CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.

IL TERREMOTO E’ UN ” CASTIGO DIVINO ” ?

novembre 7, 2016

Dal periodico Famiglia Cristiana:

< Una visione pagana, non cristiana. Offensiva per i credenti, scandalosa per chi non crede >. Da Oltretevere, dopo giorni di polemiche roventi, arriva l’intervento – pesantissimo – di condanna del Vaticano su uno dei conduttori di Radio Maria, il domenicano padre Giovanni Cavalcoli, che lo scorso 30 ottobre, a poche ore dal violento terremoto che ha devastato Norcia e Camerino provocando migliaia di sfollati, ha affermato che questi disastri sono un castigo divino per le          < offese >, parole di Cavalcoli, arrecate < alla famiglia e alla dignità del matrimonio con le unioni civili >.  A intervenire dalla Santa Sede è stato monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato: < Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede >, ha detto venerdì sera all’Ansa. Per Becciu queste posizioni sono < datate al periodo precristiano che non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo >. Impossibile quindi  < non chiedere perdono ai nostri fratelli colpiti dalla tragedia del terremoto per essere additati come vittime dell’ira di Dio. Sappiano invece – conclude – che hanno la simpatia, la solidarietà e il sostegno del Papa, della Chiesa, di chi ha un briciolo di cuore >.  

Non si tratta di essere credenti o non credenti, ma qualcuno dovrebbe spiegare perché nell’uso comune, quando accade qualcosa di spiacevole, istintivamente si dice   ” è un castigo di Dio “.

I credenti sono consapevoli che quanto di spiacevole accade può essere causato dalla    “trasgressione” ai “voleri divini”; i non credenti, con quella imprecazione, manifestano il loro disappunto.

Sorprende non poco la reazione di coloro che si professano credenti alla esternazione del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli.

Teologo è chi si dedica allo studio allo studio delle cose divine e del loro rapporto con quelle umane e naturali; egli, come tutti coloro che si professano credenti, crede nel diluvio universale, crede nei “castighi di Dio” verso il Faraone e gli Egiziani, crede in Sodoma e Gomorra: tutti avvenimenti illustrati con dovizia di particolari dalla Sacra Bibbia ed accaduti nella cosiddetta epoca                 < precristiana >.

Perché Dio in epoca < precristiana > fu così severo ed oggi, per chi si dice credente, dovrebbe essere permissivo ?

In epoca  < precristiana > è stato scritto: Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra. Allora Dio disse a Noè: < E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra per causa loro è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con al terra. >.

Oggi, in epoca < cristiana >, Dio dovrebbe tollerare coloro che quotidianamente sono dediti alla corruzione, alla violenza, alla perversione ?

Vogliono far intendere che dopo il soggiorno di Cristo sulla terra presso i mortali, Dio dovrebbe essere meno vendicativo, più permissivo, più misericordioso ?

Se non sbaglio, Mosè ricevette le Tavole dei 10 Comandamenti nell’epoca               < precristiana >, hanno ancora valore per i credenti che vivono l’attuale epoca           < cristiana > ?

Non è stato Gesù a dire: Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti, non sono venuto per abolire, ma per dare compimento ?

Disse ancora: sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso. […]. Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra ? No, vi dico, ma la divisione. […]. No, vi dico, se non vi convertite perirete alla stesso modo.

Addirittura disse: Chi poi dice al fratello: “stupido“, sarà sottoposto al sinedrio; chi gli dice “pazzo“, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.

Altro che perdono o misericordia !

Gesù oltre alle benedizioni, non proferì anche le maledizioni ?

Non disse: Quelli che vivono secondo la carne non possono piacer a Dio ?

Nella nostra  epoca < cristiana >, per il credente, Dio sarà misericordioso verso coloro che vivono secondo la carne ?

Non è stato Gesù ad invitare i peccatori alla conversione, senza la quale non si entra nel Regno e non ci sarà misericordia ?

Quale è stata la bestemmia del teologo ?

Ha affermato che questi disastri sono un castigo divino per le < offese > arrecate < alla famiglia e alla dignità del matrimonio con le unioni civili >: è solo il parere di uno che si professa credente; il non credente avrebbe < fatto spallucce > con un sorriso beffardo !

E’ da ritenere che se proprio la Chiesa non avesse sollevato il polverone, la                     bestemmia del teologo sarebbe passata inosservata, ma hanno voluto creare lo scandalo.

Oreste Gentile

SAN FRANCESCO NELLA CITTA’ DI ISERNIA ?

ottobre 29, 2016

La notizia della presenza di san Francesco nella città di Isernia fu documentata da Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, nella sua opera Memorie Historiche del Sannio (1644): Dopo ch’ebbe pigliato (san Francesco) molti luoghi nella Puglia, nel ritorno onorando di nuovo con la sua presenza queste parti, fondò altri tre (monasteri) nella Provincia di Benevento, cioè quello di Mirabella. Ovvero di Acqua putrida, di Avellino, e di S. Maria Oliveta nella Terra d’Apici, come afferma il Vandingo in detto anno. Indi giunto in Isernia anche vi fondò il Convento sotto l’invocazione di S. Stefano, secondo lo stesso Autore, ove etiandio al presente si vede una stanza, in cui dimorò per quel poco tempo. Che vi si trattenne. […]. Vi è anche la campana, che fu fatta nel 1259.

Come non credere all’arciprete Ciarlanti?

Ma, consultando il testo originale Annales Minor (1625-1654), di Lukas Wadding scopriamo che san Francesco non è mai stato nella città di Isernia, né vi fondò un monastero.

Wadding, scrisse:

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Si legge: 1 San Francesco era in Puglia ed aveva visitato il santuario di San Michele. 2 Nei pressi di Benevento città nella provincia terrae laboris fondò un monastero presso Mirabello (Acquae pitridae), un altro ad Avellino ed il terzo a sancta Mariae Oliveta, presso l’odierna Apice. Successivamente san Francesco si trasferì presso oppido vici Albi e in oppido Apostae giunse a Eugubium (Gubbio), in Umbria città antica….. .

E la sua presenza ed il monastero nella città di Isernia ?

La città fu ignorata da san Francesco, visto che Vadding, prima che il santo giungesse al santuario di Monte Sant’Angelo, tramanda la sua presenza nell’odierna Mignano Monte Lungo, precisando che era adiacente a campis Venafranis (Venafro); successivamente il santo si trasferì a Maddaloni.

fr2Ci sono stati studiosi che hanno voluto “sfruttare” quanto scritto da Ciarlanti per testimoniare la nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio nella città di Isernia, inventando l’incontro di san Francesco, presente nella città addirittura nel giorno di Pasqua del 3 aprile 1222: Il culto di S. Francesco fu molto in auge nell’età celestiniana. Secondo una tradizione si vuole che durante la venuta dell’assisiate in Isernia (1222, cfr. par. XVI e Ciarl., IV, 333) il Poverello avesse conosciuto fanciullo il futuro Celestino V il quale in quell’epoca aveva otto anni.

Altri hanno scritto: Era l’anno 1222: Francesco d’Assisi, di passaggio per Isernia, nota tra la folla che lo attornia e lo venera un bambino di poco più di sei anni. Gli si avvicina, gli sorride dolcemente, lo accarezza. Il bambino diventerà Papa: papa Celestino V.

Quanta poesia, quanta dolcezza in questa descrizione, ma la Storia è tutt’altra cosa.

L’inesattezza di Ciarlante è stata sfruttata da alcuni studiosi per accreditare alla città di Isernia sia la nascita di Pietro di Angelerio, sia un diverso anno di nascita da loro stimato essere il 1215, mentre le più antiche biografie tramandano l’anno 1209.

Sottraendo da 1222, anno della presenza in Isernia di san Francesco, gli 8 anni del fanciullo, si ottiene 1214; sottraendo da 1222 i più 6 o 7 anni del bambino, si ottiene 1216 o 1215.

Questo è quanto.

(nel blog vedi in merito altri articoli)

Oreste Gentile

 

IL “CAMMINO DEI SAFINI”. LA NASCITA DELLA “PRIMA ITALIA”.

ottobre 11, 2016

Se non ci fosse l’UNIONE EUROPEA condurremmo tutti una vita noiosa e soprattutto sedentaria.

Grazie a questo lungo elenco di itinerari approvati il “cittadino europeo” ha la possibilità di intraprendere un lungo e salutare cammino ……………. !

Da La via micaelica: importanza di un itinerario europeo di Gabriele Tardio, si apprende:

Con sede a Lussemburgo, esso nasce per “dare attuazione al programma degli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa”. Le attività svolte da questa istituzione comprendono il sostegno agli enti che propongono progetti per l’analisi delle azioni e la ricerca di partner europei; l’applicazione delle priorità della politica del Consiglio d’Europa in materia di itinerari culturali; la vigilanza sulle evoluzioni delle espressioni della cultura e la consulenza a chi sia intenzionato a presentare progetti sull’evoluzione del turismo culturale.

Lista degli itinerari già selezionati dal consiglio d’Europa: I Cammini di pellegrinaggio: I Cammini di Santiago. La Via Francigena. Habitat rurale nei Pirenei. Le Vie di Mozart. L’ itinerario Schickhardt. L’itinerario dei Cistercensi.

La rete dei siti cluniacensi. I Celti. Le Rotte dei Vichinghi. L’ Itinerario Wenzel. L’Itinerario Vauban. L’Eredità Al-Andalus. Le rotte dei Sefaradi. Itinerari europei del patrimonio ebraico. La Rotta del ferro nei Pirenei. Le rotte dell’olivo. La Via Regia. Itinerari europei del patrimonio delle migrazioni. Le Transversales. Teatri della Gioventù. Centri d’arte. Le Rotte dei Fenici. Gli Zingari. L’Umanismo. Le Luci del Nord. Le Città europee delle Grandi Scoperte. Il Barocco. Le rotte europee della setta e del tessile. I riti e le feste popolari in Europa. Il Libro e lo Scritto. L’itinerario militari fortificate in Europa: Il progetto della Via Carolingia è nato per rispondere al bisogno di ricercare e trasmettere il senso di appartenenza ad una comunità più grande, quale è l’Europa, seguendo il percorso del viaggio (da Aquisgrana a Roma).

Alle Associazioni delle Regioni interessate e, soprattutto, a quelle presenti nella città di Bojano, considerando l’importanza ed il ruolo svolto dalla nostra città nel periodo della nascita dei popoli di origine safina/sabina/sabella/sannita (vera sacrum), si offre l’occasione di proporre il cammino dei SAFINI che permise la nascita della Prima Italia.

il-cammino-dei-safini

Le regioni interessate dal percorso: MARCHE con la provincia di Ascoli Piceno; LAZIO con la provincia di Rieti; ABRUZZO con il suo territorio; il MOLISE con il suo territorio; CAMPANIA con le province di Benevento e di Avellino e la BASILICATA con i territori che a nord confinano con la Campania e la Puglia.

Tutti i territori interessati sono ricchi di Storia e di cospicue emergenze archeologiche: le necropoli, i santuari, i teatri.

I musei presenti nelle città e nei piccoli centri permettono di ammirare quanto seppero realizzare i popoli della cosiddetta Prima Italia: armi, monili maschili e femminili, monete e suppellettili in ceramica etc., etc..

Le Associazioni ed i burocrati non perdano l’occasione di proporre un itinerario quanto mai CULTURALE e salutare.

 

Oreste Gentile.

“VIA MICAELICA”: QUANTE NE SONO ESISTITE ? CHI CI CAPISCE E’ BRAVO.

settembre 30, 2016

 Le fonti bibliografiche e gli antichi itinerari tramandano che fin dall’epoca longobarda (VII secolo) la città di Benevento, capitale dell’omonimo ducato, era collegata con il santuario di Monte Sant’Angelo da un percorso denominato Via Sacra Langobardorum o via Micaelica o via dell’Angelo.

Oggi c’è la < smania > della novità che sta creando solo CONFUSIONE, disorientando lo studioso o il curioso.

Hanno deciso che NON esiste UNA Via Sacra Langobardorum o via Micaelica o via dell’Angelo, ma più itinerari con gli stessi nomi.

Giudicate voi.

Nel sito www.retecamminifrancigeni.eu/index.php, è scritto:

CAMMINO DELL’ARCANGELO (Via Micaelica da Benevento).  Sull’asse viario della Via Appia Traiana, a Benevento, si innesta un suggestivo cammino, detto CAMMINO dell’Arcangelo,   convergente al Santuario di San Michele nel Gargano, meta antichissima di pellegrinaggi da tutta l’Europa cristiana longobarda e germanica.

L’ultimo tratto, che coincide con la Via Micaelica  da Roma, è detto anche Via Sacra Langobardorum: un antico cammino, erede di ancora più antichi tratturi, che, staccandosi dalla via Appia Traiana all’altezza di Troia, permetteva di raggiungere, attraverso gli attuali S. Severo, Stignano, S. Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, il santuario di San Michele, al culmine del Gargano.

Concorda con quanto letto, la pubblicazione: La via Francigena della Capitanata. […] (2008), a cura di Vecchione, Pazienza, Russo, Infante, Longo, del Giudice e Guglielmi che hanno pubblicato l’itinerario percorso da Bernardo il Saggio nell’anno 870 .

Il percorso rosso corrisponde alla Via Sacra Langobardorum o la via Micaelica o la via dell’Angelo.

 

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L’ itinerario percorso dal Bernardo il Saggio nell’anno 870.

Il suddetto percorso dovrebbe corrispondere, nell’ultimo tratto, alla descrizione (da Benevento a Monte Sant’Angelo), dell’itinerario disegnato nella sottostante cartina (linea gialla): dal sito

www.angolohermes.com/Approfondimenti/San_Michele/Micaelica.html., così descritto: Tranche 3: da Roma a Monte Sant’Angelo. Roma – Castelgandolfo – Nemi – Velletri – Giulianello – Cori – Sermoneta – Sezze – Fossanova – Terracina – Fondi – Sperlonga – Sessa Aurunca – Francolise – Sant’Angelo in Formis (Capua) – Casertavecchia – Sant’Agata de’ Goti – Foglianise – Benevento – Buonalbergo – Aequum Tuticum – Troia – Lucera – San Severo – Santuario di Stignano – San Giovanni Rotondo – Monte Sant’Angelo.

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Dal sito L’ Angolo di hermes: L’itinerario (giallo)  S. Angelo in Formis-Benevento- Monte Sant’Angelo.

Oggi vengono proposti nuovi e diversi percorsi denominati via Micaelica che, identificando non UNO, ma 4 (quattro) itinerari per raggiungere Monte Sant’Angelo, escludono la città di Benevento ed altre storiche località .

Il sito PELLEGRINANDO documenta l’esistenza di più itinerari proposti da autori diversi, denominati via Micaelica.

giallo: itinerario Seracchioli – blu: itinerario D’Atti/Cinti – rosso: itinerario Iubilantes mattone: itinerario ministeriale.

giallo: itinerario Serracchioli blu: itinerario D’Atti/Cintirosso: itinerario Iubilantesmarrone: itinerario ministeriale.

Si legge (il grassetto è d. r.): L’ itinerario odierno non è ancora definito in modo univoco.  Non è ancora stata apposta la segnaletica orizzontale e verticale. Esistono luoghi di accoglienza povera prevalentemente in strutture religiose e luoghi di sosta in strutture private turistiche.

C’è un percorso “ufficiale” tracciato su iniziativa del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo, al quale hanno aderito le Regioni Lazio, Puglia, Molise e Campania: http://www.viefrancigenedelsud.it/it/. Sono scaricabili dal sito le tracce GPS ed è consultabile una mappa interattiva nella quale sono visualizzabili i percorsi, le strutture di accoglienza pellegrina e turistica.

Segue la descrizione dell’itinerario D’Atti/Cinti (blu): nella loro guida (vedi sotto) propongono un itinerario che differisce dal precedente nel tratto laziale e campano riunendosi con quello a Benevento e proseguendo sostanzialmente coincidente sino a Brindisi.   Da qui il cammino prosegue fino a Santa Maria di Leuca.

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Itinerario (rosso) D’Atti/Cinti

E’ l’UNICO, tra quelli che stiamo esaminando, che corrisponde alla descrizione tramandate dalle fonti bibliografiche e dai primi pellegrini, ossia l’antico ed originario percorso:

Benevento-Casalbore-Troia-Siponto-MonteSant’Angelo: Via Sacra Langobardorum o Via micaelica o via dell’Angelo.

L’itinerario di Angela Serracchioli, nella sua guida (vedi sotto) propone un itinerario francescano/micaelico che inizia a Poggio Bustone, termine del Cammino di Francesco per raggiungere Monte Sant’Angelo.   Questo percorso si snoda più a nord rispetto agli altri, partendo dal Lazio, attraversando Abruzzo, Molise e terminando in Puglia, sul Gargano.

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Itinerario (giallorosso) Serracchioli. (ripr.ne deformata)

In territorio Molisano l’itinerario della Serracchioli attraversa le località: Carovilli, Carpinone, Sant’Angelo in Grotte, Sant’Elena Sannita, Ripalimosani, Toro e Pietracatella.

Ignoro, fatta eccezione di Sant’Angelo in Grotte, se nelle altre località sia presente una antica testimonianza della devozione a San Michele; è certo che sono state trascurate altri centri del Molise in cui esistono strutture medievali dedicate all’Arcangelo.

Segue l’itinerario, così descritto: L’associazione “Iubilantes“ di Como ha realizzato nel 2002 un pellegrinaggio da Roma a Monte Sant’Angelo. L’itinerario ha seguito quello di Nikulas sino a Cassino. Di qui, anziché seguire a sud per il Matese e l’Irpinia, è salito nel Sannio, raggiungendo Lucera, San Severo, San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo.

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Itinerario (rosso) Iubilantes.

L’itinerario, correttamente, segue l’ originario, antico e tradizionale percorso seguito da Nikulas da Roma a Benevento per la via Latina/Casilina fino a Cassino: perché DOPO è salito nel Sannio, raggiungendo Lucera, San Severo, San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo ?

Più che del Sannio, si tratta del territorio della regione Molise pertinente ai Sanniti PENTRI che MAI è stato attraversato né dalla via Francigena (vedi articolo VIA FRANCIGENA DEL SUD ED IL MOLISE.), né dalla Via micaelica.

Inoltre, come accade per l’itinerario Serracchioli, l’itinerario Iubilantes nel territorio molisano ha trascurato località in cui ancora esistono strutture medievali che testimoniano il culto per San Michele: la cartina evidenzia unicamente Venafro, Montaquila, Bojano, Vinchiaturo, Ferrazzano, Riccia e Campodipietra; soprattutto l’itinerario molisano non corrisponde alla Via micaelica descritta dalle fonti bibliografiche e dai primi pellegrini.

Il sito Pellegrinado.it, prosegue nella descrizione (rosso e grasseto sono è d.r.): Anacleto, Mario, Rinaldo hanno percorso la Via Micaelica, sperimentando alcuni percorsi, verificandoli, proponendo variantiQuesta è la descrizione del loro cammino, proposto a chi voglia ripercorrerlo e segnale miglioramenti e precisazioni al tracciato.

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Itinerario Anacleto, Mario, Rinaldo.

Riassumendo, le tappe dell’ itinerario sono: Roma – Albano Laziale – Artena – Anagni – Alatri – Isola Liri – Atina – Colli al Volturno Santuario dell’Addolorata di Pastena VinchiaturoJelsi – San Marco La Catola – San Severo – San Giovanni Rotondo – Monte Sant’Angelo – Siponto.(I centri in grassetto rosso sono in territorio molisano).

  è una via Micaelica perché la meta è Monte Sant’Angelo, ma non corrisponde alla tradizionale ed originale via Micaelica che non attraversava il territorio della regione Molise e che esclude alcune località legate al culto di San Michele fin dal medioevo.

Dopo quest’ampia panoramica: quale è il percorso, il tracciato dell’antica ed originale via micaelica ?

Oreste Gentile.

 

L’ UNIONE EUROPEA E LA “VIA MICAELICA”.

settembre 29, 2016

Con la ricorrenza nel giorno 29 settembre in cui la chiesa celebra San Michele Arcangelo, insieme a Gabriele e Raffaele, esaminiamo le viae più importanti che hanno sempre permesso di raggiunge Monte Sant’Angelo in provincia di Foggia.

(Giovanni 1,45-51): […]. Natanaele esclamò; “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”.

Parafrasando l’esclamazione di Natanaele noi possiamo dire: Dall’Unione Europea può mai venire qualcosa di buono ?

Con i tanti problemi economici – finanziari e politici ancora da risolvere, L’UE non trova di meglio che emanare direttive su: la lunghezza delle banane, il diametro delle albicocche, un baccello non deve avere meno di 3 piselli, la curvatura dei cetrioli, il diametro “giusto” delle vongole, i decibel dei tosaerba per limitare l’inquinamento acustico.

Di recente, L’Ue ci impone il formaggio senza latte […]. In parole povere Bruxelles decide che per adeguarci alle schifezze in uso negli altri Paesi europei dobbiamo permettere anche noi la produzione del formaggio «zero latte». E per raggiungere questo bel risultato la Commissione Ue si è presa il disturbo e la fatica di mandarci una lettera ufficiale di messa in mora per infrazione. Non è così che si aumenta il prestigio e la legittimità delle istituzioni europee. Del resto Bruxelles ha già dato via libera al cioccolato senza cacao, al vino senza uva e alla carne annacquata.

Poteva mancare “una premurosa attenzione” dell’UE per la nostra cultura ?

Dal momento che l’Unione Europea ha iniziato a finanziare, come scrive il sito http://www.politichepiemonte.it/site/index, Il progetto Per Viam. Pilgrims’ Routes in Action, finanziato dall’Unione Europea, vede collaborare partner europei coinvolti nella valorizzazione degli itinerari di pellegrinaggio certificati dal Consiglio d’Europa al fine di migliorare la comunicazione, la visibilità e la fruibilità della Via Francigena e degli altri itinerari storici di pellegrinaggio quali il Cammino di Santiago di Compostela, quello di San Michele, la via di Sant’Olav, l’itinerario di San Martino di Tours, attraverso il coinvolgimento di dieci Paesi Europei ed il rafforzamento politico-istituzionale lungo l’asse Nord-Sud del Mediterraneo, sono nati, come i funghi dopo la pioggia ed il calore del sole, “nuovi ed ineditiitinerari di pellegrinaggio (?) che stravolgono quanto hanno tramandato le antiche fonti bibliografiche sui principali “itinerari” seguiti dai primi, veri pellegrini da non confondere con i moderni < camminatori >.

Oggi va molto di moda il cosiddetto “Pellegrinaggio (definito dal dizionario Sabatini Coletti: Viaggio verso un luogo sacro, fatto per devozione, penitenza, preghiera) culturale e religioso” che dovrebbe (sottolineo dovrebbe), seguire gli antichi itinerari per raggiungere le 3 mete principali: Gerusalemme, Roma, Monte Sant’Angelo Santiago de Compostella.

Per i pellegrini provenienti dal nord dell’Europa, d’obbligo era il passaggio e la sosta nella città di Roma, tanto che le vie per raggiungerla vennero denominate Romee ed una di esse, la via Francigena (vedi figura), soprattutto in epoca Longobarda, divenne la più importante per il collegamento con la città di Pavia, capitale del regno longobardo.

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dal sito L’Angolo di Hermes: La via Francigena.

Hanno scritto: L’Europa in cammino. Non esiste una sola via Francigena: vi sono bensì numerose vie di pellegrinaggio che portano questo nome, tracciate nel corso dei secoli dai popoli in movimento attraverso l’Europa. (vedi nel sito l’articolo VIA FRANCIGENA DEL SUD ED IL MOLISE.)

Allo stesso modo, con i finanziamenti (o direttive ?) dell’Unione Europea, la Storia dell’antica via per il Monte Sant’Angelo è stata stravolta: non esiste più UNA via micaelica, ma TANTE vie micaeliche.

In principio fu la Via Sacra Langobardorum.

Scrive Dalena (grassetto anche precedente è del redattore): Soprattutto dopo la vittoria sui bizantini nel 650, raccontata nel secondo episodio dell’Apparitio, i duchi di Benevento Grimoaldo I (647-671) e Romualdo I (662-687), con l’appoggio del vescovo di Benevento, Barbato, tra le iniziative legate alla promozione del culto micaelico, come la sua diffusione nella Longobardia maior e la realizzazione di luoghi di ricovero, resero più sicure le strade di pellegrinaggio in Terrasanta che prevedevano la sosta alla grotta dell’Arcangelo, dove pervenivano tramite il diverticolo “Troia-Siponto-Monte-Sant’Angelo”, denominato Via Sacra Langobardorum o, più comunemente, “Via dell’Angelo.[…].

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Via Sacra Langobardorum o Via dell’Angelo o Via Peregrinorum o Via Micaelica: Benevento (BN)-Troia (TR)-Siponto (SI)-Monte Sant’Angelo (S. M.). Vedi anche Itinerario di Bernardo.

Tra VII e VIII secolo è ricordato ancora il passaggio di alcuni pellegrini settentrionali per le strade maestre del Ducato (di Benevento, n.d.r. ) diretti in Terrasanta, come l’abate Thomas di Farfa all’inizio dell’VIII secolo, al ritorno, e San Magdalveo nel 757 che avrebbero seguito lo stesso itinerario compiuto dal monaco Bernardo tra l’867 e l’870. […].

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da  LA VIA FRANCIGENA NELLA CAPITANATA, autori vari: l’ Itinerario di Bernardo. (rosso-nero). La Via Sacra Langobardorum (rossa).

Lo stesso itinerario francigeno si inserisce, e non solo simbolicamente, dentro un altro grande itinerario di fede e devozione, denominato “Via dell’Angelo”, che collegava Mont-Saint-Michel (Normandia) al santuario micaelico del Gargano attraverso l’abbazia di San Michele della Chiusa in Val di Susa, fondata verso la fine del X secolo da pellegrini francesi diretti al santuario garganico.

Un’altra testimonianza di Dalena: Il monaco islandese Nikulas Saemundarson, abate del monastero benedettino di Thingeyrar, durante il viaggio a Gerusalemme effettuato tra il 1151 e il 1154 che Da Benevento il pellegrino islandese segue la direttrice Traiana/Francigena sino a Troia, da dove un diverticolo denominato ‘via Peregrinorum’, forse da identificarsi con l’antica via sacra Langobardorum, conduce a Siponto e al santuario micaelico del Gargano. L’itinerario prosegue verso Bari, per una sosta al santuario nicolaiano, e verso il porto di Brindisi lungo la direttrice adriatica attraverso le città costiere di Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta e Giovinazzo.

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Da la VIA FRANCIGENA NELLA CAPITANA, autori vari: L’ Itinerario di Nikulas Saemundarson (rosso-nero). Via Sacra Langobardorum (rossa).

Scrive Giuseppe Piemontese (sottolinea e grassetto il redattore), probabilmente dopo l’iniziativa (o direttiva) della Unione Europea: Recentemente, tuttavia, attraverso alcune pubblicazioni (Corsi, Infante, Bertelli) riguardanti i percorsi su cui sono sorti gli insediamenti micaelici in Italia, si tenta di sottovalutare o negare del tutto l’importanza della Via Sacra Langobardorum, confutandone il significato e la stessa esistenza.

Il tutto a vantaggio di una generalizzazione degli itinerari micaelici, sorti lungo la Via Francigena. Noi invece, siano convinti che fu propria la presenza dei Longobardi nell’Italia meridionale a dare origine alla Via Sacra Langobardorum, che era ben differente dal percorso canonico della Via Francigena o Via Francesca. Con i Longobardi, infatti,  si ebbe un grande sviluppo del pellegrinaggio micaelico da Benevento al Gargano, tanto da creare una vera e propria “strata peregrinorum“, che prenderà, in seguito, la denominazione di Via Sacra Langobardorum.

E tale noi la chiameremo, in quanto la presenza  qualificante e determinate dei Longobardi nell’Italia centro-meridionale, ha determinato la nascita di una vera e propria civiltà e cultura legata al culto micaelico, civiltà che sopravvivrà anche dopo la scomparsa della Longobardia Maior, ad opera di Carlo Magno (742-814), mentre essa continuerà nella Longobardia Minor, fino all’XI secolo, con al centro la città di Benevento, da cui parte e si sviluppa la Via Sacra Langobardorum.

Del resto di una “strata peregrinorumlongobarda,  si parla già al tempo della regina Ansa, moglie di Desiderio (756-774), la quale aveva dato disposizione affinché i pellegrini diretti al santuario di San Michele sul Gargano avessero la massima protezione da parte delle autorità. Ciò lo si ricava dall’Epitaphium Ansae reginae, riportato dallo storico longobardo Paolo Diacono nella sua opera Historia langobardorum.

Inoltre lo stesso percorso, che va da Benevento verso il Gargano, attraversando i territori di San Severo, la valle di Stignano, la gola del torrente Jana presso San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, lo troviamo, quale strada di pellegrinaggio micaelico, in un documento dell’849, intitolato Redelgisi et Siginulfi Divisio Ducatus Beneventani, in cui, in seguito alla divisione del ducato di Salerno dal principato di Benevento, si fa esplicito riferimento al pellegrinaggio che si era sviluppato verso il santuario garganico.

Con tale accordo i beneventani si impegnavano a consentire ai salernitani l’attraversamento indisturbato dei propri territori per poter raggiungere il santuario garganico. In seguito abbiamo diversi altri  documenti che attestano l’esistenza di una via sacra verso il santuario garganico (sacra perché nel santuario micaelico vi era la prerogativa dell’indulgenza plenaria).[…].

In tutti gli altri casi, come abbiamo visto, il pellegrinaggio diretto verso il santuario di San Michele si chiamava Via Francesca e nella dizione popolare Via Sacra Langobardorum.

Via Francigena del sud è una qualifica, quindi, indistinta e generalizzante, che comprendeva l’intero percorso viario del pellegrinaggio cristiano dalla Francia fino a Roma. Mentre quello più specifico riguardante Benevento e il Gargano, sia lungo la direttiva della Litoranea che quella dell’Appia-Traiana,  poteva essere chiamata, come lo intendiamo noi, come Via Francesca o più propriamente Via Sacra Langobardorum, che costituiva un itinerario specifico riguardante l’Italia meridionale, con riferimento esclusivo al santuario micaelico.

A tale proposito, ricorda Piemontesi, così scrive G. Otranto: “Tra le tante strade secondarie che facevano corona alla Traiana, assunse particolarmente importanza la cosiddetta Via Sacra Langobardorum, denominazione che non ha riscontro in epoca medievale, ma viene abitualmente usata dagli studiosi moderni per indicare la via che penetrava nel Gargano da sud-ovest e che era percorsa principalmente dai Longobardi di Benevento per raggiungere la grotta dell’angelo di cui erano particolarmente devoti: per questo fu definita sacra. Nel tratto terminale, passava per l’antica Ergitium, nelle vicinanze di San Severo, attraversava la valle di Stignano, raggiungendo l’attuale convento di San Matteo a San Marco in Lamis, per poi proseguire verso San Giovanni Rotondo, da dove, attraverso la valle di Carbonara, convogliava i pellegrini, che confluivano da tanti  diverticula laterali, verso al grotta-santuario”.

Evidentemente l’assunzione del culto micaelico da parte dei Longobardi venne ad incidere positivamente sullo sviluppo sociale e culturale delle popolazioni meridionali, ampliando e intensificando la rete viaria fra Benevento e il Gargano, attraverso la nascita di quella che sarà per antonomasia chiamata la Via Sacra Langobardorum, che costituirà una delle costanti principali di tutto il pellegrinaggio medievale e che diventerà una delle vie principali nel contesto storico-geografico fra Oriente ed Occidente.

Scrive il sito Iubilantes.it (sottolinea e grassetto del redattore): Via Micaelica italiana e europea. La Via Micaelica: importanza di un itinerario europeo. Destinazione: il monte dell’Angelo. […]. Il nostro percorso per Monte S. Angelo vuole essere, nelle nostre intenzioni, non solo un tratto dell’antichissima Via Sacra Longobardorum ma anche la via italiana verso la Terrasanta. Come la Via Francigena, riconosciuta nel 1994, e il Cammino di Santiago, riconosciuto negli anni ’80, anche il Cammino verso il Monte dell’Angelo dovrebbe essere riconosciuto dal Consiglio d’Europa come Itinerario Culturale Europeo [riconoscimento ottenuto nel 2007, N.d.R.].

Fa riflettere il fatto, non certo casuale, che un percorso più ampio sulle tracce dei Monti dell’Angelo porta inevitabilmente ad una dimensione transeuropea e agli avamposti più cruciali della cristianità: a Mont St. Michel in Normandia, avamposto verso il nord; alla Sacra di San Michele, avamposto nelle Alpi; e infine, appunto, a Monte S. Angelo, avamposto verso l’oriente. Le grandi rotte di pellegrinaggio hanno fatto la comune civiltà europea. E certamente la Via MICAELICA è stata una di queste. A questo dovremmo lavorare. Bisogna riportare la gente a riscoprire le più antiche tradizioni, e a farlo camminando sulle antiche strade che hanno fatto l’Europa: questo è l’obiettivo concreto al quale ci piace lavorare.” […].

Il cammino  “verso il monte dell’Angelo”, o Via Micaelica, è un percorso storico fondamentale per la storia italiana ed europea.

Dall’VIII al XIII secolo, dai tempi longobardi  e per tutta la Pax normanna l’itinerario terrestre attraverso l’Italia in direzione Gerusalemme è stato quello che portava ai porti della Puglia. L’itinerario si snodava principalmente lungo l’asse viario Appia, Casilina (Casamari – Montecassino), Appia Traiana, Via Sacra Langobardorum (San Severo- Monte Sant’Angelo).

Quello, appunto, ripercorso dal pellegrinaggio Iubilantes.

Nulla da eccepire dopo questa dettagliata e documentata premessa, ma l’itinerario che esamineremo, proposto da Iubilantes, stravolge il percorso dell’antico itineraro su descritto con dovizia di particolari.

L’ itinerario Iubilantes disegnato (rosso) nella cartina inizia da Roma, prosegue lungo la via Casilina (Casamari-Montecassino), poi devia, abbandonando la tradizionale via Appia Traiana e la Via Sacra Langobardorum, citate nella descrizione, verso la città di Venafro e proseguire nel territorio interno della regione Molise.

L’itinerario Iubilantes (linea rossa): prima di Mignano Monte Lungo, devia per Venafro e prosegue nel territorio della regione Molise fino a Monte Sant’Angelo-Manfredonia-Barletta.

L’ itinerario Iubilantes (linea rossa): prima di Mignano Monte Lungo, devia per Venafro e prosegue nel territorio della regione Molise fino a Monte Sant’Angelo-Manfredonia-Barletta.

L’itinerario proposto da IubilantesLa “Via Micaelica” può diventare, merita di diventare, un itinerario dello spirito e della cultura da riproporre alla comunità mondiale. Come per il Cammino di Santiago, percorso da migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; come  per la Via Francigena, nella cui valorizzazione l’Associazione Iubilantes è da tempo fortemente impegnata, così dovrebbe essere per questo straordinario percorso, che può essere definito – e lo è davvero in numerosi antichissimi documenti – la “via Francigena” del Sud, la via italiana verso la Terrasanta.

Lo testimoniano numerosi itinerari, a partire dall’Itinerarium Bernardi monaci franci (870) che fondò Mont St. Michel recando con sé “reliquie” dal santuario garganico; autorevole e celebre l’itinerario di Nikulas de Munkathvera, abate islandese (1154) che, dopo essere giunto a Roma percorrendo la Francigena, si imbarca in Puglia dopo avere seguito il consueto itinerario Appia – Casilina – Monte S. Angelo. Lo testimonia l’esperienza dello stesso San Francesco, anch’egli pellegrino al Santuario garganico di San Michele nel suo percorso missionario verso la Terrasanta.

Purtroppo le testimonianze di Berardi monaci e Nikulas de Munkathvera, giustamente invocate da Iubilantes, non corrispondono all’itinerario che essi propongono attraverso il territorio interno della regione Molise.

LA “VIA FRANCIGENA DELLA CAPITANATA” STUDIO PER UN PROGETTO DI VALORIZZAZIONE TURISTICA ED ECONOMICA DEL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI FOGGIA Vincenzo Vecchione, Pasquale Pazienza, Massimo Russo, Renzo Infante, Luigi Longo, Michele Del Giudice e Raffaele Guglielmi. Quaderno n. 14/2008, permette di ristabilire la verità sugli antichi itinerari che dalla città di Roma raggiungevano Monte Sant’Angelo ed i porti della Puglia.

L’ Itinerarium Bernardi monaci franci dell’anno 870, citato da Iubilantes ed illustrato in precedenza, è stato pubblicato dal su citato Studio:

2. ITINERARIO DEI LUOGHI SANTI DI BERNARDO IL SAGGIO (870)

2. ITINERARIO (linea nera) DEI LUOGHI SANTI DI BERNARDO IL SAGGIO (870).

Bernardo intraprende il viaggio da Roma e anche se non menziona tutte le tappe del viaggio, sembra probabile che egli segua la via Traiana fino a Troia, da dove si dirama l’antica strada per raggiungere il porto di Siponto, e di lì affronti la salita sino al santuario micaelico. […].

Studio che ha pubblicato anche l’itinerario di Nikulas de Munkathvera citato  da Iubilantes: autorevole e celebre l’itinerario di Nikulas de Munkathvera, abate islandese (1154) che, dopo essere giunto a Roma percorrendo la Francigena, si imbarca in Puglia dopo avere seguito il consueto itinerario Appia – Casilina – Monte S. Angelo. Lo testimonia l’esperienza dello stesso San Francesco, anch’egli pellegrino al Santuario garganico di San Michele nel suo percorso missionario verso la Terrasanta.  La descrizione e la figura allegata smentiscono il passaggio per il territorio interno della regione Molise.

3. L’ITINERARIO DI PELLEGRINAGGIO AI LUOGHI SANTI DI NIKULAS DI MUNKATHVERA, ABATE ISLANDESE (1151-1154).

3. L’ITINERARIO (linea nera) DI PELLEGRINAGGIO AI LUOGHI SANTI DI NIKULAS DI MUNKATHVERA, ABATE ISLANDESE (1151-1154).

Dopo quanto esaminato, un cultore di Storia resta davvero confuso.

Il sito L’Angolo di hermes, ne I segreti di San Michele. La via Micaelica, descrive la Trache 3: da Roma a Monte Sant’Angelo: Sermoneta–Sezze–Fossanova–Terracina– Fondi–Sperlonga-Sessa Aurunca–Francolise–de’ Goti–Foglianise–Benevento– Buonalbergo-Aequum Tuticum–Troia–Lucera-San Severo-Monte Sant’Angelo, non fa altro che ricordare il percorso della via Appia (con una deviazione per Foglianise) e della Via Sacra Langobardorum o via Micaelica da Benevento a Monte Sant’Angelo.

Consultando il sito Pellegrinando|Francigena del Sud e Via Micaelica http://www.pellegrinando.it › Cammini in Italia e in Europa, abbiamo la testimonianza di ciò che sta accadendo da quando l’ Unione Europea ha iniziato il finanziamento, il recupero e la valorizzazione delle antiche viae percorse dai pellegrini dalla città di Roma a Monte Sant’Angelo ed ai porti della Puglia.

Hanno scritto (grassetto del redattore) giustamente: Viene chiamata Via Micaelica, o Via dell’Angelo, se la si considera la Via che collega Roma con Monte S. Angelo, ove si trova l’antichissimo santuario ipogeo di San Michele. Sempre più spesso, anche se impropriamente, viene chiamata “Francigena del Sud” se la si considera l’ideale prosecuzione della via che collega il nord Europa con Roma.  Il suo tracciato segue l’itinerario della romana Via Latina (detta più comunemente Casilina) o della Via Appia fino a Capua e lungo la Via Appia Traiana.

Tra il 1151 ed il 1154 Nikulas di Munkathvera, abate islandese del monastero di Thingor, si recò in pellegrinaggio a Roma e a Gerusalemme e scrisse un diario accurato nel quale descrisse itinerari, varianti di percorso, luoghi visitati. Oltrepassata Roma l’abate scelse la Via Latina in quanto la Via Appia nel tempo si era andata impaludando nell’area Pontina; passò da Frascati, Ferentino, Ceprano, Aquino, Capua, Montecassino, Benevento, Siponto, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Bari. Un’altra descrizione di questo percorso è stata lasciata dal re francese Filippo Augusto che, tornando alla fine del secolo XII dalla terza crociata, sbarcò ad Otranto, seguì la costa pugliese percorrendo poi la via Appia Traiana e la Via Latina, in un percorso coincidente in sostanza con quello di Nikulas.

Questa direttrice di viaggio ha garantito, fin dall’epoca romana, un collegamento tra il mediterraneo orientale e Roma. Le navi potevano attraccare ad Otranto, Brindisi, Bari, Siponto. Le vie consolari, nonostante l’abbandono seguito alla decadenza e poi alla caduta dell’impero romano, che ne garantiva la continua manutenzione, conducevano a Roma e, attraverso la Via Francigena, all’Italia e all’Europa del nord. Questa direttrice fu quindi utilizzata per scopi commerciali, civili, bellici oltre che come via di pellegrinaggio.

Anche su questa Via erano presenti luoghi di ospitalità e protezione dei viandanti e dei pellegrini. Diversi ordini cavallereschi e congregazioni ospitaliere assicuravano questo servizio, stimolati a questo dallo slancio religioso costituito dalle sette Crociate che, fra l’XI ed il XIII secolo, fecero transitare nell’Italia del sud eserciti, volontari, pellegrini, uomini di chiesa. La necessità di provvedere anche al sostentamento di queste persone spinsero questi ordini religiosi e cavallereschi ad intraprendere attività agricole e commerciali.

I principali ordini cavallereschi su questa via erano i Templari, i Cavalieri Teutonici, gli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Le principali congregazioni ospedaliere erano l’Ordine di Santo Spirito, i Cruciferi, e Betlemiti.

A questa dettagliata descrizione seguono i disegni di alcuni itinerari (vedi cartina in basso), ma alcuni di essi NULLA hanno a che fare con i percorsi  precedentemente descritti ed utilizzati ab antiquo dai pellegrini ricchi o poveri, dai commercianti, dai vari ordini cavallereschi, dai papi, dai re e dagli imperatori. (per saperne di più vedi articolo Chi ci capisce è bravo.)

giallo: itinerario Seracchioli – blu: itinerario D’Atti/Cinti – rosso: itinerario Iubilantes mattone: itinerario ministeriale.

Itinerari pubblicati da Iubilantes: giallo: itinerario Seracchioli – blu: itinerario D’Atti/Cinti – rosso: itinerario Iubilantes mattone: itinerario ministeriale.

L’itinerario dell’antica via Micaelica tramandato dalla Storia, percorso e descritto nei minimi dettagli dagli antichi pellegrini nobili e plebei è sopravvissuto a tutte le epoche ed alle vicende che hanno interessato l’Italia centro-meridionale, quale è lo scopo di proporre delle varianti a quanto è stato già sperimentato, verificato e proposto ab antiquo ?

Da Roma, centro della cristianità, dapprima con la via Appia e successivamente con la via Latina o via Casilina, i pellegrini avevano al possibilità di visitare e sostare presso le abbazie di Casamari, di Montecassino ed altre meno importanti, fino a raggiungere la città di Benevento, capoluogo del ducato longobardo, per visitare la famosa basilica di Santa Sofia, le tombe dell’apostolo Bartolomeo, di san Barbato e venerare le reliquie di altri Santi.

Da Benevento la via Sacra langobardorum o via Micaelica o via dell’Angelo permetteva un rapido ed agevole percorso per raggiungere Monte Sant’Angelo: 3 denominazioni diverse , ma hanno sempre identificato un unico antico ed originale percorso.

La smania del nuovo, stravolgendo la Storia: hanno creato dei nuovi itinerari denominandoli “via micaelica” che nulla hanno a che fare con il percorso dei primi pellegrini il cui unico scopo era la visita e la sosta in luoghi ritenuti “santi”.

Oreste Gentile

 

 

Oreste Gentile.

I “SANNITI” REALIZZAVANO. I “POLITICI” PROMETTONO ! I TRATTURI (IERI) E LE STRADE STATALI (OGGI). SI STAVA MEGLIO, QUANDO SI STAVA PEGGIO !

settembre 15, 2016

Tanti incontri, tante chiacchiere, tante promesse e, soprattutto, quanto tempo perso !

Non sanno più cosa inventarsi per la crescita economica e sociale delle nostre Regioni; ora è la volta della costruzione di nuove strade per migliorare il movimento di uomini e di mezzi.

Hanno impiegato circa 30 anni per realizzare 2 S. S. dette “fondovalli” : La Bifernina (S. S. 647, in figura n. 1) da Bojano (CB) a Termoli (CB) e la Trignina (S. S. 650, in figura n. 2) da Isernia a S. Salvo (CH), per migliorare i collegamenti tra la costa adriatica e l’entroterra (Molise, Abruzzo, Lazio e Campania).

Intorno agli anni ’70 iniziarono i lavori della “fondovalleSangritana (S. S. 652, in figura n. 3) che collega Fossacesia (CH) a Castel di Sangro (AQ), non ancora ultimati nell’anno 2016.

Oltre alla S. S. Adriatica che corre lungo la costa adriatica e la “A 14”, autostrada adriatica, le altre S. S. presenti in Abruzzo e Molise sono: la S. S. 17 “Appulo Sannitica” (in figura S.S. 17, linea gialla) che si origina presso Antrodoco (RI) e giunge a Foggia, seguendo a grandi linee il tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela (in figura linea verde); è disegnata nella Tabula Peutingeriana (in figura linea gialla) del III sec. d. C, come via consolare Minucia da Corfinio (AQ) a Brindisi.

La S. S. 87 “Sannitica” (in figura linea gialla) da Napoli a Termoli (CB), nel tratto molisano segue il tracciato del tratturello Matese-Cortile- Centocelle ed è presente nella Tabula Peutingeriana con il tracciato Bobiano/Bojano-ad canales/Baranello-ad pyr-Campolieto-geronium/Gerione/Casacalenda (vedi figura).

La S. S. 6 dir. (in figura linea azzurra) da San Pietro in Fine (CE) a Venafro (IS) e la S. S. 85 da Venafro ad Isernia. Disegnata anche nella Tabula Peutingeriana.

La S. S. 158 della “Valle del Volturno” (in figura linea senape) dal bivio di Roccaravindola (IS) (o bivio Monteroduni) ad Alfedena (AQ)-Castel di Sangro (AQ), disegnata nella Tabula Peutingeriana per un breve tratto che si origina da ad Rotas (Monteroduni) e si ferma all’Appennino.

La S. S. 86 “Istonia” dal bivio di Fòrli del Sannio (Is), presso S. S. 17, prosegue per Agnone (IS) e giunge a Vasto (CH).

Queste sono le strade più importanti che interessano il territorio del Molise ed una parte del territorio dell’Abruzzo.

I loro tracciati risalgono alla preistoria quando gli animali, migrando al cambiamento di stagione dagli altopiani abruzzesi e molisani alla vasta pianura dauna, tracciarono diversi itinerari: i tratturi.

1. Tratturo Pescasseroli- Candela. 2. Tratturo Castelo di Sangro-Lucera. 3. Tratturello del Matese-Cortile-Centocelle. 4. Tratturo Celano-Foggia. A. Sprondasino-Castel del Giudice. B. Ateleta-Biferno. 5. Centurelle-Montesecco. 6. L’Aquila-Foggia.

1. Tratturo Pescasseroli- Candela. 2. Tratturo Castelo di Sangro-Lucera. 3. Tratturello del Matese-Cortile-Centocelle. 4. Tratturo Celano-Foggia. A. Sprondasino-Castel del Giudice. B. Ateleta-Biferno. 5. Centurelle-Montesecco. 6. L’Aquila-Foggia.

Nelle epoche storiche, alcuni dei percorsi tratturali furono utilizzati dai Romani per costruire importanti vie consolari ancora in uso nelle epoche successive e fino all’epoca moderna quando, con le opportune modifiche, divennero le Strade Statali. La più antica rappresentazione di alcune di esse è documentata dalla Tabula Peutingeriana del III secolo d. C..

Tabula Peutingeriana (III sec.): in evidenza (linea gialla) le strade i cui tracciati sono stati utilizzati dalle moderne Strade Statali riportate nella soprastante figura. [da sinistra verso destra: VE = Venafro. Punto nero = ad Rotas (Monteroduni). C. S. = Castel di Sangro. IS = Isernia. Punto rosso = Cluturno (Santa Maria del Molise). BO = Bojano. Punto nero = Hercul Rani (Campochiaro). Punto nero = Sepinum (Sepino)]. [da BO = Bojano in alto verso sinistra: punto nero = ad Canales (Baranello). Segue punti neri = ad Pyr (Campolieto) e Geronum (Casacalenda).

Tabula Peutingeriana (III sec.): in evidenza (linea gialla) le strade i cui tracciati sono stati utilizzati dalle moderne Strade Statali riportate nella soprastante figura. [da sinistra verso destra: VE = Venafro. Punto nero = ad Rotas (Monteroduni). C. S. = Castel di Sangro. IS = Isernia. Punto rosso = Cluturno (Santa Maria del Molise). BO = Bojano. Punto nero = Hercul Rani (Campochiaro). Punto nero = Sepinum (Sepino)]. [da BO = Bojano in alto verso sinistra: punto nero = ad Canales (Baranello). Segue punti neri = ad Pyr (Campolieto) e Geronum (Casacalenda).

Lo stato attuale delle principali vie di comunicazione tra l’Abruzzo ed il Molise (figura).

Stato attuale: 1. S.S. 647 “Bifernina” Bojano-Termoli. 2. S. S. “Trignina” S. Salvo-Isernia. 3. S. S. “Sangritana” Fossaceca-Castel di Sangro. 4. Fondo valle Verrino: “Trignina” - Agnone. 5. “Fresilia”: Bifernina - Frosolone. T. (verde) tracciato tratturo. P. (giallo) via nella Tabula Peutingeriana. S. S. 17 e 87 (strade statali odierne). S. S. 156 (strada statale Volturno). C. S. Castel di Sangro. IS Isernia. VE Venafro. BO Bojano. 4. (azzurro) S.S. Venafrana.

Stato attuale: 1. S.S. 647 “Bifernina” Bojano-Termoli. 2. S. S. “Trignina” S. Salvo-Isernia. 3. S. S. “Sangritana” Fossaceca-Castel di Sangro. 4. Fondo valle Verrino: “Trignina” – Agnone. 5. “Fresilia”: Bifernina – Frosolone. T. (verde) tracciato tratturo. P. (giallo) via nella Tabula Peutingeriana. S. S. 17 e 87 (strade statali odierne). S. S. 156 (strada statale Volturno). C. S. Castel di Sangro. IS Isernia. VE Venafro. BO Bojano. 4. (azzurro) S.S. Venafrana.

La S. S. “Sangritana”, Fossacesia – Castel di Sangro, iniziata all’incirca nel 1970 non è ultimata, ma in più di un incontro a scadenze pluriennali, si è discusso di una nuova strada definita “transcollinare” o “dorsale appennica”, il cui tracciato (nella cartina tratteggio bianco) dovrebbe essere parallelo alla S. S. 17 (linea gialla), ma più a nord-est verso la costa adriatica, utile per collegare le 3fondovalli” (nella figura: la 1. la 2. e la 3. ancora da completare).

collinareLa nuova strada denominata “transcollinare” o “dorsale appenninica”, è considerata un opera di primaria importanza tant’è che se ne discute da più anni.

Cronologicamente, si ricorda che nel dicembre 2009 il sito www.mynews.it/sotto-costa pubblicava: Oggi, nella sede del Consiglio regionale d’Abruzzo, i rappresentanti delle Regioni Marche, Abruzzo e Molise e delle Province di Ancona, Macerata, Fermo, Ascoli Piceno, Teramo, Pescara, Chieti e Campobasso hanno firmato il Protocollo d’intesa che costituisce il primo concreto passo verso la realizzazione della Dorsale Marche – Abruzzo – Molise, un corridoio stradale che, nella sostanza, riprende la vecchia idea progettuale della transcollinare ed ha lo scopo di mettere in collegamento le aree interne delle tre regioni interessate. Sottolineando: Con questa nuova arteria stradale verranno messi in collegamento tra loro le strade di fondovalle che costituiscono le principali infrastrutture di collegamento trasversale. Ad esempio, nel Molise, si avrà finalmente un raccordo fra la Trignina ( S.S. 650) e la Bifernina (S.S. 647) . Dobbiamo tener conto, che l’assenza di grandi vie di comunicazione ha penalizzato le nostre aree interne, determinandone lo spopolamento. Solo con un raccordo veloce fra la montagna e la costa sarà possibile frenare l’esodo di popolazioni verso la costa.[…].

La dorsale Marche – Abruzzo – Molise rientra nelle opere di interesse nazionale in quanto infrastruttura strategica a valenza interregionale. Le opere previste in Molise avranno il costo presumibile di 18 ml. di euro. 

Considerando la fondamentale importanza della nuova arteria stradale, la cosiddetta “prima pietra” dovrebbe avere già una sua giusta collocazione ed invece, nell’anno 2016, siamo ancora al punto 0 (zero); solo: parole, parole, parole !

Il 10 settembre dell’anno 2016 TERMOLIlive ore 23.00, ha pubblicato: Una transcollinare per collegare Bifernina, Trianina e Val di Sangro.

Per l’occasione il Presidente della regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, ha annunciato l’approvazione del progetto definitivo per il completamento della Fondovalle Sangro, un arteria importante anche per il Molise. “Un grande traguardo – commenta Maurizio Cacciavillani, responsabile enti locali per il Molise-, ma ora è il momento di pensare al collegamento delle tre arterie principali della regione molisana, al fine di congiungere il capoluogo Campobasso con la Val di Sangro, zona di fondamentale importanza anche per i molisani, essendoci molte attività produttive, ed anche in vista del progetto di parco archeologico Alto Sannio, che abbraccia località dell’Alto Molise e dell’Abruzzo.

Ergo: a). La “fondovalle” Sangritana”, già denominata S. S. 652, iniziata intorno agli anni 70, nell’anno 2016 avrebbe raggiunto l’agognato traguardo dell’approvazione del suo progetto definitivo. b). In merito al collegamento delle tre arterie di cui è il momento di pensare alla data del 10 settembre 2016, ignorando che già 7 anni prima, nel dicembre 2009 (vedi sopra), era stato firmato nella sede del Consiglio regionale d’Abruzzo, i rappresentanti delle Regioni Marche, Abruzzo e Molise e delle Province di Ancona, Macerata, Fermo, Ascoli Piceno, Teramo, Pescara, Chieti e Campobasso, il Protocollo d’intesa che costituisce il primo concreto passo verso la realizzazione della Dorsale Marche – Abruzzo – Molise, un corridoio stradale che, nella sostanza, riprende la vecchia idea progettuale della transcollinare ed ha lo scopo di mettere in collegamento le aree interne delle tre regioni interessate.

I Sanniti che già nel X secolo a. C. popolavano e dominavano nei territori della penisola italica, molto più pratici dei “politici” dei nostri giorni, avevano risolto i problemi della viabilità migliorando i percorsi dei tratturi e creandone dei nuovi: ciò che oggi è stato fatto o è ancora da realizzare, i Sanniti lo avevano già fatto.

La “transcollinare” o Dorsale Marche-Abruzzo-Molise, i Sanniti, nei loro rispettivi territori: Marrucino, Carecino e Pentro già l’avevano realizzata per migliorare le comunicazioni e gli scambi commerciali.

Sopravvive ancora oggi: il suo tracciato è stato utilizzato per le altre Strade Statali e, soprattutto, per le numerose strade provinciali nei loro rispettivi territori abruzzesi e molisani.

Nella cartina: la “transcollinare” o “dorsale appenninica” dei Sanniti (linea gialla). Le 3 S. S. di “fondovalle” (linea bianca). Le località (punto rosso) nell’ordine citate da La Regina tra Chieti (partenza) e Bojano (arrivo).

Nella cartina: la “transcollinare” o “dorsale appenninica” dei Sanniti (linea gialla). Le 3 S. S. di “fondovalle” (linea bianca). Le località (punto rosso) nell’ordine citate da La Regina tra Chieti (partenza) e Bojano (arrivo).

La Regina scrive: Questa strada che attraversa il santuario (di Pietrabbondante, n. d. r.), faceva parte del percorso più diretto tra la valle dell’Aterno e il versante settentrionale del Matese, in particolare tra Teate Marrucinorum (Chieti, n. d. r,) e Bovianum attraverso le sedi dei Marrucini, dei Carricini e dei Pentri, rasentando gli insediamenti di Rapino, Guardiagrele-Comino, Càsoli-Piano La Roma (Cluviae), Iuvanum, Montenerodomo, Quadri, Capracotta, Pietrabbondante, Chiauci, Colle d’Onofrio, Civitanova e Frosolone. Un miliario di Montenerodomo (CIL IX 5974) dimostra che nel IV secolo d. C., vi era una strada che da Teate (Chieti, n. d. r.) si dirigeva verso il Sangro nei pressi di Trebula (Quadri) donde si diramavano percorsi diversi. La prosecuzione verso Bovianum (Bojano, n. d. r.) non divenne una “via publica” romana, ma nel percorso più antico restano tracce della viabilità locale e dei sentieri che tuttora collegano quei luoghi; se ne apprende implicitamente l’esistenza anche da Livio (IX, 31) a proposito delle operazioni dell’anno 311 a. C. nel Sannio.

Gli stessi Sanniti: Marrucini, Carricini e Pentri, se avessero conosciuto l’esistenza del toponimo < Alto Sannio > per identificare e localizzare, come è stato scritto, alcune località dell’Alto Molise e dell’Abruzzo, si sarebbero < scompisciati dalle risate >: nella Storia non è mai esistito un < Alto Sannio >.

I Sanniti erano a conoscenza che il territorio oggi denominato Alto Molise, altro non era che il territorio più settentrionale dei Sanniti Pentri, a confine con i Sanniti Carecini e con i Sanniti Frentani.

Anche alcune località dell’Abruzzo meridionale, oggi denominato Alto Sangro: Alfedena, Castel di Sangro, centri oggi in provincia de L’Aquila, erano comprese nel territorio dei Sanniti Pentri ed a confine con i Sanniti Peligni.

E’ certo: tra le strade iniziate e non ancora finite, dorsali da realizzare non si sa quando e nuovi toponimi, ancora una volta siamo costretti ad esclamare: si stava meglio quando si stava peggio !

Oreste Gentile

 

 

 

 

A A A CERCASI MAGNATE PER LA CITTA’ DI BOJANO.

settembre 10, 2016

CERCASI MAGNATE ITALIANO O STRANIERO PER FARE RINASCERE LA CITTA’ DI BOJANO IN PROVINCIA DI CAMPOBASSO.

La città di BOJANO. Passato GLORIOSO,. Futuro INCERTO.

La città di BOJANO. Passato GLORIOSO,. Futuro INCERTO.

LA STORIA DI QUESTA CITTA’ E’ INVIDIABILE: FONDATA INTORNO AL X- IX SEC. A. C. FU CAPITALE DEI SANNITI PENTRI.

Il territorio (rosso) della tribù dei "PENTRI".

Il territorio (rosso) della tribù dei SANNITI PENTRI. I “tratturi” (linea verde).

CON LA CONQUISTA ROMANA FU MUNICIPIO, COLONIA E SEDE DI DIOCESI EPISCOPALE.

La contea del conte Rodolfo de Molinis/de Molisio.

I confini (rosso) della colonia, del municipio e della diocesi episcopale della civitas BOVIANUM.

CAPOLUOGO DELLA CONTEA LONGOBARDO-FRANCA, CAPOLUOGO DELLA CONTEA OMONIMA IN EPOCA NORMANNA E DELLA PIU’ ESTESA CONTEA DI MOLISE.

La contea di MOLISE (anno 1142), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione.

La contea di MOLISE (confine rosso, anno 1142), già contea di BOJANO, nella sua massima espansione. Titolare: conte Ugo (II) de Molisio, genero di re Ruggero II.

LA SUA DECADENZA INIZIO’ NEL XIII SECOLO, MA FU ANCORA, NELL’ANNO 1860, PROTAGONISTA DELL’UNITA’ D’ITALIA.

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Quivi, nella così detta Loggia dei Pallotta, per acclamazione, Girolamo Pallotta fu acclamato < Prodittatore > e dichiarata la decadenza del governo borbonico; la annessione di tutto l’ estendimento strategico boianese alla Monarchia del Re Galantuomo. […].

IL SOTTOSUOLO DEL SUO TERRITORIO HA RESTITUITO UN INGENTE NUMERO DI REPERTI ARCHEOLOGICI (IL PIU’ ANTICO RISALE AL X-IX SECOLO A. C.), PERTANTO SI RENDE NECESSARIO L’ISTITUZIONE DI UN MUSEO CIVICO.

ALCUNI REPERTI:

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VISTA LA LENTEZZA DELLA BUROCRAZIA, SI CHIEDE UN CONTRIBUTO FINANZIARIO PER LA “NASCITA” DEL MUSEO CIVICO PER IL RILANCIO CULTURALE E TURISTICO DELLA CITTA’.

E’ IN GIOCO L’ESISTENZA STESSA DELLA CITTA’.

GRAZIE A QUANTI CONTRIBUIRANNO AL SUO SALVATAGGIO.

 

IL PRIMO FONDITORE (“MAGISTER CAMPANARUM”) DELLA REGIONE MOLISE ERA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

agosto 8, 2016

 IL PRIMO FONDITORE DI CAMPANE (MAGISTER CAMPANARUM) ERA DELLA CITTA’ DI ISERNIA.

Chi l’avrebbe mai detto: il primo fonditore di campane (magister campanarum) vissuto nella regione Molise, era nato nella città di Isernia.

In attesa di ulteriori scoperte, Uberto D’Andrea nella sua attenta ricerca delle fonti bibliografiche e dei documenti di archivio, in Campane e Fonditori in Abruzzo e Molise dal 1532 ai giorni nostri (parte II)”, ricorda: Giacomo da Isernia, che nel 1433 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano.

La città di Isernia ha sempre vantato personaggi ed avvenimenti non pertinenti alla sua antica e gloriosa storia, vedi la nascita di Ponzio Pilato o di papa Cestinino V, al secolo Pietro di Angelerio, o essere stata la I^ capitale d’Italia in occasione della Guerra Sociale, dimenticando quanti veramente hanno dato lustro alla città.

Non è dato sapere se il magister campanarum Giacomo da Isernia avesse la fonderia in città e se, oltre a fondere campane come era in uso fare all’epoca, si dedicasse anche alla fusione di armi leggere e pesanti o all’arte della lavorazione del rame.

All’epoca, per le poche e non comode vie di comunicazione, il trasporto delle campane era quanto mai difficoltoso, pertanto erano i “magister campanarum” a spostarsi da una località all’altra ed “in loco”, ai piedi dei campanili, scavavano la fossa per fondere e creare una o più campane.

Dopo Giovanni da Isernia, in una ipotetica classifica, al 2° posto D’Andrea ricorda Nicola da Capracotta: nel 1542 aveva fuso una campana in Villetta Barrea e nel 1544 organizzò la fusione della < campana mezana > che ancora nel 1754 figurava sul campanile della Chiesa della Tomba in Sulmona. Nel 1545 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista in Castel di Sangro.

Dei magistri campanarum vissuti in Agnone, la “palma” spetta a Giovanni Iuliano o Giuliani, di cui D’Andrea ricorda: Già nel 1559 abitava e lavorava in Chieti, il fonditore agnonese di campane Giovanni Iuliano o Giuliani. Eppure, siamo informati che Egli, insieme ai propri figli Fabio e Giuseppe aveva ricevuto in prestito oltre 176 ducati da Donna Sibilia Valignani di Chieti.

Anche in Matrice, provincia di Campobasso, viveva, scrive D’Andrea, Mastro Vincenzo di Saliceto, campanaro abitante in Matrice. Intorno al 1547 colò per due volte in Vasto, una campana per la Chiesa di S. Maria Maggiore”. (magister campanarum itinerante).

Ancora il centro turistico montano di Capracotta, con Donato Perillo, da Capracotta ed abitante in S. Pietro Avellana. […], promise ai Procuratori del SS.mo Sacramento di Scanno, di fondere una campana da quattro cantaia, nonché una campanella per S. Maria di Loreto.

Nel centro matesino di Guardiaregia (CB) vissero DUE magistri campanarum: Mastro Francesco Vanni, da Guardiaregia. Fuse nel 1639 la squilla della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Cusano Mutri, provincia di Benevento. Mastro Giovanni Di Francesco, da Guardiaregia. Nel 1685 fuse per la chiesa trinitaria di Campobasso, una campana poi caduta dal campanile a causa del terremoto del 26 Luglio 1805. Si ha notizia di Domenico de Francisco, nell’anno 1702 fuse una campana per la chiesa La Chiesa di Ave Gratia Plena di Piedimonte Matese (CE), forse un altro figlio di Mastro Francesco Vanni e fratello di mastro Giovanni.

Non poteva mancare la città di Campobasso, dove D’Andrea ricorda: “Di mastri campanari equivalenti a fonditori di campane, Campobasso è stata sede di uno solo (Rocco Saia, originario di Agnone) verso la fine del 1700.

Oreste Gentile.

Per saperne di più: «

I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia meridionale ed insulare).

luglio 15, 2016

Meridionale insulare

 

PUGLIA

Raffaele Fanelli ne Il cimitero altomedievale di S. Maria a Piano S. Giovanni (Canosa di Puglia) (2012/13)          ricorda che sono state localizzate 2 fosse di fusione per campana, attribuite ad età medievale.

Giacomo Cirsone in La basilica della SS. Trinità di Venosa …: La fase prenormanna (metà X-XI secolo), alla nota 13: I confronti si individuano ancora una volta in area daunia a Canosa di Puglia, dove nel Battistero si San Giovanni, all’interno dell’area della vasca battesimale sono state indagate due fosse per la fusione di campane, databili la più antica al XII e la seconda tra la seconda metà del XII ed il XIII secolo, messe in relazione con l’attività di Rogerius Melfie Campanarum operante nella città agli inizi del XII secolo. (vedi Lucania)

Nicola Vacca, in Fonditori di bronzo in Brindisi: La lavorazione del bronzo in questa città era certamente molto antica. Plinio ricorda (in nota: Hist. Nat., L. XXXIII, cap. IX, 45; L XXXIV, cap. 17, 48) che se proprio non proprio inventati, a Brindisi si lavoravano a perfezione gli specchi fatti di stagno e di rame, la tradizionale formula tuttavia in uso, per ottenere il bronzo.

L’autore ricorda Le successive indagini dirette ad illustrare l’arte fusoria in tutto il Salento (avremo fonditori in Martina, in Taranto, in Lecce, in Carosino e specialmente in Gallipoli dal ‘400 al ‘800 sui quali ho raccolto un cospicuo materiale documentario ed illustrativo di prodotti ancora superstiti) permettono ora di superare le riserve e di mettere a profitto ciò che per eccesso di cautela avevo accantonato.

Da un amico studioso avevo avuto notizia di una campana gallipolina del ‘500 esistente sul campanile del duomo di Brindisi …… – anzicchè da Gallipoli, era uscita da officina di Brindisi. Sulla campana, si legge la seguente iscrizione: BERNARDIN. DE FIGVEROA. ARCHIP. BRUND. ET. ORIT. FECIT. A. D. MDLXXVI. PONT. S. D. N. GREGORI. P. P. XIII. A. V. + IACOBO. SCORCIAPINO. BRUND. FLATORE + in cui flatore, nel senso di fonditore.

Nella città di Brindisi si fondevano soprattutto cannoni, con l’iscrizione, scrive Vacca Mastro Cola Scorciapino me fecit, 1540, proponendone la parentela con Jacopo Scorciapino, il flatore della campana del 1576.

Da Arte e artisti di Terra d’Otranto: tra Medioevo ed età moderna, si apprende di De Monte De Riso Angelo fonditore, nato in Martina Franca e vissuto nel secolo XV, nel 1466 fuse la campana grande della collegiata di Mesagne con materiale metallico fornitogli dalla stessa Università di Mesagne.

Dal sito web dei sanseveresi si apprende che tra le cinque campane della chiesa di san Severino, c’è la Nicolaus, la campana piccola dell’orologio, fusa nel 1494 dal fonditore Nicola di San Severo.

Elena Lenzi, La chiesa Matrice di Mesagne… . (1996): annovera tra i suoi primi artigiani Stefano Tedesco, documentato alla fine del Quattrocento (campana del duomo di Lecce).

Esaurendo numerose ordinazioni del mercato per tutto il Cinquecento, si attesta in Gallipoli la famiglia Patitari (già citati), con i mastri Alvise, Lupo, Nuzzo e Santo.

A riprova di una fiorente produttività delle locali officine, che conobbero un autentico periodo d’oro in specie nel Settecento, si registrano pure come mastri gallipolitani Giovangiacomo Cuti, Giovanni Vincenzo Bono, Francesco Bosco, Pietro de Napoli […].

Dalla rivista Archivio Storico Pugliese volumi 59-60: Nel 1562 è la volta di mastro Giovanni Battista de Fiella, originario di Monopoli ma residente a Bitonto, autore della nuova campana per la barlettana chiesa di Santa Maria Maggiore.

Sono ricordati altri mastri fonditori di Brindisi, non propriamente per le campane: Alfonso, Stefano e Luigi Maria Cupiti da Messina.

Dal sito Fine modulo    Puglia positiva www.pugliapositiva.blogspot.it: maggio 2015: Dal XVI secolo, le fonti locali riportano notizie certe sulla presenza dell’arte campanaria a Lecce.

I maestri fonditori leccesi avevano le loro botteghe in un isola di case, detta appunto “Isola dei ferrari”, situata nel pittagio di San Biagio, tra la chiesa di Santa Chiara e il Palazzo del Governatore.

Il più noto fonditore leccese di quel secolo, capostipite di una dinastia di ferrari e bronzisti, fu Colamaria Gricelli che nel 1572, costruì un orologio sistemato poi sulla torretta del Sedile.

Nel 1695 Benedetto Gricelli fuse la campana grande per il campanile del duomo. Firmate probabilmente dallo stesso artista e datate 1696 e 1710 sono rispettivamente le campane del piccolo campanile di San Matteo e quella della cattedrale di Nardò.

Vacca, in Rinascita Salentina, riferendo di Ettore Vernole ne Il castello di Gallipoli, 1933 pagg. 148-149 e 226: Mastro Alvise Patitari e Mastro Lupo Patitari: il primo fuse nel 1535 ed il secondo nel 1538. Una campana rotta, conservata nel museo civico di Gallipoli, reca questa iscrizione:M. L. Patitari. De Gallipoli. MDXXXXXXX. Mentem. Sanctam spontaneam. honorem. Deo et Patrie liberacionem. Una campana parrocchiale di Maruggio fu fusa da un altro gallipolino: M. Nuzzo. Patitari. de Gallipoli. MDXXII.

Il Vernole, scrive Vacca, parla di un altro fonditore gallipolino, Francesco Bosco, del quale, una campanetta fusa nel ‘600, esiste sulla torre campanaria della chiesa del sacro cuore di Gallipoli. Senonchè il cognome non è Bosco, ma Rosco. Sulla campana piccola del Sedile del Pubblico Reggimento di Lecce, si legge inequivocabilmente: Iesus Maria. M. Francesco Rosco. Di Gallipoli. Anno Domini 1685.

Vacca ricorda un altro fonditore gallipolino, Mastro Pietro de Napoli, nell’iscrizione della campana che è sulla chiesa di S. Maria della Grazia in Martina: Monti Oppidi Martinae Purgatorii. Dicata MDCLII. M. P. De Napoli Gallip..

Il Mastro Pietro de Napoli dovrebbe identificarsi con il Maestro Pietro di Gallipoli che, scrisse il nostro Panettera: Sabato 2 luglio 1672 ore 16 si colò e fuse la campana grande del vescovado da Maestro Pietro di Gallipoli ed essere il gallipolino Pietro Napoletano che rifuse la campana grande, già del 1484, per volere di Monsignore Antonio Pignatelli.

Un altro fonditore di sacre squille, scrive Vacca, fuse la campana grande dell’orologio del Sedile del Pubblico Reggimento di Lecce: M. Santo Patitari M. D. L. XXXVII. […], ben quattro fonditori di sacri bronzi vi furono in Gallipoli nei secoli successivi al XVI.

Una campana delle campane della collegiata di Galatone e una del convento dei Riformati di Soleto furono fuse in Gallipoli da Mastro Giovanni Vincenzo Bono, la prima nel 1635 e la seconda nel 1639.

Sono ricordati, per dovere di informazione i gallipolini: mastro Carlo Cossano (1715) ed i mastri Baldassarre Cosentini e Leonardo Di Mitri (1754).

Vacca, che già nel 1604 non vi erano più officine in Brindisi per cui si dovette ricorrere a maestranze forestiere?

D’Andrea  (II), ricorda i fonditori di Puglia e Basilicata i quali arrivarono nel 1573 a Campobasso, citando Francesco di Mastro Geronimo, da Alberona (FG) ed abitante in Castelluccio degli Schiavi e Mastro Angelis de Stellis, da Salandra (MT): fusero una campana per la chiesa e confraternita della Trinità di Campobasso.

Dal sito Tintinaboli della fonderia Pellegrino Daniele si apprende: del dono, fattoci molti anni fa dalla “Antica Fonderia Giustozzi” di Trani, di tutte le sue sagome e i calchi in legno e gesso. […].

A questo punto, un piccolo cenno alla fonderia Giustozzi è doveroso. Essa è nata nel XVII secolo ed ha realizzato innumerevoli concerti  di campane in tutto il Meridione d’Italia (Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, Abruzzo,…).

Possiamo con sicurezza affermare che non c’è paese nel Sud Italia in cui non si trovi ancora almeno un campana Giustozzi. La cura e la passione con cui davano vita alle campane, li ha contraddistinti per almeno quattro secoli, affermandoli sul mercato. Poi, purtroppo, la mancanza di lavoro nel settore, ha inevitabilmente creato un dissesto economico per il quale, negli anni ‘80, tante fonderie tra cui anche la Antica Fonderia Giustozzi, hanno dovuto chiudere.

 

BASILICATA

Giacomo Cirsone in La basilica della SS. Trinità di Venosa …. La fase prenormanna (metà X-XI secolo): Connesso con l’edificazione della torre di facciata è l’impianto di una serie di strutture per la lavorazione del metallo; tra queste, la più importante, è un cantiere per la fusione di una campana, realizzato tagliando i piedi di calpestio degli ambienti sopradescritti; nella navata centrale sono state individuate due grosse fosse, databili entrambe all’XI secolo, in una delle quali è stato rivenuto in situ il ‘maschio’, di forma troncoconica, ovvero l’anima in argilla refrattaria sulla quale viene effettuata la colatura del metallo fuso.

La stessa fonte bibliografica ricorda Il rinvenimento di due fosse per campana anche a Canosa di Puglia, e la presenza di un artigiano lucano Rugerius Melfie Campanarum che firma le porte bronzee per la cattedrale canosina, lasciano ipotizzare anche per Venosa la presenza di maestranze itineranti specializzate nella produzione di questo tipo di manufatti, al servizio dei poteri locali.

D’Andrea (II), ricordando i fonditori di Puglia e Basilicata i quali arrivarono nel 1573 a Campobasso, cita Francesco di Mastro Geronimo, da Alberona (FG) ed abitante in Castelluccio degli Schiavi e Mastro Angelis de Stellis, da Salandra (MT), i quali fusero una campana per la chiesa e confraternita della Trinità di Campobasso.

Per dovere di cronaca: da La Farfalla del 23 maggio 2013, si hanno poche notizie delle famiglie Olita e Bruno di Pignola (PZ), si ignora se fusero prima dell’anno 1700.

Girolamo Oliva, nacque a Pignola (trasferito ad Acerenza) nel 1786 da Luigi ed Orsola Amorelli, apprende l’arte dal nonno Aulita Donat’Antonio, maestro fonditore di Matera.

 

 CALABRIA

Dalla pubblicazione IV Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. Pré-tirages (Scriptorium … a cura di Riccardo Francovich, Marco Valenti, Società degli archeologi medievisti italiani) si apprende: Concludiamo indicando, per l’età post medievale, il rinvenimento di una fornace di fusione per campana a San Nicola di Crissa (VV), nell’omonima chiesa. Solo in parte scavata, è stata datata alla fine del XVIII. Non è da escludere che l’attività di fusione sia stata svolta da maestranze specializzata proveniente dalla vicina Vibo Valentia, dove le fonti documentarie segnalano la presenza di alcuni importanti maestri fonditori.

Da Federico Tarallo (1908) in Alcuni cenni storici sulla fonderia di campane in Monteleone, oggi Vibo Valentia: […]. al 1671, tempo in cui un Gerardo Olitapo da Vignola (vedi Emilia Romagna), fonditore di campane girovago, qui lungamente fermossi per espletare le molte incombenze che dai paesi circonvicini aveva ricevute. A non lungo andare un suo figlio, il cui nome non è a noi pervenuto, m’anche lui fonditore, s’imparentò con la famiglia Bruno togliendo in isposa una di questo casato.

Corsi più anni, e cioè verso il 1700, la fonderia impiantata dagli Olitapo cessò dal funzionare, o meglio, di essa non si ha notizia alcuna che chiarir potesse con precisione che cosa ne sia addivenuta.

Fatto sta che una nuova fonderia venne su verso i primi dell’ottocento gestita da un Gerardo Bruno e da questi lungamente tenuta finchè passata in potere di due suoi figliuoli Niccola e Gennaro, non fu da costoro fino al 1815 esercitata. […].

E prima d’ogni altro ricorderemo i fratelli Giovanni, Placido e Francesco Gullo, che nel 1697 fusero la campana maggiore della Chiesa di S. Michele in questa città, siccome dalla iscrizione inerente alla stessa campana si rileva.

 

SICILIA

Da Cannoni e Fonditori in Sicilia nel XV e XVI secolo di Antonino Palazzolo si apprende dei magistri campanarum che in Sicilia oltre a fondere le campane, prestavano la loro opera per la fusione di cannoni.

L’attività degli Arena, rinomati fonditori di campane e di cannoni originari di Tortorici (Me) trasferitisi a Catania agli inizi del XV secolo, fu iniziata dal capostipite Pietro il quale aveva partecipato come bombardiere all’assedio di Siracusa, Catania e del castello di Paternò, per cui fu accusato di ribellione contro la regina Bianca). […].

L’arte della fusione di artiglierie originariamente era legata a quella delle campane, da cui deriva l’appellativo di Campanaro o Campana attribuito ai componenti della famiglia Arena, i fratelli Antonio, Gaspare e Pietro sr., magistros expertos faciendo passavolanti zarbatanas et alias res de mitallo, i quali acquisiscono la cittadinanza palermitana nel 1488.

Nel privilegium ferrariorum del 1498 gli Arena compaiono in carica come consoli della maestranza dei ferrari, qualificati come mastri bombarderi e campanari, assieme a Giovanni Pages, fonditore regio. […].

Nell’anno 1494 i fratelli Antonio e Pietro Arena apprestano una campana di cantara 11. 25 per il convento di S. Domenico a Palermo. Antonio muore a Palermo nel 1500 e gli subentra nell’attività il figlio Pietro che entrerà in società con gli zii; dalle disposizioni testamentarie del 31 luglio di quell’anno troviamo interessanti indicazioni relative all’estensione della attività di fonditore tra Messina e Palermo. In un contratto del 15 ottobre 1502 Gaspare, assieme al fratello Pietro major, riscuote 10 onze a saldo della fusione di alcuni pezzi di artiglieria eseguiti per conto della regia Corte, commissionati l’anno precedente.

Il 12 gennaio 1510 Gaspare Arena doveva riscuotere un compenso pattuito con la chiesa madre di Corleone per una campana; l’anno successivo egli scompare dalla scena e gli subentrano nel ’29 Matteo e Gaspare figli di Pietro majuri.

L’anno precedente un altro fonditore di Tortorici, Bartolomeo Citro, si era allogato con la confraternita della chiesa di S. Marco nel quartiere Seralcadi a Palermo per una campana.

Nel ’14 Pietro Arena prende il posto di fonditore dell’artiglieria del Regno.

Nell’anno 1524 viene ricordato Pietro Arena, campanarius.

Il 26 novembre 1526 Pietro Arena si era impegnato con Antonio Agliata, barone di Villafranca, per una campana del peso di un cantaro da destinare alla chiesa di S. Giovanni di quella terra, valutata onze 7.15.

Nell’anno 1533 Pietro mayuri, assieme a Giacomo e Matteo, in società con il nipote Pietro minuri, rifondono una campana di 6 cantára per il convento del Carmine e l’anno successivo quella del Castellammare di Palermo di cantáro 1.15. L’attività dei fonditori regi prosegue con Gaspare, il quale nel 1540 consegna una campana di bronzo di 4 cantàra a Francesco Giaconia, procuratore del convento di S. Francesco di Ciminna. Giovan Domenico Arena aveva fornito nel 1541 alcuni pezzi di artiglieria a Siracusa e nello stesso anno Matteo viene nominato regio fonditore. Nel ’48 Gaspare Arena il 5 dicembre fornisce una campana al convento di S. Domenico di Trapani. Per concludere questo breve capitolo sui fonditori al servizio della regia Corte, possiamo rilevare che l’attività degli Arena cessò inspiegabilmente con Matteo nel 1555, per cui non se ne conoscono le cause, forse, imputabili al superamento dei processi di fusione o più semplicemente ad uno scarso interesse per l’attività familiare.

Un Antonio Campanaro, bombarderius, viene menzionato in un rogito notarile del 16 giugno 1492; forse, si tratta dello stesso fonditore che nel ‘ 96 viene chiamato per fornire bombarde alla città di Troina.

Per l’anno 1492 è ricordato il mastro Bartolomeo Balbo, forse un fonditore.

Un Pietro Bolo, dell’omonima cittadina, era presente a Palermo nel 1508 per impiantare una forgia nella contrada della Guzzetta.

Il Bolo bombardiere fonde una campana grande per il convento della Gancia a Palermo nel 1561, costo 12 onze..

Rosario Termotto con i MASTRI DI CAMPANE” NEI PAESI DELLE MADONIE, dà notizie delle famiglie dedite all’arte della fusione delle campane, soprattutto nel paese di Tortorici ed evidenzia la famiglia dei Giarrusso a Petralia Sottana e la famiglia Carabillò a Castelbuono.

La presenza di fonditori tortoriciani nelle Madonie, finora documentata, risale alla fine del Quattrocento (1496), periodo nel quale i maestri Giovanni Sanfilippo e Matteo Tilemmi risultano impegnati a Polizzi. Nell’importante centro montano i due maestri realizzano campane per la Chiesa Madre e per quella dei Domenicani, mentre l’anno successivo Nicolò Tilemmi fonde quella grande della stessa Chiesa Madre.

All’inizio del Cinquecento si riscontra la presenza dei noti fratelli Gaspare e Pietro Campana il cui nome risulta inciso su una campana della chiesa di S. Giacomo a Collesano, tuttora custodita all’interno della stessa. Nella campana si può infatti leggere: MCCCCCVI…ME FECERUNT GASPAR PETRUS FRATRES DE CAMPANARIO.

L’attività dei fratelli Campana è, tra l’altro, documentata per la Cattedrale di Palermo e per Termini.

In quest’ultima cittadina abbiamo notato, esposta in una cappella laterale della chiesa madre, una campana, con due espressivi rilievi raffiguranti una Deposizione e una Madonna con Bambino, che riporta incisi l’anno di fusione 1506 ed i nomi dei due fratelli sopra ricordati.

Uno dei fratelli dovrebbe essere quel Gaspare, campanaro, che nel 1503 esegue la campana grande della chiesa del convento di S. Domenico di Palermo, secondo quanto registrano gli Annali di quella istituzione.

Tra le numerose botteghe tortoriciane, una che può vantare un considerevole numero di fonditori è quella della famiglia Garbato, documentata dal 1530 al 1628.

Nelle Madonie la presenza dei Garbato risale al 1561-62 quando il magister hyeronimus carbato de terra turtureti, capostipite della famiglia, si obbliga coi procuratori e l’economo della Chiesa Madre di Collesano a culare campanam magnam.

Lo studioso di Tortorici Sebastiano Franchina ha individuato altri due fonditori della famiglia Garbato di nome Gerolamo: uno, figlio di Natale, nel 1585 opera ad Alcamo, l’altro fonde la campana della Chiesa Madre di Enna nel 1626.

Non è agevole a chi dei due ascrivere la campana fusa nel 1597 per la chiesa di S. Francesco di Comiso e un piccolo gruppo di campane fuse per chiese madonite tra il 1594 ed il 1614.

Più chiara dovrebbe essere la paternità di alcune campane pagate dai giurati di Caccamo nel 1627, probabile opera del maestro già presente a Enna. Di alcune di queste campane diamo notizia per la prima volta.

Alla fine di marzo del 1594, Gerolamo Garbato si obbliga coi procuratori della Chiesa Madre di Castelbuono (attuale Matrice Vecchia) a colare la campana nominata nova per il compenso di sette onze, parte delle quali erogate a mastro Pietro Garbato ed il resto da ricevere in metallo a fine servizio.

Il fonditore garantisce la campana per la durata di cinque anni, impegnandosi a rifarla entro due mesi in caso di rottura.

Una nota in coda all’atto principale attesta che la campana viene regolarmente consegnata e mastro Gerolamo saldato delle sue spettanze.

Alcuni mesi prima, settembre 1593, per la stessa campana nuova si era impegnato il fonditore Giacomo Sanfilippo che avrebbe dovuto consegnarla entro la festa di S. Nicola. Ma, nonostante la riscossione di un anticipo di dodici tarì, evidentemente l’obbligo non viene rispettato.

Nel mese di aprile del 1608 Gerolamo Garbato si obbliga col vescovo di Cefalù D. Martino Mira, col canonico D. Antonio Ganguzza, con l’ U.J.D. Antonio de Nigrellis e con Didaco Sandoval, deputati alla fabbrica della cattedrale di fondere una campana che sarà consegnata nel 1609.

Qualche anno dopo, ottobre 1613, Gerolamo Garbato fonde la campana della chiesa di S. Giacomo a Sclafani.

Lo stesso maestro, all’inizio di maggio del 1614, dichiara di aver ricevuto sei onze dal dottore Giuseppe La Russa per aver fuso la campana del convento agostiniano di S. Giovanni Battista della vicina Caltavuturo.

A Caccamo, nel mese di maggio del 1627, mastro Gerolamo si obbliga coi giurati locali (Pietro Lo Ciuffo, Francesco Sponzello, Vincenzo Musciotto, Giuseppe Cipolla) a fare campanam unam sive cimbalum horologii.

L’area operativa dei Garbato si estende, sin dai primi decenni dell’impianto della bottega, a buona parte della Sicilia.

Figlio di Girolamo, che abbiamo visto attivo attorno alla metà del ‘500, è Domenico, noto per la sua attività a Tortorici e a S. Angelo di Brolo, il quale si era impegnato a rifare una campana per la Chiesa Madre di Polizzi, senza poi rispettare i tempi dell’inizio dei lavori.

É per questo motivo che il vicario parrocchiale della cittadina demaniale, nel febbraio del 1578, affida l’incarico a suo fratello Antonino che si obbliga a consegnare l’opera entro Pasqua.

Un Filippo Garbato, del quale non conosciamo i rapporti di parentela con gli altri esponenti della bottega, è l’autore, non altrimenti noto, di una campana eseguita nel 1597 per la chiesa di S. Filippo di Sclafani

Parecchie, invece, sono le opere note di Andrea Garbato che nelle Madonie conosciamo già operoso nel 1606 quando, con lo agiutu di dio, Maria Vergini e di sancto Petro, cola la campana grande della Chiesa Madre di Collesano assieme ai familiari Cataldo, Pietro e Graziano.

Nell’aprile del 1603, lo stesso si obbliga col vicario del locale convento domenicano ad culandam et construhendam….novam campanam…secundum artem, garantendola tre anni.

Nell’aprile del 1608, ancora mastro Andrea si obbliga col rettore della chiesa di S. Rocco della stessa cittadina madonita a fare una campana di cantàra dui a baxo, con tutto il necessario a carico della chiesa; nello stesso periodo, mastro Andrea fonde una campana per la chiesa di S. Giacomo, sempre a Collesano.

Oltre che a Collesano, nelle Madonie, mastro Andrea Garbato lavora pure a Cefalù, dove alla fine del 1596 si obbliga a D. Beatrice Basile e Cardona, humili abatisse del devoto monastero di S. Caterina.

Parecchi anni dopo, maggio del 1623, il maestro esegue una campana per la Chiesa Madre di Sclafani.

L’attività del maestro fonditore dovrebbe dunque dispiegarsi su un arco di tempo molto lungo, circa un quarantennio, se, come sembra, si riferisce ancora a lui una incisione su una campana della chiesa di S. Pietro di Motta d’Affermo, nei Nebrodi, che, tra l’altro, riporta inciso Andreas Garbatus fecit MDLXXXIV.

La campana grande della Chiesa Madre di Collesano vede l’impegno di Pietro e Cataldo Garbato, zio e nipote che stipulano il contratto anche a nome di mastro Andrea e Graziano.

Una clausola del contratto precisa che, se quest’ultimo non potrà venire a Collesano, lo stesso potrà essere rimpiazzato da Antonino Prizuto.

Termotto: L’atto, a mio avviso, è una chiara spia dell’affollarsi delle commesse per la bottega dei Garbato che spesso sono obbligati a lavorare in équipe per far fronte alle numerose richieste provenienti da tutta l’area siciliana.

Sulla poco conosciuta attività di Graziano Garbato si è aperto uno spiraglio con la segnalazione di una sua fornitura di undici masculi di brunzo per la Chiesa Madre di Collesano, avvenuta nel 1599, cui segue, nel 1600, una liquidazione, ad opera della stessa chiesa, per una campana fusa a Castelbuono.

Nello stesso anno il maestro si obbliga con l’arciprete della Chiesa Madre di quest’ultima cittadina, D. Silvio Prestigiovanni a fondere una campana per la chiesa madonita.

Ancora a Castelbuono, nel 1601 mastro Graziano si obbliga con l’abate di S. Anastasia, don Cosimo de Marchisio, a reficere et fundere una campana.

Nel 1602 ritroviamo mastro Graziano a Ciminna quando, assieme ad Antonino Margaglio, pure di Tortorici, fonde una campana per la chiesa madre di quella cittadina.

Fratello di Natale e Antonino, Pietro Garbato è finora documentato nelle Madonie a Collesano e a Sclafani.

Nel primo centro fonde la più volte ricordata campana grande della Chiesa Madre, a Sclafani nel 1598 ne aveva fusa una per la chiesa di S. Filippo.

Lo stesso maestro risulta presente a Castelbuono nel 1582 quando si obbliga con la Maggior Chiesa a fare una campana.

Mastro Domenico Garbato è figlio di Cataldo, come risulta da una incisione su una campana di Ciminna del 1625.

Nelle Madonie Domenico compare a Collesano nel marzo del 1609 quando si obbliga con la confraternita di S. Giacomo a rifondere la campana mizana.

Alcuni anni dopo, ottobre 1613, mastro Domenico fonde una campana per la chiesa di S. Giacomo a Sclafani.

L’attività finora nota della famiglia Zumbo è datata tra il 1620 e la fine del Settecento.

É possibile però retrodatare l’avvio della bottega almeno alla metà del ‘500.

Su una campana depositata in una navata della cattedrale di Cefalù abbiamo infatti notato, oltre all’anno di fusione 1559, il nome dello sconosciuto fonditore Cataldo Zumbo. Essa proviene dalla torre campanaria della stessa Chiesa Cattedrale.

Famiglia totalmente sconosciuta è quella dei Cola.

Un Gerolamo Cola, calderarius terre Tortoreti, il 20 settembre 1573 vende per sei onze una campana nella città di Polizzi, mentre molti anni dopo, nel marzo del 1629, un maestro Domenico Cola calderarius terre turtureti et habitator civitatis Castri Boni, si obbliga a fare una campana per servizio della chiesa di S. Stefano di Geraci, utilizzando il metallo della campana vecchia.

Nel mese di dicembre del 1580, mastro Giordano Carruba (Xharruba) si obbliga coi rettori della confraternita di S. Sebastiano di Castelbuono per realizzare una campana per la loro chiesa.

Nel successivo mese di luglio 1581, l’honorabilis magister Jurdanus Carruba vende ai rettori della chiesetta di S. Cosimo e Damiano di Collesano una campana.

Il 4 agosto 1595 a Sclafani una campana cade dal campanile e si rompe. La stessa viene comprata da Antonino Mascari che si obbliga a fornirne un’altra.

Non è chiaro se il Mascari fosse un fonditore, cosa probabile, o un generico operatore attivo nel campo del commercio di metalli.

Altro fonditore di Tortorici, finora completamente sconosciuto, è Antonino Blanca che nel marzo del 1632 fonde una campana di buono suono senza nesciuno defetto, con metallo e ogni altra cosa a suo carico, per la chiesa di S. Marco a Collesano. Pochi anni dopo, nel gennaio del 1635, lo stesso maestro si obbliga con padre fra’ Pietro Porcaro di Polizzi, vicario del convento domenicano collesanese, a fare una campana di metallo bono, bella, di bel sono, ben fatta senza nessuno defetto, con metallo e ogni altra cosa a suo carico, per la chiesa di S. Marco a Collesano.

Pochi anni dopo, nel gennaio del 1635, lo stesso maestro si obbliga con padre fra’ Pietro Porcaro di Polizzi, vicario del convento domenicano collesanese, a fare una campana di metallo bono, bella, di bel sono, ben fatta senza nessuno defetto

Famiglia poco nota nel panorama dei fonditori di Tortorici è quella dei Messina che abbiamo documentato a Collesano nel 1620-1621 con Vincenzo che realizza una campana per la chiesa madre e con Sebastiano che nel 1626 lavora per la stessa chiesa e per quella di S. Maria.

Quest’ultimo maestro si ritrova a Ciminna dove nel 1635 realizza una campana per la chiesa di S. Giuseppe.

Sempre a Ciminna, nel 1608, si riscontra lo sconosciuto Simone Messina di Tortorici che fonde tre campane per quella chiesa Matrice, mentre a Caccamo ne realizza una per la chiesa del convento di S. Francesco.

Lo sconosciuto maestro Giacomo Ciancio, nel mese di maggio del 1634, conclude un cambium et permutationem con il procuratore della chiesa collesanese di S. Antonio abate. La chiesa cede la sua campana fracta et ut dicitur xiaccata dal peso di quaranta rotoli ed il maestro ne consegna una nuova di venti, oltre alla somma di ventiquattro tarì pro equaliatione.

Due giorni dopo, a Cefalù, mastro Jacobo, qualificato caldararius et campanarius Tortoreti, vende al locale convento di S. Pietro Nolasco una campana nuova di quasi sessanta rotoli.

A conferma che per buona parte del ‘600 la presenza dei fonditori tortoriciani nelle Madonie è massiccia, quasi esclusiva, riportiamo che, nel maggio del 1649, Francesco Ferraù, nella qualità di cessionario del defunto fratello Giacomo, elegge un proprio procuratore per riscuotere delle somme dovute dal convento di S. Francesco di Cefalù per il prezzo di una campana fusa dal fratello.

Un decennio dopo, 5 dicembre 1660, mastro Gerolamo Cicero riceve quarantacinque rotoli di metallo dal cappellano ed economo della chiesa di S. Maria della Grazia extra terram di Collesano, impegnandosi a fare una campana nuova.

Alcuni anni dopo, novembre del 1674, mastro Gerolamo, secondo quanto riportano i libri dei conti della chiesa di S. Sebastiano e Fabiano di Collesano (oggi chiesa del Collegio), viene retribuito con onze 1.12 per una campanotta.

Pure completamente sconosciuto è il fonditore Domenico Costanzo che nel 1666 ratifica, a Castelbuono, un impegno a fondere una campana, assunto a Geraci anche a suo nome da parte di Paolo Carabillò. La campana è destinata alla chiesa della confraternita di S. Bartolomeo di Geraci.

Incerta appare la cittadinanza del fonditore Domenico Russo, noto, come cittadino di Bivona, per aver assunto nel 1670 un impegno a rifondere una campana per la chiesa del convento domenicano di Sciacca.

Ancora cittadino di Tortorici lo stesso maestro risulta nel febbraio del 1640 quando si obbliga col tesoriere della maggior chiesa di Pollina a fundiri et culare di novo quella campana di detta chiesa al presente muta nel campanile della stessa forma, maniera e misura, conforme sarà la pisata.

Quando Domenico Russo compare a Sclafani, dove nel 1658 realizza tre campane per chiese locali, risulta già habitator di Bivona, centro del quale è cittadino nel 1670, come ricordato. Domenico Russo è uno dei tanti fonditori itineranti che nel corso della sua attività cambia cittadinanza, spostando la sua area di interesse ed operatività.

Pure di Tortorici è lo sconosciuto fonditore Giovanni Russo che nel 1623, a Collesano, subentra al fonditore ennese Giacomo Giarrusso che non aveva eseguito una campana per la quale era impegnato con la chiesa madre del centro madonita.

La documentata origine da Tortorici di almeno due fonditori della famiglia Russo mi fa ritenere che possa aver avuto agganci col centro dei Nebrodi l’altrettanto sconosciuto maestro Giacomo Russo, funditor metalli, qualificato cittadino di Palermo quando nel 1626 dichiara di aver ricevuto oltre otto onze da padre fra’ Gerolamo Rosiglio, priore del convento di Monte Carmelo di Caccamo, per il magisterio della fusione di una campana

I maestri di Tortorici, per tutto il Cinquecento e gli inizi del Seicento, nell’area delle Madonie, detengono quasi il monopolio: il solo “intruso” che abbiamo intercettato è il palermitano Antonino de Salvo che nel 1564 si obbliga con padre fra’ Paolo de Sardo, guardiano del convento di S. Francesco di Polizzi, a fari e culari la campana di detto convento che si ritrovava rotta.

Le prime notizie inerenti la famiglia Giarrusso, fonditori di origine ennese, risalgono al 1605, anno in cui i giurati del centro nebrodense di Castel di Lucio (Castelluzzo) commissionano a mastro Mariano una campana da servire per le convocazioni del Consiglio Civico.

Nello stesso anno, ancora nel medesimo centro, il fonditore esegue una campana grande, dal costo di ben quarantaquattro onze, per la chiesa di S. Michele Arcangelo. Oggi la stessa è custodita nella chiesa di S. Nicolò.

La bottega dei Giarrusso si stabilizza a Petralia, ove stipula il proprio contratto matrimoniale pure Francesco, anche lui fonditore e figlio di mastro Mariano.

Nel 1628, assieme a Calogero, probabilmente altro suo figlio, mastro Mariano rifonde una campana per la chiesa di S. Giovanni Battista la Maddalena di Polizzi.

Pochi anni dopo il 1634, Mariano, ora qualificato cittadino di Petralia Sottana, si impegna con il procuratore della congregazione di S. Biagio di Polizzi a fondere una campana per la chiesetta eponima, riutilizzando il metallo recuperato da quella vecchia che si era rotta.

Nello stesso 1636, Mariano esegue una conocchia per la chiesa di S. Nicola a Castel di Lucio, cittadina che lo vede a lungo operoso.

Le ultime notizie finora note sul fonditore risalgono al 1637, quando è ripetutamente presente a Collesano.

Nel luglio di quell’anno, Mariano Giarrusso, che ora risulta essere di Enna ed habitator Petraliae Inferioris, si obbliga coi giurati del centro madonita a fare una campana per la chiesa del convento dei cappuccini.

Nel successivo mese di agosto del 1637, lo stesso maestro dichiara di aver ricevuto dal procuratore dell’abbazia benedettina di S. Caterina quasi due onze pro magisterio di una campana. Dopo la metà di agosto del 1637 non abbiamo rinvenuto altra documentazione su mastro Mariano Giarrusso, ma la sua bottega continua ad avere una florida attività con altri esponenti della famiglia.

Francesco è certamente attivo come fonditore almeno dal 1631, anno in cui visiona la fusione della campana dell’abbazia di S. Maria del Parto a Castelbuono, eseguita da suo fratello Giuseppe, mentre nel 1634 lavora per i giurati di Cefalù.

Nel 1645 fonde una campana di circa quattrocento chilogrammi per la chiesa conventuale di S. Francesco di Polizzi, con metallo apprestato dai frati.

Anche Francesco lavora a Collesano.

Risulta, infatti, dai libri dei conti della locale confraternita di S. Giovanni Battista che nell’anno indizionale 1645/46 vengono dapprima liquidate quasi cinque onze al petraliese Francesco Giarrusso, mastro di campani, e poi ancora altre nove per la campana quali si volse fondere di novo per aversi xiaccato …e per mastrìa della campana piccola.

Nel 1651, Francesco Giarrusso si obbliga coi giurati di S. Mauro a fondere due campane mezzane col metallo di altrettante campane rotte della Chiesa Madre di S. Giorgio e di quella parrocchiale di S. Maria de Franchis.

Nel 1652 Francesco ritorna a Polizzi: nel gennaio si obbliga col procuratore del monastero benedettino di S. Maria la Grazia a fare una campana di grandezza e peso secondo il metallo che riceverà.

Nello stesso anno Francesco Giarrusso, ancora a Polizzi, si obbliga col procuratore della chiesa di S. Giovanni Battista la Maddalena a farci la campana rutta vecchia nova.

Qualche anno più tardi, 1657, ritroviamo il fonditore a Sclafani dove riceve quattro onze, ad integrazione di sedici, dalla locale chiesa di S. Filippo per il magisterio della campana ed il metallo.

Le ultime notizie che abbiamo reperito sul fonditore petraliese risalgono al 1661.

In data 10 giugno, egli si obbliga ancora coi giurati di S. Mauro a fundarci una campana al presenti rutta per la Chiesa Madre di S. Giorgio.

Altro fonditore della famiglia Giarrusso è Giuseppe che nel mese di maggio del 1631, si impegna a Pollina con i giurati cittadini e col tesoriere della chiesa madre, autorizzato dal vescovo di Cefalù, a colare la campana menzana.

Pochi mesi dopo, a Castelbuono, lo stesso fonditore, ora dichiarato cittadino di Enna, si obbliga con D. Vincenzo Rosselli, abate di S. Maria del Parto sub vocabolo sancti Guillelmi, a colare, facere et complere…secundum artem una campana per l’abbazia.

Successivamente, mastro Giuseppe Giarrusso e mastro Francesco Petrolo fusores della campana dell’abbazia, entrati evidentemente in società.

Quanto descritto documenta quindi la stretta collaborazione di fonditori dell’area Enna- Petralia Sottana con quelli di Tortorici, centro da cui proviene mastro Fabio Petrolo (Pitrolo), esponente di una famiglia di fonditori di campane attiva dall’ultimo quarto del ‘500 alla fine del ‘700.

Nel ’51 i mastri Calogero Giarrusso e Francesco Torregrossa di Enna, in solido con Francesco Capparoso si obbligano con D. Giuseppe Brocato, procuratore della Chiesa Madre di Collesano, a fundere et de novo facere campanam xiaccatam della chiesa parrocchiale di S. Maria.

L’anno successivo, da solo, Francesco Capparoso fonde una campana per la confraternita di S. Giacomo che regge la chiesa eponima.

Qualche anno dopo, sempre a Collesano, nel mese di luglio del 1658 mastro Calogero Giarrusso, ancora qualificato come cittadino Castri Joannis seu ennei, fuse una campana nuova per la chiesa dell’abbazia di S. Maria di Pedale.

Per Calogero è documentata un’attività quasi quarantennale, se ben trentasei anni dopo la sua prima apparizione a Polizzi ritorna ancora nella stessa cittadina nel mese di ottobre del 1664 quando, assieme a Giacomo Ragusa, tortoriciano residente a Castelbuono, fuse una campana grande per il convento di S. Francesco di Polizzi.

Altri esponenti della famiglia Giarrusso, di cui non conosciamo i rapporti parentali con i precedenti maestri, sono Giacomo e Barbaro Giarrusso.

Il primo, cittadino ennese, risulta documentato da un atto del 14 novembre 1622 quando a Collesano si obbliga coi procuratori della Chiesa Madre a fundere et culare una campana rotta che avrebbe portato, a proprie spese, a Castelbuono. […]. Ma la campana non verrà eseguita dal maestro ennese e per essa, l’anno successivo, contrae obbligo lo sconosciuto fonditore di Tortorici Giovanni Russo.

Sempre nel 1622 Giacomo fuse una campana per la Chiesa di S. Pietro di Castelbuono.

Barbaro Giarrusso, magister campanarum, di Petralia Sottana compare invece in un atto del maggio 1660 quando, col calderaio Didaco Carabillò di Tortorici e coi palermitani Giacomo e Antonino La Rosa, padre e figlio pure calderai, costituisce una società ad commune comodum et incommodum laborem, lucrum ut dicitur a fari campani, maschi, lamperi et tutti altri servitii di loro arti chi troveranno a fari. L’atto mostra chiaramente come i maestri campanari non si limitino a fondere campane e come non sia inusuale costituire società, anche per brevi periodi.

La società di cui sopra verrà infatti sciolta meno di un mese dopo, avendo prima fornito di metalli e maschi varie chiese di Collesano.

Un ultimo fonditore ennese, attivo nelle Madonie, ma che doveva tenere bottega nella sua città, è il poco noto Giuseppe Bonaccolto che nel novembre del 1662 si obbliga a fondere la campana grande della Chiesa Madre di Sclafani per la buona somma di venti onze.

Lo stesso maestro, nel 1646, si era impegnato a fondere una campana di circa 320 chilogrammi per la Matrice di Castronovo.

Originari di Tortorici, attorno alla metà del ‘600, i maestri fonditori Carabillò si insediano a Castelbuono dove avviano una bottega che resterà ininterrottamente attiva per quasi tre secoli, fino oltre il secondo dopoguerra, conquistando una posizione di chiaro predominio in tutto il comprensorio madonita, anche se la presenza di altri maestri tortoriciani non verrà mai del tutto meno. I Carabillò riusciranno inoltre ad avere una significativa presenza in varie zone dei Nebrodi, area di influenza dei Ventimiglia, potente casato feudale che aveva in Castelbuono la sede marchionale.

Nel 1626 inizia l’attività mastro Giorgio che con Domenico Cara costruiscono alcuni misuratori in rame per misurare olio, mosto e vino.

Pare che solo dal settembre del 1633, mastro Giorgio si obbliga a fare una campana di vermicellaro.

Due anni dopo, Giorgio Carabillò e Giuseppe Faranda, anche lui di Tortorici, ricevono dal governatore della cappella del Crocifisso nella chiesa di S. Pietro, sempre a Castelbuono, una campana vecchia al fine di farne una nuova più grande. Da un documento del 10 giugno 1642 si apprende che Giorgio Carabillò si impegna a pagare a Bartolomeo Zumbo il metallo che questi aveva apprestato per la fusione di una campana per la quale si erano obbligati solidalmente, nel dicembre del 1636, col convento castelbuonese dell’Annunziata.

Alcuni anni dopo, Giorgio Carabillò risulta sposato con Bettuzza Musarra, la cui famiglia è ben nota nel panorama dei fonditori di Tortorici: i matrimoni incrociati nelle famiglie di fonditori di campane dovevano essere abbastanza frequenti.

Nel 1645 mastro Giorgio lavora a Tusa dove fonde una campana per la chiesetta del Rosario.

I componenti della famiglia Carabillò che operano nel campo della fusione sono numerosissimi.

Ciò ha dato luogo a frequenti omonimie che rendono difficoltoso individuare con precisione la paternità di specifiche opere. A volte, poi, si aggiunge il fatto che su alcune campane è inciso soltanto il nome della bottega, senza altra specificazione.

Dei quindici fonditori della famiglia Carabillò, che abbiamo individuati attivi tra i primi decenni del ‘600 ed il 1964, ben sei, attraverso varie generazioni, portano il nome Paolo.

Il primo di essi si ritrova operante a Collesano nel 1664/1665 quando riceve prima un acconto e poi il saldo per la fattura di una campana fusa per la chiesa di S. Giacomo.

Nel 1666, assieme a Domenico Costanzo di Tortorici e abitante a Castelbuono, Paolo Carabillò si obbliga con Barbaro Attinasi, tesoriere e procuratore della confraternita di S. Bartolomeo di Geraci, a fondere una campana per la chiesa eponima.

Poco dopo, ancora a Collesano, nel 1667/68, lo stesso Paolo riceve, assieme a Giacomo Marotta di Tortorici, dodici onze dalla confraternita di S. Giovanni Battista per la fusione della campana nuova.

Paolo Carabillò e Giacomo Marotta, in quegli anni, intrattengono un rapporto societario, cosa abbastanza frequente, come conferma la loro presenza solidale a Sclafani quando, nel mese di febbraio del 1667, vengono chiamati a fondere la campana grande di quella Chiesa Madre.

Poco dopo, luglio del ’69, ancora a Sclafani, Paolo Carabillò si impegna con D. Giuseppe Brocato a fondere una piccola campana che consegnerà a Castelbuono, città nella quale tiene bottega.

Nello stesso periodo, di nuovo a Collesano, mastro Paolo riceve dai rettori della chiesa ex-conventuale di S. Francesco, il cui convento era stato abolito da poco, poco più di tre onze per sua mercede e magisterio della campana quale era xiaccata e si fondìo di novo.

Intanto la presenza della bottega Carabillò è pure attestata a Polizzi, dove nell’aprile del 1674 magister Paulus Calabrò (sic) si obbliga con padre Giovanni de Messina, priore di S. Maria del Carmelo, a fare una campana con il metallo che riceverà dal committente. É ancora lo stesso maestro il fonditore della campana della chiesa del SS.mo Salvatore di Castelbuono che, oltre a portare inciso il nome del fonditore, reca le prime due cifre di un imprecisato anno del XVII secolo.

Altro esponente della famiglia Carabillò, attivo tra ‘600 e ‘700, è mastro Sebastiano che, con i conti dell’anno indizionale 1693/94, risulta ricevere delle somme dalla Chiesa Madre di Collesano: pagati a mastro Sebastiano Caltabellò maestro campanaro per havere squagliato e rifatto li due mazzoletti novi (onze) 3.

Nel 1695/96, nella stessa Collesano, il fonditore percepisce un acconto di sei onze dai confratelli di S. Nicolò per avere rifuso la campana della loro chiesa.

Tra Seicento e Settecento, un proprio spazio operativo si ritaglia anche Sebastiano Mendoza che negli interventi sopra citati appare in rapporto societario con uno dei Carabillò.

Ma il Mendoza opera anche autonomamente, come è documentato da un pagamento per circa cinque onze pro eius magisterio et attrattu di haver fonduto e culato due campane ut dicitur mazzoletti della Maggior Chiesa, sempre a Collesano. Siamo nell’agosto del 1696. Poco dopo, conti del 1698/99, la stessa chiesa gli liquida cinque onze per la rifusione di un’altra campana.

Raimondo Lentini in Fonditori di campane a Burgio, ricorda: “… che a Burgio, un piccolo comune dell’agrigentino, a partire dall’anno 1500, si tramanda da nonno a nipote la singolare tradizione dell’arte della fusione delle campane”: la famiglia dei Virgadamo che da centinaia di anni di storia si conferma tra le più antiche officine fonditori di campane a conduzione familiare.

A Burgio fusero i Baiamenti e gli Arcuri .

Cuzzoni: L’attività di ferrari era tradizionalmente praticata dagli ebrei a Palermo, Catania ed in altri luoghi.

Nella seconda metà del secolo XVI, a Messina era attivo il fonditore di campane spagnolo Aron.

Nel sec. XVI. A Palermo esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Georgius De Garbato, operante anche a Galbiate (LC).

Barnaba Gaetani Tripi, sec. XV. Nel secolo XV, il Feudatario di Tripi era il pisano Barnaba Gaetani che fornì quattro bronzi alla città di Palermo.

Nel secolo XV, a Messina era attivo Giovanni Pages (oriundo spagnolo) che fornì nel 1480, 4 grandi bronzi per Malta.

 Barnaba Gaetani Messina, sec. XV.

Nel secolo XV, a Messina era attivo Giordano Perusino (probabilmente oriundo di Perugia. Vedi Umbria) che fornì nel 1468 diversi bronzi per la torre di Ficarazzi.

Georgius Panormitanus nel XVI sec. fondeva a Galbiate (LC).

L’ arcidiocesi di Brindisi Ostuni informa che nella città di Mesagne si ricorda il mastro fusore Giovanni Maria Cupito da Messina che fuse negli anni 1608 e 1611.

Nel 1540 mastro Gaspere Arena originario di Tortorici firmò un contratto con Francesco Giaconia da Ciminna per una campana di bronzo di 4 cantara per al chiesa di san Francesco a Ciminna.

 

SARDEGNA

Dal sito Chiese. spazioinwind.libero.it/oristano: La Chiesetta dell’Assunta.

Nel bel campanile a vela troviamo due campane, una delle quali, del 1504, in bronzo fuso e di forma antica, porta una scritta a caratteri gotici “Jesus- Franciscus Lecca me fecit- A.M.D.IIII”. La tradizione vuole che questa campana sia suonata dal 1° al 31 Agosto di ogni anno, di giorno e qualche volta anche di notte, in onore dei festeggiamenti della B.V. Assunta sita in Curcuris (Oristano).

Oreste Gentile

(Fine).

 

 

 

 

 

 

 

I PIU’ ANTICHI FONDITORI DI CAMPANE (“magistri campanarum”) IN ITALIA DALL’ VIII AL XVII SECOLO. CERTEZZE, CURIOSITA’ E DUBBI ! (Italia centrale).

luglio 15, 2016

 

 

CENTRALE

 

 

TOSCANA

Dal sito www.campanologia.org  si apprende che le campane più antiche sono presenti in Puglia (AR): una campana fusa nel 1109 (vedi Bernazzani ?) o la più tarda campana di Maestro Martino della Cattedrale di Siena fusa nel 1149.

Chiara Bernazzani, in Le firme dei magistri campanarum nel Medioevo. Un’indagine fra Parma e Piacenza, ci offre il primato di una “fusione” dell’anno 1109: Ego Albertus feci hanc campanam anno Domini mcix è l’iscrizione della citata campana senese del 1109 proveniente dalla chiesa di San Cristoforo.

Bartolomeus pisanus fu capostipite di una dinastia per la quale il semplice aggettivo di provenienza divenne garanzia di appartenenza alla scuola fusoria più abile e innovativa.

Bernazzani evidenzia: La presenza accertata di fonditori di campane pisani a Parma negli anni Ottanta del Duecento va tenuta presente nella discussione sulla provenienza del fonditore Guidotto la cui campana risaliva al 1287 (l’anno in cui Salimbene ricorda attivo a Parma almeno un fonditore pisano, compreso nell’arco di tempo in cui Guidotto di Bartolomeo Pisano opera in importanti commissioni fuori Pisa, la campana recava la sottoscrizione «Guidoctus pis me fecit». L’iscrizione non è tràdita univocamemte. Niccoli sciogli pis in parmensis: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus parmensis me fecit».

Scarabelli Zunti, che pure considera Guidotto parmigiano, mantiene l’abbreviazione, ma dà una versione incompleta: «A(nno) D(omini) MCCLXXXVII ad honorem Dei et Beatae Mariae Virginis hoc opus factum fuit de bonis domini Rolandi Tavernae tempore domini Petri prioris Guidoctus pis me fecit». Fu dunque lo scioglimento dell’abbreviazione pis a suscitare contrasti: Da Morrona vi riconosce l’origine pisana del fonditore, prova ulteriore del fatto che i fonditori pisani erano allora «invitati a dar saggio del loro sapere dalle migliori città d’Italia». Come Nicolli, Lopez scioglie con parmensis e segnala Guidotto come uno dei fonditori autoctoni attivi in città negli ultimi vent’anni del Duecento.

Le circostanze cronologiche ed il nome stesso (nonché la provata mobilità di Guidotto di Bartolomeo), scrive Bernazzani, inducono tuttavia a pensare che la campana fosse opera del fonditore pisano.

Bernazzani evidenzia: Bartolomeus pisanus fu capostipite di una dinastia per la quale il semplice aggettivo di provenienza divenne garanzia di appartenenza alla scuola fusoria più abile e innovativa del Duecento italiano e ricorda i sette bronzi del Duomo di Pisa, databili dal XIII (la ‘Giustizia’ fusa da Lotteringo di Bartolomeo Pisano nel 1262, in origine per una sede civica) al XIX secolo, tutti fregiati di stemmi e complesse iscrizioni.

Scrive Cuzzoni: Bartolommeo pisano dovette essere gran fonditor di metalli ed abile scultore ed architetto Poiché l’imperator Federico II fu molto vago dell’arti belle e poiché particolar cura pose in quella dell’architettura, fa molta lode al nostro pisano maestro che destinato fosse all’esecuzione dei nobili pensieri di quel monarca.

Devenendo all’arte di fonder metalli posseduta dal prelodato Bartolommeo, in una delle campane della Basilica d’Assisi leggesi: “A. D. 1239. F. HELIAS FFCIT FIERI. BARTOLOMEUS PISANUS ME FECIT CUM LOTERINGIO FILIO EJUS.”.

Cimarra ricorda che Bartolomeo gettò in bronzo le campane per la Basilica di San Francesco di Assisi nel 1123, mentre Gabriele Gattiglia e Marco Milanese in L’atelier stabile di Bencivenni, campanarius in S. Andrea di Chinzica (Pisa, 2006) scrivono che Bartolomeo Pisano, già autore di ritrovati tecnici atti a dare maggiore sonorità alle campane, fuse, assieme al figlio Loteringio, una campana piccola ed una grande per la Basilica di San Francesco in Assisi.

Cuzzoni ricorda: Il P. Della Valle, oltre a una tale iscrizione (quella di una delle campane della Basilica di Assisi), riporta la seguente ch’era in una grossa campana fatta d’ordine di Gregorio IX pel vecchio campanile di S. Francesco di Siena: “XPS VICIT. etc. A.D. 1228. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT etc.”. La campana più non esiste, ma l’iscrizione si conserva nell’archivio di quel convento, ottimo provvedimento che di rado si osserva.

Le campane entrambe della parrocchia di S. Cosimo riformata di fresco hanno la seguente iscrizione se il millesimo si eccettua. XPS.etc. BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLVIII.

Appartengono al sopraencomiato Bartolommeo i seguenti versi della campana grossa di un bel getto e di grato suono della chiesa di S. Michele, circa un miglio distante da Pisa

A.D. MCCLIII. XPS. VICIT. XPS. REGNAT XPS. IMPERAT. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT. AVE MARIA GRATIA PLENA DNS TECUM BENDCA TU IN MULIERIS. ET BNDCS FRUCTUS VENTRIS TUI.”.

Oltre le pisane iscrizioni di tal genere, non ne mancano altre atte a comprovare la perizia nel fonder metalli del nostro Bartolommeo, e dobbiamo alla gentilezza del sig. Antonio Ormanni direttore del Museo e della Libreria pubblica di Volterra quella che adorna una campana della badia di S. Galgano, presso alla città. Ella è la seguente: “AGLÆ AVE MARIA GRATIA PLENA DNUS TECUM. B. T. IN. M. ET B. F. VE. T. XPS. VINCIT, XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. A. D. MCCXLIV MENTEM STAM SPONTANEAM HONOREM DEO, ET PATRIE LIBERATIONEM. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT.”

Cuzzoni: Mastro Loteringio Pisano, Figlio di Mastro Bartolommeo. Insieme al padre fuse la Pasquareccia nella torre pendente di Pisa, ricordato anche da Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: La quarta, chiamata un tempo la Giustizia, ed ora la Pasquareccia, tenevasi nella torre del Giudice, e si suonava allorquando il reo andava al patibolo. E’ questa la più antica fra esse, ed ha in alto la seguente iscrizione in caratteri gotici circondata da due fregi da due fregi ripieni di rabeschi: < Locterineus De Pisis fecit. Gerardus Hospitalarius solvit. A. D. 1262.

Primieramente, ricorda Cuzzoni, il campanile dell’antica chiesa di S. Paolo a ripa d’Arno contenente tre grosse campane di un bellissimo suono molto soddisfece al mio desiderio, imperocché nella seconda è scritto a chiare note: “XPS VICIT. XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. BARTH0LOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLII. Nella terza: XPS. etc. LVTTERINGVS FILIVS BARTHOLOMEI ME FECIT.”

Sulla sull’alta torre di S. Francesco di Assisi, ancora Cuzzoni, esisteva una campana, con l’iscrizione: “A. D. MCCXXXIX. PAPE GREGORIO TEMPUS PERPENDIT NOVI CESARIS AC DIEI TEMPUS PONTIFICI FEDERICI. BARTOLOMEVS PISANUS ME FECIT CVM LOTERINGO FILIO EJUS CVM FIT CAMPANA QUE DICITUR UT ALIANA.”

Nella quarta campana della pisana torre pendente abbiamo altra opera di Lotteringo pisano, quivi leggendosi “A. D. MCCLXII. LOTTERINGVS DE PISIS ME FECIT. GERARDVS HOSPITALARIVS SOLVIT.” […].

Così sta scritto nella campana grossa ch’era nel campanile della chiesa soppressa di S. Marco in Calcesana, e che al presente è in quello di S. Jacopo di Vicarello.

  1. D. MCCLXXIIII. MAGR. IOHES. FEC. HOC. OPVS. TRE. PBRI. RVSTICE. TNC. RECTORIS.

Andreotto Pisano, figlio di Mastro Bartolommeo ricorda Cuzzoni, lavorò soprattutto in una zona comprendente l’ intera Italia centrale e parte di quella meridionale.

Mastro Guidotto Pisano. Figlio di Mastro Bartolommeo. Fuse nel 1288 la Quarta Campana della Basilica di S. Pietro a Roma.

Mastro Andrea Pisano. Pisa, secolo XIII. Fonditore di Campane. Figlio di Mastro Guidotto.

Mastro Giovanni Pisano. Pisa, secoli XIII-XIV. Figlio di Mastro Andreotto. I seguenti caratteri io lessi in una campana grossa di S. Matteo: “MENTEM SANTAM SPONTAN. IN ONOREM DIVI PETRI LIBERATORIS MAGISTER JOHANNES ME FECIT. A. D. MCCLXXVIII

 Mastro Bonavere Pisano. Pisa, secoli XIII-XIV. Figlio di Mastro Loteringio.

E poiché nell’altra simile alla suddetta nel getto e in bontà di suono leggesi “MAGISTRO BONAVERE MCCLXXXII.”.

La pubblicazione  di Cimarra migliorare la conoscenza dei magistri pisani: In Italia la fusione di campane fu praticata comunemente nel Medioevo; ed il ripetersi nel secolo XIII di nomi di fonditori pisani attivi a Roma, a Lucca, a Firenze (Bartolomeo, Loteringio di Bartolomeo, Guidoccio, Guidotto e Andrea Pisano di Guidotto, Bonoguida e Rico Fiorentini, Andreotto e Giovanni) dimostra anche da noi quella tradizione familiari e nomade.

Se Bartolomeo firma la sua opera per la chiesa di San Cosimato a Trastevere, con maggiore frequenza ricorre il nome di Guidotto Pisano, il quale nella seconda metà del secolo dovette assurgere, per la sua abilità tecnica, ad una certa notorietà: dalla sua officina escono nel 1286 i due bronzi di San Nicola in carcere su commissione di Pandolfo de Sabello, pro redemptione anime sue; nel 1289 campana della “predica” di San Pietro, fatta per legato di un certo Riccardo, notaio del Papa Nicolò IV e, con la collaborazione del figlio Andrea, una delle campane di Santa Maria Maggiore, entrambe dapprima depositate al Museo Lateranense e trasferite poi al Museo Sacro Vaticano; nel 1291 quella di Sant’Angelo in Pescheria; alla fine del secolo XIII o nella prima decade di quello successivo un’altra campana di Santa Maria Maggiore su commissione di Pietro Savelli.

La documentazione di cui possiamo disporre conferma la presenza periodica del maestro pisano a Roma nell’arco di un trentennio, ma l’attività di Guidotto fu, come già si è accennato, itinerante su un’area più vasta, come si desume dalla scheda del repertorio Thieme-Becker: Fonditore di campane in Pisa, di cui sono conservate molte campane datate, la prima del 1273 da S. Michele in Lucca (oggi nella Pinacoteca) fusa in comune con Bartolomeo Pisano. In San Severo e Martino presso Orvieto (distrutta) si trovava una campana con la data 1277. Inoltre: Lucca, San Giovanni (1281); Parma, Certosa (1287, conservata?); Roma, San Pietro (1289).

Cimarra: E proprio a Corneto troviamo attivo, (ma la data tramandata dovrebbe risultare erronea e di conseguenza essere posticipata di circa un decennio), uno degli artefici pisani menzionati, cioè Loteringio di Bartolomeo, dalla cui fonderia sono uscite anche altre campane per chiese della Toscana (Lucca, Museo: 1242; Pisa, campanile del Duomo: 1262): un ignoto cronista dei Serviti riporta che una campana della chiesa (scilicet: S. Maria in Valverde) portava la seguente iscrizione: Anno Domini 1211. Mi fece Lotteringio, figlio di Bartolomeo Pisano, al tempo dei fratelli Leonardo, Angelo e Simeone. I maestri fonditori pisani operarono durante tutto il secolo XIII nell’Italia Centrale, precisamente nelle regioni del versante tirrenico, risalendo fin nel cuore dell’Umbria e travalicando in qualche caso l’Appennino in altre regioni.

Naturalmente tale attività non si limita alle grandi città, ma si estende con spostamenti successivi ai centri minori: nel 1272 a San Paolo in Sabina (Ri) Guidotto foggia, in onore della Vergine Maria e di San Pietro Apostolo, un elegante campana:

+ A.D. M. CC.LXXII. AD. HONOREM DI. ET BEATE MARIE VIRGINIS. ET. S. PETRI. APOLI + . GUIDACTUS PISEANUS ME FECIT. XCS VICIT. XCS REGNAT. XCS IMPERAT. AGLA. La chiusa della iscrizione declatoria reca oltre ad AGLA, parola di pregnante valore magico-religioso, la triplice acclamazione alla regalità di Cristo, formula trasmessa, durante l’esercizio di apprendistato e di collaborazione, da maestro Bartolomeo, che l’aveva impiegata almeno fin dal 1221 nella campana abbaziale di Livorno. Nel 1278 a Velletri, sotto il guardianato di frate Andrea de Auricola, fonde per la chiesa di S. Francesco una campana pro anima D(omini) Boni Iohannis de Placentia ed una altra ancora conservata nella torre del palazzo municipale.

Tre anni dopo lo troviamo a Corneto, dove per la chiesa di San Michele (detta anche Sant’Angelo de puteis o della pinca) firma una campana dedicata alla Vergine Maria e a San Michele Arcangelo, la quale più tardi sarà traslata nella chiesa di San Marco. Anche in questo caso ricorre la formula Christus vincit – Christus regnat – Christus imperat, come avverrà nel 1290, quando sempre a Corneto egli presterà la sua opera alla Chiesa di Sant’Egidio: Il campanile (scil.: della chiesa di S. Maria del Suffragio) recava due campane provenienti dalla chiesa di Sant’Egidio: esse vennero calate e rifuse il 24 aprile 1863 su ordine del cardinale Quaglia e con una spesa di 25 scudi.

La campana maggiore portava la seguente iscrizione: Anno Domini 1290. Ad honorem Dei et Beatae Virginis Mariae et intus corum P.P.E. Prior Bartholomaei – XPC vincit – XPC regnat – XPC imperat. Quidam Guidoctus Pisanus me fecit.

Gattiglia e Milanese: Un episodio di rilievo identificato nello scavo (precisano gli autori: realizzato a Pisa negli anni 2003-2005 nell’area dell’ex Palazzo Scotto) è rappresentato da alcuni ambienti adibiti alla lavorazione ed alla fusione delle campane, caratterizzati da fosse di gettata del metallo utilizzate anche per la cottura degli stampi: la datazione di queste attività si colloca nel pieno XIV secolo.

Il ritrovamento è di un certo rilievo, in quanto si tratta delle prime fonti archeologiche relative ad una produzione urbana pisana di campane, un’attività in cui, in particolare tra il XIII e XIV secolo, le maestranze pisane, prevalentemente itineranti, avevano raggiunto una notevole abilità tecnica: la loro fama trova espressione già nel primo XIII secolo nell’attività itinerante di Bartolomeo Pisano, magister cui si rivolgeva una committenza di rilievo, anche papale.

Nel giuramento pisano del 1228, in occasione dell’alleanza con Pisa, Pistoia e Poggibonsi, il quartiere di Chinzica e il suo settore orientale appaiono luoghi di elevata concentrazione di officine metallurgiche (fabbri generici ed altre specializzazioni nel settore), ma un solo artigiano, tra i 251 lavoranti aventi a che fare a vario titolo con i metalli (tra i 4500 nominativi elencati), viene definito come campanarius: si tratta di Buonagionta, campanarius nella cappella de Sancto Laurentio in Guinzica.

All’inizio del Trecento, Andreas magister campanarius abita in Chinzica e nel 1333 fonde la campana di San Martino (in Guazo Longo), cappella di Chinzica già caratterizzata nel 1288 da 36 fabbri (alcuni dei quali potrebbero essere stati occasionalmente fonditori di campane, come suggerisce la vicenda del Magister Tosculus de Imola) e probabile luogo di residenza di Andrea, campanarius, citato in quanto confinante in un atto di vendita di un pezzo di terra con casa ubicato nella cappella di San Martino, datato 28 giugno 1325.

Andrea realizzò la campana di San Martino con Gherardo, i cui figli Bencivenni e Nanni sono noti per la loro attività di fonditori a Lucca, Pisa, Firenze, Viterbo: in particolare, Nanni fu campanaio della cappella di S. Andrea in Chinzica (le fondazioni della chiesa sono state ritrovate nello stesso scavo, a pochi metri dall’atelier), a sottolineare il radicamento in tale area urbana di questa particolare attività artigianale. […], il ritrovamento (nei contesti di demolizione dell’officina) di un frammento di ceramica priva di rivestimento con, graffita prima della cottura, una campana con almeno 3 o 5 maniglioni, nel cui fregio si legge il nome di Bencivenni, permette di definire un’operazione raramente realizzabile in questo campo di ricerca, come il riferire di un impianto restituito archeologicamente ad uno specifico artigiano o a componenti della sua famiglia (il fratello Nanni, nel caso particolare).[…] e il dato materiale trova un preciso riscontro in un contratto stipulato il 15 aprile1383 tra il comune di Lucca e Bencivenni ed i figli Iacopo e Bartolomeo, ai quali si riconosce il diritto al recupero della cera utilizzata per la fusione di alcune campane in città.

La cronologia pienamente trecentesca (posteriore al 1330) degli impianti, si colloca come le più tarde attestazioni dell’uso di questa tecnologia (si tratta della tecnologia di tradizione germanica, codificata da Teofilo all’inizio del XII secolo) in Toscana.

Nel basso medioevo i magistri campanarii pisani risultano ben conosciuti ed apprezzati, tanto da essere legati ad importanti commesse. Erano organizzati in taglie, strutture a carattere familiare, con numero dei componenti piuttosto limitato, sotto la guida del magister, capo, custode dei segreti e direttore della fusione.

I suoi tre figli Loteringo, Andreotto e Guidotto accrebbero la fama della taglia, tanto che Guidotto, la cui opera svolta assieme ai figli Andrea, Giovanni e Gherardo, si concentra nell’area romana, fuse assieme al figlio Andrea una delle campane di S. Pietro, mentre Giovanni e Gherardo fusero la campana di Anagni su incarico papa Bonifacio VIII.

All’inizio del XIV secolo troviamo Andrea di Guidotto residente in Chinzica ed annoverato tra i Sapienti come magister Andreas campanarius e come tale, nel 1333, fuse la campana di San Martino in Pisa assieme al maestro Gherardo.

La taglia di Gherardo è ben conosciuta tramite le fonti documentarie e le firme sulle campane soprattutto per quanto riguarda l’operato dei suoi due figli Bencivenni e Nanni. Come vedremo fu molto attiva in area lucchese (numerose commesse comprese nell’arco temporale 1313-1383 sono citate nella documentazione lucchese), ma ebbe un fortissimo legame con Pisa e con S. Andrea in Chinzica.

Delle fusioni di Gherardo sono note solamente le campane di S. Maria delle Grazie (1314) e quella già citata di S. Martino (1333). Bencivenni lavorò molto in lucchesia ove fuse da solo due campane a S. Lorenzo di Brancoli e una a Ombreggio di Brancoli nel 1346, a Monteggiori nel 1356, a Lucca per la chiesa di San. Giovanni nel 1376, e a Viterbo ove, nella seconda metà XIV secolo fuse la campana della chiesa di S. Sisto; insieme al fratello Nanni realizzarono la campana della chiesa di S. Lorenzo alla Rivolta in Pisa nel 1361 e nella seconda metà del XIV secolo la campana di Palazzo vecchio a Firenze.

Nanni fuse due campane per la chiesa di S. Genesio a Gignano di Brancoli, la campana per la Chiesa di San Michele in Orticaria nel 1381.

Nel 1383 fuse, insieme ai figli Iacopo e Bartolomeo*   la “Mezza Terza” di S. Michele in Foro a Lucca e due campane per il comune, mentre nel marzo 1393**   Nanni fu incaricato dagli Anziani del popolo e dall’operaio del Duomo della fusione di una campana grossa per il Duomo di Pisa. (nota * : Secondo Corsi 1973 e Lera 1998, pag. 64 la fusione fu effettuata da Bencivenni e dai figli Iacopo e Bartolomeo, secondo Da Morrona 1812, pag. 421 sulla campana di San Michele sarebbe inciso BENCIVENNI ET IACOPO DI JO. ME FEC., ricordiamo che un Iacopo di Giovanni è presente come campanaio in S. Andrea di Chinzica nel 1407, pertanto si rimarca, in questa sede l’appartenenza alla taglia, rinviando ad altre sedi i problemi legati alla parentela. Nota ** : Simoni 1937, p. 212 nel testo è riportata la data 1339, mentre in nota è riportata la data 1393, che si ritiene più corretta soprattutto in relazione con la successiva data dell’assoluzione del pagamento, 1397, in caso contrario dobbiamo immaginare passassero 58 anni prima che venisse esentato dal pagamento del denaro anticipatogli. Tale errore è riportato anche da Lera 1998, p. 64.). I documenti relativi a questi ultimi due lavori risultano di particolare interesse per la nostra ricerca: nel primo caso perché oltre a mettere in evidenza il funzionamento della taglia con la trasmissione delle competenze alla nuova generazione, ci permette di capire qualcosa anche del processo produttivo adoperato da questi fonditori.

Secondo i patti, infatti, oltre allo stipendio mensile di due fiorini d’oro a testa, spetterà loro, a lavoro ultimato, tutta la cera e il sego rimasto. Il secondo, invece, fa intuire la fama di questa taglia a cui veniva affidata la fusione di una campana per il Duomo e permette di stabilire un legame stabile con S. Andrea in Chinzica, infatti, la commessa viene attribuita a Nanni di Mastro Gerardo campanaio della Chiesa di S. Andrea in Chinzinca.

L’incarico, però, non andò a buon fine, la campana venne giudicata non buona e non bene sonante e pertanto non venne accettata. Tale fallimento ebbe potenti ripercussioni su Nanni tanto che nell’ottobre 1397 gli Anziani lo assolvevano dal pagamento dei denari concessigli anticipatamente, di cui era ancora debitore a 4 anni di distanza, per lo stato di povertà nel quale era caduto.

I documenti pisani dell’inizio del XV secolo rendono maggiormente chiaro lo stabile legame con la parrocchia di S. Andrea in Chinzica: nel 1402 sono censiti 3 campanai in S. Andrea, nella prestanza del 1407 è citato Iacopo di Giovanni Campanaio nella parrocchia di S. Andrea in Chinzica, nel 1409 è citato un Iacopo di Bencivenni, mentre nelle raccolte del 1412 e del 1428 non sono più citati campanai in S. Andrea di Chinzica. Sappiamo sia dai dati archeologici, sia dai dati archivistici che la popolazione stava rapidamente contraendosi per le acquisizioni e le demolizioni fatte dai fiorentini per la costruzione della Cittadella Nuova.

Appare evidente, dalle fonti documentarie, come a partire dal quarto decennio del XIV, fino agli inizi del XV secolo i componenti della taglia di Gherardo abbiano un forte legame con Chinzica e come, sicuramente a partire dalla seconda metà del XIV secolo abbiano eletto a loro residenza la parrocchia di S. Andrea.

Le fonti documentarie confermate dal dato archeologico, reso particolarmente significativo dal ritrovamento del fr. Ceramico riportante una campana recante al suo interno il nome di Bencivenni, permettono di attribuire l’atelier di Palazzo Scotto alla taglia di Gherardo.

L’eccezionalità di questo ritrovamento pisano, di un atelier specializzato e svincolato dall’occasionalità della singola fusione, necessita sicuramente di un’edizione più esaustiva di questa nota preliminare. La possibilità di riferire questa officina, se non proprio al solo Bencivenni, ai suoi stretti familiari, apre scenari interpretativi di rilievo alla componente stanziale di questi artigiani, la cui componente itinerante rimane comunque probabilmente prevalente. Probabilmente l’atelier era utilizzato da Bencivenni e dal fratello Nanni (e dai figli) nel pieno XIV secolo per le commesse urbane e del contado pisano e per produrre campane di limitata grandezza (circa 50 cm. di diametro).

Altre notizie e curiosità dei fratelli magistri campanarum Nanni e Bencivenni, nel sito Associazione Italiana di Campanologia, Giuseppe Bernini ha pubblicato CAMPANE PISANE A CAMPIGLIA: La più antica campana di Campiglia, esposta nel museo di Arte Sacra di San Lorenzo, proviene dalla chiesa di San Sebastiano extra moenia detta di San Bastiano in cui e stata utilizzata fino al 2004, quando per motivi di sicurezza fu tolta dal piccolo campanile a vela e fu sostituita da una copia identica all’originale nella forma e nel suono. Come recita l’iscrizione questa campana e un’opera fusa nel 1372 da Nanni Pisano per la chiesa di San Frediano a Canneto, una località del territorio pisano prossima a Latignano, già nel piviere di Cascina. Sulla “testa”, ossia sulla parte esterna vicina alla corona, nello spazio compreso fra due fasce a nastro e posta la seguente iscrizione: + CHELINO DI BOTO OPERAIO DI SĈO FREDIANO A CANETO A.D.MCCCLXXII. Sotto i due nastri inferiori essa e completata dal nome del fonditore: NANNI PISANO ME FECIT.

L’autore della nostra campana, il fonditore pisano Nanni, residente nella cappella di Sant’Andrea in Kinseca, apparteneva ad una famiglia di noti maestri campanari attivi a Pisa nel XIV secolo; il padre Gerardo, da identificare nel maestro di campane che nel 1350 riparò la campana del Popolo Pisano, esercitò l’arte campanaria trasmettendola ai figli Nanni e Bencivenni e da loro passò ai nipoti Iacopo e Bartolomeo.

Il maestro Nanni fuse nel 1384 fuse la campana per il campanile della pieve di Vicopisano e per la chiesa di San Silvestro a Pisa. Le campane giunte a noi confermano gli artifici tecnici e la maestria di questo fonditore pisano, autore tra l’altro di una campana conservata nella chiesa di Santa Maria in Canonica a Colle Val D’Elsa , proveniente a sua volta dalla chiesa di Santa Lucia a Balbiano, che egli fuse nel 1351. Altre campane di maestro Nanni sono nel chiostro di San Galgano alla Misericordia di San Gimignano e nella chiesa dei Santi Maurizio e Viviana a Filettole (campana del 1394).

Il 14 marzo 1393 l’operaio Giovanni Macigna, succeduto nella carica a Colo Salmuli, morto durante i lavori di assistenza alla fusione di una grossa campana, stipulò un contratto con “magister Nannes campanarius”, figlio del fu maestro Gerardo per “facere formam et tonicam seu vestem campane grosse”. La vigilia della festività dedicata a San Giovanni Battista “si fondò e colò una campana grandissima di più di venti migliaia, indel refectorio di chalonaca nuova” iniziando così i lavori previsti contrattualmente con maestro Nanni. A causa della insufficiente quantità di metallo colato nello stampo, al momento dello scoprimento dalla terra la campana risultò mancante di alcune maniglie della corona e, nonostante i rifacimenti compiuti il 9 luglio successivo, la sonorità non risultò idonea e per maestro Nanni fu un fallimento.

Bernini ricorda: Il nome di “Albertus pisanus” è presente sulla campana del 1200 collocata sul campanile della chiesa di San Martino a Siena, un’analisi accurata ed un confronto con la campana della chiesa di Santa Cecilia potrebbe svelare se si tratta dello stesso fonditore.

Di un altro “Albertus” è la campana del 1109 proveniente dalla chiesa di San Cristoforo oggi nel museo civico di Siena. (vedi inizio Toscana).

Bernini: il maestro Alberto autore di una campana presente sul campanile della chiesa di Santa Cecilia cui rinvia l’iscrizione che così recita: Albertus campanarius me fecit millo centesimo septuagesimo terbio. .

E’ ricordata La campana delle ore della torre del Palazzo Pretorio di Campiglia, conservata tra i cimeli storici della comunità, per l’instabilità muraria della vela in cui era collocata e la forte usura del metallo, nel 2004 fu tolta da questo luogo, da cui per secoli aveva segnalato le ore ai campigliesi e fu sostituita da una copia.

Come recita l’iscrizione: AVE GRASIA PLENA + NICHOLA DI PIERO PISANO ME FECIT MCCCCXXXXVI è un’opera del fonditore pisano Nicola di Piero realizzata nel 1446.

L’assenza di riscontri biografici e manifatturieri relativi all’attività di maestro Nicola di Piero rende arduo comprendere eventuali evoluzioni artistiche e formali, certo è che egli si pone nel solco dell’attività fusoria del padre Piero come testimonia la campana del 1439 posta sul campanile della chiesa di San Pietro a Latignano, nel territorio del comune di Cascina a cui rinvia l’iscrizione che così recita: PIERO DI SIMONE ISTAGNATAIO PISANO ME FECIT MCCCCXXXVIIII.

Nell’iscrizione Piero dichiara la sua paternità ed è interessante notare come, nell’esercitare la prestigiosa arte di fondere campane, amasse sottolineare il mestiere di stagnaio del padre Simone. Del resto non fu inconsueto nelle specializzazioni manifatturiere e nella poliedrica lavorazione dei metalli che i fonditori di campane dichiarassero di essere stagnai, ottonai e calderai.

Nel 1419 il maestro campanario, Tebaldo di Mongio de Burgundia, è chiamato a fondere due grosse campane per il Duomo di Pisa.

Magio Giovanni rifuse nell’anno 1381 un’altra campana della Cattedrale di Siena. Giovanni Tofano rifuse una campana detta “Sovrana” nell’anno 1452, mentre nel 1453 e nel 1469, rifuse 2 vecchie campane realizzate da Tofano di Magio nell’anno 1396.

Bernazzani sottolinea il diffusissimo fenomeno dei fonditori itineranti, che dovevano verosimilmente appoggiarsi a botteghe a conduzione familiare.

Su questa stessa linea si pone il già affrontato caso del pontremolese Johanes, che in questa forma lascia il suo nome sulla campana di Ottone del 1355 e potrebbe dunque essere lo stesso Giovanni da Pontremoli della campana di Costa di Tizzano, di cinque anni posteriore (1400) .

Bernazzani, evidenzia la presenza di Ioannes Pontremulo: A Pontremoli risultano attivi, nel corso del Trecento, fonditori autoctoni e provenienti da Parma, che preparano il sorgere di una fiorente attività, destinata a divenire tradizione locale. Pontremoli, Parma, Piacenza, e soprattutto le aree collinari di pertinenza, si trovavano nel bacino della via Francigena e nel Medioevo furono intensamente collegate tra loro. La geografia degli scambi si unisce così alla dinamica degli sviluppi artigianali: è stato ipotizzato che proprio fonditori provenienti da Parma e chiamati ad operare a Pontremoli avessero introdotto nella località dell’alta Toscana l’arte di fondere campane.

Nel caso di Ioannes, è comprensibile che egli operasse non in Parma, data la disponibilità di fonditori autoctoni, ma in area collinare, ove era facile il contatto con un centro come Pontremoli, distante da Tizzano poco meno di sessanta chilometri.

L’iscrizione della campana di Costa di Tizzano, in lettere gotiche, è fortemente corrosa. Il bronzo è tuttora ubicato sulla torre e suonato, ma per questo esposto ai danni degli agenti esterni; il precario stato di conservazione ostacolò la corretta interpretazione della data, ed esso fu ritenuto del 1272*  l’iscrizione recitava, nella trascrizione più attendibile, «MCCCLX S(anctus) Petrus Ioannes de Pontremulo me fecit sanctam honorem Deo et patrie liberationem». Si ritrova, nella formula dell’‘oggetto parlante”, l’associazione tra data e firma, cui si aggiungono la dedica ricevuta dalla campana nell’atto della benedizione (corrispondente a quella della chiesa) e il cosiddetto ‘epitaffio di sant’Agata’, formula – di discussa interpretazione – assai diffusa nell’epigrafia campanaria.

(in nota *: Questa la datazione proposta in Dall’Aglio, La Diocesi di Parma, II, p. 1020. Secondo il Dall’Olio (Gli antichi bronzi), Ioannes de Pontremulo fuse anche la perduta campana minore della chiesa di Corniglio, datata 1370 e commissionata dal vescovo di Parma Ugolino Rossi. Non è stato sino ad ora possibile reperire attestazione dell’iscrizione. Se fosse verificabile, la notizia permetterebbe di accostare almeno un altro manufatto alle campane di Tizzano e di Ottone riconducibili al fonditore pontremolese.

Il bronzo di Ottone – borgo incuneato tra quattro province e tre regioni, in quella che è un’autentica ‘terra di scambi’ – fu realizzato per la chiesa di San Bartolomeo, e dal 2001 è esposto nel locale Museo d’arte sacra. Mostra anch’esso il tipo più semplice di epigrafe campanaria, nella formula dell’‘oggetto parlante’, interamente contenuta nella fascia intorno alla calotta: MCCCLV IOHANNES DE PONTREMULO ME FECIT.

Altri magistri campanarum erano originari di Pontremoli nella nota 58 della pubblicazione di Bernazzani: P. Bologna, Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi, Firenze 1898, pp. 7, 118. L’autore dà anche notizia di un Pietro da Pontremoli, fonditore nel 1402 di una perduta campana per la chiesa di Zeri, la cui iscrizione venne registrata dal cronista cappuccino pontremolese Bernardino Campi nel 1699; e Tomaxinus de Pontremolo che firmò, scrive Bernazzani, la campana lucchese di San Donato (ora sul campanile di San Paolino) nel 1359 e la e la perduta campana di San Michele a Canossa nel 1334.

Nella chiesa di San Cristoforo in Pontremoli (www.provincialgeographic.it/121-territorio/borgo-val…/): Si sa per certo che sul vecchio campanile, quasi interamente demolito nel 1780, vi era una campana con la scritta Joannes me fecit – 1370, particolare riferito anche dal Boccia (1804). Joannes Pontremulo ?

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: Girolamo da Cortona XV secolo. Esiste una campana del 1431 nella chiesetta dedicata a S. Michel e Arcangelo a palazzo del pero (Arezzo).

Bernazzani ricorda, a causa delle esigenze belliche, il caso più noto è quello della bottega di Vannoccio Biringuccio, fonditore senese del XVI secolo autore dei dieci libri del De la pirotechnia, pubblicati postumi nel 1540. Molti riscontri documentano l’attività di fonditori di campane attivi anche nella realizzazione di cannoni e ritrovati bellici.

Da Descrizione storica e artistica di Pisa a cura di Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: la maggiore (campana), nominata l’Assunta, fu fusa da Giovanni Pietro Orlandi l’anno 1655. L’altra vicina, chiamata il Crocifisso, sopra cui vedesi in rilievo l’immagine del Salvatore, è recente lavoro del fonditore Santi Gualandi da Prato, essendo operajo il conte Francesco Alessandro Del Testa Del Tignoso De Gambacorti. Il cartello che porta queste indicazioni ha la data del 1818. E’ da avvertirsi, che dopo la prima sua formazione, seguita nell’anno 1572 per opera di Vincenzo Possenti (da Pisa), era stata rifusa nel 1702 da Antonio Petri da Pesaro (vedi Marche) sotto l’operajo Giulio Gaetani. […]. La quinta è detta del Pozzo, perché fusa nel 1606 a spese dell’arcivescovo diocesano Carlo Antonio del Pozzo di Biella in Piemonte.

Cuzzoni ricorda: Alfredo Ambito Toscano, sec. XIV. Fonditore di una campana nel 1310 per la Chiesa di Usigliano di Lari. La torre campanaria fu innalzata nel 1686 con due campane esistite nel vecchio campanile, in una delle quali era scolpito “A.D. MCCCX Alfredo. Alleluja”.

Bertusi (Fiorentino) Firenze, secolo XIV. Fonditore di campane nel 1317 per la pieve di Gropina.

A Pisa, un tal Castelli produsse nel 1606 la Quinta Campana (detta del Pozzo) della Torre Pendente.

Ugolino Di Foscolo Ambito Toscano, secolo XIV. Fonditore di campane nel 1336 per la chiesa di s. Lucia ai Monti.

Mastro Lorenzo Fiorentino Siena, secolo XIII. Fonditore di una campana nel 1235 per la Torre di San Gimignano.

Fratelli Francesco e Ricciardo Fiorentino Siena, secolo XIV. Fonditori di una campana nel 1326 per la Torre di San GimignanoFrancesco fonditore di una campana nel 1341 per la Torre Comunale di San Gimignano.

Famiglia Fontana San Quirico di Valleriana, secoli XI – XVIII. A questo proposito occorre ricordare che i fonditori di campane di S.Quirico erano rinomati in tutta la penisola e la loro arte risale al medioevo (in alcune case si possono ancora vedere delle lucertole scolpite nelle pietra, simbolo di questa arte, a testimonianza della presenza di tali maestri).

Famiglia Magni San Quirico di Valleriana, secoli XI – XVIII.

San Quirico di Valleriana, secoli XI – XIX. Una delle famiglie più note era quella degli “Angeli“.

Fiorentino Pucci e Francesco suo figli. Firenze, secolo XIV. Nel 1307 Fiorentino fuse una campana per la parrocchia di Montici. Francesco e Fiorentino fusero nel 1317 una grande campana per la pieve di Faltona (detta anche di Larciano).     

Nel 1334 Fiorentino fuse tre campane per la parrocchia di Nipozzano.

Filippo e Bartolomeo Pucci Firenze, secolo XIV. Fusero nel 1333 la campana minore per la pieve di Faltona (detta anche di Larciano) Francesco Pucci (Fiorentino) Firenze, secolo XIV. Nel 1356 fuse una campana per la parrocchia di Montici.

Famiglia Moreni Castelvecchio, XV – XVII sec.. Questi antichi artigiani sono presenti a partire dal XV secolo, specializzati nella fusione per la creazione di campane, conosciuti non solo in Valleriana e a Lucca ma anche all’estero.

Ogni maestro fonditore era depositario di un “saper fare” costituito da elementi di metallurgia, ma anche sensibilità musicale e perizia nelle operazioni accessorie, come la ricerca dell’argilla più adatta.

Sappiamo che fino al XIX secolo, le botteghe artigiane erano dislocate in tutto il perimetro del paese. La perfezione delle opere dei mastri fonditori era veramente unica e il suono prodotto dalle campane si riconosceva ovunque. Era usata una tecnica di fusione e una lega particolare basata su conoscenze che venivano tramandate oralmente e che ancora oggi è sconosciuta. Dai libri di lavoro (tutti posteriori al 1700), conservati presso l’Archivio di Stato di Lucca, o gelosamente conservati da alcuni eredi, si ricavano notizie economiche o di maestranza. Dopo il XVIII secolo alcune botteghe si trasferirono a Pescia e a Lucca, insieme alle maestranze della famiglia Moreni di Castelvecchio

[PDF]XIXsecoloFreeForumZone: ricorda Pucci XIV secolo Firenze Antonio (1310 ca.1388).

Raffanelli ? Pistoia, secolo XVI. Fonditore di campane in Pistoia nel XVI sec.

www.ilpalio.org/campanone, notizie di Gio. Battista Salvini di Siena: con Girolamo Santoni da Fano fusero per la 2^ volta il Campanone della Torre del Mangia o Campanaccio nell’anno 1665, dopo la sfortunata prima fusione da parte del maestro Antonio Ceranini da Novara nell’anno 1633.

La campana, detta l’Apostolica, di Santa Maria del Fiore di Firenze, fu fusa da Lodovico di Guglielmo nell’anno 1516.

D’Andrea (II) ricorda la campana fusa nella città di Sulmona da Bartolomeo da Pisa nell’anno 1314, conservata presso la Chiesa di S. Maria della TombaD’Andrea (I) La <maior campanona del Comune > di Aquila, come scrisse il Volpicella, venne rifusa nel 1494 dal fonditore di bombarde e campane Pietro Dandone da Siena detto Pietro Campana, coadiuvato dai colleghi Giovanni, Gerardo e Gugliemo da Tolosa. Il loro lavoro incontrò tuttavia poca soddisfazione da parte degli Aquilani

Dal sito http://www.museocasasiviero.it, abbiamo notizie di una campana di dimensioni ragguardevoli, si distingue per l’iscrizione “+ MAGIST.LUCAS.ME.FECERUT “ presente sul corpo e la particolare forma alta e slanciata “a pan di zucchero”, comparsa nel XII secolo. Questa particolare foggia, di diffusione limitata in Europa (se ne conoscono esemplari entro il XIV secolo) fu invece tipica della produzione medievale italiana (cfr:la campana di San Nicola in Carcere a Roma, commissionata da Pandolfo Savelli nel 1289, la “Campana dell’Arengo” di Vittorio Veneto, fusa da Vincenzo e Vittore da Venezia nel 1342 e quella realizzata dal magister Bindus de Pistorio nel 1300 per la  chiesa di San Leopoldo a Boscolungo, all’Abetone) tanto che alcuni fonditori dell’Italia Centrale e Meridionale ne mantennero alcune caratteristiche morfologiche fino all’Ottocento. Campane simili, datate al XIII secolo, si trovano anche nella chiesa dei Santi Apostoli a Firenze, in San Romolo a Lastra a Signa (1242) e nella Pieve di Cascia di Reggello (1247).

 

UMBRIA

E’ documentata l’esistenza di “pozzi” per la fusione delle campane all’interno dell’Abbadia Celestina di San Paolo di Valdiponte a Civitella Benazzone (Perugia): Una data di consacrazione del 28 maggio 1100 è registrata da un autore secentesco. L’Abbadia ospitava forse 10 monaci e possedeva un patrimonio fondiario nelle vicinanze e in altre località della diocesi di Perugia e Gubbio.

La Chiesa. Non sono state trovate tracce di occupazione precedente alla costruzione della chiesa, tuttavia, chiusi dall’ultimo pavimento e tagliati nel letto di malta di un pavimento precedente, si sono trovati dei pozzi, che venivano usati per la fusione delle campane dell’abbadia. Recenti scavi hanno riportato alla luce molti pezzi delle forme d’argilla, di cui alcuni erano impressi con le lettere dell’iscrizione.

Si sono ritrovati frammenti di metallo e scaglie caduti durante la fusione, la cui analisi ha dimostrato che era stato impiegato il 20-25% di bronzo stagno.

Le forme erano di argilla e paglia tagliuzzata, forse avena, come legante. La forma era stata portata ad un calore di almeno 400-500 °C: nel suo trattato del XII secolo “De Diversis Artibus”, Teofilo quando parla della fusione delle campane descrive come la forma dovrebbe essere cotta ad altissimo calore prima di colarvi il metallo, onde evitare che si spacchi durante la fusione.

Uno dei pozzi più piccoli conteneva una moneta bronzea di Perugia (1395-1471) e l’esigua quantità di ceramica proveniente dai pozzi indica che la fusione della campana ebbe luogo nell’ultimo quarto del secolo XV o successivamente, quando l’abbadia era occupata dalla Congregazione di San Giorgio in Alga.

Cuzzoni: Nel secolo XV, a Messina era attivo Giordano Perusino (probabilmente oriundo di Perugia. Vedi Sicilia) che fornì nel 1468 diversi bronzi per la torre di Ficarazzi.

Campanaria (aprile 2013) ricorda Andrea Bartocci nel Seicento.

 

MARCHE

Da L’Arte di fondere le campane di F. Pasqualini: A Montefortino è sposta una splendida campana fusa nell’anno 1310 per la torre della chiesa di S. Maria de Girone al tempo del podestà Ascaro da Spelonca.

Giuseppe Fabiani in Ascoli nel Quattrocento, scrive Pasqualini, ricorda un certo Giuliano Rusticucci, detto Pignatella, da Ascoli. Esso era stato mandato al confino a Montedivone ad beneplacidum, perché di fazione ghibellina, esercitava, oltre a molte attività, l’arte del fondere campane. Fuse nel 1471 e dal 1485 una sua campana è tutt’ora installata e funzionante sulla torre del palazzo dei Capitani del Popolo di Ascoli Piceno.

Nel frattempo in tutta la regione, e in particolare nel Piceno, si riscontrava un fiorire costante di artigiani che si dedicavano con passione alla lavorazione dei bronzi sonori. Ne ricordiamo alcuni e fra questi un certo Conte, allievo del Rusticucci, che nell’anno 1496 fuse la campana più grande della chiesa della cattedrale di Fabriano, quindi il Pasqualucci che nel 1527 realizzò una splendida campana per la chiesa di S. Nicolò a Civitella del Tronto e, ancora, i fratelli Ciuseppe e Vittorio Camplani, fermani che nel 1611 (vedi in seguito) fusero il campanone del duomo di Fermo.

D’Andrea (II), ricordando Mastro Vincenzo Campana da Chieti (vedi Abruzzo), precisa: A proposito del cognome Campana o Campanario che troviamo posto a questo fonditore nonché a Marco Antonio da Sulmona, ci piace riportare quanto ebbe a scrivere Ercole Scatassa sugli antichi fonditori di Urbino: < Nei secoli XV e XVI fu rinomatissima la fonderia di campane di S. Angelo, ed il nostro Giacomo fu uno dei migliori maestri che uscì da quella famiglia che per la sua arte prese il nome di Campanari >.

D’Andrea (II) ricorda: Ed è singolare a questo proposito il caso avvenuto tra due città: nel 1536 Bonaventura Vagnarelli partì da Urbino per andare a fondere una campana in Aquila (per la locale Chiesa di Collemaggio); poi, nel 1769 tre mastri campanari aquilani (Giovanni Battista e Domenico Donati con Angelo Mari), restituirono inconsapevolmente la visita, recandosi ad Urbino per la fusione di una campana ad uso della locale Chiesa di S. Francesco.

Campanaria (aprile 2013) ricorda il fermano Bartolomeo di Cristoforo nel Cinquecento.

http://www.campanologia.org, cattedrale di Fabriano (AN): campana detta Becchina, fusa da Brunetti Federico di San Severino 1602.

Cuzzoni: A Ancona esisteva, nel settore della fusione di campane, nel Seicento Giuseppe Di Giorgi, che fuse una campana per la Chiesa della Madonna della Pace di Patrica.

Dal sito Fonderie marchigiane: […] Anche nelle stesse Marche ritroviamo, sebbene con cognomi diversi, la presenza stabile di una fonderia (?) nella città di Ancona, già a partire dal XVI secolo.

Campanaria (aprile 2013) ricorda il fermano Bartolomeo di Cristoforo nel Cinquecento.

Per la basilica di Santa Maria di Loreto, Il campanaro rivista dell’associazione campanari marchigiani Francesco Pasqualini Agosto 2010: campana maggiore, la Loreta. Essa è la prima di cui ci occupiamo, sia per antichità che per dimensioni: fu infatti fusa nel 1515-16 da Bernardino da Rimini.

La seconda, anch’essa sia per antichità che per dimensioni, è la campana detta Del Rosario, di cui sappiamo che fu rifusa ed aumentata di peso nel 1610, ad opera di Francesco Franceschi di Ancona.

La terza campana, detta Del Sacramento o Del Viatico, venne fusa nell’anno santo 1625 da Francesco Franceschi di Ancona e rifusa nel 1830 da Luigi Baldini da Sassoferrato.

Segue la campana detta Della Morte, che veniva suonata per l’agonia di un moribondo o per il funerale di un defunto. Fusa in origine nel 1588 da Girolamo Taddei, (Tale fonditore si diceva “da Macerata” in un documento relativo alla campana maggiore del Duomo di S. Ciriaco in Ancona) fu poi rifusa una prima volta nel 1671 da anonimo, una seconda volta nel 1730 da Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro e una terza nel 1830, un secolo esatto dopo, dal Baldini, perché danneggiata nella “capigliara” ed inoperosa per otto anni.

La campana Capitolare o Di Terza, fusa nel 1652 da anonimo. La campana San Carlino, fusa nel 1666 da anonimo.

Una fonderia di campane di proprietà dei F.lli Baldini, specializzata nella fusione di campane di grandi dimensioni, era esistita dal 1500 al 1850 nei pressi del frantoio di Roncofreddo (vedi Emilia e Romagna).

Francesco Franceschi ricordato da Il campanaro ….. Agosto 2010, potrebbe essere Francesco de Franciscis da Ancona ricordato da D’Andrea (II): Fu sua opera, nel 1622, la campana < Mare > della Cattedrale di Atri.

A proposito di Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro, attore nell’anno 1730, Padovani in 2. EPOCA STORICA DI FUSIONE E FORMA DELLA CAMPANA, ricorda la campana maggiore di Santa Maria del Fiore di Firenze (ri)fusa da Antonio Petri anno 1705. Antonio Petri, secondo il sito Campane della parrocchia di San Marco in S. Eraclito di Foligno (PG), aveva fuso nell’anno 1709 le due maggiori campane.

Da Descrizione storica e artistica di Pisa a cura di Ranieri Grassi, al capitolo Descrizione del Duomo di Pisa Campanile: […]. Il cartello che porta queste indicazioni ha la data del 1818. E’ da avvertirsi, che dopo la prima sua formazione, seguita nell’anno 1572 per opera di Vincenzo Possenti, era stata rifusa nel 1702 da Antonio Petri di Pesaro sotto l’operajo Giulio Gaetani.

Antonio Petri di Pesaro consanguineo di Marcantonio Petri o Di Pietro da Pesaro?

XIX secolo-FreeForumZone ricorda Franceschini XVII secolo: Francesco fonde nel 1610 una campana per il santuario di Loreto e Sacohus da Sassoferrato XIV secolo. Sarsina (sede fonderia). attivo nel sarsinate e nelle diocesi dell’ Italia centro settentrionale fonde la campana della pieve di Montesorbo datata 1348 fusa da “Fonditore”.

Santoro XVII secolo Fano. Gaspare e Giulio rifondono nel 1679 Il campanone di Cingoli (Macerata).

Da Il campanaro rivista dell’associazione campanari marchigiani Francesco Pasqualini giugno 2011: si apprende che il campanone del duomo di Fermo venne fuso per la prima volta nell’anno 1491 e rifuso nell’anno 1547 dal maestro fonditore Giovanni Morez da Huilliècourt, nella Lorena; venne rifuso nel 1576 da Giovanni Battista Iorde o Giorna di Chivasso, ma abitante a Fermo (vedi in seguito) ed una quarta volta nel 1611 da Giuseppe e Vittorio Camplani, fonditori in Fermo.

Campane di questa famiglia (Camplani) di fonditori itineranti si trovano nelle Marche, in Umbria e in Abruzzo. Giuseppe è autore nel 1582 del campanone del Palazzo dei Consoli a Gubbio (rifuso), nel 1594 della (detta) Marina, la seconda campana del Duomo di Ascoli Piceno, nel 1579 del campanone del Palazzo della Ragione di S. Angelo in Vado (tutte e due esistenti e funzionanti) e infine del campanone del Duomo di Atri (rifuso).

Nel testo ed in appendice si hanno notizie del fonditore Battista Iorde o Giorna, autore di una campana romana datata 1580, lo stesso che quattro anni prima rifondeva, non a caso, il campanone del Duomo di Fermo. Nell’anno 1580 fuse la campana più antica della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo al Celio in Roma: BAPTISTA (rosa) IORDA (rosa) DE (rosa) PIEMONTE (rosa) ABITANTE (rosa) A (rosa) FERMO (rosa) ME (rosa) FECE (rosa, fiore di giglio). Diversi elementi rendono questa iscrizione particolarmente interessante: innanzitutto va notato che essa si apre con una rosa e si conclude con una rosa seguita da un fiore di giglio; inoltre i punti medi, che tradizionalmente separano tra loro le parole nelle epigrafi campanarie, sono qui completamente sostituiti da gigli e rose fioriti, entrambi motivi ornamentali di grande eleganza. Piuttosto anomala, come accennato, l’ortografia della fine del XVI secolo che propone un italiano incerto e “latineggiante”, basti pensare al “Baptista” in luogo di “Battista” e a “de Piemonte” anziché “di Piemonte”. Sorprende invece il “me fece”, attraverso cui è la campana a “parlare” in prima persona, usato in luogo del più convenzionale “fecit” latino.

Ma questa campana è degna di menzione anche e soprattutto perché ci tramanda notizia di un fonditore che va annoverato nella folta schiera di artisti subalpini attivi a Roma nel secolo XVI. Lo conosciamo grazie alla durevolezza del bronzo su cui incise il proprio nome: Battista Giorda, “mastro di campane”, originario di Chivasso, nel torinese5, e abitante a Fermo, comune marchigiano facente parte dei domini dello Stato Pontificio.

In quel periodo Fermo stava vivendo un momento di notevole trasformazione economica e sociale che la proiettava sempre più verso Roma, e ne diminuiva il legame con le regioni settentrionali della penisola, per cui gli artisti venivano con frequenza “esponenziale” assoldati dalla committenza romana. Appena quattro anni prima, nel 1576, Battista Giorda aveva rifuso per la seconda volta il campanone del Duomo di Fermo, mentre nel 1578 realizzava “Maria”, una delle due grandi campane del Santuario della Madonna della Quercia a Viterbo.

Da CAMPANOLOGIA. ORG: nella Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta e Sant’Emidio il campanone è stato fuso nell’anno 1655 da Marini Emidio e Rossi Attilio.

www.ilpalio.org/campanone.htm: Girolamo Santoni da Fano, con Gio. Battista Salvini di Siena, fuse per la 2^ volta il Campanone della Torre del Mangia o Campanaccio nell’anno 1665, dopo la sfortunata prima fusione da parte del maestro Antonio Ceranini da Novara nell’anno 1633.

 

LAZIO

Enzo Pio Pignatiello in Il caso della campana piccola di S. Benedetto in Piscinula a Roma, scrive: “La più antica campana da torre conosciuta”…così la definisce il Guinness dei Primati. Si tratta della campana minore (diam. 450 mm) delle due presenti nel grazioso campanile romanico della chiesa di S.Benedetto in Piscinula a Roma. Mons. Angelo Serafini nella sua opera enciclopedica sulle torri medievali di Roma e del Lazio, la descrive come segue: “campana medievale in situ del 1069. Reca l’iscrizione: “ANNO DOMINI MILLESIMO SEXAGESIMO IX. Nel confutare la data della fusione, l’autore è convinto che La nostra campana, quindi, potrebbe essere frutto della fatica di qualche itinerante fonditore teutonico, o comunque di provenienza mitteleuropea, che operò, con tutta probabilità, in pieno 1300. La seconda campana, detta Grande è sempre di autore ignoto, ma datata 1465.

Luigi Cimarra in QUIDAM GUIDOCTUS PISANUS ME FECIT (in margine al libro “Corneto com’era): Per limitarci alla Tuscia Viterbese, è sufficiente segnalare che proviene dal territorio di Canino uno degli esemplari più antichi che si conoscono in Italia che su un’antica campana della chiesa di san Sisto in Viterbo ci tramanda notizie precise lo storico settecentesco Feliciano Bussi.

Io trovo in un’antica memoria di questa città, che la campana grossa di San Sisto era del Comune della città di Nola e che essendo stata recata in Viterbo dall’imperador Federico II nell’anno 1243 egli stesso la donasse a tal chiesa; la quale notizia, benché peraltro grossa campana, di cui oggi la stessa chiesa si prevale non è altrimenti quella, mentre in questa trovasi formata in caratteri gotici la seguente iscrizione: AD. HONOREM. DEI. ET. BEATI. SISTI. ANNO. DOMINI MCCLVI. MAGISTER. BENCIVENNE. PISANUS. ME FECIT. MENTEM. SANCTAM. SPONTANEUM. HONOREM. DOMINI. ET PATRIAE. LIBERATIONEM. L’iscrizione, pur nella sua brevità, attesta l’opera del Magister Bencivenne, lo stesso che nel 1259 fuse la bella campana maggiore per la Chiesa di S. Domenico a Fermo, confermando la presenza nell’Italia Centrale di fonditori pisani e la loro attività itinerante.

Alla nota 12, l’autore scrive: G.B. DE ROSSI, Cloche avec inscription dédicatoire du VII ou du IX siècle trouvée à Canino, in “Revue de l’Art Chrétien” (1890 n p.l). Il DERAFINI (op. cit., I, p. 75, par. 102, col.1),, che propone una diversa lettura commenta: “Campana medioevale proveniente dal territorio prossimo a Canino (Tuscia Romana). Secolo VIII o principio del secolo IX. E’ probabilmente una delle più antiche campane liturgiche che esistano, fusa in forma elegante con un bel bronzo dai riflessi argentei.

Crediamo che in origine abbia appartenuto ad una abbazia posta sotto il titolo di San Michele Arcangelo nella regione esistente tra Tuscania e Tarquinia’. A rafforzare l’ipotesi di un dedicatore locale, come ha ben osservato D. MANTOVANI (Momenti di storia di Blera.

I documenti. Roma, Tip. Veneziana, 1984, pp. 32-43), interviene l’elemento onomastico VIVENTIV (S), che rimanda a San Vivenzio, vescovo e patrono della città di Blera (“fuori di questa terra Vivenzio è ignoto). E proprio a Corneto troviamo attivo, (ma la data tramandata dovrebbe risultare erronea e di conseguenza essere posticipata di circa un decennio), uno degli artefici pisani menzonati, cioè Loteringio di Bartolomeo (vedi Toscana).

Cuzzoni ricorda Guidotto (da Viterbo). Il viterbese, Guidotto realizzò due campane destinate alle chiese tarquiniensi di S. Michele “de puteis” o “della Pinca” (1281) e per S. Egidio (1291).

Lotteringio (da Viterbo). Secolo XIII. Il viterbese Lotteringio eseguì una campana per S. Maria in Valverde, sita a Tarquinia.

Nel 1301, un certo “Matteus de Viterbio” realizza una campana a Montefiascone.

Santo (da Viterbo). Su di una campana del 1452 per la chiesa della Verità di Viterbo, si legge l’ iscrizione: “hoc opus fecit Sanctes de Viterbio.

Sembrerebbe, pertanto, che la produzione di campane nell’ alto Lazio abbia avuto un’accelerazione tra la fine del XIII ed il XIV secolo e che in essa l’attività di maestranze straniere, come quelle pisane, tra le più valenti del tempo, abbia avuto un ruolo importante.

Antonio (da Viterbo). Abitante a Bissone, il 22 III 1487 firmò un contratto con i sindaci di S. Antonino per la fusione di una campana “ponderis ruborum viginti. […]; bonam, laudabilem, et sufficientem, et boni sonitus […]”.

A Collevecchio esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Orazio Pioli che ebbe modo di fondere la campana della Chiesa della Madonna del Rifugio nel 1613.

Antonius De Gastechis. A Viterbo esisteva, nel settore della fusione di campane, l’artigiano Antonius de Gastechis, operante anche in Canton Ticino.

Il sito Ciociaria artigianato ricorda: Anche se oggi il settore dell’artigianato dei fonditori di campane è scomparso, esso merita comunque una menzione ricordando che, per quasi cinque secoli, Veroli fu patria di famosissimi fonditori di campane. Essi lasciarono diversi esempi della loro arte in vari centri della provincia, della Campania e dell’Abruzzo. La più antica menzione di un campanaro di origine verolana è data dall’iscrizione posta sulla campana grande dell’antica cattedrale di S. Teodoro di Trevi nel Lazio, datata 1329 e firmata Jacobus de Verulis, il più antico esponente di una famosa famiglia di fonditori, i Melone.

Anche Isola del Liri ebbe la sua fonderia con Antonio Loffredo: sue le campane nella chiesa di S. Maria dei Fiori.

Nel territorio della provincia di Frosinone la ricerca bibliografia si interessa del XIX secolo (il presente studio si interessa al periodo VIII al XVII) per la presenza del Fonditore di campane di Frosinone (originario di Agnone, nel Molise): Sig. Vincenzo Cacciavillani: Vi si leggono: il nome del fonditore (VINCENTIUS CACCIAVILLANI. FRUSI-NAS. FUDIT. 1859 XI. Sulla campana piccola invece si nota quest’altra dicitura: t FUNDERE FECIT FRANCISCUS ARCHIPRESBITER DENNI AERE SUO t Vincen-tius Cacciavillani Frusinas fudit 1859 xm. (vedi MOLISE)

Dal sito http://www.vicariatusurbis. org/SantaBarbara/p_campane.htm: Le campane della chiesa di  S. Barbara sono state, infatti, fuse dalla Pontificia Ditta Lucenti.

La Ditta Lucenti, storica fonderia, l’unica specializzata a Roma nella fusione delle campane (in tutta Italia i “campanari” sono ormai meno di dieci) ha una lunghissima storia: la sua attività risale infatti al 1550, come risulta dalla data incisa sulla campana del convento dei Padri Cappuccini nella chiesa della Misericordia in via Veneto a Roma. Ha firmato, oltre a numerose campane del Centro Italia, anche oggetti in bronzo o metalli vari, statue, cancelli, e persino tombini. Pietro Romano, nel suo volume sulle campane di Roma, cita molte volte la famiglia, definendo i suoi membri “i fonditori di campane più attivi e più operosi nell’Urbe”.

Fra i principali lavori della ditta si ricordano quelli di Ambrogio Lucenti, che nel 1627 ha fuso insieme ad alcuni soci le quattro colonne del baldacchino berniniano in S. Pietro ed ha realizzato la campana vaticana chiamata della predica (ma popolarmente conosciuta come chiacchierina); rottasi nel 1891, fu rifatta nel 1893, ancora una volta dai Lucenti.

Nella seconda metà del Seicento fra i Lucenti si era invece distinto Girolamo, che fu anche un valido scultore. Lo si ricorda, tra l’altro, quale autore dell’angelo “che tiene li chiodi” situato su ponte S. Angelo.

Da D’Andrea (II): Francesco da Viterbo. Fuse nel 1561 un sacro bronzo appartenente alla Chiesa dei Cappuccini di Tagliacozzo.

D’Andrea (II) ricorda i mastri campanari di Tora che hanno lavorato in Venafro e cita Masciotta che aveva ricordato la rifusione nell’anno 1685 e nel 1732 di una campana dell’anno 1332: S. P. F. R. G. E. O. P. II. Haec campana facta fuit A. 1332. Et verbum caro factum est. Habitavit in nobis. Restaurata a Iosepho de Costanzo de Tora anno 1685 ed iterum restaurata a Ioanne filio suo 1732.

Mastro Giovanni Battista, da Tora. Aveva fuso nel 1603 una campana per la Chiesa dell’Assunta in Colli al Volturno. Sembra che il suo cognome era < Del Pozzo >, come si desume dalla lettura di un’iscrizione posta su una campana del 1611, appartenente alla Chiesa di S. Michele Arcangelo in Baranello.

Insieme a Donato d’Agnone (vedi Molise) fuse nel 1645 una campana in Castel di Sangro.

Mastro Giuseppe, di Tora. Il suo nome è su una campana del 1620, posta sopra il campanile della Chiesa di S. Francesco in Isernia.

Mastro Giuseppe Di Costanzo, da Tora. Non dovrebbe essere il Mastro Giuseppe, il nome del quale si legge sopra la squilla di Isernia insieme alla data 1620. Questo Giuseppe Di Costanzo rifuse nel 1685 un sacro bronzo appartenente alla chiesa di S. Francesco in Venafro.

 

 

ABRUZZO

Giovanna Petrella, La fusione delle campane in Abruzzo e Molise (2007): Passando in rassegna la bibliografia dei testi, sappiamo che il più antico bronzo sacro abruzzese è di epoca medievale; si tratterebbe di “una piccola campana di bronzo, rinvenuta a Semivicoli [Comune di Casacanditella (CH)], proprietà Perticone, oggi purtroppo scomparsa.

La campana che sulla superficie recava l’iscrizione Albertus me fecit, secondo Zucarini sarebbe datata al X secolo, secondo D’Andrea al XV secolo. Ad essa seguono la campana del 1008, di matrice artigiana, probabilmente di Guardiagrele, proveniente da San Barbato, poi portata a Pollutri (CH), quella di Rapino (CH) (1308), oggi scomparsa, e quella di Lettopalena (CH) del 1310, con l’iscrizione Bernardus me fecit.

Corrado Mancini, scrive Petrella, sostiene l’ipotesi che a introdurre l’arte della fusione sono stati i lombardi, pur non adducendo alcuna giustificazione, se non quella che “nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone che contrattano l’acquisto e la vendita del rame alla fiera di Lanciano”, così come artigiani abruzzesi che comprano rame dai milanesi* .

Nella nota * si legge: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone.

Ma la presenza dei milanesi in Agnone prosegue Petrella non è sufficiente a giustificare l’ipotesi dell’origine lombarda dell’arte fusoria. […].

E’ stato rilevato che per il solo Abruzzo, dal XIII secolo fino ad oggi, esistevano ben dieci luoghi di provenienza delle maggiori famiglie di fonditori itineranti.

I più antichi fonditori sono magister Luca, attestato nel 1341 e Iohannes de Guardiagrelis, definiti dal Bindi “cesellatori e famosi fonditori, ma Cuzzoni, ricordando la storia della Fonderia fratelli Mari di L’Aquila, ritiene: La nascita artistica della fonderia Mari viene fatta risalire al 1019 secondo un documento redatto dai Padri Cappuccini di Ortona e secondo una carta campanaria di pelle di pecora. Altre fonti citano il ritrovamento di una campana in Popoli (PE) fusa nel 1200 da Aloysius Mari.

La famiglia Mari è di origine aquilana come testimoniato non solo dalle iscrizioni sulle campane, ma dalla presenza in pieno centro di L’Aquila, in zona disastrata dal recente terremoto, in via Crispomonti 12, di “casa Mari”, palazzo del XVII secolo (Palazzi del’ Aquila), dove i Mari abitarono.

La famiglia si era poi spostata a Salle (PE), paese noto per la tradizione della produzione di corde armoniche e di fili di sutura, artigianato collegato alla pastorizia. In Salle la famiglia Mari abbraccio’ subito la tradizione dei mastri cordari, continuando anche l’attivita’ di fonditori di campane. I documenti dell’epoca attestano la famiglia Mari insieme alle famiglie Berti, D’Orazio e Ruffini tra i mastri cordari di Salle, e tra i fornitori di corde armoniche ai cremonesi Stradivari ed Amati.

La fonderia di campane dei Fratelli Mari, attiva per secoli in diversi paesi dell’Abruzzo (L’Aquila, Salle, Torre de’ Passeri, Castelfrentano, Lanciano), ha fornito di campane un territorio che comprende la Romagna (Bertinoro), le Marche (S. Francesco di Urbino 1789, Chiaravalle 1950), l’Umbria (Campanone di Gubbio Angelo Mari e G.B. Donati 1789), il Lazio (Orvinio 1898, Abbazia di Casamari), l’Abruzzo (numerose campane nelle 4 province abruzzesi, tra cui L’Aquila, Trasacco, S.Giustino di Chieti, S.Giovanni in Venere, Torre Civica di Lanciano, S.Domenico di Cocullo, ecc…), la Sardegna (Giave SS) e la Sicilia (Carlentini, Borgata Pedagaggi SR).

Professione non facile per la famiglia Mari, come ricorda D’Andrea (I): Per quel che riguarda in particolare la figura di Daniele Mari (pur operando nel XIX secolo, si evidenzia la difficoltà di fondere in un territorio dove la concorrenza era vivace): il suo continuo spostarsi in paesi delle province di Aquila, di Chieti, di Teramo e dell’attuale provincia di Rieti – un giorno in un villaggio ed il giorno successivo in un altro, tanto che la sua stessa famiglia non ne sapeva niente – sembra un affannoso movimento atto a precedere i concorrenti e ad accaparrare il lavoro.

Sia l’Intendenza di Chieti, sia gli appartenenti al Corpo degli ingegneri di acque e strade, sia la concorrenza, a Daniele Mari cercarono di far mancare la terra sotto i piedi. Il suo fu un movimento di concorrenza ai fini della sopravvivenza, quando nell’Abruzzo e nel Molise dei decenni intorno alla metà del 1800 declinarono fino al tramonto i Camerchioli, i Fasoli ed i Saia (vedi MOLISE) insieme a tutto il patrimonio di esperienza e di tradizioni da essi rappresentato; e restarono praticamente in lizza solo i più decisi ed organizzati: i Mari ed i Marinelli (vedi MOLISE), ai quali si affiancarono verso il 1860 i sorani Pasquale e Stefano Orlandi, a rimpiazzare in Gagliano Aterno il nome di quel Nicola Marinelli, che tanto fastidio diede a Daniele Mari ma altrettanto e forse più dovè riceverne.

Circondato dai Marinelli insediati in Agnone (Salvatore, Alessandro, Francesco Paolo), in Gagliano (Nicola) e S. Vittore (Nicodemo), Daniele Mari seppe resistere e sopravvivere.

D’Andrea (I): il Maestro Luca da Guardiagrele aveva fuso nel 1341 una campana in Orsogna e dà anche notizia di: Mastro Berardino campanaro ed infine con il nome di Berardino campanaro dell’Aquila (anni 1670-1671).

D’Andrea (II): Maestro Nicola, che il Bindi definì Aprutino e < nostro celeberrimo fonditore >. Il suo nome si leggeva ancora durante il secolo XVIII su una grossa campana del 1342, posta nella Chiesa di S. Maria a mare.

Giovanni da Teramo. Fuse nel 1342 una campana per la chiesa di S. Maurizio in Lanciano.

Attone di Ruggero, che si afferma teramano e fonditore – intorno al secolo XIV – della campana grossa del Duomo di Teramo. Vicenzo Bindi scrisse: < Attone di Ruggiero di Teramo …. Gettò nel 1383 una grossa campana che si vedeva nella torre della Cattedrale di Teramo. >.

Le campane di Atessa di Gabriele D’Amico, Alfredo Massa e Nicola D’Amico (2008), permette di conoscere uno dei magistri campanarum che operò nella regione Abruzzo nel periodo scelto dalla nostra indagine, dal VIII al XVI secolo.

Bartholomei de Atria: nell’anno 1410 fuse la campana dell’orologio che batte le ore posta sul campanile della Cattedrale di San Leucio: BARTHOLOMEI DE ATRIA ME FECIT A DMCCCCX e per la chiesa di San Giovanni fuse la prima campana nell’anno 1427: M XPO FANUS BARTHOLOMEI DE ATRIA ME FECIT TD TOME FAICI XPS REX GLORIE VENIT I PACE DEUS HOMO FACTUS E AD MCCCCXXVII.

D’Andrea (II): Frate Francesco. Fuse nel 1469 le campane della Chiesa di S. Bernardino in Aquila. Ettore Moschino scrisse, ricorda D’Andrea (II), che nel 1483 un frate di S. Bernardino che si chiamava Frate Francesco, rifuse la campana della Torre di Palazzo in Aquila. Con tutta probabilità egli riprese la notizia dalla pagina 569 del XVI volume di Annnali dell’Antinori, che chiamò il fonditore con il nome di Francesco di Paolo dell’Aquila, religioso nel Convento di S. Bernardino.

Bartolomeo Doati (o forse Donati), unitamente a Sir Francesco Antonio, rifuse nel 1483 la campana < Aprutina > in Teramo.

In merito, D’Andrea (II) precisa, citando D. Giuseppe Fabiani: Capostipite forse di questa famiglia fu Bartolomeo Donati, che non sembra però abbia lavorato nelle Marche. Egli è l’autore della campana grande della Cattedrale di Teramo, che fuse in collaborazione con un tal Francesco Antonio.

Mastri Giovan Bernardo e Gaspare, da Aquila. Nel 1561 procedettero alla fusione di una campana della Chiesa di S. Vittorino.

Maestro Aquilante da Sulmona. Fonditore di bombarde, rifuse nel 1564 le tre campane della chiesa abbaziale di Grottaferrata.

Pompeo e Vincenzo di Notaronofrio, padre e figlio, abruzzesi e fonditori di metalli. Fecero nel 1568 società (però in Napoli), con il fonditore di metalli Gabriele Marra di Bergamo (vedi Lombardia).

Francesco di Alessandro, da Anversa in Valva (cioè nella Valle Peligna, oggi Anversa degli Abruzzi), Nel 1578 aveva fuso la campana della Chiesa di S. Maria della Vittoria, posta in Scurcola.

Pietro Antonio Cauto, da Castel di Sangro. Nel 1615 fuse un sacro bronzo per la Chiesa di S. Nicola in Pescocostanzo. Nel 1596 aveva proceduto alla confezione della squilla appartenente alla Chiesa di S. Maria della Neve in Palena.

Mastro Paolo o Paoluccio di Giovan Pietro Pilani, da Chieti. Per scrittura del 9 Gennaio 1612 rogata dal notaio Andrea Carnevale, si obbligò alla fusione della campana grande per la Chiesa di S. Maria della Tomba in Sulmona.

Mastro Vincenzo Campana e Paoluccio Pilantrano, da Chieti. Mediante scrittura rogata il 17 Agosto 1609 dal notaio Giulio Campana, promise la fusione di due squille per la cattedrale di S. Panfilo e per la Confraternita di S. Maria del Soccorso in Sulmona.

Precisa D’Andrea (II): Questo Paoluccio Pilatrano dev’essere il Paoluccio di Giovan Pietro Pilani, precedentemente nominato nel presente elenco. Con tutta probabilità devono corrispondere ai due fonditori menzionati in questa scheda, i Joannes Vincentius et Paulutius Thatini (Thaetini), che nel 1605 fusero il campanone di Ortona.

Mastro Vincenzo Campana, continua D’Andrea, dovrebbe essere lo stesso < Magister Vincentinus campanarius theathinus >, che nel 1617 aveva confezionato il campanone della Chiesa dell’Annunziata di Sulmona. (vedi Marche per il cognome Campana o Campanario).

Maestro Paolone, da Chieti. Fuse nel 1614 una < bellissima campana posta sul campanile della chiesa parrocchiale di Villamagna >. D’Andrea precisa: E’ probabile che questo mastro campanaro e Paoluccio di Giovan Pietro Pilani o Pilatrano, siano la stessa persona.

Giuseppe Ninni o De Ninnis da Lanciano. Fuse nel 1602 la campana municipale di Loreto Aprutino. Furono sue opere: nel 1606 un sacro bronzo ornato dello stemma della città di Lanciano, e nel 1608 il campanone della Chiesa di S. Maria del Ponte.

Marco Antonio Campanaro, da Sulmona. Con scrittura rogata il 14 Orrobre 1624 del notaio Giangeronimo Mancini, Egli promise ai Procuratori della Chiesa di S. Maria del Colle di Pescocostanzo, di colare una squilla del peso di circa 200 decine.

Soccorso di Nello, da Sulmona. Nel 1645 rifuse il < campanone > della chiesa di Atri.

Giuseppe D’Anelli o Di Nello, da Sulmona. Confezionò nel 1677 la < campana maggiore > che nel 1754 figurava ancora sul campanile della chiesa sulmonese di S. Maria della Tomba.

Giovanni Battista Di Nello e suo fratello Giuseppe, da Sulmona. Fusero la campana grande della Chiesa della Badia del Morrone. Guido Piccirilli che cita i nomi di questi due artisti, non menziona la data di fusione che supponiamo aggirarsi verso il 16501670.

Giuseppe, Ambrosio ed Ippolito < de Niello > o Di Nello, vengono menzionati nelle scritture del 12 Giugno e 16 Settembre 1615, nonché nel rogito del 21 Gennaio 1605 del notaio Vincenzo Giannitto.

La famiglia abitava da antica data in Sulmona, se già nella scrittura del 9 Agosto 1593 rogata dal notaio Giulio Campana, comparvero Giovanni di Giulio Di Nello ed Angelo di Silvestro Di Nello, in relazione ad una casa posta il Borgo Pacentro, già appartenente a Giovanni di Nello, che fu bisnonno del predetto Giovanni figlio di Giulio, e nonno di Angelo di Silvestro.

Paolo Medoro, aquilano. La campana mezzana, da lui fusa nel 1707, esiste ancora oggi nel campanile della Chiesa di S. Margherita in Aquila. Rifuse nel 1706 un sacro bronzo posto nella Basilica di Collemaggio. Forse doveva essere alle prime armi nel 1696, quando effettuò in Ortona la rifusione di una campana usando < inesperienza > che cercò anche di coprire con < inganno >, di cui fu consegnato il ricordo nel rogito del 22 Giugno 1696 di notar Angelo Gallucci.

Marco Antonio Potente, da Castiglione, che nel 1689 fuse una campana in Cercemaggiore.

Pietro e Giuseppe Donati da Aquila. Fusero verso il 1601, il campanone oggi sistemato nel Duomo dell’Aquila. Tramite un contratto rogato il 20 Aprile 1602 dal notaio Giovanni Battista Rainaldi, Pietro Donati prese l’impegno della fusione della campana maggiore della Chiesa di S. Maria di Paganica.

Eusebio Donati, da Aquila. Mediante rogito del 17 Marzo 1615 compilato dal notaio Giovanni Battista Rinaldi, prese in fitto una bottega posta nel locale di Paganica < alla Piazza di Santo Francesco >.

Con scrittura del 16 Agosto 1616 rogata dal notar Francesco Bassi di Aquila, egli si obbligò a consegnare presso la propria bottega, una campana libera da difetti e di buon suono, che doveva essere posta nella chiesa della SS.ma Pietà di S. Eusanio. Nell’anno 1621 prese l’impegno a fare una campana per lo horologio della facciata de Santo Massimo. Nel 1627 Eusebio Donati fuse la campana grande della Chiesa di S. Maria Assunta di Assergi.

Filippo Donati da L’Aquila (forse lo stesso che Giacomo Filippo), nell’anno 1632 si impegnò alla fusione di una campana che doveva servire per la Chiesa di S. Michele Arcangelo di Villa S. Angelo. Nel 1663 Filippo Donati promise la rifusione di una campana per il Convento di S. Giuliano in Aquila. < Mastro Filippo Donati campanaro > ebbe nel 1671 ventitre ducati e mezzo < per la manifattura > della squilla appartenente alla Madonna della Croce di Roio. Nel campanile della chiesa aquilana di S. Pietro Coppito, c’è una campana sulla quale si riescono a leggere il nome Filippo (forse collegato al cognome Donati) e la data 1640.

Giacomo Di Filippo, da Aquila, e Soccorso Di Nello, da Sulmona (il primo di essi appartenente alla famiglia Donati).Mediante contratto del 1632 si obbligarono a fondere per la Chiesa di S. Maria del Colle di Pescocostanzo, una campana da circa 220 decine, al prezzo di 35 ducati. Forse si tratta della campana che l’Inventario contenuto nel rogito Carallo del 23 Settembre 1697 afferma risalire al 1532.

Segue un ampia disquisizione che evidenzia: E se i Donati erano sempre stati maestri campanari per tradizione; se essi furono i discendenti di uno dei fonditori della maggior campana di Teramo nel 1483, è strano che non abbiano lasciato tracce della loro residenza e della loro attività in Cava dei Tirreni, almeno per quel che risulta (o meglio, per quel che non risulta) dai < Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri >.

Giacomo Filippo e Carlo Antonio Donati, fratelli, da Aquila. Fusero nel 1654 la campana grande della Collegiata di Pescocostanzo. Mediante atto del 27 Maggio 1670, Giacomo Filippo Donati promise ai massari della Terra di Paganica, la fusione di una campana per la parrocchia dell’Assunta.

Mastro Giacomo Di Filippo Donati, da Aquila. Forse lo stesso che Giacomo Filippo, citato nelle schede precedenti. Aveva fuso nel 1670 due campane per la Collegiata di Pescocostanzo. Solo che nella prima campana si leggeva il riferimento < Iacobus Donati de Aquila) >, e nella seconda l’altro riferimento < magister Iacobus Philippi Donati de Aquila >.

Mastro Berardino Donati da Aquila. Egli rifuse nel 1670 una campana della Chiesa di S. Nicola di Caramanico. Insieme a Giacomo Filippo si impegnò il 17 Luglio 1648 alla confezione di una campana < per servitio della Chiesa di S. Giovanni di Collimento di Lucolo. Insieme allo stesso, il 31 Marzo 1649 promise la rifusione di un sacro bronzo, per l’onorario di 200 ducati, per la Chiesa di S. Maria Paganica di Aquila.

Dal sito della Chiesa della ss. Trinità di Aielli: dal Febonio (1668, III, 239) sappiamo invece che la campana era datata al 1301: Campanam hanc fieri fecit Popolus. Civitatis Marsorum A(anno) (Domini).M.CCC.I, data da ritenersi esatta visto che la campana, rottasi nel 1661, fu rifusa dal maestro campanaro Berardino Donati dell’Aquila nel 1676 il quale, nonostante l’ordine ricevuto di reimprimere l’iscrizione precedente dai Massari di Aielli, dovette apportare errori e modifiche all’iscrizione (Belmaggio Datt.).

D’Andrea (II): Giovanni Battista Donati da Aquila. Fu nel 1682 il fonditore della squilla oggi posta sul campanile della chiesa aquilana di S. Margherita.

Campanologia (2013) ricorda (il suddetto) l’aquilano Giovanni Battista Donati nel Settecento che operò in Foligno per buona parte dell’età moderna.

D’Andrea (II): Francesco Antonio Donati, da Aquila. Fuse nel 1675 una campana oggi sistemata sul campanile a vela della Chiesa di S. Maria Materdomini di Chieti. Nel 1698 lavorò insieme ad Eusebio Donati, alla rifusione di un sacro bronzo per la chiesa aquilana di S. Maria di Roio. Nel 1699, garantì per un anno e tre giorni … due campane < fatte a questa medesima Università >.

Eusebio Donati e suo figlio Filippo, da Aquila. Avevano confezionato un tempo (?) il campanone della Chiesa di S. Francesco (dei Minori Conventuali) di Sulmona, che nell’Aprile del 1717 fu rifuso dai fratelli Giovanbattista e Bernardino Donati.

Eusebio Donati da Aquila. Data la distanza di tempo, non deve essere confuso con l’altro Eusebio, che abbiamo visto al lavoro negli anni 1615, 1616, 1621 e 1627. Presso il campanile della Chiesa di S. Pietro Coppito, in Aquila, si conserva una campana, piccola e adesso incrinata, fusa da Eusebio Donati nel 1680. Questo Eusebio fu fonditore – negli anni 1699 e 1705 – di due campane per la Chiesa di S. Rocco in Scanno. Con scrittura del 16 Agosto 1698 compilata dal notaio Tommaso Filippo Petruccio Celio, Eusebio e Francesco Antonio Donati (che nel 1675 aveva lavorato in Chieti) promisero la rifusione della campana grande per la Chiesa di S. Maria di Roio.

Serafino Donati, anch’egli appartenente alla nota famiglia dei fonditori aquilani. Lavorò durante la fine del 1700 alla rifusione della seconda e terza campana poste nella torre di Fermo.

Si ha notizia di Mastro Berardino campanaro ed infine con il nome di Berardino campanaro dell’Aquila (anni 1670-1671).

Una interessante quanto lacunosa pubblicazione dei Campanili Abruzzesi edita dalla Regione Abruzzo – Centro regionale dei beni culturali, dà notizia di tale Orius Magister: nell’anno 1288 realizzò una campana per chiesa di San Nicola ad Atri (TE).

Interessante è quanto scrive D’Andrea (II) sull’origine del cognome Campana: è anche un cognome della diffusione del quale in Alto Sangro ed in Palena abbiamo avuto spesso occasione di renderci conto.[…]. Come si incontra anche il cognome Campanaro, di provenienza da Chieti. D’Andrea (II), dal registro degli introiti ed esiti relativi alla bella chiesa di S. Nicola di Caramanico: più interessanti le note di pagamento del Maggio e Giugno del 1670, perché si riferiscono ai tanti impegni connessi alla rifusione di una campana.

Sono ricordati: Pagato il verrocchio della campana grossa à Mastri Giovan Battista Fioretti e (Francesco) Farinelli.

Pagato a Mastro Bernardino Campanaro per rifosa di decine sei di metallo ….. pagato a Mastro Francesco Farinelli (vedi in seguito Marinelli in Molise) che salì la campana nova e … per l’armario pagato a Marcantonio Buccione per ordine di Mastro Berardino Campanaro.[…]

Pagato a Francesco Farinelli e Vincenzo Fiorentini che fecero l’armario delle campane. L’esito del 1671, ricorda D’Andrea (II), 5 Settembre: pagato a Bernardino Camparo dell’Aquila, per saldo della campana, conforme ne fece poliza il passato Procuratore.

Wichipedia: ATTONE DI RUGGIERO di Teramo fuse l’Aprutina collocata sulla torre del Duomo di Teramo, fu rifusa nell’anno 1483 dal francese Nicola di Langres.

Nel descrivere la chiesa di San Michel Arcangelo in Capena, ricorda La campana media è stata fusa dal campanaro Martino D’Ettorre di Spoltore da datarsi al 1700.

 

MOLISE

Giovanna Petrella, La fusione delle campane in Abruzzo e Molise (2007): Passando in rassegna la bibliografia dei testi, sappiamo che il più antico bronzo sacro abruzzese è di epoca medievale; si tratterebbe di “una piccola campana di bronzo, rinvenuta a Semivicoli [Comune di Casacanditella (CH)], proprietà Perticone, oggi purtroppo scomparsa. La campana che sulla superficie recava l’iscrizione Albertus me fecit, secondo Zucarini sarebbe datata al X secolo, secondo D’Andrea al XV secolo. Ad essa seguono la campana del 1008, di matrice artigiana, probabilmente di Guardiagrele, proveniente da San Barbato, poi portata a Pollutri (CH), quella di Rapino (CH) (1308), oggi scomparsa, e quella di Lettopalena (CH) del 1310, con l’iscrizione Bernardus me fecit.

Corrado Mancini, scrive Petrella, sostiene l’ipotesi che a introdurre l’arte della fusione sono stati i lombardi, pur non adducendo alcuna giustificazione, se non quella che “nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone che contrattano l’acquisto e la vendita del rame alla fiera di Lanciano”, così come artigiani abruzzesi che comprano rame dai milanesi* .

Nella nota * si legge: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone.

Ma la presenza dei milanesi in Agnone prosegue Petrella non è sufficiente a giustificare l’ipotesi dell’origine lombarda dell’arte fusoria. […].

E’ stato rilevato che per il solo Abruzzo, dal XIII secolo fino ad oggi, esistevano ben dieci luoghi di provenienza delle maggiori famiglie di fonditori itineranti. I più antichi fonditori sono magister Luca, attestato nel 1341 e Iohannes de Guardiagrelis, definiti dal Bindi “cesellatori e famosi fonditori.

Fra le regioni dell’Italia peninsulare ed insulare, il Molise e la città di Agnone vantano, a detta di alcuni studiosi, la più antica tradizione nell’ arte della fusione delle campane, lo sostengono i mass media ed i siti internet.

L’ arte di fondere le campane fu introdotta dai lombardi che nel 1500 sono attestati ancora milanesi residenti in Agnone, scrive Petrella o, come dichiara la nota di Petrella: Anche il Furlani ritiene che sono stati i milanesi, nel tardo XVI secolo, ad introdurre l’arte della fusione delle campane in Agnone ?

L’ arte di fondere le campane nella regione Molise è stata sempre localizzata nella città di Agnone in quanto ancora oggi è attiva la Fonderia Pontificia della famiglia Marinelli, trascurando l’operosità di altri personaggi, purtroppo dimenticati, vissuti in Agnone ed in altre località del Molise che, come esamineremo, furono i primi magistri campanarum.

A differenza di quanto scritto da Petrella ed alla citazione di Furlani, Cuzzoni, l’autore che più di altri ha pubblicato sulla diffusione dell’arte di fondere le campane nelle 20 Regioni italiane, ha scritto: Famiglia Marinelli Agnone, Secc. XIVXXI La famiglia Marinelli ha una storia lunghissima. La lavorazione delle campane in Agnone risale all’anno 1000, però è dal 1300 che la famiglia Marinelli ininterrottamente fa campane.

L’esperienza più significativa risale al 1924, anno in cui Papa Pio XI concesse alla famiglia Marinelli il privilegio di effigiarsi dello Stemma Pontificio.

Nuova grandissima onorificenza nel 1954 quando il presidente della Repubblica consegna alla famiglia Marinelli la medaglia d’oro “quale premio ambitissimo alla Ditta più anziana per attività e fedeltà al lavoro in campo Nazionale.”

Cuzzoni ha voluto anche ricordare La “Tavola Osca” di Agnone – III sec. a. C.: Va inoltre menzionata la riproduzione della famosa “Tavola osca” di Agnone del III sec. a. C., conservata al Brítish Museum di Londra dal 1873, tavola che attesta che in Agnone la fusione dei metalli era praticata oltre duemila anni or sono.

Il < legame > che è stato creato tra la Tavola Osca e la Fonderia Pontificia Marinelli o la fusione dei metalli nella città di Agnone, ha dato origine a troppe ipotesi errate e a troppe gratuite deduzioni.

Non si conoscono i dati reali che hanno permesso a Cuzzoni e ad altri studiosi di affermare, senza alcun dubbio: in Agnone la fusione dei metalli era praticata oltre duemila anni or sono; una affermazione condivisa da altri studiosi e ricercatori, pur consapevoli che nei primi tempi, come abbiamo esaminato in altre Regioni, a causa dell’assenza di strade che ne facilitassero il trasporto, la fusione delle campane non avveniva in officinestabili”, ma nei pressi dei campanili.

L’affermazione di Cuzzoni non è confermata dalle fonti bibliografiche, né dalle numerose campane che testimoniano l’arte fusoria nel Molise e nella città di Agnone.

Cuzzoni ed altri studiosi hanno condiviso l’equivoco originato dalla riproduzione della Tavola Osca da parte della Fonderia dei Fratelli Marinelli ed averla giudicata < essere > di Agnone.

La Tavola Osca, datata al III secolo a. C., è un preziosissimo documento della religione dei popoli di origine Safina/Sabina/Sannita, costituito da una lamina di una lega di bronzo e piombo.

La Fonderia dei Fratelli Marinelli ha unicamente prodotto una copia di un originale conservato in Inghilterra; si può creare un legame tra la fusione per la sua riproduzione e la fusione delle campane nella città di Agnone ?

La sua casuale scoperta può essere considerata una prova per affermare che già nel III secolo a. C. la fusione dei metalli si praticasse nella città di Agnone ?

La Tavola Osca fu trovata nell’anno 1848 presso la fonte del Romito, un territorio prossimo alla città alto molisana, ma pertinente al centro turistico montano di Capracotta.

La Tavola Osca è un oggetto “mobile”, facilmente “trasportabile”, ergo potrebbe essere stata fusa in una località diversa dal luogo del suo ritrovamento, più vicino o più lontano dalla città di Agnone e da Capracotta, oppure trasportato nella località in un secondo momento, ergo non è necessariamente in rapporto con il sito archeologico in cui fu rinvenuta.

Non si può sostenere che la fusione dei metalli nella città di Agnone si < perde > nella notte dei tempi unicamente per la scoperta di oggetti metallici “mobili” la cui fusione potrebbe essere avvenuta in una delle tante località che esistevano nel vasto territorio della penisola italica centro-meridionale occupate dai Safini/Sabini/Sanniti.

La fusione dei metalli nel territorio dell’alto Molise, in modo speciale nella città di Agnone, può essere stimata antica se è basata solo sul ritrovamento di oggetti metallici (armi, monili, piccole statue) di epoca italica ?

Ricordiamo i reperti in bronzo che, a detta di Moscati (1999), dovrebbero essere tra i più antichi (VIII – VII scolo a. C. secolo) rinvenuti della vasta necropoli della piana di Bojano: furono fusi nelle località dell’alto Molise o l’assenza delle materie prime nel territorio dei Sanniti Pentri obbligava la loro importazione dai territori in cui esistevano i giacimenti metalliferi ?

Salmon (1977) sostiene, citando Catone e Virgilio: A Venafro si fabbricavano utensili in ferro e fonderie di ferro esistevano ad Atina, due centri non lontani dalle miniere di ferro delle montagne della Meta (Salmon).

Le miniere di bauxite, descritte dalla Federazione Speleologica Campana, si trovano sul Matese e nell’Abruzzo aquilano e quelle di manganese ancora sui monti del Matese tra i comuni di Campochiaro, San Polo Matese e Bojano (in località monte Crocella-Civita Superiore) e Campitello Matese.

A Venafro e nella loro capitale Bojano, scrive La Regina, i Sanniti Pentri avevano le officine di produzione dei laterizi, pertanto i “forni” utilizzati per la loro cottura, potrebbero essere stati utilizzati anche per la fusione e la lavorazione dei metalli.

Torniamo all’ arte di fondere le campane.

DUE studiosi molisani hanno dato notizie di Giuseppe Campato.

Amorosa (1924) , scrisse: L’arte di fondere campane è un’antica specialità degli artefici Agnonesi. Essa rimonta a tempi assai lontani. Peccato però che, durante tutto il medioevo, non si ha notizia di nessun fonditore, pur esistendo una tradizione millenaria. Bisogna arrivare verso il 1450 per trovare il nome di Giuseppe Campato: ancora una volta è citata una tradizione millenaria, ma nessuna prova concreta.

L0 studioso ignora l’esistenza degli altri magistri campanarum molisani, ricorda tempi assai lontani, anch’egli ricorda una tradizione millenaria che dopo fa < parte > da verso il 1450.

Più realista Masciotta (1952): Nel XV secolo, quando l’industria della fondita delle campane fioriva nel Bergamasco ed a Roma, Giuseppe Campato fu il primo ad introdurla in Agnone. I Marinelli, allievi del Campato, e di costui successori, portarono l’industria ad un alto grado di tecnica, conquistando una meritata rinomanza.

Le affermazioni dei DUE studiosi non sono state mai smentite.

Un autorevole componente della famiglia Marinelli, Ascenzo Marinelli, che non era magister campanarum, ma dapprima sacerdote e poi professore di lettere, nelle Memorie patrie con alcune biografie di uomini illustri agnonesi (Agnone 1888), fonte bibliografica di Amorosa e di Masciotta, scrisse: Deve rincrescerci però, che in tutto il medio-evo, cioè in quel lungo periodo, in cui qui fu tanta la foga di fabbricar Chiese, di nessun fonditore, o casato di fonditore, noi abbiamo contezza.

Solo nella prima metà del secolo XV sappiamo che esisteva un distinto campanaro, dal nome Giuseppe Campato, quel tale che cedette tutto il suo casamento al Monastero si S.a Chiara per maggior comodità delle Monache, specialmente pel giardino che esse vi fecero*. (in nota *: Vedi l’elenco delle famiglie antiche di Agnone compilato dal Barone Ferdinando Gigliani 1766.)

Più tardi, verso il 1600, cominciarono a nominarsi altre, famiglie di fonditori, come i Desiata, i Marinelli, i Saia, i Camperchioli, i Cacciavillani, e qualche altra.

Ma i più rinomati e i soli che tennero sempre una fonderia speciale adatta ad ogni sorta di fusione in bronzo, furono indubbiamente i Marinelli, i quali di generazione in generazione migliorarono sempre l’arte loro, fino a risolvere quasi perfettamente, il problema dell’accordo delle campane, ritenuto da valenti artisti stranieri, come insolubile, o almeno di assai difficile soluzione.

Il fratello mio Giosuè, unito agli altra della nostra casata (sulle orme di Francescopaolo Marinelli, Zio nostro, che fu il primo a studiare gli accordi delle campane sopra autori francesi, e a scriverne memorie e regole in proposito,). Dopo di lui si son seguitati a dare al pubblico vari saggi di queste campane armoniche; anzi il signor Tomaso Marinelli, uno dei nostri più anziani fonditori sempre studioso ed innamorato dell’armonia dei suoni, tiene già in pronto, per dare alle stampe, uno speciale Trattato intorno alla fusione e gli accordi delle campane.

Io stesso (scrisse Ascenzo Marineli), nella mia prima età, ricordo benissimo la bottega del mio buon padre Ercole, tutta piena di acciarini antichi, di pietre focaie, di canne lunghe e corte da incassare ecc. ecc. Era il 1835, e si lavorava per ordine del Re Ferdinando II.° di Borbone.

Ascenzo, membro della famiglia Marinelli che ancora oggi è la più famosa tra quelle dei magistri campanarum operanti in Italia e nel mondo, già nell’anno 1888 aveva diffuso le sue conoscenze che, cadute successivamente nell’oblio, furono e sono state sostituite dalle ipotesi più varie che hanno alterato la verità sull’iniziò dell’arte fusoria nel Molise e nella città di Agnone: anno 1000, o 1339 o verso 1450 o nel XV secolo o da sette secoli ?

Sono state divulgate tante ipotesi sull’origine dell’arte fusoria nella regione Molise che hanno tratto in inganno anche i magistri campanarum della famiglia Marinelli.

Le campane di Atessa di Gabriele D’Amico, Alfredo Massa e Nicola D’Amico (2008) pubblica, ad esempio, per l’anno 1962 la Corrispondenza epistolare intercorsa tra la Fonderia Marinelli di Agnone e il prevosto Don Giuseppe Pili per la definizione delle iscrizioni da apporre alla campana della Ricostruzione, così chiamata perché rifusa durante i lavori di rifacimento del campanile della Chiesa di S. Leucio.

Nella risposta, datata 12.7.1962 da parte della Pontificia Fonderia di Campane MARINELLI si leggere l’epoca della sua origine: Fondata nel 1300.

Successivamente, in un “preventivo” della Fonderia Marinelli di Agnone per l’elettrificazione di due campane della Chiesa di S. Croce e per la rifusione ed elettrificazione di una terza campana di dimensioni più ridotte con la data del 29.04.1982, in alto a destra è scritto: MARINELLI 86081 AGNONE (Isernia) – Italia fondata nell’anno mille ed in alto a sinistra: Pontificia Fonderia di Campane la più antica del mondo.

I mass media ed i siti internet hanno divulgato altre notizie senza che fosse stata accertata la verità.

Per esempio, www.lagiostra.biz/book/export/html/1013 ricorda: L’arte della fusione delle campane in questo paese del Molise è una tradizione che risale a diversi secoli fa, ed è legata principalmente al nome della famiglia Marinelli. La sua storia inizia nel 1339, anno in cui un avo dei Marinelli, Nicodemo, incide il suo nome sulla campana della chiesa di Agnone, la notevole parrocchiale di Sant’Emidio; mentre Graziella Merlati in di bronzo e di cielo (2009) al capitolo Marinelli scrive: in attività dal 1339: La più antica, non solo d’Europa ma forse del mondo, è la Pontificia Fonderia Marinelli, che affonda le proprie radici nell’anno Mille. Vi si fabbricano campane ininterrottamente da almeno sette secoli, da quando – era l’anno 1339 – il nome di Nicodemo Marinelli appare inciso sulla campana della chiesa parrocchiale di Agnone, dedicata a Sant’Emidio, e su una seconda, della parrocchiale di Posta Fibreno (Frosinone). 2 (DUE) sono le campane fuse nell’anno 1339 da Nicodemo: una per la chiesa di Agnone, la notevole parrocchiale di Sant’Emidio e su una seconda, della parrocchiale di Posta Fibreno (Frosinone).

Ignoriamo l’esistenza della campana presente nella chiesa di S. Emidio in Agnone, mentre abbiamo delle dettagliate notizie della campana ancora oggi esistente nella chiesa di S. Maria Assunta di Posta Fibreno in provincia di Frosinone, sconosciuta a Cuzzoni ed altri studiosi, ma ricordata e descritta in modo chiaro da D’Andrea, uno studioso che ha dato un notevole contributo alla migliore conoscenza anche dei magistri campanarum nati nella regione MOLISE .

D’Andrea ricorda quanto scritto Arduino Carbone che in Vicalvi, Posta Fibreno (Casamari 1963), ricordando la chiesa di S. Maria Assunta: La chiesa, purtroppo, è sprovvista di campanile; ma una campana, sulla torre civica, chiama a raccolta i fedeli e talvolta piange i morti, oppure, con l’acutezza e la purezza dei suoi rintocchi, allontana la gradine e i turbini. Un’ iscrizione ci dice che venne rifusa con i rottami di un’altra del 1339, a spese dei cittadini di Alvito e di Posta, e che l’artista* , fu il celebre Nicodemo Marinelli di Agnone del Molise. (in nota *: Così suonava l’iscrizione latina: < Ex altera 1339 nuper disrupta prodiit 1833 Albeti Postaque sumptibus – Nicodemus Marinelli Anglonensis f. >.

La citazione è chiara: la campana era stata fusa nell’anno 1339 da anonimo e fu rifusa nell’anno 1833 da Nicodemo Marinelli, un magister campanarum  nativo di Agnone, ma residente in San Vittore del Lazio.

Vista l’epoca in cui visse (XIX secolo), non dovrebbe essere ricordato nel presente studio, ma è utile per < smentire > quanti hanno creduto e credono che sia vissuto Nicodemo Marinelli nel XIV secolo.

D’Andrea (II) ricorda uno soloNicodemo Marinelli verso il 1840 abitava a S. Vittore, dove ebbe modo di assicurarsi il lavoro in Ciociaria ed in Alto Sangro: aveva seguito l’esempio dei congiunti emigrati nelle regioni limitrofe od in altri centri del Molise, come ricorda D’Andrea (I) (vedi anche Abruzzo) per Nicola Marinelli trasferito in Gagliano (AQ) ed D’Andrea (II): nel 1811 Lattanzio Marinelli era domiciliato in Isernia, e nel 1822 in Sepino.

E’ importante evidenziare quanto scritto da D’Andrea (II) per Nicodemo Marinelli, non prima di avere ricordato Tommaso Marinelli, da Agnone. Nato verso il 1812-13. […] che Coadiuvò Nicodemo Marinelli nella rifusione (1840) del campanone della parrocchiale di Villetta Barrea e, insieme al suo parente Ercole, nel 1848 confezionò due campane in Penne.

Nicodemo Marinelli fu Francesco, da Agnone, scrive D’Andrea (II), Nel 1858 fuse una campana per la Chiesa di S. Restituta in Sora, e nel 1833 confezionò la squilla della chiesa di Posta Fibreno.

Coadiuvato da Tommaso Marinelli, rifuse nel 1840 in Villetta Barrea, il campanone del luogo. Nelle carte di Intendenza riguardanti Villetta ed oggi custodite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila, si legge che la perizia era stata compilata dal fonditore Francesco Camerchioli, ed il contratto di rifusione venne sistemato con < Nicodemo Marinelli del fu Francesco, campanaio e proprietario domiciliato nel Comune di S. Vittore in Provincia di Terra di Lavoro >. E’ precisato che < I fabbri della campana furono Nicodemo e Tommaso Marinelli di Agnone, dei quali ho letto la ricevuta rilasciata nelle mani del Sindaco ….> .

Nonostante l’ampia e chiara documentazione, c’è chi ha manifestato una opinione diversa.

Orlandi, in Storia di Posta Fibreno (2007), ha scritto: Un legame antico lega Posta Fibreno alla Pontificia Fonderia di Campane Marinelli di Agnone (IS), la più importante della storia tanto aver fuso la campana del Giubileo 2000. Nel Trecento l’attività di questi fonditori era già affermata anche in altre regioni. La fusione della campana del 1339 per la chiesa di Santa Maria in Posta è la prima testimonianza documentata nella storia della Fonderia. La campana di circa un metro di altezza, fu realizzata e firmata da Nicodemo Marinelli. […]. In seguito ad una lesione causata da un fulmine venne rifusa nel 1963 a spese dei cittadini.[…]. La campana è stata collocata sul nuovo campanile della chiesa nel 1994. Intorno alla campana si legge: < Ex altera 1339 nuper disrupta prodiit 1833 Albeti Postaque sumptibus – Dominus in tempestate et turbine – Nahum I Nicodemus Marinelli Anglonensis F. >.

Una < traduzione > a dire poco superficiale a cui si sommano le diverse valutazioni sul peso della campana esistente a Posta Fibreno e rifusa nel 1833 da Nicodemo Marinelli: chi l’ha stimata di 2 quintali, mentre Orlandi, divulgatore dell’esistenza di Nicodemo nel 1339, ha dichiarato essere di 4 quintali.

Tornando indietro nel tempo per conoscere i magistri campanarum della famiglia Marinelli che fusero prima dell’unico Nicodemo Marinelli vissuto nel XIX secolo, seguiamo le testimonianze delle fonti bibliografiche.

D’Andrea (II), in base alla documentazione esistente, ricorda i membri della famiglia Marinelli per il periodo oggetto del presente studio: VIII-XVII secolo.

Il ad essere ricordato ed essere stimato il capostipite dei magistri campanarum della Famiglia Marinelli è Mastro Lattanzio Farinella* da Agnone. In base a contratto stipulato il 12 Marzo 1631 dal notaio Alessandro Fantini promise la rifusione della campana dell’orologio del Comune di Vasto, posta sul campanile di S. Agostino.

(nota * per il cognome Farinella: Potrebbe darsi che ci fu un errore del notaio (come successe altrove per il caso del fonditore d’Ettorre), il quale comprese male il cognome Marinelli. Ciò anche per il fatto che tra la seconda metà del 1700 e la prima del 1800, si trova in Agnone il fonditore Lattanzio, della famiglia Marinelli.

Seguiamo l’ordine cronologico dei componenti la famiglia Marineli: Salvatore Marinelli (nulla a che vedere con l’omonimo ricordato dall’ Onciario 1753, di professione bracciale), da Agnone, Il 18 Agosto 1679 si impegnò alla rifusione della campana maggiore esistente nel campanile della Chiesa di S. Leucio di Atessa e ricordato ne Le campane di Atessa: SALVATOR MARINELLI ANGLONENSIS FECIT A. D. 1680 REFUSA A. D. MCMLXV PONTIFICIA FONDERIA MARINELLI AGNONE MOLISE..

Le campane di Atessa ricorda Francesco Marinelli: M. FRANCISCUS MARINELLI CIVITATIS ANGLONI FECIT. A. D. M.D.C.C.II. (1702).

D’Andrea (II): Francesco e Giovannangelo Marinelli, da Agnone: Fusero nel 1701 una campana che oggi è posta sul campanile della parrocchiale di Alfedena. Il nome di Francesco Marinelli si legge su una campana del 1726 appartenente al Santuario della Civita.

Loreto Marinelli, da Agnone. Nel 1710 fuse due campane, situate sul campanile della Cattedrale di Sora.

Continuando nel tempo, D’Andrea (II) ricorda Ercole Marinelli, da Agnone, facendo riferimento a Masciotta: Alla pagina 115 del quarto volume della sua nota opera sul Molise dalle origini ai nostri giorni, Giambattista Masciotta affermò che una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro, era di provenienza agnonese e fusa nel 1600 da Ercole Marinelli.

Consultando Masciotta, nella ristampa del 1985 è scritto a pag. 88 del IV volume: Il campanile si eleva su d’un robusto arco eretto sulla pubblica via, ed è a cinque piani. Fu restaurato nel 1885 e nel 1909. Contiene quattro campane, delle quali due agnonesi: la più antica fusa da Ercole Marinelli nel 1600.

Scrive D’Andrea (II): Non riusciamo a comprendere da questa informazione, se con essa ci si voleva riferire al secolo XVII oppure precisamente all’anno 1600; oppure se vi erano state delle esagerazioni circa l’età della campana, nel riferire qualche notizia su di essa.

Ercole Marinelli aveva fuso nel 1600 ?

3 (TRE) le fonti bibliografiche che ricordano Ercole Marinelli: 1^. il Catasto Onciario di Agnone per l’anno 1753: Ercole Marinelli di anni 40, campanaro, fratello di Salvatore, di professione bracciale, di anni 45 e l’altro fratello Armidoro, campanaro di anni 26.

Questo Ercole è da escludere essendo vissuto ed aver fuso nel XVIII secolo.

2^. D’Andrea (II): Nel suo lavoro dedicato a Francavilla al Mare nella storia e nell’arte Teodorico Marino citò un Ercole Marinelli il quale, nello stesso tempo in cui lavorava Martino d’Ettore o Torres (seconda metà del 1700) aveva fuso una campana in Vasto.

Ercole ricordato da D’Andrea  (II) non poteva aver fuso una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro nel 1600 in quanto aveva fuso una campana in Vasto all’epoca (seconda metà del 1700) in cui lavorava Martino d’Ettore o Torres

3^. Ercole Marinelli ricordato dal figlio Ascenzo: Io stesso, nella mia prima età, ricordo benissimo la bottega del mio buon padre Ercole ……. Era il 1835, e si lavorava per ordine del Re Ferdinando II°. di Borbone.

Anche Ercole Marinelli, buon padre di Ascenzo, vissuto nel XIX secolo non avrebbe potuto fondere una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro nel 1600.

Non esistendo una testimonianza che dimostri l’esistenza di Ercole Marinelli tra il secolo XVI ed il XVII secolo, si può condividere il giudizio di D’Andrea (II) per una delle quattro campane appartenente alla Chiesa di S. Leonardo di Castelmauro: verosimilmente vi erano state delle esagerazioni circa l’età della campana, nel riferire qualche notizia su di essa.

Si può ipotizzare che La fusione della più antica campana di Castelmauro sia avvenuta ad opera di Ercole Marinelli ricordato nel Catasto Onciario: aveva 40 anni nel 1753 (nato nel 1713).

Il Catasto Onciario 1753 della città di Agnone, ricorda Armidoro Marinelli di anni 26, fratello di Salvatore, bracciale, e di Ercole, campanaro, a. 40. Era coniugato con Teresa Paolantonio di anni 29 ed aveva due figli: Vincenzo di anni 2 e Eufrasina di anni 1.

D’Andrea (II) scrive di Armidoro Marinelli: Fratello del bracciale Salvatore, era nato verso il 1727; nel 1753 era già sposato ad aveva due figli: Vincenzo ed Eufrosina.

Le campane di Atessa ricorda Armidoro Marinelli: A FULGURE ET TEMESTATE LIB. NOS DNE A. D. MDCCXXXXIIII (1744) OPUS ARMINODORI (sic) MARINLLI (sic) CIVITATIS ANGLONI M. F. C.

La dettagliata documentazione pubblicata da D’Andrea (II), arricchisce la conoscenza degli altri membri della famiglia Marinelli ed ignorati dai più.

Essi fusero in un periodo compreso tra gli anni 1820 al 1887: Nicola Marinelli (1820) che domiciliò vari anni in Gagliano Aterno; Errico Marinelli (1836), all’epoca stimato < Perito campanista >; Enrico Marinelli (1883), figlio di Alessandro e Gaetano Marinelli (1887).

Al loro ricordo è opportuno associare i magistri campanarum vissuti nella regione Molise dei quali D’Andrea (I e II) ha descritto la vita e le opere prima ancora che l’arte di fondere le campane iniziasse nella città di Agnone.

In attesa di nuove scoperte, è da stimare che il magister campanarum della regione Molise sia stato Giacomo da Isernia, che nel 1433 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano.

Seguì Nicola da Capracotta. Nel 1542 aveva fuso una campana in Villetta Barrea e Nel 1544 organizzò la fusione della < campana mezana > che ancora nel 1754 figurava sul campanile della Chiesa della Tomba in Sulmona. Nel 1545 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista in Castel di Sangro.

Mastro Vincenzo di Saliceto, campanaro abitante in Matrice. Intorno al 1547 colò per due volte in Vasto, una campana per la Chiesa di S. Maria Maggiore.

Donato Perillo, da Capracotta ed abitante in S. Pietro Avellana. Mediante scrittura del 5 Luglio 1602 rogata dal notaio Ortensio Cugnoli, promise ai Procuratori del SS.mo Sacramento di Scanno, di fondere una campana da quattro cantaia, nonché una campanella peer S. Maria di Loreto.

Nel centro matesino di Guardiaregia (CB) vissero 2 (DUE) magistri campanarum.

D’Andrea (II) ha ricordato : Mastro Francesco Vanni, da Guardiaregia. Fuse nel 1639 la squilla della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Cusano Mutri, provincia di Benevento.

Mastro Giovanni Di Francesco, da Guardiaregia. Nel 1685 fuse per la chiesa trinitaria di Campobasso, una campana poi caduta dal campanile a causa del terremoto del 26 Luglio 1805. In nota: Il nome ci fa capire che dovrebbe essere figlio di Francesco, il quale gli rimise il nome del proprio padre Vanni o Giovanni.

Si ha notizia di Domenico de Francisco, nell’anno 1702 fuse una campana per la chiesa La Chiesa di Ave Gratia Plena di Piedimonte Matese (CE), forse un altro figlio di Mastro Francesco Vanni e fratello di mastro Giovanni.

Ricorda D’Andrea (II): Di mastri campanari equivalenti a fonditori di campane, Campobasso è stata sede di uno solo (Rocco Saia, originario di Agnone) verso la fine del 1700.

Dei magistri campanarum di Agnone, la “palma” dovrebbe spettare a Giovanni Iuliano o Giuliani, di cui D’Andrea (II) ricorda: Già nel 1559 abitava e lavorava in Chieti, il fonditore agnonese di campane Giovanni Iuliano o Giuliani. Eppure, siamo informati che Egli, insieme ai propri figli Fabio e Giuseppe aveva ricevuto in prestito oltre 176 ducati da Donna Sibilia Valignani di Chieti […]. In nota: Rogito del 2 ottobre 1564.

Iuliano o Giuliani, un cognome non ricordato nel Catasto Onciario dell’anno 1753 che ricorda una famiglia Giuliano ed un solo componente, né da Ascenzo Marinelli nella sua pubblicazione.

Sempre D’Andrea (I) ricorda: sono i frati del Convento teatino di S. Domenico, quelli che compaiono nella scrittura per ordinare al mastro agnonese Giovanni Iuliano di < fare et lavorare a detto Convento et alli preditti Padri presenti, una campana de metallo bono >. (rogito del 6 Dicembre 1562).

Ancora D’Andrea (II) per: Giovanni Giuliano (o Giovanni di Meo di Giuliano) da Agnone. Abitava in Chieti nel 1562, quando mediante scrittura notarile del 6 dicembre promise ai frati dell’Ordine di S. Domenico …… una campana de metallo bono de dodici centera. Il 28 Marzo 1571, per rogito del predetto notaio Nicola Antonio Fiorentini, Giacomo e suo figlio Fabio promisero all’economo della Chiesa di S. Francesco di Chieti < di fare una campana….

La famiglia Giuliano lavorò anche nelle Marche, dove Giovanni ed i suoi figli Fabio, Giuseppe e Giovan Giacomo, nonché Giovan Vincenzo (figlio di Fabio) hanno lasciato traccia delle loro opere. Giovanni aveva fuso un tempo il campanone della Cattedrale di Chieti, che poi si ruppe nel 1590; ed il Parlamento teatino del 14 Ottobre di quell’anno diede l’incarico della rifusione a Giovan Iacovo.

D’Andrea (II): Giovan Giacomo di Giuliano, figlio di Giovanni, agnonese. La notizia sulla fusione di una campana in Arquata, eseguita dai fratelli Giuseppe e GiovanGiacomo Di Giuliano nel 1582. Come già scritto, nell’Ottobre 1590 Giovan Giacomo si impegnò per la rifusione della campana grande del Duomno di Chieti, fusa a suo tempo da mastro Giovanni Giuliano.

Fabio di Giuliano (o di Meo) appartenente a famiglia che da Agnone si spostò a Chieti e nelle Marche. Insieme a suo padre Giovanni Di Giuliano, il 28 Marzo 1571 prese l’impegno davanti al notaio Nicola Antonio Fiorentini, di rifondere una campana per la Chiesa di S. Francesco di Chieti.

Mastro Leonardo Giuliano, da Agnone. Nel 1572 ebbe ordine relativo alla fusione di campane in Isernia.

Un Giovanni Desiato, agnonese, nel periodo 1696-1717 prese domicilio in Spoltore, dove durante il 1700 lavorarono pure i campanari De Torres o D’Ettorre da Spoltore (?). […].

Sempre Giovanni Desiato da Agnone ed abitante a Spoltore. Rifuse nel 1696 una campana in Ortona a Mare, e nel 1717 il campanone della Chiesa di S. Nicola di Lama dei Peligni.

Donato d’Agnone. Insieme a Giovanni Battista da Tora, aveva fuso nel 1645 una campana in Castel di Sangro. Forse a lui, precisa D’Andrea (II), potrebbe essere attribuita la campana del 1669 di Colli al Volturno, infra descritta al paragrafo dedicato a Salvatore Marinelli (non quello del secolo XVII ricordato da Corrado Marciani, ma l’altro che lavorò nel 1806 e 1838 in Isernia e Sulmona).

Mastro Angelo e Marinello, da Agnone. Confezionarono nel 1668 un sacro bronzo per la Cappella del Sacramento di Castel di Sangro.

Ricordiamo la numerosa presenza di magistri campanarum ricordati nel Catasto Onciario del 1753 della città di Agnone: i campanaro erano in numero di 10, residenti nel centro montano dell’Alto Molise, con circa 5. 000 abitanti.

Casato Cacciavillani: Biaggio, campanaro, a.(nni) 35.. Diego, campanaro, a. 60. Felice f.(iglio di Diego) della prima moglie, campanaro a. 26.. Casato Camerchioli: Giulio, campanaro, a. 72. Lonardo, f.(iglio) di Giambattista e nipote di Giulio, campanaro, a. 26.. Casato Gentile o Gentilo: Domenico, campanaro, a.(nni), 18. Marco, f.(rate)llo, campanaro, a. 30.. Giovannangelo, campanaro, a.(nni) 34..

Ne Le campane di Atessa troviamo i magistri campanarum del Casato Cacciavillani e Casato Camerchioli ricordati sì nel catasto onciario, ma non magistri campanarum in quanto i componenti delle due famiglie fusero prima o dopo la sua pubblicazione nell’anno 1753 o perché trasferiti in altre Regioni.

Sono: MASTROBIA CACCIAVILLANI D. C. T. D’AGNONE fuse nell’anno 1736 una campana per la chiesa della Madonna Assunta  e www.freeforumzone.com ricorda: Cacciavillani XVIII-XIX secolo Frosinone. Frosinone è stata sede, fino al secolo scorso, della fonderia di campane della famiglia Cacciavillani che, dalla meta del secolo XVIII, dopo aver lasciato la città di Agnone – rinomata in tutto il mondo per la fusione dei bronzi – si stabili nel capoluogo ciociaro tramandando di padre in figlio l’impegnativa arte di fondere campane. Ciociaria artigianato: S. M. C. FUDIT LEOPOLDUS CAMERCHIOLI CIVITATIS ANGLONI fuse nell’anno 1784 una campana per la chiesa di San Giovanni.

L’ Onciario del 1753 ricorda l’esistenza del più famoso ed ancora attivo, il Casato Marinelli, composto da 60 membri, ma solo al n. 54 troviamo, come già esaminato, Ercole, campanaro, di a.(anni) 40, f.(rate)llo di Salvatore, bracciale, a. 45 e coniugato con Domenica Cacciavillani, a. 37; segue Armidoro di a.(nni) 26, fratello di Salvatore e di Ercole.

Nell’anno 1753, nell’Onciario è anche registro il Casato Campato a cui apparteneva Giuseppe un distinto campanaro, vissuto nella prima metà del XV, come lo ha ricordato Ascenzo Marinelli. All’epoca dell’Onciario nessuno dei Campato svolgeva l’arte fusoria: nell’anno 1753 il capostipite Giuseppe era mulattiero di anni 60 ed i fratelli Leonardo di anni 27, era cappelaro e Vincenzo di anni 30 era bracciale.

Nessuno del Casato Saia si dedicò alla fusione delle campane, ma viveva Raffaele di a.(nni) 30 che svolgeva l’attività di focilaro (costruiva fucili?), sposato con Vincenza Marinelli di a.(nni) 33, forse parente dei Marinelli: nell’anno 1775 un Raffaele Saia firmò la campana detta “di S. Martino” nella città di Atessa (da Le campane di Atessa): RAPHAEL SAIA ANGLONENSIS FUNDEBANT A.D. MDCCLXXV.

Probabilmente, il trentatreenne Raffaele Saia, ricordato nel Catasto onciario del 1753, dopo il censimento, sposando una Marinelli, da fociliere divenne campanaro.

Oreste Gentile

(segue 4^ parte: Italia meridionale ed insulare).

 

 

 

 

 

 

 

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