MENTRE L’ESATTA TRADUZIONE E’: FUOCO, OSSIA UNA LOCALITA’ LEGATA ALL’UTILIZZO DEL FUOCO.

LO STUDIOSO (?) PER LOCALIZZARE ED IDENTIFICARE pyR, L’ANTICA LOCALITA’ DELLA T. P., HA RITENUTO APPORTUNO UNIRE AL TOPONIMO pyR IL NUMERO ROMANO VIII E, STIMANDOLO ESSERE UM, HA REALIZZATO UN INSISTENTE pyRUM, CON LO SCOPO DI IDENTIFICARLO CON LA LOCALITA’ DA LUI PROPOSTA: PERAZZE O PERAZZO.

ERRORE DI DIMENSIONI PLATETARIE: LO STUDIOSO (?) INTERPRETANDO VIII = UM, HA TRASCURATO IL NUMERO ROMANO VIII, OSSIA LA DISTANZA IN MIGLIE TRA ad pyR e ad canales. (vedi figura).

QUESTA GROSSOLANA INTERPRETAZIONE CON RELATIVA MANIPOLAZIONE, DIMOSTRA ANCORA UNA VOLTA L’ESISTENZA NELL’ANTICO PASSATO DI UN UNICO BOVAIANOM/BOVIANUM/BOVIANO/BOBIANO/BOIANO/BOJANO NEL TERRITORIO DEI SANNITI/PENTRI.

Oreste Gentile.

PAPA CELESTINO, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA, NACQUE IN UN CASTRUM O IN UNA CIVITAS ?

Maggio 18, 2021

dalla biografia di Lelio Marini

IGNORARE la differenza tra un castrum ed una civitas da parte dei dotti Uomini di Chiesa (sic !) nostri contemporanei, causa ancora oggi, dopo 725 anni dalla morte di papa Celestino V, la sua errata localizzazione e la sua identificazione o, come è accaduto di recente, la scoperta addirittura di una nuova patria , e tutti, con a capo i dotti Uomini di Chiesa (sic !) a festeggiare un’altra nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria.
Proprio la scoperta di una nuova candidata conferma la loro secolare IGNORANZA causa principale della più che secolare CONFUSIONE. (vedi figura: castrum a sn. civitas a ds.).

Se le più antiche biografie ricordano la nascita di Pietro in un castrum del distretto amministrativo denominato Terrae Laboris et Comitatus Molisii, ed in altre citazioni unicamente Comitatus Molisii, ci sarà stato un valido motivo.

I requisiti della nuova località, identificata in Sant’Angelo di Raviscanina, sono non CHIARI, sono CHIARISSIMI: 1. Era all’epoca di papa Celestino V un castrum (ergo, TUTTI sono d’accordo che fosse un castrum), sito in Terrae Laboris, inteso oltre che amministrativamente, proprio come territorio omonimo. 2. Era nei pressi del monastero CISTERCENSE di Santa Maria de Ferraria dove, per AVVALORARE la nuova candidata, il giovane Pietro avrebbe svolto il noviziato.
Ma il primo monastero dove il giovane diciasettenne Pietro fece il suo ingresso per il noviziato di 3 anni, come ricordano TUTTE, e SOTTOLINEO TUTTE, le biografie antiche e moderne, era un monastero BENEDETTINO: Santa Maria in Faifolis, all’epoca pertinente alla diocesi di Benevento.
ASSOLUTAMENTE NON ERA CISTERCENSE. (vedi figura).

Perché la scelta di Pietro di essere CHIERICO ?
Più che una vera e propria vocazione spontanea, fu la madre Maria, essendo orfano del padre Angelerio, a volerlo/a imporgli, dopo la delusione procuratale da un altro figlio più grande; Pietro era il penultimo di 12 figli.
Fu costretto e, probabilmente, fortemente influenzato dall’ambiente in cui era nato, a scegliere fin da giovane ventenne la vita eremitica: al sorgere del sole, dal suo castrum poteva vedere ad occhio nudo, poco lontano, il monastero benedettino di Santa Maria in Faifolis ed al tramonto, in lontananza, ma ben visibile, l’imponente
Massiccio della Maiella. (vedi figura).

Non solo: nei pressi del territorio del suo castrum natio esistevano i percorsi dei tratturi Castel di Sangro-Lucera (6) e L’Aquila-Foggia (5); pertanto, il giovane Pietro avrà conosciuto dal racconto dei pastori che accompagnano le greggi, la presenza ed il modo di vivere quotidiano dei TANTI eremiti dimoranti nelle numerose grotte esistenti sul Massiccio della Maiella e sulle montagne circostanti. (vedi figura).

Ed infatti alla età di 20 anni, con un confratello, abbandonò il monastero di Santa Maria in Faifolis e la sua patria per recarsi nella città di Roma, ma, illustrano sempre le biografie più accreditate, dopo essere stato lasciato dal compagno giunse nel castrum di Castel di Sangro ed è, nel territorio limitrofo, iniziò i suoi primi 3 anni di vita eremitica per arrivare, dopo averne trascorsi altri 62 sul Morrone, sulla Maiella ed in altre località per un totale di 65 anni.
Il tempo impiegato per il viaggio e l’arrivo in Castel di Sangro, sono gli avvenimenti più importante, descritti con dovizia di particolari: era l’inizio della vita ascetica di Pietro di Angelerio e di Maria, UNICAMENTE da Lelio
MARINI, Abbate Generale della Congregatione de Monaci Celestini dell’Ordine di San Benedetto che aveva pubblicato una voluminosa (pagg. 550) biografia di papa Celestino V nell’anno 1630.
In essa, precisava: Arrivo donque Pietro, in questa perplessione fino all’età di vinti anni in circa, come anco gli altri antichi scrissero […]. Usciamo dalla Patria & andiamo lontano à servire à Dio […]. Posto questo buon fondamento si mettono in viaggio gli doi giovani con questa santa resolutione: ma doppò aver fatta una giornata, […]. Da quello donque abbandanato rimase solo (Pietro, n. d. r.), e fatto anco più costante preso maggior’animo, passò più avanti, & il secondo giorno a hora Nona (ore 15, n. d. r.), arrivo ad un luogo chiamato Castel di Sangro. E’ posto questo
Castello trà gli più ultimi gioghi dell’Appenino
[…], è lontano da Esernia quindici miglia, che è strada di mezo un giorno. E di qua si può congetturare, che cosa si possi credere della patria e Monastero di questo nostro Santo. (vedi figura).

A noi, esseri mortali, la dettagliata descrizione di Marini non crea dubbi e ignoro se i dotti Uomini di Chiesa (sic !), nei secoli trascorsi dalla morte di papa Celestino V ad oggi, l’hanno letta con un minimo di attenzione, ma non credo, visti i loro dubbi ormai secolari per localizzare e identificare il castrum dove era nato il papa molisano.
CAMPA CAVALLO CHE L’ERBA CRESCE.
Il GRAVISSIMO errore di stimare la nascita di Pietro di Angelerio e di Maria nella città di Isernia, potremmo imputarlo, come accennato nella 2^ puntata, a Platina, al secolo Bartolomeo Sacchi; NON era uno storico, ma abbreviatore pontificio Direttore della Biblioteca Vaticana, la cui pubblicazione principale fu un breve trattato di gastronomia.
Nell’anno 1479 ricordò, MOLTO SINTETICAMENTE: Celestino V. PONT. CXCIV. Creato del 1294. a’ 17 di Luglio: Celestino V. chiamato prima Pietro da Morone, fù da Isernia, e visse heremita in un luoghetto solitario due miglia da Sulmona […].

POCHE NOTIZIE PER UN PERSONAGGIO STORICO-RELIGIOSO VISSUTO PER 87 ANNI, A CUI MARINI DEDICHERA’ la sua pubblicazione di circa 550 PAGINE.
Qualche anno prima, nel 1450, il celestiniano Stefano Tiraboschi da Bergamo, nella Vita del Santissimo Pietro Celestino Papa, scrisse: In la provincia de terra de noe sotto il regnamo de napoli i uno castello che se chiama sancto angelo nasce lo gratioso celestin […].
CHIARISSIMI, già nell’anno 1450, erano la conoscenza del tipo di struttura urbanistica: castello o castrum ed il suo nome: sancto angelo.
Il grande problema che assillò nei tempi passati gli studiosi non era il tipo ed il nome della località dove era nato papa Celestino V, bensì il significato da dare alla citazione provincia de terra de noe che, in base a TUTTE le altre biografie, per licenza poetica dell’autore, che era pur sempre un poeta, era riferita alla provincia Terra Laboris et Comitatus Molisii.
Successivamente, Stefano di Lecce, morto il 21 agosto del 1483 in Pratola Peligna, Professore di sacra teologia, abate generale dell’Ordine Celestiniano, tra il 1471-1474 pubblicò la biografia Vita del Beatissimo Confessore Pietro Angelerio; annotate bene, dotti Uomini di Chiesa (sic !), quanto CHIARAMENTE e SENZA ALCUN DUBBIO, fu scritto: Pietro di Castel Sant’Angelo, contado del Molise, vicino a Limosano […] si chiamava Santa Maria Molise (corr.ne di Faifoli, n. d. r.), vicino al castello di Limosano e al territorio di Sant’Angelo, di dove lui stesso era originario.
Sempre rispettando la cronologia delle pubblicazioni, conosciamo quanto scrissero di papa Celestino V i convinti sostenitori della sua nascita in Isernia.
Telera, abate Difinitore e poi Abbate Generale della medesima Congregatione nell’anno 1648 nel Degli Huomini Illustri per Santità De Celestini, scrisse: Nacque Pietro, detto del Morrone, […] in Isernia, città dei Sanniti; benchè altri, quanto alla Patria, diversamente, ma senz’appoggio di vere ragioni, stimassero; poiché negli antichi Uffici della Chiesa, e nelle vite di lui, scritti dai più gravi Autori, leggiamo essere egli nato in quella Città.

CHI ERANO i PIU’ GRAVI AUTORI ?

MISTERO.

Telera, scrivendo nell’anno 1648, non ritenne utile citare altri biografi che sostenessero la sua affermazione: quanto alla Patria, diversamente, ma senz’appoggio di vere ragioni, stimassero essere stata la città di Isernia.
Come, Stefano Tiraboschi (1450), Stefano di Lecce tra gli anni 1471-1474 e Marini nell’anno 1630, come abbiamo esaminato, non avevano descritte con minuzia di particolari le caratteristiche orografiche ed i tempi impiegati negli spostamenti tra le diverse località dove il giovane ventenne Pietro aveva soggiornato ?
Successivamente Spinelli (1664), Abbate è Procuratore Generale de Celestini con la Vita Di S. Pietro del Morrone detto Celestino, volle dire la sua sulla patria di papa Celestino V dopo avere descritto in modo sommario, ma poetico le peculiarità del territorio denominato Terra di lavoro: fu dà saggi antichi, non à caso, detta
Campagna felice
[…]. E’ in questa così imparadisata Provienzia (dovrebbe essere corruzione di Provincia, n. d. r.) frà le altre, nomata per preclara la Città d’Isernia, già tra’ i Romani una delle più antiche, ed illustri Colonie: […], quivi l’anno di gloria rimembranza 1215, […] Di quel Pietro ragiono, che per sovrano volere asceso al pontificato col nome di Celestino quinto.
Spinelli con la sua poetica descrizione delle bellezze naturale, più pertinente al territorio della Terra di Lavoro che al territorio del Comitatus Molisii, NON volle accettare, affermare, descrive e divulgare l’origine contadina, diremmo oggi paesana di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria: papa Celestino V era nato da gente umile, in un ignoto castrum e in un territorio incolto ed inospitale.
Probabilmente quanto descritto ed evidenziato da Spinelli, fu condiviso dagli altri biografi pro Isernia ed ancora oggi dai dotti Uomini di Chiesa (sic !).
Per concludere l’argomento riguardante la localizzazione e l’identificazione del paese natale o della patria di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria, pubblico quanto scrive Alessandra Bartolomei Romagnoli in Celestino il papa Eremita (2020), Capitolo I. La giovinezza: Pietro del Morrone era nato nel 1209 o all’inizio del
2010 nella contea di Molise, che a quel tempo, insieme alla Terra di Lavoro, era una provincia del Regno di Sicilia. Rimane invece ancora oggetto di discussione il luogo esatto della sua nascita. Alcuni indicano la città di Isernia, fondandosi però su due documenti di dubbia autenticità. La storiografia più recente propende per Sant’Angelo Limosano, un piccolo paese in provincia di Campobasso, seguendo la tradizione accolta in due biografie quattrocentesche del santo, opera dei celestiniani Stefano Tiraboschi di Bergamo e Stefano da Lecce
.

Sant’Angelo Limosano


Questo è quanto.

Oreste Gentile.

(continua).

SIMONE DI ALTAVILLA, PRINCIPE DI TARANTO ULTIMO DISCENDENTE (madre) DELLA FAMIGLIA DI ORIGINE NORMANNA MOULINS/MOLINIS/MOLISIO,TITOLARI DELLA CONTEA DI BOIANO/MOLISE ED UNA RIVOLTA NEL REGNO NORMANNO DI SICILIA (XII SEC.).

Maggio 10, 2021

Ugo (II), l’ultimo (titolare della contea dall’anno 1140?) conte della famiglia normanna originaria del castrum di Moulins, dopo avere trascorso una vita avventurosa per difendere l’autonomia della sua importante e vasta contea di Boiano.

in occasione dell’assemblea di Silva Marca (1142) dovette riconoscere il controllo del potere centrale, all’epoca rappresentato dal re Ruggero II di Altavilla, titolare del regno normanno di Sicilia.

Fra le altre disposizioni, era stato stabilito un nuovo nome: Contea di Molise/Molisii, per ricordare il castrum ed il cognomine di origine della famiglia dei suoi (5) titolari: Rodolfo; Ugo (I); Simone; Roberto ed Ugo (II).

Le cronache dell’epoca tramandano il suo matrimonio con una delle figlie naturali di re Ruggero II e l’amore del re per una sorella del conte, con la nascita di Simone.

Il prestigio acquisito presso la corte reale e nominato anche Justitiario del regno normanno di Sicilia, fece sì che il conte Ugo (II) preferì abbandonare la sua residenza nel castrum-castellum di Rocca Boiano (vedi figura castellum e castrum).

    

Per concludere la vita terrena nella città di Palermo, presso la corte reale.

Solo occasionalmente fu presente nella città di Boiano nell’anno 1149 e nella città di Venafro nell’anno 1153.

Per la salvezza della sua anima, non sdegnò di fare trasferire, prima della sua morte (anno 1160) dal castrum di Sepino, il corpo di santa Cristina presso la cattedrale di Palermo, retta all’epoca dall’arcivescovo Ugo.

Vivere alla corte reale normanna di Palermo non era impresa facile: scandali, intrighi, ribellioni contro il potere centrale e, non ultimo, le gelosie tra figli naturale e figli legittimi pronti a rivendicare in ogni maniera la titolarità del regno, di un principato, di un ducato o di una contea.

In base a quanto pubblicato da Cuozzo (2020), le fonti bibliografiche dell’epoca ricordano, alla morte di re Ruggero II avvenuta tra il 26 ed il 27 febbraio 1154 [6 anni prima del conte Ugo (II)?], l’assegnazione testamentaria del Principato di Taranto in favore di Simone, figlio illegittimo di re Ruggero di Altavilla[nipote del conte Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio], nonostante l’opposizione del correggente Guglielmo.

La motivazione, illustra Cuozzo: << idem Symoni Principati Tarenti contra patris testamentum absturelat >>, apportando la motivazione che i figli illegittimi non potessero essere titolari né del Ducato di Puglia né dei Principati di Taranto e di Capua riservati ai figli legittimi e che potessero essere ammessi soltanto alla titolarità delle contee e delle altre titolarità del regno.

Tra le notizie incerte, frammentarie e partigiane dei cronisti dell’epoca, Symone, principe di Taranto, per nulla intimorito dalle minacce, svolse un ruolo di primo piano nella congiura organizzata contro il re Guglielmo da Matteo Bonello e da Tancredi figlio illegittimo di Ruggero, Duca di Puglia, figlio primogenito di re Ruggero II.

Negli avvenimenti dell’epoca si inserisce, non senza creare confusione, la folle passione amorosa di Matteo Bonello per una figliuola bastarda del Re Ruggiero, ch’era stata moglie di Ugone Conte di Molise.

Il nome di questa avvenente contessa, vedova del conte Ugo (II), titolare della importantissima contea di Molise, è sconosciuto alle cronache dell’epoca e la sua storia di amore con Matteo Bonello la vide protagonista involontaria di una congiura di Palazzo in cui era coinvolta un’altra nobildonna, Clementia, contessa di Catanzaro, ritenuta, è bene sottolineare, per errore, la moglie del conte Ugo (II), genero e suocero di re Ruggero II d’Altavilla.

I cronisti dell’epoca imputano alle scarse capacità politiche e militari di re Guglielmo, detto il Malo, figlio legittimo di re Ruggero II d’Altavilla e nuovo re di Sicilia, le cause che determinarono la nascita di focolai di rivolta ispirati dai conti che male avevano accettato l’autorità accentratrice dopo l’assemblea di Silva Marca(1142).

Il nuovo ed inetto sovrano si era circondato di consiglieri astuti ed ambiziosi, prediligendo soprattutto, ricordano i cronisti, l’Ammiraglio Maione che il re Guglielmo teneramente amava, e molto in lui confidava, fortemente sdegnossi contro di essi, e per frequenti nunci e lettere ordinò loro che questo proposito desistessero, tenendo egli l’Ammiraglio per fedele e giusto uomo.

La congiura fu programmata, ricordano i cronisti: E una congiura, benchè di nascosto, con altri Baroni di Sicilia, favoriva Matteo Bonello, il quale giurato avea di menar in moglie la figlia dell’Ammiraglio; imperocchè da’ Conti gli era stata promessa che se l’Ammiraglio uccideva, gli avrebbero dato in moglie Clemenza Contessa di Catanzaro.

Riassumendo: Matteo Bonello, ricordano le cronache dell’epoca, era costui di nobilissimo sangue, e appresso a tutti di chiaro nome ed illibato, ed era altresì per parentado congiunti a molti nobili uomini di Calabria; pertanto il programma da realizzare da parte dell’Ammiraglio Maione che l’amava non altramente che se stato fosse un suo figlio (Matteo Bonello, n. d. r.), era il matrimonio con una sua figliuola ancora piccoletta promessa gli aveva in isposa.

Vi era un ostacolo: Or costui (Matteo Bonello, n. d. r.) preso dalla bellezza di una figliuola bastarda del Re Ruggiero, ch’era stata moglie di Ugone Conte di Molise, aveva cominciato ad abborrire le nozze della fanciulla promessagli in matrimonio, perché non nata di nobil sangue.

I vertici del quadrilatero amoroso:

(A). Matteo Bonello – (B). la vedova del conte Ugo (II) – (C). la giovane figlia dell’Ammiraglio Maione – (D). Clementia, la contessa di Catanzaro; ruolo centrale centro: Maione.

La reazione dell’Ammiraglio Maione fu violenta: Ma l’Ammiraglio avendo ogni cosa conosciuta, sturbando il volere di entrambi[Bonellovedova del conte Ugo (II), n. d. r.], avea comandato che si fosse diligentemente custodito il palazzo (in Palermo, n. d. r.) della Contessa; la qual cosa assai a malincuore quegli portava. Pigliata adunque l’ambasceria, e valicato il Faro, (Matteo Bonello, n. d. r.) se ne andò in Calabria.

In Calabria, avendo valicato il Faro, scrissero i cronisti, Matteo Bonello incontrò i congiurati capeggiati da Ruggiero di Martorano il quale, consapevole della sensibilità del giovane Matteo Bonello per il fascino femminile, aveva promesso: Dappodichè noi faremo in ogni modo, e certo otterremo che la Contessa di Catanzaro ti si voglia strignere in matrimonio e, a tor via ogni cagion di dubbio, noi ti renderem certo e sicuro questa nostra promessa, sia che star tu ne voglia alla fede del giuramento, sia a qualunque altra cosa che per noi si possa, ed a te piaccia richiedere.

Di quanto poi la Contessa ti avanzi di nobiltà, di quanti potenti uomini ricusato abbia le nozze, non accade qui dire, riputando essere tutto a te già ben noto.

Matteo Bonello accettò di partecipare alla congiura essendosi altresì con la Contessa medesima e con suoi parenti conchiuso dipoi il suddetto matrimonio, dato che dall’una e dall’altra il giuramento, venne scambievolmente confermato l’accordo e si stabilì certo tempo di uccider Maione.

Rientrato Matteo Bonello dalla Calabria nella città di Palermo: Or mentre che l’Ammiraglio nella vigilia di San Martino a notte avanzata ritornava da una visita fatta all’Arcivescovo di Palermo, Matteo Bonello, posti gli agguati in su la via ch’è presso la Porta di Sant’Agata (vedi figura, n. d. r.) vennegli incontro, e ferendolo di spada lo uccise: uscendo di Palermo la notte medesima si rifugiò nella sua terra.

A Matteo Bonello non mancò il perdono di re Guglielmo quando, messo al corrente delle malvagità dell’Ammiraglio, molto volentieri udito aveva la nuova della sua morte.

Fece ritorno nella città di Palermo sapendo che il Re non avrebbe osato di fare cosa contro di lui, sì pel favor ch’egli avea della plebe, e sì ancora perché, com’ei confidava, tutti i Conti ch’eransi con lui ribellati.

Dopo la morte di re Ruggero II di Altavilla determinante fu l’assenza di un uomo forte che amministrasse il vasto territorio del regno e, soprattutto, avesse la capacità di ridimensionare le ambizioni delle numerose famiglie aristocratiche.

Presso la corte reale di Palermo, vivevano sempre personaggi, eredi legittimi o naturali, pronti a rivendicare la titolarità di un Principato, di un Ducato, di una Contea.

Tra questi, certamente non restò nell’ombra, come già illustrato, il giovane Symone di Altavilla, figlio naturale di re Ruggero II e di una sorella di Ugo (II), conte di Molise; il giovane trovò un valido alleato in Matteo Bonello, sempre legato dalla passione amorosa e corrisposta dalla vedova del conte Ugo (II).

Non era la prima volta di un matrimonio tra la famiglia normanna dei Moulins/Molinis/Molisio, titolari della contea di Boiano e la più famosa famiglia degli Altavilla: precedentemente, il conte Rodolfo, era stato testimone della sfortunatissima e tragica unione tra una (Beatrice o Adelizia) delle sue figlie ed il cavaliere Serlo II, figlio di Serlo I, nipote di Roberto il Guiscardo, trucidato dai Saraceni nella battaglia di Cerami nell’anno 1072.

CHI ERA L’AVVENENTE CONTESSA DI MOLISE ?

Nulla di più sappiamo, oltre alle notizie dei cronisti dell’epoca: NON ERA LA CONTESSA di CATANZARO.

Alcuni studiosi (Perrella, 1889) esibiscono unicamente questa descrizione: Adelaide, figlia del Re Ruggieri e moglie di Ugo Conte di Molise e Principe di Sepino e di Bojano, non avendo figli, venuta a morte, consegnò al Vescovo Rainaldo 5 cantaia di argento di Chiesa per la Cattedrale di Bojano.

Ergo, Adelaide, figlia del Re Ruggieri e moglie di Ugo Conte di Molise e Principe di Sepino e di Bojano, NON AVEVA LASCIATO EREDI.

Con l’incondizionato appoggio di Matteo Bonello Tutti (i congiurati, n. d. r.) adunque a tal consiglio appigliandosi, vollero nell’impresa avere compagni il Conte Simone figliuol naturale di Re Ruggiero, e Tancredi figliuolo del Duca Ruggiero, per soddisfare le disposizioni testamentarie per la titolarità del Principato di Taranto. Forte dell’appoggio dei nobili congiurati e conoscendo, avendovi vissuto fin dalla nascita, ogni angolo del palazzo reale, il conte Simone ebbe facile accesso per catturare lo zio, il re Guglielmo: cavò di prigione i nobili uomini che vi erano, avendo già prima introdotti in Palazzo i loro compagni. I quali postisi appresso al Conte Simone, che, per essere allevato colà entro, ben conoscevan e ogni più risposta via, venne a luogo dove il Re stava ragionando.

L’esito della ribellione, per le impari forze in campo, non fu favorevole a Matteo Bonello, né al suo protetto, il conte Simone, pretendente alla titolarità del Principato di Taranto, figlio naturale di re Ruggero II e di una sorella di Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio, conte di Molise.

Matteo Bonello, tradito dai congiurati, con l’inganno fu catturato, abbacinato, ricordano le cronache, e tagliatili i nervi sopra i talloni, fu rinchiuso in orrenda prigione, e tra perpetue tenebre avvolto così dalla sua miseria, come dalla oscurità del luogo cagionategli.

Le cronache dell’epoca non ci hanno tramandato le altre avventure del conte Simone dopo l’esito della congiura; forse esiliato dalla Sicilia.

Clementia, la contessa di Catanzaro ?

Indomita e tenace, continuò la sua ribellione al re Guglielmo: Ed erasi ribellata in Calabria la Contessa di Catanzaro, ed aveva afforzato Taverna, fortissima terra, così di gente, come di tutte le altre cose bisognevoli; ma la sua resistenza fu resa vana dal grande spiegamento di forze dell’esercito reale contro il suo castello.

Ricordano i cronisti dell’epoca: Questo è sol chiaro, che in turpe e miserabile modo preso da’ soldati e messo a sacco e ruba il castello, la Contessa e sua madre, e i capi del negozio Tommaso ed Alferio suoi zii paterni, furono con molti altri soldati condotti alla presenza del Re.

Le pene che re Guglielmo I inflisse ai ribelli furono severissime: Tommaso, fu impiccato in Messina; Alferio fu condannato a morte nello stesso castello di Taverna; gli altri soldati ribelli: furon crudelmente fatti straziare, cavando ad alcuni gli occhi, e ad altri tagliando le mani: e la Contessa con sua madre prima in Messina, indi a Palermo menate, rimaser quivi prigioniere.

Quanto accadde aveva avuto inizio (1142) nel momento della massima espansione territoriale, politica ed amministrativa della contea di Boiano/Molise in seno al regno normanno di Sicilia.

Senza la presenza di un legittimo titolare appartenente alla dinastia normanna Moulins/Molinis/Molisio, giunta intorno all’anno 1045/46 in Italia e nella civitas di Boiano, capoluogo della contea longobardo/franca, fu testimone di altre epiche imprese di cui, come vedremo, si resero protagonisti, alternandosi nella titolarità del feudo, i suoi conti e le sue contesse.

 (continua).

Oreste Gentile.

BEATO ROBERTO DI SALLA. MONACO CELESTINIANO.

Maggio 3, 2021

1

Roberto da Salle (santiebeati.it).

Su internet, nella pubblicazione Celestino V di A. Serramonacesca (1964) si leggere: CONTENUTO TROVATO ALL’INTERNO – PAGINA 97. Il suo culto a Morrone del Sannio ha del commovente ed il suo nome risuona familiare come quello d’un celeste protettore … Sul frontone della Chiesa che una volta fu quella del suo Monastero è scritto a grandi caratteri: San Roberto.

Morrone del Sannio.

Morrone del Sannio. La chiesa di san Roberto di Salle ed i resti del monastero.

Serramonacesca, scrive:

VOGLIAMO ANCHE RIMARCARE CHE QUESTO DISCEPOLO PREDILETTO, DOPO LA MORTE DI SAN PIER CELESTINO, VENNE NEGLI STESSI LUOGHI OV’ERA NATO E VISSUTO IL SUO MAESTRO; DA MORRONE DEL SANNIO, INFATTI, E’ POSSIBILE VEDERE SANT’ANGELO LIMOSANO ED IL TERRITORIO DI SANTA MARIA (IN FAIFOLIS n. d. r. ). (vedi figura).

Mi permetto di soffermarmi sulla citazione di Serramonacesca, ricordando sia il nome del paese ov’era nato e vissuto il suo Maestro (fra’ Pietro da/del Morrone, n. d. r.), ossia Sant’Angelo Limosano (l’antico castrum sancto angelo vicino a Limosano); sia il territorio di Santa Maria in Faifolis sito dell’omonimo monastero benedettino dove il giovane Pietro fece il suo ingresso all’età di circa 17 anni per compiere 3 anni di noviziato. (vedi figura).

E’ bene EVIDENZIARE: Il monastero di Santa Maria in Faifolis è SOLO uno degli 8 indizi per affermare, senza tema di essere smentiti: Pietro di Angelerio e di Maria, nacque nel vicino (12 km.) castrum di Sant’Angelo (Limosano). (vedi figura).

Mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo della diocesi Campobasso-Bojano, ancora oggi, è l’UNICO prelato ad avere il coraggio di dire la verità sul luogo di nascita di papa Celestino V, come scrisse nell’articolo pubblicato sul Messaggero di Sant’Antonio (luglio-agosto 2008), dopo la sua prima visita pastorale all’antico monastero benedettino di Santa Maria in FaifolisIn questo monastero benedettino […] e lui (Pietro di Angelerio, n. d. r.) proviene da un paesello posto sull’altra costa della vallataSant’Angelo Limosano. (vedi figura).

CHIARO ?

Ciò che è CHIARO all’arcivescovo Bregantini, è tutt’ora NEGATO VERGOGNOSAMENTE dai suoi esimi colleghi (sic): l’AGNELLO è SOLO ed i LUPI sono TANTI.

Gli uomini di chiesa lo ignorano, o fanno finta di ignorare, per FAVORIRE ed ATTRIBUIRE la nascita di papa Celestino V alla città di Isernia, senza una testimonianza concreta, ma solo con diverse motivazioni basate, come ripetono da secoli, su una antica tradizione orale e su dei falsi documenti.

Chi era il discepolo prediletto da fra’ Pietro da/del Morrone, ricordato da Petrarca in occasione della elezione dell’eremita fra’ Pietro da/del Morrone, al soglio pontificio per diventare il 191° Pontefice (5 mesi e 8 gg.) nell’anno 1294 ?

Il giovane Roberto da Salle divenne protagonista nella vita di Pietro di Angelerio e di Maria, frà Pietro da/del Morrone, dal momento in cui si diffuse la notizia della sua elezione a Papa.

Le biografie ricordano la nascita in Salle (PE), nell’anno del Signore 1273, da Tommaso e Benvenuta; fu conosciuto anche con il nome di Santuccio, ignoro se gli fosse stato attribuito fin dalla nascita o dallo stesso suo superiore Pietro da/del Morrone per il grande affetto che nutriva per lui. (vedi figura).

                          Salle. (wikipedia).

Il vezzeggiativo Santuccio usato per identificare il nostro Roberto, considerando le tante BUFALE inventate dai sostenitori pro Isernia della nascita di Pietro di Angelerio e di Maria, è stato utilizzato e sfruttato per nominare Pietro di Angelerio e di Maria: il santone di Isernia.

Se il discepolo era Santuccio, il maestro doveva essere il santone, MAI così ricordato nelle biografie più antiche o conosciuto dai suoi biografi con simile appellativo.

In occasione del processo di Canonizzazione di Pietro di Angelerio e di Maria, nell’anno 1306, Telera ricordò: Roberto, era di trentatre anni di età, 17 di monacato, e che due anni e dieci mesi servi la persona del Suo santo Maestro, prima di essere fatto portato al Papato. […].

Nella tenera età di sette anni circa, nei quali appena altri conseguiscono le cognizioni delle cose, leggiamo che Roberto pervenisse alla perfezione dell’Evangelo, dal che potremmo ammirare le doti e le grazie, che il Cielo doveva dargli nel progresso della sua vita, se così a buon’ora lo rese al mondo tanto cospicuo. […].

Giunse il Beato (Roberto, n. d. r.) all’anno decimo quinto, senza essere incorso in peccato veruno; […].

Fattosi chierico per lasciare il mondo ed ascriversi alla milizia del Signore, si dedicò ai servigi spirituali della Chiesa maggiore di Salla; non soddisfatto, scrisse Telera, avendo appreso dalla madre le virtù di Pietro del Morrone la cui fama era celebratissima in tutte le parti del mondo, e molto più in quei contorni, decise di osservare ed imitare la santa vita di Pietro del Morrone. […].

Fu il buon Giovane accolto dal Santo in Orfente con molta dignità, perché mostrava indole di vero Monaco: ed all’incontro sentì Roberto gran contento nel vedersi accarezzare dal Santo Vecchio. […].

Ma Pietro da/del Morrone, amabilmente, smorzò l’entusiasmo del giovane, consigliando: dovesse entrare in un’altra Religione approvato da Santa Chiesa; al che il perseverante Roberto rispose che nessun’altra veste avrebbe ricoperto il suo corpo, che quella sua e dei suoi discepoli. […].

Pervenuto il Beato Giovane all’anno decimosesto, con licenza e beneplacito dei suoi genitori vendette la parte che gli spettava del patrimonio e le diede ai poveri. Poi senza più indugiare volò al suo Santo Padre (Pietro, s. n. r.) in S. Giovanni d’ Orfente e non potendo questi fare altra resistenza alle calde domande di lui, con le proprie mani gli diede l’abito della Santa Religione, il che occorse nell’anno 1289. […].

Fece l’anno di noviziato nel già detto Monastero di S. Giovanni, luogo asprissimo ed inaccessibile, dove l’andare non era senza gran pericolo della vita. Quivi si trovò Roberto presente a molti miracoli operati da Celestino, dai quali si accese con maggior fervore al servizio di Dio. (vedi figura in alto da sn. Calaiatri.ii e iviaggidimanuel.it; in basso a sn. eremi.abaq.it e giobbe.org.).

Nell’eremo di Sant’Onofrio giunse all’eremita Pietro di Angelerio e di Maria, Pietro da/del Morrone, la notizia della sua elezione a Papa, già diffusa per tutto il territorio del regno angioino dopo la fine del conclave, 5 luglio 1294 tenuto nella città di Perugia; e subito la nobiltà ed il re si prepararono a raggiungere da Napoli, sede del regno, la città di Sulmona. (vedi figura a sn. casevancanzedandrea.com  a ds. sluurpy.it ).

L’eremo di Sant’Onofrio al Morrone.        L’eremo di Sant’Onofrio al Morrone e la città di Sulmona (a ds.).

Pietro da/del Morrone nell’apprendere la notizia, scrisse Marini, si spaventò è tremò tutto, sì perché non si conosceva atto à sì gran incarico, come perche era omnimamente contrario al suo instituto; & che ripieno di malinconia giorno è notte si lamentava, querelava è lagnava. […]. Conforme à questi suoi ragionamenti haveva anco deliberato nell’animo suo di fuggire il carico Pontificale & abandonare occultamente quel sasso è luogo, dove egli habitava, accioche non fosse trovato e tiratovi per forza. Riferiscono l’autori, ch’egli tentò di fuggire con un sol compagno, il quale scrive Francesco Petrarca vicino di quei tempi, che fù Roberto di Salle discepolo del Santo all’hora giovine (che poi divenne un grande essemplare di Satità, e quasi di austerità e fatti miracolosi superò il maestro.).

Petrarca descrisse il carattere di Roberto da Salle.

Una volta scoperti nel loro nuovo rifugio, Pietro di Angelerio e di Maria, dopo avere accettato la nomina, propose al giovane fra’ Roberto di seguirlo nella sua “nuova avventura”: ma circondato (fra’ Pietro, n. d. r.) dalla inopinata e subita moltitudine del popolo, non sperando di poter uscire delle sue mani, si rivolse al discepolo, e domandollo se voleva seguire per tal modo tirato e sforzato alle cose grandi; ma il discepolo. che avea imparato dal maestro di far poco conto del mondo, e d’amare Cristo e la virtù e la pace e il silenzio e la solitudine, mediante le quali si va al cielo, disse: << Io ti priego che tu mi perdoni, e che tu abia rispetto alla mia fatica e al mio pericolo, e che tu vogli più tosto avermi successore della povera cella e del sicuro ozio, che partecipe della ricca gloria e piena di ansiedate >>.

Infatti, l’umile discepolo Roberto, ricordò Telera, rifiutò la nomina cardinalizia promessagli da frà Pietro: Al quale invito l’intrepido e costantissimo discepolo, anche se capiva l’implicita offerta del grado Cardinalizio e dell’onore del ministro più confidente del Papato, non altrimenti condiscese, ma con disprezzo di sublime umiltà ricusò le grandezze del mondo, quasi vilissimo fango, per farsi certo possessore del Cielo. Onde la sua risposta fu che egli molto più di buon cuore lo supplicava di essere fatto successore del Morrone, che partecipe del Vaticano.

Il giovane fra’ Roberto rimase sul Morrone, ricordò Telera, nella stessa cella occupata dall’anziano Pietro da/del Morrone, mai immaginando del suo improvviso ritorno dopo 5 mesi per la rinuncia alla cattedra di Pietro e della tristezza che avrebbe provato per la successiva separazione causata dalla fuga del più che ottantenne Maestro verso uno dei porti della Puglia per sottrarsi alla persecuzione del nuovo papa Bonifacio VIII, preoccupato per lo scisma che si sarebbe potuto originare per la presenza di 2 Papi.

                       Papa Celestino V.                                       Papa Boniofacio VIII. (da Biografieonline).

L’ex papa Celestino V, povero ed umile, certamente era più amato e venerato del suo successore tanto odiato da Dante da collocarlo, ancora vivente, nell’VIII cerchio dell’Inferno, nella terza bolgia di Malebolge tra i simoniaci.

Il fuggiasco ed anziano Pietro non volle essere seguito da Roberto nella sua nuova e sfortunata fuga: fu costretto l’appassionato Roberto a restare in quella cella, avendo così disposto Celestino, scrisse Telera, affinchè non mancasse agli altri Monaci l’esempio di tutte le religiose virtù. Ed intanto si esercitava il Beato (Roberto, n. d. r.) in continue orazioni, per travagli e peregrinazioni, che l’estrema vecchiezza pativa il suo S. Padre il quale, dopo tante agitazioni, finì santamente la vita nel carcere di Fumone,il sabato del 19 maggio dell’anno 1296.

Roberto dopo la morte di Pietro rimase ancora 2 anni in Sant’Onofrio del Morrone per trasferirsi nel Monastero di S. Giorgio della Roccamorice e soggiornarvi per circa 12 anni. (vedi figura).

                                                      Monastero di San Giorgio-Roccamorice

Scrisse Telera: Ma non gli permisero più lunga quiete, poiché il gran talento che in esso i Superiori scorgevano ai negozi temporali, fu cagione che lo destinassero Procuratore del sacro Monastero di S. Spirito della Maiella, in data 11 luglio 1314 per restare fino all’anno 1317. (vedi figura a sn.Tripadvosir).

Successivamente, dando prova di grande saggezza nella sua attività, scrisse Telera, fece passaggio per obbedienza dei maggiori al Priorato di Santa Croce della Rocca di Montepiano o, come sostengono altri biografi, nel monastero di San Pietro Apostolo di Roccamontepiano (vedi figura), fabbricato, ricordò Telera, per volere di Roberto da Salle.

Stando a quanto scrisse Telera, Roberto da Salle dimostrò sempre grande obbedienza e disponibile: Non ebbe stanza permanente Roberto nel tempo che esercitava il già detto ufficio, ma da un Monastero all’altro si portava come bisogno richiedeva: Roma, Caramanico, Lama dei Peligni, Atessa, Gessopalena, Montepiano. (vedi figura).

Ed ecco giungere Roberto de Salle nella terra del comitatus  Molisii dove era nato il suo affezionato ed amatissimo Maestro: papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria.

Vi esistevano da lungo tempo i monasteri di Agnone, S. Maria della Maiella (anno 1292); Bojano, San Martino (anno 1290); Cerro al Volturno, San Giovanni (anno 1294); Isernia, S. Spirito (anno 1272); Trivento, S. Maria (anno 1290); Venafro, S. Spirito (anno 1294). (vedi figura, punti neri).

In base alla bibliografia antica, la laboriosa missione di Roberto de Salle si svolse soprattutto nel territorio oggi denominato Basso MOLISE, con la fondazione del monastero di Ss. Annunziata in Guglionesi intorno all’anno 1320 da cui dipendevano: S. Angelo in Termoli (anno 1320); S. Pietro Celestino Papa e Confessore in Montorio nei Frentani; S. Roberto di Morrone in Sannio; S. Pietro in Petrella Tifernina; S. Pietro in Limosano (1312). (vedi figura, punti rossi).

Inoltre ricordiamo, in quanto pare ristrutturata da Roberto di Salle la chiesa di S. Maria della Libera, in Campobasso, fondata, ma è improbabile (leggenda metropolitana), da fra’ Pietro di Angelerio e di Maria.

Le località (vedi figura) frequentate DAPPRIMA da PIETRO di ANGELERIO e di MARIA E, SUCCESSIVAMENTE, DAL DISCEPOLO ROBERTO DELLA SALLE nel comitatus Molisii. MAI STATO PRESENTE IN UNA LOCALITA’ DENOMINATA SANT’ANGELO RAVISCANINA O SOGGIORNATO PRESSO IL CONVENTO DI SANTA MARIA DELLA FERRARIA.

Carta canta e Catarina sona:

SUI PASSI DELL’EREMITA FRA PIETRO FIGLIO DI ANGELERIO E DI MARIA e del discepolo FRA ROBERTO DELLA SALLE.  (vedi figura). 

                                    

Le località visitate da Roberto della Salle nel territorio del Comitatus Molisii.

Per quanto riguarda la presenza e l’operosità di Roberto della Salle in Morrone del Sannio, leggiamo in www.morronedelsannio.com: DELLA CHIESA DI SAN ROBERTO. E’ costruita fuori dell’abitato e propriamente sotto Morrone verso Ripabottoni in località “le Schiavone”. E’ ad una sola navata abbastanza spaziosa e fu del monastero di San Pietro Celestino, del quale si vedono insigne vestigi vicino alla stessa chiesa. Il monastero fu in vigore della costituzione di Innocenzo X ed, al presente, è grancia del Venerabile priorato di questo ordine in “Oppidi Cellis Nisij” (Guglionesi) appartenente alla diocesi di Termoli. Da poco due statue lignee da lì furono trasferite ed accomodate e indorate nella chiesa matrice, cioè la statua della beatissima Maria Vergine di Monte Carmelo e la statua di San Pietro Celestino della quale si conserva una reliquia del Santo con l’indoratura.  […].

Che si conservi la statua di San Pietro Celestino sopra la chiesa madre, ove al passato si trova portandosi in processione ad essa chiesa di San Roberto il giorno del 19 maggio festa che si celebra ogni anno in onore di San Pietro Celestino e che dopo solennizzata la messa in quella si ritorni in processione in detta chiesa madre. Alla chiesa sono ammessi oneri di messa. San Pietro Celestino è il “Compatrono” di detta terra di Morrone.

Chiesa di s. Roberto. (ds. da www.morronedelsannio.com).

Il buon Roberto della Salle, per caso o per sua scelta, come già detto, svolse la sua missione in un territorio non lontano dal paese di origine di fra’ Pietro di Angelerio e di Maria: Sant’Angelo Limosano, l’antico castrum sancto angelo ricordato dalle biografie più antiche.

Roberto della Salle, avendo vissuto fino all’anno 1341 e condiviso la vita eremitica a stretto contatto con Pietro e con i confratelli a cui il santo eremita molisano era particolarmente legato, ossia fra’ Bartolomeo da Trasacco e fra’ Tommaso da Sulmona, autori della più accreditata delle sue biografia, la cosiddetta Vita C datata 1303-1306, conosceva BENE la localizzazione della sua patria, prima che altri biografi, suoi contemporanei, senza una testimonianza concreta, inventassero le località più diverse.

In ordine cronologico le località furono identificate in Molisium (1296-1314) ed in Sulmona (1270-1328); per poi arrivare alla pubblicazione della così detta Autobiografia (1300 ?), si stima redatta dallo stesso Pietro, dove non fu nominata la località di origine, bensì un castrum e non una civitas (quale era Isernia), una differenza non di poco conto per identificare la località della sua nascita.

L’Autobiografia offre un altro importantissimi indizio SEMPRE IGNORATO: il tempo impiegato dal giovane Pietro quando, abbandonato il monastero di Santa Maria in Faifolis o il suo luogo di nascita, si diresse a Castel di Sangro.

E’ scritto: Dopo un giorno di cammino …. Così, rimase solo (il giovane Pietro, n. d. r.). Camminando per un altro giorno, all’ora nona (ore 15, n. d. r.), giunse a Castel di Sangro.

Quanto descritto era conosciuto da Roberto della Salle, ma è SEMPRE ed ancora oggi, IGNORATO dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana; fa tifo UNICAMENTE per la città di Isernia: per andare a piedi da Sant’Angelo Limosano a Castel di Sangro si impiega una giornata più un’altra mezza giornata; per andare da Isernia a Castel di Sangro basta mezza giornata. (vedi figura).

Successivamente, tra gli anni 1303-1306, quindi vivente Roberto della Salle, la pubblicazione della Vita C, stimata essere la fonte più sicura per conoscere la vita di Pietro di Angelerio e di Maria, ricordò la localizzazione del monastero dove il giovane Pietro fu ospitato per il noviziato: quod vocatur Sancta Maria in Faifolis, quoa erat in provincia unde ipse exstiterat oriundus, cuius abbas dederat sibi primo habitum sanctae religionis.

Dopo la morte di Roberto della Salle, la maggioranza dei biografi di Pietro di Angelerio e di Maria si sentirono autorizzati, SENZA valide argomentazioni, alcune di esse perfino INVENTATE, a far nascere papa Celestino V in Isernia o in altre località.

Fu nel territorio di origine di papa Celestino V che Roberto volle vivere ed operarsi per il bene dei più bisognosi e costruire un monastero in Morrone del Sannio.

 Morrone del Sannio. Resti del monastero. (da www.morronedelsannio.com).         

Ma nulla sappiamo della una sua presenza nel castrum sancti angeli o nel monastero benedettino di Santa Maria in Faifolis; mentre la biografia di Telera ricorda i miracoli sia in vita che dopo la morte avvenuta nel Monastero della Terra chiamata Morrone al 18 di Luglio ad ora di nona, l’anno dell’umana salute 1341.

Ed i miracolati furono tanti anche se in alcune circostanze non è semplice identificare le località in cui avvennero: monastero del Morrone (sulla Maiella) o monastero del Morrone (del Sannio).

Tra i miracoli più significativi, Telera ricordò in occasione della presenza di Roberto in Campobasso, un certo Bartolomeo Molisi per impretare la salute d’un suo figliuolo chiamato Riccardo. Nella stessa Terra di Campobasso una Donna per nome Giburgagiacendo come un sasso immobile nel letto, uscì di letto con perfetta salute e ne resa grazie al Signore. Furono miracolati Giovanni Di Nicolò giovane prosperoso e Guglielmo Bordoni, il quale per molti anni giacque stroppiato, ed aveva i piedi rivolti ed attaccati alle cosce. Un altro Guglielmo portò la sua figlia chiamata Mobilia, che pativa di scrofole, fra le quali una era grossa quanto un uovo sotto la gola, per la quale correva pericolo della vita e come il Beato la segnò con la Croce, l’ascesso disparve e si ridusse al pari dell’altra carne.

Il beato Roberto dimorò, dove compì un miracolo, anche in Limosano, sicuramente nel monastero S. Petri Caelestini fondato nell’anno 1312, un centro distante poco più di 3. 800 km. da sancto angelo, il castrum dove era nato papa Celestino V: Ludovico Montano, che era rotto e non poteva senza la legatura camminare, raccomandato all’orazione del Beato per mezzo dell’Arciprete di Limosano, ove in quel tempo dimorava Roberto, recuperò la salute col solo segno della Croce.

Non è dato sapere se per una sua scelta o per assecondare la volontà del suo più illustre Maestro, anche il Beato Roberto non nominò MAI il piccolo castrum dove erano nato il santo papa confessore, pur avendo percorso in lungo ed il largo il suo territorio e preso dimora nelle vicine località del castrum Limosano, nel Monastero di Santa Maria in Faifolis ed in Morrone nel Sannio, sede del monastero da lui fondato.

Dalla cartina allegata si evince senza ombra di dubbio il territorio pertinente al Comitatus Molisi: UNICAMENTE DEGLI SPROVVEDUTI UOMINI DI CULTURA (sic) O DI CHIESA IGNORANO LA STORIA DEL TERRITORIO PERTINENTE AL REGNO ANGIOINO NEL PERIODO IN CUI VISSE IL NOSTRO SANTO FRATE: NATO NELL’ANNO 1209 (29 GIUGNO) NEL CASTRUM SANCTO ANGELO (Limosano), MORTO NEL CASTELLO DI FUMONE NELL’ANNO 1296 (19 MAGGIO), ALL’ETA’ DI 87 ANNI.

ESISTONO SOLO ED UNICAMENTE INDIZI, INDIZI, INDIZI, MAI VALUTATI ED ADDIRITTURA SOTTOVALUTATI E DERISI DAGLI AUTOREVOLI UOMINI DI CHIESA CHE, PUR DI NON ACCREDITARE LA NASCITA DI PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA, AL CASTRUM SANCTO ANGELO (Limosano), CONTINUANO INDIFFERENTEMENTE A SBALLOTTARE LE SUE SACRE SPOGLIE DA UNA LOCALITA’ ALL’ALTRA, DA UN TERRITORIO ALL’ALTRO, CON LE MOTIVAZIONI PIU’ BANALI E RIDICOLE.

Oreste Gentile.

GLI ANTICHISSIMI TERRAZZAMENTI SANNITI/PENTRI DI BOVAIANOM/BOJANO DIVENNERO VIE E VICOLI.

marzo 31, 2021

La sommità della collina dove oggi sorge Civita Superiore di Bojano, nei secoli XI-IX a. C. era la sede della 2^ fortificazione di Bovaianom, città madre e capitale del popolo dei Sanniti/Pentri; lungo le pendici della collina esposte a nord, oggi si notano diversi appezzamenti di terreno parzialmente coltivati, ma interessanti per la presenza di più di un terrazzamento al di sotto ed a di sopra della strada provinciale n. 100 da Bojano a Civita Superiore di Bojano. (vedi figura).

Da non confonderli con un muro di sostegno in cemento coperto dalla vegetazione, costruito intorno agli anni ’50 per bloccare un movimento franoso.

L’ipotesi della loro presenza si basa sull’esistenza, ancora oggi, di altri terrazzamenti in opera megalitica scoperti nel giardino del Palazzo Ducale, lungo la base della collina ed alla destra del tratturo Pescaseroli-Candela.

Un sopralluogo potrebbe confermare se questi terrazzamenti furono costruiti utilizzando dei grossi massi con le superfici più o meno lavorate, come erano solito fare i Sanniti/Pentri anche in occasione della fondazione della loro città madre e capitale, Bovaianom/Bojano, tra i secc. XI-IX a. C.: dalla sommità dell’attuale borgo di Civita Superiore di Bojano, con una serie di terrazzamenti in rozza opera poligonale, da est verso ovest, parallelamente, occuparono le pendici della collina esposte a nord per terminare sul lato destro del tratturo Pescasseroli-Candela, largo circa 110 mt. dove Bovaianom, stando a quanto ancora oggi resta delle sue mura, confinava con la vasta pianura di circa 100 kmq.. (vedi figura).

I terrazzamenti oggi sono sottratti alla nostra attenzione a causa della irregolare messa a dimora delle numerosissime piante di pino poste ad ogni ricorrenza della cosiddetta “Festa degli Alberi” e MAI diligentemente potate. (vedi figura). 

Le mura di terrazzamento avevano una triplice importanza: creavano e sostenevano una superficie pianeggiante su cui costruire le abitazioni, permettevano la coltivazione e davano la possibilità di predisporre i guerrieri per la difesa dell’insediamento. (vedi figure. 2^ figura: Terrazzamento delle mura poligonali sannite. da Telesianarrando.it. 3^ figura: Terrazzamento con strada e scalinata in territorio di Bojano).

Terrazzamenti con strada e scalinata lungo le pendici della collina

Le superfici orizzontali dei terrazzamenti furono utilizzate per il piano di calpestio dei vicoli ancora oggi esistenti nel centro storico di Bojano: si sviluppano da ovest verso ovest, grosso modo parallelamente al tratturo Pescasseroli Candela, oggi via Garibaldi, corso Umberto I, via Biferno. Da Porta Pasquino (ovest) a Porta san Biagio (est). (vedi figura).

Le vie più importanti sono denominate: 1. Via Corte Vecchia. 2. Via GargagliaVia ColleSalita Piaggia. 3. Via Erennio Ponzio che confluisce nella Via ColleSalita Piaggia. (vedi figura, colorazione gialla).

Probabilmente, anche la S. P. n. 100 dalla città di Bojano a Civita Superiore di Bojano, utilizzò per tratti più o meno lunghi, modificandoli, i piani dei terrazzamenti. (vedi figura).

provinciale

Un interessante disegno dell’abate Pacichelli (1703) ci mostra la città di Bojano all’epoca in cui egli visse: da est e ad ovest si notano le mura medievali con le porte di accesso. Il disegno evidenzia parzialmente l’antica urbanizzazione della città, iniziando dalla pianura dove era/è ubicata ancora oggi la chiesa cattedrale con gli altri edifici di culto ed edifici abitativi costruiti a ridosso delle mura medievali

Parallelamente ed all’interno delle mura medievali, nel disegno si notano gli edifici, anche di culto, costruiti a partire da ovest, ossia da Porta Pasquino, lungo corso Umberto I e via Biferno per terminare ad est nei pressi della chiesa costruita proprio su Porta san Biagio e nei pressi di una torre ancora oggi esistente a sud ed alla sinistra dell’ingresso della citata chiesa. (vedi figura).

Allo stato delle cose, la torre medievale fu costruita sulla superficie piana di un terrazzamento sito lungo le pendici della collina. (vedi figura).

Le mura medievali. I terrazzamenti. La torre.
Le mura medievali (rosso). I terrazzamenti (giallo). La torre (senape).

Pacichelli, con gli altri edifici localizzati nel suo disegno in terza fila, permette di identificare 2 terrazzamenti che oggi corrispondono al 2. Via GargagliaVia ColleSalita Piaggia ed al 3. Via Erennio Ponzio che confluisce nella Via ColleSalita Piaggia. (vedi figura).

Il suo disegno localizzò il palazzo vescovile tra corso Umberto I e via Gaspare Gargaglia, presso l’odierna chiesa di sant’Erasmo, già convento di Santa Chiara.

Iniziando un percorso in piano da ovest verso est, lungo corso Umberto I, notiamo che per superare i dislivelli tra i vari terrazzamenti la cui superficie pianeggiante aveva permesso, come già detto, la realizzazione delle vie, furono costruite delle lunghe scalinate in pietra (la maggior parte OGGI sostituite con  “strade” in betonelle)con direzione da nord a sud: era il vico o il vicoletto con diversa pendenza, ancora oggi esistenti. (vedi figure).

Prima di imboccare Corso Umberto I (ovest-est), dal Largo Episcopio (quota 488 mt.), inizia la via Numerio Decimio (nord-sud): a sinistra si procede sul terrazzamento utilizzato per costruire la Via G. Gargaglia (ovest-est, quota 495 mt.) e, successivamente, un altro terrazzamento  per realizzare la via Erennio Ponzio (ovest-est, quota 505 mt.).

Dopo il Largo Episcopio, e subito dopo l’inizio di Corso Umberto I (quota 493 mt.), sulla destra, c’è il Vico Lavinaro che permette di raggiungere la citata Via G. Gargaglia (quota 496 mt.). A Vico Lavinaro, segue Vico San Luigi (quota 491 mt.) con innesto ancora una volta con Via G. Gargaglia (quota 496 mt.) che a sinistra conduce in Piazzetta San Martino (quota 496 mt.).

La Piazzetta San Martino (quota 496 mt.) è dominata da un alto terrapieno (terrazzamento ?): da quota di 496 mt. raggiuge la quota 505 mt. dove c’è un giardino ed a quota 512 mt. la Via Erennio Ponzio (ovest-est), raggiungibile dalla piazzetta con una ripida scalinata (nord-sud). (vedi figura).

Tornando a percorre il Corso Umberto, dopo il vico San Luigi, il vico Malizia, a destra, di fronte alla medievale Porta di Visco, sale da quota 493 mt. a quota 501 mt. per incrociare Via Colle (ovest-est) e via Erennio Ponzio (ovest-est), dando inizio alla ripida Salita Piaggia (ovest-est). (vedi figure).

Anche le superficie piane degli altri terrazzamenti presenti lungo le pendici della collina e paralleli al tratturo Pescasseroli-Candela, furono utilizzati per costruire le vie (ovest-est), e collegate, dopo Corso Umberto I, con i vicoli (nord-sud) al Largo Duomo ed a Via Biferno.

Non esiste una documentazione bibliografica o archeologica per conoscere lo sviluppò urbano della Bovaianom, sannita/pentra e poco conosciamo della civitas sannita/romana Bovianum, tranne una descrizione di Appiano: la città era molto bella e difesa da 3 rocche, protagonista nell’anno 89 a. C., essendo stata scelta sede della 2^ capitale della Lega Italica in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).

La 1^ rocca fortificata si localizza sulla sommità di monte Crocella, a quota 1040 mt.; la civitas sannita/romana Bovianum si estendeva nella pianura; conservava il suo antichissimo insediamento, l’acropoli  sulla sommità della collina di Civita Superiore di Bojano, sua 2 ^ fortificazione ed includeva la 3^ fortificazione, identificata con la Contrada La Piaggia. (vedi figura).

Oreste Gentile.