CITTA’ DI BOJANO: UNO STEMMA ANTISTORICO PER LA CAPITALE DEI SANNITI-PENTRI.

ottobre 7, 2010
L’origine della città di BOJANO (in osco Bovaianom, in latino Bovianum, nel medioevo Boviano o Bobiano) e dei primi abitanti che occuparono gran parte del territorio della regione Molise, è legata ad una delle emigrazione che hanno sempre interessato l’umanità.
Le cause sono le stesse in ogni epoca: l’aumento demografico avvenuto intorno al secolo VIII a. C. e le scarse risorse economiche del territorio abitato dai SABINI, costrinsero alcuni gruppi di giovani uomini e donne ad abbandonare la loro patria per raggiungere ed occupare i territori limitrofi.
Tale fenomeno diede origine ai popoli italici: Piceni, Aequi, Vestini, Marsi, Marrucini, Frentani, Carecini, Pentri, Irpini, Caudini etc..
Quanto tramandato dagli storici è diventato leggenda: alcuni gruppi giunsero alla meta seguendo il cammino o il volo di un animale sacro ad uno dei loro Dei e lo stesso animale, il più delle volte, dava origine al nome della nuova comunità: il cavallo agli Aequi, il lupo agli Irpini, il picchio ai Piceni.
I Pentri fecero eccezione: il bue, animale-guida sacro al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, non diede il nome alla comunità, alla tribù. ma alla metropoli, alla città madre, alla loro capitale Bovaianom.
I giovani emigranti detti Sabelli, più che il cammino del bue, in realtà seguirono un’asta sulla cui cima era stata riprodotta l’immagine dell’animale-guida ritenuta sacra; era la loro insegna che nei momenti della battaglia infondeva incitamento e coraggio ai guerrieri radunati intorno ad essa.
Possiamo ritenere che fin dal secolo VIII a. C. Bovaianom ed il popolo dei Pentri, avessero adottato il simbolo del bue, così come testimoniano quanti, in ogni epoca, si sono interessati alla loro storia; hanno sempre descritto un bue passante verso sinistra.
 
 
 
                                               (disegno realizzato dal prof. Nicola Patullo)
 
Non è raro trovare ancora oggi nel territorio dei Pentri l’effigie del bue nei fregi antichi.
Una testimonianza storica unica, semplice e chiara, atta a sintetizzare un evento importante non solo per la città di Bojano, ma per gran parte del territorio della nostra regione occupato dai Pentri.
Per quanto riguarda l’antico stemma della città di BOJANO, lo confermano Ciarlanti (1644), Ughelli (1720), Galanti (1780), Giustiniani (1797), Marucci (1922); nonché lo stemma riprodotto sul portale della chiesa di S. Maria del Parco (1729)
 
 
 
ed i bolli in uso sui documenti amministrativi della città di Bojano nell’ anno 1772: e ancora nel 2007 

Intorno agli anni ottanta, con una delibera del consiglio comunale della città di BOJANO, senza un giustificato motivo, fu adottato un nuovo stemma i cui simboli “stravolgono” la millenaria, gloriosa ed invidiabile storia della città.

 
Il simbolo del bue sacro al dio Ares fu sostituito da 3 (tre) immagini e da una frase da “fumetto”: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI, che non sono pertinenti alla storia della città.
Il simbolo in alto a sinistra, in campo rosso, raffigura il saunion: era la caratteristica punta della lancia o del giavellotto dei guerrieri sanniti; fu riprodotta su una moneta del IV sec. a. C., coniata dai coloni greci di Taranto in omaggio ai loro alleati.
 
Il simbolo in alto a destra mostra il toro sannita che assale la lupa romana: era l’immagine impressa su di una moneta coniata nella città di Corfinium, capitale degli insorti italici in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.).
  
Al centro del nuovo stemma campeggia un toro coronato dalla dea della vittoria Nike.
  
Anche questo simbolo era stato inciso su una moneta non coniata dai Sanniti, ma nella città greca di Neapolis (Napoli) nel IV secolo a. C. e successivamente utilizzato nelle zecche delle città di Cales (260-240 a. C.), Teano (270-240 a. C.) e Suessa (260-240 a. C.).
Alcune di quelle monete facevano parte di un “tesoretto” rinvenuto durante gli scavi del santuario italico di Campochiaro: erano le offerte degli antichi visitatori al dio Ercole a cui era dedicato il luogo sacro.
Il simbolo del toro incoronato da Nike non era pertinente alla tradizione ed alla storia del popolo sannita; era un simbolo tipico della cultura greca che alcuni storici interpretano essere il dio fluviale Achelao o Bacco Hebon, il dio degli abitanti di Neapolis. Nike è la dea greca della vittoria che guidava i tori al sacrificio.
Nessuno di quei simboli facevano parte della cultura sannitica; al contrario, al dio Ares, il Mamerte dei Sanniti, il Marte dei Romani, era dedicato il ver sacrum, la primavera sacra ed il bueguida a cui è legata la fondazione di Bovaianom e l’origine dei Pentri.
L’immagine del bue nel nuovo stemma non è aderente alla realtà: la testa, con attaccatura al corpo poco proporzionata, collocata in un pettorale basso-sfiancato, è piccola rispetto al corpo, con orecchie da fantascienza e con corna piccole da manzo. Il garrese è bassissimo ed il posteriore è ibrido molto alto. Coda nervosa non conforme alla realtà; controsenso tra la coda da maschio e testa da vitellino.
La frase: EGO BOS TAURUS SAMNITES AD BOVIANUM PERDUXI è errata:
il bos taurus, che certamente non aveva le sembianze di quello raffigurato nel nuovo stemma, nell’VIII sec. a. C. condusse i giovani Sabini, detti Sabelli, denominati solo successivamente Samnites dai conquistatori Romani, in un luogo anonimo dove, dopo il loro arrivo, sarebbe sorta la capitale Bovaianom.
L’auspicio è che si torni all’antico stemma che ricorda l’emigrazione dei Sabelli e la fondazione di Bovaianom =BOJANO e l’origine del popolo dei Pentri, apportando una sola modifica: riportare la frase che Tito Livio ci ha tramandato per ricordare la grandezza della città:
    Caput hoc erat Pentrorum Samnitium longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque   
    (era questo il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, di gran lunga il più ricco e opulento d’armi e di uomini).
Oreste Gentile.

CENNI STORICI DELLA FAMIGLIA NORMANNA DE MOULINS/MOLINIS/MOLISIO, TITOLARI DELLA CONTEA DI BOIANO/MOLISE.

agosto 26, 2026


Correva l’anno 1045, all’ingresso del monastero dell’Abbazia di Montecassino, giunse un gruppo di migranti Normanni con a capo Rodolfo, provenienti dal castrum Moulins, in Normandia. Giunti dapprima nel monastero di Montecassino, INASPETTATAMENTE, viene ricordata la sua presenza, nella Battaglia di Civitate, nell’anno 1053. Era già conte, titolare della CONTE LONGOBARDA DI BOIANO RETTA DALLA CONTESSA LONGOBARDA EMMA ROFFRID. (vedi figura).

Rodolfo de Moulins, avendo perso la titolarità del feudo castrum Moulins, appartenuto al padre Guimondo II, marito di Emma; fu costretto come altri suoi connazionali, dopo la ribellione al potere accentratore del duca Guglielmo il Bastardo, ad emigrare con la famiglia ed alcuni amici fidati, verso le regioni dell’Italia meridionali.
Certamente NON ignorava la fortunata sorte dei suoi connazionali, già presenti in Italia, nella regione campana: Rainulfo della famiglia Drengot con i fratelli Gilberto, Osmondo, Asclettino e Rodolfo; nella regione dauna: i fratelli della famiglia Altavilla, con Roberto, detto il Guiscardo.

Rodolfo de Moulins era sceso in Italia con la moglie Alferada, con i figli: Ugo. Ruggero. Roberto. Rodolfo. Guglielmo e le figlie: Adelizia e Beatrice; con i fratelli: Roberto. Antonio. Guimondo III. Ugo. Alanni. Guglielmo. Toresgado. Tristano; (vedi figura).

Dopo circa 8 anni dal suo arrivo, nell’anno 1053, Rodolfo de Moulins è già conte di Bojano, come ricordò il poeta Gugliemo Appulo, descrivendo la battaglia di Civitate, combattutta tra i Normanni ed i Longobardi, alleati con papa Leone IX.

Nelle file dell’esercito Normanno era presente, già con il titolo di CONTE di BOIANO, Rodolfo: Hos Bovianensis comitis comitata Radulfi. Est virtus et consilio pollentis et armis/Accompagnato dal seguito di Ralph, conte di Boviano — uomo valoroso, distintosi sia in consiglio che in armi. Nelle file dell’esercito longobardo, ricordò Gugliemo Appulo, era presente il conte Roffrid, suocero del conte Rodolfo, padre della contessa Emma, titolare della Contea di Boiano, portata in dote al migrante Rodolfo.

I FRATELLI DI RODOLFO, CONTE DI BOIANO.

Roberto, fratello del conte Rodolfo, con la consorte e con il figlio Roberto (non si hanno notizie dell’altro figlio Ruggero), presero dimora nel castrum Sancti Iuliani/San Giugliano/Giugliano (NA), nella contea normanna di Aversa, nel principato di Capua.

Nel documento dell’anno 1098, il domni Roberto de Molina, dichiarò la morte dei genitori e la loro sepoltura nel monastero di san Giuliano, sito nel territorio del mio castro di sancti Iuliani e che risulta essere alquanto vicina al predetto monastero di san Giuliano in cui è noto sono sepolti i corpi dei miei genitori.

Successivamente, il domni Roberto de Molina trasferì la residenza nel castrum Castelcicala.

Di Antonio, fratello del conte Rodolfo, per il momento non si hanno notizie.

L’altro fratello, Guimondo III, compare nei documenti: Guimundus Molinois o Guimondo de Mulinis, conte di Eboli, per avere sposato la contessa Emma, figlia del conte Ioffrid de Ala, vedova del conte Rao Trincanotte de ebuli.
Prima del matrimonio con la contessa Emma, fu ricordato per l’anno 1068 in una bolla di papa Alessandro III: Girmentus filius Guimundi, qui dicitur de Mulsi miles.

Nell’ anno 1080, fu teste in una donazione della vedova Maria, moglie di Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato, e del loro figlio Roberto, in favore del monastero della S. Trinità di Venosa.
Primo firmatario dell’atto fu Goffridus/Goffredo d’Altavilla, nepos huius defuncti.

Nei diplomi di donazione sottoscritti dalla contessa Emma, negli anni: 1082/83. 1083. 1089. 1090, in favore dell’abbazia di Cava, si apprende il nome dei suoi nipoti: Ruggero, Roberto e Rao, figli del defunto Guglielmo. (vedi figura).

Ugo, l’altro figlio del conte Rodolfo, risiedeva nel Pricipato di Capua; già nell’anno 1095, come dimostrano 2 diplomi; nel : […], Hugo de Molinis fu ricordato con altri nostris dilectis baronibus; nel 2° diploma fu citato per PRIMO nella lista dei baroni: primus inter pares: […] baronum Hugoni videlicet de Molinis, […].

Degli altri 3 fratelli del conte Rodolfo, Antonio, Guglielmo e di Toresgardo, per ora non si hanno notizie.

Dell’ultimo fratello, Tristano, in base ad un documento dell’anno 1092, conosciamo l’esitenza del figlio Robertus, qui dicor de Principatu, filius quondam Tristani, declaro me possidere & habere castellum quod nominatur Torum/Toro.
La donazione fu firmata alla presenza di alcuni suoi familiari: Ugo Comes Bolanenis/Boiano; Mandelmo Abbati de castello quod nominatur Neclo/Vecclo/Castrum Vecchio/Terravecchia di Sepino; Simon Comes Dulanensis/corr.ne di Boianensis/Boiano; etc..

Robertus miles, dichiarando qui dicor de Principato, permette di ipotizzare la sua presenza con lo zio (il citato Guimondo III nel Principato di Salerno, al seguito di Guglielmo d’Altavilla: Robbertus filius Trosteni/Tristani/Tristano.
Nell’anno 1109 era già domini castri Limessani.

I FIGLI DI RODOLFO, CONTE DI BOIANO.

Il primogenito Ugo successe al conte Rodolfo, morto probabilmente tra gli anni 1092 – 1094 e sepolto nel monastero benedettino di Montecassino; forse era diventato monaco.

L’abilità politica e militare del conte Ugo, gli permise, sfruttando i buoni rapporti di alleanza stabilita dal padre, il conte Rodolfo, con i principi di Capua che gli autorizzarono l’annessione alla contea di Boiano dei territori pertinenti alla contea di Isernia e gran parte del territorio della contea di Trivento.
Al conte Ugo fu concesso, probabilmente < senza colpo ferire > l’annessione della contea di Venafro; il feudo di Castelli Maris/Castelvolturno ed il feudo di Serra Capriola/Serracapriola.

Nella maggior parte dei diplomi firmati dal conte Ugo, si legge: Nos Ugo Domini gratia Bovianensis Comes. Ego Ugo Dei gratia Comes filius qm. bona memoriae Comitis Raulis de Molisio. Ego Ugo comes qui dicor de Mulisi, filius quondam Rodulfi comitis.

Al conte Ugo de Moulins, si ignora l’anno della morte, successe il figlio, conte Simone: Ego Simon Dom. gratia Balonensis/Boianensis Comes, filius quodam Ugonis bonae piaeque memorie Comitis. (vedi figura).
Morì prematuramente nella città di Isernia a causa del terremoto nell’anno 1117.

Per la minore età del primogenito Ugo (II), la titolarità della ormai vasta Contea di Boiano, fu affidata allo zio Roberto, fratello del conte Simone.

Il conte-reggente Roberto, figlio del conte Simone e zio del conte Ugo (II), dando un grande esempio di lealtà verso il padre, il defunto conte Simone, ed il nipote, Ugo (II), dopo aver retto la contea di Boiano senza coinvolgerla, come vedremo, nelle dispute politico e militari contro i membri della potente famiglia degli Altavilla nel vicino Ducato di Puglia, ebbe in concessione, con la presa di possesso della titolarità del nipote, conte Ugo (II), della Contea di Boiano, ricevette in perpetuo il feudo di Sepino, successivamente ereditato dal figlio Ugo. (vedi figura).


Dalla dinastia di Roberto, figlio del conte Simone, domni sepini, si originò la dinastia dei Moulins/Molinis/Molisio, domni campo bassi/Campobasso.

Nello stesso periodo, tra gli anni 1121-1122, nel vicino Ducato di Puglia ci fu una lunga disputa, con l’intervento del conte Ruggiero d’Altavilla contro Roberto II, principe di Capua, alleatosi con il papa Onorio e con Rainulfo, conte di Telese.

Il conte Ruggiero II d’Altavilla uscì vincitore, diventando, dopo alterne vicende, dapprima conte e poi duca.

Nell’anno 1130, il conte e poi duca Ruggero II, coronò il suo sogno: fu proclamato Re.

Le cronache dell’epoca sono ricche di particolari degli avvenimenti in cui fu coinvolto il conte Ugo (II). l’ultimo conte di Boiano della dinastia del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, contro la nascente potenza di re Ruggero II d’Altavilla.

Dopo alterne vicende che lo videro soccombere, con grande maestria salvò la contea di Boiano dalle mire espansionistiche del re Ruggero II d’Altavilla, sposando una sua figlia naturale, forse chiamata Adelaide, ed una “anonima” sorella del conte Ugo (II), divenne l’amante del re, dandogli un figlio: Simone, futuro Principe di Taranto.

Grazie al forte legame di parentela tra il conte di Boiano ed il re di Sicilia, Ugo (II) de Moulins/Molinis/Molisio, fu nominato anche justitiario del regno.

In occasione della residenza presso la corte reale di Palermo, dopo la morte del re Ruggero II, suo suocero e cognato, conversando nell’anno 1159 con Ugo, arcivescovo di Palermo, vantò la presenza delle sacre spoglie di santa Cristina nel castro Saepino. Su insistente richiesta dell’arcivescovo, fu costretto, non senza l’ira degli abitanti del castrum Saepino, a trasferire le sacre spoglie di santa Cristina nella Cattedrale di Palermo, dove si venerano tutt’ora.

Quanto descritto avvenne dopo circa 17 anni dall’assemblea di Silva Marca (1142) quando il re Ruggero II d’Altavilla, volle che la Contea di Boiano, fosse denominata Contea di MOLISE, per ricordare il toponimo del castrum ed il cognomine della famiglia comitale originata nel castrum MOULINS.

Il conte Ugo (II), deceduto poco dopo l’anno 1160, dalla moglie Adelaide, sorella di re Ruggero II d’Altavilla NON ebbe figli.

L’importante contea di Boiano/MOLISE fu amministrata dalla Corte Reale.

UN FRATELLO DEL CONTE UGO DE MOULINS/MOLINIS/MOLISIO.

Uno dei fratelli del conte Ugo (II), titolare della Contea di Boiano/Molise, Guglielmo, sottoscrisse, come teste: Ego Wilielmus de Molini.

Chi era Wilielmus de Molini ?

Nell’albero genealogico della famiglia del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, salvo altre scoperte bibliografiche, esistevano, in epoche diverse, 3 (tre) Wilielmus/Guglielmo de Molini : il primo era il fratello del conte Rodolfo ed al momento non si hanno sue notizie. (vedi figura).


Un Guglielmo, probabile fratello del conte Ugo (II), titolare della Contea di Boiano/Molise, sottoscrisse, come teste: Ego Wilielmus de Molini.

Chi era Wilielmus de Molini ?

Nell’albero genealogico della famiglia del conte Rodolfo de Moulins/Molinis/Molisio, salvo altre scoperte bibliografiche, esistettero,, in epoche diverse, 3 (tre) Guglielmo: il primo era il fratello del conte Rodolfo, di cui, al momento, non si hanno notizie.

Il secondo era il figlio, non più in vita, del conte Guimondo III de Molinis e della contessa Emma d’Eboli. (vedi figura).


Esisteva un terzo Guglielmo: nell’anno 1151, nel testo della Cartula offertonis (1151 – 52), è citato Ego Wilielmus de Molini.

Esaminando il periodo e confrontando le date dei diplomi ancora oggi esistenti, possiamo ipotizzare: Wilielmus de Molini dovrebbe identificare Guglielmo, fratello del conte Ugo (I), figlio del conte Rodolfo e di Alferada; cugino di Robberti de Molini gratia Dei barone et militis, teste della donazione.


LE FIGLIE DEL CONTE RODOLFO DE MOULINS/MOLINIS/MOLINO.

Con il migrante Rodolfo erano giunto nell’Italia meridionale anche le due figlie: Adelizia e Beatrice (MAI ESISTITA, come hanno scritti alcuni studiosi) una figlia chiamata Altruda).
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Un solo episodio, documentato, vide protagonista Adelizia o Beatrice: una di loro, andò in sposa al cavaliere Serlo II, figlio di Serlo I fratellastro di Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo.
Andarono ad abitare nella Contea di Cerami, ma il matrimonio fu di breve durata per la morte di Serlo II nella battaglia di Cerami nell’anno 1072, combattuta dai Normanni contro i Saraceni.

Per ragioni di Stato, contra la sua volontà e forse anche contro la volontà del padre, il conte Rodolfo, Adelizia o Beatrice, fu costretta da Robrto il Guiscado, della famiglia Altavilla, a sposare tale Angelmario che acquisitì il titolo di conte di Cerami.

Della contessa Adelizia o Beatrice, titolare della Contea di Cerami, per il momento, non si hanno altre notizie.

Oreste Gentile.

ANNIBALE NON HA DISTRUTTO IL SANTUARIO DEL POPOLO DEI PENTRI, SITO  NEL TERRITORIO DI PIETRABBONDANTE.

giugno 11, 2026

In occasione della discesa e della conseguente INVASIONE di Annibale e del suo esercito di mercenari, in Italia, I POPOLI ITALICI ERANO ALLEATI CON I ROMANI O SI ERANO DIMOSTRATI INDIFFERENTI ALLA PRESENZA DEI CARTAGINESI, DOPO LA VITTORIOSA BATTAGLIA DI CANNE, NELL’ANNO 216 A. C., GLI ITALICI STIPULARONO LA LORO ALLEANZA CON ANNIBALE, TRANNE IL POPOLO DEI PENTRI, PREZIOSI ALLEATI DEI ROMANI DOPO LA DEFINTIVA SOTTOMISSIONE, DOPO L’ANNO 293 A. C..

UNICAMETE I PENTRI, FRA TUTTI I POPOLI ITALICI, DOPO L’ANNO 293 A. C., DAI ROMANI FURONO CHIAMATI SANNITI E SANNIO IL LORO TERRITORIO.

UNO dei SANTUARI del popolo dei PENTRI, ESISTEVA nel territorio di Pietrabbondante, DIFESO difeso da un antichissimo (XI-IX sec. a. C.) ed ancora oggi, anonimo insediamento fortificato. (vedi figura 1. 2. 3.).

Nel sito: fondoambiente.it, si legge: Il territorio di Pietrabbondante, nel cuore del Sannio pentro, è caratterizzato da emergenze archeologiche di notevole interesse. Le testimonianze più antiche, risalenti al V secolo a.C., sono quelle dei corredi restituiti dalla necropoli in località Troccola, sulle pendici occidentali del monte Saraceno. La sommità di questo monte verrà fortificata con una cinta muraria in opera poligonale per opporsi alla minaccia romana. (vedi figura precedente n. 1).

Dopo l’insediamento fortificato di Monte Saraceno, costruito subito dopo l’arrivo (sec. XI-IX a. C. ) dei giovani migranti SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, protagonisti del VER SACRUM /PRIMAVERA SACRA e chiamatisi PENTRI, anche nel territorio di Pietrabbondante, fu scoperta una necropoli risalente al V sec. a. C., illustrata in Santuario Italico di Pietrabbondante. Guida agli scavi archeologici (2019): In località Troccola, poco lontano dal santuario, sono state scavate tre tombe a fossa appartenenti a due adulti in età giovanile e ad un bambino. I corredi erano costituiti da ceramica e da oggetti metallici quali cinturoni e cuspidi di lancia. I dati disponibili permettono di ipotizzare la presenza di una necropoli attiva dal V ad III secolo a. C..

GIAMMAI, l’antico insediamento fortificato di Pietrabbondante, può essere identificato con Bovianum Vetus, SI’, ricordato e localizzato da Plinio Secondo il Vecchio nel territorio dei PENTRI. Mommsen ARBITRARIAMENTE, localizzando Bovianum Vetus nel territorio del popolo dei CARACENI o CARRICINI, MODIFICO’, AMPLIANDOLO, a DANNO del TERRITORIO dei PENTRI, loro consanguinei, stanziati a sud e sud est e confinando, altresì. con i popoli, anch’essi consanginei, dei PELIGNI. ad ovest: dei MARRUCINI, a nord ovest e dei FRENTANI, a nord ed est. (vedi in figura l’improponibile territorio del popolo dei CARACENI o CARRICINI).

SOPRATTUTTO, COME E’ STATO PROPOSTO RECENTEMENTE, l’antico insediamento della odierna Pietrabbondante, NON PUO’ ESSERE IDENTIFCATO con una località, MAI ESISTITA nella STORIA, chiamata SAFINIM.

SAFINIM, HA SEMPRE IDENTIFICATO, UNICAMENTE, il POPOLO CHE ABITAVA NEL VASTO TERRITORIO esteso dalla SABINA alla LUCANIA, chiamato: SAFNO/SAFNIO/SAMNIUM/SANNIO ed i suoi abitanti chiamati, SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, erano localizzati nei rispettivi territori e chiamati: PICENI. PRAETUTTII. VESTINI. MARRUCINI. AEQUII. MARSI. PELIGNI. FRENTANI. CARACINI/CARRICINI. PENTRI. IRPINI. CAUDINI. LUCANI. (vedi figura).

L’importanza del SANTUARIO, agli inizio del V-IV sec. a.C., scrivono gli ESPERTI, NON era DIVERSA dai SANTUARI esistenti nel territorio pertinenti agli numerosi insediamenti dei popoli originati dalla migrazione/VER SACRUM, dal territorio della SABINA o SANFO/SAFNIO/SAMNIUM/SANNIO ai territori della penisola italica centro meridionale. (vedi figura).

Il RUOLO nella Storia dell’antichissimo SANTUARIO, ancora oggi esistente nel territorio di Pietrabbondante, E’ BENE PRECISARE, fu ACQUISITO, rispetto agli SANTUARI siti nel territorio del popolo dei PENTRI, scrivono gli ESPERTI, UNICAMENTE dopo il suo monumentale ampliamento iniziato alla fine del II secolo a. C., proseguito e poi sospeso con la Guerra Sociale (91-88 a. C.), causata dalla Ribellione degli Italici.

All’epoca, la capitale dei popoli ITALICI, dopo la conquista Romana di Corfinium/Corfinio, prima capitale della Lega Italica, sita nel territorio del popolo dei PELIGNI, era stata trasferita in Bovianum/Bojano, già città madre e capitale del popolo dei PENTRI, mentre le riunioni del Senato, composto di 500 membri ed i riti religiosi, avvenivano nel ristrutturato ed ampliato SANTUARIO di Pietrabbondante, considerato di PRIMARIA IMPORTANZA, non solo per il popolo dei PENTRI, ma per TUTTI i popoli Italici. (vedi figura n. 1 prima della Guerra Sociale e figura n. 2 in occasione della Guerra Sociale.).

Nel territorio dei PENTRI, uno dei 13 popoli originati dalla migrazione/VER SACRUM, i SANTUARI più antichi, scoperti fino ad OGGI, furono costruiti, ricordano gli ESPERTI, tra quelli scoperti finora, NON SOLO nel territorio di Pietrabbondante, ma presso gli insediamenti allora esistenti di: Agnone, Schiavi d’Abruzzo. Colle Vernone (?). Alfedena. Roccaspromonte. San Giovanni in Galdo. Campochiaro. Capo di Campo. Sepino e Macchia Valfortore. (vedi in figura: gli insediamenti ed i santuari).

Gli ESPERTI hanno stimano, tra l’anno 217 a. C. e l’anno 216 a. C., il SACCHEGGIO e la DISTRUZIONE da parte di Annibale e del suo esercito di mercenari, di 2 (DUE) SANTUARI, siti nel territorio dei PENTRI: UNO, presso Pietrabbondante, l’ALTRO, dedicato ad Hercul Rani, presso Campochiaro, non lontano (circa 6 km.) da BOVAIANOM (osco)/BOVIANUM (latino)/Bojano, città madre e capitale del popolo dei PENTRI; TRASCURANDO di SACCHEGIARE e DISTRUGGERE gli altri SANTUARI ESISTENTI, nella stessa EPOCA, negli insediamenti citati. (vedi figura i SANTUARI dei PENTRI).

I Romani, NON AVREBBERO MAI PERMESSO il passaggio di Annibale e del suo esercito di mercenari nel territorio dei PENTRI, l’UNICO popolo ad essere rimasto, dall’anno 293 a. C., FEDELE ALLEATO, sia PRIMA e sia, soprattutto, DOPO la sconfitta nella Battaglia di Canne del 2 agosto dell’anno 216 a. C..

I ROMANI, avevano OPPORTUNAMENTE posto degli ACCAMPAMENTI proprio nel territorio di BOVIANUM/Bojano; infatti, verso la fine dell’anno 217 a. C., da BOVIANUM, partì un contingente militare PENTRO, composto da 500 cavalieri e 7.000 fanti, comandati da Numerio Decimio, in SOCCORSO dell’esercito Romano impegnato contro i Cartaginesi nel territorio dei FRENTANI, presso Gerione. (vedi figura. In evidenza i vari ITINERARI degli spostamenti i Annibale e del suo esercito di mercenari ed il percorso da BOVIANUM a GERIONE dei 500 cavalieri e 7.000 fanti, al comando di Numerio Decimio).

PROPRIO per la sua LOCALIZZAZIONE, il territorio SAMNIUM, pertinente al popolo dei PENTRI, chiamati SANNITI dai ROMANI, era una zona cuscinetto, tra il territorio ROMANO ed il territorio DAUNO. (vedi figura).

I ROMANI, GRAZIE all’AIUTO dei PENTRI, presso Gerione, OTTENNERO l’UNICA vittoria, prima della sconfitta nella Battaglia di Canne del 2 agosto dell‘anno 216 a. C..

La presenza degli accampamenti Romani, nel territorio di BOVIANUM, fu UTILE anche nell’anno 216 a. C. dopo la Battagli di Canne, per inviare un contingente composto da soldati romani e dagi alleati Pentri, verso la città di BENEVENTO, in territorio del popolo degli IRPINI, all’epoca alleati con Annibale. Nel territorio degli IRPINI, i consoli romani con il loro esercito, controllavano i continui spostamenti dell’esercito CARTAGINESE.

ERGO: ANNIBALE ED IL SUO ESERCITO DI MERCENARI MAI ERANO STATI PRESENTI NEL TERRITORIO DEI PENTRI; NE’ AVEVANO SACCHEGGIATO E DISTRUTTO, come hanno scritto gli ESPERTI, I LORO 2 (DUE) SANTUARI, LOCALIZZATI presso l’antico insediamento di PIETRABBONDATE e presso l’antico inediamento di CAMPOCHIARO.

ALCUNI DEI SANTUARI LOCALIZZATI NEL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI, MAI DISTRUTTI DA ANNIBALE. (vedi figura).

ANNIBALE ED IL SUO ESERCITO DI MERCENARI, ALLEATI CON I POPOLI ITALICI, DOPO LA BATTAGLIA DI CANNE, 2 AGOSTO 216 A. C., MAI AVEVANO ATTRAVERSATO IL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI, SEMPRE FEDELI ALLEATI DEI ROMANI DALL’ANNO 293 A. C. E, SOPRATTUTTO, DOPO LA LORO GRAVE SCONFITTA.

Degli Storici del recente passato, NESSUNO ha ricordato la presenza di Annibale e del suo esercito nel territorio del popolo dei PentriBarbagallo (1931); Ducati (1948); Warmington (1958);  Levi (1968); Grant (1978); Faber (1983) e Brizzi (1997), tanto per citare alcuni.

Degli STORICI ANTICHI, SOPRATTUTTO POLIBIO e LIVIO, PIU’ DI ALTRI, DESCRISSERO LA PRESENZA DEI CARTAGINESI IN ITALIA; MAI IL SACCHEGGIO e la DISTRUZIONE del SANTUARIO di Pietrabbondante e, NULLA scrissero, degli altri SANTUARI o insediamenti all’epoca esistenti nel territorio del popolo dei PENTRI.

LA DISCESA DI ANNIBALE E DEL SUO ESERCITO DI MERCENARI, NELLA PENISOLA ITALICA CENTRO MERIDIONALE NELL’ANNO 217 A. C..

Polibio (206 a.C. circa -124 a.C.), in LE STORIE e Livio (59 a. C.- 17 d. C.) in AB URBE CONDITA, con le loro dettagliate DESCRIZIONI, scaggionarono ANNIBALE ed il suo ESERCITO di MERCENARI, dall’ACCUSA del SACCHEGGIO e della DISTRUZIONE dei SANTUARI del popolo dei PENTRI, siti nei territori di Pietrabbondante e di Campochiaro.

NELL’ANNO 217 a. C., ANNIBALE ED IL SUO ESERCITO ERANO PRESENTI ed IMPEGNATI in ALTRI TERRITORI E SI TENNERO SEMPRE LONTANI DAL TERRITORIO DEI PENTRI, FEDELI ALLEATI DEI ROMANI dall’anno 293 a. C..

PRIMA POLIBIO, POI LIVIO, con DOVIZIA di particolari, illustrarono quanto accaddde, SOPRATTUTTO nell’Italia centro meridionale, durante la lunga permanenza di Annibale e del suo esercito; DESCRISSERO, ACCURATAMENTE gli ITINERARI utilizzati e le sue VITTORIE presso il fiume Ticino (218 a.C.); il fiume Trebbia (218 a.C.) ed il Lago Trasimeno [N. B. nei primi giorni dell’estate del 217 a.C. (21 o 23 Giugno)].

I CARTAGINESI, conseguita la VITTORIA presso il Lago Trasimeno e dopo l’INSUCCESSO dell’assedio alla città di Spoleto, mossero l’esercito lungo la costa del Mare Adriatico, con l’UNICO SCOPO di raggiungere il territorio del popolo dei DAUNI, porre gli accampamenti nel territorio della civitas di Arpi per trascorrere l’inverno. (vedi figura).

POLIBIO, al riguardo, scrisse: Annibale, spostato di poco l’accampamento, si fermò nella regione presso l’Adriatico […]. Attraversando i territori dei Pretuzi, di Adria, dei Marrucini e dei Frentani, lo devastò, poi continuò il suo cammino, marciando in direzione della Iapigia. […]. Annibale penetrò dapprima nel territorio dei Dauni, e avendo iniziati da questi la sua opera di distruzione, devastò il paese a partire da Luceria, colonia romana. Accampatosi quindi intorno a Vibonio/Bovino, fece una scorreria nel territorio di Argirippa/Arpi e depredò impunemente tutta la Daunia. (vedi figura).

NE’ POLIBIO, NE’ LIVIO e NESSUNO ALTRO STORICO descrissero il PERCORSO di Annibale e del suo esercito di mercenari se fosse partito dalla riva del Mare Adriatico, per raggiungere il SANTUARIO presso l’insediamento di Pietrabbondante.

Possiamo ipotizzati, 2 (DUE) PERCORSI (linea tra.ta nera) che, partendo dalla costa del Mare Adriatico, attraversavano le COLLINE e le MONTAGNE.

il primo percorso, era più lungo ed attraversava il territorio del popolo dei FRENTANI ed un tratto più breve, nel iterritorio dei CARACENI per raggiungere il SANTUARIO presso l’odierna Pietrabbondate; il secondo percorso attraversava, ancora una volta, con un lungo tratto il territorio dei FRENTANI e, con un tratto più breve, attraversava il territorio dei  PENTRI., per giungere la meta: il SANTUARIO dei PENTRI, presso l’odierna Pietrabbondante. (vedi in figura il territorio del popolo dei PENTRI nella linea gialla ed il percorsi 1. e 2., tratteggiato nero, dalla costa del Mare Adriatico al SANTUARIO di Pietrabbondante).

PERCHE’ SCEGLIERE UNO dei 2 (DUE) PERCORSI, dalla costa del Mare Adriatico e NON i PERCORSI ESISTENTI IN ALTRI TERRITORI ?

DALLE DESCRIZIONI DI POLIBIO E LIVIO, IL FATTORE TEMPO CONDIZIONO’ LA SCELTA. SE IL SACCHEGGIO E LA DISTRUZIONE DEL SANTUARIO DEL POPOLO DEI PENTRI, PRESSO PIETRABBONDANTE, COME SOSTENGONO GLI ESPERTI, AVVENNNERO NELL’ANNO 217 A. C, L’UNICA OCCASIONE PER RAGGIUNGERE IL SANTUARIO PENTRO, PRIMA DELLA FINE DELL’ANNO 217 A. C., OBBLIGAVA A SCEGLIERE UNO DEI 2 (DUE) PERCORSI, descritti. (vedi figura precedente).

ANCHE LA DESCRIZIONE DI LIVIO, AL PARI DELLA DESCRIZIONE DI POLIBIO, DI QUANTO ACCADDE NEL PROSIEGUO DELLA PRESENZA DI ANNIBALE IN ITALIA, NON PERMETTONO DI IPOTIZZARE LA PRESENZA DI ANNIBALE E DEL SUO ESERCITO DI MERCENARI, NEL SANTUARIO PENTRO: AVREBBE DOVUTA AVVENIRE NELL’ANNO 217 A. C., MA NULLA ACCADDE: LE METE DI ANNIBALE E DEL SUO ESERCITO DI MERCENARI, ERANO LOCALIZZATE, CON RISCHI MINORI, IN ALTRI TERRITORI.

LIVIO, scrisse: (Annibale), deviò il cammino attraverso il territorio del Piceno, non solo molto abbondante di ogni genere di messi, ma ricco di bottino, che i Cartaginesi per cupidigia e per necessità rapinarono largamente. […]. Allorchè parve sufficiente il riposo concesso ai soldati che erano più lieti di far preda e saccheggiare che riposarsi e di oziare, Annibale, mosso il campo, devastò il territorio Pretuziano e Adriano e quello intorno ad Arpi e a Lucera nella vicina regione dell’Apulia. (vedi figura).

CHI STORICO AVREBBE POTUTO DESCRIVERE GLI ITINERARI DELL’ESERCITO DEI MERCENARI DI ANNIBALE, CARTAGINESI, con maggiore diligenza, se non POLIBIO e SUCCESSIVAMENTE, LIVIO ?

NESSUNO degli ITINERARI DEI CARTAGINESI, ATTRAVERSO’ IL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI; NESSUN ITINERARIO RAGGIUNSE IL SANTUARIO PRESSO PIETRABBONDANTE E DEL SANTUARIO PRESSO CAMPOCHARO.

SE NULLA ACCADDE NEL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI E NESSUN EVENTO AVVERSO INTERESSO’ IL SANTUARIO SITO PRESSO PIETRABBONDANTE, ANNIBALE ED IL SUO ESERCITO DI MERCENARI, COME TRASCORSERO, DOPO LA BATTAGLIA DEL LAGO TRASIMENO, GLI ULTIMI 6 MESI DELL’ANNO 217 A. C., UNA VOLTA RAGGIUNTO IL TERRITORIO DEI DAUNI ?

L’ESERCITO DI ANNIBALE, COMPOSTO PREVALENTEMENTE DA MERCENARI, AVENDO ASSOLUTA NECESSITA’ DI APPROVIGGIONARSI E NON POTENDO CONCEDERSI LUNGHI PERIODI DI OZIO, DOPO AVERE SACCHEGGIATO gran parte del territorio del popolo dei DAUNI: devastò il paese a partire da Luceria, colonia romana. Accampatosi quindi intorno a Vibonio/Bovino, fece una scorreria nel territorio di Argirippa/Arpi e depredò impunemente tutta la Daunia.. […]. Egli stesso con il collega e con tutto l’esercito si accampò di fronte ai Cartaginesi, presso la città detta Ece (1 Troia), alla distanza. di circa cinquanta stadi dai nemici. […]. I Cartaginesi, devastate le località sopra enumerate, varcarono l’Appennino e discesi nel territorio del Sannio, assai fertile e da lungo tempo immune da guerre, poterono disporre di tanta abbondanza di viveri, […]. Fecero una scorreria anche nel territorio di Benevento, colonia romana: presero fra l’altro la città di Venosa. […]. […]. (Annibale) mosse verso la pianura di Capua, e precisamente in direzione di Falerno (2. monte Massico). Annibale dunque si atteneva al piano che aveva abilmente formulato.

Fu presente, NON CERTO pacificamente, con il suo esercito di mercenari, descrisse Polibio, dopo Capua, in Sinuessa, Cuma, Dicearchia, quindi Napoli, ultima Nocera; Cales e Teano. […]. In questo modo dunque Annibale uscî dalla pianura di Falerno; quindi, ponendo l’accampamento in luoghi sicuri, cominciò a pensare seriamente a come e dove avrebbe stabilito i suoi quartieri d’inverno: diffuse cosi grave timore e preoccupazione fra le città e le popolazioni italiche. Il generale Annibale, per tornare là donde abbiamo preso le mosse, informato dagli esploratori che nel territorio di Luceria c di Gerunio (Casacalenda) si trovava grande quantità di frumento e che Gerunio era località molto adatta per istituirvi un deposito, decise di passare lì l’inverno: avanzò dunque marciando alle falde del monte Liburno (2) verso i luoghi suddetti. Giunto a Gerunio, che dista duecento stati da Lucera. […]. (Marco, comandante dell’esercito Romano, n. d. r.) Giunto sul colle che si leva nel territorio di Larino (1) e si chiama Calene, vi pose l’accampamento, deciso ad attaccare il nemico a ogni costo. (AVVENIMENTO GIA’ DESCRITTO). […], quando Annibale mosse con le sue truppe dal campo presso Gerunio. Giudicando vantaggioso costringere i nemici a combattere a ogni costo, si impadroni della rocca della città di nome Canne (1). In questa i Romani avevano raccolto il grano e gli altri veltovagliamenti dal territorio di Canusio e […]. (vedi figura: gli itinerari di Annibale descritti da Polibio).

QUANTO DESCRITTO DA POLIBIO, ANCORA UNA VOLTA, SCAGIONA ANNIBALE ED IL SUO ESERCITO di MERCENARI DAL SACCHEGGIO E DALLA DISTRUZIONE DEL SANTUARIO del popolo dei PENTRI, SITO NEL TERRITORIO DI PIETRABBONDANTE.

NESSUN DESCRIZIONE DEL SACCHEGGIO E DELLA DISTRUZIONE DEL SANTUARIO PRESSO CAMPOCHIARO.

ANCHE Livio, NON DESCRISSE UNA DEVIAZIONE degli  itinerari di Annibale verso il territorio del popolo dei PENTRI.

Il suo esercito, come precedentemente illustrato da Polibio, PROSEGUI’, INDISTURBATO, lungo la costa del Mare Adriatico verso la DAUNIA, raggiungeseARPI e, successivamente, lasciato una parte del suo esercito in DAUNIA, si diresse verso la costa del Mare Tirreno.

Livio, scrisse: Annibale passò, attraverso il territorio degli Irpini nel Sannio (il territorio degli Irpini, era Sannio, n. d. r.); sacccheggiò il territorio beneventano (territorio degli Irpini, n. d. r.), prese la città di Telesia (nel territorio dei Caudini, n. d. r.). […]. (vedi figura).

N. B. La DISTRAZIONE di Livio: il territorio del popolo degli IRPINI era localizzato nel vasto territorio chiamato SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO, ma dall’anno 293 a. C., COME GIA’ EVIDENZIATO, UNICAMENTE IL TERRITORIO DEL POPOLO dei PENTRI fu chiamarono SANNIO/SAMNIUM/SAFNIO/SAFNO, nome che aveva localizzato, dal XI-IX sec. a. C., il vasto territorio che si estendeva dal PICENO alla LUCANIA. (vedi figura).

Dalla dettaglia descrizione di Livio, abbiamo APPRESO: dopo la presa della città di TelesiaAnnibale proseguì il viaggio verso sud-sud ovest per DISCENDERE nei territori di: AlifeCaiazzo. CalesL’Agro Falerno e POSE gli accampamenti presso il fiume VolturnoOccupò Casilino, tagliata dal fiume Volturno(gli stessi territori e le stesse città ricordate Polibio).

QUANTO DESCRITTO ACCADDE NELL’AUTUNNO INOLTRATO DELL’ANNO 217 A. C.; CON L’APPROSSIMARSI DELLA STAGIONE INVERNALE E CON ESSA IL MESE DI DICEMBRE DEL 217 A. C., l’ANNO IN CUI, SECONDO IL PARERE DEGLI ESPERTI, ANNIBALE ED IL SUO ESERCITO DI MERCENARI, AVREBBERO SACCHEGGIATO E DISTRUTTO, FRA I TANTI SANTUARI ESISTENTI NEL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI, UNICAMENTE I SANTUARI, LOCALIZZATI NEL TERRITORIO DELLA ODIERNA PIETRABBONDANTE ED IL SANTUARIO LOCALIZZATO NEL TERRITORIO DELL’ODIERNA CAMPOCHIARO, IGNORANDO I SANTUARI, ESISTENTI ALL’EPOCA, NEGLI ALTRI INSEDIAMENTI NEL POPOLO DEI PENTRI: Agnone, Schiavi d’Abruzzo. Colle Vernone (?). Alfedena. Roccaspromonte. San Giovanni in Galdo. Campochiaro. Capo di Campo. Sepino e Macchia Valfortore.

TANTI SONO GLI ESPERTI, CONVINTI DEL SACCHEGGIO E DELLA DISTRUZIONE DA PARTE DI ANNIBALE E DEL SUO ESERCITO DI MERCENARI, UNICAMENTE DEL SANTUARIO DEL POPOLO DEI PENTRI, SITO NEL TERRITORIO DI PIETRABBONDANTE.

SIC ET SIMPLICITER, IN INTERNET, POSSIAMO LEGGERE, FRA LE TANTE PUBBLICAZIONE SPECIALISTICHE: 1. Le fasi costruttive principali si snodano tra il IV sec. a.C., con il Tempio ionico e l’oikos distrutti durante la seconda guerra punica, […]. 2. Fu distrutto probabilmente dall’esercito di Annibale, che nell’inverno del 217 a.C. si era accampato in territorio sannitico, nei pressi dell’attuale Casacalenda 3. Una seconda sistemazione, in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a.C., è testimoniata all’inizio del secolo successivo dalla costruzione del tempio A, che prospetta un antico percorso viario. 4. Risale a questo periodo l’edificazione del cosiddetto tempio ionico, saccheggiato e distrutto nel 217 a.C. dalle razzie di Annibale, in cerca di facili bottini per finanziare la sua spedizione in Italia. 5. mentre all’inizio del secolo successivo, in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a. C.; CONFERMANO CHE TUTTO ACCADDE, NELL’ANNO 217 A. C..

QUALI EDIFICI E QUALI TESORI, ESISTEVANO NEL SANTUARIO DEL POPOLO DEI PENTRI, SITO PRESSO PIETRABBONDANTE, TANTO DA STIMOLARE la CUPIDIGIA di ANNIBALE E DEI SUOI MERCENARI ?

Le numerose pubblicazioni specialistiche, all’UNISONO. ILLUSTRANO, ESISTENTE all’EPOCA del SACCHEGGIO e della DISTRUZIONE di un UNICO TEMPIO, chiamato IONICO e di un altro EDIFICIO di dimensioni più ridotte, chiamato AERARIUM/erario; TUTTO ACCADDE, SOSTENGONO, CONVINTAMENTE GLI ESPERTI, nell’ANNO 217 a. C.. (vedi in figura il TEMPIO IONICO e l’AERARIUM/erario).

SUCCESSIVAMENTE AL SACCHEGGIO ED ALLA DISTRUZIONE DEL SANTUARIO, nella prima metà II sec. a. C., fu costruito il TEMPIO A e, tra la fine del II secolo, e l’inizio del I sec. a. C., fu costruito il TEATRO ed il TEMPIO B sull’area già occupata dal TEMPIO IONICO, DISTRUTTO, E’ BENE EVIDENZIARE, NON DAI CARTAGINESI, MA DALLA NECESSITA’ DI AMPLIARE E RENDERE MONUMENTALE IL SANTUARIO. (vedi figura).

I LAVORI NEL SANTUARIO NON FURONO COMPLETATI A CAUSA dello SCOPPIO della GUERRA SOCIALE, NELL’ANNO 91 A. C.. (vedi figura)

ESAMINANDO quanto pubblicò youtube il 27 maggio 2021: Il Mythonauta Molise. NICOLA MASTRONARDI racconta il santuario italico di Pietrabbondante. Angelo Iocco: […] ma io se non erro, dice l’intervistatore, ho sentito vibrare niente meno che il nome di Annibale riguardo a una certa storia. Annibale è legato, risponde l’intervistato: alla storia del teatro, in particolarmente il teatro viene costruito al di sopra dei resti di un altro tempio jonico che è stato distrutto insomma da saccheggiato dal passaggio delle truppe annibaliche. Sono state ritrovate nel santuario moltissime armi in particolare alle spalle del teatro sono stati rinvenuti i resti di elmetti, di varie armi che testimoniano appunto il passaggio e anche la forza distruttrice di Annibale e soprattutto come erano equipaggiati e vestiti.

ILLUMINANTE quanto dichiarò l’intervistato: Sono state ritrovate nel santuario moltissime armi in particolare alle spalle del teatro sono stati rinvenuti i resti di elmetti, di varie armi che testimoniano appunto il passaggio e anche la forza distruttrice di Annibale e soprattutto come erano equipaggiati e vestiti.

Già all’epoca dei primi scavi archeologici voluti dai regnati Borbonici, vennero alla luce e furono recuperati, INGENTI quantità di ELMI, LANCE, SCUDI, SCHINIERI e PUGNALI, SPARSI su TUTTA L’AREA del SANTUARIO dove, nel corso del II sec. a. C. e fino allo scoppio della Guerra Sociale, nell’anno 91 a. C., erano iniziati i lavori di AMPLIAMENTO.

Oltre alla ristrutturazione dei pochi edifici, ereditati dal PASSATO, ne furono costruiti degli altri per scopi religiosi e per ospitare riunioni politiche; DIVENTANDO Il SANTUARIO più IMPORTANTE, NON SOLO DEL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI, QUANTO di TUTTI I POPOLI ITALICI. (vedi figura).

All’UNISONO gli ESPERTI, nelle loro pubblicazioni su quanto è stato ed è TUTTORA recuperato nel corso delle periodiche campagne di scavo, hanno sempre DESCRITTO le COSPICUE QUANTITA’ di armi RITROVATE. COSPICUA QUANTITA’, OSSIA: GRANDE, INGENTE, ABBONDANTE QUANTITA’ DI ARMI SONO STATE RITROVATE IN COSI’ GRAN NUMERO, TANTO DA SMENTIRE, CLAMOROSAMENTE, SE CE NE FOSSE ANCORA BISOGNO, LA PRESENZA, IL SACCHEGGIO E LA DISTRUZIONE DI ANNIBALE E DEL SUO ESERCITO DI MERCENARI.

SE NEL SANTUARIO, FOSSE STATO PRESENTE ANNIBALE ED I SUOI MERCENARI, CERTAMENTE NON AVREBBERO ANCHE ABBANDONATO: UN NUCLEO DI 342 MONETE CONSEVATE ALL’INTERNO DELL’ARCA, CONSERVATE ALL’INTERNO DELL’AREA ed il TEMPIO L o AERARIUM, che NON FU TUTTAVIA DISTRUTTO.

Le 342 MONETE IN BRONZO E ARGENTO RIFERIBILI AD UN PIACULUM AVVENUTO IN OCCASIONE DELLA COSTRUZIONE. LA MAGGIOR PARTE DELLE MONETE ROMANE SONO RIFERIBILI AGLI ULTIMI DEVENNI DEL III SECOLO A. C. E INTERPRETABILI COME PAGAMENTO DEL CONTINGENTE SANNITA ( i PENTRI, n. d. r.), n. d. r.), FEDELE ALLEATO DI ROMA; ESSE COSTITUISCONO UN FONDAMENTALE AGGANCIO CRONOLOGICO PER L’EDIFICAZIONE DELLA STRUTTURA.

L’ABBANDONO delle MONETE, è ricordato e descritto, con maggiori particolari, da Boccardi (2020): Lo scavo della cella, cuore dell’edificio sacro, intrapreso nel 2013 e continuato nel 2014, ha restituito una grande e importante quantità di reperti, tra cui il nucleo di 342 monete conservate all’interno dell’arca, […]. Le monete rinvenute all’interno dell’arca rappresentano un nucleo eterogeneo che copre cronologicamente circa un secolo di produzione. Oltre alle più antiche emissioni, rappresentate dalle monete argentee coniate dalle città campane di Fistelia e Allifae, datate al 325-275 a.C., sono presenti emissioni della prima metà del III sec. a.C. di Aesernia (odierna Isernia), Cales (odierna Calvi Risorta), Suessa Aurunca (odierna Sessa Aurunca), Compulteria (centro nei pressi di Alvignano), Teanum Sidicinum (odierna Teano), Neapolis (odierna Napoli). Le attestazioni quantitativamente più abbondanti e cronologicamente più recenti sono però testimoniate dalle produzioni di Roma che rappresentano circa i 2/3 dell’intero nucleo e che si chiudono verso la fine del III sec. a.C. […]. 

L’AERARIUM dove sono stati rinvenuti, DENARO E GIOIELLI. (vedi figura).

PER CONCLUDERE. ANNIBALE ED IL SUO ESERCITO DI MERCENARI, DURANTE LA LORO PRESENZA IN ITALIA, EBBERO, L’ OCCASIONE DI SACCHEGGIARE E DISTRUGGERE UN SANTUARIO ?

SI.

NON NEL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI, BENSI’ NEL TERRITORIO A NORD OVEST, A CIRCA 35 KM. DA ROMA: il SANTUARIO di LUCUS FERONIAE. (vedi figura).

Livio, DILIGENTEMENTE, dopo la vittoriosa Battaglia di Canne (2 agosto 216 a. C.), descrivendo i movimenti dell’esercito Cartaginese, SEMPRE AL COMANDO DI ANNIBALE, nei territori della penisola Italica centro-meridionale, senza essere OSTACOLATO dai Romani, giunto nei pressi della città di ROMA, DEVIO’ il PERCORSO per raggiungere il SANTUARIO ed il tempio della dea LUCUS FERONIA, presso Ereto (Cretone, non lontano Palombara Sabina) […]. (vedi figura).

Gli storici, continuò Livio, confermano senza alcun dubbio il saccheggiò di questo tempio. Celio Antipatro (180 a. C. – 120 a. C.) narra che Annibale venendo da Roma deviò la marcia da Ereto verso il tempio della dea Feronia e che il suo cammino cominciò da Reate, Cutilia ed Amiterno; dalla Campania giunse poi nel Sannio, indi nel paese dei Peligni; passò poi sotto la città di Sulmona e si diresse verso i Marrucini, indi attraverso il Alba giunse ai Marsi, poi di qui arrivò ad Amiterno ed al villaggio di Foruli. Né in questo racconto vi può essere errore, perché in così breve spazio di tempo è difficile che si siano potute perdere le tracce del passaggio di un esercito così grande. Si affrettò (Annibale, n. d. r.), quindi verso il bosco sacro della dea Feronia, il cui tempio in quell’epoca era famoso per ricchezze. I Capenati e gli altri che abitavano vicino ad esso […], avevano ornato quel tempio con molto oro ed argento. Annibale lo spogliò di tutti questi doni. Dopo la partenza di Annibale, furono trovati mucchi di metallo, pezzetti di bronzo, che i soldati avevano gettato via spinti da scrupolo religioso. (vedi figura).

Livio, ricordò: Reate, Cutilia ed Amiterno; dalla Campania giunse poi nel Sannio, indi nel paese dei Peligni; passò poi sotto la città di Sulmona e si diresse verso i Marrucini, indi attraverso il Alba giunse ai Marsi, poi di qui arrivò ad Amiterno ed al villaggio di Foruli; territori e popoli che SUBIRONO la presenza di Annibale e del suo esercito di mercenari. Livio NON descrisse il saccheggio e la distruzione dei loro SANTUARI; probabilmente alcuni dei popoli citati, si erano alleati con i Cartaginesi dopo la Battaglia di Canne.

Livio, scrisse ed abbiamo letto: passò poi sotto la città di Sulmona e si diresse verso i Marrucini; Annibale, avrebbe IGNORATO la presenza nel territorio della città di Sulmona del SANTUARIO dedicato ad ERCULE CURINO, così illustrato nel sito del il Ministero della Cultura, cultura.gov.it: […]. Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni ’70 del secolo scorso nel territorio comunale di Sulmona. Posto sulle pendici del monte Morrone, in località Badia, il santuario terrazzato è una delle aree sacre più importanti dell’intero Abruzzo. Ebbe una continuità di vita e di ricchezza a partire dall’età ellenistica (IV-III sec. a. C.) fino alla metà del II sec. d. C. […]. La ristrutturazione generale dell’impianto si fa risalire all’inizio del I sec. a. C., con un terrazzo inferiore, sostruito da un imponente muro in opera quasi reticolata sul quale si impostano una serie di ambienti voltati sottostanti il piazzale. (vedi figura).

Nell’anno 216 a. C., era passato Annibale con il suo esercito di mercenari ed il SANTUARIO dedicato ad ERCULE CURINO NON fu saccheggiò, NON fu distrusse; il popolo dei PELIGNI era suo alleato ? Probabilmente SI, come TUTTI gli altri popoli ITALICI, ESCLUSI i SANNITI, già chiamati PENTRI.

Il sito del Ministero della Cultura, ricorda anche una ristrutturazione generale dell’impianto si fa risalire all’inizio del I sec. a. C., del SANTUARIO, presso Sulmona; una RISTURUTTURAZIONE DEL TUTTO SIMILE A QUANTO ERA ACCADUTO, ALLA FINE DEL II SEC. A. C., nel SANTUARIO localizzato nel territorio di PIETRABBONDANTE, CHE MAI FU TESTIMONE DELLA PRESENZA DI ANNIBALE E DEL SUO ESERCITO DI MERCENARI.

QUESTO E’ QUANTO.

ORESTE GENTILE.

LA BATTAGLIA DI AQUILONIA (ANNO 293 A. C.), NEL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI. (Tito Livio, 59 a. C. – 17 d. C.) ? NEL TERRITORIO DEGLI IRPINI. (Theodor Mommsen, 1817 – 1903) ) ? NEL TERRITORIO DEI CARACENI o CARRICINI, PRESSO PIETRABBONDANTE. (studiosi moderni) ?

giugno 5, 2026

LA BATTAGLIA DI AQUILONIA (ANNO 293 A. C.), fu descritta da Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.), con RICCHEZZA di particolari in AB URBE CONDITA (27 a. C. – 14 d. C.).

I Romani, dal I sec. a. C., avevano occupato DEFINITIVAMENTE l ITALIA; il suo territorio, con l’imperatore Augusto (63 a. C. – 14 d. C.), nell’anno 7 a. C., fu diviso amministrativamente, in XI REGIONI.

La IV Regione Augustea, chiamata SAMNIUM/SANNIO, comprendeva i territori dei popoli originati dalla grande migrazione, tra i sec. XI-IX a. C., dal territorio chiamato SAFNIO/SAFNO/SAMIUN/SANNIO (la SABINA), abitato dai SAFINI/SABINI. (vedi figura 1. i 13 popoli di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA. figura 2. SAMNIUM, la IV Regione Auguste).

IMPORTANTE TENERE PRESENTE: GLI STORICI, tranne qualcuno DISINFORMATO, SANNO CHE I ROMANI, DOPO L’ANNO 293 A. C., CHIAMARONO SANNIO, UNICAMENTE IL TERRITORIO E SANNITI IL POPOLO CHIAMATO PENTRI, FIN DAI SECOLI XI-IX A. C., DELLA LORO ORIGINE.

BENE è anche conoscere la DIFFERENZA TRA una URB, dal latino: URB CITTA’ ed un ACCAMPAMENTO = INSEDIAMENTO o ALLOGGIAMENTO PROVVISORIO ALL’APERTO, COSTITUITO SOLITAMENTE DA TENDE, BARACCHE o RIPARI MOBILI.

FUORI le MURA dell’URB/CITTA, chiamata AQUILONIA: era stato ALLESTITO l’ACCAMPAMENTO SACRO(vedi in figura un esempio).

Tito Livio, nella sua AB URBE CONDITA, dal capitolo XXXVIII al capitolo XLIV, oltre all’URB/CITTA’ di AQUILONIA, ricordò, essendo state coinvolte nella battaglia di Aquilonia, le civitates: Cominio (?), Bovianum/Bojano e Saepinum/Sepino

Scrivendo tra gli anni 27 a.C. – 14 d.C., le localizzò, CORRETTAMENTE, nel territorio chiamato SANNIO; ma SANNIO, come già EVIDENZIATO, per volere di Roma, dall’anno 293 a. C., completata la conquista della penisola italica, identificava UNICAMENTE il territorio del popolo dei PENTRI.

Dell’antica URB/CITTA’ conosciamo l’antico nome: AQUILONIA, localizzata nel territorio, SANNIO, già PENTRO, ma IGNORIAMO il suo odierno nome.

Tito Livio, descrivendo con ricchezza di particolari la BATTAGLIA DI AQUILONIA, ricordò, come esamineremo, fosse PROTETTA da una cinta muraria e, FUORI dalla cinta muraria, i SANNITI (già PENTRI) avevano posto un ACCAMPAMENTO per ospitare i giovani che avrebbero costituito, dopo il giuramento, la LEGIONE LINTEATA.                             

 Livio ricordò, per essere state coinvolte nella BATTAGLIA, le 3 (TRE) civitates: Cominio (?), Bovianum/Bojano e Saepinum/Sepino, non lontane dall’URB/città di Aquilonia. (vedi figura).

Livio, fu MOLTO CHIARO nel descrivere la BATTAGLIA DI AQUILONIA: Sic ad Cominium, sic ad Aquiloniam gesta res; in medio inter duas urbes spatio, ubi tertia exspectata erat pugna, hostes non inuenti./Così andarono le operazioni a Cominio, così ad Aquilonia; nel tratto compreso fra le due città, dove ci si era atteso un terzo combattimento, non si trovò traccia dei nemici. (X, 43). Livio ricordò duas urbes/due città: Cominio ed Aquilonia; ergo: Aquilonia era un’URB/CITTA’, NON un ACCAMPAMENTO.

OGGI. alcuni studiosi, sostengono: AQUILONIA NON ERA un’URB/CITTA’, BENSI’ era l’ACCAMPAMENTO, decritto da Livio, ma era LOCALIZZATO a sud est dell’odierno centro abitato di Pietrabbondante, chiamato CALCATELLO, OCCUPATO, ancora OGGI, dal monumentale SANTUARIO del popolo dei PENTRI.

SAPPIAMO che SOLO in ocasione della Guerra Sociale (91 – 88 a. C.), divenne il SANTUARIO dei Ribelli Italici, dopo la conquista Romana di Corfinio, loro Prima Capitale. (vedi foto).

Tito Livio, FU MOLTO ATTENTO nel descrivere l’URB/CITTA’ di AQUILONIA, NON un accampamento OMONIMO0. CITO’ più volte l’URB/CITTA’ di AQUILONIA e le sue MURA di CINTA; NON ERA, un’ACCAMPAMENTO o un’AREA SACRA localizzata, come sostengono gli studiosi nostri contemporaei, a sud est dell’odierno centro abitato di Pietrabbondante.

LIVIO, DESCRISSE SEMPRE un’URB/CITTA’: […] le ali si volgono verso direzioni opposte, la destra all’accampamento dei Sanniti, la sinistra alla città. Volumnio prese l’accampamento alquanto tempo prima; presso la città Scipione incontra una resistenza più forte, non perché i vinti abbiano più coraggio, ma perché le mura proteggono dagli attacchi più d’una palizzata: di là tengono lontano il nemico con lancio di pietre. […].  I Sanniti usciti di notte dalla città, avevano veduto questa moltitudine non protetta né da trincee né da corpi di guardia. Tale moltitudine era stata avvistata anche dalle mura d’Aquilonia, e […].                                                                             

Livio, chiamò l’URB/CITTA’, SEMPRE AQUILONIA, ricordando e descrivendo anche l’ACCAMPAMENTO SACRO, sito FUORI, ripeto, FUORI dalle MURA di cinta dell’URB/CITTA’ di AQUILONIA: Conspecta et ex muris Aquiloniae ea moltitudo erat iamsque etiam legionarie chortes sequebantur […]/Tale moltitudine era stata avvistata anche dallemura d’Aquilonia, e già muovevano ad inseguirla anche le coorti delle legioni.

Con la stessa DILIGENZA con cui descrisse l’URB/CITTA’ di AQUILONIA, Livio descrisse l’ACCAMPAMENTO, localizzato FUORI le mura di cinta della URB/CITTA’: Poi tutto l’esercito ricevette l’ordine di radunarsi ad Aquilonia. Vi si raccolsero circa sessantamila uomini, il fiore delle milizie ch’erano nel Sannio. Ivi, quasi nel centro dell’accampamento (De Mauro: campo militare in cui i soldati sono alloggiati in tende o baracche, n. d. r)), si racchiuse tutt’intorno con tramezzi di graticci e si coprì con drappi di tela uno spazio che s’estendeva al massimo per duecento piedi, ugualmente in ogni direzione. Ivi si offrì un sacrificio, secondo quanto s’era letto in un vecchio libro linteo: il sacerdote era un certo Ovio Paccio.

Contemporaneamente, Livio, descrisse la: legione chiamata linteata dalla copertura del recinto in cui era stata consacrata la nobiltà; […]. V’era poi un altro esercito di poco più di ventimila uomimiche non sfigurava di fronte alla legione linteata, nè per l’aspetto fisico dei soldati, nè per la gloria, nè per apparecchiatura bellica. Questo contingente di uomini che rappresentava il fiore delle milizie s’accampò nei pressi di Aquilonia.

LOCALIZZAZIONE DELL’URB/CITTA’, chiamata dagli Storici di TUTTE LE EPOCHE: AQUILONIA.

Alcuni SECOLI fa, Theodor Mommsen (1817-1903) localizzò l’URB/città di Aquilonia nel territorio del popolo degli IRPINI e la IDENTIFICO’ con la odierna città di LACEDONIA (AV).

Se la BATTAGLIA di AQUILONIA, fosse avvenuta presso Lacedonia, nel territorio degli IRPINI, per quale motivo Livio avrebbe coinvolto nella battaglia: Cominium (localizzazione ed identificazione incerta); Bovianum/Bojano e Saipins (osco)/Saepinum/Sepino, localizzate nel territorio del popolo dei SANNITI, già PENTRI, citati per essere stati indiscussi protagonisti nella BATTAGLIA di AQUILONIA, dopo la conquista Romana ? (vedi figura).

L’antico insediamento, oggi LACEDONIA, erano SI, nel territorio chiamato SANNIO, ma SANNIO, dall’anno 293 a. C., identificava il territorio dei PENTRI, NON il territorio del popolo degli IRPINI. (vedi figura).

I discepoli di Mommsen, nostri contemporanei, HANNO CONDIVISO, come ESAMINEREMO, la sua CONVINZIONE della ESISTENZA, nella Storia, di 2 (DUE) coloniae: una BOVIANUM VETUS, l’altra UNDECUMANORUM; MA, NON HANNO CONDIVISO, SENZA UNA MOTIVAZIONE, la LOCALIZZAZIONE di AQUILONIA, DECISA da Mommsen, nel territorio del popolo degli IRPINI e presso la città di LACEDONIA,

CONVINTAMENTE e DISINVOLTAMENTE, IGNORANDO il PARERE di Mommsen a favore di LACEDONIA, i suoi discepoli (DISOBBEDENDO) hanno localizzata la famosa BATTAGLIA di AQUILONIA, nel territorio pertinente all’odierno paese di Pietrabbondante (IS),

I discepoli di Mommsen, nostri contemporanei, BASANO la loro convinzione sulla PRESENZA, ancora oggi, di un anonimo insediamento fortificato del XI-IX sec.a. C. che, dalla sommità del monte Saraceno, scende e si prolunga verso nord est per inglobare anche l’area pertinente all’odierno centro abitato di Pietrabbondante. Quanto descritto, dovrebbe identificate l’antica BOVIANUM VETUS. (vedi figura).

Alla distanza di più o meno di 800 mt., verso est, nel territorio dove OGGI si localizza il monumentale SANTUARIO, costruito dal popolo dei PENTRI; tra la fine del II-inizio del I secolo fu AMPLIATO (vedi figura), per diventare il principale SANTURIO dei Ribelli Italici, in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), dopo la caduta di Corfinium/Corfinio, la PRIMA capitale della Lega Italica.

Nell’AREA dove, come esamineremo, già dal V sec. a. C. erano stati costruire alcuni edifici, i discepoli di Mommsen, nostri contemporanei, LOCALIZZANO, chiamandolo AQUILONIA, l’ACCAMPAMENTO dove la LEGIONE LINTEATA prestò il GIURAMENTO. (vedi figura).

Mommsen, soggiornò in Italia; fu lungamente, presente anche in Pietrabbondante, per studiare i reperti archeologici portanti alla luce dai primi scavi iniziati nell’anno nell’1857, GRAZIE ai regnanti BORBONICI.

I risultati dei suoi STUDI, furono pubblicati nella monumentale, opera del Corpus Inscriptionum Latinarum (C. I. L.), composta, si legge in wikipedia: diciassette volumi in circa settanta parti, che registrano circa 180.000 iscrizioni. Tredici volumi supplementari hanno incisioni ed indici speciali. Ben quindici volumi furono pubblicati quando Mommsen era in vita. La prima edizione fu pubblicata nell’anno 1863.

Quanto fu illustrato da Monnsen, oggi, come esamineremo, ha dato origine alle POLEMICHE che FALSANO la STORIA, soprattutto del popolo dei SANNITI, già PENTRI.

Mommsen, era CONVINTISSIMO che fossero esistite 2 civitates e capitali: BOVIANUM VETUS, capitale del popolo dei CARACINI o CARRICINI e BOVIANUM UNDECUMANORUM, capitale del popolo dei PENTRI, chiamati dai ROMANI, dall’anno 293, SANNITI e SANNIO, il loro antico territorio.

Nel C.I.L. Regio IV, LVII,, Mommsen, DICHIARO’: […], due città (le 2 Bovianum. n. d. r.), delle quali una è chiamata chiaramente capitale dei Sanniti Pentri (Livio 9,31), l’altra dei Sanniti Caraceni che fu una volta capitale allo stesso modo, nulla è contrario. Per dare maggiore credibilità a quanto aveva DECISO, ritenne opportuno ripetere: Bovianum Vetus (Pietrabbondante prope Agnone). Tribù VoltiniaCiò se avvertimmo rettamente che nel medesimo luogo (Pietrabbondante, n. d. r.) è indicata la capitale della gente, come l’altra dei Pentri, così è necessario che qua fosse la città primaria dei Sanniti Caraceni.

MOMMSEN, per avallare le sue convinzioni, aveva sempre aggiunto: nulla è contrario; così è necessario; sembra; suppongoE né è contrario; come è lecito (supporre); nulla impediscequantunque per dire il vero.         

QUANTA MODESTIA.

QUANTO STABILITO da Mommsen, se fosse stato VERO, avrebbe penalizzato, RIDUCENDO, il vasto territorio dove, tra i secoli XI-IX a. C., in occasione della Grande Migrazione dal SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO, avevano presero stabile dimora i 7. 000 giovani che si chiamarono PENTRI, a VANTAGGIO del meno vasto territorio occupato, al loro arrivo, dai consanguinei CARACINI o CARRICINI, (vedi figura, l’ESTENSIONE del territorio del popolo dei CARACINI o CARRICINI, se PIETRABBONDANTE, fosse stata Bovianum Vetus, la loro capitale o città primaria, come scrisse Mommsen, a DANNO del territorio dei PENTRI).

PIU’ di uno Storico, PIU’ di uno Studioso, IGNORA o FINGONO di IGNORARE o hanno DIMENTICATO o FINGONO di DIMENTICARE: Mommsen, MODIFICO’ la Storia tramandata da TUTTI gli Storici che lo avevano preceduto; DECRETANDO: BOVIANUM VETUS, era stata la capitale dei CARACENI o CARRICINI, mentre Plinio Secondo il Vecchio, aveva ILLUSTRATO, in modo CHIARO: Samnitium, quos Sabellos et Graeci Saunitas dixere, coloniae et alterum cognomine Undecumanorum.

DILIGENTEMENTE, Plinio aveva illustrato, ma Mommsen e gli altri Storici e studiosi, NON capirono o hanno fatto finta di NON capire: Bovianum Vetus era la coloniA dedotta da Cesare tra gli anni 48-46 a. C., ILLUSTRATA, dallo stesso Mommsen nel C.I.L con il n. 2563. Mommsen, NON POTEVA IGNORARE: fra gli anni 43-41 a. C., in base alla legge Julia, ci fu l’assegnazione agrarie da parte di Ottavio; Bovianum/Bojano, OSPITO’ NUOVI i coloni:Bovianum, oppidum, legge Iulia, milites deduxerunt sine colonis; ancora, tra gli anni 73-75 d. C., vivente Plinio Secondo il Vecchio, il “suo”imperatore Vespasiano assegnò i terreni ai veterani della legioneXIClaudia: Bobianus, oppi dum. Iter populo debetur ped. X, lege Iulia est deductum.

MAI E’ ESISTITA UNA BOVIANUM VETUS, CAPITALE DEL POPOLO DEI CARACINI O CARRICINI. MAI E’ ESISTITA UNA BOVIANUM VETUS, PROTAGONISTA DELLA BATTAGLIA DI AQUILONIA.

NONOSTANTE quanto fu DECRETATO da Mommsen, i suoi DISCEPOLI, OGGI, SOSTENGONO: BOVIANUM VETUS era l’insediamento fortificato che, dalla sommità di Monte SARACENO, (vedi in figura: Bovianum Vetus, l’insediamento fortificato in figura colore viola), INGLOBAVA, verso est, l’odierna località di Pietrabbondante. l’URB/CITTA’ AQUILONIA, descritta da Tito Livio, NON ERA UN’URB/CITTA’, ma l’ACCAMPAMENTO, il RECINTO SACRO costruito con pali di legno e teli, dove i giovani della LEGIONE LINTEATA, prestarono il GIURAMENTO. (vedi figura il RECINTO, colore marrone).

L’ ACCAMPAMENTO, che Livio, localizzò FUORI e NON LONTANO dall’URB/CITTA’ di AQUILONIA, gli studiosi nostri contemporanei, lo localizzanno, chiamandolo AQUILONIA, sulla vasta area dove, ancora OGGI, esiste il monumentale SANTUARIO.

IPOTESI INACCETTABILE.

Tito Livio, non era un VISIONARIO (De Mauro: chi ha una visione fantastica e distorta della realtà e quindi elabora progetti o teorie prive di qualsiasi riscontro).

Livio, DESCRISSE, in modo CHIARO, una URB/CITTA’ chiamata AQUILONIA, NON un accampamento omonimo.(notate le numerose citazioni: città): e bande de’ eserciti dei Sanniti si divisero il destro corno si fuggi verso le munizioni, il sinistro alla città. […]. Alla città fu fatta a Scipione più gagliarda resistenza non perchè i vinti avessero maggiore animo, ma perchè le mura resistono meglio delle armate che non fanno le bastie (De Mauro: piccola fortificazione provvisoria a forma di torre) onde con le pietre combattendo ributtavo i nemici. Scipione, pensando che la oppugnazione della città, forte di mura avesse da essere cosa lenta […] egli il primo con lo scudo sopra la testa si inviò alla porta e seguitarono gli altri, avendo fatto un palvesata (google: Forma una sorta di muro, parapetto o testuggine dietro al quale i soldati potevano proteggersi dal lancio di frecce e dardi.), entrarono per forza nella città; e ributtando i Sanniti presero le mura d’intorno alla porta, non avendo ardire (perchè erano troppo pochi) di andare più oltre nel cuore della città. […]. Di notte poi la città fu abbandonata dà terrazzani. (google: Nel Medioevo, indicava l’abitante o il nativo di una “terra”, intesa come borgo chiuso, castello o città fortificata.).

Ancora Livio, descrisse, come PROTAGONISTA, l’URB/CITTA’ di AQUILONIA: […] le ali si volgono verso direzioni opposte, la destra all’accampamento dei Sanniti, la sinistra alla città. Volumnio prese l’accampamento alquanto tempo prima; presso la città Scipione incontra una resistenza più forte, non perché i vinti abbiano più coraggio, ma perché le mura proteggono dagli attacchi più d’una palizzata: di là tengono lontano il nemico con lancio di pietre. […].  I Sanniti usciti di notte dalla città, avevano veduto questa moltitudine non protetta né da trincee né da corpi di guardia. Tale moltitudine era stata avvistata anche dalle mura d’Aquilonia, e […].

Un’URB/CITTA’ difesa da mura, ricordò Livio: Conspecta et ex muris Aquiloniae ea moltitudo erat iamsque etiam legionarie chortes sequebantur […]/Tale moltitudine era stata avvistata anche dalle mura d’Aquilonia, e già muovevano ad inseguirla anche le coorti delle legioni.

Altro PROTAGONISTA della BATTAGLIA, fu l’ACCAMPAMENTO, il RECINTO SACRO, dove i SANNITI celebrarono il giuramento della LEGIONE LINTEATA.

Livio lo localizzò FUORI LE MURA, NON LONTANO, come abbiamo già illustrato, dall’URB/CITTA’ di AQUILONIA: Quivi nel mezzo quasi del campo era ordinato un luogo chiuso di tavole e di graticci e coperto di tele di spazio dugento piedi egualmente in ogni parte. Quivi si fece il sacrificio secondo l’ordine letto in un antico libro antico panno lino da un certo Oviao Paccio sacerdote uomo di grande età […]. Questa legione fu cognominata linteata. Livio ricordò la legione, composta da 16.000 uomini. L’altro esercito fu poco più di ventimila […]. Questa cotanta somma, ch’era tutto sforzo di Sannio si alloggiò appresso (vicinanza nello spazio e nel tempo, n. d. r.) ad Aquilonia. […]. Le fanterie che scamparono, fuorono respinte dentro agli alloggiamenti presso (accanto, n. d. r.) Aquilonia. La nobiltà e le genti a cavallo fuggiro a Boiano. I cavalieri perseguitavano i cavalieri e similmente i pedoni le fanterie.

Livio, con la stessa DILIGENZA, descrisse l’accampamento, FUORI le mura di cinta dell’URB/CITTA’Poi tutto l’esercito ricevette l’ordine di radunarsi ad Aquilonia. Vi si raccolsero circa sessantamila uomini, il fiore delle milizie ch’erano nel Sannio. Ivi, quasi nel centro dell’accampamento (De Mauro: campo militare in cui i soldati sono alloggiati in tende o baracche, n. d. r), si racchiuse tutt’intorno con tramezzi di graticci e si coprì con drappi di tela uno spazio che s’estendeva al massimo per duecento piedi, ugualmente in ogni direzione. Ivi si offrì un sacrificio, secondo quanto s’era letto in un vecchio libro linteo: il sacerdote era un certo Ovio Paccio

Contemporaneamente, Livio descrisse la: legione chiamata linteata dalla copertura del recinto in cui era stata consacrata la nobiltà; […]. V’era poi un altro esercito di poco più di ventimila uomimi che non sfigurava di fronte alla legione linteata, nè per l’aspetto fisico dei soldati, nè per la gloria, nè per apparecchiatura bellica. Questo contingente di uomini che rappresentava il fiore delle milizie s’accampò nei pressi di Aquilonia. Come si può DUBITARE di Tito Livio se, con CHIAREZZA, illustrò quanto avvenne nel SANNIO, già territorio chiamato PENTRO ? PROTAGONISTI: AQUILONIA, un’URB/CITTA, BEN difesa, come sappiamo, da una cinta muraria e l’ACCAMPAMENTO dove prestò il GIURAMENTO la LEGIONE LINTEATA.

DIVERSAMENTE dalle conoscenze di Livio e di Mommsen, gli studiosi nostri contemporanei, sono CONVINTI: AQUILONIA, NON era un’URBE/CITTA’, ma un ACCAMPAMENTO/RECINTO SACRO, localizzato presso BOVIANUM VETUS/Pietrabbondante.

DIVERSAMENTE dalle conoscenze di Mommsen, gli studiosi nostri contemporanei, CONDIVIDENDO la sua CERTEZZA della ESISTENZA di BOVIANUM VETUS/Pietrabbondante, capitale o città primaria del popolo dei CARACENI o CARRICINI, NON SI SONO RESI CONTO, al pari di Mommsen, che la BATTAGLIA DI AQUILONIA, sarebbe avvenuta nel territorio dei CARACENI o CARRICINI; NON, come descrisse Livio, nel TERRITORIO del SANNIO/già chiamato PENTRO che, sempre a CAUSA della CONVINZIONE di Mommsen, avrebbe subito una RIDUZIONE della sua originaria estensione territoriale. (vedi figura).

In base alla OPINIONE degli studiosi nostri contemporanei, l’ACCAMPAMENTO o RECINTO SACRO, dove fu celebrato il GIURAMENTO della Legione Linteata, dovrebbe essere localizzato presso l’insediamento fortificato di BOVIANUM VETUS/Pietrabbondante, nell’AREA dove, nel corso dei secoli, sarebbe stato costruito il SANTUARIO del popolo dei CARACINI o CARRICINI, NON PIU’ dei PENTRI.

QUANTO illustrato, ACCADREBBE, se condividessimo quanto OGGI propongono gli studiosi nostri contemporani; CONDIVISERO ed ancora CONDIVIDONO, l’ERRATA OPINIONE di Mommse e dei suoi DISCEPOLI che, ancora OGGI, SOSTEGONO: BOVIANUM VETUS e BOVIANUM UNDECUMANORUM, erano state 2 (DUE) DISTINE E SEPARATE CAPITALI: VETUS, capitale dei CARACINI o CARRICINI ed UNDECUMANORUM, capitale dei PENTRI.

NE’ Mommsen, NE’ i suoi discepoli nostri contemporanei, si sono resi conto: l’ESISTENZA di 2 (DUE) BOVIANUM (Vetus ed Undecunanorum), DISTINTE e SEPARARE nel tempo e nello spazio, avrebbe CAUSATO la RIDUZIONE del territorio del popolo dei PENTRI. (vedi figura)

DOPO QUANTO ILLUSTRATO; LA CONCLUSIONE.

Tito Livio, ESPRESSE un’OPINIONE MOLTO DIVERSA dall’OPINIONE di Mommsen ma, soprattutto, da quanto fu molto CHIARO: il territorio protagonista nell’anno 293 a. C., della BATTAGLIA DI AQUILONIA, era chiamato SANNIO, già chiamato PENTRO. ASSOLUTAMENTE, la BATTAGLIA DI AQUILONIA, NON poteva essere localizzata nel territorio dei CARACENI o CARRICINI. AQUILONIA era un’URB/CITTA, NON UN ACCAMPAMENTO, protagonista della BATTAGLIA e FUORI dalle sue MURA, era stato costruito un ACCAMPAMENTO dove i giovani, selezionati per la LEGIONE LINTEATA, prestarono il GIURAMENTO.

GLI STORICI DI OGNI EPOCA, IGNORANDO ANCORA OGGI LA LOCALIZZAZIONE E LA IDENTIFICAZIONE DELL’URB/CITTA’ DI AQUILONIA, hanno PUBBLICANO UNICAMENTE delle IPOTESI.

SONO gli studiosi nostri contemporanei ad essere CONVINTISSIMI: AQUILONIA, NON ERA un’URB/CITTA’, BENSI’ l’ACCAMPAMENTO della LEGIONE LINTEATA, localizzato in un’AREA non lontana dall’insedimento fortificato, identificato da Mommsen essere stato BOVIANUM VETUS/Pietrabbondante; un’AREA, oggi chiamato Calcatello, dove sarebbe stato impiantato l’ACCAMPAMENTIO, UTILIZZATA dal V sec. a. C. ( la Battaglia di Aquilonia, avvenne nel III se. a. C.), per ospitare gli edifici da utilizzare per cerimonie religiose e riunione politiche. (vedi figura).

ASSOLUTAMENTE, NON vi fu installato, l’ACCAMPAMENTO DELLA LEGIONE LINTEATA, come SOSTENGONO gli studiosi nostri contemporanei, SMENTITI dagli articoli pubblicati da più siti google.

http://www.molise.beniculturali.it › aree-archeologiche (2014), pubblica: L’area dell’abitato si sviluppa su vari settori della cresta di una montagna: restano a livello della documentazione archeologica il tratto della poderosa fortificazione risalente al periodo delle guerre sannitiche sulla sommità del Monte Saraceno, a quota m 1212; il grande santuario con teatro in loc. Calcatello, a m. 1000 di quota, che ebbe la massima fioritura in età ellenistica ed era già abbandonato in età augustea; varie necropoli sannitiche e romane e varie testimonianze di edilizia residenziale soprattutto d’epoca romana. La fase sannitica più antica risale al 500 a.C. ca., ed ha la più cospicua documentazione nella necropoli in loc. Troccola.

L’area scelta dagli studiosi nostri contemporanei dove fu impiantato l’ACCAMPAMENTO per la cerimonia del Giuramento della Legione Linterata, come già illustrato, era già OCCUPATA dal V sec. a. C., come si legge, con maggiori particolari, anche nel sito www.musei.molise.beniculturali.it: L’area archeologica in località Calcatello, in posizione panoramica dominante la valle del Trigno, è relativa al più importante santuario dei Sanniti Pentri. Aveva un ruolo politico, a carattere confederale, con la partecipazione di una vasta comunità di Sanniti. Le prime testimonianze di frequentazione risalgono al V secolo a.C., tuttavia soltanto a partire dal IV secolo è possibile riconoscere le prime strutture legate al culto e poste nell’area sud-orientale. Fin dalle fasi più antiche appare stretto il legame tra questo santuario e l’esercito, come testimoniano le numerose armi dedicate nell’area sacra. Come altri luoghi di culto, già esistenti all’età delle guerre sannitiche, ebbe una sistemazione monumentale tra la fine del IV e il III secolo a.C., con la costruzione del cosiddetto tempio ionico. (vedi figura). Solo alla fine del II-inizi del I secolo a.C. verrà realizzato il complesso tempio (B)- teatro, con uno schema tipico dell’età ellenistica mediato dall’ambiente campano e latino. (vedi figura).

Palma D’Amico, nelle note al suo articolo, Le armi dell’Aerarium di Pietrabbondante: Strutture e Fasi di frequentazioni. (2018), scrive: Proprio tale andamento del terreno potrebbe aver condizionato e determinato la scelta dell’ubicazione di
strutture precedenti il cd. Tempio ionico (nota 1), come sembrerebbero indicare i rinvenimenti di materiali pertinenti il IV secolo a.C
.
.
In nota 1, si legge: 1) Per il Tempio ionico […]. La struttura mostra, in pieno III sec. a.C., forme monumentali rientranti nel contesto dell’ellenismo italico. Il porticato presenta capitelli ionico-italici, le cui basi sono ancora visibili ai lati del complesso teatro-Tempio B. (Pieno III sec. a. C., è un periodo stimato: da 300 al 201 a. C., n. d. r.).

GIA’ era stato costruito ed utilizzato l’AERARIUM, descritto da Daniela Fardella, in Armi dall’Aerarium di Pietrabbondante (2018): I materiali archeologici rinvenuti nel deposito ad est del muro di temenos dell’Aerarium, sono pertinenti alla frequentazione dell’edificio preesistente, il cosiddetto oikos, e si inseriscono in un orizzonte cronologico di seconda metà IV secolo a. C. prima metà III secolo a. C.. […].

Prima della BATTAGLIA DI AQUILONIA (anno 293 a. C.), ESISTEVA, illustra Simone Boccardi, in Un deposito votivo del Santuario di Pietrabbondante (IS) (2019): Ulteriori indagini iniziate negli anni 2016–2017 e ancora in corso hanno permesso di individuare le murature di un piccolo oikos, sito al di sotto dei livelli dell’Aerarium (Tempio L); la nuova struttura, databile a partire dal IV sec. a.C. e caratterizzata da una pianta quadrangolare di ca. 5 m. per lato, appartiene alla fase di vita precedente la costruzione del Tempio L, il cui perimetro si imposta sulle strutture più antiche. Si tratta di un dato utile alla comprensione delle fasi di vita dell’area. […].

Il sito http://www.wonders.it, pubblica: il grande santuario con teatro in loc. Calcatello, a m 1000 di quota, che ebbe la massima fioritura in età ellenistica ed era già abbandonato in età augustea; varie necropoli sannitiche e romane e varie testimonianze di edilizia residenziale soprattutto d’epoca romana. La fase sannitica più antica risale al 500 a.C. ca., ed ha la più cospicua documentazione nella necropoli in loc. Troccola(vedi figura).

Lo stesso sito http://www.wonders.it, pubblica: Tra il IV e gli inizi del I secolo a.C. i Sanniti Pentri eressero sui fianchi del monte Caraceno un maestoso santuario collegato a un teatro che divenne uno dei principali centri religiosi e politici della “nazione” sannitica. (vedi figura).

IL RINVENIMENTO delle monete, è una ulteriore TESTIMONIANZA che permette di conoscere la lontana epoca della frequentazione del SANTURIO sito nella località Calcatello dove gli studiosi nostri contemporanei, per TESTIMONIARE che la BATTAGLIA di AQUILONIA dell’anno 293 a. C., COINVOLSE sia il terriorio dove esisteva l’anonimo insediamento fortificato di Monte Saraceno che comprendeve l’attuale centro abitato di Pietrabbondante, identificato ERRATAMENTE da Mommsen con BOVIANUM VETUS, sia la vasta area dove erano GIA’ stati costruiti edifici per funsioni religiose e politiche.

Simone Boccardi, già citato, ha descritto (2019): un primo nucleo di emissioni più antiche rappresentate dalle coniazioni di Allifae, Peripoloi Pitanatai, Phistelia e Taras, attestate – a esclusione del diobolo di Taras – solamente con oboli. Quantitativamente maggiori risultano quelli di Phistelia, presenti con emissioni anepigrafi e con etnico, che testi- moniano l’intensa produzione del centro osco e la diffusione raggiunta dalle sue emissioni nel Sannio. […]. A differenza della produzione di IV sec. a.C., le emissioni di III si compongono principalmente di bronzi prodotti in area campano–san- nitica. L’unico esemplare argenteo di III secolo presente nel deposito risulta essere un triobolo di Arpi del 215–212 a.C. ca. (Tav. V,20), sola testimonianza della produzione non romana relativa agli anni della guerra annibalica coniata da una città che aveva defezionato da Roma.[…]. Difatti, se le monete dell’arca presentano una cronologia che si interrompe alla fine del III sec. a.C., la documentazione numismatica e archeologica proveniente dal resto del tempio mostra una continuità d’uso arrestatasi solamente nel corso del I sec. a.C. per ragioni connesse al Bellum sociale. […]. Allo stato attuale il nucleo rinvenuto si compone per la maggior parte di oboli di Fistelia seguiti quantitativamente da quelli di Alifae, emissioni di fine IV – inizio III sec. già abbondantemente riscontrate nel deposito votivo dell’arca e caratterizzate da un analogo stato di conservazione.

IL NOME DELL’ANTICO SITO DELLA ODIERNA PIETRABBONDANTE.

CERTAMENTE, come OGGI vogliono far credere, l’antico ed ancora ANONIMO nome del centro di Pietrabbondante, NON ERA SAFINIM, come RECENTEMENTE hanno proposto, in base alla sua incisione su di una stele, già conosciuta e studiata, SCOPERTA nel Santuario di Pietrabbondante da PIU’ di 2 (DUE) secoli (qualcuno direbbe: e SOLO ora l’hanno studiata ?). (vedi figura 1).

SAFINIM, compare inciso su una moneta (vedi figura 2) coniata in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.) e sulle stele di Penna Sant’Andrea. (vedi figura 3).

SAFINIM, infatti compare inciso sulla stele di Penna Sant’Andrea, accompagnato da una iscrizione in alfabeto osco, illustrata da A. La Regina [(in Penna Sant’Andrea Le stele paleosabelliche (1986)]: […]. Emerge infatti per la prima volta la possibilità di riconoscere in questa classe di documenti una pertinenza etnica, che viene qui esplicitata nelle forme safinùs, safinùm, safinas, safina […] presenti costantemente nelle tre iscrizioni. Safinim è anche il nome del Sannio, nella lingua sannitica, documentato da un’iscrizione, più recente, di Pietrabbondante (figura 2.) e da legende monetali della guerra sociale (figura 3.).  I Safìni di Penna Sant’Andrea saranno dunque quei Sabini di cui la tradizione romana conosceva la presenza sulle sponde dell’Adriatico(vedi figura 3).

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

P. S.

NON SONO POCHE LE PUBBLICAZIONI di autori diversi ED I SITI INTERNET CHE SOSTENGONO: LA PRESENZA IL SACCHEGGIO E LA DISTRUZIONE, DA PARTE DI ANNIBALE E DEL SUO ESERCITO, DEL SANTUARIO PENTRO DI PIETRABBONDANTE, TRA GLI ANNI 217 e 216 a. C., MA QUESTA E’ UN’ALTRA STORIA/BUFALA, già commentata su questo sito; ma riprenderemo l’argomento tra breve.

< il Sannio nel Sannio stesso >: il territorio dei Pentri, chiamato < Sannio >, nel vasto territorio chiamato < Safnio/Safno/Samnium/Sannio >.

marzo 30, 2026

il Sannio nel Sannio stesso: il territorio dei Pentri, chiamato Sannio, nel vasto territorio chiamato Safnio/Safno/Samnium/Sannio.

Una città denominata SANNIO ?

La frase scritta da Lucio Anneo Floro (II sec. d.C.): demolirono a tal punto anche i resti delle città che oggi si cerca il Sannio nel Sannio stesso, ha originato, in tempi più o meno recenti, la certezza: nell’antico passato, si IGNORA L’EPOCA, era esistita nel vasto territorio denominato SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO, una città (?), chiamata SANNIO, distrutta dai Romani durante i 50 anni di guerre con i popoli di origine SAFINA/SABINA /SABELLA/SANNITA.

Consultando quanto hanno TRAMANDATO le fonti bibliografiche più antiche, MAI, hanno RICORDATO una città chiamata SANNIO; ciò, NON ha evitato ad alcuni studiosi moderni, di proporre e sostenere, l’esistenza di una città chiamata SANNIO, in base all’UNICA citazione di Lucio Anneo Floro: demolirono a tal punto anche i resti delle città che oggi si cerca il Sannio nel Sannio stesso.

Le fonti bibliografiche consultate, di ogni epoca, IGNORAVANO ed IGNORANO l’esistenza e la distruzione di una città chiamata SANNIO.

Scilace di CariandaVI sec. a. C.. Polibio210-128 a. C./203-121 a. C.Cicerone106-43 a. C.Cesare102-44 a. C./100-44 a. C.Diodoro Siculo90-20 a. C.Virgilio70-19 a. C.Orazio65-8 a. C.. Dionisio di Alicarnasso60-8 a. C./55-8 a. C.Strabone67 a. C.-20 d. C.Livio64 a. C.-12 d. C./59 a. C.-17 d. C.Lucano39-65Pomponio MelaI sec. d. C.Plinio23-79Silio Italico25-101AppianoI sec. d. C.TolomeoII sec. d. C.Liber Coloniarum vol. I e IIIV-V sec.Procopio di Cesarea490-565/507-565.

SE DOVESSE MANCARE QUALCUNO degli Storici, NESSUN PROBLEMA: AVREBBE IGNORATO L’ESISTENZA DI UNA CITTA’ CHIAMATA SANNIO.

Alcuni storici moderni, basano la loro certezza su una semplice frase di Lucio Anneo Floro, vissuto nel II sec. d. C., l’UNICO che ricordò lesistenza di una antichissima città, SANNIO, localizzata nel territorio dei PENTRI, chiamato SANNIO dai conquistatori Romani, a partire dall’anno 293 a. C..

Se TUTTI gli Storici, DA SCILACE DI CARIANDA, VISSUTO NEL SECOLO VI a. C., A PROCOPIO DI CESAREA, VISSUTO NEL SECOLO V d. C., IGNORAVANO una CITTA’ chiamata SANNIOLUCIO ANNEO FLORO, VISSUTO NEL SECOLO II d. C., QUALE FONTE BIBLIOGRAFICA AVREBBE CONSULTATO, PER AFFERMARE: I ROMANI DISTRUSSERO, UNA CITTA’ CHIAMATA SANNIO, SITA NEL TERRITORIO DEL SANNIO ?

Il vasto territorio, conosciuto da TUTTI gli STORICI, occupato, tra XI-IX sec. a. C., in occasione delle 13 migrazioni dei giovani SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, fu chiamato SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO(vedi figura il vasto territorio chiamato SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO).

SOLO dopo l’anno 293 a. C., con la DEFINITAVA sconfitta e la sottomissione al potere di ROMA, dei 13 popoli SAFINI/SABINI/SABELI/SANNITI, SOLO i PENTRI, furono chiamati SANNITI e, UNICAMENTE il loro territorio, fu chiamato SANNIO. (vedi figura).

TITO LIVIO, descrivendo, con dovizia di particolari, quanto accadde dopo la sconfitta subita dai Romani presso Canne, il 2 agosto del 216 a. C., IDENTIFICO’, con il nome SANNITI, UNICAMENTE i PENTRI, l’UNICO popolo rimasto fedele alleato dei ROMANI dopo la sconfitta e SANNIO fu chiamato il loro territorio. (vedi figura)

Anche APPIANO (I sec. d. C.), elencando i popoli ribelli contro il potere di ROMA, ricordò dapprima i promotori della ribellione, i MARSI e di seguito: i PELIGNI. i VESTINI. i MARRUCINI. i FRENTANI. gli IRPINI. i POMPEIANI. i VENUSINI. gli IAPYGI ed i LUCANI.

Per ultimo, Appiano ricordò i SANNITI, ossia, scrisse Salmon (1967), per identificare SOLO i PENTRI, il popolo a cui Roma, dall’anno 293 a. C., aveva concesso una sovranità limitata sul loro antico territorio, (vedi figura).                

PLINIO SECONDO IL VECCHIO, nella sua Historia Naturalis, CONSAPEVOLE di quanto aveva stabilito la Riforma Augustea (VIII-VII sec, a. C.), descrisse, con dovizia di particolari la localizzazione del popolo dei SABINI e dei 13 popoli loro discendenti: 

PICENI. PRAETUTTII. MARRUCINI. VESTINI. AEQUII. MARSI. PELIGNI. CARECINI O CARRICINI. FRENTANI. PENTRI. IRPINI. CAUDINI e LUCANI; nella 2^ REGIONE, descrisse i popoli di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA:   99. Conectitur secunda regio amplexa HIRPINOS, CALABRIA, Apuliam. […]. Teanum Apulorum itemque Larinum, Cliternia, Tifernus amnis. inde REGIO FRENTANA. […].  106. Segue la quarta regione delle nazioni più potenti d’Italia. Sulle rive dei FRENTANI […]. i CARECINI, i Supernati e gli Infernati, gli Iuanensi. MARRUCINI, i Teatini.  I   PAELIGNORUM, […]. I MARSI, […]. Gli AEQUICULANI, […].  107. I VESTINI, […]. I SANNITI, che i Sabelli ed i Greci chiamavano Saunites, le colonie dei Boviani Vetus e un altro cognome degli Undecumeni, gli Aufidenates, Aesernini, Fagifulani, Ficolenses, Saepinates, Tereventinates. Dei SABINI, degli Amiternini, dei Curenses, […].  108. In questo luogo degli Aequicoli perirono […]. la città dei Marsi, fondata da Marsia, capo dei Lidi, […].  110. Quinta regio PICENI est[…] ager PRAETUTIANUS Palmensisque.

RICAPITOLANDO, in ordindi citazione: 

2^. REGIONEIRPINI. CALABRIA. Larino dei FRENTANI.     4^. REGIONEFRENTANICARECINI.MARRUCINI. PELIGNI. MARSI.  AEQUICULANI. VESTINI. SANNITI. SABINI. PICENI. PRAETUTTII; ed i PENTRI ?

Al paragrafo 107., dopo i VESTINIPlinio Secondo il Vecchio, come esaminato, chiamando SANNITI UNICAMENTE il popolo dei PENTRI, citò Boviamum/Bojano, loro capitale e ricordò le 2 coloniae dedotte: la prima da Cesare, che Plinio chiamò VETUS; la seconda, la UNDECUMANORUM, dedotta da Vespasiano.

Plinio elencò, in ordine alfabetico, le altre civitate esistenti, NON con il loro nome, come aveva fatto per la civitas di BOVIANUM, ma con il nome dei loro abitanti: Aufidenates, Aesernini, Fagifulani, Ficolenses, Saepinates, Tereventinates.

La Riforma Augustea del VIII-VII sec. a. C., CONFERMA che i Romani CHIAMARONO SANNITI, UNICAMENTE il popolo dei PENTRI e SANNIO, il loro territorio.                                                                                      

MAI era esistito un insediamento, piccolo o grande, chiamato SANNIO; MAI gli Storici dell’antichissimo passato, tranne alcuni studiosi della nostra epoca, hanno ricordato una città chiamata SANNIO; Paolo Diacono, storico longobardo, fece ECCEZIONE. Nella sua Historia Langobardorum (787–789/VIII sec.), dopo circa 2 secoli dalla conquista longobarda dell’Italia e l’origine del loro regno, dall’anno 568 all’anno 774, monaco nel monastero di Montecassino, descrisse, al paragrafo 20, nella sua opera, quanto era accaduto con la presenza dei Longobardi nel Ducato/Principato di Benevento.

Scrisse: La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. (I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco)

TUTTI IGNORANO le fonti bibliografiche consultate da Paolo Diacono, per descrivere la quattordicesima provincia chiamata SANNIO, con le città di: Chieti, Aufidena, Isernia e la SCONOSCIUTA SANNIO, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.

SUCCESSIVAMENTE, Paolo Diacono, nel paragrafo 29, scrisse quanto era accaduto nell’anno 667In quel periodo Alzecone, un duca dei Bulgari, lasciata, non si sa per quale motivo,la sua gente e passato pacificamente in Italia con tutte le truppe del suo ducato,andò da Grimoaldo promettendogli di servirlo e di fissarsi per sempre nel regno. Questi a sua volta lo mandò a Benevento, dal figlio Romualdo al quale ordinò di concedere ad Alzecone ed ai suoi territori sufficienti da viverci. E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. Come ordinò che Alzecone, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi quei luoghi e, sebbene parlino anche in latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.

Una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori, NON corrispondeva alla REALTA’ di quanto era accaduto nell’anno 667.                                                                                                                               

Le risorse naturali, infatti, non mancavano: le pianure, favorivano l’agricoltura, i pascoli e i boschi garantivano risorse per l’allevamento zootecnico e per l’industria della lavorazione del legno; l’abbondanza delle risorse idriche favorivano la costruzione dei mulini, delle gualchiere per la confezione dei tessuti e, non ultimo, l’attività artigianale.                                                                                                  

Le vie di comunicazione, già presenti nella regione grazie all’intervento dei Romani, facilitarono gli scambi commerciali con le regioni limitrofe.

Diacono, ricordò SI le civitate di SepinoBoviano/Bojano, Isernia, ma dimenticò di citare le altre civitate esistenti nel territorio del popolo dei PENTRI: Venafro, Trivento, Montagano/Fagifulae, Larino e Termoli, TUTTE sedi EPISCOPALI dal IV-V secolo e, fatta eccezione di Montagano/Fagifulae, erano state sedi degli omonimi gastaldati, poi chiamate CONTEE.                                                                                                                        

Alcune di esse, se non TUTTE, erano governate dai membri della nobiltà longobarda del Ducato, poi Principato di Benevento, come TESTIMONIANO le numerose donazioni, che, soprattutto, accrebbero il possesso fondiario del monastero di Montecassino e del  Monastero di san Vincenzo al Volturno.                                                                                                                                 

Il monastero di san Vincenzo al Volturno, fu costruito all’inizio del VIII secolo ed era localizzato: in Samnii partibus super ripam Vulturni fluminis/nella regione Sanniocome ricorda il Chronicon Vulturnense: nella regione Sannio, sulle rive del fiume Volturno.                                             

La scoperta, di una vasta necropoli del VI-VIII secolo, nel territorio di Campochiaro, per la RICCHEZZA dei corredi funerari, SMENTISCONO lo stato di decadimento, descritto da Diacono, delle civitate del territorio chiamato SANNIO, già territorio PENTRO. (vedi figure da: Conoscenze n. 4 del Ministero Beni Culturali. 1988).

Se il territorio già del popolo dei PENTRI, chiamati SANNITI ed il loro territorio chiamatoSANNIO dai Romani, dall’anno 293 a. C., fosse stato: una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori, come avrebbe potuto il gastaldo Guandelperto, titolare del gastaldato di Boiano contrastare coraggiosamente con Maielpotogastaldo di Telese, l’avanzata dei Saraceni verso i confini settentrionali del Principato di Beneventano ?

Erchemperto (XI sec.), scrisse: In quel tempo Maielpoto Telesino e Guandelperto Bovianese con molte preghiere condussero il duca di Spoleto Lamberto e il conte Garardo, a scontrarsi con lo stesso Saugdan, quando ritornava dalla devastazione di Capua, irruppero contro di lui nella terra di Ario (Ariano Irpino?,n.d.r.). Ma riavutosi il detto uomo si gettò sui Beneventani e Franchi gagliardamente e, rotti i cunei, ne uccise moltissimi, ed uccise crudelmente quanti ne riuscì a catturare, ed anche Garardo, Maielpoto e Guandelperto, nominati sopra, morirono allora nella stessa battaglia. […]. In quei giorni prese anche Venafro e depredò il monastero di san Vincenzo martire e tremila nummi d’oro ricevette per gli edifici non bruciati. Fatto questo accettò altrettanti nummi dal vicario di S. Benedetto.

L’intervento di Maielpoto e di Guandelpertogastaldi del principato di Benevento, che con molte preghiere condussero il duca di Spoleto Lamberto e il conte Garardo, a scontrarsi con lo stesso Saugdan, quando ritornava dalla devastazione di Capua, dimostra l’autonomia nei confronti del potere centrale del principato; è l’esempio di come a quel tempo, tra la confusione generale, molte signorie periferiche avevano acquistato una propria indipendenza di azione ed il fatto che due gastaldi abbiano finanziato la loro azione ed abbiano avuto la disponibilità di organizzare proprie milizie, dimostra la floridezza economica dei territori da loro amministrati.

Le antichissime civitate di Venafro, di Trivento, di Fagifulae/Montagano, di Larino e di Termoli, TUTTE sedi di diocesi episcopali e capoluoghi delle omonime contee, tranne Fagifulae/Montagano, NON furono ricordate da Diacono, citò UNICAMENTE: Boviano/Bojano, Sepino e Isernia.

TUTTE resistettero alle invasioni barbariche e furono sempre protagoniste nel territorio pertinente al Ducato, poi Principato Longobardo di Benevento;  capoluoghi dei GASTALDATI e poi, capoluoghi delle CONTEE omonime. (vedi figura: 1. gastaldato/contea di Venafro2. gastaldato/contea di Isernia. 3. gastaldato/contea di Trivento4. gastaldato/contea di Termoli. 5. gastaldato/contea di Larino. 6. gastalato/contea di Boiano). 

ALTRO CHE CITTA’, come scrisse Diacono, LOCALIZZATE IN UNA VASTA REGIONE SINO ALLORA DESERTA.

Paolo Diacono, fu ancora MOLTO DISTRATTO, quando, come già esaminato, scrisse: città Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento

La Provincia, il Ducato, poi Principato di Benevento, MAI fu chiamate SANNIO; nè SANNIO, come scrisse Paolo Diacono; fu UNICAMENTE chiamata: CAPITALEla ricchissima Benevento.

Nel territorio del Ducato, poi Principato di Benevento, E’ la  STORIA medioevale che ricordò il toponimo SANNIO, UNICAMENTE per localizzare ed identificare, come già illustrato: in Samnii partibus super ripam Vulturni fluminis/nella regione Sanniocome si legge nel Chronicon Vulturnense: nella regione Sannio, sulle rive del fiume Volturno, il territorio, già pertinente al popolo dei PENTRI, dove TRE NOBILI LONGOBARDI di Benevento, fecero costruire, nell’anno 703, il Monastero di san Vincenzo al Volturno, sito ad ovest e nel territorio della Provincia SAMNIUM, istituita nell’anno 346(vedi figura).

CORRETAMENTE, Lucio Anneo Floro, vissuto nel II sec. d. C., illustrò: il popolo romano attaccò i Sanniti, […]Tuttavia il popolo romano sottomise e domò costoro in cinquant’anni ad opera dei Fabi e dei Papirii, i padri e i loro figli, demolirono a tal punto anche i resti delle città che oggi SI CERCA IL SANNIO NEL SANNI STESSO né si individuano facilmente tracce di sussistenza di ventiquattro trionfi.

La citazione, SI CERCA IL SANNIO NEL SANNIO STESSO, per quanto era accaduto all’epoca, era CHIARISSIMA.

Lucio Anneo Floro, era consapevole che, in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), i Romani, sottomessi DEFINITIVAMENTE i 13 popoli abitanti nel SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO, il vasto territorio in cui si localizzava anche il territorio dei PENTRI, chiamato SANNIO, dopo l’anno 293 a. C., dai conquistatori ROMANI.

Il SANNIO, la nuova identità che i Romani avevano dato al territorio dei PENTRI, era stato TANTO DISTRUTTO, CHE ERA DIFFICILE CERCARLO o IDENTIFICARLO nel vasto territorio che fin dall’origine, era conosciuto con il nome di SANNIO/SAMNIUM/SAFNIO/SAFNO.

Si estendeva dalla SABINA alla LUCANIA e fu occupato tra i secoli XI-IX dai 13 gruppi di migranti e chiamato: SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO. (vedi figura).

CONCLUDENDO, RICORDIAMO: MAI ERA ESISTITA UNA CITTA’ CHIAMATA SANNIO. ERA ESISTITO IL TERRITORIO PENTRO, POI CHIAMATO SANNIO, DAI CONQUISTATORI ROMANI, DOPO L’ ANNO 293.

QUESTO E’ QUANTO.

Oreste Gentile.

Una città denominata SANNIO ?

La frase scritta da Lucio Anneo Floro (II sec. d.C.): demolirono a tal punto anche i resti delle città che oggi si cerca il Sannio nel Sannio stesso, ha originato, in tempi più o meno recenti, la certezza che, nell’antico passato, nel vasto territorio denominato SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO, fosse esistita, si IGNORA L’EPOCA, una città (?), chiamata SANNIO, distrutta dai Romani durante il lungo conflitto, durato circa 50 anni, con i popoli di origine SAFINA/SABINA /SABELLA/SANNITA.

Consultando quanto hanno TRAMANDATO le fonti bibliografiche più antiche, MAI, dico MAI, hanno RICORDATO una città SANNIO; ciò, NON ha evitato ad alcuni studiosi moderni, di proporre e di sostenere, in base all’ UNICA citazione di Lucio Anneo Floro, l’esistenza ed il protagonismo di una città chiamata SANNIO: demolirono a tal punto anche i resti delle città che oggi si cerca il Sannio nel Sannio stesso.

Le fonti bibliografiche consultate: IGNORAVANO l’accaduto. Scilace di Carianda, VI sec. a. C.. Polibio, 210-128 a. C./203-121 a. C.. Cicerone, 106-43 a. C.. Cesare, 102-44 a. C./100-44 a. C.. Diodoro Siculo, 90-20 a. C.. Virgilio, 70-19 a. C.. Orazio, 65-8 a. C.. Dionisio di Alicarnasso, 60-8 a. C./55-8 a. C.. Strabone, 67 a. C.-20 d. C.. Livio, 64 a. C.-12 d. C./59 a. C.-17 d. C.. Lucano, 39-65. Pomponio Mela, I sec. d. C.. Plinio, 23-79. Silio Italico, 25-101. Appiano, I sec. d. C.. Tolomeo, II sec. d. C.. Liber Coloniarum vol. I e II, IV-V sec.. Procopio di Cesarea, 490-565/507-565.

SE DOVESSE MANCARE QUALCUNO tra gli Storici che ho citato, NESSUN PROBLEMA: ANCH’ESSI AVREBBE IGNORATO L’ESISTENZA DI UNA CITTA’ CHIAMATA SANNIO.

Lucio Anneo Floro, vissuto nel II sec. d. C., secondo l’opinione degli storiografi moderni, era stato l’UNICO ad avere ricordato lesistenza di una antichissima città, chiamata SANNIO, localizzata nel territorio dei PENTRI.

Se TUTTI gli Storici, DA SCILACE DI CARIANDA, VISSUTO NEL SECOLO VI a. C., A PROCOPIO DI CESAREA, VISSUTO NEL SECOLO V d. C., IGNORAVANO l’esistenza della CITTA’ chiamata SANNIO, LUCIO ANNEO FLORO, VISSUTO NEL SECOLO II d. C., QUALE FONTE BIBLIOGRAFICA AVREBBE CONSULTATO, PER AFFERMARE, COME SOSTENGONO ALCUNI STUDIOSI MODERNI: I ROMANI DISTRUSSERO, NEL TERRITORIO DEL SANNIO, UNA CITTA’ CHIAMATA SANNIO ?

Il vasto territorio, CONOSCIUTO DA TUTTI GLI STORICI, occupato, tra XI-IX sec. a. C., dai giovani migranti. SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI in occasione delle 13 migrazioni, fu chiamato SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO (vedi figura il vasto territorio chiamato: SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO).

 

SOLO dopo l’anno 293 a. C., con la DEFINITAVA sconfitta e la sottomissione al potere di ROMA, dei 13 popoli nati dalla migrazione dei SAFINI/SABINI/SABELI/SANNITI , i ROMANI CHIAMARONO SANNITI SOLO il popolo dei PENTRI e CHIAMARONO SANNIO, UNICAMENTE il loro territorio. (vedi figura).

TITO LIVIO, descrivendo, con dovizia di particolari, quanto accaddde dopo la sconfitta subita dai Romani presso Canne, il 2 agosto nell’ANNO 216 a. C., RICORDO’: degli alleati SANNITI, UNICAMENTE i PENTRI rimasero fedeli ai ROMANI.

Correva l’anno 216 a. C. ed i Romani, dopo la definitiva sconfitta dei PENTRI, nell’anno 293 a. C., furono chiamati SANNITI e SANNIO il loro territorio. (vedi figura).

APPIANO (I sec. d. C.), elencando i popoli ribelli contro il potere di ROMA, ricordò dapprima i promotori della ribellione, i MARSI e di seguito: PELIGNI. VESTINI. MARRUCINI. FRENTANI. IRPINI. POMPEIANI. VENUSINI. IAPYGI. LUCANI. Per ultimo, Appiano ricordò i SANNITI, ossia, scrisse Salmon (1967), UNICAMENTE i PENTRI, il popolo a cui Roma, dall’anno 293 a. C., aveva concesso una sovranità limitata sul loro antico territorio, (vedi figura).

Il già citato PLINIO SECONDO IL VECCHIO, CONSAPEVOLE di quanto aveva stabilito la Riforma Augustea (VIII-VII sec, a. C.), nella sua Historia Naturalis, descrisse, con dovizia di particolari la localizzazione del popolo dei SABINI e dei 13 popoli loro discendenti: PICENI. PRAETUTTII. MARRUCINI. VESTINI. AEQUII. MARSI. PELIGNI. CARECINI O CARRICINI. FRENTANI. PENTRI. IRPINI. CAUDINI e LUCANI.

Nella 2^ REGIONE, descrisse i popoli di origine Safina/Sabina/Sabella/Sannita: 99 Conectitur secunda regio amplexa HIRPINOS, CALABRIA, Apuliam. […]. Teanum Apulorum itemque Larinum, Cliternia, Tifernus amnis. inde REGIO FRENTANA. […]. 106. Segue la quarta regione delle nazioni più potenti d’Italia. Sulle rive dei FRENTANI […]. i CARECINI, i Supernati e gli Infernati, gli Iuanensi. — I MARRUCINI, i Teatini. — I PAELIGNORUM, […]. I MARSI, […]. Gli AEQUICULANI, [...]. 107. I VESTINI, […]. I SANNITI, che i Sabelli ed i Greci chiamavano Saunites, le colonie dei Boviani Vetus e un altro cognome degli Undecumeni, gli Aufidenates, Aesernini, Fagifulani, Ficolenses, Saepinates, Tereventinates. Dei SABINI, degli Amiternini, dei Curenses, […]. 108 In questo luogo degli Aequicoli perirono […]. la città dei Marsi, fondata da Marsia, capo dei Lidi, […]. 110 Quinta regio PICENI est. […] ager PRAETUTIANUS Palmensisque.

RICAPITOLANDO, in ordine di citazione: 2^ REGIONE: IRPINI. CALABRIA. Larino dei FRENTANI. 4^ REGIONE: FRENTANI. CARECINI. MARRUCINI. PELIGNI. MARSI. AEQUICULANI. VESTINI. SANNITI. SABINI. PICENI. PRAETUTTII; e i PENTRI ?

Al paragrafo 107, dopo i VESTINI, Plinio Secondo il Vecchio, come esaminato, chiamandoli SANNITI, per Boviamum/Bojano, loro capitale, descrisse l’istituzione delle 2 coloniae dedotte dapprima da Cesare, la Vetus; successivamente da Vespasiano, la Undecomanorum; di seguito, l’elenco delle civitate esistenti, citate in ordine albabetico con il nome dei rispettivi abitanti: Aufidenates, Aesernini, Fagifulani, Ficolenses, Saepinates, Tereventinates.

La Riforma Augustea del VIII-VII sec. a. C., ma già dall’anno 293 a. C., i Romani avevano IDENTIFICATO e CHIAMATO SANNITI, UNICAMENTE il popolo dei PENTRI ed il loro territorio, dove MAI era esistito un insediamento, piccolo o grande, chiamato SANNIO.

NESSUNO Storico dell’antichissimo passato, tranne alcuni studiosi della nostra epoca, MAI ha ricordato una città chiamata SANNIO; mentre, Paolo Diaconostorico longobardo, nella sua Historia Langobardorum (787–789/VIII sec.), dopo circa 2 secoli dalla conquista longobarda dell’Italia e dalla instaurazione del loro regno dall’anno 568 all’anno 774, vivendo da monaco nel monastero di Montecassino, ricordò, nella suo opera, al paragrafo 20, quanto era accaduto con la presenza dei Longobardi nel ducato/principato di Benevento: La quattordicesima provincia, con inizio dal fiume Pescara, è Sannio: fra la Campania, l’Adriatico e la Puglia. Vi si trovano le città  di Chieti, Aufidena, Isernia, Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. (I Sanniti presero il nome dal tipo di lancia che erano soliti portare: saynia, in greco

TUTTI IGNORANO le fonti bibliografiche consultate da Paolo Diacono, per descrivere la quattordicesima provincia chiamata SANNIO, con le città di: Chieti, Aufidena/Castel di Sangro, Isernia e la sconosciuta SANNIO, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento.

SUCCESSIVAMENTE, PROPRIO Paolo Diacono DESCRISSE, nel paragrafo 29, quanto era accaduto nell’anno 667In quel periodo Alzecone, un duca dei Bulgari, lasciata, non si sa per quale motivo,la sua gente e passato pacificamente in Italia con tutte le truppe del suo ducato,andò da Grimoaldo promettendogli di servirlo e di fissarsi per sempre nel regno. Questi a sua volta lo mandò a Benevento, dal figlio Romualdo al quale ordinò di concedere ad Alzecone ed ai suoi territori sufficienti da viverci. E Romualdo, dopo averli ascoltati con benevolenza, assegnò loro una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori. Come ordinò che Alzecone, anziché duca, venisse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancora oggi quei luoghi e, sebbene parlino anche in latino, non hanno tuttavia perso l’uso della loro lingua.

Quanto descritto da Diacono: una vasta regione sino allora deserta, e cioè le città di Sepino, Boviano, Isernia e altre con i loro territori, NON era la realtà dell’EPOCA, ossia l’anno 667.

Nel VII sec. d. C., oltre alle civitate ricordate da Diacono: Sepino, Boviano/Bojano, Isernia, ESISTEVANO anche le civitate di Venafro, Trivento, Montagano/Fagifulae, Larino e Termoli, TUTTE sedi EPISCOPALI già dal IV-V secolo ed alcune di esse, se non TUTTE, erano governate dai membri della nobiltà longobarda del Ducato, poi Principato di Benevento, come TESTIMONIANO le numerose donazioni, che accrebbero il possesso fondiario del Monastero di san Vincenzo al Volturno, costruito all’inizio del VIII secolo e localizzato: in Samnii partibus super ripam Vulturni fluminis/nella regione Sannio, come ricorda il Chronicon Vulturnense: nella regione Sannio, sulle rive del fiume Volturno.

La scoperta, di una vasta necropoli del VI-VIII secolo, nel territorio di Campochiaro, per la RICCHEZZA dei corredi funerari, smentisce quanto descritto da Diacono sulla stato di decadimento delle civitate del SANNIO, già territorio PENTRO. (vedi figure da: Conoscenze n. 4 del Ministero Beni Culturali. 1988).

Le antichissime civitate di Venafro, dimenticata da Diacono, che citò Boviano/Bojano, Sepino e Isernia, ma dimenticò le civitate Trivento, di Fagifulae/Montagano, di Larino e di Termoli, TUTTE sedi di diocesi episcopali e, tranne Fagifulae/Montagano, erano i capoluoghi delle omonime contee, nonostante le distruzioni causate dalla Guerra Sociale (91-88 a. C.).

Resistendo alle invasioni barbariche, furono sempre protagoniste nel territorio pertinente al Ducato, poi Principato Longobardo di Benevento, dapprima come capoluoghi di GASTALDATO, poi di CONTEA. (vedi figura: 1. gastaldato/contea di Venafro. 2. gastaldato/contea di Isernia. 3. gastaldato/contea di Trivento. 4. gastaldato/contea di Termoli. 5. gastaldato/contea di Larino. 6. gastalato/contea di Boiano). (vedi figura).

ALTRO CHE CITTA’, come scrisse Diacono, LOCALIZZATE IN UNA VASTA REGIONE SINO ALLORA DESERTA.

Paolo Diacono, fu ancora MOLTO DISTRATTO, quando, come già esaminato, scrisse: città Sannio, disfatta dall’antichità, da cui si ebbe nome l’intera provincia, e la capitale: la ricchissima Benevento. La provincia, il Ducato, poi Principato di Benevento, MAI furono chiamate SANNIO; nè SANNIO, come scrisse SEMPRE Paolo Diacono, fu UNICAMENTE chiamata la capitale, la ricchissima Benevento.

Nel territorio del Ducato, poi Principato di Benevento, la STORIA medioevale ricordò il toponimo SANNIO, UNICAMENTE per localizzare ed identificare, come già illustrato, in Samnii partibus super ripam Vulturni fluminis/nella regione Sannio, come si legge nel Chronicon Vulturnense: nella regione Sannio, sulle rive del fiume Volturno, il territorio, già pertinente al popolo dei PENTRI, dove TRE NOBILI LONGOBARDI, fecero costruire, nell’anno 703, il Monastero di san Vincenzo al Volturno, sito ad ovest e nel territorio della Provincia SAMNIUM, istituita nell’anno 346. (vedi figura).

CORRETAMENTE, Lucio Anneo Floro, vissuto nel II sec. d. C., illustrò: il popolo romano attaccò i Sanniti, […]. Tuttavia il popolo romano sottomise e domò costoro in cinquant’anni ad opera dei Fabi e dei Papirii, i padri e i loro figli, demolirono a tal punto anche i resti delle città che oggi SI CERCA IL SANNIO NEL SANNI STESSO né si individuano facilmente tracce di sussistenza di ventiquattro trionfi.

La citazione, SI CERCA IL SANNIO NEL SANNIO STESSO, per quanto accadde all’epoca, era CHIARISSIMA.

Lucio Anneo Floro, vissuto nel II sec. d. C., era consapevole: in occasione della Guerra Sociale (91-88 a. C.), i Romani, avendo sottomesso DEFINITIVAMENTE, anche i popoli di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA, abitanti nel SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO, ossia, il vasto territorio in cui si localizzava anche il territorio dei PENTRI, chiamato SANNIO, dai conquistatori ROMANI dopo l’anno 293 a. C..

Era stato TANTO DISTRUTTO, CHE ERA DIFFICILE CERCARE o IDENTIFICARE IL SANNIO, il nuovo nome del territorio del popolo dei PENTRI, NEL SANNIO STESSO, ossia il vasto territorio che si estendeva dalla SABINA alla LUCANIA, occupato tra i secoli XI-IX dai 13 gruppi di migranti e chiamato: SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO.

IL SANNIO, nome del territorio dei PENTRI, ERA LOCALIZZATO NEL SANNIO, il nome del vasto territorio dei SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, nato in occasione delle 13 migrazione, dal SAFNIO/SAFNO/SAMNIUM/SANNIO, dei 7. 000 giovani, chiamatisi PENTRI. vedi figura).

CONCLUDENDO, RICORDIAMO: MAI ERA ESISTITA UNA CITTA’ CHIAMATA SANNIO. ERA ESISTITO IL TERRITORIO DEI PENTRI, POI CHIAMATO SANNIO, DAI CONQUISTATORI ROMANI, DOPO L’ ANNO 293.

QUESTO E’ QUANTO.

Oreste Gentile.

BOVIANUM/BOBIANO NELLA TABULA PEUTINGERIANA.

marzo 18, 2026

SENZA MANIPOLAZIONI, LA LOCALIZZAZIONE E LA IDENTIFICAZIONE DI BOBIANO/BOVIANUM/BOJANO, NELLA TABULA PEUTINGERIANA E NELL’ITINERARIUM PROVINCIARUM AUGUSTI, E’ CHIARISIMA.

SENZA SE E SENZA MA.

Elementare, Watson.

Oreste Gentile.

GLI INSEDIAMENTI FORTIFICATI NEL TERRITORIO DEL POPOLO DEI PENTRI. EPOCA DELLA COSTRUZIONE: XI-IX SEC. A. C. O VI-V SEC. A. C. ?

marzo 16, 2026

LOCALIZZAZIONE di alcuni insediamenti fortificati (punti rossi) nel territorio del popolo dei PENTRI (linea tratt.ta di confine del loro territorio).

Tranne qualche eccezione, ad esempio l’insediamento fortificato di Monte Vairano. nel territorio del comune di Baranello (CB), descritto da Tito Livio (59 a. C. – 17 d. C.) in Ab urbe condita, stimato essere stata una città. (vedi figura). Da http://web-facstaff.sas.upenn.edu:  Il Monte Vairano ha il più esteso circuito di mura di fortificazione del Pentrian (sic) Sannio (2,9 km), che racchiude circa 49 ettari, ma il suo antico nome non può essere accertato con certezza.

La costruzione, degli insediamenti fortificati, più o meno vasti, sulle sommità delle montagne e delle colline, con grossi blocchi di pietra non lavorata, nel periodo subito dopo l’arrivo dei giovani migrati, chiamatisi PENTRI, era INDISPENSABILE per difendere la pianura; per controllare e difedere le vie di comunicazione, all’epoca rappresentate dai tratturi; per permettere le comunicazioni visive e rapide, con i raggi riflessi del sole o il fumo, di giorno; la notte, con l’accensione dei fuochi. (vedi figura: planimetria fortificazione di Monte Crocella di 900 mq. a quota 1070 mt. s. l. m.).

Non è ERRATO ipotizzare: gli insediamenti fortificati, per l’importante ruolo che avrebbero svolto, sarebbero stati costruiti prima di costruzione le “città”.

Avrebbero ATTESO il IV – III sec. a. C., per costruire gli insediamenti fortificati sulle sommità delle montagne e delle colline per il controllo e la difesa del territorio e comunicare tra loro anche a grande distanza ?

Di Stefano (2001), conferma l’importanza e la funzione dei centri fortificati costruiti nel territorio del popolo dei PentriLa sorveglianza avveniva attraverso il completo controllo visuale del territoriola capacità, attraverso sentieri secondari, di intervenire velocemente nei confronti di un aggressore, e la possibilità di comunicare con le altre fortificazioni attraverso eventuali segnali luminosi. […]. Esistevano delle fortificazioni minori di cui Di Stefano scrive: Queste fortificazioni minori contornano le cime più grandi, creando un omogeneo sistema difensivo a guardia del territorio e dei suoi accessi. […].

LE MURA DI TERRAZZAMENTO nel territorio dei PENTRI. (alcuni esempi).

QUANDO FURONO COSTRUITI GLI INSEDIAMENTI FORTIFICATI ?

Gli ESPERTI, bontà loro, nell’ultima conferenza del 7 marzo u. s., sponsorizzata da Italia Nostra, sezione di Campobasso, su: SITI ARCHEOLOGICI NEL SANNIO PENTRO, Indagini e Valorizzazione, stimano la costruzione degli insediamenti fortificati, tra i secoli IV – III sec. a. C.; una stima condivisa da TUTTI gli storici e gli studiosi.

L’EPOCA PIU’ REALE, ERA TRA I SECOLI IV – III A. C. ?

FACCIAMO UN POCO DI CONTI E VEDIAMO QUANTO TRAMANDA , NON TANTO LA STORIA che propone i secoli IV – III a. C., QUANTO le scoperte delle NECROPOLI nei territori occupati dai discendenti dei SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI: PICENI. PRAETUTTII. VESTINI. MARRUCINI. AEQUI. MARSI. PELIGNI. CARECINI O CARRICINI. FRENTANI. PENTRI. IRPINI. CAUDINI. LUCANI. (vedi figura la localizzazione dei popoli di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA).

La superficie della odierna REGIONE MOLISE è stata stimata essere di 4. 461 kmq.; una stima che ESCLUDE i territori già del popolo dei PENTRI: i territori più importanti di Alfedena e di Castel di Sangro, nella REGIONE ABRUZZO, in provincia di L’Aquila; le località a nord dell’argine sinistro del fiume Trigno, oggi in provincia di Chieti, già territorio del popolo dei CARECINI o CARRICINI; sempre nella provincia di Chieti, le località site a nord ovest dell’argine sinistro del fiume Trigno ed i territori pertinenti ai centri di: Schiavi di Abruzzo; Castiglione Messer Marino; Castel Guidone; Celenza sul Trigno; Roio del Sangro; Rosello; San Giovanni Lipioni e Torrebruna.

Il territorio della REGIONE MOLISE, a nord ed est, inglobò una parte del vasto territorio del popolo dei FRENTANI, con i centri oggi più noti di Termoli e di Larino. (vedi figura: il territorio del MOLISE)

I REPERTI ARCHELOGICI DEI SECOLI XI – IX A. C., SMENTISCONO LA COSTRUZIONE DEGLI INSEDIAMENTI FORTIFICATI NEI SECOLI IV – III A. C..

I reperti archeologici scoperti nei territori occupati dai migranti SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, denominati, nei loro rispettivi territori: PICENI. PRAETUTTII. VESTINI. MARRUCINI. AEQUI. MARSI. PELIGNI. CARECINI O CARRICINI. FRENTANI. PENTRI. IRPINI. CAUDINI. LUCANI. CONFERMANO il loro DEFINITIVO STANZIAMENTO nei territori PRESCELTI tra i secoli XI-IX a. C.. (vedi figura).

PICENI. Ripostigli di bronzi composti da armi e utensili frammentari databili tra XI e X sec. a.C., sono stati rinvenuti a Monte Primo e Marsia. Lo sviluppo della cultura picena a partire dall’età del Ferro è stato suddiviso in sei fasi principali, che vanno dal IX secolo fino al 295 a.C.

PRAETUTTII. Giunti nel Centro Italia attorno all’XI sec. a.C..

VESTINI. Quando parliamo di Vestini, ci riferiamo a un’antica civiltà che, intorno al XII secolo A.C., si insediò nella zona dell’alto-medio Aterno.

MARRUCINI. Tombe dell’Età del Ferro dislocate sui percorsi di collegamento locale fanno pensare ad agglomerati sparsi che in un momento ancora indefinibile devono aver originato un unico insediamento urbano. […]. La più antica sepoltura (V-IV sec. a.C.) sarebbe stata rinvenuta sulle pendici della «Civitella» nelle adiacenze di un percorso che fu poi ricalcato dalla Via Valeria proveniente da Roma(www.treccani.it)

AEQUI. Gli Equi, appartenenti al ceppo italico più antico osco-sannitico, furono tra i primi ad allontanarsi dalla madre patria. Nella primissima Età del Ferro (fine X sec. a.C.), percorrendo le valli del Salto e del Turano, essi giunsero sulle rive occidentali del Fucino e successivamente, attraverso lo spartiacque tirrenico, nella valle dell’Aniene. 

MARSI. L’età del ferro (IX-VIII sec. a.C.) segna un consolidamento degli insediamenti di altura, tra cui villaggi come quello del Pianoro della Liscia e il Riparo del Fauno, testimoniando l’attività pastorale della transumanza.

PELIGNI. L’antica gens dei Peligni, di lingua osco-umbra, si stanziò nell’altopiano dell’odierno Abruzzo centro-meridionale, nella porzione di territorio tra la Valle Subequana e l’Altopiano delle Cinque Miglia, intorno al primo millennio a.C..

CARECINI/CARRICINI. Abitato dall’età del bronzo, territorio dei Carricini, tribù del popolo Sannita.

FRENTANI. Testimonianze del periodo Bronzo Finale.

PENTRI. Le Necropoli hanno restituito corredi funerari femminili e maschili, ben descritti da De Benedittis: Qui, negli strati superficiali della zona denominata Camponi, posta tra i comuni di Guardiaregia e Spinete, si erano collocate aree funerarie risalenti cronologicamente al periodo compreso tra il IX ed il IV sec. a.C.. Spicca una fibula della collezione Del Pinto, il PIU’ ANTICO REPERTO dei PENTRI: Fibula ad arco serpeggiante (…). Questo tipo di arco si sviluppa soprattutto in Italia centrale tra X e IX secolo. (vedi figura, pubblicati da G. De Benedittis);

In merito alla scoperta della necropoli sannita/pentra, nel territorio di San Polo Matese e Campochiaro, Sabatino Moscati, scrisse (ed.ne 1999): […], l’ampia necropoli tornata alla luce recentemente presso  Boiano. […]. La datazione si colloca tra l’VIII e il VII secolo a. C.: siamo dunque dinnanzi a testimonianze tra le più antiche finora conosciute della cultura di area sannitica. Successivamente, scendono fino al IV-III secolo alcune tombe maschili, contenenti bacili e cinturoni di bronzo, punte di lancia e di giavellotto, ceramiche varie.  

Tra i reperti più antichi, già conosciuti in passato, pertinenti al X-VIII sec. a. C., ricordiamo ed ammiriamo tre cuspidi di lancia, già descritte da D’Agostino nell’anno 1980: Le testimonianze più antiche legate alla presenza umana in questo territorio si riferiscono alla prima età del ferro e sono relative a cuspidi di lancia in bronzo rinvenute presso Bojano. (vedi figura).

Per le altre popolazioni:

IRPINI. Recente è la scoperta: Una notevole necropoli di 88 tombe dell’Età del Ferro (VIII-VII sec. a.C.) è stata scoperta a Benevento, estendendosi su 13.000 mq..

CAUDINI. In ordine cronologico sono esposti alcuni corredi delle necropoli caudine, databili tra la metà dell’VIII e il III secolo a.C.

LUCANI. http://www.treccani.it: Il primo autore che ne parla è Polieno, nei suoi Stratagemmi (II, 10, 2): egli li ricorda all’assedio di Turii sulla fine del sec. V. La tradizione, senza dubbio degna di fede, li considera Sanniti, distaccatisi dal ceppo originario poco dopo la conquista sannitica della Campania, dubbio tuttavia che si tratti di un’invasione di popolamento, in regioni non precisamente fertili, in cui le posizioni migliori della costa erano occupate da colonie greche. […]. Sul confine dei secoli V e IV i Lucani conquistano Posidonia, Pixunte, Lao, ma non Elea, sul versante Tirreno.

Dopo quanto illustrato, come si può CONTINUARE a SOSTERE e DIVULGARE che: gli insediamenti fortificati, ancora oggi esistenti nei territori dei POPOLI ORIGINATI DALLA GRANDE migrazione/VER SACRUM dei SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNTI, risalirebbe al IV e III sec. a. C., se le loro necropoli sono state realizzate tra XI e IX a. C. ?

INOLTRE, gli avvenimenti bellici che li videro protagonisti nel territorio campano, avvennero tra il VI ed il V sec. a. C. mentre i loro consanguinei LUCANI, furono protagonisti sul confine già nei secoli V e IV, conquistando Posidonia, Pixunte, Lao.

I giovani migranti SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNTI, grazie a quanto era stato riferito dai padri o che loro stessi avevano conosciuto in occasione della TRANSUMANZA delle greggi, attraversando i territori, in seguito ocupati che pacificamente, avendo instaurato, con gli indigeni, rapporti di amicizia e di commercio, basato sul baratto, visto che IGNORAVANO l’uso delle monete.

Una occupazione violenta dei nuovi territori dove risiedere per SEMPRE, NON è ipotizzabile; invece ACCADDE NEL VI – V SEC. A. C., quando i CARECINI o CARRICINI, i PENTRI, gli IRPINI ed i CAUDINI, avendo preso stabile dimora nei loro territori, INVASERO IL TERRITORIO CAMPANO, DOPO AVERE COSTRUITO NEI PROPRI TERRITORI, dei SISTEMI DI DIFESA E DI CONTROLLO, OSSIA la costruzione degli INSEDIAMENTI FORTIFICATI.

I 13 popoli di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA, per la DIFESA dei loro territori e per le comunicazioni visive, GIA’ PRIMA della invasione del fertile territorio campano, avevano costruito gli INSEDIAMENTI FORTIFICATI, sulle sommità della montagne e delle colline, fin dal loro arrivo (XI-IX sec- a. C.); TUTTI costruiti in rozza opera poligonale (vedi in figura l’esempio di Bovaianom/Bojano, città madre e capitale dei PENTRI).

FORTIFICAZIONE DI MONTE CROCELLA, già COLLEM CUI NOMEN ERAT SANNIO o COLLE CHIAMATO SACRO.

Il centro fortificato che domina da sud la pianura di Bojano, scoperto dal sottoscritto, nell’anno 1984, all’apparenza senza importanza per le sue dimensioni di circa 900 mq., era/è posto sulla sommità di Monte Crocella, già Colle pagano o Collem cui nomen erata Sannio o Colle chiamato Sacro, a quota di 1040 mt. s. l. m.; svolse un ruolo di primaria importanza nella Storia dei  PENTRI.

Un segnale convenzionale, inviato dalla capitale BOVAIANOM/Bojano, utilizzando i raggi riflessi del sole o il fumo, di giorno e di notte con l’accensione di fuochi, in un battere di ciglia, era (ed è) visto da quanti erano presenti nell’insediamento fortificato di Monte Crocella che, a loro volta, avrebbero inviato i segnali agli insediamenti più lontani.

IMPORTANZA DELL’INSEDIAMENTO FORTIFICATO DI MONTE CROCELLA (XI-IX sec. a. C.).

Dalla sommità di Monte Crocella, dopo l’arrivo e la presa di possesso del territorio selezionato in occasione della periodica transumanza, i PENTRI scelsero e fissarono i capisaldi di confine /limita, in accordo con i popoli confinanti, loro consanguinei: PELIGNI, CARECINI o CARRICINIFRENTANIIRPINI ed i CAUDINI, separati dai PENTRI dal MASSICCIO DEL MATESE. (vedi figura).

UNICAMENTE DALLA SOMMITA’ DI MONTE CROCELLA ERA POSSIBILE SCEGLIERE E FISSARE I CONFINI/TERMINI/LIMITA, come testimonia la sorprendente (vista l’epoca) EQUIDISTANZA, tra BOVAIANOM/BOVIANUM/Bojano, città madre e capitale dei PENTRI, da BENEVENTUM/Benevento, capitale degli IRPINI; da CAUDIUM/Montesarchio, capitale dei CAUDINI; dall’odierna Caserta; dalla città di CAPUA e da CAPUA/Santa Maria Capua Vetere, capitale dei CAMPANI ed infine TEANO SIDICINO, capitale dei SIDICINI. (vedi figura).

Il MONTE CROCELLA, già Colle Pagano, che identifico, sia con il Colle chiamato sacro ricordato da Diodoro Siculo (I sec. a. C.), sia con il Collis Samnius, ricordato da Festo (II sec. d. C.), aveva acquisito una sacralità, per essere stato scelto per fissare i confini/termine/limita del territorio dei PENTRI, con i territori confinanti, come già detto, dei PELIGNI, dei CARECINI o CARRICINI, dei FRENTANI, degli IRPINI e dei CAUDINI. (vedi figura, procedendo da ovest verso est).

IL CONTROLLO DEL TERRITORIO DEI PENTRI COME SE FOSSE UN IMMAGINARIO TEATRO.

SISTEMA INSEDIATIVO E DI DIFESA DI BOVAIANOM/Bojano. (vedi figure).

N. B.

Per gli ESPERTI, SOLO nel IV- III sec. a. C., i CARECINI o CARRICINI, i PENTRI, gli IRPINI ed i CAUDINI, avrebbero creato i sistemi difensivi sulle cime delle montagne e delle colline; ossia dopo circa 700-600 anni dalla presa di possesso, nei secoli XI-IX a. C., dei rispettivi territori e DOPO avere INVASO il territorio campano nel VI-V sec. a. C..

SCILACE DI CARIANDA ci ILLUMINA. (VI-V sec. a. C.)

Il Periplo di Scilace di Carianda  è la testimonianza bibliografica ATTENDIBILE e più ANTICA per CONFERMARE quando i CARECINI o CARRICINI, i PENTRI, gli IRPINI ed i CAUDINI, costruirono gli insediamenti fortificati, ossia, avvenne, subito dopo i secoli XI-IX a. C.. NON tra il IV e III sec. a. C., come SOSTENGONO da SEMPRE.

Scilace di Carianda, RICORDO’ e DESCRISSE, al paragrafo 10: Campani. Dopo i volsci abitano i campani. Le città greche della Campania sono queste: Cuma e Napoli. Davanti ad esse si trova l’isola di Pitecusa, che è anche una città greca. La navigazione costiera della Campania è di un giorno.
Per la navigazione della costa dei CAMPANI, con le città costiere principali, Cuma e Napoli, si impiegava un giorno, pari a circa 90 km. (1 giornata = 90 km. / 1 notte = 90 km..).
Scilace di Carianda, aggiunse: 11 Sanniti. I Sanniti confinano con i campani e la navigazione costiera del Sannio è di mezza giornata. […].

L’INVASIONE DEL TERRITORIO CAMPANO.

I SANNITI ricordati da Scilace di Carianda, erano i CARICINI o CARRICINI, i PENTRI, i CAUDINI e gli IRPINI che risiedevano al di là delle montagne (Massiccio del Matese e Monti del Taburno), denominati SANNITI delle montagne, che intorno al VI-V sec. a. C. avevano iniziato ad invadere ed occupare il pianeggiante territorio campano, TRASCURANDO DI COSTRUIRE GLI INSEDIAMENTI FORTIFICATI NEI LORO TERRITORI.

Lo avrebbero fatto, secondo gli ESPERTI, tra il IV e III secolo a. C..

Con la nascita del popolo dei CAMPANI, come testimonia Scilace di Carianda, la presenza dei conquistatori CARICINI o CARRICINI, PENTRI, IRPINI e CAUDINI era stata ridimensionata, tanto che la lunghezza del loro territorio costiero del Mare Tirrenico, corrispondeva a poco più di 45 km.: la navigazione costiera del Sannio è di circa mezza giornata.
Non esistevano delle città costiere degne di una citazione, ma nell’interno vi erano Sarno, Nocera, Fratte, Pontecagnano.

La MAGGIORE estensione del territorio denominato *SAFNIO/SAMNIUM/SANNIO, era lungo la costa del Mare Adriatico; Scilace di Carianda, scrisse: 15 Sanniti. Dopo gli iapigi, a partire dal monte Orione, ci sono i sanniti. A questo popolo appartengono le seguenti lingue o parlate: laterni, opici, cramoni, bosentini e peucezi, che vanno dal mar Tirreno fino all’Adriatico. La navigazione costiera della terra dei sanniti dura due giorni e una notte. 16 Umbri. Dopo i sanniti c’è il popolo degli umbri, e nella loro terra si trova la città di Ancona. (vedi figura).

Chi erano i SANNTI, citati da Scilace di Carianda, abitanti lungo la costa del mare Adriatico, dal monte Orione, promontorio del Gargano e fino al territorio dove risiedevano gli UMBRI, ossia fino alla loro città di Ancona ?

ERANO: i FRENTANI, i MARRUCINI, i VESTINI, i PRAETUTTII ed i PICENI; all’interno, NON coinvolti nella descrizione di Scilace di Carianda, gli IRPINI, i CAUDINI, i PENTRI, i CARICINI o CARRICINI. Il popolo dei LUCANI e gli altri popoli di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA, furono descritti in altri paragrafi del suo Periplo (Περίπλους). (vedi figura).

COSA AVVENNE, REALMENTE, NEI SECOLI VI – V A. C..

I CARECINI o CARRICINI, i PENTRI, gli IRPINI ed i CAUDINI, tra il VI-V sec. a. C., AVENDO MESSO al sicuro i loro territori con la costruzione degli INSEDIAMENTI FORTIFICATI, dai loro MONTI, discesero ed occuparono parte del territorio pianeggiante, localizzato a sud del Massiccio del Matese.

Conquistarono:nell’anno 423 a. C., la città di Capua, già occupata dagli Etruschi; nell’anno 421 a. C., la città di Cuma, già occupata dai Greci ed inoltre la città di Neapolis/Napoli.

STRABONE (67 a. C.-17 d. C.), nella sua Geografia, al capitolo 4, paragrafo 11, scrisse: Quanto ai Sanniti, essi dapprima fecero spedizioni fino a quella parte del territorio latino che è nei pressi di Ardea; in seguito, dopo aver saccheggiato la Campania, avevano acquistato molta potenza: infatti i Campani, dal momento che erano già abituati all’obbedienza verso altri padroni, si sottomisero subito al loro comando.

La presenza dei SANNITI: CARECINI o CARRICINI, PENTRI, IRPINI e CAUDINI, nel territorio Campano, coincise con la presenza dei ROMANI, anche essi impegnati ad occupare parte della fertile pianura Campana, tanto che firmarono un patto di allenza nell’anno 354 a. C.. Fu di breve durata: nell’anno 343 a. C., iniziò la PRIMA GUERRA SANNITA.

PERTANTO, se i discendenti dei SAFINI/SABINI/SABELLI/SANNITI, come i più ERUDITI sostengono, avessero costruito i loro insediamenti fortificati sulle sommià delle montagne e delle colline, tra il IV e III sec. a. C, invadendo il territorio Campano tra il VI-V sec. a. C., avrebbero lasciato i loro territori privi di difese ?

SOPRATTUTTO, se lo scontro dei SANNITI con i ROMANI avvenne tra la metà del IV sec. e l’inizio del III sec. a. C., il loro territorio NON SI SAREBBE TROVATO PRIVO DI DIFESE SE GLI INSEDIAMENTI FORTIFICATI FOSSERO STATI COSTRUTI TRA IL IV – V SEC. A. C..

Come avrebbero comunicato, rapidamente tra un insediamento e l’altro, se non li avessero costruito fin dal loro arrivo (XI-IX a. C.) nei territori scelti per la loro definitiva residenza ?

Ed invece: dopo avere preso possesso, tra i secoli XI-IX a. C., del territorio scelto in occasione della stagionale transumanza della greggi, dapprima iniziarono la costruzione delle fortificazioni sulla sommità delle montagne e delle colline, per loro residenza e per comunicare, come già descritto, con gli altri insediamneti fortificati; successivamente costruirono i templi per le svolgere cerimonie religiosi e per riunioni politiche.

Il tempio nel territorio di Campochiaro, così è descritto da S.A.B.A.A.A.E. del Molise (1982): Le più antiche testimonianze di vita relative all’epoca storica del territorio campochiarese, sono costituite da alcuni reperti isolati raccolti nel corso dello scavo del santuario: una fibula ad arco semplice della prima Età del Ferro (X sec. a. C. , n. d. r.), un frammento di bracciale di bronzo di età arcaica (VIII-VI sec. a. C. n. d. r.); sembra opportuno ricordare la presenza, tra i materiali del santuario, di frammento di lamina bronzea con una borchia emisferica applicata presso il margine e, vicino, il foro per una seconda; il frammento si può riconoscere come appartenente ad un cinturone analogo a tipi di produzione capenate che si trovano frequentemente nella cultura picena e che vengono datati tra la metà del VII e la metà del VI sec. a. C..

I PENTRI, come sostengono gli ESPERTI, avrebbero dapprima costruito un tempio nel territorio di Campochiaro ed offerto oggetti della prima Età del Ferro e di età arcaica. (vedi figura: localizzazione del santusario pentro, localizzato nord del Massiccio del Matese); successivamente, tra i secoli VI-IV, FURONO IMPEGNATI A CONQUISTARE IL TERRITORIO CAMPANO ed UNICAMENTE, tra i secoli IV – III a. C., avrebbero costruito nel loro territorio gli insediamenti montani e collinari per la loro difesa. (vedi figura il territorio e l’ingressso sud ovest nel santuario pentro di Campochiaro).

INVEROSIMILE. .

QUESTO E QUANTO.

Oreste Gentile.

IL MASSICCIO DEL M A T E S E – MONS PHITERNUS – TIPHERNUM MONS – TIFERNUM MONTEM. ORIGINE DEL NOME.

febbraio 28, 2026

IL MASSICCIO DEL MATESE. (vedi figura: versante NORD, Regione Molise. versante SUD, Regione Campania).

IL MASSICCIO DEL MATESE ERA FREQUENTATO NELLA PREISTORIA.

La “Preistoriaè il lunghissimo periodo di tempo che va dalla comparsa dell’uomo sulla terra più di 2.000.000 di anni fa fino all’invenzione della scrittura 5000 anni fa, che segna l’inizio della Storia.

UNA SELCE TROVATA SULLA CIMA DI MONTE LA GALLINOLA (mt. 1923 s. l. m.) DEL GRUPPO DEL MASSICCIO DEL MATESE. (vedi figura).

Il MASSICCIO DEL MATESE, conosciuto dagli Storici, era il MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO, per la sua localizzazione e per la sua estensione da ovest ad est e da nord a sud,  dai secoli XI-IX a. C., fu SEMPRE il confine naturale tra i territori dei popoli dei PENTRI a nord est; gli IRPINI a sud est ed i CAUDINI a sud. (vedi figura).

MATESE. ORIGINE DEL NOME. LE TESTIMONIANZE DI OGGI.

In base a quanto hanno pubblicato S. Capini e A. La Regina, in Campochiaro, Civitella, loc., herekleis (gen.)/ Hercules (2015), per illustrare il santuario pentro di Hercul Rani, presso Campochiaro, hanno scritto: il nome M A T E S E, derivebbe da HERCULES *AEISERNIUS/*AISERN-: […]. Divinità titolare del culto era Ercole: a lui si riferiscono molti dei ritrovamenti effettuati e soprattutto una dedica graffita su ceramica che conserva l’epiclesi con cui Ercole era invocato in questo luogo, aisernis, aggettivo che rimanda al nome antico del Matese. (in nota 1. l’autrice cita la fonte: Capini 2000, 230-231; Marchese 2011., difficile da consultare).

Capini, inoltre, nel paragrafo, Fonti Epigrafiche, ha descritto: Graffito in scrittura continua sul fondo interno di coppa a vernice nera (fig. 37 vedi figura); ancora: Hercules Aesernius assume l’epiteto dal tema del nome italico del massiccio del Matese (*aisern-), donde anche Aesernia. Un documento dell’anno 995 registra sul Matese, non lontano dal Monte Miletto, il toponimo Esere, che sopravvive nella forma L’Esule, documentato nel primo Ottocento come Le Sole. (vedi figura).

De Benedittis, in Aesernia l’urbanistica della colonia latina. (2021), scrive: Uno dei problemi relativi alla storia di Aesernia è legato alla cronologia della sua fondazione. Un’iscrizione recentemente rinvenuta a Campochiaro con la dedica a [hereck]lui aiserniui “a Eracle Aisernio” risalente al III sec. a.C. ci offre un riferimento in ambito italico per conoscere l’etimologia del nome (Marchese 2011, pp. 206-209). Heracles assume, nel caso del santuario di Campochiaro, l’epiteto Aesernius dal nome italico del massiccio del Matese. Come fa notare il Caiazza (Caiazza 1997, pp. 32-35), un documento del 995 che descrive i confini della diocesi di Alife (Gattola 1734 I, p. 36) registra sul Matese, non lontano dal Monte Miletto, il toponimo Esere. Il toponimo sopravvive nella forma Esule, documentato nel primo Ottocento come Le Sole. Aeser- sarebbe dunque la base del nome antico del Matese, da cui il nome Aesernia, grazie alla sua ubicazione sulle pendici del monte *aisernio. Con l’avvento dei Romani il massiccio del Matese fu chiamato Tifernus (Liv. X, 14-15). Questa doppia denominazione potrebbe giustificarsi come una rimodulazione toponomastica del territorio a seguito della scomparsa della cultura sannitica.

De Benedittis, conclude l’argomento: Quando i Romani vi fondano la colonia (263 a.C.) (Liv. Per. 16) ripropongono il nome osco *aiserniú, la toponomastica cambia e il Massiccio del Matese assume il nome Tifernu.

ANCORA UNA VOLTA E’ CITATO IL DOCUMENTO DELL’ANNO 995.

Gattola (1662-1734), descrivendo i confini tra la Contea di Isernia e la Contea di Alife che, all’epoca, si sovrapponevano ai confini delle rispettive Contee, per quanto accadde nell’anno 1020, pubblicò il testo di un documento che Capini, Caiazza e De Benedittis, hanno stimato redatto nell’ANNO 995.

Gattola, in modo CHIARO, nel volume Historia abbatiae cassinensis (1733), scrisse: A. 1020 anno 1020. Landulphi V. & IX. Pandulfi (il primo fu principe dall’anno 1014 all’anno 1033; il secondo dall’ anno 1033 all’anno 1059, n. d. r.) […]/quae stare videbantur justa flubio Bulturnum, ex alia parte latere montis qui esere dicitur, ambitus deide progreditur per serras ipsius montis, usque in montem qui Gallus dicitur deinc. Per descensus ipsius montis extenditur usque in fabrica muri mortui/che sembrava trovarsi proprio vicino al fiume Volturno dall’altra parte dei monti che si chiamano esere, il circuito poi prosegue attraverso le seghe della montagna stessa, fino al monte che si chiama Gallo. Attraverso la discesa della montagna stessa siestende fino alla struttura del muro morto. [(vedi figura n. 1: il corso del fiume Volturno. figura n. 2: i confini delle diocesi episcopali e della Contee (da sin.): di Venafro. Isernia. Trivento. Boiano In basso a sud e sud est, del Massiccio del Matese le diocesi episcopali di: Alife. Telese e di Benevento)].

SECONDO quanto illustrato, il monte ESERE o ESULE, era il nome italico del MASSICCIO DEL MATESE, in base a quanto era scritto in un diploma dell’anno 995, citato, come scritto, da Capini e De Benedittis, ma Gattola, nell’anno 1733, in Historia Abbatiae Cassinnensis descrisse, in MODO CHIARO, come abbiamo esaminato, degli avvenimenti accaduti nell’anno 1020; NON nell’anno 995.

Gattola citò UNICAMENTE, i monti ESULE e GALLO, capisaldi/limiti di confine tra le diocesi episcopali e le Contee di Alife e di Isernia: il monte ESERE o ESULE nella diocesi episcopale/Contea di Alife ed il monte Gallo, nella diocesi episcopale/Contea di Isernia. (vedi figura).

QUANTI, nellanno 995, descrissero i confini tra la Diocesi Episcopali/Contee di Alife e la Contea di Isernia, preferirono citare i monti ESULE e GALLO, NON il Monte Miletto, un termine/limite di confine più CARATTERISTICO per l’altezza di 2. 050 mt. e per la sua di ORIGINALE conformazione.

Probabilmente era pertinente UNICAMENTE al territorio della Contea di Boiano. (vedi figura).

Il MONTE MILETTO. (vedi figure).

Gattola nell’anno 1733, come già detto, ILLUSTRO’ i confini/limita tra la Diocesi episcopale di Alife e la Diocesi Episcopale di Isernia, rappresentati dal monte Esere ad ovest, pertinente alla prima diocesi ed il monte Gallo pertinente alla diocesi di Isernia; NULLA scrisse di Monte Miletto. (vedi testo in figura).

GATTOLA, IGNORO’ IL NOME MATESE, che da SECOLI IDENTIFICAVA il MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO.

ASSOLUTAMENTE NON IDENTIFICO’ il MATESE con il MONTE o i MONTI ESERE. (vedi figura. Il corso del fiume Volturno).

TUTTI gli STORICI, TITO LIVIO fu il PRIMO, nella sua Historia Naturalis, pubblicata fra gli anni 77 e il 78 d. C., scrissero: MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO.

Per gli Studiosi, ESERE, OGGI, è la forma dialettale della località Valle dell’ESULE, come si legge nel sito matese.guideslow.it. (vedi figura 1.) e del Monte ESULE o ESERE. (vedi figura).

LA VALLE DELL’ESULE ed i MONTI CHE SI CHIAMANO ESERE o LESOLE.

I MONTI QUI ESERE DICISIT/i monti che chiamano ESERE, citati da Gattola, furono ricordati nella Relazione di una gita sul MATESE, pubblicata dalla sezione del Club Alpino in Napoli, nei primi di luglio 1873, illustra: Due sono le punte più alte del Matese, cioè la punta dell’Esule e la punta di Monte Miletto. La prima è meno alta dell’altra e su di essa corre una leggenda sentimentale. Preferimmo ciò non pertanto di ascendere Monte Miletto come la più alta.

La PUNTA DELL’ESULE, NON POTEVA ESSERE, per la sua altezza, la seconda più alta del Matese; la prima vetta, era/è il Monte Miletto, 2. 050 mt.; la seconda, era/è la vetta di Monte La Gallina, 1. 953 mt. ed il Monte Mutria, con i suoi 1. 823 mt., la terza vetta. Il monte dell’Esule è di 1. 498 mt. (figura difficile da trovare).

L’articolo successivo della Relazione di una gita sul MATESE, intitolato Ricordo botanico del Matese, illustra: Il Matese coi suoi monti Mutria, Gallinola, Lesole e Miletto, che ne formano il lato est, si eleva a guisa di maestosa muraglia, ai cui piè si apre un esteso bacino nella parte occidentale occupata per un buon tratto da un lago (lago del Matese). Il terreno è dappertutto calcareo.

L’articolo, in seguito, ricordò nuovamente: il lago del Matese e la valle di Lesole; il monte Gallinola e il monte Lesole (o ESERE) che con il monte Gallo erano i capisaldi/limitedi confine tra la diocesi episcopale/Contea di Isernia e la diocesi episcopale/Contea di Alife. (vedi figura, il monte Miletto più a nord del confine tra le diocesi episcopali e le Contee di Isernia e di Alife).

Il Monte Miletto, fu ESCLUSO dall’allineamento del confine dal Monte dell’Esule con monte Gallo. (vedi figura. Si ringrazia Tonino D’Alessandro).

TESTIMONIANZE DEL PASSATO.

ESISTE un diploma di concessione, sottoscritto dai principi Paldolfo I e Landolfo II, in favore del conte Landolfo, datato 5 maggio dell’anno 964, OSSIA, 31 (TRENTUNO) ANNI PRIMA, del documento dell‘anno 995, citato e consultato da Capini, Caiazza e De Benedittis: una dedica graffita su ceramica che conserva l’epiclesi con cui Ercole era invocato in questo luogo, aisernis, aggettivo che rimanda al nome antico del Matese. Ed ancora, scrissero: […], registra sul Matese, non lontano dal Monte Miletto, il toponimo Esere, che sopravvive nella forma L’Esule, documentato nel primo Ottocento come Le Sole. Il toponimo Le Sole sopravvive nella forma Esule, documentato nel primo Ottocento come Le Sole.

I sottoscrittori del diploma, NON IDENTIFICARONO come termine di confine della Contea di Isernia un monte ESERE o LESOLE o MILETTO o GALLINOLA o MUTRIA, ma UNICAMENTE, come samineremo, il nome MATESE (anticamente: MASETO e MATETIO), pertinente al MASSICIO, le cui vette principali erano e sono: Monte Miletto, Monte La Galinola e Monte Mutria. (vedi figure del versante nord e sud).

Nella forma corrotta, i principi longobardi, citarono: il MASETO ed il MATETIO, ossia l’odierno MATESE (Massiccio) per essere stato scelto come termine di confine/limita, del territorio Contea di Isernia. […]. De prima parte a’ vertice de Monte Maseto & directe per ipse fere in vertice de Monte Zanniprande et deinde quomodo venit in Serra de Colle petroso (od. Castelpetroso, n. d. r.)silve ipsi atque per eadem loca descurren. aliae contra praedict. Aesernia, & aliae contra Boclania (od. Bojano, n. d.r.)& ab indequo modo incipiteripse mont qui est super vallem frigidam & silva vadit per verticem ipsius montis usque in Maccle qui dicitur de godini. De secunda parte a Maccle qui dicitur de godini, usque in fluvio qui dicitur Trinia majore, et deinde in Serra de Monte capraro ubi ficta fuit ex antiquitus columna marmorea, que finis fuit de jam dicto Comitatu Ysernino,[…] de quarta parte pro ipso jam dicto fluvio. usque in Serra de monte unde exiit eodem fluvio. & deinde in Serra de Campus Solioli, & inde quomodo vadit in Campu qui dicitur Secena, & inde ascendente per ipsa serra usque in verticem de jam dicto monte Mateto usque ad prima finem. De quibus petit a nostra Excellentia, ut firmitatis apices illi exinde fieri juberemus. inde ascendente per ipsa serra usque serra in verticem de jam dicto monte Mateto usque ad prima fine. […]./Dalla prima parte dalla cima del Monte Maseto e direttamente attraverso di esso quasi fino alla cima del Monte Zanniprande e poi come arriva a Serra de Colle petroso (o. Castelpetroso, n. d. r.) la foresta stessa e attraverso gli stessi luoghi corre. alcuni contro la suddetta. Aesernia, e altri contro Boclania. […] e da lì, per così dire, la montagna stessa, che è sopra una fredda valle, e la foresta, attraversa la cima della montagna stessa, fino a Maccle, che è chiamata Godini. Nella seconda parte, da Maccle, che è chiamata Godini, fino al fiume che è chiamato Trinia Majore, e poi nella Serra de Monte Capraro, dove in tempi antichi fu fatta una colonna di marmo, che era il termine della già menzionata Contea di Ysernino, […], dalla quarta parte per il fiume già menzionato …. fino alla Serra de monte da dove usciva lo stesso fiume. e poi nella Serra de Campo Solioli, e da lì come va nel Campo che si chiama Secena, e da lì salendo attraverso lo stesso monte fino alla cima del già menzionato Monte Mateto fino alla prima estremità. A proposito del quale chiede a nostra Eccellenza, che ordiniamo che le cime di stabilità siano fatte per lui da lì. NON CITARONO l’ESERE o l’ESULE, oggi Monte Esere, anch’esso sito a nord del Lago del Matese. (vedi figura).

Livio ( 59 a. C. – 17 d. C.), in Storia di Roma, 30, 7), citò il MONS PHITERNUS o MONS TIPHRNUM o TIPHERNUM MONS TIFERNUM MONTEM  o MONTE TIFERNO: […]. In diversi annali quella vittoria viene attribuita ai due consoli, mentre Volumnio combattè nel Sannio, costringe l’esercito dei Sanniti a ritirarsi sul monte Tiferno, e senza lasciarsi dissuadere dalla posizione sfavorevole, lo sbaraglio e lo mette in fuga. (vedi figura. Battaglia di Bovianum. Consoli Lucio Postumio (in rosso) e Tiberio Minucio (in blu). da: http://www.romanoimpero.com /(vedi figura).

Boccaccio, nell’anno 1473, aveva scritto nel capitolo I. DE MONTIBUS. Monti: 547. TIFERNUS mons est in Samnio; dove il toponimo SAMNIUM/SANNIO, dall’anno 293 a. C., per volere dei Romani, identificava UNICAMENTE il territorio dei PENTRI ed il MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNOMONS PHITERNUS o MONTE TIFERNO, era il confine/termine/limita naturale scelto dai citati 3 (TRE) popoli confinanti: PENTRI, IRPINI e CAUDINI. (vedi figura).

Sempre Boccaccio, al capitolo V, illustrò i FIUMI. 864. TIPHERNUS fluvius est Ytalie Larino et Cliternie oppidis propinquus, nec a Gargano monte remotus/Il TIPHERNUS è un fiume italiano, situato nei pressi dei comuni di Larino e Cliternia, non lontano dal Monte Gargano).

Flavius Blondo (1543), descrisse il MASSICCIO DEL MATESE: […] è chiamato Pratello (riferito ad un corso d’acqua, NON il Massiccio del Matese, n. d. r.), dal nome d’una terra, che gli è vicina; e nasce ne le più basse radici del Matese, ch’è Promontorio dell’Appennino, che sorgendo molto in alto, si stende fra la terra molto in alto & in lunghezza; è per lo più sterile, e petroso; habitato da questa parte da un solo castello chiamato il Gallo vicino al fondo di quello Pratello; e questo Matese fu il monte dove habitarono i più valorosi di tutto Sànio; e non è meraviglia, che fussero tali, pessere montagnoli: il perché furon chiamati prima Montesi; e poi guasta la voce, è stato chiamato Matese il monte. […].  Sotto il Matese è un lago, che circo da dieci miglia nel più basso del quale, chè non molto lungo da Volturno, vi è una terra chiamata Ailano, e poi è il castel di S. Angelo di ripa canina: non molto quinci lontano è Pedemonte posto sopra un colle, dal quale nasce un fiume, che 3. Miglia giu presso Alife, e se ne va nel Volturno. (vedi figura).

Il monte MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO, era il nome conosciuto da Alberti (1566), sebbene lo descrisse con più di una inesattezza: Nascitur in montem, à quo nomen illi veteres indidere vti ostendemus, Phiterno, qui nunc Bifanus dicitur, finitimusq; tum Boviano oppido, tum Apennino est, quanquam perpetuis eius jugis uno non cohaereat. In Hirpinis à Plinio collocatur, qui Tifernum mòtem vocat, uti quoq; Mela, sed Phiternum Ptolomeus, exigua planè ut apparet differentia. Amnis
itaq; Phiternus ex hoc montem oriens, spatio ferè LX. paf. M. Apulos Fretanosq; seu Apuliam ab Aprutio dividit tademque.
/
Sorge su un monte, da cui gli antichi gli diedero il nome, come mostreremo, confinante con Phiternus, che ora si
chiama Bifanus; Ora è una città di Boviano, ora degli Appennini, sebbene non aderisca a nessuno dei suoi confini perpetui. È collocato negli Irpini da Plinio, che lo chiama motte di Tifernum, come pure; Mela, ma Phiternum Tolomeo, una piccola differenza a quanto pare. Il fiume è ancora lì; Phiternus, che sorge da questa montagna, dista circa 60 km. paf M. Apuleio Fretano; oppure divide l’Apulia dall’Aprutio e così via
. […]. Haud pcul Bovianoi Mons Phiternus ab Apennino protesus, unde nomen amni Phiterno,quemadmodum in Apulia diximus./Non lontano da Boviano si trova il monte Fiterno, che sporge dall’Appennino, da cui il nome del fiume Fiterno, come abbiamo detto in Puglia..

Giustiziani (1816), condivise quanto illustrato da Blondo (prima citato): E il Boccaccio del Matese ebbe ad indire “allorchè scrisse Tiferno montagna nel Sannio. […] lui detto avea il Biondi; quindi col tempo chiamandosi pure Montesi, corrotto così il vocabolo, incominciò a dirsi Matese quel celebre monte, che fu da esso loro abitato. 

NOTA BENE: Tifernum Tiferno = Matese; Matese o Montesi, per il nome dei suoi abitanti [(vedi figura PRECEDENTE: L’area del MASSICCIO DEL MATESE. L’odierno confine (linea BIANCA) tra MOLISE e CAMPANIA. già territorio dei CAUDINI e degli IRPINI]. (vedi figura).

Dopo avere esaminato solo alcune delle TESTIMONIANZE DI OGGI ed alcune TESTIMONIANZE DEL PASSATO,

LE TESTIMONIANZE, OGGI, DEL TERRITORIO PERTINENTE ALLA CITTA’ DI BOJANO.

La scoperta di uno dei decumani (II sec. a. C.) della civitas sannita-romana di Bovaianom/Bovianum/Bojano sotto l’attuale corso del fiume Biferno (vedi figura 1.), testimonia: l’acqua proveniente dalle sorgenti poste alle falde del MASSICCIO DEL MATESE, SITO a sud della vasta pianura, non aveva un corso regolare, liberamente inondava la pianura verso nord est, originando un lago o una palude,

Un fenomeno, NON diverso dall’attuale Lago del Matese ancora esistente proprio nel “cuore” del MASSICCIO DEL MATESE (vedi figura 2. e consulta l’articolo: IL TRATTURO PESCASSEROLI–CANDELA NEL TERRITORIO DI BOVAIANOM/ BOVIANUM/ BOJANO. molise2000.wordpress).

La STORIA, descrivendo le vicende che videro coinvolti nei secoli XI-IX a. C, il territorio dell’attuale Regione MOLISE, abitato dal popolo PENTRI e dal popolo dei FRENTANI, di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA, ricordò, come ampiamente illustrato, il MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS oTIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO o MASSICCIO DEL MATESE ed il TIFERNUM FLUMEN /oggi Fiume Biferno(vedi figura).

ORIGINE DEL NOME MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO o MASSICCIO DEL MATESE ed il TIFERNUM FLUMEN /oggi Fiume Biferno

Cianfarani (1978), trascurando l’origine del nome TIFERNUM che nell’antichità identificava il MASSICCIO MONTUOSO, illustrò UNICAMENTE, l’etimologia TIFERNUM del fiume: Nell’antico nome dell’attuale Biferno (lat. Tifernum), si può ravvisare la parola pregreca Tiphos, palude, e Typhe, pianta palustre, riscontrata nell’ambiente mediterraneo. Resistente all’inverno che cresce in acque poco profonde, fino a 50 cm, e si trova spesso lungo gli argini di laghi, fossi, paludi e altri corpi idrici a flusso lento. Pianta acquatica molto diffusa in Italia. Cresce spontaneamente lungo gli argini o nelle paludi. Piuttosto invasiva, molto riconoscibile per le sue spighe cilindriche marroni e vellutate. La pianta può raggiungere i 3 metri di altezza e si espande attraverso il suo rizoma ampiamente ramificato.In Italia è distribuita su tutto il territorio da 0 ai 2000 m.s.l.m(vedi figura).

All’epoca (si ignora QUANDO), lo sviluppo spontaneo della TYPHA nella pianura sita a nord del MASSICCIO DEL MATESE, testimonia l’esistenza di un lago o di una palude nella pianura di Bojano; un indizio importante che, se aggiunto, agli altri, tra cui il già descritto decumano romano del II sec. a. C., là dove ora scorre l’acqua di una delle sorgenti del fiume Biferno/Tiferum, permettono di localizzare un lago o una palude, esistente nell’ANTICHISSIMO PASSATO.

GLI INDIZI.

Il tratturo Pescasseroli-Candela, proveniente da ovest, ossia dal valico di Castelpetroso, avrebbe dovuto attraversare la pianura di Bojano e la pianura di Sepino con un itinerario rettilineo; invece, subito dopo la sosta delle greggia nello stazzo della località oggi chiamata Santa Margherita, nei pressi dell’odierno Cimitero di Bojano, l’itinerario subiva una repentina DEVIAZIONE verso sud e, accostandosi alla base della montagna sulla cui sommità i giovani Safini/Sabini/Sabelli, chiamatisi PENTRI, migrati dalla Sabina, nell’XI-IX esc. a. C., avrebbero poi fondato l’insediamento fortificato di BOVAIANOM/Civita Superiore di Bojano. (vedi figura BOVAIANOM, la localizzazione dei 3 insediamenti fortificati ed i terrazzamenti in rozza opera poligonale).

La transumanza, superato l’attuale centro abitato di Bojano, sito ai “piedi” della montagna: oggi Corso Umberto I, Via Bifernoe Via Turno, riprendeva il lungo percorso RETTILINEO, attraversando la pianura di San Polo Matese, di Campochiaro, di Guardiaregio e, superato il “passo” di Vinchiaturo, proseguire nella pianura di Sepino; attraversando il territorio degli Irpini, sarebbe giunta alla meta: il vasto territorio pianeggiante di Candela, pertinente al territorio dei DAUNI. (vedi figure in successione 2. e 3.).

Nel territorio dove il percorso del trattuto Pescasseroli-Candela, era costretto a deviare prima dell’arrivo e dello stanziamento dei giovani migranti che si sarebbero chiamati PENTRI, ESISTEVA un lago o una palude, causata da una vasta depressione del terreno localizzato a nord del MASSICCIO DEL MATESE. (vedi figura).

I toponimi, GUADO o PADULI, ancora oggi esistenti, testimoniano che all’epoca, un’area più o meno vasta della pianura pedemontana, era stata occupata dalle acque delle sorgenti che liberamente defluivano verso sud est.

Nella pianura avevano dato origine ad un lago o ad una palude, e solo presso il GUADO, per le gregge e per i loro conduttori, era possibile l’attraversamento.

RECENTEMENTE, alla luce dei sondaggi eseguiti anche nella pianura di Bojano dagli esperti geologi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma, è confermata l’esistenza di una PALUDE: indica la persistenza di un ambiente alluvionale-palustre durante la deposizione dell’intervallo compreso tra ca 24 e 90 m.. I primi vincoli tefrocronologici e paleomagnatici relativi al riempimento del bacino di Bojano collocano la base della successione al Pleistocene medio (ca. 700 ka-900 ka/il periodo compreso tra 700.000 e 900.000 anni fa).

Una PALUDE, più o meno vasta, occupava la pianura sita a nord del MASSICCIO DEL MATESE, localizzata, dove ancora oggi, esistono toponimi che ricordano: GUADO. PADULI. DEVIAZIONE del percorso del tratturo Pecasseroli-Candela. La presenza della pianta acquatica TYPHA. L’esistenza dei uno dei DECUMANI della civitas sannita romana Bovianum e la recente scoperta, GRAZIE al carotaggio eseguito dal citato Istituto, nella pianura, nel territorio di Bojano, nella preistoria era presente una PALUDE. (vedi figure).

Quanto era accaduto nella pianura di Bojano, nel LONTANISSIMO PASSATO, si sarebbe verificato nelle depressioni, più o meno estese, esistenti tra le montagne dell’Appennino centro meridionale, oggi chiamato (MASSICCIO DEL) MATESE che, nel LONTANO passato, TUTTI, dico TUTTI gli Storici, CHIAMARONO: TIFERNUM.

TIFERNUM, era anche il nome del fiume che, scrisse Cianfarani (1978), deriva dalla parola pregrecaTiphos, palude, e Typhe, pianta.

DALLA PAROLA PREGRECA TIPHOS = PALUDE. DA TIPHE PIANTA = TIPHERNUM, il nome del MASSICCIO DEL MATESE.

SE NON fosse ESISTITA la TIPHOS/PALUDE, NON SAREBBE ESISTA LA PIANTA TIPHE/PIANTA ed il nome del MASSICCIO MONTUOSO: MONS PHITERNUS o MONS TIPHRNUM o TIPHERNUM MONS TIFERNUM MONTEM o MONTE TIFERNO o TIFERNUM; NON SAREBBE ESISTITO IL NOME DEL FIUME BIFERNO.

I LAGHI DEL MASSICCIO DEL MATESE. CLASSIFICAZIONE DEI LAGHI.

LAGHI DI PIANURA: Situati in aree pianeggianti. Il lago o la palude, esistente nella pianura di Bojano, nell’antichissimo passato, sita a nord del MASSICCIO DEL MATESE, ERA , come esaminato, una PALUDE. (vedi figura.INDIZI: OGGI, località PADULI DI SOTTO).

PALUDE =  è un terreno coperto d’acqua stagnante, caratterizzato dallo sviluppo di una particolare vegetazione e fauna che si è adattata all’elevata umidità ambientale e all’imbibizione dei terreni.

GUADO = Un guado è un punto, lungo un corso d’acqua, in cui la poca profondità permette l’attraversamento a piedi, a cavallo o su un veicolo. (Nella figura il DECUMANO romano).

LO SCIOGLIMENTO DELLA NEVE NEL PERIODO PRIMAVERILE, FAVORISCE LA FORMAZIONE DI LAGHI, PALUDI ED ACQUITRINI.

LAGHI DI VALLE, Situati in valli montane.

Il LAGO DI CAMPITELLO MATESE. Nel periodo dello scioglimento della neve, sempre copiosa sulle montagne che circondano la vasta depressione di Campitello Matese, a quota di mt. 1.448, il ristagno dell’acqua occupa il pianoro della stazione sciistica, localizzata a nord ed ai “piedi” di Monte Miletto.

LA CONCA DI CAMPITELLO MATESE, con il suo LAGO. mese di dicembre 2025. (vedi ultima figura a ds.).

IL LAGO DEL MATESE E DELLE ALTRE DEPRESSIONI MONTANE.

LO SCIOGLIMENTO DELLA NEVE NEL PERIODO PRIMAVERILE, FAVORISCE LA FORMAZIONE DI LAGHI, PALUDI ED ACQUITRINI.

LAGHI DI SBARRAMENTO: Formati da una diga artificiale che blocca il flusso di un fiume. Esempi: Lago di Gallo Matese ( mt. 900 s. l. m.) ed il lago di Letino (mt. 1.000 s. l. m.). (vedi figura).

LAGO DI SBARRAMENTO INCOMPIUTO DI ARCICHIARO. GUARDIAREGIA (mt. 950 s. l. m.).

LAGHI STAGIONALI PRIMAVERILI CAUSATI DALLO SCIOGLIMENTO DELLA NEVE. Lago di Campus Solioli o Campo Figliolo (mt.  1. 113 s. l m.).

VALLE DELL’ESERE.

Le DEPRESSIONI sul Monte La Gallinola (versante sud ovest), favoriscono la formazione dei LAGHI STAGIONALI. (vedi figure DEPRESSIONE punti verdi. Mandrie di mucche al pascolo nel rettangolo e cerchio).

Depressione del terreno: pianori-paduli presso la strada per il Monte La Gallinola. proveniente da Campitello Matese.

I PIANORI/PADULI SUL MONTE LA GALLINOLA (1. 923 s. l. m.) VERSANTE NORD.

I PIANORI/PADULI SUL MONTE MUTRIA (1. 823 s. l. m.). VERSANTE NORD E SUD.

LA THYPHA NEL TERRITORIO DEL POPOPO DEI SABINI.

Il MONS PHITERNUS o MONS TIPHRNUM o TIPHERNUM MONS TIFERNUM MONTEM o MONTE TIFERNO o TIFERNUM o MASSICCIO TYPHERNO, oggi MATESE e la vasta PIANURA di circa 100 kmq., localizzata a nord, offriva ai nuovi abitanti di origine SAFINA/SABINA/SABELLA/SANNITA, la vista della rigogliosa vegetazione della typha/tifa, ondeggiante al soffiare del vento, (vedi figura).

così come accadeva, ricordano gli Storici antichi, presso le rive del lago sacro di Cotilia, vicino alla città di RIETI, territorio della loro origine: SAFNIO/SAMNIUM/SANNIO ed in altre località peemonate della SABINA. Un fenomeno non sconosciuto e sempre ammirato dai loro progenitori e dagli stessi giovani migranti.

Con il lago o la palude esistente nella pianura di Bojano ancora nel secolo XI-IX, la presenza delle acque, permanenti o stagionali nella pianura, come accade ancora oggi nelle acque del Lago del Matese, permise l’abbondante sviluppo della pianta acquatica Typha latifolia, una delle piante palustri più comuni, ed anche in Italia la si può vedere in tutti i fossati, paluti e laghetti naturali(www.google.com) o artificiali. (vedi figure il Lago del Matese).

ORIGINE DEL FIUME TYPHERNUM o TIFERNUM o PHITERNUS, oggi BIFERNO

Successivamente, si ignora l’epoca, le TUTTE le acque presenti nella vasta pianura posta a settentrione del MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO o MASSICCIO DEL MATESE ed il TIFERNUM FLUMEN /oggi Fiume Biferno, defluendo regolarmente verso nord est, originarono il fiume che fu denominato con il toponimo del Massiccio appenninico: Typhernum o Tifernum o Phiternus, oggi BIFERNO.

Dal territorio dei PENTRI, attraversava il territorio meridionale dei FRENTANI, separato dal territorio dei DAUNI, dal fiume Fortore.

Era il Tifernum flumen, ricordato sia da Plinio (I sec. d. C.): Tifernus amnis e Tiferno flumen, sia da Pomponio Mela (I sec. d. C.), localizzadolo, in modo errato, nel territorio dei Dauni: Dauni autem Tifermum amnen/ Dauni posseggono il fiume Tiferno.

ANCHE Il MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO o MASSICCIO DEL MATESE ed il TIFERNUM FLUMEN /oggi Fiume Biferno , per la sua particolare localizzazione, fu scelto come limite, come termine di confine dei di origine SAFINA/SABINA/SABELLA loro rispettivi territori dove si erano stabiliti i giovani popoli consanguinei: PENTRI, IRPINI e CAUDINI. (vedi figura).

QUANDO il MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO o MASSICCIO DEL MATESE ed il TIFERNUM FLUMEN /oggi Fiume Biferno, fu chiamato MATESE ?

ESISTE ed è stato già citato, un diploma di concessione, datato 5 maggio dell’anno 964 sottoscritto dai principi Paldolfo I e Landolfo II, in favore del conte Landolfo, in cui sono DESCRITTI i confini della contea di Isernia.

Nell’anno 964, i sottoscrittori del diploma conoscevano un termine di confine/limita, con il toponimo MATESE, nella forma corrotta MASETO MATETIO: […]. De prima parte a’ vertice de Monte Maseto & directe per ipse fere in vertice de Monte Zanniprande; & inde ascendente per ipsa serra usque serra in verticem de jam dicto monte Mateto usque ad prima fine. (vedi figura).

Nel diploma di concessione furono anche citati: Serra di Colle petroso/CastelpetrosoBoclaniacorruzione di Boiano, capoluogo della omonima contea longobardaMaccle qui dicitur de Godini/Macchiagodena; Serra di monte Capraro/Monte Capraro e Campo Solioli da identificare con la località oggi denominata Campo Figliulo ? (vedi figura).

Il citato MASETO o MATETOverosimilmente, E’ la forma corrotta del sostantivo masséto s. m. [der. di masso], non com. – Luogo arido, roccioso, pieno di massi (http://www.treccani.it).

CHIARA L’ORIGINE DEL NOME MATESE ? 

Il NOME del MASSICCIO conosciuto dai principi longobardi di Capua, nel secolo X , era: MASETO MATETO.

Con il trascorrere dei secoli, MASETO MATETO, diverrà: 

M A T E S E, CON I MONTI PIU’ ELEVATI: MONTE MILETTO. MONTE LA GALLINOLA E MONTE MUTRIA.

Correva l’anno 964 ed il MONS PHITERNUS o TIPHERNUM MONS o TIFERNUM MONTEM o NOMEN AMNI PHITERNO o MONTE TIFERNO o MASSICCIO DEL MATESE ed il TIFERNUM FLUMEN /oggi Fiume Biferno, era chiamato MASETO o MATETO, NON DIVERSO da MATESE, ma MOLTO DIVERSO da aisernis, aggettivo che rimanda al nome antico del Matese, essere stato chiamato: ESERE.

Correva l’anno 1104, mese di luglio, ossia molto prima di quanto scrisse Gattola nell’anno 1733, fu redatto il Doc.54, pubblicato nel Chronicon Vulturnense, per ricordare la localizzazione della chiesa di S. Gregorio sul Matese; fu scritto CORRETTAMENTE: MATESE.

NON ESERE, NON ESULE, NON LE SOLE, come alcuni studiosi hanno dichiarato.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

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LA “VIA MICAELICA” OGGI ? UN PROLIFERARE DI PERCORSI.

febbraio 6, 2026

L’ANTICHISSIMO percorso della VIA FRANCIGENA DEL SUD, descritto nel precedente articolo: LA “VIA FRANCIGENA DEL SUD”. NON ATTRAVERSAVA IL TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE. UNICAMENTE IL TERRITORIO DELLA CITTA’ DI VENAFRO, dalla città di Roma, dopo una sosta nella città di Benevnto, raggiungeva i porti della Puglia, UTILIZZANDO: la VIA CONSOLARE LATINA (fine del IV secolo a.C.-inizi del III secolo a.C.), da Roma, Teano e Capua. La VIA CONSOLARE APPIA (312 a.C.-244 a.C.), successivamente a causa dell’impraticabilità dei tratto iniziale da Roma, fu utilizzato il percorso da Capua a Benevento, Venosa e Taranto; la VIA pedemontana, a sud del Massiccio del Matese, da Venafro a Benevento.

Da Benevento, IMPORTANTE CROCEVIA politico e religioso, iniziavano i percorsi: verso nord-est, dapprima la VIA TRAIANA di più recente costruzione (108-110), collegava la città, già capitale degli IRPINI, con Aequum Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio nel cui territorio, incrociando la VIA CONSOLARE MINUCIA (221 a. C.), proveniente da Corfinio, città del popolo dei PELIGNI, dopo avere attraversato il territorio del popolo dei PENTRI, proseguivano con un UNICO, ma rimodernato percoso verso Troia, Canosa, Bari e Brindisi. (vedi figura).

DOPO le apparizione (la prima nell’anno 490) dell’Arcangelo Michele nella Grotta sita sul versante est del Promontorio del Gargano, la VIA FRANCIGENA DEL SUD, fu coinvolta in un NUOVO ITINERARIO, soprattutto religioso, la: VIA MICAELICA o VIA DELL’ANGELO o CAMMINO DELL’ANGELO e della VIA SACRA LANGOBARDORUM. (vedi figura).

La VIA MICAELICA o VIA DELL’ANGELO o CAMMINO DELL’ANGELO, partiva dalla città Roma, seguiva il percoso dellaVia Francigena del Sud, ossia: la Via consolare Appia o la Via pedemontana a sud del Massiccio del Matese; giunta nella città di Benevento, seguiva la Via Traianafino ad Aequum Tuticum/Ariano Irpino, per proseguire e giungere, con la Via Traiana, già Via consolare Minucia, nella città di Aeca/Troia, passare per Siponto ed arrivare alla Grotta delle Apparizioni, presso Monte Sant’Angelo. (vedi figura laVia Micaelica o Via dell’Angeloo Cammino dell’Angelo e la VIA SACRA LANGOBARDORUM.).

La VIA MICAELICA o VIA DELL’ANGELO o CAMMINO DELL’ANGELO, nell’anno 867 fu percorsa dal monaco Bernardo e da due confratelli.

Partiti da Roma, seguirono la Via consolare Latina, passando per Montecassino e per la città di Capua. Da Capua, con la Via consolare Appia, giunsero in Benevento per proseguire e giungere, con la Via Traiana, in Aequum Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio e, con la Via Traiana Minucia, nella città di Troia per deviare verso Siponto, giunsero alla Grotta delle Apparizioni. (vedi figura).

OGGI, NON ESISTE UNA VIA, ma LE VIE MICAELICHE. (vedi figura n.1: giallo: itinerario Seracchioliblu: itinerario D’Atti/Cinti – rosso: itinerario Iubilantes – mattone: itinerario ministeriale. Figura n. 2 da La via francigena del Molise di Stoponi-Romano 2025)

Per NON creare CONFUSIONE è IMPORTANTE EVIDENZIARE: con la presenza dei Longobardi, e succesivamente dei Normanni, nei territori della penisola Italica, un ANTICO itinerario, da Otranto a Roma, fu percorso nell’anno 333 da un anonimo pellegrino, partito da Bordeaux, ritornò dalla Terra Santa nell’anno 334. L’itinerario è stato chiamato, con CONSENSO UNANIME: VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura).

Sbarcato nel porto di Otranto, il pellegrino raggiunse Brindisi e, seguendo la via Traiana Minucia, NON APPIA TRAIANA, passò per: Bari-Troia-Aequum Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio; giunse nella città di Benevento e, percorrendo la Via consolare Appia, arrivò nella città di Roma. (vedi figura).

Negli anni successivi, le INVASIONI dei popoli provenienti dal nord Europa, utilizzando le antiche VIE costruite dai Romani, incrementarono i COMMERCI ed i PELLEGRINAGGI verso la città di Roma, sede del Papa e dei sepolcri dei Santi; poi proseguivano per la Terra Santa.

Il percorso dal nord dell’Europa a Roma fu chiamato VIA FRANCIGENA, come già illustrato, nell’articolo: LA “VIA FRANCIGENA DEL SUD”. NON ATTRAVERSAVA IL TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE. UNICAMENTE IL TERRITORIO DELLA CITTA’ DI VENAFRO. In Italia, la VIA FRANCIGENA, a differenza della VIA FRANCIGENA DEL SUD, COINVOLSE UN FASCIO DI STRADE o UNA RETE DI PERCORSI. (vedi figura).

La VIA FRANCIGENA DEL SUD coinvolgeva 4 (QUATTRO) ANTICHI e distinti ITINERARI: la Via consolare Appia; la Via consolare Latina; la Via Pedemontana a sud del Massiccio del Matese e la Via Traiana-Minucia. Si tenga CONTO: la Via consolare Appia (itinerario bianco), a causa del frequente impaludamento della pianura pontina, fu ABBANDONATA per utilizzare la Via consolare Latina (vedi figura itinerario giallo) fino a Teano e poi, da Capua, la Via consolare Appia fino a Benevento e proseguire per la città ed il porto di Taranto. Sempre da Benevento, come già illustrato, con la Via Traiana fino ad Aequum Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio e da QUI, con la Via Traiana Minucia (itinerario viola), si raggiungeva la città ed il porto di Brindisi. (vedi figura).

L’articolo citato: “VIA FRANCIGENA DEL SUD”. NON ATTRAVERSAVA IL TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE. UNICAMENTE IL TERRITORIO DELLA CITTA’ DI VENAFRO, illustra l’ESISTENZA di un UNICO e BREVE TRATTO del percorso della Via consolare Latina nel territorio di Venafro chiamato, con CONSENSO UNANIME, Via Francigena del Sud, localizzato nei pressi del bivio tra Roccaravindola ed Ailano, località, quest’ultima, sita sul percoso della Via Francigena del Sud. (vedi figura F.).

Il percorso, coinvolgendo il breve tratto della Via Francigena del Sud, INIZIAVA da Venafro, attraversava la pianura a sud del Massiccio del Matese, per raggiungere gli insediamenti di Vairano, Alife, San Salvatore Telesino/Telese e proseguire per la città di Benevento dove, incrociando e seguendo la Via consolare Appia, proveniente dalla città di Capua, si giungeva nella città ed il porto di Taranto.

In alternativa, da Benevento, percorrendo la Via Traiana fino Aequmm Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio, il viaggio proseguiva sull’antico percorso della Via consolare Minucia proveniente da Corfinio, perraggiungere Aequum Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio, località dove il percorso della Via Traiana si sovrapponeva e migliorava quello della più antica Via consolare Minucia, per giungere la città ed il porto di Brindisi, (vedi figura).

INIZIO E DIFFUSIONE DEL CULTO PER L’ARCANGELO MICHELE.

Alla fine del IV secolo era stata istituita la Provincia SAMNIUM con i territori dei MARRUCINI, dei FRENTANI, dei CARECINI CARRICINI, dei PENTRI, dei FRENTANI ed i territori pertinenti alle antiche civitate del popolo dei CAUDINIAlife e San Salvatore Telesino/Telese [vedi in figura: i popoli, gli insediamenti ed il percorso dei TRATTURI (linee discontinue)].

VERSO LAFINE DEL IV SECOLO, PRIMA DELL’ARRIVO DEI LONGOBARDI e della loro ESPANSIONE sui territori dell’Italia centro-meridionale (tra l’anno 568 e l’anno 569), con la istituzione del Ducato, poi Principato Longobardo di Benevento, in una grotta dell’odierno Monte Sant’Angelo, nell’anno 490, AVVENNE la PRIMA apparizione dell’arcangelo Michele. (vedi in seguito figura del ducato/principato).

Furono soprattutto i pastori, abitanti nella Provincia SAMNIUM/SANNIO e nei territori più a nord ovest, compreso l’odierno Abruzzo, a diffondere la notizia delle apparizioni dell’Arcangelo Michele nella Grotta del Monte Gargano (vedi figura).

Le apparizioni continuarono negli anni 492 e 493, nella Grotta non lontana dalla pianura, detta Tavoliere delle Puglie, dove, da tempo immemore, pascolavano le greggia proveniente con la TRANSUMANZA, dai territori montuosi delle vicine Regioni dell’ Abruzzo e del Molise(vedi figura i percorsi dei tratturi.).

Una pianura vasta circa 4.000 kmq., delimitata ad ovest dai Monti Dauni, ad est dal Monte Gargano, sito della Grotta delle Apparizioni, dal Mare Adriatico ed attraversata: a nord dal fiume Fortore, a sud dal fiume Ofanto. (vedi figure il territorio della Provincia SAMNIUM). (vedi figura).

U. Pietrantonio (1987): presso il bosco di Trivento già in territorio di Civitacampomarano, ora Lucito, esisteva il monastero benedettino di S. Angelo Altissimo o S. Angeli Altissimi, citato in un diploma dell’Imperatore Ottone III del 999; ancora, nell’anno 777, fu citato nel documento di Arechi II, relativo ad una donazione al monastero di Santa Sofia in Benevento. [(vedi figura percorsi dei tratturi (linee rosse), Il monastero Sant’Angelo in Altissimo (punto rosso)].

G. Mascia in Aspetti del culto popolare di San Michele Arcangelo nel Molise (2000), scrive: Ricadente nella diocesi di Larino, in prossimità del tratturo Celano-Foggia (fondamentale arteria di collegamento tra gli Abruzzi e il Gargano), la più antica delle chiese molisane dedicate a San Michele è ricordata in una lettera di papa Gelasio I del 493-494. La sua edificazione va senz’altro messa in connessione con l’affacciarsi del culto garganico. Sita in territorio di Civitacampomarano, o comunque in una località quae mariana vocatur, come precisa la lettera papale, la chiesa rimarrà isolata finché al culto del Santo non arriderà la fortuna assicurata dai longobardi, per irradiazione politica e/o delle abbazie benedettine.

Prima dell’arrivo dei Longobardi e della loro conversione al cristianesimo, G. Mammarellain Larino Sacra. La diocesi, la genesi della cattedrale, i SS. Martiri Larinesi (2000)ricordaGelasii I papæ epist. 2, in Epistolæ Pontificum Romanorum ineditæ, ed. S. Loewenfeld, Lipsiæ 1885, p. (fine anno 493/gennaio 494): Gelasio a Giusto vescovo di Larino. Priscilliano e Felicissimo, uomini devoti, per notificazione della richiesta scritta ci suggerirono che nella loro proprietà, che è chiamata Mariana, essi fondarono, in segno della propria devozione, una basilica la quale desiderano che venga consacrata in onore e in nome del Santo Arcangelo Michele. […]. Quel che appare assodato e incontrovertibile, scrive Mammarella(vedi sopra la lettera del vescovo Gelasio), era quanto avvenne nel territorio della diocesi episcopale di Larino, nei pressi degli itinerari tratturali di Matese-Cortile-Centocelle e del tratturo Celano-Foggiauomini devoti, nella loro proprietà, che è chiamata Mariana, essi fondarono, in segno della propria devozione, una basilica la quale desiderano che venga consacrata in onore e in nome del Santo Arcangelo Michele [vedi figura: le località citate della descrizione (punto azzurro). Foto di quanto resta del santuario].

Scrive Mammarella: era IL PRIMO LUOGO DI CULTO DELLA CRISTIANITA’, DEDICATO ALL’ARCANGELO MICHELE DOPO LA SUA APPARIZIONE TERRENA SUL MONTE GARGANO TRA LA FINE ANNO 493 ED IL GENNAIO DELL’ANNO 494, ossia, prima che i Longobardi occupassero  e dominassero il territorio dell’Italia centro meridionale, con la conquista della città di Benevento nell’anno 571 e la istituzione dell’omonimo Ducato, divenuto PRINCIPATO, dopo l’arrivo in Italia dei FRANCHI nell’VIII sec.(vedi figura)..

ORIGINE della VIA MICAELICHE o VIA DELL’ANGELO o CAMMINO DELL’ANGELO e della VIA SACRA LANGOBARDORUM.

ANCOR PRIMA che i dominatori LONGOBARDI si convertissero al Cristianesimo e promuovessero  la devozione ed i pellegrinaggi alla Grotta della Apparizioni sul Monte Sant’Angelo, GRAZIE al racconto dei pastori, nei pressi di Lucito, come già illustrato, fu costruito, tra gli anni 493-494, il monastero di Sant’Angelo in Altissimo, per l’INTERESSAMENTO, come già esaminato, espresso con una lettera, da Gelasii I papæ epist. 2, in Epistolæ Pontificum Romanorum ineditæ, ed. S. Loewenfeld, Lipsiæ 1885, p. (fine anno 493/gennaio 494 Gelasio a Giusto vescovo di Larino per la fondazione, in segno della propria devozione, di una basilica la quale desiderano che venga consacrata in onore e in nome del Santo Arcangelo Michele. TUTTO accadde nel territorio pertinente alla diocesi episcopale di Larino e, GRAZIE alla vicinanza dei tratturi, non fu difficile, alla fine del V secolo, DIFFONDERE la notizia della APPARIZIONE nella Grotta del promontorio del Gargano ed organizzare i primi pellegrinaggi, spinti dalla fede e dalla curiosità. (vedi figura il percorso)

INIZIO’, probabilmente, da Venafro, raggiugeva la città di Isernia e, nel territorio di Bojano, deviava a nord est, per seguire il tratturello Matese-Cortile-Centocelle, in base a quanto ricordò Colabella. (1974) per gli avvenimenti dell’anno 940:  Era il mese di maggio di mille anni fa (1974-1000= 974 ? n. d. r.. Alcuni pellegrini diretti al Santuario di San Michele Arcangelo si fermarono in una raduna ai confini tra il Sannio e l’Apulia, per ritemprare i loro corpi polverosi arsi dal sole. Erano partiti molti giorni prima dalla Piana di Venafro, ma ormai erano vicini alla meta: dicevano gli anziani che, una volta guadate le acque della Sciumara [(il fiume Fortore tra il Sannio e la Puglia (?), n. d. r.)], laggiù nella valle, non rimaneva che percorrere un tratto di pianura Apula. In effetti all’orizzonte nella sua mole maestosa si stagliava il promontorio del Gargano.  Si narra che nella seconda metà del X secolo alcuni pellegrini partiti da Venafro e diretti al santuario di S. Michele Arcangelo nel Gargano, furono assaliti da alcuni pastori che rapinarono le loro donne. I pastori e le donne rapite, rassegnate al loro destino, diedero origine ad un piccolo insediamento che fu chiamato Venifro, in ricordo di Venafro. (vedi in figura l’itinerario da Venafro a Bonefro e Monte Sant’Angelo).

Altre notizie su quanto accadde in occasione di quell’antico pellegrinaggio, furono pubblicate in Memorie Istoriche di Venafro da Gabriele Cotugno, canonico teologo della maggiore chiesa. (1824): Intraprese buon numero di Venafrani il pellegrinaggio per Monte Gargano, affine di visitar la Basilica di S. Michele Arcangelo, quando colti per istrada da ignoto infortunio , fermaronsi in un bosco della Diocesi di Larino. Quivi , per motivi che non permettevano di ripatriarsi vollero stabilirsi , e in quel d’intorno edificare un Paese, che denominarono Bonefro. Ignorasi l’epoca dell’avvenimento sempre anteriore al ro38 (1038 ?. n. d. r.), in cui il Bonefro esisteva, come rilevasi dal diploma di oblazione del monistero, e prepositura di S. Eustachio ir Pantasia fatta a Montecasino sotto l’Abbate Richerio nell’ anno dinotato. Nella bolla d’Innocenzo IV. circa il 1254. chiamasi Venafro, in altri registri Venifro, e Bonefro, per cui il nome medesimo non fa dubitarci punto del fatto.
Il canonico Cotugno, aggiunse: Per maggior pruova crediamo di riportare le parole precise di Gio. Andrea Tria nelle memorie di Larino: La fama tra Paesani vuole,che questo luogo prima Castello, al presente Terra, abbia la sua origine dalla Città di Venafro posta in Campagna felice, o sia Terra di Lavoro, colla occasione, che passando per questo luogo, e non convenendo tornare alla di loro Patria per cagione, che qui non ardisco esporre, stimandola favolosa, si fermarono in esso, e li diedero il nome di Venafro, preso dal luogo della di loro propria origine; poi corrotto fu chiamato Benifro ora Bonefro, e che’l proprio suo nome sia Venafro per altro così registrato nelle Bolle. […].
Ai Capitoli di Venafro e di Monte Sant’Angiolo, Cotugno scrisse: L’occasione medesima di veder quella celebratissima grotta, ha quasi ognanno eccitato con altra gente i concittadini nostri a recarvisi. Nel 1746. buon numero ne fu accompagnato dal nostro Canonico D. Gianfrancesco Desanctis Protonotario Apostolico (di vita studiosa, ed esemplare), quando colto costui da grave infermità ebbe ivi a finir i suoi giorni.

L’itinerario utilizzato nell’anno 974 dai pellegrini di Venafro, DESCRITTO da Colabella, probabilmente era stato già percorso, si IGNORA l’epoca, dai pellegrini che partivano da Bojano, nel cui territorio, era ed è MOLTO VIVA la devozione per l’Arcangelo Michele. Nei pressi di una delle 3^ rocche fortificate, a difesa della pentra Bovaianom/sannita-romana Bovianum/ oggi, Bojano, descritte da Appiano (I sec. d. C.), per essere stata coinvolta nella Guerra Sociale (91-88 a. C.), fu costruito, in occasione del dominio di Roma, un mausoleo che, in epoca medievale, con quanto restava del precedente edificio, fu eretta l’odierna chiesa dedicata a san Michele. (vedi figure).

L’itinerario. dell’anno 974 (?), INIZIAVA dalla città di Venafro e, proseguendo lungo il percorso che oggi è la moderna SS. 85, includeva, come già descritto, un breve tratto (deviava a sud del Massiccio del Matese, vedi in figura) della cosidetta Via Francigena del Sud (in figura tratto rosso), passava per le località grande o piccola, dove ancora OGGI, si CELEBRA San Michele: Monteroduni, Sant’Angelo in GrotteBojanoColle d’Anchiese, CastropignanoCampobassoSan Giovanni in Galdo, ToroCastellino sul Biferno, Montorio nei Frentani, RipabbottoniBonefroSan Giuliano Puglia Colletorto. (vedi in figura solo alcune delle località, da Venafro a Monte Sant’Angelo, dove si venera San Michele e la localizzazione, del Santuario di Sant’Angelo in Altissimo, nel territorio della Regione Molise, nei pressi i Lucito. Vedi bibliografia di Colabella. Cotugno. Mammarella. Mascia).

Dopo quanto illustrato, la Via Micaelica, nel territorio dell’attuale Regione Molise, prima dell’arrivo dei Longobardi, può essere stimata il primo percorso del pellegrinaggio verso Monte Sant’Angelo, creato SUBITO dopo l’anno 490 della prima apparizione dell’arcangelo Michele.

Lo CONFERMEREBBE la lettera di papa Gelasio I papae che sollecitava , tra anno 493/gennaio 494, la costruzione di un edificio religioso, poi monastero di Sant’Angelo in Altissimo nel territorio di Lucito (come già descritto). La Via Micaelica nel territorio della Regione Molise, precedette, come esamineremo, sia la Via Sacra Langlobardoum, da Benevento a Monte Sant’Angelo, sia la Via Micaelica o Via dell’Angelo o Cammimo dell’Angelo e della Via Sacrea Langobardorum, da Roma alla Grotta delle Apparizioni. (vedi figura).

VI SECOLO. ORIGINE DELLA VIA SACRA LANGOBARDORUM: BENEVENTO-TROIA-SIPONTO-GROTTA SAN MICHELE/MONTE SANT’ANGELO.

Immacolata Ausialia. in Pellegrinaggi femminili tra tarda antichità e medioevo: donne e sante pellegrine al Gargano (anno 2020), descrive il pellegrinaggio di Arellaide: La prima donna pellegrina al Gargano di cui si ha notizia nelle fonti è Artellai- de, una giovane proveniente dall’Oriente, fglia di Lucio proconsole a Costantinopoli, […] il suo viaggio da Costantinopoli per non cedere alle lusinghe dell’imperatore Giustiniano; aveva raggiunto, quindi, via terra Bulona (Valona), donde era approda- ta a Siponto per fuggire verso Benevento dove l’aspettava suo zio Narsete, identificato con il comandante delle truppe bizantine in Italia. Fu proprio a Siponto che Artellaide avrebbe incontrato un personaggio, di cui viene taciuta l’identità, che le aveva chiesto denaro per realizzare alcuni lavori nel santuario di san Miche- le sul monte Gargano. Artellaide, con sorpresa di tutti, non solo decise di mette- re a disposizione le risorse di cui disponeva, ma volle anche raggiungere la montagna sacra per pregare l’Arcangelo. Al termine della sua devota supplica, avrebbe lasciato in dono triginta aureos. Tornata a Siponto, raggiunse, infne, Benevento dedicandosi alla preghiera, rimase fno alla morte. (vedi figura).

In Vita Arthellaidis 5 (AA.SS. Mart. 1, 262). Ausialia, scrive: Il racconto è tramandato da un’anonima operetta agiografca, la Vita sanctae Arthellaidis 72, che colloca gli avvenimenti riportati nel VI secolo. La Vita, soprattutto negli ultimi anni, è stata al centro dell’attenzione degli studiosi […], si possa desumere che il Gargano, già a partire dal VI secolo, fosse divenuto una meta di pellegrinaggio che attirava pellegrini e devoti dall’Oriente. Fu proprio una donna, la regina Ansa, moglie del re longobardo Desiderio (756-774), a far allestire strutture di ricovero e di ristoro per numerosi pellegrini che, alla sua epoca, dalle terre di Occidente raggiungevano Roma e il Gargano

In proposito, Ausilia, scrive: Per quanto riguarda l’itinerario che lo condusse al Gargano, Bernardo non menziona tutte le tappe del suo viaggio, ma si può ritenere che abbia seguito la via Traiana fino all’antica Aecae e di lì abbia percorso la diramazione per Siponto, per raggiungere poi la grotta di san Michele, di cui fornisce una descrizione dettagliata. Bernardo mostra di conoscere la tradizione agiografica garganica, quando scrive che l’Arcangelo stesso aveva consacrato quella grotta, all’interno della quale si potevano ammirare più altari e che poteva contenere una cinquantina di persone. (vedi figura).

Nel VI secolo, GRAZIE ad Artellaide era nato l’itinerario RELIGIOSO: Grotta delle Apparizioni/Monte Sant’Angelo-Siponto-Troia-Benevento. PER CONVENZIONE. UNANIME fu chiamato: VIA SACRA LANGOBARDORUM. (vedi figura).

ANNO 817. ORIGINE DELLA VIA MICAELICA DA ROMA A MONTE SANT’ANGELO.

Nell’anno 817, da Dauferio e, tra gli anni 867-870, il monaco Bernardo e DUE confratelli, come illustra Dalena (2008): Lo dimostra anche l’itinerario in Terrasanta del nobile Dauferio nell’817 e, in particolare, quello del monaco Bernardo, ricco di dettagli topografici, compiuto tra l’867 e l’870, con due confratelli, Teodemondo del monastero di San Vincenzo al Volturno e Stefano, spagnolo, attraverso il Mezzogiorno longobardo e arabo in cui il passaggio era tutelato da un dispositivo della divisio ducatus Beneventani dell’849.
Si tratta della comoda via alternativa per raggiungere Benevento rappresentata dall’ itinerario Venafro-Alife-Telese-Benevento. Il percorso di questa strada è ben noto sin dal XVIII secolo quando il Trutta ne indicò il tracciato sulla scorta dell’osservazione di tratti basali, ponti romani e edifici funerari
. (vedi in figura itinerario verde: Venafro-Alife.Telese- Benevento).

Dopo circa 280 anni dal viaggio di Berardo, l’Iter ad loca sancta Nikulas di Munkathvera, offre una ulteriore CONFERMA del percoso : il quale, tra il 1151 e il 1154, intraprese un lungo pellegrinaggio. Lo scritto rappresenta una delle più antiche testimonianze dell’intero tracciato della via Francigena: il pellegrino, diretto a San Giovanni d’Acri, salpò verso la Terra Santa, imbarcandosi probabilmente da Brindisi, […]. L’abate islandese, infatti, valicate le Alpi, seguì la via Francigena fino a giungere a Roma, donde continuò il suo viaggio attraverso i percorsi medievali che derivavano dalle vie consolari Casilina e Appia TraianaEgli decise di visitare il santuario del Gargano,[…]. L’abate islandese così descrive il suo percorso: «Siponto si trova sotto il Monte di San Michele, e si estende su per il monte per dieci miglia di lunghezza e tre di larghezza. Là vi è la grotta di San Michele, […]. Si può ipotizzare che da Benevento il pellegrino islandese avesse seguito la direttrice Traiana/Francigena sino a Troia, da dove un sentiero denominato via peregrinorum portava a Siponto e al santuario micaelico del Gargano. (vedi figura).

IL PERCORSO DA ROMA, con la VIA CONSOLARE LATINA (linea nera) fino a VENAFRO-ISERNIA-BOJANO-BONEFRO-SAN PAOLO CIVITATE-GROTTA DI SAN MICHELE (linea rossa).

In base alla documentazione bibliografica ESISTENTE, è IMPROPONIBILE un itinerario, STORICO, della VIA MICAELICA diverso dal percorso della Via consolare Latina che attraversava il territorio a nord del Massiccio del Matese.

L’UNICO percorso STORICO documentato (anno 940 ?), seguiva la Via consolare Latina fino alla città di Venafro; proseguiva, come già illustrato in occasione della fondazione di Bonefro, fino a Bojano per utilizzare la più antica VIA MICAELICA percorsa anche dai pellegrini delle località circostanti per raggiungere San Paolo Civitate-Stignano-San Marco in Lamis-Grotta di San Michele, utilizzando la via (vedi figura itinerariorosso).

GLI ITINERARI PROPOSTI OGGI, POCO O NULLA HANNO IN COMUNE CON GLI ITINERI STORICI, UTILIZZATI E DILIGENTEMENTE DESCRITTI NEL PASSATO, DAI DEVOTI PELLEGRINI.

Questo è quanto.

Oreste Gentile.

LA “VIA FRANCIGENA DEL SUD”. NON ATTRAVERSAVA IL TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE. UNICAMENTE IL TERRITORIO DELLA CITTA’ DI VENAFRO.

gennaio 26, 2026

Gabriele Tardio, in La Via dell’Angelo Michele ovvero la Via Sacra Langobardarum o la Via Francigena (2011), ha scritto: Così, in Italia stanno nascendo molte vie di camminicome la francigena che si sta dividendo in due vie francigene: quella politica-imprenditoriale indicata dai cartelli ufficiali che spesso fanno allungare il percorso senza particolari motivi e quella che percorrono i semplici pellegrini seguendo la loro logica dettata dal buon senso.

CAPITO ?

Alcuni studiosi, OGGI, SOSTENENDO, la impraticabilità ed il progressivo abbandono delle VIE CONSOLARI ROMANE, causati da una negligente manutenzione, PROPONGONO e DESCRIVONO degli itinerari MOLTO diversi da quelli seguiti e DILIGENTEMENTE descritti, con dovizia di particolari, SOPRATTUTTO dai PRIMI pellegrini, dai commercianti e dagli eserciti, per raggiugere dai portidella Puglia, via mare, la Terra Santa.

LE VIE UTILIZZATE.

La VIA CONSOLARE LATINA (fine del IV secolo a.C.-inizi del III secolo a.C.): dalla città di Roma, giungeva nel territorio della città di Teano, seguiva il percorso della Via consolare Appia, per la città di Benevento e proseguiva per le città di Venosa e di Taranto. (vedi in figura via gialla).

La VIA CONSOLARE APPIA (anno 312a. C.), il percorso da Roma a Capua, a causa del frequente impaludamento della pianura pontina, fu abbandonato; in alternativa, fu utilizzato il percorso della Via consolare Latina, da Roma al territorio di Teano per proseguire su quanto restava del lungo percorso della Via consolare Appia, da Capua a Benevento, Venosa e la città e porto di Taranto. (vedi figura tratto di via bianca),

La VIA TRAIANA (anni 108-110), iniziava daBenevento, giungeva in Aequum Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio per proseguire, con la ristrutturataVIA CONSOLARE MINUCIA [221 a. C.(oVia Herculea, fine III sec. d. C.,da Castel di Sangro ai territori della Lucania)],proveniente dal territorio dell’antico popolo dei PELIGNI, giungeva nelle città di Troia e di Bari, per proseguire verso la città ed il porto di Brindisi. (vedi figura viarosa).

La VIA PEDEMONTANA (già esitente nel 217 a. C.), localizzata a sud del Massiccio del Matese: si staccava dalla Via consolare Latina nel territorio della città di Venafro e raggiungeva le città in cui esistevano antichi luoghi di culto: Ailano, Vairano, Alife, Telese e la città di Benevento, capitale del Ducato, poi Principato omonimo. (vedi figura via verde).

I 4 (QUATTRO) itinerari descritti, per un ACCORDO degli studiosi, è chiamato: VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi in figura).

Del territorio dell’Italia centro-meridionale, occupato, in ordine di tempo: dai Longobardi (tra l’anno 568 e l’anno 569), dai Franchi (anni 754-756) e dai Normanni (X sec.), grazie alla documentazione esistente, CONOSCEREMO l’origine e l’utilizzo del toponimo FRANCESCA o FRANCISCA o FRANCIGENA, per localizzare ed identificare una VIA, una contrada, una valle, un bosco, etc..

La fitta rete stradale costruita dai Romani, MAI FU ABBANDONATA, come oggi alcuni studiosi SOSTENGONO; gli itinerari PROPOSTI, sono una INVENZIONE, con uno scopo preciso, come ha scritto Tardio in modo esplicito: quella politica-imprenditoriale indicata dai cartelli ufficiali che spesso fanno allungare il percorso senza particolari motivi e quella che percorrono i semplici pellegrini seguendo la loro logica dettata dal buon senso.

I nuovi conquistatori provenienti dal nord Europa, NON ABBANDONARONO, come hanno scritto, ma MIGLIORARONO gli antichi percorsi, UTILI per trasferire i loro eserciti, per gli scambi commerciali e, NON ULTIMO, UTILIZZATI dai pellegrini che, dal nord dell’Europa, giungevano nella città di Roma e proseguivano per laTerra Santa.

Come esamineremo in un prossimo articolo, con l’apparizione dell’arcangelo Michele, iniziarono i pellegrinaggi per raggiungere, percorrendo la Via Francigena del Sud e fino alla città di Troia, DEVIARE verso la Grotta delle APPARIZIONI dell’arcangelo Michele, localizzata presso Monte Sant’Angelo, sul versante est del promontorio del Gargano. (vedi figura: le VIE in EUROPA di Radke).

ORIGINE DELLA VIA FRANCIGENA DEL SUD.

Un ANTICHISSIMO itinerario, percorso dall’anno 333 all’anno 334, fu descritto, con dovizia di particolari, da un anonimo pellegrino: partito da Bordeaux, attraversò la pianura padana, passò per Milano, per i territori di Sirmio, di Antiochia e di Tessalonica; visitò e soggiornò in varie città, tra cui Costantinopoli e Gerusalemme. (vedi figura).

Nel suo viaggio di RITORNO, imbarcato nel porto di Valona e sbarcato nel porto di Otranto, raggiunse la città di Brindisi. Percorrendo la Via consolare Traiana-Minucia, arrivato nella città di Benevento, l’anonimo pellegrino si incamminò lungo la Via consolare Appia, passò per la città di Capua e giunse nella città di Roma. [(vedi in figura: ITINERARIA ROMANA Vol. I, Otto Cuntz (1990), descrive le località visitate dall’anonimo pellegrino burdigalense, dal porto di Otranto a Roma. (vedi figura l’itinerario del ritorno: la Via Traiano/Minucia e la Via consolare Appia, proseguendo, da Roma verso il confine della Catena delle Alpi occidentali. L’itinerario rosso del ritorno: da Roma verso Bordeaux)].

ERA NATA, NELL’ANNO 334, LA VIA che, per un ACCORDO UNANIME, E’ CHIAMATA: VIA FRANCIGENA DEL SUD. [(vedi figura: la Via consolare Appia. La Via consolare Latina. La Via TraianaMinucia. La VIA da Roma a Bordeaux, città di partenza dell’anonimo pellegrino) e la Via consolare Minucia].

Otto Cuntz, pubblicando, DETTAGLIATAMENTE, la lista dei luoghi e le distanze tra Otranto e Roma, descrisse sia la VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura 1.), sia il tratto della “famosa” VIA FRANCIGENA, tra Roma e Milano. (vedi figura 2.).

Dopo quanto illustrato, l‘ITINERARIO seguito dall’anonimo pellegrino di Bordeaux per raggiungere da Otranto la città di Roma, NON coinvolse UN FASCIO DI STRADE o UNA RETE DI PERCORSI, come sostiene e scrive più di uno studioso, ma, come già illustrato, UNICAMENTE DUE antiche strade romane: la Via Traiana-Minucia, da Brindisi a Benevento; la Via consolare Appia, da Benevento a Capua ed alla città di Roma; successivamente, l’itinerario proseguì per il nord dell’Italia per la città di Bordeaux. (vedi figura in basso).

L’ITINERARIO delle DUE antiche strade romane, per un ACCORDO UNANIME, fu chiamato VIA FRANCIGENA DEL SUD: ESCLUDEVA il territorio delle attuali Regioni localizzate a nordnord ovest della penisola ITALICA: il MOLISE e l’ABRUZZO, come testimonia l’itinerario percorso, nell’anno 334, dall’anonimo pellegrino Burdigalese, TORNANDO dalla Terra Santa. INCONSAPEVOLMENTE, aveva originato un CAMMINO religioso: la VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura).

LA VIA PEDEMONTANA A SUD DEL MASSICCIO DEL MATESE.

Esisteva un TERZO itinerario: la Via consolare Latina proveniente da Roma, passando per Cassino e San Pietro Infine (l’antica Flexum), raggiunta la città di Venafro, già territorio dell’antico popolo dei Pentri, all’epoca chiamato SANNIO, capoluogo della Contea Longobarda omonima, pertinente al Ducato, poi Principato di Benevento, proseguiva con 2 (DUE) percorsi distinti: UNO, un breve percorso chiamato via Francesca (in figura linea rossa) si dirigeva verso sud est, nella pianura a sud del Massiccio del Matese, l’ALTRO proseguiva, anonimo, oggi SS 85. a nord est, verso Isernia ed a seguire, un percorso a nord del Massiccio del Matese. (VEDI IN SEGUITO). (vedi figure).

L’itinerario permetteva di visitare e sostare in Ailano, presso il monastero di Santa Maria in Cingala; in Vairano, presso l’abbazia di Santa Maria in Cingala; in Alife, con la chiesa dedicata a Maria Santissima Assunta e San Sisto; San Salvatore Telesino/Telese, l’Abbazia benedettina del Santo Salvatore; Foglianise, l’eremo di San Michele Arcangelo; Bucciano, leremo di San Michele Arcangelo. (vedi figura).

PARTICOLARE della via consolare Latina, da Roma a Capua, descritta da Radke con la deviazione, presso la città di Venafro, per originare l’itinerario a sud della Catena delle Mainarde ed il Massiccio del Matesee raggiungere, in minor tempo, la città di Benevento. (vedi figura).

Nell’antico passato, l’itinerario descritto, più volte fu utilizzato da Annibalee dal suo esercito in occasione dellaII^ Guerra Punica (218-202 a. C.), per EVITARE diattraversare il territorio dei PENTRI, fedeli alleati di Roma, per spostarsi dalla Puglia alla costa del mare Tirreno, sempre inseguito dall’esercito Romano. (vedi in figura. Itinerario di andata n. 2.. Itinerario di ritorno n. 3).

LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, PASSAVA NEL TERRITORIO DELLA CITTA’ DI VENAFRO.

Un breve tratto di un antico itinerario denominato VIA FRANCISCA, fu ricordato nel Chronicon Vulturnense, DOC. 93. Novembre 965 e disegnato nelle carte topografiche dell’IGM subito dopo la città Venafro: […]: da una parte, inizia presso il fiume Volturno, intorno alla terra del monastero, detta Selva Cicerana, fino alla via Francisca e risalendo un po’ pè’er questa strada; poi a cominciare sopra la strada, il limite procede in su fino alla strada che fu lastricata; […]. Questa terra ha come confini, da una parte la via Francesca che viene dal campo Famelico e va verso l’alto attraverso il sentiero dei cervi […] e la strada Francesca va fino al fiume Tuliverno e come va il fiume Tuliverno. (vedi in figura, breve linea rossa: Francesca).

La via Francesca o la strada Francesca, era compresa tra la città di Venafro ed il bivio che, girando a sinistra, raggiungeva il monastero di san Vincenzo al Volturno; nelle mappe, ancora oggi, il percorso è denominato FRANCESCA. (vedi figura).

NON ESISTE, al momento, una fonte bibliografica per conoscere se il breve tratto della strada denominato nella cartina dellIGM: FRANCESCA, appartenesse ad un itinerario che attraversasse anche il territorio pertinente al monastero di San Vincenzo al Volturno e fosse COLLEGATO con l’altra via Foronesca (corruzione di Francesca ?), citata nel Chronicon Vulturnense, nella edizione italiania del [Doc. 164 – marzo 988]: […] dall’altra parte del fiume Volturno e il rio della valle che è detta Cerro e va verso il fiume Volturno; il limite della strada Foronesca e come va verso il Rava adesso asciutto.

Foronesca, potrebbe essere la corruzione di Francesca o Francisca o Frangigena; come accadeva SPESSO all’epoca (vedi anche nel presente articolo), ma NON era pertinente al più importante percorso identificato, per CONVENZIONE UNANIME, VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura).

La DIFFUSIONE del toponimo FRANCESCA o FRANCISCA o FRANCIGENA, nei TERRITORI delle CONTEE Longobarde-Normanne dell’Italia centro-meridionale, CONFERMA O SMENTISCE la PRESENZA della VIA FRANCIGENA DEL SUD.

NON ESISTE, un documento, tra i TANTI consultati, per CONFERMARE l’esistenza di una Via Francesca o Via Francisca o Via Francigena nel territorio della CONTEA DI ISERNIA e nel territorio della CONTEA DI TRIVENTO.

In un documento, redatto nell’anno 964, nella descrizione dei confini della CONTEA DI ISERNIA, si legge: ascendit ipso fluvio Sangro & directe per ipsa via scilicet antiqua usque in rivo qui dicitur merdaro/Risale il fiume Sangro e prosegue direttamente lungo la vecchia strada, cioè fino al fiume chiamato Merdaro. In un documento, redatto nell’anno 1064, in un territorio compreso tra le odierne Isernia, Carpinione, Guasto e Frosolone, fu semplicemente citato: vadit per via. per ipsa via/percorre la strada. lungo la strada stessa.

Per il territorio della CONTEA DI TRIVENTO, in un diploma dell’anno 1020, furono citate: una via antica ed una via Yserniense, nei pressi di Clavici/Chiauci, pertinente al territorio di castro Baniolo/Bagnoli del Trigno.

Nel territorio della TERRA BURRELLENSIS/Terra dei Borrelli, pertinente al territorio della Contea di Triveno, nel documento dell’anno 977, ma stimato redatto nell’anno 1014, si legge: et ascendit per viam baldensem/via Bagnolese/SP 15; inde acendit in viam Isernia/Da lì si mise in cammino verso Isernia/SS 85. & per ipsum rivum rubeum in via/e lungo il fiume rosso stesso lungo la via/SP 15.

Nella CONTEA DI BOIANO, i documenti sottoscritti dai conti de Moulins/Molinis/Molisio, aventi per oggetto la descrizione dei territori pertinenti all’odierna Sepino, NON citano una Via Francesca o Francisca o Francigena; mentre per l’anno 1119, ricordano: strada pubblica vicino alla città di Benevento e la via populi Beneventana; OGGI, potremmo identificarle con la SS 87 Sannitica: dalla città di Benevento, passando per la città di Larino, arriva nella città di Termoli.

Sempre nel territorio della Contea di Boiano, nell’anno 1421, I Regesti Gallucci. Documenti per la Storia di Bojano e del suo territorio dal 1000 al 1600 (2012), ricordano:[…]; e la metà di un pezzo di terra sito nel luogo, dove si dice Cesa francesca […]. Cesa = toponimo derivante dal latino per indicare un’area disboscata. NON era una via francesca, ma l’antico toponimo di un area disboscata, esistita all’epoca dei dominatori Longobardi e Normanni.

Nel territorio della CONTEA DI LARINO, ESISTEVA ed ancora ESISTE, NON una via Francisca o Francesca o Francigena, BENSI’ una Valle Francesca, localizzata nella Piane di Larino e nei pressi di Vizzarri; inoltre, esiste la contrada La Francesca e la fontana Francesca, (vedi figura).

ASSOLUTAMENTE, NON erano pertinenti all’ITINERARIO che da ROMA, arrivava nei porti Pugliesi, chiamato, per CONVENZIONE UNANIME, VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura).

Nel territorio della CONTEA DI TERMOLI, il Codice diplomatico del Monastero di S. Maria di Tremiti (1005-1237), ricorda: in ipso rigo qui nominatur Porcilli, et de alio latere fine ipse rivus iam dicti Porcili quo modo venit in iam dicta via francisca, et est infra ipsa dicta finem vineis petie XIII et dono atque concedo de aliis meis rebus que ego habeo in ipso dictum comitatu Termolense/nello stesso corso d’acqua che si chiama Porcilli, e dall’altra parte della fine dello stesso corso d’acqua del detto Porcilli, per la quale via entra nella detta via Francescana, ed è dentro la detta fine delle vigne della Piccola XIII, e do e concedo dalle altre mie cose che ho nella detta contea di Termoli.

La descrizione di una via Francisca nella Contea di Termoli, localizzata nei pressi della costa del mare Adriatico, TESTIMONIA la presenza dei Longobardi e dei Normanni, ma NON che fosse PERTINENTE al percorso della VIA FRANCIGENA DEL SUD, ossia alle 4 (QUATTRO) VIE che, per ACCORDO UNANIME, chiamano VIA FRANCIGENA DEL SUD.

Per il territorio della città di TEANO, il Chronicon Vulturnense in DUE occasioni ricordò una via Francesca: […]: da un lato la strada detta Francesca; dall’altro lato la terra di S. Terenziano, e la terra[…]. […]: da un lato la suddetta strada Francesca e lì misura 400 passi; […]. Ed ancora: […] dove è costruita la suddetta chiesa di S. Pietro, che è cella di questo monastero (san Vincenzo al Volturno, n. d. r.):ed ha per confini: da una parte la suddetta, via Francesca; dall’altra parte la fine del rio detto di Arniperto; dalla terza parte la strada lastricata; […].

La citazione di una strada detta Francesca o via Francesca nel territorio della città Teano è quanto mai APPROPRIATA: il territorio era attraversato dall’antica Via consolare Latina che, per CONVENZIONE UNANIME, identificava la VIA FRANCIGENA DEL SUD.

Una citazione APPROPRIATA, nel Privilegium Baiulorum Imperialium, un documento redatto nel maggio dell’anno 1024, testimonia la presenza della Via Francigena del Sud nella città di Troia, sita sulla Via Traiana/già Minucia, pertinente alla VIA FRANCIGENA DEL SUD, si legge: […],Tendit ad montem Aratum, ed transit usque ad stratam Bovini et inde ad fracsinum et ficum sicut descendit et ferit ad viam francigenam/Tende al monte Arata, passa fino alla via Bovini e da lì ai frassini e ai fichi mentre scende e incontra la via Francigena. (In figura: le città dove esisteva un percorso della VIA FRANCIGENA DEL SUD. Le città dove NON PASSAVA la VIA FRANCIGENA DEL SUD, ma esisteva iltoponimo Francesca oFrancisca per identificare una strada; una contrada; una fortana, etc..

L’uso del nome FRANCISCA o FRANCESCA o FRANCIGENA per alcune VIE o CONTRADE o VALLI o FONTANE, etc.., nell’attuale Regione Molise o in altri territori, grazie alla presenza dapprima dei conquistatori Longobardi, poi dei Normanni, NON AUTORIZZA ad ipotizzare, tranne per il territorio della città di Venafro, il passaggio della VIA FRANCIGENA DEL SUD.

DIFFUSIONE DEL NOME FRANCISCA o FRANCESCA o FRANCIGENA.

La VIA FRANCIGENA, proveniente dalla città Canterbury e diretta nella città di Roma. è descritta in cammini.net/il-cammino-sulla-via-francigena (2019): Questo percorso fu documentato per la prima volta come “Via Lombarda”, e fu chiamata Iter Francorum (la “Via dei Franchi”) nell’Itinerarium sancti Willibaldi del 725, una testimonianza dei viaggi di Willibald, vescovo di Eichstätt in Baviera. (F nella figura).

La VIA FRANCIGENA, da Canterbury a Roma, descritta dal sito http://www.google.com/search ?…q=via+francigena, a DIFFERENZA della VIA FRANCIGENA DEL SUD, COINVOLSE UN FASCIO DI STRADE o UNA RETE DI PERCORSI, ESISTITI all’epoca, nei territtori della penisola italica settentrionale e centrale, ossia le TANTE Strade Statali coinvolte dal suo lungo percorso: Val d’Aosta e Piemonte: Si segue spesso la valle, intersecando vecchie vie di comunicazi. Lombardia e Emilia-Romagna: Attraversa il Po, passando per Pavia, Piacenza, e poi Fidenza, fino a Fornovo di Taro. Appennino Ligure-Toscano: Il Passo della Cisa è un punto chiave, con tratti che si avvicinano alla SS 1 Aurelia e alla SS 62. Toscana: Un percorso complesso, attraversa la Lunigiana (vicino all’Aurelia), poi la Valdelsa (con San Gimignano) e le colline senesi (Val d’Orcia), spesso usando strade locali e vecchi tracciati, con riferimento storico alla Via Cassia. Lazio: Segue ampiamente l’antico tracciato della Via Cassia (oggi in parte SS 2 Cassia) da Acquapendente, Bolsena, Viterbo, Sutri, fino a Roma Il nome Via Francigena invece è menzionato per la prima volta nell’Actum Clusio, una pergamena dell’876 nell’Abbazia di San Salvatore al Monte Amiata (Toscana). Alla fine del X secolo Sigerico, il Serio, arcivescovo di Canterbury, utilizzava la Via Francigena da e per Roma per ricevere il suo pallio; registrava il suo percorso e le sue soste al ritorno, ma nulla nel documento suggerisce che il percorso fosse allora nuovo.

QUANTO DESCRITTO ERA/E’ UN FASCIO DI STRADE o UNA RETE DI PERCORSI COINVOLTO NEL PERCORSO DELLA VIA FRANCIGENA.

Per la VIA FRANCIGENA DEL SUD, come illustrato, ESISTEVANO 4 UNICI, CHIARI e DISTINTI PERCORSI: la VIA CONSOLARE APPIA. La VIA CONSOLARE LATINA. La VIA TRAIANA-MINUCIA. La VIA PEDEMONTANA A SUD DEL MASSICCIO DEL MATESE. (vedi figura).

La VIA FRANCIGENA DEL SUD, NON ERA UN UN FASCIO DI STRADE o UNA RETE DI PERCORSI.

Tanto per citare una pubblicazione più recente (sic), ricordo: Iter de Londinio in Terram Sanctam, attribuito al cronista inglese Matthew Paris (XIII secolo), pubblicato da B. Pitocchelli (2024).

Sbarcato nel porto di Otranto, Londinio, percorrendo la Via Traiana/Minucia, giunse nelle città di Lecce, Brindisi, Monopoli, Bari, Salpi e Benevento. Da Benevento proseguì il camminoe, percorrendo la Via consolare Appia, passò per Maddalonie Capua, da dove, abbandonando la Via consolare Appia, proseguì verso la città di Roma ed UTILIZZANDO la Via consolare Latina, passò per: Calvi. Teano. Caianello. Mignano. San Germano. Monte Cassino. Aquino. Frosinone. Anagni. Montefortino Roma. Roma. (vedi figura. Per mancanza di spazio, manca la localizzazione Monte CassinoAquino).

Ancora una volta, nel XIII sec., la VIA FRANCIGENA DEL SUD, aveva coinvolto e, MAI ERANO STATE ABBANDONATE, come alcuni sostengono, le antiche VIE romane: la VIA TRAIANA-MINUCIA, da Brindisi a Benevento; la VIA CONSOLARE APPIA, da Benevento a Capua e la VIA CONSOLARE LATINA, da Calvi/Teano a Roma.

Per CONVENZIONE UNANIME, i 3 percorsi LOCALIZZAVANO ed IDENTIFICAVANO la VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura: Via consolare Traiana-Minucia. Via consolare Appia, con il percorso da Capua-Benevento-. Via consolare Latina).

IMPORTANTE è EVIDENZIARE, per NON creare CONFUSIONE: La VIA FRANCIGENA DEL SUD, nacque nell’anno 334.

COSA ACCADDE alla fine del V secolo ?

QUANDO IL PERCORSO DELLA VIA FRANCIGENA DEL SUD, SOGGETTA OGGI ALLE MODIFICHE CAMPANILISTICHE DEL SUO ITINERARIO, DIVENNE LA VIA MICAELICA O LA VIA DELL’ANGELO O IL CAMMINO DELL’ARCANGELO O LA VIA SAGRA LANGOBARDORUM (da Benevento a Monte Sant’Angelo) ?

LE RISPOSTE ALLA PROSSIMA PUNTATA: LA VIA MICAELICA O LA VIA DELL’ANGELO O IL CAMMINO DELL’ARCANGELO O LA VIA SAGRA LANGOBARDORUM ERA UN UNICO PERCORSO. OGGI PROLIFERANO.

BUONA LETTURA.

Oreste Gentile

UNA “VIA FRANCIGENA” NEL MOLISE ? SI. LA “VIA FRANCIGENA DEL SUD” NEL MOLISE ? NO. MAI ESISTITA.

ottobre 27, 2025

LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, secondo una RECENTE OPINIONE, avrebbe ATTRAVERSATO IL TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE. (vedi figure).

NO. MAI.

L’articolo: Meridiani. Cammini. La via Francigena del Sud. 3/2021, CONFERMA: NON ATTRAVERSAVA L’ANTICO TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE. (vedi figura, da Meridiani Cammimi della Via Francigena del Sud. Anno 2021).

In alcune Regioni della penisola italica, dove dominarono i conquistatori giunti dal nord: i Longobaari, i Franchi ed i Normanni, esiste, ancora oggi, il toponimo, VIA o CONTRADA FRANCIGENA o FRANCISCA: IDENTIFICAVA ed IDENTIFICA un breve percorso, un territorio, una contrada, una sorgente d’acqua. Un documento del Chronicon Vulturnense Doc. 93. 954 (2) novembre, [Capua], citando Paldefrit comes calstadatui Benafrani, descrisse alcuni possedimenti pertinenti al monastero di san Vincenzo al Volturno ed una via Francisca: que dicitur silva Cicerana, usque in via Francisca, […]; alia terra, ubi ecclesia Sancte Marie cella vocabulo edificata est, que dicitur Olivetum, et ecclesia Sancte Cristine: habet fines eadem terra de una parte via Francisca, que venit da campo Famelic, et vadit per capite per ipsa ceruaricia usque in via, que fuit silice, que venit da Benafro circa nominata ecclesia Sancte Cristine,[….]. (in figura, localizzazione ed identificazione di una via Francesca).

La descritta via Francisca o via Francesca, si localizzava ad est di Venafro e nei pressi dell’attuale SS 85 Venafrana, proveniente da Flexum/San Pietro Infine sito, al pari di Venafro, sulla Via consolare Latina; raggiunta la città di Isernia, la SS 85 Venafrana confluiva nella Via consolare Minucia [(vedi figura: da Corfinio-Sulmona-Isernia-Bojano-Aequum Tuticum; con la via Traiana proveniente da Benevento, raggiungeva, successivamente, Brindisi.

Sempre nel Chronicon Vulturnense, oltre alla citata VIA FRANCISCA o VIA FRANCESCA nei pressi di Venafro, nel Doc. 88-settembre 936, redatto della città di Capua, fu ricordata, per 3 volte, la strada detta Francisca, sita nel territorio Teano; ed ancora, nel Doc. 169-novembre 986, redatto in Teano (?), fu ricordata la strada detta Francesca. Infante (2009), ricordando il periodo della presenza nell’Italia meridionale dei Normanni, succeduti ai Longobari, scrive: […]. Troia e Siponto. L’attestazione più antica sembra quella riportata da un documento del 1024, in cui compare il nome di “via Francigena”. In tale documento, detto anche Privilegium Baiolorum Imperalium, si tracciano i confini del territorio di Troia e, ad un certo punto, […]. Ed ancora: in ipso rigo qui nominatur Porcilli, et de alio latere fine ipse rivus iam dicti Porcili quo modo venit in iam dicta via francisca, et est infra ipsa dicta finem vineis petie XIII et dono atque concedo de aliis meis rebus que ego habeo in ipso dictum comitatu Termolense. Una Valle Francesca, oggi, è LOCALIZZATA nella Piane di Larino e nei pressi di Vizzarri; inoltre, sempre nel territorio di Larino, esiste la contrada La Francesca e la fontana Francesca. Come esiste una contrada La Francesca nella città di Benevento e nella città di Barletta, i cui territori erano ATTRAVERSATI dalla via Francigena del Sud: Benevento, ad ovest, con la Via consolare Appia, era collegata con Roma ed a nord est; con la Via Traiana, era collegata con Aequum Tuticum. Barletta, era collegata, con la Via Traiana, già Via consolare Minucia, ad ovest, con Benevento e ad est con Brindisi.(vedi figura).

Altre Regioni italiane vantano un percorso chiamato VIA FRANCIGENA (MA, NON DEL SUD); ad esempio: la SICILIA, per l’esistenza delle VIE FRANCIGENE, testimonianza della presenza dei NORMANNI nell’isola. (vedi figura).

LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, IN NESSUNA EPOCA, INTERESSO’ L’ANTICO TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE; come per altri territori dominati dai Longobardi, da Franchi e dai Normanni, vedi la citata SICILIA, conservava e conserva, le testimonianze della loro presenza, GRAZIE all’aggettino: Francigeno o Francisco o Francesca.

RICORDIAMO: LA denominazione VIA FRANCIGENA DEL SUD NACQUE CASUALMENTE dopo il viaggio di ritorno dalla Terra Santa di un anonimo pellegrino di Burdigala; DAPPRIMA fu chiamato Itinerario Burdigalese, percorso tra gli anni 333 e 334. Circa 235 anni prima che in Italia arrivassero i conquistatori LONGOBARDI, nell’anno 568; successivamente, i FRANCHI, nell’anno 774 ed i NORMANNI nel secolo XI. (vedi figura linea bianca: via Traiana/Minucia da Otranto a Benevento e linea rossa: Via consolare Appia, da Benevento a Roma).

DESCRIZIONE DELL’ITINERARIO E DELLE LOCALITA’ VISITATE DALL’ANONIMO PELLEGRINO DI BORDEAUX, TORNANDO DALLA TERRA SANTA (333-334).

PERCORSE DA OTRANTO AD AEQUUM TUTICUM/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio, LA VIA TRAIANA, GIA’ VIA CONSOLARE MINUCIA. DA AEQUUM TUTICUM A BENEVENTO, LA VIA TRAIANA; DA BENEVENTO A ROMA, LA VIA CONSOLARE APPIA. (vedi figura).

E’ sufficiente consultare wikipedia, per IDENTIFICARE L’Itinerarium Burdigalense o Itinerarium Hierosolymitanum, il più antico racconto conosciuto di un itinerario cristiano, critto nel 333 – 334 da un anonimo pellegrino durante il viaggio da Burdigala, l’attuale Bordeaux, fino a Gerusalemme, dov’era diretto per venerare il Santo Sepolcro, con la VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura: il percorso di andata, escludeva la città di Roma, ma coinvolta nel viaggio di ritorno).

VIAGGIO DI RITORNO. Passando da Valona, giunse in Heraclea; sbarcò nel porto di Otranto e proseguì, lungo la Via Traiano/Minucia, passando per Brindisi, Bari, Bitonto, Ruvo, Canosa, Erdonia, Troia, AquiloniaAriano Irpino. (vedi figure). Dopo Aequum Tuticum/Ariano Irpino/Sant’Eleuterio, con la via Traiana, giunse nella la città di Benevento per proseguire, con la Via consolare Appia, verso la Roma, città esclusa dal suo viaggio di andata. (vedi figure).

Da Itineraria Romana. Vol. I ITINERARIA ANTONINI AUGUSTI ET BURDIGALENSE. Edidit Otto Cuntz (1990). (vedi figura: partenza da Odrento/Otranto-Aequum Magnumcivitas Benevento-civitas Capua-in urbe Roma).

Dalena, ricorda: Nell’itinerario in Terrasanta del nobile Dauferio nell’817 e, in particolare, quello del monaco Bernardo, ricco di dettagli topografici, compiuto tra l’867 e l’870, con due confratelli, Teodemondio del monastero di San Vincenzo al Volturno e Stefano, spagnolo, attraverso il Mezzogiorno longobardo e arabo in cui il passaggio era tutelato da un dispositivo della divisio ducatus Beneventani dell’849. Si tratta della comoda via alternativa per raggiungere Benevento rappresentata dall’itinerario Venafro-Alife-Telese-Benevento. (vedi figura), […] prima alla grotta di San Michele sul Gargano, poi a Bari ‘civitas Sarracenorum’ e, infine, attraverso la Via per compendium, a Taranto, dove s’imbarcarono alla volta di Alessandria per raggiungere la Terrasanta.

UNICAMENTE il territorio a SUD del Massiccio del Matese, pertinente al percorso Venafro-Alife-Telese-Benevento, citato da Dalena, esisteva PIU’ di un monastero.  Ailano: Monastero di Santa Maria in Cingla. Vairano: Abbazia Santa Maria della Ferrara, descritta da guida turisticadivairano.weebly.com: Posizionata su un ramo del cammino della via Francigene del Sud, (tratto Mignano Montelungo, Roccamomfina, Vairano P., Bari, Gerusalemme). San Salvatore Telesino: Abbazia Benedettina del Santissimo Salvatore. Foglianise, ricordato da http://www.google.com: L’eremo di San Michele Arcangelo è un luogo eremitico situato sul versante meridionale del Monte Caruso, nei pressi di una grotta rupestre e di una sorgente.

SEMPRE A SUD del Massiccio del Matese, era localizzato il percorso seguito, tra il 1151 ed il 1154, da Nikulas di Munkathvera, abate islandese del monastero di Thingor, si recò in pellegrinaggio a Roma e a Gerusalemme e scrisse un diario accurato nel quale descrisse itinerari, varianti di percorso, luoghi visitati. Oltrepassata Roma l’abate scelse la Via Latina in quanto la Via Appia nel tempo si era andata impaludando nell’area Pontina; passò da Frascati, Ferentino, Ceprano, Aquino, Montecassino, Capua, Benevento, Siponto, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Bari. (vedi figura: la descrizione IGNORO’ la città di Venafro sita sulla Via consolare Latina, al pari delle citate città: Frascati, Ferentino, Ceprano, Aquino, Montecassino, Capua). (vedi figura).

La VIA FRANCIGENA DEL SUD, con il passare del tempo, dopo avere utilizzato la Via consolare Appia, il PRIMO itinerario di ritorno dalla città di Benevento, utilizzato dal pellegrino anonimo nell’anno 333, con il trascorrere del tempo, DIVENUTA IMPRATICABILE, per l’impaludamento della pianura pontina, fu abbandonata per utilizzare la Via consolare Latina e la sua deviazione per raggiungere la città di Venafro e proseguire, UNICAMENTE, nel territorio a SUD del Massiccio del Matese, dove esisteva/esiste, come sappiamo, più di un monastero. (vedi figura). In Ailano: Monastero di Santa Maria in Cingla. In Vairano: Abbazia Santa Maria della Ferrara, descritta da guida turisticadivairano.weebly.com: Posizionata su un ramo del cammino della via Francigene del Sud, (tratto Mignano Montelungo, Roccamomfina, Vairano P., Bari, Gerusalemme). In San Salvatore Telesino: Abbazia Benedettina del Santissimo Salvatore. In Foglianise, ricordato da http://www.google.com: L’eremo di San Michele Arcangelo è un luogo eremitico situato sul versante meridionale del Monte Caruso, nei pressi di una grotta rupestre e di una sorgente.

Giunti a Benevento, avrebbero potuto proseguire verso i porti della Puglia, con la Via consolare Appia o con la Via Traiana/Consolare Minucia. (vedi figura).

PUNTI SALIENTI.

LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, SEGUI’ DAPPRIMA LA VIA CONSOLARE APPIA; SUCCESSIVAMENTE LA VIA CONSOLARE LATINA FINO ALLA CITTA’ DI BENEVENTO. PER GIUNGERE IN BENEVENTO, LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, UTILIZZAVA, DALLA CITTA’DI VENAFRO, UN PERCORSO ALTERNATIVO, A SUD DEL MASSICCIO DEL MATESE, PER SOGGIORNARE NELLE LOCALITA’ DOVE ESISTEVA UN MONASTERO o UN’ABBAZIA o UN ROMITORIO: AILANO, VAIRANO, SAN SALVATORE TELESINO E FOGLIANISE. DA BENEVENTO, PER RAGGIUNGERE I PORTI DELLA PUGLIA, LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, OFFRIVA 2 (DUE) PERCORSI: LA VIA CONSOLARE APPIA, PER TARANTO E BRINDISI; LA VIA TRAIANA/MINUCIA, PER RAGGIUNGERER BRINDISI ED OTRANTO. LA VIA TRAIANA/MINUCIA, ERA LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, PERCORSA DALL’ANONIMO PELLEGRINO DI BURDIGALA, TRA GLI ANNI 333-334, TORNANDO DALLA TERRA SANTA.

PER QUANTO ESISTANO, ANCORA OGGI, DELLE LOCALITA’ O BREVI PERCORSI CHIAMATI FRANCIGENO, FRANCESCO, FRANCISCO, ASSOLUTAMENTE NON AUTORIZZANO A LOCALIZZARE ED IDENTIFICARE L’UNICO PERCORSO DELLA VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura).

NESSUNO DUBBIO, COME ILLUSTRATO, SULL’ESISTENZA, NEL PASSATO, DI PIU’ DI UNA VIA FRANCIGENA O VIA FRANCISCA O DI UNA CONTRADA FRANCIGENA/FRANCESCA O DI UNA FONTANA FRANCIGENA/FRANCESCA. QUANTE VIE DI COMUNICAZIONE, OGGI STRADE STATALI (S. S.) ED AUTOSTRADE (A), ESISTONO NELLA PENISOLA ITALICA ? UN NUMERO O UN AGGETTIVO, LE LOCALIZZA E LE IDENTIFICA, SENZA ERRORE: S. S. 17 APPULO SANNITA; S. S. 85 VENAFRANA; S. S. 9 EMILIA; S. S. 12 ABETONE. ETC.. LA VOCALE A ED UN NUMERO O UN AGGETTIVO LOCALIZZA ED IDENTIFICA LE AUTOSTRADE: A1 O AUTOSTRADA DEL SOLE; A 22 O AUTOSTRADA DEL BRENNERO; ETC. (vedi figura). COSI’ ACCADDE PER LE VIE FRANCIGENE ESISTENTI ALL’EPOCA NEI TERRITORI DELLA COSTA ADRIATICA; NEL TERRITORIO DI LARINO, DI SAN SEVERO, DI TROIA, DI BENEVENTO, DI TEANO, DI VENAFRO ED IN SICILIA. LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, LOCALIZZAVA ED IDENTIFICAVA, UNICAMENTE, IL PERCORSO DI RITORNO DALLA TERRA SANTA (POI FU FREQUENTATO PER IL VIAGGIO DI ANDATA DALL’EUROPA), DELL’ANONIMO PELLEGRINO DI BORDEUX, DOPO ESSERE SBARCATO NEL PORTO DI OTRANTO. (vedi figure).

ERA, tra gli anni 333-334, LA VIA FRANCIGENA DEL SUD: DAL PORTO DI OTRANTO FINO AD AEQUUM TUTICUM SEGUIVA LA VIA TRAIANA, GIA’ VIA CONSOLARE MINUCIA. PROSEGUIVA CON LA VIA TRAIANA FINO A BENEVENTO, DOVE, UTILIZZANDO LA VIA CONSOLARE APPIA, GIUNGEVA A CAPUA E ROMA. [(vedi in figura: il percorso di ANDATA e di RITORNO: dal porto di Otranto, con la Via Traiana (anno 109 d. C.), già Via consolare Minucia (anno 221 a. C.), raggiungeva Aequum Tuticun, per proseguire lungo la Via Traiana, raggiungere la Via consolare Appia, presso Benevento e proseguire per Capua e Roma.).

Per le EPOCHE SUCCESSIVE, Il sito Suor Orsola University Press, pubblica: […]. Anche il monaco Bernardo (870), passando da Roma, riceve la benedizione del papa, Niccolò I, e s’incammina lungo l’Appia-Traiana verso il santuario micaelico del Gargano. Bernardo viaggia con due confratelli. Decidono di partire per la Terra Santa.[…]. Si individua un percorso unitario (con alcune varianti), che prevede di attraversare la Penisola, raggiungendo Roma e proseguendo lungo l’Appia-Traiana fino a Brindisi, oppure Trani, Taranto, Bari, Monopoli, dove ci si imbarca per la Terra Santa. La Città eterna, meta della peregrinatio ad limina Apostolorum, costituisce, allo stesso tempo, una tappa intermedia sulla via di Gerusalemme per chi percorre quel fascio di strade noto come Francigena. L’Appia e la Latina conducono da Roma a Capua, nel cuore delle terre dominate dall’abate di Montecassino; poi la strada devia verso Benevento, […] L’Appia-Traiana, che da Benevento porta a Monte Sant’Angelo (con una leggera deviazione), poi scende lungo il litorale pugliese fino a Bari. È la via percorsa da Ludovico II nell’866 in occasione della sua spedizione contro i Saraceni. Era abituale, per chi seguiva questa strada, una sosta alla grotta di San Michele sul promontorio del Gargano. Da Benevento, le vie dell’Angelo seguivano tre direzioni: una più a nord nella Capitanata, la mediana per Lucera, quella più a sud per Troia. Nicolas Munkathvera, abate del monastero benedettino di Thingeyrar, durante il viaggio a Gerusalemme effettuato tra il 1151 e il 1154, annota puntualmente l’itinerario, le distanze, i tempi di percorrenza tra i luoghi di sosta e della via Appia.[…]. Da Benevento il pellegrino islandese segue la direttrice Traiana/Francigena sino a Troia, da dove un diverticolo denominato ‘via Peregrinorum’, forse da identificarsi con l’antica via sacra Langobardorum, conduce a Siponto e al santuario micaelico del Gargano. L’itinerario prosegue verso Bari, […]. , bensì un più o meno esteso territorio, un contrada, un breve percorso, una sorgente d LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, IN NESSUNA EPOCA, INTERESSO’ L’ANTICO TERRITORIO DELLA REGIONE MOLISE, ma, come per altri territori dominati dai Longobardi, da Franchi e dai Normanni, conservò le testimonianze della loro presenza, utilizzando l’aggettino: Francigeno o Francisco o Francesca.

NACQUE LA VIA FRANCIGENA DEL SUD. (viaggio di ritorno dalla Terra Santa).

Dalena, ricorda: Nell’itinerario in Terrasanta del nobile Dauferio nell’817 e, in particolare, quello del monaco Bernardo, ricco di dettagli topografici, compiuto tra l’867 e l’870, con due confratelli, Teodemondio del monastero di San Vincenzo al Volturno e Stefano, spagnolo, attraverso il Mezzogiorno longobardo e arabo in cui il passaggio era tutelato da un dispositivo della divisio ducatus Beneventani dell’849. Si tratta della comoda via alternativa per raggiungere Benevento rappresentata dall’itinerario Venafro-Alife-Telese-Benevento. (vedi figura), […] prima alla grotta di San Michele sul Gargano, poi a Bari ‘civitas Sarracenorum’ e, infine, attraverso la Via per compendium, a Taranto, dove s’imbarcarono alla volta di Alessandria per raggiungere la Terrasanta. UNICAMENTE il territorio a SUD del Massiccio del Matese, esisteva PIU’ di un monastero.  Ailano: Monastero di Santa Maria in Cingla. Vairano: Abbazia Santa Maria della Ferrara, descritta da guida turisticadivairano.weebly.com: Posizionata su un ramo del cammino della via Francigene del Sud, (tratto Mignano Montelungo, Roccamomfina, Vairano P., Bari, Gerusalemme). San Salvatore Telesino: Abbazia Benedettina del Santissimo Salvatore. Foglianise, ricordato da http://www.google.com: L’eremo di San Michele Arcangelo è un luogo eremitico situato sul versante meridionale del Monte Caruso, nei pressi di una grotta rupestre e di una sorgente.

SEMPRE A SUD del Massiccio del Matese, era localizzato il percorso seguito, tra il 1151 ed il 1154, da Nikulas di Munkathvera, abate islandese del monastero di Thingor, si recò in pellegrinaggio a Roma e a Gerusalemme e scrisse un diario accurato nel quale descrisse itinerari, varianti di percorso, luoghi visitati. Oltrepassata Roma l’abate scelse la Via Latina in quanto la Via Appia nel tempo si era andata impaludando nell’area Pontina; passò da Frascati, Ferentino, Ceprano, Aquino, Montecassino, Capua, Benevento, Siponto, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Bari. (vedi figura: la descrizione IGNORO’ la città di Venafro sita sulla Via consolare Latina, al pari delle citate città: Frascati, Ferentino, Ceprano, Aquino, Montecassino, Capua). (vedi figura).

La VIA FRANCIGENA DEL SUD, con il passare del tempo, dopo avere utilizzato la Via consolare Appia, il PRIMO itinerario di ritorno del pellegrino anonimo nell’anno 333, con il trascorrere del tempo, DIVENUTA IMPRATICABILE, per l’impaludamento della pianura pontina, fu abbandonata per utilizzare la Via consolare Latina e la sua deviazione per raggiungere la città di Venafro e proseguire, UNICAMENTE, il territorio a SUD del Massiccio del Matese, dove esisteva più di un monastero.  In Ailano: Monastero di Santa Maria in Cingla. In Vairano: Abbazia Santa Maria della Ferrara, descritta da guida turisticadivairano.weebly.com: Posizionata su un ramo del cammino della via Francigene del Sud, (tratto Mignano Montelungo, Roccamomfina, Vairano P., Bari, Gerusalemme). In San Salvatore Telesino: Abbazia Benedettina del Santissimo Salvatore. In Foglianise, ricordato da http://www.google.com: L’eremo di San Michele Arcangelo è un luogo eremitico situato sul versante meridionale del Monte Caruso, nei pressi di una grotta rupestre e di una sorgente. TUTTE ERANO LOCALIZZATE A SUD DEL MASSICCIO DEL MATESE. (vedi figura).

Giunti a Benevento, avrebbero potuto proseguire verso i porti della Puglia, con la Via consilare Appia o con la Via Traiana/Consolare Minucia. (vedi figura).

CONCLUSIONE.

LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, SEGUI’ DAPPRIMA LA VIA CONSOLARE APPIA; SUCCESSIVAMENTE LA VIA CONSOLARE LATINA FINO ALLA CITTA’ DI BENEVENTO. PER GIUNGERE IN BENEVENTO, LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, UTILIZZAVA UN PERCORSO ALTERNATIVO, già descritto, localizzato a SUD DEL MASSICCIO DEL MATESE, PER POTERE SOGGIORNARE NELLE LOCALITA’ DOVE ESISTEVA UN MONASTERO o UN’ABBAZIA o UN ROMITORIO: AILANO, VAIRANO, SAN SALVATORE TELESINO E FOGLIANISE. DA BENEVENTO, PER RAGGIUNGERE I PORTI DELLA PUGLIA, LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, OFFRIVA 2 (DUE) PERCORSI: LA VIA CONSOLARE APPIA, PER RAGGIUNGERE TARANTO E BRINDISI; LA VIA TRAIANA/MINUCIA, PER RAGGIUNGERE BRINDISI ED OTRANTO. UNICAMENTE LA VIA TRAIANA/MINUCIA, ERA LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, UTILIZZATA DALL’ANONIMO PELLEGRINO DI BURDIGALA, TRA GLI ANNI 333-334, TORNANDO DALLA TERRA SANTA.

PER QUANTO ESISTANO, ANCORA OGGI, DELLE LOCALITA’ O BREVI PERCORSI CHIAMATI FRANCIGENO, FRANCESCO, FRANCISCO, ASSOLUTAMENTE NON POSSONO LOCALIZZARE ED IDENTIFICARE UNA DIVERASA VIA FRANCIGENA DEL SUD. (vedi figura).

NESSUNO PUO’ DUBITATE, COME ILLUSTRATO, L’ESISTENZA NEL PASSATO, DI PIU’ VIE FRANCIGENE/FRANCISCA O LE CONTRADA FRANCIGENA/FRANCESCA O LE FONTANA FRANCIGENA/FRANCESCA; QUANTE VIE DI COMUNICAZIONE, OGGI STRADE STATALI (S. S.) ED AUTOSTRADE (A), ESISTONO NELLA PENISOLA ITALICA ? UN NUMERO O UN AGGETTIVO, LE LOCALIZZA CON PRECISIONE E LE IDENTIFICA, SENZA ERRORE: S. S. 17 APPULO SANNITA; S. S. 85 VENAFRANA; S. S.9 EMILIA; S. S. 12 ABETONE. ETC.. UN NUMERO O UN AGGETTIVO LOCALIZZA ED IDENTIFICA LE AUTOSTRADE: A1 O AUTOSTRADA DEL SOLE; A 22 O AUTOSTRADA DEL BRENNERO; ETC. (vedi figura). COSI’ ACCADDE PER LE VIE FRANCIGENE ESISTENTI ALL’EPOCA, COME ESAMINATO, NEI TERRITORI DELLA COSTA ADRIATICA; NEL TERRITORIO DI LARINO, DI SAN SEVERO, DI TROIA, DI BARLETTA, DI BENEVENTO, DI TEANO, DI VENAFRO ED IN SICILIA; MA, LA VIA FRANCIGENA DEL SUD, LOCALIZZAVA ED IDENTIFICAVA, UNICAMENTE L’ANTICHISSIMO PERCORSO DI RITORNO DALLA TERRA SANTA, SEGUITO DALL’ANONIMO PELLEGRINO DI BORDEUX, DOPO ESSERE SBARCATO NEL PORTO DI OTRANTO. (vedi figure).

QUESTO E’ QUANTO. Oreste Gentile.