CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.

LA BUFALA STORICA PLANETARIA DELLA PRESENZA DI PAPA CELESTINO V NELLA CITTA’ DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 DI OTTOBRE DELL’ANNO 1294; IL SUO REGALO ALLA CITTA’ DI 2 (DUE) CROCI ED IL VITALIZIO DEL RE CARLO II AI CONGIUNTI DEL PAPA.

ottobre 15, 2020

I sostenitori della nascita di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria, fra le tante BUFALE nel tempo SMENTITE, esibiscono 2 prove.

La 1^ prova. il dono di 2, dico e ripeto, DUE croci di argento di fattura longobarda-bizantina alla cattedrale della città di Isernia.

Cantera, chi più di lui, aveva interesse ad esibire una testimonianza certa per accreditare la presenza del papa molisano nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 nella città di Isernia e di esservi anche NATO ?

Dopo avere modificato gli itinerari del viaggio di trasferimento da L’Aquila a Napoli del corteo papale e reale; dopo avere INVENTATO e DESCRITTO una sosta ed un soggiorno del papa nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294, avrebbe perso la < ghiotta > prova di descrivere le 2 croci donate dal papa alla cattedrale della < sua Isernia > ?

Ebbene, Cantera IGNORAVA l’esistenza delle 2 croci donate alla cattedrale della città, per un motivo molto semplice: le 2 CROCI NON ERANO MAI ESISTITE.

Chi più del già citato Ciarlanti, arciprete della cattedrale di Isernia, tenace sostenitore della nascita in Isernia di Pietro di Angelerio e di Maria, avrebbe potuto conoscere la VERITA’ del dono delle 2 croci ?

Ebbene, Ciarlanti dichiarò: e due Croci, ch’egli in dono mandò (si, avete letto bene: MANDO’) alla sua Patria (Isernia), che nel Duomo si conservano: ossia Celestino V, non ERA PRESENTE IN ISERNIA, ma le mandò da una località ignota in un’epoca altrettanto ignota.

Ma c’è un altro REBUS da risolvere: TUTTI e lo stesso Ciarlanti, sostengono che le croci fossero 2 (dico DUE) e TUTTI, tranne Ciarlanti, come esaminato, sostengono che fossero state donate in occasione della presenza del papa molisano in Isernia il 14 e 15 ottobre 1294.

Ebbene, il compianto mons. A. Gemma, vescovo della diocesi di Isernia-Venafro, scrisse in un articolo per il quotidiano Nuovo Molise, nella cronaca di Isernia del 30 agosto 1998, a proposito del dono delle 2 CROCI: […], e qui (in Isernia) tu lasciasti, come segno d’affetto, di comunione e di protezione quella croce argentea che il tesoro della cattedrale gelosamente custodisce, quale emblema di un particolare legame che ti unisce alla tua città natale.

Chi non dice la VERITA’ ?

Ciarlanti, che ricordò le 2 croci MANDATE da Celestino V o Gemma che dichiarò: quella croce (ossia UNA) tu lasciasti ?

ENTRAMBI HANNO TORTO.

ESISTE solo UNA croce ed ASSOLUTAMENTE NON FU MANDATA IN DONO, come scrisse Ciarlanti, né fu PERSONALMENTE LASCIATA, come scrisse Gemma.

In base a quanto fu scritto in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra dei cimeli e documenti (L’Aquila 1954), il Catalogo della Mostra delle reliquie e cimeli della città di Isernia, così descrisse l’UNICA CROCE in esposizione era: 18. Croce in argento dorato (alt. cm. 25 più base dello stesso metallo alta cm. 12). Di finissimo cesello e sbalzo; tempestata di pietre dure, rubini, lapislazzuli ed ametiste. Ha sui bracci delicati smalti su fondo azzurro rappresentanti figure sacre. Nobilissima ispirazione dell’alta oreficeria, forse fiorentina. Seconda metà del sec. XIV. Proprietà del Capitolo Cattedrale di Isernia. (vedi figura).


In base alla descrizione dell’UNICA croce esposta in occasione delle Celebrazioni Celestiniane. Mostra dei cimeli e documenti (L’Aquila 1954), ESSA, IN ALCUN MODO, PUO’ ESSERE MESSA IN RELAZIONE con papa Celestino V.

AMMESSO E NON CONCESSO fosse stata mandata o donata personalmente dal papa alla città di Isernia nell’anno 1294, ossia alla fine del XIII secolo, come si può GIUSTIFICARE la sua realizzazione alla Seconda metà del sec. XIV, ossia intorno all’anno 1350, mentre Celestino V l’avrebbe avuta tra le mani nell’ anno 1294, ossia sei anni prima alla fine del XIII secolo ?

Ergo, la croce esibita, NON TESTIMONIA NEL MODO PIU’ ASSOLUTO quanto scrisse mons. Gemma, stimandola essere: […] emblema di un particolare legame che ti unisce alla tua città natale.

NO CROCE, NO LEGAME, NO NASCITA DI PAPA CELESTINO V NELLA CITTA’ DI ISERNIA.

La 2^ prova. Hanno scritto: il re Carlo II d’Angiò aveva assegnato, in occasione della visita di papa Celestino V, un annuo vitalizio ad alcuni suoi congiunti residenti nella città di Isernia.

Dovrebbe essere un’altra TESTIMONIANZA per confermare la nascita ed il forte legame affettivo di papa Celestino V con la città di Isernia.

Anche per questa TESTIMONIANZA ESISTONO seri dubbi sull’utilizzo fatto da alcuni dei suoi biografi favorevoli alla nascita nella città di Isernia.

L’annuo vitalizio, sarebbe stato assegnato tra il giorno 14 e 15 ottobre 1294, quando Celestino V ed i suoi più stretti parenti si sarebbero incontrati in Isernia; ossia, l’annuo vitalizio avrebbe dovuto avere la data del 14 o 15 ottobre 1294.

Dell’annuo vitalizio erano CONVINTI e lo SOSTENNERO: Cantera (1892), Celidonio (1954) e con essi, TANTI altri autori nostri contemporanei.

La VERITA’ l’aveva già descritta Ciarlanti che, come sappiamo era convinto della nascita di papa Celestino V nella città di Isernia.

Ciarlanti (1640), proprio in merito all’annuo vitalizio, aveva scritto a CHIARE LETTERE: come nel Regist. del 1298. e 1299. e non potendo poi quegli (riferendosi ai parenti del papa) averle, ce le assegnò sopra la bagliva di Sulmona, come nel Regist. dei 1298 con la data in Napoli al 1. di Settembre; […]: B. Carolus II. etc. Secreto Aprutii, necnon Bajuolis, et Cabellotis, seu Credenceriis Cabellae Bajulationis, et altorum Jurium Curiae nostrae ad ipsa Cabellam spectatibus in Sulmona praesentibus, etc. Pridem per patentes literas nostras Secreto Apuliae, nenc non Bajolationis Fogiae tum presentibus, quam futuris sub certa forma recolimus injunxisse, ut Nicolao de Angeleri fratri, ac Guillelmo, et Petro Roberti de Angeleri nepotis quod. Santissimi Patris Domini Celestini olim Sacrosantae Romanae, ac universalis Ecclesiae Summi Ponteficis ed in seguito fu specificato: dicto scilicet Nicolao de annuo redditu untiarum auri decem, et cui libet praedictorum   et Petri, de annuo redditu unciarum auri quinque percipiendo per eos in Terra, vel bonis fiscalibus Regni nostri nostra Curiam assignandis sub debito debito militari servitio […].

In poche parole, Ciarlanti così riassunse: Erano pure fratelli germani di tale Santissimo, e famosissimo Papa, a cui contemplazione il Re lì fe sì picciol non dono, ma gravoso assegnamento per servigio militare che avessero a fare.

Pertanto, l’ANNUO VITALIZIO era stato SI, VERAMENTE stato concesso ai parenti di Celestino V, MA NON IN OCCASIONE DELLA SUA PRESENZA NELLA CIVITAS DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 OTTOBRE 1294 (trattasi di UNA BUFALA STORICA PLANETARIA), MA FU CONCESSO IN DATA 1° SETTEMBRE 1298, ossia 2 anni dopo la morte di Pietro di Angelerio e di Maria, avvenuta il 19 maggio 1296 nel castello di Fumone.

NELLE BIOGRAFIE di TELERA e di SPINELLI NON C’E’ TRACCIA DELL’ANNUO VITALIZIO nell’anno 1294; NON C’E’ TRACCIA DEL SOGGIORNO ISERNINO del 14 e 15 ottobre 1294.

La verità sulla concessione dell’annuo vitalizio era già nota al biografo Marini già nell’anno 1630, data della pubblicazione della sua opera, prima ancora che la conoscesse Ciarlanti (1640), ma NON fu MAI ACCETTATA, al pari della IDENTIFICAZIONE, da parte di Marini,  DEL VERO LUOGO DI NASCITA di Pietro di Angelerio e di Maria, dagli UOMINI DI CHIESA e dagli STUDIOSI (sic) nostri contemporanei che CONTINUANDO A PRENDERE IN GIRO GLI IGNARI FEDELI.

Marini, in modo CHIARO, scrisse: Mi avisa si bene il Molto Reverendo Padre Abbate D. Francesco d’Ailli d’haver letto nel Regio Archivio della Zecca di Napoli, dove dice esser registrate molte cose antiche di quel regno, in un libro Pergameno, che Carlo secondo Rè di Napoli doppò la morte di questo nostro santo, donò una certa rèdita od entrata perpetua de danari ad un nipote del santo, il nome del quale dice di non ricordarsi, sopra la gabella della bagliva della Città di Sulmona e sopra la dogana di Foggia, à devotione di questo Santo Pietro, che fù Celestino Quinto.

TUTTO ACCADDE DOPO LA MORTE di questo Santo Pietro, che fù Celestino Quinto.

Dopo avere consultato anche le altre biografie di papa Celestino V, scritte da alcuni storici del nostro tempo, trovo davvero DELUDENTE la loro condivisione della presenza del papa molisano nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294.

Oreste Gentile.

  

 

 

UNA BUFALA STORICA PLANETARIA: LA PRESENZA DI PAPA CELESTINO V NELLA CIVITAS DI ISERNIA NEI GIORNI 14 E 15 OTTOBRE 1294.

ottobre 14, 2020

Cantera (1892), scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di 13 visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine, e si INVENTO’: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

 

CHI ?  Ma papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio e di Maria.

Perché fu inventato il viaggio e la sua presenza nella città di Isernia ?

Per sostenere UNICAMENTE la nascita di papa Celestino V nella civitas di Isernia.

Cantera non era l’unico biografo di papa Celestino V ad essere convinto della sua nascita nella civitas di Isernia; prima di lui ci furono: Telera (1640), Spinelli (1741) ed ancora più convinto era Ciarlanti (1640), arciprete della cattedrale della città di Isernia.

Marini (1630) ed ALTRI più antichi biografi del papa, ASSOLUTAMENTE LA IGNORAVANO.

Ed allora, COME MAI i biografi Telera, Spinelli e Ciarlanti, tra i biografi più convinti delle origini isernine di papa Celestino V, IGNORAVANO la presenza del pontefice nei giorni 14 e 15 ottobre 1294 nella città di Isernia ?

MISTERO.

Per sostenere la sua convinzione, Cantera non sdegnò di manipolare, come abbiamo già esaminato, quanto era stato già stato scritto dai più autorevoli biografi sul viaggio/trasferimento di papa Celestino V dalla città di L’Aquila alla città di Napoli.

La città di Isernia, risulta SEMPRE ESCLUSA dai documenti sottoscritti da papa Celestino V durante le soste nelle località site sul percorso del suo trasferimento, diligentemente ricordati e pubblicati da Potthaste e dallo stesso Cantera.

Cantera, sfruttando la mancanza dei documenti solitamente sottoscritti da Celestino V nelle sue soste più o meno lunghe, per rendere credibile il passaggio ed il soggiorno di Celestino V nella città di Isernia nei giorni 14 e 15 ottobre 1294, propose un itinerario da Sulmona ad Isernia che, SI, è sempre esistito, ma in quella occasione non era pertinente: la partenza avvenne da Sulmona, ma la destinazione NON era la città di Isernia, bensì il monastero vulturnense. (vedi figura).

Già non corrispondeva al vero il doppio viaggio dell’anziano papa da Sulmona a Castel di Sangro e poi di nuovo a Sulmona, descritto da Cantera; ma nella sua pubblicazione Cantera, senza una plausibile giustificazione, scrisse: Per andare da Sulmona ad Isernia dovevasi transitare << per partes Vallis Oscure, Peschi, Rivinigri et Foruli >>, e nel dì 17 giunse a S. Germano ed ivi deliberò di visitare il celebre Archicenobio di Monte Cassino ove restò fino al 20 ottobre 1294. (vedi figura).

NON c’azzeccava (simpatica forma dialettale) la descrizione dell’itinerario da Sulmona ad Isernia (circa 75 km.) se lo stesso Cantera, dando per certa la presenza di papa Celestino V il giorno 13 ottobre 1294 nel monastero vulturnense, avrebbe dovuto quanto meno descivere un itinerario più breve (circa 26 km.) da percorrere visto che il giorno 14 ottobre 1294 Celestino V partiva dal monastero vulturnense per il suo INVENTATO viaggio verso la città di Isernia.

CERTAMENTE era da prediligere un itinerario più adeguato alle esigenze di un viaggiatore ultraottantenne quale era Pietro di Angerio/papa Celestino. (vedi nella figura il confronto tra i 2 itinerari).

Bisogna tenere anche conto che, stando il corteo papale e reale presso il monastero di san Vincenzo al Volturno, se fosse vero, ma NON LO E’, in base a quanto scritto da Cantera, per andare dalla città di Isernia al monastero di Montecassino l’itinerario sarebbe stato più lungo. (vedi confronto tra il VERO itinerario (fig. a sn.) e l’itinerario basato sulla BUFALA di Cantera (fig. a ds.).

Ebbene, se proprio Cantera scrisse: Il 13 ottobre Celestino proseguì l’itinerario e da Sulmona passò a Castel di Sangro […] ed indi nello stesso dì di 13 ottobre visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, […] e di seguito aggiunse: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15, che c’azzeccava (nella simpatica forma dialettale) la citazione e la descrizione dell’itinerario da Sulmona ad Isernia, in precedenza da noi esaminato, se la meta era il monastero vulturnense ? (vedi figure precedenti).

Il papa molisano ed il suo numeroso corteo, ripartendo dal monastero vulturnense, AVREBBERO senz’altro SCELTO UN ITINERARIO PIU’ BREVE per raggiugere il monastero di Montecassino.

La città di Isernia in base ai documenti redatti all’epoca ed a TUTTE le biografie antiche, tranne la SOLA descrizione di Cantera era ESCLUSA. (vedi foto).

Diversi autori contemporanei, senza verificare la veridicità di quanto illustrato da Cantera, oltre a CONDIVIDERLA, l’hanno arricchita con altri avvenimenti MAI, dico MAI accaduti e MAI, dico MAI, ricordati dagli antichi biografi di papa Celestino V.

2  (due) SAREBBERO gli AVVENIMENTI e NESSUNO DI ESSI CORRISPONDE ALLA REALTA’.  

1^. il dono di 2, dico e ripeto, DUE croci di argento di fattura longobarda-bizantina alla cattedrale della città di Isernia. (vedi figura).

2^. il re Carlo II d’Angiò aveva assegnato un annuo vitalizio ad alcuni congiunti di papa Celestino V, residenti nella città di Isernia.

 

Oreste  Gentile.

(continua).

 

 

ANCORA UN “GIALLO”. LA PRESENZA DI PAPA CELESTINO V NEL MONASTERO DI SAN VINCENZO AL VOLTURNO IN OCCASIONE DEL SUO VIAGGIO DALLA CITTA’ DE L’AQUILA ALLA CITTA’ DI NAPOLI.

ottobre 13, 2020

             

Cantera ricordò, come illustrato nel precedente articolo, il viaggio di andata e di ritorno di papa Celestino V dalla città di Sulmona al castrum di Castel di Sangro, nel giorno 12 ottobre 1294.

Il giorno dopo, ossia il 13 ottobre 1294, sempre e solo secondo Cantera, il viaggio riprese dalla città di Sulmona e, passando nuovamente per il castrum di Castel di Sangro, giunse al monastero benedettino di san Vincenzo al Volturno.

L’anziano papa, all’epoca aveva 85 anni compiuti, avrebbe percorso circa 171 o 196 km. in una carrozza trainata da cavalli, seguita da un lungo corteo, per una strada prevalentemente di montagna. (vedi cartine).

 Cantera, è bene ricordare, scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di13 (proveniente nientepopodimeno ed inverosimilmente, da Sulmona) visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine; e di seguito: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

MARINI, TELERA e SPINELLI, NULLA scrissero in occasione del passaggio da Castel di Sangro e della visita al monastero di san Vincenzo al Volturno.

Ma ancora di più, vedremo nel prossimo articolo, come i 3 biografi IGNORASSERO, NEL MODO PIU’ ASSOLUTO che: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

La visita e la sosta nel monastero di san Vincenzo al Volturno ci furono e, forse, si protrassero per più giorni per permettere a papa Celestino V di porre un radicale rimedio alla decadenza materiale e spiritualmente dell’antico monastero e, procedendo, come vedremo, anche alla nomina di un abate di sua fiducia.  

Il monastero di san Vincenzo al Volturno. (foto http://www.sanvincenzoalvolturno.it).

Papa Celestino V aveva una grande esperienza per riorganizzare la vita religiosa di un monastero; nell’anno 1276 era stato nominato abate del monastero di Santa Maria in Faifoli da Capoferroarcivescovo di Benevento:  Mentio religiosi viri fr. Petri de Morronoabbatis monast. S. Marie de Faypula, ord. Sancti Benedicti, qui assecuratur ab hominibus casalium Corneti (o Cerreti) et Sancti Benedicti in Comitatu Molisii.

La chiesa del monastero di Santa Maria in Faifolis (foto regione Molise).

Nella dettagliata descrizione pubblicata da Potthast e dal documento n. 23997 si apprende: il giorno 13 ottobre 1294 il papa era presente nel monastero di san Vincenzo al Volturno; ma NULLA è dato sapere di cosa fece dei giorni successivi; probabilmente la sosta nel monastero vulturnense si protrasse e NULLA VIETA di IPOTIZZARLA durata fino al giorno 16 ottobre 1294 (quindi una sosta di circa 4 gg.), visto il successivo documento n. 23998, redatto in data 17 ottobre 1294 in ap. S. Germano, ossia presso il monastero benedettino di Montecassino, dove svolse gli stessi impegni, già adottati per il monastero di san Vincenzo al Volturno.

Infatti, così furono descritti da Marini: Da Sulmona à Napoli (Marini, NULLA scrisse su quanto accadde nel monastero di                s. Vincenzo al Volturno) fece Celestino il viagio per San Germano, & andò di persona à Monte Cassino, per riformare quel Monastero, & unirlo alla sua religione, e vi fece perciò eleggere pe Abbate Angelerio uno de suoi discepolihavervi introdotti cinquanta de suoi Monaci, e sforzati quei Monaci neri à pigliare l’habito de suoi, che è di colore camelino di vilissimo panno: […].

Ciò che accadde nel monastero di Montecassino, era già successo in modo del tutto simile nel monastero vulturnense: la nomina del nuovo abate, Nicola, anch’egli dell’ordine celestiniano, da parte del papa molisano e la riorganizzazione dello stesso monastero nel pieno della sua decadenza materiale e spirituale.

Cantera, è bene ricordare, scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di 13 (proveniente nientepoponimenoche ed inverosimilmente, da Sulmona) visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine; e di seguito scrisse: sic et simpliciter: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

Sempre da Potthast apprendiamo, dal documento n. 23999 redatto in data 23 ottobre 1294, la presenza del papa e del corteo al suo seguito nella città di Theanae/Teano, dopo la visita al monastero di san Vincenzo al Volturno, successiva alla sua visita del monastero di Montecassino.

In Theanae si trattenne, come testimonia il documento n. 2400, redatto in data 28 ottobre 1294, con le solite sottoscrizioni di documenti con argomenti politici (influenzate del re angioino) e religiosi; ergo, si trattene in base alle date ed ai numeri di protocollo, 5 giorni.

Il giorno 3 novembre 1294 era già in Capuae, documento n. 24001 e NULLA si conosce di come abbia trascorso i giorni, fino al 13 novembre, documento n. 24002, allorquando era già presente nella città di Napoli, sede del regno angioino.

FINE DEL VIAGGIO.

IMPORTANTE NOTARE: durante i soggiorni nelle città in occasione del trasferimento dalla città di L’Aquila alla città di Napoli, papa Celestino V dedicava sempre una parte del suo tempo ad impartire delle nuove disposizioni di carattere politico e religioso, tutto diligentemente protocollato e trascritto da Potthast nel Regesta Pontificem Romanorum (18741875).

Risulta chiaro: non tuti i giorni in cui soggiornava, l’anziano pontefice sottoscriveva documenti; probabilmente, in base alla numerazione del protocollo, RIPOSAVA e ne aveva ben ragione all’età di 85 anni.

E’ bene ancora una volta ripetere: questo accadde anche durante il suo soggiorno nel monastero di san Vincenzo al Volturno, come testimonia il documento n. 23997 del 13 ottobre 1294 e, sulla base del documento n. 23998, redatto il 17 ottobre 1294 ap. S. Germanum, Celestino V, a buon diritto e con il consenso di re Carlo II d’Angiò, avrebbe riposato per 4 giorni.

Era già accaduto nel lungo soggiorno in L’Aquila dopo la sua elezione; accadde in Sulmona ed accadde, per i motivi già esposti, presso il monastero vulturnense; e di lì a poco sarebbe accaduto durante il suo soggiorno presso il monastero di Montecassino, testimoniato, come per il monastero vulturnense, dall’UNICO documento n. 23998, già citato, sottoscritto il 17 ottobre 1294.

Successivamente, il documento n. 23999 con data 23 ottobre 1294, essendo stato redatto nella città di Theanae, TESTIMONIA il soggiorno di papa Celestino V dal 17 ottobre al 22 ottobre 1294 nel monastero di Montecassino.

Cantera, UNICO tra i biografi antichi di papa Celestino V, sfruttò la mancanza di notizie e di documenti per affermare, URBI ET ORBI:

NEL 14 ANDO’ AD ISERNIA, RIMANENDOVI FINO AL DI’ 15.

Il GIALLO, diventerà una vera BUFALA nella prossima ed ultima puntata del giorno 15 ottobre 2020.

Oreste Gentile.

(continua).

 

 

IL “GIALLO” SI INFITTISCE. IL VIAGGIO DI PAPA CELESTINO V e del re CARLO II d’ANGIO DALLA CITTA’ DI SULMONA AL CASTRUM DI CASTEL DI SANGRO.

ottobre 12, 2020

Desta non poca meraviglia la mancanza di notizie da parte del suo maggiore biografo, don Lelio Marini Abbate Gen. de i Celestini (1630), sulla presenza di papa Celestino V nel castrum di Castel di Sangro il giorno 12 ottobre 1294 dopo il suo soggiorno, come abbiamo esaminato, nella città di Sulmona.

In base al documento n. 23996 pubblicato da Potthast, il papa molisano il giorno 12 ottobre 1294 era presente nel castrum di Castel di Sangro: Quaestionem inter abbatem conventumque monasterii s. Mariae Monte Virginis ord. s. Ben. et B. Avellinensem episcopum super quodam annuo censu unius librae cerae ortam terminat.

LA STORIA, come suole dirsi, si TINGE ANCORA PIU’ DI GIALLO ed inizia proprio sulla presenza di papa Celestino V e del suo numeroso corteo nel castrum di Castel di Sangro. (vedi foto).

Cantera (1892) ricordò un viaggio di andata e ritorno dell’anziano papa (84 anni) dal castrum di Castel di Sangro: il 13 ottobre Celestino proseguì l’itinerario e da Sulmona passò a Castel di Sangro, nella quale terra vi era recato pure il giorno precedente (ossia il 12), ed indi nello stesso dì 13 ottobre visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine.

Semplifichiamo quanto letto: il 13 ottobre il papa da Sulmona si recò a Castel di Sangro, dove era già stato il giorno 12 ottobre, e proseguì il viaggio per visitare il convento di S. Vincenzo.

E’ INVEROSIMILE: un uomo di 85 anni, papa Celestino V, con la necessità di re Carlo II d’Angiò di condurlo con tanta fretta nella città di Napoli, capitale del suo regno, potesse sostenere in molto meno di 24 ore un viaggio pari a: il giorno 12. Sulmona-Castel di Sangro + Castel di Sangro-Sulmona = 98 km. ed il giorno 13. Sulmona-Castel di Sangroconvento di S. Vincenzo al Volturno = 73 km. (passando per Alfedena) o 98 km. (passando per Rionero Sannitico – Bivio di Fòrli S. – Acquaviva d’Isernia – Cerro -Castel san Vincenzo), per un totale di 171 km. o 196 km. in una sola giornata. (vedi foto).

ASSURDO. 

Infatti, esaminando quanto scrissero in proposito i suoi biografi più (e meno) accreditati, NESSUNO ricordò quanto illustrato da Cantera.

Marini, come già esaminato, non ritenne opportuno ricordare la sosta in Castel di Sangro: da Sulmona lo fece arrivare direttamente a San Germano, & andò di persona à Monte Cassino per riformare quel Monastero […].

Telera (1648), scrisse: In Castel di Sangro al suo passaggio, si liberarono moltissimi ossessi dal demonio, e furono sanati infermi di ogni sorta di male, che si tralasciano da raccontare minutamente e, successivamente, il papa era In S. Germano […].

Spinelli (1663) fu molto, molto conciso nel descrivere quanto accadde dopo l’elezione al pontificato e la lunga permanenza di Celestino V nella città di L’Aquila: Nel proseguire l’incominciato cammino, passò dalla città di Sulmona, tralasciando quanto descritto minuziosamente da Marini in merito alla permanenza del papa, nella “patria di Ovidio (Sulmo mihi patria est)”, (vedi precedente articolo), dal giorno 7 al giorno 11 ottobre 1294.

Al pari di MARINI e TELERA, anche SPINELLI, NULLA scrisse del passaggio per Castel di Sangro e, come esamineremo, NEMMENO della visita al monastero di san Vincenzo al Volturno dove era giunto il giorno 13 ottobre 1294.

Dando credito a Potthast, il documento n. 23997 da lui esibito, fu redatto il giorno 12 ottobre 1294 nel castrum di Castel di Sangro, una località che aveva già vista la presenza del giovane Pietro di Angelerio e di Maria, dopo il compimento dei 20 anni e l’abbandono della sua patria: arrivò nel pomeriggio (ore 15) di un giorno, probabilmente nel mese di gennaio dell’anno 1229, per iniziare il suo lungo periodo di eremitaggio durato circa 65 anni; i primi 3 anni proprio nei pressi di Castel di Sangro.

Le sue più antiche biografie concordano: la partenza in compagnia di un confratello, che di lì a poco lo avrebbe abbandonato, avvenne da una località non identificata e così ricordata: lassando il proprio sangue (Bugatti, 1520) e Usciamo dalla Patria, & andiamo lontano à servire à Dio (Marini, 1630).

Papa Celestino V, sostando nel castrum di Castel di Sangro, definì, come testimonia il documento n. 23996 con data 12 ottobre 1294, una disputa: Quaestionem inter abbatem conventumque monasterii s. Mariae Montis Virginis ord. s. Ben. et Avellinensem episcopum super quodam annuo censu unius librae cerae ortam terminat.

Cantera ricordò il descritto provvedimento papale, ma, come già esaminato, fece tornare nello stesso giorno 12 ottobre, il vecchio papa nella città di Sulmona per poi affrontare, il 13 ottobre un nuovo il viaggio verso il monastero di san Vincenzo al Volturno, dopo avere percorso, a 85 anni, circa 171 o 196 km..

Cantera, è bene ricordare, scrisse: […], ed indi nello stesso giorno di 13 (venendo nientepopodimeno ed inverosimilmente, direttamente dalla città Sulmona) visitò il convento di S. Vincenzo al Volturno, ove nominò Abate Nicola del suo ordine; e di seguito scrisse: Nel 14 andò ad Isernia, rimanendovi fino al dì 15.

MA QUESTO E’ UN ARGOMENTO CHE TRATTEREMO AMPIAMENTE IN UNO DEI PROSSIMI APPUNTAMENTI.

Oreste Gentile.
(continua).

IL VIAGGIO DI PAPA CELESTINO V e del re CARLO II d’ANGIO’ DALLA CITTA’ DI L’AQUILA ALLA CITTA’ DI SULMONA.

ottobre 8, 2020

La partenza dalla città di L’Aquila, presumibilmente avvenne la mattina del 6 ottobre, avendo stabilito già il 7 ottombre 1294 la sua residenza in monasterio s. Spititus prope Sulmonam, come ricordò Potthast, un luogo di culto a lui particolarmente caro.

Infatti, agli inizi del suo lungo periodo di eremitaggio, circa 65 anni, dopo averne trascorsi 3 nei pressi del castrum di Castel diSangro, si era rifugiato sul Monte Morrone, nei pressi della città di Sulmona, d’onde, scrisse Marini(1630), acquistò perpetuo cognome, e fama celeberrima per tutto il mondo, che non finirà mai più.

In quel medesimo luogo, trà l’altre opre fatte da lui, ricordò Marini, fù la Chiesa, & il luogo di Santa Maria del Morrone, nel quale anco incominciò ricevere, & admettere compagni e discepoli. […]. In oltre si raccoglie (si apprende), che questo luogo di Santa Maria del Morrone era nella parte inferiore, & alla radice del Monte (Morrone), & à punto dove fu poi ampiata è chiamata Santo Spirito, per le donazioni di terreni colti ed incolti.

L’ampliamento dei possedimenti fondiari della Chiesa, & il luogo di Santa Maria del Morrone, fecero sì che l’estesa proprietà fondiaria e la stessa chiesa di Santa Maria costituissero il Monastero & Abbatia di San Spirito dove papa Celestino V, soggiornò dal 7 all’11 ottobre prima di riprendere il viaggio alla volta del castrum di Castel di Sangro.

Il Monastero & Abbatia di San Spirito.

In quel lasso di tempo, oltre a svolgere i compiti importanti e solenni, essendo la più alta carica della gerarchia della Chiesa cattolica, papa Celestino V si interessò anche di faccende politiche.

Golinelli (2007), ricorda: Tra 7 giovedi e martedi 11 ottobre fece sosta con il seguito e la curia nella sua Sulmona presso l’abbazia di Santo Spirito, da dove operò come pontefice permettendo di prendere la tonsura con i primi quattro ordini minori religiosi e assegnando l’amministrazione della Chiesa di Lione al giovane figlio di Carlo II d’Angiò, Ludovico, che doveva morire poco dopo, in odore di santità, nel 1297 e fu canonizzato nel 1317 ed intervenendo in favore del vescovo di LUNI.

Il giorno 9 ottobre ritornò ad ammonire il re d’Aragona, perché aveva sposato la cugina Isabella di Castiglia, senza le necessarie dispense canoniche, per cui i loro figli, risultando illegittimi, non avrebbero potuto succedergli al trono.

Lo stesso giorno, ricorda Golinelli, consacrò in modo solenne l’altare di Santo Spirito alla presenza di sette cardinali e di una grande folla.

Il giorno seguente, domenica 10 ottobre 1209, s’incamminò sull’erta del Monte Morrone e finalmente raggiunse il suo amato eremo di Sant’Onofrio.

 Re Carlo II era sempre con lui, a confermarne gli atti e corroborandoli con altri suoi privilegi, soprattutto a vantaggio dei monasteri celestiniani.

C’era un pensiero che assillava il papa, quello di proteggere come buon pastore il gregge dei suoi monaci, e per questo egli sembrava disposto a scambiare favori col sovrano, concedendogli in cambio tutto ciò che egli chiedeva.

Tra il re Carlo II d’Angiò e l’anziano eremitapapa Celestino V si era stabilito un tacito accordo: Do ut des.

Il giorno 11 ottobre, ricordò Potthast nel doc. 23995 la littera papae unientis conventui S. Petri prope Beneventum certa monasteria et ecclesias hic exspressas.

Durante la sua permanenza nella città di Sulmona, papa Celestino V, operò alcuni miracoli, a conferma della sua santità:            Doppò che Celestino partì dall’Aquila l’istesso giorno, overo il seguente (come è più credibile per la longheza del viagio) passò detto Raiano, che è nel piano di Valva ò di Sulmona (e di quà si raccoglie che ritornò per la strada fatta nell’andare) lui una donna chiamata Amata, contratta e fidrata in tutti i suoi membri in modo, che non solo non poteva andare, ma ne anco muoversi, ò mutarsi da un luogo ad un altro, se non era portata da altri, ò se non si trascinava per terra: Portata da Padre & posta longo la strada, per la quale Celestino doveva passare, Datagli la benedizione col segno della Croce sopra di lei dal Santo Papa, fù in un subito da quell’hora perfettamente liberata, e si levò da se stessa, & andò e caminò libera e speditamente senza impedimento alcuno.

Seguirono, come ricordò Marini, ad opera del papa molisano altri miracoli nelle città interessate dal suo viaggio verso la città di Napoli.

Durante il suo soggiorno sulmonese, Marini ricordò: Mentre Celestino era nel Monastero di Santo Spirito presso Sulmona, venne à morte uno dei Cardinali fatti dal medesimo Pontefice de i doi del suo Ordine, quello che si chiamava Pietro […]. Si trovava sempre al fianco del Potefice (Pontefice, Celestino V) l’Arcivescovo di Benevento Frà Pietro Aquilano, che nel secolo si chiamava Giovanni de Castro Celi come Vicecancegliere, una nomina che fu disapprovato dagli altri cardinali.

Quanto descritto. accadde in occasione della presenza di papa Celestino V, del re angioino e del numeroso corteo nella città di Sulmona.

Assolti tutti i compiti politici e religiosi, tutti si mossero alla volta del castrum di Castel di Sangro.

Il probabile itinerario seguito da corteo papale e reale dalla città di  Sulmona al castrum di Castel di Sangro.

Oreste Gentile.

(continua).

UN VERO GIALLO. L’ITINERARIO DALLA CITTA’ DI L’AQUILA ALLA CITTA’ DI NAPOLI, PERCORSO DA PAPA CELESTINO V, AL SECOLO PIETRO DI ANGELERIO E DI MARIA.

ottobre 6, 2020

Dopo la sua elezione (voluta dal re Carlo II d’Angiò) al soglio pontificio, avvenuta il 29 agosto 1294 nella città di L’Aquila con il nome di Celestino V, l’eremita Pietro di Angelerio e di Maria, aveva già compiuto 85 anni, vi si trattenne fino al giorno 6 ottobre per iniziare un lungo viaggio e raggiungere, nel più breve tempo possibile la città di Napoli, sede del regno angioino.

Per volere del sovrano la sede pontificia NON sarebbe più stata la città di Roma, bensì presso nel palazzo reale.

I biografi che si interessarono al trasferimento di papa Celestino V, per volere dal re Carlo II d’Angiò, furono diversi ed alcuni molto sommariamente; UNICAMENTE 2 ricordarono, con maggiori particolari e diligentemente, ogni sua azione nelle città visitate: A. Potthast in Regesta Pontificatum Romanorum (1875) e B. Cantera in San Pier Celestino (1892).

L’itinerario scelto per il trasferimento nella città partenopea avrebbe permesso al papa molisano di trascorre qualche giornata nei luoghi testimoni della sua formazione spirituale: Sulmona, nei cui pressi aveva iniziato la sua vita eremita, il castrum di Castel di Sangro, lo aveva ospitato come semplice eremita, dopo la sua prima esperienza monastica durata solo 3 anni (17 a 20) nel monastero di Santa Maria in Faifoli, non lontano dal suo castrum sancto angelo/Sant’Angelo Limosano, in Terrae Laboris et Comitatus Molisii, ma nella diocesi di Benevento.

Nell’itinerario era prevista anche una sosta presso il monastero di san Vincenzo al Volturno, per porre rimedio alla sua decadenza spirituale e materiale; poi proseguire il viaggio verso il monastero benedettino di Montecassinoper farvi adottare la nuova regola dell’ordine monastico dei celestini, autorizzata da papa Gregorio X nell’anno 1274.

In base alle descrizioni di Potthast e di Cantera, l’itinerario scelto dal re angioino può essere identificato in base alle località dove erano state programmate le soste di papa Celestino V, del re, il corteo di cardinali e di militari al loro seguito.

L’itinerario e la residenza napoletana voluto da re Carlo II d’Angiò, testimonia che papa Celestino V avrebbe goduto di < una sovranità limitata >.

Dalla città di L’Aquila, seguendo l’attuale S. S. 17, l’antica via consolare Minucia, si arrivava/arriva nella città di Sulmona e, successivamente al castrum di Castel di Sangro, posto a confine tra l’Abruzzo ed il Molise, per raggiungere in breve tempo il monastero di san Vincenzo al Volturno e, successivamente, il monastero di Montecassino.

Dal castrum di Castel di Sangro esistevano/esistono 2 strade che differiscono poco nella loro distanza dal monastero vulturnese e dal monastero di Montecassino.

Il 1^ itinerario segue il vecchio percorso della odierna S. S. 158, detta della Valle del Volturno, ovvero la via antiqua che, come vedremo nella figura, fu disegnata nella Tabula Peutingeriana: dal municipio romano di Aufidena (Castel di Sangro), passa per Alfedena e Pizzone e raggiunge il monastero di San Vincenzo al Volturno. (vedi figura).

Il vecchio percorso della S. S. 158 nella T.P. da Aufidena (Castel di Sangro) -Pizzone- Castel san Vincenzoad Rotas (bivio Monteroduni).

 

1° itinerario Castel di Sangro-Castel San Vincenzo della S. S. 158.

Il 2^ itinerario era meno agevole: per giungere al monastero vulturnense, da Castel di Sangro, seguendo la S. S. 17 si giunge a Rionero Sannitico Rigo Nigro e, successivamente, al bivio di Fòrli del Sannio/Foruli o Forulum si devia per Acquaviva d’Isernia, la medievale Lacum vivum, per collegarsi nei pressi del bivio di Cerro al Volturno, alla citata S. S. 158 e raggiungere il monastero vulturnense.

2° itinerario Castel di Sangro-Castel san Vincenzo.

 

Dal monastero di san Vincenzo al Volturno, come già illustrato si prosegue per il monastero di Montecassino: per Colli al Volturno, poi fino al bivio di Rocca Ravindola e nei pressi del bivio per Monteroduni/ad Rotas nella T. P., quindi si prosegue per Venafro e San Pietro in Fine/ad flexum (nella T. P.), per giungere a Montecassino/Casinum. (vedi figura).

L’itinerario scelto da papa Celestino V: dal monastero di s. Vincenzo al Volturno al bivio di Monteroduni (ad Rotas) – San Pietro in Fine (ad flexum) – Montecassino

Fatta questa doverosa premessa, è interessante ricordare, tra le tante disposizioni emanate da papa Celestino V durante il soggiorno nella città di L’Aquila, il documento ricordato da Potthast con il n. 23956 del 2 settembre 1294: concesse a coloro che avessero visitato la ecclesiam b. Maria de Trivento ord. S. Ben.Indulgenzia 5 annorum et 5 quadragenarum.

Il giorno 5 ottobre papa Celestino V è ancora nella città di L’Aquila in procinto di partire per la città di Sulmona scortato dal corteo reale e dai suoi più alti prelati,come testimonia il documento n. 23989 pubblicato da Potthast.

Cantera, descrisseun itinerario diverso, scelto dal re angioino,per raggiungere da L’Aquila la città di Napoli: Ordinò (il re lo aveva deciso il 20 settembre 1294), al Giustiziere di Abruzzo di preparare il frodo dovendo il pontefice e la Curia Romana recarsi a Napoli per via Sulmona e per la valle di Sora (in nota scrisse: …. per iter Sulmonense alisque per iter vallis Soranae itinerantibus utenlilium.).

E’ INCOMPRESIBILE la scelta di percorre un itinerario per raggiungere e visitare UNICAMENTE il monastero di Montecassino; probabilmente un intervento  ed una espressa richiesta di papa Celestino V,fece mutare il programma del re: evitando di passare per la valle Sorana, avrebbe avuto la possibilità di visitare le località dove aveva soggiornato all’inizio della sua lunga vita eremitica (circa 65 anni) e, durante la sosta, impartire delle nuove e precise disposizioni per questo o quel monastero esistente in Italia o all’estero, nonché per i suoi cardinali e per gli altri uomini chiesa.

Inoltre, l’itinerario avrebbe escluso, oltre a Castel di Sangro, il monastero di san Vincenzo al Volturno che in quel periodo stava vivendo una forte decadenza spirituale. (vedi figura).

L’itinerario proposto da re Carlo II d’Angio e “bocciato” da papa Celestino V.

 La partenza dalla città di L’Aquila, presumibilmente avvenne la mattina del 6 ottobre,  avendo già il 7 ottombre,  dalla sua residenza in monasterio s. Spititus prope Sulmonam, come ricordò Potthast.

Oreste Gentile.

(continua).        

UN ANTICO PERCORSO “MICAELICO” RIVALUTATO NELL’ANNO 2020.

settembre 6, 2020

PER LA PRIMA VOLTA, DOPO MOLTI ANNI DAL SUO ABBANDONO, VERRA’ RIUTILIZZATO  UN ANTICO PERCORSO. MICAELICO RIVALUTATO NELL’ANNO 2020.

 Dall’ITINERARIO Via Micaelica Molisana: PROGRAMMA “Via e ciclovia micaelica molisana edizione 2020”.

DAL SANNIO AL GARGANO

Si riprenderà dopo una settimana ca., il percorso medievale, in Molise, seguendo il Matese-Cortile-Centocelle, braccio di collegamento fra i tratturi Pescasseroli-Candela/Castel di Sangro-Lucera/Celano-Foggia/Sant’Andrea-Biferno. Segue snodo verso la Puglia Geronum Rotello Torrente TanaCivitate (tratturo Magno). (vedi figura).

Mi ha piacevolmente sorpreso la scelta da parte dell’Associazione Via Micaelica Molisana di percorrere quest’anno l’itinerario che, partendo dalla città di Bojano, già capitale dei Sanniti/Pentri, segue il tratturo Pescasseroli-Candela per raggiunge il loro antichissimo santuario di Hercul Rani (nella Tabula Peutingeriana: Campochiaro) e proseguire, come illustreremo, lungo la direttrice del tratturello Matese-Cortile-Centocelle dove incrocia il tratturo Celano-Foggia.

Questo era una parte dell’antico itinerario per raggiungere il santuario miacaelico, mentre l’Associazione propone di seguire l’incerto tracciato disegnato nella Tabula Peutingeriana per coinvolgere i centri di Casacalenda (Geronum), Rotello, San Paolo Civitate (teneapulo) etc. (vedi figura).

I trattuti nel Molise.                     Il percorso MateseCortile–                                                                        Centocelle ed il tratto per Geronum                                                          RotelloTorrente Tana e Civitate                                                              (Tratturo Magno).

 

La T.P.: Hercul Rani/Campochiaro. Bobiano/Bojano.adcanales/Baranello ?. ad pyr/Campolieto. Geronum/Gerione/Casacalenda.

, sorpreso: dopo DIVERSI anni dal suo abbandono, torna in auge il lungo tratto del più antico itinerario utilizzato dai pellegrini residenti nei centri localizzati a sud-sud ovest della regione Molise: Venafro, Isernia, Bojano e Campochiaro (santuario Hercul Rani) per raggiungere il santuario micaelico di Monte Sant’Angelo, dopo essere passati, come esamineremo, per l’odierno centro di Bonefro. (vedi figura).

Nei tempi moderni (ignoro quando), l’antico itinerario fu abbandonato: i pellegrini residenti nella città di Bojano, per giungere al santuario micaelico di Monte Sant’Angelo, preferirono il vecchio percorso della S. S. 17 Appulo Sannitica, seguito fino al bivio di Campochiaro che corrispondeva alla via consolare Minucia (221 a. C.) da Corfinio a Brindisi, già parte del tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela, ricordata da Strabone 60 a. C.-20 d. C.:  Ci sono due vie che partono da Brendesionla prima è una mulattiera che passa attraverso il territorio dei Peucezi chiamati Pedicli e poi attraverso quello dei Dauni e dei Sanniti fino a raggiungere a Beneventum.

Dal bivio di Campochiaro, la S. S. 17 non seguivano l’itinerario della Minucia, ma deviavano a nord-est e, nei pressi di Vinchiaturo, proseguivano a destra verso est, coinvolgendo fino a Monte Sant’Angelo: Gildone, Jelsi, Gambatesa (successivamente, Casalvecchio di Puglia, San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo). (vedi figura).

L’itinerario odierno in territorio molisano da Bojano a Gambatesa.

L’itinerario di quest’anno, Ripropone l’antico percorso che iniziava dalla città Venafro, raggiungeva la città di Isernia e, seguendo la S. S. 17/via consolare Minucia/tratturo PescasseroliCandela raggiungeva la città di Bojano.

Da Bojano, seguendo la direzione della antica via anonima, disegnata nella Tabula Peutingeria nonchè l’itinerario corrispondente al tratturello MateseCortileCentocelle (a grandi linee fu utilizzato per la costruzione nel terrirorio del Molise della S. S. 87 nel tratto da Campobasso/Taverna del Cortile-Campolieto/ad pyrum, verso la località di Centocelle nei pressi di Ripabottoni).

Lasciandosi in lontananza, sulla sinistra, Casacalenda/geronum, proseguiva a destra, verso est, con il tratturo Celano-Foggia fino a lambire il centro di Bonefro.

Lasciandosi ancora sulla sinistra Santa Croce di Magliano e sulla destra San Giuliano di Puglia, scendeva nella stretta valle, attrarversava il fiume Fortore per  raggiungere, seguendo la direzione del tratturello NunziatellaStignano, il santuario Santa Maria di Stignano, San Marco in Lamis-San Giovanni Rotondo ed infine Monte Sant’Angelo. (vedi figura nel percorso molisano).


 

In questo contesto, il centro di Bonefro svolgeva un ruolo importantissimo.

Scrive Colabella (1974): Era il mese di maggio di mille anni fa (1974-1000= 974 n. d. r.). Alcuni pellegrini diretti al Santuario di San Michele Arcangelo si fermarono in una raduna ai confini tra il Sannio e l’Apulia, per ritemprare i loro corpi polverosi arsi dal sole. Erano partiti molti giorni prima dalla Piana di Venafro, ma ormai erano vicini alla meta: dicevano gli anziani che, una volta guadate le acque della Sciumara (il fiume Fortore tra il Sannio e la Puglia (?), n. d. r.), laggiù nella valle, non rimaneva che percorrere che un tratto di pianura Apula. In effetti all’orizzonte nella sua mole maestosa si stagliava il promontorio del Gargano.

Corrispondeva al percorso più antico, già ricordato in una pubblicazione dell’anno 1858: Intrapresero buon numero di venafrani il pellegrinaggio per Monte Gargano, affine di visitar la Basilica di s. Michele Arcangelo, quando colti per via da ignoto infortunio, fermaronsi in un bosco della diocesi di Larino. Quivi, per motivi che non permettevano di rimpatriare, vollero stabilirsi, e in quel luogo sul declivio d’una montagna edificare un paese, che denominarono Venafro, poi corrotto in Bonifro o Bonefro. Ignorasi l’epoca dell’avvenimento, bensì anteriore al 1038, in cui Bonefro esisteva […]. L’occasione medesima di venerare la celebratissima grotta del Monte s. Angelo, eccitò quasi ogni anno i venafrani a recarvisi.

Quell’antico itinerario di pellegrinaggio precedette l’arrivo, lo stanziamento ed il culto per l’arcangelo Michele, dei conquistatori Longobardi nel territorio beneventano nell’anno 570/71.

G. Mascia, scrive: Ricadente nella diocesi di Larino, in prossimità del tratturo Celano-Foggia (fondamentale arteria di collegamento tra gli Abruzzi e il Gargano), la più antica delle chiese molisane dedicate a San Michele è ricordata in una lettera di papa Gelasio I del 493-494. La sua edificazione va senz’altro messa in connessione con l’affacciarsi del culto garganico. Sita in territorio di Civitacampomarano, o comunque in una località quae mariana vocatur, come precisa la lettera papale, la chiesa rimarrà isolata finché al culto del Santo non arriderà la fortuna assicurata dai longobardi, per irradiazione politica e/o delle abbazie benedettine.

La suddetta chiesa micaelica, in prossimità del percorso tratturale Celano-Foggia, poteva essere già interessata dal passaggio e dalla visita dei pellegrini della nostra attuale regione devoti all’Arcangelo, prima di proseguire il viaggio verso il più celebre santuario di Monte Sant’Angelo.

I pellegrini dalla città di Venafro, giunti a Bojano percorrendo da Isernia la via consolare Minucia, già Tratturo Pescasseroli-Candela, avrebbero potuto o dovuto seguire l’itinerario oggi utilizzato dai pellegrini bojanesi: Gildone, Jelsi, Gambatesa, (Casalvecchio di Puglia, San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo). (vedi figura); invece deviarono a sinistra, preferendo il percorso del tratturello Matese-Cortile-Centocelle, già via della T. P. da Bobiano/Bojano a teneapulo/San Paolo Civitate. (vedi figure prec.).  

Ricordando le cronache antiche per quanto accadde nei pressi di Bonefro, l’itinerario seguito dai pellegrini di Venafro certamente doveva coincidere con lo stesso itinerario, più antico, utilizzato dai pellegrini di Bojano, l’unico che dava la possibilità di visitare prima di proseguire per Monte Sant’Angelo, anche il 1° santuario (in senso assoluto) micaelico edificato presso Civitacampomarano in territorio Molisano. (vedi figure di confronto).

 

l culto di San Michele o dell’Arcangelo Michele o di Sant’Angelo era ed è molto diffuso nella regione Molise.

Nei suoi 132 comuni grandi e piccoli, 49 lo celebrano in modo particolare: 17 nella provincia di Isernia (comuni 52) e 32 nella provincia di Campobasso (comuni 84). (vedi figura, punti rossi).

G. Mascia, scrive: I comuni molisani a patronato micaelico sono: Acquaviva Collecroce, Baranello, Campolieto, Monteroduni, Pesche, Ripalimosani, Sant’Angelo del Pesco, Sant’ Elena Sannita e Campodipietra (compatronato): Con l’eccezione di Baranello (8 maggio) e Campodipietra (12 agosto), il santo vi è festeggiato il 29 settembre. (vedi figura, punti neri).

Osservando la localizzazione delle comunità in cui il culto di san Michele è da sempre radicato, il numero maggiore è lungo l’antico percorso da Venafro-Isernia-Bojano-Baranello-Campobasso-Ripalimosani-Matrice-Campolieto-Ripabottoni e Bonefro, località che, tranne Venafro, Macchia d’Isernia e Monteroduni, dalla città di Isernia sono localizzate lungo la direttrice del tratturo Pescasseroli-Candela fino a Campochiaro (e Sepino), lungo il tratturello MateseCortileCentocelle ed il tratturo Celano-Foggia.

A differenza del percorso da Bojano a Monte Sant’Angelo utilizzato in tempi moderni: Vinchiaturo, Gildone, Jelsi e Gambatesa, centri non legati al culto micaelico, da Campochiaro, seguendo la direzione del tratturello Matese-Cortile-Centocelle, era ed è possibile visitare i centri sorti lungo il percorso dove il culto micaelico è ancora oggi vivo come nel lontano passato. (vedi figura).

Oreste Gentile.

SAN BARTOLOMEO IN GALDO (BN), ANTICO INSEDIAMENTO “SANNITA/PENTRO” O “SANNITA/IRPINO” ?

luglio 23, 2020

In questa estate dell’anno 2020, della epidemia coronavirus, dopo circa 3.000 anni dall’insediamento dei giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti nei territori centro meridionali della penisola italica, c’è chi domanda: l’odierna città di San Bartolomeo in Galdo era sita al territorio dei Sanniti/Pentri o nel territorio dei Sanniti/Irpini ?

Cerchiamo di rispondere alla domanda utilizzando la rappresentazione cartografica dei territori delle 2 antiche popolazioni.

La cartina raffigura il territorio dei Sanniti/Pentri e dei Sanniti/Frentani (di Larino) dove, nel territorio dei Pentri, con capitale Bovianum/Bojano, si localizzavano anche alcuni insediamenti oggi pertinenti alle province di L’Aquila (vedi ad esempio Alfedena, Castel di Sangro) e di Chieti (vedi da esempio Castiglione M. M., Schiavi d’Abruzzo, Torrebruna).

Il territorio pertinente alla 2 popolazioni Sannite venne a costituire, nel corso della Storia, il territorio dell’attuale regione MOLISE.

La seconda cartina propone il territorio degli Irpini (giallo), con capitale Beneventum/Benevento, dove la localizzazione di San Bartolomeo in Galdo dovrebbe essere pressappoco nell’alto corso del fiume Fortore.

Ergo, San Bartolomeo in Galdo era nel territorio dei Sanniti/Irpini.

Con la dominazione romana e la riforma augustea, Plinio (I sec. d. C.), descrivendo i distinti territori, ricordò i Pentri nella IV Regio IV Sabina et Samnium ed Frentani di Larino e gli Irpini, nella II Regio Apulia et Calabria.

Nella descrizione della IV Regio, nessun indizio permette di localizzare il territorio pertinente a San Bartolomeo in Galdo nel territorio dei Pentri, mentre Plinio, nel descrivere il territorio della II Regio, ricordò Larinantes cognomine Frenatani e i Ligures qui cognominatur Corneliani et qui Baebiani.

Ebbene, la Storia documenta con Julius Beloch (1926) Es reichte bis S . Bartolomeo in Galdo , wo sich eine Inschrift mit ihrer Tribus , der Velina , gefunden hat (IX 938 ) , also bis an die Berge , die Samnium von Apulien trennen . Die Hauptstadt der … Ager Taurasinus . 542 VI 2 . Die italischen … (È andato a S. Bartolomeo in Galdo, dove è stata trovata un’iscrizione con la sua tribù, la Velina (IX 938), fino alle montagne che separano il Sannio dalla Puglia. La capitale di Ager Taurasinus … ):                                                      nel territorio pertinente a San Bartolomeo in Galdo furono inviati i Liguri Corneliani ?

La tribù Velina, scrisse Levi (1988), è quella in cui vengono incluse le colonie dei liguri trapiantate nel Sannio […].

Pareti (1952): E poiché Taurasia, con ogni probabilità, era là dove un secolo dopo ci compare l’ager Taurasinus, in cui furono … (~- Pago Veiano presso Pescolamazza), lungo l’attuale via da Benevento a Lucerà, per SBartolomeo in Galdo e Volturara. Fot..

Athenaeum vol. 42 (1964), si legge: dalle Alpi Apuane all’ager Taurasinus (precisamente al sito degli attuali Reino e (?) San Bartolomeo in Galdo) e sopravvissuti con lo stesso etnico nell’età repubblicana e imperiale ( v . M . ZAMBELLI, Ligures B ., « Diz . Ep . di Ant …).

Salmon (1977), descrivendo gli avvenimenti dell’anno 295 a. C.: […]. Muovendo verso sud, si assicurò la totale acquiescenza di <Lucana> prendendovi ostaggi, ed espugnò, presumibilmente, saccheggiandola, Taurasia, il cui territorio, l’Ager Taurasinus, tra Luceria e Beneventum, è nei pressi dell’odierna San Bartolomeo in Galdo.

De Martino (1979): Il materiale epigrafico pone i Liguri Baebiani nella località Macchia, mentre per i Corneliani si suppone che fossero nel luogo attuale di SBartolomeo in Galdo. Studiosi di questo argomento suppongono che l’ager Taurasinus fosse proprio …

Patterson (1988): […]. Diversamente l’ubicazione (o la stessa esistenza) della città dei Liguri Corneliani è un vero mistero, sebbene taluni hanno suggerito che questa si sarebbe trovata vicino a Castelvetere Valfortore (12-14 km. da San Bartolomeo in Galdo, n.d.r.).

Patterson dubita dell’esistenza di due distinte comunità: una città distinta e separata dei Liguri Corneliani e che il nome dell’insediamento a Macchia (di Circello, n. d. r.) sia semplicemente una versione abbreviata dei <Ligures Baebiani et Corneliani>.

Tagliamonte (1996): Così per esempio, nel 180 a. C., nell’episodio della deportazione di 47.000 Liguri Apuani, distinti in due gruppi (detti Ligures Baebiani e Ligures Corneliani, dal nome dei due proconsoli, M. Baebius Thamphilus e P. Cornelius Cethegus, incaricati del loro trasferimento), in area irpina, nell’ager Taurasinorum (con sedi amministrative localizzate rispettivamente presso Circello, loc. Macchia, e  San Bartolomeo in Galdo, località Castelmagno), se da un lato costituisce un’ulteriore tappa nel processo di destrutturazione della regione, dall’altro risponde verosimilmente all’esigenza di far fronte al fenomeno dello spopolamento delle campagne.  

Sirago (2000): Sannio (quasi metà della sua popolazione) 64 , e li sistemarono nell’ ager Taurasinus , praticamente a nord e ad est di … Giunsero i Liguri dalle mura di Benevento fino a S . Bartolomeo in Galdo e scesero fino a Celenza Valfortore ( Ligures ….

Gli Storici, a parte i dubbi sulla stessa esistenza dei Liguri Corneliani, manifestati, come abbiamo esaminato, da Patterson, sono convinti della localizzazione dei Liguri Corneliani e l’ager Taurasinun nei territorio della città di San Bartolomeo in Galdo.

Tornando ad esaminare la cartografia realizzata sulla base delle antiche bibliografie, evidenziamo i confini territoriali stabiliti con la istituzione dei municipi durante la dominazione romana che poi vennero adottati con l’arrivo del cristianesimo per i confini delle diocesi episcopali.

Il territorio pertinente a San Bartolomeo in Galdo MAI fu compreso dentro il confine dei municipi pentri.

Stessa situazione con la istituzione della provincia Campania et Samnium, nell’anno 297; le varie popolazioni presenti nei territori dell’Italia centro meridionale conservarono i loro antichi confini: il territorio pertinete a San Bartolomeo in Galdo era sempre localizzato nel territorio degli Irpini.

 

Sempre FUORI dai confini del territorio dei Pentri, negli anni successivi quando fu istituita la provincia Samnium con i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: Marrucini, Frentani di Lanciano e di Larino, Carecini, Pentri ed i territori delle città di Alife e di Telese pertinenti al popolo dei Sanniti/Caudini.

Ancora una volta fu ESCLUSO dal territorio dei Sanniti/Pentri il territorio pertinente all’odierna città di San Bartolomeo in Galdo, sempre compreso nel territorio dei Sanniti/Irpini, mentre furono incluse 2 città dei Sanniti/Caudini: Alife e Telese i cui territori si localizzavano al di là del Massiccio del Matese, confine naturale tra i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita.

Con l’avvento del cristianesimo nei territori dei Sanniti/Pentri e Frentani furono istituite le diocesi episcopali i cui confini coincidevano con quelli dei municipi romani: in NESSUNO dei loro territori si localizzava la città di San Bartolomeo in Galdo, essendo sita nel territorio dei Sanniti/Irpini.

Nel territorio dei Sanniti/Pentri: 1. Diocesi di Venafro. 2. Diocesi di Isernia. 3. Diocesi di Trivento. 4. Diocesi di Bojano + diocesi di Sepino. Nel territorio dei Sanniti/Frentani: 5.  Diocesi di Larino. 6. Diocesi di Termoli.

Anche per i periodi storici successivi il territorio dei Sanniti/Pentri e quello pertinente alla città di San Bartolomeo in Galdo, furono sempre distinti, ma uniti solo amministrativamente durante la dominazione longobarda quando, con l’istituzione del ducato di Benevento, SOLO il territorio già dei Pentri, con i suoi antichissimi ed immutati confini, costituì il gastaldato del protobulgario Alzecone (vedi figura).

Nel successivo periodo della dominazione normanna, ancora una volta, il compatto territorio dei Sanniti/Pentri costituì la contea di Boiano che dall’anno 1142 fu denominata contea di Molise: la città di San Bartolomeo in Galdo era ESCLUSA dai suoi confini.

Per concludere, esaminiamo i capisaldi di confine ad est del territorio dei Sanniti/Pentri che separavano dal loro territorio quello dei Sanniti/Irpini, confrontandoli con all’attuale confine tra la regione Molise e la regione Campania e Puglia.

Essi furono scelti e posti sulle cime e lungo le “catene” dei monti che vanno da sud verso nord est nei territori di Parlupiano (?), Sepino (MO), Morcone (CA), San Giuliano del Sannio (MO).

Inoltre: Decorata (CA), Riccia (MO) e Castelvetere Val Fortore (CA) i cui territori sono caratterizzati dal vasto Bosco Mazzocca e, successivamente, il confine continua nella stretta valle e lungo il corso del fiume Fortore verso il mare Adriatico.                                  La sua sponda sinistra segnò il confine con il territorio ad ovest dei Sanniti/Pentri (Molise) e con quello a nord dei Sanniti/Frentani (Molise) e lungo la sua sponda destra con il territorio dei Dauni. (vedi figura).

Quanto esposto è confermato dalla possibilità di localizzare ed identificare dalla sommità di monte Crocella le cime delle catene montuose e delle colline scelte opportunamente dai giovani migranti Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti per fissare i termini di confine, stabili e sicuri, tra il territorio dei Pentri con i Peligni a nord ovest, con i Carecini a nord, con i Frentani a nord, nord est, con i Dauni ad est e gli Irpini  a sud est.  Il Massiccio del Matese a sud  separava i Pentri ancora dagli Irpini e dai Caudini.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

GLI ANTICHI CENTRI FORTIFICATI DEL SANNIO/PENTRO. LORO UTILIZZO.

luglio 16, 2020

Dalla cima del monte Crocella, a quota mt. 1040, già denominato Colle Pagano in epoca medievale, nell’anno 1974 fu scoperta una fortificazione di circa 900 mtq. in rozza opera poligonale di 1^ maniera, con all’interno una cisterna per conservare l’acqua. (vedi figure).

Considerando che gli storici Diodoro Siculo (I se. a. C.) e Festo (II sec. d. C.) hanno ricordato: il primo, un colle sito nel territorio dei Sanniti: In Italia i consoli romani, penetrati nel territorio nemico con un esercito, vinsero in battaglia i Sanniti in una località chiamata Talio. I vinti (i Sanniti, n. r. d.) allora occuparono un colle chiamato Sacro ed il secondo, ricordò […]. Alii dicunt ex Sabinis vero sacro natos circiter hominum septe milia duce Comio Castronio, profectus occupasse collem cui nome erat Samnio, ideque traxisse vocabulum. (vedi in merito l’articolo IL COLLIS SAMNIUS O IL COLLE CHIAMATO SACRO DEI SANNITI/PENTRI.), si ipotizza la identificazione dell’antico colle Sacro o collem cui nomen erat Samnio con il monte Crocella.
Le sue dimensioni fanno pensare alla presenza di un ridotto contingente di Sanniti/Pentri, ma con l’importante compito di controllare il territorio circostante che, guarda caso, corrispondeva a quello occupato dai giovani Safini/Sabini/Sabelli/Sanniti che si chiamarono: Pentri.
La fortificazione fu scelta in quanto permetteva le comunicazioni visive diurne con i raggi reflessi del sole o il fumo, quelle notturne con il fuoco, tra Bovaianom/Boviaunum/Bojano, la città madre e capitale dei Sanniti/Pentri e gli insediamenti presenti su tutto il loro territorio che si estendeva a sud della Massiccio del Matese e confinava, procedendo da est, con il popolo degli Sanniti/Irpini, loro consanguinei; con i Dauni, di altra origine; con i Sanniti/Frentani; con i Sanniti/Carecini e con i Sanniti/Peligni e la popolazione dei Volsci, di altra origine.
Descrivendo una circonferenza immaginaria, il monte Crocella, già Colle Pagano, già colle Sacro o collem cui nomen erat Samnio, risulta essere il principale caposaldo da dove i Sanniti/Pentri scelsero e fissarono per le loro caratteristiche morfologiche, i termini di confine tra i loro territori. (vedi figura).

E’ dalla sommità di monte Crocella che si dominava e domina tutto il territorio dei Sanniti/Pentri ed inoltre, si controllava e si comunicava rapidamente, come già detto, con tutti gli altri insediamenti fortificati costruiti sulla sommità delle colline e delle montagne. (vedi figura da Monte Crocella).

 

I centri fortificati dei Sanniti/Pentri nel territorio delle province di Campobasso e di Isernia.

Ed allora, installate su ognuna delle antiche fortificazioni sannite un impianto fotovoltaico con una sola lampada e provate ad immaginare a quale spettacolo suggestivo notturno potremo assistere da ogni centro abitativo e non del Molise: tanti punti luminosi che ci portano indietro nella Grande Storia del nostro territorio quando i Sanniti/Pentri, con l’accensione di un fuoco, riuscivano a comunicare rapidissimamente tra loro e con i loro consanguinei più lontani.
Altro che smartphone.

Oreste Gentile.

GLI EBREI E LA GIUDECCA IN CIVITA SUPERIORE DI BOJANO, GIA’ ROCCA BOIANO.

luglio 14, 2020

In quale epoca gli Ebrei iniziarono ad abitare in Civita Superiore di Bojano ?

In un altro articolo avevo formulato 3 ipotesi, ma con il presente articolo mi soffermo sulla 1^ ipotesi per dimostrare quanto sia la PIU’ REALE: gli Ebrei già dai primi anni del secolo VII era presenti nel territorio di Bojano, basandomi sulla esistenza, ancora oggi, sia del toponimo Giudecca o via della Giudecca, sempre utilizzato in antico per identificare il quartiere abitato dagli Ebrei (stimo volgare definirlo ghetto), sia su ciò che resta di un pluteo di epoca longobarda con nodi di Salomone, erano residenti in Rocca Boiano/Civita Superiore di Bojano. (vedi figure).

Ferorelli (1966) stimò l’arrivo degli Ebrei nell’Italia meridionale quasi nello stesso tempo che a Roma. Per recarsi dall’oriente a quella città, dovevano generalmente sbarcare a Brindisi o a Pozzuoli, e, per la via Appia attraversare l’antica Calabria, cioè Terra d’Otranto, e poi la Puglia, il Sannio e la Campania.

Per la loro nuova residenza, potevano non scegliere anche il territorio pertinente alla città di Bojano ?

Il territorio del Sannio, intendendo quello Pentro, era attraversato da ovest ad est dalla via consolare Minucia esistente dal 221 a. C.: da Corfinio, raggiungeva Brindisi dopo avere attraversato Isernia, Bojano e Sepino; e prima, da Isernia, deviando per Venafro, collegava il Sannio/Pentro alla via consolare Latina/Casilina ed alla città di Roma.

Ma la Minucia divenne ancora più importate nel periodo longobardo per facilitare le comunicazioni tra Spoleto, capitale del ducato omonimo con Benevento, capitale dell’altro ducato omonimo.

Inoltre, un’altra via romana collegava Bojano con Larino e San Paolo Civitate. (vedi figura).

Nel territorio Pentro, precisamente nella città di Venafro, ricordò Ferorelli, già risiedeva un ebreo che comprò nel 591 alcuni vasi sacri da due chierici.

Questa testimonianza, permette di stimare la presenza degli Ebrei anche nei territori pertinenti nell’anno 667 al gastaldato di Alzecone nel ducato longobardo di Benevento o Langobardia minor.

Se liberi cittadini e dediti al commercio, scrisse Ferorelli, potevano, almeno alcuni, restare o tornar subito in tali regioni, allettati dalla fertilità del suolo (il territorio di Bojano lo era e lo è tuttora, n. d. r.) e dalla floridezza delle città marittime; se prigionieri di guerra e schiavi poteva invece, anche in parte, esservi mandati a coltivare i latifondi dei Romani: Bovianum/(Bojano), dopo la definitiva conquista di Silla (91-88 a. C.) era diventata, al pari della vicina Saepinum/Sepino ed altre del Sannio/Pentro: Isernia, Trivento, Venafro e Castel di Sangro, oggi in Abruzzo, un florido municipium, poi colonia romana e, con l’avvento del cristianesimo, sede di diocesi episcopale.

Siamo così, con certezza, all’ultimo secolo dell’era antica (I sec. a. C., n. d. r.), e, con grande probabilità, al tempo in cui a Roma si dirigevano o da poco erano giunti i primi ebrei; ed è per questo che contemporaneamente essi ben potevano esistere o cominciare a prendere stabile dimora anche in altre città dell’Italia meridionale.

Ferorelli pubblicò un elenco delle città dell’Italia meridionale in cui gli Ebrei dimorarono durante la seconda metà del XV: sono ricordate tra le tante città, Campobasso ed Isernia; NON Bojano e Venafro, città dove nell’anno 591 era avvenuto l’acquisto di alcuni vasi sacri da parte di un Ebreo ivi residente.

Alla luce di quanto esposto possiamo ipotizzare, visto ancora oggi l’esistenza del toponimo Giudecca in Civita Superiore di Bojano e del citato pluteo di epoca longobarda che gli Ebrei NON fossero più presenti durante la seconda metà del XV.

Esistono documenti attestanti la presenza e l’attività di uomini di origine Ebraica nella città di Bojano: nel settembre dell’anno 1147 era presente il notaio di origine Ebraica, N. Machabeo, rogò una concessione di Roberto, Vescovo di Boiano a’ Cosmo figlio di Pietro habitator di Boiano; nel gennaio dell’anno 1168 viveva in Bojano il cittadino di origine Ebraica Salathiele figlio di Giovanni.

Quando gli Ebrei avrebbero presero dimora per la prima volta in Rocca Boiano/Civita Superiore di Bojano ?

MANCANDO una documentazione certa, il loro arrivo può essere basato sugli avvenimenti che videro protagonisti per lungo tempo i territori pertinenti alle città di Bojano e di Benevento, considerando lo stretto rapporto amministrativo tra il territorio già dei Sanniti/Pentri e il ducato di longobardo (poi principato) di Benevento in cui era stato incluso dal VI secolo.

La Storia ricorda il ripopolamento del nostro territorio con l’arrivo di coloni Protobulgari, sicuramente vi erano anche gruppi di Longobardi in cerca di fortuna e non mancavano alcuni membri della aristocrazia beneventana

A questo trasferimento potrebbero avere partecipato gli Ebrei, vista la loro numerosa presenza fin dal V secolo nella città di Benevento che ospitava una comunità ebraica dalle radici secolari e in pieno rigoglio. Tracce dell’antica presenza potrebbero essere due epigrafi latine databili al V secolo.

La presenza di una comunità di Ebrei nella città, capitale del Ducato, il cui territorio confinava con il gastaldato di Alzecone, è ricordata: La prima testimonianza storica certa della presenza di Ebrei a Benevento è segnalata verso l’836, essi facevano parte del ceto mercantile durante il principato di Sicardo, Principe longobardo e godevano della sua protezione, così come quelli di Amalfi. Ciò era dovuto alla necessità di dare impulso ai commerci che erano quasi nulli a causa della grande arretratezza delle aree interne sotto il dominio longobardo.

CHIARO ?

Il territorio pertinente al gastaldato di Boiano, rispetto ai gastaldati istituiti nell’antico territorio del Sannio/Pentro, era il più vicino alla città di Benevento, una vicinanza accresciuta ancora più per la dipendenza della diocesi episcopale di Boiano dal metropolita di Benevento e per avere in comune il loro santo patrono: san Bartolomeo. (vedi figura).

Inoltre, molto più importante per i rapporti tra la capitale Benevento ed il gastaldato di Boiano, era la via, già descritta, che facilitava e favoriva la comunicazione e gli scambi commerciali della capitale del ducato di Benevento con Spoleto, capitale dell’omonimo ducato, e con la più lontana Pavia, sede del regno longobardo.

Potremmo ipotizzare: quanto accadeva nella città di Benevento, capitale del ducato, si rifletteva nel territorio del gastadato di Boiano.

Cesare Colafemmina,ha ricordato: In quel tempo gli ebrei dell’Italia meridionale eccellevano nell’arte della tintoria (tincta Iudeorum), divenuta quasi una loro specializzazione; la Giudecca, rione della loro residenza nella città di Benevento, era sita nella parte nord-orientale.

Ebbene, riscontrando l’inesistenza del toponimo Giudecca nella città di Bojano, ma ESCLUSIVAMENTE nella borgata di Civita Superiore di Bojano, si è autorizzati ad ipotizzare la loro residenza nella Giudecca localizzata tra le antiche mura (intramoenia) del castrum di Rocca Boiano (vedi figura) e svolgevano, come esamineremo, tutte le loro attività artigiane e commerciali nella sottostante città.

Il castrum di Rocca Boiano.         Rocca Boiano e la sottostante localizzazione della Giudecca.      Boiano medievale.

Rocca Boiano con la caduta dell’impero romano, dopo essere stata l’acropoli della civitas romana Bovianum sviluppata in pianura e sede del primo insediamento della città madre dei Sannita/Pentri e capitale Bovaianom, fondata nel XI-IX sec. a. C., tornò a svolgere il suo ruolo di “protezione” e di “difesa” dei suoi abitanti che, tornando a risiedervi dopo il parziale abbandono della civitas di pianura, la potenziarono con mura di cinta e con una rocca edificata sull’area più elevata del territorio; successivamente fu ampliata per diventare un vero e proprio castello. (vedi figura).

Le case di abitazione della Giudecca, ancora oggi esistenti, si localizzano a sud del borgo e furono costruite a ridosso delle mura perimetrali di difesa del castrum; una collocazione simile alla tecnica di costruzione adottata per la Giudecca nella città di Salerno: Con il tempo le case si addossarono al muro della città e si fusero con esso: così nel 1271 l’ebreo Salomon de Tincta chiese il permesso di aprire delle finestre nel muro meridionale della città per dare luce alla propria casa e la facoltà gli fu accordata, purché le aperture non risultassero dannose per la città stessa e pregiudizievoli per i vicini. (vedi figura).

Le case di Salerno addossate  Le case della Giudecca addossate al muro  al muro di cinta della città.    di cinta del castrum.

Il cognome de Tincta dell’ebreo salernitano Salomon testimonia, come in precedenza ricordato, la maggiore attività a cui gli Ebrei si dedicavano ed eccellevano: nell’arte della tintoria (tincta Iudeorum) e, avendo la possibilità di sfruttare le risorse idriche della vasta pianura di Bojano e la presenza dell’importante tratturo Pescasseroli-Candela e del tratturello Matese-Cortile-Centocelle, svilupparono la manifattura laniera con la costruzione delle valchiere o gualchiera in località denominate Valcaturo, come ancora oggi nella città di Bojano esistono i toponimi: tintiere, per identificare una strada; valcaturo, gualchiera o valchiera, dal germanico walkan o dal francese gauchier, per identificare la località dove esse erano state costruite.

Un’altra testimonianza della residenza e della preminente attività degli Ebrei nel territorio di Bojano è l’esistenza della chiesa dedicataa san Biagio, costruita a ridosso di una delle porte di accesso alla città medievale e nei pressi della località denominata nel passato Valcaturo e della esistenza di via Valcaturo, oggi via Turno.

Perché è importante la denominazione san Biagio della chiesa ?

La chiesa esisteva prima dell’anno 1241 ed in quell’anno Federico II ne espropriò gli arredi ed altri beni, come accadde per le chiese esistenti nelle diocesi episcopali della contea di Molise: il santo che ancora si venera è protettore degli cardalana, essendo stato torturato con i pettini utilizzati per la filatura della lana.

Ergo, se nell’anno 1241, epoca federiciana esisteva la chiesa di san Biagio, se nella città di Bojano operavano le gualchiere o valchiere utilizzate solitamente dagli abili artigiani di origine Ebraica, se consideriamo l’assenza nella città di Bojano di una località che nel suo toponimo ricordasse, come era in uso, la loro stabile residenza, gli Ebrei erano già presenti nel territorio di Bojano nell’anno 1241 (ante) e risiedevano nella Giudecca del castrum di Rocca Boiano.

Il nome Gualchiera/e deriva dal termine longobardo Walkan = rotolare, in questo caso molto probabilmente indicante una macchina che gira (http://caivaldarnosuperiore.it/), utilizzate e diffuse con la presenza dei Longobardi per la lavorazione della lana.

Nell’articolo Il mulino di Via Turno (ru mul∂ni∂ll∂) Margherita Lucarelli docente di lettere del Liceo Scientifico di Bojano, in Mainelli (2003), scrive: Nel grafico della Reintegra del tratturo del 1811, l’area della Chiesa di S.Biase, presso la porta omonima, mostra la biforcazione delle acque affioranti in superficie in Fiume Turno e in Fosso della Valchiera. Oggi esiste ancora il toponimo Valcaturo per indicare l’area del Fosso della Valchiera detto anche La canala che, situata a ridosso delle mura di Porta S.Biagio sul percorso del tratturo Pescasseroli-Candela, costituiva un servizio della stazione degli armenti di S. Antonio Abate. […]. Presso la porta S. Biagio è presente ancora un dislivello di alcuni metri. Sul punto del salto maggiore del Fosso della Gualchiera, detto poi La canala, è individuabile una struttura muraria in pietra a crociera che insiste sul dislivello e sul letto de La canala stessa inclusa nella struttura. Ciò ne fa suppore lo sfruttamento nel periodo di massimo splendore della transumanza, cioè coevo alle Gualchiere del secolo XVIII.

Non a caso, il toponimo dell’attuale centro abruzzese di Fara San Martino testimonia la sua origine Longobarda: Fara, ossia l’insediamento dove vivevano individui discendenti dallo stesso progenitore che, guarda caso, sfruttando le acque del fiume Verde, avevano localizzato ed esiste oggi una (nel passato forse più di una) gualchiera.

Gualchiera Orsatti in Fara San Martino. (da farasanmartino.comunitaospitali.it).

La civitas Boviano/Bojano la cui pianura era ricca di acque, come testimoniano i citati toponimi, aveva la sua o le sue gualchiere e la sua o le sue tintiere, utilizzate dagli Ebrei in qualità di proprietari o di operai, residenti nella Giudecca di  Rocca Boiano, già acropoli della civitas sannitaromana, localizzata nella sottostante pianura e parzialmente abbandonata, soprattutto nei suoi quartieri meno difendibili dalle incursioni dei Saraceni contro i quali si scontrò, perdendo la vita, Guandelperto, gastaldo di Boviano/Bojano nell’anno 860.

Abitando nella Giudecca di Rocca Boiano, gli Ebrei erano attivi nei loro opifici localizzati ad est della città di Bojano e nella località poco distante denominata per l’abbondanza delle acque Rio freddo.

Quando l’operosa attività degli Ebrei iniziò a non essere più autonoma, ma soggetta al potere civile e, soprattutto ecclesiastico ?

Come sempre, quanto accadde agli Ebrei residenti nella città di Benevento, accadde agli Ebrei residenti nel territorio della città di Bojano, con il principe Longobardo Landolfo VI: egli si era impossessato nell’anno 1054 della città capoluogo del principato, epoca in cui la contea di Bojano era retta dal normanno il conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio per avere sposato la titolare, la contessa Emma Roffrid, appartenente alla nobiltà longobarda del principato longobardo franco di Benevento.

Colafemmina ha ricordato: Dopo questo intervento, gli ebrei di Benevento non avranno più a che fare con principi secolari, se non saltuariamente e per periodi non lunghi, ma con la Santa Sede, perché, come si è detto, alla morte di Landolfo VI (1077) il papa prese definitivamente possesso della città e, con essa, degli ebrei. E il primo atto del governo pontificio nei confronti di fu quello di assicurarsi la tassa sulle loro tintorie (tincta Iudeorum), un reddito che era fino ad allora appartenuto quest’ultimi all’erario privato del principe. In quel tempo gli ebrei dell’Italia meridionale eccellevano nell’ arte della tintoria, divenuta quasi una loro specializzazione.

In base ai documenti tutt’ora esistenti gli Uomini Chiesa gestivano nel territorio della città di Bojano le gualchiere ed i mulini già nell’anno 1307: il vescovo Guglielmo agì contro il procuratore dei frati Minori per il possesso dei Valcatori siti a Rio freddo sopra il Ponte; lo stesso vescovo Guglielmo, sempre nell’ anno1307, prese possesso di tre Valcatori siti in Rio freddo; mentre nell’anno 1314 con il vescovo Angelofurono ricordati Due Molini e tre valcaturi a Rio freddo; sempre degli stessi immobili si ha notizia nell’anno 1333 con il vescovo Andrea; nell’anno 1403 con l’Abb. Cicco de Senis e nell’anno 1404 gli Abb.ti Antonio e nuovamenteCicco de Senis, trattano una locazione della mità di un Molino, e di un Valcaturo di essi canonici, sito dove si dice alle pietre dirrupe (oggi, Pietre cadute, n. d. r.) ed infine, nell’anno 1405, una locazione in emphytheusim di un Mulino, e loco di Valcaturo della Chiesa di san Bartolomeo.

Nei successivi documenti (163 e 164) dell’anno 1516, 12 luglio, sottoscritti da Silvio Pandone vescovo di Boiano fu ricordato un molino < in pertinensiis S. Poli >, con due macine sito in Rio freddo; non furono ricordati i valcaturi, forse non oggetti della donazione (o andati in disuso ?).

L’ultimo documento trascritto nei Regestri Gallucci è dell’anno 1655, ma dall’anno 1405, 25 marzo, NON si hanno notizie dei valcaturi.

Dopo quanto esaminato, valutiamo le varie ipotesi esposte nel corso degli anni sull’arrivo e la presenza degli Ebrei nella località Giudecca in Civita Superiore di Bojano.

In ordine cronologico, hanno proposto l’arrivo degli Ebrei nel castello di Rocca Boiano all’epoca dell’imperatore Federico II (1194-1250): […]. Un’ulteriore cinta muraria, che fortificava il castello, si univa alla cinta merlata che racchiudeva l’intera cittadella; un insieme di mura quindi di cui ancora oggi si conserva la parte occidentale, parte importante perchè al proprio interno erano sorte delle piccole abitazioni riservate ad una colonia di ebrei, giunti al seguito di Federico II. (http://www.regione.molise.it/web/turismo/turismo.nsf).

C’è chi sostiene l’arrivo di una colonia di Ebrei nell’anno 1456 per incrementare la popolazione della città di Bojano più che decimata dal terremoto, detto di santa Barbara, dell’anno 1456.

Il sito https://www7.tau.ac.il/omeka/italjuda/items/show/590, ricorda che Negli ultimi decenni del XV secolo il vescovo di Boiano, da cui C. (Campobasso n. d. r.)dipendeva, trasferì qui la sua residenza, e prese ad angariare gli ebrei, proibendo ai macellai di rifornire di carne macellata e tagliata secondo il loro uso, come era stato solito e consueto. La comunità ricorse alla Camera della Sommaria, che in data 30 luglio 1482 invitò il prelato a non creare novità e dissidi. La lettera non raggiunse l’effetto desiderato, perché il 25 settembre 1489 la Sommaria intervenne di nuovo, questa volta contro il capitano cittadino che aveva multato due macellai per avere preparato la carne per gli ebrei: se gli Ebrei svolgevano le loro attività in Campobasso, probabilmente erano presenti, nell’anno 1482, anche nella città di Bojano.

C’è chi ha ricordato le migrazioni/fuga degli Ebrei a causa della secolare persecuzione, come illustra il sito it-it.facebook.com › civitasuperiore › posts › la-storia: La storia degli Ebrei Sefarditi di cui alcuni dopo la cacciata dalla Spagna si stabilirono nella odierna Giudecca a Civita. […]. Alla fine il governo trovò la soluzione della questione ebraica in Spagna: l’editto di espulsione del 1492: gli ebrei dovevano lasciare la Spagna entro tre mesi.    

Pur sostenendo la presenza degli Ebrei nella città di Bojano nei periodi: 1°. Ante anno 1250 della morte di Federico II; 2°. All’anno 1456,dopo il disastroso terremoto; 3°. All’anno 1482/89,con il vescovo di Boiano; 4°. All’anno 1492 a causa dell’editto di espulsione dalla Spagna, NESSUNO ha identificato nella città di Bojano una località che ricordasse la loro residenza; l’UNICA, ancora oggi e fin dal periodo alto medievale, è la Giudecca in Civita Superiore di Bojano, già Rocca Boiano.

TUTTE le epoche potrebbero aver visto SI’ l’arrivo di Ebrei nel territorio pertinente alla città di Bojano, ma la Storia, per ora, documenta nel territorio di Bojano l’esistenza di UNA sola località di residenza: la Giudecca.

Inoltre, per fugare ogni altro dubbio, similmente per quanto accadde nell’anno 1271 nella città di Salerno su esplicita richiesta de l’ebreo Salomon de Tincta, anche nella Giudecca di Rocca Boiano le case si addossarono al muro della città e si fusero con esso, purché le aperture non risultassero dannose per la difesa della Rocca e pregiudizievoli per i vicini.

Oreste Gentile.